Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

giovedì 30 luglio 2009

Contributi 144 - Pascal e il divertissement

da il Sussidiario

giovedì 30 luglio 2009

Lascio la parola, in questo inizio del periodo di ferie, a Blaise Pascal. Scrive nei Pensieri: «Tutta l’infelicità degli uomini ha una sola provenienza, ossia di non saper restare tranquilli in una stanza. Un uomo che abbia mezzi sufficienti per vivere, se sapesse stare con piacere a casa propria, non ne uscirebbe per andare sul mare. E non si cercano le conversazioni e lo svago dei giochi per altro, che perché non si riesce a restare a casa propria con piacere». Ma il grande filosofo e matematico non si ferma qui: «Considerando la cosa più da vicino e volendo, dopo trovata la causa di tutti i nostri malanni, scoprirne anche le ragioni, ho trovato che ve n’è una realissima, consistente nell’infelicità naturale della nostra condizione debole e mortale e tanto misera che nulla ci può consolare allorquando la consideriamo da vicino».

Poco prima aveva detto: «Gli uomini, non avendo potuto sanare la morte, la miseria, l’ignoranza, per rendersi felici hanno escogitato di non pensaci». È la grande intuizione pascaliana del divertissement. Che non è lo svago sano e rigenerante, ma quel togliere l’attenzione dalla direzione giusta (di-vertere) che si potrebbe adeguatamente tradurre con: distrazione. Per spiegarsi Pascal si immagina un re, cioè il massimo di successo e di condizioni favorevoli che allora si potesse desiderare. Egli è tuttavia assalito da preoccupazioni «per cui, senza ciò che si chiama distrazione, eccolo infelice, e più infelice dell’ultimo dei suoi sudditi». Perciò è «attorniato da gente che non pensa ad altro che a distrarlo e a impedirgli di pesare a se stesso»; come nel grande sforzo del divertimento organizzato.

«Gli uomini amano tanto il chiasso e il trambusto» e «il piacere della solitudine è una cosa incomprensibile». Distrarsi: «questo è tutto ciò che hanno saputo inventare per rendersi felici». È una dinamica che riguarda tutta l’esistenza: «Gli uomini suppongono che, ottenuta quella carica, godranno poi di una piacevole quiete; e non percepiscono la natura insaziabile della loro cupidigia. Credono di cercare sinceramente la quiete, mentre in realtà cercano soltanto l’agitazione. Un segreto istinto, riflesso della percezione delle loro continue miserie, li spinge a cercare lo svago e l’occupazione fuori di loro; mentre un altro istinto segreto, residuo della grandezza della nostra natura primitiva, fa conoscere loro che la felicità vera non si trova che nella quiete, non nel trambusto. Da questi due istinti opposti si forma in essi un progetto confuso, nascosto alla loro vista nel fondo dell’anima, che li spinge a cercare la quiete mediante l’agitazione e a immaginare sempre che la soddisfazione che loro manca, arriverà se, superando qualche difficoltà che pur prevedono, potranno aprirsi per questa via la porta della quiete. Così scorre tutta la vita».

Qualche pagina dopo: «Cosa dunque ci gridano questa avidità e questa impotenza, se non che un tempo ci fu nell’uomo una vera felicità, di cui ora gli restano soltanto il segno e la traccia del tutto vuota, che egli tenta invano di riempire con tutto quanto lo circonda, chiedendo alle cose assenti quanto non ottiene dalle presenti? Aiuto di cui sono tutte incapaci, perché questo abisso infinito non può essere colmato se non da un oggetto infinito».
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Contributi 143 - L'affare più importante

Dice Gesù (Mt 16,26): "Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero se poi perde l'ani­ma sua?".
L'affare perciò più importante di questa vita è la salvezza eterna.
Volete salvar­vi?
Siate devoti della Vergine Santissima, Me­diatrice di tutte le grazie, recitando ogni giorno Tre Ave Maria.
Santa Matilde di Hackeborn, monaca be­nedettina morta nel 1298, pensando con timore al momento della sua morte, pregava la Ma­donna di assisterla in quel momento estremo.
Consolantissima fu la risposta della Madre di Dio:
"Sì, farò quello che tu mi domandi, figlia mia, però ti chiedo di recitare ogni giorno Tre Ave Maria:
la prima per ringraziare l'Eterno Padre per avermi resa onnipotente in Cielo e in terra;
la seconda per onorare il Figlio di Dio per avermi dato tale scienza e sapienza da sorpassare quella di tutti i Santi e di tutti gli Angeli;
la terza per onorare lo Spirito Santo per avermi fatta, dopo Dio, la più miseri­cordiosa".
La speciale promessa della Madonna vale per tutti, eccetto per coloro che le recitano con ma­lizia, con l'intenzione di proseguire più tran­quillamente a peccare.
Qualcuno potrebbe obiettare che ci sia grande sproporzione nell'ot­tenere la salvezza eterna con la semplice recita giornaliera di Tre Ave Maria.
Ebbene, al Con­gresso Mariano di Einsiedeln in Svizzera, P. Giambattista de Blois rispondeva così: "Se que­sto mezzo vi sembrerà sproporzionato, .dovete prendervela con Dio stesso che ha concesso al­la Vergine tale potere. Dio è padrone assoluto dei suoi doni. E la Vergine SS. ma, nella potenza d'intercessione risponde con generosità pro­porzionata al suo immenso amore di Madre".
L'elemento specifico di questa devozione è l'intenzione di onorare la SS. Trinità per aver reso la Vergine partecipe della sua potenza, sa­pienza e amore.
Questa intenzione, però, non esclude altre buone e sante intenzioni.
La prova dei fatti con­vince che questa devozione è di grande effica­cia per ottenere grazie temporali e spirituali.
Un missionario, fra' Fedele, scriveva: "I felici risultati della pratica delle Tre Ave Maria sono così evidenti e innumerevoli che non è possibile registrarli tutti: guarigioni, conversioni, lume nella scelta del proprio stato, vocazioni, fedeltà alla vocazione, vittoria sulle passioni, rasse­gnazione nella sofferenza, difficoltà insormon­tabili superate...".
Alla fine del secolo scorso e nei primi due decenni dell'attuale, la devozione delle Tre Ave Maria si diffuse rapidamente in vari paesi del mondo per lo zelo di un cappuccino francese, P. Giovanni Battista di Blois, coadiuvato dai mis­sionari.
Essa diventò una pratica universale quando Leone XIII concesse indulgenze e prescrisse che il Celebrante recitasse con il popolo le Tre Ave Maria dopo la S. Messa. Questa prescrizio­ne durò fino al Concilio Vaticano II.
Durante la persecuzione religiosa nel Messi­co Pio X in una udienza a un gruppo di Messi­cani disse: "La devozione delle Tre Ave Maria salverà il Messico".
Papa Giovanni XXIII e Paolo VI impartirono una benedizione speciale a quanti la propagano. Diedero impulso alla diffusione numerosi Cardinali e Vescovi.
Molti Santi ne furono propagatori. Sant' Alfonso Maria de' Liquori, come predicatore, confessore e scrittore, non cessò d'inculcare la bella pratica. Voleva che tutti l'adottassero:Preti e religiosi, peccatori e anime buone, bam­bini, adulti e vecchi. Tutti i Santi e beati reden­toristi, fra i quali S. Gerardo Maiella, ne eredi­tarono lo zelo.
S. Giovanni Bosco la raccomandava viva­mente ai suoi giovani. Anche il beato Pio da Pietrelcina ne fu zelante propagatore. S. Gio­vanni B. de Rossi, che .ogni giorno dedicava fi­no a dieci, dodici ore al ministero delle confes­sioni, attribuiva alla recita quotidiana delle Tre Ave Maria la conversione di peccatori ostinati.
Chi recita ogni giorno l'Angelus e il S. Rosa­rio non ritenga un sovrappiù questa devozione. Consideri che con l'Angelus onoriamo il miste­ro dell'Incarnazione; con il S. Rosario meditia­mo i misteri della vita del Salvatore e di Maria; con la recita delle Tre Ave Maria onoriamo la SS. Trinità per i tre privilegi concessi alla Ver­gine: potenza, sapienza e amore.Chi ama la Mamma Celeste non esiti ad aiu­tarla a salvare le anime per mezzo di questa pratica facile e breve, ma tanto efficace.
Possono diffonderla tutti: sacerdoti e religio­si, predicatori, madri di famiglia, educatori ecc..Non è un mezzo di salvezza presuntuoso o superstizioso, ma l’autorità della Chiesa e dei santi insegna che la salvezza è nella costanza del proposito (cosa non tanto facile come può sembrare, questo ossequio alla Vergine SS. recitato ogni giorno, a qualunque costo, ottiene misericordia e salvezza.Anche tu si fedele ogni giorno, diffondi la recita a chi desideri maggiormente che si salvi, ricorda che la perseveranza nel bene ed una buona morte sono grazie che si chiedono, in ginocchio, ogni giorno come tutte le grazie che ti stanno a cuore.
(Da: Una chiave del Paradiso, G. Pa­squali)

mercoledì 29 luglio 2009

Il Perdono di Assisi

Quello che ha reso nota in tutto il mondo la Porziuncola è soprattutto il singolarissimo privilegio dell'Indulgenza, che va sotto il nome di "Perdon d'Assisi", e che da oltre sette secoli converge verso di essa orde di pellegrini. Milioni e milioni di anime hanno varcato questa "porta di vita eterna" e si sono prostrate qui per ritrovare la pace e il perdono nella grande Indulgenza della Porziuncola, la cui festa si celebra il 2 Agosto ("Festa del Perdono").

L'aspetto religioso più importante del "Perdon d'Assisi" è la grande utilità spirituale per i fedeli, stimolati, per goderne i benefici, alla confessione e alla comunione eucaristica. Confessione, preceduta e accompagnata dalla contrizione per i peccati compiuti e dall'impegno a emendarsi dal proprio male per avvicinarsi sempre più allo stato di vita evangelica vissuta da Francesco e Chiara, stato di vita iniziato da entrambi alla Porziuncola.

L'evento del Perdono della Porziuncola resta una manifestazione della misericordia infinita di Dio e un segno della passione apostolica di Francesco d'Assisi.

COME SAN FRANCESCO CHIESE ED OTTENNE L'INDULGENZA DEL PERDONO

Una notte dell'anno del Signore 1216, Francesco era immerso nella preghiera e nella contemplazione nella chiesetta della Porziuncola, quando improvvisamente dilagò nella chiesina una vivissima luce e Francesco vide sopra l'altare il Cristo rivestito di luce e alla sua destra la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. Francesco adorò in silenzio con la faccia a terra il suo Signore!Gli chiesero allora che cosa desiderasse per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco fu immediata: "Santissimo Padre, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe".
"Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande - gli disse il Signore -, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza".
E Francesco si presentò subito al Pontefice Onorio III che in quei giorni si trovava a Perugia e con candore gli raccontò la visione avuta.
Il Papa lo ascoltò con attenzione e dopo qualche difficoltà dette la sua approvazione. Poi disse: "Per quanti anni vuoi questa indulgenza?".
Francesco scattando rispose: "Padre Santo, non domando anni, ma anime". E felice si avviò verso la porta, ma il Pontefice lo chiamò: "Come, non vuoi nessun documento?".
E Francesco: "Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l'opera sua; io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni".
E qualche giorno più tardi insieme ai Vesovi dell'Umbria, al popolo convenuto alla Porziuncola, disse tra le lacrime: "Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!".

(Da "Il Diploma di Teobaldo", FF 3391-3397)

CONDIZIONI PER RICEVERE L'INDULGENZA PLENARIA DEL PERDONO DI ASSISI

(per sè o per i defunti)
Tale indulgenza è lucrabile, per sè o per le anime del Purgatorio, da tutti i fedeli quotidianamente, per una sola volta al giorno, per tutto l'anno in quel santo luogo e, per una volta sola, da mezzogiorno del 1° Agosto alla mezzanotte del giorno seguente, oppure, con il consenso dell'Ordinario del luogo, nella domenica precedente o successiva (a decorrere dal mezzogiono del sabato sino alla mezzanotte della domenica), visitando una qualsiasi altra chiesa francescana o basilica minore o chiesa cattedrale o parrocchiale.

Le condizioni per acquistare il Perdono sono quelle prescritte per tutte le indulgenze plenarie e cioè:
- Confessione sacramentale per essere in grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti);
- Partecipazione alla Messa e Comunione Eucaristica;Visita alla chiesa della Porziuncola (o un'altra chiesa francescana o chiesa parrocchiale),
- Recitare alcune preghiere.

In particolare:
Il CREDO, per riaffermare la propria identità cristiana;
Il PADRE NOSTRO, per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo;
UNA PREGHIERA SECONDO LE INTENZIONI DEL PAPA (ad esempio Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre), per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.

lunedì 27 luglio 2009

Contributi 142 - Quel libro che fa paura alla Corea del Nord

Editoriale il sussidiario lunedì 27 luglio 2009

Dal 1948 lo Stato della Corea del Nord è retto da una dittatura comunista di tipo staliniano riconosciuta come il regime peggiore per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani. È comprovata l’esistenza di campi di internamento in cui sono detenute più di 150 000 persone in condizioni a dir poco disumane. La Commissione d’inchiesta contro i crimini dell’umanità ha recentemente pubblicato un rapporto nel quale denuncia una serie impressionante di crimini contro l’umanità commessi dal regime di Pyongyang, come ad esempio la condanna a morte per il furto di una mucca, per la vendita di film stranieri o per l’ascolto della radio Sud-coreana. Un ex capitano dell’esercito ha addirittura confessato che il regime utilizza come cavie bambini disabili per testare armi chimiche e biologiche.

In Corea del Nord, paese dove il dittatore viene considerato alla stregua di una divinità, anche la fede religiosa ovviamente è un tabù. Sono decine di migliaia i cristiani che si riuniscono in vere e proprie catacombe. È di sabato scorso la notizia sconvolgente della donna giustiziata in pubblico perché distribuiva la Bibbia. Questa è stata la terribile sorte di Ri hyon-ok, una donna coreana di 33 anni che viveva in una città al Nord ovest della Corea del Nord, non lontano dal confine cinese. Lo hanno rivelato nella giornata di sabato alcuni attivisti sudcoreani che si battono contro il brutale regime di Kim Jong-il a Pyongyang, l’ultimo baluardo dell’utopia Comunista del Pianeta. Gli stessi attivisti hanno fatto sapere che il regime ha reso prigionieri politici il marito e i figli della donna, accusata di essere una spia americana e quindi una minaccia per il regime. Ha ragione il regime di Pyongyang: quel libro può essere la più grande minaccia per un sistema che si regge sulla sistematica violazione di qualunque diritto dell’uomo, della repressione di coloro che desiderano perseguire liberamente i propri ideali e professare quindi il loro credo religioso.

In Corea siamo ancora fermi ai tempi in cui la politica non viene considerata come un tentativo di risposta alle esigenze dell’uomo “reale”, all’uomo che “esiste”, ma come un tentativo di immaginare un “uomo nuovo” frutto di elucubrazioni mentali. Le ideologie, i fondamentalismi e i relativismi sono accomunati dall’abbandono della verità, dal mancato riconoscimento dell’essere come principio della realtà e dall’utilizzo del potere per dare una nuova base alla realtà.

La storia delle grandi dittature del passato ci dimostra che Dio fa paura a chi ha la pretesa di sostituirsi a lui. Ma la storia ci ha insegnato anche che alla lunga la furia ideologica che ha nella negazione della libertà religiosa il suo strumento di massima distruzione della dignità dell’uomo, viene sconfitta dalla prorompenza della fede e del desiderio di libertà degli uomini. Ne abbiamo una dimostrazione lampante proprio in questi giorni con le grandi manifestazioni a Teheran contro la teocrazia iraniana. Lo abbiamo visto più da vicino noi europei quando si è sgretolata l’Unione sovietica.

Oggi siamo di fronte alla stessa prospettiva nei confronti della Corea del Nord e delle altre dittature che sconvolgono l’esistenza umana in tutto il mondo. Il compito dell’Europa insieme agli Stati Uniti e all’Onu è oggi quello di incoraggiare e accelerare il moltiplicarsi di movimenti democratici in quei paesi e di mostrarsi più che mai decisi e uniti nell’infinita battaglia nella difesa dei diritti inalienabili della persona, fondamento della democrazia.
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domenica 26 luglio 2009

Dignità di ricevere la Comunione

Nota trasmessa dal cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, al cardinale Theodore E. McCarrick, arcivescovo di Washington, e all’arcivescovo Wilton Gegory, presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, giugno 2004

La traduzione, rivista in qualche punto di dettaglio sull’originale inglese, è di Sandro Magister, che per primo ha fatto conoscere questo testo nel 2004 sul suo blog. La lettera è stata inviata in forma "riservata" (confidential) e non è pubblicata nella collezione dei Documenta inde a Concilio Vaticano Secundo expleto edita (1966-2005) della Congregazione per la Dottrina della Fede (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2006).
La Conferenza Episcopale degli Stati Uniti ha più volte fatto riferimento a questo documento in testi e dichiarazioni pubblicati sul suo sito.

1. Presentarsi a ricevere la Santa Comunione dovrebbe essere una decisione consapevole, fondata su un giudizio ragionato riguardante la propria dignità a farlo, secondo i criteri oggettivi della Chiesa, ponendo domande del tipo: "Sono in piena comunione con la Chiesa cattolica? Sono colpevole di peccato grave? Sono in corso pene (ad esempio scomunica, interdetto) che mi proibiscono di ricevere la Santa Comunione? Mi sono preparato digiunando almeno da un ora?". La pratica di presentarsi indiscriminatamente a ricevere la Santa Comunione, semplicemente come conseguenza dell’essere presente alla Messa, è un abuso che deve essere corretto (cfr. l’istruzione "Redemptionis Sacramentum", nn. 81, 83).

2. La Chiesa insegna che l’aborto o l’eutanasia è un peccato grave. La lettera enciclica "Evangelium Vitae", con riferimento a decisioni giudiziarie o a leggi civili che autorizzano o promuovono l’aborto o l’eutanasia, stabilisce che c’è un "grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza. [...] Nel caso di una legge intrinsecamente ingiusta, come è quella che ammette l’aborto o l’eutanasia, non è mai lecito conformarsi ad essa, ‘né partecipare ad una campagna di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio del proprio voto’" (n. 73). I cristiani "sono chiamati, per un grave dovere di coscienza, a non prestare la loro collaborazione formale a quelle pratiche che, pur ammesse dalla legislazione civile, sono in contrasto con la legge di Dio. Infatti, dal punto di vista morale, non è mai lecito cooperare formalmente al male. [...] Questa cooperazione non può mai essere giustificata né invocando il rispetto della libertà altrui, né facendo leva sul fatto che la legge civile la prevede e la richiede" (n. 74).

3. Non tutte le questioni morali hanno lo stesso peso morale dell’aborto e dell’eutanasia. Per esempio, se un cattolico fosse in disaccordo col Santo Padre sull’applicazione della pena capitale o sulla decisione di fare una guerra, egli non sarebbe da considerarsi per questa ragione indegno di presentarsi a ricevere la Santa Comunione. Mentre la Chiesa esorta le autorità civili a perseguire la pace, non la guerra, e ad esercitare discrezione e misericordia nell’applicare una pena a criminali, può tuttavia essere consentito prendere le armi per respingere un aggressore, o fare ricorso alla pena capitale. Ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici sul fare la guerra e sull’applicare la pena di morte, non però in alcun modo riguardo all’aborto e all’eutanasia.

4. A parte il giudizio di ciascuno sulla propria dignità a presentarsi a ricevere la Santa Eucaristia, il ministro della Santa Comunione può trovarsi nella situazione in cui deve rifiutare di distribuire la Santa Comunione a qualcuno, come nei casi di scomunica dichiarata, di interdetto dichiarato, o di persistenza ostinata in un peccato grave manifesto (cfr. can. 915).

5. Riguardo al peccato grave dell’aborto o dell’eutanasia, quando la formale cooperazione di una persona diventa manifesta (da intendersi, nel caso di un politico cattolico, il suo far sistematica campagna e il votare per leggi permissive sull’aborto e l’eutanasia), il suo pastore dovrebbe incontrarlo, istruirlo sull’insegnamento della Chiesa, informarlo che non si deve presentare per la Santa Comunione fino a che non avrà posto termine all’oggettiva situazione di peccato, e avvertirlo che altrimenti gli sarà negata l’Eucaristia.

6. Qualora "queste misure preventive non avessero avuto il loro effetto o non fossero state possibili", e la persona in questione, con persistenza ostinata, si presentasse comunque a ricevere la Santa Eucaristia, "il ministro della Santa Comunione deve rifiutare di distribuirla" (cfr. la dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, "Santa comunione e cattolici divorziati e risposati civilmente", 2000, nn. 3-4). Questa decisione, propriamente parlando, non è una sanzione o una pena. Né il ministro della Santa Comunione formula un giudizio sulla colpa soggettiva della persona; piuttosto egli reagisce alla pubblica indegnità di quella persona a ricevere la Santa Comunione, dovuta a un’oggettiva situazione di peccato.

[N.B. Un cattolico sarebbe colpevole di formale cooperazione al male, e quindi indegno di presentarsi per la Santa Comunione, se egli deliberatamente votasse per un candidato precisamente a motivo delle posizioni permissive del candidato sull’aborto e/o sull’eutanasia. Quando un cattolico non condivide la posizione di un candidato a favore dell’aborto e/o dell’eutanasia, ma vota per quel candidato per altre ragioni, questa è considerata una cooperazione materiale remota, che può essere permessa in presenza di ragioni proporzionate.]
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sabato 25 luglio 2009

Contributi 141 - La noia non é per i Santi


editoriale di Samizdat On Line


Milosz, nel suo "Miguel Manara", fa pronunciare al grande seduttore ormai sazio di conquiste questa frase: "Ho servito Venere con rabbia, poi con malizia e disgusto. Oggi le torcerei il collo, sbadigliando".
Questa frase non deve essere conosciuta da colei che, in un articolo sul Messaggero, afferma soavemente che "nulla è più noioso della santità".
In realtà, come sappiamo bene tutti noi che viviamo, è il peccato ad essere insopportabilmente tedioso. Mangiare, bere, sostanze strane, donne, uomini, ad un certo momento il cervello smette di rispondere agli stimoli, e occorre andare sempre più in là, sempre più giù per trovare un guizzo di novità, qualcosa che risvegli per un attimo i sensi assuefatti. Ci si condanna ai piaceri forzati, e non è una bella pena.
Non c'è nulla di meno noioso dell'essere santi; perchè santità non vuol dire rispettare le regole, vuol dire amare la fonte di ogni regola, affidarsi totalmente a lei, come il bambino in braccio alla madre.
Ma è meglio cercare di essere santi e non riuscirci, che disprezzare il concetto stesso e non provarci neanche.
Se non si vuole essere santi allora si cerca, nella migliore delle ipotesi, di essere buoni; non riuscendovi, ci si accontenta di essere moralisti.
Se guardate la vita dei santi, vi accorgerete che non ve n'è una che sia stata meno che piena. Anzi, non essere santi, cioè attaccati a colui che è il compimento di ogni desiderio, è la fonte della tristezza della vita. Se non si riconosce quel compimento, se lo si fugge, se la santità è disprezzata, allora non si è tristi. Si è disperati, perchè oltre l'istante non vi è speranza, ma solo il nulla eterno.
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Post 47 - Ancora sulla scala di Santa Fè

Non sarei tornato sull'argomento affrontato qualche post fa (vedi) riportando un testo di Rino Camilleri se un anonimo commentatore non mi avesse scritto:
Peccato che in altre foto si veda benissimo come la scala sia attaccata anche nella zona superiore al pavimento del balcone, quindi il peso non poggia per niente tutto sul primo gradino.Certo, ha una forma particolare ed è in buono stata di conservazione (in altre foto cmq si vedono chiaramente i gradini con normale usura da legno)... ma da qui a gridare al miracolo...
Cominciamo a rispondere con ordine: l'osservazione andrebbe girata all'autore del testo e non ad un trascrittore amanuense come il sottoscritto (se copia Augias lo posso fare anch'io) ma a parte questo se il nostro commentatore è in possesso di foto che possano sovvertire il giudizio che viene dato nel testo non si attardi a renderle pubbliche. Ma procediamo ancora mi pare ovvio che la scala debba essere attaccata anche in alto, se non altro per evitare a chi, avventuratosi sui gradini fino a giungere all'ultimo, un salto nel vuoto per arrivare a destinazione.
Quello che il nostro amico chiama forma particolare è un vero capolavoro composto da due spirali complete (2 x 360°), su sé stesse; inoltre, a differenza della maggior parte delle scale a chiocciola, essa non ha nessun pilastro centrale per sostenerla, il che vuol dire che è sospesa senza nessun supporto (non potendosi considerare l'attacco in alto un supporto), quindi tutto il suo peso grava sul primo scalino.
Ricapitolando, nessuno sa chi sia stato l'ignoto carpentiere che ha edificato la scala, nessuno ha capito come la scala si possa reggere e infine il tipo di legno utilizzato (solo legno non ci sono chiodi o supporti metallici).
Ma ecco di seguito tre link per approfondire (il secondo è un filmato in spagnolo)

link 1 link 2 link3

venerdì 24 luglio 2009

Contributi 140 - Il male che non voglio

da Il Sussidiario

venerdì 24 luglio 2009

La tesi recentemente espressa da Umberto Veronesi in un articolo intitolato “Predestinati alla bontà, dai nostri geni” si può riassumere pressappoco così: «L’uomo è buono per natura». Non si tratta di una posizione inedita; l’ottimismo rinascimentale, per voce di François Rabelais, affermava già: «Fa ciò che vuoi, perché per natura l’uomo è spinto ad atti virtuosi». Ora ci si basa su ricerche genetiche e su indagini sofisticate, ma l’idea di fondo resta la medesima.

Già ieri su queste stesse pagine sono stati lucidamente evidenziati limiti e forzature di una simile impostazione e delle conclusioni cui giunge. A me interessa riportare la questione ad un livello ancora più elementare: il paragone di quella tesi con quello che mi succede.

È vero che in me c’è la propensione a fare il bene e non c’è dubbio che io trovi in esso soddisfazione. Ma non posso non constatare che in me c’è anche una strana ombra che sceglie il male o per lo meno si disinteressa del bene che pure riconosce. Senza stare a scomodare delitti o tragedie, chi di noi non ha sperimentato il prevalere di un’invidia, l’aspro gusto di ferire un altro, la codardia davanti a una cosa buona che si reputa giusto fare, ma da cui si fugge?

Più realistica della presunta “predestinazione alla bontà” dovuta ai nostri geni è la constatazione che a fianco del desiderio del bene c’è - accovacciata alla porta dell’io come un cane rabbioso dice la Bibbia - l’oscura suggestione del male. La Chiesa cattolica la chiama “peccato originale”. Esso non distrugge completamente la nostra bontà originaria, ma la rende esistenzialmente impraticabile.

Si genera così quel dramma che, pur giocandosi nelle scelte più minute e quotidiane, non è però meno grandioso e avvincente. Il dramma che san Paolo ha raccontato nella lettera i Romani con queste parole: «Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio». Non c’è dubbio: una frase così spiega molto di più ciò che mi capita ogni giorno di quanto facciano le pretese giustificazioni genetiche della mia esclusiva propensione alla bontà.

San Paolo conclude: «Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?». Forse si evita di guardare in faccia al male che è in noi perché saremmo costretti a chiedere un liberatore? Forse le discussioni sui geni che ci predestinerebbero alla bontà non sono che l’ennesima forma di un’autosufficienza immotivata e insostenibile? Che ha gravi esiti anche in campo sociale, come ha ricordato Benedetto XVI nella Caritas in veritate: «Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa presunzione che discende dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società».
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giovedì 23 luglio 2009

Post 46 - Sull'abbandono

Il contributo 138 sull'abbandono ha provocato tre interessanti commenti che ritengo giusto far conoscere a tutti i miei lettori:

Nicola dice che:

Come afferma Giacomo Samek Lodovici ne "L'esistenza di Dio".. "Forse quello che manca all'uomo contemporaneo, disicantato e scettico, è la capacità di stupirsi, che è il contrassegno della sapienza dei semplici". I ragazzi d'oggi sono ricchi di cose inutili, ma poveri di essenziale e di necessario; solo la riscoperta del Sacro può invertire il processo di degrado della gioventù e della società in genere

andrea ha scritto:

Davvero suggestivo questo post! Se noi ci allontaniamo da Dio,siamo lasciati all'abbandono di noi stessi. Non è Dio che ci abbandona,ma siamo noi che ci abbandoniamo a noi stessi. E tutto questo provoca dei vuoti vorticosi,dei buchi neri nel nostro io profondo. Ecco perchè Benedetto XVI qualche settimana fa,considerava i giovani del nostro tempo come "confusi". Il problema è "qual'è il senso della vita?". Nei nostri cuori gira sempre questa domanda,anche se a volte non ne siamo consapevoli e ce ne accorgiamo solo quando proviamo "la diferenza"(nella conversione). La risposta poi è molto semplice,alla portata di tutti i cuori che sono stati creati "per amare e per essere amati". La risposta è l'"Amore!" secondo l'esempio di Gesù! Rimanendo in tema di giovani,per dirla un pò semplicemente con il cantante Nek(tra l'altro convertitosi recentemente) in una canzone "...se non ami tutto diventa inutile..."

Marina afferma:

il problema di tanti giovani del nostro tempo è l'essere senza punti di riferimento forti che li aiutano a trovare il giusto senso della vita. Per questo cercano come impazziti emozioni forti, da sballo, che li portano fuori dalla triste e cruda realtà in cui sono inseriti ogni giorno. Se noi adulti non torniamo ad educare seriamente i nostri giovani saranno persi. Ci vuole un cambiamento di rotta da parte di tutti, Sacerdoti compresi, perchè, in modo coerente, si possa essere veri testimoni del vangelo di Gesù Cristo. Grazie per questo post.

Ha ragione Nicola che la mancanza di stupore uno dei problemi di oggi, come ricordava un altro recente post Antonio Socci. I giovani di oggi hanno tutto il superfluo mancando dell'essenziale e di consegenza, ricorda Marina, "cercano come impazziti emozioni forti" le cui parole mi ricordano Eliot che dice "tutti corrono su e giù con le automobili, familiari con le vie ma senza un luogo dove risiedere".

Togliere Cristo dall'orizzonte umano rende l'uomo estraneo a se stesso e ai suoi simili. Unica soluzione, individuata da tutti e tre è ritornare a Cristo, porsi, come ci ricorda Andrea, la domanda sul senso della vita e scoprire un Dio che ci ama al punto di farsi uomo come noi che per noi muore ma che risorge per aprirci la via al Cielo.

Il cammino di avvicinamento dell'uomo a questo Dio fatto uomo è il percorso di tutta la vita.

Contributi 139 - Consigli per le vacanze

Non potendo permettermi vacanze fino ad ottobre (il guaio di chi vive in località turistica) posso però suggerire ai miei ventiquattro lettori i consigli che una mia amica mi ha "girato" per vivere bene le proprie ferie dopo averli "copiati" da Padre Livio:

Prima di tutto metti le tue vacanze sotto il manto della Madonna, perchè ti protegga da tutti i pericoli dell'anima e del corpo.
Il riposo della mente è il presupposto per il riposo del corpo. La mente si riposa sperimentando Dio nella preghiera, lasciandosi inondare dalla sua luce, dal suo amore e dalla sua pace.
Avendone la possibilità, la S. Messa quotidiana è un aiuto straordinario col quale nutrirti della Parola di Dio e dell'Eucarestia.
Dedica un po' di tempo al giorno alla lettura di un libro di spiritualità.
Vai nella natura e ammira l'opera di Dio nei monti, nel mare, nel cielo e persino in un minuscolo fiore.
Nella natura brilla la potenza, la bellezza, l'ordine e l'amore di Dio.
Visita qualche santuario, specialmente dove è apparsa la Madonna. Ti renderai conto di come la nostra cara Madre celeste ci segue e veglia su di noi.Il tempo delle vacanze deve servire a farti ritrovare Dio e te stesso, in modo tale da riprendere la vita quotidiana con entusismo e con gioia.
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martedì 21 luglio 2009

Contributi 138 - L'abbandono

editoriale di Samizdat On Line

"Di che cosa vivono gli uomini?" si chiede una novella russa.
"E' il mondo che ha abbandonato la Chiesa o la Chiesa che ha abbandonato il mondo?" si domanda Eliot.
Il punto è proprio l'abbandono.
Esattamente agli antipodi dell'atteggiamento di Dio. Lui è presente. Con tutto se stesso.
Come ha fatto don Giussani insieme a tanti altri santi: si è reso presente lui, per quello che era, con il suo "sì"

SamizdatOnLine

Vuoti sul muretto

Li avrete visti qualche volta anche voi. Arrivano quando l'oscurità inizia a scolorare le cose, e le luci si accendono. Sono giovani, ragazzini. Si piazzano sul muretto, sulla panchina, sedendosi dove capita. Non si è schizzinosi a quell'età. Molti hanno in mano le bottiglie. Spesso birra, raramente vino. E poi vodka, rum...al mattino i vuoti saranno come le tristi sentinelle di un'altra notte passata.
No, non ditemi che anche ai nostri tempi si faceva così. Me li ricordo. Sì, qualche volta si andava ad una festa e si beveva troppo. Ma erano le eccezioni; vuoi per mancanza di soldi, vuoi per mancanza di opportunità.
E probabilmente perchè c'era altro da fare, allora. Una vita da vivere, colma di promesse, almeno per molti di noi.
Parecchi mi dicono che molti, troppi di questi giovani non camminano più.
Non camminano perchè non sanno dove andare.
Non sembra esserci niente per cui valga la pena sacrificarsi, o anche solo sforzarsi. Non dico correre, ma neanche camminare.
E anche quelli che camminano sembrano andare quasi tutti in posti vicini.
Abbiamo una grossa colpa.
Abbiamo dato loro tutto quello che potevano desiderare per vivacchiare, ed abbiamo sostenuto che non c'era nient'altro oltre a quello.
Nessuna esperienza dal passato, nessuna promessa, solo un continuo presente.
Ma di questo presente, qual'è il senso? E se non c'è il senso, cos'è questo dolore, questo vuoto che neanche il fumo o la vodka riescono a riempire?
Si può vietare, giustamente, il veleno. Ma cosa può riempire il vuoto?
Chi può riempire quel vuoto che ha la forma di un uomo?
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grazie Berlicche per quest'aiuto a riflettere che ci offri
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come sempre commenti e riflessioni sono bene accetti... (l'intelligenza è gradevole, la curiosità stimolante, la stupidità e la polemica sterile irritante)

lunedì 20 luglio 2009

Contributi 137 - La rivoluzione di Benedetto XVI: dalla carità una nuova società

da Il Sussidiario

José Luis Restan

lunedì 20 luglio 2009

Leggendo l’enciclica Caritas in veritate, mi è subito venuto in mente un passaggio di un testo di Don Luigi Giussani, in cui diceva che la civiltà non è il risultato clamoroso dell’agire, ma il frutto della coscienza che genera l’azione.
Tutta l’enciclica di Benedetto XVI è attraversata da questa certezza; per questo non è una lettera sulla questione sociale in senso stretto, ma una riflessione integrale sull’uomo e la sua cultura, sul suo protagonismo nella storia. E la cosa più rivoluzionaria è che il Papa osa dire che la carità (ossia l’amore di Cristo accolto e vissuto) è la matrice di una cultura nuova, da cui nascono le opere che rendono possibile il vero sviluppo.
Don Giussani diceva anche che senza la carità, la civiltà nel suo progredire oltrepassa il limite e decade, fino a trasformarsi in violenza. È qualcosa che si avverte particolarmente in quello che, nella Caritas in veritate, il Papa chiama “l’assolutismo della tecnica”. Il grande problema della modernità che ha abbandonato la sua radice cristiana è proprio la sostituzione della carità (la cui nozione è stata sistematicamente sminuita, svuotata di virtù e caricaturizzata) con la pretesa della politica e della scienza di poter assicurare il bene e la felicità dell’uomo.
Va da sé che tutto il magistero di Benedetto XVI riconosce il valore della politica e della tecnica, ma segnala implacabilmente il loro limite intrinseco. Quando vogliono saltare la libertà dell’uomo, quando vogliono sostituire il concorso drammatico della sua ragione e della sua libertà nella ricerca del bene, allora generano mostri che si rivoltano contro lo stesso uomo.
Nella Caritas in veritate, il Papa avverte che, dopo l’insuccesso delle grandi ideologie del XX secolo, ora il rischio è che la tecnica si trasformi in un potere assoluto, cioè in una nuova ideologia che si presenta come liberazione da ogni dipendenza e garanzia della libertà. Ma come diceva saggiamente Don Giussani, se manca la carità, il progresso (l’accumulazione di ricchezza e potere) diventa violenza contro l’uomo. L’abbiamo visto nei sistemi totalitari e lo vediamo ora nelle diverse forme della cultura della morte, con la differenza che queste possono incrostarsi in maniera apparentemente blanda e indolore nella nostra vita quotidiana, assopendo l’umano.
Al contrario la carità richiama sempre la centralità della persona, della sua ragione e della sua libertà. È il movimento della risposta di chi si è commosso per il dono della vita, per l’amore gratuito che ha incontrato. Lontano dal sentimentalismo e dalla irrilevanza storica, la carità nasce dal giudizio della ragione (da qui il vincolo indissolubile tra carità e verità che il Papa mette in evidenza) sul bene radicale che è l’esistenza, quella propria e degli altri, e si trasforma in un impeto di costruzione e di servizio.
Inoltre la carità genera unità, sostiene un lavoro comune al di là dei gusti e delle sensibilità, e pertanto è il tessuto di una comunità armonica. Come documenta e dettaglia ampiamente la Caritas in veritate, dalla carità nascono le opere e così collabora in modo decisivo al progresso e genera una civiltà a misura d’uomo.
Come dice con straordinaria bellezza Benedetto XVI, « la consapevolezza dell'Amore indistruttibile di Dio è ciò che ci sostiene nel faticoso ed esaltante impegno per la giustizia, per lo sviluppo dei popoli tra successi ed insuccessi, nell'incessante perseguimento di retti ordinamenti per le cose umane. […] anche se non si realizza immediatamente, anche se quello che riusciamo ad attuare, noi e le autorità politiche e gli operatori economici, è sempre meno di ciò a cui aneliamo»
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venerdì 17 luglio 2009

Contributi 136 - “Caritas in veritate”: una guida da approfondire

un commento alla nuova enciclica di Benedetto XVI (auguri di pronta guarigione Santità) di Don Gino Oliosi tratto da Cultura Cattolica

«Poiché l’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è sempre anche fragile, non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi promette il mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; egli ignora la libertà umana. La libertà deve sempre di nuovo essere conquistata per il bene. La libera adesione al bene non esiste mai semplicemente da sé. Se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata – buona – condizione del mondo, sarebbe negata la libertà dell’uomo, e per questo motivo non sarebbero, in definitiva, per nulla strutture buone.
Conseguenza di quanto detto è che la sempre nuova faticosa ricerca di retti ordinamenti per le cose umane è compito di ogni generazione; non è mai compito semplicemente concluso. Ogni generazione, tuttavia, deve recare il proprio contributo per stabilire convincenti ordinamenti di libertà e di bene, che aiutino la generazione successiva come orientamento per l’uso retto della libertà umana e diano così sempre nei limiti umani, una certa garanzia per il futuro. In altre parole: le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano.
L’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno. Francesco Bacone e gli aderenti alla corrente di pensiero dell’età moderna a lui ispirata, nel ritenere che l’uomo sarebbe stato redento mediante la scienza, sbagliavano. La scienza può contribuire molto all’umanizzazione del mondo e dell’umanità. Essa però può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa… In questo senso il tempo moderno ha sviluppato la speranza dell’instaurazione di un mondo perfetto che, grazie alle conoscenze della scienza e ad una politica scientificamente fondata, sembrava essere diventata realizzabile. Così la speranza biblica del regno di Dio è stata rimpiazzata dalla speranza del regno dell’uomo, dalla speranza di un mondo migliore che sarebbe il vero “regno di Dio”. Questa sembrava finalmente la speranza grande e realistica, di cui l’uomo ha bisogno. Essa era in grado di mobilitare – per un certo tempo – tutte le energie dell’uomo; il grande obiettivo (prima la rivoluzione borghese e poi la controrivoluzione proletaria) sembrava meritevole di ogni impegno. Ma nel corso del tempo apparve chiaro che questa speranza fugge sempre più lontano… D’altra parte, dobbiamo anche constatare che il cristianesimo moderno, di fronte ai successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo, si era in gran parte concentrato soltanto sull’individuo e sulla sua salvezza. Con ciò ha ristretto l’orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito – anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell’uomo e nella cura dei deboli e dei sofferenti» [Benedetto XVI, Spe salvi, nn. 24-25].
Il Foglio di sabato 4 luglio 2009 ha anticipato i numeri 34 e 35 dell’Enciclica, che sembrano il cuore di tutto il documento. Noi ci riferiamo al 34 rapportandolo alla Spe salvi nei numeri 24 – 25. Innanzitutto, come è proprio della fede cattolica, fede e ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano contempla la carità nella verità ponendo ogni uomo nel suo essere davanti alla stupefacente esperienza di dono: la verità del suo essere dono gratuito del Donatore divino che è amore. La gratuità è un dato originario presente nella vita in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza che oscurano la ricerca razionale del vero, del bene, del Donatore divino e quindi le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana. Così il Donatore divino del proprio e altrui essere dono, come di tutto il mondo che ci circonda (cioè la verità che libera dalla schiavitù dell’ignoranza sulla propria origine e sul proprio destino) rimane eluso dalla cultura secolarizzata e dalla vita pubblica e quindi la verità del proprio e altrui essere dono diventa difficile, anche perché viviamo in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale, per così dire la verità dell’essere dono sembra superflua ed estranea.
Ma senza l’evidenza della verità avviene una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale, capovolgendo il punto di partenza della cultura moderna, che era rivendicazione della centralità di ogni uomo e della sua libertà. In questo tipo di cultura l’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso non solo a livello personale ma anche sociale, economico, politico, oggi globale.
Questa cultura, contrassegnata da una profonda carenza, evidenzia pure un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza. Ogni essere umano, nella verità del suo essere dono del trascendente Donatore divino è fatto per donarsi, per il dono, che ne esprime e attua l’origine e la destinazione trascendente. Talvolta, l’uomo moderno, è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della vita e della società. E’ questa autoreferenza individualistica, questa una presunzione aureferenziale individuale anziché relazionale come persona ad immagine delle Persone divine, conseguente alla chiusura egoistica in se stessi, “discende – per dirla in termini di fede [osserva Benedetto XVI] ma che rende ragione del male nella storia umana – dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società”. Come ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 407 “Ignorare che l’uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi”.
E Benedetto XVI osserva che all’elenco dei campi in cui si manifestano gli perniciosi effetti del peccato, si è aggiunto ormai da molto tempo anche quello dell’economia. Ne abbiamo una prova evidente anche in questi periodi. La convinzione di essere autosufficiente e di riuscire ad eliminare il male presente nella storia solo con la propria azione ha indotto l’uomo a far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere materiale e di azione sociale senza amore e senza misericordia pur ricchi e potenti, come ai tempi dei romani. La convinzione poi della esigenza di autonomia dell’economia, che non deve accettare “influenze” di carattere morale, ha spinto l’uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo. A lungo andare, queste convinzioni hanno portato a sistemi economici, sociali e politici che hanno conculcato la libertà di ogni persona e dei corpi sociali e che, proprio per questo, non sono stati in grado di assicurare la giustizia che promettevano. Rifacendosi alla Spe salvi Benedetto XVI ricorda che la fede, la speranza cristiana è una potente risorsa anche a livello sociale a servizio dello sviluppo umano integrale, cercato nella libertà e nella giustizia. La speranza incoraggia la ragione e le dà forza di orientare la volontà verso il bene, verso il farsi dono. La speranza per il bene terreno ed eterno è già presente nella fede, da cui è suscitata e aiuta a trovare la via verso il futuro. La carità nella verità se ne nutre e, nello stesso tempo, la manifesta. Essendo dono di Dio assolutamente gratuito, irrompe nella nostra vita come qualcosa di non dovuto, che trascende ogni legge di giustizia.
Il dono per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è l’eccedenza. Esso ci precede nella nostra anima quale segno della presenza del Donatore divino del nostro e altrui essere come di tutto l’universo che ci circonda e della continua attesa nei nostri confronti. La ricerca della verità e del bene, che al pari della carità, è dono, è più grande di noi. Anche la verità del nostro essere dono, della,nostra coscienza personale, ci è prima di tutto “data”. Ogni conoscenza vera è un avvenimento per ogni io umano perché la verità cioè la realtà in tutti i fattori non è prodotta da noi ma sempre trovata o, meglio, ricevuta. Essa, come l’amore “non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo si impone all’essere umano” (Deus caritas est, 3).
Perché dono ricevuto da tutti, la carità nella verità è una forza che costituisce la comunità, unifica gli uomini secondo modalità in cui non ci sono barriere né confini. La comunità degli uomini può essere costituita da noi stessi, ma non potrà mai con le sole sue forze essere una comunità pienamente fraterna né essere spinta oltre ogni confine, ossia diventare universale: l’unità del genere umano, una comunione fraterna ogni oltre divisione, presente come desiderio e attesa originaria in ogni io umano, nasce dalla con – vocazione della parola di Dio – Amore. Nell’affrontare questa decisiva questione, dobbiamo precisare, da un lato, che la logica del dono, comprensibile originariamente e accessibile a tutti gli uomini, non esclude la giustizia e non si giustappone ad essa in un secondo momento e dall’esterno e, dall’altro, che lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità.
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Contributi 135 - Lo stupore, vero antidoto al “male di vivere” di tanti giovani

da Il Sussidiario

intervita ad Antonio Socci

venerdì 17 luglio 2009

In Spagna l’hanno chiamata “generación ni-ni”, una ricerca pubblicata di recente su El País dice che vi fanno parte il 54 per cento dei giovani spagnoli tra i 18 e i 35 anni. E il nostro paese, ma la cosa dopo tutto non può stupire, non ne è immune. I dati, resi noti dal Corriere, del Rapporto giovani 2008 confermano che il male è anche nostro: un milione e 900mila giovani tra i 25 e i 35 anni non studia e non lavora. Non lo ritengono necessario, semplicemente. Basta loro vivere nel limbo tra studio e occupazione, senza impegnarsi seriamente con alcuna ipotesi di vita. Ma è sufficiente la sociologia a dirci perché? Ilsussidiario.net lo ha chiesto ad Antonio Socci.

Quali sono le origini storiche che hanno portato al deludente risultato di una generazione “né né”?
In primo luogo ci tengo a precisare che personalmente sono un po’ diffidente verso le “scoperte del giorno”. La stampa vive spesso di queste invenzioni. I fenomeni sociali veri, profondi e importanti di questo genere non nascono come funghi dall’oggi al domani. Questo tipo di situazione descritta dal El País mi sembra un fenomeno noto e stranoto, conosciuto da anni e che riguarda la condizione giovanile tout court, anche se nei diversi decenni magari si è tradotta e declinata in differenti maniere. Sono convinto che dagli anni ’70 in poi si abbia sempre più avuto a che fare da una parte con la questione della disoccupazione o dell’impatto con il mondo del lavoro, e, dall’altra, con il fatto che le famiglie italiane sono un ammortizzatore sociale molto importante che permette una permanenza abbastanza (forse troppo) prolungata in un luogo stabile.

Però i numeri di questo fenomeno ci sono e parlano chiaro.
Io non credo che il fenomeno sia delle dimensioni denunciate. Con quale criterio si può verificare lo stato delle singole motivazioni? Però certamente la tendenza denunciata c’è. Non è una tendenza che riguarda soltanto i giovani, ma è una posizione dilagante. È quel modo di concepire l’esistenza che Teilhard de Chardin definiva «il venire meno del gusto del vivere», una posizione che ha connotati diversi ma non è che sia meno presente o meno drammatica nei ceti sociali cosiddetti “rampanti”, così desiderosi di mordere la vita che tirano di cocaina in continuazione per lavorare ancora di più. Sono due facce della stessa medaglia che hanno alla loro radice la fine della paternità, la delegittimazione di tutti coloro che propongono un senso della vita e un motivo per vivere.

Sintomi di questo modo di concepire l’impegno con la vita erano presenti anche nelle generazioni passate o quest’ultime erano affette da altre “malattie sociali”?
Trovo che tutta la generazione degli anni ’70, divenuta oggi classe dirigente, fosse minata da un tarlo, da un veleno pericoloso che ha prodotto devastazioni: il veleno dell’ideologia. Un’intossicazione che ha in qualche modo continuato a mietere vittime anche fra le fila delle generazioni successive, come ha scritto benissimo in un libro molto bello Stefano Borselli, Addio a Lotta Continua. Borselli fa un bilancio drammatico in cui usa parole che la generazione sessantottina non ama sentire e che ha addirittura “cancellato” dalla cultura. Parla di pentimento, di perdono e di quella generazione che ha prodotto tutto e il contrario di tutto.

I giornali legano il fenomeno anche alla crisi economica in atto, secondo lei questa sta davvero esercitando un ruolo rilevante nello scoraggiare le ultime generazioni?
Su questa analisi non sono assolutamente d’accordo, e anche qui mi sorge il sospetto che sia funzionale a coprire il vuoto lasciato da un’assenza di spiegazioni profonde. Il primo a tirar fuori il problema di questa generazione è stato, con un’uscita alquanto infelice, il ministro Padoa Schioppa quando apostrofò i giovani in difficoltà economiche con il termine “bamboccioni”. Tra l’altro era un momento in cui da un punto di vista statistico la disoccupazione italiana era ai minimi storici. Già allora si ricorse, da parte di chi difese l’attuale generazione, a motivi economici per giustificare il fenomeno. Giusto ma non esauriente. Perché perfino un marziano riuscirebbe ad accorgersi che i sintomi di questo atteggiamento sfiduciato nei confronti della realtà affondano nella storia sociale. Dai presupposti ideologici di cui ho parlato non si poteva che sfociare in simili reazioni.

I giornali parlano anche di una carenza di motivazioni. Secondo lei è questione più di accidia o di ignavia?
Quando si va a toccare la sfera personale, delle delusioni, delle solitudini o anche solo delle domande, è sempre molto difficile generalizzare. Ognuno fa storia a sé. Certo anche se il non fare nulla fosse una via di fuga, occorre ricordare che la delusione e la sconfitta fanno parte anche della vita di chi non ha problemi sul lavoro, rientrano nella dimensione esistenziale di tutti. L’unica vera emergenza è l’enorme difficoltà che queste generazioni hanno ad incontrare persone che comunichino un senso per la vita e un gusto per la vita. È come se la cultura contemporanea e dominante fosse strutturata in qualche modo proprio per impedire che queste presenze siano incontrabili o per delegittimarle, renderle, se si vuole, invisibili.

Qual è stato l’errore educativo, se c’è stato, che ha causato questa reazione sociale?
C’è al giorno d’oggi un prolungamento della vita in famiglia senza che questo implichi una qualche adesione a una serie di regole, a un codice. Ormai è da tempo che le famiglie sono molto deboli dal punto di vista educativo. In tutta questa vicenda ci sono anche fenomeni positivi, come la tenuta sociale della famiglia, che di fatto è il fattore fondamentale del welfare state gestito sul privato, una specie di sussidiarietà non riconosciuta.
All’esterno, oltre ai retaggi ideologici che ho sopra descritto, c’è una carenza di proposte. Tutti parlano di emergenza educativa, ma la differenza fra chi ne parla e quello che ha insegnato Luigi Giussani consiste nel fatto che a fianco della preoccupazione educativa di questi stava una proposta che affascina e non un una teoria pedagogica o un piano pastorale.

Una studentessa intervistata dal Corriere ha ammesso di essere una nullafacente aggiungendo la frase “io sto bene così”. Le sembra possibile essere soddisfatti di una simile posizione umana?
Se non sbaglio quella ragazza ha un figlio. Secondo me molto spesso la coscienza che una persona ha di sé non rende giustizia a quello che concretamente è. Quella ragazza vive l’esperienza di un amore e questo non significa essere una nullafacente. La vita inevitabilmente richiama all’urgenza di sé, alla propria umanità e alle proprie domande.
Direi che questa categoria di nullafacenti denunciata dai media rientra a pieno titolo sotto l’accezione di una parola che oggi comprende tutta l’umanità: siamo “anestetizzati”. Per fortuna la vita per com’è continua a risvegliarci in diverse maniere, a volte drammatiche, a volte belle, ma sempre cariche di stupore. Partire dallo stupore, ossia dal domandarsi perché si è al mondo, è il primo passo per uscire dall’anestesia.

mercoledì 15 luglio 2009

SUPPLICA ALLA MADONNA DEL CARMINE

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

O gloriosa Vergine Maria, madre e deco­ro del monte Carmelo che la tua bontà ha scelto come luogo di tua particolare benevolenza, in questo giorno solenne che ricorda la tua materna tenerezza per chi piamente indossa il santo Scapolare, innalziamo a te le più ardenti preghiere, e con confidenza di figli imploriamo il tuo patrocinio.Vedi, o Vergine santissima, quanti peri­coli temporali e spirituali da ogni parte ci stringono: ti prenda pietà di noi.
Il titolo col quale oggi ti celebriamo ri­chiama il luogo scelto da Dio per ricon­ciliarsi con il suo popolo quando questo, pentito, volle ritornare a lui. Dal Carme­lo infatti salì per mano del profetta Elia il sacrificio che dopo lunga siccità otten­ne la pioggia ristoratrice, segno della re­stituita benevolenza di Dio: la preannun­ciò con gioia il santo profeta quando eb­be visto levarsi dal mare una bianca nu­voletta che in breve ricoprì il cielo. In quella nuvoletta, o Vergine immacolata, i tuoi figli carmelitani hanno ravvisato te, sorta immacolata dal mare dell'uma­nità peccatrice e che nel Cristo ci hai da­to l'abbondanza di ogni bene. In questo giorno solenne sii per noi nuova sorgen­te di grazie e di benedizioni. Salve, Regina...Per dimostrarci ancor più il tuo affetto, o madre nostra amorosissima, tu rico­nosci come simbolo della nostra devo­zione filiale l'abitino che piamente por­tiamo in tuo onore e che tu consideri co­me tua veste e segno della tua bene­volenza.
Grazie, o Maria per il tuo Scapolare. Quante volte, però, ne abbiam fatto poco conto; quante volte abbiam portato indegnamente quell'abito che doveva es­sere per noi simbolo e richiamo alle tue virtù!Ma tu perdonaci, o madre nostra amabi­le e paziente! E fa' che il tuo santo Sca­polare ci sia difesa contro i nemici del­l'anima, richiamandoci il pensiero di te, e del tuo amore, nel momento della ten­tazione e del pericolo.O madre nostra dolcissima, in questo giorno che ricorda la tua continua bon­tà verso di noi che viviamo la spirituali­tà del Carmelo, commossi e fidenti ti ri­petiamo la preghiera che da secoli ti ri­volge l'Ordine a te consacrato: Fiore del Carmelo, vite prodigiosa, splendore del cielo: Vergine Madre, mite e dolce, pro­teggi noi tuoi figli che ci proponiamo di salire con te il mistico monte della vir­tù, per giungere con te alla beatitudine eterna! Salve, Regina...E’ grande, o Maria, il tuo amore per i di­letti figli rivestiti del tuo Scapolare. Non contenta di aiutarli perché vivano in mo­do da evitare il fuoco eterno, ti prendi cura anche di abbreviare ad essi le pene del purgatorio, per affrettare l'ingresso in paradiso.
Questa è una grazia, o Maria, che con­duce una lunga serie di grazie, e vera­mente degna di una madre misericordio­sa, quale tu sei.Ed ecco: come Regina del purgatorio tu puoi mitigare le pene di quelle anime, tenute ancora lontane dal godimento di Dio. Pietà ti prenda dunque, o Maria, di quelle anime benedette. In questo bel giorno si riveli loro la potenza della tua intercessione materna.Noi ti supplichiamo, o Vergine pura, per le anime dei nostri cari e per tutte quel­le che in vita furono ascritte al suo Sca­polare e si sforzarono di portarlo pia­mente. Per esse ottieni che, purificate dal sangue di Gesù, siano ammesse quanto prima alla felicità eterna.Ed anche per noi ti preghiamo! Per gli ultimi istanti della nostra vita terrena: assistici pietosa e rendi vani i tentativi del nemico infernale. Prendici tu per ma­no, e non lasciarci sinché non ci vedrai vicini a te in cielo, eternamente salvi. Salve, Regina...Ma tante e tante grazie vorremmo chie­derti ancora, o madre nostra dolcissima! In questo giorno, che i nostri padri dedi­carono alla gratitudine per te, ti suppli­chiamo di beneficarci ancora. Impetraci la grazia di non macchiare mai di colpa grave quest'anima nostra, che tanto san­gue e dolore è costata al tuo divin Figlio. Liberaci dai mali del corpo e dello spiri­to: e se sono utili alla nostra vita spiri­tuale, concedici anche le altre grazie d'ordine temporale che abbiamo in ani­mo di chiederti per noi e per i nostri ca­ri. Tu puoi esaudire le nostre richieste: e abbiamo fiducia che le esaudirai nella misura del tuo amore, per l'amore con cui ami il Figlio tuo Gesù, e noi, che a te siamo stati affidati come figli.Ed ora benedici tutti, o madre della Chie­sa, decoro del Carmelo. Benedici il som­mo Pontefice, che in nome di Gesù gui­da il popolo di Dio, pellegrinante in ter­ra: concedigli la gioia di trovare pronta e filiale risposta ad ogni sua iniziativa. Benedici i Vescovi, nostri Pastori, e gli altri sacerdoti. Sostieni con particolare grazia quelli che zelano la tua devozio­ne, specialmente nel proporre il tuo Sca­polare come simbolo e incentivo a imi­tar le tue virtù.
Benedici i poveri peccatori, perché an­ch'essi sono figli tuoi: nella loro vita c'è stato sicuramente un momento di tene­rezza per te e di nostalgia per la grazia di Dio: aiutali a ritrovare la via verso il Cristo salvatore e la Chiesa che li atten­de per riconciliarli al Padre.Benedici infine le anime del purgatorio: libera con sollecitudine quelle che ti sono state devote. Benedici tutti i tuoi fi­gli, o sovrana nostra consolatrice. Sii con noi nella gioia e nella tristezza, in vita e in morte: e l'inno di ringraziamento e di lode che innalziamo in terra, ci sia concesso, per la tua intercessione, di pro­seguirlo in cielo a te e al Figlio tuo Ge­sù, che vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Amen. Ave, Maria...Giovanni XXII, mentre era Nunzio Apostolico in Francia, confidava: « Per mezzo dello Scapolare io appartengo alla vostra famiglia del Carmelo e ap­prezzo molto questa grazia come l'as­sicurazione di una specialissima pro­tezione di Maria »
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martedì 14 luglio 2009

Contributi 134 - Sulla morte svizzera

I miei lettori con maggior memoria ricorderanno una serie di interventi sulla clinica svizzera (per tutti gli altri vedere i post con etichetta fine vita e in particolare il contributo 94 e il 117)

Volevo solo sottoporre alla vostra attenzione due articoli per evidenziare come la cultura della morte sta prendendo piede e come sia necessario che ciascuno di noi inizi a pregare seriamente perchè la cultura della vita si faccia spazio in noi e nella società.

Come al solito libero spazio a tutti i commenti costruttivi e intelligenti.

Eutanasia per Downes , celebre direttore d'orchestra, e per sua moglie

Varato un protocollo che regola l'attività degli ospedali. C'è persino un "tetto" di morti

Post 45 - Ancora sui gatti, commenti

Due dei miei affezionati lettori hanno lasciato un loro commento al post precedente che ritengo giusto far conoscere a tutti gli altri.
Vandeano dice
Incredibile, ma vero, il sito online di Repubblica cerca anche di difendere Balducci:
"Il vaticanista fa riferimento nel servizio ai due gattini, uno grigio e uno bianco e nero, che abitano lo chalet di Les Combes dove il Pontefice trascorrerà le vacanze. Probabilmente il cronista vuol dire il contrario, e cioè che questo Papa avrebbe bisogno di maggiore attenzione. Ma il messaggio non è facile da cogliere."
Quindi, saremmo noi che "non abbiamo colto il messaggio". Oltre al danno, anche la beffa. Che dire di Balducci? Un altro "utile idiota" asservito alla causa anticattolica.

Quindi dopo gli insulti alla religione cattolica e al Santo Padre di Balducci, ci si mette anche Repubblica a considerare tutti i credenti persone incapaci di intendere e di volere e non in grado di capire quello che un Balducci qualunque dice, come se la frase "i proverbiali quattro gatti, forse un pò di più, che hanno ancora il coraggio e la pazienza di ascoltare ancora le sue parole" possa essere interpretata come un atto di amore verso il Santo Padre. Per quanto riguarda Balducci concordo sul giudizio che ne da Vandeano.

Il secondo commento è di Marina che dice:
Non mi meraviglia che Tg3 diffonda messaggi del genere. E' risaputo che il terzo canale della Rai sia prettamente di sinistra e quindi contrario a tutto ciò che viene dalla Chiesa e dal Santo Padre.
Mi trovo daccordo con Nicola quando dice che forse ad essere quattro gatti sono solo coloro che seguono la Rai ed in particolare Tg3 (errore è Gianandrea che lo dice, ma non è importante). Comunque anche Il secondo canale della Rai non scherza, nel progranmma "Mezz'ora" Lucia Annunziata invita sempre persone che mettono in cattiva luce la Chiesa. Ad esempio, Il teologo Hans Kung che, essendosi allontanato dal mondo cattolico, non ha visto di buon occhio la revoca della scomunica ai Lefbreviani.....Chi è in mala fede, riesce sempre a trovare qualcosa da contestare. La Chiesa non è esente da errori, e neanche il Papa come persona, ma il cristiano autentico guarda a questi limiti con tutta la misericordia che Gesù stesso usa nei confronti di tutti.
Quindi non attacca, ma cerca di dare il suo contributo, soprattutto con uno stile di vita in linea con il Vangelo , per far sì che la Chiesa di Cristo cresca e produca quei frutti propri della sua missione.Come dice Bruno Forte, la Chiesa non è un commerciante che deve soddisfare i gusti dei propri clienti, bensì un'istituzione santa che deve guidare i fedeli verso la verità nella carità. Tutto ciò per molti, è scomodo. Io credo che questo Papa riesce comunque a far parlare molto di sé e ad attirare, nel bene e nel male, l'attenzione di molte persone.
E penso anche che se lo Spirito Santo ha ispirato la scelta di Papa Benedetto, lo ha fatto con uno scopo preciso: quello di risvegliare le coscienze e riafffermare quei principi propri della nostra fede che il relativismo cerca di distruggere.
Cari amici, teniamo alto il nome della nostra amata Chiesa e quello del Santo Padre, certi del fatto che ascoltando il loro insegnamento, ascoltiamo Gesù.
Un caro saluto!

Personalmente considero molto positivamente la persona di Benedetto XVI, realmente un lavoratore nella vigna del Signore e che sicuramente lo Spirito Santo influenza la scelta dei Pontefici e il compito di questo Pontefice è quello che Marina ha individuato e non c'è modo migliore di chiudere questo post con la frase che lei stessa usa per chiudere il suo intervento:
teniamo alto il nome della nostra amata Chiesa e quello del Santo Padre, certi del fatto che ascoltando il loro insegnamento, ascoltiamo Gesù
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Post 44 - Gatti

Secondo il TG3 e il suo "vaticanista" Roberto Balducci ad ascoltare il Papa sono rimasti circa 4 gatti, sempre più comunque, continua il nostro, dei due gatti, di cui uno anche malandato, che accompagnano il Santo Padre nella sua vacanza.
Le parole precise sono state "i proverbiali quattro gatti, forse un pò di più, che hanno ancora il coraggio e la pazienza di ascoltare ancora le sue parole".
Quindi la televisione di stato offende e irride tutti i credenti e anche se, dopo l'intervento dell'onorevole Giorgio Merlo (PD), vicepresidente della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai che ha accusato il notiziario (ex Tele Kabul) di scivolare in una anacronistica e volgare, deriva anticlericale, il direttore del TG3 Antonio di Bella, ha prontamente dichiarato di aver richiamato formalmente il vaticanista e la polemica con la Santa Sede è rientrata, personalmente continuo a sentirmi offeso come credente da quelle parole così altamente irriverenti.
Ma forse i 4 gatti che cita Balducci sono quelli che seguono il TG3....

domenica 12 luglio 2009

Contributi 133 - Gesù, veramente presente nell'Eucarestia

Non si può giungere alla santità senza un amore speciale per l'Eucarestia. San Domenico per esempio, tutte le volte che celebrava la Santa Messa veniva preso da una commozione così intensa che i suoi occhi e le sue guance si rigavano di lacrime. La sua parteicpazione al mistero eucaristico era così coinvolgente che tutti i presenti ne erano come rapiti.
Non manchino mai, nella nostra giornata, alcuni minuti dedicati in modo speciale a frequentare Dio, elevando verso di Lui il nostro pensiero, senza che le parole debbano affiorare alle labbra, perché cantano nel cuore. Dedichiamo a questa norma di pietà un sufficiente periodo di tempo, a ora fissa, se è possibile. E accanto al Tabernacolo, facendo compagnia a Colui che vi si è stabilito per Amore. Ma se questo non è possibile, in un luogo qualsiasi, perché il nostro Dio dimora in modo ineffabile nelle nostre anime in grazia. Ti consiglio, comunque, di recarti in oratorio, sempre che possa: e faccio attenzione a non chiamarlo cappella, perché sia più chiaro che si tratta di un luogo ove stare non già con atteggiamento da cerimonia ufficiale, bensì in raccoglimento e intimità per innalzare la mente al cielo, convinti che dal Tabernacolo Gesù ci vede, ci ascolta, ci attende e ci presiede, perché Egli è là, realmente presente, nascosto sotto le specie sacramentali.

giovedì 9 luglio 2009

Beatitudini della famiglia

Beata la famiglia il cui Dio è il Signore, e che cammina alla sua presenza.
Beata la famiglia fondata sull'amore e che dall'amore fa scaturire atteggiamenti, parole, gesti e decisioni.
Beata la famiglia aperta alla vita, che accoglie i figli come un dono, valorizza la presenza degli anziani ed è sensibile ai poveri e ai sofferenti.
Beata la famiglia che prega insieme per lodare il Signore, per affidargli preoccupazioni e speranze.
Beata la famiglia che vive i propri legami nella libertà, lasciando a tutti autonomia di crescita.
Beata la famiglia che trova il tempo per dialogare, svagarsi e fare festa insieme.
Beata la famiglia che non è schiava della televisione e sa scegliere programmi costruttivi.
Beata la famiglia in cui i contrasti non sono un dramma, ma palestra per crescere nel rispetto, nella benevolenza e nel perdono vicendevole.
Beata la famiglia dove regna la pace al suo interno e con tutti: in lei mette radici la pace del mondo.
Beata la famiglia che vive in sintonia con l'universo, e si impegna per la costruzione di un mondo più umano.
Beata la famiglia che, pur non ritrovandosi in queste beatitudini, decide che è possibile percorrerne qualcuna.
Beata la famiglia in cui vivere è gioia, allontanarsi è nostalgia, tornare è festa.

da Facebook, gruppo San Giuseppe...Custode di Maria e di Gesù Bambino, da parte di S.Porfiri
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Contributi 132 - Scola: la testimonianza di Cristo, al cuore dello sviluppo

intervista a S.E. Angelo Scola, Patriarca di Venezia sull'Enciclica Caritas in veritate da Il Sussidiario

giovedì 9 luglio 2009

Molti commentatori, a due giorni dall'uscita dalla Caritas in veritate ne hanno sottolineato gli aspetti più innovativi da un punto di vista filosofico, economico ed etico di fronte alla grande crisi economica. Ilsussidiario.net ha raggiunto il Patriarca di Venezia, Cardinal Angelo Scola per entrare con lui nel merito dell’ultima enciclica sociale.

Eminenza, qual è la portata della sfida che con la Caritas in veritate il Papa lancia al mondo contemporaneo?
Dopo una prima attenta lettura, non esito a dire che ha una portata veramente storica. Per la prima volta in termini così espliciti e diretti, quasi tecnici, il magistero pontificio fa una proposta, sottolineo proposta, di innovazione radicale in ambito economico.

In che cosa consiste l’originalità di questa enciclica, nell’ambito della tradizione costituita dalle altre encicliche sociali?
La sua originalità emerge in due punti che, a mio giudizio, rappresentano i cardini del documento. Il Papa parte dalla “ragione economica” (per due volte nel testo ricorre questa espressione) e mostra come la sua proposta si innesti in domande che sorgono dall’interno dell’economia. La Caritas in veritate non è una sorta di verniciatura che si sovrappone ad un sistema economico già in sé compiuto, ma raccoglie le domande inevase che vengono dall’economia e da suggerimenti per una nuova “civilizzazione dell’economia”. In secondo luogo il contenuto fondamentale di tali suggerimenti è dato dal “principio di gratuità” e dalla “logica del dono tesa alla costruzione di una fraternità”. Solo da qui può venire lo sviluppo integrale dell’uomo. Sono molti gli esempi e le descrizioni proposte dal Santo Padre in chiave direi “tecnica”, di come questo principio di gratuità sia intrinseco all’economia. In tutto questo io riscontro una radicale novità.

Perché un uomo del nostro tempo impegnato con la realtà (economica ma non solo) dovrebbe accettare di confrontarsi con quanto scritto e suggerito dal Papa?
Perché, se è un osservatore appassionato ed attento di tutta la realtà, non può non avere nel cuore - soprattutto in quest’epoca - una serie di domande irrisolte. Domande assai concrete, relative alla vita personale e sociale, a problemi materiali e spirituali che trovano in questa enciclica delle piste nuove e convincenti per essere affrontate. Basta sfogliare l’indice per rendersene conto.

Il Papa è molto chiaro e netto nella Caritas in veritate sulla natura del cristianesimo. Questo è anche un giudizio sulla Chiesa e sul cristianesimo nel mondo contemporaneo?
Sì, questo è un insegnamento che deve far riflettere tutti noi cristiani. Non mi piace il generico riferimento alla Chiesa, perché essa è un soggetto di comunione che, in ultima analisi, riposa nella persona di ciascuno di noi. Tocca al magistero della Chiesa, soprattutto al magistero di Pietro - perché Gesù questo ha ordinato -, proporre un insegnamento. La Caritas in veritate implica sicuramente da parte di tutti noi cristiani una precisa autocritica circa il nostro modo di stare dentro la realtà contemporanea.

Cosa chiede il Papa ai cristiani impegnati nella società?
Il Papa chiede il coraggio umile di mostrare le ragioni adeguate per incontrare la bellezza dell’avvenimento di Gesù Cristo dall’interno della propria vita quotidiana fatta di affetti, di lavoro e di riposo. Occuparsi di economia, di impresa, di diritti e di doveri, di vita, di tecnica, di fraternità, significa prendersi cura di tutto l’umano. Ai cristiani è chiesto di assumere questo insegnamento papale domandando con umiltà al Signore l’energia di rinnovare la propria esperienza e la propria testimonianza.

«L’annuncio di Cristo è il primo fattore di sviluppo». Cosa vuol dire?
Vuol dire che al cuore dello sviluppo non ci possono essere delle strutture, che sono solo delle condizioni per lo sviluppo, ma ci deve essere l’uomo. Come ha insegnato la Gaudium et Spes, in Cristo l’uomo può scoprire il suo vero volto. Cristo vive oggi attraverso i cristiani, Dio ha bisogno degli uomini. Quindi annunciare Cristo attraverso la propria vita, dentro tutti gli ambiti della propria esistenza, è la prima condizione dello sviluppo.
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Enciclica: nota di Comunione e Liberazione

Siamo grati al Santo Padre che anche nella sua enciclica sociale ha riproposto l’originalità della fede e il contributo che i cristiani possono dare alla convivenza sociale e allo sviluppo.
Ci sembra decisivo che all’inizio di un’enciclica dedicata al fare dell’uomo il Papa richiami tutti con grande realismo a una evidenza elementare, negando la quale ogni tentativo dell’uomo diventa ingiusto fino alla violenza: «Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società.
È questa presunzione che discende dal peccato delle origini.
La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società».
L’esperienza anche recente, infatti, insegna che la pretesa di autosufficienza e di «eliminare il male presente nella storia solo con la propria azione ha indotto l’uomo a far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere e di azione sociale».
Al contrario, la verità di noi stessi ci è prima di tutto “data”: «La verità non è prodotta da noi, ma sempre trovata o, meglio, ricevuta».
Per questo il Papa afferma che «la carità nella verità è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità.
In Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua Persona».

mercoledì 8 luglio 2009

Post 43 - E Giuda l'Iscariota, che poi lo tradì (ovvero nulla è a caso)

Mi ha colpito la lettura odierna di un brano di S.Ambogio (Commento al vangelo di Luca, V, 44-45 ; SC 45, 199 ) che vi propongo:

«Cristo chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici» (Lc 6,13), per mandarli, seminatori della fede, a diffondere il soccorso e la salvezza degli uomini nel mondo intero. Notate questo piano divino: non scelse né dei sapienti, né dei ricchi, né dei nobili, bensì dei peccatori e dei pubblicani per mandarli, affinché non appaia che essi siano stati trascinati dall'abilità, riscattati dalle ricchezze, attirati alla sua grazia dal prestigio del potere e della notorietà. Ha fatto così affinché la vittoria venisse dalla fondatezza della verità, e non dal prestigio del discorso.
Anche Giuda viene scelto, non per sbaglio bensì con cognizione di causa. Com'é grande questa verità che non può essere indebolita nemmeno da un servo nemico! Quale espressione del carattere del Signore, che preferisce compromettere ai nostri occhi il suo giudizio che il suo amore! Ha assunto la debolezza umana e non ha rifiutato nemmeno questo aspetto della debolezza umana. Ha voluto l'abbandono, ha voluto il tradimento, ha voluto essere consegnato dal suo apostolo, perché tu, se un tuo compagno ti abbandona, se un tuo compagno ti tradisce, accetti con calma questo errore di giudizio e lo sperpero della tua bontà.

mi ha colpito una sorta di profezia nella scelta di Giuda cui non avevo mai riflettutto sufficentemente: il traditore viene dal gruppo degli amici di Gesù, era uno dei suoi e anche oggi molto spesso il tradimento a Cristo e alla Chiesa viene compiuto dal di dentro, da parte di chi appartiene al numero degli amici. Ci sono un numero significativo di sacerdoti e importanti prelati che sono nella pratica nemici di Cristo.
Ma, oggi come allora, Cristo non scelse né dei sapienti, né dei ricchi, né dei nobili, bensì dei peccatori e dei pubblicani per mandarli, affinché non appaia che essi siano stati trascinati dall'abilità, riscattati dalle ricchezze, attirati alla sua grazia dal prestigio del potere e della notorietà. Ha fatto così affinché la vittoria venisse dalla fondatezza della verità, e non dal prestigio del discorso. Ciò che salva noi e ogni altro uomo, è l'adesione semplice, umile e stupita a Cristo e non alla nostra limitata visione della realtà.
A noi è chiesto di seminare la parola, non di costringere che ci ascolta a crederla perchè, come ci ricorda il Vangelo di Matteo, se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città
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Preghiamo quindi lo Spirito che ci aiuti e guidi a restare fedeli a Gesù e alla Chiesa, discepoli del servo di Dio il Papa e come lui umili lavoratori nella vigna del Signore.

martedì 7 luglio 2009

Miracoli - La scala di Santa Fè

riporto direttamente da Rino Camilleri:

Sull’ultimo numero (giugno 2009) del «Timone» (rivista solo in abbonamento; fatevene mandare copia gratis: info@iltimone.org) Matteo Salvatti ricorda l’incredibile scala della Chiesa di Our Lady of Loretto a Santa Fè nel New Mexico.
Costruita nel 1873, è visitata da almeno 250mila persone all’anno. E’ di legno, a chiocciola, ma non si sa chi l’abbia fatta e come: non ci sono chiodi e il legno, dicono gli esperti, è di natura sconosciuta.
Salita da centinaia di persone ogni giorno dal 1873, non ha alcun segno di usura e chi ci sale avverte una piacevole sensazione di leggerezza.
Trentatré gradini con balaustra, è priva di pilone centrale e si regge tutta -cosa fisicamente impossibile- solo sul primo gradino.
Quando le suore fecero fare la cappella in stile neogotico l’architetto Mouly semplicemente dimenticò l’accesso al coro. Era già morto quando se ne accorsero.
Tutti gli ingegneri consultati dissero che non c’era nulla da fare: non c’era spazio per scale, occorreva abbattere e rifare.
Le suore, che avevano esaurito il denaro, ricorsero a s. Giuseppe, cui la cappella era dedicata. Una novena continua, giorno e notte, al patrono dei carpentieri.
Il nono giorno bussò alla porta uno sconosciuto che si disse in grado di eseguire l’opera.
Lavorò tre mesi. Poi sparì, senza chiedere compenso.
Le suore lo cercarono dappertutto ma nessuno lo aveva visto né ne aveva sentito parlare. Rimase il mistero.
Che divenne miracolo quando gli esperti poterono esaminare la SCALA.
Se andate in vacanza negli Usa, è sempre lì.

lunedì 6 luglio 2009

Post 42 - Camilla e le altre

Mi ha fatto piacere vedere che la piccola storia di Camilla ha attirato l'attenzione di alcuni dei miei lettori. Le belle notizie fanno molto meno rumore di quelle brutte, ma in modo più silenzioso costruiscono in maniera più solida.

Noi che dedichiamo un po' del nostro tempo alla cura di un blog abbiamo, a mio avviso, il compito di testimoniare il bello (come nella storia di Camilla) come di evidenziare il brutto (come nella storia di Eluana) nella certezza che sia in un caso che nell'altro Dio saprà trarre frutti di bene da ogni avvenimento.

Io ho poi anche la fortuna (e la Grazia) di avere amici che avendo a cuore il mio Destino attirano il mio sguardo verso frammenti di bene e di bello.

In particolare mi hanno fatto conoscere altre due "Camille":

Gianna Jessen anche lei sopravvissuta ad un aborto
Giulia Ribera che doveva essere un vegetale e adesso scia

Vi invito a leggere le loro storie e a lasciare, se volete, un commento, e se qualcuno è a conoscenza di casi analoghi, me lo può comunicare che io passerò parola..

domenica 5 luglio 2009

Contributi 131 - Il Papa all'Angelus: no a spargimenti di sangue per violenza e ingiustizie

“Al grido per il sangue versato, Dio risponde con il sangue del suo Figlio”

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 5 luglio 2009 (ZENIT.org).

In un mondo dilaniato dalla violenza, il sangue versato da Cristo è “il pegno dell’amore fedele di Dio per l’umanità” e fonte di speranza per tutti, ha assicurato questa domenica Benedetto XVI.
Quest'oggi, il Pontefice ha ricordato che la prima domenica di luglio in passato era dedicata alla devozione del Preziosissimo Sangue di Cristo e per questo ha incentrato la sua riflessione prima della preghiera mariana sulla violenza e sulla risposta non violenta di Cristo.In particolare, riflettendo sul significato del sangue nella Sacra Scrittura, il Papa ha spiegato che l’aspersione con il sangue degli animali rappresentava e stabiliva nell’Antico Testamento l’alleanza tra Dio e il popolo, come si legge nel libro dell’Esodo.
Richiamando poi come nella Genesi il sangue di Abele, ucciso dal fratello Caino, rappresenti un grido a Dio dalla terra, il Papa ha quindi constatato che “purtroppo, oggi come ieri, questo grido non cessa, perché continua a scorrere sangue umano a causa della violenza, dell’ingiustizia e dell’odio”.
“Quando impareranno gli uomini che la vita è sacra e appartiene a Dio solo? Quando comprenderanno che siamo tutti fratelli?”, si è domandato.Tuttavia, ha affermato, “al grido per il sangue versato, che si eleva da tante parti della terra, Dio risponde con il sangue del suo Figlio, che ha donato la vita per noi. Cristo non ha risposto al male con il male, ma con il bene, con il suo amore infinito. Il sangue di Cristo è il pegno dell’amore fedele di Dio per l’umanità”. A partire dalla flagellazione fino alla morte in Croce – ha ricordato – Cristo ha versato tutto il suo sangue, quale “vero Agnello immolato per la redenzione universale”. “Fissando le piaghe del Crocifisso, ogni uomo, anche in condizioni di estrema miseria morale, può dire: Dio non mi ha abbandonato, mi ama, ha dato la vita per me; e così ritrovare speranza”, ha concluso il Papa.
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Ecco le parole pronunciate dal Santo Padre:
Cari fratelli e sorelle!
In passato la prima domenica di luglio si caratterizzava per la devozione al Preziosissimo Sangue di Cristo. Alcuni miei venerati Predecessori nel secolo scorso la confermarono, e il beato Giovanni XXIII, con la Lettera Apostolica Inde a primis (30 giugno 1960), ne spiegò il significato e ne approvò le Litanie. Il t ema del sangue, legato a quello dell’Agnello pasquale, è di primaria importanza nella Sacra Scrittura. L’aspersione col sangue degli animali sacrificati rappresentava e stabiliva, nell’Antico Testamento, l’alleanza tra Dio e il popolo, come si legge nel libro dell’Esodo: "Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo dicendo: Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!" (Es 24,8).
A questa formula si rifà esplicitamente Gesù nell’Ultima Cena, quando, offrendo il calice ai discepoli, dice: "Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati" (Mt 26,28). Ed effettivamente, a partire dalla flagellazione, fino alla trafittura del costato dopo la morte di croce, Cristo ha versato tutto il suo sangue, quale vero Agnello immolato per la redenzione universale. Il valore salvifico del suo sangue è affermato espressamente in molti passi del Nuovo Testamento. Basti citare, in questo Anno Sacerdotale, la bella espressione della Lettera agli Ebrei: "Cristo… entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalla opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?" (9,11-14).
Cari fratelli, sta scritto nella Genesi che il sangue di Abele, ucciso dal fratello Caino, grida a Dio dalla terra (cfr 4,10). E purtroppo, oggi come ieri, questo grido n on cessa, perché continua a scorrere sangue umano a causa della violenza, dell’ingiustizia e dell’odio. Quando impareranno gli uomini che la vita è sacra e appartiene a Dio solo? Quando comprenderanno che siamo tutti fratelli? Al grido per il sangue versato, che si eleva da tante parti della terra, Dio risponde con il sangue del suo Figlio, che ha donato la vita per noi. Cristo non ha risposto al male con il male, ma con il bene, con il suo amore infinito. Il sangue di Cristo è il pegno dell’amore fedele di Dio per l’umanità. Fissando le piaghe del Crocifisso, ogni uomo, anche in condizioni di estrema miseria morale, può dire: Dio non mi ha abbandonato, mi ama, ha dato la vita per me; e così ritrovare speranza. La Vergine Maria, che sotto la croce, insieme con l’apostolo Giovanni, raccolse il testamento del sangue di Gesù, ci aiuti a riscoprire l’inestimabile ricchezza di questa grazia, e a sent irne intima e perenne gratitudine.
[DOPO L'ANGELUS]
In questi giorni siamo stati toccati dalla tragedia di Viareggio. Mi unisco al dolore di quanti hanno perduto persone care, sono rimasti feriti o hanno subìto danni materiali anche gravi. Mentre elevo la mia accorata preghiera a Dio per tutte le persone coinvolte nella tragedia, auspico che simili incidenti non abbiano a ripetersi e sia garantita a tutti la sicurezza sul lavoro e nello svolgimento della vita quotidiana. Voglia Dio accogliere nella sua pace i defunti, concedere pronta guarigione ai feriti e infondere interiore conforto in quanti sono stati toccati nei loro affetti più cari.
Esprimo inoltre la mia profonda deplorazione per l’attentato compiuto stamani a Cotabato nelle Filippine, dove l’esplosione di una bomba davanti alla Cattedrale, durante la celebrazione della Messa domenicale, ha causato alcuni morti e numerosi feriti, tra cui vi sono d onne e bambini. Mentre prego Dio per le vittime dell’ ignobile gesto, elevo la mia voce per condannare ancora una volta il ricorso alla violenza, che non costituisce mai una via degna alla soluzione dei problemi esistenti.
Il Vescovo di Bolzano-Bressanone mi ha informato che dall’8 al 12 luglio si svolgerà a Bressanone il Campionato Mondiale under 18 di Atletica Leggera. Sono lieto di rivolgere il mio saluto agli organizzatori e a tutti i giovani atleti e di augurare una serena e sana competizione, all’insegna del genuino spirito sportivo.
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