Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

domenica 31 gennaio 2010

Il sogno delle due colonne (Contributi 236)

In occasione della ricorrenza odierna di S.Giovanni Bosco, propongo a tutti il suo famoso sogno delle due colonne perché lo ritengo molto attuale e ricco di spunti per i cristiani di oggi:
Don Bosco lo raccontò la sera del 30 maggio 1862:

«Figuratevi — disse — di essere con me sulla spiaggia del mare, o meglio sopra uno scoglio isolato, e di non vedere attorno a voi altro che mare. In tutta quella vasta superficie di acque si vede una moltitudine innumerevole di navi ordinate a battaglia, con le prore terminate a rostro di ferro acuto a mo’ di strale. Queste navi sono armate di cannoni e cariche di fucili, di armi di ogni genere, di materie incendiarie e anche di libri. Esse si avanzano contro una nave molto più grande e alta di tutte, tentando di urtarla con il rostro, di incendiarla e di farle ogni guasto possibile.
A quella maestosa nave, arredata di tutto punto, fanno scorta molte navicelle che da lei ricevono ordini ed eseguono evoluzioni per difendersi dalla flotta avversaria. Ma il vento è loro contrario e il mare agitato sembra favorire i nemici.
In mezzo all’immensa distesa del mare si elevano dalle onde due robuste colonne, altissime, poco distanti l’una dall’altra. Sopra di una vi è la statua della Vergine Immacolata, ai cui piedi pende un largo cartello con questa iscrizione: “AUXILIUM CHRISTIANORUM”; sull’altra, che è molto più alta e grossa, sta un’OSTIA di grandezza proporzionata alla colonna, e sotto un altro cartello con le parole: “SALUS CREDENTIUM”.
Il comandante supremo della grande nave, che è il Romano Pontefice, vedendo il furore dei nemici e il mal partito nel quale si trovano i suoi fedeli, convoca intorno a sé i piloti delle navi secondarie per tenere consiglio e decidere sul da farsi. Tutti i piloti salgono e si adunano intorno al Papa. Tengono consesso, ma infuriando sempre più la tempesta, sono rimandati a governare le proprie navi.
Fattasi un po’ di bonaccia, il Papa raduna intorno a sé i piloti per la seconda volta, mentre la nave capitana segue il suo corso. Ma la burrasca ritorna spaventosa.
Il Papa sta al timone e tutti i suoi sforzi sono diretti a portare la nave in mezzo a quelle due colonne, dalla sommità delle quali tutto intorno pendono molte ancore e grossi ganci attaccati a catene.
Le navi nemiche tentano di assalirla e farla sommergere: le une con gli scritti, con i libri, con materie incendiarie, che cercano di gettare a bordo; le altre con i cannoni, con i fucili, con i rostri. Il combattimento si fa sempre più accanito; ma inutili riescono i loro sforzi: la grande nave procede sicura e franca nel suo cammino. Avviene talvolta che, percossa da formidabili colpi, riporta nei suoi fianchi larga e profonda fessura, ma subito spira un soffio dalle due colonne e le falle si richiudono e i fori si otturano.
Frattanto i cannoni degli assalitori scoppiano, i fucili e ogni altra arma si spezzano, molte navi si sconquassano e si sprofondano nel mare. Allora i nemici, furibondi, prendono a combattere ad armi corte: con le mani, con i pugni e con le bestemmie.
A un tratto il Papa, colpito gravemente, cade. Subito è soccorso, ma cade una seconda volta e muore. Un grido di vittoria e di gioia risuona tra i nemici; sulle loro navi si scorge un indicibile tripudio.
Senonché, appena morto il Papa, un altro Papa sottentra al suo posto. I piloti radunati lo hanno eletto così rapidamente che la notizia della morte del Papa giunge con la notizia della elezione del suo successore. Gli avversari cominciano a perdersi di coraggio.
Il nuovo Papa, superando ogni ostacolo, guida la nave in mezzo alle due colonne, quindi con una catenella che pende dalla prora la lega a un’ancora della colonna su cui sta l’Ostia, e con un’altra catenella che pende a poppa la lega dalla parte opposta a un’altra ancora che pende dalla colonna su cui è collocata la Vergine Immacolata.
Allora succede un gran rivolgimento: tutte le navi nemiche fuggono, si disperdono, si urtano, si fracassano a vicenda. Le une si affondano e cercano di affondare le altre, mentre le navi che hanno combattuto valorosamente con il Papa, vengono anch’esse a legarsi alle due colonne. Nel mare ora regna una grande calma».


A questo punto Don Bosco interroga Don Rua:
— Che cosa pensi di questo sogno?
Don Rua risponde:
— Mi pare che la nave del Papa sia la Chiesa, le navi gli uomini, il mare il mondo. Quelli che difendono la grande nave sono i buoni, affezionati alla Chiesa; gli altri, i suoi nemici che la combattono con ogni sorta di armi. Le due colonne di salvezza mi sembra che siano la devozione a Maria SS. e al SS. Sacramento dell’Eucaristia.
— Hai detto bene — commenta Don Bosco —; bisogna soltanto correggere una espressione. Le navi dei nemici sono le persecuzioni. Si preparano gravissimi travagli per la Chiesa. Quello che finora fu, è quasi nulla rispetto a quello che deve accadere. Due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio: Devozione a Maria SS., frequente Comunione.

Il servo di Dio cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, dava tanta importanza a questa visione, che nel 1953, quando fu a Torino come Legato Pontificio al Congresso Eucaristico Nazionale, la notte sul 13 settembre, durante il solenne pontificale di chiusura, sulla Piazza Vittorio, gremita di popolo, diede a questo sogno una parte rilevante della sua Omelia.
Disse tra l’altro: « In quest’ora solenne, nell’Eucaristica Torino del Cottolengo e di Don Bosco, mi torna in mente una visione profetica che il Fondatore del Tempio di Maria Ausiliatrice narrò ai suoi nel maggio del 1862. Gli sembrò di vedere la flotta della Chiesa battuta qua e là dai flutti di una orribile tempesta; tanto che, ad un certo momento, il supremo condottiero della nave capitana — Pio IX — convocò a consiglio i gerarchi delle navi minori.
Purtroppo la bufera, che mugghiava sempre più minacciosa, interruppe a mezzo il Concilio Vaticano (è da notare che Don Bosco annunciava questi eventi otto anni prima che avvenissero). Nelle alterne vicende di quegli anni, per ben due volte gli stessi Supremi Gerarchi soccombettero al travaglio. Quando successe il terzo, in mezzo all’oceano furente cominciarono ad emergere due colonne, in cima alle quali trionfavano i simboli dell’Eucaristia e della Vergine Immacolata.
A quella apparizione il nuovo Pontefice — il Beato Pio X — prese animo e con una salda catena, agganciò la nave Capitana di Pietro a quei due solidi pilastri, calando in mare le ancore.
Allora i navigli minori cominciarono a vogare strenuamente per raccogliersi attorno alla nave del Papa, e così scamparono dal naufragio. La storia confermò la profezia del Veggente. Gli inizi pontificali di Pio X con l'ancora sullo stemma araldico coincisero appunto con il cinquantesimo anno giubilare della proclamazione dogmatica della Concezione Immacolata di Maria, e venne festeggiata in tutto l’orbe cattolico. Tutti noi vecchi ricordiamo l’8 dicembre 1904, in cui il Pontefice in San Pietro circondò la fronte del l’Immacolata d’una preziosa corona di gemme, consacrando alla Madre tutta intera la famiglia che Gesù Crocifisso le aveva commesso.
Il condurre i pargoli innocenti e gli infermi alla Mensa Eucaristica entrò parimenti a far parte del programma del generoso Pontefice, che voleva restaurare in Cristo tutto quanto l’orbe. Fu così che, finché visse Pio X, non ci fu guerra, ed Egli meritò il titolo di pacifico Pontefice dell’Eucaristia.
Da quel tempo le condizioni internazionali non sono davvero migliorate; così che l’esperienza di tre quarti di secolo ci conferma che la nave del Pescatore sul mare in burrasca può sperare salvezza solo con l’agganciarsi alle due colonne dell’Eucaristia e dell'Ausiliatrice, apparse in sogno a Don Bosco » (da L’Italia del 13 settembre 1953).
Lo stesso santo card. Schuster, un giorno disse a un Salesiano:
« Ho visto riprodotta la visione delle due colonne. Dica ai suoi Superiori che la facciano riprodurre in stampe e cartoline, e la diffondano in tutto il mondo cattolico, perché questa visione di Don Bosco è di grande attualità: la Chiesa e il popolo cristiano si salveranno con queste due devozioni: l’Eucaristia e Maria, Aiuto dei Cristiani»
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sabato 30 gennaio 2010

Sale della terra (Post 74)

Proseguo nel parlare dell'identità del cristiano dicendo che il compito di ognuno di noi è di essere sale, cioè ciò che da sapore e senso, e lievito, cioè ciò che fa fermentare, fruttificare la realtà.
Riporto un commento di Maria al post precedente:

Detto in termini molto "spiccioli", io credo che l'abbraccio di Dio, ci conduca non all'"applauso" del mondo (per come oggi lo si intende), ma all'applauso che è anch'esso abbraccio!

Se io cerco di essere quello che Dio vuole che io sia (pur con le inevitabili cadute), divento come il sasso buttato nell'oceano. Provoco quelle ondine che si allargano a dismisura e magari mi fanno sfiorare un altro oceano. Entro in contatto con altri miei fratelli, dono qualcosa di me a loro e ricevo il loro stesso essere dono (in tanti modi, anche attraverso i loro schiaffi, morali o materiali!).
In questo modo penso che abbracciare il Signore implichi il nostro concreto intervento nel Mondo (anche materiale) per quanto piccolo esso sia. E qualcuno che ci ringrazierà, di questo nostro essere e fare, sicuramente ci sarà sempre, anche se lo faranno nonostante le nostre pecche e pur non essendo noi stessi degni di ricevere il loro grazie, perchè facciamo solo quello che Gesù ci invita a fare. E per me questo è il vero abbraccio del Mondo, sapere che posso essere realmente utile,nonostante la mia miseria, per qualcuno. Anche solo con una preghiera, dove non posso arrivare a fare di piu'.

Secondo il mio modesto parere il cristiano è chiamato a portare il suo contributo alla salvezza del mondo annunciando, per quanto gli è possibile, che la sola salvezza possibile è seguire Gesù Cristo. E questo lo renderà impopolare agli occhi di chi invece ha scelto di seguire il mondo.
Ma, anche se quest'annuncio è faticoso, e se nel vivere la vita di seguace di Cristo ci accorgiamo costantemente del nostro limite, siamo comunque, se lo vogliamo, sorretti costantemente dalla Grazia di Dio.
Risulta chiaro che, chi abbandona se stesso e il mondo per seguire Gesù (anche magari a seguito di un nostro sollecito) troverà un tesoro per cui ci ringrazierà e ci abbraccierà, ma è altrettanto evidente che "la cultura dominante" ci deriderà e tenderà ad emarginarci.

Ma sappiamo (e il dirlo non è sadica consolazione ma piuttosto dispiacere e rammarico per il cattivo uso della libertà che vediamo fare da altri) che "la cultura dominante" ha il potere per lo scarso tempo terreno, i seguaci di Cristo, il possesso di Dio per l'eternità.

Io penso che noi, ciascuno di noi, per come siamo anche attraverso (e non nonostante o malgrado) i nostri limiti possiamo essere occasione di conversione per gli altri e per noi stessi. Non voglio dire con questo che giustifico il male - questo mai - ma piuttosto che Dio sa utilizzare per il bene anche i nostri atti venuti male.
Il nostro cuore e la nostra preghiera ha da essere rivolta sempre al domandare di essere sempre più sale della terra, sempre più innamorati di Cristo.
E di conseguenza parleremo di ciò che amiamo e saremo di Lui testimoni.
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martedì 26 gennaio 2010

La nostra identità-commento (Intervento 15)

Il post dell'altro giorno sull'identità del cristiano ha suscitato un commento che vi presento di seguito:
..con questo post hai toccato un tasto molto doloroso ma anche molto essenziale.
Qui si parla dell'identità del cristiano! Quello vero! Quello che non si vergogna di appartenere a Cristo.
Come hai ben sottolineato, anche in questo inizio di anno c'è chi si è macchiato di orribili crimini verso il mondo cristiano...Ma da che cosa deriva tanta avversione? La storia ci insegna che le persecuzioni verso i primi cristiani avvennero perché gli ebrei detentori della fede nell'unico Dio, non riuscivano a capire e ad accettare Gesù come il Messia e tanto meno come Figlio di Dio, quindi come Dio. I romani temevano che il diffondersi delle idee cristiane potessero creare tanti proseliti e indebolire la loro autorità...
Ma questo mondo attuale,che cosa teme? Dopotutto i cristiani nel mondo sono una minoranza...
Ma allora si tratta di qualcosa di diverso: è sempre la Croce di Cristo che continua a rappresentare un pericolo per chi professa un'altra fede o è ateo. Il pericolo di venire in qualche modo conquistati dall'apparente debolezza di un Dio messo in croce di cui i cristiani ne sono il segno vivente.
La forza che ha il cristiano di rialzarsi dopo le cadute, la forza di sopportare con amore le tante difficoltà della vita, la forza di non perdere mai la speranza, una speranza fondata proprio in quel Gesù di Nazaret messo in croce ma poi risorto.
E' la certezza di trovarsi davanti ad un Dio che sa parlare d'amore.
Ma l'identità di un cristiano si trova nel modo di porsi in relazione a questo Dio e al prossimo che dona alla vita una dimensione nuova: quella del servizio. "Sono venuto per servire, non per essere servito» (cf. Matteo 20, 28), essere cioè sempre a disposizione per il bene degli altri», anzi, «diventare un bene per gli altri».
La differenza non è piccola: si tratta di passare dal fare qualcosa a favore dei fratelli, ad essere una persona per gli altri, come Gesù è «per noi».
Questa è la vera identità del cristiano che, per chi è diverso, continua ad essere motivo di scandalo e quindi da eliminare.
Ma, Come dici tu, elevare la preghiera del cuore verso Cristo è necessario per dare maggiore consistenza a questa nostra identità.
E allora preghiamo!
Desidero quindi ringraziare Marina per il bellissimo commento di cui mi ha voluto fare dono, in particolare per aver ricordato una caratteristica fondamentale dell'essere cristiano: il servizio.
Scoprendosi amato l'uomo è portato ad amare gli altri uomini, ogni altra persona. Pur nella fatica che la natura umana ci comporta, il moto del cuore è verso l'alto e verso l'altro. Perchè Dio ci ha amati e scelti per primo e il nostro è un moto di risposta al riconoscere questo dato di fatto.
Il vero cristiano è realmente colui che avendo trovato una perla di grande valore vende tutto per acquistarla, perché tutto è secondario di fronte all'incontro con Dio.
Cosa preferite l'applauso del mondo (che fra 10-20-50 anni non si ricorderà più di voi) o l'abbraccio di Dio che dura l'eternità.
Sarei curioso di sapere la vostra scelta.....
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domenica 24 gennaio 2010

La nostra identità (Post 73)

Questo 2010 ha già evidenziato un certa intolleranza verso ciò che è cristiano: l'attentato compiuto in Egitto il giorno 7 di gennaio, che corrisponde al Natale per i cristiani ortodossi copti che ha visto la morte di 9 persone, le scritte provocatorie a Fatima inneggianti l'islam, le persecuzioni verificatesi ad Hanoi e in Malaysia.
Di tutti questi fatti ho cercato di fornire notizia nei post precedenti.
Non si tratta ovviamente dei soli episodi di attacco a chi si professa cristiano, ci sono stati altri episodi, anche non cruenti come questi, ma tutti comunque indicano che il nome cristiano generalmente non è amato.
Sappiamo che la persecuzione da sempre accompagna i seguaci di Cristo, l'ha detto Lui stesso, aggiungendo anche "beati voi quando tutti vi perseguiteranno...".
E questo non per un amore sciocco alla persecuzione o per una masochisitica vocazione al martirio. Tutt'altro. Il cristiano ama la vita, sempre e comunque, anche quando non è bella da vedere o da sopportare. Ma il cristiano la ama ugualmente. La sua e quella degli altri.
Ma ama anche la verità. E la verità è che il senso della vita non è un qualcosa che mi posso dare da solo, che non sono io il padrone della realtà, e che quello che io sono non è riducibile a nessuna ideologia.
Con tutta la fragilità e incoerenza di cui è capace, (e che spesso sono motivo di critica, scandalo e biasimo da parte di chi si professa non credente e non riconosce nessuno al di sopra di se stesso) con tutto il suo limite, dicevo, il cristiano è consapevole che la sua consistenza, la sua identità nasca dal suo aderire a Cristo.
Il destino della esistenza di una persona e di una comunità - ha di recente ricordato Mons. Camisasca in un'omelia in occasione dell'ammissione agli ordini sacri di alcuni giovani - si gioca in quel misterioso e furtivo incontro tra la libertà di Dio e la libertà dell’uomo, ove si combatte la grande battaglia tra bene e male, che si ripete in ogni ora della storia e determina la storia dell’uomo e dei popoli molto più dei grandi consessi nazionali o internazionali.
La mia identità nasce dal mio continuo e rinnovato SI a Cristo attraverso le circostanze della vita. E il cristiano ha la certezza che Dio porta avanti il suo progetto di amore e di salvezza per l'umanità e per ognuno di noi sempre e comunque.
Ed è questa certezza che non si ferma neanche davanti al proprio male e al proprio peccato (che provoca dolore e pentimento, desiderio rinnovato di tornare a Lui, ma non dubbi sul Suo amore a noi) ad essere, secondo me, una delle ragioni dell'avversione che si ha verso il cristianesimo. In campo nazionale perchè in una società priva ormai di riferimenti certi e dove solo il proprio io e il proprio istinto sono i motori del muoversi delle persone che proclama che questo non è vero risulta "antipatico" e in campo internazionale perchè il cristiano è comunque un ostacolo a chi vuole imporre una sua visione del mondo e della realtà.
Ma ogni persecuzione ha comunque come "lato positivo" della medaglia la possibilità di farci chiedere "a che cosa noi teniamo di più nel cristianesimo" e far muovere il cuore a la preghiera verso Cristo. Per dare consistenza sempre maggiore alla nostra identità.
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Il vento dell'est è contro Cristo (Contributi 235)

riporto da Corrispondenza Romana un primo comunicato su un episodio di intolleranza e di persecuzione verificatosi ad Hanoi (sospetto fortemente che, come capita spesso ad ogni inizio anno, ci sia un errore nelle date riportate e che si debba intendere 2010 e non 2009)
Crocifisso distrutto nel cimitero di Hanoi
I vescovi nord-vietnamiti, solidali con mons. Joseph Ngo Quang Kiet, arcivescovo di Hanoi, stigmatizzano la distruzione di simboli sacri e il brutale attacco contro la comunità cattolica. Dopo una riunione tenutasi l’8 gennaio 2009 presso l’arcidiocesi della Capitale, i prelati hanno dichiarato che la distruzione del crocefisso del cimitero della parrocchia di Dong Chiem, avvenuta il 6 gennaio scorso, e le violenze contro i fedeli sono «due ingredienti della politica governativa nel risolvere le dispute con le religioni».

L’arcivescovo di Hanoi, insieme ai vescovi nord-vietnamiti, ha visitato di persona i fedeli della parrocchia di Dong Chiem, vittime del brutale attacco della polizia. In un gesto di sfida verso il governo, i fedeli hanno edificato una nuova croce in bambù nel medesimo luogo in cui era collocata la croce distrutta, anche per sottolineare il diritto di proprietà del terreno, che «appartiene da più di 100 anni alla parrocchia e non verrà abbandonato» (Cfr. “Asianews”, 9 gennaio 2009).
In risposta, la polizia ha arrestato cinque cattolici, conducendoli in località ignota, e ha impedito l’accesso all’area. Gli agenti non hanno distrutto la nuova croce in bambù, ma i media di Stato hanno ripreso la campagna diffamatoria contro i cattolici, accusandoli di «fomentare l’odio» nel Paese.
La recente visita del presidente vietnamita Nguyen Minh Triet in Vaticano e l’incontro con Benedetto XVI, aveva aperto ipotesi di speranza affinché i conflitti fra Chiesa e governo comunista potessero trovare «una soluzione pacifica attraverso il dialogo».
Tuttavia, l’attacco contro i fedeli della parrocchia di Dong Chiem ricorda i metodi usati contro i fedeli a Tam Toa e Bau Sen (nella diocesi di Vinh) e a Loan Ly (arcidiocesi di Hue), teatro di violenze da parte di funzionari governativi e polizia, che hanno distrutto simboli della fede, picchiato e arrestato fedeli e sacerdoti, sequestrato le proprietà dei cattolici.
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Il secondo comunicato è sull'intolleranza della maggioranza islamica nei confronti della minnoranza cristiana in Malaysia.
9 attacchi in 4 giorni contro cristiani in Malaysia
Non si placano le violenze anticristiane in risposta alla decisione dell’Alta Corte che il 31 dicembre 2008 ha autorizzato il settimanale cattolico “Herald” a utilizzare la parola “Allah” nell’edizione in lingua Malay.

L’11 gennaio 2010 è stata colpita la chiesa di Sidang Injil Borneo, nello Stato centrale di Negeri Sembilan. Il giorno precedente altri quattro luoghi di culto o istituti religiosi erano finiti nel mirino dei fondamentalisti. Dall’8 gennaio sono stati nove gli edifici cristiani assaliti.
Le forze dell’ordine confermano altri attacchi contro luoghi di culto cristiani: bombe Molotov contro una chiesa e una scuola gestita da religiosi nello stato di Perak; una chiesa colpita a Sarawak, nell’isola del Borneo e una quarta chiesa, nel sud del Paese, imbrattata con vernice nera.
Nonostante le violenze, il 10 gennaio i cristiani non hanno disertato le funzioni domenicali. 1.000 fedeli erano presenti alla S. Messa presso la chiesa cattolica dell’Assunzione di Kuala Lumpur, uno degli edifici attaccati due giorni prima.
La Malaysia è un Paese multi-culturale: la popolazione supera i 23 milioni di abitanti ed è composta da una consistente presenza di minoranze etniche, tra cui quella cinese e indiana. Il 60% della popolazione è di religione musulmana, mentre i cristiani sono circa il 10%.
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venerdì 22 gennaio 2010

La nostra vita appartiene ad un Altro (Contributi 234)

volantino di CL per il terromoto di Haiti:


L’inevitabilità [di ciò che accade] è come il sinonimo più chiarificatore di questa non appartenenza a noi della cosa, e soprattutto non appartiene a noi ciò da cui tutto deriva: la nostra vita appartiene a un Altro.
In questo senso si capisce perché la vita dell’uomo è drammatica: se non appartenesse a un Altro sarebbe tragica. La tragedia è quando una costruzione frana e tutti i sassi e i pezzi di marmo e i pezzi di muro,crollano.
E tutto nella vita diventa niente, è destinato a diventar niente, perché di ciò che abbiamo vissuto nel passato, di ciò che abbiamo vissuto fino a un’ora fa, fino a cinque minuti fa, non esiste più niente di formato, di costruito non esiste più niente. E questo è tragico.
La tragedia è il nulla come traguardo, il niente, il niente di ciò che c’è.
Mentre se tutto appartiene a un Altro, a qualcosa d’Altro, allora la vita dell’uomo è drammatica, non tragica.
Riconosco che ti appartengo, riconosco che il tempo non è stato mio, non mi apparteneva, come il tempo fino ad oggi non mi appartiene, non mi appartiene.
Prendi pure la mia vita, accetto che non mi appartenga, riconosco che non mi appartiene, accetto che non mi appartenga.
Ciò che possiede il nostro tempo è morto per noi, si presenta ai nostri occhie al nostro cuore come il luogo dove è amato il nostro destino, dove è amata la nostra felicità, tanto che Colui che possiede il tempo muore per il nostro tempo. Il Signore, Colui a cui appartiene il tempo, è buono»
(L.Giussani, Si può vivere così?)


«Il nostro pensiero, in questi giorni, è rivolto alle care popolazioni di Haiti, e si fa accorata preghiera.
Seguo e incoraggio lo sforzo delle numerose organizzazioni caritative, che si stanno facendo carico delle immense necessità del Paese. Prego per i feriti, per i senza tetto, e per quanti tragicamente hanno perso la vita»
(BenedettoXVI, Angelus del 17 gennaio 2010)


È la certezza di questa appartenenza che sostiene la nostra speranza e ci fa sentire come nostro il dramma dei fratelli di Haiti.
Per questo, accogliendo l’appello del Papa, sosteniamo la raccolta fondi lanciata da AVSI
per intervenire in favore della popolazione e far fronte alla grave emergenza umanita.

(i riferimenti li trovate sulla colonna di sinistra del blog)

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mercoledì 20 gennaio 2010

Qui c’è bisogno dell’abbraccio di Cristo (Contributi 233)

Riporto da TRACCE un articolo di Fabrizio Rossi che è un bell'esempio di pensiero cristiano.. (nella foto la cattedrale, distrutta, di Port au Prince.

15/01/2010 - Il terremoto si è abbattuto su uno dei Paesi più poveri del mondo. Davanti a migliaia di vittime e ad intere città distrutte, è possibile ancora sperare? Suor Marcella, in missione sull’isola dal 2004, ci racconta la sua esperienza:


«Non basta ricostruire le case: questa gente ha bisogno di una speranza». Suor Marcella Catozza conosce bene Haiti: francescana originaria di Busto Arsizio, è stata in missione a Port-au-Prince dal 2004 fino allo scorso settembre, quando s’è trasferita nella vicina Santo Domingo per assistere gli immigrati haitiani. Al telefono ci descrive la situazione di un Paese tra i più poveri al mondo («Sono stata in Albania, in Mozambico, in Brasile e nel Vietnam, ma non ho mai trovato una situazione simile»), dove con il terremoto di martedì «alla disperazione di un popolo si è aggiunto altro dolore». Perché in un minuto gli haitiani hanno visto crollare il poco che avevano. Le vittime sono migliaia, impossibile contarle. Ma le immagini approdate in tv o sui giornali parlano da sole: gli edifici devastati, i corpi estratti dalle macerie, i sopravvissuti assiepati nei parchi o in mezzo agli incroci per passare la notte, le squadre di soccorritori all’opera... Non si può non sentire la propria impotenza, schiacciati dalle notizie che arrivano.

Suor Marcella, che ha passato le ultime settimane in Italia, non sa ancora se sono sopravvissute le persone che lavoravano con lei: «Non riesco a contattare nessuno. Non so neanche se è rimasto in piedi l’ambulatorio che seguivo: all’ora del terremoto probabilmente era pieno di famiglie coi bambini...». Quell’edificio di due piani era tutta la sua opera, da quando il Vescovo le aveva chiesto di occuparsi dei poveri di Waf Jeremie, una baraccopoli di 300mila abitanti a Port-au-Prince: «Il nostro ambulatorio era un punto di riferimento per tutti. Come una casa. Lì dentro sembra una goccia nel mare, ma in questi anni abbiamo salvato 250 bambini». E oggi? «Quella zona è stata rasa al suolo. Conto sul fatto che le baracche reggono più degli edifici in mattone. Ma finora i ragazzi che mi davano una mano sono tutti dispersi: Alex, Puxon, James, Nicolas, Lucienne... che ne sarà di loro?».
Suor Marcella sta cercando di tornare ad Haiti: «So bene che posso fare poco rispetto alla macchina degli aiuti, ma mi rendo conto che quelle persone vedono nella nostra presenza un segno di speranza. Per quel che portiamo, per ciò cui appartengo». Quando a settembre è rientrata da un periodo in Italia, la gente di Waf Jeremie non finiva di farle festa: «La signora Nos, la più anziana della baraccopoli, mi è venuta incontro e mi ha detto: “Ero certa che il Signore non ci avrebbe abbandonato”».
Ma come si può parlare di speranza in una situazione simile? «È un problema che riguarda tutti, anche chi in Italia ha ancora un tetto: in cosa speriamo? Non possiamo affidare la vita al fatto che “ci è andata bene” perché la nostra casa è in piedi: la speranza è data dalla certezza che nulla può mai essere contro di noi. Vado a cercare i nostri amici per dire che la speranza che hanno conosciuto non è stata sepolta da pochi minuti di terrore: Cristo ha già vinto la morte»
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Un mondo di vita (Contributi 232)

Pubblico il nuovo editoriale di Samizdat On Lie sul terremoto di Haiti:


Ogni volta che accade qualche tragedia, qualche disastro che brevemente ci scuote dal nostro torpore, sempre si leva la domanda: ma perchè Dio permette questo? Non è buono, o è indifferente, mi dicono; oppure non può nulla, non esiste.

Ogni volta, anche questa volta, spiego, difendo, cerco come posso di fare vedere cose che per me sono evidenti.
Ed ogni volta mi sento inadeguato. Sono inadeguato. Perchè le parole sono fredde come sassi d'inverno. Non posso dirvi come mi si strazia il cuore. Non riesco a comunicarvi come ogni sofferenza di cui vengo a conoscenza mi si avvita dentro.
Eppure sono come voi, fratelli, lettori, ipocriti. Mi si stringe l'anima ma qui finisce. Potrei accusare un dio lontano di non fare ciò che vorrei fare io, perchè non ricada su di me la colpa per non essermi mosso. Per non muovermi in quest'istante, perchè so che a mille metri e non a mille chilometri c'è qualcuno che ha bisogno, che avrebbe bisogno. Se proprio voglio pulirmi la coscienza darò dieci euro: e qualcun altro provveda.
E siamo arrabbiati con un Dio che non ci risparmia la fatica di essere buoni.
Ma, anche mi muovessi, può bastare? Posso impedire ogni dolore innocente? E quanto durerebbe, questo mio agire?
Una frase ricorrente nella cronaca del terremoto di Haiti mi ha colpito: "Coloro che dovrebbero portare aiuto non ci riescono, perchè sono essi stessi vittime". Anche noi vorremmo uno sguardo buono su di noi, in ogni momento: come non siamo capaci ad averlo sugli altri, ci è impossibile anche verso noi stessi. Come tutto in questo mondo siamo esseri finiti, limitati. Se non riusciamo ad essere buoni allora irrigidiamo il collo e ci mostriamo cinici e disperati.
Ma l'esperienza - l'esperienza - insegna che c'è un tipo di sguardo che non finisce. Non finisce non perchè non cade, ma perchè continuamente si rinnova. Un'irruzione dell'infinito tra noi uomini. Una presenza che dice "non piangere, non avere paura". Qualcosa che c'è, basta vedere, basta ascoltare, basta toccare, e che storicamente continua nella Chiesa. Nel volto di tanti uomini e donne, a mille metri come a mille chilometri da noi. Tra le chiacchere e la teoria è solo quello sguardo che ci può salvare, che può cambiare questo mondo di morte in un mondo di vita, vita buona, davvero.
(Berlicche-socio SoL)
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Eluana non era "devastata" ma è stata straziata (Contributi 231)

Da Avvenire del 14/1/2010 vi propongo  un articolo di Lucia Bellaspiga su Eluana Englaro in cui si parla dei risultati dell'autopsia eseguita.
Dedicato a coloro che dicono che non ha sofferto.
Attenzione! Se siete facilmente impressionabili fermatevi qui; accontentatevi di sapere che Eluana in realtà ha sofferto per morire.
Molto.
Ora se proseguite lo fate in modo consapevole e potete solo, arrivati in fondo alla lettura, pregare per coloro dal padre, ai giudici, ai medici e non ultimo il signor napoliatno giorgio hanno reso possibile questo barbaro episodio. (tratto da StranoCristiano)


« In data 9 feb­braio il cadavere del­la signorina E­luana Englaro veniva trasferi­to all’obitorio della ‘Quiete’ su barella in ac­ciaio. Trattasi di cadavere fem­minile, della lunghezza di circa 171 centimetri, del peso di 53.5 chili, cute liscia ed elastica, ca­pelli neri… Entrambi i lobi pre­sentano un foro per orecchini. Indossa una camicia da notte in cotone rosa». Il resto ve lo rispar­miamo. Dura 133 pagine la ‘Re­lazione di consulenza tecnica medico-legale’, letta la quale il gip di Udine l’altro giorno ha de­finitivamente stabilito che il tut­to è avvenuto ‘regolarmente’.

Un testo che si regge a fatica e che toglie il sonno, e non tanto nelle pagine dell’autopsia, quan­do ormai Eluana è morta, ma in quelle tragiche, disumane dell’agonia, quando era viva e nelle stanze udinesi della ‘Quiete’ la si faceva morire.
Ora lo sappiamo: nei giorni e nelle notti in cui alla giovane donna venivano sottratti l’acqua e il nutrimento (il sostegno vita­le, lo chiama il documento), l’é­quipe del dottor De Monte sede­va accanto a lei e la osservava, prendeva appunti, diligentemente compilava di ora in ora la Scheda di rilevazione degli ele­menti indicativi di sofferenza’.
Una crocetta alla voce ‘respiro affaticato e affannoso’ ne indica frequenza e durata, un’altra rile­va ‘l’emissione di suoni sponta­nei’, un’altra ancora i singoli la­menti sfuggiti a Eluana ‘durante il nursing’, ovvero mentre le ma­ni di medici e infermieri nulla ‘potevano’ per salvarle la vita e dissetarla (il Protocollo parlava chiaro, e loro erano lì per appli­carlo, volontari), ma sul suo cor­po continuavano a operare quel­le piccole attenzioni richieste dallo stesso Protocollo: ‘Si pro­cederà all’igiene giornaliera di routine al fine di garantire il de­coro…’. Il decoro.
Sono pagine meticolose, capilla­ri. Gelide. Il 3 febbraio, primo giorno di ricovero alla ‘Quiete’ di Udine (nel cuore della notte la giovane era stata prelevata da un’ambulanza e strappata alla clinica di Lecco dove viveva da quindici anni), la voce di Eluana si è sentita sette volte, e l’équipe solerte le ha annotate tutte. I suoni si moltiplicano il 4, e poi il 5, finché il 6 (all’alba di quel giorno si è smesso definitiva­mente di nutrire e dissetare la giovane) la mano di un’infermie­ra scrive per la prima volta: ‘Sembrano sospiri’. E forse lo sono, se il giorno 7 cessano an­che quelli. Eluana morirà improvvisamente già il 9 febbraio alle 19 e 35, senza più la forza di gemere: ‘nessun suono’, ma ore e ore di ‘respiro affaticato e af­fannoso’.
Nei palmi delle mani, strette, i segni delle sue stesse unghie.
Ancora più esplicite le pagine del diario clinico di quei sette giorni udinesi, racconto di un’a­gonia che inizia sull’ambulanza, quando il dottor De Monte an­nota la terribile tosse che scosse Eluana, e prosegue con asettico cinismo: Eluana si lamenta, E­luana non ha quasi più saliva, non suda nemmeno più, le mu­cose si asciugano, ‘iniziata umi­dificazione’, ‘idratata la bocca’, ‘frizionata su tutto il corpo con salviette rinfrescanti’. Il decoro.
L’igiene. C’è anche lo spasmo con cui la prima notte arrivò a e­spellere il sondino: allora lo scri­vemmo e ci diedero dei bugiar­di… ‘Non eseguito cambio pan­nolone perché non urina più’: è il giorno della morte. Tutto rego­lare, dicono i magistrati, tutto perfettamente annotato. A parte quella mezzoretta tra il decesso e la registrazione dell’elettrocar­diogramma, un ‘ritardo dovuto alla difficoltà di reperimento del­lo strumento’, scrive il capo dell’équipe… A parte, ancora, quelle tre ore che l’8 febbraio, il giorno prima della morte, in pie­na agonia, una giornalista di Rai 3 Friuli e un fotografo trascorro­no nella stanza di Eluana ripren­dendone gli affanni.
Ci avevano detto che Eluana non avrebbe sofferto, e veniamo a sa­pere che morì tra gli spasmi, con 42 di febbre. Che da molti anni pesava 65 chili. Che risultava «obiettivamente in buone condi­zioni generali e di nutrizione, con respiro spontaneo e valido, vigile durante buona parte della giornata». Che da due anni ave­va di nuovo «il mestruo». Che l’alimentazione col sondino «non aveva mai dato complican­ze » e i «parametri vitali si erano sempre mantenuti stabili, la pa­ziente non ha presentato mai patologie ad eccezione di spora­diche bronchiti-influenzali, prontamente risolte con
antipi­retici ». Ce l’avevano descritta co­me un corpo ‘inguardabile’, u­na vista ‘devastante, piagata dal decubito, magra come uscita da un campo di concentramento’.
È pure calva, aggiunse Roberto Saviano… ‘Ha capelli neri, cute liscia ed elastica, corpo normale, nessun decubito’, recita ora l’autopsia.
Ma lo attesta il perito: «Le disposizioni sono state mi­nuziosamente seguite»

 Una persona viva, sofferente, malata, ma viva viene uccisa da un protocollo "le cui disposizioni sono state minuziosamente seguite" ed annotate. Un giudice decide se una persona ha diritto di vivere oppure no. Questo è un mondo che non condivido. Un mondo non cristiano, dove il valore di una persona non è intrinseco alla persona stessa, ma legato ad una sua capacità di produzione e di salute mancando la quale la persona perde il diritto a vivere. Togliendo Cristo dallo sguardo, è l'umano stesso ad essere minacciato.
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lunedì 18 gennaio 2010

Quando il desiderio diventa "diritto esigibile" (Contributi 230)

Per rimanere sull'argomento ecco l'editoriale di SamizdatOnLine

Non può passare sotto silenzio la sentenza della magistratura che ha, di fatto, annullato la legge 40 sulla tutela della vita. Alcuni giudici sembrano proprio voler ribaltare le leggi sulla cui applicazione dovrebbero invece vigilare; se non serve neanche approvare una legge e sostenerla in un referendum, cosa ci resta per difendere la vita? SamizdatOnLine


E adesso chi fermerà le tentazioni di scartare figli?
Assuntina Morresi - Avvenire

Il desiderio di dare un fratello a un figlio già nato, da una parte; la probabilità altissima che il bambino nasca destinato in breve a morire, dall’altra. E intanto un altro figlio morto pochi mesi dopo la nascita, e alcuni aborti volontari perché i nascituri avevano già la stessa, terribile malattia: l’atrofia muscolare spinale di tipo 1. Una storia di lutti e dolore, di fronte alla quale un giudice di Salerno ha deciso di applicare una legge che non c’è per sostenere la coppia nel desiderio di avere un secondo figlio che non avesse ereditato la stessa patologia.
Una legge che non c’è, dicevamo: perché per poter accedere alle tecniche di fecondazione assistita e selezionare l’embrione sano fra quelli malati, come consentito dal tribunale, secondo la legge italiana la coppia avrebbe dovuto essere sterile o infertile (a differenza di quella in questione) e la diagnosi preimpianto non sarebbe stata da vietare, come invece è adesso.
Una sentenza ipercreativa, insomma, che ha modificato impunemente in un sol colpo il risultato di un voto parlamentare raggiunto dopo anni di lavoro e quello di un referendum: tale è la potenza dei giudici, a quanto pare, e ci chiediamo che senso abbia il lavoro paziente nelle aule di Camera e Senato quando la solerzia e la fantasia di un magistrato riescono così velocemente a sostituirsi al potere legislativo e pure alla Corte Costituzionale che, eventualmente, sarebbe stata l’unica legittimata a pronunciarsi.
La legge 40, che la sentenza di Salerno ha violato, non consente la scelta dell’embrione su base genetica, perché ogni selezione di questo tipo è eugenetica, indipendentemente dalle motivazioni che possono essere addotte. Una volta ammessa infatti la possibilità di produrre un certo numero di embrioni per selezionarne alcuni e scartarne altri, come avviene con la diagnosi preimpianto, chi decide quali sono le malattie gravissime che legittimerebbero la scelta e quelle che invece sono considerate accettabili? Fra le decine di embrioni che si dovranno generare per essere sicuri di ottenerne qualcuno sano non si cercheranno anche altre patologie, oltre a quelle mortali? In altre parole: chi cerca il figlio sano, e vuole escludere terribili malattie come l’atrofia muscolare o la fibrosi cistica, accetterà il rischio di avere embrioni affetti da sindrome di Down o con certi tipi di patologie cardiache, ad esempio, o vorrà invece cercare pure quelli per scartarli, visto che c’è la possibilità? Chi decide l’elenco delle malattie da individuare? Chi fisserà il limite? E di quale tipo sarà?
In Gran Bretagna alcune associazioni di persone affette da sordità hanno condotto una lunga battaglia per poter impiantare anche embrioni con lo stesso handicap: «Quali embrioni debbano essere scelti per l’impianto deve rimanere una decisione degli individui e dei loro medici» hanno rivendicato, ritenendo che la condizione di sordità (che conoscono bene per esperienza diretta) sia semplicemente quella di una minoranza che vive in modo diverso dagli altri, e che va dunque difesa dalle discriminazioni.
Quando il desiderio – legittimo e comprensibilissimo – di avere un figlio diventa un diritto esigibile l’inevitabile passo successivo è un ulteriore diritto: quello ad avere un figlio sano (o con caratteristiche precise) e quindi di poterselo scegliere, con criteri sempre più discrezionali. Un figlio subordinato a una selezione genetica, un figlio 'a condizione': una contraddizione in termini, che dovrebbe far ripensare al significato, alla responsabilità e al valore di mettere al mondo un bambino. Se possibile, non a ogni costo.
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Eugenetica (perchè non è questione di cellule) - (Contributi 229)

Quando i capelli del mio capo erano più numerosi e di un colore un po' più uniforme dell'attuale (che tende lentamente ma inesabilmente al bianco) una canzone di un cantautore importante recitava nel suo ritornello "non è questione di cellule" anticipando di circa 30 anni un dibattito oggi in voga. Il figlio su misura, preconfezionato con occhi, altezza, capelli stabiliti in laboratorio, sano, immune da malattie, forte e bello. Un egoistico piccolo delirio di onnipotenza in fondo.. Nel post precedente si accennava alla coppia di Salerno e alla sentenza che li riguardava. Ora facciamo un passo di ragionamento in avanti. L'articolo che segue, di Gianfranco Amato è tratto da Il Sussidiario e ne tratta meglio di quanto ne potrei fare io:

Via libera al figlio perfetto: l’ultima sentenza choc del tribunale di Salerno

Soltanto una prospettiva di individualismo esasperato può tradurre un desiderio in diritto. E una simile prospettiva è capace di generare ingiustizia quando l’oggetto del desiderio implica violazione dei diritti di altri soggetti. Un figlio non può essere considerato come mera “proprietà” dei genitori, e questo vale fin dal concepimento. Né può essere considerato un “oggetto” necessario alla realizzazione di una coppia, da ottenere non con un atto d’amore ma attraverso l’esito positivo di un’operazione tecnica.
Il cosiddetto “diritto di procreazione”, in realtà, rischia di tradursi nella proiezione egoistica di un capriccio. Solo così, infatti, può giustificarsi, ad esempio, il ricorso alla fecondazione assistita per una coppia di donne omosessuali, o l’inseminazione artificiale di una donna con il seme congelato del marito defunto, o il figlio in provetta per le ultrasessantenni. Sembrerebbero, queste, aberrazioni teoriche ma, in realtà, lo scorso luglio qualcuno ha cominciato a riflettere quando si è appresa la notizia che in Gran Bretagna la signora Maria Bousada De Lara è morta di cancro all’età di 69 anni lasciando soli due gemelli di due anni, ottenuti attraverso il ricorso alla fecondazione assistita per realizzare il suo egoistico desiderio di maternità.
Ripensando a quell’episodio, mi sono venute in mente le parole del cardinale Caffarra quando ha avuto il coraggio di affermare, senza mezzi termini, che «nessuno possiede il diritto ad avere un figlio, a qualunque costo e in qualunque modo», perché «si ha diritto ad avere “qualcosa”, mai ad avere “qualcuno”». E, citando Bruno Fasani, lo stesso cardinale ha spiegato: «Un figlio non può essere una sorta di peluche che riempie i vuoti affettivi, che scavalca fittiziamente i limiti imposti dalla natura, che spezza solitudini senza prospettive di soluzione».
La riduzione della genitorialità a mero fattore biologico, a questione di Dna, significa immiserire il rapporto filiale, riportandolo alla concezione ottocentesca dello jus sanguinis. Una sorta di riduzionismo genetico come nuova versione del riduzionismo biologico di Cesare Lombroso. Davvero un bel passo avanti per i progressisti della società moderna ed evoluta.
L’uomo, in realtà, è più della somma dei suoi geni. Ce lo ha ricordato Francis Collins, il padre del genoma umano, quando il 26 giugno 2000, in una conferenza stampa tenuta alla Casa Bianca pronunciò al mondo intero, appunto, la celebre frase: «We are clearly much, much more than the sum total of our genes».
Essere genitori non è, quindi, una questione di geni. La Chiesa, ad esempio, da secoli sussurra all’orecchio dei suoi figli che l’uomo è capace di una fecondità che non è riducibile solo a quella carnale. «È per questo - ricordava don Luigi Giussani, il fondatore di Cl - che un uomo e una donna che non hanno figli e che ne adottano sono veramente padri e madri nella misura in cui educano un figlio. Molto più della grande maggioranza che getta fuori dal ventre il figlio e non si cura del suo destino». Davvero non è una questione di geni.
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domenica 17 gennaio 2010

Il relativismo colpisce ancora (Contributi 228)

Pubblico e vi propongo un articolo di Renzo Puccetti (specialista in Medicina Interna e segretario del Comitato "Scienza & Vita" di Pisa-Livorno) arrivatomi grazie a Zenit.

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La cronaca di questo inizio 2010 offre abbondante materiale per una riflessione bioetica sul senso e la percezione della dignità umana. L'11 gennaio veniva comunicata la decisione del giudice per le indagini preliminari di archiviare il procedimento di accusa per omicidio volontario rivolto al medico che ha diretto l'intervento di disidratazione di Eluana Englaro; insieme al medico erano prosciolti dall'accusa di concorso in omicidio l'intera équipe che aveva partecipato all'esecuzione del protocollo. Secondo il giudice, «La prosecuzione dei trattamenti di sostegno vitale di Eluana Englaro non era legittima in quanto contrastante con la volontà espressa dai legali rappresentanti della paziente, nel ricorrere dei presupposti in cui tale volontà può essere espressa per conto dell'incapace».

Il 12 gennaio i media riportavano la denuncia del padre di una bambina affetta da sindrome di Down recapitata al quotidiano locale di Treviso. Un avventore, disturbato dal gioco della bambina, avrebbe detto a voce alta: "Quando si hanno dei figli mongoli è meglio restarsene a casa".
Il 14 gennaio dai giornali si apprendeva che un magistrato in servizio a Salerno aveva autorizzato una coppia fertile e portatrice di una grave patologia degenerativa muscolare a ricorrere alla fecondazione artificiale e alla selezione dei figli allo stato embrionale mediante la tecnica della diagnosi pre-impianto. Secondo il giudice autore del provvedimento, «Il diritto a procreare verrebbe leso da un'interpretazione delle norme che impedissero il ricorso alle tecniche di procreazione assistita da parte di coppie, pur non infertili o sterili, che rischiano concretamente di procreare figli affetti da gravi malattie, a causa di patologie geneticamente trasmissibili. Solo la PMA attraverso la diagnosi preimpianto, e quindi l'impianto solo degli embrioni sani, mediante una lettura 'costituzionalmente' orientata dell'artico 13 della legge citata, consentono di scongiurare tale simile rischio».

Si tratta di tre episodi che, seppure connotati da differenze e specificità evidenti, presentano un sottile filo che li unisce: la negazione della dignità dell'essere umano debole e debolissimo. Vediamo di chiarire il concetto.


Il caso di Eluana Englaro è ben noto. L'ultimo capitolo della saga giunge dal versante della giustizia penale ed afferma che la prosecuzione dei trattamenti di sostegno vitale era illegittima. Non si vuole qui considerare la perplessità che sorge dalla percezione di subalternità del giudizio penale nei confronti del precedente giudizio civile, né dalla preoccupazione che, sulla base del decreto del GIP, si potrebbe paradossalmente immaginare una condotta "illegittima" di quei medici che per lunghi anni (ed anche dopo il decreto della corte di appello civile di Milano) hanno operato somministrando i trattamenti di sostegno vitale alla paziente. No, qui quello che interessa è considerare come alla base dell'azione di colui che ha promosso l'iter procedurale che si è concluso con la morte della ragazza vi fosse, oltre alla rivendicazione di un diritto all'auto-determinazione delegata, l'attribuzione di mancanza di dignità nella condizione di vita di Eluana Englaro e nel modo stesso di assisterla.[1] La stessa Corte di Cassazione nel dispositivo sul caso Englaro ha citato la parola "dignità" per undici volte, affermando sì la piena dignità della persona in stato vegetativo, ma al contempo sancendo il principio che la sottrazione della vita con attributi soggettivi di indegnità è un diritto esigibile. Il riferirsi in tali casi al diritto alla libertà di cura rivela la propria natura di mero espediente. Molti commentatori internazionali infatti, peraltro non riconducibili alla morale cattolica, sostengono che l'interruzione dell'idratazione e nutrizione assistita nei pazienti in stato vegetativo può essere esclusa dagli atti eutanasici solo ricorrendo a sofismi, [2];[3];[4] dal momento che l'unico fine che si intende raggiungere con una tale condotta è la morte della persona assistita.

Nel caso della bambina affetta da sindrome di Down, è successo che un signore si è sentito disturbato da quella bambina ammalata nel suo diritto a condurre in condizioni di benessere la sua giornata. Il concetto di salute accreditato presso le istituzioni sanitarie mondiali sin dal 1948 (è stato ricordato altre volte in questa rubrica) secondo cui la salute non è la semplice assenza di malattia, ma uno "stato di completo benessere fisico, mentale e sociale", col suo grado di espansione indefinita, consente di identificare come una minaccia alla salute qualsiasi turbativa anche solo potenziale. La quasi totalità degli aborti nelle Nazioni occidentali viene autorizzata legalmente sulla base di un diritto alla tutela della salute da parte della donna. Quasi sempre si tratta di una minaccia alla salute psichica della madre, già di per sé più difficilmente obiettivabile, ma i cui contorni sono divenuti del tutto indefiniti quando si è proceduto a recepire in modo automatico, formale e passivo quanto attestato dalla donna stessa a cui in fin dei conti è stato demandata ogni decisione attraverso una sorta di autocertificazione. Qualche numero può aiutare a comprendere le dimensioni del fenomeno. In Inghilterra e Galles, nel periodo 2007-8 dei 1843 casi di sindrome di Down ne sono stati diagnosticati prima della nascita 1112. Di questi solo il 4,8% è stato fatto nascere, perché 92,8% è stato abortito in modo volontario.[5] In Italia dati qualitativamente equivalenti si possono ricavare dalla Toscana, una regione dove la diagnostica prenatale è molto diffusa. Nel 2007 sono nati 15 bambini affetti da sindrome di Down, mentre 26 (pari al 66%) sono stati abortiti. Il numero non è riportato, ma è verosimile che, come in Inghilterra, i bambini che sono nati siano in gran parte sfuggiti alla diagnosi prenatale. Queste procedure non solo vengono tollerate, ma, in nome del diritto alla salute, sono finanziate direttamente dallo stato e promosse sui media e nei consessi sovranazionali quali fondamentale diritto umano, il cui accesso deve essere garantito a tutti. Essendo persona semplice, qualcuno mi dovrebbe spiegare perché la madre può sopprimere il figlio per tutelare il proprio "stato di completo benessere fisico, mentale e sociale", mentre l'avventore del locale, che non ha certamente maggiori obblighi, non potrebbe fare le proprie rimostranze se percepisce la propria "salute", così intesa, deteriorata. Si tratta di un discorso evidentemente e volutamente paradossale; ogni lettore avrà ben capito che chi scrive è completamente dalla parte della bambina e dei suoi genitori, ma l'esserlo presuppone il riconoscimento previo della dignità inalienabile ed incondizionata di quella bambina proprio in quanto essere umano, il riconoscimento della dignità e con esso al diritto alla vita di ogni essere umano, a prescindere da qualsiasi attributo. Come osserva il prof. Pessina, l'umanità è la comune stoffa di cui tutti siamo fatti. La condanna morale del comportamento del greve avventore del locale, l'indignazione per quella frase riprovevole reclamano quale pre-condizione il riconoscimento di un'oggettività morale negata dal relativismo etico. Come scrive il senatore Pera, a causa della sospensione del giudizio, se vuole essere coerente "il relativista o diventa muto o alza le mani".[6]

Si giunge così al caso della coppia portatrice di una forma molto grave di distrofia muscolare (con sopravvivenza nei casi di malattia non superiore ad un anno di vita), che si legge, dopo avere avuto un figlio concepito naturalmente, nato sano ed attualmente in perfetta salute e tre figli diagnosticati prima della nascita essere affetti dalla malattia e quindi abortiti, si è rivolta al giudice per essere autorizzata a sottoporsi ad una procedura di fecondazione artificiale prevedendo la selezione degli embrioni sani (ed ovviamente la eliminazione di quelli malati). Di nuovo non interessa qui esprimere lo sdegno per comportamenti che rendono manifesta la massima hobbesiana "non veritas, sed auctoritas facit legem", non si vuole sottolineare la gravità di decisioni assunte da chi, pur chiamato a rispettare e servire la legge, nel silenzio di tanti prezzolati difensori delle istituzioni e della legalità, interpreta la legge in senso contrario allo spirito ed alla lettera della legge senza neppure sentire il dovere di rimettere la questione agli organi competenti. No, di nuovo queste considerazioni su fatti pur gravissimi non è quanto voglio evidenziare in questo intervento. Piuttosto mi preme sottolineare come la cultura che discrimina il malato, in collaborazione con le possibilità offerte dalla tecnica, stia marciando trionfalmente verso l'eliminazione dell'indesiderato inerme. Pur nella umana solidarietà per la sofferenza indubbia dei genitori, si è in dovere di affermare la verità, affrancandola dalla cortina dell'intenzione, liberandola dal giogo delle circostanze (chi non desidererebbe per tutti i genitori figli in perfetta salute?) mostrando l'oggetto morale dell'azione, andando al cuore della questione rispondendo alla domanda: "Che cosa fai?". La risposta è in re ipsa, la selezione di esseri umani viventi sulla base della loro salute fisica e la loro eliminazione in caso di inadeguatezza ad uno standard fissato. Questa deriva ius-positivista è quanto il relativismo etico sta mettendo nel piatto dell'uomo del terzo millennio. Se "questo è vero e questo è falso, questo è bene e questo è male" sono cose che non si possono più dire, allora la violazione della massima aurea (non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te) e dell'imperativo morale kantiano (agisci in modo da trattare sempre l'umanità, così nella tua persona come nella persona di ogni altro, sempre come un fine, e mai come un mezzo) non sosterranno più la civiltà occidentale, non potranno essere più invocati dal debole; che il lupo abbia il ventre sazio sarà allora la sua unica speranza.
Ci si attende da quanti percepiscono il baratro sempre più prossimo e sopportano il pesante onere della responsabilità qualcosa di più che non qualche accorata dichiarazione di denuncia.

[1] Cfr. Istanza del tutore, Tribunale di Lecco, 18.1.1999
[2] McLean SAM. Legal and ethical aspects of the vegetative state. J Cin Pathol 1999; 52: 490-3.
[3] Paul J. Withholding food and fluids is justifiable only for terminally ill. BMJ 1999;318:1415.
[4] Cameron-Perry JE. Withholding food and fluids is justifiable only for terminally ill. BMJ 1999;318:1415. http://www.bmj.com/cgi/eletters/318/7195/1415#3253
[5] Morris JK, Alberman E. Trends in Down's syndrome live births and antenatal diagnoses in England and Wales from 1989 to 2008: analysis of data from the National Down Syndrome Cytogenetic Register. BMJ. 2009; 339: b3794.
[6] M. Pera. Perché dobbiamo dirci cristiani. Ed. Mondatori, Milano, 2008. p. 114.
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L’inferno di Haiti e il Paradiso (Contributi 227)

Antonio Socci da “Libero”, 16 gennaio 2010 (leggi da blog)

Basta un piccolo starnuto del pianeta, in un minuscolo francobollo di terra come Haiti, e sono spazzati via migliaia di esseri umani. Anche un microscopico virus è in grado di uccidere milioni di persone. Sono tutte manifestazioni di una stessa fragilità, di uno stesso destino. Tutti documenti della nostra misera condizione mortale.

C’è una sola “malattia”, trasmessa per via sessuale, che porta inevitabilmente alla morte l’umanità intera e non ha cure possibili. Non è l’Aids. Ne siamo affetti tutti, ad Haiti come qui. Si chiama: vita.
E’ una “malattia” anche stupenda (per questo la scrivo fra virgolette), è una “malattia” che amiamo, a cui stiamo attaccati con le unghie e con i denti. Ma solitamente non riflettiamo sulla sua natura effimera e quindi l’amiamo in modo sbagliato, dimenticando che dobbiamo scendere alla stazione e siamo destinati a un’altra dimora.
Quando arrivano grandi tragedie, personali o collettive, apriamo gli occhi sull’estrema fragilità della nostra esistenza e – svegliandoci – ci sentiamo quasi ingannati. Come se non sapessimo che siamo di passaggio.
Sì, siamo tutti malati terminali. Ma noi dimentichiamo di essere sulla soglia della morte dal primo istante di vita. Lo rimuoviamo.
Anzi, quasi tutto quello che facciamo ogni giorno ha questa segreta ragione: farci dimenticare il nostro destino, esorcizzare la morte, preannunciata dalla decadenza fisica, dalle malattie, dalla sofferenza, dal dolore altrui. Distrarci, come diceva Pascal: il “divertissement”.
Ormai la nostra mente è organizzata come un vero e proprio palinsesto televisivo: c’è la mezz’ora dedicata alla tragedia di Haiti dove magari si chiama a parlarne non i missionari, non organizzazioni come l’Avsi che da anni lavorano in quelle povere terre, ma Alba Parietti e Cristiano Malgioglio. Poi, subito dopo, il telecomando passa ai quiz, alle ballerine sgallettanti, alle chiacchiere (politica o sport) eccetera.
Tutti modi – si dice – “per ingannare il tempo”. In realtà per ingannare noi stessi, per dimenticare il destino . Perché il nostro insopprimibile desiderio è di vivere sempre, è di essere felici, e ci è insopportabile l’idea della morte e dell’infelicità.
Così, anche quando parliamo seriamente di tragedie come quelle di Haiti, con la faccia compunta, tocchiamo tutti i tasti fuorché quello.
Parliamo dell’emergenza (e va bene), degli aiuti da mandare (e va benissimo), della miseria di quei luoghi (verissima), poi varie storie e considerazioni, finché uno guarda l’orologio perché deve andare al tennis, un altro sbircia il telefonino e un altro ancora sussurra al vicino “ma quand’è che se magna?”.
Ricomincia il tran tran. E gli affanni. E l’ebbrezza di essere padroni della nostra vita. E le illusioni. Eppure il più grande “filosofo” di tutti i tempi chiamò “stolto” colui che riempiva il suo granaio illudendosi di poterne godere all’infinito: “stanotte stessa ti sarà chiesta la tua anima…”.
Perché un giorno tutti dovremo rispondere dei nostri atti e di come abbiamo speso il nostro tempo. In quanto la vita è un compito. Anche se ormai gli stessi preti parlano raramente dell’Inferno e del Paradiso a cui siamo destinati.
Pensiamo che inferno e paradiso siano da fuggire o cercare qui sulla terra. “Haiti, migliaia in fuga dall’inferno”, titolava ieri la prima pagina della “Stampa”. Altri giornali raccontavano i “paradisi tropicali” dei turisti a pochi passi dall’orrore haitiano.
Solo la Chiesa ci dice che c’è un Inferno ben peggiore di Haiti (ed eterno) da cui fuggire. E un Paradiso da raggiungere, di inimmaginabile bellezza e gioia, in cui tutte le lacrime saranno asciugate.
Il solo conforto oggi di fronte all’enormità del dolore di tutta quella povera gente e di fronte a tanti morti, è proprio questo: sperarli (e pregare per questo) fra le braccia del Padre, finalmente nella felicità certa, per sempre.
Ma noi, davanti alla nostra stessa morte (che è certa, inevitabile), che speranza abbiamo? Proviamo a rifletterci. Per me la sola speranza autentica è in Colui che ha avuto pietà della sorte umana, Colui che ha il potere vero e che ripagherà ogni sofferenza con un felicità senza fine e senza limiti.
Per questo la Chiesa c’è sempre, dentro ogni prova dell’umanità, dentro ogni “inferno” terreno com’è Haiti (provate a leggere le testimonianze accorate da là dei missionari). C’è per portare agli uomini la compassione di Dio, la sua carezza, il suo aiuto e soprattutto per aprire le porte del suo Regno.
“Ti sei chinato sulle nostre ferite e ci hai guarito” dice un prefazio della liturgia ambrosiana “donandoci una medicina più forte delle nostre piaghe, una misericordia più grande della nostra colpa. Così anche il peccato, in virtù del Tuo invincibile amore, è servito a elevarci alla vita divina”.
E la cosa grande che ci porta Gesù, il Salvatore degli uomini, non è solo questa, ma la resurrezione, la vittoria sulla morte, cosicché nulla di ciò che abbiamo amato andrà perduto.
Diceva don Giussani: “Cristo risorto è la vittoria di Dio sul mondo. La sua risurrezione dalla morte è il grido che Egli vuole far risentire nell’animo di ognuno di noi: la positività dell’essere delle cose, quella ragionevolezza ultima per cui ciò che nasce non nasce per essere distrutto. ‘Tutto questo è assicurato, te lo assicuro, Io sono risorto per renderti sicuro che tutto quello che è in te, e con te è nato, non perirà’ ”.
Come si fa allora a non gioire, anche nelle lacrime? Come si fa a non affidarsi – anche nella tragedia – all’unico che salva?
Voglio dirlo con le parole di san Gregorio Nazianzeno: “Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei una creatura finita. Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole e di quanto la terra fruttifica. Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Nulla, se non Dio. Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita”
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sabato 16 gennaio 2010

A proposito del Grande Ufficiale Augias Corrado (Interventi 14)

Torno a parlare del personaggio di cui al titolo del presente post, nominandolo nel modo corretto, in quanto egli è realmente Grande Ufficiale della Repubblica Italiana (che è un grado importante - mi sono informato - meglio di cavaliere e commendatore, inferiore solo a Cavaliere di Gran Croce).
Quindi non un sciocco qualunque, ma  un sciocco decorato sia in Italia che in Francia dove risulta essere Cavaliere della Legion d'Onore.
Una persona che compirà 75 anni il prossimo 26 gennaio e che non ha mai nascosto la sua simpatia per l'eutanasia (socio onorario dell'associazione libera uscitache confonde, equiparandoli,  i kamikaze islamici con i martiri cristiani e che ultimamente OFFENDE GRAVEMENTE le Suore Misericordine di Como che hanno accudito amorevolmente Eluana Englaro per 15 anni accusandole di essere killer a pagamento disposte ad uccidere per 100 euro.
Torno a parlare di lui per esporre alcuni commenti al post su di lui:
in primo luogo Marina che dice:
leggendo questo fatto ho pensato subito alla vita di Gesù che è stata venduta per trenta denari...
la vita di un'innocente come Eluana, a detta di Augias, con cento euro, sarebbe stata soppressa molto prima e senza tanti problemi.
Ma non c'è da meravigliarsi più di tanto dal momento che Il signor Corrado chiama "cosa" la vita umana...
Per "cosa", in genere, intendiamo un oggetto materiale. Ma tra gli oggetti ci sono quelli di un certo valore ed altri di valore inferiore...nel caso in questione la vita di Eluana, è stata valutata come un oggetto di scarso valore e accudita da Piccole suore di altrettanto scarso valore disposte a vendersi per appena un centinaio di euro.
Offesa più grande non poteva essere fatta a chi per anni, con tanto amore e tanta dedizione ha accudito la povera Eluana nella quale le sorelle misericordine vedevano il volto di Gesù sofferente. Ma il signor Augias ha il cuore troppo duro per comprendere questo modo di pensare... io personalmente provo compassione per la sua grande povertà interiore!
Ma ciò non significa che egli si debba esimere dal fare le scuse alle suore e a tutti noi cristiani che diamo alla vita umana un valore ben diverso dal suo.
E devono essere scuse "toste", perchè l'offesa è stata di proporzioni considerevoli!

Personalmente non posso che essere d'accordo con tutto quanto esposto nel commento di cui sopra e dire che il compito di un cristiano è, una volta evidenziato e denunciato il male e l'errore, pregare per il peccatore affinchè il soffio dello Spirito possa essere da lui recepito ed accolto. (Fra questi errori e peccati non bisogna scordarsi il signor Napolitano Giorgio che si è rifiutato di firmare un decreto che avrebbe potuto salvare la vita di Eluana). Ma veniamo agli altri interventi, rispettivamante di Lucio (non ho altri riferimenti che questo nome) e Maria
L Corrado Augias é un talebano ateo e laicista e non perde occasione per attaccare la Chiesa e i cattolici. Questa volta ha detto delle cose talmente gravi da meritarsi una denuncia. Da parte mia ho inviato una mail di protesta alla Rai perchè siamo stufi di sentirci offendere tramite un servizio pubblico che paghiamo con il canone. Facciamoci sentire!

M Se non ricordo male, Augias ha già pronto il suo bel "contrattino" della buona morte, in non so quale clinica estera. Applicando il sillogismo, allora dovremmo dire che ritiene la sua stessa vita una "cosa" da far finire con "100" euro??????

Incomincio da Maria per dire che è probabile che abbia ragione, è probabile che (per non fare nomi) la Svizzera sia pronta ad accogliere il nostro blasonato amico nella deprecabile ipotesi la sua salute abbia a peggiorare. Ma tornando a quanto dicevo prima io auguro al Grand Ufficiale Corrado di conservare invece quel poco di coscienza che possa permettere di accogliere con stupita commozione l'amore di Dio che egli ha invece sinora contrastato, rifiutato e insultato e di lasciarsi abbracciare in un perdono che lo rigeneri umanamente.
Venendo all'amico Lucio, capisco il suo rammarico e la sua contrarietà, segno che (buon per lui) è ancora in giovane età, ma come ho avuto modo di dire nella risposta ai commenti, la sola cosa che sta a cuore ai capi rai o mediaset sono gli ascolti per cui possiamo sì protestare per un programma che ci offende (tanto non ci ascoltano, sanno che non siamo come gli islamici che giocano con l'esplosivo, noi ci possono umiliare come vogliono che abbiamo il perdono nel dna) ma oltre a questo smettiamola di guardare certi programmi che sono realmente offensivi per la morale. Basta Augias, Santoro, De Filippi ecc. possiamo cominciare a vedere programmi utili alla mente e allo spirito (o in assenza di questi - cosa probabile - leggere).
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venerdì 15 gennaio 2010

Fiammetta ci racconta Haiti 3^ parte (Contributi 226)

Propongo all'attenzione dei lettori la terza (la seconda la trovate come link sulla sinistra, la prima in un post precedente) comunicazione di Fiammetta (la cooperante AVSI di Haiti).
La notizie in presa diretta sono le migliori, specie se arricchite da uno sguardo di speranza:


L’ultima giornata l’abbiamo trascorsa prima a rintracciare il nostro personale nelle due bidonvilles Cité soleil e martissant; di alcuni non conosciamo ancora la sorte, mentre altri sono felicemente ricomparsi sani e salvi; purtroppo abbiamo avuto la prima certezza di una perdita tra le nostre file: Junior, un giovane mediatore comunitario. Era molto capace, sempre allegro.

Poi abbiamo lavorato alle emergenze, anzitutto quella sanitaria e quella igienica. I corpi, infatti, giacciono ovunque. A Cité soleil abbiamo allestito un primo tendone di accoglienza. I senzatetto sono innumerevoli. Iniziamo dai bambini, perduti, soli. Stiamo procurando altri tendoni, materassi, coperte e generi di prima necessità.
Cominciamo ad avere riferimenti nelle Nazioni Unite: abbiamo conosciuto la sorte di alcuni amici e colleghi e alcuni destini tragici. Il dolore è forte, pensare a quei volti ci mette grande tristezza. Abbiamo buone notizie dai Camilliani; Padre Gianfranco Lovera e i fratelli sono in piedi, il loro ospedale è pieno di gente.
Una giornata tremendamente intensa, anche se complessivamente oggi la situazione pare essere stata meno caotica, forse perché abbiamo ritrovato alcuni punti di riferimento: la minustah è operativa. Non abbiamo visto episodi di sciacallaggio, ci pare che le persone siano shockate, sgomente, ma attente agli altri. Vedremo nelle prossime ore.
Dalla Farnesina ci hanno comunicato la possibilità di evacuare. Ora, non ci penso proprio. Guardavo il mio piccolo Alessandro. Chissà cosa lo aspetta. Ma la nostra grande speranza non crolla, anzi cresce. Affermare la vittoria della vita sulla morte e ricostruire l’umano è ora il nostro compito qui.
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