Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

mercoledì 29 febbraio 2012

Carità vs. Avarizia (Post 140)

Avarizia
Dalla superbia nasce l'avarizia, cioè il morboso attaccamento alle cose e al denaro. 
Se IO sono il centro dei miei pensieri e tutto  mi deve girare intorno, ovviamente non posso che volere per me ogni cosa e desiderare di conservarne il possesso (e il controllo). 
Carità
Per contro l'atteggiamento sano e realistico di fronte e nell'uso delle cose è la carità.
Giotto nel suo ciclo pittorico della Cappella degli Scrovegni la raffigura in atto di ricevere dall'alto un dono e di distribuirlo prontamente.
Ed è questo l'atteggiamento giusto, se io sono umile, divento consapevole del mio originale essere nulla e del fatto che tutto ricevo in dono (anche il perdono dei nostri peccati è per-dono) da Dio e che quindi l'uso migliore che posso fare dei miei talenti è distribuirli, cioè utilizzarli per il bene di tutti (e la gloria di Dio).
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Liberate Rossella (Interventi 121)

Ben volentieri accolgo e faccio mio l'invito che mi è pervenuto via internet per la liberazione di Rossella Urru.


Ci sono donne straordinarie che non fanno niente per essere notate e 
con grande cuore donano la propria vita agli altri. 
Manteniamo viva l'attenzione su Rossella Urru, 
i media non lo fanno, facciamolo noi

Questo è l'appello di Donne Viola (clicca QUI)
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martedì 28 febbraio 2012

Umiltà vs. Superbia (Post 139)

SUPERBIA
Il peccato favorito di ognuno di noi umani è molto probabilmente la superbia, il vizio che genera e causa ogni altro vizio. 
La superbia, quel volerci considerare già grandi, adulti e autosufficienti, in grado insomma di vivere la nostra vita come se Dio non ci fosse. E' questo lo sbaglio di lucifero e di tutti gli angeli che lo seguirono, di Adamo ed Eva e, a seguire, di quasi tutti gli uomini ed è per sua causa che ognuno perde il paradiso. 
Quasi tutti, perchè c'è un essere umano che non ne subisce il fascino subdolo: Maria, la madre di Gesù.
Lei è l'umile ancella del Signore, colei che tutte le generazioni diranno beata.
Ed è l'umiltà l'arma vincente contro la superbia che oltre ad essere  il peggior vizio umano è anche una profonda mancanza di realismo, l'uomo che è creatura e dipendente da ogni circostanza esterna si pensa capace di ergersi sopra ogni evento e determinarlo.
Umiltà
L'umiltà è invece, come ci ha ricordato di recente Benedetto XVI, un profondo atto di realismo.
Se la superbia genera ogni altro vizio, l'umiltà è la base di ogni altra virtù e nasce (a mio avviso) dalla grazia e dal riflettere sull'inconsistenza dell'essere umano.
Per cui un piccolo esercizio per questa Quaresima potrebbe essere quello di liberarci della nostra superbia e riempirci in sua vece di umiltà.
Se ognuno lo fa per sé, il risultato a livello generale è quello di una società molto più umana...
 

Purificazione (Contributi 586)

Un articolo di Pigi Colognesi da Il Sussidiario ci fa fare una semplice ma utile e doverosa riflessione sulla Quaresima:

È cominciata la Quaresima. Sembrerebbe che la disposizione interiore consona a questo tempo liturgico – cioè la penitenza- sia, di questi tempi, favorita dalle circostanze esteriori. La crisi economica ci sta mettendo a stecchetto e, da più parti, si evidenzia come questo fatto ci suggerisca di cambiare stile di vita. Si parla del valore della sobrietà, della morigeratezza; ci si invita a riscoprire costumi alimentari, d’abbigliamento, di divertimento, di spesa più semplici, meno onerosi per le tasche, meno impegnativi nell’uso del tempo e, probabilmente, più sani per la salute. Ora che la crisi non ce lo permette più, abbiamo scoperto di essere una società di sovralimentati, di schiavi della moda, di assatanati per avere l’ultimo gadget tecnologico e per passare le vacanze nella località più trendy. È il tanto vituperato quanto agognato consumismo; e adesso che dobbiamo accettare gli anni delle vacche magre, riscopriamo il valore di qualche astinenza. Persino dalla intossicazione mediatica; come quel giornalista che ha eroicamente deciso di sconnettersi completamente dalla rete telematica per un’intera settimana; poi ci ha raccontato come se l’è cavata in quest’epica lotta per mostrare a se stesso di non essere un internet dipendente.
Siccome niente capita per caso, sono convinto che questo invito alla sobrietà che le circostanze ci offrono e/o impongono sia una buona occasione. Ma non si può ridurre a questo il senso della penitenza, così come la Quaresima ce la propone.
Prima di tutto perché è una penitenza forzata, imposta dall’esterno e assomiglia troppo al buon viso fatto a cattivo gioco. Non essendo frutto di una libera e ragionata decisione, resta superficiale e rischia di rimanere una parentesi in attesa di poter riprendere i comportamenti e gli stili di prima.
Ma ciò che manca del tutto a quest’aria di francescanesimo all’acqua di rose, di astinenza che assomiglia ad una disintossicazione, di rinuncia che sa tanto di impotenza è proprio quello che la tradizione cristiana chiede come primo passo: la coscienza del peccato. Il semplice tirar fuori questa scomoda parola fa capire tutta la differenza.
Il punto d’avvio della penitenza è infatti accorgersi che c’è qualcosa di colpevolmente sbagliato che deve essere «confessato», cioè coraggiosamente ammesso.
Dopo la dolorosa discesa nei gironi infernali e la faticosa salita sui cerchi del purgatorio, Dante arriva in cima alla montagna della purificazione, dove si trova il giardino dell’Eden. Qui assiste estasiato ad una straordinaria processione cui partecipa tutta quanta la storia della salvezza. Il culmine è un carro sul quale c’è una donna velata; il poeta sente che è l’amata Beatrice. Ma al suo cuore in tumulto la donna rivolge solo aspre parole di rimprovero. Dante resta impietrito, finché sotto l’incalzare di Beatrice, si scioglie in un pianto dirotto e umilmente confessa i suoi peccati, ammette di aver volto i propri passi «a via non vera/ imagini di ben seguendo false,/ che nulla promission rendono intera». Solo a questo punto l’amata gli mostra il suo volto d’impareggiabile bellezza. La vera penitenza è tutta qui. Benedetto XVI ha recentemente parlato più volte di purificazione. E per purificarsi bisogna avere il coraggio di ammettere che c’è qualcosa di sporco.
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domenica 26 febbraio 2012

Domenica 1^ Quaresima (Angelus 67)

Cari fratelli e sorelle!
In questa prima domenica di Quaresima, incontriamo Gesù che, dopo aver ricevuto il battesimo nel fiume Giordano da Giovanni il Battista (cfr Mc 1,9), subisce la tentazione nel deserto (cfr Mc 1,12-13). La narrazione di san Marco è concisa, priva dei dettagli che leggiamo negli altri due Vangeli di Matteo e di Luca. Il deserto di cui si parla ha diversi significati. Può indicare lo stato di abbandono e di solitudine, il "luogo" della debolezza dell’uomo dove non vi sono appoggi e sicurezze, dove la tentazione si fa più forte. Ma esso può indicare anche un luogo di rifugio e di riparo, come lo fu per il popolo di Israele scampato alla schiavitù egiziana, dove si può sperimentare in modo particolare la presenza di Dio. Gesù «nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana» (Mc 1,13). San Leone Magno commenta che «il Signore ha voluto subire l’attacco del tentatore per difenderci con il suo aiuto e per istruirci col suo esempio» (Tractatus XXXIX,3 De ieiunio quadragesimae: CCL 138/A, Turnholti 1973, 214-215).
Che cosa può insegnarci questo episodio? Come leggiamo nel Libro dell’Imitazione di Cristo, «l’uomo non è mai del tutto esente dalla tentazione finché vive… ma è con la pazienza e con la vera umiltà che diventeremo più forti di ogni nemico» (Liber I, c. XIII, Città del Vaticano 1982, 37), la pazienza e l’umiltà di seguire ogni giorno il Signore, imparando a costruire la nostra vita non al di fuori di Lui o come se non esistesse, ma in Lui e con Lui, perché è la fonte della vera vita. La tentazione di rimuovere Dio, di mettere ordine da soli in se stessi e nel mondo contando solo sulle proprie capacità, è sempre presente nella storia dell’uomo.
Gesù proclama che «il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (Mc 1,15), annuncia che in Lui accade qualcosa di nuovo: Dio si rivolge all’uomo in modo inaspettato, con una vicinanza unica concreta, piena di amore; Dio si incarna ed entra nel mondo dell’uomo per prendere su di sé il peccato, per vincere il male e riportare l’uomo nel mondo di Dio. Ma questo annuncio è accompagnato dalla richiesta di corrispondere ad un dono così grande. Gesù, infatti, aggiunge: «convertitevi e credete nel vangelo» (Mc 1,15); è l’invito ad avere fede in Dio e a convertire ogni giorno la nostra vita alla sua volontà, orientando al bene ogni nostra azione e pensiero. Il tempo della Quaresima è il momento propizio per rinnovare e rendere più saldo il nostro rapporto con Dio, attraverso la preghiera quotidiana, i gesti di penitenza, le opere di carità fraterna.
Supplichiamo con fervore Maria Santissima perché accompagni il nostro cammino quaresimale con la sua protezione e ci aiuti ad imprimere nel nostro cuore e nella nostra vita le parole di Gesù Cristo, per convertirci a Lui. Affido, inoltre, alla vostra preghiera la settimana di Esercizi spirituali che questa sera inizierò con i miei Collaboratori della Curia Romana.
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sabato 25 febbraio 2012

Don Giussani ha salvato dalla morte un’intera generazione di giovani (Contributi 585)

Il settimanale Tempi ha pubblicato un'intervista a Massimo Camisasca su Mons.Luigi Giussani a 7 anni dalla morte:

Mons. Luigi Giussani
A sette anni dalla scomparsa di don Luigi Giussani, tempi.it ha chiesto a don Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo e fra i primi discepoli del fondatore di Comunione e Liberazione (ha scritto una bella storia del movimento in tre volumi), di tracciare un ricordo del suo maestro.

Don Camisasca, quando ha conosciuto don Giussani?
Ho avuto la fortuna di vedere don Giussani fin da piccolo. Nei primi anni di sacerdozio celebrava la messa nella parrocchia dei miei nonni materni, San Martino e Silvestro, in viale Lazio, a Porta Romana. Era poi paziente di mio zio, medico specialista in tisiologia. Don Giussani soffriva ai polmoni. Nella mia famiglia, dunque, si parlava di lui, era stimato, ammirato. Fin da giovanissimo sacerdote era un uomo a cui si guardava come ad una speranza per la Chiesa e per gli uomini. Il vero incontro con lui lo ebbi a quattordici anni al liceo Berchet, quando cominciai a partecipare alla vita di Gioventù Studentesca. Sempre al Berchet fu mio insegnante di religione. È stata quella la svolta della mia vita. Avvertii in lui un maestro capace di esprime il genio cristiano in una lettura dell’uomo e della storia, in una proposta affascinante e positiva.


Chi era don Giussani per lei?
Don Massimo Camisasca
Don Giussani è stato per me innanzitutto un genio dell’educazione. Ha preso per mano migliaia di ragazzi, portandoli a scoprire la convenienza umana di quella fede che molti davano per scontata e molti non conoscevano più. Il suo metodo era mostrare la ragionevolezza della fede attraverso un coinvolgimento personale: ci portava in montagna, ci raccontava le letture che lo avevano segnato di più, ci faceva ascoltare la musica che lo aveva affascinato durante gli anni di seminario… tutto diventava per noi strada a Dio perché lo era stato e lo era anzitutto per lui.
Anche la sua decisione, dato fondamentale del suo temperamento, altro non era se non il segno visibile di un fuoco che ardeva dentro di lui, acceso dall’esperienza dell’amore ricevuto. Proprio questo suo temperamento lo conduceva a sentirsi destinato ad incontrare chiunque. Abitato da Cristo, si sentiva spinto come da una necessità ad aprirsi a tutti, cercando in ognuno un tratto dell’umanità di Gesù di Nazaret.
In questo modo è stato il creatore di un popolo: non possiamo mai disgiungere la sua persona da ciò che è nato intorno a lui. Chi guarda la storia d’Italia degli anni Settanta e Ottanta, non può non riconoscere che Giussani ha letteralmente salvato dalla morte o da una vita disastrata un’intera generazione di giovani. Potevano essere dei terroristi, dei drogati o alcolizzati, dei borghesi… attraverso di lui sono stati e sono uomini felici di vivere, drammatici, capaci di affrontare le difficoltà della vita, fecondi e creativi.


In che modo l’incontro con don Giussani l’ha spinta a fondare la Fraternità san Carlo?
Durante gli anni di Gioventù Studentesca don Giussani ci portava a Varigotti, dove predicava gli esercizi spirituali per il Triduo di Pasqua. In una delle quelle occasioni tenne una meditazione sulla comunione. Da quel momento capii che tutta la mia vita sarebbe stata spesa per approfondire ad alimentare quel mistero.
La consuetudine di vita con don Giussani fece sorgere in me il desiderio di imitare la sua paternità. Così, dopo alcune peripezie, entrai in seminario e nel 1975 diventai prete. Quando nel 1985 il vescovo di Bergamo diede a me e ad alcuni sacerdoti la possibilità di scegliere il futuro della propria missione, la cosa più naturale fu costituire una comunità missionaria di preti. La fondazione della Fraternità san Carlo raccoglie le esperienze fondamentali che avevano segnato fino a quel momento la mia persona: la sequela della paternità di don Giussani vissuta nel sacerdozio, il desiderio della vita comune e della missione. Con l’appoggio di don Giussani nacque così la san Carlo, espressione di quella comunione e di quell’apertura che avevo vissuto e imparato nel movimento.


Cosa rimane di lui a sette anni dalla sua morte?
Credo nello Spirito che conduce la Chiesa. Don Giussani perciò è vivo e continua dal cielo ad assistere ciò che è nato attraverso di lui. Rimane il movimento da lui fondato, guidato da don Julian Carrón, che don Giussani ha scelto come suo successore. Rimangono le persone che sono state a lungo a fianco di don Giussani e quelle nuove che verranno. Rimangono le sue parole, scritte e nei nostri cuori. Rimane tutta la storia che è nata da lui e che è di fondamentale importanza per capire il presente. Nasceranno anche nuove comunità come segno della fioritura permanente del dono che don Giussani è stato ed è per la Chiesa, alla quale, ultimamente, è consegnato il suo carisma.
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venerdì 24 febbraio 2012

Chi ha a cuore la vita del popolo sirano? (Contributi 584)

Un amico molto attento e sensibile alla realtà e all'attualità ha pubblicato sul suo blog un articolo per capire meglio la drammatica situazione siriana.
Vi invito a visitarlo (per una volta non faccio il taglia e incolla ma invito voi a fare il clicca e leggi)


A parte questo vi segnalo che AVSI, condividendo quanto detto dal Santo Padre all'Angelus di domenica 12 febbraio, ha accolto l'appello per la Siria lanciato dal Custode di Terra Santa fra Pierbattista Pizzaballa ed ha creato un apposito conto corrente sul quale versare le offerte:


Credito Artigiano - Sede Milano Stelline, Corso Magenta 59
IBAN: IT 68 Z0351201614000000005000
c/c intestato AVSI FONDAZIONE
Per bonifici dall’estero: BIC (Swift code): ARTIITM2
Causale: Emergenza Siria


Maggiori informazioni ed il testo dell'appello di fra Pierbattista Pizzaballa sono sul sito www.avsi.org
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giovedì 23 febbraio 2012

Ancora sul volto di Cristo (Interventi 120)

Ci siamo occupati a gennaio dello spettacolo blasfemo in cui si infangava il Volto di Gesù andato in scena a Milano lo scorso gennaio. Ora questo spettacolo è programmato in provincia di Bologna a Casalecchio di Reno.

Alla vigilia della rappresentazione dello spettacolo blasfemo di Romeo Castellucci “Sul concetto di volto del figlio di Dio”, di prossima programmazione a Casalecchio di Reno, il Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, ha diramato un comunicato stampa che riportiamo integralmente. Le parole del Cardinale sono chiare e senza equivoci e costituiscono un esempio per i pastori italiani, spesso inerti e silenti di fronte alle offese contro la nostra religione.

COMUNICATO STAMPA
In relazione allo spettacolo “Sul concetto di volto nel figlio di Dio” offensivo della Persona del Cristo e del sentimento religioso dei fedeli cattolici, di prossima programmazione a Casalecchio di Reno, il Cardinale Arcivescovo comunica:
Dall’insulto alla sua Madre, rivoltole nella nostra città alcuni anni or sono, si passerà ora ad una rappresentazione teatrale obiettivamente blasfema nei confronti di Gesù e del suo Volto Santo.
Siamo sdegnati e addolorati, come cittadini e come credenti. Come cittadini nel vedere che l’esercizio della libertà espressiva non conosce più neppure i limiti del rispetto dell’altro. Come credenti nel vedere inserito il Volto Santo –il quale gli Angeli desiderano guardare– in uno spettacolo indegno, offensivo, e obiettivamente blasfemo e sacrilego. Sacrilegio è anche trattare indegnamente i simboli sacri, così come la bestemmia si estende anche alle sante immagini.
Vengono a mente le parole della Scrittura: «Poiché hanno odiato la sapienza e non hanno amato il timore del Signore […] mangeranno il frutto della loro condotta e si sazieranno dei risultati delle loro decisioni» [Pr 1,29.31].
Dio continui ad usarci misericordia, anche quando giungiamo perfino al disprezzo del dono più grande che ci ha fatto: il suo Figlio unigenito.
«Uomo dei dolori, davanti a cui ci si copre la faccia» [Is 53,3].
Cristo è sceso nelle più amare pieghe dell’umana angoscia; Dio ha voluto sperimentare il nostro duro mestiere di vivere. Ma per donarci speranza, per riportarci alla nostra primigenia verità e splendore. Vederlo disprezzato in questa sua sofferta bellezza, è spegnere ogni speranza.
“Volto santo di Cristo, luce che rischiara le tenebre del dubbio e della tristezza, vita che ha sconfitto per sempre il potere del male e della morte … rendici pellegrini di Dio in questo mondo, assetati di infinito” [Benedetto XVI].
Sono sicuro che i buoni fedeli di Casalecchio in unione coi loro pastori sapranno reagire in modo fermo e composto.
Chiedo ai parroci di Casalecchio di fare, dopo la celebrazione delle Sante Messe feriali di venerdì e sabato, una preghiera di riparazione, nella forma e modo che riterranno più opportuno. Non escludano eventualmente la celebrazione della S. Messa «per la remissione dei peccati». E che Dio abbia pietà di noi!


Bologna, 16 febbraio 2012
+ Carlo Card. Caffarra
Arcivescovo
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Non c'è unità della Chiesa senza umiltà (Contributi 583)

Propongo all'attenzione dei lettori il discorso pronunciato oggi da Benedetto XVI ai parroci romani in occasione di questa Quaresima:

Cari fratelli,
è per me una grande gioia vedere ogni anno, all’inizio della Quaresima, il mio clero, il clero di Roma, ed è bello per me vedere oggi come siamo numerosi. Io pensavo che in questa grande aula saremmo stati un gruppo quasi perso, ma vedo che siamo un forte esercito di Dio e possiamo con forza entrare in questo nostro tempo, nelle battaglie necessarie per promuovere, per far andare avanti il Regno di Dio. Siamo entrati ieri per la porta della Quaresima, rinnovamento annuale del nostro Battesimo; ripetiamo quasi il nostro catecumenato, andando di nuovo nella profondità del nostro essere battezzati, riprendendo, ritornando al nostro essere battezzati e così incorporati in Cristo. In questo modo, possiamo anche cercare di guidare le nostre comunità nuovamente in questa comunione intima con la morte e risurrezione di Cristo, divenire sempre più conformi a Cristo, divenire sempre più realmente cristiani.
Il brano della Lettera di san Paolo agli Efesini che abbiamo ascoltato (4,1-16) è uno dei grandi testi ecclesiali del Nuovo Testamento. Comincia con l’autopresentazione dell’autore: «Io Paolo, prigioniero a motivo del Signore» (v. 1). La parola greca desmios dice «incatenato»: Paolo, come un criminale, è in catene, incatenato per Cristo e così inizia nella comunione con la passione di Cristo. Questo è il primo elemento dell’autopresentazione: egli parla incatenato, parla nella comunione della passione di Cristo e così sta in comunione anche con la risurrezione di Cristo, con la sua nuova vita. Sempre noi, quando parliamo, dobbiamo parlare in comunione con la sua passione e anche accettare le nostre passioni, le nostre sofferenze e prove, in questo senso: sono proprio prove della presenza di Cristo, che Lui è con noi e che andiamo, in comunione alla sua passione, verso la novità della vita, verso la risurrezione. «Incatenato», quindi, è prima una parola della teologia della croce, della comunione necessaria di ogni evangelizzatore, di ogni Pastore con il Pastore supremo, che ci ha redenti «dandosi», soffrendo per noi. L’amore è sofferenza, è un darsi, è un perdersi, e proprio in questo modo è fecondo. Ma così, nell’elemento esteriore delle catene, della libertà non più presente, appare e traspare anche un altro aspetto: la vera catena che lega Paolo a Cristo è la catena dell’amore. «Incatenato per amore»: un amore che dà libertà, un amore che lo fa capace di rendere presente il Messaggio di Cristo e Cristo stesso. E questo dovrebbe essere, anche per noi tutti, l’ultima catena che ci libera, collegati con la catena dell’amore a Cristo. Così troviamo la libertà e la vera strada della vita, e possiamo, con l’amore di Cristo, guidare a questo amore, che è la gioia, la libertà, anche gli uomini affidatici.
E poi dice «Esorto» (Ef 4,1): è il suo compito quello di esortare, ma non è un ammonimento moralistico. Esorto dalla comunione con Cristo; è Cristo stesso, ultimamente, che esorta, che invita con l’amore di un padre e di una madre. «Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto» (v. 1); cioè, primo elemento: abbiamo ricevuto una chiamata. Io non sono anonimo o senza senso nel mondo: c’è una chiamata, c’è una voce che mi ha chiamato, una voce che seguo. E la mia vita dovrebbe essere un entrare sempre più profondamente nel cammino della chiamata, seguire questa voce e così trovare la vera strada e guidare gli altri su questa strada.
Sono «chiamato con una chiamata». Direi che abbiamo la grande prima chiamata del Battesimo, di essere con Cristo; la seconda grande chiamata di essere Pastori al suo servizio, e dobbiamo essere sempre più in ascolto di questa chiamata, in modo da poter chiamare o meglio aiutare anche altri affinché sentano la voce del Signore che chiama. La grande sofferenza della Chiesa di oggi nell’Europa e nell’Occidente è la mancanza di vocazioni sacerdotali, ma il Signore chiama sempre, manca l’ascolto. Noi abbiamo ascoltato la sua voce e dobbiamo essere attenti alla voce del Signore anche per altri, aiutare perché ci sia ascolto, e così sia accettata la chiamata, si apra una strada della vocazione ad essere Pastori con Cristo. San Paolo ritorna su questa parola «chiamata» alla fine di questo primo capoverso, e parla di una vocazione, di una chiamata che è alla speranza - la chiamata stessa è una speranza – e così dimostra le dimensioni della chiamata: non è solo individuale, la chiamata è già un fenomeno dialogico, un fenomeno nel «noi»; nell’«io e tu» e nel «noi». «Chiamata alla speranza». Vediamo così le dimensioni della chiamata; esse sono tre. Chiamata, ultimamente, secondo questo testo, verso Dio. Dio è la fine; alla fine arriviamo semplicemente in Dio e tutto il cammino è un cammino verso Dio. Ma questo cammino verso Dio non è mai isolato, un cammino solo nell’«io», è un cammino verso il futuro, verso il rinnovamento del mondo, e un cammino nel «noi» dei chiamati che chiama altri, fa ascoltare loro questa chiamata. Perciò la chiamata è sempre anche una vocazione ecclesiale. Essere fedeli alla chiamata del Signore implica scoprire questo «noi» nel quale e per il quale siamo chiamati, come pure andare insieme e realizzare le virtù necessarie. La «chiamata» implica l’ecclesialità, implica quindi la dimensione verticale e orizzontale, che vanno inscindibilmente insieme, implica ecclesialità nel senso di lasciarci aiutare per il «noi» e di costruire questo «noi» della Chiesa. In tale senso, san Paolo illustra la chiamata con questa finalità: un Dio unico, solo, ma con questa direzione verso il futuro; la speranza è nel «noi» di quelli che hanno la speranza, che amano all’interno della speranza, con alcune virtù che sono proprio gli elementi dell’andare insieme.


La prima è: «con ogni umiltà» (Ef 4,2). Vorrei soffermarmi un po’ di più su questa perché è una virtù che nel catalogo delle virtù precristiane non appare; è una virtù nuova, la virtù della sequela di Cristo. Pensiamo alla Lettera ai Filippesi, al capitolo due: Cristo, essendo uguale a Dio, si è umiliato, accettando forma di servo e obbedendo fino alla croce (cfr Fil 2,6-8). Questo è il cammino dell’umiltà del Figlio che noi dobbiamo imitare. Seguire Cristo vuol dire entrare in questo cammino dell’umiltà. Il testo greco dice tapeinophrosyne (cfr Ef 4,2): non pensare in grande di se stessi, avere la misura giusta. Umiltà. Il contrario dell’umiltà è la superbia, come la radice di tutti i peccati. La superbia che è arroganza, che vuole soprattutto potere, apparenza, apparire agli occhi degli altri, essere qualcuno o qualcosa, non ha l’intenzione di piacere a Dio, ma di piacere a se stessi, di essere accettati dagli altri e – diciamo – venerati dagli altri. L’«io» al centro del mondo: si tratta del mio io superbo, che sa tutto. Essere cristiano vuol dire superare questa tentazione originaria, che è anche il nucleo del peccato originale: essere come Dio, ma senza Dio; essere cristiano è essere vero, sincero, realista. L’umiltà è soprattutto verità, vivere nella verità, imparare la verità, imparare che la mia piccolezza è proprio la grandezza, perché così sono importante per il grande tessuto della storia di Dio con l’umanità. Proprio riconoscendo che io sono un pensiero di Dio, della costruzione del suo mondo, e sono insostituibile, proprio così, nella mia piccolezza, e solo in questo modo, sono grande. Questo è l’inizio dell’essere cristiano: è vivere la verità. E solo vivendo la verità, il realismo della mia vocazione per gli altri, con gli altri, nel corpo di Cristo, vivo bene. Vivere contro la verità è sempre vivere male. Viviamo la verità! Impariamo questo realismo: non voler apparire, ma voler piacere a Dio e fare quanto Dio ha pensato di me e per me, e così accettare anche l’altro. L’accettare l’altro, che forse è più grande di me, suppone proprio questo realismo e l’amore della verità; suppone accettare me stesso come «pensiero di Dio», così come sono, nei miei limiti e, in questo modo, nella mia grandezza. Accettare me stesso e accettare l’altro vanno insieme: solo accettando me stesso nel grande tessuto divino posso accettare anche gli altri, che formano con me la grande sinfonia della Chiesa e della creazione. Io penso che le piccole umiliazioni, che giorno per giorno dobbiamo vivere, sono salubri, perché aiutano ognuno a riconoscere la propria verità ed essere così liberi da questa vanagloria che è contro la verità e non mi può rendere felice e buono. Accettare e imparare questo, e così imparare ad accettare la mia posizione nella Chiesa, il mio piccolo servizio come grande agli occhi di Dio. E proprio questa umiltà, questo realismo, rende liberi. Se sono arrogante, se sono superbo, vorrei sempre piacere e se non ci riesco sono misero, sono infelice e devo sempre cercare questo piacere. Quando invece sono umile ho la libertà anche di essere in contrasto con un’opinione prevalente, con pensieri di altri, perché l’umiltà mi dà la capacità, la libertà della verità. E così, direi, preghiamo il Signore perché ci aiuti, ci aiuti ad essere realmente costruttori della comunità della Chiesa; che cresca, che noi stessi cresciamo nella grande visione di Dio, del «noi», e siamo membra del Corpo di Cristo, appartenente così, in unità, al Figlio di Dio.


La seconda virtù - ma siamo più brevi – è la «dolcezza», dice la traduzione italiana (Ef 4,2), in greco è praus, cioè «mite, mansueto»; e anche questa è una virtù cristologica come l’umiltà, che è seguire Cristo su questa strada della umiltà. Così anche praus, essere mite, essere mansueto, è sequela di Cristo che dice: Venite da me, io sono mite di cuore (cfr Mt 11,29). Questo non vuol dire debolezza. Cristo può essere anche duro, se necessario, ma sempre con un cuore buono, rimane sempre visibile la bontà, la mansuetudine. Nella Sacra Scrittura, qualche volta, «i mansueti» è semplicemente il nome dei credenti, del piccolo gregge dei poveri che, in tutte le prove, rimangono umili e fermi nella comunione del Signore: cercare questa mitezza, che è il contrario della violenza. La terza beatitudine. Il Vangelo di san Matteo dice: felici i mansueti, perché possederanno la terra (cfr Mt 5,5). Non i violenti possiedono la terra, alla fine rimangono i mansueti: essi hanno la grande promessa, e così noi dobbiamo essere proprio sicuri della promessa di Dio, della mitezza che è più forte della violenza. In questa parola della mansuetudine si nasconde il contrasto con la violenza: i cristiani sono i non violenti, sono gli oppositori della violenza.


E san Paolo prosegue: «con magnanimità» (Ef 4,2): Dio è magnanimo. Nonostante le nostre debolezze e i nostri peccati, sempre di nuovo comincia con noi. Mi perdona, anche se sa che domani cadrò di nuovo nel peccato; distribuisce i suoi doni, anche se sa che siamo spesso amministratori insufficienti. Dio è magnanimo, di grande cuore, ci affida la sua bontà. E questa magnanimità, questa generosità fa parte proprio della sequela di Cristo, di nuovo.


Infine, «sopportandovi a vicenda nell’amore» (Ef 4,2); mi sembra che proprio dall’umiltà segua questa capacità di accettare l’altro. L’alterità dell’altro è sempre un peso. Perché l’altro è diverso? Ma proprio questa diversità, questa alterità è necessaria per la bellezza della sinfonia di Dio. E dobbiamo, proprio con l’umiltà nella quale riconosco i miei limiti, la mia alterità nel confronto con l’altro, il peso che io sono per l’altro, divenire capaci non solo di sopportare l’altro, ma, con amore, trovare proprio nell’alterità anche la ricchezza del suo essere e delle idee e della fantasia di Dio.


Tutto questo, quindi, serve come virtù ecclesiale alla costruzione del Corpo di Cristo, che è lo Spirito di Cristo, perché divenga di nuovo esempio, di nuovo corpo, e cresca. Paolo lo dice poi in concreto, affermando che tutta questa varietà dei doni, dei temperamenti, dell’essere uomo, serve per l’unità (cfr Ef 4,11-13). Tutte queste virtù sono anche virtù dell’unità. Per esempio, per me è molto significativo che la prima Lettera dopo il Nuovo Testamento, la Prima Lettera di Clemente, sia indirizzata ad una comunità, quella dei Corinzi, divisa e sofferente per la divisione (cfr PG 1, 201-328). In questa Lettera, proprio la parola «umiltà» è una parola chiave: sono divisi perché manca l’umiltà, l’assenza dell’umiltà distrugge l’unità. L’umiltà è una fondamentale virtù dell’unità e solo così cresce l’unità del Corpo di Cristo, diventiamo realmente uniti e riceviamo la ricchezza e la bellezza dell’unità. Perciò è logico che l’elenco di queste virtù, che sono virtù ecclesiali, cristologiche, virtù dell’unità, vada verso l’unità esplicita: «un solo Signore, una sola fede, un solo Battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti» (Ef 4,5). Una sola fede e un solo Battesimo, come realtà concreta della Chiesa che sta sotto l’unico Signore.


Battesimo e fede sono inseparabili. Il Battesimo è il Sacramento della fede e la fede ha un duplice aspetto. E’ un atto profondamente personale: io conosco Cristo, mi incontro con Cristo e do fiducia a Lui. Pensiamo alla donna che tocca il suo vestito nella speranza di essere salvata (cfr Mt 9, 20-21); si affida a Lui totalmente e il Signore dice: Sei salva, perché hai creduto (cfr Mt 9, 22). Anche ai lebbrosi, all’unico che ritorna, dice: La tua fede ti ha salvato (cfr Lc 17, 19). Quindi la fede inizialmente è soprattutto un incontro personale, un toccare il vestito di Cristo, un essere toccato da Cristo, essere in contatto con Cristo, affidarsi al Signore, avere e trovare l’amore di Cristo e, nell’amore di Cristo, la chiave anche della verità, dell’universalità. Ma proprio per questo, perché chiave dell’universalità dell’unico Signore, tale fede non è solo un atto personale di fiducia, ma un atto che ha un contenuto. La fides qua esige la fides quae, il contenuto della fede, e il Battesimo esprime questo contenuto: la formula trinitaria è l’elemento sostanziale del credo dei cristiani. Esso, di per sé, è un «sì» a Cristo, e così al Dio Trinitario, con questa realtà, con questo contenuto che mi unisce a questo Signore, a questo Dio, che ha questo Volto: vive come Figlio del Padre nell’unità dello Spirito Santo e nella comunione del Corpo di Cristo. Quindi, questo mi sembra molto importante: la fede ha un contenuto e non è sufficiente, non è un elemento di unificazione se non c’è e non viene vissuto e confessato questo contenuto della unica fede.
Perciò, «Anno della Fede», Anno del Catechismo - per essere molto pratico - sono collegati imprescindibilmente. Rinnoveremo il Concilio solo rinnovando il contenuto - condensato poi di nuovo - del Catechismo della Chiesa Cattolica. E un grande problema della Chiesa attuale è la mancanza di conoscenza della fede, è l’«analfabetismo religioso», come hanno detto i Cardinali venerdì scorso circa questa realtà. «Analfabetismo religioso»; e con questo analfabetismo non possiamo crescere, non può crescere l’unità. Perciò dobbiamo noi stessi appropriarci di nuovo di questo contenuto, come ricchezza dell’unità e non come un pacchetto di dogmi e di comandamenti, ma come una realtà unica che si rivela nella sua profondità e bellezza. Dobbiamo fare il possibile per un rinnovamento catechistico, perché la fede sia conosciuta e così Dio sia conosciuto, Cristo sia conosciuto, la verità sia conosciuta e cresca l’unità nella verità.
Poi tutte queste unità finiscono nel: «un solo Dio e Padre di tutti». Tutto quanto non è umiltà, tutto quanto non è fede comune, distrugge l’unità, distrugge la speranza e rende invisibile il Volto di Dio. Dio è Uno e Unico. Il monoteismo era il grande privilegio di Israele, che ha conosciuto l’unico Dio, e rimane elemento costitutivo della fede cristiana. Il Dio Trinitario - lo sappiamo - non sono tre divinità, ma è un unico Dio; e vediamo meglio che cosa voglia dire unità: unità è unità dell’amore. E’ così: proprio perché è il circolo di amore, Dio è Uno e Unico.
Per Paolo, come abbiamo visto, l’unità di Dio si identifica con la nostra speranza. Perché? In che modo? Perché l’unità di Dio è speranza, perché questa ci garantisce che, alla fine, non ci sono diversi poteri, alla fine non c’è dualismo tra poteri diversi e contrastanti, alla fine non rimane il capo del drago che si potrebbe levare contro Dio, non rimane la sporcizia del male e del peccato. Alla fine rimane solo la luce! Dio è unico ed è l’unico Dio: non c’è altro potere contro di Lui! Sappiamo che oggi, con i mali che viviamo nel mondo sempre più crescenti, molti dubitano dell’Onnipotenza di Dio; anzi diversi teologi – anche buoni – dicono che Dio non sarebbe Onnipotente, perché non sarebbe compatibile con l’onnipotenza quanto vediamo nel mondo; e così essi vogliono creare una nuova apologia, scusare Dio e «discolpare» Dio da questi mali. Ma questo non è il modo giusto, perché se Dio non è Onnipotente, se ci sono e rimangono altri poteri, non è veramente Dio e non è speranza, perché alla fine rimarrebbe il politeismo, alla fine rimarrebbe la lotta, il potere del male. Dio è Onnipotente, l’unico Dio. Certo, nella storia si è dato un limite alla sua onnipotenza, riconoscendo la nostra libertà. Ma alla fine tutto ritorna e non rimane altro potere; questa è la speranza: che la luce vince, l’amore vince! Alla fine non rimane la forza del male, rimane solo Dio! E così siamo nel cammino della speranza, camminando verso l’unità dell’unico Dio, rivelatosi per lo Spirito Santo, nell’Unico Signore, Cristo.
Poi da questa grande visione, san Paolo scende un po’ ai dettagli e dice di Cristo: «Asceso in alto ha portato con sé i prigionieri, ha distribuito doni agli uomini» (Ef 4,8). L’Apostolo cita il Salmo 68, che descrive in modo poetico la salita di Dio con l’Arca dell’Alleanza verso le altezze, verso la cima del Monte Sion, verso il tempio: Dio come vincitore che ha superato gli altri, che sono prigionieri, e, come un vero vincitore, distribuisce doni. Il Giudaismo ha visto in questo piuttosto un’immagine di Mosé, che sale verso il Monte Sinai per ricevere nell’altezza la volontà di Dio, i Comandamenti, non considerati come peso, ma come il dono di conoscere il Volto di Dio, la volontà di Dio. Paolo, alla fine, vede qui un’immagine dell’ascesa di Cristo che sale in alto dopo essere sceso; sale e tira l’umanità verso Dio, fà posto per la carne e il sangue in Dio stesso; ci tira verso l’altezza del suo essere Figlio e ci libera dalla prigionia del peccato, ci rende liberi perché vincitore. Essendo vincitore, Egli distribuisce i doni. E così siamo arrivati dall’ascesa di Cristo alla Chiesa. I doni sono la charis come tale, la grazia: essere nella grazia, nell’amore di Dio. E poi i carismi che concretizzano la charis nelle singole funzioni e missioni: apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri per edificare così il Corpo di Cristo (cfr Ef 4,11).


Non vorrei entrare adesso in un’esegesi dettagliata. E’ molto discusso qui che cosa voglia dire apostoli, profeti… In ogni caso, possiamo dire che la Chiesa è costruita sul fondamento della fede apostolica, che rimane sempre presente: gli Apostoli, nella successione apostolica, sono presenti nei Pastori, che siamo noi, per la grazia di Dio e nonostante tutta la nostra povertà. E siamo grati a Dio che ci ha voluto chiamare per stare nella successione apostolica e continuare ad edificare il Corpo di Cristo. Qui appare un elemento che mi sembra importante: i ministeri – i cosiddetti ministeri – sono chiamati «doni di Cristo», sono carismi; cioè, non c’è questa opposizione: da una parte il ministero, come una cosa giuridica, e dall’altra i carismi, come dono profetico, vivace, spirituale, come presenza dello Spirito e la sua novità. No! Proprio i ministeri sono dono del Risorto e sono carismi, sono articolazioni della sua grazia; uno non può essere sacerdote senza essere carismatico. E’ un carisma essere sacerdote. Questo - mi sembra - dobbiamo tenerlo presente: essere chiamato al sacerdozio, essere chiamato con un dono del Signore, con un carisma del Signore. E così, ispirati dal suo Spirito, dobbiamo cercare di vivere questo nostro carisma. Solo in questo modo penso si possa capire che la Chiesa in Occidente ha collegato inscindibilmente sacerdozio e celibato: essere in un’esistenza escatologica verso l’ultima destinazione della nostra speranza, verso Dio. Proprio perché il sacerdozio è un carisma e deve essere anche collegato con un carisma: se non fosse questo e fosse solamente una cosa giuridica, sarebbe assurdo imporre un carisma, che è un vero carisma; ma se il sacerdozio stesso è carisma, è normale che conviva con il carisma, con lo stato carismatico della vita escatologica.
Preghiamo il Signore perché ci aiuti a capire sempre di più questo, a vivere sempre più nel carisma dello Spirito Santo e a vivere così anche questo segno escatologico della fedeltà al Signore Unico, che proprio per il nostro tempo è necessario, con la decomposizione del matrimonio e della famiglia, che possono comporsi solo nella luce di questa fedeltà all’unica chiamata del Signore.
Un ultimo punto. San Paolo parla della crescita dell’uomo perfetto, che raggiunge la misura della pienezza di Cristo: non saremo più fanciulli in balia delle onde, trasportati da qualsiasi vento di dottrina (cfr Ef 4,13-14). «Al contrario, agendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa, tendendo a Lui» (Ef 4,15). Non si può vivere in una fanciullezza spirituale, in una fanciullezza di fede: purtroppo, in questo nostro mondo, vediamo questa fanciullezza. Molti, oltre la prima catechesi, non sono più andati avanti; forse è rimasto questo nucleo, forse si è anche distrutto. E del resto, essi sono sulle onde del mondo e nient’altro; non possono, come adulti, con competenza e con convinzione profonda, esporre e rendere presente la filosofia della fede - per così dire - la grande saggezza, la razionalità della fede, che apre gli occhi anche degli altri, che apre gli occhi proprio su quanto è buono e vero nel mondo. Manca questo essere adulti nella fede e rimane la fanciullezza nella fede.
Certo, in questi ultimi decenni, abbiamo vissuto anche un altro uso della parola «fede adulta». Si parla di «fede adulta», cioè emancipata dal Magistero della Chiesa. Fino a quando sono sotto la madre, sono fanciullo, devo emanciparmi; emancipato dal Magistero, sono finalmente adulto. Ma il risultato non è una fede adulta, il risultato è la dipendenza dalle onde del mondo, dalle opinioni del mondo, dalla dittatura dei mezzi di comunicazione, dall’opinione che tutti pensano e vogliono. Non è vera emancipazione, l’emancipazione dalla comunione del Corpo di Cristo! Al contrario, è cadere sotto la dittatura delle onde, del vento del mondo. La vera emancipazione è proprio liberarsi da questa dittatura, nella libertà dei figli di Dio che credono insieme nel Corpo di Cristo, con il Cristo Risorto, e vedono così la realtà, e sono capaci di rispondere alle sfide del nostro tempo.
Mi sembra che dobbiamo pregare molto il Signore, perché ci aiuti ad essere emancipati in questo senso, liberi in questo senso, con una fede realmente adulta, che vede, fa vedere e può aiutare anche gli altri ad arrivare alla vera perfezione, alla vera età adulta, in comunione con Cristo.
In questo contesto c’è la bella espressione dell’aletheuein en te agape, essere veri nella carità, vivere la verità, essere verità nella carità: i due concetti vanno insieme. Oggi il concetto di verità è un po’ sotto sospetto perché si combina verità con violenza. Purtroppo nella storia ci sono stati anche episodi dove si cercava di difendere la verità con la violenza. Ma le due sono contrarie. La verità non si impone con altri mezzi, se non da se stessa! La verità può arrivare solo tramite se stessa, la propria luce. Ma abbiamo bisogno della verità; senza verità non conosciamo i veri valori e come potremo ordinare il kosmos dei valori? Senza verità siamo ciechi nel mondo, non abbiamo strada. Il grande dono di Cristo è proprio che vediamo il Volto di Dio e, anche se in modo enigmatico, molto insufficiente, conosciamo il fondo, l’essenziale della verità in Cristo, nel suo Corpo. E conoscendo questa verità, cresciamo anche nella carità che è la legittimazione della verità e ci mostra che è verità. Direi proprio che la carità è il frutto della verità - l’albero si conosce dai frutti – e se non c’è carità, anche la verità non è propriamente appropriata, vissuta; e dove è la verità, nasce la carità. Grazie a Dio, lo vediamo in tutti i secoli: nonostante i fatti negativi, il frutto della carità è sempre stato presente nella cristianità e lo è oggi! Lo vediamo nei martiri, lo vediamo in tante suore, frati e sacerdoti che servono umilmente i poveri, i malati, che sono presenza della carità di Cristo. E così sono il grande segno che qui è la verità.
Preghiamo il Signore perché ci aiuti a portare il frutto della carità ed essere così testimoni della sua verità. Grazie.
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Decidersi per Dio (Contributi 582)

Un articolo di Padre Livio Fanzaga (quello di Radio Maria) tratto da "La Bussola! sulla Quaresima:

Per comprendere la Quaresima bisogna fare riferimento ai quaranta giorni che Gesù ha trascorso nel deserto prima di compiere la sua missione. Quaranta giorni nei quali Gesù si è preparato alla lotta contro il principe delle tenebre, contro Satana: quaranta giorni di digiuno e di preghiera. Questi quaranta giorni facevano a loro volta riferimento ai quaranta anni che il popolo di Israele ha trascorso nel deserto, deserto che secondo la Sacra Scrittura è un tempo di prova ma anche un tempo di comunione con Dio, ed è comunque il passaggio verso la Terra promessa.
Per noi è fondamentale il significato di questi quaranta giorni che Gesù ha trascorso nel deserto vivendo nel digiuno e nella preghiera. Sono infatti proprio questi i due connotati fondamentali che ci accompagnano nella Quaresima.


Il primo connotato è la preghiera. Gesù ha trascorso quaranta giorni in intima comunione col padre, la preghiera è uno dei motivi fondamentali di tutta la vita apostolica del Signore: non solo i quaranta giorni prima della sua missione, ma anche durante tutta la sua missione Gesù ha vissuto una intensa preghiera personale, dedicando molte volte l’intera notte a pregare. E usciva dalla preghiera trasfigurato. Questa è certamente la prima caratteristica della Quaresima, senza la quale ne perdiamo il significato. E qui sta anche la differenza fondamentale tra la Quaresima cristiana e il Ramadan musulmano. La Quaresima cristiana è prima di tutto tempo di comunione con Dio. La comunione con Dio è invece lontana mille miglia dall’islam, per cui davanti a Dio c’è solo la sottomissione.
Dunque Gesù ha trascorso quaranta giorni di intima comunione col padre. E lì ha umanamente ha preso tutta quella forza che la preghiera dà e che noi vediamo così espressa in un altro momento della vita di Gesù, quello del Getsemani: lì, attraverso la preghiera il Signore acquista quella forza per cui dice al termine della preghiera, agli apostoli “Alzatevi, andiamo”. E nell’ora delle tenebre affronta la grande battaglia. Nell’uno e nell’altro caso Gesù attraverso la preghiera si è preparato alla grande battaglia contro il principe delle tenebre.
Portando la cosa sul piano della nostra vita cristiana, la Quaresima è anzitutto tempo di preghiera. Preghiera vera, preghiera del cuore, preghiera che è colloquio con Dio, ascolto di Dio, della sua volontà, ascolto delle sue ispirazioni, ascolto di quello che ci dice, il suo richiamo a una vita più santa, più cristiana, una vita più vera. E nella preghiera esporre anche la nostra condizione esistenziale, di persone fragili, affaticate, di persone che molte volte sono scorate, che non hanno ben chiaro il fine della vita, non hanno ben chiare le scelte fondamentali della vita. Quindi vorrei suggerire molto concretamente: la prima cosa da fare in Quaresima è riaccendere la preghiera, almeno le preghiere fondamentali. Al mattino conquistare Dio con il cuore, in cui Dio porta la sua luce, la sua pace, la sua gioia. Molte volte bastano pochi minuti per essere in comunione con Dio, ma poi si deve riattivare durante la giornata questa comunione. E soprattutto la sera, per cui vorrei suggerire una preghiera tipica della Quaresima, che è la preghiera davanti alla croce, cioè mettersi veramente davanti alla croce, meditare sul significato della croce.


Pietro nella prima predica dopo la Pentecoste ha detto, comprendendo finalmente la Passione : “Patì per i nostri peccati”. Quindi meditare la croce, meditare che attraverso la croce Cristo, il Padre attraverso il Figlio, ci perdona i peccati. Cristo è l’agnello di Dio che porta i peccati del mondo, li ha espiati al nostro posto, per nostro amore, per donarci il perdono nella vita eterna, per cui quando andiamo a confessarci – e il pensiero va soprattutto alla confessione pasquale che deve essere particolarmente significativa – per quanto grandi i delitti che noi abbiamo potuto commettere Gesù ci dà l’assoluzione.
Nel pentimento c’è l’assoluzione dei peccati perché Cristo ha espiato lui al nostro posto, un atto d’amore estremo, che vediamo nel Crocifisso. Quindi vorrei suggerire questa specifica preghiera quaresimale, prima di andare a letto: sostare davanti alla croce, chiedere perdono per i propri peccati, pensare all’amore estremo con cui Dio ci ha amati, che ha fatto dire a santa Caterina da Siena, guardando la croce: “Chi è quello stolto bestiale che vedendosi così amato non ami?”.
La preghiera personale diventa più forte, più sostanziosa, se durante la Quaresima ci impegniamo ad andare alla messa quotidiana. Molti lo fanno. Dacci oggi il nostro pane quotidiano: ascoltiamo la parola di Dio, durante la messa riceviamo la comunione. In questo modo rafforziamo la nostra debole volontà per combattere contro il male.


L’altro aspetto fondamentale della Quaresima è il digiuno: fin dai primi tempi i cristiani hanno digiunato il mercoledì e il venerdì, duramente. Poi, il digiuno più rigido a pane e acqua è continuato nella storia della Chiesa soprattuto nel tempo di Quaresima, di Avvento, e così via. Il popolo cristiano ha digiunato fino a qualche decennio fa in modo sostanzialmente serio. Non soltanto nel tempo di Quaresima ma ogni volta che si doveva fare la comunione, si era digiuni dalla mezzanotte. Abbiamo perso sicuramente qualcosa perdendo il digiuno. In tempi recenti la Chiesa ha tentato di ristabilirlo, ma a questo riguardo dobbiamo dire che la vera svolta è venuta dalle apparizioni di Medjugorje: è vero, devono essere ancora riconosciute dalla Chiesa, ma il loro aspetto pastorale lo abbiamo tutti davanti agli occhi.
La Madonna fin da 30 anni fa ha introdotto un digiuno che adesso ha rinvigorito tutta la Chiesa, il digiuno a pane e acqua il mercoledì e venerdì con finalità ben precise: Oltre alla conversione personale c’è anche una finalità di carattere storico sociale: Gesù ha detto che certi demoni si cacciano con la preghiera e il digiuno; così la Madonna per il demonio dell’odio e della guerra, che vuole distruggere il mondo, ha chiesto la preghiera del santo rosario e il digiuno a pane e acqua mercoledì e venerdì.
Questo digiuno è importantissimo ma attenzione a non intenderlo come una specie di dieta. La Madonna ha detto “digiunate con il cuore”, lo dice anche la Chiesa. Il digiuno cristiano ha un obiettivo ben preciso: è finalizzato al combattimento spirituale, è finalizzato alla mortificazione della fame di mondo, perché cresca in noi la fame di Dio. Questo è l’obiettivo finale del digiuno: portare alla rinuncia vera del peccato, perché attraverso la fame di mondo, le cose di questo mondo, Satana ci distrugge con quello che ci offre.
Dobbiamo dunque innestare nella nostra vita questo tipo di digiuno: cibo, sacrifici, fioretti, c’è un’ampia letteratura a questo riguardo. Rinunciare al fumo, ai liquori durante la quaresima. Ovviamente i più deboli, quelli che si accontentano del digiuno come lo propone la Chiesa con materna accondiscendenza, possono digiunare mercoledì santo e venerdì santo: la colazione, un pranzo leggero e poi astinenza. Tutti i venerdì di quaresima il minimo indispensabile. Suggerisco però un digiuno molto più rigido, magari rinunciando a quelle cose che fanno male anche la salute come il fumo e l’alcol. Ma tutto queste deve essere finalizzato a rafforzare la volontà in modo tale da rinunciare al peccato Questa è la vera rinuncia, ed è in questo modo che noi ci prepariamo per la Pasqua. Cioè rinunciando al peccato e attraverso la confessione pasquale.


In questo periodo dobbiamo mettere una marcia in più nel nostro cammino verso la santità. Mettiamoci davanti a Dio, guardiamo alla nostra vita, guardiamo cosa c’è da cambiar;, se siamo sulla strada sbagliata, quella che porta alla perdizione, non aspettiamo a cambiarla, non aspettiamo che sia troppo tardi.
Decidiamoci per Dio, decidiamoci per la conversione, decidiamoci per la santità.
Questo è quel modo di vivere la quaresima che farà sì che la Pasqua sia una pasqua veramente di pace, del cuore riconciliato con Dio.


Infine c’è la terza dimensione caratteristica della Quaresima: la carità. Perché la sobrietà tipica della Quaresima, il rinunciare al superfluo, e tutto quanto finora descritto, è sempre stato visto dalla Chiesa in funzione della carità, della condivisione, in funzione di quel “Avevo fame, e mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere.…): è la condivisione del pane con chi non ne ha, con chi è più povero. Vorrei aggiungere però che la carità si esprime anche attraverso le sette opere di misericordia spirituale e le sette di misericordia corporale. L’elemosina deve essere un atteggiamento di compassione, o di misericordia verso il prossimo sofferente. E questo può essere dare da mangiare a chi non ne ha, può essere una mano tesa, un incoraggiamento: visitare i carcerati, e tutte quelle opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, visitare i malati, tutta quella gamma di opere che ci portano al prossimo.


Questo è il dinamismo della Quaresima: attraverso la preghiera tu ricevi l’amore di Dio nel tuo cuore e attraverso la carità tu lo doni agli altri.
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martedì 21 febbraio 2012

Il Padre nostro e l’Ave Maria (Interventi 119)

Ancora un intervento di Padre Scozzaro sul Rosario:

Il Padre nostro
La recita del Padre nostro, è il momento in cui -dopo avere focalizzato il mistero da contemplare-, l’animo si innalza verso il Padre. è la preghiera insegnata dal Figlio. Gesù sempre ci porta al Padre, in ogni mistero Gesù continuamente si rivolge e volge noi verso il Padre.
Gesù ci porta al Padre attraverso la recita del Rosario, perché anche noi dobbiamo fare la sua esperienza, e il Padre nostro ci introduce nell’intimità del Padre. Recitando il Padre nostro nel Rosario, entriamo in rapporto con il Padre, e così siamo fratelli di Gesù e fratelli tra di noi. La preghiera del Padre nostro introduce l’Ave Maria, è base della preghiera cristologico-mariana, ci permette di fare la continua esperienza ecclesiale, anche se il Rosario lo si recita da soli.
Nel Rosario ci rivolgiamo soprattutto al Padre insieme al Figlio Gesù, guidati da Maria. Contempliamo il Padre perché Lui ha mandato il Figlio e il Figlio è nato dalla Vergine Maria, salutata per conto di Dio dall’Angelo con l’Ave Maria.
Nel Rosario siamo guidati dallo Spirito del Padre e del Figlio, siamo condotti a fare l’esperienza trinitaria, e lo Spirito è l’Amore della Santissima Trinità.
Il Padre nostro è la preghiera che ci unisce e ci rende veri fratelli, uniti dallo stesso amore verso il Padre. Recitato in unione a Gesù, il Padre nostro assume il carattere infinito, che solo la mediazione di Gesù ci può dare. È una preghiera che rende l’umanità una sola famiglia, che rende il Cielo come la Patria di tutti, che ci fa innamorare di Dio Padre, che ci fa sentire vicini a tutti, anche se la preghiera è strettamente personale.


L’Ave Maria
Sarebbero decine di migliaia le affermazioni bellissime dei Santi sul grande valore dell’Ave Maria, sulla validità straordinariamente efficace della sua recita.
Santa Matilde affermava: “Il saluto dell’Ave Maria è tanto gradito a Maria, che ogni volta Ella risente le gioie dell’Incarnazione”. 
San Vincenzo dè Paoli diceva: “Dopo la Santa Messa, la devozione al Rosario ha fatto scendere nelle anime più Grazie che tutte le altre devozioni, e con le sue Ave Maria compie più miracoli di ogni altra preghiera”. 
Sicuro il Santo Curato d’Ars: “Una sola Ave Maria ben detta fa tremare l’inferno”.
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Dobbiamo comprendere meglio il significato dell’Ave Maria. «È questo l’elemento più corposo del Rosario e insieme quello che ne fa una preghiera mariana per eccellenza. Ma proprio alla luce dell’Ave Maria ben compresa, si avverte con chiarezza che il carattere mariano non solo non si oppone a quello cristologico, ma anzi lo sottolinea e lo esalta. La prima parte dell’Ave Maria, infatti, desunta dalle parole rivolte a Maria dall’Angelo Gabriele e da Sant’Elisabetta, è contemplazione adorante del mistero che si compie nella Vergine di Nazareth. Esse esprimono, per così dire, l’ammirazione del Cielo e della terra e fanno, in certo senso, trapelare l’incanto di Dio stesso nel contemplare il suo capolavoro -l’incarnazione del Figlio nel grembo verginale di Maria-, nella linea di quel gioioso sguardo della Genesi (cfr Gn 1,31), di quell’originario “pathos con cui Dio, all’alba della creazione, guardò all’opera delle sue mani”.
Il ripetersi, nel Rosario, dell’Ave Maria, ci pone sull’onda dell’incanto di Dio: è giubilo, stupore, riconoscimento del più grande miracolo della storia. È il compimento della profezia di Maria: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno Beata” (Lc 1,48). Il baricentro dell’Ave Maria, quasi cerniera tra la prima e la seconda parte, è il nome di Gesù. Talvolta, nella recitazione frettolosa, questo baricentro sfugge, e con esso anche l’aggancio al mistero di Cristo che si sta contemplando. Ma è proprio dall’accento che si dà al nome di Gesù e al suo mistero che si contraddistingue una significativa e fruttuosa recita del Rosario.
Già Paolo VI ricordò, nell’Esortazione apostolica Marialis cultus, l’uso praticato in alcune regioni di dar rilievo al nome di Cristo, aggiungendovi una clausola evocatrice del mistero che si sta meditando. È un uso lodevole, specie nella recita pubblica. Esso esprime con forza la Fede cristologica, applicata ai diversi momenti della vita del Redentore. È professione di Fede e, al tempo stesso, aiuto a tener desta la meditazione, consentendo di vivere la funzione assimilante, insita nella ripetizione dell’Ave Maria, rispetto al mistero di Cristo. Ripetere il nome di Gesù -l’unico nome nel quale ci è dato di sperare salvezza (cfr At 4,12)- intrecciato con quello della Madre Santissima, e quasi lasciando che sia Lei stessa a suggerirlo a noi, costituisce un cammino di assimilazione, che mira a farci entrare sempre più profondamente nella vita di Cristo.
Dallo specialissimo rapporto con Cristo, che fa di Maria la Madre di Dio, la Theotòkos, deriva, poi, la forza della supplica con la quale a Lei ci rivolgiamo nella seconda parte della preghiera, affidando alla sua materna intercessione la nostra vita e l’ora della nostra morte» (RVM 33).
Nessuno qui sulla terra può comprendere il valore di un’Ave Maria recitata bene. Santa Teresa d’Avila, dopo la morte, apparve ad una sua suora e disse: “Quale gioia si gode nel Paradiso, non c’è paragone a quella della terra. Però tornerei tra voi per un motivo solo: recitare un’Ave Maria per acquistare tanti meriti”.
L’Ave Maria è l’inno di giubilo di chi sa di essere stato redento e scopre l’amore della Madonna, la sua stupenda Maternità e la sua totale disponibilità ad ascoltarci, curarci, guidarci e renderci degni della Grazia.
Tante Ave Maria compongono il Rosario, questa preghiera è l’oasi dell’anima mia.
Il diavolo viene sempre fortemente disturbato quando si recita il Santo Rosario. Non appena si invoca il Santissimo Nome di Maria con il saluto Angelico, è costretto ad allontanarsi dalla persona che disturba e dai luoghi infestati dalla sua presenza.
“L’Ave Maria si chiama salutazione angelica perché comincia col saluto che fece a Maria Vergine l’Arcangelo Gabriele… Nel salutare la Santissima Vergine con le parole dell’Arcangelo, noi ci rallegriamo con Lei, facendo memoria dei singolari privilegi e doni, che Dio Le ha conceduti a preferenza di tutte le altre creature. Nel dire le parole di Santa Elisabetta ci rallegriamo con Maria Santissima della sua eccelsa dignità di Madre di Dio, e benediciamo Dio e lo ringraziamo di averci dato Gesù Cristo per mezzo di Maria”, scriveva San Pio X.
Con le continue ripetizioni di Ave Maria, il nostro terreno pellegrinaggio si colora di Cielo, il colloquio con Dio comincia a dare suggestioni più intense.
È molto bella la preghiera di San Giovanni Eudes alla Regina del Santo Rosario:
Ave Maria, prescelta dal Padre per essere la Sposa dello Spirito Santo.
Ave Maria, che hai dato alla luce il Figlio di Dio fatto Uomo.
Ave Maria, Tempio dello Spirito Santo, Tempio di tutta la divinità.
Ave Maria, Vergine umilissima da cui volle nascere il Re del Cielo.
Ave Maria, Madre amorosa del Figlio Tuo che è Dio.
Ave Maria, Regina dei Martiri, la cui Anima fu trapassata da una spada di dolore.
Ave Maria, Sovrana del mondo, a cui è stato dato ogni potere in Cielo e sulla terra.
Ave Maria, Madre mia carissima, mia vita, mia dolcezza, mia speranza.
Ave Maria, Madre di misericordia, Tu sei la Piena di Grazia, il Signore è con Te, Tu sei la Benedetta fra tutte le donne e Gesù, il frutto del Tuo seno è benedetto.
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La meditazione dei misteri (Interventi 118)

Prosegue la serie di sussidi al Santo Rosario di Padre Scozzaro

La vera anima del Rosario è la meditazione dei misteri. Con la pratica costante della meditazione dei misteri in ogni Corona del Rosario, si passa da questo momento di meditazione con facilità, per poi elevarsi alla vera contemplazione.
Il Rosario non accompagnato dalla contemplazione dei misteri, diventa meccanico, svuotato del motivo insito della sua efficacia. Ogni preghiera diventa meccanica, se manca l’amore, la partecipazione. È vero che il Rosario corre meno pericoli di diventare preghiera meccanica, perché ogni mistero stimola la riflessione, apre panorami bellissimi di vita divina, che ci riempiono di gioia e aiutano la contemplazione. 
Con la contemplazione dei misteri, il Rosario diventa la preghiera più contemplativa di tutte.
Per questo il Rosario è scuola di contemplazione; innalza a poco a poco al di sopra della preghiera vocale e della meditazione ragionata.
La meditazione dei misteri del Rosario, ci conduce alla meditazione del Mistero di Gesù Cristo. La moltitudine dei misteri storici della vita di Gesù, ci aiuta a fissare lo sguardo sul Mistero della Persona di Gesù. La vita di Gesù è un Rosario vivente, noi in ogni decina ci soffermiamo su un momento particolare del periodo della Redenzione.
I misteri vengono enunciati per riflettere sulla vita di Gesù e di Maria. In qualche modo sono collegati anche alla storia personale di ognuno di noi.
Tutti siamo coinvolti in questa salvezza che Gesù, Figlio di Maria, ha introdotto nel mondo. Meditando i 20 misteri io mi pongo dinanzi alla vita di Gesù e la sua vita diventa per me lo specchio della mia vita. Solo facendo come ha fatto Lui, il suo Spirito opererà intensamente in me.
Meditare i misteri prima di iniziare la decina è vantaggioso, perché si può fare il proposito di vivere quanto meditiamo, di praticare la virtù che ci viene indicata dal mistero che si medita. Non bisogna iniziare subito la decina dopo avere enunciato il mistero, ma dopo averlo enunciato, bisogna fermarsi qualche istante per assimilare quel momento redentivo, per inserire nella tua vita quello che si medita, quello che Gesù e la Madonna hanno già praticato.
Bisogna soffermarsi brevemente sul mistero prima e dopo ogni decina.
San Luigi di Montfort fa notare l’importanza di formulare delle richieste corrispondenti al mistero che recitiamo, assecondando il desiderio della Madonna, di concederci Grazia su Grazia attraverso il Rosario.
Meditando i misteri si acquista l’unione intima con Dio, che conduce alla contemplazione.
Sempre San Luigi scrive: “Per i quindici gradini di questa scuola (oggi sono diventati venti) ti riuscirà di salire di virtù in virtù, di chiarezza in chiarezza e giungerai facilmente, senza illusioni, fino alla pienezza dell’età di Cristo”.
Scrive il Papa nella Lettera Apostolica “Rosarium Virginis Mariae”: “L’ascolto e la meditazione si nutrono di silenzio. È opportuno che, dopo l’enunciazione del mistero e la proclamazione della Parola, per un congruo periodo di tempo ci si fermi a fissare lo sguardo sul mistero meditato, prima di iniziare la preghiera vocale. La riscoperta del valore del silenzio è uno dei segreti per la pratica della contemplazione e della meditazione. Tra i limiti di una società fortemente tecnologizzata e mass-mediatica, c’è anche il fatto che il silenzio diventa sempre più difficile. Come nella Liturgia sono raccomandati momenti di silenzio, anche nella recita del Rosario una breve pausa è opportuna dopo l’ascolto della Parola di Dio, mentre l’animo si fissa sul contenuto di un determinato mistero” (RVM 31).
Possiamo affermare che il Rosario è preghiera perfetta, preghiera mentale e vocale, per la contemplazione. La preghiera senza la meditazione può divenire meccanica e può anche essere noiosa; se invece è accompagnata dalla meditazione, ottiene la Grazia della contemplazione.
“La preghiera del Rosario rivoluzionerà il mondo intero: rivoluzione di benessere e di pace. Propone per la meditazione dei misteri un nuovo punto di vista; il Rosario del mondo missionario. Ognuna delle cinque decine è di color diverso: rappresentano i cinque Continenti nella visione missionaria”, scriveva il Vescovo Fulton Sheen.
“Camminiamo sui due piedi della contemplazione e della preghiera -scrive San Bernardo-. La meditazione insegna ciò che ci manca, la preghiera ci ottiene ciò che non ci manchi. La prima ci indica la strada, l’altra ci guida. Con la meditazione conosciamo i pericoli che incombono su di noi; per mezzo della preghiera li evitiamo con l’aiuto del Signore”.


«La contemplazione -scrive Paolo VI- è elemento essenziale del Rosario. Senza di essa il Rosario è corpo senza anima e la sua recita rischia di divenire meccanica ripetizione di formule e di contraddire all’ammonimento di Gesù: “Quando pregate non sprecate parole come i pagani, che credono di essere esauditi a forza di parole. Non siate come loro” (Mt 6,7).
Per sua natura la recita del Rosario esige un ritmo tranquillo e quasi un indugio pensoso, che favoriscano nell’orante la meditazione dei misteri della vita del Signore, visti attraverso il cuore di Colei che al Signore fu più vicina e ne dischiudano le insondabili ricchezze» (Marialis Cultus, n. 47).
Meditare i misteri, è uno sguardo amoroso a quel momento della vita di Gesù o di Maria che si medita. Sguardo amoroso è come quello di una mamma, che non si stanca di contemplare in silenzio il suo bambino.
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domenica 19 febbraio 2012

Domenica 7^ t.ord. (Angelus 66)

Cari fratelli e sorelle!
Questa domenica è particolarmente festosa qui in Vaticano, a motivo del Concistoro, avvenuto ieri, in cui ho creato 22 nuovi Cardinali. Con loro ho avuto la gioia, stamani, di concelebrare l’Eucaristia nella Basilica di San Pietro, intorno alla Tomba dell’Apostolo che Gesù chiamò ad essere la “pietra” su cui costruire la sua Chiesa (cfr Mt 16,18). Perciò invito tutti voi ad unire anche la vostra preghiera per questi venerati Fratelli, che ora sono ancora più impegnati a collaborare con me nella guida della Chiesa universale e a dare testimonianza al Vangelo fino al sacrificio della propria vita. Questo significa il colore rosso dei loro abiti: il colore del sangue e dell’amore. Alcuni di essi lavorano a Roma, al servizio della Santa Sede, altri sono Pastori di importanti Chiese diocesane; altri si sono distinti per una lunga e apprezzata attività di studio e di insegnamento. Ora fanno parte del Collegio che più strettamente coadiuva il Papa nel suo ministero di comunione e di evangelizzazione: li accogliamo con gioia, ricordando ciò che disse Gesù ai dodici Apostoli: “Chi vuol essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,44-45).
Questo evento ecclesiale si colloca sullo sfondo liturgico della festa della Cattedra di San Pietro, anticipata ad oggi, perché il prossimo 22 Febbraio – data di tale festa – sarà il Mercoledì delle Ceneri, inizio della Quaresima. La “cattedra” è il seggio riservato al Vescovo, da cui deriva il nome “cattedrale” dato alla chiesa in cui, appunto, il Vescovo presiede la liturgia e insegna al popolo. La Cattedra di San Pietro, rappresentata nell’abside della Basilica Vaticana da una monumentale scultura del Bernini, è simbolo della speciale missione di Pietro e dei suoi Successori di pascere il gregge di Cristo tenendolo unito nella fede e nella carità. Già a agli inizi del secondo secolo, sant’Ignazio di Antiochia attribuiva alla Chiesa che è in Roma un singolare primato, salutandola, nella sua lettera ai Romani, come quella che “presiede nella carità”. Tale speciale compito di servizio deriva alla Comunità romana e al suo Vescovo dal fatto che in questa Città hanno versato il loro sangue gli Apostoli Pietro e Paolo, oltre a numerosi altri Martiri. Ritorniamo, così, alla testimonianza del sangue e della carità. La Cattedra di Pietro, dunque, è sì segno di autorità, ma di quella di Cristo, basata sulla fede e sull’amore.
Cari amici, affidiamo i nuovi Cardinali alla materna protezione di Maria Santissima, perché li assista sempre nel loro servizio ecclesiale e li sostenga nelle prove. Maria, Madre della Chiesa, aiuti me e i miei collaboratori a lavorare instancabilmente per l’unità del Popolo di Dio e per annunciare a tutte le genti il messaggio di salvezza, compiendo umilmente e coraggiosamente il servizio della verità nella carità.
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