Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

lunedì 31 gennaio 2011

In che anno morì Erode? (Articoli 33)

Ecco un altro articolo di Ruggero Sangalli per comprovare la storicità del racconto evangelico..

Erode
Uno dei riferimenti storici più citati per collocare cronologicamente i fatti descritti nei Vangeli, riguarda la data della morte di Erode il grande: il 4 a.C. per molti commentatori.
Questa data è dovuta agli scritti di Giuseppe Flavio, che comunque non la esplicita mai: essa è solo dedotta dal numero degli anni di regno di Archelao, Filippo ed Antipa, nominati ufficialmente eredi di Erode. Tuttavia lo stesso Giuseppe Flavio fornisce almeno una dozzina d'informazioni che concorrono a rendere inadeguata la data di morte di Erode nel 4 a.C., tanto più che non era infrequente indicare come anni di regno di un erede al trono anche il periodo in cui tale sovranità vigeva pur essendo ancora in vita il vecchio re.
Stranamente oggi molti scrivono che “certamente Erode morì nel 4 a.C.” con acritica fiducia in un dato indiretto, sfiduciando ben altri dati, molto più precisi. Infatti Giuseppe Flavio dice di Erode che morì settantenne. E che iniziò a regnare quindicenne, nel nono anno di Arcano, messo al potere da Pompeo, quando nel 63 a.C. i Romani conquistarono Gerusalemme.
Inoltre sappiamo che all’epoca della battaglia di Azio, nel settembre del 31 a.C., Erode era nel suo settimo anno di regno. Nel computo di anni utilizzato in Antichità giudaiche, il regno durò trentasette anni, ossia da trenta a trentuno anni dopo la battaglia di Azio. Sappiamo che Erode prese la decisione di ricostruire il tempio nel suo diciottesimo anno (quindicesimo secondo il computo che, in Guerre giudaiche, gli attribuisce 34 anni di regno), all’indomani della visita di Cesare Augusto in Siria, la cui data, 19 a.C., è certa tramite gli storici Romani. Insomma: nel 4 a.C. Erode era ancora vivo, altrimenti Giuseppe Flavio non sarebbe così certificante come lo vorrebbe chi svaluta la cronologia desumibile dal vangelo di Luca.
L’astronomia è ancora una volta un valido aiuto per “cronometrare la storia”, facendo giustizia delle qualità di storico di Giuseppe Flavio e anche di quelle di Luca, a danno di molti moderni commentatori. Scrive infatti Giuseppe Flavio che Erode morì circa due settimane dopo una spettacolare eclisse di luna e che i funerali furono celebrati prima della successiva pasqua ebraica.
I cataloghi della NASA permettono di ricostruire le date delle eclissi lunari avvenute nel periodo che stiamo indagando, scartando quelle non visibili dalla Palestina.

calendario ebraico
 Chi sostiene che Erode è morto nel 4 a.C. ha puntato sull’eclissi del 13 marzo (calendario giuliano) del 4 a.C. Quell’anno il 14 nisan cadeva il 12 aprile, ventinove giorni dopo. Considerando tutto ciò che Giuseppe Flavio descrive come accaduto in quel frattempo, il tempo appare troppo poco perché la data sia quella. Non sfugga un particolare spesso trascurato, ma decisivo: il 13 marzo sarebbe il 14 di adar II, cioè un giorno di festa (il purim), collegato al 13 Adar, giorno di Nicanore, festivo dal tempo dei Maccabei.
Ebbene, Giuseppe Flavio attesta che, pochi giorni prima, due rabbi avevano incoraggiato una sommossa antiromana, distruggendo un’aquila dorata che Erode aveva fatto mettere all’esterno del tempio di Gerusalemme. A scanso di guai, Erode ritenne conveniente processare i due rabbi fuori città, a Gerico, dove soggiornava per curare alle terme le sue malattie. Li fece ardere vivi (Antichità Giudaiche, cap. XXVII), proprio il giorno dell’eclisse.
Pensiamo al rispetto ebraico per le festività: nessuna corte, per quanto illegale, avrebbe deliberato in giorno di festa (Est 9,17-18), addirittura contro due famosi rabbi… L’intera nazione se ne sarebbe scandalizzata. E Giuseppe Flavio scrive che la corte giudicante in questo caso era addirittura la Suprema Corte dei Giudei, i tutori della legalità. Tanto più che, ancora Giuseppe Flavio, ricorda che proprio Archelao (effettivamente co-regnante con Antipa e Filippo a partire dall’anno 4 a.C.), di fronte alle rimostranze di chi contestava la sentenza, non mancò di giustificarsi definendola “secondo la legge”. Anche per Gesù la “legge” fece in modo da affrettare l’esecuzione per non profanare il giorno di festa.
Il 14 adar non può essere la data dell’eclisse e il 4 a.C. non è l’anno che ci interessa. Erode, un idumeo, non avrebbe fatto ardere due rabbi nel giorno in cui si bruciava l’effige di Haman, come da antica tradizione del purim. Per chi nutrisse ancora dubbi, Giuseppe Flavio all’indomani di questa “esecuzione impossibile” e prima della Pasqua, elenca una sfilza di fatti prima della morte di Erode (avvenuta circa due settimane dopo l’eclisse lunare), il cui calendario è incompatibile con i giorni mancanti al 14 nisan.
Ci serve dunque un’altra eclisse: nei cataloghi della NASA ce ne sono due particolarmente adatte. La prima è il 10 gennaio del 1 a.C., la seconda il 29 dicembre del 1 a.C. In entrambi i casi c’è sufficiente tempo per inserire realisticamente tutti gli episodi descritti da Giuseppe Flavio prima della pasqua successiva. Abbiamo un documento ebraico, il Megillath Taanith (il rotolo che elenca le festività), composto a ridosso della distruzione del tempio, nel 70 d.C. In questo rotolo ci sono due date non commentate quanto alla loro ragione, ma nelle quali non è permesso non festeggiare: una è il 7 kislev, l’altra il 2 shevat.
M. Moise Schwab, attraverso uno studio complicato e dettagliato, attribuì al 2 shevat la data della morte di Erode, proprio due settimane dopo l’eclisse del 29 dicembre, il 14 gennaio del 1 d.C. del nostro attuale calendario; tra l’altro ad un orario perfetto per essere vista da tutti e destare impressione: proprio al tramonto. Erode (nato nel 70 a.C., regnante dal 37 a.C.) aveva 70 anni di età, con 37 di regno per il computo di Antichità Giudaiche. Gesù era nato da circa un anno, alla fine del 2 a.C..
Tutto torna, per chi fa la prova....
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domenica 30 gennaio 2011

Domenica 4^ t.ord. (Angelus 7)

Cari fratelli e sorelle!

In questa quarta domenica del Tempo Ordinario, il Vangelo presenta il primo grande discorso che il Signore rivolge alla gente, sulle dolci colline intorno al Lago di Galilea. «Vedendo le folle – scrive san Matteo –, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro» (Mt 5,1-2). Gesù, nuovo Mosè, «prende posto sulla “cattedra” della montagna» (Gesù di Nazaret, Milano 2007, p. 88) e proclama «beati» i poveri in spirito, gli afflitti, i misericordiosi, quanti hanno fame della giustizia, i puri di cuore, i perseguitati (cfr Mt 5,3-10).
Non si tratta di una nuova ideologia, ma di un insegnamento che viene dall’alto e tocca la condizione umana, proprio quella che il Signore, incarnandosi, ha voluto assumere, per salvarla.
Perciò, «il Discorso della montagna è diretto a tutto il mondo, nel presente e nel futuro … e può essere compreso e vissuto solo nella sequela di Gesù, nel camminare con Lui» (Gesù di Nazaret, p. 92).
Le Beatitudini sono un nuovo programma di vita, per liberarsi dai falsi valori del mondo e aprirsi ai veri beni, presenti e futuri. Quando, infatti, Dio consola, sazia la fame di giustizia, asciuga le lacrime degli afflitti, significa che, oltre a ricompensare ciascuno in modo sensibile, apre il Regno dei Cieli. «Le Beatitudini sono la trasposizione della croce e della risurrezione nell’esistenza dei discepoli» (ibid., p. 97). Esse rispecchiano la vita del Figlio di Dio che si lascia perseguitare, disprezzare fino alla condanna a morte, affinché agli uomini sia donata la salvezza.
Afferma un antico eremita: «Le Beatitudini sono doni di Dio, e dobbiamo rendergli grandi grazie per esse e per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei Cieli nel secolo futuro, la consolazione qui, la pienezza di ogni bene e misericordia da parte di Dio … una volta che si sia divenuti immagine del Cristo sulla terra» (Pietro di Damasco, in Filocalia, vol. 3, Torino 1985, p. 79). Il Vangelo delle Beatitudini si commenta con la storia stessa della Chiesa, la storia della santità cristiana, perché – come scrive san Paolo – «quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono» (1 Cor 1,27-28).
Per questo la Chiesa non teme la povertà, il disprezzo, la persecuzione in una società spesso attratta dal benessere materiale e dal potere mondano. Sant’Agostino ci ricorda che «non giova soffrire questi mali, ma sopportarli per il nome di Gesù, non solo con animo sereno, ma anche con gioia» (De sermone Domini in monte, I, 5,13: CCL 35, 13).
Cari fratelli e sorelle, invochiamo la Vergine Maria, la Beata per eccellenza, chiedendo la forza di cercare il Signore (cfr Sof 2,3) e di seguirlo sempre, con gioia, sulla via delle Beatitudini.
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Il giorno in cui Gesù fu presentato al Tempio (Articoli 32)

Un nuovo articolo di Ruggero Sangalli a testiminianza della storicità di quanto i Vangeli narrano:

La Chiesa celebra questa festa il 2 febbraio, quaranta giorni dopo il 25 dicembre, date estreme comprese. Per le Chiese orientali è la festa dell’incontro del Signore. È anche la festa della vita consacrata e rendiamo grazie con gioia di ogni vita donata a Dio.

Non è possibile sapere con certezza se le date corrispondessero al 25 dicembre per la nascita, al 1° gennaio per la circoncisione e al 2 febbraio per la presentazione, ma il periodo dell’anno era proprio quello: sono numerosi gli indizi dei Vangeli che avvalorano l’ipotesi invernale del Natale, a cavallo tra la fine del 2 a.C. e l’inizio del 1 a.C., in corrispondenza dei mesi di kislev, teveth e shevat del calendario ebraico.
I Vangeli dell’infanzia di Matteo e di Luca non sono contraddittori: quanto descritto è un insieme di informazioni che si integrano, senza smentirsi o escludersi a vicenda. Durante i quaranta giorni tra la nascita a Betlemme e la presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme, ci fu la visita dei Magi.
Non ha alcun senso che nel frattempo la famiglia, d’inverno e con un neonato da accudire, si fosse allontanata da Betlemme, dove comunque c’erano dei parenti. Inoltre la mamma, resa impura dal parto, doveva restare ad attendere la propria purificazione, secondo quanto stabilito dalla legge del Signore.
In Levitico 12,2-8 leggiamo che la madre di un figlio maschio doveva purificarsi trentatre giorni dopo la circoncisione, il che equivale a quaranta giorni dopo la nascita, prima di presentarsi al sacerdote e offrire in olocausto o un agnello di un anno o, per i più poveri, una coppia di colombe o di tortore, una per l’olocausto e l’altra in espiazione del peccato.
Il giorno stabilito, Giuseppe e Maria portarono il bambino Gesù al Tempio di Gerusalemme. Il Vangelo di Luca non riporta dell’agnellino, ma solo delle tortore/colombi, il che deporrebbe a favore di una condizione di ristrettezza in quel frangente.
Impressiona anche quel numero 33: esattamente trentatre anni dopo, la Madre sarà protagonista di ben altra offerta riparatrice del figlio, per i peccati del mondo. L’agnello lo aveva già offerto senza ancora saperlo.
In seguito Giuseppe fu «avvertito in sogno» (Mt 2,13) di stare attento ad Erode: dal Vangelo di Luca è possibile intuire che dopo la presentazione al Tempio andarono a Nazaret e che quindi la fuga in Egitto potrebbe anche essere partita da là. In effetti una volta che le indagini di Erode avessero appurato l’indirizzo di Giuseppe, anche la Galilea non sarebbe stata sicura per Gesù, persino la sconosciuta Nazaret: comunque la famigliola partì per l’Egitto. Si stabilirà a Nazaret dopo la morte di Erode (1 d.C.).
Tra i protagonisti dell’episodio della presentazione di Gesù al tempio figurano due anziani.
Il primo è Simeone (Lc 2,25), uomo giusto e pio, che attendeva la redenzione di Israele.
Lo Spirito Santo (si badi che Luca ne fa esplicita menzione avendo scritto il suo Vangelo ben prima di ogni sviluppo teologico in senso trinitario, il che dovrebbe interrogare chi pensasse che la Chiesa abbia “inventato qualcosa”) gli aveva rivelato che non sarebbe morto senza aver veduto il Messia.
Prendendo tra le braccia Gesù, recita una meravigliosa preghiera: «Ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola…». A Maria rivolse un ben triste augurio: «A te una spada trapasserà l’anima».
Non può non commuovere immaginare l’impressione che queste parole poterono avere su Maria, all’incirca quindicenne. Parole mai dimenticate, come quelle dell’annunciazione, che Maria stessa deve aver riferito così che fossero scritte nel Vangelo, più che mai resoconto di cose successe davvero.
La seconda persona anziana in scena è Anna (Lc 2,36), descritta da Luca come profetessa e con una precisione anagrafica e cronologica tutta particolare: figlia di Fanuel tribù di Aser, sette anni di matrimonio prima di rimanere vedova e ottantaquattro anni di età all’epoca della presentazione di Gesù al Tempio.
Tanto dettaglio dovrebbe però far dubitare chi non ritenesse scrupoloso Luca nell’attribuire i trenta anni che aveva Gesù (Lc 3,23) al momento del suo battesimo: perché Luca dovrebbe essere stato così pignolo sull’età di Anna ed invece approssimativo sul Messia?
Nelle parole dei due anziani, è grande la pubblicità a quel Bambino: per Simeone egli è «luce che illumina le genti e gloria del tuo popolo Israele». Anna ne parla a tutti come l’atteso da quelli che agognavano la liberazione di Gerusalemme.
La presentazione di Gesù al Tempio non fu un’anonima cerimonia, bensì un episodio che fece discutere la gente. Forse queste voci trapelarono fino alle orecchie invidiose di Erode, già irritato per aver perso le tracce dei Magi.
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sabato 29 gennaio 2011

Nemmeno la Giornata della memoria può sostituire la nostra libertà (Contributi 431)

A scoppio ritardato, come sovente mi capita, propongo a voi tutti questo articolo di Sergio Balardinelli publicato il 27/1 su Il Sussidiario:

Non è facile fare i conti col male che segna la storia degli uomini. Tanto più il male è grande e tanto più sembra incomprensibile, assurdo, angosciante. Di fronte a interi popoli condotti al macello, semplicemente perché ritenuti indegni di abitare la terra, la mente e il cuore entrano in subbuglio; non ci sono categorie intellettuali - forse nemmeno quella di “male assoluto” - capaci di esprimere certe tragedie. Ma una cosa possiamo e dobbiamo fare sempre: ricordare; non permettere che l’oblio cada sulla sofferenza inaudita che alcuni nostri simili hanno subito per colpa di altri simili, né permettere che questa sofferenza possa diventare un pretesto per rimanere prigionieri del passato. A questo deve servire la “giornata della memoria” che celebriamo oggi.

Hannah Arendt
Hannah Arendt, proprio pensando alla Shoah, ha scritto da qualche parte che c’è un male che non può essere perdonato, perché non sappiamo neanche come potrebbe essere adeguatamente punito. Usando l’immagine evangelica, meglio sarebbe che coloro che lo hanno commesso non fossero mai nati o che fosse stata legata loro al collo una macina da mulino e gettati nel mare. Parole che turbano e che sento di condividere nel profondo del cuore. Il martirio di un popolo e di tanti popoli deve diventare occasione di una vera e propria pedagogia civile, ricordarlo un modo per dire a noi stessi e alle persone che abbiamo vicino che non succederà più, almeno per quel poco o tanto che sarà in nostro potere. In questo senso la “giornata della memoria” ci orienta al futuro, tremanti e fiduciosi che i nostri figli non abbiano mai a vedere e subire ciò che altri figli, innocenti come loro, hanno invece visto e subito.
Ma la “giornata della memoria” non può essere soltanto questo.
Essa deve essere in qualche modo anche una giornata del perdono e della riconciliazione.
Non con i carnefici e gli assassini, ma con noi stessi, con i nostri contemporanei e con le generazioni ci hanno preceduto.
Lo dobbiamo in primo luogo alle generazioni future, non fosse altro per non tenerle incatenate agli errori e agli orrori commessi da coloro che sono venuti prima. Del resto solo così la “giornata della memoria” può essere un gesto che, anziché limitarsi a una pur mobilissima “reazione”, mette in moto qualcosa di veramente nuovo e imprevisto.
Un po’ come l’apprendista stregone che non aveva la formula magica per rompere l’incantesimo, gli uomini tendono purtroppo a perpetrare la catena dell’odio e della vendetta. In questo modo, però, è sempre Hannah Arendt a dirlo, essi restano “per sempre vittime” delle conseguenze delle loro azioni; la stessa memoria si incancrenisce.
Il perdono ristabilisce invece l’alleanza con le generazioni presenti e con quelle passate. Non può esserci libertà nell’odio e nella vendetta; reagire con l’odio all’odio di un altro è, potremmo dire, meccanico, addirittura naturale.
Ciò che invece può rompere il meccanismo prevedibile dell’azione-reazione è imprevedibile e liberatorio perché veramente frutto della libertà: io ti perdono la sofferenza che mi hai procurato.
È un’altra storia che incomincia. Auguriamoci che la “giornata della memoria” serva anche a questa catarsi culturale e civile, di cui abbiamo tutti bisogno.
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venerdì 28 gennaio 2011

Quando le omelie dimenticano Cristo (Articoli 31)

Ecco una interessante riflessione di Angelo Busetto tratta da La Bussola che ci pone il dubbio che se non si parla di Cristo si riaschia di grosso di dire un cumulo di caz......:

Le omelie sono sempre di moda. Quarantamila ogni domenica, dicono. Moltiplicate per chissà quanti ascoltatori, danno un totale da capogiro. Da fare invidia a Gesù che, pressato dalla gente sulla riva del lago, sale sulla barca di Pietro dicendogli di scostarsi da riva per abbracciare con la voce tutto quell’anfiteatro di uomini, donne e bambini venuti ad ascoltarlo.

Ce le avessero davanti Gesù tutte le persone che di domenica in domenica siedono devotamente sui banchi delle chiese, intente ad ascoltare o in paziente attesa che il prete la smetta. “Cosa dice quello?”, pensa qualcuno.
In realtà il Vangelo appena letto parla di barche e di pesci e di pescatori. Di uomini aitanti che "subito" mollano barca e reti e pesci e padre (e moglie, e amici, e osteria del paese) e si mettono a seguirlo. Quale riverbero rimane di questo avvenimento nelle parole dell’omelia?
I pazienti uditori sentono parlare di luce – ed effettivamente il popolo che era nelle tenebre ha visto una grande luce – ma, staccata dalla iniziativa di Gesù, è una luce fredda come quella dei neon. Altri celebranti – del tutto lecitamente – dribblano il fatto del Vangelo per riprendere la seconda lettura che parla di divisioni nella Chiesa di Corinto, con i cristiani che dicono: «Io sono di Pietro, io di Paolo, io di Apollo…».
Nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani il riferimento è opportuno. Ma si insiste così tanto nelle divisioni, che viene trafitta la speranza dell’unità. Peccato che l’episodio del Vangelo non serva a proclamare Colui che fa l’unità, il Signore Gesù mentre chiama persone diverse e contrapposte: vedi i santi della settimana in corso, il dolce san Francesco di Sales e il focoso san Paolo, i discepoli Tito e Timoteo e la contemplativa-attiva sant'Angela Merici, e il grande, vasto, profondo Tommaso d’Aquino, sapiente, teologo, santo.
Di altri "predicatori domenicali" non so.
Forse qualcuno sarà andato "per campi", come si dice da noi, divagando nei moralismi social-politici dei quali la cronaca offre spunto.
Qualche altro avrà spiluccato dentro il vuoto dei giornali e dei fatti della settimana, risultando à la page.
Preziosa omelia quando annuncia il Vangelo!
Chi ci darà un cuore amante di Cristo, una mente curiosa di conoscerlo, e soprattutto un’anima come quella di Tommaso d’Aquino il quale, dopo aver scritto con profondità inaudita sulle cose della fede e della vita, dice al confessore: «Tutto quello che ho scritto mi sembra un pugno di paglia in paragone con quello che ho visto e mi è stato rivelato».
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mercoledì 26 gennaio 2011

Omelia di Benedetto XVI a San Paolo fuori le Mura (Contributi 430)

Ecco il testo dell'omelia pronunciata dal Santo Padre per la chiusura della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani il 25 gennaio.

Cari fratelli e sorelle,

Seguendo l’esempio di Gesù, che alla vigilia della sua passione pregò il Padre per i suoi discepoli “perché tutti siano una sola cosa” (Gv 17,21), i cristiani continuano incessantemente ad invocare da Dio il dono dell’unità. Questa richiesta si fa più intensa durante la Settimana di Preghiera, che oggi si conclude, quando le Chiese e Comunità ecclesiali meditano e pregano insieme per l’unità di tutti i cristiani.
Quest’anno il tema offerto alla nostra meditazione è stato proposto dalle Comunità cristiane di Gerusalemme, alle quali vorrei esprimere il mio vivo ringraziamento, accompagnato dall’assicurazione dell’affetto e della preghiera sia da parte mia che di tutta la Chiesa. I cristiani della Città Santa ci invitano a rinnovare e rafforzare il nostro impegno per il ristabilimento della piena unità meditando sul modello di vita dei primi discepoli di Cristo riuniti a Gerusalemme: “Essi – leggiamo negli Atti degli Apostoli (e lo abbiamo sentito ora) – erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (At 2,42). È questo il ritratto della prima comunità, nata a Gerusalemme il giorno stesso di Pentecoste, suscitata dalla predicazione che l’Apostolo Pietro, ripieno di Spirito Santo, rivolge a tutti coloro che erano giunti nella Città Santa per la festa. Una comunità non chiusa in se stessa, ma, sin dal suo nascere, cattolica, universale, capace di abbracciare genti di lingue e di culture diverse, come lo stesso libro degli Atti degli Apostoli ci testimonia. Una comunità non fondata su un patto tra i suoi membri, né dalla semplice condivisione di un progetto o di un’ideale, ma dalla comunione profonda con Dio, che si è rivelato nel suo Figlio, dall’incontro con il Cristo morto e risorto.
In un breve sommario, che conclude il capitolo iniziato con la narrazione della discesa dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, l’evangelista Luca presenta sinteticamente la vita di questa prima comunità: quanti avevano accolto la parola predicata da Pietro ed erano stati battezzati, ascoltavano la Parola di Dio, trasmessa dagli Apostoli; stavano volentieri insieme, facendosi carico dei servizi necessari e condividendo liberamente e generosamente i beni materiali; celebravano il sacrificio di Cristo sulla Croce, il suo mistero di morte e risurrezione, nell’Eucaristia, ripetendo il gesto dello spezzare il pane; lodavano e ringraziavano continuamente il Signore, invocando il suo aiuto nelle difficoltà. Questa descrizione, però, non è semplicemente un ricordo del passato e nemmeno la presentazione di un esempio da imitare o di una meta ideale da raggiungere. Essa è piuttosto affermazione della presenza e dell’azione dello Spirito Santo nella vita della Chiesa. È un’attestazione, piena di fiducia, che lo Spirito Santo, unendo tutti in Cristo, è il principio dell’unità della Chiesa e fa dei credenti una sola cosa.
L’insegnamento degli Apostoli, la comunione fraterna, lo spezzare il pane e la preghiera sono le forme concrete di vita della prima comunità cristiana di Gerusalemme riunita dall’azione dello Spirito Santo, ma al tempo stesso costituiscono i tratti essenziali di tutte le comunità cristiane, di ogni tempo e di ogni luogo. In altri termini, potremmo dire che essi rappresentano anche le dimensioni fondamentali dell’unità del Corpo visibile della Chiesa.
Dobbiamo essere riconoscenti perché, nel corso degli ultimi decenni, il movimento ecumenico, “sorto per impulso della grazia dello Spirito Santo” (Unitatis redintegratio, 1), ha fatto significativi passi in avanti, che hanno reso possibile raggiungere incoraggianti convergenze e consensi su svariati punti, sviluppando tra le Chiese e le Comunità ecclesiali rapporti di stima e rispetto reciproco, come pure di collaborazione concreta di fronte alle sfide del mondo contemporaneo.
Sappiamo bene, tuttavia, che siamo ancora lontani da quella unità per la quale Cristo ha pregato e che troviamo riflessa nel ritratto della prima comunità di Gerusalemme. L’unità alla quale Cristo, mediante il suo Spirito, chiama la Chiesa non si realizza solo sul piano delle strutture organizzative, ma si configura, ad un livello molto più profondo, come unità espressa “nella confessione di una sola fede, nella comune celebrazione del culto divino e nella fraterna concordia della famiglia di Dio” (ibid., 2). La ricerca del ristabilimento dell'unità tra i cristiani divisi non può pertanto ridursi ad un riconoscimento delle reciproche differenze ed al conseguimento di una pacifica convivenza: ciò a cui aneliamo è quell’unità per cui Cristo stesso ha pregato e che per sua natura si manifesta nella comunione della fede, dei sacramenti, del ministero. Il cammino verso questa unità deve essere avvertito come imperativo morale, risposta ad una precisa chiamata del Signore. Per questo occorre vincere la tentazione della rassegnazione e del pessimismo, che è mancanza di fiducia nella potenza dello Spirito Santo. Il nostro dovere è proseguire con passione il cammino verso questa meta con un dialogo serio e rigoroso per approfondire il comune patrimonio teologico, liturgico e spirituale; con la reciproca conoscenza; con la formazione ecumenica delle nuove generazioni e, soprattutto, con la conversione del cuore e con la preghiera. Infatti, come ha dichiarato il Concilio Vaticano II, il “santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell’unità di una sola e unica Chiesa di Cristo, supera le forze e le doti umane” e, perciò, la nostra speranza va riposta per prima cosa “nell’orazione di Cristo per la Chiesa, nell’amore del Padre per noi e nella potenza dello Spirito Santo” (ibid., 24).
In questo cammino di ricerca della piena unità visibile tra tutti i cristiani ci accompagna e ci sostiene l’Apostolo Paolo, del quale quest’oggi celebriamo solennemente la Festa della Conversione. Egli, prima che gli apparisse il Risorto sulla via di Damasco dicendogli: “Io sono Gesù, che tu perseguiti!” (At 9,5), era uno tra i più accaniti avversari delle prime comunità cristiane.
L’evangelista Luca descrive Saulo tra coloro che approvarono l’uccisione di Stefano, nei giorni in cui scoppiò una violenta persecuzione contro i cristiani di Gerusalemme (cfr At 8,1). Dalla Città Santa Saulo partì per estendere la persecuzione dei cristiani fino in Siria e, dopo la sua conversione, vi ritornò per essere introdotto presso gli Apostoli da Barnaba, il quale si fece garante dell’autenticità del suo incontro con il Signore. Da allora Paolo fu ammesso, non solo come membro della Chiesa, ma anche come predicatore del Vangelo assieme agli altri Apostoli, avendo ricevuto, come loro, la manifestazione del Signore Risorto e la chiamata speciale ad essere “strumento eletto” per portare il suo nome dinanzi ai popoli (cfr At 9,15). Nei suoi lunghi viaggi missionari Paolo, peregrinando per città e regioni diverse, non dimenticò mai il legame di comunione con la Chiesa di Gerusalemme. La colletta in favore dei cristiani di quella comunità, i quali, molto presto, ebbero bisogno di essere soccorsi (cfr 1Cor 16,1), occupò un posto importante nelle preoccupazioni di Paolo, che la considerava non solo un’opera di carità, ma il segno e la garanzia dell’unità e della comunione tra le Chiese da lui fondate e quella primitiva Comunità della Città Santa, come segno dell'unica Chiesa di Cristo.
In questo clima di intensa preghiera, desidero rivolgere il mio cordiale saluto a tutti i presenti: al Cardinale Francesco Monterisi, Arciprete di questa Basilica, al Cardinale Kurt Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e agli altri Cardinali, ai Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio, all’Abate ed ai monaci benedettini di questa antica comunità, ai religiosi e alle religiose, ai laici che rappresentano l’intera comunità diocesana di Roma. In modo speciale vorrei salutare i Fratelli e le Sorelle delle altre Chiese e Comunità ecclesiali qui rappresentate questa sera. Tra essi mi è particolarmente gradito rivolgere il mio saluto ai membri della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Antiche Chiese Orientali, la cui riunione si svolgerà qui a Roma nei prossimi giorni. Affidiamo al Signore il buon successo del vostro incontro, perché possa rappresentare un passo in avanti verso la tanto auspicata unità.
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martedì 25 gennaio 2011

Una risata per seppellire (Contributi 429)

Ecco l'ultimo editoriale di Samizdat On Line.
E noi siamo disposti ad alzare la voce per difendere Cristo o la Chiesa quando sono derisi e fatti oggetti di scherno?
Sarei felice di avere le vostre risposte, perchè non possiamo permettere che si derida ciò che dovremmo avere di più caro...

C’è una risata che spaventa. E’ quella che si fa quando vediamo qualcuno farsi male.

Bucce di banana. Giravolte e capitomboli. Le comiche di un tempo, i clown del circo.
Ma, a ben guardare, se la caduta fosse vera: vertebre che si rompono, ossa fratturate, sangue che cola, dolore. Non fa così allegria, se ci pensate. A meno che non vogliate veramente male alla vittima, alla vittima della vostra risata.
SamizdatOnLine

La satira tv che ferisce

Don Maurizio Patriciello
 Sono un prete stufo di fango
Sono un prete. Un prete della Chiesa cattolica. Uno dei tanti preti italiani. Seguo con interesse e ansia le vicende del mio Paese. Non avendo la bacchetta magica per risolvere i problemi che affliggono l’Italia, faccio il mio dovere perché ci sia in giro qualche lacrima in meno e qualche sorriso in più.
Sono un uomo che come tanti lotta, soffre, spera. Che si sforza ogni giorno di essere più uomo e meno bestia. Sono un uomo che rispetta tutti e chiede di essere rispettato. Che non offende e gradirebbe di non essere offeso, infangato. Da nessuno. Inutilmente. Pubblicamente. Vigliaccamente.
Sono un prete che lavora e riesce a dare gioia, pane, speranza a tanta gente bistrattata, ignorata, tenuta ai margini. Un prete che ama la sua Chiesa e il Papa. Un prete che non vuole privilegi e non pretende di far cristiano chi non lo desidera, che mai si è tirato indietro per dare una mano a chi non crede.
Un prete che, prima della Messa della sera, brucia incenso in chiesa per eliminare il fetore sprigionato dalle tonnellate di immondizie accumulate negli anni ai margini della parrocchia in un cosiddetto cdr e che vanno aumentando in questi giorni.
Sono un prete che si arrabbia per le inefficienze dello Stato ai danni dei più deboli e indifesi. Che organizza doposcuola per bambini che la scuola non riesce ad interessare e paga le bollette di luce e gas perché le case dei poveri non si trasformino in tuguri. Sono un prete, non sono un pedofilo.
So che al mondo ci sono uomini che provano interesse per i bambini e, in quanto uomo, vorrei morire dalla vergogna. So che costoro sono molti di più di quanto credono gli ingenui. So anche che poco o nulla finora è stato fatto per tentare di capire e curare codesta maledizione.
Piaga purulenta la pedofilia. Spaventosa. Crudele. Vergognosa. Tra coloro che si sono macchiati di codesto delitto ci sono padri, zii, nonni, professionisti, operai, giovani, vecchi e anche preti.
Giovedì sera (20 gen.), trasmissione Annozero di Michele Santoro. Tantissimi italiani guardano il programma. Si discute di Silvio Berlusconi. Alla fine esce, come al solito, il signor Vauro con le sue vignette che dovrebbero far ridere tutti e invece, spesso, mortificano e uccidono nell’animo tanti innocenti. Ma non si deve dire. È politicamente scorretto. È la satira. Il nuovo idolo davanti al quale inchinarsi. La satira, cioè il diritto dato ad alcuni di dire, offendere, infangare, calunniare gli altri senza correre rischi di alcun genere.
Una vi­gnetta rappresenta il Santo Padre che parlando di Berlusconi dice: «Se a lui piacciono tanto le minorenni, può sempre far si prete». Gli altri, compreso Michele Santoro, ridono. Che cosa ci sia da ridere non riesco a capirlo. Ma loro sono fatti così, e ridono. Ridono di un dramma atroce e di innocenti violentati. Ridono di me e dei miei confratelli sparsi per il mondo impegnati a portare la croce con chi da solo non ce la fa. Ridono sapendo che tanta gente davanti alla televisione in quel momento si sente offesa in ciò che ha di più caro e soffre. Soffre per il Santo Padre offeso e perché la menzogna, che non vuol morire, ancora riesce a trionfare. Per bastonare Berlusconi, si fa ricorso alla calunnia. E gli altri ridono.
Vado a letto deluso e amareggiato, sempre più convinto che con la calunnia e la menzogna – decrepite come la befana o come le invenzioni di qualche battutista e di qualche sussiegoso giornalista-presentatore televisivo – non si potrà mai costruire niente di nuovo e stabile.
E il giorno dopo scopro che alla Rai, finalmente, stavolta qualcuno s’è indignato. Spero solo che adesso Vauro e Santoro e qualcun altro che non sto a ricordare non facciano, loro, le vittime. E che in Italia ci sia più di qualcuno che comincia a farsi avanti e, senza ridere, dice chiaro e tondo che non si può continuare a infangare impunemente quegli onesti cittadini dell’Italia e del mondo che sono i preti.


Maurizio Patriciello
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domenica 23 gennaio 2011

Domenica 3^ t.ord. (Angelus 6)

Cari fratelli e sorelle!

In questi giorni, dal 18 al 25 gennaio, si sta svolgendo la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. Quest’anno essa ha per tema un passo del libro degli Atti degli Apostoli, che riassume in poche parole la vita della prima comunità cristiana di Gerusalemme: "Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere" (At 2,42). E’ molto significativo che questo tema sia stato proposto dalle Chiese e Comunità cristiane di Gerusalemme, riunite in spirito ecumenico.
Sappiamo quante prove debbono affrontare i fratelli e le sorelle della Terra Santa e del Medio Oriente. Il loro servizio è dunque ancora più prezioso, avvalorato da una testimonianza che, in certi casi, è arrivata fino al sacrificio della vita. Perciò, mentre accogliamo con gioia gli spunti di riflessione offerti dalle Comunità che vivono a Gerusalemme, ci stringiamo intorno ad esse, e questo diventa per tutti un ulteriore fattore di comunione.
Anche oggi, per essere nel mondo segno e strumento di intima unione con Dio e di unità tra gli uomini, noi cristiani dobbiamo fondare la nostra vita su questi quattro "cardini": la vita fondata sulla fede degli Apostoli trasmessa nella viva Tradizione della Chiesa, la comunione fraterna, l’Eucaristia e la preghiera.
Solo in questo modo, rimanendo saldamente unita a Cristo, la Chiesa può compiere efficacemente la sua missione, malgrado i limiti e le mancanze dei suoi membri, malgrado le divisioni, che già l’apostolo Paolo dovette affrontare nella comunità di Corinto, come ricorda la seconda Lettura biblica di questa domenica, dove dice: "Vi esorto, fratelli ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire" (1,10). L’Apostolo, infatti, aveva saputo che nella comunità cristiana di Corinto erano nate discordie e divisioni; perciò, con grande fermezza, aggiunge: "E’ forse diviso il Cristo?" (1,13). Così dicendo, egli afferma che ogni divisione nella Chiesa è un’offesa a Cristo; e, al tempo stesso, che è sempre in Lui, unico Capo e Signore, che possiamo ritrovarci uniti, per la forza inesauribile della sua grazia.
Ecco allora il richiamo sempre attuale del Vangelo di oggi: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino" (Mt 4,17). Il serio impegno di conversione a Cristo è la via che conduce la Chiesa, con i tempi che Dio dispone, alla piena unità visibile. Ne sono un segno gli incontri ecumenici che in questi giorni si moltiplicano in tutto il mondo.
Qui a Roma, oltre ad essere presenti varie Delegazioni ecumeniche, inizierà domani una sessione di incontro della Commissione per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e le Antiche Chiese Orientali. E dopodomani concluderemo la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani con la solenne celebrazione dei Vespri nella festa della Conversione di San Paolo.
Ci accompagni sempre, in questo cammino, la Vergine Maria, Madre della Chiesa.
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Seguitemi (Interventi 71)

+ Dal Vangelo secondo Matteo (4,12-23)
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
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Ok, ci siamo, si parte! Gesù esce allo scoperto e dà inizio alla grande avventura della sua missione.
Il neo-rabbì sale a Cafarnao e stabilisce qui il suo campo base.
La scelta – come sempre! – non è casuale:
la regione di Zabulon e Neftali è un territorio di frontiera, luogo di mescolanze etniche, culturali, religiose e guardato con diffidenza dai puritani di Gerusalemme.
Lui inizia da qui! Ricordate il battesimo?
Gesù in fila in mezzo ai peccatori?
Ci risiamo!
Era logico aspettarsi che il Messia atteso piazzasse i blocchi di partenza della sua missione a Gerusalelemme, il cuore del giudaismo.
E invece no!
Gesù inizia subito a chiarire che Lui è diverso, che non cerca i primi della classe e va dritto nel bronx per far risuonare la parola bruciante della conversione!
In tutto questo Matteo vede il compimento della profezia di Isaia: una luce brilla nelle tenebre. Proprio qui, proprio in questa terra guardata con disprezzo dai palazzi dell'autorità religiosa, Gesù sceglie i suoi primi compagni di viaggio. Con questo gesto Gesù ribalta la consuetudine in base alla quale erano i discepoli che andavano in cerca
di un rabbì a cui aggregarsi.
Gesù non perde tempo nel far capire che Lui non è come gli altri, che Lui è diverso, che nella sua Parola c'è una bellezza e una potenza inaudita.
Ormai è chiaro, non ci sono dubbi: qualcosa di nuovo e imprevedibile sta per accadere. Simon Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni stanno facendo il loro lavoro.
Un mestiere duro quello del pescatore, un arte che addestra alla pazienza e all'attesa.
Gesù li raggiunge lì, nel luogo della loro fatica quotidiana.
Mi ha sempre stupito questa scelta: non nella sinagoga o al tempio, non in un momento di preghiera o di meditazione, ma sulla riva del lago ancora con in mano le reti.
E' qui che i discepoli, ignari di quello che li aspetta, sentono per la prima volta la voce e la parola di Gesù: "Seguitemi".
Così tutto inizia.
E' veramente grandiosa questa partenza: Gesù non espone una dottrina, non interroga sui dieci comandamenti, non chiede se sono fedeli alle preghiere. Niente di tutto questo! Gesù invita a stare con Lui. Questo è il centro. Questo è il punto.
L'esperienza della nostra fede parte da qui, da questa chiamata a stare con Lui,
a camminare in sua compagnia, a nutrirci della Sua Parola, a godere di questo incontro.
A volte – purtroppo! – l'esperienza cristiana è ridotta ad una paccottiglia di cose da fare ed altre da non fare, come se tutto si risolvesse in un gigantesco gioco a punti, dove ti conquisti il paradiso se hai tutti i bollini appiccicati al posto giusto!
Ma, per fortuna, la vita cristiana non è questo incubo...

Allora coraggio!
Gesù ti viene a cercare, ti vuole scovare dentro il bronx della tua storia personale
e ti invita a stare con Lui. Cercalo e lasciati cercare.
E se il tuo cuore è troppo duro, non perderti d'animo, il figlio del falegname
ha mani forti e allenate.
Don Roberto S.
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sabato 22 gennaio 2011

Patì davvero sulla Croce, sotto Ponzio Pilato (Articoli 30)

Ecco un altro articolo di Ruggero Sangalli tratto da La Bussola che ci fa rendere ben conto dell'amore di Dio alla nostra povera vita:

Il messaggio del Santo Padre per la giornata del malato, memoria della Beata Vergine di Lourdes, esordisce con un significativo: «Dalle sue piaghe siamo stati guariti», che rinvia a un passo di San Pietro (1Pt 2,24), ma anche d'Isaia (Is 53,5), dettagliata profezia che con il Salmo 22 fu scritta molti secoli prima della crocifissione di Gesù.

Il nostro rincorrere l’attendibilità storica dei Vangeli impone qualche approfondimento, domandando fin d’ora perdono di qualche inevitabile crudezza descrittiva, necessaria a rimarcare l’assoluta sensatezza e scientificità del dato evangelico, fotografato dalla Sindone, come afferma Benedetto XVI.
Quel 14 nisan, parasceve, Gesù assomma le piaghe che sono «la sorgente da cui sgorga la vita eterna [...]. Il Sacro Cuore è Cristo crocifisso, con il costato aperto dalla lancia dal quale scaturiscono sangue ed acqua (Gv 19,34)». Con le ferite fisiche di Gesù contempliamo quelle morali di Maria, profetizzate da Simeone 33 anni prima nel giorno della presentazione di Gesù al tempio (Lc 2,35).
Ecco dunque tutti i traumi: le corde che lo legarono (Gv 18,12); le percosse (Gv 18,22); i colpi di flagello (Gv 19,1); le spine messe sul copricapo da re (Gv 19,2), i fori dei chiodi; la lancia che trapassa il costato (Gv 19,34), visto da chi era là (Gv 19,35).
Si aggiungono altri colpi presi durante il processo e la detenzione (Mc 14,65; Lc 22,63; Mt 26,67; Mt 27,30); le ferite della croce; le abrasioni da caduta di cui sappiamo dalla tradizione e dalla Sindone.
Tanto sangue induce a ricordare che la scoperta dei gruppi sanguigni risale al 1901 a opera dell’immunologo austriaco Karl Landsteiner che osservò l'agglutinazione durante trasfusioni di sangue, scoprendola il risultato di una reazione tra proteine (antigeni) sulla superficie dei globuli rossi di una persona e gli anticorpi specifici (agglutinine) nel plasma dell'altro individuo. Landsteiner dimostrò l'esistenza di due antigeni, A e B, che determinano il gruppo sanguigno di un essere umano. La distribuzione di questi gruppi varia per area geografica: in Italia il gruppo sanguigno AB è il più raro: ce l’ha circa il 7% della popolazione. La media europea è più bassa (attorno al 5%). Si noti che le reliquie più importanti del sangue versato da Gesù (la Sindone di Torino, il Sudario di Oviedo e la tunica di Argenteuil) si sono rivelate macchiate di sangue umano sempre del gruppo AB.
Nell’ipotesi di un plurimo “falso medioevale”, cara a certi fans del radiocarbonio (che attribuisce a queste tre reliquie datazioni differenti di alcuni secoli tra loro), i presunti falsari, agendo ognuno all’insaputa dell’altro, avrebbero imbroccato una probabilità, ricavabile dal calcolo combinatorio, pari a 1 su 2700 di usare sempre sangue AB. In aggiunta, un’altra reliquia del sangue di Gesù (per la fede le specie eucaristiche sono vero corpo e sangue di Cristo), a Lanciano, è ancora di sangue AB: la probabilità di imbroccare un “falso coerente” scende a 1 su 38000. Per gli scettici è meglio credere ad una stessa sacca di sangue nel congelatore, usata ogni tre/quattro secoli per produrre una reliquia...
C’è chi pensa che il corpo di Gesù non sia stato lavato dopo la deposizione dalla croce.
In realtà ciò che possiamo vedere nella Sindone è scientificamente spiegabile solo presumendo un lavaggio del corpo martoriato del crocifisso. Il sangue colato dalle ferite dovute ai traumi subiti nella notte, nel mattino e nella crocifissione a mezzogiorno del 14 nisan, sarebbe comunque coagulato, rendendo poco nitido e dettagliato l’insieme delle lacerazioni perfettamente visibili sul telo sindonico, rigorosamente coerenti con i maltrattamenti riportati nei quattro vangeli, malgrado le ore trascorse tra uno e l’altro.
In effetti il lavaggio fu frettoloso, a motivo dell’imminenza del sabato; lo testimonia il terriccio trovato presente sulla Sindone in corrispondenza delle ferite alle ginocchia.
Gesù fu sepolto entro le tre ore dalla sua morte: la rimozione dei coaguli ha determinato una fuoriuscita di liquido ematico dalle ferite, tali da riprodurre esattamente e senza aloni ogni singolo taglio e abrasione, differente per vascolarizzazione, dimensione e profondità. Gesù ancora vivo sulla croce era letteralmente una maschera di sangue, indistinta, in parte coagulata ed in parte ancora fluida, pur in un progressivo shock ipovolemico. L’uomo sindonico, che mostra i segni del rigor mortis, ha macchiato il lino sia del sangue uscito da un individuo ancora vivo, sia del liquido ematico tipico delle primissime ore dopo il decesso. Anche in questo particolare le visioni di Caterina Emmerick, che dice del lavaggio del corpo di Gesù dopo la deposizione, sono sensate.
Nei primi secoli del cristianesimo non si hanno rappresentazioni pittoriche dirette di Gesù, ma piuttosto simboli ed immagini allegoriche, come il pesce (ichthys, è acronimo in greco delle parole Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore). Col tempo compaiono immagini dipinte di Gesù, sia in una versione da giovinetto (quasi sempre nelle sembianze di un pastore, fino al III secolo), sia da adulto e in tal caso sempre barbuto: catacombe S. Callisto a Roma, II-III sec., di Commodilla nel IV sec. e in S. Pudenziana a Roma un mosaico del V sec.
La scarsità odierna di immagini è data anche dall’eresia iconoclasta che imperversò per più di 100 anni a partire dalla fine del VII secolo e che proibiva la raffigurazione di Cristo, in quanto Dio (proprio mentre si diffondeva l’islam). Si salvarono opere ben nascoste o protette, come i mosaici di S. Apollinare o di S. Vitale a Ravenna, o il Cristo su legno del monastero di S. Caterina del Sinai, del VI secolo.
Una stranissima costante di queste icone è il “ciuffetto” in cima alla fronte: un dettaglio non scontato, visibile anche sul volto oggi a Manoppello, probabilmente l’immagine acheropita documentata a Roma nel VIII secolo, pervenutavi per ripararla dalle distruzioni in atto a Bisanzio. Il particolare ricorda molto la ferita a forma di epsilon rovesciata che è presente sulla Sindone, che sarebbe non un rivolo di sangue ma una ciocca di capelli insanguinata, che ci rimanda all’incoronazione di spine.
Tutte le immagini di Gesù, delle catacombe e dei mosaici, su legno nel monastero di S. Caterina e via via tutte le successive, somigliano tra loro e ricalcano sia il volto di Manoppello che l’uomo della Sindone; questo accade in tutti i filoni raffigurativi in Europa, nord Africa, area greca e slava ortodossa: data una persona vera e delle sue reliquie, c’è un identikit che “detta legge” da sempre.
Contempliamo le piaghe del mistero della Croce, sorgente di sapienza e sfida alla scienza.
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giovedì 20 gennaio 2011

I quattro pilastri dell'ecumenismo (Articoli 29)

Mi viene segnalato, ed io propongo a voi, un articolo di Massimo Introvigne a commento dell'udienza del 19 gennaio 2011 di Benedetto XVI:

All’udienza di mercoledì 19 gennaio il Papa ha ricordato che ci troviamo nella Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, e ha offerto alcune preziose indicazioni su come celebrare bene questa Settimana, che anche nelle diocesi italiane è ricordata con molteplici iniziative. Anzitutto – non è superfluo ricordarlo – si tratta, appunto di una settimana dedicata alla preghiera: «Questo ci ricorda, ancora una volta – ha detto Benedetto XVI – che l’unità non può essere semplice prodotto dell’operare umano; essa è anzitutto un dono di Dio, che comporta una crescita nella comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo».

La settimana non dovrebbe perciò essere dedicata solo a convegni che troppo spesso lasciano il tempo che trovano, ma soprattutto a una preghiera capace di riconoscere che l’unità dei cristiani non sarà il frutto di un’ingegneria ecumenica più o meno abile e spregiudicata, ma potrà solo essere un dono di Dio. «Il cammino verso l’unità visibile tra tutti i cristiani – spiega Benedetto XVI – abita nella preghiera, perché fondamentalmente l’unità non la “costruiamo” noi, ma la “costruisce” Dio, viene da Lui, dal Mistero trinitario, dall’unità del Padre con il Figlio nel dialogo d’amore che è lo Spirito Santo e il nostro impegno ecumenico deve aprirsi all’azione divina, deve farsi invocazione quotidiana dell’aiuto di Dio. La Chiesa è sua e non nostra».
Il tema scelto quest’anno per la Settimana di Preghiera fa riferimento all’esperienza della prima comunità cristiana di Gerusalemme, descritta dagli Atti degli Apostoli: «Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (At 2,42). Questo brano, secondo Benedetto XVI, mette in luce in modo mirabile come nella Chiesa coesistano la diversità di lingua e di cultura e l’unità di fede. «Dobbiamo considerare che già al momento della Pentecoste lo Spirito Santo discende su persone di diversa lingua e cultura: ciò sta a significare che la Chiesa abbraccia sin dagli inizi gente di diversa provenienza e, tuttavia, proprio a partire da tali differenze, lo Spirito crea un unico corpo». Le differenze non riguardano l’essenziale e non giustificano nessun relativismo.
Secondo il Papa, «quattro caratteristiche definiscono la prima comunità cristiana di Gerusalemme come luogo di unità», e sono quindi ancora oggi «norma della Chiesa presente» e «unico solido fondamento sul quale progredire nella ricerca dell’unità visibile della Chiesa».
La prima caratteristica è «l’ascolto dell’insegnamento degli Apostoli, ovvero l’ascolto della testimonianza che essi rendono alla missione, alla vita, alla morte e risurrezione del Signore». «Ancora oggi – afferma Benedetto XVI – la comunità dei credenti riconosce nel riferimento all’insegnamento degli Apostoli la norma della propria fede», così che ogni unità cercata attenuando o negando questo insegnamento sarebbe fittizia e sbagliata. Al contrario, «ogni sforzo per la costruzione dell’unità tra tutti i cristiani passa pertanto attraverso l’approfondimento della fedeltà al depositum fidei trasmessoci dagli Apostoli. Fermezza nella fede è il fondamento della nostra comunione, è il fondamento dell’unità cristiana».
La seconda caratteristica della prima comunità cristiana è «la comunione fraterna», che era e rimane «l’espressione più tangibile, soprattutto per il mondo esterno, dell’unità tra i discepoli del Signore». In un momento in cui è inutile nascondersi che «la storia del movimento ecumenico è segnata da difficoltà e incertezze», Benedetto XVI si chiede se – sempre senza venire meno alle esigenze della fedeltà al deposito della fede – facciamo tutto il possibile per creare un clima di cordialità fra cristiani cattolici e non cattolici, che si esprima non solo a parole ma anche nelle forme possibili d’impegno comune, in particolare sui temi della carità e della giustizia, anche politica.
Terzo elemento: «nella vita della prima comunità di Gerusalemme essenziale era il momento della frazione del pane, in cui il Signore stesso si rende presente con l’unico sacrificio della Croce nel suo donarsi completamente per la vita dei suoi amici». La Chiesa, ha detto il Papa con parole del venerabile Giovanni Paolo II (1920-2005), «vive dell’Eucarestia». «Durante questa settimana di preghiera per l’unità – ha aggiunto – è particolarmente vivo il rammarico per l’impossibilità di condividere la stessa mensa eucaristica, segno che siamo ancora lontani dalla realizzazione di quell’unità per cui Cristo ha pregato». Si tratta di una «dolorosa esperienza, che conferisce anche una dimensione penitenziale alla nostra preghiera», ma che non può essere negata. Finché l’unità non sarà realizzata – in tempi che appartengono solo a Dio – l’intercomunione non è possibile e costituirebbe una pericolosa fuga in avanti.
Infine, e soprattutto, la quarta caratteristica della Chiesa primitiva di Gerusalemme è la preghiera come «atteggiamento costante dei discepoli di Cristo, ciò che accompagna la loro vita quotidiana in obbedienza alla volontà di Dio, come ci attestano anche le parole dell’apostolo Paolo, che scrive ai Tessalonicesi nella sua prima lettera: “State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5, 16-18; cfr. Ef 6,18)».
La credibilità dei cristiani, in un mondo che trae dalle loro divisioni motivi di scandalo e di rifiuto della fede, dipende in una misura importante, secondo Benedetto XVI, dalla loro capacità di essere percepiti come persone che non si stancano di pregare e che credono davvero nel valore della preghiera.
Dunque, in questa settimana consacrata all’ecumenismo, «perseveriamo nella preghiera, siamo uomini della preghiera, implorando da Dio il dono dell’unità, affinché si compia per il mondo intero il suo disegno».
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Quando un povero... (Interventi 70)

Ricevo e pubblico da un amico:

Quando un povero muore di fame, non è perché Dio si sia dimenticato di lui.
Accade perché né io né voi, ci siamo preoccupati di offrirgli ciò di cui aveva bisogno.
Ci siamo rifiutati di agire come strumenti di amore nelle mani di Dio,
per offrire al povero, uomo o donna che sia, un pezzo di pane,
per procurargli una veste con cui ripararsi da freddo.
Questo accade perché non abbiamo riconosciuto Cristo
quando, ancora una volta, si è mostrato sotto le sembianze del dolore
nel corpo di un fratello intirizzito dal freddo, morente di fame,
quando si è rivolto a noi come un essere solo, come un bambino perduto
alla ricerca di un luogo in cui ripararsi.
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martedì 18 gennaio 2011

Aldo Trento 15/01/11 (Interventi 69)

Ecco l'ultima, commovente, lettera di Padre Aldo Trento dal Paraguay:

Cari Amici, In queste settimane sono col pensiero fisso su due fatti che troviamo nel Vangelo: la nascita e la morte di Nostro Signore Gesù Cristo sulla croce e lo sguardo di Gesú a Zaccheo:



1-La nascita e morte di nostro Signore: i primi che andarono ad incontralo a Betlemme erano dei pastori. Normalmente quando pensiamo ai pastori, abbiamo di loro una immagine bucolica o romantica. Ma non credo che questa immagine risponda alla realtà. Erano beduini, si spostavano continuamente, vivevano di espedienti, rubavano, assaltavano ...una vita certamente disordinata, cioè vita da peccatori. Li penso così, perchè mi ricordo dei pastori della mia terra, di fatto erano dei “banditi”, non avevano dimora fissa e tante volte neanche una famiglia. Si spostavano dalla montagna al mare secondo le stagioni. Facevano danni ovunque rubacchiando ovunque, in concreto una vita disordinata, e la bestemmia era il loro linguaggio normale. Viveveno con le loro pecore, cavalli, asini e cani diventando a volte come loro. Non voglio pensare al film dei fratelli Taviani: “Padre padrone”, però credo che entrassero un pó in quella categoria... insomma...erano dei peccatori. Come quei due che erano accanto a Gesú sulla croce.
Amici! tutto questo è sconvolgente: All’inizio come alla fine Gesú si trova fra peccatori, come durante la sua vita. E questo mi riempie di commozione perchè risalta il fatto che Gesú è venuto per noi, poveri figli di Eva, è venuto grazie all nostra povera e fragile umanitá.
Per questo mi è spontaneo chiedermi: ma quanto Carron ci dice rispetto alla nostra umanitá, come il cammino a Cristo é ancora il punto su cui lavoriamo seriamente?
Lo penso perchè senza una grande simpatia per la nostra umanitá cosí com’é, cosa vuol dire che Cristo é contemporaneo?
Per me l’incontro con Cristo ha coinciso e coincide con un’affezione grande alla mia umanitá: la gioia di essere uomo, la libertá di guardare con ironia i miei peccati, i miei limiti.
Non é piú il peccato, il limite, a definirmi, bensi quello sguardo, cosí come per i pastori una volta che L’hanno visto, cosí come quel ladrone una volta che sulla croce ha girato la testa e ha fissato Quell’Uomo.
Grazie a quello Sguardo gli ha rubato il paradiso. Un vero “ladrone” fino alla fine!
La simpatia per la nostra umanitá, simile a quella dei pastori o dei due ladroni in croce con Gesú, è cresciuto o é rimasta nascosta in un angolo del nostro Io?
Sono commoso nel sentirmi abbracciato da quel bambino come i pastori, o come quei due banditi , uno dei quali entró in paradiso nell'ultimo istante della sua vita quando riconobbe in Gesú al Figlio di Dio.
Amici, ma ci rendiamo conto che Cristo ha bisogno del mio limite, del mio temperamento?
In questi giorni ho ricevuto nella clinica, per la terza volta, un ragazzo ammalato di cancro. Un ragazzo di strada, con un´esperienza tremenda di amicizie, tentativi di omicidio, di furti, droga, ecc. Ha un cancro che sembra una pietra aguzza sulla testa e un´altra nella parte destra del collo che sembra un pallone. Piú volte lo abbiamo ricevuto e curato e piú volte è scappato, lasciandomi il cuore ferito. É finito piú volte in carcere. Adesso é tornato perché non ce la fa piú,é finito. Ha 18 anni. Ieri mi ha chiesto la confessione. É stato davvero un riaccadere di quello che é successo ai pastori o ai due sulla croce, o meglio a quello che ha chiesto perdono. Lo guardavo negli occhi neri e lucidi mentre chiedeva perdono. “Io ti assolvo...” e tutta la sua storia di miseria é diventato di colpo una storia di grazia.


Amici, potessimo lasciarci abbracciare da quel bambino o da quel Uomo che é venuto, vive, e si fa presente ogni giorno per dirci: “Di un amore eterno ti ho amato,avendo pietá del tuo niente”.In questi giorni il caldo é arrivato a 42 gradi eppure anche questo é grazia e mi permette dire, anche se tutto bagnato dal sudore, e con il respiro affatticato: “Tu oh, Cristo mio”.
E cosí tutto diventa una grazia, una vibrazione appassionata per la tenerezza di Gesú, che mi fa guardare i miei figli bellissimi con una tenerezza unica,un pó come quella di Gesú. Guardandoli li trovo di una bellezza indescrivibile, sorridenti, vivi, certi di quell'Io sono tu che mi fai, sebbene dentro le terribili violenze sofferte e delle quali sono state vittime, come i bambini che Erode ammazzó tentando di eliminare anche Gesú.


2- Lo sguardo di Zaccheo: mi impressiona e mi conforta come Carrón ci provoca continuamente con questo fatto...e piú assimilo quello sguardo, piú sento vibrare dentro me ció che Zaccheo sperimentó nel momento in cui Gesú lo chiamó per nome. Mi si é inchiodato nella mente quell'istante, quell'attimo in cui si incontrarono lo sguardo di Zaccheo con quello del Maestro. Provate a pensare nei casini di ogni giorno, cosa significhi sentirsi guardati, fissati in quel modo! Tutto si scioglie, si illumina. Non spariscono i problemi, gli stati d´animo, le malattie, la depressione, ma tutto diventa un´altra cosa perché quello sguardo muta tutto, abbraccia tutto, diventa dominante del tutto.
Florencio é un ragazzo di 20 anni, solo al mondo ,é stato raccolto da una donna con problemi psichiatrici. Un dramma dentro un´altro dramma. Miseria,fame ,abbandono. E infine un cancro al ragazzo gli ha “mangiato” la faccia, oggi terribilmente sfigurata.
La “mamma”, ricoverata diverse volte in manicomio. Siamo riusciti a tirarla fuori da questo lager e a portarla accanto al figlio. Giorno e notte lo assiste con una amorevolezza cosí grande che noi “sani”, se non vibrassimo come Zaccheo per Gesú, non riusciremo a capire o meglio neanche a renderci conto. Guardando quel ragazzo morente che ogni tanto riprende un pó di coscienza gli domando, “come stai Florencio?”, E lui alzando lievemente il pollice della mano mi fa capire: “bene”.
L´altro giorno pensavamo morisse e la mamma mi disse: "Padre, preferisco portarmelo a casa vivo, perché se muore qui, non ho i soldi per portalo fino a casa perché il tragitto é troppo caro" (300 Km.da qui).
La guardo con tenerezza e le dico: "Stella non ti preoccupare, ci penserá la Providenza".
E si tranquillizzó. Qualche ora dopo passai da lei e vidi con grande sorpresa che Florencio era seduto sul suo letto e con un pennarello stava disegnando una figura femminile. Guardo il disegno e guardo lui commosso...dalla sua bocca usciva un liquido marcio...ma che tenerezza!
É letteralmente consumato dal cancro, tutto gonfio dalla carne oramai in decomposizione, eppure con lo sguardo mi dice che la vita é bella! Lo capisco, lo invidio, perché lui é cosí perché ha trovato mesi fa, quando é arrivato qui in condizioni disperate, lo sguardo stesso che aveva sperimentato Zaccheo davanti allo sguardo del Signore.
Non si puó spiegare diversamente come un ragazzo in quelle condizioni, nei pochi momenti di luciditá e di coscienza, davanti alla mia domanda di come stá, mi risponde OK alzando il pollice e fissandomi col suo sguardo.
Cosa posso fare se non baciarlo e inginnocchiarmi davanti a lui e lasciarmi guardare come Zaccheo da Gesú , presente in Florencio, cosciente di essere di fronte alla morte.
Perché sente l´odore della sua povera carne che solo aspetta la risurrezione per ricomporsi, gloriosa e bella!


Amici, quando Carrón ci ricorda nel suo articolo per il Natale scorso, che Cristo é presente oggi, per me, per voi, istante per istante non posso non pensare all’inno: “Jesus dulcis memoriae”.
Davvero é proprio bello vivere con chi ti richiama e ti rimanda in ogni momento alla dolcezza di Gesú.
Padre Aldo
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