Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

domenica 31 maggio 2009

Contributi 108 - Le parole del Papa per la Pentecoste

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 31 maggio 2009 (ZENIT.org)

Perché la Pentecoste non si riduca "ad un semplice rito", è necessario dedicarsi maggiormente all'ascolto della Parola di Dio, ha affermato Benedetto XVI in questa Domenica di Pentecoste.
Nell'omelia della Messa che ha presieduto nella Basilica vaticana, il Papa ha ricordato che "tra tutte le solennità, la Pentecoste si distingue per importanza, perché in essa si attua quello che Gesù stesso aveva annunciato essere lo scopo di tutta la sua missione sulla terra": "Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!" (Lc 12,49).
Queste parole, ha spiegato il Papa, "trovano la loro più evidente realizzazione cinquanta giorni dopo la risurrezione, nella Pentecoste, antica festa ebraica che nella Chiesa è diventata la festa per eccellenza dello Spirito Santo".
"Il vero fuoco, lo Spirito Santo, è stato portato sulla terra da Cristo. Egli non lo ha strappato agli dèi, come fece Prometeo, secondo il mito greco, ma si è fatto mediatore del 'dono di Dio' ottenendolo per noi con il più grande atto d'amore della storia: la sua morte in croce".
Il Pontefice ha osservato che "Dio vuole continuare a donare questo 'fuoco' ad ogni generazione umana, e naturalmente è libero di farlo come e quando vuole", ma c'è "una 'via normale' che Dio stesso ha scelto", e "questa via è Gesù, il suo Figlio Unigenito incarnato, morto e risorto". Gesù Cristo, a sua volta, "ha costituito la Chiesa quale suo Corpo mistico, perché ne prolunghi la missione nella storia".

Come costruire la comunità
Nella solennità di Pentecoste, ha osservato il Papa, la Scrittura spiega "come dev'essere la comunità, come dobbiamo essere noi per ricevere il dono dello Spirito Santo". Oltre a sottolineare che i discepoli "si trovavano tutti insieme nello stesso luogo", cioè il Cenacolo, "per così dire la 'sede' della Chiesa nascente", gli Atti degli Apostoli insistono più che altro sull'"atteggiamento interiore dei discepoli": "Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera" (At 1,14). La concordia dei discepoli, ha commentato quindi il Pontefice, "è la condizione perché venga lo Spirito Santo; e presupposto della concordia è la preghiera". Questi suggerimenti, ha proseguito, valgono anche per la Chiesa di oggi. "Se vogliamo che la Pentecoste non si riduca ad un semplice rito o ad una pur suggestiva commemorazione, ma sia evento attuale di salvezza, dobbiamo predisporci in religiosa attesa del dono di Dio mediante l'umile e silenzioso ascolto della sua Parola".
"Perché la Pentecoste si rinnovi nel nostro tempo, bisogna forse - senza nulla togliere alla libertà di Dio - che la Chiesa sia meno 'affannata' per le attività e più dedita alla preghiera".

Tempesta, fuoco e coraggio
Perché ci si possa dedicare di più alla preghiera, è fondamentale affidarsi allo Spirito, descritto dagli Atti degli Apostoli come tempesta, fuoco e forza. "Quello che l'aria è per la vita biologica, lo è lo Spirito Santo per la vita spirituale; e come esiste un inquinamento atmosferico, che avvelena l'ambiente e gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica ed avvelena l'esistenza spirituale", ha dichiarato il Papa.
"Allo stesso modo in cui non bisogna assuefarsi ai veleni dell'aria - e per questo l'impegno ecologico rappresenta oggi una priorità -, altrettanto si dovrebbe fare per ciò che corrompe lo spirito".
Benedetto XVI ha tuttavia riconosciuto che sembra che "ci si abitui senza difficoltà" "a tanti prodotti inquinanti la mente e il cuore che circolano nelle nostre società - ad esempio immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l'uomo e la donna".
L'uomo di oggi, ha riconosciuto, "non vuole più essere immagine di Dio, ma di se stesso; si dichiara autonomo, libero, adulto".
Questo atteggiamento "rivela un rapporto non autentico con Dio, conseguenza di una falsa immagine che di Lui si è costruita, come il figlio prodigo della parabola evangelica che crede di realizzare se stesso allontanandosi dalla casa del padre".
Di fronte a questo, è ancor più importante pregare lo Spirito, che "vince la paura".
"Sappiamo come i discepoli si erano rifugiati nel Cenacolo dopo l'arresto del loro Maestro e vi erano rimasti segregati per timore di subire la sua stessa sorte - ha ricordato il Papa -. Dopo la risurrezione di Gesù questa loro paura non scomparve all'improvviso.
Ma ecco che a Pentecoste, quando lo Spirito Santo si posò su di loro, quegli uomini uscirono fuori senza timore e incominciarono ad annunciare a tutti la buona notizia di Cristo crocifisso e risorto. Non avevano alcun timore, perché si sentivano nelle mani del più forte".
"Lo Spirito di Dio, dove entra, scaccia la paura; ci fa conoscere e sentire che siamo nelle mani di una Onnipotenza d'amore: qualunque cosa accada, il suo amore infinito non ci abbandona", ha confessato, adducendo come prove "la testimonianza dei martiri, il coraggio dei confessori della fede, l'intrepido slancio dei missionari, la franchezza dei predicatori, l'esempio di tutti i santi, alcuni persino adolescenti e bambini".
"Lo dimostra l'esistenza stessa della Chiesa che, malgrado i limiti e le colpe degli uomini, continua ad attraversare l'oceano della storia, sospinta dal soffio di Dio e animata dal suo fuoco purificatore", ha concluso.

Regina Coeli
La Chiesa cattolica non è un'agenzia umanitaria né un'istituzione sociale, ma è caratterizzata dallo Spirito Santo, ha spiegato Benedetto XVI in questa domenica di Pentecoste. Il Pontefice lo ha affermato recitando la preghiera mariana del Regina Caeli insieme a varie migliaia di pellegrini riunite in Piazza San Pietro in Vaticano, dopo aver celebrato la Messa della solennità. Il Vescovo di Roma ha osservato che a Pentecoste la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli nel Cenacolo, dopo l'ascensione di Gesù al cielo, rappresenta "il mistero della propria nascita".
"Lo Spirito Santo, che con il Padre e il Figlio ha creato l'universo, che ha guidato la storia del popolo d'Israele e ha parlato per mezzo dei profeti, che nella pienezza dei tempi ha cooperato alla nostra redenzione, a Pentecoste è disceso sulla Chiesa nascente e l'ha resa missionaria, inviandola ad annunciare a tutti i popoli la vittoria dell'amore divino sul peccato e sulla morte", ha constatato.
"Lo Spirito Santo è l'anima della Chiesa", ha dichiarato parlando dalla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico vaticano. "Senza di Lui a che cosa essa si ridurrebbe?". "Sarebbe certamente un grande movimento storico, una complessa e solida istituzione sociale, forse una sorta di agenzia umanitaria", ha risposto. "Ed in verità è così che la ritengono quanti la considerano al di fuori di un'ottica di fede".
Ad ogni modo, ha commentato, "nella sua vera natura e anche nella sua più autentica presenza storica, la Chiesa è incessantemente plasmata e guidata dallo Spirito del suo Signore. E' un corpo vivo, la cui vitalità è appunto frutto dell'invisibile Spirito divino".
"In modo particolare, sentano la presenza confortatrice del Paraclito le comunità ecclesiali che soffrono persecuzione per il nome di Cristo, perché, partecipando alle sue sofferenze, ricevano in abbondanza lo Spirito della gloria", ha auspicato.

sabato 30 maggio 2009

Post 37 - Da che parte volete stare?

Mi ero ripromesso di stare tranquillo per oggi e rinviare a domani nuovi inserimenti ma poichè stare alla realtà è meglio di seguire il proprio istinto, non posso non evidenziare un commento al post precedente di Marina

Una persona vale per come è o per quello che è?
Riflettiamo su questa domanda!
Ancora dopo tanti anni gridiamo all'orrore per i crimini commessi dal nazismo che voleva creare una razza pura!
Ma il modo di pensare di questa nostra società, non costituisce forse un motivo più che valido per alzare forte la voce per i tanti orrori che quotidianamente vengono commessi nel mondo?
Non stiamo forse assistendo ad un altro olocausto?
E forse ancora peggiore perché è contro chi non può neanche emettere un gemito di dolore? L'immagine di Dio che ogni essere umano ha impresso nella propria anima non conta, conta solo l'immagine che "IO" voglio far sì che una creatura abbia: purché sia bella, sana e capace di produrre ciò che serve a me.
Ebbene sì, io grido orrore, orrore, orrore!!!
Tutti dobbiamo gridare, tutti abbiamo il dovere sacrosanto di non tacere, soprattutto noi cristiani.
Si fanno tante manifestazioni per motivi futili, si parla tanto di diritti umani ma nessuno osa agire contro mostruosità simili.
Magari passa tutto come un modo moderno di pensare.
Se questa è la modernità c'è veramente da essere preoccupati!

Come non essere d'accordo ? Come non riconoscere che nella vita reale o esiste la sequela a Dio oppure c'è solo la sequela al proprio io che si eleva a criterio unico di giudizio. Ma l'assenza di riferimenti a Dio causa il sonno della ragione che (qualcuno ha detto) genera mostri.
In base a quanto dice Marina si capisce perchè si può far morire nel modo più atroce, inumano e incivile possibile la propria figlia rea di aver avuto un incidente d'auto e non più rispondente alla propria immagine, si capisce perchè si abortisce una figlia perchè si voleva un maschio e perchè sia considerato giusto fare ciò che aggrada (leggi i propri comodi) e poi ricorrere all'aborto anche se minorenni o alla pillola del giorno dopo.

Ma chi è credente non può non dire che tutto ciò è profondamente sbagliato, non possiamo non alzare la nostra voce per riaffermare il diritto alla vita per chiunque, non possiamo non chiedere la libertà di educazione per i nostri figli.
Non possiamo essere come chi dice "io non abortirei mai, ma non voglio negare a chi lo vuole fare la possibilità di farlo". Con questa logica Giovanni Battista avrebbe salvato la testa ma perso la santità.
Sarebbe stato un guadagno vero?

Vigente una legge che non condivido non posso impedire che un omicidio avvenga ma non posso non dire che è un omicidio, non posso non fare ciò che è in mio potere per dissuadere e rimuovere le cause che inducono una persona ad abortire.

Dobbiamo scegliere se essere "cristiani mondani" attenti a non offendere troppo (e quindi in pratica non cristiani, perchè non si può servire due padroni) o seguaci, cioè discepoli di Cristo.
In passato i cristiani si facevano sbranare dai leoni (se andava bene) pur di non rinnegare Cristo oggi molti "fedeli" rinnegano Cristo pur di continuare a pensare in modo "politicamente corretto".
Per cui la scelta da fare è questa:
volete settanta/ottanta anni di quieto vivere, di andar d'accordo con tutti e anestetizzare la vostra coscienza e poi un eternità intera per rammaricarvene e maledirvi ?
o preferite tutta una vita indicati da "quelli che contanto" come retrogradi, oscurantisti e poi un'eternità di luce al cospetto di Dio ?
A voi la scelta, la prima strada è larga e va in discesa e vi può procurare molti amici e sostenitori, la seconda stretta e va in salita e vi causerà critiche e innimicizie.

Ma tranquilli, non si è mai così in basso per non poter risalire e attenti, perchè non si è mai così in alto da non poter cadere, perchè non è una questione di bravura, ma di Grazia da invocare sempre.

Siamo alla vigilia di Pentecoste, una buona occasione per invocare lo Spirito Santo affinchè illumini le nostri menti e scaldi i nostri cuori.

Post 36 - Brutti tempi per i figli..

E' decisamente una cattivo momento per chi è figlio (o potrebbe diventarlo): se in Svezia si può abortire se il feto non è del sesso desiderato (attendiamo istruzioni relativamente al colore di occhi /capelli e attidutini caratteriali), in Spagna anche una sedicenne può abortire senza neanche il bisogno di informare i genitori, in Venezuela puoi nascere però:
da 0 a 3 anni la potestà è esclusivamente del padre (le madri una volta che hanno espulso il feto / neonato / coso non servono più a nulla fino al prossimo parto)
da 3 a 10 anni tale potestà passa a circoli infantili che hanno il compito di allevare e formare i piccoli pargoli che potranno risiedere (potranno, non dovranno) nella stessa provincia del padre per ben due giorni al mese (così lo potrà incontrare di tanto in tanto)
da 10 a 20 anni il controllo (totale ed esclusivo) passa al Consiglio Nazionale dello Sport, Educazione Fisica e Ricreazione, che deciderà cosa fargli fare.
Questo vuol dire il più assoluto controllo sulla gioventù con la possibilità di reprimere sul nascere ogni forma di protesta.

per documentarsi:
cultura cattolica

venerdì 29 maggio 2009

Contributi 107 - Nessuno è escluso dall'amore di Cristo

Per una pastorale del matrimonio indissolubile

di Inos Biffi
da Osservatore Romano 29/5/09

L'unità e indissolubilità del matrimonio e il non sposarsi "per il regno di Dio" rappresentano le due inattese e sorprendenti novità del Vangelo. Annunciarle al mondo ebraico e soprattutto a quello pagano - sulla cui condotta abbiamo l'impressionante e realistica descrizione nel primo capitolo della lettera di Paolo ai Romani - significava proporre i principi e le norme che portavano a un rivolgimento inaudito e a un rinnovamento radicale.

La Chiesa, fedele alla Parola di Cristo, lo ha fatto dall'inizio, a partire non da un dialogo delle culture, che sarebbero state sorde e non avrebbero capito, ma da tre altre precise persuasioni:

  • la prima, che quelle novità traducevano il disegno di Dio sull'uomo e attuavano una compiuta promozione umana;
  • la seconda, che la trasmissione di quel Vangelo rappresentava un compito permanente e non volubile della predicazione cristiana;
  • terzo, che quelle novità erano accompagnate dalla grazia, che sa toccare e convertire il cuore dell'uomo.

Ci soffermiamo qui sull'indissolubilità del matrimonio cristiano di fronte alla prassi del divorzio. L'affermazione di Cristo è perentoria e inequivocabile: il ripudio era stato una condiscendenza alla "durezza del cuore", ma era contrario all'originario disegno di Dio sull'uomo e sulla donna: "All'inizio non fu così" (Matteo, 19, 8).

Nel progetto del Creatore l'uomo e la donna nel matrimonio sono destinati a formare "una sola carne", per cui l'uomo non deve dividere quello che Dio ha congiunto. Di conseguenza - dichiara Gesù - "chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un'altra, commette adulterio" (Matteo, 19, 9). E vale sia per l'uomo sia per la donna: "se questa, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio" (Marco, 10, 12).

Nelle attuali discussioni, vivaci e non raramente confuse anche all'interno della Chiesa, il primo punto, che importa richiamare senza incertezze, riguarda precisamente questa indissolubilità. Deve, cioè, emergere che il divorzio, cioè il risposarsi, contrasta con la volontà di Gesù e che esso non corrisponde al progetto divino o alla ragione per la quale sono stati creati l'uomo e la donna. In altre parole, un matrimonio dissolubile contraddice e infrange quel disegno "iniziale" al quale Cristo ha inteso ricondurre perentoriamente chi scelga di essere suo discepolo.

Certo, uno è libero di non diventare discepolo di Cristo ma, se lo diviene, non può concepire un proprio e differente modello di sponsalità. Ciò che oggi appare più grave e preoccupante non sono, tuttavia, dei comportamenti di infedeltà, ma la pretesa di una professione cristiana che si accompagni con l'annebbiamento o la contestazione relativa al tassativo principio dell'indissolubilità del matrimonio, nella persuasione che un allentamento di tale indissolubilità sia segno da parte della Chiesa di maggiore umanità, rispetto a una concezione - quella stessa di Cristo - che sarebbe troppo severa e immisericordiosa.

Certo l'indissolubilità del matrimonio non è compiutamente comprensibile fuori dal Vangelo; essa suscita istintivamente sorpresa e reazione. Del resto, alla sua proposizione da parte di Cristo i discepoli non mancarono di reagire: "Se questa è la situazione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi" (Matteo, 19, 10). Ma non per questo egli corregge il suo progetto. In ogni caso, l'essere "una sola carne" è il suggello che contrassegna l'unione sponsale del cristiano, cioè del credente, il quale la considera secondo il giudizio di Cristo e quindi secondo la sensibilità della fede. Al declinare della fede non stupisce che succeda fatalmente anche il rigetto di questa prerogativa del matrimonio, strettamente connesso con il contenuto del Credo cristiano.

La prima pastorale della Chiesa verso i divorziati - ossia i cristiani validamente sposati che hanno contratto un altro vincolo coniugale - e la prima comprensione verso quanti di loro hanno sinceramente a cuore la loro fede cristiana non può consistere in una giustificazione del divorzio, ma, all'opposto, deve richiamare e far comprendere, con una attenzione illuminata, innanzi tutto il valore dell'indissolubilità. Questo non vuol dire indifferenza di fronte a situazioni non di rado estremamente complesse, soprattutto quando al divorzio sia seguita la formazione di altri nuclei familiari, con la presenza di figli, che hanno il diritto di avere e di sentire vicini il padre e la madre. Una sapiente attenzione a tali situazioni saprà sostenere, consigliare e anche confortare, con prudente e delicato discernimento, e con soluzioni variabili a seconda dei casi, lasciando a Dio il giudizio sulle singole responsabilità: una grossolana durezza o uno sbrigativo trattamento non sono mai evangelici, come non lo è l'insensibilità a tante sofferenze che spesso si ritrovano in matrimoni venuti meno.

Ma in tutto questo dovrà sempre risaltare senza esitazione il matrimonio indissolubile come il solo conforme al Vangelo, e di conseguenza la scelta e lo stato del divorzio come scelta e stato, dal profilo cristiano ed ecclesiale, anomali, in se stessi affatto difformi dal disegno sponsale voluto da Dio e rivelato da Gesù Cristo. In sintesi, la via irrinunciabile per il risanamento in senso cristiano del matrimonio è di ribadirne l'indissolubilità e di richiamare il Vangelo. Si tratta, infatti, di comprendere che essa non è pura proibizione e costrizione. L'apostolo Paolo insegna che l'"essere una sola carne" dell'"inizio" prefigurava e anticipava il mistero della sponsalità stessa di Cristo nei confronti della Chiesa (Efesini, 5, 31-32). Il matrimonio, nella sua divina progettazione, fu da subito una profezia e un anticipo di questo legame di amore per la Chiesa, che Gesù ha consumato sulla Croce e che è destinato a segnare lo stato sponsale dei suoi discepoli. Anzi, lo stesso matrimonio non cristiano - o naturale, come si dice, che ha la sua validità e il suo valore - è in condizione di incompiutezza, di sofferenza e di obiettiva aspirazione, fin che non si converta e non si risolva nel matrimonio che Cristo ha definito come appartenente alla sua fondazione divina "iniziale". Solo che per questo sono necessarie la fede per accoglierlo e la grazia, che è mediata dal sacramento, per viverlo.

Com'è noto, è oggi motivo di animate discussioni la comunione ai divorziati risposati. Ma, per comprendere i termini della questione, importa anzitutto mettere in luce il valore sia della comunione eucaristica sia dell'appartenenza alla Chiesa, ed è proprio quanto ci sembra sia largamente disatteso e assente sia nella considerazione dei fedeli sia anche talora in quella di pastori, che invece per primi dovrebbero farne oggetto di riflessione. La comunione eucaristica non consiste in un semplice conforto religioso, in una specie di gratificazione spirituale, o in una iniziativa lasciata al singolo cristiano, che certamente non cessa, anche se divorziato, di far parte della Chiesa, o in un diritto da lui rivendicabile. Da un lato, la comunione eucaristica rappresenta la più intima unione con il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, la sua assunzione sacramentale (cioè reale), il pieno consenso alla sua volontà, il compimento e la perfezione del rapporto con lui. Dall'altro lato, la condizione del divorziato - da distinguere nettamente dalla colpa dell'infedeltà, che può essere perdonata - come ogni peccato - dice uno stato di evidente contrasto rispetto al piano divino di matrimonio da lui rivelato e voluto per i suoi discepoli e in cui l'indissolubilità è intrinsecamente inclusa. È esattamente questa antinomia tra la condizione del divorziato e il contenuto dell'Eucaristia che dev'essere anzitutto rilevata. Ma anche il valore e il significato dell'appartenenza ecclesiale sono abitualmente trascurati nella questione della comunione ai divorziati.

La partecipazione alla mensa eucaristica comporta e manifesta il proprio essere pienamente nel Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa. Eucaristia e Chiesa si implicano reciprocamente. Vanno, al riguardo, ribadite con chiarezza due cose. La prima: che il divorziato non si trova escluso dalla Chiesa, non solo perché la Chiesa in varie forme lo prende a cuore e prega per lui, ma anche perché lui stesso è chiamato a pregare, anzi a prender parte all'orazione della Chiesa nell'assemblea liturgica. La seconda: che, a motivo del divorzio, per altro oggetto di una sua libera scelta, il divorziato si trova in una situazione ecclesialmente ed eucaristicamente dissonante. Né deve stupire che si affermi, per un verso, che non deve tralasciare l'assemblea eucaristica senza che, per l'altro verso, riceva il Corpo e il Sangue del Signore.

La tradizione della Chiesa conosce queste forme ridotte di partecipazione: i catecumeni, per esempio, non partecipavano a tutta la celebrazione; la categoria dei penitenti a sua volta si asteneva, in attesa che, compiuto l'itinerario penitenziale, ricevendo l'Eucaristia rientrassero in piena comunione con la Chiesa. Vi è poi la comunione spirituale, ossia di desiderio, assai fraintesa e quasi resa insignificante, ma a cui san Tommaso riconosceva una grandissima efficacia per il raggiungimento dello stesso frutto ultimo - o della "realtà" (res) - dell'Eucaristia.

La non ammissione alla comunione sacramentale tiene viva nella coscienza della Chiesa che il divorzio è in contrasto radicale con l'immagine che Cristo ha del matrimonio; che l'ammorbidirne la radicalità è la via sbagliata per restaurare questa immagine e rinnovare in senso evangelico la famiglia. E, d'altronde, a nessuno, nella misura della sua buona volontà, è lasciata mancare la grazia della misericordia e della salvezza. Non si tratta di essere convenzionali o anticonvenzionali, ma semplicemente di sapere che cos'è per un cristiano l'Eucaristia, la quale non è un bene o una proprietà di cui il sacerdote possa disporre. L'atteggiamento della Chiesa era già enunciato chiaramente dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, in una Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica: i divorziati che si sono risposati civilmente "si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione".

"Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l'accesso alla Comunione eucaristica: "Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio" (Familiaris consortio)".

"Ricevere la Comunione eucaristica in contrasto con le norme della comunione ecclesiale è quindi una cosa in sé contraddittoria. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l'osservanza, anche se talvolta difficile, dell'ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento". Al clero di Aosta, il 25 luglio 2005, Benedetto XVI diceva: "Partecipare all'Eucaristia senza comunione eucaristica non è uguale a niente, è sempre essere coinvolti nel mistero della Croce e della risurrezione di Cristo. È sempre partecipazione al grande Sacramento nella dimensione spirituale e pneumatica; nella dimensione anche ecclesiale se non strettamente sacramentale". E aggiungeva: "Occorre, dunque, fare capire che anche se purtroppo manca una dimensione fondamentale tuttavia essi non sono esclusi dal grande mistero dell'Eucaristia, dall'amore di Cristo qui presente. Questo mi sembra importante, come è importante che il parroco e la comunità parrocchiale facciano sentire a queste persone che, da una parte, dobbiamo rispettare l'inscindibilità del Sacramento e, dall'altra parte, che amiamo queste persone che soffrono anche per noi. E dobbiamo anche soffrire con loro, perché danno una testimonianza importante, perché sappiamo che nel momento in cui si cede per amore si fa torto al Sacramento stesso e l'indissolubilità appare sempre meno vera". Qualcuno potrebbe notare che queste nostre sono riflessioni troppo impegnative per i fedeli. In verità sono riflessioni semplicemente contenute nel messaggio cristiano, che devono far parte dell'abituale predicazione e catechesi della Chiesa, occupata anzitutto nella pastorale del matrimonio indissolubile.

Contributi 106 - C’è bisogno di educatori autorevoli

riporto da Zenit (quanto omesso non è censura ma solo non strettamente connesso all'argomento)

Nell'Udienza ai partecipanti alla 59ª assemblea generale della CEI

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 28 maggio 2009 (ZENIT.org).- Nell'udienza di questo giovedì ai Vescovi italiani, in occasione della loro Assemblea generale, Benedetto XVI ha sottolineato il compito urgente e fondamentale dell’educazione per la Chiesa e la società.
C’è bisogno di educatori autorevoli a cui le nuove generazioni possano guardare con fiducia”, ha detto Benedetto XVI, sottolineando che “un vero educatore mette in gioco in primo luogo la sua persona e sa unire autorità ed esemplarità nel compito di educare coloro che gli sono affidati”.
(....)
A questo proposito, il Santo Padre, nel suo discorso ha affermato che quella dell’educazione è “un’esigenza costitutiva e permanente della vita della Chiesa” che oggi tende ad “assumere i tratti dell’urgenza e, perfino, dell’emergenza”.
E’ allora necessario, ha avvertito, riflettere su un progetto educativo “che nasca da una coerente e completa visione dell’uomo” che può “scaturire unicamente” da Gesù Cristo. “In un tempo in cui è forte il fascino di concezioni relativistiche e nichilistiche della vita – ha spiegato – , e la legittimità stessa dell’educazione è posta in discussione, il primo contributo che possiamo offrire è quello di testimoniare la nostra fiducia nella vita e nell’uomo, nella sua ragione e nella sua capacità di amare”.
(...)
Tuttavia, ha precisato il Pontefice, l’educazione non può riguardare solo le nuove generazioni, perché “l’opera formativa, infine, si allarga anche all’età adulta, che non è esclusa da una vera e propria responsabilità di educazione permanente”.
*
Benedetto XVI ha quindi ricordato le drammatiche vicende legate al terremoto che ha scosso l'Abruzzo, che hanno potuto far emergere “quel senso di solidarietà che è profondamente radicato nel cuore di ogni italiano”.
Il Santo Padre ha quindi voluto rinnovare ai Vescovi abruzzesi e, attraverso di loro, alle comunità locali l’assicurazione della sua “costante preghiera” e della “perdurante affettuosa vicinanza”.
A proposito della crisi finanziaria ed economica che ha colpito anche l'Italia, Benedetto XVI ha quindi lodato l’iniziativa promossa dalla CEI, che per domenica 31 maggio ha annunciato una Colletta nazionale il cui ricavato – l'auspicio è di riuscire a raccogliere 30 milioni di euro – alimenterà un fondo di solidarietà denominato “Prestito della Speranza”, destinato a sostenere 30.000 famiglie.
“In un momento di difficoltà, che colpisce in modo particolare quanti hanno perduto il lavoro, ciò diventa un vero atto di culto che nasce dalla carità suscitata dallo Spirito del Risorto nel cuore dei credenti”, ha detto il Papa.
Infine, il Pontefice ha evidenziato l’impegno dei Vescovi italiani nella “promozione di una mentalità a favore della vita in ogni suo aspetto e momento”, lodando in particolare l’appello-manifesto “Liberi per vivere. Amare la vita fino alla fine”, lanciato dall'associazione “Scienza e Vita” e che vede il laicato cattolico impegnato affinché non manchi nel Paese “la coscienza della piena verità sull’uomo”.

giovedì 28 maggio 2009

Post 35 - Rientro in servizio in una bella compagnia

Carissimi tutti,
ringrazio di cuore tutti coloro che in qualunque modo mi hanno fatto pervenire manifestazioni di affetto e amicizia .
Passata la fase critica del ricovero in ospedale e superata l'ondata di panico che ha percorso tutte le tabaccherie del paese al diffondersi della notizia che ho smesso di fumare (ordine perentorio dei medici che ha causato un sensibile calo nella vendita di sigarette) devo riconoscere con don luca (ulteriore prova che intelligenza, ironia e cattolicesimo camminano spesso insieme) che "Sarebbe triste che la vita se ne andasse.... in fumo!"
Ma veniamo a qualcosa di più serio, un quasi anonimo mi dice "Pace del Signore a tutti. Mi chiamo Stefano e sono un cristiano che si fonda sulla Parola di Dio. Uscite fuori dalla menzogna della Chiesa Cattolica, e affidatevi solo a Dio, per mezzo di Gesù Cristo.Visitate: missionecristianaevangelica.it"
Cominciamo a dire: grazie per la pace che ricambio, io mi chiamo Gianandrea e anch'io sono un cristiano che si fonda sulla Parola di Dio e non penso che Rita , Marina , AnnaV o Pokankuni (per citare solo gli ultimi commenti) si fondino su una parola diversa. Quindi fin qui siamo uguali. Mi (ci) dici di uscire dalla menzogna della Chiesa Cattolica.. quale sarebbe? Ancora con la storia che il primato di Pietro valeva solo per lui e non per i successori? Ma la promessa di Cristo "io sarò con voi fino alla fine del mondo" dove la mettiamo? La Chiesa è la compagnia di Dio all'uomo che prolunga nel tempo e nella storia la presenza di Cristo fra noi. Come dice Rita è una bella compagnia con santi, angeli, beati, da noi esiste il peccato ma anche il perdono, da noi un malfattore è entrato in paradiso all'ultimo minuto affidandosi alla misericordia di Gesù in croce. Una bella compagnia, una storia interesante che ti vien voglia di percorrere, quando entro in una Chiesa Cattolica (non sempre, alcune di recente costruzione sembrano pensate da un protestante) senti viva la presenza e la bellezza di duemila anni di cammino di Dio con gli uomini. Le poche volte che sono entrato in una Chiesa Evangelica ho avuto la senzazione di una triste e vuota austerità che mi facevano venire voglia di uscire fuori, soprattutto respiravo un'assenza.
Ultima cosa, se proprio volevi che visitassi il sito che mi suggerisci potevi almeno digitare un invio dopo averlo scritto così da renderlo funzionante, la mia pigrizia entra in funzione quando devo fare copia e incolla.. Comunque tutto ciò detto mi associo all'invito di Rita: vieni tu che si fa grande festa ogni volta che qualcuno torna alla casa del Padre.
Per ora è tutto, grazie ad ognuno e, continuiamo nella reciproca preghiera.

martedì 26 maggio 2009

Rientro in attività e un ringraziamento

Ringrazio tutti coloro che in vario modo mi hanno fatto sentire la loro presenza ed amicizia in questo periodo di assenza forzata.
Come ho detto già a qualcuno, il mio sistema cardio circolatorio mi ha imposto un periodo di fermo assoluto di qualche giorno e la perenne astinenza dalle sigarette onde evitare che la parola perenne si spostasse al mio prossimo fermo attività.
Per ora sto ancora smistando le circa 250 mail accumulate nei giorni di assenza e presto, molto presto tornerò operativo, magari privilegiando la qualità rispetto alla quantità .
Grazie ancora a tutti per le loro preghiere e, a prestissimo.

martedì 19 maggio 2009

STOP TEMPORANEO ATTIVITA'

Per motivi di salute sono impossibilitato ad aggiornare il blog. Spero di ritornare presto all'attività.
Gianandrea

domenica 17 maggio 2009

Contributi 105 - Il fumo di Satana nella casa del Signore

Dopo una serie di interventi tesi al positivo, vi propongo un'intervista (del 2001 ma non penso proprio abbia perso di attualità, anzi..) tratta dal mensile 30 giorni che dovrebbe fra riflettere tutti noi

Sono trascorsi 29 anni da quel 29 giugno del 1972, festa degli apostoli Pietro e Paolo, quando papa Montini parlò del nemico di Dio per antonomasia: «Attraverso qualche fessura il fumo di Satana è entrato nella Chiesa». E oggi? Beh, quel fumo si diffonde in stanze insospettate…
di Stefano Maria Paci
*
Sono trascorsi 29 anni (ora siamo a 37 anni) da quel 29 giugno del 1972. Era la festa di san Pietro, principe degli apostoli. Era la festa di san Paolo, colui che ha portato il Vangelo di Cristo fino all’estremo Occidente. E in quel 29 giugno, festa dei santi protettori di Roma, il successore di Pietro che aveva preso il nome di Paolo lanciò un grido drammatico. Paolo VI parlò del nemico di Dio per antonomasia, di quel nemico dell’uomo che si chiama Satana. Il nemico della Chiesa. «Attraverso qualche fessura» denunciò Paolo VI «il fumo di Satana è entrato nella Chiesa». Un grido angoscioso, che lasciò stupiti e scandalizzò molti, anche all’interno del mondo cattolico.
E oggi, 29 anni dopo? Quel fumo è stato allontanato, o ha invaso altre stanze? Siamo andati a chiederlo a uno che con Satana e le sue astuzie ha a che fare tutti i giorni. Quasi per professione. È l’esorcista più famoso del mondo: padre Gabriele Amorth, fondatore e presidente ad honorem dell’Associazione internazionale degli esorcisti. Siamo andati da lui anche perché poche settimane fa, il 15 maggio, è stata approvata dalla Cei la traduzione italiana del nuovo Rituale degli esorcismi. Per entrare in uso attende solo il placet della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Una nuova arma che ha la Chiesa per combattere il Nemico? Per scacciare, se ancora non è stato fatto, quel fumo penetrato nel tempio del Signore? Macché! Sentite cosa racconta padre Amorth. Scoprirete che la guerra, in corso da millenni, infuria più furibonda che mai. Che la battaglia adesso si è spostata soprattutto all’interno della casa del Signore. E quel fumo... beh, quel fumo si diffonde in stanze insospettate.


Padre Amorth, finalmente è pronta la traduzione italiana del nuovo Rituale per gli esorcisti.
GABRIELE AMORTH: Sì, è pronta. L’anno scorso la Cei aveva rifiutato di approvarla perché c’erano errori di traduzione dal latino. E noi esorcisti, che dovremmo utilizzarla, avevamo approfittato per segnalare ancora una volta che su molti punti del nuovo Rituale non siamo d’accordo. Il testo base in latino resta immutato in questa traduzione. E un Rituale tanto atteso alla fine si è trasformato in una beffa. Un incredibile legaccio che rischia di impedirci di operare contro il demonio.
Un’accusa pesante. A cosa si riferisce?
AMORTH: Le faccio solo due esempi. Clamorosi. Al punto 15 si parla dei malefici e di come comportarsi. Il maleficio è un male causato a una persona ricorrendo al diavolo. E può essere fatto in diverse forme, come fatture, maledizioni, malocchi, vudù, macumba. Il Rituale romano spiegava come bisognasse affrontarlo. Il nuovo Rituale, invece, afferma categoricamente che c’è proibizione assoluta di fare esorcismi in questi casi. Assurdo. I malefici sono di gran lunga la causa più frequente delle possessioni e dei mali procurati dal demonio: non meno del 90 per cento. È come dire agli esorcisti di non operare più. Il punto 16, poi, afferma solennemente che non si debbono fare esorcismi se non c’è la certezza della presenza diabolica. È un capolavoro di incompetenza: la certezza che il demonio sia presente in una persona si ha solo facendo l’esorcismo. Tra l’altro, gli estensori non si sono accorti di contraddire, in entrambi i punti, il Catechismo della Chiesa cattolica, che indica di compiere l’esorcismo sia nel caso di possessioni diaboliche che di mali causati dal demonio. E dice anche di farlo sia sulle persone che sulle cose. E nelle cose non c’è mai la presenza del demonio, c’è solo la sua influenza.
Le affermazioni contenute nel nuovo Rituale sono gravissime e dannosissime, frutto di ignoranza e inesperienza. Ma non è stato compilato da esperti?
AMORTH: Assolutamente no. In questi dieci anni sul Rituale hanno lavorato due commissioni: quella composta da cardinali che ha curato i Prenotanda, ossia le disposizioni iniziali, e quella che ha curato le preghiere. Io posso affermare con certezza che nessuno dei membri delle due commissioni ha mai fatto esorcismi né ha mai assistito ad esorcismi né ha mai avuto la più pallida idea di cosa sono gli esorcismi. Questo è l’errore, il peccato originale, di questo Rituale. Nessuno che vi ha collaborato era esperto di esorcismi.
Come è possibile?
AMORTH: Non lo chieda a me. Durante il Concilio ecumenico Vaticano II ogni commissione era coadiuvata da un gruppo di esperti che affiancavano i vescovi. E l’abitudine si è mantenuta anche dopo il Concilio, ogni volta che si sono rifatte parti del Rituale. Ma non in questo caso. E se c’era un argomento su cui servivano degli esperti, era questo.
E invece?
AMORTH: Invece noi esorcisti non siamo mai stati consultati. E, tra l’altro, i suggerimenti che abbiamo dato sono stati ricevuti con fastidio dalle commissioni. La storia è paradossale. Vuole che gliela racconti?

Certo.

AMORTH: Man mano che, come aveva chiesto il Concilio Vaticano II, le varie parti del Rituale romano venivano riviste, noi esorcisti attendevamo che venisse trattato anche il titolo XII, cioè il Rituale esorcistico. Ma evidentemente non era considerato un argomento rilevante, dato che passavano gli anni e non succedeva nulla. Poi, improvvisamente, il 4 giugno del 1990, uscì il Rituale ad interim, di prova. Fu una vera sorpresa per noi, che non eravamo mai stati consultati prima. Eppure da tempo avevamo preparato delle richieste, in vista di una revisione del Rituale. Chiedevamo, tra l’altro, di ritoccare le preghiere, immettendovi invocazioni alla Madonna che mancavano completamente, e di aumentare le preghiere esorcistiche specifiche. Ma eravamo stati completamente tagliati fuori dalla possibilità di dare qualsiasi contributo. Non ci scoraggiammo: il testo era stato fatto per noi. E dato che nella lettera di presentazione l’allora prefetto della Congregazione per il culto divino, il cardinale Eduardo Martínez Somalo, chiedeva alle conferenze episcopali di far avere, entro due anni, «consigli e suggerimenti dati dai sacerdoti che ne avranno fatto uso» ci mettemmo al lavoro. Riunii diciotto esorcisti scelti tra i più esperti del pianeta. Esaminammo con grande attenzione il testo. Lo utilizzammo. Abbiamo subito elogiato la prima parte, nella quale venivano riassunti i fondamenti evangelici dell’esorcismo. È l’aspetto biblico-teologico, su cui non mancava certo la competenza. Una parte nuova, rispetto al Rituale del 1614 composto sotto papa Paolo V: del resto, all’epoca non c’era bisogno di ricordare questi princìpi, da tutti riconosciuti ed accettati. Oggi, invece, è indispensabile. Ma quando siamo passati ad esaminare la parte pratica, che richiede una conoscenza specifica dell’argomento, si è palesata la totale inesperienza dei redattori. Le nostre osservazioni sono state copiose, articolo per articolo, e le abbiamo fatte avere a tutte le parti interessate: Congregazione per il culto divino, Congregazione per la dottrina della fede, conferenze episcopali. Una copia fu consegnata direttamente nelle mani del Papa.
Come sono state accolte le vostre osservazioni?
AMORTH: Accoglienza pessima, efficacia nulla. Ci eravamo ispirati alla Lumen gentium, in cui la Chiesa è descritta come «Popolo di Dio». Al numero 28 si parla della collaborazione dei sacerdoti con i vescovi, al numero 37 si dice con chiarezza, addirittura riferendolo ai laici, che «secondo la scienza, la competenza e il prestigio di cui godono, hanno la facoltà, anzi talora anche il dovere, di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa». Era esattamente il nostro caso. Ma ci eravamo illusi, ingenuamente, che le disposizioni del Vaticano II fossero giunte alle congregazioni romane. Invece ci siamo trovati di fronte un muro di rifiuto e di disprezzo. Il segretario della Congregazione per il culto divino fece una relazione alla commissione cardinalizia in cui diceva che i loro unici interlocutori erano i vescovi, e non i sacerdoti o gli esorcisti. E aggiungeva testualmente, a proposito del nostro umile tentativo di aiuto come esperti che esprimono il loro parere: «Si dovette prendere atto del fenomeno di un gruppo di esorcisti e cosiddetti demonologi, quelli che in seguito si sono costituiti in Associazione internazionale, che orchestravano una campagna contro il rito». Un’accusa indecente: noi non abbiamo mai orchestrato nessuna campagna! Era indirizzato a noi il Rituale, e nelle commissioni non avevano convocato nessuna persona competente: era più che logico che tentassimo di dare il nostro contributo.
Ma allora vuol dire che il nuovo Rituale è per voi inutilizzabile nella lotta contro il demonio?
AMORTH: Sì. Ci volevano consegnare un’arma spuntata. Sono state cancellate le preghiere efficaci, preghiere che avevano dodici secoli di storia, e ne sono state create di nuove, inefficaci. Ma per fortuna ci è stata gettata, all’ultimo, una scialuppa di salvataggio.
Quale?
AMORTH: Il nuovo prefetto della Congregazione per il culto divino, il cardinale Jorge Medina, ha affiancato al Rituale una Notificazione. In cui si afferma che gli esorcisti non sono obbligati ad usare questo Rituale, ma se vogliono possono utilizzare ancora il vecchio facendone richiesta al vescovo. I vescovi devono chiedere l’autorizzazione alla Congregazione che però, come scrive il cardinale, «la concede volentieri».
«La concede volentieri»? È una ben strana concessione…
AMORTH: Vuol sapere da dove nasce? Da un tentativo compiuto dal cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e dallo stesso cardinale Medina di introdurre nel Rituale un articolo – allora era l’articolo 38 – in cui si autorizzavano gli esorcisti ad usare il Rituale precedente. Indubbiamente si trattava di una manovra in extremis per farci evitare i grandi errori che ci sono in questo Rituale definitivo. Ma il tentativo dei due cardinali venne bocciato. Allora il cardinale Medina, che aveva compreso la posta in gioco, ha deciso di darci in ogni caso questa scialuppa di salvataggio, aggiungendo una notifica a parte.
Come venite considerati, voi esorcisti, all’interno della Chiesa?
AMORTH: Siamo trattati malissimo. I confratelli sacerdoti che vengono incaricati di questo delicatissimo compito sono visti come dei matti, degli esaltati. In genere sono appena tollerati dagli stessi vescovi che li hanno nominati.
Il fatto più clamoroso di questa ostilità?
AMORTH: Abbiamo tenuto un convegno internazionale degli esorcisti vicino a Roma. E abbiamo domandato di essere ricevuti dal Papa. Per non dargli l’aggravio di aggiungere una nuova udienza alle tantissime che già fa, abbiamo semplicemente chiesto di essere ricevuti in udienza pubblica, quella in piazza San Pietro del mercoledì. E senza nemmeno la necessità di essere citati tra i saluti. Abbiamo fatto regolare domanda, come ricorderà perfettamente monsignor Paolo De Nicolò, della Prefettura della casa pontificia, che ha accolto a braccia aperte la nostra richiesta. Il giorno prima dell’udienza però lo stesso monsignor De Nicolò ci ha detto – a dire il vero con grande imbarazzo, per cui si è visto benissimo che la decisione non dipendeva da lui – di non andare, che non eravamo ammessi. Incredibile: 150 esorcisti provenienti dai cinque continenti, sacerdoti nominati dai loro vescovi in conformità con le norme del diritto canonico che richiedono preti di preghiera, di scienza e di buona fama – quindi un po’ il fior fiore del clero –, chiedono di partecipare a un’udienza pubblica del Papa e vengono buttati fuori. Monsignor De Nicolò mi ha detto: «Naturalmente le prometto che le invierò subito la lettera con le motivazioni». Sono passati cinque anni, e quella lettera la aspetto ancora. Certamente non è stato Giovanni Paolo II ad escluderci. Ma che a 150 sacerdoti venga proibito di partecipare a una udienza pubblica del Papa in piazza San Pietro spiega quanto sono ostacolati gli esorcisti dalla loro Chiesa, quanto sono malvisti da tante autorità ecclesiastiche.
Lei col demonio ci combatte quotidianamente. Qual è il più grande successo di Satana?
AMORTH: Riuscire a far credere di non esistere. E ci è quasi riuscito. Anche all’interno della Chiesa. Abbiamo un clero e un episcopato che non credono più nel demonio, negli esorcismi, nei mali straordinari che il diavolo può dare, e nemmeno nel potere che Gesù ha concesso di scacciare i demoni. Da tre secoli la Chiesa latina – al contrario della Chiesa ortodossa e di varie confessioni protestanti – ha quasi del tutto abbandonato il ministero esorcistico. Non praticando più esorcismi, non studiandoli più e non avendoli mai visti, il clero non ci crede più. E non crede più nemmeno al diavolo. Abbiamo interi episcopati contrari agli esorcismi. Ci sono nazioni completamente prive di esorcisti, come la Germania, l’Austria, la Svizzera, la Spagna e il Portogallo. Una carenza spaventosa.
Non ha nominato la Francia. Lì la situazione è differente?
AMORTH: C’è un libro scritto dal più noto esorcista francese, Isidoro Froc, dal titolo: Gli esorcisti, chi sono e cosa fanno. Il volume, tradotto in italiano dall’editrice Piemme, è stato scritto per incarico della Conferenza episcopale francese. In tutto il libro non si dice mai che gli esorcisti, in certi casi, fanno esorcismi. E l’autore ha più volte dichiarato alla televisione francese di non avere mai fatto esorcismi e che mai li farà. Su un centinaio di esorcisti francesi, solo cinque credono al demonio e fanno gli esorcismi, tutti gli altri mandano chi si rivolge a loro dagli psichiatri. E i vescovi sono le prime vittime di questa situazione della Chiesa cattolica, da cui sta scomparendo la credenza nell’esistenza del demonio. Prima che uscisse questo nuovo Rituale, l’episcopato tedesco ha scritto una lettera al cardinale Ratzinger in cui affermava che non occorreva un nuovo Rituale, perché non si dovevano più fare gli esorcismi.
È compito dei vescovi nominare gli esorcisti?
AMORTH: Sì. Quando un sacerdote viene nominato vescovo, si trova di fronte ad un articolo del Codice di diritto canonico che gli dà l’autorità assoluta per nominare degli esorcisti. A qualsiasi vescovo il minimo che si può chiedere è che abbia almeno assistito a un esorcismo, dato che deve prendere una decisione così importante. Purtroppo, non accade quasi mai. Ma se un vescovo si trova di fronte a una seria richiesta di esorcismo – che cioè non viene fatta da uno svitato – e non provvede, commette peccato mortale. Ed è responsabile di tutte le terribili sofferenze di quella persona, che a volte durano anni o una vita, e che avrebbe potuto impedire.
Sta dicendo che la maggior parte dei vescovi della Chiesa cattolica è in peccato mortale?
AMORTH: Quando ero ragazzino il mio vecchio parroco mi insegnava che i sacramenti sono otto: l’ottavo è l’ignoranza. E l’ottavo sacramento ne salva più degli altri sette sommati assieme. Per compiere peccato mortale occorre una materia grave ma anche la piena avvertenza e il deliberato consenso. Questa omissione di aiuto da parte di molti vescovi è materia grave. Ma questi vescovi sono ignoranti: non c’è dunque deliberato consenso e piena avvertenza.
Ma la fede rimane intatta, cioè rimane una fede cattolica, se uno non crede nell’esistenza di Satana?
AMORTH: No. Le racconto un episodio. Quando incontrai per la prima volta don Pellegrino Ernetti, un celebre esorcista che ha esercitato per quarant’anni a Venezia, gli dissi: «Se potessi parlare con il Papa gli direi che incontro troppi vescovi che non credono nel demonio». Il pomeriggio seguente padre Ernetti è tornato da me per riferirmi che il mattino era stato ricevuto da Giovanni Paolo II. «Santità», gli aveva detto, «c’è un esorcista qui a Roma, padre Amorth, che se venisse da lei le direbbe che conosce troppi vescovi che non credono nel demonio». Il Papa gli ha risposto, secco: «Chi non crede nel demonio non crede nel Vangelo». Ecco la risposta che ha dato lui e che io ripeto.
Mi faccia capire: la conseguenza è che molti vescovi e molti preti non sarebbero cattolici?
AMORTH: Diciamo che non credono a una verità evangelica. Quindi semmai li taccerei di propagare un’eresia. Però intendiamoci: uno è formalmente eretico se viene accusato di qualcosa e se persiste nell’errore. Ma nessuno, oggi, per la situazione che c’è nella Chiesa, accusa un vescovo di non credere nel diavolo, nelle possessioni demoniache e di non nominare esorcisti perché non ci crede. Eppure potrei farle tantissimi nomi di vescovi e cardinali che appena nominati in una diocesi hanno tolto a tutti gli esorcisti la facoltà di esercitare. Oppure di vescovi che sostengono apertamente: «Io non ci credo. Sono cose del passato». Perché? Purtroppo perché c’è stata l’influenza perniciosissima di certi biblisti, e potrei farle molti nomi illustri. Noi che tocchiamo ogni giorno con mano il mondo dell’aldilà, sappiamo che ha messo lo zampino in tante riforme liturgiche.
Per esempio?
AMORTH: Il Concilio Vaticano II aveva chiesto di rivedere alcuni testi. Disobbedendo a quel comando, si è voluto invece rifarli completamente. Senza pensare che si potevano anche peggiorare le cose anziché migliorarle. E tanti riti sono stati peggiorati per questa mania di voler buttare via tutto quello che c’era nel passato e rifare tutto daccapo, come se la Chiesa fino ad oggi ci avesse sempre imbrogliato e ingannato, e solo adesso fosse finalmente arrivato il tempo dei grandi geni, dei superteologi, dei superbiblisti, dei superliturgisti che sanno dare alla Chiesa le cose giuste. Una menzogna: l’ultimo Concilio aveva semplicemente chiesto di rivederli quei testi, non di distruggerli. Il Rituale esorcistico, per esempio: andava corretto, non rifatto. C’erano preghiere che hanno dodici secoli di esperienza. Prima di cancellare preghiere così antiche e che per secoli si sono dimostrate efficaci, bisognerebbe pensarci a lungo. E invece no. Tutti noi esorcisti, utilizzando per prova le preghiere del nuovo Rituale ad interim, abbiamo sperimentato che sono assolutamente inefficaci. Ma anche il rito del battesimo dei bambini è stato peggiorato. È stato stravolto, fin quasi ad eliminare l’esorcismo contro Satana, che ha sempre avuto enorme importanza per la Chiesa, tanto che veniva chiamato l’esorcismo minore. Contro quel nuovo rito ha protestato pubblicamente anche Paolo VI. È stato peggiorato il rito del nuovo benedizionale. Ho letto minuziosamente tutte le sue 1200 pagine. Ebbene, è stato puntigliosamente tolto ogni riferimento al fatto che il Signore ci deve proteggere da Satana, che gli angeli ci proteggono dall’assalto del demonio. Hanno tolto tutte le preghiere che c’erano per la benedizione delle case e delle scuole. Tutto andava benedetto e protetto, ma oggi la protezione dal demonio non esiste più. Non esistono più difese e neppure preghiere contro di lui. Lo stesso Gesù ci aveva insegnato una preghiera di liberazione, nel Padre nostro: «Liberaci dal Maligno. Liberaci dalla persona di Satana». In italiano è stata tradotta in modo erroneo, e adesso si prega dicendo: «Liberaci dal male». Si parla di un male generico, di cui in fondo non si sa l’origine: invece il male contro cui nostro Signore Gesù Cristo ci aveva insegnato a combattere è una persona concreta: è Satana. Lei ha un osservatorio privilegiato: ha la sensazione che il satanismo si stia diffondendo?
AMORTH: Sì. Tantissimo. Quando cala la fede aumenta la superstizione. Se uso il linguaggio biblico, dico che si abbandona Dio e ci si dà all’idolatria, se uso un linguaggio moderno, dico che si abbandona Dio per darsi all’occultismo. Lo spaventoso calo della fede in tutta l’Europa cattolica fa sì che la gente si getti tra le mani di maghi e cartomanti, mentre prosperano le sette sataniche. Il culto del demonio viene reclamizzato a masse intere attraverso il rock satanico di personaggi come Marilyn Manson, e viene dato l’assalto anche ai bambini: giornali a fumetti insegnano la magia e il satanismo. Diffusissime le sedute spiritiche, in cui si evocano morti per averne risposte. Ora si insegna a fare sedute spiritiche con il computer, con il telefono, con il televisore, con il registratore ma soprattutto con la scrittura automatica. Non c’è più nemmeno bisogno del medium: è uno spiritismo “fai da te”. Secondo i sondaggi, il 37 per cento degli studenti ha fatto almeno una volta il gioco del cartellone o del bicchierino, che è una vera seduta spiritica. In una scuola in cui mi avevano invitato a parlare, i ragazzi hanno detto che la facevano durante l’ora di religione sotto gli occhi compiaciuti dell’insegnante.
E funzionano?
AMORTH: Non esiste distinzione tra magia bianca e magia nera. Quando la magia funziona, è sempre opera del demonio. Tutte le forme di occultismo, come questo grande ricorso verso le religioni d’Oriente, con le loro suggestioni esoteriche, sono porte aperte per il demonio. E il diavolo entra. Subito. Io non ho esitato a dire immediatamente, nel caso della suora uccisa a Chiavenna e in quello di Erika e Omar, i due ragazzi di Novi Ligure, che c’era stato un intervento diretto del demonio perché quei ragazzi erano dediti al satanismo. Proseguendo l’indagine la polizia ha poi scoperto, in entrambi i casi, che questi ragazzi seguivano Satana, avevano libri satanici.
Su cosa fa leva il demonio per sedurre l’uomo?
AMORTH: Ha una strategia monotona. Glielo ho detto, e lui lo riconosce… Fa credere che l’inferno non c’è, che il peccato non esiste ma è solo un’esperienza in più da fare. Concupiscenza, successo e potere sono le tre grandi passioni su cui Satana insiste.
Quanti casi di possessione demoniaca ha incontrato?
AMORTH: Dopo i primi cento ho smesso di contarli. Cento? Ma sono tantissimi.
Lei nei suoi libri dice che i casi di possessione sono rari.
AMORTH: E lo sono davvero. Molti esorcisti hanno incontrato solo casi di mali diabolici. Ma io ho ereditato la “clientela” di un esorcista famoso come padre Candido, e quindi i casi che lui non aveva ancora risolto. Inoltre, gli altri esorcisti mandano da me i casi più resistenti.
Il caso più difficile che ha incontrato?
AMORTH: Ce l’ho “in cura” adesso, e da due anni. È la stessa ragazza che è stata benedetta – non è stato un vero esorcismo – dal Papa a ottobre in Vaticano e che ha creato scalpore sui giornali. È colpita 24 ore su 24, con tormenti indicibili. I medici e gli psichiatri non riuscivano a capirci nulla. È pienamente lucida e intelligentissima. Un caso davvero doloroso.
Come si cade vittime del demonio?
AMORTH: Si può incappare nei mali straordinari inviati dal demonio per quattro motivi. O perché questo costituisce un bene per la persona (è il caso di molti santi), o per la persistenza nel peccato in modo irreversibile, o per un maleficio che qualcuno lancia per mezzo del demonio, o quando ci si dedica a pratiche di occultismo.
Durante l’esorcismo di posseduti, che tipo di fenomeni si manifestano?
AMORTH: Ricordo un contadino analfabeta che durante l’esorcismo mi parlava solo in inglese, e io avevo bisogno di un interprete. C’è chi mostra una forza sovrumana, chi si solleva completamente da terra e varie persone non riescono a tenerlo seduto sulla poltrona. Ma è solo per il contesto in cui si svolgono, che parliamo di presenza demoniaca.
A lei il demonio non ha mai fatto del male?
AMORTH: Quando il cardinale Poletti mi chiese di fare l’esorcista io mi raccomandai alla Madonna: «Avvolgimi nel tuo manto e io sarò sicurissimo». Di minacce il demonio me ne ha fatte tante, ma non mi ha mai fatto nessun danno.
Lei non ha mai paura del demonio?
AMORTH: Io paura di quella bestia? È lui che deve avere paura di me: io opero in nome del Signore del mondo. E lui è solo la scimmia di Dio.
Padre Amorth, il satanismo si diffonde sempre di più. Il nuovo Rituale rende difficile fare esorcismi. Agli esorcisti si impedisce di partecipare a una udienza con il Papa a piazza San Pietro. Mi dica sinceramente: cosa sta accadendo?
AMORTH: Il fumo di Satana entra dappertutto. Dappertutto! Forse siamo stati esclusi dall’udienza del Papa perché avevano paura che tanti esorcisti riuscissero a cacciare via le legioni di demoni che si sono insediate in Vaticano.
Sta scherzando, vero?
AMORTH: Può sembrare una battuta, ma io credo che non lo sia. Non ho nessun dubbio che il demonio tenti soprattutto i vertici della Chiesa, come tenta tutti i vertici, quelli politici e quelli industriali.
Sta dicendo che anche qui, come in ogni guerra, Satana vuole conquistare i generali avversari?
AMORTH: È una strategia vincente. Si tenta sempre di attuarla. Soprattutto quando le difese dell’avversario sono deboli. E anche Satana ci prova. Ma grazie al cielo c’è lo Spirito Santo che regge la Chiesa: «Le porte dell’inferno non prevarranno». Nonostante le defezioni. E nonostante i tradimenti. Che non devono meravigliare. Il primo traditore fu uno degli apostoli più vicini a Gesù: Giuda Iscariota. Però nonostante questo la Chiesa continua nel suo cammino. È tenuta in piedi dallo Spirito Santo e quindi tutte le lotte di Satana possono avere solo dei risultati parziali. Certo, il demonio può vincere delle battaglie. Anche importanti. Ma mai la guerra.

Pensieri sul Santo Rosario / 2

Ecco una serie di riflessioni sul Santo Rosario dell'attuale Pontefice Benedetto XVI (anche in questo caso grazie a Mascellaro)

1. Il Santo Rosario non è una pratica del passato come orazione di altri tempi a cui pensare con nostalgia. Al contrario, il rosario sta sperimentando una nuova primavera.

2. Il Rosario sta invece conoscendo quasi una nuova primavera. Questo è senz’altro uno dei segni più eloquenti dell’amore che le giovani generazioni nutrono per Gesù e per la Madre sua Maria.

3. Nel mondo attuale così dispersivo, questa preghiera aiuta a porre Cristo al centro, come faceva la Vergine, che meditava interiormente tutto ciò che si diceva del suo Figlio, e poi quello che Egli faceva e diceva.

4. Quando si recita il Rosario si rivivono i momenti importanti e significativi della storia della salvezza; si ripercorrono le varie tappe della missione di Cristo.

5. Con Maria si orienta il cuore al mistero di Gesù. Si mette Cristo al centro della nostra vita, del nostro tempo, delle nostre città, mediante la contemplazione e la meditazione dei suoi santi misteri di gioia, di luce, di dolore e di gloria

6. Ci aiuti Maria ad accogliere in noi la grazia che promana da questi misteri, affinché attraverso di noi possa “irrigare” la società, a partire dalle relazioni quotidiane, e purificarla da tante forze negative aprendola alla novità di Dio.

7. Il Rosario, quando è pregato in modo autentico, non meccanico e superficiale ma profondo, reca infatti pace e riconciliazione. Contiene in sé la potenza risanatrice del Nome santissimo di Gesù, invocato con fede e con amore al centro di ogni Ave Maria.

8. Il Rosario, quando non è meccanica ripetizione di formule tradizionali, è una meditazione biblica che ci fa ripercorrere gli eventi della vita del Signore in compagnia della Beata Vergine, conservandoli, come Lei, nel nostro cuore.

9. Ora, che termina il mese, non cessi questa buona abitudine; anzi prosegua con ancor maggiore impegno, affinché, alla scuola di Maria, la lampada della fede brilli sempre più nel cuore dei cristiani e nelle loro case.

10. Nella recita del Santo Rosario vi affido le intenzioni più urgenti del mio ministero, le necessità della Chiesa, i grandi problemi dell’umanità: la pace nel mondo, l’unità dei cristiani, il dialogo fra tutte le culture.

sabato 16 maggio 2009

Pensieri sul Santo Rosario

Ecco di seguito alcuni pensieri sulla preghiera del Santo Rosario degli ultimi pontefici (per i quali ringrazio il Mascellaro):

1. La meditazione dei misteri gloriosi del Rosario ci fanno intravedere quale vera felicità ci aspetta nell'altra vita. Se il Rosario sarà recitato assiduamente e compreso dai fedeli, porterà consolanti frutti di rinnovamento anche sociale. Per questo il papa lo raccomanda.... Leone XIII
*
2. Il Rosario è la preghiera che fra tutte è la più bella, la più ricca di grazie, quella che più piace alla santissima Vergine. Pio X
*
3. Il popolo cristiano tenga per fermo essere il Rosario il più bel fiore dell'umana pietà e la più feconda sorgente delle grazie celesti. Benedetto XV
*
4. Il Rosario occupa il primo posto tra le devozioni in onore della Madonna ed è utile per progredire nella fede, nella speranza e nella carità. Pio XI
*
5. Il Rosario è un’arma potentissima per curare i mali che affliggono questo mondo... Il Rosario è sintesi di sacrificio vespertino, corona di rose, inno di lode, preghiera della famiglia, compendio di vita cristiana, pegno sicuro del favore celeste, presidio per l'attesa salvezza. Pio XII
*
6. Il Rosario è la Bibbia dei poveri... E’ l’ossequio migliore a Maria... E’ l’orazione per ogni tipo di persona... E’ la sintesi della redenzione in quindici quadri... E’ il Vangelo che rivive... Sono quindi finestre attraverso le quali contemplare, alla luce di Dio, tutto ciò che succede nel mondo... E’ una magnifica opportunità di contemplazione. Giovanni XXIII
*
7. Il Rosario è l’itinerario verso Cristo e sintesi del Vangelo. E’ preghiera evangelica, centrata sul mistero della Incarnazione; è, infine, una preghiera profondamente cristologica. Paolo VI
*
8. Il Rosario è una preghiera bellissima che invita al riposo interiore, all’abbandono a Dio e alla fiducia nella certezza di ottenere le grazie di cui abbiamo bisogno per intercessione e la mediazione potente della Santissima Vergine Maria, il cui nome costantemente invochiamo. Paolo VI
*
9. Il Rosario è la mia preghiera prediletta. Preghiera meravigliosa! Meravigliosa nella sua semplicità e nella sua profondità. Sullo sfondo delle parole Ave Maria passano davanti agli occhi dell'anima i principali episodi della vita di Gesù Cristo. Essi si compongono nell'insieme dei misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, e ci mettono in comunione viva con Gesù attraverso il Cuore della sua Madre. Giovanni Paolo II
*
10. Il Santo Rosario! Singolare preghiera contemplativa con la quale, guidati dalla celeste Madre del Signore, fissiamo lo sguardo sul volto del Redentore, per essere conformati al suo mistero di gioia, di luce, di dolore e di gloria. Questa antica preghiera sta conoscendo una provvidenziale rifioritura... Benedetto XVI

venerdì 15 maggio 2009

Contributi 104 - L’impolitico Benedetto XVI ha posto le condizioni della pace e deluso i laicisti

Leggo su il sussidiario un interessante intervento di Sandro Magister

L’occasione è ghiotta e l’Economist non se la lascia sfuggire. “Un capitolo di gaffe: la visita del papa in Terra Santa - titola il settimanale britannico - ha aggiunto un altro disastro nelle pubbliche relazioni alla lista già esistente”. Anche ammesso che le ragioni profonde che hanno indotto Benedetto XVI ad andare in Terra santa per sostenere la speranza e la testimonianza dei cristiani siano riconducibili ad un panel di “pubbliche relazioni”, cosa sulla quale, se non altro per onestà intellettuale, è lecito nutrire qualche dubbio, è sul “disastro” che l’autorevole settimanale si lascia sfuggire la mano. “Disastro” perché il Papa è andato allo Yad Vashem e “ha parlato di ‘milioni’ di ebrei vittime dell'Olocausto e non di sei milioni”: “un’omissione - secondo l’Economist - che ha avuto l'effetto di riaprire la questione appena chiusa dei lefebvriani e del vescovo Richard Williamson che aveva negato l'esistenza dell'Olocausto”. «Ma se l’Economist fosse stato più attento - commenta Sandro Magister - si sarebbe accorto che l’omissione non c’è stata affatto, perché di sei milioni di ebrei uccisi il Papa ha parlato, appena sbarcato all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv la mattina dell’11 maggio». È vero. Può testimoniare il presidente Shimon Peres. «È giusto e conveniente che, durante la mia permanenza in Israele - ha detto il Papa, e ci scuseranno i lettori la lunga citazione - io abbia l’opportunità di onorare la memoria dei sei milioni di Ebrei vittime della Shoah, e dipregare affinché l’umanità non abbia mai più ad essere testimone di un crimine di simile enormità. Sfortunatamente, l’antisemitismo continua a sollevare la sua ripugnante testa in molte parti del mondo. Questo è totalmente inaccettabile».
Siamo al ridicolo, dice Magister, al quale ilsussidario.net ha chiesto un primo bilancio del viaggio apostolico di Benedetto XVI, che partirà oggi stesso da Tel Aviv per far ritorno a Roma. Ma la realtà è ben più seria, ed è l’esistenza di un «copione» - spiega Magister - da soddisfare sempre e comunque, quando si cita il dramma della persecuzione ebraica. Quel copione “scritto” in anticipo, ancor prima che il papa parlasse, sulla questione ebraica. Un canovaccio non esente da rischi, se ha impedito a molti - ma non a tutti - di cogliere la portata, la reale portata, di quello che Benedetto XVI ha detto nel Memoriale della Shoah.

Magister, il pellegrinaggio di Benedetto XVI volge al termine. Tentiamone un bilancio. Ieri il Custode dei luoghi santi padre Pizzaballa, faceva notare che tutto quello che ha un significato religioso, o anche semplicemente umano, in Terra santa diventa politica. Lei cosa pensa?
In un certo senso concordo: è un viaggio che inesorabilmente ha effetti e contraccolpi politici. La questione capitale a mio giudizio è capire se il terreno politico è quello principale sul quale Benedetto XVI ha voluto collocare il senso del suo viaggio. Non lo credo. Ciò non toglie che il papa sia perfettamente consapevole degli effetti politici del suo gesto. Lo si è visto anche mercoledì, quando Benedetto XVI è andato nei territori: sia a Betlemme che nel campo dei rifugiati ha detto cose politiche molto esplicite, che però non rappresentano una novità nella linea della Santa Sede sul conflitto israelo-palestinese. Il Papa è andato oltre la sfera prettamente politica.

Si riferisce per esempio al tema del muro spirituale e a quello, ad esso legato, del perdono?
Sì. Nei discorsi “politici” questa dimensione ulteriore è chiaramente visibile. Quando ha detto, a proposito del muro così contestato e controverso, che la questione vera è abbattere i muri che si creano nei cuori degli uomini, tra un uomo e il suo prossimo. È un compito che mette in gioco delle scelte personali, che in quanto tali sono in grado di cambiare le cose a livello pubblico. Lo stesso è avvenuto nell’omelia di Betlemme, come nell’omelia della Messa nella valle di Giosafat: Benedetto XVI ha lanciato messaggi molto espliciti ai cristiani, invitandoli a non abbandonare la loro terra.

È comprensibile che il Papa chieda ai cristiani di rimanere: quella è anche la loro terra, al pari di ebrei e musulmani…
Certo, il Papa ha chiesto loro di restare ed era nelle aspettative, ma l’argomento con cui lo ha fatto è eminentemente teologico. Ha detto: restate, perché avete il privilegio unico di essere a contatto diretto con la memoria storica della salvezza. Siete in grado, come gli apostoli, di vedere e di toccare i luoghi in cui la salvezza si è innestata, e quindi avete una missione di testimonianza eccezionale di fronte al mondo. E li ha esortati a restare fedeli a questa missione. L’approccio con cui Benedetto XVI guarda a cose molto concrete, e quindi anche molto politiche - come la permanenza dei cristiani in Terra santa - è sostanzialmente profetico, religioso.

Questo viaggio segna un’evoluzione nel rapporto tra Santa Sede e Stato di Israele?
Più che il rapporto con lo Stato di Israele politicamente inteso, sul quale le parole di Benedetto XVI sono state molto misurate e molto sobrie, direi che il capitolo del rapporto tra ebraismo e cristianesimo è uno dei grandi assi portanti di questo viaggio. Anche per quanto riguarda la storia dell’ebraismo e quindi la Shoah il Papa ha detto delle cose molto originali. Che proprio per questo hanno disorientato parte degli osservatori.

Allude alle polemiche che hanno seguito la visita al Memoriale di Yad Vashem?
Persino lo Ha’aretz, il giornale più liberal in Israele, ha pubblicato parole dure, un attacco impietoso nei confronti delle parole di Benedetto XVI. Perché molti intellettuali israeliani sono rimasti così sconcertati? Perché avevano in mente un copione - che era poi il loro - e vigilavano per vedere se e come il Papa rispettasse questo copione. E il Papa non lo ha fatto. Ha aperto delle pagine di riflessione ancora in parte inedite sul mistero della persecuzione di Israele, centrando la sua riflessione sul nome, sul valore biblico fortissimo che ha il concetto di nome.

Dunque il Papa ha tradito le aspettative: quelle di chi si era ostinatamente preparato a sentire altro.
Infatti quelli rimasti attaccati al “manoscritto” - preparato da loro - non hanno più saputo da che parte voltarsi. Ma è una riflessione che è stata moltissimo apprezzata, in campo ebraico, da chi l’ha colta. Il nome è l’identificazione della persona e l’identificazione della missione che la persona ha, tanto è vero che il Papa ha ricordato come Dio abbia dato un nome nuovo ad Abramo dopo la chiamata e lo stesso è avvenuto con Giacobbe. Il nome nuovo corrisponde a una missione. E questi nomi sono incisi indelebilmente nel pensiero e nel cuore di Dio. Anche quando il male assoluto arriva a voler togliere tutto all’uomo, non può però togliergli il nome, perché questo è difeso per l’eternità da Dio.

E per quanto riguarda i rapporti col mondo musulmano?
Si sono giocati nella prima parte del viaggio, perché il Regno di Giordania è un po’ il cenacolo culturale da cui è uscita la Lettera dei 138: uno dei frutti più promettenti generati dalla lezione di Ratisbona, che a mio parere ha segnato un tornante straordinario nei rapporti tra la Chiesa cattolica e l’islam, da cui è partito un dialogo faticoso, incipiente ma portato finalmente sulle questioni reali: il rapporto fede, ragione e violenza. Al capitolo aggiunto da Papa Ratzinger in Giordania ha fatto riscontro l’ampio e interessante discorso tenuto dal principe GhaziBin Talal, in occasione della visita alla moschea di Amman.

Dove sta, a suo avviso, il valore della riflessione papale?
Il rapporto tra cristianesimo e islam è centrato non su un impossibile “negoziato” tra le due fedi - cosa semplicemente impensabile - ma sulla consapevolezza che dall’unica fede nell’unico Dio creatore derivi l’uguaglianza di natura di tutti gli uomini. Quindi i diritti dell’uomo sono esattamente quelli scritti nella creazione stessa e questo è il terreno comune su cui islam e cristianesimo possono servire l’unità della famiglia umana, secondo quanto detto dal Papa non solo in Giordania ma anche a Gerusalemme, dopo aver visitato la Cupola della roccia.

giovedì 14 maggio 2009

Contributi 103 - Il Papa nella Grotta di Nazareth

Sono molti i momenti di questo pellegrinaggio degni di essere ricordati e meditati, ne propongo uno in virtù del luogo in cui si è svolto.

“Qui l'eterno Figlio di Dio divenne uomo”, spiega
NAZARETH, giovedì, 14 maggio 2009 (ZENIT.org).- Il silenzio di Benedetto XVI davanti alla grotta in cui la giovane Maria di Nazareth seppe che sarebbe diventata la madre del Salvatore è diventato questo giovedì pomeriggio uno dei momenti forti del pellegrinaggio in Terra Santa, che si concluderà venerdì.
“Qui l'eterno Figlio di Dio divenne uomo”, ha detto il Pontefice, che sta scrivendo il secondo volume del suo libro “Gesù di Nazaret” e che ha dato a questo viaggio innanzitutto una dimensione di preghiera.
Per lui sono stati momenti importanti, perché come ha affermato in seguito “il riflettere su questo gioioso mistero ci dà speranza, la sicura speranza che Dio continuerà a condurre la nostra storia, ad agire con potere creativo per realizzare gli obiettivi che al calcolo umano sembrano impossibili”.
Padre José Carballo ofm, ministro generale dell'Ordine dei Frati Minori, i religiosi che custodiscono i Luoghi Santi, ha spiegato al Papa nel suo saluto di benvenuto che “gli scavi archeologici qui compiuti ci mostrano chiaramente come lungo i secoli quanti ci hanno preceduto si sono continuamente adoperati per abbellire uno dei luoghi più cari alla cristianità”.
Nonostante i numerosi adattamenti subiti lungo i secoli, si riconosce che la Grotta dell'Annunciazione, che si trova nella Basilica inferiore di Nazareth, è stata in origine parte di un complesso abitativo meglio osservabile all’esterno della Basilica.
Un’altra piccola grotta, con pitture e graffiti lasciati dagli antichi pellegrini sulle pareti, l’affianca a ovest. Pavimenti in mosaico, dove si vede più volte rappresentata la croce in diverse forme, ornavano gli edifici cultuali (chiesa-sinagoga, III-IV sec.) che hanno preceduto la Basilica bizantina.
I francescani entrarono in possesso della Grotta e delle rovine della chiesa crociata - distrutta nel XIII secolo per ordine del sultano Baybars ad-Dhahir - nel 1620, quando l’emiro druso della montagna libanese Fakr ed-Din le donò a padre Tommaso Obicini da Novara, Custode di Terra Santa, scrivendo una bella pagina delle relazioni amichevoli tra i non cristiani e la Custodia francescana dei Luoghi Santi.
Dopo questo momento chiave del suo pellegrinaggio spirituale, il Papa è salito alla Basilica Superiore del Santuario dell’Annunciazione di Nazareth, il tempio più grande dell'Oriente cristiano, consacrato il 25 marzo 1969, per presiedere la celebrazione dei Vespri con i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i movimenti ecclesiali e gli operatori pastorali della Galilea
“Ciò che accadde qui a Nazareth, lontano dagli sguardi del mondo, è stato un atto singolare di Dio, un potente intervento nella storia attraverso il quale un bambino fu concepito per portare la salvezza al mondo intero”, ha detto il Papa nel discorso che ha pronunciato nell'atto di preghiera.
“Il prodigio dell'Incarnazione continua a sfidarci ad aprire la nostra intelligenza alle illimitate possibilità del potere trasformante di Dio, del suo amore per noi, del suo desiderio di essere in comunione con noi”.
“Lo Spirito che 'discese su Maria' è lo stesso Spirito che si librò sulle acque all'alba della Creazione”, ha affermato. “Questo ci sfida ad aprirci all’azione trasformatrice dello Spirito Creatore che ci fa nuovi, ci rende una cosa sola con Lui e ci riempie con la sua vita”.
Alla luce del mistero centrale del cristianesimo, il Papa ha tratto alcune conclusioni per la vita dell'esigua minoranza cristiana che vive nello Stato di Israele e nei Territori Palestinesi.
“Forse a volte vi sembra che la vostra voce conti poco. Molti dei vostri amici cristiani sono emigrati, nella speranza di trovare altrove maggiore sicurezza e migliori prospettive. La vostra situazione richiama alla mente quella della giovane vergine Maria, che condusse una vita nascosta a Nazareth, con ben poco per il suo quotidiano quanto a ricchezza e ad influenza mondana”, ha sottolineato.
Il Pontefice ha quindi citato un passaggio del Magnificat, in cui la Vergine dice che Dio ha guardato all'umiltà della sua serva, per dare “forza” ai cattolici.
“Abbiate il coraggio di essere fedeli a Cristo e di rimanere qui nella terra che Egli ha santificato con la sua stessa presenza!”, li ha esortati.
“Come Maria, voi avete un ruolo da giocare nel piano divino della salvezza, portando Cristo nel mondo, rendendo a Lui testimonianza e diffondendo il suo messaggio di pace e di unità”.
Per questo, ha concluso, “è essenziale che siate uniti fra voi, così che la Chiesa nella Terra Santa possa essere chiaramente riconosciuta come un segno ed uno strumento di comunione con Dio e di unità di tutto il genere umano”.
Al termine dei Vespri, l'ambiente di raccoglimento si è trasformato in un'atmosfera festosa quando i presenti hanno cantato in italiano, tra versi arabi, “Benedetto, Benvenuto a Nazareth”.

mercoledì 13 maggio 2009

Post 34 - Commenti ricevuti

Premetto che considero amici tutti coloro che frequentano il blog al di là del fatto che non ci siamo mai conosciuti personalmente, ma poichè penso che la comune fede in Gesù Cristo avvicini più di quanto possano dividere accenti diversi di vivere la stessa fede o i km che ci separano, penso sia corretto usare le parole amicizia e comunione per definire il rapporto fra chi scrive nel blog e chi lo legge e mi fa dono di un suo parere. Alcuni amici sono più assidui, altri meno, ma questo non vuol dire che questi ultimi contino di meno.
Veniamo al contenuto del post: dato che la giornata odierna è stata segnata dall'arrivo di alcuni commenti interessanti (evidentemente la Madonna di Fatima ha influito positivamente) colgo l'occasione per portarli alla conoscenza dei frequentatori del blog.
Inizio da Plumina che relativamente al post su Samar (Contributi 100) dice Avevo già sentito parlar bene di Samar. Spero che la sua missione, con l'aiuto di Dio, possa continuare: una delle cose più brutte è vivere senza famiglia e sono contenta che Samar abbia dato il suo cuore e la sua casa a chi non ha più nessuno su cui contare. L'opera di Samar, analogamente ad altre sorte in altri luoghi non è altro che la fede che diventa iniziativa e tenta di rispondere ad un bisogno che vede nelle persone che stanno accanto a chi le intraprende.
Passando al Post 33 l'amica Marina mi scrive Caro Andrea, le tue riflessioni sono purtroppo vere: oggi sta accadendo la stessa cosa che è accaduta agli inizi del secolo scorso con le idee moderniste che negavano le principali verità della fede cristiana. Oggi si tende a scrivere un quinto Vangelo: quello "secondo me". Solo attrverso un cambiamento radicale dello stile di vita ci potrà essere una totale apertura del cuore a Dio! In questo giorno,la Madonna,apparendo a Fatima ai tre pastorelli, ha chiesto di pregare per la conversione dei peccatori. Facciamo nostra questa intenzione di preghiera e confidiamo di più nella misericordia di Dio!Buona giornata! E' questo il punto. La fede in Cristo non è più solo ignorata, ma denigrata, osteggiata e, ultimamente tentativamente sostituita da un cristianesimo ateo che è svuotato del contenuto che lo renderebbe vero : la persona di Cristo.
In modo analogo e più argomentato andrea dice Ciò che hai scritto rispecchia la realtà che ci circonda ormai da diverso tempo. Ed in questa realtà,caratterizzata dalla nascita e dalla diffusione di una sorta di un neopaganesimo ateo, che tende ad adorare l'uomo e a fare dell'uomo unicamente un semplice corpo di materia fine a se stessa o una cosa chiamata ad accumulare altra materia,il cristiano deve più che mai portare avanti,in qualsiasi ambito,ciò in cui crede e ciò in cui deve continuare a credere. Ancora una volta, il Vangelo si dimostra sempre attuale. Infatti,in una realtà in cui l'uomo più si conforma al mondo (siamo nel mondo ma non del mondo),tanto più si fa acceso ed evidente quel contrasto tra il mondo e la cultura cristiana. Quanto più si apprezza il mondo,tanto più si disprezza la Verità e tutto ciò che fa riferimento alla sacralità della vita e ai valori veri. Da qui l'importanza dell'unità dei cristiani e il dialogo interreligioso,intrapreso fortemente da Giovanni Paolo II e portato avanti da Benedetto XVI... Tutta questa radicalizzazione agnostica o integralismo materialista (che è un qualcosa anche peggiore del semplice materialismo) si concretizza con gli attacchi diventati ormai quotidiani contro il Papa o nella rabbia e nell'offesa,senza precedenti,anche contro chi crede in Dio o semplicemente dice di credere in Dio. La battaglia dunque c'è e comincia proprio in ognuno di noi e la posta in gioco la dignità umana,e dunque la salvezza in quanto l'uomo vero è l'uomo che vive in Dio attraverso Gesù Cristo,che è appunto "vero Dio e vero uomo" e che ci ha detto e continua a dirci ,per restare in tema all'argomento, che "le forze degli inferi non prevarranno"...
Non posso che essere d'accordo in toto con quanto detto consci che "non si può servire due padroni" e che è necessaria una radicale e definitiva scelta di campo (chi non è con Me è contro di Me). Occorre decidere da che parte stare aut-aut, o Questo o quello.
Fra le altre cose (mi si perdoni la "facezia") penso che nessuno di noi vorrebbe sentirsi dire "in verità vi dico: non vi conosco, non so di dove voi siate" e poichè non mi pare intelligente barattare l'eternità con una vita da velina o da opinionista radical-chic spesso sulle prime pagine di giornali patinati la scelta di pare ovvia, tanto più che se è vero che chi vuole seguire Gesù deve farsi carico della croce, è altrettanto vero che "il Mio peso è dolce e il Mio carico leggero".
Concludo la serie degli interventi con Vandeano che dice "Il compito (del cristiano) non è lamentarsi del male del mondo, ma operare per il bene del mondo."Condivido a pieno. Vorrei, tuttavia, sottolinare che, sebbene dobbiamo operare il bene e non lamentarci del male, è tuttavia nostro dovere, denunciare con voce forte il male, affinchè le coscienze si scuotano e le menti riflettano. Al resto, penserà Dio. Sono d'accordo, infatti il tentativo del blog è quello di suscitare un modo di pensare cristiano e denunciare gli attacchi alla fede. Fra le altre cose ci è stato detto di essere "semplici come colombe ma astuti come serpenti". Stiamo quindi attenti a non farci ingannare dalla voce del mondo che suona suadente come il coro delle sirene ma è parimenti letale. Stringiamoci a Cristo, unico in cui c'è salvezza.

Contributi 102 - La sfida del Papa

tratto da il sussidiario

Claudio Morpurgo
mercoledì 13 maggio 2009

Impossibile non esserne consapevoli. Il viaggio di Benedetto XVI rappresenta un passaggio storico nei rapporti tra le religioni monoteistiche.
Anche se potranno rimanere, tra ebrei, cristiani e mussulmani, punti di frizione su particolari tematiche, il Pontefice ha lanciato al mondo, da Gerusalemme, un messaggio di forza formidabile che va interpretato con onestà e positività, cercando di valorizzare più ciò che unisce, rispetto a ciò che ben potrà continuare a dividere.
L’impressione è quella che Benedetto XVI non abbia voluto nascondersi, non abbia voluto fare sconti a nessuno. Non è più il momento di farlo, probabilmente, in un mondo malato, dove relativismo morale e strumentalizzazione criminale del nome di Dio rappresentano mali di dirompente gravità.
Quando l’umanità soffre, quando la religiosità ed il diritto di appartenere sono minacciati, quando la libertà dell’individuo di essere se stesso rimane troppo spesso un miraggio irrealizzabile nel tessuto sociale, non è più ammissibile nessuna ritrosia.
Certo, nel dialogo interreligioso potrà permanere qualcosa che divide, che lascia perplessi, soprattutto, se si vorrà privilegiare una valutazione delle parole del Papa di natura teologica o strettamente confessionale.
La questione posta da Benedetto XVI è, però, un’altra e di più elevato spessore concreto, perché nasce da un’affermazione di metodo di straordinaria importanza che permette di superare e di mettere da parte, nella quotidianità delle nostre vite individuali e collettive, possibili incomprensioni.
Non è sufficiente, secondo il Pontefice, un dialogo interreligioso teorico, limitato alla sfera teologica. La condivisione, invece, l’unità di intenti, la partecipazione ad una sfida comune, potrà esserci nell’azione, nel fattivo impegno religioso nella società.
Coloro che confessano il nome di Dio “hanno il compito di impegnarsi decisamente per la rettitudine pur imitando la sua clemenza, poiché ambedue gli atteggiamenti sono intrensicamente orientati alla pacifica ed armoniosa coesistenza della famiglia umana”.
Le fedi monoteistiche, secondo il Pontefice, di fronte al dramma del relativismo morale e alle offese che esso genera contro la dignità della persona umana, devono assumere un ruolo da protagonista, abbandonando ogni tendenza alla autoghettizzazione e al conflitto. Dalla spianata delle Moschee, dal Muro del Pianto, Benedetto XVI ha sottolineato quanto sia importante superare le divisioni del passato, realizzando forme di dialogo operativo in grado di costruire un mondo di giustizia e di pace per le generazioni che verranno.
Alla base del dialogo interreligioso dovrà esserci rispetto, accettazione delle diversità di impostazioni e sensibilità. E, soprattutto, dovrà esserci il comune impegno per tutelare la sacralità della vita umana, la centralità della famiglia, una valida educazione dei giovani, la libertà di religione e di coscienza per una società giusta.
Ecco, è questo il messaggio che Benedetto XVI ha voluto lanciare all’umanità e che trova “naturalmente” in piena sintonia le fedi abramitiche.
Un messaggio che, prima di tutto, impegna gli uomini di fede. Senza timidezze, senza nascondimenti, bisogna essere consapevoli che la religiosità deve sempre più diventare soggetto protagonista di civiltà. Ogni uomo di fede è responsabile davanti a Dio, è consapevole di essere oggetto dell’attenzione di Dio, di essere prezioso ai suoi occhi.
Questo vale sotto ogni profilo, allorché si verifichino tragedie, quando sia necessario prevenirle, nei casi in cui l’umanità richieda prese di posizione forti rispetto a temi essenziali per tutti.
E’ finita l’epoca in cui le identità forti, le appartenenze religiose potevano permettersi di vivere rinchiuse nel loro recinto. Il laicismo che permea, subdolamente e con sempre maggiore forza devastatrice, la nostra struttura sociale e culturale chiama gli uomini di fede ad un impegno comune.
La base di questo lavoro condiviso è l’affermazione costitutiva della centralità della persona.
Il singolo non è riducibile a soli valori collettivi, egli stesso rappresenta un valore assoluto: la specificità dell'anima umana, la singolarità dei suoi attributi costituisce insieme il rischio e il valore dell'individuo. Come tale l'uomo è posto di fronte all'Eterno, non come modello impersonale. Dio vuole dall’uomo l'attuazione della sua singolare irripetibilità, non l'adeguamento acquiescènte a uno schema collettivo.
La missione di ogni uomo di fede è, quindi, quella di portare nel mondo la concezione della sacralità della singola ed irripetibile vita umana. Ogni uomo è un valore in sé. E l’educazione, cioè la libera possibilità di formarsi nel rispetto dei propri valori e delle proprie scelte culturali (e religiose), costituisce la grammatica fondante di una società inclusiva, giusta e pacifica.

martedì 12 maggio 2009

Post 33 - La posta in gioco

Riparto con la frase con cui avevo chiuso il post 32 "Il compito (del cristiano) non è lamentarsi del male del mondo, ma operare per il bene del mondo."
Ma operare per il bene non è una cosa che possiamo fare da soli, come fosse una nostra capacità. E' il lavoro della vita, di tutta la vita che si può compiere solo nell'affidarsi pieno, libero, consapevole e fiducioso a Gesù Cristo tramite la nostra avvocata Maria Santissima.
Gli strumenti di aiuto che abbiamo già avuto modo di citare sono preghiera, meditazione sulla Sacra Scrittura, Digiuno, Confessione, ed Eucarestia. Ma tutto questo non come sforzo, ma come libero gesto di amore a Chi ci ha creati, per primo amati e redenti.
Penso che anche al più distratto dei miei pochi ma affezionati lettori sia evidente che è in corso una battaglia epocale nella nostra società; una battaglia fra chi fa riferimento ad Altro da sè, fra i credenti, e chi ha se stesso come solo referente, coloro che hanno in astio tutto ciò che sa di cristiano.
La posta in gioco è la conservazione delle fede sulla terra. Non sto esagerando, cerco di essere massimamente realista, ma sono ormai troppi i segnali in questo senso.
Per cominciare vorrei invitarvi a consultare un lungo ma interessante articolo di cui mi auguro completiate la lettura.
Il tentativo in atto è di sminuire la fede, di ridurre tutto ad una serie di valori privi di riferimento a Cristo e quindi tristemente vuoti.
La posta in gioco è, come sempre, il salvare la propria anima rimanendo ancorati alla roccia della nostra salvezza.
Credo, insomma, che la lotta sia contro "chi ci è ostile".
Si tratta di non aver la mente "sconvolta" restando saldi al fianco del Re, sapendo che anche la Grande Dama combatte al nostro fianco (un famoso inno orientale dice: "A Te stratega condottiera che mi difendi, io, la tua città, grazie a te riscattata da tremende sventure, o Madre di Dio, dedico questi canti di vittoria in rendimento di grazie. E tu che possiedi l'invincibile potenza, liberami da ogni specie di pericolo, affinché io ti acclami: Gioisci, sposa senza nozze!"). Quale è quindi la strada concreta? Il contrario del delirio gnostico di cambiare la realtà.
La strada è quella indicata dal Santo Padre, che diceva così, nella notte dello scorso Natale: "Soltanto attraverso la conversione dei cuori, soltanto attraverso un cambiamento nell’intimo dell’uomo può essere superata la causa di tutto questo male, può essere vinto il potere del maligno. Solo se cambiano gli uomini, cambia il mondo e, per cambiare, gli uomini hanno bisogno della luce proveniente da Dio, di quella luce che in modo così inaspettato è entrata nella nostra notte."
E poi anche: "Il teologo medioevale Guglielmo di S. Thierry ha detto una volta: Dio – a partire da Adamo – ha visto che la sua grandezza provocava nell’uomo resistenza; che l’uomo si sente limitato nel suo essere se stesso e minacciato nella sua libertà. Pertanto Dio ha scelto una via nuova. È diventato un Bambino. Si è reso dipendente e debole, bisognoso del nostro amore. Ora – ci dice quel Dio che si è fatto Bambino – non potete più aver paura di me, ormai potete soltanto amarmi"
In Lui solo la mia speranza.
Per ora mi fermo qui, ma è un argomento su cui si ritornerà spesso, stante che il pensiero cristiano è minacciato di estinzione.

Contributi 101 - Cristo sì, Chiesa no?

Intervista a Mons. Martinelli, Rettore del Collegio Ecclesiastico Internazionale San Carlo, e Primicerio della Basilica dei SS. Ambrogio e Carlo al Corso, a Roma

Si può separare Cristo dalla Chiesa, o la Chiesa da Cristo?
■ No, assolutamente. Nulla c’è di più assurdo che separare la Chiesa da Cristo. Fra Cristo e la Chiesa non c’è alcuna divisione né contrapposizione. E questo per diversi motivi:
• la Chiesa è fondata sugli Apostoli, scelti direttamente da Cristo. Essi “sono così il segno più evidente della volontà di Gesù riguardo all’esistenza e alla missione della sua Chiesa, la garanzia che fra Cristo e la Chiesa non c’è alcuna contrapposizione” (BENEDETTO XVI, Catechesi del mercoledì, 15/3/06): “Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i dodici...” (Mc 3,13-16; cfr. Mt 10,1-4; Lc 6,12-16).
Per mezzo degli Apostoli, risaliamo dunque a Gesù stesso;
• la Chiesa è il Corpo di Cristo, che ne è il Capo (cfr. Ef 5,3). Non si può separare il Capo dal Corpo né viceversa: si avrebbero due realtà snaturate, decapitate. Cristo «è il Capo del Corpo, cioè della Chiesa» (Col 1,18). Cristo e Chiesa formano il “Cristo totale - Christus totus. (…) Pienezza di Cristo: il Capo e le membra. Qual è la Testa, e quali sono le membra? Cristo e la Chiesa” (Sant’AGOSTINO, In Iohannis evangelium tractatus, 21, 8); «Capo e membra sono, per così dire, una sola persona mistica» (San TOMMASO D’AQUINO, Summa theologiae, III, q. 48, a. 2, ad 1). “Come il capo e il corpo formano un unico uomo, così il Figlio della Vergine e le sue membra elette costituiscono un solo uomo e l’unico Figlio dell’uomo. Secondo la Scrittura il Cristo totale e integrale è Capo e Corpo, vale a dire tutte le membra assieme sono un unico Corpo, il quale con il suo Capo è l’unico Figlio dell’uomo, con il Figlio di Dio è l’unico Figlio di Dio, con Dio è lui stesso un solo Dio. Quindi tutto il Corpo con il Capo è Figlio dell’uomo, Figlio di Dio, Dio. Perciò si legge nel Vangelo: Voglio, o Padre, che come io e tu siamo una cosa sola, così anch’essi siano una cosa sola con noi (cfr. Gv 17, 21). Secondo questo famoso testo della Scrittura né il Corpo è senza Capo né il Capo senza Corpo, né il Cristo totale, Capo e Corpo, è senza Dio” (BEATO ISACCO, - monaco cistercense, vissuto nel XII sec.-, Discorso 42);

• se si separasse Cristo dalla Chiesa;
- si avrebbe una falsificazione della realtà e della missione di Cristo stesso: si avrebbe “un Gesù di fantasia. Non possiamo avere Gesù senza la realtà che egli ha creato e nella quale si comunica. Tra il Figlio di Dio fatto carne e la sua Chiesa v’è una profonda, inscindibile e misteriosa continuità, in forza della quale Cristo è presente oggi nel suo popolo” (BENEDETTO XVI, Catechesi del mercoledì, 15/3/06);
- si snaturerebbe sostanzialmente anche la natura stessa della Chiesa, la quale, separata dal Suo fondatore e dal Suo Capo, non sarebbe più la stessa realtà. La Chiesa è di Cristo, è nata dalla Sua volontà, dal Suo cuore, dalla Sua Morte e Risurrezione, dalla effusione del Suo Spirito. “La Chiesa non ha altra luce che quella di Cristo. Secondo un’immagine cara ai Padri della Chiesa, essa è simile alla luna, la cui luce è tutta riflesso del sole” (CCC, 748). La Chiesa pertanto non vive di se stessa e per se stessa, ma di Cristo, con Lui, per Lui e per la missione da Lui affidatale: annunciare il Suo Vangelo e comunicare agli uomini la Salvezza operata da Cristo;
• siamo membra della Chiesa, fratelli gli uni degli altri, proprio e solo in quanto siamo fratelli di Cristo. Formiamo la Chiesa, in quanto Cristo ci unisce intimamente a Sé. E’ Lui che ci fa essere una cosa sola tra noi. Più siamo uniti a Lui e più siamo uniti tra noi. Ciò si realizza in particolare mediante il sacramento del Battesimo, in virtù del quale siamo uniti alla Morte e alla Risurrezione di Cristo, e mediante il sacramento dell’Eucaristia, grazie alla quale “partecipando realmente al Corpo del Signore, siamo elevati alla comunione con Lui e tra di noi” (Lg, 7);
• “Se non si ha la Chiesa per madre, non si può avere Dio per Padre” (San CIPRIANO - inizio del III secolo - , De Ecclesiae catholicae unitate, 6);
• “ Dov'è la Chiesa, è anche lo Spirito di Dio; e dov'è lo Spirito di Dio, è la Chiesa e ogni grazia” (SANT'IRENEO DI LIONE, Contro le eresie III, 24, 1-2);
• la Chiesa è criterio saldo e stabile della canonicità della Sacra Scrittura;
• “Il Figlio di Dio ha assunto la natura umana con una unione così intima da essere l’unico ed identico Cristo non soltanto in colui, che è il primogenito di ogni creatura, ma anche in tutti i suoi santi. E come non si può separare il Capo dalle membra, così le membra non si possono separare dal Capo” (Papa LEONE MAGNO, Disc. 12 sulla passione, 3, 6, 7).
■ Lo slogan: “Gesù sì, Chiesa no” è pertanto del tutto inaccettabile e inconciliabile con la volontà di Cristo e con la natura stessa della Chiesa. “Guardati bene dal separare il capo dal corpo; non impedire a Cristo di esistere interamente (…) «Quello che Dio ha congiunto l'uomo non lo separi. Questo mistero è grande, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (Mt 19, 6; Ef 5, 32). Non voler dunque smembrare il capo dal corpo. Il Cristo non sarebbe più tutto intero. Cristo infatti non è mai intero senza la Chiesa, come la Chiesa non è mai intera senza Cristo. Infatti il Cristo totale ed integro è capo e corpo ad un tempo” (BEATO ISACCO, Omelia 13; Discorso 11).
Tra Cristo e la Chiesa c’è forse identificazione?
■ No. Non c’è identificazione, in quanto:
• ciò che Cristo “è per natura, le membra lo sono per partecipazione; ciò che Egli è, lo è in pienezza, esse lo sono solo parzialmente. Infine ciò che il Figlio di Dio è per generazione, le sue membra lo sono per adozione, come sta scritto: «Avete ricevuto uno spirito di figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abba, Padre» (Rm 8, 15)” (BEATO ISACCO, Discorso 42);
• la Chiesa è stata istituita da Cristo, suo fondatore. C’è tra i due quindi la differenza che c’è tra Creatore e creatura;
• la Chiesa è fatta di peccatori, e Cristo invece è senza peccato. “Nel Simbolo degli Apostoli professiamo di credere la santa Chiesa («Credo [...] Ecclesiam»), e non nella Chiesa, per non confondere Dio con le sue opere e per attribuire chiaramente alla bontà di Dio tutti i doni che egli ha riversato nella sua Chiesa” (CCC, 750).
■ Tra Cristo e la Chiesa, non c’è dunque alcuna separazione, contrapposizione e neppure identificazione. C’è “la distinzione dei due in una relazione personale” (CCC, 796). E’ questa particolare relazione con Cristo, che identifica e caratterizza la natura e la missione della Chiesa.
Che cosa significa il termine Chiesa?
“Designa il popolo che Dio convoca e raduna da tutti i confini della terra, per costituire l’assemblea di quanti, per la Fede e il Battesimo, diventano figli di Dio, membra di Cristo e tempio dello Spirito Santo.
Ci sono altri nomi e immagini con cui la Bibbia indica la Chiesa?
Nella Sacra Scrittura troviamo molte immagini, che evidenziano aspetti complementari del mistero della Chiesa. L’Antico Testamento privilegia immagini legate al popolo di Dio; il Nuovo Testamento quelle legate a Cristo come Capo di questo popolo, che è il suo Corpo, e quelle tratte dalla vita pastorale (ovile, gregge, pecore), agricola (campo, olivo, vigna), abitativa (dimora, pietra, tempio), familiare (sposa, madre, famiglia).
Quali sono l’origine e il compimento della Chiesa?
La Chiesa trova origine e compimento nel disegno eterno di Dio. Fu preparata nell’Antica Alleanza con l’elezione d’Israele, segno della riunione futura di tutte le nazioni. Fondata dalle parole e dalle azioni di Gesù Cristo, fu realizzata soprattutto mediante la sua Morte redentrice e la sua Risurrezione. Fu poi manifestata come mistero di salvezza mediante l’effusione dello Spirito Santo a Pentecoste. Avrà il suo compimento alla fine dei tempi come assemblea celeste di tutti i redenti.
Qual è la missione della Chiesa?
La missione della Chiesa è di annunziare e instaurare in mezzo a tutte le genti il Regno di Dio inaugurato da Gesù Cristo. Essa qui sulla terra costituisce il germe e l’inizio di questo Regno salvifico.
In che senso la Chiesa è Mistero?
La Chiesa è Mistero in quanto nella sua realtà visibile è presente e operante una realtà spirituale, divina, che si scorge unicamente con gli occhi della Fede.
La Chiesa “ha la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell’azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina; tutto questo in modo che quanto in lei è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all’invisibile, l’azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura verso la quale siamo incamminati” (Sc, 2).
Che cosa significa che la Chiesa è Sacramento universale di salvezza?
Significa che è segno e strumento della riconciliazione e della comunione di tutta l’umanità con Dio e dell’unità di tutto il genere umano.
Perché la Chiesa è il Popolo di Dio?
La Chiesa è il Popolo di Dio perché a lui piacque santificare e salvare gli uomini non isolatamente, ma costituendoli in un solo popolo, adunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Quali sono le caratteristiche del Popolo di Dio?
Questo Popolo, di cui si diviene membri mediante la Fede in Cristo e il Battesimo, ha per origine Dio Padre, per capo Gesù Cristo, per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, per legge il comandamento nuovo dell’amore, per missione quella di essere il sale della terra e la luce del mondo, per fine il Regno di Dio, già iniziato in terra.
Perché la Chiesa è detta la sposa di Cristo?
Perché il Signore stesso si è definito come lo «Sposo» (Mc 2,19), che ha amato la Chiesa, unendola a sé con un’Alleanza eterna. Egli ha dato se stesso per lei, per purificarla con il suo sangue e «renderla santa» (Ef 5,26) e madre feconda di tutti i figli di Dio. Mentre il termine «corpo» evidenzia l’unità del «capo» con le membra, il termine «sposa» mette in risalto la distinzione dei due in relazione personale.
Perché la Chiesa è detta tempio dello Spirito Santo?
Perché lo Spirito Santo risiede nel corpo che è la Chiesa: nel suo Capo e nelle sue membra; egli inoltre edifica la Chiesa nella carità con la Parola di Dio, i Sacramenti, le Virtù e i carismi” (Compendio, 147-154; 158-159).
Quali sono le note caratterizzanti la Chiesa?
■ La Chiesa è:
una, “perché ha come origine e modello l’unità di un solo Dio nella Trinità delle Persone; come fondatore e capo Gesù Cristo, che ristabilisce l’unità di tutti i popoli in un solo corpo; come anima lo Spirito Santo, che unisce tutti i fedeli nella Comunione in Cristo. Essa ha una sola Fede, una sola vita sacramentale, un’unica successione apostolica, una comune speranza e la stessa carità” (Compendio, 161);
• santa, “in quanto Dio Santissimo è il suo autore; Cristo ha dato se stesso per lei, per santificarla e renderla santificante; lo Spirito Santo la vivifica con la carità. In essa si trova la pienezza dei mezzi di salvezza. La santità è la vocazione di ogni suo membro e il fine di ogni sua attività. La Chiesa annovera al suo interno la Vergine Maria e innumerevoli Santi, quali modelli e intercessori. La santità della Chiesa è la sorgente della santificazione dei suoi figli, i quali, qui sulla terra, si riconoscono tutti peccatori, sempre bisognosi di conversione e di purificazione” (Com-pendio, 165);
• cattolica, “cioè universale, in quanto in essa è presente Cristo: «Là dove è Cristo Gesù, ivi è la Chiesa cattolica» (SANT’IGNAZIO DI ANTIOCHIA). Essa annunzia la totalità e l’integrità della Fede; porta e amministra la pienezza dei mezzi di salvezza; è inviata in missione a tutti i popoli in ogni tempo e a qualsiasi cultura appartengano” (Compendio, 166);
• apostolica “per la sua origine, essendo costruita sul «fondamento degli Apostoli» (Ef 2,20); per il suo insegnamento, che è quello stesso degli Apostoli; per la sua struttura, in quanto istruita, santificata e governata, fino al ritorno di Cristo, dagli Apostoli, grazie ai loro successori, i Vescovi, in comunione col successore di Pietro” (Compendio, 174).
■ “Questi quattro attributi, legati inseparabilmente tra di loro, indicano tratti essenziali della Chiesa e della sua missione. La Chiesa non se li conferisce da se stessa; è Cristo che, per mezzo dello Spirito Santo, concede alla sua Chiesa di essere una, santa, cattolica e apostolica, ed è ancora lui che la chiama a realizzare ciascuna di queste caratteristiche.
Soltanto la Fede può riconoscere che la Chiesa trae tali caratteristiche dalla sua origine divina. Tuttavia le loro manifestazioni storiche sono segni che parlano chiaramente alla ragione umana” (CCC, 811-812). “La Chiesa – ricorda il Concilio Vaticano I –, a causa della sua eminente santità [...], della sua cattolica unità, della sua incrollabile stabilità, è per se stessa un grande e perenne motivo di credibilità e una inoppugnabile testimonianza della sua missione divina” (Dei Filius, 3).
Perché la Chiesa è sempre bisognosa di purificazione?
Perché è formata da peccatori. Tutti i membri della Chiesa pellegrinante qui sulla terra, compresi i suoi ministri, sono peccatori, devono riconoscersi come tali, accogliere umilmente il perdono Divino e debellare sempre più, in se stessi e negli altri, il peccato. “Mentre Cristo santo, innocente, immacolato, non conobbe il peccato, ma venne allo scopo di espiare i soli peccati del popolo, la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione - simul sancta et semper purificanda - incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento” (Lg, 8).
Chi appartiene alla Chiesa cattolica?
“Tutti gli uomini in vario modo appartengono o sono ordinati alla cattolica unità del popolo di Dio. È pienamente incorporato alla Chiesa cattolica chi, avendo lo Spirito di Cristo, è unito ad essa dai vincoli della professione di Fede, dei sacramenti, del governo ecclesiastico e della comunione. I battezzati, che non realizzano pienamente tale cattolica unità, sono in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa Cattolica” (Compendio, 168).
Perché Cristo ha istituito la gerarchia ecclesiastica?
“Cristo ha istituito la gerarchia ecclesiastica con la missione di pascere il popolo di Dio nel suo nome, e per questo le ha dato autorità. Essa è formata dai ministri sacri: Vescovi, presbiteri, diaconi (Compendio, 179), ai quali Cristo ha affidato la missione di insegnare, santificare e governare. Essi esercitano tale missione come ‘servi di Cristo” (Rm 1,1), imitando Cristo stesso, “il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,6-8).
Che cosa significa l’affermazione: «Fuori della Chiesa non c’è salvezza»?
“Essa significa che ogni salvezza viene da Cristo-Capo per mezzo della Chiesa, che è il suo Corpo. Pertanto non possono essere salvati quanti, conoscendo la Chiesa come fondata da Cristo e necessaria alla salvezza, non vi entrassero e non vi perseverassero. Nello stesso tempo, grazie a Cristo e alla sua Chiesa, possono conseguire la salvezza eterna quanti, senza loro colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e, sotto l’influsso della grazia, si sforzano di compiere la sua volontà conosciuta attraverso il dettame della coscienza” (Compendio, 171).
Perché la Chiesa deve annunciare il Vangelo a tutto il mondo?
“Perché Cristo ha ordinato: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19). Questo mandato missionario del Signore ha la sua sorgente nell’amore eterno di Dio, che ha inviato il suo Figlio e il suo Spirito perché «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4)” (Compendio, 172).
Come guardare alla Chiesa?
Dovremmo guardare alla Chiesa come ce lo ha indicato BENEDETTO XVI, il quale nella cattedrale di New York, prendendo spunto dalle sue vetrate neogotiche, ha detto nell’omelia:
“Viste da fuori, tali finestre appaiono scure, pesanti, addirittura tetre. Ma quando si entra nella chiesa, esse all’improvviso prendono vita. Riflettendo la luce che le attraversa rivelano tutto il loro splendore. Molti scrittori – qui in America possiamo pensare a Nathaniel Hawthorne – hanno usato l’immagine dei vetri istoriati per illustrare il mistero della Chiesa stessa” (19-4-08).

Lista blog cattolici

LOGO DEL BLOG

LOGO DEL BLOG
inserisci il logo del blog sul tuo blog (anche ridimensionandolo)