Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

giovedì 30 agosto 2012

Embrioni amati dall'Eternità (Contributi 723)

Un articolo di Aldo Trento (missionario in Paraguay) da Il Sussidiario: 

Nella confusione in cui viviamo, in cui non si riconoscono più né il Mistero né la presenza del Divino fatto carne in Cristo, e quindi la dignità unica e irripetibile dell’uomo, la sfida è di renderci conto che siamo creature amate dall’eternità
I pazienti della mia clinica in Paraguay che si trovano in uno stato vegetale sono apparentemente inutili, ma io vedo in loro il riverbero, i riflessi e il vibrare dell’Essere. 
Allo stesso modo, quel piccolo nucleo che può essere l’incontro tra lo spermatozoo e l’ovulo umano è già la presenza del Mistero. 
Io devo solo riconoscerlo, adorarlo e abbracciarlo. 
Lo vedo nella mia situazione in cui l’ipotesi di un Parkinson mi blocca. La vita vale perché è, non perché si svolge in una certa maniera. 
L’uomo è stato pensato dall’eternità: “Prima di formarti nel ventre di tua madre, io ti ho conosciuto e ho pronunciato il tuo nome”. 
L’uomo è frutto del pensiero di Dio. In molti si chiedono come si possa spiegare queste cose a chi non crede in Dio, ma in realtà non si tratta di fornire una spiegazione. Dalla mia amicizia con il presidente della Repubblica del Paraguay, Federico Franco, è nata una politica che va in una direzione totalmente opposta rispetto a un tempo. In un suo recente discorso ha parlato di “rispetto della vita umana dall’inizio all’ultimo istante”, e il motivo è che viene da un’esperienza umana nella quale la ragione è guardata nella sua totalità di fattori. Sul concetto di genere, oltre che su aborto ed eutanasia oggi ha un’altra visione rispetto a un tempo. Dobbiamo realmente ripartire dalla domanda su che cosa siano l’uomo e la ragione, perché è da qui che si può costruire un dialogo. 
Tutto il resto è soltanto una questione di voti e di convenienza politica. 
Partendo dalla domanda su chi sia l’uomo e da dove viene, è possibile comprendere il motivo per cui una politica in favore della vita sia resa necessaria dalla ragione prima ancora che dalla fede. 
Se la ragione è la misura di tutte le cose, allora a contare sono solo l’opinione e gli stati d’animo. 
Ben diverso è se la ragione è concepita come una finestra sull’Infinito, e permette di avere l’umiltà di riconoscere che comunque c’è qualcosa più in là di ciò che possiamo pensare e immaginare. 
Otto mesi fa nella mia clinica in Paraguay abbiamo ricoverato un ragazzo che quando è arrivato voleva togliersi la vita, e che ieri è morto per la sua malattia con gli occhi rivolti al cielo e dicendo “Grazie Gesù”. 
Molti sono nella posizione in cui era lui perché non hanno mai incontrato la verità del cristianesimo, come esperienza di vita e come risposta a una domanda essenziale della ragione che si affanna in ogni istante per aprirsi all’infinito. 
E’ quindi una questione di testimonianza. 
Il mio ospedale in Paraguay è la testimonianza di un fatto possibile perfino a livello di struttura, che dice che cosa è la ragione e rappresenta un’apertura senza confini a tutte le persone. Di recente sono stato chiamato a parlare come relatore ufficiale alla Banca Mondiale di Washington su come il Terzo Mondo possa auto-sostenersi. 
Quando hanno capito che la mia posizione sull’omosessualità era molto differente rispetto alla loro ideologia, il mio ruolo ufficiale è stato cancellato. Da un lato erano affascinati dall’esperienza che avevano visto in me, ma dall’altra c’è una specie di rabbia perché c’è un fatto che si impone. 
Il nostro lavoro è quindi quello di risvegliare la ragione, perché senza questo risveglio e questa offerta di testimonianza su che cosa è la ragione nella sua verità, è impossibile dare una risposta a domande come quella se una vita valga sempre e comunque la pena di essere vissuta. 
E’ facile per esempio condannare il comunismo per le sue conseguenze, ma ciò che va messo in discussione è la concezione di uomo che sta alla sua base. Cioè se per me l’uomo è il frutto del Mistero, o una “passione inutile” come dice Sartre, e un “essere per la morte” come dice Heidegger. 
Dobbiamo confrontarci e approfondire il punto di partenza, perché altrimenti sul resto diventa impossibile capirsi.
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Di fronte al potere, la Verità è Verità. Non ci sono compromessi (Contributi 722)

Un articolo di Benedetta Frigerio da Tempi, riprende l'udienza papale del 29 agosto: 

Oggi ricorre il martirio di san Giovanni Battista. Ed è su di lui che papa Benedetto XVI oggi ha fatto la sua catechesi pubblica, per dire che al pari del santo i cristiani non devono indietreggiare di fronte al potere, ma testimoniare la verità senza compromessi: «La verità è la verità. Non ci sono compromessi», ha detto il Santo Padre. 
Un richiamo attuale quello che Benedetto XVI fa al suo gregge, spesso tentato di tacere la verità in un mondo che la rifiuta come una violenza. Il Battista, ha ricordato il Pontefice, «diede la sua vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Gesù Cristo, gli fu ingiunto solo di tacere la verità». 
Perché non tacendo «la verità così morì per Cristo che è la Verità». 
Testimoniando «la sua fedeltà ai comandamenti di Dio, senza cedere o indietreggiare, compiendo fino in fondo la sua missione». 
Il Battista, infatti, morì non perché parlava di Cristo, ma perché biasimava la condotta degli uomini che avevano preso vie fuorvianti. 
Così ebbe il coraggio di sfidare anche il potere condannando apertamente la condotta di re Erode Antipa, che aveva una relazione incestuosa con sua cognata Erodiade. E continua il Papa, «per l’amore alla verità, non scese a compromessi e non ebbe timore di rivolgere parole forti a chi aveva smarrito la strada di Dio». Per questo è necessario «celebrare il martirio di san Giovanni Battista», che «ricorda anche a noi, cristiani di questo nostro tempo, che non si può scendere a compromessi con l’amore a Cristo, con la sua Parola, con la Verità. La Verità è Verità, non ci sono compromessi». E questo vale ogni giorno perché, ha sottolineato il Pontefice, «la vita cristiana esige, per così dire, il “martirio” della fedeltà quotidiana al Vangelo, il coraggio cioè di lasciare che Cristo cresca in noi e sia Cristo ad orientare il nostro pensiero e le nostre azioni». 
Da dove nasce tanta forza di fonte al rifiuto del potere? 
«Noi – ha detto il Santo Padre – vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti». E «domandiamo: da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù? 
La risposta è semplice: dal rapporto con Dio, dalla preghiera, che è il filo conduttore di tutta la sua esistenza». Questa posizione, come per il Battista, può essere testimoniata «nella nostra vita solo se è solido il rapporto con Dio». 
Quindi, ha concluso Benedetto XVI, «la preghiera non è tempo perso, non è rubare spazio alle attività, anche a quelle apostoliche, ma è esattamente il contrario: solo se se siamo capaci di avere una vita di preghiera fedele, costante, fiduciosa, sarà Dio stesso a darci capacità e forza per vivere in modo felice e sereno, superare le difficoltà e testimoniarlo con coraggio».
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lunedì 27 agosto 2012

Orizzonte o nascondiglio (Contributi 721)

Un articolo di Pigi Colognesi da Il Sussidiario riprende un interessante incontro del meeting di Rimini appena concluso: 

Durante la sua lezione sul titolo del Meeting 2012,  Javier Prades  ha citato la frase di uno scultore che dice: «L’orizzonte è la patria comune di tutti gli uomini». Frase perfettamente illustrata da due immagini improvvisamente comparse sullo schermo di fronte ai nostri occhi attenti. 
Pettine dei venti
Nella prima si vedono scogli battuti dalle onde, da cui fuoriescono ferri simili a ganci arrugginiti, che però hanno una strana armonia di curve che si stagliano sulle speculari infinità del cielo e del mare. 
La seconda è un avvolgente abbraccio di cemento armato piantato su larghi pilastri; elevandosi da un prato verdissimo, la scultura dialoga silenziosamente – anche in questo caso – con mare e cielo. 
Non le avevo mai viste e lì per lì non sono nemmeno riuscito ad afferrare il nome del loro autore. Allora ho fatto qualche indagine e ho scoperto che si tratta di Eduardo Chillida, (le sole note biografiche in italiano che ho trovato sono QUI) scultore basco di cui lo scorso 19 agosto si celebrava il decimo anniversario della morte. Con una veloce ricerca sulla rete (c’è anche un bel video sulla sua casa-museo) ho scoperto che la prima scultura si chiama Il pettine dei venti e la seconda Elogio dell’orizzonte
Ed è proprio la sconfinata apertura a quel punto ultimo di ogni sguardo, che non ne chiude la potenza visiva ma continuamente la rilancia in avanti, che rende così così affascinante l’opera di Chillida e, nel contempo, spiega meglio di ogni altra cosa quello che, ancora una volta, è successo al Meeting. 
E cioè che si è voluto mettere in moto una ragione che non ha la preoccupazione di definire (cioè di rinchiudersi in confini saputi e tranquillizzanti), ma di spalancarsi sulla vastità di un reale (fisico, sociale, personale, di pensiero, gusto e bellezza) che è sempre debordante ogni definizione, sempre «più in là». 
Elogio all'orizzonte
La radicale sfida della contemporaneità si gioca in gran parte nella decisione su quale delle due modalità di uso della ragione si sceglie. Che si rifletta su che cosa sia la persona umana o su come uscire dalla crisi, che si discuta su cosa significhi educare o pagare per le colpe commesse, che ci si affatichi per costruire un palco o ci si rilassi cantando e ballando con gli amici, è sempre l’uno o l’altro dei due modi di usare la ragione che si mette in campo: l’orizzonte o il nascondiglio. 
Ed è nascondiglio, seppure arredato di analisi fintamente distaccate, la stucchevole riproposizione di interpretazioni puramente politico-partitiche che non sono mancate neanche nell’edizione 2012 del Meeting. 
Analogamente sarebbe nascondiglio abboccare all’amo di queste riduzioni in una irritata reazione puramente difensiva: la tensione all’orizzonte lascia facilmente indietro queste scorie banalizzanti. 
Cercando informazioni su Chillida ho trovato un’altra frase che spiega bene la dinamica di una ragione aperta: «Io non rappresento, domando»
L’artista, cioè, (ma questo vale per ognuno di noi) non è il proprietario della scena della sua vita, su cui possa rappresentare a piacimento l’azione che più gli aggrada. 
È, invece, uno che si trova nel «gran teatro del mondo», sa che ha una insostituibile parte da svolgervi, ma non ne conosce né i dettagli né le modalità. 
E per questo «domanda», è un «mendicante».
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domenica 26 agosto 2012

Emergenza Uomo (Contributi 720)

Questo il comunicato conclusivo del Meeting di Rimini 2012, giunto alla 33^ edizione: 

 “La considerazione dell’uomo come creatura […] – ci ha scritto Benedetto XVI nel suo messaggio autografo – implica un riferimento essenziale a qualcosa d’altro o meglio, a Qualcun altro” che “non solo non nasconde o diminuisce, ma rivela in modo luminoso la grandezza e la dignità suprema dell’uomo”. Il Santo Padre ci ha invitato in apertura del Meeting a purificarci dai “falsi infiniti”, di cui il cuore dell’uomo si riempie, per scoprire “la dimensione più vera dell’esistenza umana”. 
Una gratitudine e commozione che ci ha accompagnato lungo questi sette giorni: 98 incontri con 271 relatori, 9 mostre, 21 spettacoli, 800 mila presenze, da 40 paesi diversi. 
L’esperienza di queste giornate, i fatti accaduti, il popolo del Meeting, hanno mostrato che è possibile vivere questa dimensione dell’esistenza umana, testimoniando che il rapporto con l’infinito, al quale ogni uomo anela, non è questione spiritualistica per addetti ai lavori o per persone ‘pie’, ma un fattore essenziale per vivere ogni aspetto della vita con verità. 
“Nulla allora è banale o insignificante nel cammino della vita e del mondo. L’uomo è fatto per un Dio infinito che è diventato carne, che ha assunto la nostra umanità per attirarla alle altezza del suo essere divino”, ha scritto ancora Benedetto XVI. Un infinito fattosi carne, presente in tutte le circostanze della vita: per questo tutto ci interessa, per questo ci siamo confrontati con personalità istituzionali e con uomini di altre culture e di altre religioni, come la compagnia libanese protagonista dello spettacolo inaugurale; per questo abbiamo proposto una lettura nuova di Dostoevskij, un modo nuovo di guardare al rock’n’roll, come accaduto in due delle mostre più seguite di questo Meeting. E poi la mostra “L’imprevedibile istante. Giovani per la crescita”: ragazzi che hanno raccontato a migliaia e migliaia di persone che è possibile non lasciarsi abbattere dalle circostanze, ma rinascere e costruire in ogni momento, riscoprendo la natura profonda del proprio io come desiderio insopprimibile di bene. 
Ancora una volta, negli spettacoli e negli appuntamenti dedicati alla letteratura e all’arte, abbiamo scoperto che sull’ “aspirazione al bello che abita nelle profondità di ogni cuore umano”, come ha detto l’artista libanese Ivan Caracalla, è possibile incontrarsi con chiunque. Alla politica abbiamo chiesto e chiediamo un’unica cosa, la libertà, cioè che non venga soffocata e ostacolata questa necessità dell’uomo di vivere all’altezza dei suo desideri e di costruire opere che siano “forme di civiltà nuova” (Giovanni Paolo II); un civiltà nuova che sono stati i 4000 volontari (750 durante il pre meeting, 3393 durante il Meeting): volti, facce, sguardi che hanno mostrato a tutti che spendersi per l’ideale realizza una pienezza umana. “E’ nell’incontro con Gesù che emerge la nostra vera statura, la statura dell’uomo e del suo desiderio, di quella nostalgia di assoluto che percorre le culture umane”, ha ricordato nell’incontro sul tema del Meeting Javier Prades. 
Come accade ogni anno, in tanti hanno riconosciuto la ricchezza di questa esperienza e il suo valore come contributo al mondo: “un patrimonio di risorse e di energie indispensabile”, ha scritto il presidente Napolitano nel suo messaggio. “Il Meeting è una scuola”, ci ha detto un ospite, per imparare a essere uomini, per imparare che l’esperienza religiosa ha a che fare con tutta la vita, per imparare il rispetto per la funzione che il potere ha di costruire il bene comune, per imparare a uscire dal “bunker” dell’indifferenza, scoprendo che tutto, dalla libertà religiosa alle neuroscienze, dai problemi economici alle grandi questioni democratiche internazionali, c’entra con la vita dell’uomo. 
Questa è la nostra strada, questo è il cammino che vogliamo continuare a percorrere, testimoniando ciò che abbiamo incontrato e che genera ciò che abbiamo visto in questi giorni. 
Nella società in cui viviamo è urgente l’esigenza di ridare un’identità chiara all’io, protagonista nella vita e costruttore di storia; per questo il titolo della XXXIV edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, che si terrà dal 18 al 24 agosto 2013, sarà : “Emergenza uomo”
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Un mondo senza Dio sarebbe disumano (Contributi 719)

Si è conclusa ieri la XXXIII edizione del Meeting di Rimini, ma desideravo proporre a tutti i frequentatori del blog questo resoconto tratto da Zenit di un incontro in cui il cardinale Tauran, il ministro Terzi e il presidente dell'Assemblea generale dell'ONU, Al-Nasser, discutono sulla libertà religiosa. 

Jean Louis Tauran
La libertà religiosa è l’alfa e l’omega di tutte le libertà dell’uomo. 
Numerosi sono stati gli incontri, le iniziative e gli interventi su questo tema, durante l’ultimo Meeting di Rimini, e il convegno Politica internazionale e libertà religiosa, tenutosi venerdì sera, ne ha rappresentato una sorta di sintesi. 
L’incontro, moderato dal presidente del Centro internazionale di Comunione e Liberazione, Roberto Fontolan, ha visto la presenza di personalità di spicco del mondo religioso, politico e diplomatico: il presidente dell’Assemblea generale dell’ONU, Nassir Adulaziz al-Nasser, il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi di Sant’Agata, e il presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, il cardinale Jean Louis Tauran. Al-Nasser ha espresso la propria preoccupazione per le violazioni della libertà religiosa in tutto il mondo, ormai sempre più tristemente numerose. “Tali questioni continuano a turbarci”, ha detto il presidente dell’Assemblea generale dell’ONU, confermando l’impegno delle Nazioni Unite in questo campo. Tra le iniziative del Palazzo di Vetro, Al-Nasser ha annunciato l’imminente proiezione del documentario Al di là del bene e del male, sul tema del perdono. 
“L’umanità – ha aggiunto – deve costruire ponti abbastanza forti da resistere all’urto delle differenze”. La diversità, secondo Al-Nasser è un valore che si tutela tanto più si è consapevoli dei vantaggi che questa comporta , godendo dei frutti della globalizzazione. 
Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata ha invece sottolineato la volontà del governo italiano di dialogare con tutte le popolazioni del Mediterraneo sia sul piano economico che culturale. Sotto questo punto di vista, il ministro ha posto in evidenzia l’aumento del 20% degli scambi commerciali dell’Italia con le nazioni nordafricane e mediorientali. Terzi ha poi affermato che l’Italia ha tutte le carte in regola per la difesa delle minoranze religiose, cristiane in particolare. È opportuna, a tal fine, anche un’opera educativa che sensibilizzi i giovani sull’esistenza di situazioni di guerra e di martirio. “Il tema della religione – ha spiegato il capo della diplomazia italiana – è stato per troppo tempo marginalizzato in Europa. 
Le vicende legate al rispetto della libertà religiosa erano considerate sconvenienti: in politica occorre riportare i valori fondamentali come la libertà religiosa e i diritti umani”. Citando le parole di papa Benedetto XVI, il ministro degli Esteri ha inoltre affermato che “limitare la libertà religiosa significa coltivare una visione riduttiva dell’essere umano”. 
Il cardinale Tauran ha osservato che se si parla così tanto di libertà religiosa è proprio perché questo principio è uno dei più costantemente violati, menzionando a tal proposito, il recente caso della bambina down condannata a morte in Pakistan per blasfemia. “Fino al 1945 – ha detto Tauran – il problema della libertà religiosa era gestito all’interno di ogni singolo stato ma gli orrori della seconda guerra mondiale fecero emergere la necessità di un accordo su quali fossero i diritti dell’uomo su base internazionale”. La libertà religiosa, ha proseguito il porporato francese, “si fonda sulla natura stessa dell’uomo come è stata creata da Dio”, pertanto lo stato “non deve interferire con la vita religiosa, almeno fino a quando non vengono lesi i diritti altrui”. 
Lo stato quindi deve “prendere atto che l’uomo è per natura religioso, che il fatto religioso è parte integrante della società” e che “un mondo senza Dio sarebbe un mondo disumano”. In conclusione il presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso ha dichiarato: “L’uomo è grande quando fa della sua vita una risposta all’amore di Dio”. E, citando Charles Peguy, ha esortato: “Cerchiamo di mantenere aperta la porta della speranza e dell’amore. Dio ci ha costruiti come speranza”. Delineando una sintesi dei contributi dei tre relatori, il moderatore Roberto Fontolan ha concluso l’incontro, descrivendo il cammino verso la libertà religiosa come un “cammino ancora lungo”, in cui ogni persona deve “fare la sua parte, non aspettandosi un’azione dall’alto ma servendosi di un ‘io’ pienamente umano”. 
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Domenica XXI t.ord. 26-ago-2012 (Angelus 95)

Cari fratelli e sorelle! 
Nelle scorse domeniche abbiamo meditato il discorso sul «pane della vita», che Gesù pronunciò nella sinagoga di Cafarnao dopo aver sfamato migliaia di persone con cinque pani e due pesci. Oggi, il Vangelo presenta la reazione dei discepoli a quel discorso, una reazione che fu Cristo stesso, consapevolmente, a provocare. Anzitutto, l’evangelista Giovanni – che era presente insieme agli altri Apostoli – riferisce che «da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui» (Gv 6,66). Perché? Perché non credettero alle parole di Gesù che diceva: Io sono il pane vivo disceso dal cielo, chi mangia la mia carne e beve il mio sangue vivrà in eterno (cfr Gv 6,51.54); veramente parole in questo momento difficilmente accettabili, comprensibili. Questa rivelazione - come ho detto - rimaneva per loro incomprensibile, perché la intendevano in senso materiale, mentre in quelle parole era preannunciato il mistero pasquale di Gesù, in cui Egli avrebbe donato se stesso per la salvezza del mondo: la nuova presenza nella Sacra Eucaristia. 
 Vedendo che molti dei suoi discepoli se ne andavano, Gesù si rivolse agli Apostoli dicendo: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67). Come in altri casi, è Pietro a rispondere a nome dei Dodici: «Signore, da chi andremo? - Anche noi possiamo riflettere: da chi andremo? - Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69). Su questo passo abbiamo un bellissimo commento di Sant’Agostino, che dice, in una sua predica su Giovanni 6: «Vedete come Pietro, per grazia di Dio, per ispirazione dello Spirito Santo, ha capito? Perché ha capito? Perché ha creduto. Tu hai parole di vita eterna. Tu ci dai la vita eterna offrendoci il tuo corpo [risorto] e il tuo sangue[, Te stesso]. E noi abbiamo creduto e conosciuto. Non dice: abbiamo conosciuto e poi creduto, ma abbiamo creduto e poi conosciuto. Abbiamo creduto per poter conoscere; se, infatti, avessimo voluto conoscere prima di credere, non saremmo riusciti né a conoscere né a credere. Che cosa abbiamo creduto e che cosa abbiamo conosciuto? Che tu sei il Cristo Figlio di Dio, cioè che tu sei la stessa vita eterna, e nella carne e nel sangue ci dai ciò che tu stesso sei» (Commento al Vangelo di Giovanni, 27, 9). Così ha detto sant’Agostino in una predica ai suoi credenti. 
Infine, Gesù sapeva che anche tra i dodici Apostoli c’era uno che non credeva: Giuda. Anche Giuda avrebbe potuto andarsene, come fecero molti discepoli; anzi, avrebbe forse dovuto andarsene, se fosse stato onesto. Invece rimase con Gesù. Rimase non per fede, non per amore, ma con il segreto proposito di vendicarsi del Maestro. Perché? Perché Giuda si sentiva tradito da Gesù, e decise che a sua volta lo avrebbe tradito. Giuda era uno zelota, e voleva un Messia vincente, che guidasse una rivolta contro i Romani. Gesù aveva deluso queste attese. Il problema è che Giuda non se ne andò, e la sua colpa più grave fu la falsità, che è il marchio del diavolo. Per questo Gesù disse ai Dodici: «Uno di voi è un diavolo!» (Gv 6,70). Preghiamo la Vergine Maria, che ci aiuti a credere in Gesù, come san Pietro, e ad essere sempre sinceri con Lui e con tutti.
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venerdì 24 agosto 2012

Un prete speciale (Contributi 718)

Un articolo da Il Sussidiario ci presenta una figura molto interessante di sacerdote:

Don Didimo Mantiero

Il Cardinale Joseph Ratzinger parlava di Don Didimo Mantiero come di “una figura umile e appunto grande proprio nell’umiltà […], che non ha mai cercato onore e cariche, ma voleva solo servire semplicemente Dio negli uomini e gli uomini per Dio”. Don Luigi Giussani vedeva nel prete di Bassano del Grappa “una umanità che dalla familiarità col Signore traeva l’esempio di una partecipazione appassionata e fedele alla vita dei giovani che incontrava”.
Per questo “sfidando la loro libertà con l’impeto del suo temperamento e con la forza della sua esperienza […], non si scandalizzava e non si spaventava di nulla tanto era certo della sua fede”. Marina Corradi, curando la prefazione ai Diari di Don Didimo, lo paragona al curato d’Ars per “la tensione all’educazione cristiana”, a Don Giussani per quel “suo vivere l’amicizia come solo autentico metodo pastorale” e per “la totalità di una fede che non rinnega proprio nulla della vita concreta, della povera carne”, al Don Camillo di Guareschi per quel suo “andare a trovare Cristo sull’altare […] in grande confidenza”.
Tante sono le riflessioni che si potrebbero fare sulla figura di questo sacerdote, ma, senza dubbio, uno dei modi migliori per conoscerlo è quello di incontrare i frutti vivi della sua opera: La dieci, Il Comune dei Giovani, La scuola di Cultura Cattolica
Don Didimo ha sempre avvertito chiaramente l’urgenza dell’educazione. Scriveva: “È vero, molta gente scrive e parla della gioventù, ma lo fa come se si trattasse di una cosa ora utile, ora fastidiosa, ora dannosa. E intanto la gioventù, quella vera che ci cresce intorno, non ha più dove posare la testa”. In questo modo, nasce nel 1962 a Bassano del Grappa il Comune dei Giovani.
Don Didimo ne racconta così la genesi in un testo manoscritto: “Era dunque finito il tempo di continuare a pensare, di fare viaggi e di consultare personaggi. Bisognava agire. Il parroco raccolse nel suo studio 15 giovani, studenti, operai e qualche contadino. Scoprì loro il segreto che da vent’anni portava in cuore e suggerì a tutti di pregare e di riflettere. «Ritornerete fra 15 giorni – concluse – e ognuno dirà se gli pare che tra noi si potrà piantare il Comune dei Giovani». Ritornarono convinti che si doveva fare il Comune. Allora il parroco affidò ad ognuno dei 15 cinque nominativi di altrettanti giovani, così che sommati ne sarebbe sortita una comunità di 75 persone”. Così si svolgono le prime elezioni l’11 settembre 1962 e nasce il Comune dei Giovani.
Don Didimo scommette sull’io che deve diventare protagonista della propria vita e della propria educazione. Scommette sui giovani che sentono assai vivo il desiderio di felicità, di bellezza, di verità, di amore, di giustizia. Nella comunione, nella condivisione, nell’amicizia autentica possono avvenire la crescita e la formazione di ciascuno nella valorizzazione delle differenze e dei talenti individuali, messe a disposizione di tutti e dell’Ideale.
 “Nella verità” scriveva Don Didimo nel 1970 “la ragione dell’uomo trova finalmente la propria dimensione, allora essa si apre. E mentre la verità rende possibile la comunione, la comunione rende viva la verità. […] Allora la comunione è completa quando le persone sono riuscite a capire che amore e verità e vita sono la stessa cosa, che sono infiniti, che sono una Persona, Gesù Cristo, che noi siamo dentro questa Persona. Allora la comunione tra le persone è veramente la sorgente della vita, della luce, della ricchezza”.
Per questo l’educazione nel Comune dei Giovani avviene in un percorso costante e continuo, attraverso il metodo dell’amicizia e della compagnia, lo stesso metodo (cioè strada) che ha scelto Gesù per condurci al Padre. Come ha ben evidenziato Papa Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est: “All’origine dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. 
Non è un ragionamento, ma un incontro che decide dell’esistenza: un affetto e un abbraccio, non un discorso o una morale. Bisogna incontrare l’Ideale e poter camminare insieme rivolti verso di Lui.
Nella società odierna, invece, troppo spesso i giovani hanno davanti ai loro occhi molti idoli, che mostrano non la verità e la bellezza, ma se stessi come risposta al bisogno e alle domande dell’uomo. Gli idoli non sono compagnia nel cammino dell’esistenza. Se lo fossero, mostrerebbero tutta la loro inconsistenza. Gli idoli sembrano affascinare per la loro presunta autonomia, per l’autosufficienza, come se fossero in grado di darsi la felicità da soli. L’uomo autentico, però, il giovane come l’adulto, percepisce che non ha bisogno di idoli, ma di maestri.
Nella proposta educativa di don Didimo, incentrata sui cardini della formazione, della preghiera e della responsabilità, ogni particolare dell’esistenza, dalla vita quotidiana alla cultura, dalla politica allo sport, dalla scuola e dal lavoro al tempo libero, viene così vissuto alla luce dell’incontro fatto e dell’esperienza vissuta. La vita tutta così diventa affascinante, un’avventura in cui ciascuno di noi è protagonista o “avventuriero”, se vogliamo usare le parole di Chesterton.
Per questo condivido pienamente quanto scriveva il Cardinale Ratzinger: “Al fascino e alla vitalità di queste associazioni potrà difficilmente sottrarsi chi le incontra. Qui non c’è nulla di stravagante, nulla di forzato, nessun accanimento ideologico; qui c’è la gioia cristiana e dalla gioia e dalla forza del vangelo deriva l’impegno umano”. 
E mi unisco all’auspicio di Ratzinger: “Spero che […] l’eredità spirituale di questo sacerdote possa divenire efficace di gran lunga al di là di Bassano del Grappa”.
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giovedì 23 agosto 2012

Dall'islam al cristianesimo, passando per l'ateismo comunista (Contributi 717)

Propongo da Zenit un'intervista di Luca Marcolivo a Miranda Mulgeci che ci racconta una storia molto interessante, dove impariamo che Dio si può servire anche di un televisore o di un volantino.... 

Tra le pieghe del Meeting di Rimini emergono storie personali sorprendenti. È il caso di Miranda Mulgeci, 31enne, albanese, tra i curatori della mostra Albania Athleta Christi. Alle radici della libertà di un popolo, assieme al marito Florenc Kola. Miranda nasce nel 1981, da una famiglia musulmana, quando il comunismo inizia a scricchiolare nell’Europa dell’Est ma non in Albania, dove la dittatura di Enver Hoxha ha raggiunto forse i massimi livelli di ferocia e repressione mai sperimentati nel vecchio continente dalla fine della seconda guerra mondiale. Fu proprio Hoxha, infatti, il primo capo di governo ad imporre l’ateismo di stato come principio costituzionale. 
All’inizio degli anni ’90, con un paio d’anni di ritardo rispetto all’ex blocco filosovietico (di cui peraltro l’Albania non faceva parte), la libertà inizia a farsi strada anche nella piccola repubblica balcanica. È la televisione a veicolare messaggi di pace, di speranza e di fede, e così, all’età di undici anni, per la prima volta, Miranda si ritrova di fronte alle immagini della Basilica di San Pietro, del crocefisso, di papa Giovanni Paolo II. 
Una vera folgorazione per la piccola Miranda: per lei è l’inizio di un lungo processo di avvicinamento al cristianesimo che culminerà con il battesimo, ricevuto lo scorso anno dalle mani di papa Benedetto XVI. Raggiunta presso lo stand della mostra sull’Albania, Miranda Mulgeci, colma di emozione e gratitudine, ha raccontato a Zenit la storia della sua vita. 

Miranda battezzata da Benedetto XVI
Come avvenne il suo primo impatto con il cristianesimo? Davvero l’ha conosciuto attraverso la TV? 
Successe tutto all’inizio degli anni ’90, subito dopo la caduta del regime. I primi tre canali televisivi che i nostri ripetitori trasmettevano erano le tre reti RAI. Un giorno mi fermai su Raiuno, affascinata dal sottofondo di musica classica: vidi un’immagine scolpita di Gesù crocefisso che si muoveva, come se si avvicinasse a me… Poi vidi altre immagini della basilica vaticana, infine apparve papa Giovanni Paolo II: era la prima volta che lo vedevo e qualche tempo dopo sarebbe venuto in visita pastorale in Albania. Le prime tre parole che mi rimasero impresse furono: Dio, Gesù e Amore. Così presi l’abitudine di seguire tutte le domeniche le messe del Papa e settimana dopo settimana, iniziai anche ad imparare l’italiano. Per tanti anni la mia unica preghiera fu il Padre Nostro e la mia invocazione ricorrente divenne “Gesù, ti amo”. Avevo compreso che Gesù è amore! 

Cos’altro la colpiva del cristianesimo in quegli anni? 
Mi colpiva in particolare l’immagine di Cristo con i bambini, che imparai ad apprezzare nei film sulla vita di Gesù. Cristo non apparteneva alla mia religione di allora, l’Islam, e questo faceva sorgere in me una domanda: come mai Gesù, che non è musulmano, mi attira così tanto? 

In che misura l’aver vissuto nel paese più antireligioso d’Europa, ha influito nel suo cammino di fede?
La mia famiglia è musulmana di origine ma non praticante. Uscivamo da una dittatura atea durata quasi 50 anni e soltanto in casa si poteva parlare di Dio. Il più grande esempio di fede fu quello di mia nonna che faceva regolarmente le sue preghiere al mattino e alla sera: sentivo che si rivolgeva a Qualcun Altro. Così già da piccola, intesi la preghiera come un dialogo, una richiesta di aiuto a Qualcuno più grande di me. Anche se la legge non lo permetteva, per me era spontaneo chiedere aiuto a Dio. Ciò è stato possibile solo perché Gesù l’ha voluto. 

La sua famiglia ha accettato facilmente la sua scelta di conversione? 
Il mio è stato un percorso molto lungo. I miei genitori, peraltro, non erano musulmani praticanti, né vivevano la tradizione dell’Islam. La mia famiglia, in linea di massima, è stata molto comprensiva. Se qualche problema c’è stato, è avvenuto per una questione di mentalità e di identità. Dopo il mio battesimo, però, è avvenuta una cosa molto bella: per la prima volta, in occasione del mio matrimonio, mio padre mi ha accompagnato in chiesa. Poi papà ha visitato il duomo di Pavia – dove attualmente abito con mio marito – e ne è rimasto molto colpito. Da parte sua, mia madre spesso mi accompagna a messa. Per gli albanesi è molto importante fare l’esperienza dell’incontro e della conoscenza e l’opportunità più bella per chiunque è quella di conoscere Cristo. 

Il suo catecumenato e il suo cammino di formazione cristiana sono avvenuti nell’ambito di Comunione e Liberazione: quali sono state le tappe più importanti del suo cammino nel movimento di don Giussani? 
Nel 2006, quando già leggevo la Bibbia da molti anni, lessi un inserzione dell’AVSI. Mi recai da loro per un colloquio di lavoro e nella loro sede, notai una marea di volantini natalizi e pasquali: la cosa mi tirava molto su il morale! Nell’ambito dell’AVSI, dove fui assunta, conobbi poi Alberto Piatti, il segretario generale, che rimase colpito della mia conoscenza del cristianesimo, nonostante, di fatto, non fossi ancora cristiana: gli spiegai che non ero mai entrata in una chiesa ma leggevo spesso la Bibbia e lui ne fu piacevolmente colpito. Da Piatti ricevetti in dono il mio primo libro cristiano, Il senso religioso, di don Luigi Giussani: la cosa più bella che mi colpì di quel libro era la spiegazione del rapporto tra cuore e ragione. Assieme al libro mi fu regalato un santino di don Giussani, il cui sguardo era la risposta alle mie tante domande. Dopo essere stata a Bucarest – dove per la prima volta entrai in una chiesa - per un incontro dell’AVSI, nel 2008 mi trasferii a Milano per un master alla Cattolica ma, in realtà, quel master non mi bastava: volevo approfittare per conoscere il mondo di Comunione e Liberazione. Iniziai a seguire la catechesi presso la famiglia Carrettini di Milano. Mi colpiva il modo in cui i membri di CL comunicavano, mi parevano uomini liberi e io desideravo quel tipo di libertà: volevo essere libera e felice al tempo stesso. 

Come vive la sua vocazione nelle dimensioni della famiglia e della professione? 
Anche mio marito è albanese e anche lui è convertito, sebbene lui venga dalla chiesa ortodossa. Per me è fondamentale poter condividere la cosa più importante, la fede, con l’uomo che amo; poter fare assieme a lui tutte le cose che ci stanno più a cuore, è la cosa più bella della religione cattolica. È bello anche poter condividere la fede con un movimento come Comunione e Liberazione. Per tanti anni ho lavorato con l’AVSI, dove è emerso in modo molto forte questo desiderio di essere felici: capisci che certe cose te le può far vivere soltanto un altro che è Gesù Cristo. Adesso insegno scienze religiose in un CFP a Pavia, dove i miei allievi hanno tra i 15 e i 20 anni. Quest’anno ho avuto l’opportunità di spiegare loro il senso religioso. È stato bello perché, interloquendo con i ragazzi, sono emerse tutte le loro domande più profonde.
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mercoledì 22 agosto 2012

Un santo normale (Contributi 716)

Un'intervista dal sito di Tempi alla vedova di  Jerome Lejeune

«Voi che siete a favore della famiglia sarete presi in giro, si dirà che siete fuori moda, si dirà che impedite il progresso scientifico, e contro di voi sarà innalzato lo stendardo della tirannia sperimentale, si dirà che cercate di mettere il bavaglio alla scienza attraverso una morale superata. Ebbene, vorrei dire proprio a voi di non aver paura: voi trasmettete le parole della vita». Diceva così in un incontro pubblico lo scienziato, medico e ricercatore Jerome Lejeune, scopritore nel 1958 della causa della sindrome di Down. 
Oggi al Meeting è stata presentata la mostra “Che cos’è l’uomo perché te ne ricordi? Genetica e natura umana nello sguardo di Jerome Lejeune”. 
Birthe Bringsted,, moglie dell’uomo che non è mai stato insignito del premio Nobel perché si è sempre opposto all’aborto e a chi voleva sopprimere i bambini down, e di cui oggi è in corso la causa di beatificazione, era presente in Fiera e ha rilasciato un’intervista a http://www.tempi.it 

Perché dopo le scoperte di suo marito è nato un forte movimento che voleva sopprimere i bambini con sindrome di Down? 
Quando è stato scoperto che i metodi usati da mio marito per scoprire la causa della sindrome di Down, potevano essere usati anche per la “selezione della specie”, tutti si sono professati a favore dell’aborto di questi bambini. Anni fa i bambini Down venivano tenuti nascosti, perché prima delle scoperte di mio marito si pensava che la sindrome fosse causata da malattie veneree dei genitori. Per questo si incolpavano i genitori della malattia dei figli e i bambini erano come un marchio d’infamia. Quando Jerome ha scoperto la verità è andato in televisione e ha detto ai genitori: non è colpa vostra se questi bambini sono nati così, perciò amateli e siatene fieri. 

Dove trovava Lejeune la forza di difendere la vita in un contesto scientifico e culturale che diceva e promuoveva tutto l’opposto? 
Jerome era profondamente convinto che la vita andasse difesa. Non per motivi teologici ma scientifici: è infatti una evidenza della scienza che il feto e l’embrione siano già vita. Lui lavorava all’Istituto nazionale per la salute e quando andò a fare una conferenza a New York, all’Onu, per l’Istituto nazionale per la salute disse davanti a tutti: “State attenti, perché portando avanti questo tipo di ricerche [orientate all’aborto, ndr] state diventando l’istituto nazionale della morte”. Dopo queste parole calò un silenzio di tomba in sala. Quella sera stessa mi scrisse una lettera in cui diceva: “Mi sono giocato il premio Nobel”. Ma io non definirei questo discorso con il termine coraggio: lui voleva solo affermare la verità. Non è questione di coraggio ma di dovere: non poteva non dire quelle cose, non poteva non difendere la vita dei più deboli, di ragazzini down che sarebbero stati soppressi in nome della salute. I valori che difendeva scientificamente sono quelli della Chiesa e lui li difendeva non dal punto di vista teorico o teologico ma scientifico. 

Lejeune è conosciuto come un grande scienziato, ma com’era il Jerome marito? 
Era una persona normale, come tutti gli altri. All’inizio non mi ero accorta che fosse una persona eccezionale. Mi ricordo che una volta era stato tradito da un amico e io ero arrabbiatissima. Lui invece era tranquillo e mi diceva che l’odio non poteva risolvere nulla e per questo avrebbe continuato ad essergli amico. Ogni volta che mi arrabbiavo perché qualcuno lo denigrava, lui mi diceva che era umano che la gente parlasse male di lui o si arrabbiasse con lui. E visto che diceva così, ho sempre continuato ad arrabbiarmi con lui. 

Cosa ha pensato quando ha saputo che era stata avviata la causa di beatificazione? 
Sono rimasta molto sorpresa, perché non ne sapevo niente. E tuttora non ne so niente. Esiste una fondazione, dal nome Gli amici di Jerome, loro hanno fatto tutto, loro sanno perché potrebbe diventare beato e santo, io sono all’oscuro di tutto. 

Moglie di un santo. Che effetto le fa? 
Beh, io ho 84 anni e quando finirà la causa credo proprio che non ci sarò più. Quindi non lo saprò mai. 

Lejeune era un grande amico di Giovanni Paolo II, si vedevano e si consultavano spesso. Che cosa avevano in comune? 
Erano amici, ma non amici comuni. Erano legati dal grande amore che entrambi avevano per la vita. Giovanni Paolo II quando è andato a Parigi ha fatto visita alla tomba di Jerome, anche se sapeva di andare contro l’opinione di molti. Entrambi difendevano la vita: non solo dal punto di vista teologico ma soprattutto da quello scientifico. Quanto è importante l’esempio di Lejeune oggi che la cultura dell’aborto è sempre più diffusa e accettata? Molto, ma dipende da chi ascolta il suo esempio. Negli Stati Uniti o qui al Meeting si può avere un confronto con tanti giovani e questo è importante perché sono i giovani che possono difendere la vita oggi. In Francia, invece, nonostante la fondazione abbia tanti amici, non ci sono giovani disposti ad ascoltare e a credere nel valore della vita. Lejeune era anche un grande uomo di fede. C’è una frase di Gesù che ricordava spesso e che l’ha guidato in tutto il suo lavoro: quello che avete fatto al più piccolo dei miei lo avete fatto a me.
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lunedì 20 agosto 2012

Potentissimo nome di Maria (Contributi 715)

Quindicesima e conclusiva riflessione di padre Scozzaro su Maria, spero abbiate gradito questi brani: 

“O Maria -afferma Riccardo di San Vittore-, il Padre Ti diede un Nome che dopo quello di Gesù è superiore ad ogni altro nome, affinchè nel tuo Nome ogni ginocchio si pieghi in Cielo, in terra e nell'Inferno”. E l'Abate Francone continua: “Dopo quello di tuo Figlio il Cielo e la terra non conoscono altro nome così pieno di Grazia, di speranza e di dolcezza”, perchè, afferma Tommaso da Kempis, “i demoni temono la tua potenza e, udito il tuo Nome, fuggono come un fuoco divoratore”. E' vero, il solo pronunciare il Santo Nome di Maria mette terrore a tutti i diavoli. Dice San Antonio da Padova: “Esso, come il Nome di Gesù, è una gioia per il cuore, un favo di miele per la bocca, una deliziosa melodia per l'orecchio”. “Il suo ricordo rallegra gli afflitti, riscalda i tiepidi e richiama gli erranti sul sentiero della salvezza” sostiene Landolfo di Sassonia. 
Il Santo Curato d'Ars predicava: “Lassù in Cielo Maria Santissima è l'infaticabile Dispensiera delle divine Grazie agli uomini bisognosi”. Gersone e Sant'Alfonso attestano che “è dottrina predicata da tutti i Santi che nessuna Grazia ci viene dal Cielo se non passa per le mani di Maria”. “Per mezzo di Lei, e di Lei sola, discese dal Cielo tutta la Grazia che venne nel mondo”, afferma San Antonino. Mentre San Bonaventura pensando al trapasso dei vivi, sostiene che “nessuno entra in Cielo se non passa per Maria come attraverso a una porta”. Continua San Germano: “Nessuno si salva nè ottiene misericordia se non per Te, o celeste Signora”. Per cui il Suarez poteva affermare che “Maria è così potente presso Dio che esser suo devoto è un pegno di predestinazione”. Dopo Gesù, Colei che Lo ha generato e cresciuto, Maria di Nazareth, è una Creatura speciale, più pura, più santa, più umile, più alta di tutte le creature celesti e terrestri. È la Madre dell'Amore, che ama intensamente tutti. Lei pensa sempre ai suoi figli, a tutti noi, piccoli e deboli e ci vuol trasformare in Gesù.
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La libertà religiosa è autentica se cambia il cuore dell'uomo (Contributi 714)

Da Il Sussidiario il resoconto di un incontro del Meeting 2012 

Chrysostomos II
Si è tenuto oggi alle 11.15 nella sala A3 del Meeting di Rimini l’incontro dal titolo “Libertà religiosa: il principio e le sue conseguenze”. Alla discussione hanno partecipato Chrysostomos II, arcivescovo di Nuova Giustiniana e di tutta Cipro, Salman Shaikh, direttore del Brooking Doha Center e membro del Saban Center per la politica nel Medio Oriente; Franco Frattini, presidente della Fondazione Alcide de Gasperi e il sindaco di Roma Gianni Alemanno. 
La conferenza è stata invece moderata da Roberto Fontolan, direttore del Centro internazionale di Comunione e Liberazione. 
La vera libertà religiosa è frutto dell’amore di Dio e della battaglia interna nel cuore dell’uomo, chi la conquista è libero su tutti gli altri aspetti della vita”, ha detto nel suo intervento l’arcivescovo cipriota, che ha poi analizzato la tragica situazione dei cristiani della zona settentrionale dell’isola. 
E’ ormai infatti noto che, con la proclamazione della Repubblica di Cipro del nord del 1983, lo Stato turco ha tentato di cancellare le tracce della religione cristiana. “Tutto ciò – ha detto l’arcivescovo - provoca dolore e sofferenza”, e “quando di spegne un fulcro della cristianità si spegne una luce per tutto l’universo. Il cristianesimo ha il dono di illuminare tutta l’umanità”. Secondo Chrysostomos II, infatti, la libertà religiosa è frutto di un approfondimento dei valori morali ed etici insiti nel cuore dell’uomo. “Dove non vi è questa apertura – ha sottolineato – tutto è stagnante”. 
“In quattordici anni di matrimonio – ha invece spiegato Salman Shaik - ho visto la situazione delle minoranze religiose in Medio oriente e nei Paesi musulmani attraverso gli occhi di mia moglie. Senza i cristiani quest’area perderebbe la sua identità”. Il direttore del Brooking Doha Center si è soffermato in particolare su quegli Stati che stanno vivendo il cambiamento iniziato nel 2011 con la Primavera araba, che ha mostrato il desiderio dignità e libertà delle popolazioni arabe, ma ha anche fatto emergere i gruppi islamisti. Secondo Shaik una delle strade da intraprendere è l’inclusione delle minoranze nella creazione dei nuovi governi. Franco Frattini e Gianni Alemanno hanno infine sottolineato la necessità dell’occidente di difendere i valori universali ignorati dalle autorità europee e dai media, in particolare quelli italiani. Esempio di questo clima di indifferenza è la notizia di una bambina pakistana disabile di 11 anni incarcerata con la presunta accusa di blasfemia, la cui storia è stata ripresa solo da pochissimi giornali. 
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Come uscire dal bunker (Contributi 713)

Un articolo di Stefano Alberto da Il Sussidiario 


“L’uomo diventa religioso per contatto con un evento che gli mostra la trascendenza”. “Ogni uomo è destinato a diventare religioso, ma molti non hanno trovato il cammino”. Questi due giudizi, tratti da una recente intervista all’Osservatore Romano del grande studioso dell’antropologia religiosa, il cardinal Julien Ries, ci introducono al cuore dell’incontro dedicato all’Homo religiosus al Meeting di Rimini. 
Insieme al card. Ries interverrà un altro grande amico di don Luigi Giussani e del Meeting, il professor Shodo Habukawa del monastero buddista del Koyasan in Giappone. La questione che il Meeting vuole affrontare con i due grandi studiosi non è appena una riflessione sulla struttura originale del senso religioso, caratteristica evidente di ogni uomo in ogni tempo, ma sulla paradossale e drammatica difficoltà contemporanea, diffusa soprattutto in Occidente, a riconoscere e a vivere l’avventura del proprio essere uomini secondo questa apertura originale ad Altro da sé. 
L’uomo rinchiuso nel bunker della ragione positivista, misura di tutte le cose, per usare l’efficace immagine di Benedetto XVI nel discorso al Bundestag dello scorso settembre, fa fatica ad accorgersi di questa sua dipendenza e apertura all’infinito. 
Non necessariamente l’uomo a-religioso è apertamente contro Dio, piuttosto gli è indifferente, anzi, come genialmente osservò papa Ratzinger ancora a Berlino, nel suo mondo “autocostruito”, attinge in segreto ugualmente alle risorse di Dio per illudersi di trasformarle in prodotti suoi. 
Ecco dunque la vera urgenza: “tornare a spalancare le finestre, …vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto” (Discorso al Bundestag 22/9/2011)”. Tutto ciò può accadere non per un discorso o per una esortazione morale, ma per quell’“imprevedibile istante” in cui, per riprendere il card. Ries, l’uomo improvvisamente entra in “contatto con un evento che gli mostra la trascendenza”. 
Può essere uno spettacolo della natura, la bellezza di un volto, la curiosità di una umanità percepita come diversa e affascinante. Don Giussani ci ha sempre ricordato, nel capitolo decimo del Senso religioso, che “la religiosità è innanzitutto l’affermarsi e lo svilupparsi dell’attrattiva. C’è una evidenza prima e uno stupore del quale è carico l’atteggiamento del vero ricercatore: la meraviglia della presenza mi attira, ecco come scatta in me la ricerca”
Non a caso il grande studioso buddista Habukawa ha riscontrato il punto di contatto tra l’insegnamento del fondatore del buddismo Shingon Kobo-daishi e don Giussani nell’apertura del cuore a tutto ciò che esiste nell'universo e “nell'osservare tutte le cose nella vita quotidiana con massima e precisa attenzione”. Questa apertura del cuore a tutte le cose, insiste il prof. Habukawa “significa rendersi conto che io coesisto con l’universo che dà vita e tiene in vita tutti gli esseri viventi. Quando uno inizia a percepire questo punto può crescere il senso della tenerezza e della misericordia verso tutto ciò che esiste” (Habukawa). 
In questa drammatica alternativa tra chiusura della ragione in un mondo “autocostruito” e l’apertura del cuore alla totalità del reale, fino al riconoscimento del proprio rapporto costitutivo col Mistero, sta non solo la possibilità di relazioni vere e fruttuose, non presuntuose di menzogna, o peggio di sopraffazione, tra uomini di differenti religioni e culture, ma, secondo l’intuizione genialmente radicale di Giussani contenuta nel capitolo ottavo del Senso religioso, il fondamento ultimo della dignità e della libertà di ogni uomo: “In un solo caso questo punto, che è l’uomo singolo, è libero da tutto il mondo, è libero, e tutto il mondo non può costringerlo, e l’universo intero non può costringerlo; in un solo caso questa immagine di uomo libero è spiegabile: se si suppone che quel punto non sia totalmente costituito dalla biologia di suo padre e di sua madre, ma possegga qualcosa che non derivi dalla tradizione biologica dei suoi antecedenti meccanici, ma che sia diretto rapporto con l’infinito, diretto rapporto con l’origine di tutto il flusso del mondo
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Domenica XX t.ord. (Angelus 94)

Cari fratelli e sorelle! 
Il Vangelo di questa domenica (cfr Gv 6,51-58) è la parte finale e culminante del discorso fatto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, dopo che il giorno precedente aveva dato da mangiare a migliaia di persone con soli cinque pani e due pesci. Gesù svela il senso di quel miracolo, e cioè che il tempo delle promesse è compiuto: Dio Padre, che con la manna aveva sfamato gli Israeliti nel deserto, ora ha mandato Lui, il Figlio, come vero Pane di vita, e questo pane è la sua carne, la sua vita, offerta in sacrificio per noi. Si tratta dunque di accoglierlo con fede, non scandalizzandosi della sua umanità; e si tratta di «mangiare la sua carne e bere il suo sangue» (cfr Gv 6,54), per avere in se stessi la pienezza della vita. E’ evidente che questo discorso non è fatto per attirare consensi. Gesù lo sa e lo pronuncia intenzionalmente; e infatti quello fu un momento critico, una svolta nella sua missione pubblica. La gente, e gli stessi discepoli, erano entusiasti di Lui quando compiva segni prodigiosi; e anche la moltiplicazione dei pani e dei pesci era una chiara rivelazione che Egli era il Messia, tant’è che subito dopo la folla avrebbe voluto portare Gesù in trionfo e proclamarlo re d’Israele. Ma non era questa la volontà di Gesù, che proprio con quel lungo discorso smorza gli entusiasmi e provoca molti dissensi. Egli, infatti, spiegando l’immagine del pane, afferma di essere stato mandato ad offrire la propria vita, e chi vuole seguirlo deve unirsi a Lui in modo personale e profondo, partecipando al suo sacrificio di amore. Per questo Gesù istituirà nell’ultima Cena il Sacramento dell’Eucaristia: perché i suoi discepoli possano avere in se stessi la sua carità - questo è decisivo - e, come un unico corpo unito a Lui, prolungare nel mondo il suo mistero di salvezza. 
Ascoltando questo discorso la gente capì che Gesù non era un Messia come lo volevano, che aspirasse ad un trono terreno. Non cercava consensi per conquistare Gerusalemme; anzi, alla Città santa voleva andarci per condividere la sorte dei profeti: dare la vita per Dio e per il popolo. Quei pani, spezzati per migliaia di persone, non volevano provocare una marcia trionfale, ma preannunciare il sacrifico della Croce, in cui Gesù diventa Pane, corpo e sangue offerti in espiazione. Gesù dunque fece quel discorso per disilludere le folle e, soprattutto, per provocare una decisione nei suoi discepoli. Infatti, molti tra questi, da allora, non lo seguirono più. 
Cari amici, lasciamoci anche noi nuovamente stupire dalle parole di Cristo: Egli, chicco di grano gettato nei solchi della storia, è la primizia dell’umanità nuova, liberata dalla corruzione del peccato e della morte. E riscopriamo la bellezza del Sacramento dell’Eucaristia, che esprime tutta l’umiltà e la santità di Dio: il suo farsi piccolo, Dio si fa piccolo, frammento dell’universo per riconciliare tutti nel suo amore. La Vergine Maria, che ha dato al mondo il Pane della vita, ci insegni a vivere sempre in profonda unione con Lui.
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sabato 18 agosto 2012

Il messaggio di Benedetto XVI in occasione 33° Meeting di Rimini (Contributi 712)

Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI al Vescovo di Rimini 
Sua Eccellenza Monsignor Francesco Lambiasi 
in occasione dell’apertura della XXXIII edizione del Meeting per l’Amicizia fra i Popoli. 

Trasmettiamo il messaggio autografo che Sua Santità Benedetto XVI ha inviato al Vescovo di Rimini Sua Eccellenza Monsignor Francesco Lambiasi in occasione dell’apertura della XXXIII edizione del Meeting per l’Amicizia fra i Popoli. 
Siamo grati al Santo Padre per aver voluto così accompagnare l’inizio di questa nuova avventura di testimonianza e di incontro, certi che, come scrive il Santo Padre “la considerazione dell’uomo come creatura […] implica un riferimento essenziale a qualcosa d’altro o meglio, a Qualcun altro” che “non solo non nasconde o diminuisce, ma rivela in modo luminoso la grandezza e la dignità suprema dell’uomo”. 
Meeting per l'Amicizia tra i Popoli 
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Desidero rivolgere il mio cordiale saluto a Lei, agli organizzatori e a tutti i partecipanti al Meeting per l’Amicizia fra i Popoli, giunto ormai alla XXXIII edizione. 
Il tema scelto quest’anno - «La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito» - risulta particolarmente significativo in vista dell’ormai imminente inizio dell’«Anno della fede», che ho voluto indire in occasione del Cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II. 
Parlare dell’uomo e del suo anelito all’infinito significa innanzitutto riconoscere il suo rapporto costitutivo con il Creatore.
L’uomo è una creatura di Dio
Oggi questa parola – creatura – sembra quasi passata di moda: si preferisce pensare all’uomo come ad un essere compiuto in se stesso e artefice assoluto del proprio destino. La considerazione dell’uomo come creatura appare «scomoda» poiché implica un riferimento essenziale a qualcosa d’altro o meglio, a Qualcun altro – non gestibile dall’uomo – che entra a definire in modo essenziale la sua identità; un’identità relazionale, il cui primo dato è la dipendenza originaria e ontologica da Colui che ci ha voluti e ci ha creati. Eppure questa dipendenza, da cui l’uomo moderno e contemporaneo tenta di affrancarsi, non solo non nasconde o diminuisce, ma rivela in modo luminoso la grandezza e la dignità suprema dell’uomo, chiamato alla vita per entrare in rapporto con la Vita stessa, con Dio. 
Dire che «la natura dell’uomo è rapporto con l’infinito» significa allora dire che ogni persona è stata creata perché possa entrare in dialogo con Dio, con l’Infinito
All’inizio della storia del mondo, Adamo ed Eva sono frutto di un atto di amore di Dio, fatti a sua immagine e somiglianza, e la loro vita e il loro rapporto con il Creatore coincidevano: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen, 1,27). E il peccato originale ha la sua radice ultima proprio nel sottrarsi dei nostri progenitori a questo rapporto costitutivo, nel voler mettersi al posto di Dio, nel credere di poter fare senza di Lui. 
Anche dopo il peccato, però, rimane nell’uomo il desiderio struggente di questo dialogo, quasi una firma impressa col fuoco nella sua anima e nella sua carne dal Creatore stesso. Il Salmo 63 [62] ci aiuta a entrare nel cuore di questo discorso: «O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne, in terra arida, assetata, senz’acqua» (v. 2). 
Non solo la mia anima, ma ogni fibra della mia carne è fatta per trovare la sua pace, la sua realizzazione in Dio. E questa tensione è incancellabile nel cuore dell’uomo: anche quando si rifiuta o si nega Dio, non scompare la sete di infinito che abita l’uomo. 
Inizia invece una ricerca affannosa e sterile, di «falsi infiniti» che possano soddisfare almeno per un momento. 
La sete dell’anima e l’anelito della carne di cui parla il Salmista non si possono eliminare, così l’uomo, senza saperlo, si protende alla ricerca dell’Infinito, ma in direzioni sbagliate: nella droga, in una sessualità vissuta in modo disordinato, nelle tecnologie totalizzanti, nel successo ad ogni costo, persino in forme ingannatrici di religiosità. 
Anche le cose buone, che Dio ha creato come strade che conducono a Lui, non di rado corrono il rischio di essere assolutizzate e divenire così idoli che si sostituiscono al Creatore. 
Riconoscere di essere fatti per l’infinito significa percorrere un cammino di purificazione da quelli che abbiamo chiamato «falsi infiniti», un cammino di conversione del cuore e della mente. Occorre sradicare tutte le false promesse di infinito che seducono l’uomo e lo rendono schiavo. 
Per ritrovare veramente se stesso e la propria identità, per vivere all’altezza del proprio essere, l’uomo deve tornare a riconoscersi creatura, dipendente da Dio. 
Al riconoscimento di questa dipendenza – che nel profondo è la gioiosa scoperta di essere figli di Dio – è legata la possibilità di una vita veramente libera e piena. È interessante notare come san Paolo, nella Lettera ai Romani, veda il contrario della schiavitù non tanto nella libertà, ma nella figliolanza, nell’aver ricevuto lo Spirito Santo che rende figli adottivi e che ci permette di gridare a Dio: «Abbà! Padre!» (cfr 8,15). L’Apostolo delle genti parla di una schiavitù «cattiva»: quella del peccato, della legge, delle passioni della carne. A questa, però, non contrappone l’autonomia, ma la «schiavitù di Cristo» (cfr 6,16-22), anzi egli stesso si definisce: «Paolo, servo di Cristo Gesù» (1,1). 
Il punto fondamentale, quindi, non è eliminare la dipendenza, che è costitutiva dell’uomo, ma indirizzarla verso Colui che solo può rendere veramente liberi. 
A questo punto però sorge una domanda. Non è forse strutturalmente impossibile all’uomo vivere all’altezza della propria natura? E non è forse una condanna questo anelito verso l’infinito che egli avverte senza mai poterlo soddisfare totalmente? 
Questo interrogativo ci porta direttamente al cuore del cristianesimo. 
L’Infinito stesso, infatti, per farsi risposta che l’uomo possa sperimentare, ha assunto una forma finita. 
Dall’Incarnazione, dal momento in cui in Verbo si è fatto carne, è cancellata l’incolmabile distanza tra finito e infinito: il Dio eterno e infinito ha lasciato il suo Cielo ed è entrato nel tempo, si è immerso nella finitezza umana. 
Nulla allora è banale o insignificante nel cammino della vita e del mondo. 
L’uomo è fatto per un Dio infinito che è diventato carne, che ha assunto la nostra umanità per attirarla alle altezze del suo essere divino. Scopriamo così la dimensione più vera dell’esistenza umana, quella a cui il Servo di Dio Luigi Giussani continuamente richiamava: la vita come vocazione. 
Ogni cosa, ogni rapporto, ogni gioia, come anche ogni difficoltà, trova la sua ragione ultima nell’essere occasione di rapporto con l’Infinito, voce di Dio che continuamente ci chiama e ci invita ad alzare lo sguardo, a scoprire nell’adesione a Lui la realizzazione piena della nostra umanità. 
«Ci hai fatti per te – scriveva Agostino – e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Confessioni I, 1,1). 
Non dobbiamo avere paura di quello che Dio ci chiede attraverso le circostanze della vita, fosse anche la dedizione di tutto noi stessi in una forma particolare di seguire e imitare Cristo nel sacerdozio o nella vita religiosa. 
Il Signore, chiamando alcuni a vivere totalmente di Lui, richiama tutti a riconoscere l’essenza della propria natura di essere umani: fatti per l’infinito. 
E Dio ha a cuore la nostra felicità, la nostra piena realizzazione umana. 
Chiediamo, allora, di entrare e rimanere nello sguardo della fede che ha caratterizzato i Santi, per poter scoprire i semi di bene che il Signore sparge lungo il cammino della nostra vita e aderire con gioia alla nostra vocazione. 
Nell’auspicare che questi brevi pensieri possano essere di aiuto per coloro che prendono parte al Meeting, assicuro la mia vicinanza nella preghiera ed auguro che la riflessione di questi giorni possa introdurre tutti nella certezza e nella gioia della fede. 
A Lei, Venerato Fratello, ai responsabili e agli organizzatori della manifestazione, come pure a tutti i presenti, ben volentieri imparto una particolare Benedizione Apostolica. 
Da Castel Gandolfo, 10 agosto 2012 
Benedetto XVI
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venerdì 17 agosto 2012

Maria innalzata al di sopra del coro degli Angeli (Contributi 711)

Quattordicesimo e penultimo intervento di Padre Scozzaro su Maria: 

Maria, come premio della sua fedeltà e come conseguenza della sua Immacolata Concezione, viene Assunta al Cielo in Anima e Corpo. Dal Cielo Ella veglia senza posa sui figli suoi e continuamente intercede per essi. 
Non rimane indifferente, anzi, la sua carità verso l’umanità è ricolma di misericordia. 
Quando era su questa terra pregava per tutti senza conoscere tutti, ma dal Cielo, investita della Gloria eterna, conosce ogni cosa di tutti e prega per tutti. Incoronata Regina in Cielo, Ella governa la Corte Angelica, il creato, gli uomini, tutto dispone e ordina come Sovrana e Condottiera. 
La Madonna è la Creatura più amata da Dio, e per ricevere con docilità lo Spirito di Dio, bisogna pregare Maria, la Maestra e Regina degli Apostoli. Maria è una Creatura talmente affascinante, che di Lei si è innamorato lo Spirito Santo e si è quasi Incarnato nella Donna di Nazareth. 
E' lo Sposo di Maria e agisce in tutte le anime tramite Maria. Lo Spirito Santo vive in Maria in modo perfetto, e per le anime essere visitate da questo Divino Spirito, devono avere Maria, perchè Esso và dove trova Maria. 
Dio guarda Maria come la Figlia, Madre e Sposa prediletta. Se Dio perdona ed ama infinitamente il peccatore e lo accoglie come il figliol prodigo, in che modo darà onore a Maria, la Santissima ed Immacolata, la Vergine sempre fedele? Dice il Beato Escrivà, che “Maria è la Creatura che mai pose il più piccolo ostacolo alla Volontà di Dio”. 
Cornelio A Lapide rivela che, “tra la creazione di Cristo e della Vergine Maria c'è un'intima correlazione: da un lato Dio non volle che il Figlio e sua Madre nascessero se non in questo universo, dall'altro non volle che questo universo esistesse senza il Figlio e la Vergine. C'è di più: è precisamente per Loro due che lo ha creato”
“Nei pericoli di peccare -esorta San Bernardo-, nelle tue afflizioni, nei dubbi di ciò che devi risolvere, chiama Maria che ti soccorra. Il suo potente Nome non parta mai dalla tua bocca”
San Bonaventura dice che “il Nome di Maria non può nominarsi senza che chi lo nomina non ne riceva qualche Grazia”
Per San Germano “il Nome di Maria è il respiro della vita”.
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Meseret Defar, la campionessa etiope che ha mostrato l’icona di Maria (Contributi 710)

Da un articolo di Antonio Gaspari, proposto da Tempi, la storia della campionessa che ha vinto i 5000 e ha mostrato l'icona di Maria. Perchè da chiunque abbiamo da imparare. 

L’etiope Defar è un campionessa, e non è la prima volta che vince i 5000 metri battendo tutte le concorrenti, ma quello che più ha stupito, è l’icona di Maria che ha tirato fuori da sotto la maglietta e che ha mostrato al mondo intero, tra le lacrime. 
Meseret Defar ha già vinto un titolo olimpico, ottenuto ai Giochi olimpici di Atene 2004, ed un bronzo vinto quattro anni prima nella stessa distanza dei cinquemila metri. Sempre nei 5000 metri ha ottenuto anche un oro ai mondiali di Ōsaka 2007, un argento a Helsinki 2005 ed un bronzo a Berlino 2009. Sulla distanza dei 3000 metri ha vinto quattro ori ai mondiali indoor. 
Ha detenuto per circa un anno il record del mondo dei 5000 metri con il tempo di 14’16″63 ottenuto ai Bislett Games 2007 di Oslo e attualmente detiene i record del mondo indoor dei 3000 metri e dei 5000 metri. 
Ma quello che più stupisce è la sua storia e le sue attività caritatevoli. 
La Defar è nata in un capanna fatta di fango. E’ cresciuta seguendo le indicazioni di sua madre che la mandava nel bosco a fare legna e al pozzo per prendere l’acqua. Sempre di corsa a piedi nudi, perché i suoi genitori non avevano il denaro per acquistare le scarpe. Sua madre era molto dubbiosa anche sul suo desiderio di diventare un atleta. 
La Defar non ha dimenticato le sue origini e per questo ha deciso di aiutare i bisognosi. E’ convinta che è un dovere per chi ha di più, dare a chi ha meno. Ha dichiarato che non dimenticherà mai come ci si sente ad essere poveri, e cercherà sempre di fare del suo meglio per aiutare chi ha bisogno 
Oltre a fare donazioni a orfanotrofi locali, l’atleta etiope è una delle principali sostenitrici del progetto di Abebe Bikila. Lei raccoglie vecchie e nuove attrezzature sportive in tutto il mondo per la donazione al gruppo. 
Inoltre la Defar e suo marito, Tewodros Hailu, hanno adottato due bambine Nerat e Nesanet. Quest’ultima soffre di una malattia cardiaca. I due genitori adottivi hanno preso l’impegno a farla operare, aiutarla e farla curarla nel migliore dei modi. 
“Amo i bambini,” ha detto la Defar, e “Voglio aiutare tutti i bambini che si trovano nel bisogno e non hanno la possibilità di realizzare i loro sogni. Sono soddisfatta se possa aiutarli”. 
L’atleta etiope vive ad Addis Abeba, in Etiopia, insieme a suo marito, alle figlie adottive, a suo padre Tolla, a sua madre, Asther, e ai suoi cinque tra fratelli e sorelle. 
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