Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

mercoledì 30 marzo 2011

L'atomo, l'ipocrisia, il male (Contributi 449)

Propongo un articolo di Massimo Camisasca da Il Sussidiario:

La tragedia del terremoto che ha recentemente colpito il Giappone ancor’oggi interroga gran parte dell’opinione pubblica. Si è trattato di un evento naturale. Non possiamo e non dobbiamo perciò rintracciare le cause di esso in un’esplicita opera dell’uomo. Non dobbiamo neppure chiuderci in una logica antica, per cui si vede nel male accaduto una punizione divina diretta a coloro che sono morti (ho già parlato di questo nel precedente articolo). Ma di fronte alle gravi conseguenze a cui abbiamo assistito, alla messa in discussione delle misure di sicurezza di alcune centrali nucleari, alle contaminazioni di cibi e acque, tutti fatti che coinvolgono la responsabilità degli uomini, non possiamo esimerci da una riflessione profonda.
Non intendo analizzare i rischi legati alla costruzione delle centrali, perché non sono un esperto. Non posso però evitare di chiedermi: l’uomo non sta presumendo troppo da se stesso?
L’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande hanno da sempre affascinato l’umanità, sono stati l’oggetto del suo interesse indagatore, della sua fantasia e libertà costruttiva. Eppure, come la scoperta di mondi nuovi e lontani è costata innumerevoli vite tra gli esploratori, così la ricerca nel mondo dell’infinitamente piccolo sta mettendo a repentaglio le vite di migliaia di persone. L’enorme progresso della scienza e la sua continua specializzazione stanno lentamente convincendo l’uomo di poter controllare non solo la natura che lo circonda, ma la sua stessa esistenza.
Spesso la scienza viene strumentalizzata da motivazioni che esulano dalle sue competenze, dal convincimento che il progresso ci porterà a poter decidere del nostro destino, fino al punto che sono in molti a pensare: “siccome si può fare, allora va fatto”.
Questa convinzione porterà a un aumento o a una diminuzione di felicità dell’uomo?
I bisogni sempre nuovi che la corsa a fonti di energia alternative mette in luce, sono tutti essenziali?
Cos’è veramente essenziale all’uomo?
Ognuno di noi è fatto per la felicità, ma non può arbitrariamente decidere come raggiungerla.
Abbiamo bisogno che la conoscenza applicata al fare, la scienza applicata alle tecnologie, sia sempre più guidata, ordinata da una oculata e sincera considerazione del bene dell’uomo, invece che da interessi secondari.
Di una cosa sono assolutamente sicuro: quel che sta succedendo in Giappone è totalmente compreso nel mistero di Dio.
Il protagonista della storia è Dio.
Ma se Lui è il Sommo Bene, se vuole il bene dei suoi figli, perché permette il male? È la domanda a cui ho cercato di rispondere la scorsa settimana, ma ci terrei ad aggiungere qualche parola.
Dio ha voluto e vuole il bene, ha voluto e vuole la luce per l’uomo, perché Egli ama ciò che ha fatto.
Non ci ha creato per la morte, non c’è invidia in Lui.
Uno sguardo realistico sulla condizione dell’uomo ci porta l’immagine di una creatura che ha rifiutato e continua a rifiutare la luce di Dio. Non ha accettato di essere il secondo protagonista, non ha accettato di dipendere. È ciò che la Chiesa chiama “peccato originale”, senza del quale non solo la storia del mondo, ma quella di ognuno di noi risulta incomprensibile.
L’espressione “peccato originale” ci parla della nostra nativa fragilità. Ogni azione che l’uomo pone mette in luce un’ambiguità: “voglio il bene, ma faccio il male”.
La scoperta di questa contraddizione ci costringe a riconoscere la necessità dell’aiuto di Dio e del suo perdono.
La storia è il teatro della lotta fra Dio e il demonio e questa lotta si combatte nel cuore di ciascuno.
Se non si parte da qui tutto è ipocrisia.
L’esperienza del proprio male riconosciuto e quindi del perdono accolto - perché non si può fare l’esperienza del perdono se prima non si riconosce di aver sbagliato - sgretola le nostre piccole misure per divenire l’alba di qualcosa di nuovo sopra le rovine.
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lunedì 28 marzo 2011

Il testamento della vedova (Interventi 83)

Propongo a voi tutti una nuova lettera di Padre Aldo Trento dal Paraguay. Lo considero un bell'esempio di "pensiero cristiano". Antefatto: Padre Aldo aveva richiesto un aiuto economico per "l'ospedale"  che dirige..

Ritornato in Paraguay dall´Italia e Portogallo, dove solo quello che dice San Paolo mi ha mosso “Caritas Cristo urget nos” e l´amore ai miei Gesù che soffrano, ho avuto una commossa sorpresa che conferma quanto dice Gesù: “Le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli”; o “Se non diventerete piccoli come i bambini non entrerete nel regno dei cieli”.
Adolfina, una donna di 60 anni, madre di 7 figli e che ha vissuto nella strada raccogliendo le lattine della Coca Cola ecc., è cosciente che presto morirà.
Non ha mai avuto un marito.
La sua lunga degenza fra noi è stata felicissima: godeva di tutto, si commoveva perché poteva fare colazione, il pranzo, la merenda, la cena…
Cose che non ha mai saputo cosa fossero. Avendo vissuto sempre nella strada. Adesso con la serenità di un bambino in braccio a sua madre sta preparandosi a morire.
Perciò ha voluto redigere un testamento dicendo a chi lasciava tutto quello che aveva.
Dice nel testamento: “Lascio la capanna (però per noi è qualcosa di molto peggio) al mio figlio più piccolo; i soldini ricavati dal lavoro di ricamo nella clinica (saranno 20 €) una parte al mio figlio piccolo, una parte ai miei amici di malattia e una parte desidero darli al Santissimo Sacramento, il direttore generale della Clinica; e infine l´unico animale domestico che tengo, una oca, al p. Aldo, perché il 25 di marzo, festa dell´Annunciazione, e si inaugura la terminazione dei lavori strutturali della clinica, possa fare festa in onore della Divina Provvidenza con tutti gli amici”.

non l'oca, ma un'oca

Non solo mi sono commosso fino alle lacrime, ma ho pensato ai mille di amici, di famiglie, bambini, giovani che con tanta fatica riescono a vivere e che hanno permesso questo miracolo della clinica nuova, ma anche a coloro che vittime del terribile e odioso potere del denaro (cui avevo chiesto la collaborazione) sono insensibili a Cristo che soffre e muore.
 Ma non parlo di estranei, parlo di cristiani, cioè di nomini appartenenti a Cristo, a cui mi sono permesso, -solo per Cristo e non per me, che “nudo sono nato e nudo morirò”-, di chiedere un aiuto perché la lunga fila che aspetta per morire qui, si accorciasse.
Perciò, questa povera donna che ha vissuto nella strada mi ha lasciato tutto ciò che aveva, lo ha lasciato a Cristo: una oca.
 Amici che schiaffo per me e per ognuno e ci fa pensare all´obolo della vedova.
Grazie a quanti con la loro semplicità e con il loro affetto mi sostengono insieme a p. Paolino in un’opera non voluta in modo assoluto da me, ma sbocciata come un fiore da quell´abbraccio di Giussani, il 25 marzo, come oggi, festa dell´Annunciazione, in via Martinengo.
Anche il regalo di Adolfina, l’oca, è frutto di quella tenerezza.

Con affetto, p. Aldo
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Fate che chiunque.. (Interventi 82)

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Fate che chiunque venga a voi se ne vada sentendosi meglio e più felice.
Tutti devono vedere la bontà del vostro viso, nei vostri occhi, nel vostro sorriso.
La gioia traspare dagli occhi, si manifesta quando parliamo e chiniamo.
Non può essere racchiusa dentro di noi.
Trabocca. La Gioia è molto contagiosa.



Madre Teresa di Calcutta
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domenica 27 marzo 2011

Domenica 3^ Quaresima (Angelus 15)

Cari fratelli e sorelle!

Questa III Domenica di Quaresima è caratterizzata dal celebre dialogo di Gesù con la donna Samaritana, raccontato dall’evangelista Giovanni. La donna si recava tutti i giorni ad attingere acqua ad un antico pozzo, risalente al patriarca Giacobbe, e quel giorno vi trovò Gesù, seduto, “affaticato per il viaggio” (Gv 4,6). Sant’Agostino commenta: “Non per nulla Gesù si stanca … La forza di Cristo ti ha creato, la debolezza di Cristo ti ha ricreato … Con la sua forza ci ha creati, con la sua debolezza è venuto a cercarci” (In Ioh. Ev., 15, 2). La stanchezza di Gesù, segno della sua vera umanità, può essere vista come un preludio della passione, con la quale Egli ha portato a compimento l’opera della nostra redenzione. In particolare, nell’incontro con la Samaritana al pozzo, emerge il tema della “sete” di Cristo, che culmina nel grido sulla croce: “Ho sete” (Gv 19,28). Certamente questa sete, come la stanchezza, ha una base fisica. Ma Gesù, come dice ancora Agostino, “aveva sete della fede di quella donna” (In Ioh. Ev. 15, 11), come della fede di tutti noi. Dio Padre lo ha mandato a saziare la nostra sete di vita eterna, donandoci il suo amore, ma per farci questo dono Gesù chiede la nostra fede. L’onnipotenza dell’Amore rispetta sempre la libertà dell’uomo; bussa al suo cuore e attende con pazienza la sua risposta.
Nell’incontro con la Samaritana risalta in primo piano il simbolo dell’acqua, che allude chiaramente al sacramento del Battesimo, sorgente di vita nuova per la fede nella Grazia di Dio. Questo Vangelo, infatti, - come ho ricordato nella Catechesi del Mercoledì delle Ceneri - fa parte dell’antico itinerario di preparazione dei catecumeni all’iniziazione cristiana, che avveniva nella grande Veglia della notte di Pasqua. “Chi berrà dell’acqua che io gli darò – dice Gesù – non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14). Quest’acqua rappresenta lo Spirito Santo, il “dono” per eccellenza che Gesù è venuto a portare da parte di Dio Padre. Chi rinasce dall’acqua e dallo Spirito Santo, cioè nel Battesimo, entra in una relazione reale con Dio, una relazione filiale, e può adorarLo “in spirito e verità” (Gv 4,23.24), come rivela ancora Gesù alla donna Samaritana. Grazie all’incontro con Gesù Cristo e al dono dello Spirito Santo, la fede dell’uomo giunge al suo compimento, come risposta alla pienezza della rivelazione di Dio.
Ognuno di noi può immedesimarsi con la donna Samaritana: Gesù ci aspetta, specialmente in questo tempo di Quaresima, per parlare al nostro, al mio cuore. Fermiamoci un momento in silenzio, nella nostra stanza, o in una chiesa, o in un luogo appartato. Ascoltiamo la sua voce che ci dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio…”. Ci aiuti la Vergine Maria a non mancare a questo appuntamento, da cui dipende la nostra vera felicità.
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APPELLO
Di fronte alle notizie, sempre più drammatiche, che provengono dalla Libia, cresce la mia trepidazione per l’incolumità e la sicurezza della popolazione civile e la mia apprensione per gli sviluppi della situazione, attualmente segnata dall’uso delle armi. Nei momenti di maggiore tensione si fa più urgente l’esigenza di ricorrere ad ogni mezzo di cui dispone l’azione diplomatica e di sostenere anche il più debole segnale di apertura e di volontà di riconciliazione fra tutte le Parti coinvolte, nella ricerca di soluzioni pacifiche e durature.
In questa prospettiva, mentre elevo al Signore la mia preghiera per un ritorno alla concordia in Libia e nell’intera Regione nordafricana, rivolgo un accorato appello agli organismi internazionali e a quanti hanno responsabilità politiche e militari, per l’immediato avvio di un dialogo, che sospenda l’uso delle armi.
Il mio pensiero si indirizza, infine, alle Autorità ed ai cittadini del Medio Oriente, dove nei giorni scorsi si sono verificati diversi episodi di violenza, perché anche là sia privilegiata la via del dialogo e della riconciliazione nella ricerca di una convivenza giusta e fraterna.
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Contro questa guerra (dis)umanitaria (Contributi 448)

Vi propongo questo articolo di Antonio Socci sulla guerra in Libia:

“La violenza non instaura il regno dell’umanesimo. E’ al contrario uno strumento preferito dall’anticristo – per quanto possa essere motivata in chiave religioso-idealistica. Non serve all’umanesimo, bensì alla disumanità”.

E’ un pesantissimo giudizio di Benedetto XVI ed essendo contenuto nel libro appena uscito, “Gesù di Nazaret”, diventa inevitabile associarlo alla cosiddetta “guerra umanitaria” appena scatenata – a suon di bombe – contro la Libia di Gheddafi.
Anche perché è sempre più chiaro che questo Papa parla direttamente tramite il suo insegnamento e non attraverso la diplomazia vaticana (che peraltro è sempre più assente e lo è stata anche in questa circostanza).
Il giudizio del libro del Pontefice va accostato infatti alle specifiche parole sulla Libia pronunciate da Benedetto XVI nell’Angelus del 20 marzo: “chiedo a Dio che un orizzonte di pace e di concordia sorga al più presto sulla Libia e sull’intera regione nord africana”.
Poi ha aggiunto: “rivolgo un pressante appello a quanti hanno responsabilità politiche e militari, perché abbiano a cuore, anzitutto, l’incolumità e la sicurezza dei cittadini e garantiscano l’accesso ai soccorsi umanitari. Alla popolazione desidero assicurare la mia commossa vicinanza”.
Questo appello va letto con le dichiarazioni del vescovo di Tripoli contro i bombardamenti sulla città scatenati dai “volenterosi” senza prima tentare nessuna mediazione. Monsignor Martinelli con saggezza ha auspicato, attraverso le organizzazioni internazionali, trattative politiche che sostituiscano l’uso delle armi.
Naturalmente non bisogna confondere la posizione della Chiesa, espressa da papa Ratzinger e da monsignor Martinelli, con l’ideologia del pacifismo assoluto.
Infatti si sa che il pensiero cattolico ha elaborato da tempo la dottrina della “guerra giusta”, che legittima – in certi particolarissimi casi – l’uso della forza. Per autodifesa o per la difesa di inermi.
Ma Benedetto XVI, coerentemente con tutto il magistero dei papi del Novecento, tende a restringere sempre più la casistica della “guerra giusta”.
Anche perché la storia recente dimostra quanto scivolosa e ambigua sia la categoria di “guerra umanitaria”, che spesso copre interessi inconfessati e inconfessabili.
Come accade peraltro nel caso della “guerra libica”, dove sono in tanti ad aver mestato nel torbido, magari fomentando le rivolte per poi poter intervenire militarmente e mettere le mani sul petrolio libico.
Inoltre, anche se ci sono casi in cui la dottrina cattolica ammette l’uso della forza, per la Chiesa tale uso della forza deve essere assolutamente proporzionato alle necessità e deve rigorosamente puntare a ottenere il massimo risultato col minimo danno.
Ovvero: non è legittimo – con la scusa della guerra in difesa di inermi – scatenare distruzioni e massacri peggiori di quelli che si pretendeva di evitare.
Questo è anche il motivo per cui non è lecito scatenare guerre a destra e a manca contro tutti i regimi che calpestano i diritti umani: il rimedio finirebbe per essere peggiore del male.
L’esperienza storica dimostra che è attraverso la politica, gli accordi, i trattati, la cooperazione, il dialogo che si può ottenere anche un’evoluzione dei regimi dittatoriali.
E la storia del Novecento dimostra che è possibile uscire dalle tirannie (di destra come di sinistra) senza stragi, guerre e spargimento di sangue. Questa, per la Chiesa, è la strada da percorrere.
Colpisce che papa Ratzinger ancora una volta evochi la figura dell’anticristo, come ha già fatto molte volte nel suo pontificato (pure nelle encicliche), associandola all’inganno ideologico dei “nobili ideali”.
L’idea che l’anticristo si ammanti di apparenze idealistiche o umanitarie per scatenare, in realtà, il male è un pensiero ricorrente di papa Ratzinger ed è anche un’antica premonizione della tradizione cristiana.
Anzi, uno dei pericoli che papa Ratzinger denuncia con più vigore è la copertura “religiosa” che da più parti si è tentati di dare alla violenza.
Infatti il brano del libro del Papa, letto per esteso, va molto al di là del caso attuale della guerra libica e – in un certo senso – è ancora più esplosivo.
Il primo bersaglio sono le cosiddette “teologie della rivoluzione” (che ben prima e ben più della “teologia della liberazione” considerarono Gesù come un “rivoluzionario politico”).
Secondo Benedetto XVI queste teorie assimilano Gesù agli zeloti del suo tempo, ovvero a quel partito fondamentalista che strumentalizzava l’attesa messianica di Israele per fomentare un’avventuristica rivolta armata all’occupazione romana: alla fine ci riuscirono (con dei messia fasulli) e i romani massacrarono il popolo ebraico, lo dispersero e distrussero Gerusalemme e il Tempio.
Dunque certe teologie politiche rivoluzionarie degli anni Sessanta pretendevano di far passare Gesù per uno zelota, un rivoluzionario, che per questa sua rivolta politico-sociale sarebbe stato ucciso.
Oggi – scrive il Papa – “si è calmata l’onda delle teologie della rivoluzione che, in base ad un Gesù interpretato come zelota, avevano cercato di legittimare la violenza come mezzo per instaurare un mondo migliore – il ‘Regno’.
I risultati terribili di una violenza motivata religiosamente stanno in modo troppo drastico davanti agli occhi di tutti noi.
La violenza non instaura il regno di Dio, il regno dell’umanesimo.
E’, al contrario, uno strumento preferito dall’anticristo – per quanto possa essere motivata in chiave religioso-idealistica.
Non serve all’umanesimo, bensì alla disumanità”.
Il Papa afferma dunque che Gesù era all’opposto di tutto questo: “il sovvertimento violento, l’uccisione di altri nel nome di Dio non corrispondeva al suo modo di essere”. Egli sarà infatti “il re della pace”.
Ratzinger mostra che è proprio la vittima, il Crocifisso (con i crocifissi) a cambiare la condizione umana e il mondo con l’amore. E non i crocifissori con la forza e con la violenza.
Questo passo del libro del Papa torna dunque sul tema dell’ “esplosivo” discorso di Ratisbona, sul possibile legame fra religione e violenza, ma sottolineando che vale per tutti perché tutti – non solo i musulmani – possono essere tentati di giustificare la violenza con motivazioni religiose. Perfino i cristiani lo hanno fatto.
Fra gli spunti nuovi c’è l’evocazione, in questo contesto, pure della cultura umanistica e umanitaria.
Perché anche in nome dell’umanesimo, in nome di nobili ideali o della causa umanitaria si può giustificare la violenza. Ma è egualmente arbitrario e, afferma il Papa, “non serve all’umanesimo. Bensì alla disumanità”.
Una riflessione per tutti i tempi. Ma che, nel caso specifico, a mio avviso, boccia la “guerra libica” così come è esplosa e si è svolta finora.
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sabato 26 marzo 2011

Testamento di S.Bernadette (Interventi 81)

Per la miseria di mamma e papà, per la rovina del mulino, per quel pancone di malaugurio, per il vino della stanchezza, per le pecore rognose: grazie, mio Dio.
Bocca di troppo da sfamare che ero: per i bambini accuditi per le pecore custodite ! Grazie, o mio Dio, per il Procuratore, per il Commissario, per i gendarmi, per le dure parole di don Peyramale.
Per i giorni in cui siete venuta. Vergine Maria, per quelle in cui non siete venuta, non vi saprò rendere grazie altro che in Paradiso.
Ma per lo schiaffo ricevuto, per le beffe, per gli oltraggi, per coloro che mi hanno preso per bugiarda, per coloro che mi hanno presa per interessata, grazie, Madonna.
Per l'ortografia che non ho mai saputa, la memoria che non ho mai avuta, per la mia ignoranza e la stupidità; grazie. Grazie, grazie, perché se ci fosse stata sulla terra una bambina più ignorante e più stupida, avreste scelto quella...
Per mia madre morta lontano, per la pena che ebbi quando mio padre, invece dì tendere le sue braccia alla sua piccola Bernadette, mi chiamò "Suor Marie Bernarde", grazie Gesù.
Grazie per aver abbeverato di amarezze questo cuore troppo tenero che mi avete dato. Per mia madre Giuseppina, che mi ha proclamato buona a nulla, grazie. Per i sarcasmi della Madre maestra, la sua voce dura, le ingiustizie, le sue ironie, e per il pane dell'umiliazione, grazie.
Grazie per essere stata quella a cui Maria Teresa poteva dire: "non ne combinate mai abbastanza".
Grazie per essere Stata quella privilegiata dei rimproveri, di cui le mie sorelle dicevano: "Che fortuna non essere Bernadette!".
Grazie di essere stata Bernadette, minacciata di prigione perché Vi avevo vista. Vergine Santa; guardata dalla gente come una bestia rara; quella Bernadette così meschina che a vederla si diceva: "Non è che questo?".
Per questo mio corpo miserando che mi avete dato, questa malattia di fuoco e di fumo, per le mie carni in putrefazione, per le mie ossa cariate, per i miei sudori, per la mia febbre, per i miei dolori sordi e acuti, grazie, o mio Dìo.
E per quest'anima che mi avete dato, per il deserto dell'aridità inferiore, per la Vostra notte e i Vostri baleni, per i Vostri silenzi e i Vostri fulmini, per tutto, per Voi, assente o presente, grazie o Gesù.
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venerdì 25 marzo 2011

Valorizzare il “valore pedagogico” della confessione (Contributi 447)

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 25 marzo 2011 (ZENIT.org).
“Il valore pedagogico della Confessione sacramentale” è l'elemento principale che Papa Benedetto XVI ha voluto sottolineare nel discorso che ha rivolto questo venerdì mattina ai partecipanti al Corso sul Foro Interno, promosso dalla Penitenzieria Apostolica dal 21 al 25 marzo.

Per il Pontefice, si tratta di “un aspetto talora non sufficientemente considerato, ma di grande rilevanza spirituale e pastorale”, perché il confessionale può essere “un reale 'luogo' di santificazione”.
“In che modo il Sacramento della Penitenza educa?”, ha chiesto. “In quale senso la sua celebrazione ha un valore pedagogico, innanzitutto per i ministri?”.
Per rispondere a queste domande, ha suggerito di “partire dal riconoscere che la missione sacerdotale costituisce un punto di osservazione unico e privilegiato, dal quale, quotidianamente, è dato di contemplare lo splendore della Misericordia divina”.
“In fondo – ha riconosciuto –, confessare significa assistere a tante 'professiones fidei' quanti sono i penitenti, e contemplare l’azione di Dio misericordioso nella storia, toccare con mano gli effetti salvifici della Croce e della Risurrezione di Cristo, in ogni tempo e per ogni uomo”.


“Scuola” per il sacerdote
“Conoscere e, in certo modo, visitare l’abisso del cuore umano, anche negli aspetti oscuri”, ha osservato il Papa, “da un lato mette alla prova l’umanità e la fede dello stesso sacerdote”, “dall’altro alimenta in lui la certezza che l’ultima parola sul male dell’uomo e della storia è di Dio, è della sua Misericordia, capace di far nuove tutte le cose”.
Dalla confessione, infatti, il sacerdote può imparare molto, soprattutto “da penitenti esemplari per la loro vita spirituale, per la serietà con cui conducono l’esame di coscienza, per la trasparenza nel riconoscere il proprio peccato e per la docilità verso l’insegnamento della Chiesa e le indicazioni del confessore”.
“Dall’amministrazione del Sacramento della Penitenza possiamo ricevere profonde lezioni di umiltà e di fede!”, ha esclamato, definendola “un richiamo molto forte per ciascun sacerdote alla coscienza della propria identità”.
“Mai, unicamente in forza della nostra umanità, potremmo ascoltare le confessioni dei fratelli!”, ha proseguito il Pontefice.
Se essi si accostano a noi, è solo perché siamo sacerdoti, configurati a Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote, e resi capaci di agire nel suo Nome e nella sua Persona, di rendere realmente presente Dio che perdona, rinnova e trasforma”.

Penitenti
Quanto al valore pedagogico per i penitenti, il Pontefice ha avvertito che bisogna premettere “che esso dipende, innanzitutto, dall’azione della Grazia e dagli effetti oggettivi del Sacramento nell’anima del fedele”.
“La Riconciliazione sacramentale è uno dei momenti nei quali la libertà personale e la consapevolezza di sé sono chiamate ad esprimersi in modo particolarmente evidente”, ed “è forse anche per questo che, in un’epoca di relativismo e di conseguente attenuata consapevolezza del proprio essere, risulta indebolita anche la pratica sacramentale”.
In questo contesto, “un importante valore pedagogico” lo ha l'esame di coscienza, che “educa a guardare con sincerità alla propria esistenza, a confrontarla con la verità del Vangelo e a valutarla con parametri non soltanto umani, ma mutuati dalla divina Rivelazione”.
“Il confronto con i Comandamenti, con le Beatitudini e, soprattutto, con il Precetto dell’amore, costituisce la prima grande 'scuola penitenziale'”.
L’integra confessione dei peccati, inoltre, “educa il penitente all’umiltà, al riconoscimento della propria fragilità e, nel contempo, alla consapevolezza della necessità del perdono di Dio e alla fiducia che la Grazia divina può trasformare la vita”.
In un'epoca caratterizzata “dal rumore, dalla distrazione e dalla solitudine”, ha constatato il Papa, “il colloquio del penitente con il confessore può rappresentare una delle poche, se non l’unica occasione per essere ascoltati davvero e in profondità”.
Per questo motivo, ha chiesto ai sacerdoti di “dare opportuno spazio all’esercizio del ministero della Penitenza nel confessionale”: “essere accolti ed ascoltati costituisce anche un segno umano dell’accoglienza e della bontà di Dio verso i suoi figli”.


Il saluto del penitenziere maggiore
Nel suo saluto al Papa, come riferisce “L'Osservatore Romano”, il Cardinale Fortunato Baldelli, penitenziere maggiore, ha ricordato che “ogni confessore, per svolgere bene e fedelmente il suo ministero, deve procurarsi scienza e prudenza necessaria a questo scopo”.
Il porporato ha presentato al Pontefice i sacerdoti di 242 Diocesi di 68 Nazioni che partecipano all’annuale Corso sul Foro Interno, e ha ribadito che “la preparazione dottrinale del confessore è assolutamente indispensabile”.
Sulla scia di Papa Pio V, che affermava “Datemi buoni confessori e rinnoverò dalle fondamenta tutta la Chiesa”, la Penitenzieria promuove ogni anno queste giornate di studio sul sacramento della Penitenza, ha ricordato.
“Con viva soddisfazione notiamo che i frutti di questi incontri annuali hanno un concreto riscontro nell’attività quotidiana del nostro dicastero, il quale viene con crescente interesse interpellato e conosciuto per la sua missione fondamentale nella Chiesa che è la salus animarum”, ha sottolineato.
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giovedì 24 marzo 2011

Se il giusto pecca 7 volte al giorno.. (Post 120)

E’ scritto nel libro dei Proverbi (24,16) che “il giusto pecca sette volte”.

Come in molti casi nella Scrittura non si tratta di un dato contabile come la nostra mentalità può essere portata a pensare. Non vuol dire “più di sei, meno di otto” ma indica un numero indeterminato e comunque elevato.
Se dunque il giusto, colui che ha Dio come riferimento privilegiato del suo vivere e del suo operare, è così fortemente in difetto verso Dio , noi – che giusti spesso non siamo – ci troviamo ad essere ad ancor maggior distanza dal modello che, nel Vangelo di Matteo (5,48) , ci viene indicato: “siate perfetti come lo è il Padre vostro celeste”.
Il problema è che essendo talmente enorme la sproporzione che separa la creatura dal Creatore, non è ragionevolmente pensabile che tale distanza possa essere colmata da uno sforzo o da una capacità umana.
Ciò che ci salva è principalmente l’amore di Dio per noi. Amore immenso, gratuito e santificante di cui l’uomo, per sua natura, non sarebbe neanche degno, ma di cui è destinatario per libera iniziativa divina.
Il solo atto che può compiere l’uomo di fronte a questo dato originario è il riconoscere umilmente il proprio essere nulla e la totalità dell’essere di Dio, affidarsi in toto a Lui chiedendo la Sua divina protezione.
Senza infatti la continua e costante assistenza divina siamo in balia dei nostri sensi e del nemico che ci porta a seguire i nostri criteri o il pensare comune, mascherando spesso con una parvenza di bontà atti che sono invece sbagliati.
L’azione più giusta che può compiere un uomo è quindi di pregare costantemente, avere il cuore e la mente rivolti a Dio per chiedere la Sua protezione e la Sua assistenza, in breve il Suo Spirito, senza cui, ripeto, “nulla è nell’uomo, nulla senza colpa”.
Siamo terra e fango elevati al rango di creature amate e privilegiate.
Pura materia in cui è stato innestato lo Spirito di Dio e per la quale il Creatore stesso si è fatto uomo che ha vissuto la nostra vita, patito, e crudelmente, la nostra morte per donarci la Sua resurrezione e la pienezza della Sua vita.
Ciò che conta è riconoscere questo, capire che Dio desidera sempre salvarci e perdonarci, che il Suo amore vince ogni nostro limite e che solo abbandonandoci con filiale sicurezza al Suo abbraccio abbiamo la salvezza.
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Evento di preghiera (Post 119)

Non è la prima volta che tramite il gruppo creato su Facebook e collegato a questo blog si propongono eventi di preghiera. Lo abbiamo fatto in varie occasioni. Uso il plurale perchè si tratta di iniziative che nascono dall'interagire con varie persone incontrate virtualmente nel web.
Ne stiamo proponendo uno che parte domani (chi è su FB lo può vedere QUI) e di cui riporto le intenzioni:
Si propone una novena di preghiera (si suggerisce il Rosario ma ognuno è libero di aderire come gli risulta meglio) da farsi ovunque si voglia e a qualunque orario con le seguenti intenzioni:

1) per la pace nel mondo con particolare riferimento al nord africa
2) per il popolo giapponese provato da terremoto e maremoto e dal dramma nucleare
3) per la conversione a Cristo (tramite Maria) di tutta l'umanità
4) per ciascuno dei partecipanti all'evento e le persone a loro care
5) per l'intenzioni di ciascuno di noi
La preghiera va dal 25/3 al 2/4, ma poichè e per fortuna Dio non è un fiscalista, è possibile variare a proprio piacimento date, orari e preghiere.
Ciò che conta sono le intenzioni.
Invito tutti a partecipare non tanto e non solo con una iscrizione web (che può lasciare il tempo che trova) ma con il proprio cuore.
Un caro saluto a tutti e buona preghiera a ciascuno.
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I credenti siano operatori di pace (Contributi 446)

ROMA, mercoledì, 23 marzo 2011 (ZENIT.org).
“Oggi il mondo ha tanto bisogno di pace, ha bisogno di uomini e donne pacifici e pacificatori”.
E' quanto ha detto questo mercoledì Benedetto XVI nella prima Udienza generale di quest'anno in piazza San Pietro.
Riflettendo sulla figura di san Lorenzo da Brindisi, cappuccino vissuto tra Cinquecento e Seicento, canonizzato nel 1881 e proclamato dottore della Chiesa nel 1959, il Papa ha detto che “tutti coloro che credono in Dio devono essere sempre operatori di pace”.
Nella sua catechesi il Papa ha richiamato proprio l’“azione per la pace” svolta durante le “importanti missioni diplomatiche” che Papi e principi gli affidarono “per dirimere controversie e favorire la concordia” tra gli Stati europei.
Ma fu anche un grande evangelizzatore, capace di farsi intendere dalla gente umile grazie alla “sua esposizione chiara e pacata”.
“Anche oggi – ha continuato il Santo Padre – la nuova evangelizzazione ha bisogno di apostoli ben preparati, zelanti e coraggiosi, perché la luce e la bellezza del Vangelo prevalgano sugli orientamenti culturali del relativismo etico e dell’indifferenza religiosa, e trasformino i vari modi di pensare e di agire in un autentico umanesimo cristiano”.
Soprattutto occorre “evitare il pericolo dell’attivismo, di agire cioè dimenticando le motivazioni profonde del ministero, solamente se si prende cura della propria vita interiore”; infatti, ha concluso, “se non siamo interiormente in comunione con Dio, non possiamo dare niente neppure agli altri. Perciò Dio è la prima priorità”.
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martedì 22 marzo 2011

Ogni altra richezza è miseria (Interventi 80)

Dammi te stesso, Dio mio, restituiscimi te stesso.
Io ti amo. Se cosi è poco, rendi più forte il mio amore.
Non posso misurare per sapere quanto manca al mio amore perché basti a spinger la mia vita fra le Tue braccia e a far sì che non si volga indietro finché non si rifugi al riparo del Tuo volto.
So questo soltanto: che tutto ciò che non è Te per me è male, non solo al di fuori di me, ma anche in me stesso; e ogni mia ricchezza, se non è il mio Dio è miseria.

S.Agostino
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lunedì 21 marzo 2011

Domenica 2^ Quaresima (Angelus 14)

Cari fratelli e sorelle!

Ringrazio il Signore che mi ha donato di vivere nei giorni scorsi gli Esercizi Spirituali, e sono grato anche a quanti mi sono stati vicini con la preghiera. L’odierna domenica, la seconda di Quaresima, è detta della Trasfigurazione, perché il Vangelo narra questo mistero della vita di Cristo. Egli, dopo aver preannunciato ai discepoli la sua passione, “prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce” (Mt 17,1-2). Secondo i sensi, la luce del sole è la più intensa che si conosca in natura, ma, secondo lo spirito, i discepoli videro, per un tempo breve, uno splendore ancora più intenso, quello della gloria divina di Gesù, che illumina tutta la storia della salvezza. San Massimo il Confessore afferma che “le vesti divenute bianche portavano il simbolo delle parole della Sacra Scrittura, che diventavano chiare e trasparenti e luminose” (Ambiguum 10: PG 91, 1128 B).
Dice il Vangelo che, accanto a Gesù trasfigurato, “apparvero Mosè ed Elia che conversavano con lui” (Mt 17,3); Mosè ed Elia, figura della Legge e dei Profeti. Fu allora che Pietro, estasiato, esclamò: “Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia” (Mt 17,4). Ma sant’Agostino commenta dicendo che noi abbiamo una sola dimora: Cristo; Egli “è la Parola di Dio, Parola di Dio nella Legge, Parola di Dio nei Profeti” (Sermo De Verbis Ev. 78,3: PL 38, 491). Infatti, il Padre stesso proclama: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo” (Mt 17,5). La Trasfigurazione non è un cambiamento di Gesù, ma è la rivelazione della sua divinità, “l’intima compenetrazione del suo essere con Dio, che diventa pura luce. Nel suo essere uno con il Padre, Gesù stesso è Luce da Luce” (Gesù di Nazaret, Milano 2007, 357). Pietro, Giacomo e Giovanni, contemplando la divinità del Signore, vengono preparati ad affrontare lo scandalo della croce, come viene cantato in un antico inno: “Sul monte ti sei trasfigurato e i tuoi discepoli, per quanto ne erano capaci, hanno contemplato la tua gloria, affinché, vedendoti crocifisso, comprendessero che la tua passione era volontaria e annunciassero al mondo che tu sei veramente lo splendore del Padre” (Κοντάκιον είς τήν Μεταμόρφωσιν, in: Μηναια, t. 6, Roma 1901, 341).
Cari amici, partecipiamo anche noi di questa visione e di questo dono soprannaturale, dando spazio alla preghiera e all’ascolto della Parola di Dio. Inoltre, specie in questo tempo di Quaresima, esorto, come scrive il Servo di Dio Paolo VI, “a rispondere al precetto divino della penitenza con qualche atto volontario, al di fuori delle rinunce imposte dal peso della vita quotidiana” (Cost. ap. Pænitemini, 17 febbraio 1966, III, c: AAS 58 [1966], 182). Invochiamo la Vergine Maria, affinché ci aiuti ad ascoltare e seguire sempre il Signore Gesù, fino alla passione e alla croce, per partecipare anche alla sua gloria.
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APPELLO
Nei giorni scorsi le preoccupanti notizie che giungevano dalla Libia hanno suscitato anche in me viva trepidazione e timori. Ne avevo fatto particolare preghiera al Signore durante la settimana degli Esercizi Spirituali.
Seguo ora gli ultimi eventi con grande apprensione, prego per coloro che sono coinvolti nella drammatica situazione di quel Paese e rivolgo un pressante appello a quanti hanno responsabilità politiche e militari, perché abbiano a cuore, anzitutto, l’incolumità e la sicurezza dei cittadini e garantiscano l’accesso ai soccorsi umanitari. Alla popolazione desidero assicurare la mia commossa vicinanza, mentre chiedo a Dio che un orizzonte di pace e di concordia sorga al più presto sulla Libia e sull’intera regione nord africana.
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sabato 19 marzo 2011

E il sole si oscurò (Articoli 41)

Un altro articolo sulla storicità dei Vangeli, sempre di Ruggero Sangallo:

Negli articoli precedenti siamo giunti a collocare la crocifissione di Gesù in un venerdì 14 nisan, giorno di parasceve, vigilia della pasqua ebraica, individuandola essere quella dell’anno 33 d.C. del nostro calendario, precisamente il giorno 1 aprile secondo l’attuale computo gregoriano (3 aprile in quello giuliano).
Tanta precisione merita un’ulteriore verifica attraverso le fonti disponibili.

Flegonte di Tralles visse al tempo dell’imperatore Adriano (regnante dal 117 al 138 d.C. e tollerante con i cristiani) e fu uno storico famoso soprattutto per aver scritto ben 16 libri dedicati alle olimpiadi antiche, dalla prima edizione, nel 776 a.C., all’edizione tenutasi nel 137 d.C. Di quest’opera enciclopedica abbiamo citazioni importanti da parte dello storico Eusebio di Cesarea, la cui celeberrima “Storia Ecclesiastica” fu scritta circa 200 anni dopo. Risulta che, nel XIII libro, Flegonte associa la crocifissione di Cristo al quarto anno dell’olimpiade 202. Le olimpiadi antiche si tenevano, come oggi, ogni 4 anni ed in estate. L’anno olimpico iniziava il primo luglio e quel giorno iniziava il cosiddetto “primo anno”. Dunque l’olimpiade numero 202 andò dal 1 luglio del 29 d.C. al 30 giugno del 33 d.C. ed il quarto anno corrisponde al 32-33 d.C., in linea con gli indizi che pongono la passione di Gesù ad inizio aprile del 33 d.C., quando il 14 nisan cadde di venerdì.
Non solo: Flegonte scrive che in quell’anno ci fu una “defectio solis” (assenza del sole) particolarmente impressionante, all’ora sesta (mezzogiorno), protrattasi per tre ore, determinando un’oscurità tale che si potevano vedere le stelle. Contemporaneamente attesta che ci fu un terremoto molto forte in Bitinia (nord dell’attuale Turchia, dove c’è Nicea). Un notissimo sismologo, il professor Nicolas Ambraseys, ha verificato la fondatezza di questa informazione.
La “defectio solis” di cui parla Flegonte è quella degli evangelisti? Quasi sicuramente sì. I vangeli sinottici (Mt 27,45; Mc 15,33; Lc 23,44) non parlano correttamente di “eclisse”: l’astronomia infatti spiega che non può esserci eclisse di sole quando c’è la luna piena ed il 14 nisan era giorno di luna piena. Inoltre una normale eclisse di sole non durerebbe tre ore... Nessun catalogo astronomico riporta infatti l’evidenza di un’eclisse solare in quel tempo, a riprova che quell’oscurità non la fosse.
Al momento della morte di Gesù crocefisso accadde un altro fatto impressionante: il velo del tempio si squarciò in due parti, dall’alto in basso (Mt 27,51; Mc 15,38; Lc 23,46 si limita ad un “si divise nel mezzo”). Giovanni non ne parla, ma sottolinea invece che non fu lacerata la tunica senza cuciture (Gv 19,23) di Nostro Signore.
Il Santo Padre, nel suo nuovo libro su Gesù, spiega (cap. 8, par. 2) che il “sorteggio delle vesti” riguarda un dettaglio non casuale, e rimanda (Giuseppe Flavio Ant. Giud. III,7,4) alla tunica del sommo sacerdote, di cui il Figlio dell’uomo stava adempiendo il ministero proprio quando sarebbe sembrata l’ora del suo massimo disonore. Tra le più famose reliquie cristiane è nota la tunica di Argenteuil, in Francia, già citata in un precedente articolo della Bussola Quotidiana, a proposito del gruppo sanguigno ivi rilevabile, comune a quello della Sindone torinese e del sudario di Oviedo.
Il “velo” presente nel Santo dei santi non è da intendersi una stoffa sottile e leggera, semitrasparente. Al contrario stiamo parlando di una cortina spessa addirittura qualche centimetro secondo l’immancabile Giuseppe Flavio (Guerre Giudaiche V,5,4), che annota che il velo veniva rinnovato ogni anno e che dei cavalli, legati alle sue estremità, tirandolo non l’avrebbero potuto strappare! Il tessuto era di una lunghezza pari all’altezza interna del tempio, che Erode ricostruì alto come un palazzo di sei piani (circa 20 metri).
La funzione di questo drappo pesantissimo (tradizioni ebraiche narrano che ci volessero trecento sacerdoti per muoverlo bagnato dopo il lavaggio per la pulizia periodica), era quella di separare il Santo dei santi (Esodo 26,31-35), area accessibile solamente al sommo sacerdote, l’unico a potersi avvicinare, una volta l’anno (Eb 9,1-7), nel giorno dell’espiazione (il 10 tishri) alla presenza di Dio, per offrire l’incenso (Lev 16). Gli uomini sono infatti separati da Dio a causa del peccato (Is 59,2).
Da notare che Benedetto XVI dedica l’inizio del capitolo 4 del secondo testo su Gesù di Nazaret ad illustrare che la preghiera sacerdotale di Gesù è in stretta correlazione con i riti dello yom kippur.
La morte di Gesù lacera questa separazione dall’alto in basso, quasi ad indicare, fisicamente, che il gesto viene da Dio stesso. Una cosa che non passò inosservata e fece subito “il giro della città”, già scossa dalla crocifissione di Gesù, dall’oscurità e dal terremoto. Gesù, Dio fatto uomo, è il sacerdote (Eb 4,16) che sacrifica se stesso sanando la separazione tra Dio e gli uomini.
Il sommo sacerdote si era stracciato le vesti (Mt 26,65; Mc 14,63) all’udire le parole di Gesù durante il processo notturno, quando l’accusato attribuì a se stesso i passi del profeta Daniele (Dan 7,13) e del Salmo 109,1. Benedetto XVI, citando il commento al vangelo di Matteo di J. Gnilka, scrive nel suo ultimo libro che l’atto di strapparsi le vesti non è dato dal montare di un’umana irritazione, ma è un atto dovuto. Caifa aveva ritenuto Gesù un bestemmiatore: ora sembra che Dio stesso strappi la veste che lo ripara all’interno del Santo dei santi, mentre il Figlio muore in croce. Non lo fa scandalizzato, ma per stracciare la separatezza dall’amore esistente a motivo del peccato.
Questo fatto accade proprio sulla cima del Monte Moria, là dove Abramo avrebbe sacrificato Isacco se Dio non lo avesse fermato dopo averne apprezzato la fede. Qui sorge il cuore del tempio: il velo è una distanza strappata proprio quando l’uomo crocifigge il Dio incarnato rifiutandone l’amore rivelatosi nell’umanità di Gesù, versando il Suo sangue di Agnello nel giorno e nell’ora in cui la Legge ne imponeva il rituale.
Un evento lungamente atteso: l’ora ripetutamente annunciata da Gesù.
Nel nisan del 33 d.C. si verifica così un appuntamento impressionante con la storia. Gesù è stato ritenuto colpevole nel processo religioso, reo di bestemmia paragonandosi a colui di chi aveva profetato Daniele. Ed il profeta Daniele aveva anche profetato di un periodo di settanta settimane, interpretato come 490 anni, da contare dal giorno di un “decreto”.
Tra le varie date di inizio di questo misterioso count down, giova sottolineare che ce n’è una, nel nisan del 458 a.C. che va a compimento dei 490 anni (l’anno zero non esiste) proprio con il mese di nisan del 33 d.C.
Nel nisan del 458 a.C. infatti c’è il decreto (Dan 9,25) di Artaserse che autorizza Esdra a ricostruire religiosamente Gerusalemme. Leggiamo in Esd 7,7 che il re, nel suo settimo anno, autorizzò Esdra a partire e che questi arrivò nel quinto mese, essendo partito nel primo mese (nisan). Artaserse iniziò a regnare effettivamente dal termine del 465 a.C. per cui il suo settimo anno è dagli ultimi mesi del 459 agli ultimi mesi del 458 a.C., corrispondente al 3303 ebraico.
Non era l’unico intervallo di 490 anni ad essere “papabile”, ma era un’ottima candidatura, che non sfuggì a molti israeliti e che giustificava tanta attesa di un Messia in quel preciso periodo, proprio durante la settantesima settimana (Dn 9, 24-27). Nel libro di Daniele significativamente questa visione è riferita al profeta dall’angelo Gabriele. Lo stesso che si presentò a Maria, ottenendo il sì, coinvolgendo Giuseppe nella sua missione di obbediente custode della sacra famiglia.
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venerdì 18 marzo 2011

Con il crocifisso, la Corte europea sostiene la libertà religiosa (Contributi 445)

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 18 marzo 2011 (ZENIT.org).
La sentenza emessa questo venerdì dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo a favore dell'esposizione del crocifisso nelle scuole italiane ha ricevuto il plauso della Santa Sede, per la quale si tratta di una decisione che “fa storia” nel riconoscimento della libertà religiosa.
Padre Federico Lombardi S.I., direttore della Sala Stampa vaticana, ha emesso una dichiarazione per esprimere la “soddisfazione” del Vaticano dopo aver letto questa “sentenza assai impegnativa”.
“La Grande Chambre ha infatti capovolto sotto tutti i profili una sentenza di primo grado, adottata all’unanimità da una Camera della Corte, che aveva suscitato non solo il ricorso dello Stato italiano convenuto, ma anche l’appoggio ad esso di numerosi altri Stati europei, in misura finora mai avvenuta, e l’adesione di non poche organizzazioni non governative, espressione di un vasto sentire delle popolazioni”, afferma la nota.


Un caso storico
Hanno sostenuto ufficialmente l'Italia Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Monaco, Romania, la Federazione Russa e San Marino.
Il caso era stato presentato alla Corte di Strasburgo da Soile Lautsi, cittadina italiana di origine finlandese che nel 2002 aveva chiesto alla scuola statale "Vittorino da Feltre" di Abano Terme (Padova), nella quale studiavano i suoi due figli, di togliere i crocifissi dalle aule. La direzione della scuola aveva rifiutato considerando che il crocifisso fa parte del patrimonio culturale italiano, e in seguito i tribunali italiani avevano dato ragione a questa posizione.
Una sentenza di primo grado della Corte di Strasburgo, tuttavia, ha deciso all'unanimità di imporre l'espulsione del crocifisso dalle scuole italiane e ha condannato il Governo italiano a pagare alla donna un risarcimento di 5.000 euro per danni morali.
Quella prima sentenza della storia di questa Corte in materia di simboli religiosi nelle aule scolastiche ha considerato che la presenza del crocifisso nella scuola rappresenta una violazione dei diritti dei genitori di educare i figli in base alle proprie convinzioni e della libertà degli alunni.
Di fronte al ricorso presentato dallo Stato italiano, la Grande Chambre della Corte ha contraddetto radicalmente quella prima sentenza, stabilendo con 15 voti a favore e 2 contrari che la presenza dei crocifissi nelle aule non rappresenta una violazione dei diritti dei genitori e della libertà religiosa dei figli, visto che non sussistono elementi che possano provare che il crocifisso influisce sugli alunni.


I diritti non sono contro la libertà religiosa
Nella sua dichiarazione, padre Lombardi spiega che la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo riconosce “ad un livello giuridico autorevolissimo ed internazionale che la cultura dei diritti dell’uomo non deve essere posta in contraddizione con i fondamenti religiosi della civiltà europea, a cui il cristianesimo ha dato un contributo essenziale”.
“Si riconosce inoltre che, secondo il principio di sussidiarietà, è doveroso garantire ad ogni Paese un margine di apprezzamento quanto al valore dei simboli religiosi nella propria storia culturale e identità nazionale e quanto al luogo della loro esposizione (come è stato del resto ribadito in questi giorni anche da sentenze di Corti supreme di alcuni Paesi europei)”, in riferimento all'Italia e all'Austria.
In caso contrario, in nome della libertà religiosa si tenderebbe paradossalmente invece a limitare o persino a negare questa libertà, finendo per escluderne dallo spazio pubblico ogni espressione”, avverte il portavoce vaticano.
“E così facendo si violerebbe la libertà stessa, oscurando le specifiche e legittime identità. La Corte dice quindi che l’esposizione del crocifisso non è indottrinamento, ma espressione dell’identità culturale e religiosa dei Paesi di tradizione cristiana”.
“La nuova sentenza della Grande Chambre è benvenuta anche perché contribuisce efficacemente a ristabilire la fiducia nella Corte Europea dei Diritti dell’Uomo da parte di una gran parte degli europei, convinti e consapevoli del ruolo determinante dei valori cristiani nella loro propria storia, ma anche nella costruzione unitaria europea e nella sua cultura di diritto e di libertà”, conclude la nota vaticana.


Segno di saggezza
Dal canto suo, il Cardinale Péter Erdő, Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE), ha espresso in una dichiarazione “soddisfazione” per la sentenza, definendola “un segno di buon senso, di saggezza e di libertà”.
“Il carattere definitivo di questa sentenza acquista un valore simbolico che va ben oltre il caso italiano, come avevano testimoniate le numerose reazioni alla prima sentenza suscitate a livello europeo e mondiale”, ha aggiunto il porporato, Arcivescovo di Esztergom-Budapest.
“Oggi è stata scritta una pagina di storia – ha dichiarato –. Si è aperta una speranza non solo per i cristiani, ma per tutti i cittadini europei, credenti e laici”, che si erano sentiti “profondamente lesi” dalla sentenza precedente e “sono preoccupati di fronte a procedimenti che tendono a sgretolare una grande cultura come quella cristiana e a minare in definitiva la propria identità”.
“Considerare la presenza del crocifisso nello spazio pubblico come contraria ai diritti dell’uomo sarebbe stato negare l’idea stessa di Europa.
Senza il crocifisso l’Europa che oggi conosciamo non esisterebbe.
Per questo motivo la sentenza è prima di tutto una vittoria per l’Europa”, ha sottolineato il Cardinale. Con la sentenza di questo venerdì, ha concluso, “i giudici hanno riconosciuto che la cultura dei diritti dell’uomo non deve per forza escludere la civiltà cristiana”.
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Il Papa rivendica il ruolo del cristianesimo nell'unità d'Italia (Contributi 444)

ROMA, mercoledì, 16 marzo 2011 (ZENIT.org).
In vista della celebrazione dei 150 dell'unificazione italiana, Papa Benedetto XVI ha indirizzato al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, un Messaggio in cui sottolinea il ruolo del cristianesimo nel forgiare l'unità nazionale.

Nel testo, il Papa sottolinea che malgrado le tensioni e le controversie che ha provocato questo processo storico, che ha portato alla scomparsa dello Stato pontificio e allo scontro con il nuovo Stato italiano, il contributo dei cattolici all'unità d'Italia è stato enorme.
Nonostante il Risorgimento sia “passato come un moto contrario alla Chiesa, al Cattolicesimo, talora anche alla religione in generale”, “non si può sottacere l’apporto di pensiero - e talora di azione - dei cattolici alla formazione dello Stato unitario”, osserva.
“Dal punto di vista del pensiero politico basterebbe ricordare tutta la vicenda del neoguelfismo che conobbe in Vincenzo Gioberti un illustre rappresentante; ovvero pensare agli orientamenti cattolico-liberali di Cesare Balbo, Massimo d’Azeglio, Raffaele Lambruschini”.
“Per il pensiero filosofico, politico ed anche giuridico risalta la grande figura di Antonio Rosmini, la cui influenza si è dispiegata nel tempo, fino ad informare punti significativi della vigente Costituzione italiana”.
Quanto alla “letteratura che tanto ha contribuito a 'fare gli italiani', cioè a dare loro il senso dell’appartenenza alla nuova comunità politica”, il Papa sottolinea l'opera di Alessandro Manzoni, “fedele interprete della fede e della morale cattolica”, e di Silvio Pellico, che “seppe testimoniare la conciliabilità dell’amor di Patria con una fede adamantina”.
“E di nuovo figure di santi, come san Giovanni Bosco, spinto dalla preoccupazione pedagogica a comporre manuali di storia Patria, che modellò l’appartenenza all’istituto da lui fondato su un paradigma coerente con una sana concezione liberale: 'cittadini di fronte allo Stato e religiosi di fronte alla Chiesa'”.
In particolare, però, il Papa ricorda “l’apporto fondamentale dei cattolici italiani alla elaborazione della Costituzione repubblicana del 1947”.
“Se il testo costituzionale fu il positivo frutto di un incontro e di una collaborazione tra diverse tradizioni di pensiero, non c’è alcun dubbio che solo i costituenti cattolici si presentarono allo storico appuntamento con un preciso progetto sulla legge fondamentale del nuovo Stato italiano”.
“Da lì prese l'avvio un impegno molto significativo dei cattolici italiani nella politica, nell’attività sindacale, nelle istituzioni pubbliche, nelle realtà economiche, nelle espressioni della società civile, offrendo così un contributo assai rilevante alla crescita del Paese, con dimostrazione di assoluta fedeltà allo Stato e di dedizione al bene comune e collocando l’Italia in proiezione europea”.
Il Pontefice ricorda inoltre il prezzo pagato dai cattolici “negli anni dolorosi ed oscuri del terrorismo”, citando gli omicidi di Aldo Moro e di Vittorio Bachelet.


“Questione Romana”
Nel suo Messaggio al Presidente Napolitano, il Papa vuole sottolineare la differenza tra la crisi politico-istituzionale che contrappose la Santa Sede e il nascente Stato italiano e il processo di unificazione in sé, a livello sociale, nel quale non ci fu scontro.
Questo processo “dovette inevitabilmente misurarsi col problema della sovranità temporale dei Papi”, “anche perché portava ad estendere ai territori via via acquisiti una legislazione in materia ecclesiastica di orientamento fortemente laicista”.
Ciò, ammette, “ebbe effetti dilaceranti nella coscienza individuale e collettiva dei cattolici italiani, divisi tra gli opposti sentimenti di fedeltà nascenti dalla cittadinanza da un lato e dall’appartenenza ecclesiale dall’altro”.
Ad ogni modo, “si deve riconoscere che, se fu il processo di unificazione politico-istituzionale a produrre quel conflitto tra Stato e Chiesa che è passato alla storia col nome di 'Questione Romana', suscitando di conseguenza l’aspettativa di una formale 'Conciliazione', nessun conflitto si verificò nel corpo sociale, segnato da una profonda amicizia tra comunità civile e comunità ecclesiale”.
La conciliazione, che ha avuto luogo nel 1929 con i Patti Lateranensi, “doveva avvenire fra le Istituzioni, non nel corpo sociale, dove fede e cittadinanza non erano in conflitto”.
“Anche negli anni della dilacerazione i cattolici hanno lavorato all’unità del Paese. L’astensione dalla vita politica, seguente il 'non expedit', rivolse le realtà del mondo cattolico verso una grande assunzione di responsabilità nel sociale”, aggiunge il Papa.
Si deve anche notare che, “finito il potere temporale, la Santa Sede, pur reclamando la più piena libertà e la sovranità che le spetta nell’ordine suo, ha sempre rifiutato la possibilità di una soluzione della 'Questione Romana' attraverso imposizioni dall’esterno, confidando nei sentimenti del popolo italiano e nel senso di responsabilità e giustizia dello Stato italiano”.


Dal Medioevo
Il Risorgimento del XIX secolo, spiega il Papa, “costituì il naturale sbocco di uno sviluppo identitario nazionale iniziato molto tempo prima”.
“Il Cristianesimo ha contribuito in maniera fondamentale alla costruzione dell’identità italiana attraverso l’opera della Chiesa, delle sue istituzioni educative ed assistenziali”, ma anche “mediante una ricchissima attività artistica: la letteratura, la pittura, la scultura, l’architettura, la musica”.
“Anche le esperienze di santità, che numerose hanno costellato la storia dell’Italia, contribuirono fortemente a costruire tale identità, non solo sotto lo specifico profilo di una peculiare realizzazione del messaggio evangelico”, “ma pure sotto il profilo culturale e persino politico”.
In questo senso, Benedetto XVI sottolinea ad esempio le figure di San Francesco di Assisi e di Santa Caterina da Siena.
“L’apporto della Chiesa e dei credenti al processo di formazione e di consolidamento dell’identità nazionale continua nell’età moderna e contemporanea”.
“Anche quando parti della penisola furono assoggettate alla sovranità di potenze straniere, fu proprio grazie a tale identità ormai netta e forte che, nonostante il perdurare nel tempo della frammentazione geopolitica, la Nazione italiana poté continuare a sussistere e ad essere consapevole di sé”.
Per questo, aggiunge, “l’unità d’Italia, realizzatasi nella seconda metà dell’Ottocento, ha potuto aver luogo non come artificiosa costruzione politica di identità diverse, ma come naturale sbocco politico di una identità nazionale forte e radicata, sussistente da tempo”.
Un'identità “al cui modellamento il Cristianesimo e la Chiesa hanno dato un contributo fondamentale”.
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mercoledì 16 marzo 2011

Italia61 (Contributi 443)

In occasione della festa per i 150 anni di questa Italia vi propongo l'ultimo editoriale di Samizdat On Line che è un'interessante riflessione dell'amico Berlicche di Torino che pone a noi tutti la domanda "cos'è l'Italia?" e "cosa siamo noi italiani?" se volete, deposta la reotirica e le frasi precotte, potete tentare una risposta..:

Quando da piccolo passavo per la zona sud di Torino, mi colpivano sempre alcune grandi strutture. Un binario di metropolitana che correva a diversi metri d'altezza e che si interrompeva bruscamente nel vuoto, la struttura di cemento già mangiata dall'umidità. Un palazzo a forma di fetta di formaggio fuso, dai vetri sporchi e circondato dagli sterpi. Un laghetto artificiale su cui correva il binario di cui sopra ridotto a palude. Chiedevo: cosa sono quelle cose? E mi si rispondeva: è Italia '61! Erano i resti titanici delle celebrazioni per i cento anni dell'Italia unita. Erano bastati una manciata d'anni per renderli relitti abbandonati, dispendiosi e difficilmente recuperabili.
A me, bambino cresciuto nella più roboante retorica risorgimentale, era una cosa difficilmente comprensibile. Avevo letto Cuore una decina di volte. Mazzini e Garibaldi erano i santi che ci avevano dato la nostra patria. Tutto era stato bello, eroico: la guerra contro il bieco austriaco, la gioiosa insurrezione popolare, i patrioti, i Mille...
Sono passati anni da allora, e sono cresciuto, Mi è stato insegnato a farmi domande, a tenere gli occhi spalancati, a vedere.
E ho visto che il Risorgimento è una menzogna gigantesca che ci è stata data da bere per anni e anni, e in cui c'è ben poco di giusto. Un'esposizione finita la quale gli acclamati traguardi si rivelano essere costosissimi ed ingestibili catafalchi.
Ma l'Italia, quest’Italia, da chi è fatta? Chi sono gli italiani? Cosa li unisce?
La lingua, dirà qualcuno. Ma centocinquant'anni fa questa lingua non è che fosse così chiara. La stragrande maggioranza degli italiani parlava solo dialetto. Re compreso. E alcuni di questi dialetti sono lontani dall'italiano come e più di altri linguaggi, sono lingue vere e proprie.
E neanche era vero che l'Italia gemesse sotto tallone straniero. A parte il lombardo-veneto, i sovrani delle altre terre erano tutti italianissimi, anche più dei Savoia. Se vogliamo dirla tutta anche il tallone degli Asburgo non è che fosse così oppressivo. Come, ad esempio in Veneto, hanno dovuto poi constatare le popolazioni.
Non discutiamo poi su alcuni luoghi come Nizza - che, non dimentichiamolo, ha dato i natali a Garibaldi - Val d'Aosta, Trentino, Istria la cui italianità è in bilico.
Italiano è solo quello al di sotto delle Alpi, più in su del Mediterrraneo? O esiste un qualcosa di più profondo, che non si può confondere con altro?
Perché qualcosa esiste, è chiaro. Ce l'abbiamo chiaro adesso come ce l'avevano chiaro nell'ottocento. A cui è stato appicicato qualcosa, ovvero che questo sentimento nazionale debba per forza esprimersi in uno stato-nazione univoco. La confusione tra stato e nazione, il dominio della politica (e del potere) sulla tradizione, sulla storia, sulla cultura è uno dei prodotti della Rivoluzione Francese.
Gli abitanti di Modena e Palermo si riconoscevano italiani anche senza un unico governo, dovunque esso stesso risiedesse.
E' facile far vedere, storiografia alla mano, che l'idea di stato unico sia stata propagandata e imposta come solo possibile risultato storico da chi aveva tutto l'interesse a farlo - i Savoia, con l'aiuto di alcune nazioni europee a dire la verità più interessate a far fuori il Papa che ad un'Italia unita.
L’Italia “una d'arme di lingua d'altare / di memorie di sangue e di cor” che il Manzoni cantava non andava necessariamente costruita andando, come fu, con l’arme contro gli altri suoi componenti.
Quello fu il risultato di quella tendenza umana a cercare il potere prima di ogni altra cosa.

Massimo D'Azeglio
 La dimostrazione spicciola di ciò è nella famosa frase del D’Azeglio "pur troppo s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gl'Italiani”. L’unità politica fu imposta a prezzo di una divisione molto più profonda, che ancora oggi si trascina.
Forse l'Italia andava fatta. Ma è stata riunita con l'inganno e il tradimento, con la sopraffazione e l'omicidio, con il massacro e la consapevole negazione di ogni norma del diritto dei popoli e delle nazioni. Questo è il lascito di quello che ci si ostina a chiamare Risorgimento, che pure ha annoverato tra i suoi anche alte figure ideali.
Qualcuno potrà anche dire che è andata bene così. Io non sono d'accordo. Tutto quel male l'abbiamo pagato caro, e continuiamo a pagarlo.
Almeno non si continui a raccontarci storie. Non pigliateci per scemi. E' ora di smetterla. Perché il male di oggi è il male di allora, e non possiamo uscire dal male di oggi se non chiamandolo con il suo nome.
Nel mondo attuale si tende di più alla divisione che all'unione. Le nazioni di un tempo si spezzano, gli indipendentismi prosperano. Forse varrebbe la pena ragionare su cosa possa tenere uniti ancora gli italiani, al di là di una retorica vuota; cosa convenga - e non solo in una prospettiva di egoismo spicciolo. Stesso problema che ci ripropone l’idea europea, su altra scala.
Cosa ci costa stare in un'Europa che cerca di imporre un pensiero unico, ad esempio, quando questo pensiero non sia il nostro.
L’Italia coincide con lo Stato, coincide con chi questo stato governa?
E quindi ritorniamo alla domanda iniziale: cosa sia questo nostro pensiero, cosa sia l’essere italiani. Cosa abbia a che fare con un inno e una bandiera, con una identità politica piuttosto che con una tradizione, un’identità che sebbene a volte negata ci porta ad essere quello che siamo. Cosa unisca gli uomini e cosa li separi.
Ancora una volta questione di persone, di libertà, di verità.
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