Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

domenica 29 aprile 2012

Domenica 4^ di Pasqua (Angelus 76)

Cari fratelli e sorelle! 
Si è da poco conclusa, nella Basilica di San Pietro, la celebrazione eucaristica nella quale ho ordinato nove nuovi presbiteri della Diocesi di Roma. Rendiamo grazie a Dio per questo dono, segno del suo amore fedele e provvidente per la Chiesa! Stringiamoci spiritualmente intorno a questi sacerdoti novelli e preghiamo perché accolgano pienamente la grazia del Sacramento che li ha conformati a Gesù Cristo Sacerdote e Pastore. E preghiamo perché tutti i giovani siano attenti alla voce di Dio che interiormente parla al loro cuore e li chiama a distaccarsi da tutto per servire Lui. A questo scopo è dedicata l’odierna Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. In effetti, il Signore chiama sempre, ma tante volte noi non ascoltiamo. Siamo distratti da molte cose, da altre voci più superficiali; e poi abbiamo paura di ascoltare la voce del Signore, perché pensiamo che possa toglierci la nostra libertà. In realtà, ognuno di noi è frutto dell’amore: certamente, l’amore dei genitori, ma, più profondamente, l’amore di Dio. Dice la Bibbia: se anche tua madre non ti volesse, io ti voglio, perché ti conosco e ti amo (cfr Is 49,15). Nel momento in cui mi rendo conto di questo, la mia vita cambia: diventa una risposta a questo amore, più grande di ogni altro, e così si realizza pienamente la mia libertà. 
I giovani che oggi ho consacrato sacerdoti non sono differenti dagli altri giovani, ma sono stati toccati profondamente dalla bellezza dell’amore di Dio, e non hanno potuto fare a meno di rispondere con tutta la loro vita. Come hanno incontrato l’amore di Dio? L’hanno incontrato in Gesù Cristo: nel suo Vangelo, nell’Eucaristia e nella comunità della Chiesa. Nella Chiesa si scopre che la vita di ogni uomo è una storia d’amore. Ce lo mostra chiaramente la Sacra Scrittura, e ce lo conferma la testimonianza dei santi. Esemplare è l’espressione di sant’Agostino, che nelle sue Confessioni si rivolge a Dio e dice: «Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai! Tu eri dentro di me, e io fuori … Eri con me, e io non ero con te … Ma mi hai chiamato, e il tuo grido ha vinto la mia sordità» (X, 27.38). 
Cari amici, preghiamo per la Chiesa, per ogni comunità locale, perché sia come un giardino irrigato in cui possano germogliare e maturare tutti i semi di vocazione che Dio sparge in abbondanza. Preghiamo perché dappertutto si coltivi questo giardino, nella gioia di sentirsi tutti chiamati, nella varietà dei doni. In particolare, le famiglie siano il primo ambiente in cui si “respira” l’amore di Dio, che dà forza interiore anche in mezzo alle difficoltà e le prove della vita. Chi vive in famiglia l’esperienza dell’amore di Dio, riceve un dono inestimabile, che porta frutto a suo tempo. Ci ottenga tutto questo la Beata Vergine Maria, modello di accoglienza libera e obbediente alla divina chiamata, Madre di ogni vocazione nella Chiesa. 
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sabato 28 aprile 2012

La fede vince il dolore (Contributi 631)

Dal sito de La Bussola un articolo/testimonianza di Paola Scaglione su Margherita Coletta, vedova di Giuseppe il carabiniere ucciso a Nasiriyah nel 2003. 

“Prima” quella di Margherita era una vita come tante. «Una vita di moglie e di mamma, normale ma straordinaria, perché tra Giuseppe e me c’era un grande amore: nelle difficoltà ci aiutava il fatto di amarci, di donarci». Giuseppe era il brigadiere Coletta, 38 anni, rimasto vittima il 12 novembre 2003 nella strage di Nasiriyah, mentre si trovava in missione di pace in Iraq. Viveva con Margherita a San Vitaliano, in provincia di Napoli; lì prestava servizio alla stazione dei carabinieri, quando non era all’estero per le missioni di pace. Nel 1997, infatti, la leucemia si era portata via il figlio Paolo, sei anni: da quell’esperienza era nata la decisione di impegnarsi per dare conforto e aiuto concreto ai bambini colpiti dalla guerra.
Ricorda Margherita: «Quando mi ha detto che sarebbe andato in Albania, la sua scelta mi aveva colpito. Non ero abituata a questo suo tipo di lavoro, l’idea che stesse fuori tanto tempo... Esplicitamente non me lo ha mai detto (un uomo è più restio a esprimere i propri sentimenti...), ma nel cuore aveva il desiderio di aiutare altri bambini, non avendo potuto fare niente, materialmente, per Paolo. Certo, quando era fuori mi mancava molto la sua presenza, ma condividevo le sue scelte, che erano le nostre scelte: sapevo che lui svolgeva un compito importante. Quello era il suo modo di vivere il Vangelo, magari anche in maniera inconsapevole; quello era il suo modo di essere cristiano: non con le parole, ma con i fatti». Incontrando le persone colpite dalla miseria e dalla guerra, Giuseppe non si limita a svolgere i servizi che gli competono, ma fa amicizia con tutti, specialmente con i bambini, e si fa carico delle loro necessità. Dall’Italia Margherita raccoglie le sue richieste e si adopera per spedirgli aiuti di ogni genere. E non ha smesso di darsi da fare neanche dopo la morte del marito.
Con alcuni amici ha fondato l’associazione “Bussate e vi sarà aperto”, per continuare l’opera umanitaria iniziata da Giuseppe. Non una reazione emotiva, ma la scoperta che la vita cristiana è un’avventura nella quale è possibile trarre il bene dal male: «Quando ci penso mi appare tutto concatenato: la morte di Paolo, Giuseppe che va in missione... Certo, abbiamo sempre avuto la facoltà di decidere in un modo o nell’altro, ma è come se ci fosse già un percorso tracciato, fino a questo passaggio del testimone, per continuare quello in cui credevamo: aiutare gli altri in maniera silenziosa». Poi il camion carico di tritolo che si porta via Giuseppe e altre 27 persone, tra civili e militari, travolge Margherita in un dolore che potrebbe annientarla e la sua quotidianità finisce sotto i riflettori. Ma il giorno dell’attentato trova il coraggio di leggere dal Vangelo parole semplici e sconvolgenti di perdono. Parole così controcorrente che la sera stessa vengono riprese da tutti i telegiornali. I giornalisti le si affollano intorno, gli occhi di molti sono puntati su di lei. Da quel momento è chiamata ovunque a testimoniare ciò che le è accaduto.
Come quel giorno arriva ogni volta all’essenziale: «Se non è potenza di Cristo, come può una piccola donna come me riuscire a sostenere lo sguardo di tanta gente? Tutta la nostra vita è stata portata alla luce del sole: non mi è stato chiesto, è accaduto. Ma è stato tutto naturale: ho solo messo a disposizione degli altri quello che Gesù ha fatto nella mia vita. È una cosa che non si può tenere per sé, altrimenti non porta nulla. Perché nel nostro desiderio di cose grandi c’è sempre Cristo che spinge nel cuore». Nei giorni di Margherita c’è una realtà più grande della sofferenza, che determina ogni istante: «È una forza sovraumana che ti trovi dentro quando tutto ti farebbe pensare a te stessa, a vivere il tuo dolore, a piangere. È una cosa umanamente impossibile, che mi è accaduta nel momento in cui sono venuti a dirmi che mio marito era morto, bruciato vivo assieme ai colleghi ridotti a pezzi in quella carneficina. Non è un aggrapparsi a qualcosa per soffrire di meno: un’illusione non lenisce il dolore, non riesce a darti sostegno. Nella mia vita Gesù era ed è una presenza viva, invisibile ma reale».
Così, con semplicità disarmante, Margherita chiarisce le ragioni del perdono: riconoscere in ogni circostanza il Signore della vita, anche quando questa presenta un conto carico di dolore. E lei lo ha pagato fin da bambina. La sua è una vicenda come tante, che condivide perché «forse può aiutare altri che hanno vissuto le stesse cose». E si racconta, senza timori e senza recriminare: «La mia infanzia è stata molto tormentata. I miei genitori sono divorziati e in casa non c’era un ambiente sano: papà beveva, ci picchiava... però non era in sé, non era cosciente, perché per primo il male lo faceva a se stesso. Se ci ripenso, è come se Gesù avesse messo la Sua mano sul mio capo e mi avesse sempre protetta, sempre amata, anche se magari prima non potevo riconoscerlo. A me sono accadute tante cose belle, anche se attraverso percorsi molto difficili. Però la cosa più bella che Gesù fa nella mia vita è che non mi fa provare rancore verso chi, anche per ignoranza, può farmi del male. Non credo che Cristo ci voglia impeccabili: che cosa sarebbe venuto a fare se non per cercare di trasformare il nostro cuore? Se prima non sperimenti che se non fosse per Sua grazia noi non saremmo nulla, come puoi comprendere gli altri? Gesù ti fa comprendere anche la fragilità degli altri e ti mette nel cuore sentimenti di perdono».
Margherita è una donna solare, autentica, nella quale ogni parola scorre semplice e immediata dalla vita. Possibile, però, che non abbia la tentazione di sentirsi essere perseguitata dalla sorte? Il volto ancora giovane, bello nei tratti mediterranei e decisi, si colora di dolcezza energica: «No, mai! Solo a volte, nei momenti di sconforto e di solitudine, mi manca il sentirmi ancora moglie, il donarmi a mio marito anche nelle piccole cose che possono sembrare banali, ma sono importanti quando vivi un matrimonio in maniera piena, come il cucinare per la persona che ami o persino stirare le camicie (anche se io detesto stirare). Mi rendo conto di quanto questi gesti d’amore sono importanti nel rapporto. Ecco, in quei momenti l’unica cosa che dico a Gesù è: “Rivoglio indietro la mia vita!”. Non da arrabbiata, ma perché insieme eravamo felici. Poi però passa, perché so che Lui conosce il motivo di quello che mi accade e questo mi basta». 
La storia di Margherita
 racconta la straordinaria normalità di una vita affidata a Dio. Di qui nasce quel perdono che ha colpito tanti, di qui lo stupore di questa donna che non vede nel perdono un mezzo per chiudere sbrigativamente la partita con il dolore. Lei lo ha ben chiaro: «Tanto anche se non ci piace purtroppo il dolore c’è lo stesso... Il problema è che la normalità è diventata anormale: la conseguenza dell’essere cristiani è il perdono». Una logica stringente, ma a viste umane difficile da digerire.
Difficile anche spiegare perché a mettere in chiaro questa logica il giorno dell’attentato sia stata Margherita. Lei si muove sul piano dell’evidenza: «Gesù avrebbe potuto scegliere anche un’altra moglie a cui far dire quelle parole, però magari per il fatto che ho anche perso un bambino la mia storia ha fatto interrogare di più le persone. Cristo vede che i suoi figli sono diventati duri d’orecchi e trova il modo per scuoterli. Così può nascere quanto meno la domanda su chi rende una persona come te capace di perdonare. Ci si chiede chi è l’artefice di questo e si va alla fonte di tutto. Se anche io quel giorno non avessi perdonato gli assassini, Dio probabilmente lo avrebbe fatto. Non è importante che io abbia detto quelle cose, ma che Cristo, in quel momento, le abbia fatte dire. Cristo è stato umiliato, deriso, messo in croce, ha dato la sua vita per noi e ha perdonato: e noi, che siamo suoi figli, come possiamo non perdonare?». 
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martedì 24 aprile 2012

Cento uomini (Contributi 630)

Un brano di Guareschi riproposto da Cultura Cattolica ci invita a riflettere

«Cento uomini erano chiusi in una immensa stanza buia e ognuno d’essi aveva una lampada spenta. Uno accese la sua lampada ed ecco che gli uomini poterono guardarsi in viso e conoscersi. Un altro accese la sua lampada e scopersero un oggetto vicino, e mano a mano che si accendevano altre lampade, nuove cose venivano in luce sempre più lontane e alla fine tutti ebbero la loro lampada accesa e conobbero ogni cosa che era nella immensa stanza, e ogni cosa era bella e buona e meravigliosa. Intendimi, don Camillo: cento erano le lampade, ma non erano cento le idee. L’idea era una sola: la luce delle cento lampade, perché soltanto accendendo tutte le cento lampade si potevano vedere tutte le cose della grande stanza e scoprirne i dettagli. E ogni fiammella non era che la centesima parte di una sola luce, la centesima parte di una sola idea. L’idea dell’esistenza e della eterna grandezza del Creatore. Come se un uomo avesse spezzato in cento pezzi una statuetta e ne avesse affidato un pezzo a ciascuno di cento uomini. Non erano cento immagini di una statua, ma le cento frazioni di una unica statua. E i cento uomini si cercarono, tentarono di far combaciare i cento frammenti e nacquero mille e mille statue deformi prima che ogni pezzo riuscisse a combaciare perfettamente con gli altri pezzi. Ma, alla fine, la statua era ricomposta. Intendimi, don Camillo: ogni uomo accese la sua lampada e la luce delle cento lampade era la Verità, la Rivelazione. Ciò doveva appagarli. Ma ognuno invece credette che il merito delle belle cose che egli vedeva non fosse del Creatore di esse, ma della sua lampada che poteva far sorgere dalle tenebre del niente le belle cose. E chi si fermò ad adorare la lampada, chi andò da una parte e chi dall’altra, e la gran luce si immiserì in cento minime fiammelle ognuna delle quali poteva illuminare soltanto un particolare della Verità. Intendimi, don Camillo: è necessario che le cento lampade si riuniscano ancora per ritrovare la luce della Verità. Essi oggi vagano sfiduciati ognuno al fioco lume della sua lampada e tutto sembra loro buio intorno e triste e malinconico e, non potendo illuminare l’insieme, si aggrappano al minuto particolare cavato fuori dall’ombra del loro pallido lume. Non esistono le idee: esiste una sola Idea, una sola Verità che è l’insieme di mille e mille parti. Ma essi non la possono vedere più. Le idee non sono finite, perché una sola Idea esiste ed è eterna: ma bisogna che ognuno torni indietro e si ritrovi con gli altri, al centro della immensa sala».
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domenica 22 aprile 2012

Domenica 3^ di Pasqua (Angelus 75)


Cari fratelli e sorelle!
Quest’oggi, terza Domenica di Pasqua, incontriamo – nel Vangelo secondo Luca – Gesù risorto che si presenta in mezzo ai discepoli (cfr Lc 24,36), i quali, increduli e impauriti, pensano di vedere un fantasma (cfr Lc 24,37). Scrive Romano Guardini: «Il Signore è mutato. Non vive più come prima. La sua esistenza…non è comprensibile. Eppure è corporea, comprende…tutta quanta la sua vita vissuta, il destino attraversato, la sua passione e la sua morte. Tutto è realtà. Sia pure mutata, ma sempre tangibile realtà» (Il SignoreMeditazioni sulla persona e la vita di N.S. Gesù Cristo, Milano 1949, 433). Poiché la risurrezione non cancella i segni della crocifissione, Gesù mostra agli Apostoli le mani e i piedi. E per convincerli, chiede persino qualcosa da mangiare. Così i discepoli «gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro» (Lc 24,42-43). San Gregorio Magno commenta che «il pesce arrostito al fuoco non significa altro che la passione di Gesù Mediatore tra Dio e gli uomini. Egli, infatti, si degnò di nascondersi nelle acque del genere umano, accettò di essere stretto nel laccio della nostra morte e fu come posto al fuoco per i dolori subiti al tempo della passione» (Hom. in Evang. XXIV, 5: CCL 141, Turnhout 1999, 201).
Grazie a questi segni molto realistici, i discepoli superano il dubbio iniziale e si aprono al dono della fede; e questa fede permette loro di capire le cose scritte sul Cristo «nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi» (Lc 24,44). Leggiamo, infatti, che Gesù «aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati… Di questo voi siete testimoni”» (Lc 24,45-48). Il Salvatore ci assicura della sua presenza reale tra noi, per mezzo della Parola e dell’Eucaristia. Come, perciò, i discepoli di Emmaus riconobbero Gesù nello spezzare il pane (cfr Lc 24,35), così anche noi incontriamo il Signore nella Celebrazione eucaristica. Spiega, a tale proposito, san Tommaso d’Aquino che «è necessario riconoscere secondo la fede cattolica, che tutto il Cristo è presente in questo Sacramento… perché mai la divinità ha lasciato il corpo che ha assunto» (S.Th. III, q. 76, a. 1).
Cari amici, nel tempo pasquale la Chiesa, solitamente, amministra la Prima Comunione ai bambini. Esorto, pertanto, i parroci, i genitori e i catechisti a preparare bene questa festa della fede, con grande fervore ma anche con sobrietà. «Questo giorno rimane giustamente impresso nella memoria come il primo momento in cui… si è percepita l’importanza dell’incontro personale con Gesù» (Esort. ap. postsin. Sacramentum caritatis, 19). La Madre di Dio ci aiuti ad ascoltare con attenzione la Parola del Signore e a partecipare degnamente alla Mensa del Sacrificio Eucaristico, per diventare testimoni dell’umanità nuova.
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venerdì 20 aprile 2012

A Dio, don Giacomo (Contributi 629)

E' scomparso intorno alle 21.00 del 19 aprile Don Giacomo Tantardini, gran studioso di S.Agostino e animatore del mensile 30 Giorni. Quest'articolo/lettera di Mons. Negri tratto da La Bussola ce lo ricorda:

Carissimi amici,
ho chiesto ospitalità alla Bussola Quotidiana per tessere una prima memoria del nostro carissimo amico don Giacomo Tantardini che il Signore ha chiamato a sé nella giornata del 19 aprile. La sua scomparsa compie, fa finire, un periodo grande della nostra vita, anni di vera conversazione, di vero coinvolgimento nel tentativo di far diventare vita - soprattutto per i giovani - l’incontro con Cristo, e per educare questi giovani a una nuova e potente personalità umana e cristiana. 
Don Giacomo ha vissuto una dedizione incondizionata al suo compito educativo. Di lui ricordo la fede schietta, limpida, quasi fanciullesca che veniva a lui dalle popolazioni del lago e della montagna attorno alla Brianza in cui era nato e in cui affondavano le sue radici spirituali ed umane. Questa fede si è poi prodigiosamente riattualizzata nell’incontro con don Giussani, con cui ha vissuto una amicizia straordinaria per tutta la sua vita. Su questa fede semplice e radicale, semplice come quella di un bambino e granitica come quella di un uomo adulto che segue veramente, don Giacomo ha quindi sviluppato tutta la sua creatività, che ha investito significativamente anche il campo delle imprese culturali, sociali e politiche, dettando dei punti di riferimento sostanziali per la presenza cristiana nella società.
Certo, viveva la sua funzione diversamente da me e da altri – ognuno di noi ha un suo particolare modo di rispondere e di vivere la grande vocazione che riceve dal Signore –, probabilmente don Giacomo aveva delle intemperanze di tipo verbale o anche di tipo operativo, ma chi non ha qualche difetto nella sua vita? 
Nel dolore di questa sera lo sento presente come ho vissuto il rapporto con lui durante la nostra lunga amicizia. Un reale uomo di Dio, un reale uomo che non ha cercato nella sua vita se non la gloria di Dio; l’ha cercata e l’ha comunicata in termini comprensibili, ragionevoli, umanamente implicanti, commossi. A sua memoria ci consegna una grande eredità, alla quale tutti noi dobbiamo chiedere al Signore di rimanere realmente fedeli. Sant’Agostino, che egli ha amato e frequentato e nella cui profondità è penetrato in maniera singolare, gli aveva dato il senso dell’evento di Cristo, della grazia di Cristo.  Evento e grazia da mettere prima di tutto perché soltanto la grazia di Cristo assecondata nella libertà cambia l’uomo, e attraverso l’uomo cambiato cambia il mondo. 
E’ con questi sentimenti che io ho voluto far memoria di don Giacomo davanti a tutti i suoi amici. Certo, questa è un’eredità che ci obbliga a una maggiore profondità di conversione, a una maggiore intensità di carità verso i nostri fratelli uomini. Egli ha saputo amare al di là delle differenze culturali e antropologiche, sociali ed economiche, attaccato ad ogni incontro che faceva perché nell’incontro passasse il mistero di Grazia che aveva cambiato la sua vita e che egli serviva nella comunicazione a tutti quelli che incontrava.
Addio, diciamo noi cristiani. Lo restituiamo a Dio, con una grande gratitudine per questo evento e insieme con un grande dolore che soltanto la certezza della fede sa rendere umano, vivibile, ultimamente utile.

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mercoledì 18 aprile 2012

Vi racconto la storia di Gianna (Contributi 628)

Ecco, tratta da Il Sussidiario,  una bella intervista relativa ad un bel film:


«Avevamo sentito parlare Gianna ed eravamo stati presi dalla sua storia. Non avevamo mai pensato che potessero esserci dei sopravissuti all’aborto. Ci è apparso necessario affrontare l’argomento da un punto di vista umano e non politico. Abbiamo deciso che sarebbe stato un contesto potente per questa storia d’amore». A parlare a il Sussidiario.net è Andrew Erwin, che insieme al fratello Jon ha diretto il film uscito recentemente nelle sale cinematografiche “October Baby”, che nel primo weekend ha già fatto registrare una notevole risposta di pubblico. La pellicola racconta la storia di Hannah, ragazza diciannovenne che, dopo aver scoperto di essere stata adottata, parte alla ricerca di quella donna che, in un lontano giorno di ottobre, ha cercato di mettere fine alla gravidanza. I due registi hanno anche fatto sapere che devolveranno il dieci per cento dei profitti alla loro “charity” Every Life Is Beautiful a favore dell’adozione e dei centri di aiuto alla vita.
Erwin, è vero che è stato difficile trovare a Hollywood un distributore per il film, forse perché parlava dell’aborto?
È stato in effetti molto difficile, perché si aveva paura del tema. Ma quando abbiamo incominciato a proiettare October Baby la risposta è stata sorprendente e abbiamo capito di avere in mano qualcosa di veramente speciale. Ringraziamo Dio perché Provident e Samuel Goldwyn Films si sono presi questo rischio.  
Come siete riusciti a trovare alla fine un distributore?
Abbiamo iniziato con un test limitato a 14 sale. L’eccezionale risposta del pubblico ci ha dato notorietà.
Siete sorpresi del successo che il film sta avendo?
Sono molto contento che October Baby abbia trovato il suo pubblico. È gratificante sedere in un cinema e vedere come il pubblico risponde e si coinvolge nella storia. È straordinaria l’attenzione che suscita questo piccolo film con un grande cuore.
Ci sono state critiche al film da parte della stampa o dal mondo della politica?
 La risposta è stata grande, ne parlano tutti e con commenti decisi da entrambe le parti. Ma è questo il punto con ogni buon film, dar vita a discussioni. A me fa piacere sentire chiunque ne parli. 
Le è piaciuto il film Juno? In un certo senso, anche questo è un film contro l’aborto.
 Juno è stato fatto e diretto in modo eccellente. Una storia stratificata in modo sorprendente e penso che sia una descrizione molto bella e realistica di una scelta difficile per una giovane ragazza. Ha mostrato le emozioni di quel percorso e il valore della vita umana. Questo è il cuore anche dietro October Baby. La potenza della storia è in quel percorso. 
Voi siete cristiani?
Siamo protestanti, ma abbiamo un profondo apprezzamento per come la Chiesa cattolica ha difeso così a lungo la causa della vita. Sono orgoglioso che October Baby ci unisca in Qualcosa in cui entrambi crediamo così profondamente.
Parliamo di Rachel Hendrix: pensate che sia stata la scelta giusta per questa parte? Ed è stato facile lavorare con lei? Come ha reagito di fronte al soggetto?
Questo era il primo lungometraggio di Rachel. L’abbiamo scoperta diversi anni fa ed è la sola persona che io potessi immaginare nel ruolo di Hanna. Sono orgoglioso della sua memorabile prestazione in October Baby
Quale pensa sia il principale obiettivo di questo film e perché sta commuovendo così tante persone?
Lo scopo principale di October Baby è di raccontare una bella storia che impegna emotivamente il pubblico e lo intrattiene. È sorprendente vedere come è proprio questo che accade ed è qualcosa che uno deve sperimentare personalmente.
Ci può parlare di Every Life is Beautiful?
Volevamo restituire qualcosa, così abbiamo deciso di versare il 10% dei profitti che produrrà il film in questo fondo Every Life is Beautiful (Ogni vita è bella) a favore di varie organizzazioni che aiutano gli orfani, le adozioni e le gravidanze difficili. È per noi emozionante poter aiutare in un modo concreto.
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lunedì 16 aprile 2012

Il miracolo di Matteo, perdere la vita per guadagnarne tante altre (Contributi 627)

Ecco una bella storia raccontata su Il Sussidiario:


Hanno attraversato il dolore. Come la lama tagliente di un bisturi, il calvario e la morte di loro figlio Matteo, 19 anni, ha toccato il cuore. E se sono vivi è perché la fede ha impedito che venisse tagliata l’aorta. Si tratta dei coniugi La Nasa, cinquantenni di Burago (Monza). Lui, Saverio, lavora in una ditta di Bellusco che produce pluriball, le palline da imballaggio che scoppiano se pressate. Lei, Croce, detta Cettina, fa la collaboratrice scolastica in un grande istituto di Vimercate. Stanno raccontando a tutti l’esperienza speciale che hanno vissuto e che stanno vivendo. Sì, perché la morte di Matteo ha spalancato altri percorsi, per loro, e per molti altri genitori cui è capitato il peggio: fare il funerale al proprio figlio o figlia. Quello che segue è una trascrizione, il più fedele possibile, di quanto hanno detto una sera, ad un gruppo di amici arcoresi. Tra i presenti, c’erano alcuni che hanno fatto compagnia ai La Nasa quando Matteo era ancora vivo, e con cui è nata un’amicizia profonda.
“Noi avevamo la fede, semplice, anche prima che capitasse l’incidente – ha detto Saverio –. Perciò quando è accaduto l’incidente, pur nel dolore straziante, non eravamo disperati”. Per chi non si ricorda, l’estate del 2010, Matteo è stato schiacciato, mentre beveva una bibita a un tavolo, nel Lecchese, da un’auto volata giù da un tornante. Alla guida un suo coetaneo, incosciente, che stava viaggiando ad una velocità folle per la strada. Matteo stupì subito tutti: secondo la letteratura medica sarebbe dovuto morire sul colpo. Impossibile sopravvivere per le fratture riportate. Invece, quattro mesi di coma profondo, poi il coma vigile. “Ha aperto gli occhi – ha fatto presente Cettina – io saltavo dalla gioia. Esultavo e orgogliosa dicevo: Dio fa vedere la sua potenza. Adesso mio figlio gliela fa vedere a tutti, altro che morto”. Ma i danni riportati rimanevano gravi: il cervello dalla botta subita si era girato dentro il cranio; in quattro mesi, quelli del coma profondo, era ritornato nella sua posizione originaria, ma il male era fatto. Matteo non parlava, non si muoveva. “Però ci riconosceva – ha precisato la madre – e rispondeva con gli occhi alle nostre domande: se li chiudeva significava ‘sì’, se li teneva aperti era un ‘no’”.
“In Matteo vedevamo la passione di Gesù – sottolinea Saverio – anche se non so che cosa sentiva dentro, cosa soffrisse. Il dolore si manifestava in lui con delle forti sudorazioni. Noi eravamo tranquilli, e la nostra tranquillità ha colpito chi ci ha conosciuto. Ma era Matteo stesso che infondeva pace a chi ci veniva a trovare e dare una mano. Riconoscevamo Gesù presente con noi, in quella situazione”.
 Non tutti hanno reagito in casa allo stesso modo. La figlia maggiore Claudia, 22 anni (l’altra è Giulia, di 13) ad esempio, era ed è arrabbiata con Dio. Tanto da arrivare a chiedere a sua mamma Cettina in un dialogo acceso se avesse mai chiesto a Matteo se fosse arrabbiato anche lui con Dio. “Allora glielo ho chiesto – ha detto Cettina. La risposta è stata un ‘no’. Gli ho chiesto se fosse arrabbiato con chi l’ha investito; risposta ‘sì’.”
Un altro atteggiamento è stato quello di Dori, 19 anni, la ragazza di Matteo. Non solo ha continuato a seguirlo nella sua nuova condizione, ma ha rinunciato agli studi per un anno per seguirlo e accudirlo, lavandolo e imboccandolo. Farà la maturità quest’anno. “Lei non è credente – ha precisato Cettina – ma per me è come se fosse benedetta dal Signore. Ora, come prima, è una di casa”. E con Matteo, sereno nella sua grave infermità, si è cominciato a pregare insieme, per tutti quelli che erano nel dolore.
Dai presenti uno domanda: ma non avete mai chiesto il miracolo, la guarigione di vostro figlio? Ha risposto Saverio: “Certo che sì. Abbiamo messo Matteo su un’auto speciale e siamo andati tutti a Lourdes, per chiedere il miracolo. Non è guarito, ma abbiamo avuto la pace, un miracolo che oggi vogliamo far conoscere a tutti”.  Cettina, in particolare, andando nelle scuole per sollecitare i giovani alla prudenza in auto e le autorità a una legge che riconosca l’omicidio stradale, sta conoscendo diverse famiglie. Storie come la nostra, di ragazzi periti per incidente: sono centinaia. Ma molti non hanno la fede, molti l’hanno persa proprio per quello che è capitato loro. E allora che cosa succede? “Invito a casa mia quelle donne che mi cercano e parliamo. Chiedo loro se pregano per loro figlio o figlia: tante non lo fanno più, e iniziamo a discutere. Certo, molte piangono, urlano e si disperano”.
“Senza la fede, c’è la disperazione – ha ribadito Saverio. Qualcuno pensa e ci dice che siamo pazzi, o ‘bastardi’, ma per noi la morte non è la fine di tutto, ma una nuova vita. Tanto è vero che al funerale abbiamo preteso i paramenti bianchi”. E qualcuno degli arrabbiati ritorna, ci ripensa. Qualcuno riprende a pregare. E la speranza, nel dolore, torna a fiorire. Ecco che cosa è successo ultimamente. I coniugi hanno chiesto di potere avere un’udienza col santo Padre.
“Incredibile – ha sottolineato Saverio – è arrivata subito la risposta. Io pensavo a mesi, sapete, la lista d’attesa, la burocrazia... Invece: 25 aprile”. Cettina allora vuole estendere l’invito e va su Facebook (Croce Castiglia) e mette l’annuncio. “Pensavo che avrebbero aderito 10, 15 persone al massimo. Invece in pochi giorni siamo arrivati a quota 400. Nessun problema, la sala Nervi è grande. E qualcuna mi ha chiesto: ma che cosa hai fatto? Io niente, le ho risposto, forse sono i nostri figli che da lassù stanno organizzando…”.
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domenica 15 aprile 2012

Crisi economica: il buon esempio arriva dai sacerdoti (Contributi 626)

Bell'articolo tratto dal sito UCCR:

In un momento di forte crisi economica, in Italia ma anche nel resto Europa, tutti sono chiamati al sacrificio. I sacerdoti vogliono contribuire, condividere la difficoltà con la popolazione e dalle cronache abbiamo preso quattro semplici esempi che lo dimostrano. Senza il prete la morte e la passione di Nostro Signore non servirebbero a niente. È il prete che continua l’opera della Redenzione sulla terra l prete non è prete per sé, lo è per voi
Occorre premettere che nessuno naviga nell’oro. Nel 2009 il Vaticano aveva 15 milioni 313 mila euro di disavanzo,  dai tariffari vaticani sappiamo che un giovane prete riceve sugli 800 euro al mese, un parroco circa 1000 euro, un vescovo appena 1.300 euro (un’inezia, se paragonato allo stipendio di un qualsiasi dirigente). L’esenzioni dell’Ici, come stabilito dal ministero dell’Economia, vale circa 100 milioni di euro, una cifra ininfluente per il bilancio pubblico, e che tra l’altro non è imputabile alla sola Chiesa ma comprende anche tutti gli altri enti no profit.
Xavier Novell
Mons. Xavier Novell, ratzingeriano di ferro e il più giovane vescovo spagnolo (42 anni), ha deciso di ridurre la sua mensilità del 25 per cento, passando da 1200 a 900 euro«Lo faccio per manifestare la mia solidarietà concreta a coloro che sono stati colpiti dalla crisi»«I cattolici», ha spiegato invitando anche altri a farlo, «non possono rimanere impassibili di fronte al bisogno, non possiamo passare oltre come i viandanti della parabola del Buon Samaritano. La causa della crisi va ricercata proprio nel fatto che ognuno di noi ha voluto vivere al di sopra dei propri mezzi. Se ne esce solo tutti insieme: noi, nella nostra Diocesi, cominciamo con questo piccola rinuncia». In un’intervista ha fatto questa bellissima riflessione: «Dare le ragioni della fede è il vero modo di essere progressista. Qualcuno dice che il cristianesimo si è diffuso per invidia. Sono molto d’accordo: la gente vedeva che i cristiani erano felici e si convertiva. La nostra generazione ha vissuto di rendita, ma non possiamo più permettercelo: ci vuole un annuncio del vangelo amichevole e coraggioso».
Charles J. Chaput
L’arcivescovo di Philadelphia, Charles J. Chaput, ha deciso invece di vendere l’enorme edificio in pietra che è stato la residenza del cardinale della Chiesa cattolica nella città per 76 anni, per trasferirsi inun’abitazione molto più modesta. Non ci sta, infatti, a vedere che i fedeli subiscano disagi mentre lui vive in una residenza del genere, inoltre vuole mandare un messaggio a tutte le diocesi cattoliche, perché vendano le residenze più fastose, per traslocare in abitazioni meno lussuose. Lui stesso, nel 1999, quando era arcivescovo di Denver, ha venduto la villa che aveva ospitato il suo predecessore per andare a vivere nel seminario diocesano.
Don Diego Soravia
Don Diego Soravia, da ventiquattro anni parroco della chiesa di Santo Stefano di Cadore, nel Bellunese, ha deciso da due anni di aiutare con un assegno di 500 euro chi decide di mettere al mondo un figlio. In questo tempo sono state quattordici le coppie, sposate o meno, che hanno potuto contare sull’aiuto di don Diego (la comunità è piccola): «So bene che si tratta di una cifra simbolica», precisa, «ma è un piccolo incentivo per realizzare qualcosa di grande». I soldi arrivano da iniziative della parrocchia, come un mercatino dell’usato. Ma non è tutto: «Quest’anno», ha spiegato, «abbiamo donato al Comunequattromila euro per il restauro della cappella del cimitero, l’anno scorso abbiamo destinato i fondi all’arredo urbano del paese». Altri soldi sono serviti all’acquisto di tre ambulanze.
Mons. Francesco Moraglia
Mons. Francesco Moraglia, nuovo patriarca di Venezia, si è insediato da poco in laguna, e continua a rimanere un prelato vicino alla gente. Incontra sempre la gente, dando precedenza ai giovani e agli operai,serve i pasti alla mensa dei poveri e poi, per sistemare l’appartamento, ha chiesto di acquistare soltanto in magazzini di arredamento rigorosamente low cost, come l’Ikea o un megastore che sia economico e senza troppe pretese.
Ovviamente di esempi ce ne sarebbero a decine e si potrebbe continuare a lungo, ma bastano per confermare le parole di Giovanni Maria Vianney«senza il prete la morte e la passione di Nostro Signore non servirebbero a niente. È il prete che continua l’opera della Redenzione sulla terra. Il prete non è prete per sé, lo è per voi». Ne approfittiamo infine per fare nostro l’appello di Paolo Gambi, tra i responsabili del portale “The Catholic Herald”, il quale chiede alle diocesi italiane (come avviene in molti Paesi del mondo) che già non lo fanno, di prendere esempio dalla CEI e rendere pubblici i propri bilanci in modo che nessuno abbia a sospettare di mala gestione del danaro. Anche per quanto riguarda l’8×1000, la parte gestita direttamente dalla CEI è resa pubblica, ma quella distribuita alla diocesi non sempre. Bisognerebbe che tutte le diocesi rendessero noto ai contribuenti che firmano l’8 per mille in favore della Chiesa cattolica – e a quelli che non lo fanno – che fine fanno i propri soldi. E’ più che mai necessario dare un segnale chiaro di estrema trasparenza.
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Domenica 2^ di Pasqua - Divina Misericordia (Angelus 74)


Cari fratelli e sorelle!
Ogni anno, celebrando la Pasqua, noi riviviamo l’esperienza dei primi discepoli di Gesù, l’esperienza dell’incontro con Lui risorto: racconta il Vangelo di Giovanni che essi lo videro apparire in mezzo a loro, nel cenacolo, la sera del giorno stesso della Risurrezione, «il primo della settimana», e poi «otto giorni dopo» (cfr Gv 20,19.26). Quel giorno, chiamato poi «domenica», «Giorno del Signore», è il giorno dell’assemblea, della comunità cristiana che si riunisce per il suo culto proprio, cioè l’Eucaristia, culto nuovo e distinto fin dall’inizio da quello giudaico del sabato. In effetti, la celebrazione del Giorno del Signore è una prova molto forte della Risurrezione di Cristo, perché solo un avvenimento straordinario e sconvolgente poteva indurre i primi cristiani a iniziare un culto diverso rispetto al sabato ebraico.
Allora come oggi, il culto cristiano non è solo una commemorazione di eventi passati, e nemmeno una particolare esperienza mistica, interiore, ma essenzialmente un incontro con il Signore risorto, che vive nella dimensione di Dio, al di là del tempo e dello spazio, e tuttavia si rende realmente presente in mezzo alla comunità, ci parla nelle Sacre Scritture e spezza per noi il Pane di vita eterna. Attraverso questi segni noi viviamo ciò che sperimentarono i discepoli, cioè il fatto di vedere Gesù e nello stesso tempo di non riconoscerlo; di toccare il suo corpo, un corpo vero, eppure libero dai legami terreni.
E’ molto importante quello che riferisce il Vangelo, e cioè che Gesù, nelle due apparizioni agli Apostoli riuniti nel cenacolo, ripeté più volte il saluto «Pace a voi!» (Gv 20,19.21.26). Il saluto tradizionale, con cui ci si augura lo shalom, la pace, diventa qui una cosa nuova: diventa il dono di quella pace che solo Gesù può dare, perché è il frutto della sua vittoria radicale sul male. La «pace» che Gesù offre ai suoi amici è il frutto dell’amore di Dio che lo ha portato a morire sulla croce, a versare tutto il suo sangue, come Agnello mite e umile, «pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14). Ecco perché il beato Giovanni Paolo II ha voluto intitolare questa Domenica dopo la Pasqua alla Divina Misericordia, con un’icona ben precisa: quella del costato trafitto di Cristo, da cui escono sangue ed acqua, secondo la testimonianza oculare dell’apostolo Giovanni (cfr Gv 19,34-37). Ma ormai Gesù è risorto, e da Lui vivo scaturiscono i Sacramenti pasquali del Battesimo e dell’Eucaristia: chi si accosta ad essi con fede riceve il dono della vita eterna.
Cari fratelli e sorelle, accogliamo il dono della pace che ci offre Gesù risorto, lasciamoci riempire il cuore dalla sua misericordia! In questo modo, con la forza dello Spirito Santo, lo Spirito che ha risuscitato Cristo dai morti, anche noi possiamo portare agli altri questi doni pasquali. Ce lo ottenga Maria Santissima, Madre di Misericordia.
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La presunzione degli adulti e la semplicità dei piccoli (Contributi 625)

Un articolo di Laura Cioni tratta da "Il Sussidiario":


È bello guardare un bambino quando fa i compiti, l’impegno della mano nel ricopiare in bella i pensierini, l’aiuto che chiede per non sbagliare le maiuscole e gli accenti, l’impazienza di finire, il sollievo e la gioia di tornare a giocare. E dentro tutto questo risuonano i suggerimenti del papà e della mamma sull’ordine della pagina e sulla cura nel cancellare gli errori.
Fossimo noi grandi, che abbiamo già imparato a scrivere, così belli sotto gli occhi di Dio: attenti ai compiti che la vita ci assegna e certi che il Signore guarda con amore il nostro lavoro.
Gesù  ha vissuto i  trent’anni della sua vita nascosta, i tre anni della sua vita pubblica, i tre giorni della sua Pasqua facendo la volontà del Padre. Non una imposizione dura, ma il segreto di una relazione unica, eppure donata a tutti coloro che la vogliano accogliere. Il Vangelo coglie la sua gioia nell’aderire al disegno di Dio:
Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli.
“Ma che cosa significa «essere piccoli», semplici?” – spiega il Papa, commentando questo passo –. “Qual è «la piccolezza» che apre l’uomo all’intimità filiale con Dio e ad accogliere la sua volontà? Quale deve essere l’atteggiamento di fondo della nostra preghiera? Guardiamo al «Discorso della montagna», dove Gesù afferma: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). È la purezza del cuore quella che permette di riconoscere il volto di Dio in Gesù Cristo; è avere il cuore semplice come quello dei bambini, senza la presunzione di chi si chiude in se stesso, pensando di non avere bisogno di nessuno, neppure di Dio”.
Tutto è stato donato all’uomo dal Signore, anche la sua tristezza. San Paolo usa le parole di Gesù nel buio nell’orto degli ulivi, quando nella luce ardente del Signore risorto scrive ai Romani:
Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre». Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. Allo stesso modo lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili.
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Questa è la Pasqua (Interventi 124)

Un amico mi ha segnalato un post di un blog, e io lo segnalo a tutti voi:


«Non basta il discorso. E neanche il tentativo. Le domande che contano sono quelle la cui risposta diventa carne. La nostra carne. Se la risposta non aumenta la domanda, non è una risposta. È uno sbaglio. O, peggio, superbia e sbruffoneria. Il più grande peccato è l’astrazione». Così ho letto da poco sul blog Berlicche.wordpress.com e alcuni avvenimenti delle ultime settimane hanno dato conferma a queste parole. Come docente ed educatore mi sono sentito chiedere più volte “come si fa a seguire Cristo”; questa domanda mi ha toccato particolarmente di recente quando è stata fatta da un ragazzo che appena si reggeva in piedi perché aveva bevuto troppo. Incontratolo per la strada di sera in condizioni limite e conoscendolo, l’ho accompagnato a casa e lui mi ha posto proprio quella domanda sul come seguire Gesù, aggiungendo che vorrebbe farlo ma non sa come. Nonostante la situazione, l’ho preso sul serio e lungo il tragitto ho tentato alcune risposte sempre incalzate da altre domande. Salutandomi e ringraziandomi, mi ha detto: «È difficile quello che mi ha detto, ma non lo dimenticherò e appena possibile ne parleremo». Io non ci contavo molto visto il suo stato eppure qualche giorno dopo in un messaggio su Facebook quel ragazzo mi scriveva: «Non mi viene facile ancora capire come seguire Gesù, ma di una cosa sono certo,lei quella sera non mi abbandonato nelle mie condizioni, ha sopportato il mio alito pesante, mi ha ascoltato e risposto come fossi sobrio, c’è stato e di questo la ringrazio di cuore».
Commosso per queste parole, non posso che dire che: Questa è la Pasqua! Qualche giorno dopo mi ritrovo a leggere il seguente post di un amico che opera in un oratorio di un quartiere difficile: «Durante la visione di un film sulla vita di Gesù in oratorio, quando il popolo gridò che voleva libero Barabba, un ragazzino si alza e grida “Pezzi di cornuti e sbirri, Gesù dovete gridare, no Barabba”, poi si siede quasi in lacrime». Ancora una volta un fatto concreto, non parole o astrazioni, ma la voce forte di un ragazzo che prende le difese di Cristo. Questa è la Pasqua! C’è un terzo evento che mi ha toccato il cuore e lasciato senza parole, accaduto in una visita di istruzione. Di ritorno da una serata felice con un gruppo di studenti, prendiamo un tram che ci riporti in hotel; pur seguendo le indicazioni alla lettera, non potevamo sapere che quel tram dopo un certo orario cambiava il suo giro e così ci ritroviamo dall’altra parte della città. Che fare? Pochi punti di riferimento, orario tardo, nessun taxi in vista. Facciamo un po’ di strada a piedi e troviamo una rimessa dei tram. Ci informiamo, ma il prossimo mezzo sarebbe partito dopo un’ora e comunque non da lì. Non avevamo perso la speranza e di certo non c’era alcun pericolo, ma i nostri volti erano eloquenti per la stanchezza e il sonno. All’improvviso un uomo in tuta da meccanico che aveva ascoltato la conversazione, scambia uno sguardo con il collega e poi ci fa cenno di seguirlo. Tra il nostro stupore ci invita a salire su un tram, si mette alla guida e ci porta nei pressi dell’hotel. Ricordo le parole di uno dei ragazzi: “Allora gli angeli esistono davvero”!E un’altra in risposta: “Vedi a che servono le preghiere?”. Tra me pensavo: Questa è la Pasqua: un angelo vestito da meccanico!
Il blogger Berlicche scrive ancora: «Il cristianesimo non è una religione, ma un avvenimento, un fatto. L’altro ieri, rileggendo alcuni brani, ho avuto all’improvviso l’illuminazione. Ho capito il senso vero, cosa si intende con “fatto, avvenimento”. Sulla mia vita. Tac, tac, i pezzi sono andati a posto. E subito ho pensato, accidenti, devo subito dirlo, devo subito spiegarlo, trovare parole adatte perché tutti possano capire, che non succeda a loro come accadeva a me. E dopo un po’ mi sono trovato alle prese con le stesse solite parole, con gli stessi soliti esempi, incapace pure io di quella parola che possa aprire gli occhi del cuore. Perché Nec lingua valet dicere nec littera exprimere quid sit Jesu diligere, cioè “Non c’è parola scritta o parlata che possa dire cosa sia trovare gioia in Gesù”. E, accidentaccio, è vero. Per capirlo bisogna che accada. È un’esperienza, la più grande esperienza possibile, la sola che davvero valga la pena. È l’unica cosa che posso dirvi ancora: fate sì che accada a voi». Questa è la Pasqua!

mercoledì 11 aprile 2012

La Passione, tra Vangeli coerenti ed esegesi meno (Contributi 624)

Riprende, con questo testo,  la pubblicazione degli articoli di Ruggero Sangalli, tratti da La Bussola, per comprendere in modo più corretto il racconto evangelico e la sua storicità:


La lettura puntuale del Vangelo rivela che Gesù è sempre molto attento agli orari e, più in generale, al tempo scandito. Ogni appuntamento è l’occasione per riconoscere un dono di Dio nel tempo che scorre, all’alternarsi del buio e della luce, delle stagioni, dei cicli lunari e delle festività che il popolo ebraico ha stabilito per celebrare la memoria degli interventi di Dio nella storia. Non deve quindi sorprendere il frequente riferimento di cui Gesù e gli evangelisti fanno uso indicando le modalità con cui la società di allora soleva rapportarsi con il tempo. Ne consegue che, per cogliere pienamente il significato di queste puntuali annotazioni, è necessario conoscere con sufficiente precisione il sistema di riferimento globale.
All’epoca in cui il Figlio visse l’Incarnazione non erano ancora disponibili gli orologi moderni, ma una conoscenza diffusa della natura e l’osservazione della medesima permettevano ugualmente una scansione accurata del tempo. Quando il Sole spunta sopra l’orizzonte è l’orario esatto dell’alba e quando esso scompare sotto la linea dell’orizzonte è il preciso orario che viene chiomato tramonto. Tuttavia, l’osservazione solare consente di vedere che i passaggi dal buio alla luce e viceversa sono graduali: i primissimi chiarori anticipano l’alba di circa un’ora e mezza, mentre il buio fitto segue il tramonto di altrettanti minuti. Dopo l’alba, il Sole rimane dapprima basso, per salire progressivamente verso il punto più alto nel cielo (mezzogiorno), raggiungendo a metà mattina un’intensità luminosa considerata “piena”; nel pomeriggio, invece, a un certo punto il Sole inizia sensibilmente a declinare, allungando le ombre: entrambe queste situazioni, tra l’alba e la metà del mattino, e dopo la metà del pomeriggio fino al tramonto, erano distinguibili e distinte nello scandire i tempi del giorno. Anche la notte ha un proprio momento più buio, la mezzanotte, equamente distante dagli ultimi chiarori serali e dai primi che annunciano l’aurora. Queste fasi sono oggi codificate scientificamente attraverso quello che è definito come il crepuscolo rispettivamente detto “civile”, “nautico” e “astronomico”. Il calendario dell’almanacco solare spiega che il periodo che precede il sorgere del sole o ne segue il tramonto prende il nome di crepuscolo. La sua durata complessiva è legata alla data e alla latitudine del luogo in cui si trova l'osservatore ed è connessa pure, in maniera sensibile, alle condizioni meteorologiche e alla trasparenza dell'atmosfera. Il crepuscolo civile inizia subito dopo il tramonto e termina quando il Sole si trova sotto l'orizzonte di 6 gradi. Durante tale fase, essendo il cielo molto luminoso, le stelle non sono ancora visibili. La visione senza l'ausilio di altra illuminazione supplementare da parte dell’osservatore è ancora possibile. Poi ha inizio il crepuscolo nautico, durante il quale cominciano a essere gradualmente visibili le stelle. All'inizio si osservano soltanto quelle di prima magnitudine, successivamente quelle di seconda e infine, al termine del crepuscolo, quelle di terza. Il sole nel frattempo è passato da 6 a 12 gradi sotto l'orizzonte, e i suoi raggi riescono ancora a rischiarare, seppure molto debolmente, gli strati più alti dell'atmosfera. La denominazione di "nautico" dipende dal fatto che, durante tale crepuscolo, il navigante può osservare le stelle al fine di determinare la propria posizione in mare. Per tale scopo egli utilizza un particolare strumento ottico, il sestante, con il quale misura l'altezza degli astri rispetto all'orizzonte marino. È quindi necessario poter osservare contemporaneamente sia l'orizzonte sia le stelle: tale contemporaneità non è invece possibile durante gli altri crepuscoli. Al termine di questa seconda fase, inizia il crepuscolo astronomico durante il quale si rendono visibili tutte le altre stelle, fino alla sesta magnitudine. Alla fine di tale periodo, il Sole è depresso di 18 gradi e l'oscurità è completa: si perde cioè del tutto la percezione dei colori e dei contorni degli oggetti non illuminati. Al mattino, ogni cosa procede a ritroso, da quando il Sole sta 18° sotto l’orizzonte all’alba vera e propria. In aggiunta, vi sono altri indicatori naturali: per esempio il gallo suole iniziare a cantare circa un’ora prima dei primi chiarori (anticamente era un animale associato a simbologie religiose, perché anticipatore del ritorno del Sole, adorato come divinità). Il gallo continua poi a cantare fin quasi a metà dell’aurora, per smettere all’incirca un’ora prima dell’alba propriamente detta. 
Tutte queste informazioni ci permettono di rileggere con una diversa sensibilità le pagine dei Vangeli (per esempio la quarta vigilia della notte in Matteo 14,25 e le varie ore della giornata lavorativa in Matteo 20, 4-6). I romani dividevano la notte in quattro frazioni (veglie o vigilie) che corrispondevano ai turni di guardia delle sentinelle (sera, mezzanotte, canto del gallo e mattino). Durante il giorno, la divisione ancora in quattro periodi seguiva i movimenti del Sole (mattino, ora terza fino a che le ombre non son più allungate, ora sesta nel pieno Sole del mezzogiorno, ora nona da quando il Sole inizia a declinare fino al tramonto). Naturalmente, queste “ore” variavano al variare delle stagioni e non corrispondono quasi mai alle “nostre” di sessanta minuti, durando in realtà circa tre ore delle nostre odierne. Durante la notte, i romani stessi distinguevano un gallicinium al primo canto del gallo dal canticinium, circa un’ora dopo, quando il gallo smette di cantare: infatti Marco 14,72 fa un precisissimo riferimento a questo intervallo, per nulla vago. Fin da epoca antica quest’ora è quella in cui si celebra  il matutinum della Liturgia delle ore ed essa si protrae fino al cosiddetto diluculum, per quella che è l’ora più luminosa dell’aurora che precede l’alba, da cui comincia il mattino, cioè il primo quarto del giorno. Gli ebrei avevano assunto queste modalità di computo dei romani, ma mantenevano anche articolazioni più precise (in Giovanni 1,39 è ricordata un’indimenticabile ora decima; Matteo 20,6 fa riferimento agli operai dell’undicesima ora). Può risultare interessante consultare siti Internet che riportano la precisissima scansione oraria per l’accensione delle candele, cosa che fa comprendere come l’accensione delle luci anticipi il tramonto. In alcune traduzioni di Luca 23,54  si parla delle «prime luci del sabato» che già brillavano, caratterizzando di straordinaria precisione un’annotazione apparentemente più vaga. Ora, è possibile riportare quanto fin qui esposto a una data precisa: il 14 nisan dell’anno in cui Gesù fu crocifisso. Già si sa, per svariate ragioni, che l’anno non può essere che il nostro attuale 33 d.C. Dai calendari perpetui, si può riferire quel 14 nisan al 1° aprile del calendario gregoriano attualmente in uso da noi, un venerdì. Forti di questa data precisa e di un luogo certo, Gerusalemme, si hanno dunque tutti gli elementi per rivisitare la scena nel suo svolgersi esatto.
Anzitutto, si è favoriti dal fatto che la Pasqua cada a ridosso dell’equinozio di primavera, per cui la divisione in 12 ore di giorno e 12 ore di notte è abbastanza veritiera. Ci si deve tuttavia rendere pure conto che l’orario oggi vigente e riferito al meridiano di Greenwich è una convenzione. Per questa stessa consuetudine, il fuso orario attuale di Gerusalemme è anticipato di tre ore rispetto a quello “ufficiale”, il cosiddetto GMT: Greenwich Mean Time. Tuttavia, il Sole a Gerusalemme, come altrove, sorge e tramonta a un orario proprio, per cui raggiunge l’apice in cielo indipendentemente dalle 12,00 ufficiali. Vittorio Messori, in Patì sotto Ponzio Pilato, spiega che il padre domenicano Marie-Joseph Lagrange (1855-1938), celebre biblista, verificò personalmente come a Gerusalemme, in aprile, il canto del gallo sia udibile prima delle 3,00 del mattino. A fine marzo, ciò accade una mezz’ora più tardi: il 14 nisan ebraico va dal tramonto del giovedì al tramonto del venerdì del nostro modo di scandire i giorni, quindi tra il 31 marzo e il 1° aprile. Si può verificare (attenzione a non lasciarsi confondere dalle moderne esigenze dell’ora legale) che l’alba a Gerusalemme, quel 1° aprile, fu esattamente alle 5,26. I primi chiarori (il “crepuscolo astronomico”, 18° sotto l’orizzonte) cadde alle 4,10. Il gallo cantava già alle 3,00 (gallicinium) e smise di farlo poco dopo le 4,00 (canticinium), in corrispondenza con il crepuscolo astronomico. Il mezzogiorno reale fu alle 11,25 e il tramonto alle 17,59: il Sole saliva nel cielo dall’alba alle 8,30 (mattino), l’ora terza andava dalle 8,30 alle 11,30, la sesta dalle 11,30 alle 14,30 circa e la nona era corrispondente al declinare del sole. Secondo le regole ebraiche -già citate- di accensione delle candele, il primo di aprile, 14 nisan, esse andavano accese (plag ha-minchà) attorno alle 16,40, più di un’ora prima del tramonto.  Ricapitolando, si ha qui una serie intera di criteri certi e circostanziati per seguire con grande precisione il racconto dei Vangeli. Si sono prese le mosse ricordando il grande risalto che Gesù e i Vangeli danno alla scansione del tempo, nel rispetto della Legge e della ritualità mosaica.
Non a caso Gesù, agnello da immolare, fa l’ingresso a Gerusalemme sei giorni (il 10 nisan) prima di Pasqua (15 nisan), rispettando la prescrizione di Esodo 12,3 in base al quale il decimo del mese è il giorno per procurare l’agnello pasquale. Il Vangelo di Marco descrive l’andirivieni tra Betania e Gerusalemme, verificatosi in quei giorni, permettendo di individuare le mosse di Gesù e dei dodici nei giorni 11, 12 e 13 nisan: quest’ultimo, peraltro, è il giorno che ebbe inizio con una cena a Betania resa memorabile dal (secondo) “spreco” di oli costosi per onorare Gesù (preceduto da quello descritto da Giovanni a casa di Lazzaro, avvenuto tre sere prima) e che fu seguito da un discorso ai “gentili” caratterizzato dalla manifestazione (la terza, dopo quella del Battesimo e della Trasfigurazione) della voce del Padre (Gv 12,28). A quel punto, Gesù dice: «Sapete che tra due giorni è la Pasqua» (Matteo 26,2): è cioè ancora il 13 nisan. Quando i discepoli vanno a preparare il luogo per la cena, secondo le indicazioni ricevute, il tramonto è già passato: sono quindi le 18,00 ed è iniziato il 14 nisan, che era anche il giorno in cui si toglieva meticolosamente da casa ogni traccia di pane lievitato (di fatto il primo degli azzimi) e il giorno in cui si immolavano gli agnelli (Matteo 26,17; Marco 14,12; Luca 22,7): dunque nessuna contraddizione tra gli evangelisti!
Per il nostro modo di intendere, si è nel tardo pomeriggio del giovedì e c’è ancora molta luce. Quanto poi segue è sensatissimo: la cena fu consumata «giunta la sera» (Matteo 26,20), cioè tra le 18,00 e le 21,00. Il lungo discorso di addio, meticolosamente consegnatoci da Giovanni nei capitoli da 14 a 17 del suo Vangelo, prende avvio dopo che Giuda è uscito, ed era già notte (Giovanni 13,30), quindi dopo le 21,00. Lo scrupolo con cui Giovanni riporta queste parole profondissime dà l’idea di un lungo e intenso momento di preghiera vissuto da Gesù assieme agli Undici. Quando la cena terminò, la notte era ancora più inoltrata e si era in piena “seconda vigilia”. Il tempo di arrivare al Getsemani non dovette superare la mezz’ora e la luna piena garantiva sufficiente vista ai passi anche fuori città. La preghiera vinta dal sonno dei discepoli dura un’ora - come Gesù specifica (Matteo 26,40 e Marco 14,37) - ed è dunque mezzanotte passata quando Giuda arriva con le guardie del tempio per arrestare il salvatore. La cattura e la traduzione in catene presso il sommo sacerdote durano ragionevolmente un’altra ora. Segue il primo processo religioso, nel cuore della notte. Il rinnegamento di Pietro è precisamente collocato dai due canti del gallo, tra le 3,00 e le 4,00. Poi c’è una breve detenzione di Gesù presso Caifa, quindi il passaggio al Sinedrio, convocato il mattino presto, attorno alle 5,30. Da Ponzio Pilato si arriva subito dopo, quindi c’è il rapido confronto presso Erode e infine il ritorno nuovamente da Pilato, che svolgeva il proprio ruolo di magistrato più logicamente presso il palazzo degli Asmonei che non nella torre Antonia, e comunque il tutto in uno spicchio di città sufficientemente ridotto da giustificare la repentinità del succedersi degli eventi. Tutti questi spostamenti rapidi avvengono al mattino, prima delle 8,00. Gesù viene fatto flagellare attorno alle 8,30; quindi è mostrato sfigurato al popolo che ne chiede una volta ancora la condanna a morte, preferendogli la liberazione di Barabba, già dopo le 9,00. Quando Pilato, lavandosene le mani, consegna Gesù ai carnefici  per la crocifissione è dunque già iniziata l’ora terza (che è tra le 8,30 e le 11,30), come riporta Marco 15,25. La Via Crucis, che prevede pure la collaborazione forzata di Simone di Cirene, fino al Calvario (circa 500-600 metri di strada) e la crocifissione si svolgono logicamente tra le 10,00 e le 11,30. Giovanni ci dice che era l’ora sesta: effettivamente - a parte un possibile problema di interpretazione tra un digamma (il tre) e un sigma aperto (il sei) di cui disquisisce Raymond Brown  nel suo Giovanni, tale per cui il Codice Sinaitico riporta “ora terza” anche per l’orario della crocifissione descritto nel quarto Vangelo -, soprattutto se il Sole non era più molto visibile, era facile confondere la fine dell’ora terza con l’inizio della sesta (che non sono orari distanti tre ore, ma intervalli lunghi circa tre ore che si succedono l’un l’altro). C’è anche un’altra spiegazione: mentre Marco utilizza la convenzione romana, per cui l’ora terza è un periodo di tre ore (dalle 8,30 alle 11,30 circa, visto l’orario effettivo in cui il Sole sarebbe stato esattamente “a picco” nel cielo), Giovanni utilizza il sistema ebraico, per cui l’ora sesta è effettivamente l’ora dalle 10,30 alle 11,30, coerente con lo svolgersi della Via Crucis e la crocifissione, nonché sovrapponibile alla tempistica indicata da Marco. I sinottici riportano che si fece buio tra l’ora sesta e la nona, orario in cui la Croce era già stata innalzata con Nostro Signore a essa inchiodato. Quando Gesù muore è l’ora nona. Si aggiunge qui un altro straordinario elemento astronomico: quel giorno, già misteriosamente caratterizzato da un’assenza della luminosità incompatibile con un’eclisse solare (che non può esserci in caso di Luna piena), ci fu una spettacolare eclisse di Luna, una di quelle che arrossano il disco lunare facendolo apparire color sangue. Ebbene, il fenomeno a Gerusalemme fu visibilissimo (e questo fa pensare che l’oscurità non fu dovuta a nubi) proprio attorno alle 15,00 (lo si può verificare sui cataloghi delle eclissi lunari della NASA) e possiamo ben comprendere l’impressione che essa suscitò in un simile frangente, evidenziato anche dalla scarsità di luce solare. Indubbiamente, questo fenomeno richiamò la profezia di Gioele (3,3-4) e anche Pietro non mancò di farlo notare (Atti 2,19-20) ai propri interlocutori, certamente memori di quanto accaduto il 14 nisan, in un discorso subito dopo la Pentecoste, quindi nemmeno due mesi dopo. Quando Gesù venne deposto dalla Croce e poi sepolto («venuta la sera» del giorno della Parasceve, come riportano tutti e quattro i Vangeli, senza alcuna contraddizione) sono circa le 17,00 (cioè si accendono le «prime luci del sabato», secondo Luca). Tutto viene fatto in fretta, per non trasgredire il sabato, quell’anno solenne (Giovanni 19,31), coincidendo con il 15 nisan e dunque con la Pasqua.
«Il giorno seguente» di cui scrive Matteo 27,62 altro non è che i minuti immediatamente successivi al tramonto, attorno alle 18,00, quando è ancora chiaro. Quanto accade rappresenta una clamorosa trasgressione al sabato da parte dei sacerdoti, che vanno da Pilato per chiedere di poter far vigilare il sepolcro.
Trascorso il sabato, il primo giorno della settimana venne constatata la Resurrezione. L’orario della visita delle donne corrisponde all’aurora, quando è ancora buio, cioè all’ora del crepuscolo astronomico, a Gerusalemme, il 3 aprile, attorno alle 4,00. Gesù era già risorto. Non sappiamo a che ora esatta questo è accaduto. Ma era il «terzo giorno»: morto il Gesù 14 nisan, trascorso il 15, eravamo già entrati nel 16 nisan. Dall’ora nona del Venerdì Santo possono essere trascorse da un minimo di 27 a un massimo di 37 ore. Alla mezzanotte erano 33…
La sera stessa di quel giorno, presso Emmaus, due discepoli incontrano Gesù. A che ora? Ancora preciso il Vangelo di Luca: «il sole già declina» (Luca 24,29). Quindi non era ancora giunto il tramonto, ma si era nel periodo tra le 16,00 e le 18,00. Perciò i due discepoli faranno in tempo a correre a Gerusalemme, trovando gli apostoli che avevano già incontrato - sempre durante il 16 nisan, domenica - il Signore risorto. E ancora non c’è contraddizione tra l’apparizione avvenuta mentre i discepoli di Emmaus riportano l’accaduto agli Undici (descritta da Luca 24,36) e l’apparizione descritta in Giovanni 20,19, collocata «la sera di quel giorno», sempre il 16 nisan.
Non è facile, insomma, scovare contraddizioni nei Vangeli. È invece molto più semplice scoprire imprecisioni e illogicità in molte esegesi, pronte a vantare un “amore per la Parola di Dio” che, mentre ne decanta l’importanza, non imbarazza troppi esegeti quando la definiscono inadatta a descrivere un fatto storico, accusando gli evangelisti di non avere interesse per la cronaca, sminuendoli come testimoni di fatti realmente accaduti, così da permettere a noi uomini di far dire a quella stessa Parola di Dio anche quel che non scrive, inseguendo le simbologie e le sociologie che ci rendono più graditi agli occhi del mondo e non costano la fatica di rimettere in discussione le nostre idee.
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