Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

lunedì 26 dicembre 2011

La tentazione del Natale (Contributi 560)

Ecco il testo dell'articolo di Juliàn Carron pubblicato il 24/12 sull'Osservatore Romano:


Per descrivere la nostra umanità e per guardare in modo adeguato noi stessi in questo momento della storia del mondo, difficilmente potremmo trovare una parola più adeguata di quella contenuta in questo brano del profeta Sofonìa: «Rallégrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele». Perché? Che ragione c’è di rallegrarsi, con tutto quello che sta accadendo nel mondo? Perché «il Signore ha revocato la tua condanna». Il primo contraccolpo che hanno provocato in me queste parole è per la sorpresa di come il Signore ci guarda: con uno sguardo che riesce a vedere cose che noi non saremmo in grado di riconoscere se non partecipassimo di quello stesso sguardo sulla realtà: «Il Signore revoca la tua condanna», cioè il tuo male non è più l’ultima parola sulla tua vita; lo sguardo solito che hai su di te non è quello giusto; lo sguardo con cui ti rimproveri in continuazione non è vero. 
L’unico sguardo vero è quello del Signore. 
E proprio da questo potrai riconoscere che Egli è con te: se ha revocato la tua condanna, di che cosa puoi avere paura? «Tu non temerai più alcuna sventura». Un positività inesorabile domina la vita. Per questo - continua il brano biblico - «non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia». Perché? Perché «il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente». 
Non c’è un’altra sorgente di gioia che questa: «Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia» (Sof 3,14-17). Che queste non sono rimaste solo parole, ma si sono compiute, è ciò che ci testimonia il Vangelo; nel Bambino che Maria porta in grembo, quelle parole sono diventate carne e sangue, come ci ricorda in modo commovente Benedetto XVI: «La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti - un realismo inaudito» (Deus caritas est, 12). Ed è un fatto talmente reale nella vita del mondo che non appena Elisabetta riceve il saluto da Maria, il bambino che porta nel grembo – Giovanni – sussulta di gioia. Quelle del Profeta non sono più soltanto parole, ma si sono fatte carne e sangue, fino al punto che questa gioia è diventata esperienza presente, reale: «Ha sussultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1,39-45).
Domandiamoci: il cristianesimo è un devoto ricordo o è un avvenimento che accade oggi esattamente come è accaduto duemila anni fa? Guardiamo i tanti fatti che i nostri occhi vedono in continuazione, che ci sorprendono e ci stupiscono, a cominciare da quel fatto imponente che si chiama Benedetto XVI e che ogni volta fa sussultare le viscere del nostro io. C’è Uno in mezzo a noi che fa sussultare il “bambino” che ciascuno di noi porta in grembo, nel nostro intimo, nella profondità del nostro essere. Questa esperienza presente ci testimonia che l’episodio della Visitazione non è soltanto un fatto del passato, ma è stato l’inizio di una storia che ci ha raggiunto e che continua a raggiungerci nello stesso modo, attraverso incontri, nella carne e nel sangue di tanti che incontriamo per la strada, che ci muovono nell’intimo. È con questi fatti negli occhi che possiamo entrare nel mistero di questo Natale, evitando il rischio del “devoto ricordo”, di ridurre la festa a un puro atto di pietà, a devozione sentimentale. In fondo, tante volte la tentazione è di non aspettarsi granché dal Natale. Ma a chi è data la grazia più grande che si possa immaginare - vederLo all’opera in segni e fatti che Lo documentano presente - è impossibile cadere nel rischio di celebrare la nascita di Gesù come un “devoto ricordo”. Non ci è consentito! E non perché siamo più bravi degli altri fratelli uomini, non perché non siamo fragili come tutti, ma perché siamo riscattati di continuo da questo nostro venir meno per la forza di Uno che accade ora e che revoca la nostra condanna. È solo con questi fatti negli occhi che potremo guardare il Natale che viene: non con una nostalgia devota, non col sentimento naturale che sempre provoca in noi un bambino che nasce e neppure con un vago sentimento religioso, ma in forza di una esperienza (perché tutto il resto non produce altro che una riduzione di “quella” nascita). Dove si rivela veramente chi è quel Bambino è in questa esperienza reale: il figlio di Elisabetta ha sussultato di gioia nel suo grembo. È il rinnovarsi continuo di questo avvenimento che ci impedisce di ridurre il Natale e che ce lo può fare gustare come la prima volta.
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Santo Stefano (Angelus 57)

Cari fratelli e sorelle!
All’indomani della solenne liturgia del Natale del Signore, oggi celebriamo la festa di Santo Stefano, diacono e primo martire della Chiesa. Lo storico Eusebio di Cesarea lo definisce il «martire perfetto» (Die Kirchengeschichte V,2,5: GCS II,1, Lipsia 1903, 430), perché è scritto negli Atti degli Apostoli: «Stefano, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo» (6,8). San Gregorio di Nissa commenta: «Era un uomo onesto e pieno di Spirito Santo: con la bontà dell’animo adempiva l’incarico di nutrire i poveri e con la libertà della parola e la forza dello Spirito Santo chiudeva la bocca ai nemici della verità» (Sermo in Sanctum Stephanum II: GNO X,1, Leiden 1990, 98). Uomo di preghiera e di evangelizzazione, Stefano, il cui nome significa “corona”, ha ricevuto da Dio il dono del martirio. Infatti egli «pieno di Spirito Santo … vide la gloria di Dio» (At 7,55) e mentre fu lapidato pregava: “Signore Gesù, accogli il mio spirito” (At 7,59). Poi, caduto in ginocchio, supplicava il perdono per gli accusatori: «Signore, non imputare loro questo peccato» (At 7,60). Per questo la Chiesa orientale canta negli inni: «Le pietre sono diventate per te gradini e scale per la celeste ascesa … e ti sei accostato gioioso alla festosa adunanza degli angeli» (MHNAIA t. II, Roma 1889, 694.695).
Dopo la generazione degli Apostoli, i martiri acquistano un posto di primo piano nella considerazione della Comunità cristiana. Nei tempi di maggiore persecuzione, il loro elogio rinfranca il faticoso cammino dei fedeli e incoraggia chi è in cerca della verità a convertirsi al Signore. Perciò la Chiesa, per divina disposizione, venera le reliquie dei martiri e li onora con soprannomi quali «maestri di vita», «testimoni viventi», «colonne animate», «silenziosi messaggeri» (Gregorio di nazianzo, Oratio 43, 5: PG 36, 500 C).
Cari amici, la vera imitazione di Cristo è l’amore, che alcuni scrittori cristiani hanno definito il «martirio segreto». A tale proposito san Clemente di Alessandria scrive: «Coloro che mettono in pratica i comandamenti del Signore gli rendono testimonianza in ogni azione, poiché fanno ciò che Egli vuole e fedelmente invocano il nome del Signore» (Stromatum IV, 7,43,4: SC 463, Paris 2001, 130). Come nell’antichità anche oggi la sincera adesione al Vangelo può richiedere il sacrificio della vita e molti cristiani in varie parti del mondo sono esposti a persecuzione e talvolta al martirio. Ma, ci ricorda il Signore, «chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato» (Mt 10,22).
A Maria Santissima, Regina dei Martiri, rivolgiamo la nostra supplica per custodire integra la volontà di bene, soprattutto verso coloro che ci avversano. In particolare affidiamo alla misericordia divina oggi i diaconi della Chiesa, affinché, illuminati dall’esempio di Santo Stefano, collaborino, secondo la missione loro propria, all’impegno di evangelizzazione (cfr Esort. ap. postsin. Verbum Domini, 94).
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domenica 25 dicembre 2011

Messaggio Urbi et Orbi Natale 2011 (Contributi 559)

Cari fratelli e sorelle di Roma e del mondo intero!
Cristo è nato per noi! Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama. A tutti giunga l’eco dell’annuncio di Betlemme, che la Chiesa Cattolica fa risuonare in tutti i continenti, al di là di ogni confine di nazionalità, di lingua e di cultura. Il Figlio di Maria Vergine è nato per tutti, è il Salvatore di tutti.
Così lo invoca un’antica antifona liturgica: “O Emmanuele, nostro re e legislatore, speranza e salvezza dei popoli: vieni a salvarci, o Signore nostro Dio”. Veni ad salvandum nos! Vieni a salvarci! Questo è il grido dell’uomo di ogni tempo, che sente di non farcela da solo a superare difficoltà e pericoli. Ha bisogno di mettere la sua mano in una mano più grande e più forte, una mano che dall’alto si tenda verso di lui. Cari fratelli e sorelle, questa mano è Cristo, nato a Betlemme dalla Vergine Maria. Lui è la mano che Dio ha teso all’umanità, per farla uscire dalle sabbie mobili del peccato e metterla in piedi sulla roccia, la salda roccia della sua Verità e del suo Amore (cfr Sal 40,3).
Sì, questo significa il nome di quel Bambino, il nome che, per volere di Dio, gli hanno dato Maria e Giuseppe: si chiama Gesù, che significa “Salvatore” (cfr Mt 1,21; Lc 1,31). Egli è stato inviato da Dio Padre per salvarci soprattutto dal male profondo, radicato nell’uomo e nella storia: quel male che è la separazione da Dio, l’orgoglio presuntuoso di fare da sé, di mettersi in concorrenza con Dio e sostituirsi a Lui, di decidere che cosa è bene e che cosa è male, di essere il padrone della vita e della morte (cfr Gen 3,1-7). Questo è il grande male, il grande peccato, da cui noi uomini non possiamo salvarci se non affidandoci all’aiuto di Dio, se non gridando a Lui: “Veni ad salvandum nos! - Vieni a salvarci!”.
Il fatto stesso di elevare al Cielo questa invocazione, ci pone già nella giusta condizione, ci mette nella verità di noi stessi: noi infatti siamo coloro che hanno gridato a Dio e sono stati salvati (cfr Est [greco] 10,3f). Dio è il Salvatore, noi quelli che si trovano nel pericolo. Lui è il medico, noi i malati. Riconoscerlo, è il primo passo verso la salvezza, verso l’uscita dal labirinto in cui noi stessi ci chiudiamo con il nostro orgoglio. Alzare gli occhi al Cielo, protendere le mani e invocare aiuto è la via di uscita, a patto che ci sia Qualcuno che ascolta, e che può venire in nostro soccorso.
Gesù Cristo è la prova che Dio ha ascoltato il nostro grido. Non solo! Dio nutre per noi un amore così forte, da non poter rimanere in Se stesso, da uscire da Se stesso e venire in noi, condividendo fino in fondo la nostra condizione (cfr Es 3,7-12). La risposta che Dio ha dato in Gesù al grido dell’uomo supera infinitamente la nostra attesa, giungendo ad una solidarietà tale che non può essere soltanto umana, ma divina. Solo il Dio che è amore e l’amore che è Dio poteva scegliere di salvarci attraverso questa via, che è certamente la più lunga, ma è quella che rispetta la verità sua e nostra: la via della riconciliazione, del dialogo, della collaborazione.
Perciò, cari fratelli e sorelle di Roma e del mondo intero, in questo Natale 2011, rivolgiamoci al Bambino di Betlemme, al Figlio della Vergine Maria, e diciamo: “Vieni a salvarci!”. Lo ripetiamo in unione spirituale con tante persone che vivono situazioni particolarmente difficili, e facendoci voce di chi non ha voce.
Insieme invochiamo il divino soccorso per le popolazioni del Corno d’Africa, che soffrono a causa della fame e delle carestie, talvolta aggravate da un persistente stato di insicurezza. La Comunità internazionale non faccia mancare il suo aiuto ai numerosi profughi provenienti da tale Regione, duramente provati nella loro dignità.
Il Signore doni conforto alle popolazioni del Sud-Est asiatico, particolarmente della Thailandia e delle Filippine, che sono ancora in gravi situazioni di disagio a causa delle recenti inondazioni.
Il Signore soccorra l’umanità ferita dai tanti conflitti, che ancora oggi insanguinano il Pianeta. Egli, che è il Principe della Pace, doni pace e stabilità alla Terra che ha scelto per venire nel mondo, incoraggiando la ripresa del dialogo tra Israeliani e Palestinesi. Faccia cessare le violenze in Siria, dove tanto sangue è già stato versato. Favorisca la piena riconciliazione e la stabilità in Iraq ed in Afghanistan. Doni un rinnovato vigore nell’edificazione del bene comune a tutte le componenti della società nei Paesi nord africani e mediorientali.
La nascita del Salvatore sostenga le prospettive di dialogo e di collaborazione in Myanmar, nella ricerca di soluzioni condivise. Il Natale del Redentore garantisca stabilità politica ai Paesi della Regione africana dei Grandi Laghi ed assista l’impegno degli abitanti del Sud Sudan per la tutela dei diritti di tutti i cittadini.
Cari fratelli e sorelle, rivolgiamo lo sguardo alla Grotta di Betlemme: il Bambino che contempliamo è la nostra salvezza! Lui ha portato al mondo un messaggio universale di riconciliazione e di pace. Apriamogli il nostro cuore, accogliamolo nella nostra vita. Ripetiamogli con fiducia e speranza: “Veni ad salvandum nos!”.
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Auguri (Post 133)

Desidero augurare a tutti i visitatori del blog un Santo Natale.
La venuta di Cristo nella storia ha portato un cambiamento radicale alla vita di ogni uomo.
La sofferenza,la fatica, il male, non sono più l'orizzonte ultimo della nostra esistenza.
Gesù ha vissuto la vita senza censurare nulla ma affermando su tutto che l'amore e la misericordia di Dio sono più  grandi di ogni altra cosa.
L'ultima parola non è il nostro umano limite, ma la Sua Divina Misericordia.
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Come regalo di Natale (che io stesso ho ricevuto e che "giro" volentieri a voi: un tropario dalla Liturgia Bizantino-Slava della notte di Natale:



venerdì 23 dicembre 2011

Una Luce illumina le tenebre (Contributi 558)

Questo articolo di Mons. Luigi Negri viene da La Bussola:


L’annunzio della incarnazione di Dio in Gesù Cristo ci coglie in un momento complesso e contraddittorio.
Da un lato l’esperienza dell’uomo di oggi sembra destinata a un inesorabile e definitivo fallimento. «E’ possibile che l’uomo muoia», diceva sant’Ireneo tanti secoli fa. «E’ possibile che l’uomo, nella sua umanità, muoia», ricordava spesso il papa Giovanni Paolo II. Una vita senza più nessun punto di riferimento sostanziale, dal punto di vista teorico e pratico. Un individualismo proteso all’affermazione di sé come perseguimento del proprio benessere ad ogni costo. Una violenza che dilaga in tutti gli strati della vita sociale, affermata e vissuta come soluzione di problemi che sembrano impossibili a risolversi se non con la violenza. Violenza di omicidi, e spesso anche di suicidi conseguenti.
Una vita brutta, come il Papa ci ricorda continuamente. Brutta perché priva di tensione alla libertà, a seguire il bene, il bello, il giusto. Ed è un’immagine universalmente diffusa che rischia di dare alla parola vita un’accezione totalmente ridotta alla pura sopravvivenza fisica.
Ma dice il profeta nella prima messa del Natale: «Il popolo che camminava nelle tenebre – e certamente le tenebre sono la cifra di questa nostra società - vide all’improvviso una grande luce». Cristo è la luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. E’ la luce che rivela all’uomo tutto ciò che egli porta nel cuore, ma soprattutto rivela all’uomo quella presenza assolutamente incredibile e pure realissima del mistero di Dio che si fa compagnia all’uomo. Si fa compagnia all’uomo e non solo gli rivela teoricamente la sua identità, ma lo mette in grado di perseguire questa identità attraverso l’appartenenza alla Chiesa - che è luogo dove Cristo si incontra qui ed ora - e diventa cammino educativo per lo sviluppo integrale della propria personalità umana e cristiana.
Chi è stato veramente nella profondità delle tenebre, trasale di gioia all’idea che la luce viene. E ne scopre i preannunzi, l’alba. L’alba - ci ricordava spesso monsignor Giussani - è il momento più bello della giornata perché pur carico di tutte le incertezze, le equivocità e le paure della notte, già si intravvede che la luce sta nascendo e vincerà le tenebre, restituendo la vita delle persone e delle cose alla loro consistenza, alla loro bellezza.
Credo che questo sia un momento terribile ma di una terribilità che può diventare una grande positività. 
Bisogna che i cristiani scommettano un’altra volta sulla fede, sulla fede in Cristo come unica possibilità di salvezza. 
E occorre che tanti uomini di buona volontà amino il mistero e la verità più di se stessi. Uno dei maestri di questo popolo laico, Vaclav Havel, si è spento qualche giorno fa. Egli aveva giocato tutta la sua vita su ciò che don Giussani chiamava il cuore dell’uomo. E su questo cuore, per questo cuore, ha coagulato un popolo di veramente laici, che hanno potuto poi abbracciarsi con i grandi cristiani come il cardinale Tomášek, «la grande quercia», come lo definiva Giovanni Paolo II. In questo grande abbraccio, pur nella distinzione, è accaduto un evento storico per la Cecoslovacchia: la grande rivoluzione che ha messo fine al comunismo senza rompere neppure il vetro di una finestra, come amava affermare Vaclav Havel.
Il Natale lo sento, lo desidero e lo prego come il rinnovarsi di un dialogo profondo tra laici veramente laici, cioè non laicisti, e cristiani non clericali. Gente che vive la propria laicità come attesa, gente che vive la fede come testimonianza dell’incontro accaduto con Cristo.
Da questo dialogo forse può nascere un contributo decisivo al cambiamento in meglio dell’uomo e del mondo.
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Se non ci fosse già venuto incontro (Contributi 557)

L'editoriale odierno di Samizdat On Line è un interessante (e bello) esempio di pensiero cristiano (ed è tratto da QUESTO blog). Lo propongo a tutti voi (a proposito, auguri di un vero Santo Natale a tutti):

C’è un passaggio della Lettera apostolica di Benedetto XVI per l’Anno della fede che mi colpisce particolarmente, in questo Natale 2011: “La ragione dell’uomo porta insita l’esigenza di ciò che vale e permane per sempre. Tale esperienza costituisce un invito permanente, inscritto indelebilmente nel cuore umano, a mettersi in cammino per trovare Colui che non cercheremmo se non ci fosse già venuto incontro”.
Secondo questa semplice, ma potente riflessione, che poi è figlia della meditazione millenaria che la Chiesa ha continuamente compiuto sull’evento dell’Incarnazione, il Mistero di Dio non può essere “abbrancato” dalla ragione umana con le sole sue forze. La questione Dio resta dunque drammaticamente irrisolta.
Ed è davvero un dramma, perché si tratta di dare risposta a quella “esigenza di ciò che vale e permane per sempre” che è, di fatto, ciò che accomuna ogni essere umano, del passato, del presente e del futuro, su qualsiasi punto della terra.
Quando, come se fosse uno slogan, ripetiamo che la ragione è ciò che ci distingue dalle bestie, rischiamo di intendere solo la capacità di formulare un linguaggio articolato e complesso, o di fare calcoli, o ragionamenti, o di creare con la fantasia. Non teniamo conto, comunemente, proprio della straordinaria (ed inspiegabile) capacità di sentire l’esigenza del significato e di darle voce. E’ diventato anche un facile slogan quello secondo cui è l’uomo ad avere creato Dio. Sembra una di quelle formule che spiegano tutto. Ma non si riflette abbastanza su un fatto: che l’uomo poteva benissimo non sentire l’esigenza di creare Dio. Anzi, che questa esigenza è davvero inspiegabile in un essere “chiuso tra cose mortali”. Era il rovello di Ungaretti e, prima ancora, di Leopardi (che chiedeva alla natura umana “perché tant’alto senti?”). ma dovrebbe essere il rovello di ogni persona profondamente impegnata con l’esistenza e onesta di fronte ad essa.
Insomma, che la ragione umana ha bisogno di Dio è un fatto, com’è un fatto che il corpo ha bisogno dell’acqua. Un fatto semplice, da non ridurre, da guardare, da interrogare. Da non liquidare con sbrigative (e insufficienti) spiegazioni, che forse riescono a metterci il cuore in pace lì per lì, ma che alla lunga non tengono affatto.
Il Papa ci ricorda che nel nostro cuore c’è (inspiegabile) un “invito permanente a mettersi in cammino” verso Dio. Potremo metterlo a tacere, ma non l’avremo abraso. L’invito resterà sempre, come un punto vivo che c’infiamma. E’ un po’ la nostra croce e delizia, ma soprattutto è ciò che ci fa veramente umani. Un uomo è tale perché ha questo fuoco dentro. Chi lo spegne diventa presto un animale, o, peggio, una marionetta.
Ma seguiamo ancora il Papa, che ci invita a guardare al fatto di cui stiamo parlando in modo cristiano, cioè secondo una prospettiva del tutto nuova: non cercheremmo Dio, “se non ci fosse già venuto incontro”. Questo annuncio dobbiamo prenderlo sul serio, perché contiene la liberazione, la realizzazione di ogni nostro desiderio, l’acqua viva per la nostra sete.
Non è per una nostra iniziativa che il dramma diventa commedia a lieto fine, ma per un “venire incontro” di Dio. Questo è precisamente il fatto che è all’inizio del Cristianesimo, questo l’annuncio dell’angelo ai pastori e al mondo intero. L’uomo può mettersi anche in cammino verso il Mistero, ma non fa altro che girare a vuoto. I pastori, invece, si affrettano alla capanna, a riconoscere un fatto: quello che era impossibile, impensabile, non prevedibile, è diventato realtà incontrabile. Non c’è da dire altro. C’è solo da rifletterci sopra, da assaporare, da lasciarsi sedurre da questo annuncio. E, di conseguenza, da desiderare.
Tutta la vita dovrebbe essere un desiderio, una mendicanza. Tutta la vita dovrebbe essere un continuo gridare: “Dio, se ci sei, rivelati a me!”. Oppure, che è lo stesso, “fa’ che ti possa riconoscere!”. E’ il grido più grande, più veramente umano che possiamo fare.
Non cercheremmo Dio, “se non ci fosse già venuto incontro”. E’ come se il nostro cuore fosse stato progettato per questo incontro. A noi spetta solo una cosa: mendicarlo. E la festa di Natale, col suo fascino, è lì apposta per aiutarci a rimetterci nella posizione giusta, quella del mendicante.
A tutti i mendicanti, come me, tanti auguri.
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Il Figlio di Dio nasce ancora “oggi” (Contributi 556)

Ecco un articolo di Don Gino Oliosi tratto da Cultura Cattolica sull'udienza di Benedetto XVI del 21/12 sul Natale:

Vivere il Natale nel suo senso più vero, quello sacro e cristiano, in modo che la nostra gioia non sia superficiale, ma profonda
«Facciamo in modo che, anche nella società attuale, lo scambio degli auguri non perda il suo profondo valore religioso, e la festa non venga assorbita dagli aspetti esteriori, che toccano le corde del cuore. Certamente, i segni esterni sono belli e importanti, purché non ci distolgano, ma piuttosto aiutino a vivere il Natale nel suo senso più vero, quello sacro e cristiano, in modo che anche la nostra gioia non sia superficiale, ma profonda.
Con la liturgia natalizia la Chiesa ci introduce nel grande Mistero dell’Incarnazione. Il Natale, infatti, non è un semplice anniversario della nascita di Gesù, è anche questo, ma è di più, è celebrare un Mistero che ha segnato e continua a segnare la storia dell’uomo – un Mistero che interessa la nostra fede e la nostra esistenza; un Mistero che viviamo concretamente nelle celebrazioni liturgiche, in particolare nella Santa Messa. Qualcuno potrebbe chiedersi: come è possibile che io viva adesso questo evento così lontano nel tempo? Come posso prendere parte fruttuosamente alla nascita del Figlio di Dio avvenuta più di duemila anni fa? Nella Santa Messa della Notte di Natale, ripeteremo come ritornello al Salmo Responsoriale queste parole: “Oggi è nato per noi il Salvatore”. Questo avverbio di tempo, “oggi”, ricorre più volte in tutte le celebrazioni natalizie ed è riferito all’evento della nascita di Gesù e alla salvezza che l’Incarnazione del Figlio di Dio viene a portare. Nella Liturgia tale avvenimento oltrepassa i limiti dello spazio e del tempo e diventa attuale, presente; il suo effetto perdura, pur nello scorrere dei giorni, degli anni e dei secoli. Indicando che Gesù nasce “oggi”, la Liturgia non usa una frase senza senso, ma sottolinea che questa Nascita investe e permea tutta la storia, rimane una realtà anche oggi alla quale possiamo arrivare proprio nella liturgia. A noi credenti la celebrazione del Natale rinnova la certezza che Dio è realmente presente con noi, ancora “carne” e non solo lontano: pur essendo con il Padre è vicino a noi. Dio, in quel Bambino nato a Betlemme, si è avvicinato all’uomo: noi lo possiamo incontrare adesso, in un “oggi” che non ha tramonto.
Vorrei insistere su questo punto, perché l’uomo contemporaneo, uomo del “sensibile”, dello sperimentabile empiricamente, fa sempre più fatica ad aprire gli orizzonti ed entrare nel mondo di Dio. La redenzione dell’umanità avviene certo in un momento preciso e identificabile della storia: nell’evento di Gesù di Nazareth; ma Gesù è il Figlio di Dio, è Dio stesso, che non solo ha parlato all’uomo, gli ha mostrato segni mirabili, lo ha guidato lungo tutta la storia di salvezza, ma si è fatto uomo e rimane uomo. L’Eterno è entrato nei limiti del tempo e dello spazio, per rendere possibile “oggi” l’incontro con Lui. I testi liturgici natalizi ci aiutano a capire che gli eventi della salvezza operata da Cristo sono sempre attuali, interessano ogni uomo e tutti gli uomini. Quando ascoltiamo o pronunciamo, nelle celebrazioni liturgiche, questo “oggi è nato per noi il Salvatore”, non stiamo utilizzando una vuota espressione convenzionale, ma intendiamo che Dio ci offre “oggi”, adesso, a me, ad ognuno di noi la possibilità di riconoscerlo e di accoglierlo, come fecero i pastori a Betlemme, perché Egli nasca anche nella nostra vita e la rinnovi, la illumini, la trasformi con la sua Grazia, con la sua Presenza.
Il Natale, dunque, mentre commemora la nascita di Gesù nella carne, dalla Vergine Maria – e numerosi testi liturgici fanno rivivere ai nostri occhi questo o quell’episodio – è un evento efficace per noi…
C’è un secondo aspetto al quale vorrei accennare brevemente: l’evento di Betlemme deve essere considerato alla luce del Mistero Pasquale: l’uno e l’altro sono parte dell’unica opera redentrice di Cristo. L’Incarnazione e la nascita di Gesù ci invitano già ad indirizzare lo sguardo verso la sua morte e la sua risurrezione: Natale e Pasqua sono entrambe le feste della Redenzione. La Pasqua la celebra come vittoria sul peccato e sulla morte: segna il momento finale, quando la gloria dell’Uomo – Dio splende come la luce del giorno; il Natale la celebra come l’entrare di Dio nella storia facendosi uomo per riportare l’uomo a Dio: segna, per così dire, il momento iniziale, quando si intravvede il chiarore dell’alba. Ma proprio come l’alba precede e fa già presagire la luce del giorno, così il Natale annuncia già la Croce e la gloria della Risurrezione» [Benedetto XVI, Udienza Generale, 21 dicembre 2011].
Occorre sempre leggere la nascita di Cristo alla luce dell’intera opera redentrice, che trova il vertice nel Mistero Pasquale. L’incarnazione del Figlio di Dio appare non solo come l’inizio e la condizione della salvezza, ma come la presenza stessa del Mistero della nostra salvezza: Dio si fa uomo, nasce bambino come noi, prende la nostra carne per vincere Satana, la morte e il peccato.
Nel Natale noi incontriamo la tenerezza e l’amore di Dio che non costringe, non fa spettacolo (un rapporto costretto, non libero non è più un rapporto di amore), Dio si china sui nostri limiti, sulle nostre debolezze, sui nostri peccati e si abbassa fino a noi: pur essendo nella condizione di Dio… svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dio si abbassa fino ad essere adagiato in una mangiatoia, che è già preludio dell’abbassamento nell’ora della sua passione. Il culmine della storia di amore tra Dio e l’uomo passa attraverso la mangiatoia di Betlemme e il sepolcro di Gerusalemme.
“Viviamo – ha concluso la catechesi il Papa il 21 dicembre – questo evento meraviglioso: il Figlio di Dio nasce ancora “oggi”, Dio è veramente vicino a ciascuno di noi e vuole incontrarci, vuole portarci a Lui. Egli è la vera luce, che dirada e dissolve le tenebre che avvolgono la nostra vita e l’umanità. Viviamo il natale del Signore contemplando il cammino dell’amore immenso di Dio che ci ha innalzati a Sé attraverso il Mistero di Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione del suo Figlio… Soprattutto contempliamo e viviamo questo Mistero nella celebrazione dell’Eucaristia, centro del Santo Natale; lì si rende presente in modo reale Gesù, vero Pane disceso dal cielo, vero Agnello sacrificato per la nostra salvezza”.
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giovedì 22 dicembre 2011

Pensieri / 3

"Per voi è nato il Salvatore: ciò che l’Angelo annunciò ai pastori, Dio ora lo richiama a noi per mezzo del Vangelo e dei suoi messaggeri.
È questa una notizia che non può lasciarci indifferenti. Se è vera, tutto è cambiato. Se è vera, essa riguarda anche me. Allora, come i pastori, devo dire anch’io: Orsù, voglio andare a Betlemme e vedere la Parola che lì è accaduta.
Il Vangelo non ci racconta senza scopo la storia dei pastori. Essi ci mostrano come rispondere in modo giusto a quel messaggio che è rivolto anche a noi".


Benedetto XVI
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Pensieri / 2

La gioia dell’amore, la risposta al dramma della sofferenza e del dolore,
la forza del perdono davanti all’offesa ricevuta e la vittoria della vita dinanzi al vuoto della morte, tutto trova compimento nel mistero della sua Incarnazione,
del suo farsi uomo, del condividere con noi la debolezza umana per trasformarla con la potenza della sua Risurrezione.


Benedetto XVI, Porta Fidei, n. 13
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mercoledì 21 dicembre 2011

Pensieri / 1

La tragedia dell’uomo moderno 
non è che conosce meno e meno 
del significato della sua vita, 
ma che gli importa meno e meno. 


(Vaclav Havel)
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Il diavolo esiste. Ma nessuno ne parla (Contributi 555)

Propongo questo articolo di Andrea Tornielli tratto da La Bussola:

Può sembrare strano e fors’anche inopportuno parlare di un libro del genere sotto Natale, seppure in un Natale di crisi. E invece anche nel momento in cui celebriamo l’irruzione di Dio nella nostra storia, l’Onnipotente che si fa piccolo e fragile come ogni bambino, l’incarnazione del Figlio e la sua nascita nella grotta di Betlemme, non possiamo dimenticare la grande battaglia che è in atto. Quella tra il serpente e Maria, che gli schiaccerà definitivamente la testa.


Oggi il diavolo è scomparso del tutto dalla predicazione nelle nostre chiese, e finiamo spesso per ricordarlo soltanto quando gravi fatti di cronaca ci parlano dei suoi adoratori. Ma anche in quel caso non avvertiamo la sua minaccia come un pericolo che ci riguarda. A richiamarci alla drammaticità di quella minaccia è il libro L’azione del maligno. Come riconoscerla e liberarsene (Edizioni Fede e Cultura, pagg. 178, euro 10,50). L’agile volume, è stato scritto esto e altro ha scritto da padre Gabriele Amorth, l’esorcista italiano più conosciuto e più tradotto nel mondo. Il saggio contiene anche i contributi dottrinali di altri autori: don Gabriele Fabris, Presidente dell’Associazione Biblica Italiana; don Gustavo Sanchèz, esorcista; Tonino Cantelmi, Presidente dell’Associazione Psichiatri e Psicologi cattolici; Angela Musolesi, specializzata nel ministero di liberazione; Chiara Zanasi, antropologa.


Nel libro si cerca di dar risposta a queste domande: Dov’è il corpo fisico di Gesù? L’inferno è vuoto? I laici possono comandare alle legioni diaboliche? Lo yoga è consigliabile? «Mi preme molto ricordare – scrive don Amorth – che più del 90 per cento delle persone colpite dall’opera del maligno lo sono tramite un maleficio, che è stato fatto o a loro o a tutta la famiglia. Spesso è colpita tutta la famiglia. Cioè: la fattura viene fatta a un membro della famiglia, ma la finalità è di fare fallire la famiglia. Per dire: sto facendo da anni gli esorcismi a una famiglia di Livorno: hanno mali fisici, mali spirituali, e io li esorcizzo uno per uno. Stanno meglio, ma ancora non sono guariti del tutto». «Non è la caratteristica principale, ma accade spesso che un altro segno dell’opera del maligno è la sterilità. Il demonio vuole soprattutto la nostra sterilità spirituale, ma anche la nostra sterilità fisica. Esorcizzo da anni una infermiera di Arezzo. Aveva parecchi mali fisici: sta meglio, ma ne ha ancora, non è guarita del tutto. Però prima non poteva avere figli, adesso ne ha 4».


«Contro i pregiudizi sulla potenza del demonio – aggiunge il grande esorcista italiano – voglio dire che Gesù ha vinto il demonio. Contro i pregiudizi di chi dice che il demonio non esiste, che è solo nel pensiero dell’uomo, voglio dire che il demonio esiste e vuole la nostra sofferenza, vuole la nostra morte. Vuole che soffriamo le pene eterne e le pene qui: la droga, tanti incidenti, tanti fallimenti di aziende, sono procurati dal demonio. Contro i pregiudizi di chi dice che l’inferno è vuoto, dico che è Gesù stesso che ci mette in guardia, ed è molto preciso nel dirci che nell’inferno ci finisce chi si comporta contro la volontà di Dio. Contro i pregiudizi di chi pensa che la Chiesa dica che bisogna soffrire, dico che non è vero. La Chiesa non vuole che soffriamo, ma ci offre gli strumenti per accettare con rassegnazione la croce: le parole di Gesù e la fede in Lui. Se applicassimo le parole di Gesù ci sarebbe il paradiso in terra, perché con Gesù il regno di Dio è venuto tra di noi».


«Le sofferenze – scrive ancora padre Amorth – sono inevitabili nella vita, ma un cuore che si sforza di essere in comunione con Gesù affronta meglio le difficoltà. È stato tolto Cristo dalla vita della gente, è stato tolto Cristo come punto di riferimento: è questo il guaio dell’umanità».
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martedì 20 dicembre 2011

Anzitutto diciamo la verità: non è in corso una crisi, ma una guerra (Contributi 554)

Un articolo di Antonio Socci per comprendere bene il momento storico che ci troviamo a vivere e la responsabilità che, come credenti, abbiamo.

“Sembra che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno”, scrive il Papa nel suo messaggio per la giornata mondiale della pace.
Ma da dove viene questa tenebra che produce ansia e insicurezza? Cosa esattamente sta accadendo e perché?
I saputelli di casa nostra indicano il nostro “debito pubblico”, ma la risposta è sbagliata (e provinciale) perché era a questi livelli anche dieci anni fa.
Del resto il Giappone ha un debito pubblico che è quasi il doppio del nostro e un’economia che va male eppure non è minacciato da speculazione e default.
Noi abbiamo le nostre colpe, ma è assai più complesso scoprire perché d’improvviso tutto l’Occidente (anche Francia, Spagna o Germania e Stati Uniti) si trova sull’orlo dell’abisso.


NON CRISI, MA GUERRA
Il primo passo per capire e uscire fuori dalla foresta oscura è dare il giusto nome alla cose. Diciamo allora la verità. Quella in cui ci troviamo non è una “crisi”, ma una “guerra”. Passa un’enorme differenza tra le due situazioni.
Una “crisi” infatti è come un disastro naturale (terremoto o alluvione) o come la traversata di un deserto: ci fa sentire uniti da un compito comune e fa dire a delle persone in gamba che è addirittura “un’opportunità” (espressione che io però userei sempre con cautela o mai perché ci sono delle vittime).
Ma una “guerra” invece non è “un’opportunità” per nessuna persona perbene (solo loschi potentati bramano guadagnarci, ma di certo nessun uomo che abbia una moralità).
In una guerra ci sono nemici, interessi in conflitto e forti che assalgono deboli. In una guerra è vitale capire chi sta combattendo, per cosa e come. E da che parte stiamo noi.
A me pare che molte persone in gamba (penso al mondo cattolico) siano incorse nell’abbaglio di confondere una guerra con una crisi, scambiando lucciole per lanterne, o le cannonate delle artiglierie per i fulmini di un temporale o per i fuochi d’artificio della festa paesana.
Ha colto bene la situazione invece il gruppo di Alleanza Cattolica di Massimo Introvigne che sulla rivista “Cristianità” ha proposto una riflessione molto interessante, partendo proprio dalla nozione di “guerra”.
E’ proprio perché non ci si è ancora resi conto che siamo in guerra – dice Cristianità – che molti, i quali condividono ideali comuni (per esempio cattolico-liberali o ispirati alla dottrina sociale della Chiesa) “rischiano di dividersi tra loro”: sui “sacrifici”, il “governo dei tecnici”, l’Europa e altro.
Ed è anche per questo che in Italia i vecchi schieramenti politici si frantumano e tutto sta cambiando.


GUERRA ASIMMETRICA
Capiamo allora di che tipo di guerra si tratta. “Cristianità” spiega: “Almeno dal 2008 è in corso una guerra mondiale più difficile da capire di altre, perché combattuta non su campi di battaglia militari – almeno non principalmente, perché non mancano episodi di questo genere, come la guerra in Libia – ma nelle borse, nelle banche e nel sistema finanziario internazionale.
Che questa sia una modalità delle moderne guerre dette ‘asimmetriche’, a proposito delle quali la parola ‘guerra’ è usata in senso proprio e non solo metaforico, è stato chiarito dagli stessi ideatori della nozione di ‘guerra asimmetrica’, i colonnelli dell’esercito della Repubblica Popolare Cinese Qiao Liang e Wang Xiangsui, che nel loro libro ‘Guerre senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione’, talora presentato come ‘la Bibbia dei nuovi conflitti’, oltre all’esempio del terrorismo citano precisamente quello delle aggressioni attraverso tecniche di tipo finanziario”.
Anche Mario Monti concorda che il problema comincia nel 2008 con la grande esplosione dei “subprime” americani (costata 4.100 miliardi di dollari che hanno dissestato l’economia mondiale).
In una conferenza tenuta alla Luiss nel febbraio scorso affermava che anche in quel caso il disastro “è stato per un problema di regole e soprattutto di ‘enforcement’ delle regole” (cioè di attuazione, esecuzione delle regole) e – proseguiva Monti – “non tanto per carenze nei meccanismi di ‘enforcement’ quanto per il motivo più brutto che può star dietro a questa mancanza”.
Monti indicava l’atteggiamento dell’autorità che doveva sorvegliare i mercati e “le sue genuflessioni di fronte al mondo del grande capitalismo americano in quegli anni… ma anche abbiamo visto l’asservimento di finalità sociali, come quella di dare l’alloggio in proprietà ad ogni americano. Per cui si sono fatte cose turpi. Nessuno ha osato richiamare al rispetto di certe regole che pure esistevano”.
Anche Monti – a proposito di questa regolazione dei mercati – parla di “conflitto, non armato, ma conflitto”.
Resta da capire se, quanto e come tale regolazione “bellica” di forze finanziarie più potenti degli stati possa essere imposta da tecnocrazie spesso provenienti dallo stesso mondo finanziario e bancario e con procedure che sembrano annacquare sempre più democrazia e sovranità popolare.


PERDENTI E VINCENTI
“Cristianità” scrive:
Dopo che la crisi del 2008, seguita dall’elezione di un presidente degli Stati Uniti particolarmente inadatto a governarla, ha dimostrato che per la prima volta dopo la fine della Seconda guerra mondiale l’egemonia statunitense può essere messa in discussione, si è scatenata una guerra asimmetrica di tutti contro tutti per cercare di sostituirla con ‘qualche cos’altro’, dove i principali contendenti sono la Cina, alcuni Paesi arabi – che si muovono anche secondo una logica di tipo religioso –, e il BRI, sigla riferita a Brasile-Russia-India, Paesi che si considerano le potenze economiche emergenti del futuro e formano il cosiddetto BRIC con la Cina, con cui però hanno interessi non coincidenti”.
Questa descrizione della situazione ha molti annessi: per esempio l’atteggiamento della Gran Bretagna risente del fatto che la sua prima “industria” è quella finanziaria e i capitali che hanno scelto Londra come loro “patria” sono anzitutto quelli del petrolio arabo. Bisogna tener presente infatti che i protagonisti in campo non sono solo degli interessi nazionali definiti perché vi sono ormai masse di capitali, senza patria e più potenti degli stati, che si muovono su loro logiche di profitto (o anche ideologiche o religiose).
Inoltre ci sono errori degli Stati Uniti e dell’Europa che hanno contribuito grandemente a dar fuoco alle polveri e a rendere l’Europa il vaso di coccio o meglio la preda.


Primo: gli Usa hanno “dopato” la loro economia non solo con le “bolle” speculative, ma anche consentendo alla finanza quell’errata globalizzazione che ha trasformato l’Asia e soprattutto la Cina in produttore a basso costo. Per questo hanno consentito quell’ingresso di schianto e senza condizioni della Cina nel Wto che ha messo in ginocchio le nostre produzioni e ha trasformato la Cina oggi nel “padrone” degli Usa (visto che ne detiene una parte significativa del debito pubblico).


Secondo: In Europa, col crollo del comunismo e la riunificazione della Germania, è riesploso lo scontro fra interessi nazionali, si è accantonata la cultura cattolica europeista di Adenauer, Schuman e De Gasperi e si è dato il potere a una tecnocrazia che ha inventato un’altra Europa, quella della moneta unica, senza una banca centrale come referente finale e senza un governo politico federale.


Così esponendo l’euro e l’Europa – inermi – agli assalti.


In questo scenario “bellico” l’Italia è un vaso di coccio che ha perfino osato andare per conto suo alla ricerca del petrolio libico e del metano russo.
Perciò hanno usato il suo storico debito pubblico (e certi errori della sua classe politica) per punirla e metterla a guinzaglio essendo peraltro una preda appetitosa per i tesori che possiede (dal grande risparmio delle famiglie, alle aziende di stato, al patrimonio pubblico in generale) e che molti vogliono spolpare.
La guerra continua e non è chiaro come si difende l’Italia e chi sta con chi.
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Questa è la situazione, una prima risposta è, come da un po' si va ripetendo è pregare, la preghiera può cambiare realmente la storia di uomini e nazioni. Per cui con umile fermezza invito tutti a prendere in mano la corona del Rosario e ad usarla con costanza.
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domenica 18 dicembre 2011

Domenica 4^ Avvento (Angelus 56)

Cari fratelli e sorelle!
In questa quarta e ultima domenica di Avvento, la liturgia ci presenta quest’anno il racconto dell’annuncio dell’Angelo a Maria. Contemplando l’icona stupenda della Vergine Santa, nel momento in cui riceve il messaggio divino e dà la sua risposta, veniamo interiormente illuminati dalla luce di verità che promana, sempre nuova, da quel mistero. In particolare, vorrei soffermarmi brevemente sull’importanza della verginità di Maria, del fatto cioè che ella ha concepito Gesù rimanendo vergine.
Sullo sfondo dell’avvenimento di Nazaret c’è la profezia di Isaia. "Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele" (Is 7,14). Questa antica promessa ha trovato compimento sovrabbondante nell’Incarnazione del Figlio di Dio. Infatti, non solo la Vergine Maria ha concepito, ma lo ha fatto per opera dello Spirito Santo, cioè di Dio stesso. L’essere umano che comincia a vivere nel suo grembo prende la carne da Maria, ma la sua esistenza deriva totalmente da Dio. E’ pienamente uomo, fatto di terra – per usare il simbolo biblico – ma viene dall’alto, dal Cielo. Il fatto che Maria concepisca rimanendo vergine è dunque essenziale per la conoscenza di Gesù e per la nostra fede, perché testimonia che l’iniziativa è stata di Dio e soprattutto rivela chi è il concepito. Come dice il Vangelo: "Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio" (Lc 1,35). In questo senso, la verginità di Maria e la divinità di Gesù si garantiscono reciprocamente.
Ecco perché è così importante quell’unica domanda che Maria, "molto turbata", rivolge all’Angelo: "Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?" (Lc 1,34). Nella sua semplicità, Maria è sapientissima: non dubita del potere di Dio, ma vuole capire meglio la sua volontà, per conformarsi completamente a questa volontà. Maria è infinitamente superata dal Mistero, eppure occupa perfettamente il posto che, al centro di esso, le è stato assegnato. Il suo cuore e la sua mente sono pienamente umili, e, proprio per la sua singolare umiltà, Dio aspetta il "sì" di questa fanciulla per realizzare il suo disegno. Rispetta la sua dignità e la sua libertà. Il "sì" di Maria implica l’insieme di maternità e verginità, e desidera che tutto in Lei vada a gloria di Dio, e il Figlio che nascerà da Lei possa essere tutto dono di grazia.
Cari amici, la verginità di Maria è unica e irripetibile; ma il suo significato spirituale riguarda ogni cristiano. Esso, in sostanza, è legato alla fede: infatti, chi confida profondamente nell’amore di Dio, accoglie in sé Gesù, la sua vita divina, per l’azione dello Spirito Santo. E’ questo il mistero del Natale! Auguro a tutti voi di viverlo con intima gioia.
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sabato 17 dicembre 2011

Consigli per le letture o i regali di Natale.....

Dagli Antidoti di Rino Camilleri alcuni consigli di regali (per se stessi o altri) utili ed intelligenti (per contrastare l'inquinamento mentale del mondo d'oggi):

Se non sapete cosa regalare a Natale, ecco alcuni libri che vi consiglio. 
Uno ha un titolo che parla chiaro: «L’azione del Maligno. Come riconoscerla e liberarsene»; gli autori sono Gabriele Amorth, Angela Musolesi, Tonino Cantelmi, Rinaldo Fabris, Gustavo Sanchez Ardila, Chiara Zanasi (Fede e Cultura). 
Dello stesso editore, gli Atti del Convegno «Pellegrini della Verità verso Assisi» (titolo: «Le religioni ad Assisi. Nessuna rinuncia alla verità», con interventi del card. Burke, p. Lanzetta, Nicola Bux e altri). 
Infine, sempre stesso editore, «Finis Austriae. La santità dell’ultimo imperatore», di Romana de Carli Szabados. 
Poi: «Apologia della tradizione», di Roberto De Mattei (Lindau, seguito del pluripremiato libro sul Concilio Vaticano II). 
Segue, stesso editore, un’antologia degli interventi di Benedetto XVI: «Il problema di Dio nel mondo contemporaneo», a cura di U. Casale. 
Ancora Lindau: «La vita di Gesù narrata da sua madre», di Cesare Angelini (1886-1976). Medesimo editore, «Contro gli idoli postmoderni», del teologo Pierangelo Sequeri. Regalateli e o fateveli regalare. Costano poco, edificano molto.
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giovedì 15 dicembre 2011

La preghiera rovescia situazioni impossibili (Articoli 73)

Un articolo di Massimo Introvigne tratto da La Bussola fa una sintesi dell'Udienza di Benedetto XVI del 14 dicembre 2011 in cui il Pontefice prosegue la sua scuola di preghiera. In un momento come l'attuale, in cui la Chiesa Cattolica è attaccata su più fronti e nella società è in atto un tentativo di distruzione della cultura del popolo ritengo utile ed attuale questo intervento:

All’udienza generale del 14 dicembre, proseguendo nella sua «scuola della preghiera» su Gesù, Benedetto XVI ha parlato della relazione fra la preghiera e la «prodigiosa azione guaritrice» del Signore. «Si tratta – ha detto il Papa – di una preghiera che, ancora una volta, manifesta il rapporto unico di conoscenza e di comunione con il Padre, mentre Gesù si lascia coinvolgere con grande partecipazione umana nel disagio dei suoi amici, per esempio di Lazzaro e della sua famiglia, o dei tanti poveri e malati che Egli vuole aiutare concretamente».
Il Pontefice ha esaminato due casi emblematici: la guarigione del sordomuto e la resurrezione di Lazzaro. Quanto alla guarigione del sordomuto, così narra il Vangelo di Marco: «Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, “Apriti”» (Mc 7,33-34). Il Papa nota anzitutto come Gesù voglia che la guarigione avvenga «in disparte, lontano dalla folla». Questo «non sembra dovuto soltanto al fatto che il miracolo deve essere tenuto nascosto alla gente per evitare che si formino interpretazioni limitative o distorte della persona di Gesù». La scelta di questo rapporto privato nello stesso tempo «fa sì che, al momento della guarigione, Gesù e il sordomuto si trovino da soli, avvicinati in una singolare relazione. Con un gesto, il Signore tocca le orecchie e la lingua del malato, ossia le sedi specifiche della sua infermità. L’intensità dell’attenzione di Gesù si manifesta anche nei tratti insoliti della guarigione: Egli impiega le proprie dita e, persino, la propria saliva. Anche il fatto che l’Evangelista riporti la parola originale pronunciata dal Signore – “Effatà”, ossia “Apriti!” – evidenzia il carattere singolare della scena». Questi sono dettagli, che ci introducono al significato profondo di questa guarigione ma non ce lo svelano ancora.
In realtà «il punto centrale di questo episodio è il fatto che Gesù, al momento di operare la guarigione, cerca direttamente il suo rapporto con il Padre». Leggiamo infatti che il Signore «guardando […] verso il cielo, emise un sospiro» (Mc 7,34). Qui, ci fa notare il Papa, «l’emissione del sospiro è descritta con un verbo che nel Nuovo Testamento indica l’aspirazione a qualcosa di buono che ancora manca (cfr Rm 8,23)». Nei gesti e nelle parole di Gesù «ancora una volta riemerge il suo rapporto unico con il Padre, la sua identità di Figlio Unigenito. In Lui, attraverso la sua persona, si rende presente l’agire sanante e benefico di Dio. Non è un caso che il commento conclusivo della gente dopo il miracolo ricordi la valutazione della creazione all’inizio della Genesi: “Ha fatto bene ogni cosa” (Mc 7,37).
Nell’azione guaritrice di Gesù entra in modo chiaro la preghiera, con il suo sguardo verso il cielo. La forza che ha sanato il sordomuto è certamente provocata dalla compassione per lui, ma proviene dal ricorso al Padre. Si incontrano queste due relazioni: la relazione umana di compassione con l'uomo, che entra nella relazione con Dio, e diventa così guarigione». Nel racconto della risurrezione di Lazzaro nel Vangelo di Giovanni ritroviamo questa stessa duplice dinamica. Anche qui «s’intrecciano, da una parte, il legame di Gesù con un amico e con la sua sofferenza e, dall’altra, la relazione filiale che Egli ha con il Padre». Continuamente sono sottolineati il legame di amicizia, la partecipazione e la commozione di Gesù davanti al dolore dei parenti e conoscenti di Lazzaro: ma tutto questo «si collega, in tutto il racconto, con un continuo e intenso rapporto con il Padre». Per quanto ne sia commosso, nello stesso tempo «l’avvenimento è letto da Gesù in relazione con la propria identità e missione e con la glorificazione che Lo attende». Così Egli parla della malattia dell’amico: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato» (Gv 11,4). E perfino della morte di Lazzaro Gesù dice: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate» (Gv 11,14-15). Arriviamo così al «momento della preghiera esplicita di Gesù al Padre davanti alla tomba, [che] è lo sbocco naturale di tutta la vicenda, tesa su questo doppio registro dell’amicizia con Lazzaro e del rapporto filiale con Dio».
Anche qui la dinamica è sempre duplice: «Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato”» (Gv 11,41). Questa frase «rivela che Gesù non ha lasciato neanche per un istante la preghiera di domanda per la vita di Lazzaro. Questa preghiera continua, anzi, ha rafforzato il legame con l’amico e, contemporaneamente, ha confermato la decisione di Gesù di rimanere in comunione con la volontà del Padre, con il suo piano di amore, nel quale la malattia e la morte di Lazzaro vanno considerate come un luogo in cui si manifesta la gloria di Dio». Come sempre, il Papa si chiede che cosa insegnano questi episodi a noi e come possono ispirare la nostra preghiera. La risposta è che debbono aiutarci a «comprendere che nella preghiera di domanda al Signore non dobbiamo attenderci un compimento immediato di ciò che noi chiediamo, della nostra volontà, ma affidarci piuttosto alla volontà del Padre, leggendo ogni evento nella prospettiva della sua gloria, del suo disegno di amore, spesso misterioso ai nostri occhi. Per questo, nella nostra preghiera, domanda, lode e ringraziamento dovrebbero fondersi assieme, anche quando ci sembra che Dio non risponda alle nostre concrete attese».
Il Pontefice ci rimanda, come fa spesso, al Catechismo della Chiesa Cattolica, che commenta proprio la preghiera di Gesù nel racconto della risurrezione di Lazzaro: «Introdotta dal rendimento di grazie, la preghiera di Gesù ci rivela come chiedere: prima che il dono venga concesso, Gesù aderisce a colui che dona e che nei suoi doni dona se stesso. Il Donatore è più prezioso del dono accordato; è il “Tesoro”, ed il cuore del Figlio suo è in lui; il dono viene concesso “in aggiunta” (cfr Mt 6,21 e 6,33)» (CCC, n. 2604). Commenta Benedetto XVI: «Questo mi sembra molto importante: prima che il dono venga concesso, aderire a Colui che dona; il donatore è più prezioso del dono. Anche per noi, quindi, al di là di ciò che Dio ci da quando lo invochiamo, il dono più grande che può darci è la sua amicizia, la sua presenza, il suo amore. Lui è il tesoro prezioso da chiedere e custodire sempre». La preghiera di Gesù nell’episodio di Lazzaro continua e, quando è tolta la pietra dall’ingresso della tomba, presenta «uno sviluppo singolare ed inatteso». Dopo avere ringraziato il Padre, Gesù aggiunge: «Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato» (Gv 11,42). Gesù qui ci «vuole condurre alla fede, alla fiducia totale in Dio e nella sua volontà, e vuole mostrare che questo Dio che ha tanto amato l’uomo e il mondo da mandare il suo Figlio Unigenito (cfr Gv 3,16), è il Dio della Vita, il Dio che porta speranza ed è capace di rovesciare le situazioni umanamente impossibili. La preghiera fiduciosa di un credente, allora, è una testimonianza viva di questa presenza di Dio nel mondo, del suo interessarsi all’uomo, del suo agire per realizzare il suo piano di salvezza».
Le due preghiere di Gesù oggetto della meditazione del Pontefice, quella della guarigione del sordomuto e quella della risurrezione di Lazzaro, «rivelano che il profondo legame tra l’amore a Dio e l’amore al prossimo deve entrare anche nella nostra preghiera. In Gesù, vero Dio e vero uomo, l’attenzione verso l’altro, specialmente se bisognoso e sofferente, il commuoversi davanti al dolore di una famiglia amica, Lo portano a rivolgersi al Padre, in quella relazione fondamentale che guida tutta la sua vita. Ma anche viceversa: la comunione con il Padre, il dialogo costante con Lui, spinge Gesù ad essere attento in modo unico alle situazioni concrete dell’uomo per portarvi la consolazione e l’amore di Dio». Questo vale anche per noi: «La relazione con l'uomo ci guida verso la relazione con Dio, e quella con Dio ci guida di nuovo al prossimo». Così, «la nostra preghiera apre la porta a Dio, che ci insegna ad uscire costantemente da noi stessi per essere capaci di farci vicini agli altri, specialmente nei momenti di prova, per portare loro consolazione, speranza e luce».
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mercoledì 14 dicembre 2011

Strateghi della guerra dell'ICI (Contributi 553)

Che sia in corso un fortissimo attacco al cristianesimo (e la Chiesa cattolica in particolare) è cosa evidente agli occhi di tutti. Che con l'attuale governo questo attacco in Italia abbia fatto un ulteriore passo avanti è parimenti evidente. Questo articolo di Gianfranco Amato, scelto come editoriale di Samizdat On Line ci aiuta a capirlo meglio...

C’è un potere che si costituisce e prende forma attorno a interessi parziali, unilaterali: questo è il potere nemico del popolo, il potere che odia il popolo”... Così affermava don Giussani in una intervista del 1992.
In questa situazione di crisi globale spesso ci sfuggono le dinamiche che vogliono distruggere il popolo, in primo luogo colpendo la Chiesa e le modalità con cui si rende presente nella società. Il caso “Chiesa e ICI” è emblematico in questo senso. E’ importante allora smascherare le mosse del potere, ben sapendo che la verità è di per se stessa rivoluzionaria.
Non vi è nulla di casuale nei feroci attacchi che la Chiesa Cattolica sta subendo in materia di agevolazioni fiscali. Si tratta di un’offensiva che risponde ad una strategia militare ben precisa e ben orchestrata. La battaglia è iniziata a metà dello scorso agosto. Per l’esattezza il 19 agosto 2011, quando Gustavo Raffi, Gran Maestro della potente obbedienza massonica del Grande Oriente d’Italia, lancia l’attacco. In un comunicato rilasciato dalla Villa Il Vascello, prestigiosa residenza romana e luogo simbolo della repubblica del 1848, Raffi proclama: «E’ giusto che lo Stato abolisca le esenzioni dell’ICI per i beni immobili della Chiesa non destinati al culto e di tutti gli altri enti che si avvantaggino di tale esenzione, così come è opportuno congelare per tre anni l’8 per mille fino al raggiungimento del pareggio di bilancio, come fissato nella manovra, destinando le risorse alla ripresa economica dello Stato». Spiega il Comandante massonico delle truppe anticlericali: «In un tempo di grave crisi economica, in cui si chiedono lacrime e sangue ai pensionati e ai più deboli, (…) non sono più ammesse esenzioni feudali né privilegi di casta che hanno il sapore di un autentico insulto alla povertà e a milioni di italiani che lottano quotidianamente per far fronte a difficoltà di ogni tipo». Et voilà, la Chiesa è servita. Del resto, è sempre il battagliero Raffi a precisare che «la Libera Muratoria è dalla parte di chi si rimbocca le maniche per far uscire il Paese dalle secche dell’egoismo e dell’indifferenza».
Con buona pace della Caritas, delle tante comunità di assistenza cattoliche e dei poveri missionari.
Come in ogni antica battaglia romana che si rispetti, quando il console dà l’ordine d’attacco, l’attendente lo comunica ai reparti con il suono del corno.
Così se a Raffi spetta il ruolo di consul, è al quotidiano Repubblica che viene affidata la funzione – degnamente svolta – di cornicen. Il giorno successivo all’ordine (20 agosto 2011), il suono di Repubblica è univoco e chiarissimo, come il titolo dell’articolo di Mauro Favale: Ma la Chiesa si tiene 3 miliardi di euro niente ICI e l’Ires scontata al 50%.
A nulla importa che l’articolo sia farcito – in buona o cattiva fede – di omeriche falsità, imprecisioni, numeri inventati, e fantasiose elucubrazioni. L’importante è trasmettere l’ordine d’attacco. Si muove immediatamente la fanteria, ed i solerti pedites radicali avanzano a ranghi serrati. Vengono, infatti, presentati gli emendamenti 2.0.5 e 2.0.17 a firma Bonino, Poretti, Perduca, Carloni e Chiaromonte relativi all’abolizione dell’esenzione dell’ICI per le attività commerciali del Vaticano. L’azione non ottiene un grande successo, poiché viene respinta, il 5 settembre, con un voto alla Commissione Bilancio del Senato.
A questo punto entra in campo la potentissima cavalleria pesante: gli equites di Bruxelles.
L’intervento viene preannunciato, come al solito, dal cornicen. Repubblica del 24 settembre così titola un articolo di Alberto D’Argenio: Sconto ICI alla Chiesa la Ue processa l’Italia. Sottotitolo: Esenzioni per due miliardi l’anno - Bruxelles accelera: “Sono aiuti di Stato” - Se l’Italia sarà condannata, dovrà chiedere il rimborso delle tasse non pagate.
Si viene, quindi, a sapere come sia stata data un’incredibile accelerazione ad un’indagine aperta dalla Commissione Europea contro la Chiesa Cattolica per aiuti di Stato, che sopiva tranquilla da quattro anni. La tempistica di quel repêchage è a dir poco sospetta.
Repubblica ci spiega che nell’inchiesta europea sono stati passati al setaccio gli asseriti «privilegi fiscali attribuiti agli enti ecclesiastici in settori in cui “l’azienda Chiesa” (conta circa 100 mila fabbricati) è leader nazionale: ospedali, scuole private, alberghi e altre strutture commerciali che godono di un’esenzione totale dal pagamento dell’ICI e del 50% da quello sull’IRES, con un risparmio annuo che si avvicina ai due miliardi di euro e conseguenti vantaggi competitivi rispetto ai concorrenti laici». Le cifre ballano, ma si sa, in battaglia anche la matematica diventa un’opinione.
Resta il fatto che, a seguito dell’accelerazione, lo scorso ottobre viene formalmente aperta una procedura d’infrazione nei confronti dello Stato italiano, sull’assunto che non appaiano infondate le contestazioni sollevate dai radicali, come si legge nell’introduzione del documento redatto dal commissario alla Concorrenza Joaquin Almunia (il predecessore di Zapatero alla segreteria nazionale del partito socialista spagnolo): «Alla luce delle informazioni a disposizione la Commissione non può escludere che le misure costituiscano un aiuto di Stato e decide quindi di indagare oltre». Entro 18 mesi dall’inizio della procedura l’Unione Europea dovrà emettere un verdetto.
La condanna, secondo Repubblica, sarà difficile da scampare, stando alle conclusioni preliminari contenute nel documento dello stesso Almunia: l’esistenza dell’aiuto di Stato sarebbe resa chiara dal «minor gettito per l’erario», e la norma violerebbe la concorrenza in quanto i beneficiari degli sconti ICI «sembrano» essere in concorrenza con altri operatori nel settore turistico-alberghiero e della sanità. Quindi, conclude il Commissario, le condizioni dell’esistenza dell’aiuto e della sua incompatibilità con le norme comunitarie «sembrano essere soddisfatte».
Come finirà la battaglia? Sono ardui i pronostici, ma certo preoccupa la risposta sibillina che lo scorso 9 dicembre Mario Monti, proprio mentre si trovava a Bruxelles, ha dato ad una domanda sul tormentone dell’ICI e la Chiesa Cattolica: «Sono anche a conoscenza di una procedura dell’Unione Europea sugli aiuti di Stato». E di fronte al Moloch dell’Unione, anche il Professore deve inchinarsi. Lo stesso giorno 9 dicembre gli faceva eco il Gran Maestro Raffi, sempre con un comunicato dalla solita sontuosa Villa romana: «Bisogna cancellare i privilegi, senza se e senza ma: anche la Chiesa paghi le tasse, perché nel momento in cui si chiedono lacrime e sangue ai pensionati e alle fasce sociali più deboli, non si possono mantenere feudali esenzioni per gli immobili commerciali di proprietà del clero».
Il rapporto tra il console e la cavalleria, del resto, è molto stretto ed affiatato. Lo dimostra l’intervento che lo stesso Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia ha tenuto al meeting svoltosi il 30 novembre 2011 a Bruxelles, presso la Commissione Europea, con i rappresentanti delle associazioni umanistiche non confessionali. Quell’incontro dal titolo “Un partenariato per la democrazia e una prosperità condivise: una volontà comune di promuovere i diritti e le libertà democratiche” è stato presieduto da Jerzy Buzek, Presidente del Parlamento europeo, Herman Van Rompuy, Presidente del Consiglio europeo, e dal Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso. Non proprio figure di secondo piano nell’organigramma comunitario. Questi altissimi dignitari hanno convintamente applaudito i vari passaggi dell’intervento del Gran Maestro, tra cui uno particolarmente significativo: «Le istituzioni libero-muratorie vogliono impegnarsi in modo più forte, anche nel solco dell’azione svolta dalla Comunità Europea, per rafforzare il senso di appartenenza culturale all’Europa, svolgendo un’opera di vera e propria Paideia per il cittadino, all’insegna di quei valori di fratellanza, tolleranza, laicità, libertà e democrazia, che devono rimanere saldi anche dinanzi a scenari difficili».
Non sembra mettersi molto bene per la Chiesa Cattolica.
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domenica 11 dicembre 2011

Domenica 3^ Avvento (Angelus 55)

Cari fratelli e sorelle!
I testi liturgici di questo periodo di Avvento ci rinnovano l’invito a vivere nell’attesa di Gesù, a non smettere di aspettare la sua venuta, così da mantenerci in un atteggiamento di apertura e di disponibilità all’incontro con Lui. La vigilanza del cuore, che il cristiano è chiamato ad esercitare sempre, nella vita di tutti i giorni, caratterizza in particolare questo tempo in cui ci prepariamo con gioia al mistero del Natale (cfr Prefazio dell’Avvento II). L’ambiente esterno propone i consueti messaggi di tipo commerciale, anche se forse in tono minore a causa della crisi economica. Il cristiano è invitato a vivere l’Avvento senza lasciarsi distrarre dalle luci, ma sapendo dare il giusto valore alle cose, per fissare lo sguardo interiore su Cristo. Se infatti perseveriamo “vigilanti nella preghiera ed esultanti nella lode” (ibid.), i nostri occhi saranno in grado di riconoscere in Lui la vera luce del mondo, che viene a rischiarare le nostre tenebre.
In particolare, la liturgia dell’odierna domenica, detta “Gaudéte”, ci invita alla gioia, ad una vigilanza non triste, ma lieta. “Gaudete in Domino semper” – scrive san Paolo: “Gioite sempre nel Signore” (Fil 4,4). La vera gioia non è frutto del divertirsi, inteso nel senso etimologico della parola di-vertere, cioè esulare dagli impegni della vita e dalle sue responsabilità. La vera gioia è legata a qualcosa di più profondo. Certo, nei ritmi quotidiani, spesso frenetici, è importante trovare spazi di tempo per il riposo, per la distensione, ma la gioia vera è legata al rapporto con Dio. Chi ha incontrato Cristo nella propria vita, sperimenta nel cuore una serenità e una gioia che nessuno e nessuna situazione possono togliere. Sant’Agostino lo aveva compreso molto bene; nella sua ricerca della verità, della pace, della gioia, dopo aver cercato invano in molteplici cose conclude con la celebre espressione che il cuore dell’uomo è inquieto, non trova serenità e pace finché non riposa in Dio (cfr Le Confessioni, I,1,1). La vera gioia non è un semplice stato d’animo passeggero, né qualcosa che si raggiunge con i propri sforzi, ma è un dono, nasce dall’incontro con la persona viva di Gesù, dal fargli spazio in noi, dall’accogliere lo Spirito Santo che guida la nostra vita. È l’invito che fa l’apostolo Paolo, che dice: “Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Ts 5,23). In questo tempo di Avvento rafforziamo la certezza che il Signore è venuto in mezzo a noi e continuamente rinnova la sua presenza di consolazione, di amore e di gioia. Abbiamo fiducia in Lui; come ancora afferma sant’Agostino, alla luce della sua esperienza: il Signore è più vicino a noi di quanto noi lo siamo a noi stessi - “interior intimo meo et superior summo meo” (Le Confessioni, III,6,11).
Affidiamo il nostro cammino alla Vergine Immacolata, il cui spirito ha esultato in Dio Salvatore. Sia Lei a guidare i nostri cuori nell’attesa gioiosa della venuta di Gesù, un’attesa ricca di preghiera e di opere buone.
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sabato 10 dicembre 2011

La stagione del Natale (Articoli 72)

Ecco un nuovo articolo di Ruggero Sangalli tratto da La Bussola che documenta ulteriormente la storicità del racconto evangelico:

Molti critici dei Vangeli ritengono che Gesù non sia nato in inverno. A sostegno della tradizione che dice del Bambino nato «al freddo ed al gelo» c’è la precisione didascalica di San Luca.
Zaccaria era della classe di Abia e mentre officiava davanti al Signore nel turno della sua classe, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, gli toccò in sorte di entrare nel tempio per fare l’offerta dell’incenso. Tutta l’assemblea (non solo il popolo, ma anche gli altri sacerdoti) stava fuori nell’ora dell’incenso. Zaccaria potrebbe averlo offerto nella festa dell’espiazione: nell’anno considerato (il 3 a.C.) il 10 tishri 3759 (17 settembre). Nel capitolo 16 del Levitico è spiegato il rito dello yom kippur, nel settimo mese (tishri), il decimo giorno del mese (vedi anche Es 30, 10; Lev 23, 27-31 e 25, 9, Num 29, 7-11). Il sommo sacerdote stava da solo nel Santo dei Santi quale unico rappresentante di ogni ebreo nel giorno più santo.
Il turno sacerdotale della classe di Abia era l’ottavo. Davide stesso aveva disposto che i sacerdoti fossero distinti in 24 tàxeis (1Cr 24,1-19); queste classi avvicendandosi dovevano prestare servizio liturgico per una settimana ciascuna, da sabato a sabato per due volte l’anno. Ancor oggi il rito bizantino il 23 settembre fa memoria dell’annuncio a Zaccaria, conservando una data prossima al 17 settembre. I sabati, nell’intorno considerato, caddero il 12 e il 19 settembre dell’attuale calendario gregoriano.
Il progresso nello studio dei calendari in uso presso gli ebrei ha portato ad alcuni tentativi di ricostruire la cronologia dell'ordine di successione di queste classi in un ciclo completo che durava 168 giorni. Elisabetta concepì Giovanni dopo il ritorno a casa di Zaccaria. Possiamo ipotizzare il concepimento dal 20 settembre in poi. Nove mesi dopo ci fanno giungere alla seconda metà del giugno del 2 a.C.
San Luca ci fornisce altri indizi: la festa dei tabernacoli (sukkot) è al tempo della vendemmia. Gli Ebrei celebravano sukkot trascorrendo 7 giorni nelle capanne, tenendo poi una processione l’ottavo giorno. Sukkot è la festa delle speranze messianiche per eccellenza, dal significato profondamente escatologico e corrisponde al raccolto di frutta finale (Lev 23, 39). E’ anche la celebrazione dell’eredità, la Terra Promessa. La festa inizia il quindicesimo giorno del mese (Lev 23, 34), tishri. Leggiamo anche Zaccaria 14,16 ed il Salmo 117 (la pietra scartata… benedetto colui che viene…). Il concepimento di Giovanni può essere stato durante la festa: il 15 tishri del 3759 corrisponde al 22 settembre del 3 a.C. e il 22 tishri (giorno dei cieli e terra nuova) al 29 settembre. I bizantini sono sensati. Cinque mesi dopo siamo alla fine di febbraio e la festa del purim (la più allegra per gli Ebrei) sembra una buona occasione per lasciarsi un po’ andare. Il 14 adar 3759 del 2 a.C. (16 febbraio) manca meno di una settimana ai 5 mesi pieni…
Il sesto mese di Elisabetta va, nell’ipotesi che stiamo sviluppando, dall’ultima decade di febbraio alla seconda decade di marzo del 2 a.C. Il vangelo di Luca precisa che in quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Il giorno preciso dell’annunciazione non lo si può ancora conoscere, se non andando 9 mesi a ritroso da una potenziale data di nascita di Gesù. Maria, dopo l’annuncio dell’angelo Gabriele, percorse in fretta i circa 130 km montagnosi tra la Galilea e la casa di Elisabetta. Ain Karin è nella valle del Soreq, che segnava anticamente il confine tra i Regni di Israele e di Giuda. A quei tempi non si misuravano le strade in chilometri, ma in ore di cammino (il miglio sta per mille passi e per i Romani un passo equivaleva a 1,48 metri): e dipendeva da quante ore si camminava, dalle calzature, le strade tortuose senza ponti, i carichi gravosi, le visite e gli incontri per strada.
Maria era una ragazza e per di più già promessa a Giuseppe: presumibilmente non viaggiò sola, nulla esclude che possa essere andata con Giuseppe stesso (era prossima la Pasqua; il 14 nisan corrispondeva quell’anno al 17 marzo): ad impiegarci poco, tre giorni di viaggio (10 ore di cammino al giorno a circa 5 km/h di media). Stante la ciclicità regolare dei turni di servizio al tempio, e sostenendo l’ipotesi avanzata che Zaccaria fosse di turno nel giorno dell’espiazione, egli fu di nuovo di turno da sabato 25 adar (27 febbraio) a sabato 3 nisan (6 marzo) del 2 a.C. La Pasqua avrebbe richiamato Zaccaria (ammutolito) ai suoi servizi dal 14 nisan (17 marzo). Maria andando da Elisabetta lo sapeva benissimo ed è presumibile che abbia fatto in modo di giungere quando c’era anche Zaccaria, cioè dal 7 marzo a prima del 17. L’annunciazione sarebbe così avvenuta poco prima, tra la fine di febbraio ed i primi giorni di marzo.
Nove mesi dopo, tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre a Betlemme doveva esserci parecchia gente: infatti Maria e Giuseppe, anche a causa della loro “improvvisata”, non trovarono posto in alcuna locanda. Non si pensi ad un viale in centro città con decine di hotel. La locanda (kataluma) era una stazione di riposo per i viandanti, dove riposarsi lungo la strada (Betlemme era sulla strada verso l’Egitto); era una costruzione con qualche stanza per le persone ed uno spazio per gli animali, facilmente una grotta naturale. Attorno a Betlemme ci sono grotte, visibili anche nella basilica della natività. I padroni della locanda (senza trasgredire l’ospitalità) potrebbero aver concesso a Giuseppe e Maria lo spazio riservato agli animali, dato che chi occupava le stanze non ritenne di cedere il posto. L’urgenza del parto e l’orario (era buio), rendono la descrizione dei vangeli verosimile ed umanamente disorganizzato: non certo un parto programmato di quelli che oggi medicalizzano l’intera gravidanza.
Si è detto anche che i pastori non potevano stare all’aperto nelle notti di inverno. C’è chi pone la nascita di Gesù a maggio e chi a settembre. In realtà la ricostruzione di san Luca ha, come sempre, tutti i crismi dell’attendibilità. Le pecore infatti hanno una gravidanza che dura circa 150 giorni, il che permette due gravidanze l’anno. Il ciclo riproduttivo è legato al cosiddetto fotoperiodo: in pratica per la pecora è più facile rimanere ingravidata quando le giornate si accorciano che quando la luce aumenta. Nel gregge i periodi indicati sono dopo il solstizio d’estate (da fine giugno le giornate si accorciano) e prima di quello di inverno (dicembre). L’estro della pecora è ogni 18 giorni e la pecora è fertile soltanto un giorno. Se fallisce l’inseminazione, la pecora può riceverla solo 18 giorni dopo. Ne deduciamo che la massima parte delle nascite di agnellini (uno o due per pecora) si concentra cinque mesi dopo le settimane da fine giugno a inizio luglio (quindi da fine novembre ad inizio dicembre) oppure cinque mesi dopo fine dicembre (quindi a fine maggio). Durante l’ultimo mese di gravidanza la pecora deve mangiare molto, perché l’agnellino si sviluppa per lo più in quelle settimane. La pecora partoriente si allontana dal gregge in cerca di un luogo appartato: i pastori devono vegliare, per difenderla con il suo agnellino dagli animali selvatici.
L’area in cui succede tutto questo si può suddividere in tre zone climatiche: subtropicale presso la costa mediterranea, continentale sui monti e tropicale lungo la valle del Giordano. In generale, ci sono soltanto due stagioni: quella calda-secca e quella fredda-piovosa. L’autunno e la primavera si riducono a poche settimane, a ridosso, prima e dopo, della stagione piovosa. La pioggia è una rarità da metà maggio e scompare del tutto da giugno a settembre. La stagione piovosa comincia a inizio novembre (raramente prima), ma è suddivisa in tre parti: la prima pioggia (Dt 11,14) rammollisce il terreno riarso favorendo l’aratura; poi, dopo un periodo di tempo clemente, piove copiosamente da metà dicembre, riempiendo pozzi e cisterne: qui inizia l’inverno; infine ci sono le ultime piogge a marzo ed aprile, che favoriscono la crescita delle messi non tanto in ragione della quantità di pioggia quanto per la sua buona distribuzione. In caso di siccità invernale le ultime piogge non riescono a compensare la carenza idrica. A Gerusalemme la durata media della stagione delle piogge è di 160 giorni complessivi (minimo 126 e massimo 192), tra novembre ed aprile, durante i quali piove per 52 giorni, quindi con molti giorni secchi anche nella stagione umida. A Gerusalemme la neve cade con discreta frequenza d’inverno, anche se poi si scioglie subito. Nessuna informazione è fine a se stessa: nei Vangeli ci sono indizi tutti davvero logici.
Nel quarto «al freddo ed al gelo» angelo (Gv 10,22) c’è scritto che era la festa della dedicazione ed era d’inverno. Non in tutti gli anni la festa delle luci cade in inverno. Nel calendario lunare questa festa può partire da metà novembre o da metà dicembre. Quando è “alta” cade nel periodo di pioggia copiosa. Nel 32 d.C. hannukkah iniziò il 15 dicembre. Nel 30 d.C. e nel 31 d.C. (altri anni possibili) non fu così. Il periodo in cui nascono gli agnelli è favorevole anche climaticamente alla presenza all’aperto dei pastori, trovandosi tra le prime piogge e l’inverno. Anche il viaggio affrontato da Giuseppe e Maria appare sensato, essendosi mossi dopo le prime piogge anche se molteplici altre possono essere le ragioni della data di partenza. Nel 2 a.C. hannukkah fu “bassa” ed anteriore all’inizio dell’inverno ricco di precipitazioni.
La Sacra Scrittura è esplicita: il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in una terra caliginosa di ombre di morte risplendette una luce (Isaia 9, 1). La festa delle luci inizia il 25 kislev e dura otto giorni. Ogni sera sulla menorah si accende una luce laterale, utilizzando la fiamma della candela centrale, aggiungendone una per le otto sere fino al 2 teveth (e in certi anni il 3). La sera dell’ultimo giorno era il massimo della luce. Se l’annunciazione cade all’inizio di marzo, 38 settimane dopo siamo alla fine di novembre. La festa di hannukah iniziò quell’anno il 25 kislev 3760 sabato 20 novembre 2 a.C. e terminò tra sabato 27 e domenica 28 novembre. La luce è protagonista nei vangeli di quella notte: l’annuncio della nascita del Salvatore viene dato ai pastori ad opera di messaggeri sfavillanti. Sono proprio i pastori a dire ai genitori, che possiamo pensare abbastanza provati e agitati tanto per la gioia della nascita, ciò che è stato detto loro del bambino neonato.
Va notato che Giovanni, che nel suo Vangelo non parla esplicitamente del Natale, inizia il suo vangelo definendo Gesù la luce del mondo. E sempre nel vangelo di Giovanni troviamo un particolare riferimento di Gesù per la festa ebraica delle luci. Nel capitolo 7 del vangelo di Giovanni, Gesù l’ultimo giorno della festa, il grande giorno, fa riferimento alla nascita del messia non in Galilea, visto che lo chiamavano il nazareno, ma in Giudea, a Betlemme! Hanukkah inizia il 25 di kislev, un numero che fa drizzare le antenne… Le feste ebraiche oscillano di anno in anno, secondo un calendario lunare. Per chi non lo segue era invece necessario fissare le date corrispondenti. Il mese di kislev si sovrappone per buona parte a dicembre e hanukkah quest’anno è proprio dal 20 al 28 dicembre! In 2 Maccabei 10, 6 si dice che la festa è in piena allegrezza. Il Natale è festa della gioia e l’annuncio ai pastori è «vi annuncio una grande gioia».
La circostanza della festa delle luci si abbina alla presenza dei pastori: molti profeti fecero riferimento a Gesù come buon pastore. Al contempo Gesù è l’Agnello di Dio: in effetti condivide con gli agnelli il tempo della nascita e con gli agnelli nati nel suo mese il destino di essere macellati a pasqua. Gesù verrà crocifisso nel giorno e nell’ora in cui al tempio si sacrificano gli agnelli per la pasqua ebraica, il 14 nisan.
Insomma: la successione dei mesi, dallo yom kippur al quinto mese di Elisabetta, alla nascita di Gesù; la festa delle luci prima dell’inverno; le condizioni climatiche; il fotoperiodo delle pecore e l’agnello di Dio; i pastori ed il Buon Pastore: se è tutta una leggenda stupisce per combinazioni tanto fantasiose e così reali.
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