Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

mercoledì 31 marzo 2010

Lettera di Pasqua di Padre Aldo (Contributi 275)

E' con gioia che vi propongo la lettare di Pasqua di Padre Aldo:

Cari amici,

nella scuola di comunità si parla della carità come “dono commosso di sé”. Oggi, domenica delle palme, la liturgia ci introduce a toccare con mano questa verità, che non può non diventare carne nel rapporto con se stessi e con gli altri. Vi mando tre foto. Sono la descrizione concreta della carità come dono commosso di sé.
Nella sedia a rotelle c’è la piccola Lourdes, con metastasi in tutto il corpo. Ha 9 anni ed è la secondogenita di 5 fratellini. Muove solo gli occhi, sorride sempre , alza la mano destra con la quale cerca di alzare anche il braccio sinistro. È arrivata da noi per morire, secondo i medici però (per grazia di Dio) non è detto che avvenga. Fra parentesi molti malati “terminali”che sono venuti qui, ora sono a casa loro, o, quelli abbandonati per l’AIDS, nella nostra fattoria. Miracolo della carità, come dono commosso di sé. La piccolina, la mia Lourdes (mi vuole un sacco di bene), è assistita dalla giovane mamma le 24 ore. Un giorno abbiamo chiesto a Lourdes: “Vorresti ricevere Gesù facendo la prima comunione?” il suo sguardo si illuminò.
Preparandola alla prima comunione, ci siamo resi conto che voleva un regalo: che i suoi genitori ricevessero il Sacramento del Matrimonio. La Hermana Sonia parlò con loro che, di fronte alla richiesta della loro bambina, annuirono. E cosi oggi, domenica delle palme, è accaduto il miracolo. Arrivato il momento del “sì”, la piccola Lourdes si è messa a piangere dalla commozione, dalla felicità. Cercava di alzare la testa per guardare in faccia i genitori ma non ci riusciva. I suoi occhi brillavano commossi e felici.
Una volta in più ho colto due cose: la carità è dono commosso di sé e se il grano di frumento non muore, non dà frutto. Il martirio di Lourdes è l’origine della pietà divina che ha permesso di dare il voto sacramentale a quella unione. Lourdes ha dato la vita per i suoi genitori. Come vorrei, cari amici, che possiate solo immaginare la gioia della piccola, dentro tutto il dolore, nel sentire il “sì” per tutta la vita di quel giovane padre e di quella giovane madre!
Arrivato il momento della sua prima comunione, dovevate vedere il volto di Lourdes. Il modo in cui ricevette Gesù è indescrivibile. A me sono rimaste le lacrime e l’incapacità di parlare. Capite cosa voglia dire “dono commosso di sé”? Cosa voglia dire “io sono Tu che mi fai”? Cosa significhi “guardare in faccia a Cristo”? Guardate le foto.
È Gesù che all’inizio della Settimana Santa ci fa partecipi della Sua gloria.
Come vorrei che tutti capissero anche la bellezza del Sacramento del Matrimonio, per il quale la mia piccola Lourdes ha dato la vita rispetto ai suoi genitori! Guardando lei pensavo ai miei 32 figli piccoli della casetta di Betlemme che ogni giorno mi riempiono di letterine che dicono la cosa più bella e semplice del mondo: “Per il mio papà Aldo: ti amo perché sei il migliore papà del mondo” e un cuore rosso raffigurato. Qualcuno, a ragione, dirà: “Esagerato”. Ma per chi non ha avuto nessuno o è stato violentato, percepisce che la verginità è l’unica forma di paternità e rende l’uomo capace di un amore impossibile senza questa grazia.
Buona Pasqua cari amici, mi affido alle vostre preghiere.
P. Aldo
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C'é qualcosa di radicalmente più grande del peccato? (Contributi 274)

Come aiuto a capire meglio il momento attuale di attacco alla Chiesa e a vivere il periodo pasquale, propongo l'ultimo editoriale di SamizdatOnLine

Accanto a tutti i limiti e dentro l’umanità ferita della Chiesa c’è o no qualcosa di più grande del peccato?
Di radicalmente più grande del peccato?
C’è qualcosa che può spaccare la misura inesorabile del nostro male?
Qualcosa che, come scrive il Pontefice, «ha il potere di perdonare persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali»?
«Ecco dunque il punto: Dio si è commosso per il nostro niente».

BUONA PASQUA da SamizdatOnLine

PIU' GRANDE DEL PECCATO
Ci sarebbe da discutere a lungo, sulle vicende che hanno portato Benedetto XVI a scrivere la sua Lettera ai cattolici d’Irlanda. E si potrebbe farlo partendo dai fatti, da numeri e dati che - letti bene - dicono di una realtà molto meno imponente di quanto possa sembrare dalla campagna feroce dei media. Oppure dalle contraddizioni di chi, sugli stessi giornali, accusa - a ragione - certe nefandezze, ma poche pagine più in là giustifica tutto e tutti, specie in materia di sesso. Si potrebbe, e forse aiuterebbe a capire meglio il contesto di una Chiesa davvero sotto attacco, ben al di là dei suoi errori. Solo che il gesto umile e coraggioso del Papa ha spostato tutto più in là. Verso il cuore della questione.


Chiaro, la ferita c’è. Ed è gravissima. Di quella specie che ha fatto dire parole di fuoco a Cristo («Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina e fosse gettato negli abissi…») e ai suoi vicari.


C’è la sporcizia, nella Chiesa. Lo disse chiaro e forte lo stesso Joseph Ratzinger nella Via Crucis di cinque anni fa, poco prima di diventare Papa, e non ha smesso mai di ricordarlo dopo, con realismo. C’è il peccato, anche grave. C’è il male e l’abisso di dolore che il male si porta dietro. E c’è l’esigenza di fare tutto il possibile - pure con durezza - per arginare quel male e riparare a quel dolore. Il Papa lo sta già facendo, e la sua Lettera lo ribadisce con forza, quando chiede ai colpevoli di risponderne «davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali».


Ma proprio per questi motivi il vero cuore della questione, il focus dimenticato, sta altrove. Accanto a tutti i limiti e dentro l’umanità ferita della Chiesa c’è o no qualcosa di più grande del peccato? Di radicalmente più grande del peccato? C’è qualcosa che può spaccare la misura inesorabile del nostro male? Qualcosa che, come scrive il Pontefice, «ha il potere di perdonare persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali»?


«Ecco dunque il punto: Dio si è commosso per il nostro niente», ricordava don Giussani in una frase usata da Cl per il Volantone di Pasqua: «Non solo: Dio si è commosso per il nostro tradimento, per la nostra povertà rozza, dimentica e traditrice, per la nostra meschinità. È una compassione, una pietà, una passione. Ha avuto pietà per me».


È questo che porta la Chiesa nel mondo, e non certo per merito, bravura o tantomeno coerenza dei suoi: la commozione di Dio per la nostra meschinità. Qualcosa di più grande dei nostri limiti. L’unica cosa infinitamente più grande dei nostri limiti. Se non si parte da lì, non si capisce nulla. Impazzisce tutto, letteralmente.


È capitato - capita - anche a noi di schivare quella commozione, di sfuggirla. A volte è nella Chiesa stessa che si riduce la fede a un’etica e la moralità a un’impossibile rincorsa solitaria alle leggi, quasi che aver bisogno di quell’abbraccio fosse una cosa di cui doversi vergognare. Ma se si dimentica Cristo, se si fa fuori la misura totalmente diversa che Lui introduce nel mondo ora, attraverso la Chiesa, non si hanno più i termini per capire e giudicare la Chiesa stessa.


Allora diventa facile confondere l’attenzione per le vittime e il riguardo per la loro storia con un silenzio connivente, e la prudenza verso i colpevoli veri o presunti – accusati, magari, sulla base di voci affiorate dopo decenni – con la voglia di «insabbiare» (che pure a volte, evidentemente, c’è stata). Diventa quasi inevitabile straparlare di celibato senza sfiorare nemmeno il valore reale della verginità. E diventa impossibile capire perché la Chiesa può essere dura e materna insieme, con i suoi sacerdoti che sbagliano. Può punirli con severità e chiedere loro di scontare la pena e riparare al male (lo ha già fatto, non da oggi; e lo farà, sempre), ma senza spezzare - se possibile - il filo di un legame, perché è l’unica cosa che può redimerli. Può chiedere ai suoi figli «siate perfetti come è perfetto il Padre vostro» non per domandare un’impossibile irreprensibilità, ma per richiamare una tensione a vivere la stessa misericordia con cui ci abbraccia Dio («siate misericordiosi come è misericordioso il Padre che è nei cieli»).


È proprio per questo che la Chiesa può educare. Che, in fondo, è la vera questione messa in discussione da chi la sta accusando («vedete che sbagliano anche i preti, e di brutto? Come facciamo ad affidargli i nostri bambini?»), come se il suo essere maestra dipendesse tutto dalla coerenza dei suoi figli, e non da Lui. Da Cristo. Dalla Presenza che – tra tutti gli errori e gli orrori commessi - rende possibile nel mondo un abbraccio come quello del Figliol prodigo ritratto da Chagall nello stesso Volantone. Lì, accanto alla frase di Giussani, ce n’è un’altra, di Benedetto XVI: «Convertirsi a Cristo significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza, esigenza del suo perdono».


Ecco, l’abbraccio di Cristo, dentro la nostra umanità ferita e indigente e al di là del male che possiamo compiere. Se la Chiesa – con tutti i suoi limiti - non avesse questo da offrire al mondo, persino alle vittime di quelle barbarie, allora sì che saremmo perduti. Tutti. Perché il male ci sarebbe sempre. Ma sarebbe impossibile vincerlo.
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Se questo è un prete (Post 82)

Parafrasando il titolo di un noto libro, propongo all'attenzione dei frequentatori del blog un giudizio su quanto afferma il sacerdote (?) , biblista (???) del link sottostante (occorre essere iscritti a facebook).
Io ricordavo che l'unione uomo - donna era la strada scelta (e benedetta) da Dio per la continuazione dell'umanità. Il prete (?????) del video dice, fra l'entusiasmo di chi lo ascolta, che tutto è opinabile e in evoluzione...

E si paga il canone per vedere attaccato ciò in cui crediamo?

Ma ecco il VIDEO

Aspetto i vostri commenti e le vostre opinioni...

lunedì 29 marzo 2010

Pedofilia (Contributi 273)

Riporto un "antidoto" di Rino Camilleri che ci parla di un argomento che ho già avuto occasione di affrontare...

Sulla rassegna «I segni dei tempi» ho trovato questo articolo di Olavo de Carvalho, uscito su «O Globo» il 27 aprile 2002 e tradotto. Merita riportarlo quasi integralmente.
«In Grecia e nell’Impero Romano l’uso di minori per la gratificazione sessuale degli adulti era una pratica tollerata e persino apprezzata.
In Cina, i bambini castrati erano venduti a ricchi pedofili e questo è stato un commercio legittimo per millenni.
Nel mondo islamico, la morale rigida che regola i rapporti tra uomini e donne sono spesso compensati dalla tolleranza circa la pedofilia omosessuale. In alcuni Paesi si è protratta almeno fino all’inizio del XX secolo, rendendo l’Algeria, per esempio, un giardino di delizie per i viaggiatori depravati (leggere le memorie di André Gide, Si le grain ne meurt).
In tutti quei luoghi dove la pratica della pedofilia decadde, fu per l’influenza del cristianesimo – e praticamente solo per essa – che ha liberato i bambini da quel terribile giogo. Ma che ha pagato un pedaggio. È stata come una corrente sotterranea di odio e di risentimento che ha attraversato due millenni di storia, aspettando il momento della vendetta. Quel momento è arrivato.
Il movimento di induzione alla pedofilia inizia con Sigmund Freud quando crea una versione caricaturale erotizzata dei primi anni di vita, una storia assorbita facilmente dalla cultura del secolo. Da allora la vita familiare, nell’immaginario occidentale, è sempre più stata vista come una pentola a pressione di desideri repressi. (…) Il potenziale politico esplosivo di questa idea è immediatamente utilizzato da Wilhelm Reich, psichiatra comunista che organizza in Germania un movimento per “liberazione sessuale dei giovani”, poi trasferito negli Stati Uniti, dove arriva a costituire, probabilmente, l’idea guida principale per la rivolta degli studenti negli anni ‘60. Nel frattempo, il Rapporto Kinsey, che ora sappiamo essere stato una frode in piena regola, distrugge l’immagine di rispettabilità dei genitori, presentandoli alle nuove generazioni come ipocriti malati o come occulti libertini sessuali.

L’arrivo della pillola e dei preservativi, che i governi stanno cominciando a distribuire allegramente nelle scuole, suona come il tocco di liberazione generale dell’erotismo dei bambini e degli adolescenti. Da allora l’erotizzazione dell’infanzia e dell’adolescenza si propaga dai circoli accademici e letterari alla cultura delle classi medie e basse attraverso innumerevoli film, spettacoli televisivi, “gruppi di incontro”, corsi sulla pianificazione familiare, annunci e tutto il resto. L’educazione sessuale nelle scuole diventa un incentivo diretto ai bambini e ai giovani a praticare ciò che vedono nei film e in televisione. Ma fin qui la legittimazione della pedofilia è solo insinuata, nascosta, in mezzo a rivendicazioni che la includono come conseguenza implicita. (…)
Uno degli autori del Rapporto Kinsey, Wardell Pomeroy, pontifica che l’incesto “spesso può essere utile”.
Con il pretesto della lotta contro la discriminazione, i rappresentanti del movimento gay sono autorizzati a insegnare nelle scuole elementari i benefici della pratica omosessuale. Chiunque vi si opponga è stigmatizzato, perseguitato, licenziato. (…) È impensabile che una rivoluzione mentale tanto ampia, che si è diffusa in tutta la società, miracolosamente non influenzi una parte speciale del pubblico: i sacerdoti e seminaristi. Nel loro caso si è sommato alla pressione esterna uno stimolo speciale, ben calcolato per agire dall’interno. In un libro recente, Goodbye, Good Men, il corrispondente americano Michael S. Rose mostra che da tre decenni organizzazioni gay statunitensi stanno infiltrando loro membri nei dipartimenti di psicologia dei seminari per ostacolare l’ingresso dei candidati vocazionalmente forti e motivati per forzare l’ingresso massivo di omosessuali nel clero. (…) Molestati e sabotati, confusi e indotti, è inevitabile che prima o poi, molti sacerdoti e seminaristi finiscano per cedere al generale degrado nei confronti di bambini e adolescenti. E quando ciò accade, tutti gli esponenti della cultura moderna “liberata”, l’intero establishment “progressista”, tutti i media “avanzati”, in breve, tutte le forze che per cento anni sono andati spogliando i bambini dell’aura protettiva del cristianesimo per consegnarli alla cupidigia degli adulti cattivi, improvvisamente si rallegrano, perché hanno trovato un innocente sul quale scaricare la loro colpa.
Cento anni di cultura pedofila, all’improvviso, sono assolti, puliti, riscattati davanti all’Onnipotente: l’unico colpevole di tutto è … il celibato sacerdotale!
Il cristianesimo deve pagare adesso per tutto il male che ha impedito loro di fare. (…) Mai la teoria di René Girard sulla persecuzione del capro espiatorio come soluzione per il ripristino delle unità illusoria di una collettività in crisi, ha trovato una conferma così evidente, così ovvia, così universale e allo stesso tempo. (…)»
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domenica 28 marzo 2010

La grande bufala del "New York Times" (Articoli 3)

Se c’è un giornale che viene in mente quando si parla di lobby laiciste e anticattoliche, questo è il New York Times. Il 25 marzo 2010 il quotidiano di New York ha confermato questa sua vocazione sbattendo il Papa in prima pagina con un’incredibile bufala relativa a Benedetto XVI e al cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone.

Secondo il quotidiano nel 1996 i cardinali Ratzinger e Bertone avrebbero insabbiato il caso, segnalato alla Congregazione per la Dottrina della Fede dalla Arcidiocesi di Milwaukee, relativo a un prete pedofilo, don Lawrence Murphy. Incredibilmente – dopo anni di precisazioni e dopo che il documento è stato pubblicato e commentato ampiamente in mezzo mondo, svelando le falsificazioni e gli errori di traduzione delle lobby laiciste – il New York Times accusa ancora l’istruzione Crimen sollicitationis del 1962 (in realtà, seconda edizione di un testo del 1922) di avere operato per impedire che il caso di don Murphy fosse portato all’attenzione delle autorità civili.


I fatti sono un po’ diversi. Intorno al 1975 don Murphy fu accusato di abusi particolarmente gravi e sgradevoli in un collegio per minorenni sordi. Il caso fu tempestivamente denunciato alle autorità civili, che non trovarono prove sufficienti per procedere contro don Murphy. La Chiesa, nella fattispecie più severa dello Stato, continuò tuttavia con persistenza a indagare su don Murphy e, giacché sospettava che fosse colpevole, a limitare in diversi modi il suo esercizio del ministero, nonostante la denuncia contro di lui fosse stata archiviata dalla magistratura inquirente.


Vent’anni dopo i fatti, nel 1995 – in un clima di forti polemiche sui casi dei “preti pedofili” – l’Arcidiocesi di Milwaukee ritenne opportuno segnalare il caso alla Congregazione per la Dottrina della Fede. La segnalazione era relativa a violazioni della disciplina della confessione, materia di competenza della Congregazione, e non aveva nulla a che fare con l’indagine civile, che si era svolta e si era conclusa vent’anni prima. Si deve anche notare che nei vent’anni precedenti al 1995 non vi era stato alcun fatto nuovo, o nuova accusa nei confronti di don Murphy. I fatti di cui si discuteva erano ancora quelli del 1975. L’arcidiocesi segnalò pure a Roma che don Murphy era moribondo. La Congregazione per la Dottrina della Fede certamente non pubblicò documenti e dichiarazioni a vent’anni dai fatti ma raccomandò che si continuassero a restringere le attività pastorali di don Murphy e che gli si chiedesse di ammettere pubblicamente le sue responsabilità. Quattro mesi dopo l’intervento romano don Murphy morì.
Questo nuovo esempio di giornalismo spazzatura conferma come funzionano i “panici morali”. Per infangare la persona del Santo Padre si rivanga un episodio di trentacinque anni fa, noto e discusso dalla stampa locale già a metà degli anni 1970, la cui gestione – per quanto di sua competenza, e un quarto di secolo dopo i fatti – da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede fu peraltro canonicamente e moralmente impeccabile, e molto più severa di quella delle autorità statali americane. Di quante di queste “scoperte” abbiamo ancora bisogno per renderci conto che l’attacco al Papa non ha nulla a che fare con la difesa delle vittime dei casi di pedofilia – certamente gravi, inaccettabili e criminali come Benedetto XVI ha ricordato con santa severità – e mira a screditare un Pontefice e una Chiesa che danno fastidio alle lobby per la loro efficace azione in difesa della vita e della famiglia?

Massimo Introvigne
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Svegliati, tu che dormi! (Contributi 272)

Propongo all'attenzione e alla lettura questo editoriale di CulturaCattolica. Sarebbe interessante leggere i vostri commenti o sapere che qualcuno se n'è fatto diffusore a sua volta...

Chiesa, svegliati e testimonia Gesù Cristo come ragione del vivere, e lascia stare le prediche «politically correct» che tanto ti fanno avere il plauso (colmo di disprezzo, comunque) dei «benpensanti»!


Svegliati, tu che dormi!
Sembra che questa invocazione, tratta dalla antica liturgia (Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: “Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà”) oggi debba essere rivolta alla Chiesa, almeno ad alcuni suoi pastori.
Siamo di fronte ad uno dei più terribili attacchi sferrati negli ultimi anni alla presenza della Chiesa nel mondo, sintesi di tutto l’armamentario laicista, radicale, massonico ed illuminista. E le armi sono veramente subdole e raffinate (e basta avere un po’ di dimestichezza con i giovani per coglierne il risultato: fango sulla Chiesa, disprezzo e sfiducia, rinuncia alla speranza. E un uomo e un giovane senza speranza sono facile preda di ogni potere). Così una generazione viene gravemente turlupinata e umiliata, soprattutto da coloro che, in altri tempi e in altre occasioni, si sono fatti paladini di ogni abiezione morale propagandata come rispetto della libertà. E per sincerarsene basta leggere queste affermazioni fatte ad un convegno dei radicali: «In ogni caso in uno Stato di diritto essere pedofili, proclamarsi tali o anche sostenerne la legittimità non può essere considerato reato; la pedofilia, come qualsiasi altra preferenza sessuale, diventa reato nel momento in cui danneggia altre persone.
È invece certo che criminalizzare i pedofili in quanto tali - come “categoria” - non sulla base dei loro comportamenti ma della loro “condizione”, non è ulteriormente tollerabile, e alimenta forme di psicosi sociale, e accessi di intolleranza che non costituiscono un argine alla violenza contro i minori, ma uno stimolo a una caccia agli “untori” letteralmente devastante sul piano civile o politico».
Ora gli stessi radicali si scagliano contro una presunta difesa della Chiesa e del Papa verso i preti pedofili! È il caso di dire: da che pulpito vien la predica!
Allora? Vogliamo giustificare i preti pedofili? Gli abusi sessuali dei religiosi? I loro comportamenti gravemente scorretti (a volte non solo in campo sessuale)? Ma non facciamo ridere! E soprattutto non attribuiamo ad altri le nostre abiezioni e connivenze! Ma facciamo pulizia di tanta superficialità, connivenza col male, irresponsabilità nell’esercizio del ministero sacerdotale. E non dimentichiamo che l’anno sacerdotale non è una parata di buone intenzioni o di pellegrinaggi, ma l’invito ad una santità che sola può invogliare l’uomo a riconoscere Cristo presente!

Quello che ci preme sottolineare è da un lato la grave forma di guerra al cristianesimo e alla Chiesa che si serve di errori morali (come già detto, accettati e assolutamente non condannati se operati da altre categorie di persone) per minare fiducia e credibilità (e non mi interessa neanche quantificare il male, né sostenere che responsabili non perseguiti sono membri di altri gruppi di persone o realtà sociali). Dall’altro lato chiediamo – e qui è la sostanza dell’invito al «risveglio» – di rinnovare la propria appartenenza ecclesiale. Siamo stanchi di una cristianità e di ecclesiastici che vivono la loro fede clericalmente (ogni forma di clericalismo ci infastidisce come e più di ogni forma di laicismo bigotto). L’uomo di ogni tempo ha bisogno di testimoni, non di funzionari.
Ha bisogno di verità, e non di prediche moralistiche.
Di esempi viventi e non di regole stantie.
Di senso del mistero e non di scettico scientismo (e dico senso del mistero amico della ragione, e non fumose teorie più o meno devote).

Chiesa, svegliati e testimonia Gesù Cristo come ragione del vivere, e lascia stare le prediche «politically correct» che tanto ti fanno avere il plauso (colmo di disprezzo, comunque) dei «benpensanti»! Impara da quei laici che hanno nostalgia della fede, e rendi incontrabile il Signore, nella tua vita, nei tuoi sacramenti, nei vari e vitali movimenti ecclesiali, e soprattutto in quel magistero luminoso che è stato di Giovanni Paolo II e ora lo è di Benedetto XVI!
Solo così sarai quella fontana al centro del villaggio a cui gli uomini si disseteranno! Viene alla mente Matriona, personaggio di Solženicyn, vecchia stupita, ingenuotta, sfruttata e calunniata per le molte tare del suo passato, ma che, quando muore, si rivela il giusto, senza del quale non vive il villaggio, né la città, né la terra! Sì, proprio come Matriona non dobbiamo avere paura del martirio, nemmeno di quello dell’emarginazione e della calunnia. Già tanti nostri fratelli, nella quotidianità della loro vita lo testimoniano: sono la perla preziosa che va amata e custodita, sono il «giusto del villaggio» che permettono a noi di vivere dignitosamente con grande e rinnovata speranza!
Mangiarotti, Don Gabriele
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giovedì 25 marzo 2010

Il Demonio: Colui che divide (Articoli 2)

Era un sacerdote che non credeva al potere del demonio. Poi un’esperienza scioccante. Oggi è esorcista ufficiale della diocesi di Verona. Conosciamo don Gino Oliosi; Monsignor Gino Oliosi: un sacerdote avanti con gli anni, dal quale emanano un equilibrio e una pace che si colgono subito, appena lo contatti. Due qualità importanti che, però, sulle prime possono sembrare opposte al ruolo che egli svolge per incarico del vescovo di Verona: quello di esorcista. Una persona, cioè, che ha a che fare con quel mondo oscuro, perverso, delle manifestazioni diaboliche ne, diciamo la verità, ci si creda o meno, ti paura a tutti.

Perché, se è vero che possiamo anche scherzare sulla esistenza del Maligno fino quando resta più o meno celato, è ben più difficile ignorarlo quando si manifesta in quelle forme eclatanti che sono la vessazione, l’infestazione, l’ossessione o, addirittura, la possessione. Ciò che mi incuriosisce è la sua esperienza di prima mano in un campo, come quello del demoniaco, oggi messo in discussione da tanti anche all’interno della Chiesa. Voglio capire e sentire che cosa ha da dire al proposito a noi tutti, ma anche a tanti suoi fratelli nel sacerdozio che, in questo anno sacerdotale, sono stati chiamati a riflettere in modo particolare sul loro ruolo e a riscoprire con pienezza la loro identità.
Quando gli chiedo come si sia avvicinato a questo mondo, mi racconta che egli stesso ha percorso un cammino di presa di coscienza progressiva del problema.
Al proposito, ha bene impressa nella memoria la prima tappa. Giovane sacerdote, studioso di teologia nei fermenti del Concilio, nel 1964 era stato chiamato a reggere uno dei più venerati e noti santuari della diocesi di Verona, quello della Madonna della Corona, incastonato, a strapiombo, nelle rocce del monte Baldo. Era questo un ruolo che comprendeva in contemporanea, per tradizione, anche quello di esorcista. Ma poiché egli aveva rifiutato quest’ultimo, il vescovo aveva assegnato il ruolo ad un altro sacerdote che esercitava, quando era necessario, in una cappellina costruita appositamente all’esterno del santuario. Qui, un giorno, per sottoporsi al rito, era giunto un giovane, inviato dal famoso psichiatra prof. Trabucchi. Il tutto era iniziato alle nove e mezzo, ma poiché alle undici ancora non era finito, don Gino aveva preso la strada della cappellina per curiosare come andasse. Ricorda bene come, camminando, dentro di sé se la prendesse con quelle “manie” di credere ancora che il demonio compisse cose di quel genere. Ma ricorda altrettanto bene quale sia stata la sua sorpresa quando, appena messo piede in cappellina, il cosiddetto indemoniato - che non lo poteva vedere perché dava la schiena all’ingresso - con voce alta e rauca aveva iniziato a gridare: «Quel prete che entra vuole sapere se io esisto o no!». È facile immaginare quale shock gli abbiano provocato quelle parole che avevano letto nel suo pensiero.
Un tarlo che non lo avrebbe più abbandonato, una spinta ad approfondire negli anni, fino alla chiamata ufficiale, nel 2001 a sessantotto anni, da parte del vescovo, prima in cattedrale, ed ora nel Santuario della Madonna di Dossobuono.


È un ministero, mi dice don Gino, che va esercitato in seno alla Chiesa e con molta prudenza. In collaborazione, poi, con medici esperti della psiche umana per operare un discernimento corretto e non scambiare per possessione disturbi di altro genere. Ma anche con il sostegno di credenti - una decina - che si preparano con preghiera e digiuno e che sostengono il sacerdote durante il non facile esorcismo ufficiale. Sette sono i posseduti che ha incontrato in questi anni. Per quattro di questi c’è stata una liberazione totale. Tra di essi, una giovane mamma di due bambini che aveva avuto contatti con sette sataniche durante l’università e che ha ritrovato, insieme alla sua famiglia, la pace e la gioia di vivere.
Ma in realtà, questo aspetto più eclatante del suo ministero non è ciò che a don Gino sta più a cuore comunicarmi. Tutto ciò, sottolinea, non è che la punta di un iceberg che attira l’attenzione ma che distrae da ciò che è più importante e che consiste nella massa sommersa. Il vero guaio è la perdita della credenza, anche di molti cattolici, sacerdoti compresi, nella esistenza del demonio come essere personale che crea grandi pericoli e apre voragini nelle quali rischiamo di precipitare.
C’è, infatti, tutto un filone della teologia e anche della esegesi che vorrebbe vedere nel demonio della Tradizione solo una personificazione del male presente nell’uomo. Ma non è questa la posizione ufficiale della Chiesa, come dimostrano i documenti conciliari che contengono ben diciotto volte il riferimento a Satana come essere personale e influente sugli uomini. E come attesta anche il Catechismo della Chiesa, sia nella versione più ampia, sia nel compendio. Il demonio è un angelo, cioè una creatura spirituale creata libera di scegliere l’amore di Dio oppure di rifiutarlo come purtroppo ha fatto, ribellandosi a Lui. E come purtroppo continua a fare anche con l’altra creatura libera a cui Dio ha dato vita: e, cioè, l’uomo. Nei confronti del quale il diavolo opera, cercando di indurlo al medesimo peccato di superbia e di ribellione. Creare divisione è il suo obiettivo. Divisione tra l’uomo e Dio, divisione dell’uomo in se stesso, divisione dagli altri uomini.
E, dunque, portare odio al posto dell’amore, individualismo al posto dell’unità, caos al posto dell’armonia, morte al posto della vita. Disgregare la personalità, chiuderla a Dio e ai fratelli. Dietro il peccato originale, rammenta don Gino, non c’è solo la volontà dell’uomo e il gioco della sua libertà; ci sono anche l’istigazione e l’influsso di Satana. Una antica storia che, in realtà, si ripete ogni volta che l’uomo si trova ad esercitare la sua libertà.
Certo, rispetto ad allora, oggi, nel tempo della Chiesa, c’è un fatto nuovo e straordinario: la venuta di Gesù, la sua morte e la sua risurrezione. Questa sua incarnazione, infatti, ha avuto proprio lo scopo di portare alla luce il male, di stanarlo, di svelarne l’origine - che è il cuore dell’uomo, ma anche Satana, costretto a fuggire davanti a lui molte volte nei Vangeli - e di sconfiggerlo con un gesto d’amore tale da operare la redenzione. Quest’ultima, tuttavia, mentre ci apre i canali della Grazia salvifica e ci reintegra nuovamente e fin da ora nelle file del Regno di Dio, non ci sottrae alla lotta e al possibile influsso di Satana e dei suoi satelliti.
Al centro della vita del cristiano, dunque sia ben chiaro, sottolinea don Gino - non c’è il demonio ma c’è Gesù Cristo, con la luce della sua risurrezione. Luce alla quale noi possiamo accedere non solo nel ricordo, tramite la Scrittura, ma nella realtà, tramite i sacramenti. Questo tuttavia non deve farci dimenticare la Croce e, cioè, la lotta contro il male che ha anche un nome - Satana - che Gesù stesso ha dovuto affrontare e sconfiggere. E noi, con lui, al suo seguito.
È tutto questo scenario cristiano, mi fa osservare, che ha liberato l’Occidente dalla paura dei demoni. Ma ora è questo stesso Occidente che, secolarizzandosi, favorisce il riemergere collettivo della paura.
La quale, cercando soluzioni nell’esoterismo, nella magia, in una scienza idolatrata, finisce per indebolire la coscienza e la libertà di decisione, favorendo l’influenza satanica.
Nessuna paura, dunque, del diavolo, nessuna predica che minacci castighi e inferno, perché la signoria alla fine è di Dio e perché l’uomo che vive in rapporto d’amore con il suo Creatore e Padre è anch’egli certo della vittoria. Però, al contempo, piena consapevolezza dell’ostacolo costante che egli cerca di frapporre alla espansione del Regno di Dio e alla conversione di ogni uomo. Piena consapevolezza che, evidentemente, devono per primi raggiungere i sacerdoti destinati a guidare e a formare il Popolo di Dio. Non si possono prendere le cose alla leggera in questo campo: «Non riconoscere l’esistenza del demonio e, di conseguenza, non presentarlo adeguatamente nella catechesi, significa correre il rischio di perdere la consapevolezza della natura profonda della fede e di non avere una visione adeguata su chi è Dio e chi è ogni uomo, ma anche su che cosa è la storia, con i suoi conflitti e le sue contraddizioni».
Per questo è buona cosa che ogni sacerdote conosca bene il testo del Nuovo Rituale. Perché se è vero che, per la parte che riguarda gli “esorcismi ufficiali”, è riservata a coloro che il vescovo ha prescelto, è anche vero che esso esorta a promuovere quelli che vengono chiamati “esorcismi invocativi”, cioè tutto quell’insieme di iniziative che fanno prevenzione, mantenendo il cuore in contatto con Dio. Tra cui, per esempio, il valore della preghiera in generale e del Padre Nostro in particolare: “liberaci dal male”. E poi, ancora in un serio ricupero del percorso sacramentale: battesimo e cresima frequentemente richiamati alla coscienza, sostenuti dalla confessione almeno mensile e dalla eucaristia.
È quello che don Gino con semplicità, ma con fermezza, propone ai tanti che vanno da lui sempre più numerosi, spinti dalla paura del male fisico e morale dal quale si sentono assediati. E che, seguiti con amore e pazienza, avviati sulla via della Tradizione, ricuperano lucidità mentale e capacità progressiva di esercitare al bene la loro libertà. In una parola, ottengono quella guarigione del cuore che il Vangelo ci assicura.

Cultura Cattolica
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mercoledì 24 marzo 2010

Di pagliuzze, travi, peccatori e perdono (Post 81)

Mi ero riproposto di non intervenite sulle accuse di pedofilia alla Chiesa lasciando spazio e voce a chi è più capace del sottoscritto di esprimersi sull'argomento. E tutto sommato resterò fedele al mio proposito limitandomi a presentare un commento che ho ricevuto sulla lettera di Padre Aldo, due post più sotto.
La mia amica Piera dice:
Proprio il Vangelo di domenica parlava dell'adultera, Cristo, con immensa pietà dice al popolo che la voleva lapidare:"CHI È SENZA PECCATO SCAGLI LA PRIMA PIETRA CONTRO QUESTA DONNA". Questa frase è più attuale oggi di 2000 anni fa. I politici sono giustificati, poverini è stato un attimo di sbandamento, ma loro di sbandamenti ne hanno tutti i giorni, e quanti sono!
Se un sacerdote sbaglia, tutta la categoria è condannata!
Non riesco a capire come mai, proprio la Chiesa, sia così vituperata da tutti i mass-media, con falso moralismo si scagliano contro persone che se dicono la loro, devono solo pensare a far bene il prete, se non dicono nulla, la Chiesa non si interessa dei suoi poveri.
Ma se si professano atei cosa si interessano delle cose di Dio, rigirandole a loro uso e consumo! Perchè, invece di accusare, non vanno dalle vittime di abusi a dare la loro disponibilità ad aiutarli in tutti i sensi.
Ma per questo c'è la Chiesa con i loro preti, le loro suore e i loro volontari che già lo fanno, loro non si sporcano sicuramente le mani per accarezzare queste anime innocenti, per dare loro un abbraccio come un papà o una mamma amorevole, loro no devono pensare alla loro carriera e a sputare fango su chi lavora veramente con sacrificio e amore per gli ultimi!
Dio vi benedica tutti cari Sacerdoti, Religiose e laici, che portate l'amore di Dio dove c'è dolore e tormento, le mie umilissime preghiere sono per tutti voi e per il Santo Padre, violentato da tutte queste calunnie gratuite avendo il solo torto di essere il Vicario di Cristo sulla Terra!
Il primo punto, che sfugge sempre a chi, standone al di fuori, si permette di criticare la Chiesa è che si condanna sempre il peccato e MAI il peccatore. Cristo si è fatto crocefiggere, si è reso carne da macello per vincere (e far vincere all'uomo) il peccato; ma questo chi non crede fa fatica a capirlo dato che per lui non esiste il peccato come esperienza personale ma solo come errore altrui.
Come diceva Eliot la Chiesa e poco gradita agli uomini perchè è debole dove la si vorrebbe forte e forte dove la si vorrebbe debole, troppo pronta a perdonare il peccato (il mondo è pieno di figlioli prodighi che ritornano a casa, anche se a volte poi ripartono in un lungo vai e vieni) e troppo ferma a condannare il male (l'aborto e l'eutanasia ad esempio).
Per fare un esempio un Padre Aldo è un esempio bellissimo di sacerdote finchè se ne sta in Paraguay a curare i rifiuti dell'umanità, coloro che gli intelligenti pensatori non toccherebbero con un dito, ma è un insopportabile rompiscatole se comincia a parlare a favore del Papa.
Come si diceva non molto tempo fa, se togliamo Dio dall'orizzonte dell'uomo, resta solo l'io con tutte le conseguenze del caso. Spesso capita a costoro che accusino qualcuno di avere pagliuzze ignorando le proprie travi.
Il punto è che ci siano sempre sacerdoti appassionati di Cristo (e di conseguenza dell'uomo) e che riescano ad essere efficaci ed affascinanti testimoni dell'amore di Gesù per ogni uomo.
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martedì 23 marzo 2010

il celibato è amare come Cristo (Contributi 271)

Sempre sul tema della accuse alla Chiesa, vi propongo da Il Sussidiario una lettera di Jonah Lynch in cui si ridabisce e chiarisce in modo superlativo il concetto di celibato e di amore:

Caro direttore,
come si legge nei commenti alla Lettera del Papa ai vescovi irlandesi, pubblicati in questi giorni su tutti i quotidiani italiani, il celibato è quasi universalmente considerato il prezzo da pagare per essere sacerdote di Santa Romana Chiesa. E se il Papa in quella lettera lo definisce “sacro”, sembra ad alcuni una parola buttata lì, a cui non dare un peso particolare. Invece “sacro” vuol dire che c’entra con Dio, che non è una pura questione giuridica. Vorrei allargare il discorso al di là delle ragioni storiche di questa disciplina. Il punto non è il tanto ribadito quanto inesistente nesso fra celibato e pedofilia. Uno sguardo alle statistiche rivela che tali sospetti non sono in alcun modo sostenuti dalla realtà.


Il punto non è neppure quello di entrare nei meandri del diritto canonico e spiegare ai cattolici ciò che potrebbero o dovrebbero fare di diverso - saranno fatti loro se hanno sempre, a più e più riprese, mantenuto il celibato dei sacerdoti. Il punto è che il celibato porta a galla una questione che interessa tutti, non solo chi ha un motivo per biasimare o difendere i sacerdoti. Mette in evidenza una delle domande più radicali che una persona può fare: cos’è l’amore? È possibile amare veramente, per tutta la vita? Come si fa?


Chi liberamente sceglie il celibato si fa queste domande, ma se le fa anche chi si sposa. Pure chi si sveglia nel letto di uno sconosciuto se le fa, o chi divorzia.

L’amore è donazione. È volere il bene di un altro. È comunione, l’unità miracolosa dei diversi. È un abbraccio caloroso, che però lascia l’altro libero, non ingabbiato in una rete di sottili pretese. È il sacrificio di sé per l’altro, come sa bene ogni madre. L’amore è la cifra nascosta della libertà in ogni rapporto. È il fuoco segreto che, non consumandosi, nutre un matrimonio o una vocazione religiosa per tutti i lunghi anni della vita. Ecco la vera ragione del celibato dei preti: si vuole amare in modo totale, come Gesù.


Mi rendo conto che più controcorrente di così non si può. Di sicuro, non avrei mai scelto la verginità se non avessi incontrato uomini compiuti e liberi su quella strada. E non avrei continuato a vivere così se non perché sperimento una pienezza affettiva molto più ricca e bella di quando avevo una fidanzata.


Nell’ultimo film di Tarkovskij, Il sacrificio, a un certo punto il protagonista guarda un libro d’icone russe e dice: “Che magnifica raffinatezza e quanta infantile purezza e innocenza, profonda e verginale allo stesso tempo!” È una bella descrizione della vita cristiana, in cui la calma e lieta certezza della fede cammina al fianco della profonda e realistica conoscenza dell’uomo, con tutta la sua grandezza e tutta la sua meschinità. Il celibato è al servizio di questa fanciullezza dello spirito. Ricorda al mondo che l’innocenza non è soltanto un ricordo, ormai inaccessibile. Ci ricorda che l’amore disinteressato esiste, e che è bellissimo.
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lunedì 22 marzo 2010

Contro chi sputa sui preti (Contributi 270)

L'ultimo editoriale di SamizdatOnLine è una lettera di Aldo Trento, la lascio alla vostra lettura e, mi auguro, ai vostri commenti......

Sono in Italia da alcuni giorni e sono davvero amareggiato, addolorato per questi continui attacchi al Santo Padre, ai sacerdoti, alla Chiesa cattolica, usando la diabolica arma della pedofilia. E’ vero, questo argomento sembra interessare più a certi giornali e alle loro fantasie e allucinazioni che al pubblico: perché ho incontrato migliaia di persone e per lo più giovani, ma nessuno mi ha posto una domanda su questa questione.

Il che significa che, sebbene esista questo flagello nel mondo e abbia intaccato anche la chiesa, con la dura, chiara e forte condanna del Santo Padre, siamo lontani anni luce da quel fenomeno di massa, come se tutti i preti fossero pedofili, come vogliono farci credere. Sono quarant’anni che sono sacerdote, sono stato in diverse parti del mondo, ho vissuto in brefotrofi, scuole, internati per bambini, ma non ho mai trovato un collega colpevole di questo delitto. Non solo, ma ho vissuto con sacerdoti, religiosi che hanno dato la vita perché questi bimbi avessero la vita.
Attualmente vivo in Paraguay, la mia missione abbraccia tutto l’umano nella sua povertà, quell’umano gettato nell’immondizia dal sensazionalismo dei media. Da 20 anni condivido la mia vita con prostitute, omosessuali, travestiti, ammalati di Aids, raccolti per le strade, negli immondezzai, nelle favelas e me li porto a casa dove la Provvidenza divina ha creato un ospedale di primo mondo come struttura architettonica, ma paradisiaco come clima umano. E in questa “anticamera del Paradiso”, come lo chiamano loro, li accompagno al Paradiso. Hanno vissuto come “cani” e muoiono come principi.
Vicino alla clinica, sempre la Provvidenza ha creato due “case di Betlemme” per ricordare il luogo dove è nato Gesù, che raccolgono 32 bambini, molti di essi violentati dai patrigni o dal compagno occasionale della “madre”. Tutti i giorni ho a che fare con situazioni terribili e indescrivibili. Spesso non ho neanche la capacità di leggere i referti delle assistenti sociali, tanto sono orrende le violenze sessuali subite dai miei bambini.
Eppure, dopo alcuni mesi che sono con noi, respirano un’altra aria, quell’aria che solo il fatto cristiano e l’amore di noi sacerdoti contro cui i mostri del giornalismo si scagliano, facendo di ogni erba un fascio. Aveva ragione Pablo Neruda quando definiva certi giornalisti “coloro che vivono mangiando gli escrementi del potere”.
La certezza che “io sono Tu che mi fai” che sono frutto del Mistero e non l’esito dei miei antecedenti, per quanto pessimi possano essere stati, si trasmette come per osmosi nel cuore dei miei bambini che ritrovano il sorriso. Come si trasmette anche sui “mostri” (se così vi piace chiamarli voi giornalisti… a cui tanto assomigliate per la vostra ipocrisia) parlo di quelli che sembrano divertirsi a sputare contro la chiesa) che in fondo a loro volta, spesso, sono vittime e carnefici, vittime da piccoli e carnefici da grandi, avendo vissuto come bestie.
Il mio cuore di prete mentre do la mia vita per questi innocenti non può non dare la vita, come Gesù, anche per coloro di cui Gesù ha detto con parole fortissime “prima di scandalizzare uno di questi piccoli è meglio mettersi una macina da mulino al collo e buttarsi nel profondo del mare”.
Sono solo alcuni esempi, di milioni, della carità della chiesa. Mi fa soffrire questo sputare nel piatto nel quale, Dio lo voglia, anche certi morbosi giornalisti, un domani si troveranno a mangiare, perché se uno sbaglia non significa che la chiesa sia così. Questa chiesa che è il respiro del mondo.
Non vi chiedete cosa sarebbe di questo mondo senza questo porto di sicura speranza per ogni uomo, compresi voi che in questi giorni come corvi inferociti vi divertite sadicamente a sputare sopra il Suo Casto Volto? Venite nel terzo mondo per capire cosa vuol dire migliaia di preti e suore che muoiono dando la vita per i bambini. Venite a vedere i miei bambini violentati che alcuni giorni fa prima di partire per l’Italia piangevano chiedendomi: “Papà quando torni?”.
Non voglio strappare le lacrime a voi che siete come le pietre ma solo ricordarvi che anche per voi un giorno quando la vita vi chiederà il “redde rationem vilicationis tuae” questa chiesa, questa madre contro cui avete imparato bene il gioco dello sputo, vi accoglierà, vi abbraccerà, vi perdonerà.
Questa madre, che da 2000 anni è sputacchiata, derisa, accusata e che da 2000 anni continua a dire a tutti coloro che lo chiedono: “Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo”.
Questa madre, che sebbene giudichi e condanni duramente il peccato e richiami duramente il peccatore reo di certi orrendi delitti, come la pedofilia, non chiude e non chiuderà mai le porte della sua misericordia a nessuno.
Mi confortano le parole di Gesù “le porte dell’inferno non prevarranno mai”. Come mi conforta l’immensa santità che trabocca dal suo corpo di “casta meretrix”.
Allora non perdiamo tempo dietro i deliri di alcuni giornalisti che usano certi esecrabili casi di pedofilia per attaccare l’Avvenimento cristiano, per mettere in discussione la perla del celibato, ma guardiamo le migliaia di persone, giovani in particolare, incontrati personalmente in una settimana di permanenza in Italia che credono, cercano e domandano alla chiesa il perché, il senso ultimo della vita e che vedono in lei l’unica possibile risposta.
Personalmente mi preoccupa di più l’assenza di santità in molti di noi sacerdoti che altre cose per quanto gravi e dolorose siano.
Mi preoccupa di più una chiesa che si vergogna di Cristo, invece che predicarlo dai tetti.
Mi preoccupa di più non incontrare i sacerdoti nel confessionale per cui il peccatore spesso vive quel tormento del suo peccato perché non trova un confessore che lo assolva.
Alle accuse infamanti di questi giorni urge rispondere con la santità della nostra vita e con una consegna totale a Cristo e agli uomini bisognosi, come non mai, di certezza e di speranza.
Alla pedofilia si deve rispondere come il Papa ci insegna.
Però solo annunciando Cristo si esce da questo orribile letamaio perché solo Cristo salva totalmente l’uomo.
Ma se Cristo non è più il cuore della vita, allora qualunque perversione è possibile. L’unica difesa che abbiamo sono i nostri occhi innamorati di Cristo.
Il dolore è grandissimo, ma la sicurezza granitica: “Io ho vinto il mondo” è infinitamente superiore.
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Essere preti è più di “una semplice decisione morale (Contributi 269)

E' sotto gli occhi di tutti l'attacco frontale alla Chiesa che viene portato in questi giorni a partire dalla accuse di pedofilia di alcuni sacerdoti. Viene qui riproposta la prolusione pronunciata dal Card. Angelo Bagnasco al Consiglio Episcopale Permanente a Roma in cui si parla, anche di questo.
E su questo argomento seguono poi alcuni link di altri interessanti ed istruttivi post di altri blog.
In sintesi tengo a segnalare che se è vero che ci sono stati casi di pedofilia fra il clero è altrettanto vero che la percentuale d'incidenza (ho fatto lo statistico per molti anni e questo tipo di numeri esercita sempre un discreto fascino su di me) dei preti pedofili sul totoale è del 0,11%, mentra analoga percentuale con i laici fornisce una percentuale di incidenza del 0,24%. Faccio rispettosamente notare che i laici sono in quantità superiore rispetto ai consacrati.. Ma lascio la parola a S.E. Card. Bagnasco (fonte Zenit). Buona lettura.

“Senza dubbio – ha affermato il presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) - la pedofilia è sempre qualcosa di aberrante e, se commessa da una persona consacrata, acquista una gravità morale ancora maggiore”.

“Per questo - ha aggiunto -, insieme al profondo dolore e ad un insopprimibile senso di vergogna, noi Vescovi ci uniamo al Pastore universale nell’esprimere tutto il nostro rammarico e la nostra vicinanza a chi ha subìto il tradimento di un’infanzia violata”.
Facendo riferimento alla Lettera ai cattolici d’Irlanda di Benedetto XVI, l’Arcivescovo di Genova ha spiegato che “la Chiesa impara dal Papa a non avere paura della verità, anche quando è dolorosa e odiosa, a non tacerla o coprirla”.
“Questo, però, - ha continuato - non significa subire – qualora ci fossero – strategie di discredito generalizzato”.
Secondo il presidente della CEI, bisogna interrogarsi “a proposito di una cultura che ai nostri giorni impera incontrastata e vezzeggiata” e che ha “l’atteggiamento cioè di chi coltiva l’assoluta autonomia dai criteri del giudizio morale e veicola come buoni e seducenti i comportamenti ritagliati anche su voglie individuali e su istinti magari sfrenati”.
Per il cardinale Bagnasco, “l’esasperazione della sessualità sganciata dal suo significato antropologico, l’edonismo a tutto campo e il relativismo che non ammette né argini né sussulti fanno un gran male perché capziosi e talora insospettabilmente pervasivi”.
A questo proposito il porporato ha ripreso San Paolo che nella lettera ai Corinzi scrive “vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20), perchè “questa perorazione raggiungesse in particolare i nostri cari sacerdoti, e li interpretasse nel loro desiderio di autenticità e di rinnovamento della propria testimonianza di vita e di missione”.
Il presidente della CEI ha quindi richiamato il tema dell’identità sacerdotale che resta ‘determinante’ per l’esercizio del sacerdozio ministeriale in un’epoca come la nostra ‘policentrica’ e ‘polimorfa’.
Il sacerdote – secondo il Cardinale Bagnasco – non è né ‘un disagiato, né uno scompensato’, al contrario il sacerdote “è un uomo che – non solo nel tempo del seminario – coltiva la propria umanità nel fuoco dell’amore di Gesù”.
“E’ nell’amore e nell’amicizia con Gesù, che – a parere dell’Arcivescovo di Genova – il sacerdote nutre, pota, orienta, la propria vocazione”.
Nel fare ciò “ogni sacerdote è consapevole di essere stato preso per mano dal suo Signore e chiamato a stare con Lui come amico: per questo è vitale conoscere Dio da vicino, frequentarlo, accompagnarsi a Lui cuore a cuore”.
A questo proposito il presidente della CEI ha ripreso le parole del Pontefice che indicano la celebrazione quotidiana della Messa, la preghiera regolare della Liturgia delle Ore e quella dei momenti più intimi e personali, l’adorazione eucaristica, la pratica del sacramento della penitenza, lo studio anche sistematico che permette di penetrare meglio le sfide del tempo, come “elementi che vanno nell’unica direzione, quella della comunione stabile con Dio in Cristo Gesù”.
Il porporato ha poi sconsigliato “un’insistente proiezione esterna, una parcellizzazione degli impegni, un attivismo esasperato, per l’ancoraggio della vita interiore”, ed ha invece indicato la strada maestra nel “rapporto con Dio, coltivato, preservato, amato”.
“Essere preti – ha sottolineato il porporato - è qualcosa di più di una semplice decisione morale, affidata ad una pur adeguata condotta di vita; è anzitutto una risposta d’amore ad una dichiarazione d’amore”.
“E la missione”, come ha rilevato il Pontefice Benedetto XVI, “non è una cosa aggiunta alla fede, ma è il dinamismo della fede stessa”.
Per il presidente della CEI, “solo tenendo lo sguardo fisso sul Signore e sulla sua sorprendente misericordia, per convertire il cuore, e continuare con gioia a lasciare tutto per Lui” si diventerà capaci di “appassionamento, di com-passione, per soffrire con gli altri, e caricarsi addosso il patire del nostro tempo, il patire della nostra stessa comunità, senza tuttavia lasciarsene sopraffare”.

da LiberoArbitrio
da Fides et Forma
da Samizdat On Line
e se avete altri da suggerire o proporre, fate pure...
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domenica 21 marzo 2010

Attente mamme, vi stanno rubando i figli! (Contributi 268)

Terribile! Ma e' proprio cosi'. Attente mamme vi stanno rubando i figli!
Ma dove? Dove sta succedendo?
A casa vostra!
Come? A casa nostra?
Si proprio a casa vostra, mentre voi fate le faccende domestiche e siete tranquille vi stanno "rubando" i vostri figli. sotto i vostri occhi e voi non ve ne accorgete.
Ma come? Come e' possibile?
Si e' proprio cosi'! Mentre voi pensate che tutto va bene, non va bene niente.


I vostri figli sono davanti al televisore a guardare, voi pensate degli "innocenti" cartoni animati e invece questi cartoni animati non sono per nulla "innocenti". Sono colpevoli!


Sono colpevoli della violenza che i vostri figli poi riverseranno a casa, a scuola e con i compagni. Sono colpevoli degli incubi che hanno la notte! Sono colpevoli dei tic nervosi che non riuscite a capire! Sono colpevoli dei sogni terribili che fanno dove qualche mostro li rincorre e li vuole uccidere. Sono colpevoli della mania di voler comprare tutto cio' che viene pubblicizzato! Sono colpevoli di rubare l'innocenza dei vostri figli! Sono colpevoli di tante altre cose.
Stanno rubando i vostri figli, sotto i vostri occhi e non ve ne accorgete?


Aprite gli occhi e chiudete la Tv.
Si questi cartoni animati non sono per nulla sani! Sono stati fatti da produttori malati che vogliono, per malsani interessi economici, che i vostri figli siano malati! Lo sapevate ad esempio che in Giappone dopo una trasmissione di Dragonball migliaia di bambini sono andati a finire all'ospedale con attacchi di epilessia? Lo sapevate che non solo i vostri bambini che hanno incubi terribili la notte, dove draghi, gnomi, streghe cercano di rincorrere i vostri figli tentando di ucciderli?


SVEGLIATEVI! APRITE GLI OCCHI!
STANNO ROVINANDO I VOSTRI FIGLI E VOI DORMITE SONNI TRANQUILLI! Cartoni animati come: POKEM ON, DRAGONBALL, DIGIMON, SIMPSON, I CAVALIERI DELLO ZODIACO, SAILOR MOON, ECC., stanno rovinando milioni di bambini indifesi e innocenti.
Indifesi perché i genitori sono incoscienti della gravita' degli effetti deleteri di questi cartoni animati. "Incoscienti" cioe' non coscienti!


Svegliatevi, prima che sia troppo tardi.
E non dite come qualche mamma ha detto alle insegnanti che facevano evidenziare la gravita' di questi cartoni: non voglio che i miei figli siano diversi dagli altri.
Se continuate ad essere irresponsabili i vostri figli saranno veramente "diversi"; cioe' malati! Malati di turbe psicologiche, di emotivita' instabile, di attacchi di panico, di violenza spropositata, di incubi la notte, di mania di comprare tutto cio' che vedono in tv e di tante altre cose che voi gia' sapete.


Svegliatevi, prima che sia troppi tardi!


Questi cartoni animati sono un attentato diretto contro i vostri figli. Lo sapevate che molti di questi cartoni sono esoterici. E vocano parole, discorsi, immagini tratte dall'esoterismo, dalla New Age e da altre sette sataniche?


Svegliatevi prima che sia troppo tardi. O anche a voi succedera' la brutta esperienza che mi disse una mamma: "Lo sai, mio figlio mi ha detto che ha invocato il diavolo, e sono sconvolta" Aveva visto tanto di quei cartoni animati che ora, inconsapevolmente, riproduceva nella vita quello che aveva visto nello schermo televisivo!


Svegliatevi, da questo sonno!

Aprite gli occhi e chiudete la tv! State con i vostri figli, parlate con loro, giocate con loro. Fate delle passeggiate all'aria aperta. I vostri figli non hanno bisogno dei vostri soldi, né di vestiti belli e di giocattoli costosi, hanno bisogno del vostro amore, della vostra presenza, della vostra protezione! Proteggete i vostri figli da questi attacchi frontali!


Si, c'e' un attacco frontale contro i bambini. Diciamo tutti insieme, No! Non ci sto! Non voglio, con il mio silenzio, tacere! Stanno rubando l'innocenza, la pace, la gioia a milioni di bambini.


Non possiamo tacere! Dobbiamo gridare! Dobbiamo fare qualcosa!

Inizia tu mamma, papa'. Spiega ai tuoi figli che questi cartoni animati violenti, volgari, fanno male e poi se non ti ascoltano, perché ormai hanno una certa dipendenza, ordina che questi cartoni animati non li vedano piu'! Forse piangeranno, ma e' meglio qualche lacrima ora che tante dopo perché la loro vita emotiva, psichica, affettiva, spirituale e' stata distrutta!


Proteggete i vostri figli, loro sono indifesi! E se non li difendete voi, chi li difendera' al posto vostro?


P.Salvatore Tumino
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sabato 20 marzo 2010

Aborto prima causa di morte in Europa nel XX secolo (Articoli 1)

Comincia con questo pezzo una nuova categoria di post, che ho chiamato articoli. Si tratta di pezzi tratti da varie fonti ma aventi tutti come fine dire realtà scomode. Tutti rigorosamente politicamente scorretti.

Hitler? Stalin? Mussolini? I tagliagola africani o talebani? I terremoti? La guerra mondiale? Hiroshima?
No, cari amici: il vero sterminio dell'ultimo secolo non è stato firmato dai signori o dagli eventi sopracitati, ma dall'aborto reso legale.
Dall'aborto che diventa un diritto della donna, non più un tragico epilogo (di una vita umana) da cercare in tutti i modi - a suon di carezze, certo - di fermare. I numeri usciti nei giorni scorsi sono terrificanti: con 2milioni 863mila 649 aborti praticati e censiti ogni anno in Europa (più di un milione e 200mila nella sola Ue), nel nostro continente l'aborto sta diventando la principale causa di morte.
Più del cancro. Più dell'infarto. Più degli incidenti stradali (in 12 giorni viene soppresso un numero di embrioni, che io preferisco chiamare bambini, pari a quelli dei morti in incidenti stradali lungo l'intero anno).
Volete ulteriore dati? In Europa si praticano 6.468 aborti al giorno, 327 ogni ora, 1 ogni 11 secondi.
Quando avrete finito di leggere queste poche righe, almeno a tre bambini sarà stato impedito di nascere.
Si dirà: ma l'aborto è sempre esistito. Certo. E sempre esisterà, temo. Ma il punto della questione è un altro: l'uomo moderno ha deciso di istituzionalizzarla l'interruzione di gravidanza. Hanno cominciato i regimi totalitari, poco alla volta ci siamo adeguati tutti.
E allora, io non ce la faccio a non stupirmi e a non piangere di fronte a 3 milioni di bambini che non facciamo nascere in Europa ogni anno.
Morti ammazzati, posso dirlo? E attenti bene, non chiedo la testa degli 'assassini' (ci sono tante mamme, tanti uomini, che hanno solo bisogno di un aiuto, di misericordia).
Chiedo solo di riflettere bene su quanto stiamo facendo.



Massimo Pandolfi
Fonte: il Resto del Carlino, 03/03/2010
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Una diversità umana contro il torpore (Contributi 267)

Ieri sera, 18/3 al Palasharp di Milano oltre 10.000 persone hanno accolto con molto calore l’intervento del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, S. Em. Card. Angelo Bagnasco, e del Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, don Julian Carron, sul tema “L’avventura Educativa”. L’incontro, moderato da Roberto Fontolan, si è aperto con l’intervento di Mons. Mario Delpini, Vescovo ausiliare della Diocesi di Milano, che ha portato il saluto e il ringraziamento agli organizzatori dell’Arcivescovo di Milano, Card. Dionigi Tettamanzi, e da alcune interessanti testimonianze provenienti dal mondo della scuola, dell’università e del lavoro. (da IlSussidiario)

L’avventura educativa - Introduzione di Julián Carrón

«Il tema principale, per noi, in tutti i nostri discorsi, è l’educazione: come educarci, in che cosa consiste e come si svolge l’educazione, un’educazione che sia vera, cioè corrispondente all’umano» (L. Giussani, Il rischio educativo, Rizzoli, Milano 2005, p. 15).

Niente più di questa frase di don Luigi Giussani spiega in modo solare e definitivo come il carisma a lui donato trovi nell’educazione la sua dimensione più decisiva. La sua costante preoccupazione - che per grazia di Dio è divenuta anche la nostra - è stata quella di «educare il cuore dell’uomo così come Dio l’ha fatto» (Il rischio educativo, pp. 15-16), cioè di evocarne e sostenerne l’apertura instancabile alla realtà, sospinta da quei desideri nativi e da quelle esigenze inestirpabili che ne costituiscono la stoffa, prima ancora di qualsiasi condizionamento culturale e sociale.

In questo momento storico, ancora una volta, la sfida più decisiva che ci incalza è proprio quella dell’educazione. Due anni fa il santo padre Benedetto XVI ha messo davanti a tutti i cristiani e agli uomini di buona volontà questa urgenza: «Educare [...] non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande “emergenza educativa”, confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita. [...] Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell'educazione c’è infatti una crisi di fiducia nella vita» (Benedetto XVI, Lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, 21 gennaio 2008).


Sta venendo dunque meno - è sotto gli occhi di tutti - la solidità dell’umano. Per certi versi, noi abbiamo vissuto della rendita di una tradizione. Adesso che il cristianesimo, la tradizione, è sempre meno incidente e che prevale tutt’altro, ci troviamo davanti a una paralisi, a una incapacità di interessarsi ad alcunché (lo sanno bene gli insegnanti che entrano in classe ogni giorno).


Con la sua dote profetica, don Giussani individuava già nel 1987 questa deriva, che oggi è dilagata: «È come se tutti i giovani [e adesso, possiamo dire, anche molti adulti] di oggi fossero tutti stati investiti dalle radiazioni di Chernobyl [da un’enorme esplosione nucleare]: l’organismo, strutturalmente, è come prima, ma dinamicamente non è più lo stesso. Vi è stato come un plagio fisiologico operato dalla mentalità dominante» (L. Giussani, L’io rinasce in un incontro (1986-1987), BUR, Milano 2010, p. 181, in corso di pubblicazione).


Questa mentalità provoca una estraneità a noi stessi, che rende astratti nel rapporto con se stessi e affettivamente scarichi. La conseguenza è quel «misterioso torpore», di cui parlava tanti anni fa Pietro Citati (P. Citati, «Gli eterni adolescenti», la Repubblica, 2/8/1999, p. 1). Questo ci dice la profondità della crisi. Non è innanzitutto di natura morale, ma è una vera e propria crisi dell’umano.


A che cosa appellarsi, allora, per ripartire? Non possiamo fare appello alla tradizione, che per tanti è completamente sconosciuta o è gravemente frammentata in coloro in cui ne rimane traccia. L’unico appiglio che abbiamo è quello che nessun potere può distruggere e che rimane sotto tutte le possibili macerie: l’«esperienza elementare» (L. Giussani, Il senso religioso, Rizzoli, Milano 1997, p. 8) dell’uomo, il suo cuore che contiene le esigenze costitutive di verità, di bellezza, di giustizia...


È qui dove il cristianesimo può, di nuovo, mostrare la sua verità e dare un contributo decisivo, proprio dove tutti gli altri stanno fallendo. Questo contributo sarà possibile solo se l’attuale circostanza storica - così difficoltosa - verrà affrontata come una grande avventura, come una opportunità per una nuova autocoscienza della natura del cristianesimo. Infatti, una fede ridotta a etica o a spiritualismo (a questo è stato ridotto il cristianesimo dalla modernità) non è in grado di rispondere alla sfida. La storia lo ha ampiamente documentato. Solo un cristianesimo che si presenta secondo la sua vera natura, cioè quella di “fatto storico” che si documenta in una diversità umana, può essere in grado di dare un vero contributo a questa situazione problematica.


E allora, «dove si può ritrovare […] la persona?» si domandava don Giussani. «Quella che sto per dare non è una risposta alla situazione in cui versiamo […]; è una regola, una legge universale da quando l’uomo c’è: la persona ritrova se stessa in un incontro vivo, vale a dire in una presenza in cui si imbatte e che sprigiona un’attrattiva, […] vale a dire provoca al fatto che il cuore nostro, con quello di cui è costituito, con le esigenze che lo costituiscono, c’è, esiste». È una presenza che muove, che produce uno sconvolgimento carico di ragionevolezza, una sommossa del nostro cuore. Quella presenza fa ritrovare l’originalità della propria vita, cioè «una corrispondenza alla vita secondo la totalità delle sue dimensioni. Insomma, la persona si ritrova quando si fa largo in essa una presenza - questa è la prima evidenza - che corrisponde alla natura della vita, e così l’uomo non è più nella solitudine » (L’io rinasce in un incontro, p. 1834).

Due sono allora i fattori di una rinascita dell’esperienza educativa.


In primo luogo, la consapevolezza del metodo. L’unica cosa in grado di svegliare l’io dal suo torpore, non è una organizzazione o un richiamo etico più accanito, ma l’imbattersi in una diversità umana. Perché questo possa accadere occorrono - ed è il secondo fattore indispensabile - degli adulti che incarnino nella loro vita una «risposta plausibile» (così la definiva a Genova Sua Eminenza il cardinale Angelo Bagnasco, nell’omelia alla Messa per il quinto anniversario della morte di don Giussani, Genova, 23 febbraio 2010), che possa offrirsi agli altri. Si tratta di una straordinaria possibilità di verifica: partecipando all’avventura educativa, cercando cioè di introdurre altri uomini alla totalità del reale, viene a galla senza possibilità di astrazioni se noi per primi partecipiamo all’avventura della conoscenza. Don Giussani ci ha sempre detto che la forma dell’educazione è la «comunicazione di sé» (L. Giussani, Realtà e giovinezza. La sfida, Società Editrice Internazionale, Torino 1995, p. 172), cioè del proprio modo di rapportasi con la realtà; perciò noi possiamo educare solo se per primi accettiamo la sfida del reale, comprese le paure, le difficoltà, le obiezioni. Proprio questo mostrerà a tutti la portata della fede come risposta alle esigenze di un uomo ragionevole del nostro tempo. E renderà per ciascuno di noi entusiasmante e carica di speranza l’avventura educativa.


Attraverso l’incontro di questa sera vorremmo, dunque, corrispondere alla preoccupazione educativa della Chiesa italiana, riecheggiata anche di recente nelle parole del nostro arcivescovo Dionigi Tettamanzi (durante la Messa per il quinto anniversario della morte di don Giussani): «Il giudizio cristiano sulla realtà, la formazione della coscienza secondo la fede cristiana si pone come fondamento e forza di quell’impegno educativo che rappresenta senza alcun dubbio, come spesso ripete il Santo Padre, una delle attuali priorità pastorali della Chiesa. I Vescovi italiani intendono raccogliere questa sfida e la presentano come decisiva per il prossimo decennio pastorale. Penso che l’insegnamento, la vita, le opere di don Giussani abbiano al riguardo ancora tanto da offrire alle nostre comunità» (D. Tettamanzi, «Un’eredità spirituale e pastorale da vivere», Omelia alla Messa nel V anniversario della morte di Luigi Giussani, Milano, 22 febbraio 2010).


Strappare l’uomo dal torpore, richiamarlo all’essere: questo è il livello elementare e decisivo dell’educazione. E questo è davvero possibile, come esito, solo se accettiamo e diventa nostro lo sguardo di Cristo sulla realtà: «Dio si dà, dà se stesso all’uomo. E Dio cos’è? La sorgente dell’essere. Dio dà all’uomo l’essere: dà all’uomo di essere; dà all’uomo di essere di più, di crescere; dà all’uomo di essere completamente se stesso, di crescere fino alla sua compiutezza, cioè dona all’uomo di essere felice» (L. Giussani, Si può vivere così?, Rizzoli, Milano 2007, p. 327)
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