Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

mercoledì 31 agosto 2011

Mio figlio, autistico, mi ha guarita (Contributi 513)

Una bella testimonianza di amore materno in quest'articolo di Raffaella Frullone tratto da La Bussola (vi invito a verificare tutti i link che ho inserito personalmente):

«Vostro figlio è autistico. Ha già dato tutto quello che poteva dare». Il pugno allo stomaco arriva di Gina Codovilli nel pieno fiorire della sua vita. 40 anni, sposata felicemente con Walter e orgogliosamente mamma di Simone e Giacomo, rimane impietrita di fronte al neuropsichiatra infantile che freddamente esamina il suo terzogenito, Andrea, di appena pochi mesi, e pronuncia una sentenza di morte, “ha già dato tutto”. Per questa madre è l’inizio del baratro. La disperazione e l’angoscia le tolgono il respiro e le offuscano i pensieri e prima ancora di capire cosa sta realmente accadendo al suo bambino, sente su di lei impietoso arrivare un grosso castigo, una punizione terribile e si chiede «Perché? Cosa ho fatto per meritare tutto questo?».
La maggioranza delle persone non ha un’idea precisa di cosa sia l’autismo. E’ così per tutte le patologie gravi, tendiamo ad allontanarle dalla mente, o semplicemente non ce ne occupiamo sperando che non ci riguardino mai. Così a malapena sappiamo che un bimbo autistico fatica a comunicare, non risponde agli stimoli, può arrivare ad essere violento. E se oggi questo concetto astratto e nebuloso è il più diffuso, possiamo immaginare quanto estranea dovesse risultare quella parola a Gina Codovilli nel 1987, per di più in un’epoca in cui le cause dell’autismo venivano rintracciate in un rapporto inadeguato del bambino con la madre, che era detta madre frigorifero.
La sensazione di smarrimento e la totale ignoranza rispetto alla malattia portano Gina a comprare una miriade di libri e a divorare bulimicamente tutto ciò che riguarda l’autismo. Negli anni Ottanta a farla da padrone erano le teorie di Bruno Bettelheim (Vienna, 28 agosto 1903 – Silver Spring, 13 marzo 1990), psicoanalista austriaco di origine ebraica il quale, oltre a colpevolizzare totalmente la madre, basava la terapia su una serie di sedute di psicoanalisi attraverso le quali il bambino si sarebbe dovuto “staccare” dai genitori, l’obiettivo era quello di annullare l’autorità eliminando regole e norme. Gina si rende presto conto che la psicoanalisi, fatta su un bimbo così piccolo, che per giunta non parlava, non avrebbe dato alcun risultato. Se ne rende conto molto prima della morte suicida di Bettelheim, prima che la sua pedofilia venisse alla luce, prima che le sue teorie venissero finalmente abbandonate. Gina, nonostante le difficoltà e i sensi di colpa, ha subito chiara una cosa: avrebbe fatto di tutto per trovare la terapia giusta per Andrea.
La straordinaria vicenda di questa mamma che non si arrende e di un figlio che da malato da curare diventa “guarigione” per le persone che incontra è raccontata nel libro Il mio principe – soffrire crescere e sorridere con un figlio autistico che Gina Codovilli ha firmato per Itaca lo scorso anno e presentato al Meeting di Rimini 2011. «Dovevo questo libro ad Andrea, lui probabilmente non potrà mai parlare, perciò voglio raccontare la sua storia, raccontare quanto ha dato a tutti noi. E rompere questo muro di silenzio attorno all’autismo, voglio dire ai genitori nella mia stessa situazione che possono farcela».
Il volume è la testimonianza diretta e concreta di una madre che di punto in bianco si trova a lottare con quello che chiama “il terribile mostro” che tiene imprigionato il figlio. Gina racconta la totale incapacità di reagire dei primi tempi, il dolore lancinante, «come quello di un gancio ben piazzato» - scrive, che la lascia più volte accasciata sul pavimento. Un male che la trascina nella disperazione un giorno dopo l’altro fino a quando, inaspettatamente nella sua mente si affaccia una supplica «Signore aiutami», sussurra. Lei, che non aveva mai pregato perché non ne aveva bisogno, stava invocando Dio.
«Ammetto che se non mi fosse successo direttamente, non ci crederei – racconta oggi – Ma fin dalla prima volta, l’aver pronunciato quelle due parole, mi ha dato forza. L’energia sufficiente per affrontare la giornata con la mia famiglia. Non dico che all’improvviso il dolore sia sparito, ma ho scoperto che grazie alla preghiera riuscivo a reagire. Questo mi ha poi portato ad entrare in crisi perché mi sentivo vile, e codarda poiché pregavo solo perché ne avevo bisogno, eppure ho capito che quella era la strada».
Preso atto dei progressi quasi nulli della psicoanalisi, e recuperate un minimo le forze, per Gina inizia la sua grande avventura a fianco di Andrea: la ricerca della guarigione. Un viaggio insieme doloroso e affascinante, ricco di gioie inaspettate ma anche di abissi profondissimi, un viaggio che inizia con una decisione amarissima per Gina, quella di lasciare il suo lavoro da insegnante «Mai una scelta mi è pesata tanto, ma nemmeno per un momento mi sono pentita». Si apre una lunga serie di tentativi: idroterapia, omeopatia, delfinoterapia, musicoterapia, ippoterapia, incontri con persone dotate di poteri, fino a Monsignor Milingo (allora ancora celibe, allora ancora nella Chiesa, ma già border line) e poi ancora terapie comunicative, del linguaggio...
Il libro racconta Andrea attraverso l’approccio del bimbo con ognuna di queste terapie, racconta i suoi progressi e i suoi momenti di difficoltà, ma soprattutto è la storia di una guarigione: quella di sua madre.
Impietrita e ghiacciata nello studio del neuropsichiatra, piegata dal dolore negli angoli più bui della sua casa, Gina ha lottato con tutte le sue forze perché Andrea guarisse. Nel libro ricorda la tensione nell'attraversare piazze affollate, l'imbarazzo di quando Andrea come se nulla fosse vedendo una lattina di Coca cola in mano a sconosciuti se ne appropriasse per berla, il senso di inadeguatezza quando aveva reazioni bizzarre, ma racconta anche di come ha sopportato con coraggio gli sguardi, a tratti severi a tratti compassionevoli delle altri mamme al parco giochi, a scuola, in piscina, ha spronato i suoi figli maggiori a stare con Andrea pur leggendo nei loro occhi impotenza. Ripercorre i momenti che l'hanno portata a modellare la sua vita sulle esigenze di Andrea, dimenticando sé stessa e mettendosi a servizio del suo “principe”, parla di come ha messo in discussione la propria fede per poi finalmente capire che mentre lei si affannava senza sosta per cercare una guarigione miracolosa, la guarigione miracolosa era già in atto.
Andrea ha incontrato quelli che la sua mamma chiama “angeli” fin dai primi passi che ha mosso fuori casa, Lorenzo, il direttore della scuola per l’infanzia, i compagni di scuola che fanno a gara per stare accanto a lui, Anna, la maestra di sostegno, Fabio, il musicoterapeuta, la comunità del Monte Tauro, Barbara della delfinoterapia e tanti tanti altri. Dove Gina cercava una medicina per Andrea, Andrea trovava amore ed accoglienza e questa è stata la vera terapia miracolosa.
Oggi Andrea è una ragazzo di 23 anni, ha completato tutto il ciclo scolastico frequentando l’istituto alberghiero di Rimini, è zio di una nipotina bellissima, e il prossimo autunno probabilmente metterà a a frutto le sue capacità professionali aiutando la mensa della Comunità del Monte Tauro.
Gina sa che ci sarà ancora da combattere ma il futuro non la attanaglia più come in passato, perchè ha conosciuto la speranza. "Sono consapevole che tante saranno ancora le sfide da affrontare. Di sicuro mai e poi mai mi esimerò dal tentare tutto ciò che potrebbe risvegliare dal fatale incantesimo Andrea... il mio principe. Ma vorrei dire ai genitori dei bambini affetti da autismo che, passato il dolore inziale, si può tornare ad avere una vita serena, godere delle relazioni. Inoltre adesso fortunatamente, archiviato Bettelheim, i bibmi autistici possono contare su terapie ottime che li possono portare ad avere un buon grado di autonomia. Per conto mio Andrea è già guarito, anzi ha guarito tutti noi. Questi bambini non hanno qualcosa in meno degli altri, anzi hanno e danno qualcosa di più».
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lunedì 29 agosto 2011

La vita vince contro le ingiustizie del mondo (Contributi 512)

Un'altra testimonianza dal meeting di quest'anno. Ne consiglio la lettura alle "donne in carriera", a chi è contrario a difendere e tutelare la vita e a tutti coloro che si trovano fra i 6 e i 116 anni, ecco la sintesi dell'incontro:


Clara Gaymard
 Clara Gaymard è la figlia del famoso scienziato Jérôme Lejeune, scopritore della sindrome di Down, grande oppositore delle pratiche eugenetiche e strenuo difensore del diritto alla vita.
Presidente e amministratore delegato della General Electric France, madre di nove figli, ha raccontato al Meeting di Rimini la grandezza di suo padre.
A causa della sua decisa opposizione all’aborto, il professor Lejeune venne discriminato, isolato e allontanato dal mondo medico. Fu escluso anche dalla candidatura al premio Nobel. Ma la Chiesa cattolica non ha dimenticato la testimonianza eroica di un cattolico così coraggioso.
Nel 1978 Giovanni Paolo II chiamò Lejeune alla Pontificia Accademia delle Scienze, e nel 1994 lo nominò primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita.
Nel 2007 è iniziato il processo di beatificazione di Jérôme Lejeune, e nel dicembre 2008 il Movimento per la Vita (MpV) gli ha conferito il premio europeo per la Vita Madre Teresa di Calcutta.
Giovedì 25 agosto, in un incontro al Meeting di Rimini, Clara Gaymard ha detto: “Non sono una storica, né un medico, né ho una fede grande come quella di mio padre, ma ho avuto la grazia di essere stata sua figlia e sento vivo il compito di raccontare com'era”.

Jérôme Lejeune
 Nel 1958 Lejeune scoprì l'anomalia genetica (trisomia del cromosoma 21) che causa la sindrome di Down, e la sua scoperta ha sconfitto le argomentazioni razziste ed eugenetiche sui bambini che ne sono affetti.
La Gaymard ha spiegato che “non solo la fede, ma gli studi sulla genetica e sulla formazione dei bambini convinsero Jérôme che ogni essere umano è già tale, con tutta la sua unicità, fin dal concepimento”.
“Seguire mio padre – ha precisato – non ha significato diventare dottoressa o scienziata, ma fare il mio dovere”.
“A chi mi dice che con una famiglia numerosa come la mia dovrei stare a casa a fare la mamma, rispondo che ci sono cose che sono capace di fare, e farle significa servire la mia famiglia, la mia patria, la mia azienda, la mia gente”.
Alla domanda “Come si fa ad essere presidente di una multinazionale e mamma di nove figli?”, Clara Gaymard ha risposto a Quotidiano Meeting: “Ho alcune semplici regole nella mia vita, e una di queste è che ci sono cose importanti, e altre urgenti. E molte cose urgenti non sono importanti. Quelle importanti, poi, spesso non possono essere risolte rapidamente. Perciò, non vanno fissate come urgenti: non riuscire a farle genererebbe rabbia. La pace è riconoscere cosa si può fare giorno per giorno, e cercare di farlo”.
Circa l’insegnamento più significativo che il padre le ha lasciato, la Gaymard ha affermato: “L’importanza di essere umili e semplici, perché – ripeteva sempre – non sappiamo molto, ma sappiamo che la vita è felicità”.
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domenica 28 agosto 2011

Domenica 22^ t.o. (Angelus 38)

Cari fratelli e sorelle,
nel Vangelo di oggi, Gesù spiega ai suoi discepoli che dovrà «andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Mt 16,21). Tutto sembra capovolgersi nel cuore dei discepoli! Com’è possibile che «il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16), possa patire fino alla morte? L’apostolo Pietro si ribella, non accetta questa strada, prende la parola e dice al Maestro: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai» (v. 22). Appare evidente la divergenza tra il disegno d’amore del Padre, che giunge fino al dono del Figlio Unigenito sulla croce per salvare l’umanità, e le attese, i desideri, i progetti dei discepoli. E questo contrasto si ripete anche oggi: quando la realizzazione della propria vita è orientata solamente al successo sociale, al benessere fisico ed economico, non si ragiona più secondo Dio, ma secondo gli uomini (v. 23). Pensare secondo il mondo è mettere da parte Dio, non accettare il suo progetto di amore, quasi impedirgli di compiere il suo sapiente volere. Per questo Gesù dice a Pietro una parola particolarmente dura: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo» (ibid.). Il Signore insegna che «il cammino dei discepoli è un seguire Lui, il Crocifisso. In tutti e tre i Vangeli spiega tuttavia questo seguirlo nel segno della croce … come il cammino del "perdere se stesso", che è necessario per l’uomo e senza il quale non gli è possibile trovare se stesso» (Gesù di Nazaret, Milano 2007, 333).
Come ai discepoli, così anche a noi Gesù rivolge l’invito: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Il cristiano segue il Signore quando accetta con amore la propria croce, che agli occhi del mondo appare una sconfitta e una "perdita della vita" (cfr vv. 25-26), sapendo di non portarla da solo, ma con Gesù, condividendo il suo stesso cammino di donazione. Scrive il Servo di Dio Paolo VI: "Misteriosamente, il Cristo stesso, per sradicare dal cuore dell'uomo il peccato di presunzione e manifestare al Padre un'obbedienza integra e filiale, accetta … di morire su di una croce" (Es. ap. Gaudete in Domino (9 maggio 1975), AAS 67, [1975], 300-301). Accettando volontariamente la morte, Gesù porta la croce di tutti gli uomini e diventa fonte di salvezza per tutta l’umanità. Commenta San Cirillo di Gerusalemme: «La croce vittoriosa ha illuminato chi era accecato dall’ignoranza, ha liberato chi era prigioniero del peccato, ha portato la redenzione all’intera umanità» (Catechesis Illuminandorum XIII,1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B).
Affidiamo la nostra preghiera alla Vergine Maria e a Sant’Agostino, di cui oggi ricorre la memoria, perché ciascuno di noi sappia seguire il Signore sulla strada della croce e si lasci trasformare dalla grazia divina, rinnovando il modo di pensare «per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2).
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sabato 27 agosto 2011

Con gli occhi degli apostoli (Contributi 511)

Fra le mostre di questa edizione del Meeting di Rimini l'editoriale di Samizdat on Line ci parla di di quella curata da José Miguel Garcia in cui si documenta una volta di più la storicita dei fatti evangelici:

La mostra ricostruisce il percorso che alcuni abitanti ebrei di Cafarnao hanno fatto dal primo incontro con Gesù di Nazareth fino al riconoscimento di fede che permise loro di arrivare a dare la vita per Lui. Avvalendosi delle fondamentali conoscenze scaturite dagli scavi archeologici realizzati nell’ultimo secolo dai Padri Francescani della Custodia di Terra Santa e dallo studio esegetico dei Vangeli, l’esposizione intende aiutare a vincere il dubbio sul cristianesimo: "Sì, questa storia è accaduta realmente. Gesù non è un mito, è un uomo fatto di carne e sangue, una presenza tutta reale nella storia.
Possiamo visitare i luoghi e seguire le vie che egli ha percorso. Possiamo, per il tramite dei testimoni, udire le Sue parole. Egli è morto ed è risorto...i miti hanno aspettato Lui, in cui il desiderio è diventato realtà” (Benedetto XVI). Nella prima parte viene descritta la localizzazione e una breve storia di Cafarnao (Kfar Nahum). Oggi ne rimangono solo alcuni resti archeologici, ma nel periodo erodiano essa traeva una relativa importanza dal fatto che era posta lungo la Via Maris e proprio al confine tra due diversi regni.
I visitatori ssono aiutati ad immedesimarsi con la vita quotidiana degli abitanti del villaggio tramite oggetti, ricostruzioni, pannelli che permettono di guardare e conoscere la vita normale dell’epoca: i lavori più comuni, i tipi di abitazione, la religione, le tradizioni, gli usi e i costumi, ecc.
Nella seconda sezione, le testimonianze dei Vangeli aiutano a mostrare come la tranquilla vita di Cafarnao, attorno all’anno 30, venga profondamente sconvolta da un episodio apparentemente banale: l’incontro tra due degli abitanti del villaggio, Andrea e Giovanni, con un ebreo di Nazareth di nome Gesù, e la successiva decisione di quest’ultimo di trasferirsi proprio a Cafarnao.
Nessun abitante di Cafarnao potrà evitare di avere a che fare con questo nuovo, inatteso ospite. Ma Gesù attrae anche gente da fuori, così che Cafarnao diventa un luogo a cui accorrono stranieri e sconosciuti, sconvolgendo la vita quotidiana del paese. In seguito si concentra l’attenzione sull’esperienza personale di quei pochi uomini che Gesù sceglie come suoi discepoli. La loro unità nascerà dalla sequela, perché sarà la persona stessa di Gesù a determinare ogni aspetto delle loro vite. Viene descritto il cammino della certezza che fecero questi discepoli. Stando con quella presenza eccezionale (che si manifestava tanto nei suoi miracoli quanto nel suo modo di insegnare ed agire), la loro vita diventerà più intensa e vera. Nasce il cristianesimo: una Presenza che compie la vita. La convivenza quotidiana, una corrispondenza sempre crescente genera in loro la certezza e l’attaccamento affettivo.
Nell’ultima sezione le scoperte archeologiche trovate a Cafarnao mostrano come la vita nella città continui a rimanere diversa e segnata da Gesù anche dopo la sua morte. I suoi discepoli continuano a vivere assieme uniti dalla Sua Memoria e dalla Sua continua, affermata e riconosciuta Presenza; la casa dove Gesù aveva vissuto diventa dapprima un luogo di venerazione e poi una Chiesa; stranieri e sconosciuti continuano ad affluire verso la città come pellegrini per pregare in quei luoghi, come testimoniano i graffiti.
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Ecco l'articolo di presentazione della mostra scritto da Garcia su il Sussidiario
Non bastano i reperti, servono gli occhi degli apostoli
La compagnia cristiana nasce dall’incontro casuale tra due giovani di Cafarnao e un uomo di Nazareth, tutti quanti mossi dall’attesa e dal desiderio di compimento delle promesse antiche. Ascoltando e seguendo Giovanni Battista l’amicizia tra questi tre è diventata solida fino al punto di desiderare di rimanere insieme. E Gesù di Nazareth se ne è andato ad abitare con loro, nel loro paese. Così Cafarnao è diventa la città di Gesù. Gli abitanti di questo villaggio sono stati i primi a sentire l’annuncio del Regno di Dio e a vedere il suo inizio nei miracoli compiuti da quest’ospite, così eccezionale come inatteso. La mostra “Con gli occhi degli apostoli” è centrata su questo paese dove è vissuto Gesù durante la sua vita pubblica.
Certamente l’interesse per Cafarnao non nasce dalla bellezza naturale o artistica del posto, che certamente c’è, ma dal suo legame con questo uomo e la sua pretesa. Se Gesù di Nazareth si è posto nel mondo come risposta al mio dilemma umano, alla mia domanda di significato, mi interessa capire di più quello che lui ha fatto e detto, quello che è accaduto a Cafarnao e nel territorio della Galilea. Ci interessa conoscere cosa è successo con il suo arrivo, cosa hanno visto in lui i suoi abitanti, e soprattutto come mai alcuni di loro si sono affezionati così tanto a quest’uomo da andargli dietro fino a dare la vita per lui. La mostra vuole manifestare il cammino di conoscenza e certezza fatto dai primi discepoli. A questo scopo ci aiuterà immedesimarci nei racconti evangelici, che sono la testimonianza lasciata dai discepoli.
Tutto quello che noi sappiamo su Gesù è giunto a noi grazie alla testimonianza degli uomini che Lo hanno seguito nel suo girovagare per le sinagoghe e i campi della Palestina. Come afferma Benedetto XVI nel suo libro Gesù di Nazareth il Gesù reale è il Gesù dei Vangeli, con la sua pretesa di divinità, con la sua eccezionale umanità, con la sua capacità di fare miracoli. La mostra si serve anche di tutto il lavoro archeologico fatto dei francescani dello Studium Biblicum Franciscanum e della ricerca storica. Così si fa più palese la ragionevolezza della fede cristiana. Certamente il nostro Dio, incarnandosi in un uomo, si è fatto oggetto dei nostri sensi e della nostra ragione, dalla nostra ricerca. Ma Gesù è una persona e non si può ridurre a un oggetto misurabile, a una cosa che si afferra e manipola. In realtà Gesù ha voluto soprattutto diventare soggetto di un rapporto, ha voluto farsi vicino e compagno di cammino. E il rapporto personale richiede un uso della ragione diverso da quello di chi si fa giudice supremo e ultimo di tutto. Nel rapporto umano serve la ragione assetata di verità, desiderosa di conoscere; serve la ragione destata dallo stupore e attratta dal bene e dalla bellezza.
Soltanto l’amore, che desidera conoscere sempre di più, apre gli occhi e porta la ragione alla vera conoscenza. Il Dio incarnato, quindi, si svela sempre dentro un rapporto amoroso, cioè dentro il dialogo libero del tu umano e dell’io divino. Però non basta mostrare i reperti archeologici o argomentare a livello storico ed esegetico perché l’uomo riconosca la verità di Gesù. Neanche mostrare la ragionevolezza e convenienza della fede, perché la libertà dell’uomo aderisca alla fede cristiana. Tanti abitanti di Cafarnao e dei suoi dintorni hanno udito la predicazione di Gesù, visto i suoi miracoli, sperimentato in qualche modo la sua umanità imparagonabile, e non lo hanno seguito o magari gli sono andati contro.
Gesù non risparmia mai la libertà dell’uomo, anzi la mette in gioco. In altre parole, l’imponenza di Gesù era davanti a loro, l’Essere si manifestava e li provocava, ma l’adesione nasce dall’intimo della persona, dalla libertà che cede.
Gli apostoli hanno ceduto e la loro vita ha sperimentato il centuplo quaggiù. Mi auguro che la visita alla mostra favorisca questa mossa della nostra libertà, quest’adesione a Cristo. Così la nostra vita avrà una pienezza insospettata e con Lui potrà affrontare le prove della vita, certi della vittoria di Cristo risorto.
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giovedì 25 agosto 2011

Gesù pensaci Tu (Interventi 103)

Dagli scritti di Don Dolindo Ruotolo propongo un testo MOLTO interessante:


Perché vi confondete agitandovi? Lasciate a me la cura delle vostre cose e tutto si calmerà. Vi dico in verità che ogni atto di vero, ricco e completo abbandono in me, produce l'effetto che desiderate e risolve le situazioni spinose. Abbandonarsi a me non significa arrovellarsi, sconvolgersi e disperarsi, volgendo poi a me una preghiera agitata perché io segua voi, è cambiare l'agitazione in preghiera. Abbandonarsi significa chiudere placidamente gli occhi dell'anima, stornare il pensiero della tribolazione e rimettersi a me perché io solo operi, dicendo: "pensaci tu". Contro l'abbandono: la preoccupazione, l'agitazione e il voler pensare alle conseguenze di un fatto.
È come la confusione che portano i fanciulli, che pretendono che la mamma pensi alle loro necessità e vogliono pensarci essi, intralciando con le loro idee e le loro fisime infantili il suo lavoro.
Chiudete gli occhi e lasciatevi portare dalla corrente della mia grazia, chiudete gli occhi e lasciatemi lavorare, chiudete gli occhi e pensate al momento presente, stornando il pensiero dal futuro come da una tentazione. Riposate in me credendo alla mia bontà e vi giuro per il mio amore che, dicendomi, con queste disposizioni "pensaci tu", io ci penso in pieno, vi consolo, vi libero, vi conduco. E quando debbo portarvi in una via diversa da quella che volete voi, io vi addestro, vi porto nelle braccia, vi faccio trovare, come bimbi addormentati nelle braccia materne, dall'altra riva.
Quello che vi sconvolge e vi fa male immenso è il vostro pensiero, il vostro assillo ed il volere ad ogni costo provvedere a voi a ciò che vi affligge.
Quante cose io opero quando l'anima, tanto nelle sue necessità spirituali quanto in quelle materiali, si volge a me dicendomi "pensaci tu", chiude gli occhi e riposa!
Avete poche grazie quando vi assillate voi per produrle, ne avete moltissime quando la preghiera è affidamento pieno a me.
Voi nel dolore pregate non perché io operi, ma perché io operi come voi credete! Non vi rivolgete a me, ma volete che io mi adatti alle vostre idee, non siete infermi che domandano al medico la cura, ma gliela suggeriscono.
Non fate così, ma pregate come vi ho insegnato nel Pater: "sia santificato il Tuo nome", cioè sii glorificato in questa mia necessità, "venga il Tuo regno", cioè tutto concorra al tuo regno in noi e nel mondo, "sia fatta la Tua volontà come in cielo così in terra", cioè disponi tu in questa necessità come meglio ti pare per la vita nostra eterna e temporale.
Se mi dite davvero "sia fatta la Tua volontà", che è lo stesso che dire: "pensaci tu", io intervengo con tutta la mia onnipotenza e risolvo le situazioni più chiuse.
Ti accorgi che il malanno incalza invece di decadere? Non ti agitare, chiudi gli occhi e dimmi con fiducia: "sia fatta la Tua volontà pensaci tu!". Ti dico che io ci penso e che intervengo come medico e compio anche un miracolo quando occorre. Vedi che la situazione peggiora? Non ti sconvolgere chiudi gli occhi e ripeti: "pensaci tu!". Ti dico che ci penso e che non c'è medicina più potente di un mio intervento d'amore. Ci penso solo quando chiudete gli occhi.
Voi siete insonni, voi volete tutto valutare, tutto scrutare, a tutto pensare e vi abbandonate così alle forze umane o peggio agli uomini, confidando nel loro intervento. È questo che intralcia le mie parole e le mie vedute. Oh, come io desidero da voi quest'abbandono per beneficiarvi e come mi addoloro nel vedervi agitati!
Satana tende proprio a questo: ad agitarvi per sottrarvi alla mia azione e gettarvi in preda alle iniziative umane: confidate perciò in me solo, riposate in me, abbandonatevi a me in tutto. Io faccio miracoli in proporzione del pieno abbandono in me e del nessun pensiero di voi. Io spargo tesori di grazie quando voi siete nella piena povertà. Se avete vostre risorse, anche in poco, o se le cercate, siete nel campo naturale e seguite quindi il percorso naturale delle cose che spesso è intralciato da Satana. Nessun ragionatore ha fatto miracoli, neppure tra i santi. Opera divinamente chi si abbandona in Dio.
Quando vedi che le cose si complicano, di con gli occhi dell'anima chiusi: "Gesù pensaci tu!". Fa così per tutte le tue necessità. Fate così tutti e vedrete i grandi, continui e silenziosi miracoli. Ve lo giuro per il mio amore!
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mercoledì 24 agosto 2011

La certezza è qualcosa da cercare, piuttosto che da possedere (Contributi 510)

Il resoconto di un incontro del meeting 2011 di Luca Marcolivio:

“E l’esistenza diventa una immensa certezza”: è il motivo conduttore del XXXII Meeting dell’Amicizia tra i Popoli, in programma alla Fiera di Rimini fino al 27 agosto.
Il tema è stato sviluppato in modo sistematico martedì (23/8) pomeriggio, nel corso della prolusione del filosofo Costantino Esposito, professore all’Università di Bari, introdotto dalla presidente del Meeting, Emilia Guarnieri.
La certezza in tempi incerti come quelli attuali “non è una certezza ideologica ma una certezza di vita in cui tutti possano respirare un riverbero di positività”, ha affermato Guarnieri. La certezza, ha proseguito la presidente del Meeting, “non consiste in un bagaglio di cose certe ma vuol dire assumersi il rischio di lanciare la propria spada al di là delle proprie sicurezze per ottenere ciò che il cuore desidera”.
Come spiegato dal professor Esposito, il paradosso della modernità consiste proprio in un’incertezza che è “tanto diffusa da risultare quasi insuperabile, come una condizione quasi normale” e che, al tempo stesso, come osservò a suo tempo Zygmunt Baumann, è la risultante di una “guerra totale di logoramento” contro il “mostro policefalo” dell’incertezza.
In altre parole, l’uomo, a partire dai primi secoli dell’età moderna, ha preteso, di fronte alla presunta sordità di Dio, di intraprendere una nuova “strategia di controllo” del proprio destino “fondata sulla conoscenza scientifica e sulle sue applicazioni tecnologiche”. Tentativo, quest’ultimo, fallito, cosicché “dalla seconda metà del XX secolo – ha osservato Esposito – è come se tutto convergesse verso la precarietà”.
A livello politico e sociale, ad esempio, le prerogative dello stato sociale ed assistenziale “sono state scaricate sulle capacità dei singoli”, costretti in tal modo a “trovare risposte individuali a problemi di ordine sociale”. L’uomo perde quindi la capacità di controllare la propria vita e – per usare ancora le parole di Baumann – si viene così “condannati a una condizione non diversa da quella del plancton, battuto da onde di origine, ritmo, direzione e intensità sconosciuti”.
Secondo Nietzsche, “nessuno è responsabile della sua esistenza” ed “il tempo e la storia non potranno riservarci più alcuna novità ma solo un’eterna ripetizione”. Ma l’uomo è qualcosa di molto di più: nella nostra angoscia e nella nostra inquietudine, noi “siamo un bisogno insopprimibile di certezza che non riusciamo mai effettivamente a colmare”.
Eppure, in questo panorama di insensatezza, causalità, irrazionalità, emerge prorompente e repentina una certezza primigenia: “il fatto che noi siamo venuti all’essere in un rapporto, siamo di qualcuno, e in quanto tali siamo davvero noi stessi”. Essere stati voluti ed accolti dallo sguardo amoroso di nostra madre è, secondo Esposito, una “esperienza originale che tutti ci ha segnati”. La certezza, quindi, “non è qualcosa che costruiamo ma è qualcosa che innanzitutto riceviamo. È qualcosa che ci genera, e che solo in quanto tale può diventare nostra”.
C’è la certezza secondo Sant’Agostino, ovvero l’aspirazione alla felicità, c’è la certezza secondo Cartesio, quella della percezione dell’infinito. Ma la certezza è qualcosa che, in primo luogo, è da cercare, piuttosto che da possedere. “La pura verità è riservata a Dio e va lasciata solo a Lui – ha proseguito il professor Esposito -. La ricerca è tutta e solo dell’uomo” ed è tale ricerca che rende un uomo virtuoso.
Questa ricerca implica notevoli rischi: per usare una metafora di Urs von Balthasar, è un “gettarsi innanzitutto nella corrente, per fare esperienza corpo a corpo con l’onda, di che cosa sia l’acqua e come vi si avanzi”. Inoltre, sempre secondo von Balthasar, “come il nuotatore deve nuotare sempre per non affondare […] così anche colui che conosce, deve porsi ogni giorno, in maniera nuova, la domanda sull’essenza della verità, senza per questo essere uno scettico e un distruttivo”.
Sulla scia di San Tommaso d’Aquino, per il quale la fede non è solo un atto intellettuale “ma richiede un’adesione dell’io” (cogitare cum assensu), tale assenso non deriva necessariamente dalla nostra capacità di dimostrazione, quanto - più spesso – dalla nostra credenza, così come, secondo l’esempio riportato da John Henry Newman, una madre insegna al proprio figlio un verso di Shakespeare, che egli non potrà capire per la sua complessità, ma del quale accetta che esso abbia un “bel significato”.
Si arriva dunque, seguendo don Luigi Giussani (lo slogan del Meeting di quest’anno è ispirato a una sua frase estrapolata dal saggio Il cammino al vero è un’esperienza [Rizzoli, Milano, 2006]), alla certezza in senso dinamico: non un “assoluto”, bensì un “accaduto”, ovvero “qualcosa che continua ad accadere, poiché se non accadesse nel presente non esisterebbe affatto”.
Ed il più grande accadimento, la più grande certezza della storia è proprio la venuta sulla terra di Cristo che, diventato uomo, ha permesso all’uomo “di essere finalmente se stesso, cioè un essere che domanda, desidera e attende, certo della risposta”. È proprio dall’Avvenimento cristiano che la libertà dell’uomo compie un salto di qualità, dalla semplice scelta di una cosa rispetto ad un’altra alla “possibilità di scoprire un valore irriducibile, infinito di me in virtù del rapporto diretto con chi mi ha creato e mi sta creando ora”, ha aggiunto infine il professor Esposito.
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Finalmente uno stimolo vero per i sacerdoti (Articoli 66)

Un articolo di Tommaso Scandroglio da La Bussola auspica un primo bilancio dalla GMG madrilena appena conclusa.

Il riflesso pavloviano è inevitabile. Dici Giornata Mondiale della Gioventù e ti vengono in mente ragazzotti e fanciulle in braghette corte, t-shirt e foulard con il logo della GMG che festanti e ridenti camminano cantando sotto il solleone. Nell’immagine stereotipata - ma gli stereotipi sono tali perché hanno sempre un fondo di verità - non c’è mai posto per chi in realtà e alla guida di questi gruppi di giovani, cioè i sacerdoti. Forse perché spesso con abile mimetismo nell’abbigliamento questi ultimi si confondono tra i ragazzi e non è facile distinguerli. Anche loro però vivono appieno la GMG e viene da domandarsi cosa mai si porteranno a casa, meglio: in parrocchia, da questa esperienza madrilena. Ecco, il punto sta proprio in questa parola: "esperienza".
Tale termine è diventato negli anni il mantra di tutta una certa pastorale giovanile che ha ingolfato le parrocchie e gli oratori di una serie di attività il cui numero farebbe impallidire un centro polifunzionale dei più avanzati. Grest, oratori estivi, castagnate, cineforum, fiaccolate, raccolta fondi, pesche di beneficienza, feste patronali e non patronali, campeggi, allestimenti teatrali, tornei sportivi, doposcuola, assistenza agli anziani, ai portatori di handicap, agli indigenti, ai tossicodipendenti, etc. Tutte attività assai meritorie, intendiamoci bene, però non sono il nocciolo duro dell’essere cattolico. Sarà banale ricordarlo ma il fine di ogni nostra goccia di sudore è Dio, o in chiave soteriologica - per dirla in teologhese - la propria salvezza. Qui sta il centro di gravità delle fede. Il rischio di tutte queste iniziative invece è scadere nell’attivismo, nel fare fine a se stesso. Non nel fare per Dio. L’inganno è dunque convertire queste attività da mezzi in scopi. Se ciò accadesse la parrocchia diventerebbe per i giovani una efficiente cooperativa sociale che eroga solo dei servizi agli utenti battezzati o non battezzati che siano.
L’esperienzialità punta tutte le sue fiches sull’io che è attore principale di una situazione significativa (o che dovrebbe essere tale nell’intento di chi la propone). Ecco quindi il vivere insieme alcuni momenti aggregativi, il porre l’accento sull’importanza dell’amicizia, gli effetti benefici della condivisione di esperienze formative, il confronto aperto, etc. Tutti strumenti indispensabili per una corretta crescita della persona e del credente, senza dubbio, ma se non veicolano un messaggio più alto diventano sterili, si ripiegano su se stesse, ristagnano senza slancio.
Se non sono la cornice ove inserire un contenuto che sappia elevare, la pastorale è destinata a diventare un airbus pieno zeppo di passeggeri che rulla a terra e mai decollerà.
Invece la GMG così come è stata pensata da Benedetto XVI mira al trascendente. Le attività di questi giorni innestano al palo orizzontale della croce - il piano umano (le catechesi, gli incontri, i dibattiti, i discorsi, le mostre etc.) - quello verticale che indica Dio. L’adorazione eucaristica, la veglia di preghiera, il culto mariano, l’indulgenza plenaria, le confessioni (eccezionalmente anche il peccato di aborto potrà essere assolto da sacerdoti ordinari), la celebrazione eucaristica conclusiva sono il vero tesoro della GMG. Quello che lo precede è solo la mappa che indica il percorso, mappa preziosissima ma che non può essere confusa con il bottino finale.
L’importante non è il viaggio come sostiene la filosofia di Jack Kerouac, ma è la meta.
La GMG di Benedetto XVI perciò rimette in ordine le priorità per il credente. Come ama spesso rammentare Vittorio Messori, il cristianesimo è la religione dell’et/et. Tutto tiene e tutto conserva. Ma ciò non significa che non ci siano "et" più importanti di altri "et". La Chiesa si prende cura dell’uomo nella sua totalità - corpo e spirito - ma insegna che il vero fedele deve camminare su questa terra con lo sguardo rivolto sempre verso il cielo. Invece nelle nostre parrocchie la pastorale giovanile si guarda spesso compiaciuta la punta delle scarpe e antepone alcuni aspetti del vivere cristiano meno rilevanti ad altri ben più significanti di carattere spirituale. Anzi questi ultimi il più delle volte diventano veri e propri oggetti non identificati nei nostri "spazi aggregativi ecclesiali". Insomma, se la parrocchia fosse una casa d’aste ci verrebbe da sospettare che la settimana bianca con il don sarebbe battuta ad un prezzo ben superiore dell’ora eucaristica. Lo ripetiamo: i due aspetti non sono in contraddizione nè in competizione tra loro, ma alcuni hanno un peso specifico cattolico superiore ad altri.
É Maria che a differenza di Marta "si è scelta la parte migliore".
Considerare all’opposto la vita spirituale come la cenerentola dell’azione pastorale conduce ad un pernicioso umanesimo cattolico: una religione delle buonissime azioni. Uno scoutismo avanzato.
Non di rado poi la predilezione cade sul sociale, sul collettivo (Hegel e i suoi nipotini sono sempre in mezzo a noi). Non più quindi direzione spirituale condotta attraverso un rapporto personale, ma condivisione comune delle proprie difficoltà e incertezze; non più insistenza nell’indirizzare i giovani alla frequenza ai sacramenti (confessione ed eucarestia), ma preferenza per attività, seppur meritorie, meramente pratiche; non più orientare alla preghiera personale e ad altre pratiche di pietà individuale, ma atteggiamento di predilezione per i momenti di preghiera comunitari.
Allora le attuali giornate iberiche potranno essere da stimolo ai molti sacerdoti presenti per importare a casa loro questa lezione di pastorale, anzi questo laboratorio di pastorale che proviene dallo stesso Magistero. In questo senso possiamo guardare alla GMG di quest’anno come un’unica grande parrocchia universale che raggruppa in sé tutte le altre. Infatti non è un caso che il Pontefice indosserà la talare del parroco e confesserà lui stesso in prima persona. In questo gesto non si deve leggere né un intento esibizionistico - molti osservatori affermano che nella GMG la Chiesa mostra i muscoli - né uno scopo didattico, bensì pedagogico.
La pedagogia efficace del padre di famiglia che educa i suoi figli - e in primis i sacerdoti stessi - attraverso l’esempio di mettersi la stola viola, ricordando così mediante questo ed altri gesti concreti quali siano i fondamenti pastorali per condurre le anime verso una vita di santità. E la ricetta da duemila anni è sempre la stessa: sacramenti, preghiera, vita mariana, direzione spirituale e sana formazione.
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martedì 23 agosto 2011

Una certezza incrollabile (Articoli 65)

Una domanda a Mons. Luigi Negri, vescovo di S.Marino-Montefeltro sul tema del meeting 2011 "e l'esistenza diventa un'immensa certezza" da La Bussola. Dove nasce la certezza del cristiano? Ecco l'articolo:


“E l’esistenza diventa una immensa certezza”: il titolo della 32esima edizione del Meeting di Rimini richiama immediatamente un volto che ha segnato gli ultimi decenni, quello di Giovanni Paolo II. Abbiamo perciò chiesto a monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, di spiegarci il fondamento e le ragioni di questa certezza esistenziale, che è un esempio e un ideale per chiunque desideri vivere pienamente la propria vita e costruire il bene per il mondo.


Mons.Luigi Negri
 La certezza esistenziale di Giovanni Paolo II consiste nella sua conversione, quando decise di non proseguire la sua carriera di studioso di letteratura e di artista del teatro rapsodico per fare la scelta del sacerdozio. Questa è la sua conversione: si rese conto che l’uomo poteva essere radicalmente salvato dall’incontro con Cristo e nell’incontro con Cristo. Quell’uomo che era così terribilmente, desolatamente negato nei grandi sistemi totalitari, che egli non studiò come molti altri sulle pagine dei libri, ma che ghermirono il suo cuore, la sua coscienza e la sua carne sotto il terribile periodo nazista della Polonia e poi quello non meno terribile del marx-leninismo.
Giovanni Paolo II aveva una certezza incrollabile: che solo Cristo rivela veramente l’uomo a se stesso. E con tutta la sua vita si mise al servizio di quel grande compito della Chiesa della fine del secondo millennio e l’inizio del terzo millennio: riaprire il dialogo tra Cristo e il cuore dell’uomo. Questo ha servito ininterrottamente parlando, girando per il mondo, incontrando uomini e persone delle più diverse estrazioni, o stando silenzioso alla finestra del Gemelli benedicendo con una mano resa quasi deforme dalla malattia la gente che lo aspettava davanti all’ospedale.
Giovanni Paolo II ha insegnato ai cristiani ad essere cristiani autentici, cioè a vivere ogni giorno la grande dialettica positiva tra la domanda umana e la risposta che Cristo è. Ha insegnato ai cristiani a camminare dietro Cristo. Entrare in Lui con tutta la propria vita, diceva nel no. 10 della Redemptor Hominis, che ho sempre considerato il manifesto programmatico del cristianesimo del nuovo millennio. Ha insegnato ad andare dietro Cristo e quindi ad assistere quasi inconsapevoli allo splendore di una vita che si rinnova. Lo stupore di vita che si rinnova. Il cristianesimo è stato definito da lui lo stupore di vita che si rinnova. E che perciò non può che essere comunicato a tutti gli uomini perché questo stupore è per ogni uomo che viene in questo mondo.
D’altro canto ha insegnato agli uomini a essere veramente uomini, a non accettare di vivere nella paura, a non avere paura della violenza ideologica o consumistica, o edonista; a vivere senza paura, cioè radicati in quel mistero che torna continuamente a illuminare la vita dell’uomo e rende la vita dell’uomo così grande, anche umanamente così grande. Perché come tante volte ha ricordato citando Pascal, «l’uomo supera infinitamente l’uomo».
Ha insegnato ai cristiani ad essere cristiani e agli uomini ad essere uomini. E questo è il suo posto ormai intoccabile nella storia della Chiesa e dell’umanità.
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Storie di eroi sconosciuti (Contibuti 509)

Dal meeting di Rimini due belle testimonianze di vita raccontate da Antonio Gaspari:

Come ogni anno al Meeting di Rimini si presentano personaggi sconosciuti ai più, ma la cui capacità di compiere opere di bene è molto vicina all’eroismo.


Guido Piccarolo, per esempio, arrivato negli Stati Uniti dieci anni fa con una laurea in economia e commercio conseguita all’Università cattolica di Milano, è stato assunto dalla Walt Disney, ma dopo aver visitato una cooperativa di disabili, sognava di mettere insieme una no-profit per aiutare disabili e persone in difficoltà.
Così desideroso di dedicarsi alla cura dei più disagiati, si è licenziato dalla Walt Disney e insieme alla collega Nancy Albin ha iniziato a prendersi cura dei reduci di guerra con disturbi da stress post traumatico e da lesioni al cervello.
Piccarolo ha quindi fondato e costituito la Los Angeles Habilitation House (Lahh), una no-profit il cui scopo è quello di creare e gestire opportunità di lavoro per disabili, da formare e impiegare nel settore delle pulizie.
L’iniziativa ha suscitato tanto entusiasmo che la stessa Walt Disney ha contribuito con una somma di denaro per l’inizio delle attività.
In una testimonianza riportata dal giornale “Meeting Quotidiano” del 22 agosto, Chris, un reduce rimasto disoccupato e senza casa, racconta: “quando sono andato a fare il colloquio per l’assunzione a Lahh mi aspettavo semplicemente di cominciare un altro lavoro”.
“Fin dal primo giorno, però, - ha aggiunto - ho capito di aver trovato una occasione d’oro. Non mi hanno solo insegnato a pulire: mi hanno fatto scoprire una forza ed una ricchezza in me che credevo irrimediabilmente perdute”.
A luglio di quest’anno Guido Piccarolo e la Lahh sono stati premiati a Salt Lake City con l’ambito premio “Best Cleaning Industry Communication Award”.
Alla domanda sul perché e su come si origina questo impegno, Piccarolo ha spiegato: “l’unica cosa che mi dà il coraggio di guardare quello che facciamo è un amore che ho ricevuto nella mia vita. Non ho nient’altro da comunicare se non amare come io sono stato amato dall’incontro con Cristo”.
“E l’amore a questa Presenza – ha aggiunto – genera un impegno diverso nel reale: io cresco, i ragazzi cambiano e il mondo si accorge di qualcosa di nuovo”.
“Nessuno dice la parola Signore - ha concluso Piccarolo – ma vedi qualcosa nella loro vita che cambia, perché s’impatta con qualcuno che gli vuole bene. Una passione a ciò che hai incontrato che ti fa appassionare a tutto quello che il Signore ti dà”. scheda incontro


Un'altra storia riguarda Stefano Scaringella, un frate cappuccino chirurgo in missione in Madacascar.
Oltre trent'anni fa Stefano frequentava la parrocchia di Regina Pacis a Roma, quando gli capitò di vedere un filmato con delle suore che curavano i malati. “Da allora – ha raccontato – ho capito che questa era la mia vocazione”.
Trent’anni di missione sono una esperienza dura, ma padre Stefano non ha dubbi: “Stare lì vale tutte le fatiche del mondo. Spesso capita che un medico diventi padre cappuccino, ma raramente capita l’inverso come è stato per me”.
Padre Stefano ha curato un lebbrosario ed è responsabile dell’Hospital Saint Damien ad Ambanja.
Attorno a questo centro è nata una scuola per infermieri, una casa di accoglienza per bambini abbandonati, due fuoristrada equipaggiati per curare donne e minori, una scuola di agricoltura per insegnare alla popolazione un lavoro e favorire lo sviluppo.
Nel corso di un incontro insieme al dott. Raffaele Pugliese che si è svolto al Meeting di Rimini il 21 agosto, padre Stefano ha raccontato di aver trovato la risposta ai suoi molti interrogativi quando ha stretto amicizia con alcune persone del movimento di Comunione e Liberazione.
“Non mi interessa quello che fai, ma la tua amicizia”, così nacque la vocazione di padre Stefano, il quale l’anno scorso ha fondato anche l’associazione onlus Hafaliana che in magascio significa ‘la gioia’, per raccogliere finanziamenti per l’ospedale chirurgico.
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lunedì 22 agosto 2011

Quel filo rosso che lega la GMG e il Meeting di Rimini (Contributi 508)

Vi propongo da La Bussola un articolo di Andrea Tornielli sui punti di contatto fra la giornata della gioventù di Madrid che si è chiusa domenica scorsa (ieri) e il Meeting di Rimini che invece ieri ha avuto inizio:

«Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede», è stato il motto della Giornata mondiale della Gioventù di Madrid, che si è conclusa ieri.
«L’uomo non può vivere senza una certezza sul proprio destino», è il cuore del messaggio che Benedetto XVI, attraverso il Segretario di Stato Tarcisio Bertone ha inviato al Meeting di Rimini, che si è aperto ieri pomeriggio.
Alla vigilia dell’anno, il 2012, nel quale si ricorderà il ventennale del nuovo Catechismo della Chiesa cattolica, il Papa ha voluto che la GMG fosse focalizzata sul tema della fede. Non una manifestazione di massa – come viene purtroppo considerata da coloro che la guardano con pregiudizio – né una prova di forza per mostrare che la Chiesa esiste ed è forte. Tantomeno si è trattato di una nerboruta discesa in campo cattolica nella Spagna laicista dei matrimoni gay.
No, la Giornata mondiale della Gioventù, nonostante i suoi numeri (padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, non ha giudicato irrealistica una cifra complessiva che si avvicina ai due milioni di partecipanti), non è stata una manifestazione «di massa», ma un’esperienza di fede autentica che ha coinvolto ciascuno di ragazzi che sono arrivati in Spagna in questi giorni. Le lunghe ordinate file per vivere il sacramento della riconciliazione, nel più grande confessionale all’aria aperta, nei «Jardines del Retiro»; la preghiera, la partecipazione alla Via Crucis, durata fino alle 4 del mattino. E il momento più commovente di tutta la GMG, il momento dell’adorazione eucaristica al termine della movimentata veglia all’aeroporto «Quatro Vientos».
Benedetto XVI, il quale poco più di un anno fa, a Lisbona, disse che oggi ci si preoccupa troppo delle conseguenze morali, sociali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, «il che purtroppo è sempre meno realistico», ha parlato al cuore dei ragazzi richiamandoli all’incontro con Gesù. Ha ricordato che la fede «non è frutto dello sforzo umano, della sua ragione, bensì è un dono di Dio». Ha detto ai giovani di essere veri fino in fondo, di prendere sul serio le loro domande più vere e più profonde. «Aver fede – ha spiegato nell’omelia della messa finale – significa appoggiarsi sulla fede dei tuoi fratelli, e che la tua fede serva allo stesso modo da appoggio per quella degli altri».
Che cos’è in fondo il cristianesimo se non la testimonianza di un fatto, la resurrezione di Gesù, che trasmettendosi da persona a persona, lungo duemila anni di storia, ci ha raggiunti? Tutta la GMG di Ratzinger è stata attraversata da questo richiamo all’essenziale del messaggio cristiano.
«L’uomo non può vivere senza una certezza sul proprio destino», ha scritto Benedetto XVI ai partecipanti al Meeting di Rimini. «Ma su quale certezza l’uomo può fondare ragionevolmente la propria esistenza? Qual è, in definitiva, la speranza che non delude?». In Cristo Gesù, ha aggiunto, «il destino dell’uomo è stato strappato definitivamente dalla nebulosità che lo circondava».
Ha un nome e un volto, cominciando a seguire il quale ogni nome e ogni volto diventa prossimo.
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domenica 21 agosto 2011

Omelia celebrazione eucaristica conclusiva - Benedetto XVI GMG 2011 Madrid (Contributi 507)

Cari giovani,
con la celebrazione dell’Eucaristia giungiamo al momento culminante di questa Giornata Mondiale della Gioventù. Nel vedervi qui, venuti in gran numero da ogni parte, il mio cuore si riempie di gioia pensando all’affetto speciale con il quale Gesù vi guarda. Sì, il Signore vi vuole bene e vi chiama suoi amici (cfr Gv 15,15). Egli vi viene incontro e desidera accompagnarvi nel vostro cammino, per aprirvi le porte di una vita piena e farvi partecipi della sua relazione intima con il Padre. Noi, da parte nostra, coscienti della grandezza del suo amore, desideriamo corrispondere con ogni generosità a questo segno di predilezione con il proposito di condividere anche con gli altri la gioia che abbiamo ricevuto. Certamente, sono molti attualmente coloro che si sentono attratti dalla figura di Cristo e desiderano conoscerlo meglio. Percepiscono che Egli è la risposta a molte delle loro inquietudini personali. Ma chi è Lui veramente? Come è possibile che qualcuno che ha vissuto sulla terra tanti anni fa abbia qualcosa a che fare con me, oggi?
Nel Vangelo che abbiamo ascoltato (cfr Mt 16,13-20) vediamo descritti due modi distinti di conoscere Cristo. Il primo consisterebbe in una conoscenza esterna, caratterizzata dall’opinione corrente. Alla domanda di Gesù: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’Uomo?», i discepoli rispondono: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Vale a dire, si considera Cristo come un personaggio religioso in più di quelli già conosciuti. Poi, rivolgendosi personalmente ai discepoli, Gesù chiede loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro risponde con quella che è la prima confessione di fede: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». La fede va al di là dei semplici dati empirici o storici, ed è capace di cogliere il mistero della persona di Cristo nella sua profondità.
Però la fede non è frutto dello sforzo umano, della sua ragione, bensì è un dono di Dio: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne, né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli». Ha la sua origine nell’iniziativa di Dio, che ci rivela la sua intimità e ci invita a partecipare della sua stessa vita divina. La fede non dà solo alcune informazioni sull’identità di Cristo, bensì suppone una relazione personale con Lui, l’adesione di tutta la persona, con la propria intelligenza, volontà e sentimenti alla manifestazione che Dio fa di se stesso. Così, la domanda «Ma voi, chi dite che io sia?», in fondo sta provocando i discepoli a prendere una decisione personale in relazione a Lui. Fede e sequela di Cristo sono in stretto rapporto. E, dato che suppone la sequela del Maestro, la fede deve consolidarsi e crescere, farsi più profonda e matura, nella misura in cui si intensifica e rafforza la relazione con Gesù, la intimità con Lui. Anche Pietro e gli altri apostoli dovettero avanzare per questo cammino, fino a che l’incontro con il Signore risorto aprì loro gli occhi a una fede piena.
Cari giovani, anche oggi Cristo si rivolge a voi con la stessa domanda che fece agli apostoli: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispondetegli con generosità e audacia, come corrisponde a un cuore giovane qual è il vostro. Ditegli: Gesù, io so che Tu sei il Figlio di Dio, che hai dato la tua vita per me. Voglio seguirti con fedeltà e lasciarmi guidare dalla tua parola. Tu mi conosci e mi ami. Io mi fido di te e metto la mia intera vita nelle tue mani. Voglio che Tu sia la forza che mi sostiene, la gioia che mai mi abbandona.
Nella sua risposta alla confessione di Pietro, Gesù parla della Chiesa: «E io a te dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Che significa ciò? Gesù costruisce la Chiesa sopra la roccia della fede di Pietro, che confessa la divinità di Cristo.
Sì, la Chiesa non è una semplice istituzione umana, come qualsiasi altra, ma è strettamente unita a Dio. Lo stesso Cristo si riferisce ad essa come alla «sua» Chiesa. Non è possibile separare Cristo dalla Chiesa, come non si può separare la testa dal corpo (cfr 1Cor 12,12). La Chiesa non vive di se stessa, bensì del Signore. Egli è presente in mezzo ad essa, e le dà vita, alimento e forza.
Cari giovani, permettetemi che, come Successore di Pietro, vi inviti a rafforzare questa fede che ci è stata trasmessa dagli Apostoli, a porre Cristo, il Figlio di Dio, al centro della vostra vita. Però permettetemi anche che vi ricordi che seguire Gesù nella fede è camminare con Lui nella comunione della Chiesa. Non si può seguire Gesù da soli. Chi cede alla tentazione di andare «per conto suo» o di vivere la fede secondo la mentalità individualista, che predomina nella società, corre il rischio di non incontrare mai Gesù Cristo, o di finire seguendo un’immagine falsa di Lui.
Aver fede significa appoggiarsi sulla fede dei tuoi fratelli, e che la tua fede serva allo stesso modo da appoggio per quella degli altri. Vi chiedo, cari amici, di amare la Chiesa, che vi ha generati alla fede, che vi ha aiutato a conoscere meglio Cristo, che vi ha fatto scoprire la bellezza del suo amore. Per la crescita della vostra amicizia con Cristo è fondamentale riconoscere l’importanza del vostro gioioso inserimento nelle parrocchie, comunità e movimenti, così come la partecipazione all’Eucarestia di ogni domenica, il frequente accostarsi al sacramento della riconciliazione e il coltivare la preghiera e la meditazione della Parola di Dio.
Da questa amicizia con Gesù nascerà anche la spinta che conduce a dare testimonianza della fede negli ambienti più diversi, incluso dove vi è rifiuto o indifferenza. Non è possibile incontrare Cristo e non farlo conoscere agli altri. Quindi, non conservate Cristo per voi stessi! Comunicate agli altri la gioia della vostra fede. Il mondo ha bisogno della testimonianza della vostra fede, ha bisogno certamente di Dio. Penso che la vostra presenza qui, giovani venuti dai cinque continenti, sia una meravigliosa prova della fecondità del mandato di Cristo alla Chiesa: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15). Anche a voi spetta lo straordinario compito di essere discepoli e missionari di Cristo in altre terre e paesi dove vi è una moltitudine di giovani che aspirano a cose più grandi e, scorgendo nei propri cuori la possibilità di valori più autentici, non si lasciano sedurre dalle false promesse di uno stile di vita senza Dio.
Cari giovani, prego per voi con tutto l’affetto del mio cuore. Vi raccomando alla Vergine Maria, perché vi accompagni sempre con la sua intercessione materna e vi insegni la fedeltà alla Parola di Dio. Vi chiedo anche di pregare per il Papa, perché come Successore di Pietro, possa proseguire confermando i suoi fratelli nella fede. Che tutti nella Chiesa, pastori e fedeli, ci avviciniamo ogni giorno di più al Signore, per crescere nella santità della vita e dare così testimonianza efficace che Gesù Cristo è veramente il Figlio di Dio, il Salvatore di tutti gli uomini e la fonte viva della loro speranza. Amen.
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Domenica 21^ t.o. (Angelus 37)

Da Madrid, a chiusura delle Giornate Mondiali della Gioventù, le parole di Benedetto XVI all'Angelus:


Cari amici,
ora ritornerete nei vostri luoghi di dimora abituale. I vostri amici vorranno sapere che cosa è cambiato in voi dopo essere stati in questa nobile Città con il Papa e centinaia di migliaia di giovani di tutto il mondo: che cosa direte loro? Vi invito a dare un’audace testimonianza di vita cristiana davanti agli altri. Così sarete lievito di nuovi cristiani e farete sì che la Chiesa riemerga con vigore nel cuore di molti. Quanto ho pensato in questi giorni a quei giovani che attendono il vostro ritorno! Trasmettete loro il mio affetto, in particolare ai più sfortunati, e anche alle vostre famiglie e alle comunità di vita cristiana alle quali appartenete.
Vi confesso che sono veramente colpito dal numero così significativo di Vescovi e Sacerdoti presenti in questa Giornata. Ringrazio tutti dal profondo dell’anima, incoraggiandoli, allo stesso tempo, a continuare coltivando la pastorale giovanile con entusiasmo e dedizione.
Saluto con affetto l’Arcivescovo Ordinario Militare e ringrazio vivamente l’Aviazione Militare per aver concesso con tanta generosità la Base Aerea dei Quattro Venti proprio nel centenario di fondazione dell’Aeronautica Militare Spagnola. Sotto la materna protezione di Maria Santissima, col titolo di Nostra Signora di Loreto, metto tutti coloro che la compongono e le loro famiglie.
Allo stesso modo, nella commemorazione di ieri del terzo anniversario del grave incidente aereo avvenuto nell’aeroporto di Barajas, che provocò numerose vittime e feriti, desidero far giungere la mia vicinanza spirituale e il mio profondo affetto a tutti coloro che sono stati colpiti da questo tremendo avvenimento, così come ai familiari dei caduti, le cui anime raccomando alla misericordia di Dio.
Sono lieto di annunciare ora che la sede della prossima Giornata Mondiale della Gioventù, nel 2013, sarà Rio de Janeiro. Chiediamo al Signore che già da questo momento assista con la sua forza quanti devono organizzarla e spiani il cammino ai giovani di tutto il mondo perché possano riunirsi nuovamente col Papa in questa bella città brasiliana.
Cari amici, prima di congedarci, e mentre i giovani di Spagna consegnano a quelli del Brasile la croce delle Giornate Mondiali della Gioventù, come Successore di Pietro, affido a tutti i presenti questo grande compito: portate la conoscenza e l’amore di Cristo a tutto il mondo. Egli vuole che siate suoi apostoli nel ventunesimo secolo e messaggeri della sua gioia. Non deludetelo! Grazie.
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Veglia di preghiera coi giovani - Benedetto XVI GMG 2011 Madrid (Contributi 506)

Cari giovani,
vi saluto tutti, in particolare i giovani che mi hanno formulato le loro domande, e li ringrazio per la sincerità con la quale hanno prospettato le loro inquietudini, che esprimono, in un certo modo, l’anelito di tutti voi per giungere a qualcosa di grande nella vita, qualcosa che vi dia pienezza e felicità.
Però, come può un giovane essere fedele alla fede cristiana e continuare ad aspirare a grandi ideali nella società attuale? Nel Vangelo che abbiamo ascoltato, Gesù ci dà una risposta a questa importante questione: «Come il Padre mi ha amato, così io ho amato voi; rimanete nel mio amore» (Gv 15,9).
Sì, cari amici, Dio ci ama. Questa è la grande verità della nostra vita e che dà senso a tutto il resto. Non siamo frutto del caso o dell’irrazionalità, ma all’origine della nostra esistenza c’è un progetto d’amore di Dio. Rimanere nel suo amore significa quindi vivere radicati nella fede, perché la fede non è la semplice accettazione di alcune verità astratte, bensì una relazione intima con Cristo che ci porta ad aprire il nostro cuore a questo mistero di amore e a vivere come persone che si riconoscono amate da Dio.
Se rimarrete nell’amore di Cristo, radicati nella fede, incontrerete, anche in mezzo a contrarietà e sofferenze, la fonte della gioia e dell’allegria. La fede non si oppone ai vostri ideali più alti, al contrario, li eleva e li perfeziona. Cari giovani, non conformatevi con qualcosa che sia meno della Verità e dell’Amore, non conformatevi con qualcuno che sia meno di Cristo.
Precisamente oggi, in cui la cultura relativista dominante rinuncia alla ricerca della verità e disprezza la ricerca della verità, che è l’aspirazione più alta dello spirito umano, dobbiamo proporre con coraggio e umiltà il valore universale di Cristo, come salvatore di tutti gli uomini e fonte di speranza per la nostra vita. Egli, che prese su di sé le nostre afflizioni, conosce bene il mistero del dolore umano e mostra la sua presenza piena di amore in tutti coloro che soffrono. E questi, a loro volta, uniti alla passione di Cristo, partecipano molto da vicino alla sua opera di redenzione. Inoltre, la nostra attenzione disinteressata agli ammalati e ai bisognosi sarà sempre una testimonianza umile e silenziosa del volto compassionevole di Dio.
Cari amici, che nessuna avversità vi paralizzi! Non abbiate paura del mondo, né del futuro, né della vostra debolezza. Il Signore vi ha concesso di vivere in questo momento della storia, perché grazie alla vostra fede continui a risuonare il suo Nome in tutta la terra.
In questa veglia di preghiera, vi invito a chiedere a Dio che vi aiuti a riscoprire la vostra vocazione nella società e nella Chiesa e a perseverare in essa con allegria e fedeltà. Vale la pena accogliere nel nostro intimo la chiamata di Cristo e e seguire con coraggio e generosità il cammino che ci propone!
Molti sono chiamati dal Signore al matrimonio, nel quale un uomo e una donna, formando una sola carne (cfr Gn 2,24), si realizzano in una profonda vita di comunione. È un orizzonte luminoso ed esigente al tempo stesso. Un progetto di amore vero che si rinnova e si approfondisce ogni giorno condividendo gioie e difficoltà, e che si caratterizza per un dono della totalità della persona. Per questo, riconoscere la bellezza e la bontà del matrimonio, significa essere coscienti che solo un contesto di fedeltà e indissolubilità, come pure di apertura al dono divino della vita, è quello adeguato alla grandezza e dignità dell’amore matrimoniale.
Cristo chiama altri, invece, a seguirlo più da vicino nel sacerdozio e nella vita consacrata. Che bello è sapere che Gesù ti cerca, fissa il suo sguardo su di te, e con la sua voce inconfondibile dice anche a te: «Seguimi!» (cfr Mc 2,14).
Cari giovani, per scoprire e seguire fedelmente la forma di vita alla quale il Signore chiama ciascuno di voi, è indispensabile rimanere nel suo amore come amici. E come si mantiene l’amicizia se non attraverso il contatto frequente, la conversazione, lo stare uniti e il condividere speranze o angosce? Santa Teresa di Gesù diceva che la preghiera è «conversare con amicizia, stando molte volte in contatto da soli con chi sappiamo che ci ama» (cfr Libro della vita, 8).
Vi invito, quindi, a rimanere ora in adorazione di Cristo, realmente presente nell’Eucarestia. A dialogare con Lui, a porre davanti a Lui le vostre domande e ad ascoltarlo. Cari amici, prego per voi con tutta l’anima. Vi supplico di pregare anche per me. Chiediamo al Signore, in questa notte, attratti dalla bellezza del suo amore, di vivere sempre fedelmente come suoi discepoli. Amen!
[seguono saluti in varie lingue]
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Celebrazione Eucaristica con seminaristi - Benedetto XVI GMG 2011 Madrid (Contributi 505)

Signor Cardinale Arcivescovo di Madrid,
Venerati Fratelli nell’Episcopato,
Cari Sacerdoti e Religiosi, Rettori e Formatori,
Cari Seminaristi,
Amici tutti,
mi rallegra profondamente celebrare la Santa Messa con voi tutti, che aspirate ad essere sacerdoti di Cristo per il servizio alla Chiesa e agli uomini, e vi sono grato per le amabili parole di saluto con le quali mi avete accolto. Questa Santa Chiesa cattedrale di Santa María La Real de la Almudena è oggi come un immenso cenacolo dove il Signore celebra con ardente desiderio la propria Pasqua con coloro che un giorno desiderano presiedere in suo nome i misteri della salvezza. Nel vedervi, mi rendo conto ancora una volta come Cristo continua a chiamare giovani discepoli per farli suoi apostoli, così che permane viva la missione della Chiesa e l’offerta del Vangelo al mondo. Come seminaristi, siete in cammino verso una meta santa: essere coloro che prolungano la missione che Cristo ricevette dal Padre. Chiamati da Lui, avete seguito la sua voce ed attratti dal suo sguardo di amore proseguite sulla vita del sacro ministero. Posate i vostri occhi su di Lui, che, mediante la sua incarnazione, è il supremo rivelatore di Dio al mondo e attraverso la sua risurrezione è colui che fedelmente compie la sua promessa. Rendetegli grazie per tale gesto di predilezione che ha con ciascuno di voi.
La prima lettura che abbiamo ascoltato ci indica Cristo come il nuovo e definitivo sacerdote, che ha fatto della propria esistenza un’offerta totale. L’antifona del Salmo si può applicare pienamente a Lui, quando, all’entrare nel mondo, rivolgendosi al Padre suo ha detto: «Sono qui per fare la tua volontà» (cfr Sal 39,8-9). Cercava in tutto di essere a Lui gradito: nella parola e nell’azione, percorrendo le strade o accogliendo i peccatori. La sua vita fu un servizio e la sua dedizione un’intercessione perenne, ponendosi a nome di tutti di fronte al Padre come Primogenito di molti fratelli. L’autore della Lettera agli Ebrei afferma che con tale offerta perfezionò per sempre quanti eravamo chiamati a condividere la sua figliolanza (cfr 10,14).
L’Eucaristia, della cui istituzione ci parla il Vangelo appena proclamato (cfr Lc 22,14-20), è l’espressione reale di tale dono incondizionato di Gesù per tutti, anche per coloro che lo tradivano. Offerta del suo corpo e del suo sangue per la vita degli uomini e per il perdono dei loro peccati. Il sangue, segno di vita, ci fu dato da Dio come alleanza affinché potessimo porre la forza della sua vita là dove regna la morte a causa del nostro peccato, e così distruggerlo. Il corpo spezzato e il sangue versato di Cristo, cioè la sua libertà offerta, si sono convertiti attraverso i segni eucaristici nella nuova fonte della libertà redenta degli uomini. In Lui abbiamo la promessa di una redenzione definitiva e la speranza certa dei beni futuri. Attraverso Cristo sappiamo che non siamo dei viandanti verso l’abisso, verso il silenzio del nulla o della morte, ma siamo dei pellegrini verso una terra promessa, verso di Lui, che è la nostra meta e anche la nostra origine.
Cari amici, preparatevi ad essere apostoli con Cristo e come Cristo, per essere compagni di viaggio e servitori degli uomini.
Come vivere questi anni di preparazione? Anzitutto devono essere anni di silenzio interiore, di orazione costante, di studio assiduo e di prudente inserimento nell’azione e nelle strutture pastorali della Chiesa. La Chiesa è comunità e istituzione, famiglia e missione, creata da Cristo mediante lo Spirito Santo e, allo stesso tempo, risultato di quanti la costituiamo con la nostra santità e con i nostri peccati. Così ha voluto Dio, che non disdegna di fare di poveri e peccatori suoi amici e strumenti di redenzione del genere umano. La santità della Chiesa è prima di tutto la santità oggettiva della persona stessa di Cristo, del suo Vangelo e dei suoi Sacramenti, la santità di quella forza dall’alto che l’anima e la sospinge. Noi dobbiamo esser santi per non creare una contraddizione fra il segno che siamo e la realtà che vogliamo significare.
Meditate bene questo mistero della Chiesa, vivendo gli anni della vostra formazione con gioia profonda, in atteggiamento di docilità, di lucidità e di radicale fedeltà evangelica, come pure in amorevole relazione con il tempo e le persone fra le quali vivete. Nessuno sceglie il contesto, né i destinatari della propria missione. Ogni epoca ha i suoi problemi, ma Dio offre in ogni tempo la grazia opportuna per farsene carico e superarli con amore e realismo. Per questo, in ogni circostanza in cui si trovi, e per quanto dura essa sia, il sacerdote deve portare frutto in ogni ambito di opere buone, custodendo, a tale scopo, sempre vive nel proprio cuore le parole del giorno dell’ordinazione, quelle con le quali lo si esortava a configurare la propria vita al mistero della croce del Signore.
Configurarsi a Cristo comporta, cari seminaristi, identificarsi sempre di più con Colui che per noi si è fatto servo, sacerdote e vittima. Configurarsi a Lui è, in realtà, il compito per il quale ogni sacerdote deve spendere per tutta la vita. Già sappiamo che tale compito ci sorpassa e non potremo raggiungerlo pienamente, però, come dice san Paolo, corriamo verso la meta sperando di raggiungerla (cfr Fil 3,12-14).
Tuttavia, Cristo, Sommo Sacerdote, è anche il Buon Pastore che custodisce le proprie pecore sino a dar la vita per esse (cfr Gv 10,11). Per imitare anche in ciò il Signore, il vostro cuore deve andare maturando in seminario, rimanendo totalmente a disposizione del Maestro. Tale disponibilità, che è dono dello Spirito Santo, è quella che ispira la decisione di vivere nel celibato per il Regno dei cieli, il distacco dai beni terreni, l’austerità della vita e l’obbedienza sincera senza dissimulazione.
Chiedete quindi a Lui che vi conceda di imitarlo nella sua carità fino all’estremo verso tutti, senza escludere i lontani e i peccatori, così che, con il vostro aiuto, si convertano e ritornino sulla retta via. Chiedetegli che vi insegni a stare molto vicini agli infermi e ai poveri, con semplicità e generosità. Affrontate questa sfida senza complessi, né mediocrità, anzi come un modo significativo di realizzare la vita umana nella gratuità e nel servizio, quali testimoni di Dio fatto uomo, messaggeri dell’altissima dignità della persona umana e, di conseguenza, suoi incondizionati difensori. Sostenuti dal suo amore, non lasciatevi intimorire da un ambiente nel quale si pretende di escludere Dio e nel quale il potere, il possedere o il piacere sono spesso i principali criteri sui quali si regge l’esistenza. Può darsi che vi disprezzino, come si suole fare verso coloro che richiamano mete più alte o smascherano gli idoli dinanzi ai quali oggi molti si prostrano. Sarà allora che una vita profondamente radicata in Cristo si rivelerà realmente come una novità, attraendo con forza coloro che veramente cercano Dio, la verità e la giustizia.
Incoraggiati dai vostri formatori, aprite la vostra anima alla luce del Signore per vedere se questo cammino, che richiede audacia e autenticità, è il vostro, avanzando fino al sacerdozio solo se sarete fermamente persuasi che Dio vi chiama ad essere suoi ministri e fermamente decisi ad esercitarlo obbedendo alle disposizioni della Chiesa.
Con tale fiducia, imparate da Colui che definì se stesso come mite e umile di cuore, abbandonando per questo ogni desiderio umano, in modo che non cerchiate voi stessi, ma con il vostro comportamento siate di edificazione per i vostri fratelli, come ha fatto il santo patrono del clero secolare spagnolo, san Giovanni d’Avila. Animati dal suo esempio, guardate soprattutto la Vergine Maria, Madre dei Sacerdoti. Ella saprà forgiare la vostra anima secondo il modello di Cristo, suo divin Figlio, e vi insegnerà sempre a custodire i beni che Egli acquistò sul Calvario per la salvezza del mondo. Amen
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