Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

mercoledì 29 giugno 2011

Ss Pietro e Paolo (Angelus 28)

Cari fratelli e sorelle!
Scusate il lungo ritardo. La Messa in onore dei Santi Pietro e Paolo è stata lunga e bella. E abbiamo pensato anche a quel bell’inno della Chiesa di Roma che comincia: “O Roma felix!”. Oggi nella solennità dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di questa Città, cantiamo così: “Felice Roma, perché fosti imporporata dal prezioso sangue di così grandi Principi. Non per tua lode, ma per i loro meriti ogni bellezza superi!”. Come cantano gli inni della tradizione orientale, i due grandi Apostoli sono le “ali” della conoscenza di Dio, che hanno percorso la terra sino ai suoi confini e si sono innalzate al cielo; essi sono anche le “mani” del Vangelo della grazia, i “piedi” della verità dell’annuncio, i “fiumi” della sapienza, le “braccia” della croce (cfr MHN, t. 5, 1899, p. 385). La testimonianza di amore e di fedeltà dei Santi Pietro e Paolo illumina i Pastori della Chiesa, per condurre gli uomini alla verità, formandoli alla fede in Cristo. San Pietro, in particolare, rappresenta l’unità del collegio apostolico. Per tale motivo, durante la liturgia celebrata questa mattina nella Basilica Vaticana, ho imposto a 41 Arcivescovi Metropoliti il pallio, che manifesta la comunione con il Vescovo di Roma nella missione di guidare il popolo di Dio alla salvezza. Scrive sant’Ireneo, Vescovo di Lione, che alla Chiesa di Roma “propter potentiorem principalitatem [per la sua peculiare principalità] deve convergere ogni altra Chiesa, cioè i fedeli che sono dovunque, perché in essa è stata sempre custodita la tradizione che viene dagli Apostoli” (Adversus haereses, III,3,2); così nel II secolo.
È la fede professata da Pietro a costituire il fondamento della Chiesa: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” – si legge nel Vangelo di Matteo (16,16). Il primato di Pietro è predilezione divina, come lo è anche la vocazione sacerdotale: “Né la carne né il sangue te lo hanno rivelato – dice Gesù – ma il Padre mio che è nei cieli” (Mt 16,17). Così accade a chi decide di rispondere alla chiamata di Dio con la totalità della propria vita. Lo ricordo volentieri in questo giorno, nel quale si compie per me il sessantesimo anniversario di Ordinazione sacerdotale. Grazie per la vostra presenza, per le vostre preghiere! Sono grato a voi, sono grato soprattutto al Signore per la sua chiamata e per il ministero affidatomi, e ringrazio coloro che, in questa circostanza, mi hanno manifestato la loro vicinanza e sostengono la mia missione con la preghiera, che da ogni comunità ecclesiale sale incessantemente a Dio (cfr At 12,5), traducendosi in adorazione a Cristo Eucaristia per accrescere la forza e la libertà di annunciare il Vangelo.
In questo clima, sono lieto di salutare cordialmente la Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, presente oggi a Roma, secondo la significativa consuetudine, per venerare i Santi Pietro e Paolo e condividere con me l’auspicio dell’unità dei cristiani voluta dal Signore. Invochiamo con fiducia la Vergine Maria, Regina degli Apostoli, affinché ogni battezzato diventi sempre più una “pietra viva” che costruisce il Regno di Dio.
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Omelia di Benedetto XVI per la solennità dei Ss Pietro e Paolo (Contributi 486)

Cari fratelli e sorelle,

Ordinazione Joseph Ratzinger 29/6/1951
 “Non iam dicam servos, sed amicos” – “Non vi chiamo più servi ma amici” (cfr Gv 15,15). A sessant’anni dal giorno della mia Ordinazione sacerdotale sento ancora risuonare nel mio intimo queste parole di Gesù, che il nostro grande Arcivescovo, il Cardinale Faulhaber, con la voce ormai un po’ debole e tuttavia ferma, rivolse a noi sacerdoti novelli al termine della cerimonia di Ordinazione. Secondo l’ordinamento liturgico di quel tempo, quest’acclamazione significava allora l’esplicito conferimento ai sacerdoti novelli del mandato di rimettere i peccati. “Non più servi ma amici”: io sapevo e avvertivo che, in quel momento, questa non era solo una parola “cerimoniale”, ed era anche più di una citazione della Sacra Scrittura. Ne ero consapevole: in questo momento, Egli stesso, il Signore, la dice a me in modo del tutto personale. Nel Battesimo e nella Cresima, Egli ci aveva già attirati verso di sé, ci aveva accolti nella famiglia di Dio. Tuttavia, ciò che avveniva in quel momento, era ancora qualcosa di più. Egli mi chiama amico. Mi accoglie nella cerchia di coloro ai quali si era rivolto nel Cenacolo. Nella cerchia di coloro che Egli conosce in modo del tutto particolare e che così Lo vengono a conoscere in modo particolare. Mi conferisce la facoltà, che quasi mette paura, di fare ciò che solo Egli, il Figlio di Dio, può dire e fare legittimamente: Io ti perdono i tuoi peccati. Egli vuole che io – per suo mandato – possa pronunciare con il suo “Io” una parola che non è soltanto parola bensì azione che produce un cambiamento nel più profondo dell’essere. So che dietro tale parola c’è la sua Passione per causa nostra e per noi. So che il perdono ha il suo prezzo: nella sua Passione, Egli è disceso nel fondo buio e sporco del nostro peccato. È disceso nella notte della nostra colpa, e solo così essa può essere trasformata. E mediante il mandato di perdonare Egli mi permette di gettare uno sguardo nell’abisso dell’uomo e nella grandezza del suo patire per noi uomini, che mi lascia intuire la grandezza del suo amore. Egli si confida con me: “Non più servi ma amici”. Egli mi affida le parole della Consacrazione nell’Eucaristia. Egli mi ritiene capace di annunciare la sua Parola, di spiegarla in modo retto e di portarla agli uomini di oggi. Egli si affida a me. “Non siete più servi ma amici”: questa è un’affermazione che reca una grande gioia interiore e che, al contempo, nella sua grandezza, può far venire i brividi lungo i decenni, con tutte le esperienze della propria debolezza e della sua inesauribile bontà.
“Non più servi ma amici”: in questa parola è racchiuso l’intero programma di una vita sacerdotale.
Che cosa è veramente l’amicizia? Idem velle, idem nolle – volere le stesse cose e non volere le stesse cose, dicevano gli antichi. L’amicizia è una comunione del pensare e del volere. Il Signore ci dice la stessa cosa con grande insistenza: “Conosco i miei e i miei conoscono me” (cfr Gv 10,14). Il Pastore chiama i suoi per nome (cfr Gv 10,3). Egli mi conosce per nome. Non sono un qualsiasi essere anonimo nell’infinità dell’universo. Mi conosce in modo del tutto personale. Ed io, conosco Lui? L’amicizia che Egli mi dona può solo significare che anch’io cerchi di conoscere sempre meglio Lui; che io, nella Scrittura, nei Sacramenti, nell’incontro della preghiera, nella comunione dei Santi, nelle persone che si avvicinano a me e che Egli mi manda, cerchi di conoscere sempre di più Lui stesso. L’amicizia non è soltanto conoscenza, è soprattutto comunione del volere. Significa che la mia volontà cresce verso il “sì” dell’adesione alla sua. La sua volontà, infatti, non è per me una volontà esterna ed estranea, alla quale mi piego più o meno volentieri oppure non mi piego. No, nell’amicizia la mia volontà crescendo si unisce alla sua, la sua volontà diventa la mia, e proprio così divento veramente me stesso. Oltre alla comunione di pensiero e di volontà, il Signore menziona un terzo, nuovo elemento: Egli dà la sua vita per noi (cfr Gv 15,13; 10,15). Signore, aiutami a conoscerti sempre meglio! Aiutami ad essere sempre più una cosa sola con la tua volontà! Aiutami a vivere la mia vita non per me stesso, ma a viverla insieme con Te per gli altri! Aiutami a diventare sempre di più Tuo amico!
La parola di Gesù sull’amicizia sta nel contesto del discorso sulla vite. Il Signore collega l’immagine della vite con un compito dato ai discepoli: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16).
Il primo compito dato ai discepoli, agli amici, è quello di mettersi in cammino - costituiti perché andiate -, di uscire da se stessi e di andare verso gli altri. Possiamo qui sentire insieme anche la parola del Risorto rivolta ai suoi, con la quale san Matteo conclude il suo Vangelo: “Andate ed insegnate a tutti i popoli…” (cfr Mt 28,19s). Il Signore ci esorta a superare i confini dell’ambiente in cui viviamo, a portare il Vangelo nel mondo degli altri, affinché pervada il tutto e così il mondo si apra per il Regno di Dio. Ciò può ricordarci che Dio stesso è uscito da sé, ha abbandonato la sua gloria, per cercare noi, per portarci la sua luce e il suo amore. Vogliamo seguire il Dio che si mette in cammino, superando la pigrizia di rimanere adagiati su noi stessi, affinché Egli stesso possa entrare nel mondo.
Dopo la parola sull’incamminarsi, Gesù continua: portate frutto, un frutto che rimanga! Quale frutto Egli attende da noi? Qual è il frutto che rimane? Ebbene, il frutto della vite è l’uva, dalla quale si prepara poi il vino. Fermiamoci per il momento su questa immagine. Perché possa maturare uva buona, occorre il sole ma anche la pioggia, il giorno e la notte. Perché maturi un vino pregiato, c’è bisogno della pigiatura, ci vuole la pazienza della fermentazione, la cura attenta che serve ai processi di maturazione. Del vino pregiato è caratteristica non soltanto la dolcezza, ma anche la ricchezza delle sfumature, l’aroma variegato che si è sviluppato nei processi della maturazione e della fermentazione. Non è forse questa già un’immagine della vita umana, e in modo del tutto particolare della nostra vita da sacerdoti? Abbiamo bisogno del sole e della pioggia, della serenità e della difficoltà, delle fasi di purificazione e di prova come anche dei tempi di cammino gioioso con il Vangelo. Volgendo indietro lo sguardo possiamo ringraziare Dio per entrambe le cose: per le difficoltà e per le gioie, per le ore buie e per quelle felici. In entrambe riconosciamo la continua presenza del suo amore, che sempre di nuovo ci porta e ci sopporta.
Ora, tuttavia, dobbiamo domandarci: di che genere è il frutto che il Signore attende da noi? Il vino è immagine dell’amore: questo è il vero frutto che rimane, quello che Dio vuole da noi. Non dimentichiamo, però, che nell’Antico Testamento il vino che si attende dall’uva pregiata è soprattutto immagine della giustizia, che si sviluppa in una vita vissuta secondo la legge di Dio! E non diciamo che questa è una visione veterotestamentaria e ormai superata: no, ciò rimane vero sempre. L’autentico contenuto della Legge, la sua summa, è l’amore per Dio e per il prossimo. Questo duplice amore, tuttavia, non è semplicemente qualcosa di dolce. Esso porta in sé il carico della pazienza, dell’umiltà, della maturazione nella formazione ed assimilazione della nostra volontà alla volontà di Dio, alla volontà di Gesù Cristo, l’Amico. Solo così, nel diventare l’intero nostro essere vero e retto, anche l’amore è vero, solo così esso è un frutto maturo. La sua esigenza intrinseca, la fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, richiede sempre di essere realizzata anche nella sofferenza. Proprio così cresce la vera gioia. Nel fondo, l’essenza dell’amore, del vero frutto, corrisponde con la parola sul mettersi in cammino, sull’andare: amore significa abbandonarsi, donarsi; reca in sé il segno della croce. In tale contesto Gregorio Magno ha detto una volta: Se tendete verso Dio, badate di non raggiungerlo da soli (cfr H Ev 1,6,6: PL 76, 1097s) – una parola che a noi, come sacerdoti, deve essere intimamente presente ogni giorno.
Cari amici, forse mi sono trattenuto troppo a lungo con la memoria interiore sui sessant’anni del mio ministero sacerdotale. Adesso è tempo di pensare a ciò che è proprio di questo momento.
Nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo rivolgo anzitutto il mio più cordiale saluto al Patriarca Ecumenico Bartolomeo I e alla Delegazione che ha inviato, e che ringrazio vivamente per la gradita visita nella lieta circostanza dei Santi Apostoli Patroni di Roma. Saluto anche i Signori Cardinali, i Fratelli nell’Episcopato, i Signori Ambasciatori e le Autorità civili, come pure i sacerdoti, i compagni della mia prima Messa, i religiosi e i fedeli laici. Tutti ringrazio per la presenza e per la preghiera.
Agli Arcivescovi Metropoliti nominati dopo l’ultima Festa dei grandi Apostoli viene ora imposto il pallio. Che cosa significa? Questo può ricordarci innanzitutto il giogo dolce di Cristo che ci viene posto sulle spalle (cfr Mt 11,29s). Il giogo di Cristo è identico alla sua amicizia. È un giogo di amicizia e perciò un “giogo dolce”, ma proprio per questo anche un giogo che esige e che plasma. È il giogo della sua volontà, che è una volontà di verità e di amore. Così è per noi soprattutto anche il giogo di introdurre altri nell’amicizia con Cristo e di essere a disposizione degli altri, di prenderci come Pastori cura di loro. Con ciò siamo giunti ad un ulteriore significato del pallio: esso viene intessuto con la lana di agnelli, che vengono benedetti nella festa di sant’Agnese. Ci ricorda così il Pastore diventato Egli stesso Agnello, per amore nostro. Ci ricorda Cristo che si è incamminato per le montagne e i deserti, in cui il suo agnello, l’umanità, si era smarrito. Ci ricorda Lui, che ha preso l’agnello, l’umanità – me – sulle sue spalle, per riportarmi a casa. Ci ricorda in questo modo che, come Pastori al suo servizio, dobbiamo anche noi portare gli altri, prendendoli, per così dire, sulle nostre spalle e portarli a Cristo. Ci ricorda che possiamo essere Pastori del suo gregge che rimane sempre suo e non diventa nostro. Infine, il pallio significa molto concretamente anche la comunione dei Pastori della Chiesa con Pietro e con i suoi successori – significa che noi dobbiamo essere Pastori per l’unità e nell’unità e che solo nell’unità di cui Pietro è simbolo guidiamo veramente verso Cristo.
Sessant’anni di ministero sacerdotale – cari amici, forse ho indugiato troppo nei particolari. Ma in quest’ora mi sono sentito spinto a guardare a ciò che ha caratterizzato i decenni. Mi sono sentito spinto a dire a voi – a tutti i sacerdoti e Vescovi come anche ai fedeli della Chiesa – una parola di speranza e di incoraggiamento; una parola, maturata nell’esperienza, sul fatto che il Signore è buono. Soprattutto, però, questa è un’ora di gratitudine: gratitudine al Signore per l’amicizia che mi ha donato e che vuole donare a tutti noi. Gratitudine alle persone che mi hanno formato ed accompagnato. E in tutto ciò si cela la preghiera che un giorno il Signore nella sua bontà ci accolga e ci faccia contemplare la sua gioia. Amen.
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Il primo saluto di Mons.Scola a Milano (Contributi 485)

Ecco il primo messaggio che il Patriarca di Venezia, prossimo Arcivescovo di Milano ha indirizzato ai suoi nuovi concittadini:

Al carissimo confratello nell’episcopato Card. Dionigi,
a tutti i fedeli della Chiesa ambrosiana,
a tutti gli abitanti dell’Arcidiocesi di Milano,


mi preme accompagnare la decisione del Santo Padre di nominarmi Arcivescovo di Milano con un primo affettuoso saluto.
Voi comprenderete quanto la notizia, che mi è stata comunicata qualche giorno fa, trovi il mio cuore ancora oggi in un certo travaglio. Lasciare Venezia dopo quasi dieci anni domanda sacrificio. D’altro canto la Chiesa di Milano è la mia Chiesa madre. In essa sono nato e sono stato simultaneamente svezzato alla vita e alla fede.
L’obbedienza è l’appiglio sicuro per la serena certezza di questo passo a cui sono chiamato.
Attraverso il Papa Benedetto XVI l’obbedienza mia e Vostra è a Cristo Gesù. Per Lui e solo per Lui io sono mandato a Voi.
E comunicare la bellezza, la verità e la bontà di Gesù Risorto è l’unico scopo dell’esistenza della Chiesa e del ministero dei suoi pastori. Infatti, la ragion d’essere della Chiesa, popolo di Dio in cammino, è lasciar risplendere sul suo volto Gesù Cristo, Luce delle genti. Quel Volto crocifisso che, secondo la profonda espressione di San Carlo, «faceva trasparire l’immensa luminosità della divina bontà, l’abbagliante splendore della giustizia, l’indicibile bellezza della misericordia, l’amore ardentissimo per gli uomini tutti» (Omelia del 16 marzo 1584).
Gesù Risorto accompagna veramente il cristiano nella vita di ogni giorno e il Crocifisso è oggettivamente speranza affidabile per ogni uomo e ogni donna.
In questo momento chiedo a Voi tutti, ai Vescovi ausiliari, ai presbiteri, ai diaconi, ai consacrati e alle consacrate, ai fedeli laici l’accoglienza della fede e la carità della preghiera. Lo chiedo in particolare alle famiglie, anche in vista del VII Incontro mondiale.
Vi assicuro che il mio cuore ha già fatto spazio a tutti e a ciascuno.
Sono preso a servizio di una Chiesa che lo Spirito ha arricchito di preziosi e variegati tesori di vita cristiana dall’origine fino ai nostri giorni. Lo abbiamo visto, pieni di gratitudine, anche nelle beatificazioni di domenica scorsa. Mi impegno a svolgere questo servizio favorendo la pluriformità nell’unità. Sono consapevole dell’importanza della Chiesa ambrosiana per gli sviluppi dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso.
Questo mio saluto si rivolge anche a tutti gli uomini e le donne che vivono le molte realtà civili della Diocesi di Milano, ed in modo particolare alle Autorità costituite di ogni ordine e grado: «L’uomo è la via della Chiesa, e Cristo è la via dell’uomo» (Benedetto XVI, Omelia nella beatificazione di Giovanni Paolo II, 1.05.2011).
Vengo a Voi con animo aperto e sentimenti di simpatia e oso sperare da parte Vostra atteggiamenti analoghi verso di me.
Chiedo al Signore di potermi inserire, con umile e realistica fiducia, nella lunga catena degli Arcivescovi che si sono spesi per la nostra Chiesa. Come non citarne qui almeno taluni che ci hanno preceduto all’altra riva? Ambrogio, Carlo, Federigo, il card. Ferrari, Pio XI, il card. Tosi, il card. Schüster, Paolo VI e il card. Colombo.
Ho bisogno di Voi, di tutti Voi, del Vostro aiuto, ma soprattutto, in questo momento, del Vostro affetto.
Chiedo in particolare la preghiera dei bambini, degli anziani, degli ammalati, dei più poveri ed emarginati. Lo scambio d’amore con loro, ne sono certo, è ancor oggi prezioso alimento per l’operosità dei mondi che hanno fatto e fanno grande Milano: dalla scuola all’università, dal lavoro all’economia, alla politica, al mondo della comunicazione e dell’editoria, alla cultura, all’arte, alla magnanima condivisione sociale…
Un augurio particolare voglio rivolgere alle migliaia e migliaia di persone che sono impegnate negli oratori feriali, nei campi-scuola, nelle vacanze guidate, e in special modo ai giovani che si preparano alla Giornata mondiale della Gioventù di Madrid.
Domando una preghiera speciale alle comunità monastiche.
Nel porgere a Voi tutti questo primo saluto, voglio dire il mio intenso affetto collegiale ai Cardinali Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi.
Non voglio concludere queste righe senza esprimere fin da ora la mia gratitudine a tutti i sacerdoti, primi collaboratori del Vescovo, di cui ben conosco l’ambrosiana, diuturna dedizione ecclesiale e la capillare disponibilità verso gli uomini e le donne del vasto territorio diocesano.
Mi affido all’intercessione della Madonnina che, dall’alto del Duomo, protegge il popolo ambrosiano.
In attesa di incontrarVi, nel Signore Vi benedico.
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martedì 28 giugno 2011

Scola arcivescovo a Milano (Contributi 484)

Ecco un articolo di Andrea Tornielli da La Bussola sulla nomina di Mons. Scola a Arcivescovo di Milano:

La nomina del patriarca di Venezia Angelo Scola ad arcivescovo di Milano, annunciata ufficialmente oggi, è destinata a chiudere per sempre un’epoca fin troppo lunga nella storia recente della Chiesa. Quella che ha visto contrapporsi la Chiesa come istituzione ai nuovi movimenti sorti negli ultimi decenni; quella della contrapposizione tra l’associazionismo tradizionale, rappresentato dall’Azione Cattolica, e il «movimentismo» di Comunione e Liberazione, Neocatecumenali, Rinnovamento nello Spirito, etc. etc.
La scelta di Benedetto XVI, che si è dimostrato un accorto regista e ha fatto in modo che la scelta su Scola fosse condivisa dai suoi principali collaboratori, sancisce questa realtà: la provenienza dalle fila di un movimento non preclude a un sacerdote di assurgere anche ai livelli più alti della gerarchia, anche nella diocesi che quel movimento ha visto sorgere, anche nella diocesi dove più di un arcivescovo ha osteggiato o mal tollerato prima la presenza e poi lo stile di quel movimento.
Scola, prima come vescovo di Grosseto e poi come patriarca di Venezia, ha dimostrato di saper essere un padre per tutti (come dev’essere ogni vescovo), e pur senza mai dimenticare il suo passato e gli accenti dell’incontro con don Giussani – con Gioventù Studentesca prima e con Cl poi – si è mostrato libero. Come peraltro risulta evidente dalla scelta dei collaboratori e dalla sua attività pastorale.
All’origine della designazione di oggi c’è innanzitutto la stima del Papa per il cardinale, da lui conosciuto quarant’anni fa, nel momento in cui un gruppo di teologi contrari a considerare il Concilio concluso da più di un lustro come un cantiere permanente, decise di dar vita alla rivista, Communio, sottolineando l’importanza fondamentale della comunione nella Chiesa. Tra questi c’erano Henri De Lubac, Hans Urs von Balthalsar. Scola ed Eugenio Corecco (il secondo, scomparso da anni, sarà vescovo di Lugano): incontrarono Ratzinger e si proposero per curare l’edizione italiana della rivista, divenuta una fucina di vescovi e cardinali.
La stima di Benedetto XVI per Scola non è mai venuta meno: il Papa ha voluto mandare a Milano un arcivescovo all’altezza della grande tradizione ambrosiana, un intellettuale pastore di livello, che in questi anni ha sempre saputo coniugare il lavoro intellettuale e accademico con un’azione pastorale attenta agli ultimi, ai poveri, ai malati.
Sarebbe sbagliato leggere l’arrivo del patriarca di Venezia nella grande diocesi ambrosiana come una «rivincita» personale di Scola o di Cl. È più semplicemente il segno che certe ferite si sono chiuse e che non ha più ragione di essere, in una società secolarizzata come quella in cui viviamo, la contrapposizione tra istituzione e carismi, pur senza mai dimenticare l’insopprimibile esigenza dell’unità attorno al vescovo, dell’obbedienza al magistero del Papa, della necessità per ogni realtà ecclesiale di integrarsi con le altre.
C’è bisogno dell’apporto di tutti per proporre l’incontro con Gesù, la bellezza e la ragionevolezza della fede cristiana nel mondo di oggi.
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domenica 26 giugno 2011

Corpus Domini (Angelus 27)

Cari fratelli e sorelle!
Oggi, in Italia e in altri Paesi, si celebra il Corpus Domini, la festa dell’Eucaristia, il Sacramento del Corpo e Sangue del Signore, che Egli ha istituito nell’Ultima Cena e che costituisce il tesoro più prezioso della Chiesa.
L’Eucaristia è come il cuore pulsante che dà vita a tutto il corpo mistico della Chiesa: un organismo sociale tutto basato sul legame spirituale ma concreto con Cristo. Come afferma l’apostolo Paolo: “Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1Cor 10,17).
Senza l’Eucaristia la Chiesa semplicemente non esisterebbe.
E’ l’Eucaristia, infatti, che fa di una comunità umana un mistero di comunione, capace di portare Dio al mondo e il mondo a Dio. Lo Spirito Santo, che trasforma il pane e il vino nel Corpo e Sangue di Cristo, trasforma anche quanti lo ricevono con fede in membra del corpo di Cristo, così che la Chiesa è realmente sacramento di unità degli uomini con Dio e tra di loro.
In una cultura sempre più individualistica, quale è quella in cui siamo immersi nelle società occidentali, e che tende a diffondersi in tutto il mondo, l’Eucaristia costituisce una sorta di “antidoto”, che opera nelle menti e nei cuori dei credenti e continuamente semina in essi la logica della comunione, del servizio, della condivisione, insomma, la logica del Vangelo. I primi cristiani, a Gerusalemme, erano un segno evidente di questo nuovo stile di vita, perché vivevano in fraternità e mettevano in comune i loro beni, affinché nessuno fosse indigente (cfr At 2,42-47). Da che cosa derivava tutto questo? Dall’Eucaristia, cioè da Cristo risorto, realmente presente in mezzo ai suoi discepoli e operante con la forza dello Spirito Santo.
E anche nelle generazioni seguenti, attraverso i secoli, la Chiesa, malgrado i limiti e gli errori umani, ha continuato ad essere nel mondo una forza di comunione. Pensiamo specialmente ai periodi più difficili, di prova: che cosa ha significato, ad esempio, per i Paesi sottoposti a regimi totalitari, la possibilità di ritrovarsi alla Messa domenicale! Come dicevano gli antichi martiri di Abitene: “Sine Dominico non possumus” – senza il “Dominicum”, cioè senza l’Eucaristia domenicale non possiamo vivere. Ma il vuoto prodotto dalla falsa libertà può essere altrettanto pericoloso, e allora la comunione con il Corpo di Cristo è farmaco dell’intelligenza e della volontà, per ritrovare il gusto della verità e del bene comune.
Cari amici, invochiamo la Vergine Maria, che il mio Predecessore, il beato Giovanni Paolo II ha definito “Donna eucaristica” (Ecclesia de Eucharistia, 53-58). Alla sua scuola, anche la nostra vita diventi pienamente “eucaristica”, aperta a Dio e agli altri, capace di trasformare il male in bene con la forza dell’amore, protesa a favorire l’unità, la comunione, la fraternità.
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giovedì 23 giugno 2011

Lettera di Padre Aldo 21/6/2011 (Interventi 93)

In questo post propongo in realtà due lettere di Padre Aldo Trento dal Paraguay, la prima del 21/6 e la seconda del 17/6. Sono entrambe due testimonianze bellissime di un modo diverso di stare di fronte alla realtà, anche a quella più dura....

Carissimi,
ecco le foto ricordo degli 11 bimbi della “Casetta di Betlemme” battezzati domenica. La maggioranza di loro non ha nessuno, ma adesso possono dire “Padre” al Mistero. Che responsabilità per me e gli amici che il loro battesimo ci ha regalato! Una responsabilità possibile a viverla solo se il mio io è definito momento per momento dalla certezza “Io sono Tu che mi fai”. Da questa certezza dipende tutto il cammino educativo e la loro maturità.
Li guardo e vedo la grandezza e bellezza del Mistero che ha permesso che nascessero in condizioni disumane e violente per poi riprenderseli e portarli dove Sua Presenza è evidente.
Li guardo e commosso penso a quanto dice il profeta: “prima di formarti nel ventre di tua madre io ho pronunciato il tuo nome”.
Che bello: io come i miei piccoli siamo stati pensati da sempre da parte di Dio! Che bello: io come i miei bambini siamo stati chiamati per nome, ossia siamo Suoi, gli apparteniamo da sempre. Allora il modo con cui siamo stati concepiti è secondario (non perché non sia importante…anzi) perché la nostra identità viene prima, viene dall´eternità. Allora anche se concepito nella violenza, questo non definisce più la mia personalità.
L´aborto è terribile perché elimina un nome che Dio ha pronunciato da sempre.
Allora capite perché sono dei tesori per me le bambine incinta, anche di 12 anni d´età, che abitano con noi, salvate da quelle diaboliche ONG che fanno di tutto perché abortiscano.
Una ragazzina delle favelas, vittima dall´etá di 9 anni del CRACK, non voleva il bambino di cui era incinta ed è arrivata in condizioni indescrivibili. Ha partorito una bellissima bambina (lei ha 15 anni) e all´inizio non la accettava. Sono passati tre mesi e lei, la mamma, è un´altra, è una vera donna, una vera mamma. Anche il suo aspetto fisico è cambiato: è bella, ben vestita, pulita, orgogliosa della sua femminilità. Vederla allattare la sua bambina fa una tenerezza enorme.
Non più il passato come “piragnita” (da piragne, è il gergo che usano questi bambini delle favelas che rubano, ne fanno di tutti i colori) ma un inizio di coscienza di essere frutto dell´ESSERE, di quel “Tu che mi fai”. Certo dentro una compagnia di 24 ore. Ma è così che il Mistero ci fa compagnia. Lucilla, la figlia dell´amico Luigi Amiconi, oggi diceva: “Io non faccio altro che dire “Si” a Liz (una bambina con gravissimi problemi psichici, di movimento e fisici), e questo “SI” ha cambiato Liz e ha cambiato me.
E dire “SI” vuol dire rispondere ai suoi bisogni, vuol dire stare sempre con lei. E questo “SI” che dico a lei, lo dico a tutti i bambini.
Ma posso dirlo perché un altro lo dice a me”.
Ed è proprio bello vedere questa bambina di 12 anni, ma sembra che ne abbia la metà, e non parla, vederla felice e che fa di tutto per rispondere alle provocazioni di Lucilla. E Lucilla che la guarda, la guarda per percepire cosa vuole, cosa la realtà le chiede per rispondere “SI”.
Educare è solo dire “SI” alla realtà.
P. Aldo
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Cari amici, prima o poi dovremmo morire, anche se spesso ci dimentichiamo, allora come vorresti morire?
Aldo, un uomo di 36 anni ammalato terminale di cancro arrivando alla clinica mi ha detto: ”sono venuto qui perché voglio prepararmi bene all´incontro definitivo con Gesù. Voglio morire con dignità, cioè con il Santo Rosario in mano e Gesù Eucaristico. Il rosario è la mia arma per vincere questa battaglia finale. Padre, accompagnami in questa lotta perché io voglio vedere Gesù”.
Dio conceda a tutti noi questa libertà.
P. Aldo
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martedì 21 giugno 2011

La laicità di Benedetto (Contributi 483)

Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro scrive su il Sussidiario un commento alla recente visita di Benedetto XVI nella sua diocesi:

Mons. Luigi Negri
Un evento di grazia, la visita di Benedetto XVI nella Chiesa di San Marino-Montefeltro, che ha investito tutta la società sanmarinese e feretrana. La presenza del Papa, come testimone inimitabile della fede in Gesù Cristo, mantiene ciò che promette, realizza il cambiamento dell’intelligenza e del cuore dell’uomo, e perciò pone le condizioni, come ha detto il Santo Padre, per cambiare anche le strutture del mondo.
La fede in Cristo affonda qui le sue radici in una storia che si può propriamente definire una storia benedetta. Questa fede ha creato e custodito la cultura del popolo, e per essa ha potuto realizzare quella che Giovanni Paolo II ha chiamato «la civiltà della verità e dell’amore». Non una vicenda astrattamente ideale, ma reale, storica, in cui le vicende della vita personale, familiare, dei gruppi, delle etnie, vissute e affrontate nella «radicalità» della fede, hanno forgiato un’esperienza di positività ultima della vita.
In questa terra, per secoli, la fede ha cantato il suo gloria a Dio attraverso una straordinaria esperienza estetica - quella delle infinite espressioni dell’arte popolare cristiana che gremiscono le nostre chiese, le nostre case, le nostre piazze; che accompagnavano, con la compagnia quotidiana del volto della Madonna, il cammino del viandante. Anche nelle circostanze negative, anche nelle lunghe stagioni di guerra e di fame, la vita di ogni giorno è così diventata un inno, un inno della vita quotidiana al senso più profondo di essa.
Ma la ragione, l’intelletto, la conoscenza, la capacità di manipolazione della realtà - in una parola, la cultura di questo popolo, è oggi largamente soggetta alla mentalità dominante. A quella mentalità per la quale l’unica risorsa che l’uomo ha per affrontare la sua vita è se stesso, la sua intelligenza, i suoi progetti, le sue capacità tecnologico-scientifiche.
Il Papa è entrato di schianto dentro questo dualismo tra una fede sentimentale e una ragione sostanzialmente atea per richiamare, in modo amabile ma vigoroso, che la fede è il fondamento unico di tutta la vita dell’uomo, e di questo fondamento l’uomo è chiamato ad assumersi, in prima persona, tutta la responsabilità. Quest’appello chiama l’uomo a vivere la tradizione non semplicemente come un dato sentimentale del passato, ma come un’esperienza che unifica la persona ora e le dà motivazioni per vivere, per lavorare, per soffrire, per lottare, per morire.
Il popolo di San Marino e del Montefeltro ha accolto con un crescendo di entusiasmo la presenza di un Papa che ha richiamato come presente ciò che la maggior parte riteneva al massimo un passato, per quanto dignitoso, ma pur sempre un passato. Agli adulti come ai giovani, Papa Benedetto ha riproposto l’avvenimento nella fede come appartenenza e sequela della Chiesa, come comunione vissuta, come cultura che nasce dalla fede, come carità che sgorga dal cuore stesso di Dio, come il grande evento da vivere, oggi, per sé e per il mondo.
Nei suoi interventi alla comunità politica - e penso al discorso rivolto ai Capitani Reggenti - ha indicato le vie di quella che ha chiamato una «sana laicità»: l’impegno solidale di uomini che vivendo fino in fondo la propria identità culturale e religiosa, sanno creare uno spazio sociale nel quale i diritti sono reciprocamente riconosciuti e attivati. Solo così la realtà sociale viene investita da una capacità di dialogo, di confronto e di collaborazione che rende possibile il perseguimento del bene comune, che è il bene della concreta società.
Ai giovani, il Papa ha dettato la via per un’impresa nuova. Vivere il cristianesimo come cammino di appartenenza e di obbedienza reciproca nel mistero di Cristo e della Chiesa, rende finalmente i giovani, all’opposto di quello che i mass-media propongono come modello, protagonisti della loro propria vita.
L’evento di grazia, irripetibile, di quest’ultima domenica della Trinità ha segnato in maniera indelebile la vita di un popolo. Occorre seguirlo, certi che Cristo - come ha detto il Pontefice - «è la Parola definitiva pronunciata sulla nostra storia».
Sullo stesso tema potete leggere anche QUESTA intervista
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domenica 19 giugno 2011

Omelia di Benedetto XVI allo Stadio di Serravalle, R. S.Marino (Contributi 482)

Cari fratelli e sorelle!
E’ grande la mia gioia nel poter spezzare con voi il pane della Parola di Dio e dell’Eucaristia e potervi indirizzare, cari Sammarinesi, il mio più cordiale saluto. Rivolgo uno speciale pensiero ai Capitani Reggenti ed alle altre Autorità politiche e civili, presenti a questa celebrazione eucaristica; saluto con affetto il vostro Vescovo, Mons. Luigi Negri, che ringrazio per le cortesi parole rivoltemi, e, con lui, tutti i sacerdoti e fedeli della diocesi di San Marino-Montefeltro; saluto ciascuno di voi e vi esprimo la mia viva riconoscenza per la cordialità e l’affetto con cui mi avete accolto. Sono venuto per condividere con voi gioie e speranze, fatiche e impegni, ideali e aspirazioni di questa Comunità diocesana. So che anche qui non mancano difficoltà, problemi e preoccupazioni. A tutti voglio assicurare la mia vicinanza ed il mio ricordo nella preghiera, a cui unisco l’incoraggiamento a perseverare nella testimonianza dei valori umani e cristiani, così profondamente radicati nella fede e nella storia di questo territorio e della sua popolazione, con la sua fede granitica della quale ha parlato Sua Eccellenza.
Celebriamo oggi la festa della Santissima Trinità: Dio Padre e Figlio e Spirito Santo, festa di Dio, del centro della nostra fede. Quando si pensa alla Trinità, per lo più viene in mente l’aspetto del mistero: sono Tre e sono Uno, un solo Dio in tre Persone.
In realtà Dio non può essere altro che un mistero per noi nella sua grandezza, e tuttavia Egli si è rivelato: possiamo conoscerlo nel suo Figlio, e così anche conoscere il Padre e lo Spirito Santo.
 La liturgia di oggi, invece, attira la nostra attenzione non tanto sul mistero, ma sulla realtà di amore che è contenuta in questo primo e supremo mistero della nostra fede. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono uno, perché amore e l’amore è la forza vivificante assoluta, l’unità creata dall’amore è più unità di un’unità puramente fisica. Il Padre dà tutto al Figlio; il Figlio riceve tutto dal Padre con riconoscenza; e lo Spirito Santo è come il frutto di questo amore reciproco del Padre e del Figlio. I testi della Santa Messa di oggi parlano di Dio e perciò parlano di amore; non si soffermano tanto sul mistero delle tre Persone, ma sull’amore che ne costituisce la sostanza e l’unità e trinità nello stesso momento.
Il primo brano che abbiamo ascoltato è tratto dal Libro dell’Esodo - su di esso mi sono soffermato in una recente Catechesi del mercoledì - ed è sorprendente che la rivelazione dell’amore di Dio avvenga dopo un gravissimo peccato del popolo. Si è appena concluso il patto di alleanza presso il monte Sinai, e già il popolo manca di fedeltà. L’assenza di Mosè si prolunga e il popolo dice: «Ma dov’è rimasto questo Mosé, dov’è il suo Dio?», e chiede ad Aronne di fargli un dio che sia visibile, accessibile, manovrabile, alla portata dell’uomo, invece di questo misterioso Dio invisibile, lontano. Aronne acconsente e prepara un vitello d’oro. Scendendo dal Sinai, Mosè vede ciò che è accaduto e spezza le tavole dell’alleanza, che è già spezzata, rotta, due pietre su cui erano scritte le “Dieci Parole”, il contenuto concreto del patto con Dio. Tutto sembra perduto, l’amicizia subito, fin dall’inizio, già spezzata. Eppure, nonostante questo gravissimo peccato del popolo, Dio, per intercessione di Mosè, decide di perdonare ed invita Mosè a risalire sul monte per ricevere di nuovo la sua legge, i dieci Comandamenti e rinnovare il patto. Mosè chiede allora a Dio di rivelarsi, di fargli vedere il suo volto. Ma Dio non mostra il volto, rivela piuttosto il suo essere pieno di bontà con queste parole: «Il Signore, Il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34,8). E questo è il Volto di Dio.
Questa auto-definizione di Dio manifesta il suo amore misericordioso: un amore che vince il peccato, lo copre, lo elimina. E possiamo essere sempre sicuri di questa bontà che non ci lascia. Non ci può essere rivelazione più chiara. Noi abbiamo un Dio che rinuncia a distruggere il peccatore e che vuole manifestare il suo amore in maniera ancora più profonda e sorprendente proprio davanti al peccatore per offrire sempre la possibilità della conversione e del perdono.
Il Vangelo completa questa rivelazione, che ascoltiamo nella prima lettura, perché indica fino a che punto Dio ha mostrato la sua misericordia. L’evangelista Giovanni riferisce questa espressione di Gesù: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (3,16).
Nel mondo c’è il male, c’è egoismo, c’è cattiveria e Dio potrebbe venire per giudicare questo mondo, per distruggere il male, per castigare coloro che operano nelle tenebre. Invece Egli mostra di amare il mondo, di amare l’uomo, nonostante il suo peccato, e invia ciò che ha di più prezioso: il suo Figlio unigenito.
E non solo Lo invia, ma ne fa dono al mondo.
Gesù è il Figlio di Dio che è nato per noi, che è vissuto per noi, che ha guarito i malati, perdonato i peccati, accolto tutti. Rispondendo all’amore che viene dal Padre, il Figlio ha dato la sua stessa vita per noi: sulla croce l’amore misericordioso di Dio giunge al culmine. Ed è sulla croce che il Figlio di Dio ci ottiene la partecipazione alla vita eterna, che ci viene comunicata con il dono dello Spirito Santo. Così, nel mistero della croce, sono presenti le tre Persone divine: il Padre, che dona il suo Figlio unigenito per la salvezza del mondo; il Figlio, che compie fino in fondo il disegno del Padre; lo Spirito Santo - effuso da Gesù al momento della morte - che viene a renderci partecipi della vita divina, a trasformare la nostra esistenza, perché sia animata dall’amore divino.
Cari fratelli e sorelle! La fede nel Dio trinitario ha caratterizzato anche questa Chiesa di San Marino-Montefeltro, nel corso della sua storia antica e gloriosa. L’evangelizzazione di questa terra è attribuita ai Santi scalpellini Marino e Leone, i quali alla metà del III secolo dopo Cristo sarebbero approdati a Rimini dalla Dalmazia. Per la loro santità di vita sarebbero stati consacrati l’uno sacerdote e l’altro diacono dal Vescovo Gaudenzio e da lui inviati nell’entroterra, l’uno sul monte Feretro, che poi prese il nome di San Leo, e l’altro sul monte Titano, che poi prese il nome di San Marino. Al di là delle questioni storiche – che non è nostro compito approfondire – interessa affermare come Marino e Leone portarono nel contesto di questa realtà locale, con la fede nel Dio rivelatosi in Gesù Cristo, prospettive e valori nuovi, determinando la nascita di una cultura e di una civiltà incentrate sulla persona umana, immagine di Dio e perciò portatore di diritti precedenti ogni legislazione umana. La varietà delle diverse etnie – romani, goti e poi longobardi – che entravano in contatto tra loro, qualche volta anche in modo molto conflittuale, trovarono nel comune riferimento alla fede un fattore potente di edificazione etica, culturale, sociale e, in qualche modo, politica. Era evidente ai loro occhi che non poteva ritenersi compiuto un progetto di civilizzazione fino a che tutti i componenti del popolo non fossero diventati una comunità cristiana vivente e ben strutturata e edificata sulla fede nel Dio Trinitario. A ragione, dunque, si può dire che la ricchezza di questo popolo, la vostra ricchezza, cari Sammarinesi, è stata ed è la fede, e che questa fede ha creato una civiltà veramente unica. Accanto alla fede, occorre poi ricordare l’assoluta fedeltà al Vescovo di Roma, al quale questa Chiesa ha sempre guardato con devozione ed affetto; come pure l’attenzione dimostrata verso la grande tradizione della Chiesa orientale e la profonda devozione verso la Vergine Maria.
Voi siete giustamente fieri e riconoscenti di quanto lo Spirito Santo ha operato attraverso i secoli nella vostra Chiesa. Ma voi sapete anche che il modo migliore di apprezzare un’eredità è quello di coltivarla e di arricchirla. In realtà, voi siete chiamati a sviluppare questo prezioso deposito in un momento tra i più decisivi della storia. Oggi, la vostra missione si trova a dover confrontarsi con profonde e rapide trasformazioni culturali, sociali, economiche, politiche, che hanno determinato nuovi orientamenti e modificato mentalità, costumi e sensibilità. Anche qui, infatti, come altrove, non mancano difficoltà e ostacoli, dovuti soprattutto a modelli edonistici che ottenebrano la mente e rischiano di annullare ogni moralità. Si è insinuata la tentazione di ritenere che la ricchezza dell’uomo non sia la fede, ma il suo potere personale e sociale, la sua intelligenza, la sua cultura e la sua capacità di manipolazione scientifica, tecnologica e sociale della realtà.
Così, anche in queste terre, si è iniziato a sostituire la fede e i valori cristiani con presunte ricchezze, che si rivelano, alla fine, inconsistenti e incapaci di reggere la grande promessa del vero, del bene, del bello e del giusto che per secoli i vostri avi hanno identificato con l’esperienza della fede.
Non vanno, poi, dimenticate la crisi di non poche famiglie, aggravata dalla diffusa fragilità psicologica e spirituale dei coniugi, come pure la fatica sperimentata da molti educatori nell’ottenere continuità formativa nei giovani, condizionati da molteplici precarietà, prima fra tutte quella del ruolo sociale e della possibilità lavorativa.
Cari amici! Conosco bene l’impegno di ogni componente di questa Chiesa particolare nel promuovere la vita cristiana nei suoi vari aspetti. Esorto tutti i fedeli ad essere come fermento nel mondo, mostrandovi sia nel Montefeltro che a San Marino cristiani presenti, intraprendenti e coerenti. I Sacerdoti, i Religiosi e le Religiose vivano sempre nella più cordiale e fattiva comunione ecclesiale, aiutando ed ascoltando il Pastore diocesano. Anche presso di voi si avverte l’urgenza di una ripresa delle vocazioni sacerdotali e di speciale consacrazione: faccio appello alle famiglie ed ai giovani, perché aprano l’animo ad una pronta risposta alla chiamata del Signore. Non ci si pente mai ad essere generosi con Dio! A voi laici, raccomando di impegnarvi attivamente nella Comunità, così che, accanto ai vostri peculiari compiti civici, politici, sociali e culturali, possiate trovare tempo e disponibilità per la vita della fede, la vita pastorale. Cari Sammarinesi! Rimanete saldamente fedeli al patrimonio costruito nei secoli sull’impulso dei vostri grandi Patroni, Marino e Leone. Invoco la benedizione di Dio sul vostro cammino di oggi e di domani e tutti vi raccomando «alla grazia del Signore Gesù Cristo, all’amore di Dio e alla comunione dello Spirito Santo» (2Cor 13,11). Amen!
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Ss. Trinità (Angelus 26)

Stadio di Serravalle - Repubblica di San Marino
Cari fratelli e sorelle, mentre ci avviamo a concludere questa celebrazione, l’ora del mezzogiorno ci invita a rivolgerci in preghiera alla Vergine Maria. Anche in questa terra, la nostra Madre Santissima è venerata in diversi Santuari, antichi e moderni. A lei affido tutti voi e l’intera popolazione Sammarinese e Montefeltrina, in modo particolare le persone sofferenti nel corpo e nello spirito. Un pensiero di speciale riconoscenza dirigo in questo momento a tutti coloro che hanno cooperato alla preparazione e organizzazione di questa mia visita. Grazie di cuore!
Sono lieto di ricordare che quest’oggi a Dax, in Francia, viene proclamata Beata Suor Marguerite Rutan, Figlia della Carità. Nella seconda metà del secolo diciottesimo, ella lavorò con grande impegno all’Ospedale di Dax, ma, nelle tragiche persecuzioni seguite alla Rivoluzione, fu condannata a morte per la sua fede cattolica e per la sua fedeltà alla Chiesa.
[saluto in francese ai partecipanti alla beatificazione]
Infine, desidero ricordare che domani ricorre la Giornata Mondiale del Rifugiato. In tale circostanza, quest’anno si celebra il sessantesimo anniversario dell’adozione della Convenzione internazionale che tutela quanti sono perseguitati e costretti a fuggire dai propri Paesi. Invito quindi le Autorità civili ed ogni persona di buona volontà a garantire accoglienza e degne condizioni di vita ai rifugiati, in attesa che possano ritornare in Patria liberamente e in sicurezza.
Angelus Domini…
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il nome di Dio è Amore innamorato (Contributi 481)

Ecco una meditazione di P. Angelo del Favero sulle letture di domenica 19/6, Ss Trinità:

ROMA, venerdì, 17 giugno 2011 (ZENIT.org)
In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,16-18).
Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. (…) La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi(2Cor 13,11-13).
In quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui proclamando:“Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà” (Es 34,4b-6.8-9).
“Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”: ogni preghiera cristiana rivolta a Dio inizia con il segno della croce accompagnato da queste parole. In tal modo professiamo anzitutto la nostra fede nel mistero insondabile che Gesù ha rivelato: “Dio è uno soltanto, ma è presente in tre persone. Il fatto che esistano i termini di Tri-unità e Trinità, dei quali il primo sottolinea l’unità, il secondo la distinzione, presenti in Dio, è un richiamo al mistero insondabile della Trinità” (Youcat, n. 35-36).
Tra i grandi santi, i più elevati come Agostino, hanno tentato di dirne qualcosa per via di intelligenza; altri, come Teresa d’Avila, per via di una straordinaria esperienza mistica. Altri ancora, come Teresa di Gesù Bambino, ne hanno parlato in termini più semplici, comuni, comprensibili da chiunque abbia fatto l’esperienza esaltante dell’innamoramento del cuore.
Innamorata com’è di Gesù, il 9 giugno 1895, Festa della Santissima Trinità, la piccola Teresa soffre acutamente, poiché l’amore del Signore “da tutte le parti è misconosciuto, respinto; i cuori nei quali tu desideri prodigarlo si volgono verso le creature..invece di gettarsi tra le tue braccia ed accogliere il tuo Amore infinito”. Per rimediare a tanta stoltezza ed ingratitudine e consolare il cuore del Signore, Teresa offre se stessa affinché tutto questo Amore non rimanga respinto, rimanendo non realizzato, ma possa vicariamente riversarsi nel suo cuore, consumandolo e incendiandolo in un fuoco d’amore, come fanno i raggi del sole concentrati sulla paglia da una lente. La lente è il suo stesso atto offerta all’Amore Misericordioso.
Ed ecco quel che accade subito dopo: “Ah, da quel giorno felice, mi sembra che l’Amore mi penetri e mi circondi, mi sembra che ad ogni istante questo Amore Misericordioso mi rinnovi, purifichi la mia anima e non vi lasci nessuna traccia di peccato, perciò non posso temere il purgatorio” (Ms A 84 r°).
Teresa ha così la prova che l’Amato Dio, altro non desidera che di essere corrisposto da un “tu” che sappia accogliere il suo appassionato Amore. Affascinata da Gesù, si ritrova nel cuore di Dio, e ne conosce in se stessa il nome: Amore che ricolma l’Amato, Amato che Lo accoglie totalmente, Amore che circonda e unisce e rinnova senza posa.Dio, essendo Amore, non può essere altro che Trinità.
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mercoledì 15 giugno 2011

La coscienza critica dei cattolici di fronte alla crisi morale (Contributi 480)

Ecco un articolo di mons. Bruno Forte, (Arcivescovo di Chieti-Vasto) , tratto da Il Sole 24 Ore di domenica 12 giugno.
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Che il nostro Paese stia vivendo una profonda crisi morale è sotto gli occhi di tutti. Al di là di ogni giudizio di parte, le recenti elezioni amministrative hanno mostrato una diffusa esigenza di cambiamento, soprattutto sul piano dell’etica pubblica e degli stili che devono caratterizzarla. Quale apporto può dare a questi processi una fede pensata? Che cosa i cattolici e la teologia che li ispira possono offrire all’Italia per uscire dal tunnel? Anche se la domanda sulla teologia può apparire riservata agli addetti ai lavori, ritengo che meriti di essere considerata da tutti per le conseguenze che ne derivano nella prassi. Mi limito a segnalare tre urgenze.
1) La prima è quella di una teologia più fedele alla terra, capace di parlare alla vita degli uomini, mantenendo alta la tensione fra il “già” e il “non ancora” propria della fede in Cristo, venuto fra noi e atteso per l’ultimo giorno. La crisi delle ideologie ha mostrato come ogni identificazione mondana del Regno di Dio corra il rischio di falsare questa tensione, facendo della fede cristiana un’illusoria “estasi del compimento”. Al contrario, la fedeltà alla tensione fra il “già” e il “non ancora” motiva il rifiuto di ogni confusione indebita, che tenda a identificare appartenenza ecclesiale e militanza politica o ideologica, e allo stesso tempo fonda per la Chiesa l’esigenza di porsi come coscienza critica della prassi in nome della permanente ulteriorità del mondo che deve venire. Lungi dall’essere funzionale allo “status quo”, il pensiero della fede è chiamato alla vigilanza critica, alla testimonianza inquieta delle promesse di Dio vissuta nella fedeltà al presente. Prendere coscienza di questa condizione significa sviluppare una ricerca teologica impegnata nell’ascoltare le domande del tempo per illuminarle alla luce del Dio crocifisso e risorto, caricandole dell’attenzione ai più deboli e poveri cui Lui si è fatto vicino. Si riconosce qui l’esito della cosiddetta “svolta antropologica” che aveva caratterizzato la teologia cattolica nell’epoca del Vaticano II e che ha influenzato i processi d’inculturazione della fede nei contesti più diversi del pianeta, non escluso quello italiano.
2) Una seconda urgenza che mi sembra profilarsi è quella di una teologia più teologica, e cioè più fedele al cielo, che sappia volgere lo sguardo alle cose presenti nell’orizzonte dell’assoluto primato di Dio. Se l’ottimismo della ragione emancipata aveva esorcizzato il dolore e la morte, confinandoli nella condizione di semplice momento negativo del processo della vita, il pessimismo postmoderno, estendendo l’abbraccio del nulla a tutte le cose e intendendo la vita come caduta permanente nel vuoto, non emargina di meno la dimensione tragica dell’esistenza: la morte è ignorata, evasa, nascosta. La ripresa della questione del senso della vita e della storia esige l’atto coraggioso di “restituire” la morte e le domande che essa pone al pensiero. Per la coscienza cristiana questo ritorno alla morte costituisce lo stimolo a tornare a quella morte, dove solo si consumò la morte della morte: l’abbandono del Figlio sulla croce. Ricordare quella morte in cui si narra la storia della storia e la resurrezione ad essa seguita, vuol dire aprirsi alla vita, non soltanto a quella piena del mondo futuro, ma anche alla più profonda qualità dell’esistenza presente. La teologia in cerca del senso riscopre la centralità del Crocifisso, l’attrazione misteriosa che egli esercita sulle coscienze uscite dalle avventure dell’ideologia moderna. E questo esige un’attitudine di ascolto contemplativo e orante. Alla teologia si domanda di essere non meno, ma più teologica, più mistica e radicata nella contemplazione di Dio e nell’esperienza liturgica del mistero: un pensiero che parli di Dio e guardi la storia e il mondo nella Sua luce. La crisi in cui ci troviamo domanda ai credenti uno sguardo più verticale, più tuffato nel mistero divino, proprio perciò in grado di aiutare a superare i rischi di concentrazione del potere nelle mani del più forte, presenti nella rete del “villaggio globale”.
3) Infine, emerge il bisogno di una teologia che unisca queste due fedeltà - al mondo presente e al mondo che verrà -, ponendosi al servizio della ricerca di un nuovo consenso etico, e che sia pertanto eticamente responsabile al più alto livello. La crisi che la coscienza postmoderna sta attraversando si profila in modo peculiare come assenza di riferimenti capaci di motivare l’impegno morale. Il consenso intorno alle fondamentali evidenze etiche, che aveva nutrito gli ideali della formazione della coscienza europea e della nostra Carta costituzionale, in gran parte radicate nei valori della tradizione giudaico-cristiana, ha conosciuto una lenta erosione, che ha fatto posto a tutt’altro consenso organizzato intorno alla logica del maggior profitto. Il volto della crisi in atto potrebbe identificarsi nella tentazione sottile costituita dal dubbio che vivere onestamente sia inutile. Mai come adesso si richiede uno sforzo collettivo che ispiri la costruzione di un nuovo ordine mondiale e di nuove forme di convivenza civile, grazie a protagonisti nuovi, nutriti di forti motivazioni etiche e pronti a sacrificarsi per gli altri. La teologia cristiana non può chiamarsi fuori da questa urgenza di produrre un nuovo consenso etico: ciò esige che si coniughino efficacemente dogmatica ed etica, il “logos” e l’ethos”, la verità e il suo splendore nella storia. Teologi e pastori sono chiamati a una nuova collaborazione al servizio della Chiesa e della società: non si può ignorare il ruolo pubblico del cristianesimo, e occorre anzi reagire alla tendenza alla privatizzazione sempre più estesa del fatto religioso (come osserva ad esempio Jürgen Habermas in riferimento all’area tedesca e non solo). Una teologia che sia eticamente responsabile aiuterà i credenti a portare nell’impegno comune la ricchezza del loro patrimonio spirituale, la forza di una motivazione morale alta, sostenuta dall’esperienza della fede. Essi dovranno mostrare in maniera convincente che vivere rettamente è non solo giusto, ma anche necessario e utile alla crescita della casa comune, alla bellezza e dignità della vita di tutti. Solo così il pensiero della fede potrà contribuire alla ricostruzione morale del Paese. “Se vuoi costruire una nave - dice una frase attribuita ad Antoine de Saint-Exupéry - non radunare gli uomini per raccogliere il legno, distribuire i compiti e dare ordini, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito”. Vivere e testimoniare sempre di nuovo questa nostalgia è forse il compito più alto chiesto ai cristiani nell’Italia di quest’inizio del terzo millennio.
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Quando scompare Dio, l'uomo diventa schiavo delle idolatrie (Contributi 479)

Nella catechesi all'Udienza generale sul profeta Elia e la preghiera
ROMA, mercoledì, 15 giugno 2011 (ZENIT.org)
Quando Dio scompare dall'orizzonte dell'uomo, quest'ultimo diventa schiavo delle ideologie e del nichilismo. E' quanto ha detto questo mercoledì a braccio Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale in piazza San Pietro, riflettendo sul confronto tra il profeta Elia e i seguaci dell’idolo Baal, che si verificò nell’Israele del IX secolo a.C.
“Dove scompare Dio – ha affermato il Papa – l’uomo cade nella schiavitù di idolatrie, come hanno mostrato nel nostro tempo i regimi totalitari con la loro schiavitù di idolatrie, e come mostrano anche diverse forme del nichilismo, che rendono l’uomo dipendente da idoli, da idolatrie e lo schiavizzano”.
L’idolatria - ha precisato Benedetto XVI - è la continua tentazione del credente che illudendosi di poter servire due padroni, tenta di servire l’Onnipotente riponendo la propria fiducia anche in un dio impotente fatto dagli uomini”.
Ai tempi di Elia, infatti, nel regno del Nord, al tempo del re Acab, Israele viveva una situazione di “aperto sincretismo”. Accanto al Signore, ha spiegato il Pontefice, “il popolo adorava Baal, l’idolo rassicurante da cui si credeva venisse il dono della pioggia e a cui perciò si attribuiva il potere di dare fertilità ai campi e vita agli uomini e al bestiame”.
Questo perché “pretendendo di seguire il Signore, Dio invisibile e misterioso, il popolo cercava sicurezza anche in un dio comprensibile e prevedibile, da cui pensava di poter ottenere fecondità e prosperità in cambio di sacrifici”.
Ecco quindi che Elia per smascherare “la stoltezza ingannevole” di chi proponeva idoli fa radunare il popolo di Israele sul Monte Carmelo davanti a un altare da lui stesso eretto e lo pone davanti alla necessità di scegliere tra il Signore e Baal.
Qui, ha osservato il Pontefice, si evidenza la realtà “ingannatoria dell’idolo”. “L’adorazione dell’idolo invece di aprire il cuore umano all’Alterità, ad una relazione liberante che permetta di uscire dallo spazio angusto del proprio egoismo per accedere a dimensioni di amore e di dono reciproco, chiude la persona nel cerchio esclusivo e disperante della ricerca di sé”.
“E l’inganno è tale che, adorando l’idolo, l’uomo si ritrova costretto ad azioni estreme, nell’illusorio tentativo di sottometterlo alla propria volontà”, ha evidenziato.
Diverso, invece, l’atteggiamento di preghiera di Elia che chiede al popolo di avvicinarsi, di essere partecipe dell’azione di Dio: “Lo scopo della sfida da lui rivolta ai profeti di Baal era di riportare a Dio il popolo che si era smarrito seguendo gli idoli; perciò egli vuole che Israele si unisca a lui, diventando partecipe e protagonista della sua preghiera e di quanto sta avvenendo”.
Elia prega, dunque, che Israele sia rimesso davanti alla propria verità e faccia la scelta di seguire solo Dio. Un richiamo, quello di Elia, che conserva ancora intatta tutta la sua attualità perché “all’assoluto di Dio, il credente deve rispondere con un amore assoluto, totale, che impegni tutta la sua vita, le sue forze, il suo cuore. Ed è proprio per il cuore del suo popolo che il profeta con la sua preghiera sta implorando conversione”.
“La vera adorazione di Dio – ha concluso il Papa – è dare se stesso a Dio e agli uomini; la vera adorazione è l’amore”, un’adorazione che “non distrugge, ma rinnova, trasforma”.
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lunedì 13 giugno 2011

Bisogna rispondere al Papa e ai vescovi ...... (Contributi 478)

Ecco un articolo di Antonio Socci che propongo a tutti voi e su cui mi piacerebbe avere un riscontro....
L’appello del Papa e del presidente dei vescovi italiani ai cattolici per l’impegno in politica (in tutte le sue accezioni sociali, culturali e civili) è insistente e accorato.
Possibile che associazioni, parrocchie e movimenti lo lascino cadere nell’indifferenza?
Possibile che si disperda un secolo di storia del movimento cattolico che ha letteralmente salvato la libertà in Italia, ha ricostruito il Paese, la sua coesione sociale e l’ha reso uno dei più prosperi e civili del mondo?
Eppure anche oggi ci sarebbe bisogno di buona politica e buone classe dirigenti: la Germania è tornata ad essere la locomotiva dell’Europa, il paese leader, grazie al governo cristiano-democratico (che l’aveva anche portata alla riunificazione).
Da noi la Dc non c’è più, ma i cattolici sì.
A volte sembra quasi che manchi loro la coscienza di una storia. Mi sono chiesto, per esempio, perché nessuno si sia indignato quando – nel programma cult di quest’anno, davanti a dieci milioni di persone – Fazio e Saviano hanno avuto la faccia di presentare, come i depositari dei “valori” del futuro, il (post) fascista e il (post) comunista.
Al di là di Fini e Bersani – che, poverini, non hanno nemmeno le spalle per portare quelle terribili storie – le due ideologie che hanno devastato questo Paese meritano il marchio d’infamia, non possono certo essere proposte come il positivo della storia italiana.
Eppure tale condanna morale oggi sembra toccare invece a chi ha salvato e ricostruito questo Paese.
Sembra che un certo De Gasperi sia stato del tutto dimenticato. Pure nelle celebrazioni del 150° anniversario dell’Italia unita nessuno ha ricordato che si deve a lui (e all’impegno dei cattolici del 18 aprile 1948, in primis Pio XII e Luigi Gedda) se l’Italia è rimasta, dal dopoguerra, un Paese libero, indipendente e unito. Tutto questo è stato censurato e rimosso.
Ma la colpa è anzitutto di noi cattolici che forse, negli ultimi anni, ci siamo ritirati nelle sacrestie, che abbiamo cancellato una memoria e una presenza sociale e che – come dimostrano anche le recenti elezioni e il referendum – rischiamo di tornare alla subalternità degli anni Settanta, quando il mondo cristiano, frantumato, disperso e impaurito, era succube di ogni vento di dottrina, come ebbe a dire il cardinale Ratzinger.
Eppure proprio lo stesso Ratzinger, da Papa, ha pronunciato parole chiare. La sua chiamata all’impegno – per i credenti – è stata accorata.
Cito solo uno dei suoi ultimi discorsi, quello del 7 maggio, ad Aquileia:
“Raccomando anche a voi, come alle altre Chiese che sono in Italia, l’impegno a suscitare una nuova generazione di uomini e donne capaci di assumersi responsabilità dirette nei vari ambiti del sociale, in modo particolare in quello politico. Esso ha più che mai bisogno di vedere persone, soprattutto giovani, capaci di edificare una ‘vita buona’ a favore e al servizio di tutti. A questo impegno infatti non possono sottrarsi i cristiani, che sono certo pellegrini verso il Cielo, ma che già vivono quaggiù un anticipo di eternità”.
Il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, il 23 maggio, nella sua prolusione all’assemblea dei vescovi italiani, ha ribadito:
“La politica che ha oggi visibilità è, non raramente, inguardabile, ridotta a litigio perenne, come una recita scontata e – se si può dire – noiosa. È il dramma del vaniloquio, dentro – come siamo – alla spirale dell’invettiva che non prevede assunzioni di responsabilità.
La gente è stanca di vivere nella rissa e si sta disamorando sempre di più…
La nostra opzione di fondo, anche per il conforto dei ripetuti appelli del Papa resta quella di preparare una generazione nuova di cittadini che abbiano la freschezza e l’entusiasmo di votarsi al bene comune, quale criterio di ogni pratica collettiva. Più che un utopismo di maniera, serve una concezione della politica come ‘complessa arte di equilibrio tra ideali e interessi’ (Benedetto XVI, 21 maggio 2010), concezione che per questo, cioè per il suo saper evitare degenerazioni ciniche, si fa intelligenza amorosa della realtà e cambiamento positivo della stessa”.
Bagnasco ha poi aggiunto:
“Quale che sia l’ambito in cui si collocano − professionale, associativo, cooperativistico, sociale, mediatico, sindacale, partitico, istituzionale… − queste persone avvertono il dovere di una cittadinanza coscienziosa, partecipe, dedita all’interesse generale.
Affinché l’Italia goda di una nuova generazione di politici cattolici, la Chiesa si sta impegnando a formare aree giovanili non estranee alla dimensione ideale ed etica, per essere presenza morale non condizionabile”.
Alla conclusione dell’assemblea dei vescovi, il Papa, presiedendo la preghiera di affidamento dell’Italia alla Madonna, ha ripreso il tema (tanto gli sta a cuore) e ha affermato:
“Incoraggiate le iniziative di formazione ispirate alla dottrina sociale della Chiesa, affinché chi è chiamato a responsabilità politiche e amministrative non rimanga vittima della tentazione di sfruttare la propria posizione per interessi personali o per sete di potere.
Sostenete la vasta rete di aggregazioni e di associazioni che promuovono opere di carattere culturale, sociale e caritativo”.
Perché questo pressante appello sembra cadere nel vuoto? Eppure è reso urgente dalla situazione del Paese, da una crisi economica e sociale che sembra diventare drammatica, dalla confusione di una classe politica che appare spesso inadeguata.
Cerchiamo di capire allora cosa significhi in concreto questo appello della Chiesa.
Certamente esso non significa cercare individualmente una candidatura (ovvero una poltrona) mettendosi il distintivo di “cattolico”.
Tanto è vero che da Vendola a Forza nuova, il panorama politico è pieno di singoli politici che si dicono cattolici e che si contrappongono gli uni agli altri, con contenuti antitetici. No.
L’impegno dei cattolici è sempre fiorito da un “noi”, da un’appartenenza ecclesiale e da realtà di popolo che vivono la dottrina sociale della Chiesa.
Nella storia del cattolicesimo del Novecento il punto di partenza è sempre stato anzitutto l’educazione alla fede, che si riceve nelle parrocchie, nei movimenti, nelle associazioni e che – se è autentica – spinge a dare giudizi culturali, a fare iniziative sociali, educative e caritative, a proporre una concezione della città e del Paese in cui si vive.
I cattolici arrivano alla politica insieme, non individualmente, attraverso realtà prepolitiche dove – fra l’altro – si impara uno sguardo cristiano sulla realtà, si rende la dottrina sociale della Chiesa un giudizio sul presente e si comincia ad assumersi delle responsabilità pubbliche, vivendole come servizio.
Così è stato dagli anni Settanta il Movimento popolare che raggruppava non solo ciellini, ma persone provenienti da altre realtà cattoliche come Azione cattolica, Cisl, Acli, cooperative bianche. Per certi versi è stato un tentativo che ha anticipato il pontificato di Giovanni Paolo II. Oggi la situazione è simile a quella degli anni Settanta e quell’esperienza merita di essere ripensata e ripresa.
Nei giorni scorsi, su “Tempi”, ho lanciato (anzitutto ai miei amici di CL) l’idea di riprendere il cammino del Movimento popolare, proprio perché mi pare che possa essere la via giusta per cominciare a realizzare quanto ci chiede la Chiesa.
Oltre alla risposta cordiale di Formigoni – che del Mp fu uno dei fondatori – ho ricevuto centinaia e centinaia di mail e telefonate entusiastiche di persone comuni, padri, madri, insegnanti, intellettuali, studenti, imprenditori.
Tanti di loro mi hanno detto: era ora, è quello che stavamo aspettando.
Ci sono molti altri argomenti a sostegno di questa proposta e li ho elencati nella mia lettera a “Tempi”.
Ovviamente si può ritenerla sbagliata, ma – se si è cattolici – si ha il dovere di spiegarne le ragioni e di dire in quale altro modo si pensa di rispondere alla “chiamata” della Chiesa
Perché in questo momento i cattolici mancano all’appello.
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Perchè la Pentecoste è una festa mariana (Articoli 61)

Un nuovo articolo di Ruggero Sangalli, come sempre da La Bussola, stavolta sulla Pentecoste:

La festa di Pentecoste è profondamente mariana: la Madonna è citata subito dopo il racconto dell’ascensione di Gesù (At 1,14) e prima della scelta di Mattia apostolo per ricostituire il numero dei dodici (At 1,21-26). Maria, non dimentichiamolo, aveva già vissuto la discesa dello Spirito santo 34 anni prima (Lc1,35), rendendosi totalmente disponibile alla volontà del Padre (Lc 1,38).
Maria è infatti la «piena di grazia» (Lc 1,28). È la ricolma di charis, termine greco che ci introduce all’eucaristia e alla carità (come grazia di Dio operante in noi e non come nostro “fare”) e che rimanda allo Spirito santo (in ebraico ruah: respiro, soffio, vento, vita). Nel giorno di Pentecoste lei, la prima credente, condivide il dono dello Spirito santo e dei suoi doni a beneficio della Chiesa, presente e futura. Pietro (At 2,16-21) ebbe subito l’intuizione di collegare l’ennesimo segno percepito anche sensibilmente alle parole del profeta Gioele (Gl 3,1-5) ed altri passi biblici.
Tra le più ritrite critiche alla sostenibilità storica dei dogmi cristiani a partire dai Vangeli, c’è la polemica antimariana riguardo la perpetua verginità della Madonna, la nozione di Gesù "primogenito" e la presenza più volte citata di suoi fratelli (e sorelle). Considerando che la fede nelle prerogative di Maria è antica almeno quanto la canonicità dei libri neotestamentari, sembrerebbe assurdo che ciò che disturba in modo inaccettabile il razionalismo posteriore, fosse invece pacifico per chi visse gli albori e i primi secoli del cristianesimo.
Per prendere una posizione soffermiamoci dunque sui passi dei Vangeli più utili per capire. «Un giorno andarono a trovarlo la madre e i fratelli. [...] Gli fu annunziato: Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti. Ma egli rispose: Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8, 19-21). Apparentemente si tratta di un esplicito ostacolo a ogni dogma cattolico verso la Vergine e la speciale figliolanza di Cristo, vero uomo e vero Dio, ma questo vale solo in caso di una lettura disinformata e superficiale.
Gesù intanto (come già a Cana) non sminuisce affatto la Madre: perché lei (la piena di Spirito Santo) ha proprio compiuto in se stessa la Parola di Dio, generando il Figlio di Dio incarnato, Dio fatto uomo. La creatura può generare Gesù, ed essere familiare con Lui, esattamente vivendo quella stessa umiltà e fedeltà, che Gesù spiega non essere un’esclusiva di pochi, ma una prospettiva potenzialmente accessibile a tutti, se ci conformiamo a quel modello di “sì” alla volontà di Dio. La familiarità dei consanguinei viene estesa sotto la croce, dal sangue di Cristo e dal dolore di Maria, aduna generazione ecclesiale di cui la Madre e il figlio/fratello (Giovanni) sono i capostipiti.
I nomi dei fratelli di Gesù compaiono nel Nuovo Testamento in modo esplicito ed implicito. È bene elencarli, per evitare di esserne intimiditi di fronte a certe grossolane polemiche, purtroppo non estranee nemmeno a una certa esegesi cattolica: Matteo 13, 55 e Marco 6, 3 e poi paralleli nei sinottici (Mt 12, 46-48; Mc 3, 31-33; il già citato Lc 8, 19-21) con frasi in cui Gesù sembra quasi umiliare i suoi parenti. In Giovanni abbiamo tre passi (Gv 2,12 ;Gv 7,3-10; Gv 20, 17). Infine negli Atti degli Apostoli il versetto 14 al capitolo 1. La croce è sempre decisiva per capire ed anche in questo caso è vero. Le tre donne con Maria sotto la croce erano: a) Salomè moglie di Zebedeo (Mt 27, 56 e Mc 15, 40) madre di Giacomo (il maggiore) e Giovanni (in Lc 19, 25 Salomè è “sorella” della Madre); b) Maria (di Cleofa o Alfeo) madre di Giacomo il minore e di Giuseppe (Mt 27, 56 e Mc 15, 40), che per Lc 24,10 è “Maria di Giacomo”; c) Maria di Magdala (località galilea, da cui il nome di Maddalena).
Nei passi citati, a Gesù sono legati tanto dei fratelli che delle sorelle. I nomi dei quattro fratelli in Matteo 13 e Marco 6 sono coerenti: rispettivamente Giacomo, Giuseppe, Simone, Giuda e Giacomo, Ioses, Simone, Giuda. Marco (Mc 6,3) aggiunge, come detto, anche le sorelle.
Tra i discepoli ci sono due Giacomo: il "maggiore", fratello di Giovanni e non di Gesù (la cui madre, Salomè, è detta sorella di Maria), martire nel 42; il "minore"("fratello" di Gesù) continua a reggere la comunità cristiana di Gerusalemme fino al 61 quando, secondo Giuseppe Flavio «Anano pensò di avere un'occasione favorevole alla morte di Festo, mentre Albino era ancora in viaggio: così convocò i Giudei del Sinedrio e introdusse davanti a loro un uomo di nome Giacomo, fratello di Gesù, che era soprannominato Cristo, e certi altri». Il fatto riportato è relativo a un'insubordinazione del sommo sacerdote Anano, avvenuta nel 61, poi stroncata dal prefetto romano Albino.
Grazie all’inciso «soprannominato Cristo», la parentela di questo Giacomo con Gesù è certificata nel 61. Questo Giacomo dev’essere, se gli vogliamo attribuir parentele, il figlio di Alfeo, figlio cioè di quella Maria che i sinottici ricordano presente sotto la croce, indicandola appunto come Maria madre di Giacomo e di Giuseppe (vedere Mt 27,56; Mc 15,40: Giacomo è detto "minore" per distinguerlo dal figlio di Zebedeo; Lc 24,10) e che Giovanni (fratello di Giacomo il maggiore, perciò ben informato dei fatti) definisce Maria "di Cleofa" (Gv 19,25). La possibilità che Cleofa (o Clopa) e Alfeo siano la stessa persona esiste: Alfeo potrebbe essere infatti la forma grecizzata di un nome aramaico con una forte aspirazione iniziale e le stesse consonanti. Maria di Cleofa era una sorella di Maria (forse anche lei una cugina: infatti è “l’altra Maria” ed è difficile pensare a due figlie degli stessi genitori che abbiano lo stesso nome). Anche lei con figli, avuti da Alfeo (Cleofa) ed associati alla casata.
Almeno due dei “fratelli” di Gesù menzionati nei Vangeli sono dunque figli di una mamma diversa dalla Madonna. Nel secondo vangelo (Mc 6,3) gli altri due fratelli (Giuda e Simone) vengono citati dopo i due che abbiamo notato essere al più dei cugini di primo grado. Ragione in più per pensare che quelli citati dopo nell’ordine, siano di grado di parentela uguale o inferiore a quelli citati per primi. Confermando l’ipotesi sviluppata che Marco non nomini dei fratelli come li intendiamo noi oggi.
Ai tempi di Gesù i termini ah e il suo femminile aha indicavano infatti genericamente fratello, cugino e perfino nipote (oltre che alleato). Abbiamo contato complessivamente 13 citazioni neotestamentarie di madre/figlio per Maria e Gesù, ma mai i fratelli e le sorelle sono detti figli di Maria. Nelle 13 citazioni ricordate, la madre è sempre "sua" (di Gesù), non degli altri fratelli. I fratelli di Lui, non sono definiti i figli della madre! Giuseppe non c’è già più. Dalla croce Gesù affida la Madre a Giovanni e non, più logicamente, ad altri eventuali figli, cioè fratelli di Gesù, se realmente ce ne fossero stati (e/o non si fossero dileguati sia pur temporaneamente).
Essere cugini (di vario grado) o fratelli per quel vocabolario è lo stesso: in ebraico non esiste la parola "cugino". Semplicemente possiamo concludere che non c’è contrasto con l’affermazione che Maria sia vergine. Ci aiuta anche il protoevangelo in Genesi 11, 26: «Terah generò Abramo, Nahor e Haran; Haran generò Lot». Di qui si vede che Abramo è zio di Lot, ma in un versetto del capitolo successivo è definito fratello di Lot. Continuando nella stessa logica, Elisabetta, moglie di Zaccaria, madre di Giovanni il Battista, è di due generazioni (diciamo una quindicenne e una cinquantenne) più vecchia, e pertanto definita "parente" (Lc 1) e non "cugina", come qualcuno talora traduce, generando l’equivoco che il cugino sia specificato in modo diverso dal fratello, con tutto quanto ne segue.Si possono riassumere le tre possibilità: 1) quella tipica delle confessioni protestanti, secondo cui i fratelli e le sorelle di Gesù sarebbero figli di Maria e di Giuseppe e quindi veri fratelli naturali di Gesù; 2) quella della Chiesa ortodossa, e nota all'apocrifo Protovangelo di Giacomo, dove Giacomo e gli altri sarebbero figli di un precedente matrimonio di Giuseppe, quindi fratellastri di Gesù; 3) quella cattolica: Giacomo e gli altri sarebbero stati cugini di Gesù (l'uso di fratello per cugino è ben attestato nel greco biblico e nei papiri), figli di un'altra Maria e/o forse di un fratello/parente di Giuseppe (cioè Alfeo). Delle tre la più solida, in forza della sacra Scrittura, pare obiettivamente la terza. Gesù fu figlio unico di Maria, concepito senza Giuseppe, che fu casto sposo della Vergine. Chi non la accetta o non crede alla verginità di Maria o legge nei vangeli un’esplicita menzione a fratelli e sorelle.
Se Gesù avesse avuto fratelli e sorelle da Maria, che interesse e che appigli avrebbe avuto la Chiesa a sostenere una tesi tanto strampalata? I Vangeli furono composti, nelle loro redazioni originarie precedenti a quelle pur antichissime in nostro possesso, quando erano ancora viventi moltissimi testimoni oculari dei fatti e conoscenti la famiglia. Senza tralasciare che eventuali fratelli e sorelle di Gesù ne sarebbero andati orgogliosi, sarebbero stati menzionati nei vangeli e nei primi scritti cristiani (Paolo prima del 60 scrive di Giacomo il minore come "fratello di Gesù", ben sapendo che non era suo fratello di sangue…). Ricordiamo che essere figli unici a quel tempo era piuttosto raro (salvo casi in cui c’entrava il Signore a risolvere l’infertilità di coppie anziane): se ci fossero stati altri fratelli di Gesù è strano che egli dalla croce abbia affidato la madre a Giovanni (Gv 19, 26-27).
 La verginità di Maria è una credenza antichissima della Chiesa. La maternità vergine di Maria è attestata nei Vangeli di Luca e Matteo. Se (posto che Maria è sempre vergine) Gesù fosse stato il primo di altri nati da lei, risulterebbe "speciale" la madre e non Gesù. Il concepimento di Gesù per opera dello Spirito Santo (Lc 1,35) sarebbe meno decisivo: d’accordo essere mariani, ma non esageriamo.
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