Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

domenica 28 febbraio 2010

Non c'è fede senza rischio (Interventi 18)

Vi presento un nuovo testo di Don Luciano che trovo molto adatto come spunto per vivere questa Quaresima:

Alcuni amici appartenenti a una Congregazione religiosa che opera qui in Kenya mi hanno invitato a pranzo. Di solito non mi aspetto di essere ispirato mentre mangio, ma quel giorno vidi qualcosa che mi diede da pensare, tra una forchettata di riso e la verdura. C'era un poster sbiadito alla parete, messo lì chissà quanto tempo prima. Era la foto di due scalatori vicini alla vetta di una cima alpina da brivido, in pieno sforzo per raggiungerla. Ma era la scritta sotto quella che mi colpì. "Una conquista senza rischio è un trionfo senza gloria".



E' una frase che va bene non solo per gli scalatori - ma per qualsiasi cosa per cui sia degno vivere. Se non c'è rischio non c'è nemmeno una vittoria significativa, e allora è un trionfo senza gloria. Poco rischio, poco profitto. Alto rischio, alto guadagno. E' un principio che è il motore della grandezza spirituale - o della mediocrità spirituale.

Nel libro dei Numeri, al capitolo 13, la conquista da fare non era una montagna - era la Terra Promessa, la terra di Canaan, che Dio aveva promesso al suo popolo Israele. Solo che era abitata da tribù guerriere che non avevano nessuna intenzione da darla agli Israeliti. E Israele può sperimentare tutto quello che Dio ha promesso loro, solo se confida in Lui al punto tale da correre un grande rischio. E anche per te vale la stessa identica cosa.
Erano stati inviati dodici esploratori in avanscoperta nella terra di Canaan, ed essi ritornano esaltando la favolosa bellezza e la fertilità di quella terra. Ma dieci di quegli esploratori hanno deciso di focalizzare la loro attenzione sul rischio, mentre gli altri due sul Signore, che aveva promesso loro quella terra. La faccenda finisce con il coinvolgere tutto il popolo di Israele: ha più importanza il rischio che si corre o le promesse che ci ha fatto il Signore? Leggiamo quanto sta scritto in Numeri 13,30 e seguenti.
«Caleb [uno dei 12 esploratori] calmò il popolo che mormorava contro Mosè e disse: "Andiamo presto e conquistiamo il paese, perché certo possiamo riuscirvi". Ma gli uomini che vi erano andati con lui dissero: "Noi non saremo capaci di andare contro questo popolo, perché è più forte di noi". Screditarono presso gli Israeliti il paese che avevano esplorato, dicendo: "Il paese che abbiamo attraversato per esplorarlo è un paese che divora i suoi abitanti; tutta la gente che vi abbiamo notata è gente di alta statura; vi abbiamo visto i giganti, figli di Anak, della razza dei giganti, di fronte ai quali ci sembrava di essere come locuste e così dovevamo sembrare a loro"».
Magari ti ricordi anche come è andata a finire. Il popolo di Israele ha preferito dare ascolto ai dieci esploratori che dicevano: "Il rischio è troppo alto". E nessuno di loro vide la Terra Promessa. Hanno scelto quello che era sicuro, e sono finiti vagabondando per 40 anni nel deserto. Molti di noi hanno fatto nella loro vita scelte simili a quelle di Israele. E siamo vissuti abbastanza per vederne le stesse tragiche conseguenze.

Forse in questo periodo della tua vita il Signore ti sta chiedendo di seguirLo in un territorio rischioso. Se gli obbedisci forse devi andare incontro a un rischio finanziario, a un rischio geografico, a un rischio sociale, al rischio di un figlio in più, o fare qualcosa che ti scaraventa fuori dal tuo confortevole nido. Di fatto, ogni obbedienza seria al Signore comporta sempre un rischio. Ma il grande pericolo non sta nel seguire il Signore in territori "rischiosi"; il grande pericolo è nel non obbedire al Signore perché non vuoi rischiare. Non arriverai mai sulla cima della montagna. Ti perdi il meglio che Dio ha in serbo per te.


Forse ti sei piazzato nel tuo piccolo campo-base ai piedi della montagna. Sei al sicuro, ma non godrai mai della visione che puoi avere dalla vetta se rimani dove sei sempre stato. Puoi rischiare senza paura se ti rendi conto che le situazioni non dipendono da te - sono nelle mani del Signore, che è con te dovunque tu vada. Te lo ha promesso Lui stesso: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra... Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Matteo 28,19.20). Rischiare vuol dire essere generosi con il Signore perché ci si fida di Lui. Egli è con te anche se ti sta guidando in territori che ti sembrano poco sicuri.


La conquista, il trionfo, la gloria di vivere con Gesù è per quelli che sono disposti a rischiare!
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto


don Luciano
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Trasfigurarci in Cristo Gesù (Contributi 255)

La trasfigurazione di Gesù Cristo è un grande insegnamento per noi, giacché anche noi dobbiamo trasfigurarci per Lui ed in Lui in novelle creature. Egli ci ha già redenti e la sua misericordia ci ha arricchiti, ma noi dobbiamo accoglierla e renderla vita della nostra vita per i Sacramenti, e soprattutto per la SS. Eucaristia. L’Altare e il monte sul quale dobbiamo ascendere pregando e dove, ricevendo dobbiamo trasfigurarci.



Egli viene in noi e ci trasfonde la sua vita; in quei preziosi momenti noi rifulgiamo innanzi a Dio, e, se potessimo scorgere sensibilmente quello che accade in noi, ci vedremmo tutti luce e splendore in un mondo che giace perennemente nella notte del peccato. Le nostre potenze interne sono e dovrebbero essere testimoni e adoratrici del prodigio di amore che in noi si compie, ma dolorosamente sono come assonnate, e poco o nulla se ne accorgono. Occorre risvegliarle perché sappiano farsi vivificare ed attirare soprannaturalmente. A somiglianza di Pietro, il nostro durissimo cuore pretende solo un tabernacolo di felicità ed accoglie Gesù nella speranza di beni terreni; ma, come Pietro, il nostro cuore non sa quello che desidera e dice, perché non pensa che noi non siamo di questo mondo.


È buona cosa per noi lo stare qui, disse S. Pietro, e si capisce bene; ma aveva egli dimenticato la grande lezione di Gesù sul rinnegamento di sé e sul portare ogni giorno la Croce? Non si giunge all’eterna pace ed all’eterna trasfigurazione se non si è prima trasformati dalla prova e dal dolore. Nella prova purificante il nostro spirito s’illumina e gli abiti interiori dell’anima s’imbiancano; l’anima allora conversa nei cieli e diventa veramente figliuola adottiva di Dio, per Gesù Cristo ed in Gesù Cristo.


Pensiamolo bene: il nostro monte di trasfigurazione e il Calvario giornaliero della vita e dobbiamo essere grati al Signore quando ci fa degni di portarci su questa santa altura che eleva veramente la nostra vita. È buona cosa per noi lo stare nelle altezze della divina Volontà, poiché compiendo ciò che Dio vuole diventiamo oggetto della sua compiacenza. O nel fervore, o nella gioia, o nell’aridità, o nelle pene, come a Dio piace, perché Egli solo conosce quello che ci è utile per trasfigurarci in cantici viventi della sua gloria.


O mio Signore, traimi sempre dove Tu vuoi, fa’ che io compia ciò che a Te piace, inebriami della tua Volontà e rendimi in essa novella creatura rifulgente del tuo amore.
(Don Dolido Ruotolo)
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Il mistero delle tentazioni di Gesù nel deserto (Contributi 254)

Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, essendosi assoggettato a tutte le nostre pene, volle ancora subire le tentazioni di satana. S. Luca dice chiaramente al vers. 13 che il diavolo, dopo averlo tentato nel deserto, si allontanò da Lui per ritornare in altro tempo, o come dice il testo greco: Fino ad un tempo propizio. Questo indica che Gesù non subì solo la tentazione nel deserto e che satana, benché sconfitto, ritornò altre volte all’assalto contro di lui. Nell’Orto del Getsemani e nella Passione lo assalì certamente, non solo nell’interno dell’anima, ma anche servendosi degli uomini perversi che lo tormentarono; lo si rileva dal contesto medesimo degli Evangeli, dall’angustia che manifesto Gesù nell’Orto e dalla crudeltà dei suoi nemici, inspiegabile senza una intensa suggestione diabolica.


È impressionante il fatto che Egli, pieno di Spirito Santo dopo il Battesimo del Giordano, sia stato assalito da satana. Lo Spirito, certamente lo Spirito Santo, lo condusse nel deserto per prepararlo all’imminente ministero pubblico, e, proprio quando era ripieno di grazie particolari nella sua SS. Umanità, subì la tentazione.

Satana gli girò attorno fin dalla nascita, perché sospettava che fosse il Messia; cercò farlo sopprimere dall’empio Erode, e poté anche influire sinistramente sui Betlemiti, prima che nascesse, per renderli ostili o duri di cuore verso la Sacra Famiglia. Quando poi s’accorse dalla vita di Lui e dalla pienezza dello Spirito Santo che non era un uomo come gli altri, tentò sviarlo, per la stessa maligna invidia con la quale sviò Adamo. Era logico che il secondo Adamo non fosse esente dalle tentazioni, dovendo Egli riparare le spaventose conseguenze della prima tentazione.


È un grande conforto questo per le anime pie, che spesso nelle tentazioni si disorientano, e non sanno capire come la pienezza delle grazie particolari che hanno porti in loro lo scompiglio delle suggestioni più brutte da parte di satana. Si ripete in loro, membra più vive del Redentore, quello che avvenne a Lui medesimo per nostra istruzione e per nostro conforto.


Il calore non attrae subito le correnti fredde? Gli strati caldi si elevano e gli strati agghiacciati si precipitano sulla fiamma. Or satana, come gelo di morte, si precipita dove vede ardere una fiamma più intensa, non per assorbirne il calore ma per spegnerla, giacché, nel suo orgoglio, crede che il suo stato di morte sia preferibile a quello della vita, e nella sua ira funesta ha invidia della felicità che porta la vera vita. Appena dunque l’anima s’accende, per cosi dire, nello Spirito Santo, satana si precipita per turbarla.


Le tentazioni, perciò, non sono segno di decadimento, ma segno di un’azione più intensa dello Spirito Santo in noi. Tutto sta a non scambiarle per luce, a non crederle ragionamenti di logica, ed a non isolarsi nei tristi pensieri che suscitano, rifiutando la luce che ci viene da quelli che guidano l’anima nostra.


Chi rifiuta la direzione, si aggroviglia nella tentazione, LA RENDE SUA MENTALITÀ, la crede irrefutabile, e si espone al pericolo di farsi ingannare da satana. Come Gesù ricacciò la tentazione con la parola di Dio, cosi l’anima deve ricacciarla con la parola di chi le rappresenta Dio; alla suggestione di un falso ragionamento che le sembra luce deve rispondere non già ragionando ma fulminando satana con la parola che il Signore ci ha detto per il suo ministro.

La pienezza dello Spirito Santo dava all’anima divina di Gesù tale vita, e, diremmo, tale nutrimento interiore, che Egli digiunò per quaranta giorni e quaranta notti. S. Luca ha un’espressione propria del suo Vangelo su questo digiuno, e dice che Gesù non mangiò nulla in quei giorni. Dunque il suo digiuno fu completo. Digiunò per trarre dall’anima sua una fiamma di amore, per ridurre le attività corporali e dare la prevalenza a quelle spirituali, per mortificare il suo corpo divino, immolandolo nella privazione del cibo, e renderlo, poi, nutrimento delle anime nostre. Nel digiuno suo e nella sua penitenza Egli quasi seminò il grano del pane Eucaristico, che doveva poi stritolare nella Passione e lo rese nel suo amore cibo delle anime nostre. La povera mente umana si sente piccola piccola innanzi agli arcani di Dio!



Il digiuno e un’immolazione della propria vita, parziale, si, ma vera; e un sacrificio che si consuma alla presenza di Dio.


Quando s’immolava una vittima la si uccideva; rimaneva però il corpo inerte, testimonianza pubblica e reale che Dio solo e vita, perché fuori di Lui tutto muore. Quando si immolava l’olocausto, si uccideva e si bruciava la vittima, quasi sostituendone la vita con la fiamma, simbolo dell’amore che consuma in noi tutto quello che non e di Dio. Il digiuno e una riduzione della vita corporale, ed un olocausto delle sue tendenze materiali, fatto per amore di Dio. Come riducendo la corrente elettrica la lampadina abbassa il tono della sua luce, quasi morisse, cosi digiunando si abbassa il tono della vita materiale, che diventa in tal modo come immolata alla presenza di Dio.


Per questo il digiuno ha una grande forza impetrativa al cospetto di Dio, e per questo satana cerca ridurlo a minimi termini nella vita spirituale. Aggiungiamo subito, a scanso di equivoci, che il digiuno e strettamente collegato con l’obbedienza, perché se la riduzione della vita corporale e un’immolazione, questa è vana senza l’immolazione dell’anima. Il corpo riduce la sua vita con la privazione, e l’anima quasi esce fuori dalla propria vita corporale con l’obbedienza. Perciò e detto esplicitamente che Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto. Non vi andò di sua volontà, ed aggiunse all’immolazione del corpo quella dello spirito. Aggiungiamo pure che i digiuni, comandati dalla Chiesa, benché così blandi, sono i più belli che si possano fare, perché allora e proprio lo Spirito Santo che per la Chiesa guida l’anima alla penitenza.
(Don Dolindo Ruotolo)

venerdì 26 febbraio 2010

Io non la penso così (Contributi 253)

Un testo per riflettere del Cardinal Newman:

Mio Dio! La gente dice che i tuoi giudizi sono severie i tuoi castighi esagerati.
Ma io non la penso in questo modo.
L'unica esperienza che io ho di te, Signore, e' quella della tua benevolenza e misericordia.
Mi sei venuto sempre in aiuto.
A dispetto delle mie infedelta', tu hai continuato ad amarmi, a favorirmi, a circondarmi di tutte le tue benedizioni, a sostenermi, a farmi progredire.
Pecco contro il tuo amore, e tu me ne dai ancora di piu'.
Mi ribello contro di te, e tu non solo non mi respingi, non solo non me la fai scontare, ma ti mostri ancora piu' gentile, simpatico, accondiscendente verso di me, come se non avessi fatto nulla contro di te, come se non avessi nulla da farmi perdonare da te, nulla, di cui debba pentirmi, nulla da correggere in me.
Signore! Ogni giorno e' sempre per me un nuovo e dolce richiamo al tuo inesauribile amore, alla tua ineffabile misericordia!
Ne voglio dare testimonianza a tutti.
Voglio gridare a tutti che tu sei un'eterna provvidenziale pazienza per la mia anima.


John Henry Newman
)

giovedì 25 febbraio 2010

Nessuna meraviglia che ci detestino (Contributi 252)

Trovo molto opportuna la citazione di C.S.Lewis (quello delle "Lettere di Berlicche" per capirci) che ho preso dal blog di Ser Jacques (ultimo sostenitore, vedere a lato) che con la sua caratteristica ironia ci fa capire perchè il mondo ci sia così ostile.

Non dimentichiamolo mai: noi siamo ancora "i primi cristiani". Il mondo esterno, senza dubbio, pensa esattamente il contrario.
Crede che noi stiamo morendo di vecchiaia.
Ma l'ha creduto già tante volte.
Ha creduto tante volte che il cristianesimo stesse morendo, per le persecuzioni esterne e per le corruzioni interne, per l'avvento dell'islamismo, per il sorgere delle scienze fisiche, per il dilagare di grandi movimenti rivoluzionari anticristiani.
Ma ogni volta é rimasto deluso.
Il primo disinganno venne con la crocifissione. L'Uomo risorse.
In un certo senso - e mi rendo conto di come ciò debba sembrare terribilmente iniquo ai nostri avversari - così é sempre stato da allora in poi.
Loro continuano a uccidere la cosa a cui Lui ha dato inizio: e ogni volta, quando spianano la terra sulla sua tomba, sentono improvvisamente che questa cosa é ancora viva, ed é perfino sbocciata in nuovi luoghi.
Nessuna meraviglia che ci detestino
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martedì 23 febbraio 2010

La convenienza umana del cristianesimo (Contributi 251)

In occasione del quinto anniversario della nascita al Cielo di Mons. Luigi Giussani propongo un intervento di S.E. Angelo Scola, Patriarca di Venezia tratto da IlSussidiario

«Sono persuaso che a proposito del fatto religioso in genere, e del cristianesimo in particolare, tutti crediamo già di sapere. Invece non è impossibile, riaffrontandolo, approdare a qualche aspetto di conoscenza nuova».
L’intento, del tutto positivo, di Luigi Giussani è stato sempre quello di mostrare la cum-venientia del fatto cristiano con quell’«insopprimibile senso religioso con cui la ricerca del destino dell’uomo coincide». Per riformulare la proposta cristiana egli ha esaminato i fattori che caratterizzano la vicenda culturale e sociale moderna e contemporanea.
Mi sembra particolarmente illuminante in proposito rileggere oggi un rilievo di Giussani sulla situazione del cristianesimo in Italia all’inizio degli anni Cinquanta: «Una situazione che vedeva i cristiani autoeliminarsi educatamente dalla vita pubblica, dalla cultura, dalle realtà popolari, fra gli incoraggianti applausi e il cordiale consenso delle forze politiche e culturali che miravano a sostituirli sulla scena del nostro paese».
Quando il mondo cattolico sembrava ancora occupare in modo imponente la società, Giussani percepisce con lucidità l’ondata di secolarizzazione che si sta per abbattere sull’Italia cattolica, i cui effetti saranno visibili, macroscopicamente, a partire dal 1968.
Da dove poteva nascere un simile, profetico giudizio? Dalla percezione che tale presenza massiccia non era che l’eredità inerziale di un passato: «Mi apparve allora chiaro che una tradizione, o in genere un’esperienza umana, non possono sfidare la storia, non possono sussistere nel fluire del tempo, se non nella misura in cui giungono a esprimersi e a comunicarsi secondo modi che abbiano una dignità culturale».
Ma questa dignità culturale è impossibile se non a partire dall’esperienza di un soggetto, personale e comunitario, ben identificato nei suoi tratti ideali ma inserito nella storia, che si proponga, con semplicità e senza complessi, all’uomo in forza delle sue ragioni intrinseche. Un simile soggetto non teme un confronto a tutto campo.
In Giussani è lo stesso dinamismo che regge l’insorgere e lo svilupparsi dell’esperienza e del pensiero. Una conferma questa del fatto che l’esperienza, quando è autentica, contiene il suo logos, non lo riceve dall’esterno, e a sua volta il pensiero, quando è integrale, non può che “rendere” la realtà in quanto tale.
In quest’ottica non sfugge come l’opera di Giussani superi di schianto ogni dicotomia e ogni estrinsecismo nel considerare il rapporto tra ragione e fede, tra natura e soprannaturale, tra umano e cristiano.
Sono i due polmoni della riflessione di Giussani. Nel suo appassionato insegnamento e nei suoi scritti, il sacerdote milanese non cessa di porre attenzione al frangente storico e culturale per comunicare un’esperienza/pensiero alla libertà del suo interlocutore. Una libertà che è sempre drammaticamente situata.
Realtà (quindi storia e cultura) e conoscenza (perciò ragione e fede) fanno l’esperienza dell’uomo aperto alla verità e desideroso di comunicarla. La verità infatti non è veramente conosciuta fin tanto che non è comunicata.
Non si capirebbe Giussani al di fuori di concetti chiave pensati secondo la sensibilità moderna, quali quelli di esperienza, di libertà, di verità come evento, di conoscenza come strutturalmente connessa all’affezione, di essere come dono, di “ soggetto” come implicato nel dono stesso dell’essere.
Giussani era realista, di un realismo che afferma l’esistenza e la conoscibilità del fondamento veritativo del reale e che conduce a un confronto a tutto campo: «Se la persona di Cristo dà senso ad ogni persona e ad ogni cosa, non c’è nulla al mondo e nella nostra vita che possa vivere a sé, che possa evitare di essere legato invincibilmente a Lui. Quindi la vera dimensione culturale cristiana si attua nel confronto tra la verità della sua persona e la nostra vita in tutte le sue implicazioni».
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lunedì 22 febbraio 2010

Commenti al post "Il giochino si è rotto" (Post 77)

Il post di ieri ha suscitato degli interventi che voglio proporre anche a voi tutti:

Cominciamo da Maria che dice:
Hai ragione: interessante nella sua "originalità" e nel suo linguaggio "accattivante" anche per i più giovani. Grazie e buona giornata!


Pupanna aggiunge:
Ce lo dimentichiamo, me lo dimentico spesso, troppo spesso, che lui è sempre in azione e che quello che chiamiamo istinto, reattività, carattere ha il suo nome!



infine Marina dice:
Satana agisce spesso in modo subdolo per portarci a credere che lui non centra niente con i nostri errori...
Solo una coscienza ben illuminata dalla Grazia Divina può riconoscere e resistere alle tante tentazioni...ma è necessaria tanta preghiera:" pregate per non entrare in tentazione...".
Questa quaresima ci propone ancora una volta di guardare la nostra vita e di metterci con umiltà in ascolto dell'Unica Voce che ci indica la via della vera gioia: Gesù.

Ovviamente ringrazio tutte le "inserzioniste" per il loro contributo.
Occorre veramente pregare incessantemente, avere lo sguardo sempre rivolto a Cristo per non lasciarsi distogliere dalle "provocazioni" del nomico.
Sia questo il lavoro di questo periodo per ciascuno di noi. Buona Quaresima a tutti.
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Qualcuno non fa Commedia (Post 76)

Qualcuno ha proposto di eliminare dagli studi degli studenti la Divina Commedia (leggi QUI) La richiesta proviene dall’Arre (Associazione per il rispetto di tutte le religioni e la convivenza pacifica delle etnie culturali) che ha inoltrato una petizione in tal senso al Ministro dell’ Istruzione Maria Stella Gelmini.
Poichè presumo ci siano minorenni in lettura eviterò di dire cosa, secondo me, dovrebbero farci con la lore petizione ma mi limiterò a considerare che di rispetto per tutte le religioni e di convivenza pacifica delle etnie culturali dovrebbero parlare in Iran o in Cina piuttosto che in Italia in quanto, dopo averci provato, ne potrebbero parlare con maggior cognizione di causa.
Ancora una volta siamo di fronte ad un tentativo di distruggere la nostra cultura, la nostra storia e la nostra identità. Si vuole attaccare e distruggere la cultura cattolica per sostituirla con una non cultura o, in alternativa, con una cultura islamica o ancora con una gay.
E questo non è accettabile! Non possiamo tacere mentre si sta attaccando quanto ci sta a cuore e quanto costituisce la nostra persona.
Non possiamo tacere per il ritratto blasmemo di Gesù diffuso in India (leggi QUI).
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Ma tutti questi episodi (e tanti altri di minor rilevanza che ogni giorno ci vedono testimoni) hanno, a mio avviso, un duplice scopo: in primo luogo farci chiedere cosa - per ciascuno di noi - è realmente importante e quanto siamo disposti a rischiare per Cristo e, come secondo punto, a farci pregare con sincera commozione e affezione per queste persone così tenacemente ancorate al male e all'errore.
Solo l'amore di Cristo può salvare e cambiare il mondo e solo aderendo a Lui possiamo diventarne ambasciatori.
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Il giochino si è rotto (Interventi 17)

Propongo un'interressante riflessione di Don Luciano:

Qualche tempo fa il telefono cellulare del Drop-In, il nostro centro diurno per i ragazzi di strada, è morto. Eh sì, anche i cellulari muoiono. Sogno un mondo senza cellulari, ma ormai sono diventati parte della nostra vita. Così abbiamo dovuto comprarne uno nuovo. Il vecchio cellulare, nonostante fosse uno scarto dei paesi occidentali perché sorpassato come modello, ci aveva servito bene - ma a un certo punto si premeva un tasto e non succedeva niente. Per esempio il tasto rosso "Accensione" - potevi premerlo giù fin che volevi ma il più delle volte il cellulare non si accendeva. Oppure scrivevi un sms ma quando premevi il tasto verde "Invia" non partiva nulla. Succedeva anche che il telefono fosse acceso, qualcuno chiamava - ma sentiva sempre il messaggio che il telefono era spento. E' davvero frustrante quando premi un tasto che hai sempre premuto e non ottieni il risultato che hai sempre avuto.



Prova a pensarci: non ti piacerebbe riempire il diavolo di frustrazione mettendogli fuori uso i tasti che ha sempre premuto nella tua vita?

A volte mi immagino il diavolo seduto davanti a un pannello di controllo dove c'è scritto a grandi lettere il tuo nome. Sono sicuro che se digita il mio nome compare anche quello. Il diavolo sa bene quali bottoni premere per ottenere la risposta che lui vuole da te. In fin dei conti è da parecchi anni che sta premendo alcuni bottoni della tua vita e ti guarda mentre balli la sua musica. Lui sa bene qual è il tasto da premere per gettarti nello scoraggiamento, per farti arrabbiare, per riempirti di preoccupazioni, per farti mormorare, per sconfiggerti, per fare in modo che tu pensi solo a te stesso o per annullarti tutti i progressi che hai faticosamente conquistato. Non ti sembra che abbia giocato fin troppo a lungo con te?


Se è così, la Parola di Dio ti fornisce la strategia per farla finalmente finita con la tattica del diavolo. E' sorprendentemente semplice, e la maggior parte delle volte è altrettanto sorprendentemente ignorata da noi. Sta scritta in Giacomo 4,7: «Sottomettetevi a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi». Dio ti dice che se tu resisti al diavolo, lui scapperà via. Fai attenzione, non sta scritto: "Resistete al diavolo, ed egli vi combatterà". Sta scritto invece che fuggirà via! Il diavolo non è abituato a vedere che noi gli resistiamo quando lui preme i soliti vecchi bottoni. E' abituato a vederci reagire nella solita vecchia maniera, nel fare le solite vecchie cose, e non può concepire che noi facciamo qualcosa di diverso da quello che lui si aspetta e pensa.


Ma quando gli resisti - quando gli dici: "So chi sei e dove vuoi farmi arrivare - ma io affido questa situazione a Gesù!" - allora cominci a disconnettere il bottone con cui lui ti ha manipolato per così tanto tempo. Mi pare di vederlo, proprio come facevo io col vecchio cellulare, premere quei tasti pieno di frustrazione - e non ottenere nessun risultato. Ed è per questo che subito dopo Giacomo 4,8 continua: «Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi». Quando metti fuori uso il diavolo, il posto che lui lascia vuoto viene immediatamente occupato da Dio.


Renditi conto che tu appartieni a Gesù - colui di cui la Bibbia dice: «Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo» (1 Giovanni 3,8). Morendo in croce al posto tuo, Gesù ha distrutto una volta per sempre tutto il potere che il diavolo ha su di te. Allora quando satana tenta di premere quei vecchi tasti di sempre, tu aggrappati alla croce di Gesù e prega: "Gesù, tu mi hai liberato da questa schiavitù. Invoco il tuo sangue su questa mia debolezza. Dammi la forza dello Spirito Santo perché voglio vivere da figlio e non da schiavo! Vergine Maria, metti fuori uso quel vecchio bottone!" E satana sarà lì, a premere disperatamente quel tasto che ha sempre funzionato su di te - per non ottenere nulla.
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domenica 21 febbraio 2010

Cos'é l'amore ? (Contributi 250)

Propongo all'attenzione dei lettori l'ultimo editoriale di SamizdatOnLine:

 Molti sono convinti che la vita di una creatura conti solo se è una “scelta cosciente”, un atto dovuto, altrimenti diventa una costrizione, un “un dovere morale” e spetti alle donne, in nome del valore supremo della difesa della propria libertà, decidere della sorte di quel figlio che s’è “annidato” nel loro ventre.

Le cose di fatto sono più semplici: un figlio è un figlio, cercato, capitato, è un essere indifeso che ha bisogno d’essere custodito.
L'inizio della Quaresima ci invita a chiedere perdono .. SamizdatOnLine

LETTERA A UN BAMBINO MAI NATO
Su Il Giornale del 7 febbraio è stata pubblicata questa lettera appello:
"Buongiorno, mi chiamo Marco e ho 37 anni. Vi scrivo perché sono disperato. Tra una settimana la mia compagna farà un'interruzione di gravidanza. Non permetterà a nostro figlio di venire al mondo. La cosa sconvolgente è che su quel figlio abbiamo fantasticato. .. non è stato un incidente. L’altra cosa sconvolgente è che tra noi andava tutto benissimo e non è accaduto niente che potesse rovinare il nostro rapporto. Semplicemente da un giorno all'altro non ho più trovato di fronte la stessa persona. Premetto che la nostra è una relazione molto giovane e vissuta in gran parte in clandestinità , ma poi era diventata finalmente libera. (…) Quando una donna vuol mettere al mondo un figlio senza il supporto del padre, è donna-coraggio, mentre l'uomo è solo un poveraccio con desiderio di paternità. Non desidero altro che prendermi la responsabilità di qualcosa che abbiamo fatto in due e i cui frutti non sono un oggetto fastidioso di cui liberarsi al più presto ma una nuova vita. (…) "


Qualche tempo dopo Marco dava notizia che l’interruzione di gravidanza era stata eseguita.
Qualcuno ha preso le difese di Marco a cui veniva impedito di diventare padre, altri della sua compagna, libera di decidere di non diventare madre. Io ho pensato che se proprio qualcuno si doveva difendere era il “terzo incomodo”, quel figlio “fantasticato” concepito e rinnegato.
Caro piccolo e fragile figlio. Non ti ha ucciso l’indigenza dei tuoi genitori, né la loro giovane sventatezza, né la solitudine di una donna abbandonata, né l’arroganza di un uomo che non voleva fare il padre. Nessuno di noi sa davvero quale sentimento sia stato più forte della vita.
Un figlio fa sempre un po’ paura, un figlio cambia la vita, certo, ma non è detto la cambi in peggio, perché un figlio è il nostro sguardo sul domani, cambia il nostro modo di vedere le cose quotidiane, le vacanze, la domenica, la sera, cambia il nostro rapporto con i soldi, un figlio dice di che pasta siamo fatti, misura la nostra pazienza, la nostra tenerezza, la nostra disponibilità . Un figlio dice se due si amano in modo da saper guardare a un altro.


Caro piccolo e fragile figlio, questa storia, non è solo la storia di una “guerra” dove a perdere sei stato tu, l’innocente, in questa storia non ci sono vincitori, ma solo vinti.
Questa storia dice che a perdere siamo anche noi. Noi che crediamo che la libertà consista nel poter scegliere, che la vita possa essere messa nelle mani di un sentimentalismo “me la sento” o “non me la sento” di dire un “si”, che assumersi delle responsabilità sia un modo di fare un po’ antiquato.
Qui bisogna ricominciare dal principio. Ricominciare a dire cos’è l’amore, cosa vuol dire scegliersi per la vita, per un compito, per un destino. Se l’amore non è volere il bene dell’altro, se un figlio non è il frutto di un amore ma solo un desiderio pur bello, un progetto, un calcolo, finisce che a volte diventi un “incauto acquisto”, una scelta sbagliata, un errore di programmazione.
Caro piccolo e fragile figlio, a te e agli altri come te chiediamo perdono.
Siamo adulti fragili e smarriti. Amiamo più l’amore dell’amato, vogliamo vivere insieme ma lasciando la porta aperta alla fuga, troviamo il matrimonio un inutile gesto burocratico, e anche quando decidiamo di sposarci in Chiesa lo facciamo con la speranza che “ci vada bene”, affidando più al fato che a Dio la nostra unione. Recitiamo con voce commossa la formula “Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita” senza capire fino in fondo, che si tratta di un impegno per la vita, che comporta anche un lavoro, perché la vita ci cambia.
Se si educa più con quello che si fa che con quello che si dice, piccolo e fragile figlio non nato, non possiamo non interrogarci: a cosa educhiamo i giovani, gli uomini di domani che ci guardano vivere? Ti chiediamo perdono, per la nostra smemoratezza, per la nostra tiepidezza nel testimoniare l’amore alla vita, l’importanza della famiglia, la certezza di un domani buono perché non lo abbiamo deciso noi.
Nella speranza che il tuo sacrificio serva a cambiare il nostro cuore, prima di tutti il mio.
Anerella socio di SamizdatOnLine
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sabato 20 febbraio 2010

Così Gladys ci ha insegnato a fissare Cristo (Contributi 249)

Una nuova meravigliosa testimonianza di Padre Aldo Trento tratto da Tempi:

Leopardi definisce la bellezza femminile “raggio divino”. E ogni volta che mi avvicinavo al letto di Gladys, durante la sua lunga permanenza con noi, non ho potuto fare a meno di pensare alla poesia“cara Beltà”. Perché Gladys era bella. Non solo quando è arrivata qui, già affetta da un cancro che non ha avuto pietà di lei fino a ridurla pelle e ossa, in punto di morte. Osservandola ogni giorno percorrere il suo cammino verso il destino ultimo, vedevo con evidenza che Cristo la stava trasformando, restituendola a se stessa. Totalmente affidata alla Sua volontà, mi diceva: «Padre Aldo, c’è già un posto per me in paradiso». Un percorso non certo facile, ma che al contrario è stato lungo e doloroso, come testimonia la lettera che pubblichiamo. Quando all’inizio le diagnosticarono il cancro la sua reazione fu disperata, e solo quando arrivò qui da noi iniziò il miracolo della sua conversione. Per due lunghi anni ha dovuto percorrere per intero il cammino che porta alla grazia della fede, alla grazia di poter finalmente dire: «Tu, oh Cristo mio». Nelle ultime settimane di vita i suoi occhi si illuminavano solo davanti al volto di Gesù. Ogni volta che mi avvicinavo a lei con il Santissimo Sacramento voleva toccarlo e baciarlo, e io commosso avvicinavo l’ostensorio alle sue labbra.

Era il momento più bello del giorno, l’attimo in cui più della morfina riusciva a confortarla la vista del Signore. Ha vissuto i suoi ultimi giorni rivolta al volto di Cristo, e quando all’alba del 13 gennaio ha chiuso i suoi occhi neri, il suo viso, dopo anni di tensione, esprimeva la felicità e la pace di chi finalmente vive tra le braccia di quel Tu che fa sì che tutto sia positivo, persino il cancro. È morta quando aveva 23 anni, ed è stata davvero il mio “raggio divino”, il segno più potente in questi ultimi mesi del Mistero, della coscienza che l’uomo è “Io sono Tu che mi fai”.
Per questo, cari lettori, vi propongo la lettera scritta da Gladys una settimana prima di morire, e la testimonianza di una sua amica che soffre di depressione, e grazie all’amicizia con lei ha cominciato a pensare a sé con affetto e accetta ciò che prima le causava paura. Una malattia che diventa una grazia, una possibilità grande per dire: «Tu, oh Cristo mio».
P. Aldo


Mi chiamo Gladys Adriana Alonso Ucedo, ho 23 anni e ora sono nelle mani di Dio e della Vergine. Stavo seguendo un trattamento di cura qui in Paraguay, però siccome non avevo abbastanza risorse per sostenere le spese ho dovuto spostarmi in Argentina. Lì ho sofferto molto perché ero lontana dalla mia famiglia, e poi mi trattavano male perché sono paraguayana. Dopo un anno ho rischiato una forte depressione, sentivo la mancanza dei miei affetti e del mio paese. Ho deciso di tornare per cercare un’altra possibilità, e grazie a Dio e alla Vergine ho trovato questo paradiso. Perché per me questo è un paradiso. Non avrei mai pensato di trovare tanta pace, il mio cuore risuona di allegria tutti i giorni perché sono “al San Rafael”, questo luogo paradisiaco dove si respira la pace. Al San Rafael ho conosciuto Dio: qui mi sono convertita, ho capito cosa vuol dire avere Dio nel cuore, perché Lui è la luce che guida i miei passi, che mi aiuta a crescere, che fa sì che la mia fede aumenti, e mi mostra come uscire da questo stato di malattia! In questo ospedale c’è tanta tranquillità. E anche grazie all’aiuto di padre Aldo, che mi ha dato molta forza, ne sto uscendo. Per sentirsi felici e calmi l’unica cosa da fare è conoscere Dio, farsi colmare da Lui e seguire i suoi passi. Perché senza Dio non avrei questa gioia di vivere. Lui mi dà forza, allegria, felicità, e ciò che più conta mi dà questa tenera cetezza: che andrò migliorando sempre di più e che poi aiuterò la gente che ha bisogno di appoggio e che ha bisogno di Dio. Lui ci dà la cosa più importante che c’è in terra: l’amore. E anche se ho il dono della profezia e so tutti i disegni segreti di Dio, e se ho conoscenza di tutte le cose, e anche se ho tanta fede da essere capace di muovere le montagne, se ho tutte queste cose ma non ho l’amore, non sono niente. Amare vuol dire saper sopportare, essere gentile, non avere invidia né presunzione, evitare l’orgoglio, non essere egoista, non portare rancore. Amare significa non rallegrarsi mai delle ingiustizie, ma solo della verità. Amare vuol dire soffrire, credere, sperare, sopportare appieno. Corinzi 13.
Grazie all’amore che mia mamma mi dà ogni giorno, in ogni momento, e per l’amore immenso che mi dà Dio, sto lottando con la mia malattia e ce la sto facendo. Mi vogliono bene e lo dimostrano. Così come nella clinica, dove senza pensarci due volte mi danno tutto l’amore e l’affetto del mondo. È un luogo dove si respira pace, amore, pazienza, sicurezza, solidarietà. E l’affetto di padre Aldo.
Gladys


Ricordo come fosse ieri il momento del mio incontro con Gladys. Dopo una breve presentazione formale io non sapevo cosa dire, sono stati momenti di silenzio totale. Mi sentivo sconcertata e decisi, mentre la guardavo, che non sarei tornata a visitarla. Però quegli occhi pieni di vita e grati per il semplice fatto di aver passato un po’ di tempo con lei nei giorni successivi non mi lasciavano in pace.
Dopo quasi due settimane ho preso coraggio, ho lasciato da parte la mia paura e il disagio e in un momento di pausa dal lavoro mi sono seduta al suo fianco. Arrivata davanti al suo letto mi sono sentita accolta dai suoi occhi colmi di sorpresa per il fatto che ero tornata a farle visita. Ho cominciato a raccontarle dei miei giorni nella Casita di Belén e lei mi ha parlato di sé e mi ha chiesto dei massaggi alla gamba che le faceva male (aveva una trombosi). All’inizio io non sapevo come rispondere, ci provavo ma avevo paura di farle ancora più male a causa della mia inesperienza, e poi davanti a quella carne ferita mi sentivo davvero impotente. Lei si è resa conto che tremavo al solo pensiero di mettere le mie mani sulle sue gambe, e mi ha chiesto tra l’offeso e il deluso: «Hai paura di toccarmi?». Le ho risposto: «No, non ho paura di te. Ho paura di farti male perché non sono capace, ma se posso aiutarti, continuo». Così ho continuato a massaggiarle la gamba ogni volta che la andavo a trovare. In poco tempo è nata un’amicizia che avrei voluto non fosse mai terminata, e non nascondo che mi costa fatica parlare di questo
Un giorno è entrato padre Aldo col Santissimo Sacramento (era mezzogiorno, l’ora della Comunione) e Gladys appena lo ha visto ha smesso di piangere e ha iniziato a fissare l’ostensorio. Ha chiesto al padre di avvicinarlo e lo ha baciato. Dovevate essere lì per vedere come il suo sguardo era cambiato: non era più piegata su se stessa, sulla sua tristezza. Poi si è girata verso di me e mi ha detto, piena di letizia: «Se questo è ciò che Lui vuole, io vado avanti con quel che mi chiede. Se questa è la Sua volontà, io sono qui». Io allora le ho chiesto perdono per il mio comportamento, e le ho spiegato che volevo farle compagnia, che le volevo molto bene e che andavo a visitarla non per la gamba, ma perché pensavo: questa giovane ha un cancro allo stomaco, ha una trombosi alla gamba sinistra, non può muoversi, soffre moltissimo però ha uno sguardo pieno di certezza, di una fede che io non possiedo. Io ho vissuto la malattia di Gladys come un cammino verso Cristo, e la mia depressione come qualcosa che invece mi allontana da Lui. Volevo capire il segreto di quello sguardo, per poterlo avere anch’io. Le ho spiegato che non ero capace di farle compagnia, di aiutarla come lei mi aiutava. La mia depressione poteva iniziare a manifestarsi in qualsiasi momento, anche mentre mi trovavo in sua compagnia, come infatti era già successo. Alla fine le ho detto che se voleva non sarei mai più andata a disturbarla, per evitare di intristirla. Lei mi ha guardato con molta tenerezza e mi ha detto: «Chulina, nei tuoi occhi io non vedo la depressione. Vedo una bella ragazza con un bel sorriso e due occhi che sembrano dire ciò che non riesce a esprimere a parole. Io vedo quello che prova il tuo cuore, quando mi guardi, e mi sento amata. Trasmette il bene che provate per me, e questo mi commuove. Ti guardo e non vedo la tua depressione, ma gli occhi di una persona che cerca disperatamente Cristo. Non voglio che tu te ne vada, Chulina».
E così, a partire da quel giorno, ho passato con lei ogni momento libero della giornata: passavo con lei anche la notte, invece di andare a riposare. Ed ero sorpresa, mi rendevo conto che mi sentivo stanca fisicamente, ma con una grande gioia di vivere ogni istante, così com’era per lei che pure era costretta in quel letto. Il modo in cui Cristo la chiamava e il suo “sì” mi hanno educata ad accettare ciò che Lui ha scelto per me, per poter dire “sì” anche alla mia depressione. Ho “toccato con mano” una situazione drammatica che poteva portarmi alla disperazione, ma non l’ha fatto.
Elisabetta

mercoledì 17 febbraio 2010

Quaresima 2010 (contributi 248)

Udienza generale di S.S. Benedetto XVI - 17 febbraio 2010 mercoledì delle ceneri

Cari fratelli e sorelle!

iniziamo oggi, Mercoledì delle Ceneri, il cammino quaresimale: un cammino che si snoda per quaranta giorni e che ci porta alla gioia della Pasqua del Signore. In questo itinerario spirituale non siamo soli, perché la Chiesa ci accompagna e ci sostiene sin dall'inizio con la Parola di Dio, che racchiude un programma di vita spirituale e di impegno penitenziale, e con la grazia dei Sacramenti.


Sono le parole dell'apostolo Paolo ad offrirci una precisa consegna: "Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio...Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!" (2Cor 6,1-2). In verità, nella visione cristiana della vita ogni momento deve dirsi favorevole e ogni giorno deve dirsi giorno di salvezza, ma la liturgia della Chiesa riferisce queste parole in un modo del tutto particolare al tempo della Quaresima. E che i quaranta giorni in preparazione della Pasqua siano tempo favorevole e di grazia lo possiamo capire proprio nell'appello che l'austero rito dell'imposizione delle ceneri ci rivolge e che si esprime, nella liturgia, con due formule: "Convertitevi e credete al vangelo!", "Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai". Il primo richiamo è alla conversione, parola da prendersi nella sua straordinaria serietà, cogliendo la sorprendente novità che essa sprigiona. L'appello alla conversione, infatti, mette a nudo e denuncia la facile superficialità che caratterizza molto spesso il nostro vivere. Convertirsi significa cambiare direzione nel cammino della vita: non, però, con un piccolo aggiustamento, ma con una vera e propria inversione di marcia. Conversione è andare controcorrente, dove la "corrente" è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio, che spesso ci trascina, ci domina e ci rende schiavi del male o comunque prigionieri della mediocrità morale. Con la conversione, invece, si punta alla misura alta della vita cristiana, ci si affida al Vangelo vivente e personale, che è Cristo Gesù. E' la sua persona la meta finale e il senso profondo della conversione, è lui la via sulla quale tutti sono chiamati a camminare nella vita, lasciandosi illuminare dalla sua luce e sostenere dalla sua forza che muove i nostri passi. In tal modo la conversione manifesta il suo volto più splendido e affascinante: non è una semplice decisione morale, che rettifica la nostra condotta di vita, ma è una scelta di fede, che ci coinvolge interamente nella comunione intima con la persona viva e concreta di Gesù. Convertirsi e credere al Vangelo non sono due cose diverse o in qualche modo soltanto accostate tra loro, ma esprimono la medesima realtà. La conversione è il "sì" totale di chi consegna la propria esistenza al Vangelo, rispondendo liberamente a Cristo che per primo si offre all'uomo come via, verità e vita, come colui che solo lo libera e lo salva. Proprio questo è il senso delle prime parole con cui, secondo l'evangelista Marco, Gesù apre la predicazione del "Vangelo di Dio": "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo" (Mc 1,15).


Il "convertitevi e credete al vangelo" non sta solo all'inizio della vita cristiana, ma ne accompagna tutti i passi, permane rinnovandosi e si diffonde ramificandosi in tutte le sue espressioni. Ogni giorno è momento favorevole e di grazia, perché ogni giorno ci sollecita a consegnarci a Gesù, ad avere fiducia in Lui, a rimanere in Lui, a condividerne lo stile di vita, a imparare da Lui l'amore vero, a seguirlo nel compimento quotidiano della volontà del Padre, l'unica grande legge di vita. Ogni giorno, anche quando non mancano le difficoltà e le fatiche, le stanchezze e le cadute, anche quando siamo tentati di abbandonare la strada della sequela di Cristo e di chiuderci in noi stessi, nel nostro egoismo, senza renderci conto della necessità che abbiamo di aprirci all'amore di Dio in Cristo, per vivere la stessa logica di giustizia e di amore. Nel recente Messaggio per la Quaresima ho voluto ricordare che "Occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del "mio", per darmi gratuitamente il "suo". Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia. Grazie all'amore di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia "più grande", che è quella dell'amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare" (L'Oss. Rom. 5 febbraio 2010, p. 8).


Il momento favorevole e di grazia della Quaresima ci mostra il proprio significato spirituale anche attraverso l'antica formula: Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai, che il sacerdote pronuncia quando impone sul nostro capo un po' di cenere. Veniamo così rimandati agli inizi della storia umana, quando il Signore disse ad Adamo dopo la colpa delle origini: "Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!" (Gen 3,19). Qui, la parola di Dio ci richiama alla nostra fragilità, anzi alla nostra morte, che ne è la forma estrema. Di fronte all'innata paura della fine, e ancor più nel contesto di una cultura che in tanti modi tende a censurare la realtà e l'esperienza umana del morire, la liturgia quaresimale, da un lato, ci ricorda la morte invitandoci al realismo e alla saggezza, ma, dall'altro lato, ci spinge soprattutto a cogliere e a vivere la novità inattesa che la fede cristiana sprigiona nella realtà della stessa morte.


L'uomo è polvere e in polvere ritornerà, ma è polvere preziosa agli occhi di Dio, perché Dio ha creato l'uomo destinandolo all'immortalità. Così la formula liturgica "Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai" trova la pienezza del suo significato in riferimento al nuovo Adamo, Cristo. Anche il Signore Gesù ha liberamente voluto condividere con ogni uomo la sorte della fragilità, in particolare attraverso la sua morte in croce; ma proprio questa morte, colma del suo amore per il Padre e per l'umanità, è stata la via per la gloriosa risurrezione, attraverso la quale Cristo è diventato sorgente di una grazia donata a quanti credono in Lui e vengono resi partecipi della stessa vita divina. Questa vita che non avrà fine è già in atto nella fase terrena della nostra esistenza, ma sarà portata a compimento dopo "la risurrezione della carne". Il piccolo gesto dell'imposizione delle ceneri ci svela la singolare ricchezza del suo significato: è un invito a percorrere il tempo quaresimale come un'immersione più consapevole e più intensa nel mistero pasquale di Cristo, nella sua morte e risurrezione, mediante la partecipazione all'Eucaristia e alla vita di carità, che dall'Eucaristia nasce e nella quale trova il suo compimento.
Con l'imposizione delle ceneri noi rinnoviamo il nostro impegno di seguire Gesù, di lasciarci trasformare dal suo mistero pasquale, per vincere il male e fare il bene, per far morire il nostro "uomo vecchio" legato al peccato e far nascere l'"uomo nuovo" trasformato dalla grazia di Dio.


Cari amici! Mentre ci apprestiamo ad intraprendere l'austero cammino quaresimale, vogliamo invocare con particolare fiducia la protezione e l'aiuto della Vergine Maria. Sia Lei, la prima credente in Cristo, ad accompagnarci in questi quaranta giorni di intensa preghiera e di sincera penitenza, per arrivare a celebrare, purificati e completamente rinnovati nella mente e nello spirito, il grande mistero della Pasqua del suo Figlio.


Buona Quaresima a tutti !
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martedì 16 febbraio 2010

Questo popolo di Dio non può essere distrutto (Contributi 247)

Il 12 febbraio il Santo Padre ha visitato il Pontificio Seminario Romano Maggiore, questo il discorso che ha pronunciato:

Eminenza, Eccellenze, Cari amici,

ogni anno è per me una grande gioia essere con i seminaristi della diocesi di Roma, con i giovani che si preparano a rispondere alla chiamata del Signore per essere lavoratori nella sua vigna, sacerdoti del suo mistero. E’ questa la gioia di vedere che la Chiesa vive, che il futuro della Chiesa è presente anche nelle nostre terre, proprio anche a Roma.
In quest’Anno Sacerdotale, vogliamo essere particolarmente attenti alle parole del Signore concernenti il nostro servizio. Il brano del Vangelo ora letto parla indirettamente, ma profondamente, del nostro Sacramento, della nostra chiamata a stare nella vigna del Signore, ad essere servitori del suo mistero.
In questo breve brano, troviamo alcune parole-chiave, che danno l’indicazione dell’annuncio che il Signore vuole fare con questo testo. “Rimanere”: in questo breve brano, troviamo dieci volte la parola “rimanere”; poi, il nuovo comandamento: “Amatevi come io vi ho amato”, “Non più servi ma amici”, “Portate frutto”; e, finalmente: “Chiedete, pregate e vi sarà dato, vi sarà data la gioia”. Preghiamo il Signore perché ci aiuti ad entrare nel senso delle sue parole, perché queste parole possano penetrare il nostro cuore e così possano essere via e vita in noi, con noi e tramite noi.
La prima parola è: “Rimanete in me, nel mio amore”. Il rimanere nel Signore è fondamentale come primo tema di questo brano. Rimanere: dove? Nell’amore, nell’amore di Cristo, nell’essere amati e nell’amare il Signore. Tutto il capitolo 15 concretizza il luogo del nostro rimanere, perché i primi otto versetti espongono e presentano la parabola della vite: “Io sono la vite e voi i rami”. La vite è un’immagine veterotestamentaria che troviamo sia nei Profeti, sia nei Salmi e ha un duplice significato: è una parabola per il popolo di Dio, che è la sua vigna. Egli ha piantato una vite in questo mondo, ha coltivato questa vite, ha coltivato la sua vigna, protetto questa sua vigna, e con quale intento? Naturalmente, con l’intento di trovare frutto, di trovare il dono prezioso dell’uva, del vino buono.
E così appare il secondo significato: il vino è simbolo, è espressione della gioia dell’amore. Il Signore ha creato il suo popolo per trovare la risposta del suo amore e così questa immagine della vite, della vigna, ha un significato sponsale, è espressione del fatto che Dio cerca l’amore della sua creatura, vuole entrare in una relazione d’amore, in una relazione sponsale con il mondo tramite il popolo da lui eletto.
Ma poi la storia concreta è una storia di infedeltà: invece di uva preziosa, vengono prodotte solo piccole “cose immangiabili”, non giunge la risposta di questo grande amore, non nasce questa unità, questa unione senza condizioni tra uomo e Dio, nella comunione dell’amore. L’uomo si ritira in se stesso, vuole avere se stesso solo per sé, vuole avere Dio per sé, vuole avere il mondo per sé. E così, la vigna viene devastata, il cinghiale del bosco, tutti i nemici vengono, e la vigna diventa un deserto.
Ma Dio non si arrende: Dio trova un nuovo modo per arrivare ad un amore libero, irrevocabile, al frutto di tale amore, alla vera uva: Dio si fa uomo, e così diventa Egli stesso radice della vite, diventa Egli stesso la vite, e così la vite diviene indistruttibile.

Questo popolo di Dio non può essere distrutto, perché Dio stesso vi è entrato, si è impiantato in questa terra.
Il nuovo popolo di Dio è realmente fondato in Dio stesso, che si fa uomo e così ci chiama ad essere in Lui la nuova vite e ci chiama a stare, a rimanere in Lui.
Teniamo presente, inoltre, che, nel capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, troviamo il discorso sul pane, che diventa il grande discorso sul mistero eucaristico. In questo capitolo 15 abbiamo il discorso sul vino: il Signore non parla esplicitamente dell’Eucaristia, ma, naturalmente, dietro il mistero del vino sta la realtà che Egli si è fatto frutto e vino per noi, che il suo sangue è il frutto dell’amore che nasce dalla terra per sempre e, nell’Eucaristia, il suo sangue diventa il nostro sangue, noi diventiamo nuovi, riceviamo una nuova identità, perché il sangue di Cristo diventa il nostro sangue. Così siamo imparentati con Dio nel Figlio e, nell’Eucaristia, diventa realtà questa grande realtà della vite nella quale noi siamo rami uniti con il Figlio e così uniti con l’amore eterno.
“Rimanete”: rimanere in questo grande mistero, rimanere in questo nuovo dono del Signore, che ci ha reso popolo in se stesso, nel suo Corpo e col suo Sangue.
Mi sembra che dobbiamo meditare molto questo mistero, cioè che Dio stesso si fa Corpo, uno con noi; Sangue, uno con noi; che possiamo rimanere - rimanendo in questo mistero - nella comunione con Dio stesso, in questa grande storia di amore, che è la storia della vera felicità.
Meditando questo dono - Dio si è fatto uno con noi tutti e, nello stesso tempo, ci fa tutti uno, una vite - dobbiamo anche iniziare a pregare, affinché sempre più questo mistero penetri nella nostra mente, nel nostro cuore, e sempre più siamo capaci di vedere e di vivere la grandezza del mistero, e così cominciare a realizzare questo imperativo: “Rimanete”.
Se continuiamo a leggere attentamente questo brano del Vangelo di Giovanni, troviamo anche un secondo imperativo: “Rimanete” e “Osservate i miei comandamenti”. “Osservate” è solo il secondo livello; il primo è quello del “rimanere”, il livello ontologico, cioé che siamo uniti con Lui, che ci ha dato in anticipo se stesso, ci ha già dato il suo amore, il frutto. Non siamo noi che dobbiamo produrre il grande frutto; il cristianesimo non è un moralismo, non siamo noi che dobbiamo fare quanto Dio si aspetta dal mondo, ma dobbiamo innanzitutto entrare in questo mistero ontologico: Dio si dà Egli stesso. Il suo essere, il suo amare, precede il nostro agire e, nel contesto del suo Corpo, nel contesto dello stare in Lui, identificati con Lui, nobilitati con il suo Sangue, possiamo anche noi agire con Cristo.
L’etica è conseguenza dell’essere: prima il Signore ci dà un nuovo essere, questo è il grande dono; l’essere precede l’agire e da questo essere poi segue l’agire, come una realtà organica, perché ciò che siamo, possiamo esserlo anche nella nostra attività. E così ringraziamo il Signore perché ci ha tolto dal puro moralismo; non possiamo obbedire ad una legge che sta di fonte a noi, ma dobbiamo solo agire secondo la nostra nuova identità. Quindi non è più un’obbedienza, una cosa esteriore, ma una realizzazione del dono del nuovo essere.
Lo dico ancora una volta: ringraziamo il Signore perché Lui ci precede, ci dà quanto dobbiamo dare noi, e noi possiamo essere poi, nella verità e nella forza del nostro nuovo essere, attori della sua realtà. Rimanere e osservare: l’osservare è il segno del rimanere e il rimanere è il dono che Lui ci dà, ma che deve essere rinnovato ogni giorno nella nostra vita.
Segue, poi, questo nuovo comandamento: “Amatevi come io vi ho amato”. Nessun amore è più grande di questo: “dare la vita per i propri amici”. Che cosa vuol dire? Anche qui non si tratta di un moralismo. Si potrebbe dire: “Non è un nuovo comandamento; il comandamento di amare il prossimo come se stessi esiste già nell’Antico Testamento”. Alcuni affermano: ”Tale amore va ancora più radicalizzato; questo amare l’altro deve imitare Cristo, che si è dato per noi; deve essere un amare eroico, fino al dono di se stessi”. In questo caso, però, il cristianesimo sarebbe un moralismo eroico. E’ vero che dobbiamo arrivare fino a questa radicalità dell’amore, che Cristo ci ha mostrato e donato, ma anche qui la vera novità non è quanto facciamo noi, la vera novità è quanto ha fatto Lui: il Signore ci ha dato se stesso, e il Signore ci ha donato la vera novità di essere membri suoi nel suo corpo, di essere rami della vite che è Lui. Quindi, la novità è il dono, il grande dono, e dal dono, dalla novità del dono, segue anche, come ho detto, il nuovo agire.
San Tommaso d’Aquino lo dice in modo molto preciso quando scrive: “La nuova legge è la grazia dello Spirito Santo” (Summa theologiae, I-IIae, q. 106, a. 1). La nuova legge non è un altro comando più difficile degli altri: la nuova legge è un dono, la nuova legge è la presenza dello Spirito Santo datoci nel Sacramento del Battesimo, nella Cresima, e datoci ogni giorno nella Santissima Eucaristia. I Padri qui hanno distinto “sacramentum” ed “exemplum”. “Sacramentum” è il dono del nuovo essere, e questo dono diventa anche esempio per il nostro agire, ma il “sacramentum” precede, e noi viviamo dal sacramento. Qui vediamo la centralità del sacramento, che è centralità del dono.
Procediamo nella nostra riflessione. Il Signore dice: “Non vi chiamo più servi, il servo non sa quello che fa il suo padrone. Vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi”. Non più servi, che obbediscono al comando, ma amici che conoscono, che sono uniti nella stessa volontà, nello stesso amore. La novità quindi è che Dio si è fatto conoscere, che Dio si è mostrato, che Dio non è più il Dio ignoto, cercato, ma non trovato o solo indovinato da lontano. Dio si è fatto vedere: nel volto di Cristo vediamo Dio, Dio si è fatto “conosciuto”, e così ci ha fatto amici. Pensiamo come nella storia dell’umanità, in tutte le religioni arcaiche, si sa che c’è un Dio. Questa è una conoscenza immersa nel cuore dell’uomo, che Dio è uno, gli dèi non sono “il” Dio. Ma questo Dio rimane molto lontano, sembra che non si faccia conoscere, non si faccia amare, non è amico, ma è lontano. Perciò le religioni si occupano poco di questo Dio, la vita concreta si occupa degli spiriti, delle realtà concrete che incontriamo ogni giorno e con le quali dobbiamo fare i calcoli quotidianamente. Dio rimane lontano.
Poi vediamo il grande movimento della filosofia: pensiamo a Platone, Aristotele, che iniziano a intuire come questo Dio è l’agathòn, la bontà stessa, è l’eros che muove il mondo, e tuttavia questo rimane un pensiero umano, è un’idea di Dio che si avvicina alla verità, ma è un’idea nostra e Dio rimane il Dio nascosto.
Poco tempo fa, mi ha scritto un professore di Regensburg, un professore di fisica, che aveva letto con grande ritardo il mio discorso all’Università di Regensburg, per dirmi che non poteva essere d’accordo con la mia logica o poteva esserlo solo in parte. Ha detto: “Certo, mi convince l’idea che la struttura razionale del mondo esiga una ragione creatrice, la quale ha fatto questa razionalità che non si spiega da se stessa”. E continuava: “Ma se può esserci un demiurgo - così si esprime -, un demiurgo mi sembra sicuro da quanto Lei dice, non vedo che ci sia un Dio amore, buono, giusto e misericordioso. Posso vedere che ci sia una ragione che precede la razionalità del cosmo, ma il resto no”. E così Dio gli rimane nascosto. E’ una ragione che precede le nostre ragioni, la nostra razionalità, la razionalità dell’essere, ma non c’è un amore eterno, non c’è la grande misericordia che ci dà da vivere.
Ed ecco, in Cristo, Dio si è mostrato nella sua totale verità, ha mostrato che è ragione e amore, che la ragione eterna è amore e così crea. Purtroppo, anche oggi molti vivono lontani da Cristo, non conoscono il suo volto e così l’eterna tentazione del dualismo, che si nasconde anche nella lettera di questo professore, si rinnova sempre, cioè che forse non c’è solo un principio buono, ma anche un principio cattivo, un principio del male; che il mondo è diviso e sono due realtà ugualmente forti: e che il Dio buono è solo una parte della realtà. Anche nella teologia, compresa quella cattolica, si diffonde attualmente questa tesi: Dio non sarebbe onnipotente. In questo modo si cerca un’apologia di Dio, che così non sarebbe responsabile del male che troviamo ampiamente nel mondo. Ma che povera apologia! Un Dio non onnipotente! Il male non sta nelle sue mani! E come potremmo affidarci a questo Dio? Come potremmo essere sicuri nel suo amore se questo amore finisce dove comincia il potere del male?
Ma Dio non è più sconosciuto: nel volto del Cristo Crocifisso vediamo Dio e vediamo la vera onnipotenza, non il mito dell’onnipotenza. Per noi uomini potenza, potere è sempre identico alla capacità di distruggere, di far il male. Ma il vero concetto di onnipotenza che appare in Cristo è proprio il contrario: in Lui la vera onnipotenza è amare fino al punto che Dio può soffrire: qui si mostra la sua vera onnipotenza, che può giungere fino al punto di un amore che soffre per noi. E così vediamo che Lui è il vero Dio e il vero Dio, che è amore, é potere: il potere dell’amore. E noi possiamo affidarci al suo amore onnipotente e vivere in questo, con questo amore onnipotente.
Penso che dobbiamo sempre meditare di nuovo su questa realtà, ringraziare Dio perché si è mostrato, perché lo conosciamo in volto, faccia a faccia; non è più come Mosé che poteva vedere solo il dorso del Signore. Anche questa è un’idea bella, della quale San Gregorio Nisseno dice: “Vedere solo il dorso vuol dire che dobbiamo sempre andare dietro a Cristo”. Ma nello stesso tempo Dio ha mostrato con Cristo la sua faccia, il suo volto. Il velo del tempio è squarciato, è aperto, il mistero di Dio è visibile. Il primo comandamento che esclude immagini di Dio, perché esse potrebbero solo sminuirne la realtà, è cambiato, rinnovato, ha un’altra forma. Possiamo adesso, nell’uomo Cristo, vedere il volto di Dio, possiamo avere icone di Cristo e così vedere chi è Dio.
Io penso che chi ha capito questo, chi si è fatto toccare da questo mistero, che Dio si è svelato, si è squarciato il velo del tempio, mostrato il suo volto, trova una fonte di gioia permanente. Possiamo solo dire: “Grazie. Sì, adesso sappiamo chi tu sei, chi è Dio e come rispondere a Lui”. E penso che questa gioia di conoscere Dio che si è mostrato, mostrato fino all’intimo del suo essere, implica anche la gioia del comunicare: chi ha capito questo, vive toccato da questa realtà, deve fare come hanno fatto i primi discepoli che vanno dai loro amici e fratelli dicendo: “Abbiamo trovato colui del quale parlano i Profeti. Adesso è presente”. La missionarietà non è una cosa esteriormente aggiunta alla fede, ma è il dinamismo della fede stessa. Chi ha visto, chi ha incontrato Gesù, deve andare dagli amici e deve dire agli amici: “Lo abbiamo trovato, è Gesù, il Crocifisso per noi”.
Continuando poi, il testo dice: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il frutto vostro rimanga”. Con questo ritorniamo all’inizio, all’immagine, alla parabola della vite: essa è creata per portare frutto. E qual è il frutto? Come abbiamo detto, il frutto è l’amore. Nell’Antico Testamento, con la Torah come prima tappa dell’autorivelazione di Dio, il frutto era compreso come giustizia, cioè vivere secondo la Parola di Dio, vivere nella volontà di Dio, e così vivere bene.
Ciò rimane, ma nello stesso tempo viene trasceso: la vera giustizia non consiste in un’obbedienza ad alcune norme, ma è amore, amore creativo, che trova da sé la ricchezza, l’abbondanza del bene. Abbondanza è una delle parole chiave del Nuovo Testamento, Dio stesso dà sempre con abbondanza. Per creare l’uomo, crea questa abbondanza di un cosmo immenso; per redimere l’uomo dà se stesso, nell’Eucaristia dà se stesso. E chi è unito con Cristo, chi è ramo nella vite, vive di questa legge, non chiede: “Posso ancora fare questo o no?”, “Devo fare questo o no?”, ma vive nell’entusiasmo dell’amore che non domanda: “questo è ancora necessario oppure proibito”, ma, semplicemente, nella creatività dell’amore, vuole vivere con Cristo e per Cristo e dare tutto se stesso per Lui e così entrare nella gioia del portare frutto. Teniamo anche presente che il Signore dice “Vi ho costituiti perché andiate”: è il dinamismo che vive nell’amore di Cristo; andare, cioè, non rimanere solo per me, vedere la mia perfezione, garantire per me la felicità eterna, ma dimenticare me stesso, andare come Cristo è andato, andare come Dio è andato dall’immensa sua maestà fino alla nostra povertà, per trovare frutto, per aiutarci, per donarci la possibilità di portare il vero frutto dell’amore. Quanto più siamo pieni di questa gioia di aver scoperto il volto di Dio, tanto più l’entusiasmo dell’amore sarà reale in noi e porterà frutto.
E finalmente giungiamo all’ultima parola di questo brano: “Questo vi dico: ‘Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome ve lo conceda’”. Una breve catechesi sulla preghiera, che ci sorprende sempre di nuovo. Due volte in questo capitolo 15 il Signore dice “Quanto chiederete vi do” e una volta ancora nel capitolo 16. E noi vorremmo dire: “Ma no, Signore, non è vero”. Tante preghiere buone e profonde di mamme che pregano per il figlio che sta morendo e non sono esaudite, tante preghiere perché succeda una cosa buona e il Signore non esaudisce. Che cosa vuol dire questa promessa? Nel capitolo 16 il Signore ci offre la chiave per comprendere: ci dice quanto ci dà, che cosa è questo tutto, la charà, la gioia: se uno ha trovato la gioia ha trovato tutto e vede tutto nella luce dell’amore divino. Come San Francesco, il quale ha composto la grande poesia sul creato in una situazione desolata, eppure proprio lì, vicino al Signore sofferente, ha riscoperto la bellezza dell’essere, la bontà di Dio, e ha composto questa grande poesia.
È utile ricordare, nello stesso momento, anche alcuni versetti del Vangelo di Luca, dove il Signore, in una parabola, parla della preghiera, dicendo: “Se già voi che siete cattivi date cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre nel cielo darà a voi suoi figli lo Spirito Santo”. Lo Spirito Santo - nel Vangelo di Luca - è gioia, nel Vangelo di Giovanni è la stessa realtà: la gioia è lo Spirito Santo e lo Spirito Santo è la gioia, o, in altre parole, da Dio non chiediamo qualche piccola o grande cosa, da Dio invochiamo il dono divino, Dio stesso; questo è il grande dono che Dio ci dà: Dio stesso. In questo senso dobbiamo imparare a pregare, pregare per la grande realtà, per la realtà divina, perché Egli ci dia se stesso, ci dia il suo Spirito e così possiamo rispondere alle esigenze della vita e aiutare gli altri nelle loro sofferenze. Naturalmente, il Padre Nostro ce lo insegna. Possiamo pregare per tante cose, in tutti i nostri bisogni possiamo pregare: “Aiutami!”. Questo è molto umano e Dio è umano, come abbiamo visto; quindi è giusto pregare Dio anche per le piccole cose della nostra vita di ogni giorno.
Ma, nello stesso tempo, il pregare è un cammino, direi una scala: dobbiamo imparare sempre più per quali cose possiamo pregare e per quali cose non possiamo pregare, perché sono espressioni del mio egoismo. Non posso pregare per cose che sono nocive per gli altri, non posso pregare per cose che aiutano il mio egoismo, la mia superbia. Così il pregare, davanti agli occhi di Dio, diventa un processo di purificazione dei nostri pensieri, dei nostri desideri. Come dice il Signore nella parabola della vite: dobbiamo essere potati, purificati, ogni giorno; vivere con Cristo, in Cristo, rimanere in Cristo, è un processo di purificazione, e solo in questo processo di lenta purificazione, di liberazione da noi stessi e dalla volontà di avere solo noi stessi, sta il cammino vero della vita, si apre il cammino della gioia.
Come ho già accennato, tutte queste parole del Signore hanno un sottofondo sacramentale. Il sottofondo fondamentale per la parabola della vite è il Battesimo: siamo impiantati in Cristo; e l’Eucaristia: siamo un pane, un corpo, un sangue, una vita con Cristo. E così anche questo processo di purificazione ha un sottofondo sacramentale: il sacramento della Penitenza, della Riconciliazione nel quale accettiamo questa pedagogia divina che giorno per giorno, lungo una vita, ci purifica e ci fa sempre più veri membri del suo corpo. In questo modo possiamo imparare che Dio risponde alle nostre preghiere, risponde spesso con la sua bontà anche alle preghiere piccole, ma spesso anche le corregge, le trasforma e le guida perché possiamo essere finalmente e realmente rami del suo Figlio, della vite vera, membri del suo Corpo.
Ringraziamo Dio per la grandezza del suo amore, preghiamo perché ci aiuti a crescere nel suo amore, a rimanere realmente nel suo amore.
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lunedì 15 febbraio 2010

Matrimoni e unioni omosessuali (Contributi 246)

Nota del Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, pubblicata oggi 14 febbraio 2010:

La presente Nota si rivolge in primo luogo ai fedeli perché non siano turbati dai rumori mass-mediatici. Ma oso sperare che sia presa in considerazione anche da chi non-credente intenda fare uso, senza nessun pregiudizio, della propria ragione.



1. Il matrimonio è uno dei beni più preziosi di cui dispone l’umanità. In esso la persona umana trova una delle forme fondamentali della propria realizzazione; ed ogni ordinamento giuridico ha avuto nei suoi confronti un trattamento di favore, ritenendolo di eminente interesse pubblico.
In Occidente l’istituzione matrimoniale sta attraversando forse la sua più grave crisi. Non lo dico in ragione e a causa del numero sempre più elevato dei divorzi e separazioni; non lo dico a causa della fragilità che sembra sempre più minare dall’interno il vincolo coniugale: non lo dico a causa del numero crescente delle libere convivenze. Non lo dico cioè osservando i comportamenti.
La crisi riguarda il giudizio circa il bene del matrimonio. È davanti alla ragione che il matrimonio è entrato in crisi, nel senso che di esso non si ha più la stima adeguata alla misura della sua preziosità. Si è oscurata la visione della sua incomparabile unicità etica.
Il segno più manifesto, anche se non unico, di questa “disistima intellettuale” è il fatto che in alcuni Stati è concesso, o si intende concedere, riconoscimento legale alle unioni omosessuali equiparandole all’unione legittima fra uomo e donna, includendo anche l’abilitazione all’adozione dei figli.
A prescindere dal numero di coppie che volessero usufruire di questo riconoscimento – fosse anche una sola! – una tale equiparazione costituirebbe una grave ferita al bene comune.
La presente Nota intende aiutare a vedere questo danno. Ed anche intende illuminare quei credenti cattolici che hanno responsabilità pubbliche di ogni genere, perché non compiano scelte che pubblicamente smentirebbero la loro appartenenza alla Chiesa.


2. L’equiparazione in qualsiasi forma o grado della unione omosessuale al matrimonio avrebbe obiettivamente il significato di dichiarare la neutralità dello Stato di fronte a due modi di vivere la sessualità, che non sono in realtà ugualmente rilevanti per il bene comune.
Mentre l’unione legittima fra un uomo e una donna assicura il bene – non solo biologico! – della procreazione e della sopravvivenza della specie umana, l’unione omosessuale è privata in se stessa della capacità di generare nuove vite. Le possibilità offerte oggi dalla procreatica artificiale, oltre a non essere immuni da gravi violazioni della dignità delle persone, non mutano sostanzialmente l’inadeguatezza della coppia omosessuale in ordine alla vita.
Inoltre, è dimostrato che l’assenza della bipolarità sessuale può creare seri ostacoli allo sviluppo del bambino eventualmente adottato da queste coppie. Il fatto avrebbe il profilo della violenza commessa ai danni del più piccolo e debole, inserito come sarebbe in un contesto non adatto al suo armonico sviluppo.
Queste semplici considerazioni dimostrano come lo Stato nel suo ordinamento giuridico non deve essere neutrale di fronte al matrimonio e all’unione omosessuale, poiché non può esserlo di fronte al bene comune: la società deve la sua sopravvivenza non alle unioni omosessuali, ma alla famiglia fondata sul matrimonio.


3. Un’altra considerazione sottopongo a chi desideri serenamente ragionare su questo problema.
L’equiparazione avrebbe, dapprima nell’ordinamento giuridico e poi nell’ethos del nostro popolo, una conseguenza che non esito definire devastante. Se l’unione omosessuale fosse equiparata al matrimonio, questo sarebbe degradato ad essere uno dei modi possibili di sposarsi, indicando che per lo Stato è indifferente che l’uno faccia una scelta piuttosto che l’altra.
Detto in altri termini, l’equiparazione obiettivamente significherebbe che il legame della sessualità al compito procreativo ed educativo, è un fatto che non interessa lo Stato, poiché esso non ha rilevanza per il bene comune. E con ciò crollerebbe uno dei pilastri dei nostri ordinamenti giuridici: il matrimonio come bene pubblico. Un pilastro già riconosciuto non solo dalla nostra Costituzione, ma anche dagli ordinamenti giuridici precedenti, ivi compresi quelli così fieramente anticlericali dello Stato sabaudo.


4. Vorrei prendere in considerazione ora alcune ragioni portate a supporto della suddetta equiparazione.
La prima e più comune è che compito primario dello Stato è di togliere nella società ogni discriminazione, e positivamente di estendere il più possibile la sfera dei diritti soggettivi.
Ma la discriminazione consiste nel trattare in modo diseguale coloro che si trovano nella stessa condizione, come dice limpidamente Tommaso d’Aquino riprendendo la grande tradizione etica greca e giuridica romana: «L’uguaglianza che caratterizza la giustizia distributiva consiste nel conferire a persone diverse dei beni differenti in rapporto ai meriti delle persone: di conseguenza se un individuo segue come criterio una qualità della persona per la quale ciò che le viene conferito le è dovuto non si verifica una considerazione della persona ma del titolo» [2,2, q.63, a. 1c].
Non attribuire lo statuto giuridico di matrimonio a forme di vita che non sono né possono essere matrimoniali, non è discriminazione ma semplicemente riconoscere le cose come stanno. La giustizia è la signoria della verità nei rapporti fra le persone.
Si obietta che non equiparando le due forme lo Stato impone una visione etica a preferenza di un’altra visione etica.
L’obbligo dello Stato di non equiparare non trova il suo fondamento nel giudizio eticamente negativo circa il comportamento omosessuale: lo Stato è incompetente al riguardo. Nasce dalla considerazione del fatto che in ordine al bene comune, la cui promozione è compito primario dello Stato, il matrimonio ha una rilevanza diversa dall’unione omosessuale. Le coppie matrimoniali svolgono il ruolo di garantire l’ordine delle generazioni e sono quindi di eminente interesse pubblico, e pertanto il diritto civile deve conferire loro un riconoscimento istituzionale adeguato al loro compito. Non svolgendo un tale ruolo per il bene comune, le coppie omosessuali non esigono un uguale riconoscimento.
Ovviamente – la cosa non è in questione – i conviventi omosessuali possono sempre ricorrere, come ogni cittadino, al diritto comune per tutelare diritti o interessi nati dalla loro convivenza.
Non prendo in considerazione altre difficoltà, perché non lo meritano: sono luoghi comuni, più che argomenti razionali. Per es. l’accusa di omofobia a chi sostiene l’ingiustizia dell’equiparazione; l’obsoleto richiamo in questo contesto alla laicità dello Stato; l’elevazione di qualsiasi rapporto affettivo a titolo sufficiente per ottenere riconoscimento civile.


5. Mi rivolgo ora al credente che ha responsabilità pubbliche, di qualsiasi genere.
Oltre al dovere con tutti condiviso di promuovere e difendere il bene comune, il credente ha anche il grave dovere di una piena coerenza fra ciò che crede e ciò che pensa e propone a riguardo del bene comune. È impossibile fare coabitare nella propria coscienza e la fede cattolica e il sostegno alla equiparazione fra unioni omosessuali e matrimonio: i due si contraddicono.
Ovviamente la responsabilità più grave è di chi propone l’introduzione nel nostro ordinamento giuridico della suddetta equiparazione, o vota a favore in Parlamento di una tale legge. È questo un atto pubblicamente e gravemente immorale.
Ma esiste anche la responsabilità di chi dà attuazione, nella varie forme, ad una tale legge. Se ci fosse bisogno, quod Deus avertat, al momento opportuno daremo le indicazioni necessarie.
È impossibile ritenersi cattolici se in un modo o nell’altro si riconosce il diritto al matrimonio fra persone dello stesso sesso.
Mi piace concludere rivolgendomi soprattutto ai giovani. Abbiate stima dell’amore coniugale; lasciate che il suo puro splendore appaia alla vostra coscienza. Siate liberi nei vostri pensieri e non lasciatevi imporre il giogo delle pseudo-verità create dalla confusione mass-mediatica. La verità e la preziosità della vostra mascolinità e femminilità non è definita e misurata dalle procedure consensuali e dalle lotte politiche.
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Bologna, 14 febbraio 2010,  Festa dei Santi Cirillo e Metodio, Compatroni d’Europa
 Carlo Card. Caffarra
Arcivescovo di Bologna
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