Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

mercoledì 29 aprile 2009

Post 30 - Spunti di riflessione




Porto all'attenzione dei frequentatori di questo blog alcune spunti di riflessione su cui non mi spiacerebbe avere un loro parere. Inizio col dire che non conosco personalmente cabasilas (che è in un certo qual modo all’origine di questo post) ma istintivamente mi ispira molta simpatia, sia per l’intelligenza del blog che cura, sia perché mi mette un po’ in soggezione dando prova della sua erudizione.
Prima di venire allo specifico di questo post mi sia permesso di citare due pensieri di Caterina da Siena (che si festeggia oggi) che incominciano ad introdurre all’argomento:
pensiero 1 “Oggi puoi decidere: non che cosa fare, ma per Chi vivere
pensiero 2 “Niuno Stato si può conservare nella legge civile in stato di Grazia senza la Santa Giustizia”.
Una seconda premessa (con tutto il rispetto per il citato) è di tono inferiore ma ci porta dritta al nostro argomento, l’autore è Chuck Norris, noto da noi come Walker il Texas Ranger (ma che in realtà è un richiesto e apprezzato editorialista sulla stampa americana) , che ha pubblicato un suo articolo su Human Events il 7 aprile 2009 dal titolo Obama ha forse paura della “parola G”? dove G sta per Gesù. L’articolo prosegue dicendo, fra l’altro “Come George Washington, non credo che un qualunque standard civile o morale potrà essere mantenuto rinunciando a un fondamento religioso: “Di tutte le disposizioni e i costumi che portano alla prosperità politica, la religione e la moralità sono supporti indispensabili… Qualunque merito si voglia concedere all’influenza di un’educazione raffinata ispirata a questa o a quella mentalità, sia la ragione sia l’esperienza ci impediscono di aspettarci che la moralità della nazione possa reggersi escludendo un principio religioso”.
Tutto ciò premesso vi propongo alcuni fatti su cui portare la vostra riflessione:
1) la prima foto ritrae due persone, la seconda credo sia abbastanza nota al pubblico, la prima per chi non lo sapesse si chiama Raila Odinga candidato sconfitto alla presidenza del Kenia il cui curriculum è interessante: “Vecchio comunista, studi nella Germania dell'Est, il primo figlio porta significativo nome di Fidel Castro, Odinga ha fatto nove anni di galera in quanto oppositore (e forse ispiratore di un fallito colpo di stato) del presidente Daniel Arap Moi. Negli ultimi tempi si era convertito all'economia di mercato, ma mantenendo un approccio fortemente populista: lotta a corruzione e povertà sono stati i suoi principali slogan." Costui risulta anche essere un agitatore che ha organizzato la distruzione di trecento chiese cristiane in Kenya e fatto uccidere più di mille fedeli, di cui cinquanta bruciati vivi in una Chiesa, senza che un autorevole suo sostenitore, anzi cugino, impegnatosi in prima persona per la sua campagna elettorale, dicesse neanche una mezza parola a riguardo. E allora? direte voi.. Ops mi ero scordato di dirvi che il cugino in questione è l'uomo nella foto a destra.
2) un altro spunto di riflessione nasce dalle decisioni del più famoso dei due personaggi in materia di aborto, ricerca su cellule staminali, rapporti con Cuba, aver nominato a capo della CIA una persona sospettata di aver avuto in passato rapporti con il KGB (penso sappiate il significato delle due sigle), nonchè la proposta di creazione di una lista di persone da tenere controllate di cui fanno parte conservatori, gruppi cristiani, pro-life, antigaysti, etc. Per ogni approfondimento (meglio conoscere l'inglese) su questo punto, cliccare QUI e anche QUI
3) un uomo dello staff del protagonista del post ha proposto (cominciate a preoccuparvi) di creare un organismo di controllo totale da concentrare nelle mani del Presidente, per permettere alla Casa Bianca di accedere a dati privati on line, regolare la “cybersecurity industry” e perfino stoppare completamente il traffico Internet durante una eventuale “cyber emergency” a esclusiva discrezione di Mr.President. Per gli increduli vedere qui
4) e con questo mi fermo perchè lo trovo molto grave: la Georgetown University è una rinomata università cattolica americana. Come si può vedere, nonostante il palco sia occupato da pannelli, il monogramma di Cristo, IHS, campeggia ben distintamente sopra la scenografia nella foto a sinistra, ma scompare del tutto (su richiesta dello staff del relatore) in occasione di un dibattito con Mr.President. (potete scaricare le foto e ingrandrile se non ci credete)
A voi la parola, che ne pensate?

martedì 28 aprile 2009

Post 29 - La persona di Cristo

Il post su Santa Gianna ha "provocato" (uso la parola nel suo significato più positivo) la risposta di due lettrici, Marina racconta una sua personale esperienza "Ho avuto modo di approfondire la conoscenza di questa santa alcuni anni fa in occasione del camposcuola per i giovani del dopo cresima.la scelta estrema di Gianna Berretta Molla attirò molto l'attenzione e suscitò l'interesse di tanti ragazzi. Un ragazzo, ricordo, fece una considerazione: ma se invece di scegliere di morire per far nascere il bambino, avesse scelto diversamente avrebbe fatto peccato? Risposta molto difficile da dare ma, dissi: " l'amore di questa mamma si è manifestato proprio nel volere a tutti i costi donare la vita sapendo di perdere la sua e se avesse scelto diversamente non sarebbe diventata santa ma nessuno, penso,che l'avrebbe condannata. Ma L'amore vero porta anche a fare scelte eroiche come anche Gesù ha fatto donando la Sua vita per la salvezza di tutti noi". Fu difficile per i ragazzi capire ciò ma si interrogarono molto." Plumina considera la figura della Santa "Santa Gianna Beretta Molla è un esempio per tutti noi. Come lei ha accettato di fare la volontà di Dio fino alla scelta eroica del sacrificio della vita, anche noi, nel nostro quotidiano, possiamo sacrificare noi stessi per essere veramente seme che muore e dà frutto, anche se non è la morte fisica che ci viene richiesta."
Penso che sia importante avere di fronte esempi di valori cristiani testimoniati e vissuti concretamente a partire dalla persona di Cristo perchè il rischio di astrarre da Lui è sempre presente nella nostra esperienza. (cito un amico) Cristo è diventato carne, i concetti sono diventati carne e sangue. Quando prescindiamo da questo, e difendiamo il valore e basta, non abbiamo compreso la portata conoscitiva dell'incontro con Cristo.
Il cristianesimo è il cammino costante, incerto ma mai domo di persone che hanno incontrato Cristo e hanno avuto la vita cambiata da quest'incontro.
Ogni cosa è importante perchè c'è Cristo, la Sua Persona, altrimenti ogni cosa diventa tristemente uguale a qualunque altra e il cristianesimo si riduce ad un moralismo noiso e incomprensibile.
I Santi, tutti dai contemporanei di Cristo che L'hanno conosciuto a quelli odierni sono persone reali e concrete che hanno giocato la loro vita sulla persona di Cristo e l'amore a Lui e non su una particolare idea di morale. Santa Gianna non ha sacrificato la sua vita per un'idea di morale (sarebbe stato folle, inumano e ingiusto) ma perchè ha riconsciuto che l'amore a Cristo e alla vita nascente valeva di più dell'attacamento a sè.
Dio ci ha fatti non per stroncarci con la dottrina sana, corretta e pulita, ma per farci fare un incontro che ha affascinato la vita e ha introdotto al valore di essa.
Per questo ripeto ancora una volta che ciò di cui il mondo ha maggiormente bisogno è la persona di Cristo e di uomini e donne che sappiano essere, in virtù della Grazia divina accettata, Suoi affascinanti testimoni.

lunedì 27 aprile 2009

Contributi 90 - La Santa del quotidiano

Quale contributo al dibattito sul "fine vita" vorrei portare un esempio interessante tratto da Il Sussidiario. Resta verissima un'osservazione che qualcuno ha fatto "i laici si preoccupano di come devono morire... ma se si preoccupassero di come vivere?"

Mario Mauro
lunedì 27 aprile 2009
Ci sono percorsi di vita che, pur nella semplicità delle azioni e degli avvenimenti, offrono a tutti un esempio e trasmettono appieno il coraggio di una scelta. Ci sono cammini che, aprendosi con generosità alla vita e alla santità, le rendono un po’ meno distanti. Gianna Beretta Molla è stata tutto questo. È la santa del quotidiano. È la donna, la moglie, la madre, il medico che ha saputo compiere, nel corso della sua breve quanto significativa esistenza, gesti di straordinaria semplicità.
Il 28 aprile del 1962 Gianna ci lasciava e, proprio in questi giorni, in cui sono iniziate le celebrazioni per ricordare il cammino da lei compiuto a cinque anni dalla sua santificazione fortemente voluta da papa Giovanni Paolo II, il quale già intravedeva nel suo operato una possibile luce di speranza per la nostra epoca, il ricordo del suo percorso ci sorprende per il suo significato così attuale.
Nata a Magenta (Milano) il 4 ottobre 1922, decima di tredici figli, Gianna ha coltivato il dono della fede che l’ha portata a considerare la vita come un dono meraviglioso. Dopo la laurea in Medicina e la specializzazione in Pediatria, Gianna aprì giovanissima un ambulatorio medico in cui assisteva i suoi pazienti che in gran parte erano costituiti da poveri, mamme, bambini e anziani.
Mentre compiva la sua opera di madre e di professionista, sentiva crescere dentro di lei il senso della sua missione, interrogandosi sulle sue scelte di vita che considerava anch’esse un dono prezioso, perché diceva «nel seguire bene la nostra vocazione dipende la nostra felicità terrena ed eterna».
La sua vocazione era la famiglia. Fu da questo amore che verso il termine del secondo mese di una nuova gravidanza, Gianna raggiunta nella sofferenza e dal mistero del dolore, decise con estremo coraggio di salvare la vita che portava in grembo, donando la propria in cambio di quella di Emanuela. Per Gianna la creatura che portava dentro di lei aveva gli stessi diritti e lo stesso valore di quella di qualsiasi altra persona, anche della sua stessa esistenza. La scelta di Gianna fu dettata in primo luogo dalla sua coscienza di madre e di medico.
Morì a soli 39 anni, riconfermando con quella scelta l’irriducibilità della vita umana proprio in questo tempo in cui questa viene troppe volte messa in discussione, violata, vilipesa. Le sentenze contro i malati, le ricerche sugli embrioni, sono chiari allarmi di come si stia perdendo il senso di sacralità della vita umana e non si riesca più a comprendere il suo valore.
Santa Gianna risveglia dentro di noi un senso del tutto nuovo e differente. Ci aiuta a riaffermare di fronte alla società che la vita umana è un bene indisponibile, un valore non negoziabile, un tesoro che ci è stato affidato e che dobbiamo custodire e difendere.
Gianna lo dimostrava con l’esempio e con quelle parole tenaci che era solita ripetere e che ritroviamo nei suoi scritti, quando si riferiva al settore in cui esercitava la sua professionalità: «Tutti nel mondo lavoriamo in qualche modo a servizio degli uomini. Noi (medici) direttamente lavoriamo sull’uomo. Il nostro oggetto di scienza e lavoro è l’uomo che dinnanzi a noi ci dice di se stesso, e ci dice “aiutami” e aspetta da noi la pienezza della sua esistenza». A quasi cinquant’anni dalla sua morte, Gianna, soprannominata da tutti il sorriso di Dio, è un esempio per tutti coloro che sentono nel cuore l’urgenza di battersi per il bene comune e per la difesa della vita, soprattutto di quella dei più deboli senza farne un’ideologia.
Papa Benedetto XVI ha proclamato ieri in San Pietro cinque nuovi santi, cinque nuove guide che tracciano le orme su un cammino che oggi più di ieri si fa ancora più impervio: «In una società smarrita e spesso ferita, come è la nostra, ad una gioventù, come quella dei nostri tempi, in cerca di valori e di un senso da dare al proprio esistere - ha affermato il Santo Padre - occorrono saldi punti di riferimento». Santa Gianna è stata capace di testimoniare con la vita e con le opere, di fronte a una società assetata d’infinito, la presenza al suo fianco di uno speciale compagno di viaggio, nel momento del dolore scegliendo la via del sacrificio, del chicco che muore per portare frutto.

Contributi 89 - Con il Papa

propongo all'attenzione di chi mi legge l'editoriale di aprile della rivista Il Timone perchè introduce alcuni spunti che per quanto già in parte trattati mi piacerebbe riprendere in un prossimo futuro.

Con il Papa di Gianpaolo Barra
Il Papa ha scritto una lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica per spiegare le ragioni che lo hanno indotto a togliere la scomunica ai quattro vescovi consacrati nel 1988 da Mons. Marcel Lefebvre. La lettera è stata ampiamente commentata sui media nazionali ed internazionali. lo non ho nulla da aggiungere che non sia già stato detto.
Mi limito ad un'unica, dolorosa e triste constatazione, che emerge dalle parole del Sommo Pontefice. La constatazione, detta senza giri di parole, è questa: ci sono cardinali e vescovi che si oppongono al Santo Padre. Di certo non saranno la maggioranza, ma ci sono. Chi nella Chiesa gli è ostile giunge perfino ad "attaccarlo" e "colpirlo", a "mordere" e "divorare", palesando sentimenti di "intolleranza" e di "odio".
Parole forti, quelle virgolettate, ma sono del Sommo Pontefice. E noi ne prendiamo atto. Nella lettera si trovano affermazioni così chiare che non necessitano di spiegazione. Ne elenco alcune, evidenziando qualche espressione:
«La remissione della scomunica ai quattro vescovi, consacrati nell'anno 1988 dall'arcivescovo Lefebvre senza mandato della Santa Sede, per molteplici ragioni ha suscitato all'interno e fuori della Chiesa cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata».
«Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un'ostilità pronta all'attacco».
«A volte si ha l'impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo, almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi - in questo caso il papa - perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo».
«Cari confratelli, nei giorni in cui mi è venuto in mente di scrivere questa lettera, è capitato per caso che nel seminario romano ho dovuto interpretare e commentare il brano di Galati 5,13-15. Ho notato con sorpresa l'immediatezza con cui queste frasi ci parlano del momento attuale: "Che la libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!"».
«Sono stato sempre incline a considerare questa [ultima] frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche cosi. Ma purtroppo questo "mordere e divorare" esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata».
Che cosa dobbiamo fare in queste circostanze?
Semplicemente quello che ci compete: noi vogliamo bene al Papa e gli promettiamo la nostra preghiera. Vogliamo bene alla Chiesa, e quindi preghiamo anche per quanti, al suo interno, avversano il Pontefice. È un fatto gravissimo, speriamo che Dio li guidi a ravvedersi, prima di presentare loro il conto. Infine, per quello che vale il nostro mensile, assicuriamo a Benedetto XVI che il Timone è al suo servizio e dunque a sua disposizione. Siamo con lui e gli promettiamo obbedienza e gratitudine. L'ostilità la lasciamo ad altri.

domenica 26 aprile 2009

Contributi 88 - Non ho paura di vivere

Terry ha pubblicato sul suo blog un bellissimo post che riporto integralmente:

Il desiderio dell’uomo odierno è di essere padrone della propria vita. Di spingere al massimo ogni situazione e di goderne tutto senza limiti. Poi però ci si accorge che la propria vita è vuota e che la libertà era lì a portata di mano su ben altri valori.
L’uomo soffre per invalidità fisica, psichica, a causa della povertà, del non avere un tetto, di un matrimonio fallito, del non poter soddisfare i propri bisogni primari. Ma la più grande sofferenza è quella di sentirsi rifiutati, ignorati, disprezzati e lasciati soli. Sì perché la sofferenza più grande per persone che hanno handicap, o malattie invalidanti o terminali è la sensazione di essere inutili, incompresi e non amati.
E’ più facile accettare l’incapacità di camminare, di parlare, di nutrirsi da soli, che accettare l’incapacità, di valere qualcosa per qualcun altro.
Davanti alle privazioni di qualsiasi genere l’uomo è capace di tirare fuori immense risorse con grande forza, ma quando sente di non poter più dare qualcosa agli altri, o sente di non essere amato, abbandona presto la propria presa sulla vita.
Cosa facciamo quando scopriamo le nostre fragilità, quando ci scontriamo con la sofferenza? Il primo istinto è quella di tenerla a distanza, aggirarla, negarla, rifiutarla. Qualsiasi tipo di sofferenza la vediamo come un’intrusione nella nostra vita, qualcosa che non dovrebbe esserci.
E molto spesso la soluzione nella società odierna diventa il suicidio.
Ci sono vere e proprie cliniche adibite a questo mal di vivere. Basta mettersi in lista ed è pronta la pozione magica che ti toglie ogni sofferenza, ma anche la vita. Ultimamente ho parlato molto di una di esse in particolare(*), e di quanto si giochi sulla pelle della povera gente per arricchirsi, senza nessuno scrupolo, velando il tutto sotto un falso manto di pietà. La nostra società – e questa clinica in particolare - trova più facile manipolare le persone fragili che rifiutano se stesse e la loro malattia, che quelle che si accettano.
A questi miei fratelli vorrei dire: il suicidio non è la soluzione.
Il primo passo verso la salute, verso la guarigione, verso la pace, non è un passo lontano dal dolore ma un passo verso il dolore. Dobbiamo trovare il coraggio di abbracciare le nostre paure e familiarizzare con esse.
Ma non da soli.
Abbiamo bisogno di una guida, persone che ci portino più vicino al nostro dolore, che ci incoraggino, che ci aiutino a portarlo. Che ci assicurino che oltre l’angoscia c’è la pace, oltre la morte la vita, oltre il dolore l’amore. Il credente sa che ogni situazione che lui vive, di gioia, di tristezza, di salute, di malattia, sono parte dell’itinerario per la piena realizzazione della sua umanità.
Il cristiano sa di poter portare quel dolore, perché sa di non portarlo da solo. Già Cristo prima di lui ha vissuto quello che lo fa stare male oggi, o lo farà morire domani. Il dolore messo nelle Sue mani acquista una valenza diversa. E quel fardello impossibile da portare, diventa più leggero. E quella malattia, quella sofferenza che mi hanno gettato nel baratro, nell’oscurità, diventano il luogo in cui imparo a lasciarmi amare e portare.
Diventano il luogo dell’amore più grande, quello dell’offerta di me per tutti i miei fratelli. Soprattutto per quelli sofferenti e sulla difensiva, che non si lasciano avvicinare o parlare. Rifiutando ogni gesto di amore.
Per tutti coloro che non hanno la luce di Cristo e sono in agonia, o nella disperazione e scelgono il suicidio.
Per loro sarà la mia offerta e la mia preghiera.
Testimonierò come la vera gioia, la vera serenità, la vera pace può essere sperimentata anche in mezzo a tante sofferenze. La gioia di essere amati, di essere purificati. E allora quella sorgente di sofferenza diventa la sorgente della mia speranza.
Solo imparando a non avere paura, ma a confidare nell’amore di Dio, impariamo ad essere sereni e a godere della vita fino al suo ultimo istante.

(*) la cinica in questione è la svizzera Dignitas di cui ho parlato anch'io in un precedente post (vedi Post26-Vale la pena vivere?)
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Credo inoltre che qui ci sia ulteriore spunto di riflessione anche per Calliope che mi ha fatto dono di un suo bellissimo commento al contributo precedente. La vita è il dono di Dio per permettere a noi creature di camminare verso il nostro Creatore.

Contributi 87 - Liberi per vivere: amare la vita fino alla fine

di Aldo Ciappi*
ROMA, venerdì, 24 aprile 2009 (ZENIT.org).- Si sono riunite sabato 18 aprile a Roma, presso la sede di Sat 2000, le articolazioni locali di “Scienza e Vita” in occasione della presentazione dell’appello-manifesto “Liberi per vivere: amare la vita fino alla fine” che l’associazione di laici e cattolici, costituitasi in organismo permanente all’indomani del referendum sulla legge 40 (in materia di fecondazione artificiale) sulle ceneri del “Comitato Scienza e Vita”, ha emanato per lanciare una nuova campagna di sensibilizzazione in favore della difesa della vita umana in ogni sua fase, dalla fecondazione alla morte naturale.
Lo slogan è: “uno, cento, mille incontri” in ogni angolo d’Italia per prendere coscienza sui valori in gioco nella fase finale della vita, che non è mai disponibile ed è sempre unica e irripetibile.
Il Manifesto costituisce la base di partenza per una grande operazione di coscientizzazione popolare – ha precisato Maria Luisa Di Pietro, presidente dell’associazione – con la quale vogliamo rimettere al centro la persona umana con tutte le sue fragilità e particolarmente nella fase finale della vita.
Per farlo diciamo tre sì (alla vita, alla medicina palliativa, ad accrescere e umanizzare l’assistenza ai malati e agli anziani) e tre no (all’eutanasia, all’accanimento terapeutico e all’abbandono di chi è più fragile) molto impegnativi, ma sapremo motivarli nel discorso pubblico sulla base della ragione”
L’urgenza è dettata anche da questo particolare momento storico in cui l’ attacco al principio fondamentale per ogni società civile dell’indisponibilità della vita umana (non solo di quella di altri ma anche della propria), passa, purtroppo in maniera quasi inavvertita per molti, attraverso il dibattito parlamentare per la legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (D.A.T.).
Scienza e Vita, dunque, è oggi più che mai impegnata sul piano culturale e sociale nella difesa di questo principio di civiltà giuridica che costituisce il cardine attorno al quale ruotano tutti gli altri.
Le dichiarazioni anticipate di trattamento sono lo strumento surrettizio per far passare il principio secondo cui ogni essere umano sarebbe padrone della propria vita e, pertanto, avrebbe il diritto di darsi la morte nel momento in cui egli lo decidesse.
Se passasse questo pseudo-diritto, che certamente non si ricava dall’art. 32 della costituzione (che tutela la salute come “fondamentale diritto di ogni cittadino e interesse della collettività”), vi sarebbero due inevitabili gravissime conseguenze.
Da un lato ciò renderebbe assolutamente soggettivo il concetto di “salute” per cui chiunque intendesse, in una qualsiasi condizione di vita comunque da esso ritenuta “insopportabile” o “indegna”, porre fine alla propria esistenza, potrebbe pretendere dall’ordinamento di dare attuazione a questo suo insindacabile “diritto”.
Dall’altro, si aprirebbero così le porte al libero commercio del proprio corpo o dei suoi singoli organi, attualmente vietato dall’art. 5 cod.civ. con riguardo a quegli atti “che cagionano una diminuzione permanente dell’integrità fisica o siano contrari all’ordine pubblico o al buon costume”, costituendo chiaramente, questo aspetto, un quid minus rispetto al primo.
Ciò, tra l’altro, implicherebbe un’ evidente stravolgimento della normativa vigente in tema di consenso informato che deve essere sempre reso dal paziente nell’imminenza dell’intervento medico di una certa rilevanza, non potendo valere, a tal fine, una qualunque sua dichiarazione anteriore perché resa evidentemente in uno stato di coscienza e volontà formatosi in base ad una situazione oggettivamente diversa da quella in cui viene prospettato l’ intervento.
Quindi, se è vero che i fautori di tale istituto affermano di voler circoscrivere l’efficacia delle D.A.T. al caso in cui il “testatore” chiedesse di non esser sottoposto a determinati trattamenti ritenuti invasivi per il caso in cui si trovasse in condizioni di incapacità di intendere e di volere, è ancor più vero che non vi è alcuna certezza che tale dichiarazione rispecchi l’effettiva ed attuale volontà del paziente (la cui manifestazione in un eventuale barlume di coscienza verrebbe definitivamente preclusa).
E comunque, in tal modo, si viene a configurare una vera e propria pretesa tutelata giuridicamente alla collaborazione di altri soggetti nella realizzazione del proprio suicidio, in aperto contrasto con la legge vigente (art. 589 cod.pen. omicidio del consenziente) che punisce colui che, con la propria condotta attiva od omissiva, “soddisfa” la richiesta del suicida.
Questa implicita ed eversiva conseguenza dell’introduzione di D.A.T. vincolanti deve portare chiunque abbia a cuore il destino di questa nazione all’unica conclusione atta a scongiurarla per la quale non può riconoscersi un “diritto” al suicidio perché non esiste alcun diritto di proprietà dell’uomo sul proprio corpo.
Il suicidio è un mero fatto, una facoltà ineliminabile nella prospettiva della libertà umana, ma la vita deve restare un bene indisponibile, dato e non acquisito, che implica (oltre alla titolarità di determinati diritti) anche l’adempimento di una serie di doveri, tra cui quello alla solidarietà verso i propri congiunti e verso la comunità (la quale, a sua volta, deve fornire il sostegno morale e materiale ai soggetti più deboli).
Stando così le cose, si resta a dir poco sconcertati nell’ apprendere che tra coloro che dovrebbero essere in prima linea nella difesa di tali universali principi di civiltà (che, va da sé, sono propri anche del cristianesimo), a cui il Papa e la C.E.I. richiamano incessantemente con importanti documenti, vi sia qualcuno che – come il titolare della parrocchia di S. Concordio in Lucca – ha di recente organizzato nei propri locali un incontro sul tema “Dalla parte del malato” invitando come unico relatore il Sen. Ignazio Marino, ovvero l’esponente di punta dello schieramento che vuole introdurre una legge sul cd. testamento biologico che vincoli il medico e chiunque altro al rispetto della volontà suicidaria del testatore.
Per questo appare più che mai urgente che lo stesso mondo cattolico prenda atto dello stato di grave confusione in cui versa almeno una parte di esso, talvolta ingenerato da messaggi distorti che partono dal suo interno, in primo luogo facendo una doverosa opera di prevenzione (e Scienza & Vita è disponibile qui per questo) affinché non si ripetano madornali episodi di disinformazione come quello di Lucca ai danni del popolo cristiano e, se necessario perché no, di denuncia per il bene degli stessi fedeli cattolici.
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* Aldo Ciappi è avvocato e presidente dell’associazione Scienza & Vita di Pisa e Livorno

sabato 25 aprile 2009

Contributi 86 - Il custode dell'amore

Pigi Colognesi
venerdì 24 aprile 2009

Qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, lo scrittore Alessandro Piperno ha riproposto ai lettori il libro che un giovanissimo Samuel Beckett aveva dedicato a Marcel Proust. «Beckett – scrive Piperno – vede in Proust un uomo che non crede nella comunicazione tra gli esseri. Che si sente immerso in un irredimibile mare di egoismo. E che vive i rapporti umani come uno sconfortante nonché beffardo succedersi di fraintendimenti». A conferma di ciò, cita due frasi folgoranti del drammaturgo irlandese. La prima: «L’amicizia è la negazione di quella solitudine senza rimedio alla quale è condannato ogni essere umano». La seconda: «L’amicizia è un espediente sociale, come la tappezzeria o la distribuzione di bidoni delle immondizie». La conclusione è radicalmente nichilista (e, infatti, l’articolo si intitola: E Beckett smascherò il Proust nichilista): «Noi siamo soli. Non possiamo conoscere e non possiamo essere conosciuti».
Queste frasi, ho detto, sono folgoranti; ma mi sono chiesto se sono anche vere. Vere per quanto posso desumere dalla mia esperienza e chi mi legge trarre dalla propria.
Ho concluso che non lo sono.
Partiamo dalla prima frase. È vero che spesso mi sono sentito condannato ad una «solitudine senza rimedio». Ma, appunto, l’amicizia è stata per me la «negazione» di questa condanna; non perché mi ha fatto fingere di non vederla, ma perché ha dimostrato che essa non è «senza rimedio». Il rimedio è proprio la possibilità di condividere con altri il cammino verso il proprio compimento; in ciò consiste l’amicizia.
Ma allora l’altra affermazione di Beckett, quella secondo cui l’amicizia è un puro «espediente sociale» rappresenta una conclusione indebita. Certo che ogni rapporto può essere vissuto con una superficialità che deborda nello sfruttamento. Tutti noi abbiamo avuto esperienza di nessi che chiamavamo amicizia ed invece non erano che una semplice vicinanza casuale o addirittura connivenza. Ma abbiamo anche sperimentato qualcosa di radicalmente diverso: una comunanza di destino così profonda che fa sentire il compagno di cammino realmente come un sostegno indispensabile, un amico.
Per questo mi sembra che la conclusione nichilista sia una opzione a cui mancano delle ragioni, parziale. Sento molto più vicina alla mia storia la posizione vissuta e descritta da tanti uomini del medioevo, impregnati di cristianesimo. Uno di loro, Aelredo di Rievaulx (1110-1167) ha scritto uno splendido trattato intitolato L’amicizia spirituale. Aelredo è un realista, sa che «l’amicizia può essere carnale, mondana, spirituale. Quella carnale nasce dalla sintonia del vizio; quella mondana si accende per la speranza di un guadagno; quella spirituale si cementa tra coloro che sono buoni, in base a una somiglianza di vita, abitudini, gusti, aspirazioni». Ma, proprio perché realista, sa anche che «fin dal principio la natura ha impresso nello spirito umano il desiderio dell’amicizia, un desiderio che il sentimento interiore dell’amore presto intensificò dandogli un certo gusto di dolcezza», per cui «un uomo senza amici è come una bestia». Bestie sono «quanti pensano che l’ideale sia vivere senza dover consolare nessuno, senza essere di peso o causa di dolore per alcuno; senza trarre gioia alcuna dal bene degli altri, né amareggiarli con i propri sbagli; stando bene attenti a non amare nessuno, e non curandosi di essere amati da qualcuno».
L’opzione nichilista nega in definitiva la possibilità dell’amore, che Aelredo definisce «un sentimento dell’anima razionale per cui essa, spinta dal desiderio, cerca qualcosa e brama di goderne, ne gode con una certa dolcezza e soavità interiore, abbraccia poi l’oggetto di questa ricerca, e conserva quello che ha trovato». Per concludere che «l’amico è come un custode dell’amore».

venerdì 24 aprile 2009

Post 28 - La Meta cammina al nostro fianco

Avevo cominciato questo blog convinto che quasi nessuno se ne sarebbe accorto. Poi strada facendo ho scoperto altre persone che, come e meglio di me, seguivano un blog e poi altre ancora fino ad oggi e - mi auguro - altre si aggiungeranno ancora. Sarebbe bello se qualcuno grazie ai vari contributi che, in primo luogo, colpiscono me potesse trovare uno spunto per convertire la sua vita verso Cristo. Una frase, fra quelle di cui mi hanno beneficiato i miei lettori, mi ha colpito: è bellissimo constatare che la Metà... viaggia con noi. E' profondamente vero. Dio non è rimasto nellìastratto dei cieli in attesa che l'uomo arrivasse attraverso strade certo tortuose a Lui, ma è sceso Lui stesso, si è fatto uomo e compagno del cammino di ogni uomo. C'è stato chi mi ha detto Gesù è l'uomo perfetto che ha superato tutti i test della Sua vita terrena e ha ridato dignità ad ogni altro essere umano. Lui è l'uomo-Dio con noi, che cammina con noi e ci accompagna al Padre celeste. Anche questa affermazione è profondamente vera ed evidenzia un aspetto importante: senza Cristo l'uomo sarebbe perso nel vago delle sue idee (che spesso diventano ideologie) che trasformano ogni desiderio di giustizia in una forma di disumana violenza (come testimonia il contributo che segue questo post). Cristo è Colui che rende l'uomo vero, che rende l'uomo se stesso e gli dona vera dignità. Ed è quindi giusto quanto ha detto un altro commento la preghiera l'inizio del nostro cammino per per raggiungere Dio... affidandoci a Lui... Non siamo soli nel nostro cammino verso l'Assoluto, perchè l'Assoluto stesso si è reso nostro compagno di viaggio. Ed è quest'Assoluto che sempre va invocato, perchè la possibilità di errore e peccato è sempre presente, ma è ancora più presente la Misericordia di Dio (come le celebrazioni della scorsa domenica ci hanno ricordato). Il vero protagonista della storia, ci ha ricordato Don Giussani è il mendicante, il cuore dell'uomo che mendica Dio, ma anche Dio mendica il cuore dell'uomo.

Contributi 85 - Astrarre la persona: il “diritto” a morire si trasforma in “dovere”

da http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=17411

di Elisa Buzzi

La questione della “posta in gioco nella battaglia biopolitica” – indicata da due interventi di M. Niola e R. Esposito apparsi su La Repubblica pochi giorni dopo la morte di Eluana Englaro - pone l’interrogativo su quale sia l’istanza morale assoluta che protegge il singolo dalle pretese del potere (R.Guardini). Oggi siamo di fronte a un profondo rivolgimento teorico, per cui improvvisamente la nozione di persona gioca un ruolo fondamentale nella distruzione dell’idea che gli uomini, proprio in quanto esseri umani, avrebbero dei diritti e una dignità inviolabile. Così, in nome delle “dignità della persona” si uccidono degli esseri umani. Infine il discorso sulla dignità della persona e sulla sua adeguata fondazione, ci riconduce sempre allo stesso punto: a chi appartiene l’uomo, a chi appartengo io? Solo “l’ipotesi della trascendenza”, la “dipendenza dal mistero come costitutiva del valore dell’io”(Giussani), costituisce una fondazione adeguata della dignità della persona, che protegge il singolo dalle pretese del potere.

Come è possibile che questa affermazione o ipotesi della trascendenza, che costituisce la punta di diamante del pensiero occidentale e la stessa origine dell’idea di persona, venga distrutta, cancellata dalla coscienza dell’io e di un’intera società o cultura?
Il sociologo americano Peter Berger sostiene che: «Il fondamentale potere di coercizione di una società non risiede nei suoi meccanismi di controllo sociale, ma nel suo potere di costituire e imporre se stessa come la realtà. La legittimazione come pretesa di definizione della realtà non è solo questione di valori, essa implica sempre anche la conoscenza» (P. Berger, The Social Construction of Reality: A Treatise in the Sociology of Knowledge, 1967, 92).
Il problema è sempre, anzitutto di conoscenza: di un modello (relativo), di un punto di vista (parziale), di una interpretazione (riduttiva) che si autodefinisce e si impone come realtà, tutta la realtà e l’unica realtà. Tanto per fare un esempio direttamente rinvenibile negli articoli di La Repubblica: entrambi gli autori a un certo punto introducono espressioni del tipo “minimo comune denominatore biologico”, “nuda vita” e il linguaggio vagamente scientifico di cui si ammantano tende a comunicarci l’impressione che stiamo toccando qualcosa di reale, che stiamo camminando sul terreno solido della “realtà oggettiva”. Ma a che cosa corrispondono veramente queste espressioni? Dove mai incontriamo, vediamo, tocchiamo il “minimo comune denominatore biologico”, la “nuda vita”? La vita, come ricorda Hans Jonas, si presenta sempre a noi, in tutte le sue espressioni, anche le più elementari, «con l’abito di gala», di infinite e irriducibili qualità e differenze, spesso meravigliose e affascinanti, talvolta terribili e spaventose, sempre stupefacenti. Non è mai amorfa, nuda, semmai “denudata” «per ben ponderati fini conoscitivi e […] in funzione di un determinato modello di sapere» (Hans Jonas, Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio di responsabilità, 1997, 61), cioè, per le esigenze metodologiche di oggettivazione scientifica, di misurazione esatta e riproducibilità sperimentale. La “nuda vita” non corrisponde ad alcuna esperienza, è un postulato, «l’estrapolazione concettuale al limite di una serie di osservazioni empiriche», come dice Giorgio Israel a proposito del principio di inerzia, che costituisce il fondamento della meccanica classica e il cuore concettuale del riduzionismo metodologico della scienza moderna (G. Israel, Medicine between Humanism and Mechanism, JMP, 1/2008, 6). Il riferimento di Esposito a Xavier Bichat, uno dei fondatori della medicina scientifica moderna, per chi abbia qualche nozione della storia della medicina e del suo, controverso statuto epistemologico, è, in questo senso, assolutamente emblematico. Comunque, la “nuda vita”, il “minimo comune denominatore biologico”, il corpo/oggetto, pura “cosa”, di volta in volta identificato con la “mera fisiologia”, o vanificato nel flusso proteiforme delle interpretazioni simboliche e dei valori culturali – i due lati assolutamente simmetrici e necessariamente complementari della stessa riduzione -, non sono esperienze, “realtà”, sono concetti, così come un concetto, filosofico-politico, è l’individuo autonomo, come autoposizione assoluta di una volontà formale, vuota, che si attualizza unicamente nella scelta e nella rivendicazione di diritti. Sono concetti entro certi limiti funzionali a legittime esigenze metodologiche e conoscitive, oltre certi limiti letteralmente “creatori di idoli”, in senso biblico, o, per usare un’espressione più attuale, creatori di ideologie.
Corpo/oggetto e coscienza/soggetto così concepiti, concettualizzati, rappresentano due elementi centrali di quella che G. Maddalena , in un intervento su ilsussidiario.net di qualche tempo fa, indicava come la “koyné naturalistica” che definisce la cultura dominante, filosofica e non solo, del nostro tempo e si esprime nel paradigma del “mondo causalmente chiuso”: una visione in cui la realtà non funziona mai come “segno” e, perciò, la ragione, smarrita la sua essenziale funzione analogica, si riduce a misura, calcolo razionale. In effetti, il punto focale, il perno, su cui si regge l’ipotesi della trascendenza è l’esperienza della realtà come segno, che innesca la dinamica affetivo-conoscitiva dell’io, la dinamica della libertà e della ragione alla ricerca del significato, di ciò cui il segno rimanda. Ciò che in me, nel rapporto con la realtà, sperimento come limite è, secondo l’espressione classica della filosofia e della teologia, segno della “contingenza”, termine che indica una nozione concettualmente più ricca e profonda di quella di limite ed anche esistenzialmente più densa, più vicina alla nostra esperienza. Contingenza significa, appunto, il carattere di una realtà che non ha in sé la ragione del suo essere, non ha il potere di farsi: io non ho il potere di farmi, non mi faccio da me, dunque sono fatto, dipendo all’origine e in ogni istante da una sorgente, da un quid, che è altro da me, dalla realtà che sperimento – “trascendente” -, che è la realtà nel senso più pieno, l’essere vero, che ha il “potere” nel senso più radicale, il potere di trarre dal nulla. Proprio la “realtà” del corpo, ciò che noi veramente sperimentiamo come dimensione della nostra esistenza personale, condizione nel duplice senso di limite e possibilità, il fatto di nascere e morire – prima non c’ero, ora ci sono, domani non ci sarò –, l’evidenza del mutare nel tempo, della fragilità, vulnerabilità, dipendenza, più o meno grande, ma realisticamente inevitabile, l’evidenza della finitudine, del nostro niente, che continuamente ci assedia e di cui la malattia, come ha affermato un grande medico, Edmund Pellergrino, è un “brutale promemoria”, insieme all’inesauribile esigenza di vivere, di bene, di felicità, di ragione, di giustizia, di compimento, sono segno di questa contingenza, che non segna solo il corpo, ma tutto l’io, definendone ad un tempo il limite e la trascendenza: quella continua, inesauribile “sporgenza” del cuore - «l’incondizionata esigenza del bene e del ragionevole che si afferma nell’uomo [e] non è connessa a un destino naturale, [non è] una faccenda di geni e di educazione» (R. Spaemann, Persone, 22-23) - che definisce, appunto, originariamente la persona.
Ricordare che il problema è anzitutto di conoscenza non significa consegnarsi ancora una volta al relativismo delle interpretazioni o alla rassegnata constatazione della nostra impotenza nei confronti dei meccanismi impersonali – i “processi di normalizzazione” - di un potere che «squalifica […] la nostra umanità, fin le radici dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti, che sono dettati a nostra insaputa » (Giussani, La crisi dell’esperienza cristiana, 24). Può aiutarci a intuire la radicalità del problema e, quindi, a formulare in maniera più vera e adeguata la domanda davvero essenziale, cogliendo tutto lo spessore e l’intensità di una risposta già presente: l’esperienza di una appartenenza che (ci) libera.
«A noi, a questo punto – momento in cui si nota l’imperversare del potere che squalifica la nostra epoca e la nostra umanità, fin le radici dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti, che sono dettati a nostra insaputa – che cosa manca, che cosa manca a una sensibilità umana vigile? Manca una cosa, la coscienza del carisma […] Noi cristiani non abbiamo l’esperienza che ci dica, che ci faccia sentire esistenzialmente, l’appartenenza nell’oggi a Cristo […] vale a dire l’esperienza della appartenenza alla Chiesa come avvenimento.» (Giussani, La crisi dell’esperienza cristiana, 24)

P.S. Non credo che nessuno, neppure chi oggi lo sostiene come unica alternativa politicamente percorribile alla jungla, si illuda che il testamento biologico sia realmente una soluzione. Tanto per restare nell’ambito degli esempi, così cari ai bioeticisti, il 21/2/2009, più o meno negli stessi giorni in cui venivano pubblicati gli articoli di Repubblica, sull’edizione on-line di Telegraph (Telegraph.co.UK) compariva un pezzo di Wesley Smith, dal titolo più concretamente urgente degli omologhi italiani: Il “diritto di morire” può diventare un “dovere di morire”. La storia è questa: Barbara Wagner e Randy Stroup, due cittadini dell’Oregon, stato americano in cui il suicidio assistito è legalizzato, sono malati di cancro in fase terminale, dipendono entrambi da Medicaid, il piano di assicurazione sanitaria statale per i poveri. Nel 2008 richiedono il sostegno per le spese necessarie per cure chemioterapiche che, se non possono guarirli, possono almeno prolungare la loro vita, cosa che evidentemente, al di là di tutti i calcoli sulla qualità della vita e di tutte le considerazioni “pietose” di quelli che per eliminare la sofferenza auspicano di eliminare i sofferenti, essi stessi considerano un’opzione desiderabile. Notiamo, inoltre, che neppure Maffettone o Parfit potrebbero, in base ai loro criteri, negare a questi esseri umani lo status di persone aventi diritti: sono adulti, perfettamente consapevoli, non sono “feti”, e neppure, al momento della richiesta, privi di coscienza. Qui, il “soggetto” abita ancora senza alcun dubbio il corpo, non c’è bisogno di discutere su chi sia il “proprietario naturale”. Il loro unico handicap è che sono malati e non hanno i soldi per le cure. La loro volontà non si esprime in una dichiarazione rispetto a circostanze lontane e solo indirettamente ipotizzabili, un “testamento”, ma in una precisa richiesta rispetto a una circostanza presente e direttamente sperimentata. Entrambi ricevono la stessa risposta: le risorse economiche, si sa, sono limitate e la spesa prevista per la cura risulta ingiustificata rispetto alla quantità limitata di tempo (extra-time) che potrebbe garantire. Tuttavia, dal momento che lo Stato non è del tutto insensibile alla pietà, ad entrambi viene assicurato che, non appena si sentano pronti, verrà loro garantito ben volentieri il sussidio economico necessario a coprire le spese del suicidio assistito. La signora Wagner, che ora è morta, quando il suo caso è diventato di pubblico dominio, ha ricevuto gratuitamente i farmaci dalla casa produttrice. Il caso del signor Stroup è stato impugnato in tribunale. Nessun commento mi sembra necessario.

Contributi 84 - Zapatero vuole il silenzio della Chiesa sull’aborto

da http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=17832

È sorprendente la capacità che ha il ministro dell’Uguaglianza, Bibiana Aído, di rispondere a tutte le opinioni contrarie alla posizione del Governo sull’ampliamento dell’aborto che vuole approvare prima dell’estate. Lo fa così frequentemente e in modo così aggressivo che si è guadagnata il titolo di ministro che parla di più tra tutti quelli che siedono al Consiglio dei Ministri.
Le sue ultime parole sull’aborto sono state queste: «La Chiesa può solo dire che è peccato e non che si tratta di un delitto». Queste dichiarazioni della giovane ministro sono deboli. In primo luogo perché sono antidemocratiche. Da quanto un governo si permette di indicare cosa dovrebbe o non dovrebbe dire la Chiesa? Chi ha concesso questo potere alla Aído? Il Ministro non permette alla Chiesa la libertà di esprimersi e di giudicare quello che vuole? La beniamina del Governo Zapatero non lascia prendere posizione alla Chiesa su temi sociali che sono sul tavolo? Le vuole togliere questo diritto fondamentale?
Questa è la vera ossessione dell’“era Zapatero”: escludere la Chiesa dal dibattito pubblico. Non permettere che la Chiesa giudichi questioni che ci riguardano tutti. Sembra che alla Chiesa sia vietato entrare in determinati dibattiti o polemiche.
Ma continuiamo a esaminare le parole del ministro. Effettivamente, per la Chiesa cattolica l’omicidio è un peccato. Si tratta né più né meno del quinto comandamento: «Non uccidere». E l’aborto, così come hanno ricordato i quasi mille firmatari del manifesto di Madrid da una posizione lontana da principi morali, è la morta di una vita, quella dello zigoto. E il ministro Aído, volendo confinare la Chiesa esclusivamente alla definizione di ciò che è peccato, in fondo sta riconoscendo che l’aborto è un omicidio.
Ci sono verità che continueranno a essere tali anche se gli si cambia il nome e bugie che non saranno altro che menzogne, per quanto legali siano. E l’aborto, per quanto legale sia, non smetterà di essere ciò che è, cioè un omicidio. E la Chiesa ha il dovere, l’obbligo di gridarlo ai quattro venti. Inoltre, la Chiesa non solo definisce o può definire, come vuole il ministro, ciò che è peccato o meno. La Chiesa sostiene, solitaria in questi momenti e controcorrente, verità che più nessuno ormai considera tali.
Qui sta la radice, il nocciolo della questione. Che la vita non ce la diamo da noi stessi, non è nostra, non siamo signori e padroni della realtà. In questo modo, questo “grido” espresso dalla Chiesa non è una condanna, è un richiamo all’apertura della ragione per arrivare a riconoscere la positività dell’esistenza, per quanto sia difficile la circostanza di ognuno.
Caro ministro, non è un problema di peccare o non peccare, è un problema di esistere o non esistere, di vivere o uccidere. E se si uccide, c’è un delitto, non un diritto che lei vuole ora imporre.
(Raquel Martín)

giovedì 23 aprile 2009

Post 27 - Cammino perenne

Mi ha scritto Incontro alla luce relativamente al post sul discorso di Benedetto XVI su S.Anselmo :"Non si finisce mai di viaggiare alla scoperta di Dio, è un pellegrinaggio entusiasmante che vale la pena intraprendere!"
Sono pienamente d'accordo, è il solo viaggio degno dell'uomo.
Siamo in pellegrinaggio perenne verso Dio con il nostro incedere incerto ma instancabile, sempre caduchi e continuamente rialzati, spesso dimentichi e conseguentemente a riprendere memoria.
La benzina che alimenta il nostro motore si chiama preghiera e ci aiuta a ricordare e tenere presente che Cristo è risorto e quindi ha già vinto tutto. Il senso della vita è un uomo, quello uomo è Gesù Cristo.

mercoledì 22 aprile 2009

Contributi 83 - il viaggio alla ricerca di Dio non si conclude mai

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 21 aprile 2009 (ZENIT.org).

"Il viaggio alla ricerca di Dio, almeno su questa terra, non si concluderà mai", ha spiegato Benedetto XVI ricordando uno degli uomini passati alla storia come ricercatori di Dio, Sant'Anselmo. Il Papa si è fatto presente questo martedì pomeriggio alla solenne Eucaristia celebrata nella Cattedrale di Aosta in occasione delle celebrazioni per il IX centenario della morte del grande filosofo e teologo, con un messaggio al suo inviato speciale, il Cardinale Giacomo Biffi.
Nel testo, letto dall'Arcivescovo emerito di Bologna nella festa liturgica del santo, il Pontefice ripercorre la vita del monaco nato tra le montagne di Aosta, che divenne Arcivescovo primate d'Inghilterra, con sede a Canterbury, dove morì il 21 aprile 1109.
Ad Anselmo "Dio appare come ciò di cui non è possibile pensare qualcosa di più grande: forse a questa sua intuizione non era estraneo lo sguardo volto fin dalla fanciullezza a quelle vette inaccessibili" di Aosta, spiega il Vescovo di Roma nel messaggio.
"Di fatto, sempre meglio egli si renderà conto che Dio si trova a una altezza inaccessibile, situata oltre i traguardi a cui l'uomo può arrivare, dal momento che Dio sta al di là del pensabile".
"Per questo il viaggio alla ricerca di Dio, almeno su questa terra, non si concluderà mai, ma sarà sempre pensiero e anelito, rigoroso procedimento dell'intelletto e implorante domanda del cuore", sottolinea.
Per il Papa, sono "programmatiche per ogni ricerca teologica" le parole di Anselmo all'inizio del suo famoso "Proslogion": "Non tento, Signore, di penetrare la tua profondità, perché non posso neppure da lontano mettere a confronto con essa il mio intelletto; ma desidero intendere, almeno fino a un certo punto, la tua verità, che il mio cuore crede e ama. Non cerco infatti di capire per credere, ma credo per capire".
Secondo il Pontefice, Anselmo conserva "tuttora una grande attualità e un forte fascino", motivo per il quale loda l'iniziativa di pubblicare nuovamente le sue opere, in cui la fede e la ragione si trovano "mirabilmente unite".
(..)
La Santa Sede ha pubblicato questo martedì un messaggio del Santo Padre inviato all'Abate Primate dei Monaci Benedettini Confederati, Dom Notker Wolf, in occasione del centenario."Ricordando con animo devoto" - scrive il Papa nel Messaggio in latino - "la figura di questo santo, desideriamo elogiare e illustrare l'infinita ricchezza del suo sapere; che gli uomini del nostro tempo, soprattutto europei, si avvicinino a lui, per riscoprire la sua solida e ricca dottrina".

martedì 21 aprile 2009

Contributi 82 - Compito del cristiano

..annegare il male nella sovrabbondanza del bene.
Non si tratta di far campagne negative, né di essere anti-qualcosa.
Al contrario: si tratta di vivere di affermazioni, pieni di ottimismo, con gioventù, allegria e pace; di guardare tutti con comprensione: quelli che seguono Cristo e quelli che lo abbandonano o non lo conoscono.
Ma comprensione non significa astensionismo, né indifferenza, bensì azione.

lunedì 20 aprile 2009

Post 26 - Vale la pena vivere?

Inizio questo post riportando un'agenzia che risale a circa due settimane fa:
Apcom) - Il suicidio assistito non solo per i malati terminali ma anche per le persone sane che, per ragioni personali, intendono porre fine alla loro vita. Potrebbe essere questa la prossima frontiera dell'eutanasia o almeno è questa la battaglia legale che Dignitas, la clinica svizzera specializzata nella "dolce morte", intende portare avanti. "Conosco una coppia canadese, lui è malato e la compagna mi ha confidato: 'se mio marito muore, vorrei morire insieme a lui'. Questo per noi costituisce un problema legale e dovremo rivolgerci alla magistratura per risolverlo" ha spiegato il fondatore della clinica elvetica, Ludwig Minelli, aggiungendo che non dovrebbero sussistere restrizioni nel procurare la morte a chi lo desidera."Credo che il suicidio rappresenti una possibilità incredibile per l'essere umano perché gli permette di uscire da una situazione inalterabile. Il fatto di avere una malattia terminale non deve rappresentare la condizione necessaria. In quanto avvocato per i diritti umani sono contrario all'idea di paternalismo. Non possiamo decidere per gli altri" ha spiegato ancora Minelli. (..) Sebbene possa sembrare cinico parlare di tornaconto al sistema sanitario nazionale, secondo Minelli bisogna ricordare anche i benefici del suicidio assistito: "per ogni 50 tentativi di suicidio, uno solo arriva a termine con le altre 48 persone gravemente danneggiate che il più delle volte devono ricorrere a cure lunghe e costose a carico dello stato". Mentre Dignitas si prepara dunque ad allargare le maglie per l'accesso al suicidio assistito, le autorità svizzere starebbero però pensando di rivedere le leggi in materia di dolce morte che potrebbe rendere d'ora in poi più difficile per gli stranieri ricorrere ad una fine indolore".
La prima reazione sarebbe di partire lancia in resta contro questa iniziativa (la cui tremenda gravità è innegabile) , ma poichè ho imparato a non agire subito di testa mia e ho la fortuna di avere amici intelligenti mi muoverò in un altro modo.

Il nodo cruciale è capire perchè vale la pena vivere. L'uomo è una creatura, questo è un dato di fatto, non sa e non può essere creatore, non ha la capacità di generare dal nulla qualcosa.
Per i credenti la vita è (o dovrebbe essere) un valore assoluto, un dono ricevuto da Dio (insieme a tanti altri) da far fruttare al meglio. Ho inserito fra parentesi un condizionale perchè i recenti fatti relativi all'uccisione di Eluana Englaro hanno evidenziato che c'è purtroppo molta confuzione anche fra i credenti su questo argomento. Ogni episodio in cui si manifesta la negazione di valori che sono imprescindibili per noi credenti ci pone degli interrogativi e sollecita la nostra persona.
Capisco a livello intellettivo che il suicidio è la fine logica di chi non ha scoperto un valido motivo per vivere, ovvero non ha scoperto l'amore che Dio ha per noi, e questo mi interpella fortemente.
Come ho detto in altre occasioni (ma mi pare si caschi sempre qui) il punto è che urgono testimoni credibili della bellezza del vivere la fede, annunciatori instancabili del fascino che emana dalla persona di Cristo. In altre parole invita ciascuno di noi a vivere con maggiore verità e serietà la propria sequela a Cristo.
Ferma restando la libertà di ogni uomo (caratteristica donataci dal nostro Creatore) che può spingersi fino al negarLo in modo totale affermando quindi se stesso in contrapposizione a Dio, credo resti comunque e sempre il diritto/dovere dei credenti di rendere ragione della loro speranza e di annunciarla pubblicamente. In altre parole io non posso negare ad una persona la possibilità di por termine alla sua vita, ma posso affermare con tutto me stesso che è sbagliato, che è peccato grave e posso soprattutto pregare per la conversione del suo cuore.
E' profondamente sbagliato certo modo di pensare di alcuni cattolici che mascherandosi dietro il "rispetto" e il "politicamente corretto" vive in realtà una posizione di profonda e apatica indifferenza e egoismo.
La legislazione attuale permette divorzio ed aborto ed io non posso coercitivamente impedire a qualcuno di ricorrervi, ma posso e devo sempre dire che è sbagliato. La legislazione attuale non consente l'eutanasia e posso fare in modo che continui ad essere così, dicendo a tutti, ripetendo sempre, educando le persone sull'errore che è insito in una tale scelta.
Per cui di fronte ad un episodio gravissimo come quello della clinica Dignitas la reazione più giusta (ma mai come in questo caso sento il bisogno del supporto di chi mi legge) è diventare più veri noi e essere noi segno della presenza e dell'amore di Dio all'uomo di oggi. Specie di quello che non avendoLo incontrato in modo persuasivo, vive la sua vita negandoLo.
Chiedo però a chi legge di voler dire perchè - nella sua esperienza - vale la pena vivere.

Contributi 81 - Il metodo di Benedetto XVI

non potevo passare sotto silenzio la duplice ricorrenza del compleanno del Papa e dell'anniversario della sua elezione...

Mons. Massimo Camisasca
lunedì 20 aprile 2009
Quattro anni fa come oggi, il cardinale Josef Ratzinger veniva eletto papa e assumeva il nome di Benedetto XVI. Quattro anni sono veramente troppo pochi per permettere un giudizio, sia pur sommario sull’alba di un pontificato. Il pensiero corre subito ai ventisette anni di regno di Giovanni Paolo II. Eppure non dobbiamo dimenticare che Josef Ratzinger ha già ottantadue anni, che egli è consapevole di questo, e che ha voluto imprimere perciò al suo pontificato un percorso ben preciso, sapendo di dover fare solo cose essenziali e molto incisive.

Egli non crede probabilmente che sia efficace spostare gli uomini da un incarico a un altro. Lo ha fatto, all’inizio del suo pontificato, ma poi si è come fermato. Preferisce il cambiamento interiore delle persone, come ha chiaramente richiesto nella sua sorprendente lettera all’episcopato cattolico. È convinto che Dio può tutto, anche cambiare il cuore degli ecclesiastici e aprirli a una considerazione più vera del bene della Chiesa e della loro stessa vita.

Quali sono le linee di questa concentrazione? Innanzitutto la sua attenzione principale si rivolge all’evento della liturgia. Uno degli ultimi libri pubblicati prima della sua ascesa al pontificato, Introduzione allo spirito della liturgia, se rivisitato oggi, può essere un’utile chiave di lettura di tutto il pontificato nel suo svolgimento compiuto fino ad ora. Non voglio qui riferirmi al motu proprio che riguarda la riabilitazione della messa di san Pio V, ma a qualcosa di ben più profondo, la concezione stessa che Ratzinger ha dell’evento liturgico come momento in cui si manifesta l’assoluta priorità dell’iniziativa di Dio nella vita dell’uomo, la sua grazia, la sua misericordia, e nello stesso tempo la sua capacità di intervenire nella storia, di dare forma all’esistenza, di ricompaginare, visibilmente e invisibilmente, i cammini del cosmo verso la loro ricapitolazione. Chi vuole capire qualcosa di questo pontificato deve leggere e rileggere con attenzione le omelie di Benedetto XVI, soprattutto quelle pronunciate in occasione dei tempi liturgici forti, l’Avvento e il Natale, la Quaresima e la Pasqua, la Pentecoste. Lo ha notato più volte Sandro Magister nei suoi interventi. In quei testi, Josef Ratzinger appare chiaramente come un nuovo Leone Magno, un nuovo Ambrogio, un nuovo Agostino, colui che sa trarre dall’itinerario liturgico una pedagogia esistenziale, rivelatrice di tutto il cammino dell’uomo verso Dio, e di Dio verso l’uomo.

Non manca, naturalmente, in queste sue omelie la profondità della storia della Chiesa, delle preghiere liturgiche antiche, soprattutto latine, a cui Ratzinger attinge a piene mani per mostrare la continuità di una tradizione e la sua efficacia. Ma anche i gesti liturgici, i tempi, gli spazi. Tutto è per lui rivelatore di una pedagogia del mondo rinnovato.

È come se Benedetto XVI avesse rinunciato a far dipendere il discernimento su cosa fare o non fare da una efficacia immediata. Sa che la crisi della Chiesa e nella Chiesa è profonda. Vuole seminare dunque in profondità.

Alla luce di queste considerazioni, si comprendono altre due iniziative che io collocherei allo stesso livello dell’attenzione per la liturgia. Sto parlando dell’anno paolino e dell’annunciato anno dedicato al sacerdozio. Attraverso l’anno paolino ancora in corso, Benedetto XVI ha voluto riandare alle radici della Chiesa e nello stesso tempo favorire un’esposizione assolutamente concentrata su Cristo della fede e della dottrina cristiana. Per Paolo esiste solo Cristo, e Cristo crocifisso e risorto. Egli non si è mai soffermato nelle sue lettere sull’infanzia di Gesù (ha tutto concentrato in tre parole: nato da donna), non ha parlato della vita a Nazareth, e neppure dei tre anni della comunità apostolica. Per Paolo, il Gesù che lo interessa è quello della passione, morte, e resurrezione, quello che è asceso al cielo e siede alla destra del Padre, il Figlio di Dio fatto carne. L’anno paolino ha permesso ai pastori sensibili e attenti di riproporre in modo vitale il cuore dell’esperienza cristiana. Allo stesso modo, e con la stessa radicalità, Benedetto XVI sa che il punto più grave della crisi della Chiesa ancor oggi è la vita sacerdotale. Scarseggiano i maestri, gli educatori, sono incerti gli insegnamenti impartiti in molte scuole di teologia, permane una crisi affettiva di molti sacerdoti, accentuata dalla solitudine e dal ripiegamento. Ma soprattutto in molti paesi, si assiste a una riduzione progressiva del popolo di Dio, la cui educazione e crescita è la finalità primaria della vita del sacerdote. Non è dunque un caso che papa Ratzinger abbia voluto questo anno sacerdotale, collegandolo al 150° anniversario della morte del santo Curato D’ars.

Un’ultima annotazione: il cuore del papa guarda ad est, alla Russia, alla Cina. Nel suo libro su Benedetto XVI, scritto all’indomani della nomina del papa, e che rimane comunque l’unico libro interessante su questo pontificato (Benedetto XVI. La scelta di Dio, Rubbettino editore), George Weigel, prevedendo proprio quest’attenzione di Josef Ratzinger ha scritto: “L’Asia è il continente che ha visto il più grande fallimento della missione cristiana in due millenni”. E aggiunge: “La Cina potrebbe essere il più grande campo di missione cristiana del ventunesimo secolo”. Ma anche l’India, in cui assistiamo oggi a una persecuzione così atroce dell’esigua minoranza cattolica, è un punto di riferimento importante. La sua profonda cultura induista e buddista interroga la sapienza cristiana e la fede nell’unica salvezza che viene da Cristo.

domenica 19 aprile 2009

Post 25 - Il contagio positivo

Dire che il mondo di oggi non sia amico di Cristo equivale a scoprire l'acqua calda. E' un'ovvietà che è davanti agli occhi di tutti. I vari attacchi al Papa e la contemporanea esaltazione del "valore" della libertà individuale che si manifesta nell'eutanasia, nell'aborto e nelle unioni "non convenzionali" sono solo una piccola dimostrazione pratica di quanto sopra. E la reazione istintiva a tutto ciò è la domanda "come contrastere tutto questo?"
Che i cristiani non siano la maggioranza non è una novità dei nostri giorni; da sempre noi credenti siamo una sorta di “resto di Israele”, ma siamo al contempo chiamati ad essere segno per tutti gli uomini.
Penso che il cristianesimo si diffonda in modo più efficace per una sorta di “contagio positivo” che viene dal vedere la vita trasformata di chi veramente crede in Gesù.
E’ vero la fede in Gesù Cristo viene osteggiata e derisa ma penso che concentrare la nostra attenzione e preoccupazione su queste “persecuzioni” che il mondo ci riserva ci possa far perdere di vista il fatto decisamente più importante che Cristo ha già vinto il mondo.
La risposta più efficace all’attuale modo di pensare della società (che è fondamentalmente a-religioso e cristofobico) è di convertire in primis la nostra esistenza rendendola conforme a quella di Colui che ci ha redenti.
Non è una intelligente politica di marketing per convertire la persona che porterà nuovi fedeli a Cristo, ma la testimonianza – a volte certamente poco visibile per i riflettori di norma puntati su qualche inutile reality – di tanti credenti che nella loro vita quotidiana seguono umilmente ma tenacemente Cristo.
Non è una nostra bravura (che spesso manco esiste) ma una sequela e un amore a Cristo che, la festa di oggi ce lo ricorda, è Amore Misericordioso.

Le indulgenze della Domenica della Divina Misericordia

Il Servo di Dio Giovanni Paolo II ha voluto che la seconda Domenica di Pasqua fosse denominata “Domenica della Divina Misericordia” (Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Decreto Misericors et miserator, 5 Maggio 2000).

Il culto della Divina Misericordia è legato a suor Faustina Kowalska, la mistica polacca proclamata santa nel corso dell’Anno Santo del 2000, di cui Giovanni Paolo II è stato un fervente devoto, come testimonia la sua seconda Enciclica Dives in misericordia scritta nel 1980 e dedicata alla Divina misericordia.

Nel citato Decreto sono previsti tutti i casi per beneficiare dell’Indulgenza plenaria o parziale:

« [...] Il Sommo Pontefice pertanto, animato da ardente desiderio di favorire al massimo nel popolo cristiano questi sensi di pietà verso la Divina Misericordia, a motivo dei ricchissimi frutti spirituali che da ciò si possono sperare, nell’Udienza concessa il giorno 13 giugno 2002 ai sottoscritti Responsabili della Penitenzieria Apostolica, Si è degnato di largire Indulgenze nei termini che seguono:

Si concede l'Indulgenza plenaria alle consuete condizioni (Confessione sacramentale, Comunione eucaristica e preghiera secondo l'intenzione del Sommo Pontefice) al fedele che nella Domenica seconda di Pasqua, ovvero della “Divina Misericordia”, in qualunque chiesa o oratorio, con l'animo totalmente distaccato dall'affetto verso qualunque peccato, anche veniale, partecipi a pratiche di pietà svolte in onore della Divina Misericordia, o almeno reciti, alla presenza del SS.mo Sacramento dell'Eucaristia, pubblicamente esposto o custodito nel tabernacolo, il Padre Nostro e il Credo, con l'aggiunta di una pia invocazione al Signore Gesù Misericordioso (p. e. “Gesù Misericordioso, confido in Te”).

Si concede l'Indulgenza parziale al fedele che, almeno con cuore contrito, elevi al Signore Gesù Misericordioso una delle pie invocazioni legittimamente approvate.

Inoltre i naviganti, che compiono il loro dovere nell'immensa distesa del mare; gli innumerevoli fratelli, che i disastri della guerra, le vicende politiche, l'inclemenza dei luoghi ed altre cause del genere, hanno allontanato dal suolo patrio; gli infermi e coloro che li assistono e tutti coloro che per giusta causa non possono abbandonare la casa o svolgono un'attività non differibile a vantaggio della comunità, potranno conseguire l'Indulgenza plenaria nella Domenica della Divina Misericordia, se con totale detestazione di qualunque peccato, come è stato detto sopra, e con l'intenzione di osservare, non appena sarà possibile, le tre consuete condizioni, reciteranno, di fronte ad una pia immagine di Nostro Signore Gesù Misericordioso, il Padre Nostro e il Credo, aggiungendo una pia invocazione al Signore Gesù Misericordioso (p.e. "Gesù Misericordioso, confido in Te").

Se neanche questo si potesse fare, in quel medesimo giorno potranno ottenere l'Indulgenza plenaria quanti si uniranno con l'intenzione dell'animo a coloro che praticano nel modo ordinario l'opera prescritta per l'Indulgenza e offriranno a Dio Misericordioso una preghiera e insieme le sofferenze delle loro infermità e gli incomodi della propria vita, avendo anch'essi il proposito di adempiere non appena possibile le tre condizioni prescritte per l'acquisto dell'Indulgenza plenaria.

I sacerdoti, che svolgono il ministero pastorale, soprattutto i parroci, informino nel modo più conveniente i loro fedeli di questa salutare disposizione della Chiesa,
si prestino con animo pronto e generoso ad ascoltare le loro confessioni, e nella Domenica della Divina Misericordia, dopo la celebrazione della Santa Messa o dei Vespri, o durante un pio esercizio in onore della Divina Misericordia, guidino, con la dignità propria del rito, la recita delle preghiere qui sopra indicate; infine, essendo “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (Mt 5, 7), nell'impartire la catechesi spingano soavemente i fedeli a praticare con ogni possibile frequenza opere di carità o di misericordia, seguendo l'esempio e il mandato di Cristo Gesù, come è indicato nella seconda concessione generale dell'“Enchiridion Indulgentiarum” (Manuale delle indulgenze). »

Il presente Decreto ha vigore perpetuo. Nonostante qualunque contraria disposizione.

Miracoli 2 - Ugo Festa


Per la terza volta devo ringraziare il blog http://exsurgatdeus.blogspot.com/

Ugo Festa nasce nel 1951 e, da giovane, si ammala di sclerosi multipla.
Si aggiungono poi a questa grave menomazione altre croci terribili: verso i trent'anni la distrofia muscolare e l'epilessia, poi un grave problema di deformazioni alla spina dorsale e crisi convulsive ogni giorno.
E' inchiodato a una sedia a rotelle.
La sua situazione è così disperata che anche i medici gli confessano di non poter fare niente.
Da qui, per questo destino tremendo, la sua ribellione a Dio.
Ma Ugo intuisce che gli resta una sola cosa da fare: può solo pregare, gridare a Dio. Così il 28 aprile 1990 va in pellegrinaggio a Roma: lo presentano a Madre Teresa che in quei giorni è a Roma. Lei lo consola, lo accarezza.
Gli propongono di andare a pregare al Santuario della Divina Misericordia, a Trento, ma lui dice di no. Una suora del gruppo però gli lascia cinque copie dell'immagine della Divina Misericordia e una medaglia con la stessa icona.
Così il giorno dopo, il 29 aprile, Ugo si fa portare all'udienza del Santo Padre, nell'Aula Nervi, con la medaglietta al collo e quell'immagine fra le braccia per farla benedire dal Papa, ma con qualche imbarazzo perché lui non è mai stato uno stinco di santo.
Sulla scalinata di S. Pietro, Giovanni Paolo II passa proprio vicino a lui. Il Papa lo guarda, si ferma, benedice l'immagine e chiede a quell'uomo strano e sofferente: "come sta?".
Ugo a questo punto dà sfogo a tutta la sua disperazione, dice di sentirsi completamente sconfortato e di essere profondamente in crisi. In quel suo pianto c'è tutta la sua vita di dolore e la sua ribellione.
Il Papa lo ascolta, con tenerezza gli sorride e poi gli dice: "Ma come puoi essere in crisi se hai fra le tue braccia Gesù Misericordioso? Affida tutto te stesso a Lui e prega la mia sorella Faustina che interceda per te".
Ugo è colpito dalle parole del Papa. Dentro di sé qualcosa è cambiato. Decide così di andare davvero al Santuario della Divina Misericordia, a Trento. Davanti a quell'immagine di Gesù, a grandezza naturale, prega per tre giorni.
Il quarto accade qualcosa di inspiegabile e straordinario.
Ugo nota d'improvviso che l'immagine è diventata viva e Gesù gli sta realmente tendendo le sue braccia; sente che tutto il suo corpo è attraversato da un calore molto forte. Si ritrova in piedi con le braccia protese verso il Signore e lo invoca con forza. Vede Gesù venire verso di lui, con quella veste bianca che ondeggia, come nella brezza.
Ugo in una frazione di secondo pensa: "Mio Dio, ma è l'uomo di Galilea. E viene proprio verso di me!".
Non crede ai suoi occhi, dubita, teme di essere diventato pazzo, di sognare. A questo punto sente Gesù che pronuncia queste chiare parole: "Alzati e cammina!".
E così comincia a camminare.
Di colpo tutte le gravi malattie che lo affliggevano sono sparite, sono state guarite. D'improvviso si trova fisicamente sano come mai era stato nella sua vita. In un istante è un altro uomo.
Per sincerarsene corre fuori. E' sconcertato, ma felice.
Il 19 agosto seguente Ugo Festa torna a San Pietro, all'udienza del papa.
Viene portato ancora una volta da lui. Non più lacrime di dolore ma solo di gioia.
Racconta a Giovanni Paolo II l'immensa grazia che ha ricevuto e lo ringrazia per avergli raccomandato, il 29 aprile precedente, di rivolgersi alla Divina Misericordia.
Da questo momento comincia per lui una nuova esistenza.
Parte come infermiere volontario per aiutare Madre Teresa nelle sue missioni in India e Africa e dedica la sua vita all'assistenza dei più bisognosi, soprattutto extra-comunitari, fino al momento della sua morte avvenuta il 22 Maggio 2005.
Il miracolo ottenuto da Ugo Festa è negli atti del processo che ha portato Santa Faustina sugli altari e conferma il legame misterioso fra papa Wojtyla e la suora polacca.

Miracoli 1 - Il sacerdote

Anche in questo caso mi trovo in debito con il curatore del blog http://exsurgatdeus.blogspot.com/

Padre Giovanni Tamayo missionario a Bangkok (Tailandia), racconta la sua incredibile vicenda

Sono missionario da 35 anni in Tailandia. A 50 anni ero parroco della parrocchia Nostra Signora di Fatima a Prachuab. Un giorno, mentre ero alla guida del minibus della scuola con alcuni allunni, di colpo non ho potuto più respirare. Davanti ai miei occhi tutto era diventato buio e non vedevo più nulla. Fui portato all’ospedale e fu diagnosticato un piccolo ictus.
Poi i medici riscontrarono un’anomalia al collo e mi dissero: ‘Faremo delle trazioni per darti sollievo’. Il mio collo era molto calcificato per i lavori pesanti nelle missioni: trasportavo pesantissimi sacchi per la costruzione di conventi e di scuole: cemento, sabbia, legno ecc. Mentre mi facevano le trazioni, persi completamente la sensibilità al braccio destro e dissi loro di smettere.
Ci fu un errore da parte dei medici e tutta la parte destra del mio corpo fu paralizzata!
Mi prescrissero molta fisioterapia. Nell’ala n.7 dove facevo queste sedute, eravamo tutti invalidi e io ero terribilmente depresso all’idea di cominciare una vita da invalido. Tutte le sere mi sentivo schiacciato dalla depressione e soprattutto dalla tentazione della disperazione. Essere solo in un ospedale procura una terribile sensazione di impotenza e ogni giorno gridavo a Dio: ‘aiuto!’
Tre mesi dopo, nella cappella dell’ospedale, parlai al Signore davanti al Santissimo, ripetendogli che non ne potevo più e supplicandolo di tirarmi fuori da quella situazione.
Improvvisamente sentii la Sua voce che mi domandava: ‘Quanti anni ho, figlio mio?’ Gli dissi: ‘Signore tu hai 33 anni!’. ‘E te?’ Risposi:’ Ho 50 anni’. Mi disse: ‘Perché non mi ringrazi? Ti ho dato 17 anni in più di me. A 33 anni ero già morto.’ ‘ Si, Signore, mi dispiace! Perdonami di non aver apprezzato questi 17 anni supplementari di vita che tu mi hai dato.’‘Tu hai parlato bene di me, ma non mi conosci. Gustami!’ (la parola ‘gustare’era veramente molto forte). ‘Signore, cosa vuoi dire?’. ‘Figlio mio, non ti ho consacrato per essere un lavoratore. Non ti ho consacrato per essere un amministratore. Ti ho consacrato per essere ME!’
La parola ‘ME’ era molto chiara. Gesù aggiunse: ‘Quando io soffrivo, mi sentivo abbandonato, inchiodato… E’ un situazione molto dolorosa. Ora tu lo sai.’
Ero sconvolto! Cominciai a capire quello che Gesù voleva dirmi e gli dissi: ‘Si, Signore, grazie di darmi questa occasione di rivivere veramente il tuo dolore e la tua sofferenza. Grazie di ricordarmi che tu mi hai consacrato per essere TE."
Da quel giorno, mi sentii completamente calmo ed in pace.
Poco a poco, le dita della mano destra ricominciarono a muoversi. Le gambe ritrovarono la loro mobilità. Grazie alla preghiera ed alla rieducazione, continuavo a migliorare al punto che tutti nell’ala n.7 mi domandavano: ‘Che medicina usi? Dove possiamo comprarla?’.
Io rispondevo: ‘E’ il Signore, unicamente il Signore! Credete in Dio!’.
Dalle radiografie i medici videro che il mio collo era ancora calcificato. Mi operarono con il 50% di possibilità di successo. Ho detto: ‘Signore, tutto dipende da te, ti do la mia vita. Occupati tu di me!’. L’operazione è durata 10 ore. Mi hanno messo 36 viti e 3 grosse placche al collo. Dopo l’operazione potevo muovere la dita, le bracccia e le gambe!
Ora confido nel Signore. Mi ha consacrato per ESSERE LUI, allora lo lascio fare.
Vivo il mio ministro di prete per LUI perchè so che è realmente LUI che vive in me e che continua attraverso di me la sua opera di predicazione, di guarigione e di liberazione.
Lodiamo e ringraziamo il Signore! Che la mia esperianza sia a Sua maggior gloria!"

sabato 18 aprile 2009

Contributi 80 - L'eroico quotidiano e il quotidiano eroico

E’ solo davanti alle sofferenze e alle difficoltà estreme che si riscopre il senso della vita.
In Abruzzo ci sono fratelli feriti nel corpo e nell'anima, privati dei loro affetti, sono fratelli che pensano a vivere e non certo a come morire.
Neppure recisa mi arrendo”: era questo il motto che campeggiava dietro l’altare del Venerdì Santo mentre 205 bare erano state allineate sul piazzale.
Questi fratelli sono stati recisi eppure non si sono piegati.

E’ la vita che grida la sua forza, pur davanti alla sua fragilità.
Una forza piena di speranza reale che può rimettere in cammino un popolo senza dimenticare niente.
Stiamo vedendo in qualche modo quello che una volta, ricordando San Benedetto nel 1980, disse Giovanni Paolo II : "era necessario che l'eroico diventasse quotidiano e che il quotidiano diventasse erorico".
Fino a pochi giorni fa si parlava di diritto alla morte come senso di civiltà, ora tutto tace perché questa realtà ci fa comprendere che c’è un solo diritto, una sola dignità, un solo miracolo: quello di vivere.
Il cuore degli italiani, il loro eroismo è quello che abbiamo visto in questi giorni.
Tutto il resto ha il sapore da chiacchere da bar, o meglio: da salotto radical-chic.
SamizdatOnLine

Contributi 79 - Il caso

Non è recentissimo, ma può valere la pena di ricordarlo ai miei ventiquattro lettori...
tratto da http://www.iltimone.org/

1) Il biologo Jacques Monod (1910-1976), nel suo celeberrimo "Il caso e la necessità", un best seller nel quale condensava il suo pensiero sui presupposti teorici della scienza e sui rapporti tra conoscenza scientifica e valori umani, scriveva: "Il puro caso, il solo caso è alla radice stessa del prodigioso edificio dell'evoluzione: questa nozione centrale della biologia moderna è la sola concepibile, come unica compatibile con i fatti dell'osservazione e dell'esperienza".
La sola concepibile? La sola compatibile con l'esperienza, dunque con i fatti? Nozione centrale della biologia?
Non tutti gli scienziati la pensano come lui. Grichka Bogdanov, fisico teorico, rispondendo ad una domanda del filosofo Jean Guitton, diceva a proposito del caso: "Una cellula vivente è composta di una ventina di aminoacidi che formano una catena compatta. La formazione di questi aminoacidi dipende a sua volta da circa duemila enzimi specifici... I biologi giungono a calcolare che la probabilità che un migliaio di enzimi si raggruppi per caso in modo ordinato fino a formare una cellula vivente (nel corso di un'evoluzione di diversi miliardi di anni) è dell'ordine di 101000 (uno seguito da mille zeri) contro 1".
Un commento: se questo calcolo esclude che si possa ragionevolmente attribuire al "caso" la formazione di una sola cellula, come è possibile attribuirgli quella dell'intero creato?

2) A quanti attribuiscono al puro "caso" la causa della disposizione ordinata del reale, Fred Hoyle (1915-2001), uno dei piùgrandi astronomi e matematici del Novecento, ribatteva: "Ma è possibile che il caso abbia prodotto anche soltanto gli oltre duemila enzimi necessari al funzionamento del corpo umano? Basta una piccola serie di calcoli al computer per rendersi conto che la probabilità che questo sia avvenuto 'casualmente' è pari alla probabilità di ottenere sempre 12, per 50.000 volte di fila, gettando due dadi sul tavolo". Giova sottolineare, aggiugiamo noi, che i dadi non devono essere truccati, ovviamente.
E proseguiva: "Più o meno la stessa probabilità del vecchio esempio della scimmia che, battendo su una macchina da scrivere, finirebbe con lo sfornare tutta intera la Divina Commedia, con capoversi e punteggiatura al punto giusto".
Concludendo cosi: "E questo, ripeto, solo per gli enzimi, perché l'improbabilità raggiunge livelli ben più pazzeschi se ci si allarga a tutte le innumerevoli condizioni necessarie alla vita: tutti 'numeri' usciti dal cilindro del caso? Se si risponde sì, si esce dalla ragione".

venerdì 17 aprile 2009

Ha detto 13 - fede vissuta

Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta

(Giovanni Paolo II)

giovedì 16 aprile 2009

Contributi 78 - Senza Dio..

Sbarazzandosi di Dio e non attendendo da Lui la salvezza, l’uomo crede di poter fare ciò che gli piace e di potersi porre come sola misura di se stesso e del proprio agire.
Ma quando l’uomo elimina Dio dal proprio orizzonte, dichiara Dio "morto", è veramente più felice? Diventa veramente più libero?
Quando gli uomini si proclamano proprietari assoluti di se stessi e unici padroni del creato, possono veramente costruire una società dove regnino la libertà, la giustizia e la pace?
Non avviene piuttosto - come la cronaca quotidiana dimostra ampiamente – che si estendano l’arbitrio del potere, gli interessi egoistici, l’ingiustizia e lo sfruttamento, la violenza in ogni sua espressione?
Il punto d’arrivo, alla fine, è che l’uomo si ritrova più solo e la società più divisa e confusa.
Benedetto XVI - Omelia 5 ottobre 2008

mercoledì 15 aprile 2009

Post 24 - A proposito di ragione

C'è stato chi ha gradito l'aneddoto di cui al post precedente (o seguente, dipende dai punti di vista). In effetti lo stesso aveva colpito anche me, al punto di proporlo sul mio blog.
A questo punto sarebbe cosa saggia se, chi non lo avesse ancora fatto sospendesse la lettura di questo post per passare al post citato e, solo dopo averlo letto, ritornasse su queste righe.
L'episodio citato mi pare un esempio perfetto di ragione ben utilizzata.
A ben pensarci tutto ciò che definiamo come "negativo" (nell'esempio freddo od oscurità) non è altro che assenza di positivo (calore e luce), così come il male non è che assenza/rifiuto del bene.
Dio non ha creato il diavolo ma un angelo che rifiutando il Bene, cioè Dio stesso, ha trasformato se stesso in diavolo, Dio non ha creato l'uomo per la morte ma per la vita (e la vita nella sua pienezza è stare al cospetto di Dio) , è l'uomo che rifiutando Dio condanna se stesso alla non vita dell'eterna privazione di Dio.
L'uomo è stato creato libero di scegliere fra Dio, cioè la vita, e la sua negazione, quindi la non vita. E' un dono immenso che Dio ci ha fatto. E questa scelta è di ogni istante della nostra vita. Ogni circostanza della nostra esistenza è opportunità e occasione di scegliere fra Dio e altro, fra Dio ed io.
Da questo punto di vista l'uomo è privilegiato rispetto agli angeli, perchè all'uomo è data l'opportunità di convertirsi ad ogni istante, di rivedere la sua posizione rispetto a Dio in qualsiasi momento della sua vita, mentre per gli angeli questa possibilità non esiste. La loro "scelta di campo" è definitiva, l'angelo che ha scelto di ribellarsi a Dio, non ha possibilità di redenzione, a differenza dell'uomo.
Cristo si è incarnato, si è fatto uomo, ha vissuto una vita da uomo ed è morto per redimere l'uomo. Ed è risorto redimendo l'uomo!
Noi siamo quell'infinitesimale granello di polvere all'interno del creato a favore del quale l'immenso Creatore ha "abdicato" alla Sua Divinità per offrigli possibilità di salvezza.
E qui torno alla ragione: sta all'uomo decidere se usare la ragione, riconoscendo quindi di essere creatura e scegliendo di seguirLo, o, negando l'evidenza, negare il suo Creatore per seguire solo se stesso, quindi, ultimamente il nulla.

I dotti e gli eruditi che si trovassero a leggere questo mi scritto perdoneranno la mia grettezza espositiva (sono solo un ragioniere senza studi teologici) ma mi auguro che comunque si comprenda quanto volevo comunicare.

martedì 14 aprile 2009

Contributi 77 - Aneddoto

Quanto segue è un fattarello accaduto nella Germania di circa 100 anni, agli inizi del XX secolo e che ho trovato su http://exsurgatdeus.blogspot.com/

Durante una conferenza tenuta per gli studenti universitari, un professore ateo dell'Università di Berlino lancia una sfida ai suoi alunni con la seguente domanda:
"Dio ha creato tutto quello che esiste?"
Uno studente diligentemente rispose: "Sì certo!".
"Allora Dio ha creato proprio tutto?" - Replicò il professore.
"Certo!", affermò lo studente.
Il professore rispose: "Se Dio ha creato tutto, allora Dio ha creato il male, poiché il male esiste e, secondo il principio che afferma che noi siamo ciò che produciamo, allora Dio è il Male".
Gli studenti ammutolirono a questa asserzione. Il professore, piuttosto compiaciuto con se stesso, si vantò con gli studenti che aveva provato per l’ennesima volta che la fede religiosa era un mito.

Un altro studente alzò la sua mano e disse: "Posso farle una domanda, professore?".
"Naturalmente!" - Replicò il professore.
Lo studente si alzò e disse: "Professore, il freddo esiste?".
"Che razza di domanda è questa? Naturalmente, esiste! Hai mai avuto freddo?".
Gli studenti sghignazzarono alla domanda dello studente.
Il giovane replicò: "Infatti signore, il freddo non esiste. Secondo le leggi della fisica, ciò che noi consideriamo freddo è in realtà assenza di calore. Ogni corpo od oggetto può essere studiato solo quando possiede o trasmette energia ed il calore è proprio la manifestazione di un corpo quando ha o trasmette energia. Lo zero assoluto (-273 °C) è la totale assenza di calore; tutta la materia diventa inerte ed incapace di qualunque reazione a quella temperatura. Il freddo, quindi, non esiste. Noi abbiamo creato questa parola per descrivere come ci sentiamo... se non abbiamo calore".
Lo studente continuò: "Professore, l’oscurità esiste?".
Il professore rispose: "Naturalmente!".
Lo studente replicò: "Ancora una volta signore, è in errore, anche l’oscurità non esiste. L’oscurità è in realtà assenza di luce. Noi possiamo studiare la luce, ma non l’oscurità. Infatti possiamo usare il prisma di Newton per scomporre la luce bianca in tanti colori e studiare le varie lunghezze d’onda di ciascun colore. Ma non possiamo misurare l’oscurità. Un semplice raggio di luce può entrare in una stanza buia ed illuminarla. Ma come possiamo sapere quanto buia è quella stanza? Noi misuriamo la quantità di luce presente. Giusto? L’oscurità è un termine usato dall’uomo per descrivere ciò che accade quando la luce... non è presente".
Finalmente il giovane chiese al professore: "Signore, il male esiste?".
A questo punto, titubante, il professore rispose, “Naturalmente, come ti ho già spiegato. Noi lo vediamo ogni giorno. E’ nella crudeltà che ogni giorno si manifesta tra gli uomini. Risiede nella moltitudine di crimini e di atti violenti che avvengono ovunque nel mondo. Queste manifestazioni non sono altro che male".
A questo punto lo studente replicò "Il male non esiste, signore, o almeno non esiste in quanto tale. Il male è semplicemente l’assenza di Dio. E’ proprio come l’oscurità o il freddo, è una parola che l’uomo ha creato per descrivere l’assenza di Dio. Dio non ha creato il male. Il male è il risultato di ciò che succede quando l’uomo non ha l’amore di Dio presente nel proprio cuore. E’ come il freddo che si manifesta quando non c’è calore o l’oscurità che arriva quando non c’è luce".

Il giovane fu applaudito da tutti in piedi e il professore, scuotendo la testa, rimase in silenzio.
Il rettore dell'Università si diresse verso il giovane studente e gli domandò:
"Qual è il tuo nome?".
"Mi chiamo, Albert Einstein, signore!" - Rispose il ragazzo.

lunedì 13 aprile 2009

Post 23 - La Divina Misericordia

Domenica 19 aprile, detta in Albis perchè in passato era la domenica in cui i neo convertiti al cristianesimo ricevevano il battesimo, è anche la domenica della Divina Misericordia. E' stato Giovanni Paolo II a volere "ufficializzare" questa festa richiesta da Gesù stesso. Lo stesso Pontefice è tornato alla casa del Padre "casualmente" (ma per il credente il caso non esiste) proprio durante questa festa.
Il blog ha più di un link relativo a questo evento e quindi potete raccogliere tutte le informazioni che desiderate.
Volevo solo fare una considerazione del tutto personale su questa festa.
Cosa vuol dire Divina Misericordia?
Che Dio ci ama, sempre e comunque e ciò che ci salva è questo Suo immenso amore a noi. Non è la nostra bravura a renderci santi, ma il Suo amore a noi (senza di Me non potete fare niente). Quindi è ragionevole riconoscere questo amore immeritato a noi e cercare di corrisponderVi. Non una bravura, non una coerenza, non una personale capacità di fare bene (cose tutte che non ci appartengono) ma l'umile corresponsione ad un amore gratuitamente elargitoci da Dio. Quel Dio che si è fatto uomo per amore a noi, che ha accettato una morte ignobile e che è risorto sconfiggendo quella stessa morte, redimendoci tutti quanti. Unica cosa da fare: seguire Cristo e chi, fra noi uomini Lo segue con umile gratitudine.
P.S. se ho detto cose sbagliate potete tranquillamente corrigermi, non chiedo di meglio

domenica 12 aprile 2009

Contributi 76 - La Sacra Sindone, storia del testimone silenzioso della Resurrezione

di Gian Maria Zaccone

Negli anni intorno al 1356, a Lirey in Francia, un nobile personaggio, Geoffroy de Charny, all’epoca una delle figure di rilievo del Regno di Francia, depositava presso la chiesa da lui stesso fondata un lungo lenzuolo di lino sul quale si poteva vedere quella che venne subito interpretata come l’impronta di Cristo crocifisso e morto.
È questa la data a partire dalla quale la Sindone che nel 1578 giungerà a Torino presenta una storia documentata, tale da permettere di ricostruirne con certezza spostamenti e vicissitudini, in modo da escludere la possibilità che vi sia stata una qualsiasi sostituzione, da allora sino ad oggi.
Il periodo della Sindone a Lirey è accompagnato da una significativa presenza di testimonianze documentarie e iconografiche, che testimoniano l’interesse immediato suscitato dalla sua comparsa, pur tra le questioni e perplessità suscitate dall’insolito e particolare oggetto.
Ceduta dall’ultima discendente di Geoffroy ai Savoia nel 1453, la Sindone rimase di loro proprietà sino al 1983, quando fu destinata per testamento da Umberto II di Savoia alla Santa Sede. Nel 1506, anno in cui ne vennero approvati il culto pubblico e l’ufficio, la Sindone fu stabilmente riposta nella Sainte-Chapelle di Chambéry. Qui la notte del 4 dicembre 1532 scoppiò l’incendio dal quale il Lenzuolo fu salvato a fatica, ma non prima che si verificassero i danni ancor oggi ben visibili.
Tornata a Chambéry dopo il lungo peregrinare dovuto all’occupazione del Ducato sabaudo durante le guerre tra Francesco I e Carlo V in cui fu coinvolto il duca Carlo II di Savoia, nel 1578 la Sindone venne spostata a Torino. Fu Emanuele Filiberto, nella sua opera di riorganizzazione del Ducato, a trasferire il centro di comando dei suoi domini a Torino, e con questo anche la Sindone, considerata il “palladio” legittimante della casa e dello Stato.
Dopo varie collocazioni provvisorie, nel 1694 il Lenzuolo trovò la sistemazione definitiva nella Cappella del Guarini. Lì è stata, salvo alcuni periodi nei quali fu messa al sicuro da pericoli bellici, sino al 1993, quando, per permettere i restauri della Cappella, è stata trasferita nella teca dietro l’altar maggiore del Duomo. Di qui è stata asportata la notte dell’11 aprile 1997, a seguito dell’incendio che ha gravemente danneggiato la Cappella del Guarini, ed ha anche minacciato l’integrità del Lenzuolo, rimasto comunque fortunatamente indenne.
Al termine dell’ultima ostensione (2000) il Lenzuolo è stato definitivamente sistemato, completamente disteso, nella sua nuova teca - lunga oltre cinque metri, che permette di garantire i necessari parametri ambientali e di sicurezza per una sua ottimale conservazione. La teca a sua volta è stata collocata nella cappella del transetto sinistro del Duomo di Torino, appositamente ristrutturata per contenere anche i complessi apparati che consentono di mantenere i parametri citati. Nel 2002 il programma scientifico per la conservazione della Sindone è stato completato con gli interventi autorizzati dalla Santa Sede che hanno liberato la Sindone dalle tensioni dovute ai restauri effettuati Clarisse di Chambéry nel 1534, su cui nel tempo si erano inseriti numerosi ulteriori interventi, che avevano reso estremamente instabile l’insieme Sindone-toppe-telo di rinforzo.
L’esistenza della Sindone è stata scandita nel tempo dalle ostensioni, sino al ‘700 periodiche, ed in seguito celebrate solo più per solennizzare eventi dinastici o di particolare rilievo. Durante l’ostensione del 1898 Secondo Pia ebbe l’autorizzazione di effettuare, per la prima volta nella storia, la fotografia della Sindone. Il risultato, che come noto rivelò l’insospettato comportamento di negativo fotografico dell’impronta sindonica, diede origine alla stagione degli studi scientifici sulla Sindone. Nel secolo scorso la Sindone è stata pubblicamente esposta nel 1931, 1933, 1978, 1998 e 2000. È inoltre da ricordare l’ostensione televisiva del 1973. La prossima ostensione è prevista per la primavera 2010.
Per quanto riguarda invece il periodo precedente alla comparsa in Francia, non abbiamo alcuna certezza, ma solo un certo numero di ipotesi che presentano dei risvolti abbastanza interessanti, soprattutto come spunti di ricerca, nel tentativo di accertare la compatibilità, dal punto di vista storico, con la tradizione che vuole essere la Sindone il lenzuolo funerario di Cristo.
A parte le testimonianze piuttosto generiche ma abbastanza concordanti circa la possibile conservazione del corredo funerario di Cristo, la ricerca storica oggi tende ad approfondire l’ipotesi che la Sindone possa in qualche modo essere collegata al venerato “Mandilion” di Edessa. Come noto il “Mandilion” è tradizionalmente un piccolo asciugamano contenente l’immagine del volto di Cristo. Un’antica tradizione vuole che l’impronta sia stata miracolosamente impressa dallo stesso Gesù.
Alcune ricerche hanno tuttavia portato ad evidenziare delle fonti che farebbero pensare che quel “Mandilion” fosse di dimensioni ben maggiori, e che non custodisse solo la figura di un volto, ma anche quella di un corpo, mentre altri testi ipotizzano che l’immagine si fosse formata durante la passione per effetto del sudore e del sangue. Su queste basi è stata presa in considerazione l’ipotesi che il “Mandilion”, pur conservando l’impronta di un intero corpo, sia stato ripiegato in modo da offrire alla vista solo il volto. In questo modo l’ipotesi di un’identità tra Mandilion e Sindone diventerebbe suggestiva, anche se al momento sussistono serie obiezioni a tale interpretazione.
Nel 1203-4, durante la IV crociata, il cavaliere piccardo Robert de Clari afferma di aver venerato in una chiesa di Costantinopoli una sindone sulla quale era visibile l’impronta di tutto il corpo di Gesù. Dopo il saccheggio della città tuttavia tale Sindone scomparve, e, continua Robert de Clari, non se ne ebbero più notizie.
Dai dati che abbiamo non possiamo con sicurezza affermare che si trattasse della stessa Sindone che apparirà più tardi in Francia, però la notizia è egualmente molto interessante in quanto documenta con certezza l’esistenza di una Sindone figurata a Costantinopoli. Non si deve sottovalutare in questo senso una miniatura di area bizantina, contenuta in un codice della fine del XII secolo, il cosiddetto Manoscritto Pray, dove nelle due scene giustapposte della sepoltura di Cristo e della visita delle mirofore sembrano potersi cogliere espliciti riferimenti alla Sindone oggi a Torino.
Ma ipotizzando che quella descritta da Robert de Clari fosse la Sindone che giungerà in Francia, quale può essere stato il percorso?
Due sono le ipotesi su cui si è maggiormente soffermata l’attenzione degli studiosi. Quella legata ad un possibile intervento dei Templari poggia su basi documentarie assai labili e pare al momento difficilmente percorribile.
La seconda, più interessante, confortata da documenti tuttavia ancora da verificare nella loro completezza, presuppone un passaggio in Grecia, dove vi furono insediamenti importanti di feudatari latini, tra cui i citati Charny.
Dobbiamo, quindi, constatare che sulla base delle fonti documentarie che certamente si riferiscono alla Sindone di Torino non possiamo andare, da un punto di vista strettamente storico, oltre la metà del XIV secolo. Tuttavia questo silenzio delle fonti non si può interpretare quale inappellabile sentenza circa l’impossibilità di far risalire la Sindone ad epoca anteriore a quella medievale, anche perché, come si è visto, alcune piste di indagine sono aperte ed invitano a ricercare ulteriori elementi. Né va dimenticato che alcuni elementi relativi all’iconografia del Cristo ed alle antiche rappresentazioni della sua sepoltura sembrano contenere un rimando suggestivo alla Sindone di Torino.
Altre strade, quindi, sono state battute e devono essere battute, specialmente considerando l’esigenza del confronto diretto con il Lenzuolo, dal quale principalmente dobbiamo attendere delle risposte agli interrogativi di carattere scientifico.

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