Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

martedì 31 marzo 2009

Post 17 - Marketing del cristianesimo

Sul sito della Diocesi di Verona http://www.diocesiverona.it/pls/s2ewdiocesiverona/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?id_pagina=15295
viene presentato il manuale di predicatore una serie di consigli e suggerimenti per chi, ovviamente sacerdote, debba fare un'omelia. Pur non appartenendo alla categoria, e non correndo il rischio di dover svolgere un tale compito, ho cominciato a leggere il testo.
Già il primo capitolo mi ha messo di cattivo umore in quanto i consigli che vengono dati sembrano più adatti per un discorso elettorale che per l'annuncio di un'esperienza che, si presume, il sacerdote stia vivendo.
Ma procediamo con il secondo capitolo. Di male in peggio. L'autore del testo sembra conoscere solo famiglia cristiano o antony de mello che suggerisce consultare prima di preparsi per l'omelia, solo verso la fine c'è un fugace accenno a Leone Magno e Madre Teresa. Ma ancora dell'annuncio di un'esperienza che opera nella vita del predicatore non c'è traccia alcuna.
Terzo capitolo. Oltre ogni pessimistica previsione. Si parla di microfoni, abbiglimento, intonazione e postura (ma era un manuale per predicare o una dispensa dell'actors studio?) e, dulcis in fundo, posizione di confessionali, bambini petulanti,vecchiette devote che accendono candele e signore eleganti che si confessano e soprattutto il cristianesimo ridotto a parola e a tecnica di marketing per l'enunciazione.
Unico dato positivo: non c'è un quarto capitolo.
Personalmente ho sempre pensato che il cristianesimo fosse l'esperienza dell'incontro con la persona di Cristo e non una tecnica enunciativa analoga a quella per vendere pentole e che contasse di più mostrare il proprio cuore convertito da Cristo che non la propria capacità oratoria, ma forse mi sbagliavo.

Comunque poichè sono conscio dei miei limiti e consapevole del fatto che i miei quattro lettori sono più eruditi di me lascio aperta la porta al loro giudizio. Ma non ditemi che non vi avevo avvisato...

Contributi 55 - A proposito di educazione dei figli...

Il testo che segue non è dei più recenti ma non è dei meno attuali .....

… Non si devono imitare certi padri e certe madri che non compiono questo dovere per l’affanno di mantenere occupati i propri figli con altre cose.
La conseguenza è che quegli infelici non sanno confessarsi, non conoscono le principali verità della Fede, ignorano la Santissima Trinità, l’Incarnazione di Gesù Cristo, il peccato mortale, il Giudizio, l’Inferno, il Paradiso e l’eternità. Molte volte questa ignoranza è causa di condanna e i genitori ne dovranno rendere conto a Dio.
Inoltre è dovere dei genitori vigilare sulla condotta dei figli, conoscere i luoghi e le persone che frequentano.
I genitori inoltre peccano se non si curano che i loro figli ricevano i Sacramenti, santifichino le Feste e gli altri precetti della Chiesa.
Peccano doppiamente, se causano scandalo nel pronunciare davanti ai figli blasfemie, oscenità, o altre parole offensive, o facendo dinanzi a loro una cattiva azione. I genitori hanno l’obbligo di dare il buon esempio ai figli.
Come possono i giovani avere una buona condotta, quando vedono con frequenza che i loro genitori bestemmiano, maledicono, ingiuriano il prossimo, proferiscono offese, parlano di vendette, di oscenità, e ripetono certe massime pestifere come: “Non è necessario preoccuparsi tanto; Dio è misericordioso, Egli tollera certi peccati”?
San Tommaso dice che, in un certo modo, genitori così obbligano i propri figli a peccare.
Vi sono genitori che si lamentano di avere cattivi figli; Gesù Cristo dice: Qualche volta è cresciuta uva dalle spine? Come possono i figli essere buoni se hanno dei cattivi genitori?
Sarebbe necessario un miracolo.
Inoltre è vero che a volte i genitori che danno un cattivo esempio non correggono i propri figli pur sapendo di peccare nel non correggerli.
San Tommaso dice che, in questo caso, un genitore deve, per lo meno, chiedere a suo figlio di non seguirlo nel cattivo esempio che gli da.
A mio avviso, quando i genitori danno il cattivo esempio, non ci si può aspettare nessun frutto né dagli avvertimenti, né dalle preghiere, né dai castighi.

(San Alfonso de Liguori, Oeuvres Complètes - Oeuvres Ascétiques, Casterman Tournai, 1877, 2a. ed., t. XVI, pp. 474-480)
inoltre penso che sia necessaria un'opera di testimonianza non solo verso chi ci è prossimo e consanguneo, ma anche verso ogni persona che Dio ci dona di incontrare

Segnalazione - Nuovo libro di Francesco Agnoli

Esce oggi nelle librerie il nuovo libro di Francesco Agnoli (classe 1974, giornalista, collabora con "Il Foglio", "Avvenire", "Radici Cristiane" e Radio Maria) dal titolo "Perchè non possiamo dirci atei" edizioni Piemme311 pag. 16,50 euro.
Di seguito una brve presentazione al testo dello stesso autore:

Il testo affronta un problema molto attuale: il dibattito tra chi crede in Dio e chi considera oggi l'ateismo una certezza “scientifica”. In particolare quindi si parte dalla posizione dei cosiddetti ateologi: Dawkins, Harris, Odifreddi, Boncinelli, Hitchens...
Il libro è diviso in tre parti.
La prima è intitolata L'ateismo alla prova della scienza, e affronta i problemi filosofici e scientifici più scottanti: l'origine del cosmo, l'origine della vita e l'origine della coscienza umana. Da un punto di vista razionale e scientifico si dimostra che oggi rimane assolutamente inviolato il mistero intorno a queste origini, e perfettamente razionale l'ipotesi di un Creatore e Legislatore universale, un “divino Architetto”, come avrebbero detto Copernico e Keplero. Si affronta poi l'evoluzionismo distinguendo tra ipotesi scientifica, ancora piena di incertezze, e darwinismo ideologico di matrice atea.
La seconda parte del libro, L'ateismo alla prova della storia, prende in considerazione il Novecento, il “secolo delle idee assassine”, e l'origine atea di nazionalismo, razzismo, comunismo ed eugenetica.
La terza parte invece analizza l'origine dell'istituzione ospedaliera, e la sua filosofia, e prende in esame la degenerazione utopistica di certa medicina, toccando i problemi più scottanti e attuali della bioetica.
***
Nella presentazione al volume, Giuliano Ferrara dice:
Stanno cercando di dimostrare che l'idea di Dio, causa e scopo del mondo, appartiene all'evoluzione biologica del nostro cervello. Questione di cellule e attività genica, piuttosto che di energia spirituale rivelata nella carità. Il libro di Agnoli è un formidabile antidoto alla sindrome idolatrica

Post 16 - A proposito di....

A proposito delle ultime (purtroppo temo solo in ordine di tempo e che altre ce ne saranno per ogni dichiarazione che contrasta l'incivile pensiero politicamente corretto) critiche rivolte al Santo Padre in riferimento alle famose dichiarazioni sull'utilizzo dei preservativi quale magica panacea per i mali dell'Africa, mi sento in coscienza di poter dire che, se proprio un'accusa si deve levare contro tali affermazioni, questa sia di essere una ovvietà.
Solo una persona totalmente estranea alla realtà può infatti pensare che basti l'uso dei preservativi (argomento su cui mi sono fatto una discreta cultura negli ultimi giorni, anche se - lo ammetto - solo intellettiva, non avendone mai fatto uso) per risolvere il problema del contagio dell'AIDS nel continente africano.
A parte la palese irragionevolezza di questa pretesa (come si evidenzia nei post precedenti) è sfuggito ai feroci critici del Sommo Pontefici che il suo sguardo era sull'uomo nella sua interezza e nella sua prospettiva di rapporto con il Mistero.
Ogni tentativo di affrontare il reale a prescindere da Cristo è un'arrogante e irrealistica pretesa che se non fosse drammatica per le conseguenze che ne derivano (e che sono sotto gli occhi di tutti) risulterebbe tutto sommato comica.

lunedì 30 marzo 2009

Contributi 54 - Su preservativi e AIDS, il Lancet ha la memoria corta

Nel 2000 scrisse che i profilattici aumentano del 15% il rischio di contrarre l’HIV

di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 30 marzo 2009 (ZENIT.org).
Ha destato scalpore e sconcerto l’editoriale "Redemption for the Pope?" pubblicato dalla rivista britannica The Lancet in cui si sostiene che sui preservativi Benedetto XVI “ha pubblicamente distorto le prove scientifiche” al punto che “non è chiaro se l'errore del Papa sia dovuto ad ignoranza o se sia un deliberato tentativo di manipolare la scienza”.
A queste accuse che anche la BBC ha definito “di una virulenza senza precedenti”, il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, non ha voluto replicare.
Alcune risposte che dimostrano la correttezza delle parole del Papa sono state però pubblicate dal quotidiano “Avvenire” e dalla “Radio Vaticana”.
L’aspetto più paradossale della vicenda è che lo studio in cui si dimostra la limitata efficacia del profilattico quale barriera contro l’AIDS è stato pubblicato proprio da The Lancet nel 2000.
La rivista medica britannica scrisse allora che “il rischio di contrarre il virus HIV usando i preservativi durante i rapporti sessuali è nell’ordine del 15%”.
“Avvenire” (25 e 28 marzo) e “Radio Vaticana” (29 marzo) ricordano che proprio nello studio di John Richens, John Imrie, Andrew Copas, dal titolo “Condoms and seat belts: the parallels and the lessons” pubblicata da The Lancet (Volume 355, Number 9201, 29 January 2000), gli autori sostengono che “il senso di sicu­rezza moltiplica i comportamenti a rischio”.
Riccardo Cascioli su “Avvenire” ha spiegato come “nel caso dei preservativi la responsabilità è di chi sostiene sia­no ‘la’ soluzione definitiva del pro­blema, inducendo perciò un senso di falsa sicurezza che moltiplica i rapporti promiscui, principale cau­sa della diffusione della malattia”.
Lo studio pubblicato da The Lancet mostra che in Africa i Paesi dove il preservativo è più diffuso (Zimbabwe, Botswana, Sudafrica e Kenya) sono anche quelli con i tas­si di sieropositività più alti.
“L’effi­cacia del preservativo – concludo­no i ricercatori – è legata soltanto al reale cambiamento dei compor­tamenti a rischio”.
La limitata efficacia del profilattico è stata confermata da altri studi quali quello di Weller S., Davis K., “Condom effectiveness in reducing heterosexual HIV transmission” pubblicato nel 2002 da Cochrane Database of Systematic Reviews e ampiamente citato al­la Conferenza dell’Onu di Rio de Janeiro nel 2005.
Lo studio in questione mostra che l’utilizzo locale non continuato (a volte sì, a volte no) e non appropriato (condom danneggiati, entrati in contatto con fluidi corporei, indossati troppo tardi, ecc.) tipico nei Paesi in via di sviluppo porta ad un efficacia massima dell’87%.
Su una proiezioni di dieci anni questa percentuale porterebbe fra gli utilizzatori "tipici" ad una percentuale di infezione pari al 75-78 %.
Questi risultati sono stati presentati dalla Ward Cates di Family Health International, una Ong statunitense favorevole alla diffusione dei profilattici.
Uno studio presentato nel 1990 sul British Journal of Family Planning mostra che in un test effettuato in Inghilterra nel 52% dei casi, gli utilizzatori del profilattico ne hanno sperimentato la rottura o lo scivolamento.
Ancora su Family Planning Perspective viene citato uno studio di Marga­ret Fishel secondo cui in coppie sposate con un partner sieroposi­tivo, l’uso del preservativo come protezione ha prodotto l’infezione dell’altro partner nel giro di un an­no e mezzo nel 17% dei casi. Perché i preservativi non funzio­nano.
Intervistato da ZENIT, il dott. Marijo Zivkovic, direttore del Centro per la Famiglia di Zagabria (Croazia), ha spiegato che non è affatto vero che il profilattico è un mezzo per prevenire la diffusione del virus dell’HIV.
Come è chiaramente scritto nei libri di testo delle Facoltà di Ginecologia, ha sottolineato il dott. Zivkovic, il profilattico “è un mezzo inefficiente” per prevenire il concepimento, ed è “otto volte più inefficiente nella prevenzione dell’AIDS” perchè una donna “può concepire solo per alcuni giorni ogni mese, mentre può essere infettata ogni giorno”.
Inoltre, ha precisato il direttore del Centro per la Famiglia di Zagabria, la massiccia diffusione di profilattici si basa sulla illusoria e falsa considerazione secondo cui con il condom si può fare “sesso sicuro”, mentre in realtà si sta favorendo la frequenza e la diffusione di “rapporti a rischio infezione”.
Per impedire una maggiore diffusione dell’HIV, il dott. Zivkovic chiede che venga chiarito che il profilattico, se utilizzato con tutte le precauzioni del caso, può al massimo apportare una protezione parziale e incerta.
“Bisogna dire chiaramente – ha ribadito il dottore croato – che anche utilizzando il condom ogni persona rischia di essere infettata dall’HIV”.
“Da un punto di vista scientifico – ha concluso il dott. Zivkovic – la Chiesa ha ragione nel mettere in guardia tutti coloro che pensano che una volta utilizzato il profilattico si è certi di non essere infettati”.

domenica 29 marzo 2009

Contributi 53 - Benedetto XVI ringrazia Dio per la buona riuscita del viaggio in Africa

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 29 marzo 2009 (ZENIT.org).
Pubblichiamo di seguito le parole pronunciate questa domenica a mezzogiorno da Benedetto XVI affacciandosi alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l'Angelus con i fedeli e i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

Cari fratelli e sorelle!
Desidero prima di tutto ringraziare Iddio e quanti, in vario modo, hanno collaborato alla buona riuscita del viaggio apostolico che ho potuto compiere in Africa nei giorni scorsi, ed invoco sui semi sparsi in terra africana l'abbondanza delle benedizioni del Cielo.
Di questa significativa esperienza pastorale mi propongo di parlare più ampiamente mercoledì prossimo nell'Udienza generale, ma non posso non cogliere questa occasione per manifestare l'emozione profonda che ho provato incontrando le comunità cattoliche e le popolazioni del Camerun e dell'Angola.
Soprattutto mi hanno impressionato due aspetti, entrambi molto importanti.
Il primo è la gioia visibile nei volti della gente, la gioia di sentirsi parte dell'unica famiglia di Dio, e ringrazio il Signore per aver potuto condividere con le moltitudini di questi nostri fratelli e sorelle momenti di festa semplice, corale e piena di fede.
Il secondo aspetto è proprio il forte senso del sacro che si respirava nelle celebrazioni liturgiche, caratteristica questa comune a tutti i popoli africani ed emersa, potrei dire, in ogni momento della mia permanenza tra quelle care popolazioni.
La visita mi ha permesso di vedere e comprendere meglio la realtà della Chiesa in Africa nella varietà delle sue esperienze e delle sfide che si trova ad affrontare in questo tempo.
Pensando proprio alle sfide che segnano il cammino della Chiesa nel continente africano, ed in ogni altra parte del mondo, avvertiamo quanto siano attuali le parole del Vangelo di questa quinta domenica di Quaresima. Gesù, nell'imminenza della sua passione, dichiara: "Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv 12,24).
Ormai non è più l'ora delle parole e dei discorsi; è giunta l'ora decisiva, per la quale il Figlio di Dio è venuto nel mondo, e malgrado la sua anima sia turbata, Egli si rende disponibile a compiere fino in fondo la volontà del Padre.
E questa è la volontà di Dio: dare la vita eterna a noi che l'abbiamo perduta.
Perché ciò si realizzi bisogna però che Gesù muoia, come un chicco di grano che Dio Padre ha seminato nel mondo. Solo così infatti potrà germogliare e crescere una nuova umanità, libera dal dominio del peccato e capace di vivere in fraternità, come figli e figlie dell'unico Padre che è nei cieli.
Nella grande festa della fede vissuta insieme in Africa, abbiamo sperimentato che questa nuova umanità è viva, pur con i suoi limiti umani. Là dove i missionari, come Gesù, hanno dato e continuano a spendere la vita per il Vangelo, si raccolgono frutti abbondanti. A loro desidero rivolgere un particolare pensiero di gratitudine per il bene che fanno. Si tratta di religiose, religiosi, laici e laiche. E' stato bello per me vedere il frutto del loro amore a Cristo e constatare la profonda riconoscenza che i cristiani hanno per essi. Rendiamone grazie a Dio, e preghiamo Maria Santissima perché nel mondo intero si diffonda il messaggio della speranza e dell'amore di Cristo.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Saluto con grande affetto i numerosi africani che vivono a Roma, tra cui molti studenti, qui accompagnati da Mons. Robert Sarah, Segretario della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli. Carissimi, avete voluto venire a manifestare gioia e riconoscenza per il mio viaggio apostolico in Africa. Vi ringrazio di cuore. Prego per voi, per le vostre famiglie e per i vostri Paesi di origine. Grazie!
Giovedì prossimo, alle ore 18, presiederò in San Pietro la Santa Messa nel quarto anniversario della morte del mio amato predecessore il Servo di Dio Giovanni Paolo II. Invito a partecipare specialmente i giovani di Roma, per prepararci insieme alla Giornata Mondiale della Gioventù, che sarà celebrata a livello diocesano nella Domenica delle Palme.
Saluto infine i pellegrini di lingua italiana, in particolare i membri del Movimento Apostolico, con l'Arcivescovo di Catanzaro-Squillace, Mons. Antonio Ciliberti; il pellegrinaggio dell'arcidiocesi di Trento, i fedeli provenienti da Barletta, Gallarate, Pordenone, Rosegaferro, Rimini, Jesi, da varie città della Sicilia e dalla parrocchia di San Clemente Papa in Roma. Saluto inoltre la scuola "Montessori" di San Mauro Pascoli e i numerosi gruppi giovanili, come pure le associazioni "Difendere la Vita con Maria" e "Cardio-Salus", che incoraggio nel loro impegno.
Assicuro anche un ricordo nella preghiera per la Giornata Mondiale dell'Autismo, che ricorre il prossimo 2 aprile. A tutti auguro una buona domenica.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]

Contributi 52 - Seguiamo la rotta tracciata da Benedetto XVI

di José Luis Restan
Direttore della programmazione socio-religiosa di Cadena Cope (network radiofonico della Conferenza episcopale spagnola)

In molti settori aumenta la sensazione che la barca della Chiesa si muova troppo. Ci sono voci discordanti, si accumulano le polemiche, il meccanismo non sembra ben oliato e si è aperta la corsa ad umiliare impunemente lo stesso successore di Pietro. C’è qualcosa di vero in tutto questo, sebbene manchi la freddezza, la prospettiva storica e un pizzico d’ironia per pensare che forse è stato sempre così, in un modo o nell’altro.
In ogni caso ultimamente, da destra e da sinistra e sebbene per motivi diversi, si insiste sul vecchio tasto del cambiamento delle strutture. Come se la tempesta attuale si potesse superare riformando la Curia, aggiustando la disciplina ecclesiale, migliorando i procedimenti di selezione dei vescovi, o con un’adeguata strategia di comunicazione. Va da sé che non disprezzo nessuna di queste cose: ognuna ha un suo peso e merita un’attenzione. Ma mi sembra profondamente sbagliato mettere l’obiettivo su di esse, come se lì si giocasse realmente la partita.
La recente lettera del Papa ai vescovi di tutto il mondo sulle ragioni che lo hanno portato a revocare la scomunica ai quattro vescovi ordinati da mons. Lefebvre, pone il problema molto più al fondo.
Benedetto XVI fa una diagnosi che dovrebbe correggere tutte le nostre analisi e priorità: «Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. […] Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più».
Il problema per la Chiesa è questo: Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e così decade la loro stessa umanità con le sue costruzioni.
Lo ha ripetuto il Papa in Africa: «Quando la Parola del Signore […] è ridicolizzata, disprezzata e schernita, il risultato può essere solo distruzione e ingiustizia».
Ciò nonostante Dio entra nella storia degli uomini e «fa la differenza», genera una razionalità, un impulso di costruzione, una libertà e un affetto impensabili, per questo «Dio è il futuro».
La gioia palpabile di Benedetto XVI nel suo viaggio africano si spiega solamente perché lì ha visto una Chiesa viva, che vive di questo e per questo, libera dalle polemiche sterili come quelle che spesso ci distraggono in Occidente.
A bordo dell’aereo hanno chiesto al Papa se proporrebbe alla Chiesa in Africa un esame di coscienza e la conseguente purificazione delle sue strutture. E la sua risposta è stata che naturalmente esiste sempre una necessità di purificazione, ma soprattutto interiore, dei cuori, un nuovo inizio nella presenza del Signore.
Il problema è la fede, priorità unica e assoluta del pontificato, come dimostrano le sue due encicliche e il libro su Gesù di Nazareth. E dire questo è realizzare anche un gesto di governo diretto a tutta la Chiesa, che potrà essere capito e seguito o meno, a tutti i livelli. Questo è già un altro modo di parlare.
La priorità della Chiesa non può essere di aggiustare la sua struttura, cosa che d’altra parte fa senza sosta da venti secoli.
Il problema è comunicare la fede, farla presente come risposta al cuore dell’uomo, creare spazi dove questa fede possa essere incontrata, alimentata e accompagnata, dove si rendano visibili le sue conseguenze sociali e culturali.
Non è un caso che il Papa abbia citato l’immensa figura del vescovo benedettino san Bonifacio: lo impressionano la sua accoglienza della Parola di Dio, il suo amore appassionato per la Chiesa, la sua unità con il successore di Pietro, la sua capacità di generare cultura dalla fede, la sua instancabile creazione di nuove comunità... e così via fino a offrire il suo stesso sangue.
E conclude il Papa: «Paragonando questa sua fede ardente, questo zelo per il Vangelo alla nostra fede così spesso tiepida e burocratizzata, vediamo cosa dobbiamo fare e come rinnovare la nostra fede, per dare in dono al nostro tempo la perla preziosa del Vangelo».
Bisogna incontrare uomini e donne così, bisogna chiederlo al padrone della vigna, bisogna facilitarlo e sperarlo, e soprattutto bisogna seguirli.
Non esiste altra rotta nel mezzo della tempesta.

sabato 28 marzo 2009

Contributi 51 - Ripensare l'economia sul primato della persona e del lavoro

CITTA' DEL VATICANO, sabato, 28 marzo 2009 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo di seguito l'articolo del Cardinale Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, apparso su “L'Osservatore Romano”.
* * *
La profonda crisi finanziaria manifestatasi nell'autunno scorso e della quale è ancora difficile valutare la gravità degli sviluppi economici e sociali, può essere occasione positiva per ripensare l'assetto globale dell'economia e della finanza. Va in questa direzione l'apprezzabile iniziativa del Governo italiano di inserire, per la prima volta, fra le tappe di avvicinamento al g8 che si terrà nel mese di luglio del 2009, anche uno speciale summit sociale del g8 stesso, che si apre questa domenica 29 marzo.
In modo particolare, merita attenta considerazione il tema scelto per questo summit sociale: «La dimensione umana della crisi: provvedere alla persona, ripartire dalla persona». Questo perché se lo sconquasso della finanza si riverbera in definitiva sul sistema economico e quindi sulle persone concrete inserite nel loro ambito familiare, anche la reazione non può essere suscitata che dalle persone concrete.
Ciò comporta provvedere alla persona salvaguardando la sua dignità con l'adattamento dei sistemi di welfare; ripartire dalla persona creando le condizioni per la nascita di nuove opportunità di lavoro. Temi, questi, che stanno a cuore alla Chiesa e che sono al centro del suo insegnamento sociale.
Alla radice della dottrina sociale troviamo il principio della dignità della persona. Esso deriva dal fatto che la persona umana in quanto centro e vertice di tutto ciò che esiste sulla terra è il fine di tutte le istituzioni sociali. Pertanto, il rispetto della persona umana si pone quale pilastro fondamentale per la strutturazione della società stessa, essendo la società finalizzata interamente alla persona (cfr. Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, capitolo terzo).
In tempo di turbolenze economiche, vanno quindi rinforzati e rinnovati i sistemi di protezione sociale della persona umana, affinché essa possa godere dei suoi diritti fondamentali messi in pericolo dalle turbolenze stesse. A questo fine, il confronto fra le diverse misure messe in atto dai diversi sistemi di sicurezza sociale sarà senz'altro di grande utilità e potrà divenire fonte di politiche sociali nazionali più efficienti, adatte alle difficili circostanze attuali, senza cadere in forme deteriori di assistenzialismo (cfr. Centesimus annus n. 48).
L'importanza del lavoro, che è all'origine della moderna dottrina sociale della Chiesa, offre, poi, un ulteriore elemento di sintonia con il summit in programma. Anche oggi, il lavoro è la chiave della questione sociale divenuta, ai nostri giorni, questione globale. Infatti, il lavoro, riconosciuto ed apprezzato, è la chiave perché la singola persona possa uscire in modo sostenibile dalla povertà, oramai in agguato anche per intere categorie di famiglie che prima del manifestarsi della crisi potevano sentirsi al sicuro.
È il lavoro la causa efficiente dello sviluppo. Dal lavoro occorre partire per soddisfare la necessità di produrre beni in quantità sufficiente, di qualità adeguata, usando in modo efficace le risorse tecniche e materiali.
In definitiva, è l'uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro e la tecnica, ed è solo dall'impegno lavorativo che l'economia può rimettersi in marcia.
Ma non è solo sul piano della dottrina, delle idee, che la Chiesa può portare il suo contributo per trovare vie di uscita dalla crisi.
La prossimità delle strutture ecclesiali alle persone e alle famiglie, in modo speciale ai poveri, può essere messa a profitto immaginando e mettendo in atto in modo creativo sinergie con le iniziative promosse dagli apparati politici, sia nel campo del welfare sia in quello del lavoro.
La crisi, come detto, può essere occasione di ripensare l'assetto del sistema economico e finanziario globale, di portare a termine quella revisione della governance globale sulla quale da anni, a diversi livelli, si va ragionando.
Del resto, la necessità di questa revisione è resa manifesta dall'emergere di questioni venute alla luce con la globalizzazione, tra le quali le migrazioni, la questione ambientale, quella fiscale; tutte questioni che non trovano sufficienti piattaforme di confronto a livello globale.
Sul piano dei principi ispiratori di quello che si potrebbe definire un restauro, se non un rifacimento, dell'architettura della governance internazionale, la Chiesa si sente di poterne proporre alcuni, valendosi della sua esperienza nel campo della fraternità fra i popoli e le nazioni. Primo fra tutti quel bene comune universale, teorizzato da Giovanni xxiii nella Pacem in terris. Se la comprensione del concetto non è forse immediata, specie in ambito non cristiano poiché esso presuppone una visione universale tendente a considerare l'umanità come riunita in una famiglia, senza un riferimento ad esso anche concetti oramai in uso nell'ambito internazionale come quello dei global public goods non possono essere colti nel loro senso più profondo.
Ecco dunque le parole della Pacem in terris che ci piace richiamare: «L'unità della famiglia umana è esistita in ogni tempo, giacché essa ha come membri gli esseri umani che sono tutti uguali per dignità naturale. Di conseguenza esisterà sempre l'esigenza obiettiva all'attuazione, in grado sufficiente, del bene comune universale, e cioè del bene comune dell'intera famiglia umana» (n. 69).
Per la rivisitazione della governance globale gioverà, inoltre, ribadire che lo spirito della cooperazione internazionale nel campo economico e finanziario e dello sviluppo, richiede che, al di sopra della stretta logica del mercato, vi sia consapevolezza di un dovere di solidarietà. La solidarietà, infatti, è centrale nella riorganizzazione del tessuto di un'economia mondiale che, come dimostra in negativo l'attuale crisi, si interseca sempre più.
La solidarietà è anche favorire una maggiore partecipazione ai processi decisionali tanto dei Governi dei Paesi sviluppati, quanto di quelli in via di sviluppo, tanto delle organizzazioni internazionali, quanto della società civile in generale.
In questa prospettiva, nel campo della riorganizzazione della governance in vista di una più efficace lotta alla povertà, va riaffermato anche il principio della sussidiarietà, grazie al quale è possibile stimolare lo spirito d'iniziativa, base fondamentale di ogni sviluppo socioeconomico, negli stessi Paesi poveri, perché a questi si possa guardare non come ad un problema, ma come a soggetti e protagonisti di un futuro nuovo e più umano per tutto il mondo (cfr. Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 449).
Infine, la riformulazione della governance dell'economia globalizzata — che non dovrà trascurare anche gli aspetti finanziari e fiscali, come da più parti e da più tempo si sottolinea — non avrà basi solide se non si fonderà sul principio della responsabilità. Questa responsabilità per gli organismi internazionali a essa preposti, si traduce in trasparenza, in accountability, in coerenza e coordinamento fra di loro e nei confronti sia dei Governi sia della società civile.
Proprio in questa luce, è decisamente positivo l'aver associato al summit sociale del g8 anche l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e il Fondo monetario internazionale, oltre che l'Organizzazione internazionale del lavoro, e averlo fatto in modo sostanziale oltre che formale. Avendo assegnato ai responsabili dei tre organismi l'incarico di trattare, ognuno nella prospettiva delle rispettive istituzioni, dei risvolti umani e sociali della crisi finanziaria, è chiaro l'intento del Governo italiano di sottolineare l'imprescindibile esigenza di salvaguardare la coesione sociale, che è una condizione essenziale della sicurezza democratica e compito primario dei singoli Stati. L'attuale crisi economica e finanziaria costituisce, infatti, una grave minaccia a tale coesione, a causa delle dimensioni crescenti del divario fra ricchi e poveri di ogni Paese, ricco o povero che sia.
Da qui, dunque, la necessità di confronto e studio, a livello globale, di strategie in grado di combattere la povertà e l'esclusione sociale. Insomma, la pace, anche la pace sociale, «trova il suo fondamento nell'ordine razionale e morale della società... si fonda su una corretta concezione della persona umana e richiede l'edificazione di un ordine secondo giustizia e carità» (Compendio della dottrina Sociale della Chiesa, 494).
[L'OSSERVATORE ROMANO - Edizione quotidiana - del 29 marzo 2009]

Contributi 50 - pausa di riflessione


Un invito al silenzio per ascoltare Lui,
la sua Parola,
per riflettere su quello
che avviene nel mondo,
che tanto sconcerta
le nostre coscienze.
Orecchie aperte per altre parole,
per altri messaggi,
per altri inviti.
da MM (Gruppo Oremus)

venerdì 27 marzo 2009

Contributi 49 - Giampaolo Pansa sta col Papa

Un Papa solitario, un Papa anti-moderno, un Papa che non è più seguito nemmenodai cattolici: più i giorni passano e più i giornali cercano di dipingere e confermare la figura di un Benedetto XVI lontano dal mondo e dalla Chiesa. D’altronde si sa: quando si decide che una persona non è bene accetta nel giro della grande opinione pubblica, per lui non c’è più speranza.
Giampaolo Pansa questo lo sa. Lui che non è certo tacciabile di clericalismo, e che nemmeno condivide molte delle cose che il Papa dice, conosce però alla perfezione questo clima da pubblica accusa nei confronti di chi non si allinea al pensiero generale, alla vulgata dominante intorno a certi argomenti. E non esita a ravvisare, nei confronti di Ratzinger, questo stesso atteggiamento.

da www.ilsussidiario.net

Pansa, c’è dunque secondo lei il rischio di un generale diffondersi di un “pensiero unico”, soprattutto nei giornali, corredato da un catalogo precostituito di simpatici e antipatici (tra cui questo Papa)?
Questo rischio c’è sempre, non solo nei confronti del Papa. Se poi parliamo in particolare dei giornali italiani è una cosa che avviene normalmente, perché i nostri quotidiani sono animati da una faziosità che è sempre più stupefacente. E non sto parlando dei giornali di partito, bensì dei giornali che dovrebbero essere di informazione, i quali invece prima del dovere di informare sentono un altro dovere, sbagliato e intossicato, che è quello di esprimere sempre opinioni, dicendo chi è buono e chi è cattivo, chi è bello e chi è brutto.

E sul Papa in particolare che atteggiamento c’è secondo lei?
Per quanto riguarda il Papa naturalmente siamo tutti un po’ influenzati dalle ultime polemiche su quanto egli ha detto in Africa, a proposito della diffusione dell’Aids e dell’utilità o meno dell’uso del preservativo. Io, che pure non ho nessuna esperienza in tema di medicina e di Aids, penso che comunque l’uso del preservativo sia utile. Certo non è la soluzione del problema, e prova ne è il fatto che l’Aids non sia stato sconfitto: non ci sarebbe nulla di più facile che diffondere preservativi in quantità enormi in tutto il mondo, e se bastasse quello l’Aids non ci sarebbe più. Invece questo male c’è ancora, non solo in paesi poveri come quelli africani, ma anche in quelli evoluti come quelli occidentali. Quindi di certo il preservativo non basta.

E Ratzinger, in realtà, non ha detto una cosa molto diversa da questa. Ma allora le chiedo: perché tante reazioni così scomposte nei suoi confronti?
Perché è una persona franca, che parla con chiarezza. Ogni Papa, come anche ogni capo di Stato (anche se qui stiamo parlando di un personaggio che ha molto più peso in quanto capo della Chiesa cattolica, che va oltre le nazioni e in più coinvolge la vita delle persone e le tocca nel profondo, negli atteggiamenti e nei comportamenti) il Papa, dicevo, ha una propria personalità, diversa da quella di tutti gli altri Papi. A me, confesso, la franchezza di Ratzinger piace, seppure spesso io non condivida le sue conclusioni. È meglio avere un pontefice che parla chiaro che uno troppo cauto nel manifestare il proprio pensiero. Proprio per questo motivo, non mi stupisco che poi susciti delle reazioni. E mi sembra anche giusto che succeda; in fondo basta aspettare che passi il momento della polemica più aspra. Anche i cattolici devono evitare di scandalizzarsi, dicendo che il Papa è stato offeso: eviterei di parlare della cosa in questo modo.

Quindi è positivo che nascano polemiche…
Diciamo che il fatto di parlare con chiarezza, e quindi di suscitare polemiche per quello che dice, è una cosa che fa sicuramente onore a Benedetto XVI. Io personalmente sono abituato a suscitare polemiche, con i miei libri. Ma è meglio suscitare polemiche che indifferenza. E questo per chi pensa che il Papa sia una personalità utile al mondo (usiamo pure questi termini forse un po’ banali) dovrebbe essere un fatto positivo.

In realtà l’aggettivo “utile” è molto pertinente: significa che vale la pena per tutti ascoltare quello che dice, anche per i laici?
Certo, e guai se non fosse così. Un vero laico non può che guardare con attenzione quello che dice Benedetto XVI; poi può condividere o non condividere. Ma il laico che si infastidisce perché il Papa esprime la sua posizione, diventa un personaggio ridicolo. Anzi, semplicemente non è più un laico.

Torniamo ai giornali: perché è così difficile parlare di quello che accade, e si punta tutto su opinioni e interpretazioni?
Io penso che i giornalisti dovrebbero innanzitutto raccontare ai loro lettori quello che succede. E poi, se i lettori lo desiderano, fornire un commento. Invece in tante testate italiane si è capovolto questo principio: prima si commenta, e poi, se resta spazio, si dice quello che è successo. È una malattia terribile, anche se una malattia vecchia. Io ho scritto due libri su questo: nel ’77 “Comprati e venduti”, e poi nell’86 “Carte false”: ebbene, da allora ad oggi la situazione è enormemente peggiorata. Poi, più i giornali sono grandi e più si sentono obbligati ad essere i portatori di una bandiera politica. Il caso più evidente è quello di Repubblica.

Che non a caso è il giornale che ha condotto e conduce più di ogni altro la polemica sul Papa…
Ha spiegato bene la cosa, in un editoriale sul Riformista, Andrea Romano, il quale ha parlato della «pedagogia autoritaria» che questo giornale cerca di operare. In fondo è l’unico vero giornale di partito che è rimasto in Italia. Ma forse non si rendono conto che, continuando ad esporre questo “pensiero unico”, poi alla fine i lettori si stancano. Non a caso, come ho visto di recente nelle statistiche per altro pubblicate dall’Unità, Repubblica è il giornale che perde di più, anno dopo anno. I lettori, in fondo, si stancano di vedere la vignetta di Elle Kappa che nei giorni pari è contro Berlusconi, e nei giorni dispari contro il Papa.

Alzano il tono della polemica faziosa per avere più lettori, e invece li perdono?
C’è una cosa anche peggiore di questa, che si vede ancora nelle critiche fatte a Benedetto XVI sulla questione dell’Aids, e cioè che c’è una sorta di concetto superbo del proprio mestiere. Non è solo la ricerca del clamore per attrarre lettori – che poi, appunto, non serve – ma è un’idea sbagliata del proprio mestiere per cui ci si concepisce come i “superman” dell’opinione pubblica italiana. Non per nulla, ora che in particolare l’opinione pubblica di sinistra è molto acciaccata e non sa più come riprendersi, si rifugiano allora nel dire che non esiste più un’opinione pubblica in Italia. Invece non è assolutamente così: una delle cose positive di questo Paese, nonostante tutto, è che ci sono molte opinioni pubbliche. Quindi, in conclusione, io sono per un giornalismo diverso: energico, coraggioso, ma che sappia distinguere le proprie opinioni da quello che accade nella realtà.

(Rossano Salini)

mercoledì 25 marzo 2009

Contributi 48 - Analisi di una conversione

Sergio, del gruppo Oremus, mi ha fatto pervenire tempo fa questa riflessione, che oggi mi è tornata sotto gli occhi e che pubblico:

Cari fratelli e sorelle in Cristo, spiegare la conversione di una persona è misterioso, in essa c'è un qualcosa di trascendente e di inspiegabile. In queste poche righe provo a dare una risposta con l'aiuto dello Spirito Santo.

Io sono o non sono un prodigo?
Quando il cuore si chiude in se stesso, emarginandosi dagli altri e da Dio, diventa il cuore del prodigo. L'aria di casa infastidisce chi ha il cuore guasto e intossicato dall'egoismo, dall'amor proprio, dalla superbia, dall'orgoglio, dall'arroganza, o dalla presunzione di essere il fautore della propria libertà e della propria storia.
E' allora che io sono il prodigo.
Mi comporto da prodigo. Respiro da prodigo. Guardo da prodigo. Cammino da prodigo. Mi diverto da prodigo. Dissipo le migliori energie del mio essere in cose relative da prodigo. Scialacquo da prodigo. Bestemmio da prodigo. Combatto il Totalmente Altro da prodigo. Sono abbandonato da tutti perché ho fallito anche da prodigo. La fame mi dilania perché prodigo. La sfortuna mi perseguita perché prodigo. La coscienza scoppia perché prodigo. Il rimorso mi afferra e mi frantuma perché prodigo.
La volontà di riprendere la via del ritorno imprigiona il prodigo che è in me.
La volontà di ritornare al luogo di partenza, finalmente vince la ribellione del prodigo esaurito insieme alle sue sostanze e velleità.
Il dovere di ripristinare il ruolo di figlio, abbandonato per affermare i diritti del prodigo, sconfigge il diritto alla libertà per la libertà che ha distrutto la grandezza del prodigo.
L'essere senza dovere essere, che ha infranto a suo tempo la dipendenza dall'amore paterno e della famiglia, risorge come voce della coscienza.
Rientro in me stesso per abbandonare gli abiti del prodigo r rivestire gli abiti del diseredato: " Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno d'essere chiamato tuo figlio, trattami come uno dei tuoi servi" (Lc.15,18-19).
" E mentre ancora stava lontano, suo padre lo vide e se ne impietosì, e correndogli incontro, gli si gettò al collo e lo baciò teneramente" (Lc.15,20).
La strada del ritorno è la stessa dell'andata.
La differenza, invece, sta nell'anima di chi la percorre nell'andata e nel ritorno.
Qualcosa di profondamente mutato è dentro il prodigo.
Nell'andarsene egli volta le spalle al padre e alla casa; nel ritornare, al contrario, volta le spalle sia al suo passato, sia alle ragioni di autonomia, di indipendenza, di libertà assoluta, e molte altre cose, onde riscoprire il volto del padre e l'accoglienza della casa rimasti intatti ad attenderlo con amore e pazienza, senza rinchiudersi mai in un giudizio o in un comportamento di condanna.
L'atteggiamento del padre non appartiene alle categorie morali o ai paradigmi psicologici di coloro i quali concepiscono l'uomo cattivo sempre cattivo e l'uomo buono sempre buono, essendo privi di quell'amore redentivi che sa distinguere il peccato dal peccatore, l'errore dall'errante, la debolezza dalla tensione interiore verso la perfezione, e la capacità di ritornare sui suoi passi, ossia il potere di convertirsi alla verità sconfessata, di ritornare a Cristo Gesù, alla Chiesa, al Vangelo,di diventare gioioso testimone seguendo la maniera di farsi uomo del Figlio di Dio.
" Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi" (Gv.13,34).
Si ritorna per essere non per avere.
Per essere partecipi del regno di Dio in terra, accettando di confessare e di testimoniare le opere di Gesù, sempre e ovunque senza vergogna, senza paura fino alla fine del mondo, sino agli estremi confini della terra, a servizio dell'uomo visto con gli occhi di Dio, Padre nostro.
" Presto, tirate fuori la veste migliore e indossategliela, mettetegli un anello al dito e sandali ai piedi, portate il vitello ingrassato, ammazzatelo e facciamo festa con un banchetto, perché questo figlio mio era morto ed è risuscitato, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa" (Lc.15,22-24).
Lo stupore deve accompagnare sempre ogni opera dell'amore di Dio, soprattutto quando si tratta di un'opera dello Spirito in cui Dio ha il cuore di un Padre e il figlio ritorna a comprendere la grazia di essere figlio di Dio in Gesù Cristo.
L'atteggiamento invidioso del fratello maggiore, che si considera sottovalutato, dimenticato, quasi inferiore a chi ritorna dopo essersela goduta secondo lo spirito del mondo, apre la riflessione sullo stato di grazia di molti seguaci autentici, ma che manca loro l'intelligenza di capire l'amore del Buon Pastore, la comprensione del Padre, l'umanità del cuore, l'invito a partecipare non a stare passivi nella Chiesa, mentre Gesù muore e risorge per la salvezza di tutti gli esseri umani."
Il Signore è il tuo custode, il Signore è sempre ombra che ti copre, e sta alla tua destra".Amen,alleluia,amen.
Sergio.

Ha detto 11 - Ciò che decide

Nel cristiano ciò che decide tutto,
assolutamente tutto (essere, pensiero, azione)
è se Dio-Amore fedele è percepito come la Realtà
e sta dentro l'esistenza come l'unica Realtà.
Tutto il resto viene come conseguenza


Romano Guardini

Contributi 47 - Il cavetto di trasmissione

Don Luciano mi trasmette questo bel testo semplice ma profondo che mi ha fatto riflettere e che propongo a voi tutti:

Due piccole luci. Sono bastate qualche tempo fa a rendere la nostra automobile completamente inutilizzabile. Per farla breve: la piccole luci di posizione della nostra automobile erano rimaste accese gran parte del giorno e, per errore, anche la notte. La batteria era alquanto malandata già di suo e quando - il giorno dopo - ho tentato di usare l'automobile, il rantolo del motorino di accensione mi urlava: "Non ho nessuna intenzione di funzionare!" Due piccole luci aveva scaricato completamente la batteria!
Fortunatamente il nostro vicino aveva i cavetti con le pinze per connettere due batterie. E' bastato attaccarli alla sua automobile e quei meravigliosi cavetti hanno fatto passare tutta quell'energia di cui aveva bisogno la nostra vecchia batteria semiscarica per riparire di nuovo!
Che cosa ci vuole per far ripartire una batteria stanca e scarica?
Che ci sia un passaggio di energia - tramite i cavetti - da una batteria carica a una scarica, in modo che quest'ultima venga rivitalizzata. E che cosa ci vuole per far ripartire una persona stanca e scarica? Delle persone che facciano da "cavetto", e che immettano in loro l'energia che li ravviva.

Sono certo che tu conosci qualcuno che in questo momento ha le batterie completamente scariche - dal punto di vista emotivo, o mentale, forse spirituale, e persino fisico.
Quando girano la chiave non parte niente, il motore rantola - perché le loro battaglie, le loro responsabilità, le sberle della vita li hanno lasciati esausti. Ed è per questo che Dio ci ha dati l'uno all'altro. Per essere dei cavetti di energia gli uni per gli altri, quando percepiamo che qualcuno che ci sta a cuore si sente giù.
Se ti guardi intorno, potrai vedere tutti i giorni qualcuno che ha bisogno di una "scarica" di energia che li faccia ripartire dal punto di vista emotivo o spirituale.

C'è un meraviglioso esempio di questo nella Parola di Dio, e precisamente in 2 Timoteo 1, 15-17. E' stata l'ultima lettera che l'apostolo Paolo è riuscito a scrivere. Era lontano da quasi tutti i suoi amici, alcuni collaboratori fidati lo avevano lasciato, era prigioniero a Roma, e sapeva che non avrebbe mai lasciato vivo quella città: l'ordine di ucciderlo sarebbe potuto arrivare da un momento all'altro. E infatti arrivò. Ed ecco farsi avanti un eroe sconosciuto dal nome difficile di Onesìforo, mandato da Dio per essere il cavetto di energia che avrebbe aiutato il grande apostolo ad andare avanti fino al martirio. Leggi questa testimonianza di Paolo e comincia a pensare come anche tu possa diventare un cavetto di energia per qualcuno che conosci: «Tu sai che tutti quelli dell'Asia, tra i quali Fìgelo ed Ermègene, mi hanno abbandonato. Il Signore conceda misericordia alla famiglia di Onesìforo, perché egli mi ha più volte confortato e non s'è vergognato delle mie catene; anzi, venuto a Roma, mi ha cercato con premura, finché mi ha trovato».

Quando vuoi diventare uno dei cavetti di trasmissione di Dio, ti svegli la mattina e preghi: "Signore, aprimi gli occhi per vedere qualcuno che oggi ha bisogno di me". E ti guardi intorno, te li vai a cercare se necessario - come Onesìforo è andato a cercarsi Paolo -, telefoni a quella persona che ha bisogno di essere incoraggiata, gli scrivi una lettera, un sms, vai a trovarlo, o ti fermi con lui e gli dedichi il tuo tempo. Spesso dovrai fare dei sacrifici, perché hai un mucchio di cose da fare. Ma non c'è niente di più importante da fare che essere dei cavetti di trasmissione dell'amore di Gesù verso qualcuno che è completamente scarico.
La tua fiducia nel loro valore e nelle loro capacità può innescare di nuovo la fiducia in loro stessi. Il tuo credere in loro può rinvigorire il coraggio che hanno perso, in modo che tornino in campo per un'altra partita. Il tuo ricordar loro quanto importanti sono agli occhi di Dio e tuoi può essere la scintilla spirituale di cui hanno bisogno per ripartire di nuovo. La tua gioia ha la forza di accendere la loro. La tua preghiera contagerà la loro.

Magari pensi: "Bello! Ma sono io quello che ha bisogno di essere innescato!" Perché continui a guardarti addosso? Perché continui a pensare ai tuoi pesi, ai tuoi problemi, alle tue emozioni? La miglior maniera per uscire dalla fossa è andare incontro a qualcuno e aiutarlo a uscire dalla sua. La Parola di Dio, nel libro dei Proverbi 11, 25 dice: «La persona benefica avrà successo e chi disseta sarà dissetato».

Pensaci: tu hai quello di cui una persona oggi ha bisogno per ripartire di nuovo. Non limitarti a passargli accanto senza far niente. "Signore, aprimi gli occhi per vedere qualcuno che oggi ha bisogno di me". Questa è la preghiera che farà di te il cavetto di trasmissione dell'energia di Dio a qualcuno che non può andare avanti senza di essa. Tu oggi sei quel cavetto che Dio si è scelto per trasmettere la Sua forza!

Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto

Se il testo vi è piaciuto potete iscrivervi anche voi gratuitamente alla mailing-list:
http://www.lbreda.com/incontri/?pag=2

martedì 24 marzo 2009

Contributi 46 - Liberi per vivere !!!

20/03/2009

“Liberi per Vivere”: è questo il titolo del Manifesto presentato questa mattina a Roma dall’Associazione Scienza & Vita, dal Forum delle Associazioni familiari e da Retinopera.
Il contenuto del Manifesto, mediante il quale viene lanciata una grande opera di coscientizzazione popolare sul tema della fine della vita, è stato illustrato da Maria Luisa Di Pietro (copresidente di Scienza & Vita) e ha ottenuto il sostegno convinto e immediato dei presidenti delle altre due “reti”: Giovanni Giacobbe (Forum) e Franco Pasquali (Retinopera).
L’obiettivo di questa operazione culturale è quello di raggiungere tutto il mondo cattolico italiano, innanzitutto attraverso le parrocchie e i gruppi ecclesiali, in vista della costruzione di un giudizio comune attorno alle grandi domande che accompagnano la fine della vita.
Ma per fare questo è necessario il coinvolgimento di tutte le espressioni del laicato cattolico.
A tal fine, è stata già raccolta l’adesione convinta e consapevole di tutto il mondo delle associazioni, dei movimenti e delle nuove realtà ecclesiali italiane.
Il Manifesto, infatti, è già stato sottoscritto da oltre trenta presidenti, anche in rappresentanza di categorie che sono già in prima linea nella difesa della vita.
Oltre alle tre reti promotrici, sino ad ora hanno già aderito: Azione cattolica, Cl, Acli, Mcl, Mpv, RnS, Cammino Neocatecumenale, Comunità di Sant’Egidio, Coldiretti, Famiglie nuove, Ugci, Acos, Amci, Aris, Cnal, Cif, Conf. Naz. Consultori d’ispirazione cristiana, Copercom, Fuci, Meic, Unitalsi, Age, Agesc, Csi, Ucfi, Icra, Confed. Naz. Misericordie, Vivere In, Federazione Nazionale Società di San Vincenzo De Paoli, Ucid, e altri si stanno aggiungendo.
Dunque un grande momento unitario, di popolo, che prelude all’esplosione di migliaia di iniziative su tutto il territorio italiano.
Si tratterà innanzitutto di momenti di catechesi sulla vita, ovvero di profondo discernimento cristiano, ma anche incontri, eventi e confronti pubblici.
Anche in questa occasione la fantasia e la partecipazione del popolo cristiano farà la differenza.
In ogni caso - è stato ribadito nel corso della conferenza stampa – non mancherà il confronto e il dialogo con i non credenti che condividono il rispetto per la vita in ogni sua fase, dal concepimento alla morte naturale.
Ecco il testo integrale del Manifesto

amare la vita, fino alla fine

L’uomo è per la vita.
Tutto in noi spinge verso la vita, condizione indispensabile per amare, sperare e godere della libertà.
Il dramma della sofferenza e la paura della morte non possono oscurare questa evidenza.
Chi sta male, infatti, chiede soprattutto di non essere lasciato solo, di essere curato e accudito con benevolenza, di essere amato fino alla fine. Anche in situazioni drammatiche, chiedere la morte è sempre l’espressione di un bisogno estremo d’amore; solo uno sguardo parziale può interpretare il disagio dei malati e dei disabili come un rifiuto della vita. Persino nelle condizioni più gravi ciò che la persona trasmette in termini affettivi, simbolici, spirituali ha una straordinaria importanza e tocca le corde più profonde del cuore umano.
Certo, la possibilità di levar la mano contro di sé, di rinunciare intenzionalmente a vivere, c’è sempre stata nella storia dell’umanità; ma in nessun popolo è esistita la pretesa che questa tragica possibilità fosse elevata al rango di diritto, di un “diritto di morire”, che il singolo potesse rivendicare come proprio nei confronti della società.
La persona umana, del resto, si sviluppa in una fitta rete di relazioni personali che contribuiscono a costruire la sua identità unica e la sua irripetibile biografia. Troncare tale rete è un’ingiustizia verso tutti e un danno per tutti.
Teorizzare la morte come “diritto di libertà” finisce inevitabilmente per ferire la libertà degli altri e ancor più il senso della comunità umana.
Per chi crede, poi, la vita è un dono di Dio che precede ogni altro suo dono e supera l’esistenza umana; come tale non è disponibile, e va custodito fino alla fine.
Esistono malattie inguaribili, ma non esistono malattie incurabili: la condivisione della fragilità restituisce a chi soffre la fiducia e il coraggio a chi si prende cura dei sofferenti.
La vera libertà per tutti, credenti e non credenti, è quella di scegliere a favore della vita, perché solo così è possibile costruire il vero bene delle persone e della società.
Per questo sentiamo di dover dire con chiarezza tre grandi SÌ:
Sì alla vita
Sì alla medicina palliativa
Sì ad accrescere e umanizzare l’assistenza ai malati e agli anziani
e tre grandi NO
No all’eutanasia
No all’accanimento terapeutico
No all’abbandono di chi è più fragile
Come cittadini sappiamo che la nostra Costituzione difende i diritti umani non già come principi astratti, ma come il presupposto concreto della nostra vita che è nello stesso tempo fisica e psichica, privata e pubblica.
Mai come oggi la civiltà si misura dalla cura che, senza differenze tra persone, viene riservata a quanti sono anziani, malati o non autosufficienti.
Occorre in ogni modo evitare di aggiungere pena a pena, ma anche insicurezza ad insicurezza. Chiediamo che le persone più deboli siano efficacemente aiutate a vivere e non a morire, a vivere con dignità, non a morire per falsa pietà.
Solo amando la vita di ciascuno fino alla fine c’è speranza di futuro per tutti.

Maria Luisa Di Pietro
Bruno Dallapiccola
Giovanni Giacobbe
Franco Pasquali

Contributi 45 - Giorgio Bocca, il nazismo di ritorno

I mostri del Cottolengo
di Gianfranco Amato www.culturacattolica.it
sabato 21 marzo 2009

Raramente sono state scritte parole tanto infamanti contro la dignità dell’essere umano come quelle apparse sull’ultimo numero de “L’Espresso” a firma Giorgio Bocca.
Parole con cui l’impietosa penna laicista si scaglia contro il «culto della vita a ogni costo che lascia perplessi i visitatori della Piccola casa della divina Provvidenza, la pia istituzione del Cottolengo, dove tengono in vita esseri mostruosi e deformi».
Parole degne delle farneticazioni eugenetiche di Karl Binding, di Alfred Hoche, di Heinrich Wilhelm Kranz (quello per cui gli “esseri mostruosi e deformi” di Bocca erano «veri e propri parassiti, scorie dell'umanità»), o dei coniugi Myrdal (quelli che nella Svezia socialdemocratica propugnavano l’eliminazione delle persone «difettose», cioè degli esseri umani «di tipo B») o dei deliri di Marie Stopes.
Non si comprende davvero questo ignobile attacco ad una delle più alte e sublimi espressioni di amore per l’Uomo che la civiltà occidentale sia riuscita a raggiungere grazie all’opera ostinata ed indefessa di un prete diventato santo: Giuseppe Benedetto Cottolengo.
Non stupisce però da chi provenga l’attacco.
Se una “attenuante” si può concedere al cinico e sprezzante giudizio di Bocca è la coerenza del suo autore. Il Giorgio Bocca che si è scagliato contro gli esseri mostruosi e deformi del Cottolengo è infatti lo stesso Giorgio Bocca che il 14 agosto 1942 scriveva su «La Provincia grande - Sentinella d'Italia - Foglio d'ordini settimanale della Federazione dei Fasci di Combattimento di Cuneo» (Anno II, numero 33, 14 agosto 1942, XX E. F.): «A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l'idea di dovere in un tempo non lontano essere lo schiavo degli ebrei? (…) Sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell'Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù».
Ancora una volta – come spesso accade per questo esimio giornalista – l’ideologia ha prevalso sull’intelligenza.
Proprio un briciolo di intelligenza – oltre che di buon gusto – avrebbe evitato a Bocca di farsi rinfacciare il suo vergognoso passato razzista ed eugenetico.
Noi sappiamo che a liberare l’uomo dalla spietata logica spartana del Monte Taigeto (matrice dell’eugenetica nazionalsocialista), e dalla barbara crudeltà verso tutti i più deboli, gli ultimi, i paria, gli incurabili della Terra è apparso nella Storia dell’umanità il cristianesimo. L’antidoto a quella barbara crudeltà si chiama amore. E’ quella carità cristiana che pare ancora sconosciuta a vari Bocca.Non siamo così ingenui, però, da non capire che anche questo infausto intervento de “L’Espresso” si inserisce in un’evidente strategia manipolativa dell’opinione pubblica finalizzata a sdoganare l’eutanasia come una normale procedura medica per ridare “dignità” alla vita umana.
Noi ci batteremo con tutte le forze per evitare che nella cultura del nostro Paese possano trovare spazio follie giuridiche come la «Legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie» (14 luglio 1933) o la legge per «La salvaguardia della salute ereditaria del popolo tedesco» (8 ottobre 1935), o tutti gli altri abominevoli provvedimenti normativi (tanto cari alla cultura di Bocca) che nella Germania nazista hanno concesso la “Gnadentod” (morte per grazia) a migliaia di quegli “esseri mostruosi e deformi” che invece venivano – e vengono ancora oggi – amorevolmente accuditi nel Piccola Casa della Divina Provvidenza.
E finché nel nostro Paese la ragione continuerà a prevalere contro i veri mostri, le aberrazioni eugenetiche resteranno, fortunatamente, soltanto un disgustoso piacere intellettuale per tutto coloro che la pensano come Bocca.

Contributi 44 - Perchè il Papa non sbaglia

Mario Mauro

Un viaggio lungo e difficile per portare nel cuore dell’Africa, piegata da povertà, conflitti e malattie, una nuova speranza. Durante la sua undicesima visita pastorale, Papa Benedetto XVI ha fatto ascoltare all’intera comunità internazionale un ragionamento illuminato sull’attuale situazione africana. Un discorso che non ha lasciato in ombra gli aspetti legati alle contraddizioni che ancora affliggono il grande continente, in affanno per le difficoltà sociali, politiche ed economiche, ma soprattutto antropologiche.
Con uno sguardo di vicinanza e di amore nei confronti di chi soffre, con la sua mano tesa verso i poveri e i malati, con un messaggio universale capace di generare un approccio integrale ai problemi del continente africano, il Papa ha gettato le basi perché sia costruito un ponte di riconciliazione tra nord e sud del mondo.
Ha ribadito che le ingiustizie sono inaccettabili, che si dovrà lavorare per uno sviluppo etico delle risorse, facendosi, quindi, portavoce dei poveri che «chiedono una conversione profondamente convinta e durevole dei cuori alla fraternità». Un messaggio di questo tipo poteva essere portato solo da chi per vocazione e per volontà non sta a guardare i problemi, ma è accanto alla popolazione africana, grazie alla dedizione senza riserve di quanti donano la propria vita per il riscatto dei più deboli.
Di fatto pur avendo il Papa toccato nel corso del suo viaggio i temi e le sfide più urgenti per questo continente, i media internazionali hanno insistito quasi unicamente sulla questione del preservativo, banalizzando la stessa piaga dell’Aids, una malattia che in Africa ha ben altre ripercussioni: sanitarie, sociali, economiche, culturali e spirituali.
I dati confermano che la “cultura del preservativo” non è stata sufficiente da sola a limitare la diffusione dell’Aids: dal 2001 al 2007 si è passati da 29,5 a 33 milioni di malati. I numeri sono significativi in quanto rivelano una mancanza ben più profonda e che può essere colmata solo se si trasmette la cultura del rispetto, dell’amore e della stabilità dei rapporti.
Tuttavia, sebbene sia stata sviata l’attenzione dai problemi reali del continente africano questo viaggio non è stata un’occasione persa. In molti ricorderanno la storia di Rose Busingye che ci ha incantato, durante lo scorso Meeting per l’amicizia e la pace tra i popoli, con il suo racconto fatto di parole piene di tenacia.
Questa donna, che da molti anni in Africa cura 4 mila malati e orfani affetti dal virus dell’Hiv, ci ricorda che la soluzione per porre un argine alla diffusione dell’Aids non è rappresentata dalla distribuzione del preservativo: «Parlare di questo - dice - significa fermarsi alle conseguenze e non andare mai all’origine del problema». La grande emergenza è costituita dalla mancanza di mezzi che consentano a donne coraggiose come Rose di prendersi cura di coloro che hanno già contratto la malattia.
Quello che in molti faticano a capire è che il danno maggiore provocato dalla distribuzione dei profilattici in Africa come mezzo per contrastare l’Hiv è di tipo culturale e il Papa è andato davvero al cuore del problema, valorizzando il ruolo della famiglia, la condizione della donna e ricordando ai giovani l’importanza del celibato e della castità.
La verità è che in termini di implicazioni economiche e politiche è più difficile mettere in crisi le multinazionali del farmaco, pretendere cure gratuite e fare campagne più mirate su educazione e prevenzione, anche se un atteggiamento di questo tipo costituirebbe un valore aggiunto e un’alternativa a una mera profilassi preventiva che non avendo prodotto a oggi risultati soddisfacenti rivela quanto questa debba essere supportata da una base più radicata: educare la persona al rispetto di se stessa e degli altri.

lunedì 23 marzo 2009

Contributi 43 - Intervista

Green (Harvard): io, scienziato laico, sto con il Papa

http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=14608

Il dott. Edward Green è il Direttore dell'AIDS Prevention Research Project della Harvard School of Public Health and Center for Population and Development Studies. Una voce autorevole in campo medico e con una grande esperienza nella lotta all'AIDS nei Paesi in via di sviluppo. Ilsussidiario.net lo ha intervistato in esclusiva.

Le dichiarazioni del Papa su AIDS e uso dei preservativi è al centro di un aspro dibattito e molti, da Kouchner a Zapatero, inclusa la UE, hanno definito la sua posizione come astratta e alla fine anche pericolosa. Qual è la sua opinione?
Io sono un liberal sui temi sociali e per me è difficile ammetterlo, ma il Papa ha davvero ragione. Le prove che abbiamo dimostrano che, in Africa, i preservativi non funzionano come intervento per ridurre il tasso di infezione da HIV. Hanno funzionato, per esempio, in Tailandia e Cambogia che hanno dinamiche epidemiologiche molto diverse.
In una recente intervista a National Review Online, lei ha detto che non vi è alcuna consistente relazione tra l’uso del preservativo e un più basso tasso di infezione da HIV. Può approfondire questa affermazione?
Quello che si riscontra in realtà è una relazione tra un più largo uso di preservativi e un maggiore tasso di infezione. Non conosciamo tutte le cause di questo fenomeno, ma parte di esso è dovuto a ciò che chiamiamo compensazione del rischio. Significa che chi usa i preservativi è convinto che siano più efficaci di quanto realmente sono, finendo così per assumere maggiori rischi sessuali. Un altro fatto che è ampiamente trascurato è che i preservativi sono usati in caso di sesso occasionale o a pagamento, ma non sono usati tra persone sposate o con il partner abituale. Perciò, una conseguenza dell’incremento nell’uso dei preservativi può essere un aumento del sesso occasionale.
Quindi, per quanto sorprendente, è provato che un maggior utilizzo di preservativi è collegato ad un più alto tasso di infezione?
Si è cominciato a notare qualche anno fa che, in Africa, i paesi con maggiore disponibilità di preservativi e tassi superiori di loro utilizzo avevano anche il più alto tasso di infezione da HIV. Questo non prova una relazione causale, ma ci avrebbe dovuto portare qualche anno fa a valutare in modo più critico i programmi relativi all’utilizzo del preservativo.
Oltre il caso dell’Uganda, vi sono altre prove che il modello cosiddetto ABC (Abstinence, Be faithful, Condom) possa funzionare?
Stiamo osservando il declino dell’HIV in almeno 8 o 9 paesi africani. In tutti i casi, la proporzione di uomini e donne che dichiarano rapporti sessuali con molti partner è diminuito qualche anno prima che noi riscontrassimo questo declino. Tuttavia, molti programmi contro l’AIDS mettono l’accento su preservativi, controlli e farmaci: questo ampio cambiamento nel comportamento è quindi avvenuto malgrado questi programmi, che hanno posto l’enfasi su elementi errati (almeno per l’Africa). Sono contento di riferire che i due paesi con il più alto tasso di infezione, Swaziland e Botswana, hanno lanciato campagne mirate a scoraggiare i rapporti sessuali con partner multipli e contemporanei. L’astinenza tra i ragazzi è un altro fattore, ovviamente. Se le persone cominciano a fare sesso in un’età più adulta avranno meno partner sessuali durante la loro vita, diminuendo così le probabilità di contrarre infezioni da HIV.
Quindi, nella lotta contro l’AIDS la riduzione del numero dei partner sessuali è uno dei fattori più importanti.
Come ho già detto, è la sfida più importante in questa battaglia.
Un’ultima domanda. Nel modello ABC, A e B non sono così economicamente rilevanti come C, che ha alle spalle una forte industria. È improprio dire che non si tratta, quindi, solo di una questione culturale e sanitaria, ma anche economica?
Dipende da cosa intende per aspetti economici. Se consideriamo i programmi ABC, PEPFAR (programma governativo di lotta contro l’AIDS varato nel 2003 da Bush) è l’unico grande donatore che ha immesso reali finanziamenti in A e B e, forse purtroppo, la maggior parte dei soldi, e comunque dell’enfasi, sull’astinenza. Il fattore B è il più importante, con l’astinenza al secondo posto, secondo la mia opinione e in accordo con le evidenze da me riscontrate.
Se invece il punto è se la povertà dà impulso all’AIDS, anche in questo caso l’Africa è diversa dal resto del mondo, perché in Africa il tasso di infezione è più alto presso i ceti più agiati e più istruiti. Perciò il miglioramento della situazione economica dei paesi africani non porterà una diminuzione delle infezioni. Questa evidentemente non è una buona ragione per abbandonare a se stesse le economie africane.

Contributi 42 - Lussemburgo

pubblico un intervento di Rino Camilleri dal suo sito http://www.rinocammilleri.com/

Il 17 marzo 2009 il granducato di Lussemburgo ha legalizzato l’eutanasia. Il granduca Henri, cattolico credente e praticante (ma non “adulto”), si è rifiutato di firmare la legge.
Ciò ha comportato una lunga diatriba costituzionale, perché fino a quel momento il capo dello stato aveva il potere di ratificare le leggi, dunque di bocciarle.
Adesso è stata modificata la costituzione e, d’ora in avanti, potrà solo promulgarle senza più la possibilità di mandarle indietro.
Si noti che il granduca, pur di non compromettere la sua coscienza, ha accettato di ridurre la sua carica a un, praticamente, vuoto simulacro.
La mente corre ai nostri cattolici “adulti” (compresi quei sei che firmarono la legge 194 sull’aborto), che al posto della coscienza hanno la Costituzione Democratica e Antifascista.


Post 15 - Basta il cuore

Una persona che si firma anarcandia e gestisce il blog http://vitabeffarda.splinder.com/ mi ha onorato di un suo commento al mio post 14 che ha messo in luce molte delle mie lacune conoscitive e che riporto di seguito:
Ebbene, aldilà del sensazionalismo con cui i mezzi di (dis)informazione sottolineano sempre e solo gli aspetti che più fanno il loro gioco, delle attvità del santo Padre, c'è da dire che il Santo Padre, pur con tutto i lrispetto del caso, SE non parla ex-cathedra è passabile di critica ne' più ne' meno che qualsiasi altro cristiano, anche e soprattutto dai suoi correligionari. Il rispetto per il ruolo e per la persona non esime neppure un papa dalla criticabilità: chi parla pubblicamente, pubblicamente è valutato. Trovo ipocrita quel certo magistero che si appella alla libertà di coscienza dei credenti in casi come quello della Englaro o dell'aborto, per poi negare agli stessi credenti quella stessa libertà di coscienza quando essa è utilizzata nel valutare il pontefice.Non dimentichiamo che al concilio di Gerusalemme gli stessi Atti degli Apostoli riportano di come Pietro sostenesse una posizione legalistica che uscì teologicamente sconfitta dal confronto con Paolo, e ricordiamo come ai tempi di Sant'Atanasio, al concilio di rimini (posto tra quello di nicea e quello di costantinopoli), l'allora pontefice Leopoldo II (mi pare che fosse, ma non ricordo bene) abbracciò nientemeno che un'eresia, adottando i lcredo ariano come credo ufficiale della chiesa di roma, sconfessando nientemeno che la Santissima Trinità.Giusto perciò denunciare le strumentalizzazioni e le faziosità giornalistiche, ma occhio: non confondiamo l'essere cattolici con una puerile "papolatria".Buon proseguimento di quaresima a tutti, pace e bene! ^^
Premesso che non era mia intenzione difendere Leopoldo II, che per altro non avevo il piacere di conoscere, nè dubitare che nel confronto fra Pietro e Paolo sul'uso dei costumi ebraici per i pagani convertiti al cristianesimo (leggi circoncisione) la posizione più ragionevole (che fu poi quella seguita) era quella di Paolo, ma semplicemente evidenziare come ultimamente da varie parti della cultura laica lo sport preferito sembra essere il tiro al piccione (pardon al pontefice). Ogni sua sortita è oggetto di critica e ogni parola travisata.
A tal proposito Paolo, del blog http://paolodemartino.wordpress.com/ commentando sullo stesso argomento mi dice:
In fondo il Papa ha detto solo delle ovvietà che però mettono il dito nella piaga. La "franchezza" del suo linguaggio sta disorientando molti atei...
Personalmente concordo con quest'ultimo in quanto ritengo che quanto affermato dal Santo Padre, pur se non pronunciato ex-cathedra, sia di un'assoluta verità e di una piena ragionevolezza, al punto che Edward Green (Direttore dell'AIDS Prevention Research Project della Harvard School of Public Health and Center for Population and Development Studies) concorda con il Papa. (vedere contributi 43).
Non ho grosse conoscenze teologiche per capire se un affermazione del Santo Padre non è pienamente conforme alla fede cattolica, qualora ne fossi capace, non avrei problemi ad alzare il mio ditino e umilmente esprimere le mie perplessità.
Non mi pare proprio però che la cosa si sia verificata, e che quanto affermato dal Santo Padre sia assolutamente ortodosso, prova ne sia il fatto che il mondo si arrabbia tanto a sentirlo.
Comunque, come dicevo non sono la persona più adatta a giudicare sull'argomento, in quanto abbastanza ignorante, ma penso proprio che per capire se un'affermazione è giusta o meno basti il proprio cuore che, per sua natura e quando non è deviato da vizio di pensiero, tende a riconoscere il vero e il bello.

domenica 22 marzo 2009

Ha detto 10 -Tribolazione

La tribolazione è come il fuoco: se ti trova simile all'oro, ti porterà via le impurità; se invece ti troverà simile a paglia, ti ridurrà in cenere.

(S. Agostino - Sermo 81, 7)

Contributi 41 - La realtà è un optional?

Distorcere le affermazioni di quelli che non si conformano al "pensiero unico politicamente corretto" è diventata un'abitudine per i giornalisti occidentali.
Basta un titolo e il "nemico ideologico" è segnato per il resto della sua vita. E quale bersaglio migliore di un Papa che non ha paura di dire le cose chiaramente, senza tanti giri di parole diplomatici?
I politici europei poi sono abilissimi nello sfruttare queste polemiche costruite ad arte, per tenere buoni i propri elettori.E poi, che cosa importa di qual è veramente la realtà? Anzi, chissenefrega veramente dell'Africa e degli africani? Sono così lontani e difficili da "maneggiare"... Solo i missionari (religiosi o laici) cristiani mettono in gioco la propria vita ...
SamizdatOnLine

L'EDUCAZIONE SCONFIGGE L'AIDS PIU' E MEGLIO DEL CONDOM
Com'era prevedibile che fosse, di tutto ciò che il Papa ha detto durante la sua prima giornata in Africa i media hanno orientato la loro grancassa per sottolineare l'unica affermazione (ovviamente estrapolata dal contesto generale in cui la frase è stata pronuciata!) che ritengono utile a vendere qualche copia in più.
Non importa che il Santo Padre abbia condannato con forza e decisione l'impossibilità per migliaia di malati di accedere ai farmaci curativi troppo costosi; non importa che il Papa abbia lodato persone come il presidente del Camerun che nel proprio paese ha adottatto politiche di distribuzione gratuita proprio dei farmaci salvavita; niente... alla "grande" e "laica" stampa importa, solo fornire beveraggio al pensiero di milioni di persone che avendo buttato all'ammasso le proprie cervella hanno rinunciato anche ad un pur minimo accenno a qualsiasi ragionamento.
E' bene allora rammentare una notizia che se fosse stata la solita sparata sulle meraviglie terapeutiche delle staminali embrionali, ce la saremmo ritrovata in prima pagina su quasi tutti i quotidiani. Invece, trattandosi di uno studio della Harvard School of Public Health pubblicato da Science che spiega dati alla mano come l’educazione alla sessualità responsabile sia più efficace della distribuzione capillare di profilattici nel ridurre la trasmissione dell’Aids, la notizia sulle pagine della stampa italiana bisogna cercarla col lanternino.
Risulta infatti che i tassi di sieropositività sono diminuiti in Uganda, dove gli interventi sono stati centrati più sulla riduzione del numero dei partner sessuali che sull’addestramento al condom, mentre sono aumentati in Africa australe, dove il profilattico era ed è il re incontrastato dei programmi anti-Aids. «Un piccolo aggiustamento non basta, dobbiamo modificare radicalmente le nostre priorità», ha dichiarato l’autorevole coordinatore dello studio, il ricercatore scientifico Daniel Halperin già responsabile di Usaid per l’Aids e autore di articoli su tutte le principali riviste mediche internazionali.
Il problema sta proprio qui: rinunciare alla pretesa che gli esseri umani possano fare tutto quello che passa loro per la testa, dopo essersi attrezzati dal punto di vista tecnologico, e tornare all’idea che vi sono limiti che è meglio rispettare, non è un piccolo aggiustamento.
È una rivoluzione che mette in discussione le basi stesse della cultura contemporanea, la sua dittatura del desiderio e il suo relativismo morale.

Censurarossa socio di SamizdatOnLine

Contributi 40 - amare una figlia frutto di violenza

Avvenire 14.3.2009
testimonianza Uganda: amare una figlia frutto di violenza
tratto da http://stranocristiano.it/

La sera del mercoledì delle ceneri ero letteralmente sfinito: avevo celebrato tre sante Messe e imposto le ceneri sulla testa a qualche migliaio di persone. Anche se non è festa di precetto, tanta gente, nell’intervallo del pranzo o alla sera subito dopo il lavoro, viene alla santa Messa per ricevere le ceneri. Portano anche i bambini e guai a non mettere le ceneri anche a loro. Molti poi, oltre a ricevere la cenere sul capo, la vogliono pure in mano o in un pezzetto di carta o in un fazzoletto, così da poterla portare a casa per coloro che non hanno potuto venire in chiesa. È un atto penitenziale e qualche volta mi viene persino il dubbio che ci sia un po’ di fanatismo, ma vedendo la devozione che ci mettono, debbo dire che è fede ed è un modo per esprimere pentimento del proprio essere peccatori. Tutto quanto detto non c’entra nulla con la ragione per cui le scrivo, ma in qualche modo fa da contorno. Stavo per andare a letto ed entrai nel mio ufficio solo per assicurarmi che le porte anteriori fossero chiuse. Notai sul mio tavolo una lettera che non avevo ancora aperto. La aprii e lessi. Eccoti il contenuto:
Caro Padre, sono una ragazza di 14 anni, nativa di Gulu, Layibi. Nel 1993 mia madre era una studentessa del terzo anno di scuola superiore presso il collegio del Sacro Cuore di Gulu. Mentre era in vacanza i ribelli del Lra ( Lord’s Resistance Army, Esercito di resistenza del Signore: gruppo di ribelli ugandesi, Ndr) arrivarono al suo villaggio, uccisero i suoi genitori, violentarono mia mamma e sono nata io. Oltre ad aver concepito me, mia mamma ha pure ricevuto il virus dell’Aids e ora è sieropositiva Hiv. Io invece sono nata pulita. Non posso sapere chi può essere stato mio padre, ma la mamma sì: mi ha fatta nascere, mi ha cresciuta e pure mandata a scuola. Per pagare la mia scuola elementare ha lavorato cucendo e ha avuto molta cura di me, però ora non riesce a guadagnare soldi sufficienti per la scuola superiore. Ho saputo che tu aiuti gli orfani e hai una scuola ove c’è molta disciplina. Mi potresti prendere e aiutare a pagare la retta? Io voglio studiare per poter aiutare e aver cura di mia mamma che sta diventando sempre più debole. Spero che tu consideri questa mia domanda e io pregherò per te perché Dio ti benedica e assista ad aiutare coloro che hanno bisogno. Maria Goretti Anena
Dopo aver letto la lettera, sono andato a letto ma non sono riuscito a dormire. Ero disturbato dentro di me da un misto di gioia, di rabbia, di soddisfazione e di riconoscenza verso Dio che sa trarre atti eroici dalle persone semplici e insignificanti come possono essere queste nostre ragazze appena cristianizzate. Perché la rabbia ? Perché un esempio come questo dovrebbe far ammutolire quegli spacciatori di civiltà fasulla che abbiamo nel mondo progredito pronto a legiferare contro il diritto alla vita.
Come è andata a finire questa storia?
Al mattino mi sono alzato; sono andato alla scuola; mi sono assicurato che il direttore mi trovasse un posto per inserire questa ragazza (solo la mattina precedente gli avevo promesso che non avrei portato alcun nuovo studente). E il direttore mi disse che dovremo farla dormire per terra, perché anche i letti a tre piani sono tutti occupati. Se la ragazza accetta, la prendiamo.
Chiamai la ragazza; le dissi di venire con la madre e vennero il giorno dopo. Feci un po’ di domande trabocchetto per assicurarmi che non mi avessero detto bugie e le proposi di dormire per terra su un materasso di gomma piuma.
Si inginocchiò davanti a me e mi disse: ora sono contenta perché so di avere un papà anch’io! La madre mi ringraziò e mi disse: «Padre, io finché posso continuerò a lavorare e contribuirò per le spese della mia figlia». Le chiesi pure: perché hai dato il nome di Maria Goretti a tua figlia? Rispose che era stata la piccola a volere quel nome quando era in terza elementare: il catechista raccontò la storia di Maria Goretti e lei la scelse come nome e santa protettrice.
Qui alla scuola abbiamo 10 ragazze che negli anni novanta furono rapite dai ribelli alla scuola di Aboke; passarono 8 anni come mogli schiave dei ribelli; quando fuggirono scapparono tutte coi loro figli e vennero da me a chiedermi se le accettavo alla scuola.
Accettai le ragazze alla scuola e i figli furono lasciati in varie famiglie e ora pure loro vanno a scuola col nostro aiuto. Scusate se ho disturbato, ma ho pensato che forse potreste far sapere che esistono ragazze che hanno il coraggio di tenersi e amare il frutto della violenza.
Chissà che non serva!
padre John Scalabrini

Contributi 39 - Nel cristianesimo una piattaforma d'intesa per superare le divergenze etniche

Questo il testo dell'omelia pronunciata sabato 21/3 mattina da Benedetto XVI nel presiedere la Messa presso la Chiesa di São Paulo per i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i Movimenti ecclesiali ed i catechisti dell’Angola e São Tomè

Carissimi fratelli e sorelle,Amati lavoratori della vigna del Signore!
Come abbiamo sentito, i figli d’Israele si dicevano l’un l’altro: «Affrettiamoci a conoscere il Signore». Essi si rincuoravano con queste parole, mentre si vedevano sommersi dalle tribolazioni. Queste erano cadute su di loro – spiega il profeta – perché vivevano nell’ignoranza di Dio; il loro cuore era povero d’amore.
E il solo medico in grado di guarirlo era il Signore. Anzi, è stato proprio Lui, come buon medico, ad aprire la ferita, affinché la piaga guarisse. E il popolo si decide: «Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha straziato ed Egli ci guarirà» (Os 6, 1). In questo modo hanno potuto incrociarsi la miseria umana e la Misericordia divina, la quale null’altro desidera se non accogliere i miseri.
Lo vediamo nella pagina del Vangelo proclamata: «Due uomini salirono al tempio a pregare»; di là, uno «tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro» (Lc 18, 10.14).
Quest’ultimo aveva esposto tutti i suoi meriti davanti a Dio, quasi facendo di Lui un suo debitore. In fondo, egli non sentiva il bisogno di Dio, anche se Lo ringraziava per avergli concesso di essere così perfetto e «non come questo pubblicano». Eppure sarà proprio il pubblicano a scendere a casa sua giustificato. Consapevole dei suoi peccati, che lo fanno rimanere a testa bassa – in realtà però egli è tutto proteso verso il Cielo –, egli aspetta ogni cosa dal Signore: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18, 13). Egli bussa alla porta della Misericordia, la quale si apre e lo giustifica, «perché – conclude Gesù – chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 18, 14).
Di questo Dio, ricco di Misericordia, ci parla per esperienza personale san Paolo, patrono della città di Luanda e di questa stupenda chiesa, edificata quasi cinquant’anni fa.
Ho voluto sottolineare il bimillenario della nascita di san Paolo con il Giubileo paolino in corso, allo scopo di imparare da lui a conoscere meglio Gesù Cristo. Ecco la testimonianza che egli ci ha lasciato: «Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io.
Ma appunto per questo io ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, affinché «fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in Lui per avere la vita eterna» (1 Tm 1, 15-16).
E, con il passare dei secoli, il numero dei raggiunti dalla grazia non ha cessato di aumentare.
Tu ed io siamo di loro.
Rendiamo grazie a Dio perché ci ha chiamati ad entrare in questa processione dei tempi per farci avanzare verso il futuro. Seguendo coloro che hanno seguito Gesù, con loro seguiamo lo stesso Cristo e così entriamo nella Luce.
Cari fratelli e sorelle, provo una grande gioia nel trovarmi oggi in mezzo a voi, miei compagni di giornata nella vigna del Signore; di questa vi occupate con cura quotidiana preparando il vino della Misericordia divina e versandolo poi sulle ferite del vostro popolo così tribolato. Mons. Gabriel Mbilingi si è fatto interprete delle vostre speranze e fatiche nelle gentili parole di benvenuto che mi ha rivolto.
Con animo grato e pieno di speranza, vi saluto tutti – donne e uomini dediti alla causa di Gesù Cristo – che qui vi trovate e quanti ne rappresentate: Vescovi, presbiteri, consacrate e consacrati, seminaristi, catechisti, leaders dei più diversi Movimenti e Associazioni di questa amata Chiesa di Dio.
Desidero ricordare inoltre le religiose contemplative, presenza invisibile ma estremamente feconda per i passi di tutti noi. Mi sia permessa infine una parola particolare di saluto ai Salesiani e ai fedeli di questa parrocchia di san Paolo che ci accolgono nella loro chiesa, senza esitare per questo a cederci il posto che abitualmente spetta ad essi nell’assemblea liturgica. Ho saputo che si trovano radunati nel campo adiacente e spero, al termine di quest’Eucaristia, di poterli vedere e benedire, ma fin d’ora dico loro: «Grazie tante! Dio susciti in mezzo a voi e per mezzo vostro tanti apostoli nella scia del vostro Patrono».
Fondamentale nella vita di Paolo è stato il suo incontro con Gesù, quando camminava per la strada verso Damasco: Cristo gli appare come luce abbagliante, gli parla, lo conquista. L’apostolo ha visto Gesù risorto, ossia l’uomo nella sua statura perfetta. Quindi si verifica in lui un’inversione di prospettiva, ed egli giunge a vedere ogni cosa a partire da questa statura finale dell’uomo in Gesù: ciò che prima gli sembrava essenziale e fondamentale, adesso per lui non vale più della «spazzatura»; non è più «guadagno» ma perdita, perché ora conta soltanto la vita in Cristo (cfr Fl 3, 7-8). Non si tratta di semplice maturazione dell’«io» di Paolo, ma di morte a se stesso e di risurrezione in Cristo: è morta in lui una forma di esistenza; una forma nuova è nata in lui con Gesù risorto.
Miei fratelli e amici, «affrettiamoci a conoscere il Signore» risorto! Come sapete, Gesù, uomo perfetto, è anche il nostro vero Dio. In Lui, Dio è diventato visibile ai nostri occhi, per farci partecipi della sua vita divina. In questo modo, viene inaugurata con Lui una nuova dimensione dell’essere, della vita, nella quale viene integrata anche la materia e mediante la quale sorge un mondo nuovo.
Ma questo salto di qualità della storia universale che Gesù ha compiuto al nostro posto e per noi, in concreto come raggiunge l’essere umano, permeando la sua vita e trascinandola verso l’Alto?
Raggiunge ciascuno di noi attraverso la fede e il Battesimo. Infatti, questo sacramento è morte e risurrezione, trasformazione in una vita nuova, a tal punto che la persona battezzata può affermare con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gl 2, 20). Vivo io, ma già non più io. In certo modo, mi viene tolto il mio io, e viene integrato in un Io più grande; ho ancora il mio io, ma trasformato e aperto agli altri mediante il mio inserimento nell’Altro: in Cristo, acquisto il mio nuovo spazio di vita. Che cosa è dunque avvenuto di noi? Risponde Paolo: Voi siete diventati uno in Cristo Gesù (cfr Gl 3, 28).
E, mediante questo nostro essere cristificato per opera e grazia dello Spirito di Dio, pian piano si va completando la gestazione del Corpo di Cristo lungo la storia. In questo momento, mi piace andare col pensiero indietro di cinquecento anni, ossia agli anni 1506 e seguenti, quando in queste terre, allora visitate dai portoghesi, venne costituito il primo regno cristiano sub-sahariano, grazie alla fede e alla determinazione del re Dom Afonso I Mbemba-a-Nzinga, che regnò dal menzionato anno 1506 fino al 1543, anno in cui morì; il regno rimase ufficialmente cattolico dal secolo XVI fino al XVIII, con un proprio ambasciatore in Roma. Vedete come due etnie tanto diverse – quella banta e quella lusiade – hanno potuto trovare nella religione cristiana una piattaforma d’intesa, e si sono impegnate poi perché quest’intesa durasse a lungo e le divergenze – ce ne sono state, e di gravi – non separassero i due regni! Di fatto, il Battesimo fa sì che tutti i credenti siano uno in Cristo.
Oggi spetta a voi, fratelli e sorelle, sulla scia di quegli eroici e santi messaggeri di Dio, offrire Cristo risorto ai vostri concittadini. Tanti di loro vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare bambini della strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni. Chi può recarsi da loro ad annunziare che Cristo ha vinto la morte e tutti quegli oscuri poteri (cfr Ef 1, 19-23; 6, 10-12)? Qualcuno obietta: «Perché non li lasciamo in pace? Essi hanno la loro verità; e noi, la nostra. Cerchiamo di convivere pacificamente, lasciando ognuno com’è, perché realizzi nel modo migliore la propria autenticità».
Ma, se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che, senza Cristo, la vita è incompleta, le manca una realtà – anzi la realtà fondamentale –, dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita.
Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna.
Venerati e amati fratelli e sorelle, diciamo loro come il popolo israelita: «Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha straziato ed Egli ci guarirà».
Aiutiamo la miseria umana ad incontrarsi con la Misericordia divina. Il Signore fa di noi i suoi amici, Egli si affida a noi, ci consegna il suo Corpo nell’Eucaristia, ci affida la sua Chiesa. E allora dobbiamo essere davvero suoi amici, avere un solo sentire con Lui, volere ciò che Egli vuole e non volere ciò che Egli non vuole.
Gesù stesso ha detto: «Voi siete miei amici, se farete ciò che Io vi comando» (Gv 15, 14). Sia questo il nostro impegno comune: fare, tutti insieme, la sua santa volontà: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16, 15). Abbracciamo la sua volontà, come ha fatto san Paolo: «Predicare il Vangelo (…) è un dovere per me: guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cr 9, 16).
[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]

Lista blog cattolici

LOGO DEL BLOG

LOGO DEL BLOG
inserisci il logo del blog sul tuo blog (anche ridimensionandolo)