Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

sabato 30 ottobre 2010

La festa delle Tenebre: ebetismo consumistico (Contributi 393)

Un articolo di Gianfranco Amato da Cultura Cattolica per aiutarci a comprendere meglio il problema di halloween, che molti, troppi andranno a celebrare fra poche ore..

Si avvicina la notte del 31 ottobre con il consueto armamentario di zucche, candele e macabre mascherate. Si tratta della festa pagana e satanica di Halloween, spacciata per innocua carnevalata ed innocente divertimento per piccini.
La politically correctness britannica ha avuto modo di occuparsi anche di questa festa, accomunando guardie e ladri. Da tempo, infatti, ai detenuti pagani, satanisti e “Devil worshippers” (adoratori del diavolo), non solo è riconosciuto un giorno di riposo settimanale per motivi religiosi (il giovedì, poiché il venerdì, il sabato e la domenica, sono rispettivamente riservati a musulmani, ebrei e cristiani), ma è pure consentito di celebrare la festività di Halloween.
Non si tratta di semplice riposo, o di una gaia arlecchinata, bensì di una celebrazione vera e propria con tanto di riti e oggetti sacri: pietre runiche, mantelli, e bastoni flessibili (per motivi di sicurezza). Le disposizioni in favore delle centinaia di detenuti pagani e satanisti rinchiusi nelle carceri britanniche sono state emanate da Gareth Hadley, Direttore del personale penitenziario nazionale, sul presupposto politicamente corretto dell’assoluta eguaglianza tra paganesimo, satanismo e qualunque altro credo religioso.
Dall’altra parte della barricata, per quanto riguarda i poliziotti, lo scorso 10 maggio il Ministero britannico degli Interni ha ufficialmente riconosciuto la Pagan Police Association, un’organizzazione di poliziotti pagani (più di 500 tra agenti ed ufficiali di polizia, compresi druidi, streghe e sciamani), autorizzando i membri ad assentarsi dal servizio in occasione delle relative feste religiose, tra cui primeggia proprio Halloween.
Andy Pardy, capo della polizia di Hemel Hempstead nell’Hertfordshire, che è cofondatore della Pagan Police Association e adoratore delle antiche divinità vichinghe, tra cui il dio Thor dal martello distruttore e Odino dall’occhio ciclopico, ha dato l’annuncio ufficiale del riconoscimento da parte del Ministero degli Interni, precisando che «gli agenti di polizia ora possono finalmente celebrare le proprie festività religiose e lavorare in altre giornate, come il Natale, che per essi appaiono assolutamente insignificanti».
Halloween, in realtà, è tutt’altro che un’innocua festicciola per bambini. Profondamente radicata nel paganesimo e nel satanismo, continua ad essere una pericolosa forma di idolatria demoniaca.

Trae origine da un’antichissima celebrazione celtica diffusa nelle isole britanniche e nel nord della Francia, con cui i pagani adoravano una delle loro divinità, chiamata Samhain, Signore della morte. Era considerata una delle feste più importanti, e dava inizio al capodanno celtico. La notte del 31 ottobre in onore del sanguinario dio della morte, veniva realizzato, sopra un’altura, un enorme falò utilizzando rami di quercia, albero ritenuto sacro, sul quale venivano bruciati sacrifici costituiti da cibo, animali e persino esseri umani.
Di quest’ultima crudele e sanguinaria usanza ne dà testimonianza lo stesso Giulio Cesare nel suo De Bello Gallico (libro VI, 16), così come Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia (XXX, 13), in cui parla di «riti mostruosi», e Tacito nei suoi Annales (XIV, 30), che definisce i sacrifici umani praticati dai druidi come «culti barbarici».
I Celti ritenevano che Samhain, in risposta alle offerte di tali olocausti, autorizzasse le anime dei morti a ritornare alle proprie case in quel giorno di festa. Per questo motivo i pagani nordici ritenevano che fredde e oscure creature riempissero la notte vagando e mendicando tra i vivi. E’ da tale credenza, peraltro, che deriva l’uso odierno di girovagare nel buio, la notte di Halloween, vestiti in costumi che imitano fantasmi, streghe, elfi, e creature demoniache.
Anche la celebre espressione “trick or treat”, tradotta con l’innocente “scherzetto o dolcetto”, è parte dell’antico cerimoniale pagano. Venivano chieste offerte (“treat”) sotto la minaccia dell’ira di Samhain, e della sua maledizione divina (“trick”), in caso di rifiuto. «Offrite sacrifici a Samhain, o subirete i suoi castighi», questo si continua inconsciamente a chiedere, oggi, con l’apparentemente scherzoso “trick or treat”.
L’usanza di chiedere offerte al dio della morte diventava, in passato, anche un metodo per identificare i cristiani che si rifiutavano di onorare la divinità pagana, e che per questo subivano, a volte, odiose ritorsioni.
Per comprendere quanto la Chiesa, fin dall’inizio dell’evangelizzazione dei popoli celti, fosse preoccupata di quella pericolosa “solennità” pagana, basta considerare che la Festa di Ognissanti fu spostata, in Occidente, al primo novembre, con tanto di vigilia la notte precedente, proprio per contrastare il culto satanico di Samhain.
La cristianità conobbe, infatti, le prime forme di commemorazioni dei Santi già a partire dal IV secolo, in particolare nel giorno della Domenica successiva alla Pentecoste, usanza conservata fino ad oggi dalla Chiesa Ortodossa d’Oriente.
Nell’Occidente, come si è detto, la data fu spostata al primo novembre per farla coincidere con la celebrazione in onore del dio celtico della morte, a seguito delle pressanti richieste che provenivano dal mondo monastico irlandese.
La prima traccia di questa posticipazione è rinvenibile in un atto di Papa Gregorio III (731-741), che fissava appunto nel 1° novembre l’anniversario della consacrazione di una cappella in San Pietro dedicata alle reliquie «dei santi apostoli e di tutti i santi, martiri e confessori, e di tutti i giusti resi perfetti che riposano in pace in tutto il mondo».
Fu il successore Gregorio IV ad estendere e rendere obbligatoria la data della celebrazione a tutta la cristianità. In Francia, in particolare, ciò avvenne grazie ad un decreto di Luigi il Pio, emanato nell’ 835, «su istanza di Papa Gregorio IV, con il consenso di tutti i vescovi».
Nella Britannia del VIII-IX secolo, quindi, il giorno dedicato dai pagani al dio della morte, era per i cristiani occasione per onorare i Santi, partecipando alla veglia di preghiera la sera del 31 ottobre, ed alla Santa Messa il giorno successivo.
E’ da qui che deriva il termine Halloween. L’etimo si radica, infatti, nell’antica espressione inglese Hallow E’en, ovvero notte di commemorazione di tutti coloro che sono stati “hallowed”, santificati. I pochi che rimasero ancorati alle tradizioni pagane reagirono al tentativo della Chiesa di soppiantare la celebrazione in onore di Samhain, mantenendone il culto e cercando di incrementarlo. Nell’alto medioevo la notte di Halloween divenne simbolicamente la festa principale della stregoneria e del mondo occulto. In quel contesto avvenivano, tra l’altro, forme particolari di sacrilegio nei confronti di oggetti sacri, e l’utilizzo degli scheletri (oggi rappresentati da maschere) costituiva una forma di dileggio delle Sacre Reliquie.
Per il moderno satanismo, Halloween continua ad essere una festa privilegiata. E’ uno dei quattro sabba delle streghe, delle quattro grandi “solennità” coincidenti con alcune delle principali festività pagane e dell’antica stregoneria.
La prima e più importante è, appunto, quella di Halloween, considerata il Capodanno magico. La seconda “solennità” è quella di Candlemass, che si celebra la notte tra il 1° e il 2 febbraio ed è considerata la Primavera magica (per i cristiani è la ricorrenza della Presentazione del Bambino Gesù al tempio, chiamata anche popolarmente “Festa della Candelora”). La terza “solennità” è quella di Beltane, che si festeggia nella notte tra il 30 aprile ed il 1° maggio, chiamata anche la notte di Valpurga, e segna l’inizio dell’Estate magica. La quarta “solennità” è quella di San Giovanni Battista, che si svolge la notte tra il 23 e 24 giugno, ed è particolarmente attesa per mettere in atto malefici di malattia e di morte. Com’è facile notare sono tutte celebrazioni notturne che si svolgono nel buio e nell’oscurità, a conferma della definizione evangelica di Satana come Principe delle Tenebre, e dei suoi seguaci come Figli delle Tenebre.
Da un punto di vista cristiano, la partecipazione a tali pratiche, a qualunque livello (anche quello apparentemente inoffensivo di una banale festa), deve considerarsi una pericolosa forma d’idolatria. Come deve considerarsi una forma pagana di superstizione quella di illuminare una zucca vuota fuori dalla porta per scacciare demoni e fantasmi.
Sorprende la sottovalutazione fatta oggi anche da molti credenti – a volte preda di una forma di ebetismo consumistico – circa l’origine ed il significato della festa pagana e satanica di Halloween. Ma non sorprende che dalla Chiesa continuino a levarsi voci rivolte ad ammonire e mettere in guardia circa i rischi dell’inganno demoniaco che tale ricorrenza nasconde.
Mi ha particolarmente colpito, l’anno scorso, l’iniziativa di una marcia proprio contro i festeggiamenti di Halloween svoltasi a Massa Carrara e promossa dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata dal compianto don Oreste Benzi, iniziativa cui non ha fatto mancare propria fattiva partecipazione l’allora vescovo di Massa Carrara-Pontremoli, monsignor Eugenio Binini.
La comunità di don Benzi, in quell’occasione, non ha usato mezze parole per denunciare i pericoli della cosiddetta notte delle streghe: «Il fenomeno che viene esaltato il 31 ottobre è un grande rituale satanico. Facciamo appello al mondo cattolico perché non promuova in nessun modo questa ricorrenza che inneggia al macabro e all’orrore. Sappiano tutti i genitori e tutti coloro che credono nei valori della vita, che la festa di Halloween è l’adorazione di Satana che avviene anche in modo subdolo attraverso la parvenza di feste e di giochi per giovani e bambini.
Il sistema imposto di Halloween proviene da una cultura esoterico-satanica in cui si porta la collettività a compiere rituali di stregoneria, spiritismo, satanismo che possono anche sfociare, in alcune sette, in sacrifici rituali, rapimenti e violenze.
Halloween è per i satanisti il giorno più magico dell’anno e in queste notti si moltiplicano i rituali satanici come le messe nere, le iniziazioni magico-esoteriche e l’avvio allo spiritismo e stregoneria.
Attenzione agli educatori e responsabili della società affinché scoraggino i ragazzi a partecipare ad incontri sconosciuti, ambigui o addirittura ad alto rischio perché segreti o riservati».
Sempre a proposito di Halloween, monsignor Girolamo Grillo, Vescovo emerito di Civitavecchia-Tarquinia, ha ricordato che «si tratta di una consuetudine nettamente pagana», e che «naturalmente un vero cristiano non potrà mai dare il suo assenso a tutto questo, soprattutto per il fatto che di carnevalate oscene ve ne sono a iosa, cui vanno aggiunte le veglie sataniche mascherate proposte da alcuni gruppi, purtroppo abbastanza diffusi anche nei nostri ambienti».
Quest’ultimo punto dell’osservazione di mons. Grillo merita di essere sottolineato, poiché non sono infrequenti – ahimè – le occasioni in cui si ha modo di verificarne la fondatezza.
E’ accaduto anche a me quando ho appreso del caso di un giovane sacerdote, coadiutore di un anziano parroco, che aveva autorizzato l’uso della sala oratoriale per la celebrazione della festa di Halloween. Con tanto di locandine e volantini. Alle legittime recriminazioni di un genitore, il giovane coadiutore, infastidito per l’osservazione, ha tenuto a precisare che la magia esiste solo nel mondo della fantasia dei bimbi, che i ragazzi cattolici non debbono isolarsi ma condividere le occasioni di divertimento con i loro coetanei, che la Chiesa, in passato, ha già sbagliato dando la caccia a streghe inesistenti, e che la concezione antropomorfa del demonio appartiene alla tradizione preconciliare.
Sappiamo già che da alcuni giovani (e inesperti) preti non si può pretendere più di tanto.
Ma credo si possa almeno esigere che conoscano un pochino le Sacre Scritture.
Se quel neosacerdote avesse dato una ripassatina alla Bibbia, avrebbe avuto modo di leggere
che non è opportuno per i cristiani frequentare i pagani e assistere ai loro riti, poiché non può esservi unione tra la luce e le tenebre (2 Corinzi, 6,14),
che i libri di arti occulte vanno bruciati (Atti, 19,19),
che non si deve partecipare alle opere infruttuose delle tenebre, ma piuttosto condannarle apertamente (Efesini, 5,11-12),
che idolatria e stregoneria sono opere della carne (Galati, 5,20),
che bisogna separarsi da «chi esercita la divinazione, il sortilegio, l’augurio o la magia; da chi fa incantesimi, da chi consulta gli spiriti o gli indovini, e da chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore» (Deut. 18, 10-12).
Più chiaro di così.
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venerdì 29 ottobre 2010

Hallowen? No grazie, siamo cattolici (Post 112)

Per chi pensa che sia solo una carnevalata fuori stagione, prego leggere QUI
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Molti pensano che Halloween abbia avuto origine con la festa di Ognissanti. Ma ciò non è vero. Ognissanti, che ha avuto origine nella Chiesa cattolica, veniva inizialmente celebrata in maggio. Nell'anno 834 venne spostata da maggio a ottobre al fine di sovrapporsi a un'antica festa druidica che aveva luogo l'ultimo giorno di quel mese.

Le origini di Halloween risalgono agli antichi druidi celti, circa 2000 anni fa. I Celti vivevano in ciò che oggi è la Francia, l'Inghilterra, il Galles e la Scozia, e celebravano la vigilia del nuovo anno, il 31 ottobre, in onore di Samhain, il principe della morte. I Celti credevano che in questo giorno gli spiriti malvagi dei morti ritornavano per creare confusione e caos fra i viventi. La festa doveva placare Samhain e gli spiriti dei defunti.
La vigilia di Samhain e altre pratiche occulte hanno dato origine a molte delle tradizioni che oggi fanno parte di Halloween. Il nome Halloween deriva dall'inglese: il primo novembre è il giorno di tutti i Santi, in inglese "All Saints' Day", e la vigilia del 31 ottobre viene chiamata "All Hallowed Eve" ("vigilia di tutti i santi"), che è poi stato abbreviato in "Halloween".
Le origini di Halloween sono strettamente connesse alla magia, alla stregoneria e al satanismo. Gli adepti del satanismo e della magia riconoscono nel 31 ottobre uno dei giorni più importanti nell'anno: la vigilia di un nuovo anno per la stregoneria. A causa delle sue radici e della sua essenza occulta Halloween apre una porta all'influsso occulto nella vita delle persone. L'enfasi di Halloween è sulla paura, sulla morte, sugli spiriti, la stregoneria, la violenza, i demoni.
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Vi invito a riflettere e, soprattutto, a pregare, il 31 ottobre come atto di riparazione alle tante offese che verranno fatte, preghiamo il Santo Rosario e inviatiamo i nostri amici a fare lo stesso.----

mercoledì 27 ottobre 2010

L'infanzia smarrita (Contributi 392)

Riprendo da da 'Evangelizzare' n 6 febbraio 2002 questo articolo di Giuseppe Savagnone, (ex docente di storia e filosofia a Palermo, classe 1944, direttore diocesano del Centro per la Cultura di Palermo e dell’Ufficio per la Cultura, l’Educazione, la Scuola e l’Università della Conferenza vescovile della Sicilia) in quanto non hanno perso nulla della lora drammatica attualità, anzi se cambiamento c'è stato, è avvenuto in peggio:

Una volta esistevano ancora i bambini. La loro vita era diversa da quella degli adulti. Andavano a letto presto. Non vedevano tutto quello che i "grandi" vedevano. Non sapevano tutte le cose che quelli sapevano. In loro presenza certi discorsi non si facevano. Non dicevano parolacce e, se le dicevano, venivano rimproverati. Non rispondevano ai genitori o ai nonni con lo stesso tono che questi usavano per sgridarli. Non avevano tanti giocattoli, e quelli che avevano erano abbastanza semplici. Da tutti questi no, derivava un grande "si'": quello di una stagione della vita - l' infanzia - che aveva la propria inconfondibile identita' e che consentiva un a pproccio graduale alla realta', in rapporto allo sviluppo complessivo della personalita'.



Bambini simili agli adulti
Oggi molti bambini vanno a letto tardi, vedono gli stessi spettacoli televisivi e cinematografici a cui assistono i "grandi", sanno tutto sul sesso e su tantissime altre cose, assistono alle liti dei loro genitori (da cui, anzi, talvolta vengono chiamati a fare da arbitri), dicono tranquillamente parolacce, rispondono per le rime a chi li riprende, hanno tutto quello che desiderano e giocano disinvoltamente con apparecchiature elettroniche che i loro genitori stentano ad azionare.
Insomma, sono molto piu' precoci e disinibiti dei loro coetanei di trent'anni fa. Tanto precoci da sembrare, a volte, fin troppo simili agli adulti.
Proprio per questo, pero', non sono piu' bambini. E, in conseguenza di cio', non riescono nemmeno a crescere. La loro stessa frenesia di avere "tutto e subito" esclude la storicita', che implica necessariamente una progressivita'.
E progresso significa attesa di un futuro a cui pazientemente si lavora; significa consapevolezza di trovarsi in uno stato iniziale, e di dover tendere a una maturita' che ancora non si possiede; significa, per un bambino, un contesto adeguato alla sua realta' di bambino, come condizione del suo diventare adulto. Il corto-circuito fra il punto di partenza e il punto d'arrivo blocca lo sviluppo.


Gli eterni "figli di famiglia"
Il risultato e' quello che sta sotto i nostri occhi: bambini che si comportano da adulti e adulti che si comportano da bambini. Alla precocita' estrema dei piu' piccoli fa riscontro, via via che crescono, una fragilita', una incapacita' di scegliere, una ripugnanza nei confronti di qualunque responsabilita', che impediscono loro di raggiungere un reale equilibrio.
Percio', quando diventano adolescenti, da un lato sono troppo aggressivi, dall'altro rimangono fragili, esposti a crollare per un nonnulla. E a trent' anni ci sono ancora "giovani" che non se la sentono di affrontare l' esperienza del matrimonio o qualunque altra situazione che sia veramente impegnativa. Molti non riescono addirittura a trovare la forza per staccarsi da casa e restano eterni "figli di famiglia".
Alla radice non c'e' una mancanza, bensi' l'eccesso di stimoli, di esperienze, di proposte, che li ha frastornati e ne ha soffocato la graduale maturazione da bambini. A uccidere l'infanzia, nei paesi del terzo mondo, e' la fame; da noi e' la sazietà. Una vita buona ha bisogno, sempre, ma soprattutto oggi, di un certo "impoverimento". Voler possedere, voler essere tutto impedisce, alla fine, di avere una forma. Una statua emerge dal marmo solo se si ha il coraggio di togliere qualcosa, con lo scalpello, all'amorfo blocco iniziale.
Quello che puo' sembrare un sacrificio - e che in qualche modo lo e' (del prezioso materiale viene asportato, sbriciolato, perduto) - costituisce pero' la condizione inderogabile per il delinearsi di un volto.
Potrebbe essere una metafora della nostro problema. Senza qualche rinunzia non emerge mai la persona.


L'identita' e la Differenziazione
La massificazione, di cui tutti oggi ci lamentiamo, dipende in larga misura da questo. Sono le nostre scelte - vale a dire i nostri sacrifici, perché ogni vera scelta ne implica qualcuno - a determinare la nostra identita' e a differenziarci dagli altri. Nella nostra cultura, che esclude per principio il sacrificio e demonizza la poverta', l'individuo e' come il blocco di marmo prima dell'azione dello scultore: uguale, piu' o meno, a tutti gli altri blocchi di marmo. Il consumismo ci omologa.
Da qui anche la difficolta' nell'instaurare relazioni personali profonde. Per comunicare bisogna essere diversi. Per costruire qualcosa insieme bisogna integrarsi, e l'integrazione suppone le differenze. Un corpo dove tutte le parti fossero identiche non sarebbe un organismo.
Una volta la differenza la si scopriva da bambini, in famiglia. C'erano i nonni, anziani. C'era il papa'. C'era la mamma. C'erano fratelli e sorelle. Ognuno aveva la propria inconfondibile fisionomia e il suo ruolo specifico. Oggi capita che i nonni siano in una casa di riposo, il papa' e la mamma facciano vite molto simili, ispirate a un vorticoso attivismo, e non ci siano in casa né fratelli né sorelle. Cosicché e' molto difficile per un bambino confrontarsi con quella dimensione fondamentale della diversita' che e' il passato (i racconti della nonna i ricordi del nonno), ma anche specchiarsi in quel modello che dovrebbe essere costituito dalla figura paterna e da quella materna.
Per non parlare del caso, purtroppo sempre piu' frequente, in cui l'una o l'altra di queste figure sia venuta meno, per lo sfasciarsi del matrimonio, e sia stata sostituita da quella - indifferente oppure ostile - di un "compagno" o di una "compagna" del genitore rimasto. Altrettanto problematica e' diventata, infine, per il figlio unico, la percezione di che cosa possa essere la "fraternita'". Non c'e' da stupirsi, a questo punto, che la nostra si avvii ad essere una societa' di single. Da bambini soli non puo' che nascere solitudine. Da bambini che non fanno un'adeguata esperienza dell' "altro" non possono che venire degli adulti egocentrici che, anche quando "stanno" con qualcuno non riescono a uscire da una logica autoreferenziale. "Buchi neri", che assorbono con insaziabile voracita' tutto quello che puo' servire ai loro bisogni, ma non sanno andare oltre se stessi, e tanto meno donarsi. Non si puo' dare quello che non si ha. Ed e' molto difficile che si abbia quello che non si e' ricevuto da piccoli.

Adulti senza spessore umano
In verita', di regali i nostri bambini ne ricevono tanti, fin troppi, ma raramente trovano chi si doni a loro. La tendenza dei genitori, oggi, e' piu' spesso quella di proiettare sul figlio le proprie esigenze, che non di porsi al servizio delle sue. Mai come nella nostra societa', forse, l'atto di generare e' stato concepito in funzione di chi lo compie, piuttosto che di chi ne e' il destinatario. Essere padre e madre non e' piu' una missione, ma una gratificazione, la soddisfazione di un bisogno soggettivo.
Risulta evidente da questo quadro che lo smarrimento dell'infanzia, come eta' specificamente diversa da tutte le altre, e' un frutto diretto della perdita di spessore umano degli adulti. La condizione dei bambini e' la cartina di tornasole che ci rivela lo stato di salute dell'intera societa'. Percio' gli sforzi, che oggi si fanno, per riscoprirne i diritti e rispettarne la dignita', vanno salutati come un segnale estremamente positivo.
A patto che ci si impegni davvero a restituire ad essi la loro infanzia.
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lunedì 25 ottobre 2010

I minatori e le stelle (Contributi 391)

Non si tratta di un errore, l'articolo che vi propongo è tratto proprio da Il Sussidiario di oggi...

Lo so molto bene che non è giornalisticamente corretto mettersi a commentare una notizia che è vecchia già di due settimane. Ma lo faccio lo stesso, perché mi sembra proprio il caso di non cedere alla consumazione da fast food delle notizie.
Per quale ragione una cosa capitata due settimane fa deve per forza finire nella pattumiera, insieme alle bucce dei frutti mangiati, o nel cestino dei fogli scarabocchiati? Sarà pure possibile che ci siano fatti sui quali uno ritorna con la memoria, perché hanno ancora una grande ricchezza d’insegnamento.
Anzi, nel turbine degli accadimenti, le cose più care sono proprio quelle su cui ci si può continuamente attardare, che si possono continuamente guardare, senza neanche troppo la preoccupazione di “commentarle”. Così è dell’avventura dei trentatre minatori cileni estratti dalle viscere della terra dopo che li si era creduti morti e dopo che per settanta giorni si è cercato, alla fine con successo, di estrarli incolumi, superando uno strato di terra e roccia di oltre seicento metri.
I commenti ci sono stati, abbondanti, spesso profondi e azzeccati. Si è parlato di vittoria della speranza e della combattiva tenacia che si oppone alla crudeltà della natura, e all’incuria degli uomini. Si è parlato della fede che ha sorretto i minatori e che la preghiera di migliaia di persone ha quotidianamente alimentato.
Si è acutamente proposta le metafora della ri-nascita, del nuovo venire alla luce di questi uomini che sembravano imprigionati nel ventre oscuro della terra. O quella della guarigione, che altro non è che il divincolarsi da una materia ostile e soffocante per tornare a respirare a pieni polmoni l’aria della salubrità. E poi l’accento sull’attesa dei parenti: il volto del bambino che, col suo caschetto bianco, aspetta il papà, quelli della moglie agitata o dei genitori sfiniti.
Non voglio aggiungere altre immagini. Mi chiedo soltanto come mai questa notizia sia stata per me - e penso per molti - così coinvolgente da arrivare alla commozione. Credo che sia perché abbiamo visto che non c’è abisso buio e soffocante dal quale non si possa risalire. Sappiamo bene che l’abisso esiste.
Lo sappiamo negli strani momenti in cui dentro, in fondo, qualcosa improvvisamente cede, come la falda di una miniera, e la luce che sembrava inestinguibile di colpo o lentamente s’affievolisce, soffoca per mancanza d’aria.
Lo sappiamo quando buttiamo lo sguardo su certi dolori del presente o del passato, o quando lo stesso giornale che ci dà la notizia dei minatori ci sbatte in faccia il delitto assurdo per una coda alla biglietteria del metro o per un cane sfuggito dal guinzaglio e investito da un taxista. In questi momenti verrebbe da dire che il profondo dell’uomo è una miniera buia da cui è impossibile risalire.
Ma loro - lo abbiamo visto - sono risaliti. Il profondo non è un abisso di oscurità, ma il luogo dove abita, comunque, un’umanità che vuole accanitamente vivere, tornare a galla, respirare.
L’umanità di noi, minatori della vita, che dopo tutti gli attraversamenti pericolosi e difficili, dopo il buio più infernale, vogliamo uscire «a riveder le stelle».
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domenica 24 ottobre 2010

Poveri e carità (Interventi 45)

Riporto due commenti che il post  precedente ha causato. Ringrazio di cuore le due persone che hanno voluto offrire il loro contributo e ricordo a tutti che c'è sempre spazio:
Inizio con SG che dice:
Hai proprio ragione! A me dispiace non poterti aiutare economicamente perché anch' io ho i miei guai... (Intendo dire: che te ne fai di 20 Euro?!)

I parroci avrebbero potuto fare una colletta in chiesa e i soldi presi un pò là un pò qua sarebbero arrivati (almeno una parte).
Ma ecco il commento di evergreen:
Sacrosante parole! Le applico anche a me stesso. Intanto i poveri non cessano di essere in mezzo a noi, soli e abbandonati con il loro carico enorme di bisogni, accusatori silenziosi ma implacabili delle nostre viltà. Forse proprio questo intendeva dire Gesù con quel Suo: "i poveri li avrete sempre con voi".
Intanto ringrazio SG per la disponibilità offerta. Come fatto! Le tue preghiere sono già un ottimo contributo. Anche se è vero che con una colletta durante la Messa domenicale (anche non quella principale) da parte di ciascuno lo scopo si sarebbe ampiamente raggiunto.. Come è vero che rispondere "Spiacente, nulla posso" è un gesto di cortesia che non intacca nè il portafoglio, nè il tempo di nessuno..
E ringrazio anche evergreen che mi fa venire in mente un altra frase di Gesù: "difficilmente un ricco entrerà nel Regno dei Cieli".
E capisco che ricco non è un parametro dato dal saldo del proprio contro corrente, ma dall'attaccamento che si ha a ciò che si possiede (o si crede possedere). Uno può essere "ricco" con 5 euro e un altro "povero" con 100.000-
Perchè il primo vede solo la sua piccola banconata grigia e nient'altro, l'altro capisce che la sua ricchezza è lo strumento per rendere presente Gesù fra gli uomini. E lo stesso vale anche per i "talenti": a nulla mi giova essere bravo in qualcosa se non gioco questa bravura per annunciare Cristo.
I poveri, i questuanti inopportuni, i seccatori, e via dicendo non sono coloro che minacciano il nostro patrimonio, di soldi, di tempo, di capacità ecc., ma l'occasione che Dio ci offre per uscire dalla nostra egosistica possessività e rinunciare ad un po' di noi stessi.
Rinnovo l'invito a intervenire sull'argomento e il ringraziamento a chi l'ha fatto.
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sabato 23 ottobre 2010

Ogni volta (Post 111)

Vorrei partire per questa breve riflessione da un brano del Vangelo di Matteo (25,35-36):
In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l`avete fatto a me. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
Questa frase è molto nota a tutti noi, ma devo constatare con rammarico, anche molto ignorata. Di recente ho avuto alcuni problemi di ordine finanziario (che non ho ancora risolto) e avevo scritto a 60 sacerdoti con cui sono "amico" vi Facebook se potevano fare qualcosa per aiutarmi. Nessuno di loro mi ha risposto, fosse anche per dire che non poteva fare nulla.
Non ne faccio un caso personale e capisco anche che FB è un mezzo che poco si adatta alla solidarietà, ma la considerazione che mi nasce è vedere come spesso (e io non sono esente da quanto sto per dire) si è molto bravi a parlare di carità, amore fraterno e aiuto ai più deboli, ma quando si tratta di passare dalle parole ai fatti si diventa ancora più bravi a mettere in campo scuse per non fare nulla.
Credo che occorra un forte cambiamento nel nostro sguardo per poter vedere nell'altro, l'amico, il vicino, lo sconosciuto, non un inopportuno seccatore ma la persona di Cristo che ci chiede aiuto. Aiuto che può essere sia economico che anche solo di comprensione, di ascolto, di affetto.
Spesso sappiamo descrivere con grande e commovente precisione la carità ma non siamo altrettanto capaci di incarnarla.
E quindi rischiamo di essere fra coloro che, continuando la citazione del Vangelo, si sentiranno dire nel giorno del giudizio "in verità non vi conosco, non so di dove voi siate.."
Cosa, credo, tremenda.
Occorre quindi che il nostro cuore prenda la mossa per convertirsi, che la nostra preghiera sia sincera e umile e che ci sia dentro di noi molto più spazio per l'umiltà che per l'autostima.
Abbiamo molti esempi di santi in tal senso e soprattutto abbiamo Maria SS che ci guida sulla via dell'umiltà e dell'affidarci a Dio.
Ogni volta che qualcuno ci chiede qualcosa, qualunque cosa, prima di chiuderci in difesa del nostro piccolo mondo personale, invochiamo lo Spirito Santo che ci faccia vedere nella persona che abbiamo di fronte, non un colpevole di "lesa maestà" nei nostri confronti, ma la carità di Gesù che ci invita a rinunciare a un po' di noi stessi a favore degli altri.
Tutto questo, come ho detto, si rivolge in primo luogo a me stesso che non sono in nulla diverso o migliore da coloro il cui aiuto ho cercato.
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venerdì 22 ottobre 2010

Non c’è genio senza popolo: così rinasce una civiltà cristiana (Contributi 390)

Un articolo molto bello tratto da Il Sussidiario:

«La gratitudine, ed essa soltanto, può indurci al sacrificio estremo dell’amore a Dio e dell’amore agli uomini. Il senso del dovere, degli obblighi cui siamo tenuti, forse non riuscirà a trovare in sé le forze per compiere l’ultimo sacrificio della vita, dell’offerta e dell’amore. La gratitudine invece sì, le trova».
Si potrebbe porre questa frase (appartenente al metropolita Antonij Bloom, una delle figure più straordinarie dell’ortodossia russa del XX secolo), in epigrafe al convegno che si apre oggi pomeriggio alle 17 all’Università Cattolica di Milano e proseguirà a Seriate, presso la Fondazione Russia Cristiana, nelle giornate di sabato e domenica.

Filosofi, uomini di Chiesa e artisti provenienti dall’Occidente e dalla Russia si incontreranno infatti per porre a tema l’uomo, la sua reale statura e le potenzialità di rinascita che sono nascoste nelle pieghe della stessa civiltà malata che sembra sopraffarci da ogni lato.
A partire dalla gratitudine: l’interessante, infatti, è che questa possibilità di rinascita non è un’utopia del futuro, o un patetico e nostalgico tentativo di riandare a un passato irreale, idealizzato, bensì un’esperienza già in atto, sorta alcuni decenni fa attraverso carismi sorprendentemente simili, sia nel mondo ortodosso che in quello cattolico e anglicano, che nel tempo si sono incontrati e intersecati, tracciando vie di amicizia e di fraternità nel grande alveo del cammino della Chiesa.
Stiamo parlando della via percorsa da don Luigi Giussani dal seminario di Venegono alle aule del Berchet per testimoniare la «cosa dell’altro mondo» che aveva incontrato; del cammino fatto nella Russia sovietica o nell’emigrazione da padre Aleksandr Men’, Sergej Averincev, padre Šmeman, il metropolita Antonij Bloom e altri ancora, imbattutisi nella persona vivente di Cristo proprio laddove sembrava essere stata negata per sempre; delle ricerche di John Milbank e dei suoi amici per liberare la ragione «secolarizzata» e restituirla alla sua statura autentica, cristiana.
«Non si sente il rumore dell’erba che cresce», recita un detto popolare russo a significare che la vita, la bellezza si impone d’un tratto, senza far rumore. Ed è quello, in particolare, che è successo in Russia: oggi stiamo cominciando a prendere coscienza di un fenomeno imponente, ma che finora era come passato inosservato.
Si aveva l’impressione che si trattasse di alcune singole grandi personalità, isolate e addirittura in qualche modo «eccentriche» rispetto alla Chiesa ufficiale, fortemente condizionata dal regime. In realtà - ed è questa la novità che il convegno vorrebbe evidenziare - ciascuno per vie diverse e seguendo la propria vocazione, queste persone hanno contribuito a creare una traccia unitaria, una nuova prospettiva di metodo educativo, diventando per molti una guida, originando e alimentando comunità cristiane ed esperienze ecclesiali connotate dalla consapevolezza del proprio compito educativo e missionario.
In altri termini, oltre alla grande letteratura russa, oltre al pensiero «forte» del dissenso, nutrito da personalità come Solženicyn, Havel, Bukovskij ecc., si va configurando una teologia che potremmo definire come «teologia della comunione», e che rilegge il cammino di ricerca religiosa dell’uomo contemporaneo e il suo approdo alla fede attraverso le categorie di «incontro», «esperienza», «avvenimento», «ferita», «cuore» e così via.
Una risorsa impensata, insperata - se si pensa al travaglio e alle persecuzioni subite dalla Chiesa russa nel XX secolo - che oggi può realmente diventare lo strumento di un nuovo inizio, l’imporsi di una «Presenza che non si può né descrivere a parole, né afferrare con l’intelletto, né vedere, né figurarsi con l’immaginazione. Si può solo incontrarla» (Georgij Čistjakov).
Un’esperienza che oggi unisce cattolici, ortodossi, anglicani, che li muove davanti ai carismi suscitati nella Chiesa, li rende curiosi, attenti e carichi di stupore di fronte a quanto sta accadendo.
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Secolarizzazione europea. Ma siamo proprio sicuri? (Articoli 24)

George Weigel
Lo scrittore statunitense George Weigel ha offerto un interessante ragionamento ad Avvenire.
A metà maggio papa Benedetto XVI ha compiuto un pellegrinaggio apostolico in Portogallo: mezzo milione di persone hanno preso parte alla messa papale tenutasi all’aperto a Fatima (vedi Ultimissima 17/5/10).
Una volta tornato a Roma, duecentomila pellegrini hanno invaso piazza San Pietro per la recita del Regina Coeli, dimostrando il loro appoggio ad un pontefice assediato da mesi dalle critiche su sacerdoti colpevoli di abusi verso minori (vedi Ultimissima 17/5/10).
Una settimana dopo si è conclusa l’esposizione – durata 44 giorni – della Sindone di Torino. Nel corso di queste sole 6 settimane, qualcosa come 2 milioni di persone hanno affrontato lunghe file per passare pochi, brevi istanti di fronte a quello che credono essere stato il lenzuolo funebre di Cristo (vedi Ultimissima 12/4/10).
Per non parlare dell’ultimo viaggio in Inghilterra…(vedi Ultimissima 20/9/10).
Il prossimo agosto invece si terrà in Spagna la Giornata mondiale della gioventù, e arriverà ad ospitare due milioni di giovani pellegrini (vedi Ultimissima 15/6/10).
Mentre il mondo non europeo (America compresa) si sta riempiendo di cristiani e cattolici, dopo l’indigestione di ateismo del secolo scorso, i teorici della secolarizzazione si sono concentrati sulla situazione europea, dove riscontrano la morte della fede e l’indifferenza verso il Papa (è dal 1600 in realtà che si dice che il cattolicesimo sta per scomparire…). Ma gli attacchi quotidiani (per ultimo il putiferio creato dopo il giudizio della Chiesa sul Nobel per la Medicina Edward Roberts) dimostrano proprio il contrario.
Nessuno spende energie, tempo e denaro per rimproverare e contrastare un’istituzione considerata moribonda ed un anziano di 83 anni ritenuto irrilevante. Continua Weigel: «questi stessi attacchi sono l’evidenza che la fede cristiana – e la Chiesa cattolica – rimangono fattori rilevanti nella cultura europea e nella vita pubblica europea».
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giovedì 21 ottobre 2010

Quando un povero..... (Interventi 44)

Quando un povero muore di fame, non è perchè Dio si sia dimenticato di lui.
Accade perchè nè io nè voi, ci siamo preoccupati di offrirgli ciò di cui aveva bisogno.
Ci siamo rifiutati di agire come strumenti di amore nelle mani di Dio, per offrire al povero, uomo o donna che sia, un pezzo di pane, per procurargli una veste con cui ripararsi da freddo.
Questo accade perchè non abbiamo riconosciuto Cristo quando, ancora una volta, si è mostrato sotto le sembianze del dolore nel corpo di un fratello intirizzio dal freddo, morente di fame, quando si è rivolto a noi come un essere solo, come un bambino perduto alla ricerca di un luogo in cui ripararsi.

(Madre Teresa di Calcutta)
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mercoledì 20 ottobre 2010

L'apparenza della vita in diretta (Contributi 389)

Propongo l'interessante (ed utile) editoriale odierno de Il Sussidiario a firma di Giuseppe Feyles:

La diretta è la cifra distintiva dei media d’oggi. Contemporaneità, simultaneità. Tutto sembra avvenire sotto i nostri occhi. Tutto sembra poter accadere ora, davanti a noi. Lo vediamo “live”. Lo sentiamo “dal vivo”. Ecco il rumore dell’argano che sputa fuori dalla terra nera i minatori cileni. Ecco la cugina cattiva che sfila incappucciata proprio in questo istante, rasente il muro, davanti alle nostre telecamere.
Totti ha appena segnato, se fai in fretta lo rivedi subito. Tra poco Santoro parla alla nazione. Anche il video di Fini non si può dire davvero registrato, è caldo caldo, ribatte all’ultimo lancio d’agenzia. Questa stagione televisiva ha decretato, per le grandi tv, il dominio dei prodotti di attualità.
Resistono ancora programmi preconfezionati di successo, ma paiono quasi stonare. Il tramonto di ascolti dei film sulle tv generaliste è un segnale del cambiamento. Quella digitale è l’era della abbondanza televisiva, nella quale l’offerta di prodotti finiti (film, telefilm, programmi ever green, documentari, rubriche precotte) è potenzialmente infinita.
Per le tv leader c’è una sola strada: produrre sul fatto, andare in diretta, tenersi accesi sul mondo. Il successo della cronaca, dei talk politici, perfino del calcio testimonia un grande bisogno di attualità, di essere informati sul presente, di entrare nella realtà, conoscerla davvero, oltre il velo della notizia guidata o preconcetta.
Ma la diretta è davvero garanzia di verità? Naturalmente no. Innanzitutto, non esiste la neutralità mediatica né tantomeno televisiva. Ogni prodotto tv, anche se in diretta, deriva da scelte autorali. In secondo luogo, la sola moltiplicazione di rappresentazioni del reale non ne aumenta la possibilità di comprensione. In questi giorni l’Italia intera è stata per ore davanti al pianto disperato di un padre e una figlia, per scoprire poi che le loro, forse, erano le menzogne di un tremendo delitto.
Sembra di vivere la realtà perché la vediamo in tv. Dire “ero lì mentre succedeva…” diventa sinonimo di “ero lì mentre lo trasmettevano…”. Simultaneo deriva da “simul”, come se la vicinanza temporale garantisse veridicità (ma, invece, tante volte, non è proprio il passare del tempo che rende giustizia alla verità di un fatto?).
E’ il concetto stesso di esperienza che viene travisato.
Fare esperienza non è solo assistere.
La diretta tv, la simultaneità del web, la immediatezza degli altri media sono grandi conquiste, che non dispensano, però, dal lavoro di giudizio per comprendere ciò che succede. Invece, il carosello delle rappresentazioni di realtà può ubriacare e lasciare inebetiti, come davanti a un film montato da un pazzo, in cui non si capisce niente.
In terzo luogo, il sistema dei media si è ormai organizzato in modo complesso, con l’integrazione di tre livelli.
Tutto inizia sempre su internet, in cui viene seminata una anticipazione, un lancio, una indiscrezione.
Poi è la tv che crea l’evento, porgendolo a tutti con la facilità del suo linguaggio e rendendolo universale.
Infine la stampa torna sul fatto con i commenti.
Questo vero e proprio “sistema dei media” può essere gestito solo da grandi gruppi imprenditoriali o finanziari.
Di fronte a tanta potenza di fuoco, che abilmente crea eventi e li diffonde a pioggia, vale la domanda: è possibile mettere al centro delle discussioni, del pensiero quotidiano, della stessa esperienza qualcosa che non nasca da questo “sistema”?
Il meccanismo è potente e oliato, ma - come scriveva il ceco Havel nel 1978 (ma sarà davvero lo stesso Vaclav dei nostri giorni?) - il potere dei senza potere è il granello di sabbia che ferma tutto l’ingranaggio, affinché – diremo noi - si senta finalmente la voce di colui che grida nel deserto.
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lunedì 18 ottobre 2010

Chiavi del Papa per una buona preparazione al sacerdozio (Contributi 388)

Maturità, studio, intimità con Dio e appartenenza ecclesiale

di Inma Álvarez
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 18 ottobre 2010 (ZENIT.org).
Il sacerdote cattolico esiste per portare Dio agli uomini e deve essere in primo luogo un “uomo di Dio”. Lo ricorda Papa Benedetto XVI ai seminaristi nella sua Lettera, diffusa questo lunedì, in occasione della chiusura dell'Anno Sacerdotale.

Nel messaggio, il Pontefice esorta i seminaristi a usufruire bene del periodo della formazione, con lo studio della teologia e la crescita personale e spirituale. Tra le chiavi che dà a quanti si preparano al sacerdozio, sottolinea l'importanza della vita sacramentale, dell'integrazione nella Chiesa, dello studio della teologia e del diritto canonico, della maturità, comprensione e sequela serena del celibato.

Preghiera, Eucaristia, confessione
In primo luogo, afferma, un seminarista deve imparare “a vivere in contatto costante con Dio”. Non si tratta di “dire continuamente parole di preghiera”, ma “di non perdere mai il contatto interiore con Dio”.
“Perciò è importante che il giorno incominci e si concluda con la preghiera. Che ascoltiamo Dio nella lettura della Scrittura. Che gli diciamo i nostri desideri e le nostre speranze, le nostre gioie e sofferenze, i nostri errori e il nostro ringraziamento per ogni cosa bella e buona, e che in questo modo Lo abbiamo sempre davanti ai nostri occhi come punto di riferimento della nostra vita”.
Dio, ricorda il Papa, “non è solo una parola”. “Nei Sacramenti Egli si dona a noi in persona, attraverso cose corporali”.
Per questo, è necessario che l'Eucaristia sia “il centro del nostro rapporto con Dio e della configurazione della nostra vita”. “Celebrarla con partecipazione interiore e incontrare così Cristo in persona dev’essere il centro di tutte le nostre giornate”.
Per celebrarla bene, “è necessario anche che impariamo a conoscere, capire e amare la liturgia della Chiesa nella sua forma concreta. Nella liturgia preghiamo con i fedeli di tutti i secoli – passato, presente e futuro si congiungono in un unico grande coro di preghiera”.
“Come posso affermare per il mio cammino personale, è una cosa entusiasmante imparare a capire man mano come tutto ciò sia cresciuto, quanta esperienza di fede ci sia nella struttura della liturgia della Messa, quante generazioni l’abbiano formata pregando”.
Benedetto XVI sottolinea anche l'importanza della confessione: “Mi insegna a guardarmi dal punto di vista di Dio, e mi costringe ad essere onesto nei confronti di me stesso. Mi conduce all’umiltà”.
Benché abbiamo da combattere continuamente con gli stessi errori, è importante opporsi all’abbrutimento dell’anima, all’indifferenza che si rassegna al fatto di essere fatti così”.
È importante, sottolinea, “restare in cammino, senza scrupolosità, nella consapevolezza riconoscente che Dio mi perdona sempre di nuovo. Ma anche senza indifferenza, che non farebbe più lottare per la santità e per il miglioramento”.
“Nel lasciarmi perdonare, imparo anche a perdonare gli altri. Riconoscendo la mia miseria, divento anche più tollerante e comprensivo nei confronti delle debolezze del prossimo”.


Amare la teologia
Il periodo in seminario è soprattutto di studio, constata il Papa. Uno dei compiti principali di questi anni è rendere capaci di dare testimonianza della fede.
“Posso solo pregarvi insistentemente: Studiate con impegno! Sfruttate gli anni dello studio! Non ve ne pentirete”, esorta.
Il Papa riconosce che a volte “le materie di studio sembrano molto lontane dalla pratica della vita cristiana e dal servizio pastorale”, ma bisogna “conoscere e comprendere la struttura interna della fede nella sua totalità”, perché “diventi risposta alle domande degli uomini, i quali cambiano, dal punto di vista esteriore, di generazione in generazione, e tuttavia restano in fondo gli stessi”.
È dunque importante “conoscere a fondo” “la Sacra Scrittura interamente, nella sua unità di Antico e Nuovo Testamento”, “i Padri e i grandi Concili, nei quali la Chiesa ha assimilato, riflettendo e credendo, le affermazioni essenziali della Scrittura”, “la teologia ecumenica, il conoscere le varie comunità cristiane”.
Sono anche necessari “un orientamento fondamentale sulle grandi religioni”, la conoscenza della filosofia - “la comprensione del cercare e domandare umano, al quale la fede vuol dare risposta” -, “il diritto canonico nella sua necessità intrinseca e nelle forme della sua applicazione pratica”, perché “una società senza diritto sarebbe una società priva di diritti”, e il diritto “è condizione dell’amore”.


Maturità
Importanti sono poi la maturità e l'equilibrio personale, soprattutto per quanto riguarda il vivere il celibato, l'integrazione della sessualità nella propria personalità.
La sessualità, afferma il Papa, “è un dono del Creatore, ma anche un compito che riguarda lo sviluppo del proprio essere umano. Quando non è integrata nella persona”, diventa “banale e distruttiva allo stesso tempo”.
Ricordando i recenti scandali di abusi sui minori da parte di membri del clero, il Pontefice dichiara che questi fatti, “da riprovare profondamente”, non possono “screditare la missione sacerdotale, la quale rimane grande e pura”.
“Grazie a Dio, tutti conosciamo sacerdoti convincenti, plasmati dalla loro fede, i quali testimoniano che in questo stato, e proprio nella vita celibataria, si può giungere ad un’umanità autentica, pura e matura”, aggiunge, ricordando l'importanza di essere “vigilanti e attenti, proprio per interrogare accuratamente noi stessi, davanti a Dio, nel cammino verso il sacerdozio, per capire se ciò sia la sua volontà per me”.
Il sacerdote deve porre “in giusto equilibrio cuore e intelletto, ragione e sentimento, corpo e anima” ed essere “umanamente 'integro'”.


Senso della Chiesa e spiritualità
Il seminarista, che spesso ultimamente proviene dai nuovi carismi e movimenti, deve essere innanzitutto “uomo di Chiesa”, al di sopra dei particolarismi.
“I movimenti sono una cosa magnifica. Voi sapete quanto li apprezzo e amo come dono dello Spirito Santo alla Chiesa. Devono essere valutati, però, secondo il modo in cui tutti sono aperti alla comune realtà cattolica, alla vita dell’unica e comune Chiesa di Cristo che in tutta la sua varietà è comunque solo una”.
“Il seminario è il periodo nel quale imparate l’uno con l’altro e l’uno dall’altro”, è una “scuola della tolleranza, anzi, dell’accettarsi e del comprendersi nell’unità del Corpo di Cristo”.
Benedetto XVI afferma infine che non bisogna disprezzare la pietà popolare, perché se anche “tende all’irrazionalità, talvolta forse anche all’esteriorità”, “escluderla è del tutto sbagliato”.
“Attraverso di essa, la fede è entrata nel cuore degli uomini, è diventata parte dei loro sentimenti, delle loro abitudini, del loro comune sentire e vivere. Perciò la pietà popolare è un grande patrimonio della Chiesa”, pur dovendo essere “sempre purificata, riferita al centro”.
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domenica 17 ottobre 2010

La necessità di pregare sempre (Contributi 387)

Ecco un commento di di Mons Angelo Sceppacerca da Diocesi di Trivento al Vangelo di oggi Domenica 17/10/2010, 29^ del tempo ordinario (Lc 18,1-8):
Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

La vedova è l’ultimo anello, allora e ancora oggi in molte parti. Non possiede nulla, senza diritti e senza protezione, proprietà del marito e senza di questi non ha più alcuna fonte di sostentamento. Le strade dell’India, e non solo, sono piene di vedove che chiedono l’elemosina per sopravvivere, quando non scampano alla terribile usanza di doversi gettare nel rogo in cui arde la salma del marito. Pur non avendo nulla, la vedova del vangelo non è rassegnata al suo destino; ha coraggio e fame di giustizia. E la troverà.
L’argomento non è la vedova che importuna un giudice (sarebbe un titolo da prima pagina!), né il giudice che si decide a rispondere alla giusta supplica di quella donna (sarebbe comunque una bella notizia).
Qui si parla della necessità di pregare sempre.
Gesù insegna che la preghiera, per essere efficace, deve essere perseverante e piena di fiducia. Se perfino un giudice disonesto, alla fine si deciderà a rispondere ad una vedova seccante e invadente, a maggior ragione Dio ci ascolterà se lo cerchiamo senza stancarci.
Il protagonista della parabola è Dio, non la vedova; lui è il giudice onesto, pronto a fare giustizia ai suoi eletti. La sete di giustizia e il desiderio del bene che si vede sconfitto, percorrono tutto questo vangelo. Che Dio faccia giustizia nella storia è certo, quello che manca, è “la fede sulla terra”.
“Sempre”,è la risposta alla domanda: “Quante volte pregare?”.
Come l’amore, la preghiera è oltre il calcolo e non consiste nel moltiplicare le parole.
Dove ci sono uomini e donne capaci d’amore trovi anche questa preghiera incessante, sia in Oriente che in Occidente. Conosco monache e monaci che tendono con tutto il loro essere a vivere sempre al cospetto di Dio. Un grado di vita spirituale proponibile e possibile a tutti, non solo a quelli che fanno professione esplicita di vita monastica. Se continuo è il desiderio di Dio, ininterrotta è pure la preghiera. Il desiderio di Dio resta vivo, anche mentre si fanno altre cose che sono pur sempre la sua volontà.
Gesù pregava sempre: di giorno, sul far della sera, al mattino presto e a volte per l’intera notte. La preghiera come trama del tempo, ma anche come tempo speciale, riservato. I cristiani hanno un giorno singolare per la celebrazione e la preghiera, la Domenica, tempo comandato per il riposo e la fraternità.
Così pregava Agostino: “Giunga a te la mia preghiera che guizza come saetta dal desiderio che nutro per i tuoi beni eterni. Io la innalzo al tuo orecchio: aiutala, affinché ti raggiunga e non venga meno a metà della sua corsa, né ricada a terra o vada perduta. Anche se per ora non mi vedo arrivare i beni che chiedo, sono tranquillo, perché so che verranno più tardi”.
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giovedì 14 ottobre 2010

Dalla crisi si esce sostenendo la famiglia (Contributi 386)

ROMA, giovedì, 14 ottobre 2010 (ZENIT.org)
La via per riemergere dalla crisi economica e culturale che sta investendo l'Italia si trova nel sostegno alla famiglia e nell'impegno per il bene comune al di là degli interessi di parte. E' quanto si legge nel messaggio scritto da Benedetto XVI in occasione la 46ma Settimana sociale dei cattolici italiani, in programma a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre sul tema “Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del Paese”.

Alla quattro giorni di incontri apertasi questo giovedì pomeriggio partecipano oltre 1200 delegati provenienti da tutte le 227 diocesi italiane: quasi un quarto è formato da giovani, per il resto molti i rappresentanti di associazioni e movimenti laicali, così come i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i diaconi.
Accennado alla crisi finanziaria globale che ha avuto profonde ripercussioni anche nel nostro Paese, aggravando le situazioni di disoccupazione e precarietà tra i giovani – specialmente nelle aree del Mezzogiorno – che non di rado sfociano in "rassegnazione", il Papa ha indicato alcune direttrici per rilanciare uno sviluppo integrale.
Infatti, spiega il Santo Padre, "il problema non è soltanto economico, ma soprattutto culturale e trova riscontro in particolare nella crisi demografica, nella difficoltà a valorizzare appieno il ruolo delle donne, nella fatica di tanti adulti nel concepirsi e porsi come educatori”.
Per questo è necessario che "tutti i soggetti istituzionali e sociali si impegnino nell’assicurare alla famiglia efficaci misure di sostegno, dotandola di risorse adeguate e permettendo una giusta conciliazione con i tempi del lavoro”.
La famiglia, aggiunge ancora, non solo è il "cuore della vita affettiva e relazionale" ma anche il "luogo che più e meglio di tutti gli altri assicura aiuto, cura, solidarietà, capacità di trasmissione del patrimonio valoriale alle nuove generazioni”.
Il Papa accena poi al fenomeno migratorio e alla ricchezza che esso può apportare, ed incoraggia a individuare, “nel pieno rispetto della legalità, i termini dell’integrazione” e a "fare tutto il possibile per debellare quelle situazioni di ingiustizia, di miseria e di conflitto che costringono tanti uomini a intraprendere la via dell’esodo".
Sfuggendo all'illusione di "delegare la ricerca di soluzioni soltanto alle pubbliche autorità", il Papa invita "a uscire dalla ricerca del proprio interesse esclusivo, per perseguire insieme il bene del Paese e dell’intera famiglia umana".
Per questo torna a rinnovare il suo appello "perché sorga una nuova generazione di cattolici, persone interiormente rinnovate che si impegnino nell’attività politica senza complessi d’inferiorità".
"Tale presenza, certamente, non s’improvvisa - sottolinea Benedetto XVI -; rimane, piuttosto, l’obiettivo a cui deve tendere un cammino di formazione intellettuale e morale che, partendo dalle grandi verità intorno a Dio, all’uomo e al mondo, offra criteri di giudizio e principi etici per interpretare il bene di tutti e di ciascuno".
Da qui, quindi, l'impegno della Chiesa in Italia "nella formazione di coscienze cristiane mature, cioè aliene dall’egoismo, dalla cupidigia dei beni e dalla bramosia di carriera e, invece, coerenti con la fede professata, conoscitrici delle dinamiche culturali e sociali di questo tempo e capaci di assumere responsabilità pubbliche con competenza professionale e spirito di servizio".
“Alla vigilia del 150° anniversario dell’Unità nazionale - conclude -, da Reggio Calabria possa emergere un comune sentire, frutto di un’interpretazione credente della situazione del Paese; una saggezza propositiva, che sia il risultato di un discernimento culturale ed etico, condizione costitutiva delle scelte politiche ed economiche".
In un messaggio al Cardinale Angelo Bagnasco in occasione dell'apertura dei lavori, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha lodato l'impegno e la vocazione della Chiesa cattolica "per il progresso civile, economico e sociale dell’Italia, la cui identità culturale è permeata dai valori cristiani".
La sua "agenda" di speranza, ha continuato, "testimonia anche che la nostra società è tutt’ora ricca di uomini animati da quella che Lei stesso ha definito 'energia morale', capaci di guardare con fiducia e concretezza al futuro, affrontando con senso di appartenenza i problemi di pressante attualità".
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Minatori cileni, uomini di fede (Contributi 385)

Propongo un'intervista a Toni Capuozzo da Il Sussidiario che dice cose che altrove non verranno scritte e, di conseguenza, lette:

Uno a uno, a partire dalla notte di martedì, i minatori intrappolati dal 5 agosto a meno 700 metri nella miniera cilena di San José, nel deserto di Atacama, sono stati lentamente riportati allo scoperto. Mentre parliamo con Toni Capuozzo, che è stato sul posto una settimana e offre le sue impressioni, le operazioni sono in corso, seguite in diretta dalle testate di tutto il mondo.
Mario Sepulveda, uno dei minatori, quando lo hanno tirato fuori ha detto: “stavo con Dio e con il diavolo. Hanno lottato per avermi ed ha vinto Dio, mi ha afferrato, in nessun momento ho dubitato che Dio mi avrebbe tirato fuori di là”…
«Non si possono far i conti con questa storia senza imbattersi in una grande manifestazione di fede, di speranza, di convinzione nella gente che la tecnologia e la volontà degli uomini possono fare moltissimo, ma non tutto. E allora, come a San Josè, quello che ti accompagna è la fede. Fin dai gesti più semplici. È impossibile raccontare questa grande storia solo come un’avventura semplicemente umana e di tecnologia, perché dappertutto, nell’accampamento, c’è sempre qualcosa che rimanda alla fede di quegli uomini».


Lei è stato per una settimana nella zona della miniera, che cos’ha visto?
«I minatori si sono fatti mandare di sotto le statue per costruire uno di quegli altarini di cui sono piene le strade del Cile, piccoli santuari li chiamano, ma si tratta solo di qualche figura sacra, di qualche candelina, un ex voto. Troppo spesso pensiamo al cristianesimo in Sudamerica come una caratteristica un po’ folcloristica di quelle terre, ma quello che accade laggiù ribalta tutto questo, lo si vede a colpo d’occhio. Si respira una fede grande, sia sopra la terra che sotto. Forse anche per questo, tra tutte le reti che sono sul posto, non ho visto tv del mondo islamico».


Mario Sepulveda
Qual era il clima sul posto, alla vigilia delle operazioni di recupero?
«Comprensibilmente cambiato rispetto ai primi diciassette giorni, in cui non si sapeva se quegli uomini erano vivi o morti. C’era allora la volontà palpabile di non arrendersi al fatto che fossero scomparsi, inghiottiti dalla terra. Fino al 24 agosto, quando si è aperto un canale di comunicazione e quel messaggio, “estamos bien en el refugio, los 33” è stato il giro di boa di tutta questa storia».


Da allora è cominciato un viavai di lettere, cibo, medicine, audio e video...
«Ogni metro guadagnato dalla macchina è stato segnato da cambi di stati d’animo. Adesso c’è una grande gioia, ma mista all’apprensione delle famiglie di quelli che sono ancora sotto, la paura che ci possa essere un qualsiasi imprevisto a guastare la festa. La realtà è che fino a quando l’ultimo non sarà fuori, non si potrà dire che questa storia è finita».


Ancora quel minatore, una volta fuori, ha chiesto che lui e i suoi non venissero trattati come “artisti ma come lavoratori, come minatori”.
«È il presentimento che aver salva la vita li mette di fronte a un cambiamento che potrebbe essere traumatico: le loro interviste valgono un sacco di soldi, ci sarà un libro collettivo, sulla loro storia saranno scritti non so quanti libri, si preparano documentari. Sono tante le cose che cambiano la vita di prima: Bobby Charlton per esempio, che aveva un papà minatore, li ha invitati a vedere la prima partita del Manchester United... mi sbaglierò, ma queste sono persone particolari: solide, forti, concrete come il lavoro che fanno. Il fatto che uno abbia detto subito così, fa capire che vogliono restare coi piedi per terra».


Nella sua vita di cronista ha mai visto qualcosa di simile?
«Credo che questa sia una delle storie più belle che mi sia capitato di raccontare. Ci sono dentro tante cose: la tecnologia a servizio dell’uomo, la volontà degli uomini, l’orgoglio nazionale, le grandi idee, la passione, la fede. E un lieto fine. Di questo c’era un intimo, grande bisogno. Qui in Italia dobbiamo raccontare un dramma come quello di Sarah Scazzi, dei raptus di violenza a Roma o Milano, della guerriglia serba al Marassi. C’è sete di buone notizie. Non parlo delle notizie frivole, le cosiddette soft news, ma di un dramma che si volge in buona notizia. È quello che si aspetta dalla vita».


Cosa rappresenta per il Cile questa vicenda che ha tenuto il mondo col fiato sospeso?
«Vuol dire moltissimo. Non solo trova 33 eroi nazionali, ma uomini simbolo che hanno le qualità meno apprezzate: lo spirito di sacrificio, l’abnegazione, la sobrietà. Un pugno di eroi del sottosuolo, di “proletari”che incarnano quei valori e smentiscono i soliti modi di guardare all’America latina come un posto di confusione e di colore. È una storia che fa piazza pulita di tanti pregiudizi. Ci pensavo mentre guardavo, là su una remota collina nel deserto di un continente che si sa essere così antimperialista, sventolare una bandiera a stelle e strisce. La perforatrice viene dalla Pennsylvania».
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