Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

sabato 30 giugno 2012

Non scherziamo col diavolo (Contributi 676)

Un articolo di Massimo Introvigne: 


Se lo definiamo come l’adorazione in forma rituale del personaggio noto nella Bibbia come il diavolo o Satana, il satanismo è un fenomeno tipicamente moderno, da non confondere con i riferimenti al diavolo in contesti del tutto diversi come la stregoneria del Medioevo. Si manifesta per la prima volta nel gruppo attivo ai margini della corte del re di Francia Luigi XIV (1638-1715) intorno a Catherine La Voisin (†1680). Con l’aiuto di un sacerdote cattolico rinnegato, l’abbé Étienne Guibourg (1603-1683), la La Voisin organizza per dame di corte le prime “Messe nere” nelle quali il diavolo è adorato per ottenere favori o vantaggi materiali. La La Voisin è condannata a morte, mentre Guibourg muore in carcere. Questo episodio, scandaloso ma circoscritto, acquista un’enorme notorietà europea grazie alle gazzette, in un’epoca in cui la stampa comincia a diventare socialmente importante. Così sorgono, sia pure in proporzioni modeste, imitatori. “Messe nere” e altre cerimonie sataniche sono celebrate nel Settecento in Italia – nel Ducato di Modena, ai margini più discutibili dell’eresia quietista –; in Inghilterra, fra i libertini che si riuniscono all’abbazia di Medmenham intorno al ministro delle Finanze sir Francis Dashwood (1708-1781), che danno tuttavia al satanismo un’impronta ludica, razionalista e anti-clericale; e forse in Russia, dove peraltro le fonti sono scarse. 
Nell’Ottocento le informazioni sul satanismo sono incerte e ambigue, e provengono spesso da personaggi che – pure avendo veramente indagato nella subcultura satanista – talora ne fanno in qualche modo parte, ovvero mescolano la fantasia con la realtà, come il giornalista Jules Bois (1868-1943). Quest’ultimo è uno dei principali informatori del romanziere Joris-Karl Huysmans (1848-1907), che nel 1891 pubblica il romanzo Làbas (“Nell’abisso”). Questo testo contiene la più famosa descrizione letteraria di una “Messa nera”, che è servita da modello a numerosi satanisti in carne e ossa. Nel romanzo, Huysmans ha utilizzato – certo rielaborandole – informazioni relative alle esperienze negli ambienti satanisti della sua amica Berthe Courrière (1852-1917), in seguito alle quali egli riteneva credibili le accuse rivolte al sacerdote belga Louis Van Haecke (1829-1912) – la cui effettiva colpevolezza costituisce ancora oggi argomento di fervente dibattito fra gli storici – di celebrare Messe nere e di essere, in realtà, un importante capo satanista. L’intera vicenda scuote profondamente Huysmans che, miscredente al momento della sua inchiesta e della pubblicazione del romanzo, si converte e diventa un buon cattolico. 


Il caso Taxil 
Léo Taxil (1854-1907), un massone autore di virulente opere anticlericali di carattere pornografico, nel 1885 annuncia la sua clamorosa conversione al cattolicesimo. Dopo la pubblicazione di Là-bas di Huysmans e attingendo abbondantemente all’opera del romanziere belga, produce, con alcuni collaboratori, in pochi anni decine di opere e migliaia di pagine in cui rivela le attività dei palladisti che, ispirati direttamente da Satana, guidano segretamente la massoneria e controllano numerosi governi europei. Molti avversari della massoneria gli credono, ma non tutti; altri – nello stesso mondo cattolico – sospettano un inganno. Finalmente, di fronte alle pressioni, Taxil il 19 aprile 1897 confessa in una conferenza a Parigi di avere semplicemente simulato la sua conversione e di avere completamente inventato la storia del palladismo per prendersi gioco dell’estrema credulità di certi cattolici. 
La vicenda di Taxil rimane problematica e oscura – è certo che abbia abilmente mescolato documenti veri e falsi, mentre rimane un dubbio sulle sue motivazioni ultime – ma, per quanto riguarda il satanismo, il prevedibile effetto è quello di fare riemergere satanisti autentici che – per paura di essere confusa con le provocazioni del famoso impostore – la stampa, nei primi anni del ventesimo secolo, tratta perfino con simpatia. È il caso di Maria de Naglowska (1883-1936), che apre a Parigi un Tempio di Satana, descritto con singolare indulgenza dalla stampa e giustificato da una complessa quanto bizzarra teologia. 
Sono anche questi gli anni in cui si esercita sull’ambiente satanista l’influenza di Aleister Crowley (1875-1947). A rigore non satanista, in quanto non crede all’esistenza del diavolo – e anzi polemico con i satanisti, che accusa di credere al “nemico”, cioè alla Bibbia cristiana –, Crowley influenza in modo decisivo John Whiteside Parsons (1914-1952), un ingegnere e scienziato californiano, celebre esperto di esplosivi, che elabora nella Loggia Agapé un culto dell’Anticristo prima di saltare in aria nell’esplosione del suo laboratorio.
Con Parsons ci troviamo alla vigilia del vero e proprio satanismo contemporaneo, che nasce con un cineasta underground di Hollywood, Kenneth Anger, e con il suo amico Anton Szandor LaVey (1930-1997), fondatori nel 1961 di un’organizzazione chiamata Magic Circle e nel 1966 della Chiesa di Satana. Negli stessi anni Mary Ann Maclean (1931-2005) e suo marito Robert de Grimston Moor (nato nel 1935 e tuttora vivente) fondano a Londra The Process, un’organizzazione oggi non più esistente costruita intorno a una teologia “luciferiana” particolarmente sofisticata. I primi anni della Chiesa di Satana di LaVey sono quelli del maggiore successo giornalistico, grazie all’adesione di personalità di Hollywood. La Chiesa di Satana è peraltro piagata, sin dalle sue origini, da problemi interni ed esterni. All’interno si sviluppa una tensione tra il satanismo “razionalista” di LaVey, che interpreta sostanzialmente Satana come il simbolo di una rivolta razionalista e atea contro la religione e la morale, e un’ala “occultista”, il cui leader è il luogotenente stesso di LaVey, Michael Aquino (all’epoca colonnello dell’esercito americano, specializzato in guerra psicologica e disinformazione). Queste tensioni portano nel 1975 a uno scisma e alla fondazione da parte di Aquino del Tempio di Set
Da questo satanismo degli adulti, che si articola in gruppi che hanno una continuità dottrinale e rituali, capi identificabili, sedi, talora anche pubblicazioni, si deve distinguere un satanismo giovanile, talora chiamato satanismo “acido”, per la sua associazione assai frequente con la droga. Quest’ultimo è composto da gruppuscoli di giovani, privi di una continuità organizzativa e rituale e di contatti con i gruppi del satanismo organizzato, che mettono in scena rituali satanici “selvaggi” o caserecci sotto l’influsso di film, trasmissioni televisive, fumetti, musica. I due filoni – adulto e giovanile – hanno tra loro collegamenti solo indiretti. Ma degli eccessi del secondo il primo non può dirsi innocente, perché gioca il tipico ruolo del “cattivo maestro”. 


 Il problema del “satanismo giovanile” 
Nei gruppi giovanili è più facile che sia completamente perso il senso del limite fra metafora e realtà, e che quindi – spesso sotto l’influsso della droga – si trascenda in atti di violenza carnale, e in casi molto rari (ma non inesistenti) si verifichino anche sacrifici umani, come mostra il gravissimo episodio italiano delle Bestie di Satana venuto alla luce in Lombardia nel 2004 con la scoperta di almeno tre omicidi perpetrati da un gruppuscolo di satanisti del Varesotto. Il caso di Varese è un monito per tutti quelli che dimenticano che il satanismo – se rischia talora di essere sopravvalutato nelle sue dimensioni quantitative – non è però mai innocuo. In Italia, prima del caso delle Bestie di Satana, un campanello d’allarme era del resto già suonato il 7 giugno 2000 con il caso di Chiavenna (Sondrio), quando una religiosa della congregazione delle Figlie della Croce - Suore di Sant’Andrea, suor Maria Laura Mainetti (1939-2000), era stata uccisa da tre ragazze, tutte minorenni, che avevano dichiarato di voler sacrificare la suora a Satana. La religiosa – di cui è iniziato nel 2005 il processo di beatificazione – era morta chiedendo a Dio di perdonare le sue assassine. Le tre ragazze non erano in contatto con nessun gruppo organizzato di satanisti, e avevano tratto da Internet i loro rituali fai da te. Neppure le Bestie di Satana facevano parte, peraltro, di potenti network nazionali o internazionali di satanisti: i processi lo hanno esplicitamente escluso. Forse i media farebbero bene a sottolinearlo, perché ipotizzando fantasiosi complotti mondiali dietro questi drammi dello squallore giovanile il rischio è che qualcuno – specie tra i giovani psicologicamente e culturalmente più deboli – rimanga non solo spaventato ma affascinato. Il modo più efficace di mettere in guardia i giovani è quello di mostrare questi satanisti del “fai da te” criminale per quello che sono: perdenti senza onore e senza idee, non potenti principi delle tenebre ma – molto letteralmente, e nel senso peggiore del termine – poveri diavoli.
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L'amore del prossimo e il progresso materiale (Contributi 675)

Una meditazione di Don Dolindo Ruotolo: 


Come parte del mondo Gesù ci ha elevati con un principio ammirabilmente semplice: con la carità. Amare Dio per raggiungere il fine eterno; amare il prossimo per raggiungere il fine terreno della vita. Per questo disse che in questi due princìpi vi era tutta la legge e i Profeti. Egli voleva dire che in questi princìpi vi è il segreto di tutta la attività. 
L'amore del prossimo in noi diventa amore di Dio, perché non possiamo amarlo che in Lui, dovendo essere elevate soprannaturalmente le nostre attività individuali. L'amore del prossimo, non potendo consistere solo in parole, fuori di noi diventa concorso all'ordine generale del mondo; diventa attività che concorre al benessere comune, con la scienza, le arti, le attività nobili dell'intelletto, col soccorso ai sofferenti, con le opere della carità . 
Un medico, che studia per il nobile fine di alleviare le sofferenze del prossimo, non cerca una gloria vana; ma studia accuratamente per concorrere al benessere ed all'ordine comune. Egli non può operare così senza prescindere dal proprio egoismo, senza riguardare la provvidenza di Dio, senza elevarsi a Lui. Allora l'amore del prossimo diventa mezzo per glorificare Dio. 
Operare per un altro fine, per guadagnare o per cercare la propria gloria, significa non operare; significa praticamente concorrere alla rovina del mondo. Chi cerca la propria gloria ed il proprio guadagno si adatta al male, alla corrente comune della imperfezione, al gusto depravato, ed è così che il mondo è caduto e cade in tanta rovina. Per operare veramente ci vuole sacrificio, bisogna vincere la resistenza della debolezza e della inettezza umana, e questo non è possibile che quando si ha uno scopo superiore. 
Ora, l'amore del prossimo per amore di Dio è lo scopo più alto che l'uomo possa avere operando nel mondo, e quindi è il vero segreto di ogni vero progresso umano: del progresso scientifico, materiale e sociale. Noi lo vediamo, col fatto, dove ci ha portato questo progresso materiale senza amore; nato dall'egoismo ha prodotto in realtà il regresso, poiché l'uomo è diventato schiavo dell'egoismo altrui, e non ha in realtà maggiori comodi alla vita, ma solo maggiori affanni. 
Chi ricerca se stesso non può volere il bene altrui, ma lo sfruttamento altrui; lo sfruttamento produce la reazione, il disordine, lo sconcerto ed il disquilibrio sociale, col quale ogni progresso materiale non vale nulla! Chi non vive di una vita superiore opera solo materialmente, non sa spiegarsi nulla dell'ordinamento del mondo; è come un cieco che brancola nelle tenebre. Non basta quindi avere un fine nobile di aiutare il prossimo e di concorrere al benessere comune, per operare bene: è necessario un principio superiore, che non può essere che la gloria di Dio. 
 E questo è il segreto vero di una intensa attività: operare per amore di Dio; per glorificarlo in ogni cosa, per concorrere a mantenere l'armonia del mondo, per considerare le opere delle sue mani, per compiere la propria missione sulla terra.
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L'uomo non è per la terra (Contributi 674)

Una meditazione di Don Dolindo Ruotolo:


Ma noi siamo anche parte del mondo, perché viviamo in esso, e la nostra vita ha anche una missione terrena. Il mondo, la società, le nazioni, hanno solo una vita terrena; passano le generazioni e rimane l'umana società... Rimane dopo la fine del mondo la vita eterna, e passano per sempre le nazioni e la vita del mondo. 
Dio ha dato ad ogni uomo una speciale attività che serve all'ordine comune del mondo. Anche le attitudini all'arte, al lavoro, alla scienza umana, sono doni di Dio, sono tratti della sua provvidenza. Dio ha disposto che la vita materiale dell'uomo sia come legata a questa attività. Quando Egli diceva all'uomo: Mangerai il pane col sudore del tuo volto, intendeva parlare di tutte le attività umane, che, in diversi modi e in diversi campi, diventavano lo sviluppo del mondo ed il mezzo per sostentare la vita dell'individuo. 
Noi dunque come parte del mondo dobbiamo concorrere, secondo la nostra speciale attitudine, al suo ordine ed alla sua vita. Noi però, operando, dobbiamo considerarci sempre come individui predestinati al cielo, e dobbiamo operare, non già per riporre nelle cose terrene il nostro fine, ma per servircene come di mezzi per raggiungere il nostro fine. 
Dobbiamo considerarci come strumenti della provvidenza di Dio. Gesù ha elevato la vita soprannaturale dell'uomo nel suo amore, rendendo la creatura figliuola di Dio. Egli ha in segnato all'uomo questa grande via per raggiungere Dio; e, poiché l'uomo era miserabile e caduto, Egli l'ha risanato, l'ha elevato, gli ha ceduto la sua vita di amore, ed in Lui esso può chiamarsi figliuolo di Dio. Tutta la grandezza della vita dello spirito si condensa in questo amore. 
E' l'amore che fa conoscere Dio; è l'amore che eleva l'anima a Lui, è l'amore che la immola nel sacrifizio; è l'amore che la innalza a tale altezza da potere essere essa arricchita anche di doni speciali. L'amore del Cuore di Gesù diventa amore nostro, per l'unione che abbiamo con Lui per mezzo dei Sacramenti; allora noi lo seguiamo, le pene della vita diventano la croce nostra salvifica e ce la carichiamo volentieri per seguirlo. 
Gesù, elevato sulla Croce, ha tratto veramente tutto a Sé, ha tutto trasformato nella sua attività. Anche il lavoro, anche la vita umile e nascosta, anche le lacrime nostre, nel suo amore, si elevano e si trasformano in attività superiori.
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mercoledì 27 giugno 2012

Come figli davanti al padre (Contributi 673)

Un articolo / testimonianza dall'emilia terremotata sulla visita di Benedetto XVI tratto da Il Sussidiario: 


Il cielo è grigio, nell’estate gialla, quando partiamo per Rovereto. Un paese minuscolo, di cui adesso molti ripetono il nome. Andiamo incontro al Papa che viene tra le macerie; più siamo vicini, più aumentano i segni della distruzione. Ma c’è anche un fiorire di gru, tra i capannoni, che dicono della fretta della nostra terra di voler ricostruire; e ci sono i campi pronti per la mietitura, che qui e là è già iniziata. 
In questi giorni il vescovo di Carpi, monsignor Cavina, che si è trovato in pochi mesi pastore di una Chiesa senza chiese (solo tre in tutta la diocesi sono agibili), ha espresso il desiderio che la visita di Benedetto XVI non sia dettata dal protocollo, ma dal nostro desiderio di figli che attendono un padre amatissimo. Per questo si è battuto perché il Papa potesse incontrare la sua gente, piuttosto che le cariche pubbliche. Sulle navette dal parcheggio agli impianti sportivi riconosco alcuni importanti politici locali di vari partiti, in giacca e cravatta, ma venuti in forma privata. Capitano accanto a una signora che porta una statua di gesso di una Madonna della pace di Carpi. 
C’è una grande gioia e anche una grande compostezza nelle facce delle persone che si avvicinano alle transenne. Tutti hanno qualcosa da raccontarsi, un loro personale racconto dal terremoto; ma soprattutto, sono tutti venuti lì a cercare l’unica cosa della vita che non vacilla. Arriva il Papa; vicinissimo a noi, alla gente. Siamo a poche decine di metri dal piccolo gazebo. Il cielo nel frattempo si è fatto azzurro, di quell’azzurro denso della campagna padana quando arriva l’estate. 
Prima un saluto di Vasco Errani, presidente della regione Emilia-Romagna, che ricorda come siano la fede e la tenacia di questa gente, che ha bisogno di vicinanza anche quando passerà l’emergenza, ad alimentare il motore della ricostruzione già partita. 
Il cardinale Caffarra dice che le persone sono venute qui, anche se è terremotato ciò che hanno di più caro, le case, le chiese, i posti di lavoro, a stringersi intorno al Papa. Cita le parole del don Camillo di Guareschi, scritte dopo la grande alluvione: «Le acque escono tumultuose dal letto dei fiumi e tutto travolgono. Ma un giorno esse ritorneranno, placate, nel loro alveo, e ritornerà a splendere il sole. E se alla fine voi avrete perso ogni cosa, sarete ancora ricchi se non avrete persa la fede». Racconta di un bambino che gli ha detto che le case e le chiese sono piene di crepe, ma il cuore no. 
Poi parla Benedetto. E parla così, come uno di famiglia, che fa il cammino con noi. Dice di come sia stato faticoso, per lui, non potersi fermare quando è andato a Milano per la Festa delle Famiglie. Ritornano alla mente le parole che ha detto in quell’occasione alla Scala, facendo memoria, nel cuore della grande mondanità, delle nostre terre martoriate. E poi, sorprendentemente, parla dei Salmi. E di come, dopo 61 anni in cui ha letto nel breviario le parole del Salmo 46 (Dio è per noi rifugio e fortezza, / aiuto infallibile si è mostrato nelle angosce. / Perciò non temiamo se trema la terra, / se vacillano i monti nel fondo del mare), oggi esse raccontino con sorprendente attualità la nostra esperienza presente. Soprattutto, al di là della paura, raccontano della certezza che Dio si fa vicino, come è certo un bambino della presenza del papà e della mamma. 
Le sue parole fanno eco a quelle di monsignor Cavina di qualche giorno fa, e ci additano una ben più grande paternità. Adesso incontra davvero la gente gente. Vigili urbani e del fuoco, cui molto è stato chiesto in questo mese. 
Famiglie che hanno perso la loro casa, tra cui Fausto e Rosa, altri amici di Rovereto, Morena che tiene in braccio il piccolo Gabriele. 
Le transenne si aprono, in un grande abbraccio che ci scambiamo, nella certezza che non siamo, e non saremo – ce lo promette lui – soli. E’ vero quello che ha appena detto, che la sua presenza vuole essere un piccolo segno di amore e di speranza. Che è la cosa di cui più c’è bisogno, in fondo al cuore. 
Siamo a tre metri da Pietro. Non lo tocchiamo, ma siamo lì, come figli davanti al padre. Come desiderava monsignor Cavina. Il Papa riparte, e noi restiamo. 
Più delle parole, è il suo essere qui segno in mezzo a noi che ce lo rende caro. Al di là di tutti i prima e i dopo che abbiamo sentito ripetere da giornali e tv. 
Al ritorno ci accompagnano ancora i campi di grano. Non è finita per la Bassa. Qui è tutto un brulicare di vita.
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Tu sei insostituibile (Contributi 672)

Un articolo di Don Massimo Camisasca sulla vocazione: 

La parola vocazione sembrerebbe, a prima vista, riguardare coloro che sono chiamati ad una forma particolare di vita, quella religiosa. Siano essi chiamati al sacerdozio o a una particolare comunità di persone dedicate a Dio. 
Niente di più falso. La vocazione riguarda ogni uomo e ogni donna. 
Solo riscoprendo questo significato radicale dell’esperienza della vocazione si possono comprendere anche le diverse forme di vita in cui essa si articola. 
«Dio mi ha chiamato dal nulla» ha scritto don Giussani in un suo testo del 1959 (Vita come vocazione, ora in Porta la speranza. Primi scritti, pagg. 163-167). La semplicità assoluta, quasi sconvolgente, di questa notazione è come un pozzo senza fondo. Potevo non esserci e ci sono. Cosa c’è di più radicale, di più commovente, di più semplice? 
Tante altre esperienze chiariranno e approfondiranno questa origine. Ma innanzitutto c’è l’evidenza che io ci sono, che sono stato chiamato alla vita. 
La parola vocazione racchiude in sé innanzitutto Colui che chiama, che ha il potere di portare all’essere ciò che non è. 
Parlare della vita come vocazione significa parlare di un’infinità di momenti, di fatti, che Dio solo conosce, e in cui egli alimenta, richiama, risveglia l’esistenza di tutti gli uomini che ama. 
Non c’è dunque nessuna vita umana che non abbia un significato, un peso. Di fronte alle difficoltà e alle contraddizioni delle nostre giornate, di fronte all’esperienza del male e del dolore, possiamo correre il rischio di smarrire il dialogo con Colui che ci fa, che ci crea continuamente. 
Perdiamo la coscienza di noi stessi e possiamo cadere nella disperazione o, più semplicemente, nella stanchezza, nell’indifferenza, nell’abulia. Occorre allora cercare la mano che può risollevarci e indicarci la strada di una coscienza vera e viva di noi stessi, quella strada verso l’autocoscienza che ha costituito tutto il tema della vita di Gesù e che don Julián Carrón ha recentemente descritto, ancora una volta, negli ultimi esercizi della Fraternità di Cl. 
Gesù è venuto per dirci: «Tu non vieni dal nulla e non vai verso il nulla, ma all’opposto, vieni da Dio e vai verso di lui. Sei suo. Sei una cosa preziosa. In mille modi il Padre cerca di riaprire il tuo cuore e la tua mente a questa verità. Qualunque sia la condizione di vita in cui ti trovi a svolgere la tua esistenza quotidiana». Continuava allora don Giussani, sempre in quel testo della fine degli anni Cinquanta: «La mia vita continua perché Egli continua a chiamarmi, impedendomi di ricadere nel silenzio del nulla da cui fui tratto». 
Una volontà mi ha chiamato dal nulla perché mi ama, e vuole che sia davanti a lui una persona libera e amante. E perciò mi corregge, mi richiama, mi fa passare anche attraverso il buio per riconsegnarmi alla luce. Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo perché mi hai fatto come un prodigio. Sono stupende le tue opere. Tu mi conosci fino in fondo (Sal 139). 
Proprio perché ci conosce fino in fondo, Dio ci chiama attraverso le sue opere. Parla a noi il più delle volte attraverso la voce degli uomini, attraverso ciò che fa accadere. Fatti e parole sono dei segni attraverso cui Egli rivela a noi la sua volontà, il suo disegno, la nostra personale vocazione. 
Leggere i segni è dunque la strada fondamentale per capire ciò a cui Dio ci invita. Egli ha un disegno preciso per ciascun uomo e per ciascuna donna. Nessuna vita è per lui insignificante o di piccolo peso. Ognuno ha un posto insostituibile, che non può essere occupato da nessun altro. 
È come un immenso mosaico in cui soltanto la visione d’insieme dà ragione delle singole tessere.
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martedì 26 giugno 2012

I vostri cuori non hanno crepe (Contributi 671)

Il Sussidiaro riporta un articolo di Stefano Maria Paci sulla visita del Papa nell'emilia terremotata:

Attraversa la zona rossa, coperta di macerie e ancora inaccessibile, di un'Emilia ferita al cuore, la sua veste bianca contrasta con la polvere, si ferma e resta a lungo in preghiera silenziosa di fronte alla chiesa dove è morto don Ivan Martini mentre cercava di salvare la statua della Madonna, non semplicemente una immagine ma per lui una presenza amica. "Rendo omaggio a don Ivan e a voi sacerdoti - dice - che come è avvenuto in altre ore difficili della storia di queste terre, mostrate l'amore generoso di Dio". La gente applaude, si commuove pensando al proprio parroco che ha condiviso fino in fondo il loro destino. "Le case e le chiese sono crollate, ma i vostri cuori non hanno crepe" dice Benedetto XVI a una popolazione alla quale vuole infondere coraggio, e mostrare la vicinanza, concretissima, di tutta la Chiesa, che ha da subito mobilitato le sue istituzioni, i suoi volontari e ha già donato oltre 4 milioni di euro ai terremotati. 
La gente ha lasciato le tendopoli, chi ce l'ha ancora si è allontanato dalla casa, per ringraziare e ascoltare il Papa che nonostante gli anni e le fatiche è voluto venire a salutarli, a Rovereto sul Secchia, ma è venuto con discrezione, come è nella sua natura. Un padre attento, che soffre ma non vuole disturbare, 
"In questo momento vorrei che tutti, in ogni paese, sentiate come il cuore del Papa è vicino al vostro cuore, per consolarvi, ma soprattutto per incoraggiarvi e sostenervi", dice. E con il cuore, parla questo anziano Pontefice che avrebbe voluto, racconta, arrivare qui appena saputo del terremoto, poi aveva pensato di venire mentre andava in visita a Milano per l'incontro mondiale delle Famiglie, però non voleva intralciare le operazioni di soccorso e ricostruzione. 
Avevo incontrato il Capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli, poco prima dell'arrivo del Papa, stava per partire per accoglierlo all'eliporto, ma mi aveva concesso un'intervista. "Perché una visita che dura solo due ore? Non è una decisione nostra, è stato lui a insistere - mi spiega- perché non voleva fare una passerella, ma solo stare vicino alla gente che soffre, senza bloccare il normale svolgimento delle nostre operazioni". Gabrielli poi viaggerà in macchina con lui, la gente al passaggio dell'auto li applaudirà entrambi, il Papa e il capo degli uomini che li stanno aiutando. "Questa visita è importantissima", mi dice Gabrielli. "La ricostruzione è difficile, siamo ancora impegnati a mettere in sicurezza tante situazioni, la presenza del Papa serve a dare coraggio alla gente e a tenere accesi i riflettori su questa regione, perché non ci si abitui a quello che succede". 
E anche il fratello di don Ivan mi racconta di quanto sia significativa questa visita. "Mi commuove l'idea che il Papa parli di mio fratello, di come amava la Chiesa e il suo popolo. Ero in chiesa con Ivan quando è morto, ero entrato dietro di lui a fare delle fotografie alla chiesa terremotata anche se mi aveva detto di non entrare perché pericoloso, lui non mi aveva visto e prima che mi scorgesse e mi rimproverasse stavo uscendo, quando sento un rombo, mi giro, e la sua chiesa gli crolla addosso. 'Ho dato tutto per Dio', era una frase che ripeteva spesso con gioia. E il suo ricordo, in chiunque l'ha conosciuto, è la gioia che comunicava, di chi amava come un innamorato Dio". 
Storie di una terra di pianura che sarebbero piaciute a Giovannino Guareschi, e salutando Benedetto XVI il cardinale di Bologna Carlo Caffarra cita proprio don Camillo, il prete di sangue caldo e di fede incandescente uscito dalla penna di Guareschi, e i cui film piacciono tanto a Papa Ratzinger. "Questo popolo - dice il cardinale - ha perso quello che ha di più caro, le sue chiese, le case, i municipi. Don Camillio, dopo una piena del Po disastrosa, ha detto alla sua gente che lasciava le case e le cose: le acque sono uscite tumultuose dal fiume, ma un giorno rientreranno nell'alveo. Sarete ricchi, se tornando avrete mantenuto la fede". 
"La paura è normale, spiega il Papa, ma anche quando la terra trema siamo certi che Dio è con noi, siamo piccoli e fragili, ma sicuri nelle Sue mani, come bambini che sanno di poter sempre contare sulla mamma e sul papà, sono vicini e non ci lasciano soli. Siamo affidati al suo amore, che è solido come una roccia". 
La gente ascolta, annuisce, si commuove, sembra che la piccola piazzetta in cui c'è il Papa, il cardinale e il presidente della regione sia in questo momento il nucleo in cui si raggruma la storia di questo dramma, di una terra che era amica e si è improvvisamente inarcata. E l'uomo vestito di bianco, come il parroco Don Camillo, come don Ivan, continua a infondere coraggio e speranza, le sue parole risuonano tra le migliaia di persone arrivate ad ascoltarlo. 
"Sulla roccia che è Dio si può costruire, si può ricostruire" dice. "E proprio come nel dopoguerra l'Italia ha ricostruito dalle macerie - continua - adesso l'Emilia sulle macerie può ricostruire: servono gli aiuti, certamente, ma soprattutto serve la vera solidarietà. Rimanete fedeli a voi stessi, alla vostra vocazione di gente fraterna e solidale. Non permettete che venga intaccata la vostra storia e la vostra cultura". 
Storia e culture generate nei secoli dalla fede, che in questa terra è diventata quasi inconsciamente parte della coscienza, e anche i feroci anticlericali avevano il cristianesimo come punto di riferimento. Peppone e don Camillo, ancora una volta. E la continua gara, gli incessanti contrasti tra il sindaco e il parroco, era una gara di solidarietà, per il bene comune. E Benedetto XVI lancia quello che lui stesso definisce un "forte appello" alle istituzioni ma anche a ogni cittadino: "Siate come il buon samaritano, fatevi carico delle necessità dell'altro, nessuno passi indifferente vicino a chi ha bisogno". E alla gente terremotata dice: "La situazione che vivete, questi giorni di distruzione e dolore, mostrano un aspetto che vorrei vi fosse ben chiaro: non siete soli, non sarete soli! Vedendo la vostra terra ho provato profonda commozione, ma ho visto anche accanto a voi tante mani pronte a curare le ferite. Non siete e non sarete soli, la Chiesa è e vi sarà vicina", promette Benedetto XVI a una terra ferita al cuore, ma che vuole ostinatamente rinascere. 
È venuta l'ora di partire, il Papa torna a Roma. Manca un predellino per farlo salire sul furgoncino, una signora che adesso vive con la famiglia in una roulotte lì accanto prende il suo, e prontamente lo mette sotto i piedi del papa,che le sorride. "Ne cercherò un altro- mi dice appena Benedetto XVI è partito - e questo sarà uno degli oggetti più cari della mia vita, dove ha posto i piedi questo grandissimo uomo, e per il quale mi ha sorriso il vicario di Cristo". 
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Non siete soli (Contributi 670)

Ecco un articolo di Luca Marcolivio da Zenit.org 


È durata un paio d’ore la visita di papa Benedetto XVI ai terremotati emiliani. Rovereto di Novi, in provincia di Modena, è stata scelta come meta del Santo Padre, in quanto località-simbolo di una comunità ecclesiale ferita: lì, sotto le macerie della parrocchia di Santa Caterina d'Alessandria, durante la seconda scossa sismica, ha perso la vita, il parroco don Ivan Martini. 
Il Papa è arrivato in elicottero dal Vaticano intorno alle 10.30, presso il campo sportivo di San Marino di Carpi, accolto dal Vescovo di Carpi, monsignor Francesco Cavina, e dal Capo del Dipartimento della Protezione Civile, il Prefetto Franco Gabrielli. A bordo di un pulmino della Protezione Civile, il Santo Padre si è recato a Rovereto con tutto il seguito. Durante il tragitto ha fatto una breve sosta davanti alla Chiesa di Santa Caterina, raccogliendosi in preghiera per don Ivan e le altre vittime del sisma. 
Giunto presso il corso principale di Rovereto, Benedetto XVI è stato accolto dalla popolazione locale, assieme alle autorità politiche e ecclesiali, tra cui i vescovi di Carpi, Modena, Ferrara e Mantova e Reggio Emilia. In rappresentanza del governo nazionale, era presente il Ministro per gli Affari Regionali, Piero Gnudi.  
Nel suo indirizzo di saluto, il presidente della Regione Emilia-Romagna, Vasco Errani, ha condiviso con Benedetto XVI il proprio “pensiero commosso” alle vittime dei terremoti del 20 e 29 maggio. Tra questi il governatore ha ricordato proprio don Martini, “testimone di un impegno e di una vicinanza spirituale vera della Chiesa verso chi ha meno e chi soffre, che in questi giorni contribuisce ad alleviare molte ferite”. 
A fronte dell’assai impegnativa opera di ricostruzione che si profila, Errani ha detto al Papa: “In questi giorni difficili, Santo Padre, la sua preghiera, la sua solidarietà, e la sua visita di oggi ci confortano e ci dicono che possiamo e dobbiamo vincere questa sfida”. 
Nel suo breve discorso di benvenuto al Pontefice, l’arcivescovo di Bologna, cardinale Carlo Caffarra, ha detto: “Siamo certi, Santità, che la sua presenza, segno di una vicinanza che durante queste settimane ci ha profondamente commossi, e la sua parola saranno di conforto, di consolazione, e di speranza”. 
Dopo aver accennato ai grandi e generosi sforzi delle autorità civili e militari, dei sacerdoti, dei laici e di tutta la popolazione emiliana, il porporato ha citato le parole ascoltate nei giorni scorsi da un bimbo che affermava: “ci sono tante crepe nelle nostre case, ma nessuna nei nostri cuori”. 
“Pur così duramente flagellato, questo popolo sta ritrovando un’unità più vera e più profonda”, ha proseguito Caffarra, esortando in conclusione il Santo Padre, con la sua presenza e le sue parole, ad aiutare le popolazioni emiliane colpite dalla sciagura a “vivere questo momento così triste e faticoso nella luce della fede e della speranza che non delude”. 
Benedetto XVI ha esordito, affermando di essersi sentito, sin da subito, vicino ai terremotati “con la preghiera e l’interessamento”. Poi, però, accorgendosi che la “prova era diventata più dura”, il Santo Padre ha avvertito “in modo sempre più forte” il bisogno di recarsi di persona in mezzo a loro. 
Il Papa ha confidato di aver voluto fare una sosta in Emilia già all’inizio di questo mese, a margine dell’Incontro Mondiale delle Famiglie di Milano. “Sapevo infatti – ha detto - che, oltre a patire le conseguenze materiali, eravate messi alla prova nell’animo, per il protrarsi delle scosse, anche forti; come pure dalla perdita di alcuni edifici simbolici dei vostri paesi, e tra questi in modo particolare di tante chiese”. 
Benedetto XVI ha quindi reso omaggio a don Ivan Martini, rivolgendo un saluto speciale a tutti i sacerdoti locali: “State dimostrando – ha detto loro - come già è avvenuto in altre ore difficili della storia di queste terre, il vostro amore generoso per il popolo di Dio”. Nei giorni scorsi il Papa, pregando il Breviario, si è soffermando sul seguente Salmo: «Dio è per noi rifugio e fortezza, / aiuto infallibile si è mostrato nelle angosce. / Perciò non temiamo se trema la terra, / se vacillano i monti nel fondo del mare» (Sal 46,2-3). Versi che, ha commentato, “colpiscono fortemente, perché toccano sul vivo, danno voce a un’esperienza che adesso voi state vivendo, e che tutti quelli che pregano condividono”.  
Inoltre le parole del Salmo 46 sono significative “per ciò che affermano riguardo al nostro atteggiamento interiore di fronte allo sconvolgimento della natura: un atteggiamento di grande sicurezza, basata sulla roccia stabile, irremovibile che è Dio”. 
Di certo non è facile superare le paure, anzi la reazione immediata, di solito, non è all’insegna del coraggio e del sangue freddo. “Ma, in realtà – ha spiegato il Papa - il Salmo non si riferisce a questo tipo di paura, e la sicurezza che afferma non è quella di super-uomini che non sono toccati dai sentimenti normali”. 
Quindi, sebbene in situazioni come queste, la paura e l’angoscia abbondino “c’è soprattutto la certezza che Dio è con me; come il bambino che sa sempre di poter contare sulla mamma e sul papà, perché si sente amato, voluto, qualunque cosa accada”. 
Siamo “piccoli” e “fragili”, eppure “sicuri nelle sue mani, cioè affidati al suo Amore che è solido come una roccia. Questo Amore noi lo vediamo in Cristo Crocifisso, che è il segno al tempo stesso del dolore e dell’amore. È la rivelazione di Dio Amore, solidale con noi fino all’estrema umiliazione”. 
Così come nel dopoguerra l’Italia è stata ricostruita “soprattutto grazie alla fede di tanta gente animata da spirito di vera solidarietà, dalla volontà di dare un futuro alle famiglie, un futuro di libertà e di pace”, anche oggi è possibile una ricostruzione dopo la recente catastrofe. 
Il terremoto in Emilia, ha detto il Pontefice ai fedeli presenti, “non deve e non può intaccare quello che voi siete come popolo, la vostra storia e la vostra cultura”. Ha quindi esortato gli emiliani a rimanere “fedeli” alla loro “vocazione di gente fraterna e solidale”, affrontando “ogni cosa con pazienza e determinazione, respingendo le tentazioni che purtroppo sono connesse a questi momenti di debolezza e di bisogno”. 
“Non siete e non sarete soli! - ha proseguito Benedetto XVI -. Guardando le vostre terre ho provato profonda commozione davanti a tante ferite, ma ho visto anche tante mani che le vogliono curare insieme a voi; ho visto che la vita ricomincia, vuole ricominciare con forza e coraggio, e questo è il segno più bello e luminoso”. 
Un ultimo appello, il Santo Padre lo ha rivolto “alle istituzioni” e “ad ogni cittadino”, perché si comportino “come il buon samaritano del Vangelo che non passa indifferente davanti a chi è nel bisogno, ma, con amore, si china, soccorre, rimane accanto, facendosi carico fino in fondo delle necessità dell’altro”. 
Il Papa ha infine ribadito la vicinanza della Chiesa alle popolazioni terremotate, specie attraverso la Caritas “che si impegnerà anche nella ricostruzione del tessuto comunitario delle parrocchie”. 
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lunedì 25 giugno 2012

L'eredità di Giovanni (Contributi 669)

Un articolo di Pigi Colognesi da Il Sussidiario ci aiuta a comprendere il significato della reliquia: 

Ieri è stata la festa di san Giovanni Battista. 
L’esigente cugino di Gesù - predicatore infuocato della conversione, annunciatore del Messia finalmente presente sulle strade della Giudea, martire perché non ha assecondato le bizze d’una regina d’infimo rango – è recentemente salito alla ribalta della cronaca. 
Due anni fa, in una antica chiesa dell’isola bulgara di Sveti Ivan – che vuol dire proprio San Giovanni – era stato trovata una teca con ossa umane: un reliquiario. Le prime analisi avevano attribuito i resti al quarto secolo, ma in questi giorni indagini più approfondite hanno anticipato la datazione e scoperto altre coincidenze che consentono di ritenere quel pezzo di cranio e quella falange la reliquia di Giovanni, così come la fede popolare – basti pensare al nome dell’isola – ha da sempre sostenuto. 
Ovviamente ulteriori ricerche potranno mutare il quadro; ma quello su cui vorrei riflettere è il significato della reliquia in sé
Per noi moderni – anche quando ci diciamo cristiani – la reliquia è poco più che una curiosità, magari un po’ macabra. Nella cripta della basilica di sant’Ambrogio a Milano c’è il corpo del grande vescovo; dai paramenti solenni emergono le scheletriche mani e il teschio; m’è capitato di esservi inginocchiato davanti e di vedere lo sconcerto dei turisti: hanno lo sguardo di chi proprio non si capacita di come si possa mettere in mostra uno scheletro; diamine ci sono anche i bambini che si potrebbero impressionare! 
Per tutta la cristianità pre moderna non era affatto così. 
Anzi, la reliquia rivestiva un’importanza tale che per essa si combattevano battaglie, si costruivano basiliche in posti molto complicati perché proprio lì c’era una tomba di martire, si frantumavano le ossa in modo tale che più chiese ne potessero avere una particella. Ogni altare aveva un piccolo vano in cui era cementata una reliquia (succede ancora, ma quasi nessuno ne nota l’importanza) e i luoghi di culto si concepivano letteralmente «fondati» sulla reliquia. Esattamente sopra quel sarcofago di verto con Ambrogio c’è l’altare della basilica, sormontato dal ciborio, e più in alto ancora la cupola; è una linea ascensionale che dai resti di un uomo santo sale alla mensa intorno alla quale la comunità celebra la coena Domini, poi al baldacchino che glorifica Cristo presente, fino alla volta di mattoni che anticipa quella celeste. 
Ma alla base ci sono quelle ossa. 
Letteralmente «reliquia» significa «ciò che è rimasto»; non nel senso degli avanzi, ma del lascito, dell’eredità, del permanere nel tempo di una cosa che è stata importante. 
Ora, la devozione alle reliquie che ha caratterizzato intensamente molti secoli cristiani dice che ciò che è rimasto del cristianesimo in modo così vitale da poter essere messo a fondamento di una basilica è il frammento del corpo di un uomo che il cristianesimo ha vissuto in maniera eccezionale – il santo – e ne ha testimoniato la verità fino a sacrificare per esso la vita – il martire -. 
Stiamo parlando ci cose, di persone, di pezzi di esistenza che si palpano e si baciano, di una ininterrotta catena di fatti che dal presente tornano al passato fino a toccare fisicamente la mano di Giovanni che ha battezzato Gesù. 
La modernità, di contro, pensa che il lascito del cristianesimo sia un’idea, una predicazione, un contenuto di valori e di principi. Col risultato che l’avvenimento passato è sempre più lontano e quelle idee e valori interpretabili a seconda delle mode vincenti e dei pareri personali. In fondo, di quello che accadde, non «resta» niente. 
Mentre anche una sola falange di mano è così concreta che, venerandola, uno si vede davanti agli occhi Gesù nel Giordano e il severo cugino che grida: «Ecco l’Agnello di Dio».
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domenica 24 giugno 2012

Domenica XII t.ord. / Solennità natività S.Giovanni Battista (Angelus 84)

Cari fratelli e sorelle! 
Oggi, 24 giugno, celebriamo la solennità della Nascita di San Giovanni Battista. Se si eccettua la Vergine Maria, il Battista è l’unico santo di cui la liturgia festeggia la nascita, e lo fa perché essa è strettamente connessa al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Fin dal grembo materno, infatti, Giovanni è il precursore di Gesù: il suo prodigioso concepimento è annunciato dall’Angelo a Maria come segno che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37), sei mesi prima del grande prodigio che ci dà salvezza, l’unione di Dio con l’uomo per opera dello Spirito Santo. 
I quattro Vangeli danno grande risalto alla figura di Giovanni il Battista, quale profeta che conclude l’Antico Testamento e inaugura il Nuovo, indicando in Gesù di Nazaret il Messia, il Consacrato del Signore. In effetti, sarà lo stesso Gesù a parlare di Giovanni in questi termini: «Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, / davanti a te egli preparerà la via. In verità io vi dico: fra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11,10-11). Il padre di Giovanni, Zaccaria – marito di Elisabetta, parente di Maria –, era sacerdote del culto dell’Antico Testamento. Egli non credette subito all’annuncio di una paternità ormai insperata, e per questo rimase muto fino al giorno della circoncisione del bambino, al quale lui e la moglie dettero il nome indicato da Dio, cioè Giovanni, che significa «il Signore fa grazia». Animato dallo Spirito Santo, Zaccaria così parlò della missione del figlio: «E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo / perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, / per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza / nella remissione dei suoi peccati» (Lc 1,76-77). 
Tutto questo si manifestò trent’anni dopo, quando Giovanni si mise a battezzare nel fiume Giordano, chiamando la gente a prepararsi, con quel gesto di penitenza, all’imminente venuta del Messia, che Dio gli aveva rivelato durante la sua permanenza nel deserto della Giudea. Per questo egli venne chiamato «Battista», cioè «Battezzatore» (cfr Mt 3,1-6). Quando un giorno, da Nazaret, venne Gesù stesso a farsi battezzare, Giovanni dapprima rifiutò, ma poi acconsentì, e vide lo Spirito Santo posarsi su Gesù e udì la voce del Padre celeste che lo proclamava suo Figlio (cfr Mt 3,13-17). Ma la missione del Battista non era ancora compiuta: poco tempo dopo, gli fu chiesto di precedere Gesù anche nella morte violenta: Giovanni fu decapitato nel carcere del re Erode, e così rese piena testimonianza all’Agnello di Dio, che per primo aveva riconosciuto e indicato pubblicamente. 
Cari amici, la Vergine Maria aiutò l’anziana parente Elisabetta a portare a termine la gravidanza di Giovanni. Ella aiuti tutti a seguire Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio, che il Battista annunciò con grande umiltà e ardore profetico. 
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sabato 23 giugno 2012

Chiara, testimone della salvifica bellezza (Post 143)

Sicuramente anche voi come me avete letto di Chiara Corbella, la ragazza di 28 anni di Roma che mercoledì 13 giugno è morta per un tumore dopo aver scelto di posticipare le cure per consentire al figlio Francesco (nato il 30 maggio 2011) di venire alla luce e di vivere. Lui è il terzogenito, ma l'unico sano (gli altri due bambini sono infatti morti poco tempo dopo la nascita) di Chiara e di suo marito Enrico.
Per chi fosse all'oscuro della vicenda può leggerla su:
e su quant'altro la sua ricerca via internet saprà trovare.
Potrà inoltre vedere il video del funerale (dove è Enrico a suonare e cantare) 
o più brevemente il servizio sullo stesso di TV2000
o ancora quello che comunicava il suo decesso e quanto ancora la sua ardente curiosità lo porterà a vedere..


La prima reazione che ho avuto nel conoscere Chiara (anche se solo attraverso il web) è di profonda gratitudine di fronte all'oggettiva bellezza di una testimonianza di amore e di fede. 
Non è infatti semplice né scontato vedere morire due figli (Maria nata priva di encefalo e vissuta solo 30 minuti, il tempo di battezzarla, amarla e affidarla a Dio; e Davide nato privo di arti inferiori e vissuto poco di più della sorella), scoprire aspettare un terzo figlio, Francesco, stavolta sano, ma, quasi contemporaneamente di avere una malattia che devasta il corpo fino a divorarti un occhio e concludere la propria esistenza inviando un sms al proprio parroco in cui dice "siamo con le lanterne accese, aspettando lo Sposo".
E' la bellezza che salverà il mondo, la bellezza che viene portata da persone come Chiara che sa trasformare l'assurdità della sofferenza in amorevole accettazione, in dono di sè per l'altro (e per amore di un Altro).
In una società come la nostra dove si pretendono solo diritti amando solo se stessi, c'è bisogno di testimonianze forti come quella di Chiara, che al di là dei riconoscimenti ufficiali (che sicuramente ci saranno) è già in Cielo unitamente ai suoi due bambini e da là veglia e prega per noi e per le mamme in attesa. 
In particolare quelle tentate dall'aborto.
E come dice lei stessa "siamo nati e non moriremo mai più".
Siamo fatti per l'eternità, per l'infinito e troppo spesso lo scordiamo annegando nel nostro "io". Ma questa terra è solo un transito temporaneo in cui amando e donando ci arricchiremo per la meta definitiva e vera. 
Qui possiamo anche essere considerati perdenti ma quella che il mondo chiama sconfitta è la vittoria eterna per la quale siamo stati creati.
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Sono persone e sono i nostri figli! (Contributi 668)

Trovo nel sito di Cultura Cattolica quest'articolo di Luisella Saro che ci mette di fronte, con una testimonianza molto bella, al senso e valore vero dell'esistenza: 


«Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami lo coglierò e lo pianterò sopra un monte alto, imponente; lo pianterò sul monte alto d'Israele. Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all'ombra dei suoi rami riposerà. Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, che umilio l'albero alto e innalzo l'albero basso, faccio seccare l'albero verde e germogliare l'albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò». 
(Ez 17, 22-24)


Quando l’immobilità di un essere umano… muove una regione intera 
Oggi è di Chiara che scriverò. Di quel che ha insegnato, in venticinque anni, ai suoi genitori, ai parenti, agli amici, a chi l’ha conosciuta, a chi le stato e le è vicino. Di quel che ha insegnato a me. Racconterò come, pur trovandosi dalla nascita in una situazione di grave disabilità, senza parlare, senza potersi muovere, è diventata – come racconta Ada, la sua mamma – “centro dinamico attorno al quale sono nati e si sono sviluppati competenze e scambi di relazioni, fino a promuovere l’associazionismo familiare, studi e ricerche, leggi in ambito regionale e nazionale”. Chiara vive in Sardegna, ed è proprio a partire dalla sua storia che nel 2000 nell’isola è sorta una realtà di servizi personalizzati per coloro che hanno disabilità gravi, che coinvolge ora più di trentamila persone ed è un modello per tutte le regioni d’Italia. Insieme ad altre famiglie e associazioni, Ada e Marco Espa sono diventati protagonisti attivi di un’azione sociale volta all’attuazione concreta dei diritti umani di tutti, a cominciare proprio da chi vive le situazioni più difficili, superando il modello pietistico e assistenzialistico della segregazione sociale, convinti, come affermano con forza, che “migliorando la qualità di vita dei più deboli, si produce il miglioramento della società per tutti”. 


Chiara, la sua famiglia, i suoi amici… 
Ada racconta che, dopo una gravidanza e un parto senza problemi, ricevuta la notizia che la figlia era gravemente cerebrolesa, il medico che seguiva la bimba “per il nostro bene ci ha suggerito di affidarla a un istituto per la poca vita che le sarebbe rimasta… avrebbe ricevuto cure adeguate e la nostra famiglia avrebbe potuto vivere una vita cosiddetta normale”. “La poca vita che le sarebbe rimasta” sono, per ora, i 25 anni che Chiara ha compiuto il 30 maggio: traguardo che ha stupito e continua a stupire molti medici e per il quale certamente è stata determinante la scelta coraggiosa compiuta dai genitori: “sarebbe stata lei, nella sua situazione così estrema, a educarci”. Anche se non ci conosciamo, sento Ada al telefono e mi rendo conto che, parlandoci da mamma a mamma, non è difficile capirsi. Chiara ha “sconvolto” la loro vita come ogni bambino che viene al mondo cambia radicalmente la vita dei suoi genitori. Chiara di più, certamente. Ma, come tutti i figli, mentre chiede, dà. E sempre più di quanto si possa immaginare. Certo a casa Espa la vita non è facile, perché sono tanti i bisogni di Chiara, che ormai è una giovane donna: necessita di un’assistenza 24 ore su 24 e dopo un lungo periodo in cui i genitori sono riusciti a nutrirla con il biberon, adesso ha il sondino nasogastrico; deve usare per più di 20 ore al giorno una macchina respiratoria non invasiva e le sono indispensabili frequenti broncoaspirazioni, nonché un continuo monitoraggio dell’ossigenazione e della frequenza cardiaca. In casa la temperatura dev’essere costante, intorno ai 26-27°, e l’attenzione all’igiene particolarmente scrupolosa, per evitare infezioni e contagi. E’ chiaro, dunque, che non sarebbe possibile accudirla se, nel tempo, i genitori non avessero imparato ad organizzarsi e a chiedere aiuto: alla famiglia d’origine, ai vicini, in parrocchia, agli amici, ai compagni di studio, e a costruire una rete di rapporti che hanno fatto di casa Espa un luogo di incontro, di aiuto e di crescita reciproca. Coordinati dal pediatra prima e dal medico di base poi, attorno a Chiara hanno sempre ruotato anche tanti specialisti, nell’ottica della multidisciplinarietà e coprogettando le visite domiciliari necessarie. “Siamo arrivati persino a chiamare il veterinario con l’ecografo e il radiografo portatile per cavalli”, racconta la mamma, che aggiunge come purtroppo non sia facile trovare queste attrezzature portatili disponibili per gli esseri umani. Prezioso, in particolare, il rapporto con il primario della rianimazione, che “sembra quasi abbia in testa un laboratorio di analisi per come sa individuare ogni volta ad occhio nudo quali siano i suoi valori alterati”. E’ questa, credo, una delle cose che più fa riflettere di questa storia: l’attenzione ai segnali, anche ai più piccoli. La capacità di decodificare il linguaggio non verbale che, come mi racconta la mamma di Chiara al telefono, è diventata educazione, per lei, a capire di più e più in profondità anche gli altri, osservandone i comportamenti, le sfumature. Penso ai miei figli quando ancora non sapevano parlare e ricordo bene come mi pareva di essere l’unica in grado di comprenderne i bisogni semplicemente interpretando il “tipo” di pianto, o i movimenti del corpo… Chiara, adesso, è insieme bambina, adulta ed anche anziana, per la fatica quotidianamente compiuta dal suo corpo, dai suoi organi, e quindi l’approccio, con lei, deve necessariamente essere, insieme, amorevole ed esperto. E allora capisco com’è possibile che Chiara, nella sua condizione di fragilità estrema, sia una presenza così potente, così “sconvolgente” per chiunque, in qualsiasi modo (anche attraverso un articolo!) si accosti a lei: è un richiamo per tutti a stare, con chi ci è accanto, al livello in cui è, accogliendo, semplicemente, la sua presenza. Senza pretese. Chiara, nell’immobilità e nel silenzio, ci educa a questo. 


Libertà di morire o sostegni per vivere? 
In quest’epoca in cui si discute di testamento biologico, di eutanasia (o dolce morte, o morte dignitosa… cambiano le parole, ma non la realtà che nascondono), la famiglia Espa, che da 25 anni vive il rapporto quotidiano con la disabilità della figlia, ha le idee chiarissime. “Noi pensiamo che la voglia di vivere e la qualità di vita sia determinata dalle relazioni umane e dai sostegni che si ricevono”, afferma infatti Ada, che cerca di rendere più chiaro ciò che intende servendosi di una metafora. “Se pensiamo che la disabilità sia pesante come una tonnellata, è ovvio che qualsiasi persona, qualsiasi famiglia lasciata sola ne risulterà schiacciata, se invece impariamo a dividerci il peso, se c’è una comunità pronta a condividerlo, sarà più facile da portare”. E aggiunge: “Io penso che, nel dubbio, fra scegliere di vivere o di morire in situazioni che possono avere contorni sfumati, non ci sia la possibilità di prendere decisioni nette e definitive che hanno la conseguenza ineluttabile della morte, cioè il cessare del respiro, del battito cardiaco e di tutte le funzioni di un corpo, ‘solo’ perché il cervello è danneggiato gravemente, come se il cervello perfettamente funzionante fosse il tutto, fosse l’unica e sola sede del valore della persona. Non penso siano questi i parametri per misurare la dignità di una persona: mia figlia mi fa capire ogni giorno il valore della sua corporeità, con la sua pelle che sente, i suoi muscoli, il suo respiro, il battito delle palpebre con il quale a volte riesce a comunicare, l’impercettibile movimento delle sue mani…”. Quando si è consapevoli del valore della persona “senza se e senza ma”, se si è sostenuti da una rete di relazioni significative e da servizi sociali concreti e a misura delle necessità di ciascuno, secondo i genitori di Chiara è meno difficile scegliere ogni giorno di preferire la vita, anche se ci tengono a precisare che sono molto contrari ad ogni forma di accanimento terapeutico. “Ci mancherebbe!”, dicono convinti. 


E’ “dignitosa” la vita di Chiara? 
Capita però spesso che chiedano alla famiglia Espa se ha mai pensato che una vita vissuta nella disabilità gravissima non fosse abbastanza dignitosa per Chiara. “Tante volte – risponde Ada - ci abbiamo pensato e tante volte mi sono detta: chi sono io per dire che una persona nelle condizioni di Chiara è meglio che muoia o che viva? Chi sono io, pur madre, per decidere al posto suo che è meglio che se ne vada perché soffre troppo? Mia figlia mi lancia continuamente messaggi di segno opposto: certo lei non parla e sono io che devo decodificarli. Ricordo una notte, nel reparto di rianimazione, lei mi ha lanciato uno sguardo, è riuscita ad aprire gli occhi, a spalancarli, con una tale energia e volontà – e li ha rivolti a me – in quel momento ho sentito come se mi dicesse: mamma guarda che io sono qui e voglio rimanere qui. E tu devi lottare per me”. “Se qualcuno – conclude Ada – può pensare che questa non sia vita, che sia solo un vegetale, lo dica, abbia il coraggio di parlarne… Sono persone e sono i nostri figli!”
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giovedì 21 giugno 2012

La scelta dei poveri è il vero culto gradito a Dio (Contributi 667)

Da Zenit una notizia interessante: 


La Adelholzener Alpenquellen GmbH - uno dei dieci più grandi fornitori tedeschi di acqua minerale – produce ogni anno nel Chiemgau (la regione collinare ad est di Monaco di Baviera, ai piedi delle Alpi) più di 360 milioni di bottiglie di acqua minerale e di bevande non alcoliche. 
L'azienda, che ha circa 400 dipendenti, appartiene dal 1907 alla Congregazione delle Figlie della Carità di San Vincenzo de' Paoli. 
La storia delle fonti termali di Bad Adelholzen risale alla tarda antichità. Secondo la tradizione, San Primo avrebbe scoperto le sorgenti per ordine divino. Grazie alle loro proprietà terapeutiche potevano dare sollievo a tanti ammalati. 
San Primo avrebbe individuato assieme a suo fratello, San Feliciano, anche un'altra nota sorgente di acque termali, quella di Bad Gastein, nella vicina Austria. Sempre secondo la tradizione, i santi Primo e Feliciano subirono il martirio sotto l'imperatore Diocleziano. 
E' possibile risalire fino all'anno 959 ai proprietari delle sorgenti di Adelholzen, ritenute il più antico stabilimento termale di tutta la Baviera. 
A differenza dei proprietari precedenti, sin dall'inizio le Figlie della Carità hanno voluto rendere l'acqua termale di Adelholzen accessibile a tutti. Nel 1939, la sorgente Primus è stata riconosciuta ufficialmente come fonte termale curativa. La missione principale delle Figlie della Carità è dedicarsi secondo lo spirito della carità cristiana all'aiuto ai bisognosi. 
Vivono secondo gli ideali di San Vincenzo de' Paoli (1581-1660) – ritenuto il fondatore della carità moderna – e di Santa Luisa di Marillac (1591-1660), che assieme a Vincenzo de' Paoli fondò le Filles de la Charité. 
Infatti, i guadagni ottenuti dalla vendita delle acque e bevande della Adelholzener Alpenquellen GmbH vengono destinati a scopi sociali. Le religiose gestiscono attualmente tre ospedali e sei ospizi e case per anziani. “Dovete trattare il prossimo con amore e rispettarlo profondamente”, disse Luisa di Marillac, parole sante che finora guidano le Figlie della Carità nella loro attività. 
La congregazione, la cui casa madre si trova a Monaco di Baviera, fa parte della grande Famiglia Vincenziana e si dedica anche all'assistenza dei poveri e dei senzatetto, offrendo loro ad esempio un pasto caldo nella Vinzenzstube nel quartiere Berg am Laim e durante il fine settimana nella Haus Mechtild nel centro storico del capoluogo bavarese.
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mercoledì 20 giugno 2012

Senza la luce di Dio è notte per l'Europa (Contributi 666)

Senza alcun timore per il nemico solforoso (che è già stato vinto da Cristo), ecco un articolo di Cermine Tabarro della Comunità Cattolica Shalom tratto da Zenit che dà un giudizio sulla crisi europea: 

La notte collettiva che ha colpito l’Europa, è stata più volte denunciata dal Magistero Papale. A titolo d’esempio, il 4 novembre 1982, Giovanni Paolo II nella Cattedrale di Segovia – ricordando San Giovanni della Croce e la sua “Notte Oscura” – affermava che l’uomo moderno “nonostante le sue conquiste, sfiora nella sua esperienza personale e collettiva l’abisso dell’abbandono, la tentazione del nichilismo, l’assurdità di tante sofferenze fisiche, morali e spirituali. La notte oscura, la prova che fa toccare il mistero del male ed esige l’apertura della fede, acquisisce a volte dimensioni di epoca e proporzioni collettive”
Altrettanto profetico è stato quello che ha detto Papa Benedetto XVI nella sua omelia del 31 Maggio 2009, nel giorno della Pentecoste: “Quello che l'aria è per la vita biologica, lo è lo Spirito Santo per la vita spirituale; e come esiste un inquinamento atmosferico, che avvelena l'ambiente e gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica ed avvelena l'esistenza spirituale. Allo stesso modo in cui non bisogna assuefarsi ai veleni dell'aria - e per questo l'impegno ecologico rappresenta oggi una priorità - altrettanto si dovrebbe fare per ciò che corrompe lo spirito. Sembra invece che a tanti prodotti inquinanti la mente e il cuore che circolano nelle nostre società - ad esempio immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l'uomo e la donna - a questo sembra che ci si abitui senza difficoltà”
La notte europea è fondata proprio sul dramma di una cultura che delinea un orizzonte nel quale Dio è stato estromesso, “oscurato”, “negato ideologicamente”. 
Quanto sopra serve a comprendere le cause che stanno determinando la deflagrazione dell’Europa. Colpita dalla crisi finanziaria emersa nel 2007 negli Stati Uniti, gli Stati Europei ed il Parlamento europeo, nonostante 25 vertici, non sono riusciti ad evitare che questa crisi, venuta da lontano si trasformasse in una grave crisi del debito pubblico, che ha travolto Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia, facendo pagare un salato conto alle persone, alle famiglie e alle imprese, mettendo in pericolo la solidità dell’Unione e dell’euro. 
Le cause a livello pratico che hanno innestato la crisi sono diverse. In questa sede ci soffermeremo sull'eccessiva rigidità ideologica monetarista e sulla mancanza di una visione sul bene comune. Nel caso greco la storia è abbastanza semplice. Per anni la Grecia, come tutti i paesi della periferia dell’area-euro hanno cercato di “arrangiarsi”, prendendo direzioni diverse. Grecia, Portogallo e Italia hanno usato la spesa pubblica finanziata dal debito – approfittando dei bassi tassi d’interesse iniziali consentiti dall’euro e aggirando il Patto di stabilità – per sostenere l’occupazione e i salari; questo ha determinato la perdita di capacità produttive e peggiorato i conti con l’estero e il debito pubblico è stato finanziato sempre più da banche estere, che ora temono l’insolvenza e hanno scatenato la crisi. Hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi e tutti, cittadini e governo, hanno speso di più di quanto guadagnavano. 
A rendere lo squilibrio greco ancora più grave, hanno contribuito un’evasione fiscale superiore perfino a quella italiana, e questo, assieme a una pesante ed inefficiente pubblica amministrazione che gravava in modo intollerabile sul bilancio pubblico. A dare il colpo di grazia finale, sono arrivati i costi faraonici delle Olimpiadi, facendo crescere il debito pubblico e il deficit, in maniera geometrica. 
Questo stato di cose non poteva durare troppo tempo ed i cittadini più economicamente facoltosi, fiutando l’aria della bancarotta, hanno fatto a gara per portare i capitali all’estero. Questo sistema, per poter reggere per oltre un decennio, ha reso necessario che i governanti greci truccassero i conti pubblici. 
Tutto questo è avvenuto sotto gli occhi dell’Unione Europea, della BCE della Germania, della Francia, senza che nessuno avesse nulla da dire. Bisogna chiedersi: perché tutto questo sia stato permesso ai governanti greci? 
La risposta per la sua semplicità è molto banale: difatti nel 2003, la Commissione Europea più volte ha chiesto ai paesi euro di attivare politiche di controllo sui loro bilanci pubblici. Ma le risposte di Germania, Francia e Italia furono negative, perché, a loro avviso, questo sarebbe stato un'indebita invasione della sovranità nazionale. 
In altre parole l’Unione Europea viene a costruirsi intorno ad un’anarchia assoluta, dove gli stati avrebbero voluto fare quello che volevano, senza politiche economiche, fiscali, democratiche comuni. In tal senso il bene comune dell’Unione europea si è sgretolato dinanzi al bene totale dei singoli stati. La crisi finanziaria, con tutti i suoi speculatori hanno fatto il resto. 
A questo punto gli altri paesi dell’Eurozona (Germania in primo luogo, seguita dalla Francia) hanno preteso che la Grecia adottasse politiche rigorose di risanamento necessarie per rimettere in ordine i conti del Tesoro e del sistema bancario, pesantemente indebitato con l’estero. Ma la gravità del debito e del deficit era tale, che non bastava obbligare il governo greco a cambiare politica ed ad adottare politiche draconiane di tagli che incidevano sulla carne viva delle persone, delle famiglie, dei corpi intermedi della società, ma ci sarebbe stato bisogno di politiche economiche di urgente aiuto esterno per evitare che gli attacchi speculativi travolgessero Tesoro, banche e popolazione. 
Se al posto dell’egoismo dei forti ci fossero state politiche animate dal bene comune, all’inizio della crisi sarebbero stati sufficienti poche decine di miliardi di Euro per allontanare gli attacchi degli speculatori e guadagnare il tempo necessario per mettere in atto le misure di risanamento sostenibili.
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lunedì 18 giugno 2012

Il terremoto e la verità (Contributi 665)

Pigi Colognesi da Il Sussidiario torna a parlare degli attacchi alla Chiesa con un bel giudizio: 

 «Il mondo non è che una continua altalena. Tutte le cose vi oscillano senza posa: la terra, le rocce del Caucaso, le Piramidi d’Egitto, e per l’oscillazione generale e per la propria. La stessa costanza non è altro che un’oscillazione più debole».
Sono parole di Michel de Montaigne i cui Saggi – opera centrale per il passaggio alla modernità - sono stati recentemente ripubblicati. Che «tutte le cose oscillano» è esperienza evidentissima e quotidiana per gli abitanti delle zone terremotate: le mura che fino a ieri offrivano solido appoggio oggi minacciano di crollare, la torre che costituiva elemento essenziale del paesaggio familiare è caduta. 
Ma in fondo ogni persona minimamente pensosa sa che la precarietà, il continuo movimento, la transitorietà caratterizzano la natura attorno a noi ed anche – ciò che più importa – noi stessi. Di fronte a questa constatazione si apre un bivio. La prima strada percorribile è – come scrive Remo Bodei presentando i Saggi - quella di non affannarsi a cercare «risposte definitive», non ambire ad una felicità permanente, ad una verità indiscutibile e assoluta. 
È una strada che appariva ragionevole a Montaigne in un periodo e in un Paese – la Francia del secondo Cinquecento, dilaniata dai conflitti di religione tra cattolici e protestanti – in cui spesso le «risposte definitive» erano imbracciate come armi contro gli avversari e la «verità» usata come un manganello. Meglio accontentarsi di verità parziali, di speranze limitate, di soddisfazioni quotidiane piuttosto che dell’inarrivabile felicità. 
Procedendo in questa direzione, si giunge però a preferire la precarietà rispetto alla difficile esigenza di stabilità e, quindi, a sentire nemico chi, come la Chiesa cattolica, continua a sostenere che verità, libertà, felicità non sono chimere irraggiungibili, ma l’unica destinazione adeguata all’uomo e, per di più, una destinazione di cui si può da subito sperimentare una caparra. 
È questa la seconda strada. In essa realisticamente non si finge che la precarietà non esista o che non ci sia oscillazione di sé e delle cose, né ci si nasconde che le «risposte definitive» possono essere travisate e strumentalizzate. In essa però, nello stesso tempo, non si è disposti a tacere che l’esigenza di stabilità è più radicale della constatazione dell’effimero e non si inganna, con speranze piccole e felicità a portata di mano, lo struggimento che tende a quelle grandi e permanenti. 
In questa strada chi afferma di possedere le «risposte definitive» non vanta una propria superiorità o una volontà di esclusione: semplicemente è contento del tesoro trovato e vorrebbe farne parte tutti. 
A questo riguardo è abbastanza frequente leggere saggi e inchieste che incolpano la Chiesa cattolica di essere arroccata sulle sue «risposte definitive» senza mostrare nessuna disponibilità ad adeguarsi alla liquida flessibilità in cui il mondo cosiddetto secolarizzato si è ormai assestato. 
Se la Chiesa – dicono - rinunciasse alla pretesa della definitività, verrebbe compresa ed accettata molto più facilmente dal mondo moderno. Probabilmente è vero: all’inizio verrebbe accettata come una delle tante voci del multiforme coro della precarietà, ma ben presto sarebbe dimenticata o buttata come ultimamente insignificante. 
Invece offrendo la sua «risposta definitiva» la Chiesa riconosce ed afferma la statura «grande» della ragione umana. 
Una ragione che anela a poter dire col salmista: «Non temiamo se trema la terra, se crollano i monti nel fondo del mare».
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