Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

mercoledì 31 ottobre 2012

Conversione (Interventi 143)

Chi vuol trovare Dio E' CHIAMATO A CONTINUA CONVERSIONE 
Gesù chiama alla conversione. Questo appello e' una componente essenziale dell'annuncio del Regno: "Il tempo e' compiuto e il Regno di Dio e' ormai vicino; convertitevi e credete al vangelo" (Mc 1,15). Fermiamoci a considerare anzitutto Giovanni Battista! Esigente ed operante, egli sta dinanzi a noi, simbolo del dovere umano. Egli chiama severamente a cambiare opinione. Chi vuol diventare cristiano deve continuamente «cambiare opinione». Chi vuol trovare Dio, deve continuamente convertirsi interiormente, andare in direzione opposta. Ogni giorno ci imbattiamo nel mondo del visibile. Irrompe in noi sui manifesti, alla TV, nel traffico, in tutte le circostanze della vita quotidiana, con una potenza tale che siamo tentati di pensare che non ci sia altro che questo. Ma in realtà l'invisibile è più grande e vale di più di tutto il visi bile. Una sola anima - ci dice una meravigliosa espressione di Pascal - vale più di tutto l'universo visibile. Ma, per sperimentare nella vita questa verità, è necessario convertirsi, rigirarsi per cosi' dire interiormente, superare l'illusione del visibile e divenire sensibili e delicati nei confronti dell'invisibile. L'uomo deve liberarsi di se stesso, liberandosi degli dei opposti: la caccia alla concupiscenza, al piacere, al possesso, al guadagno. 
Si può vedere Dio solo cambiando vita! Tuttavia, questa "vita nuova" non ha soppresso la fragilità e la debolezza della natura umana, né l'inclinazione al peccato, del quale l'uomo facilmente rimane vittima. Si tratta quindi di un cammino di conversione, che impegna il cristiano durante tutta la sua vita. (cfr. CCC 1426-1428). 
Joseph Ratzinger, Dogma e Predicazione, Queriniana, Brescia 1974, pp. 305-307
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Insegnami l'Amore! (Santi 1)

Signore, insegnami a non parlare come un bronzo risonante o un cembalo squillante, ma con Amore. 
Rendimi capace di comprendere e dammi la fede che muove le montagne, ma con l’Amore. 
Insegnami quell’amore che è sempre paziente e sempre gentile; mai geloso, presuntuoso, egoista o permaloso; l’amore che prova gioia nella verità, sempre pronto a perdonare, a credere, a sperare e a sopportare. 
 Infine, quando tutte le cose finite si dissolveranno e tutto sarà chiaro, che io possa essere stato il debole ma costante riflesso del tuo amore perfetto.
(Madre Teresa)
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martedì 30 ottobre 2012

Preghiera per gli uomini del nostro tempo (Contributi 755)

Vergine Santa, in questo mondo in cui è presente ancora l'eredità del peccato del primo Adamo, che spinge l'uomo a nascondersi davanti al Volto di Dio e a rifiutare persino di guardarlo, noi preghiamo perché si aprano le vie al Verbo Incarnato, al Vangelo del Figlio dell'uomo, tuo dilettissimo Figlio. 
Per gli uomini di questo nostro tempo, così progredito e così travagliato, per gli uomini di ogni civiltà e lingua, di ogni cultura e razza, ti chiediamo, o Maria, la grazia di una sincera apertura di spirito e di un attento ascolto della Parola di Dio. 
Ti chiediamo, o Madre degli uomini, la grazia per ogni essere umano di saper accogliere con riconoscenza il dono della figliolanza che il Padre offre gratuitamente a tutti nel suo e tuo Figlio diletto. 
Ti chiediamo, o Madre della speranza, la grazia dell'ubbidienza della fede, unica vera ancora di salvezza. 
Ti preghiamo, Vergine fedele, perché tu, che precedi i credenti nell'itinerario della fede qui in terra, protegga il cammino di quanti si sforzano di accogliere e seguire Cristo, Colui che è, che era e che viene, Colui che è la via, la verità e la vita. Aiutaci, o clemente, o pia e dolce Madre di Dio, o Maria!
(Giovanni Paolo II)
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lunedì 29 ottobre 2012

Morti tra i morti o vivi tra i risorti (Contributi 754)

L'editoriale odierno di SamizdatOnLine (a firma Gianluca Zappa) ci fa considerare il vero senso delle celebrazioni di inizio novembre..

Per molti, moltissimi, ormai, inizia la settimana del lungo ponte di Halloween. In realtà sarà la settimana della festa dei Santi e della commemorazione dei defunti, ma la festa neo pagana e consumistica del carnevale della morte e l’opportunità di un lungo week end di vacanza è in cima al pensiero di tutti, ben oltre la tradizione cattolica del nostro paese. C’è da giurare che il primo di novembre saranno in pochi a recarsi in chiesa per onorare i Santi, mentre moltissimi staranno a letto a smaltire la sbronza di una notte passata con streghe e demoni. 
Se riusciremo ad estraniarci da questo mix di sabba neo pagano e consumismo, forse ci sarà spazio per una timida riflessione su due argomenti che invece dovrebbero essere sempre in cima ai nostri pensieri: la morte e la vita eterna. Alla prima si pensa il meno possibile, in un goffo e patetico tentativo di esorcizzarla. Alla seconda non si crede più: è stata relegata nella soffitta delle pie consolazioni, di quelle “inventate dagli uomini”, come sostiene la critica razionalista, per consolarsi del lutto della vita. La morte e la vita eterna (le due realtà cui la tradizione cattolica del nostro paese dedica i giorni dell’1 e del 2 novembre) sono un tabù da cui stare alla larga, semplicemente perché non si hanno più ragioni valide di fronte ad esse. 
Se scaviamo a fondo, e facciamo un po’ di sana autocritica, scopriamo che la nostra situazione non è poi così diversa da quella del mondo pagano, specie quello della decadenza, ad esempio quello messo in scena da Petronio nel suo Satyricon. In quel romanzo (la cui trama procede a ritmo di disordini sessuali, di rapporti etero-omo, addirittura pedofili, di allusioni e riti osceni, di volgarità, di dissolutezze, di cattivo gusto, di carpe diem di bassa lega, di mangiate colossali e colossali vomiti, di discorsi frivoli e superficiali), in quel romanzo, dicevo, aleggia continuo un senso di disfacimento, di putrefazione, un freddo e lugubre presagio di morte. 
Come nella famosa scena in cui, durante il banchetto, viene portato a tavola del “Falerno Opimiamo di anni cento” e Trimalcione, il celebre padrone di casa, commenta: “Ahimè, dunque il vino ha vita più lunga dell’omuncolo!”, per poi aggiungere, immediatamente, “E allora facciamo le spugne: Il vino è vita!”. Dove, appunto, la vita è ridotta a dipendere dal vino, e la menzogna prende il sopravvento immediato su una sensata riflessione della ragione. La scena successiva ribadisce il concetto: Trimalcione si fa portare da uno schiavo uno scheletro d’argento, poi lo butta un paio di volte sulla tavola, ci gioca, gli fa assumere posizioni diverse, poi canta: “Ahinoi miseri, com’è nulla l’intero omuncolo! Così saremo tutti, dopo che l’Orco ci avrà rapiti. Dunque viviamo, finchè possiamo ancora spassarcela”. E’ una scena che in qualche modo ricorda il macabro scherzare con la morte che ci riproporrà il prossimo Halloween. Si scherza, ma, a scavare, la morte è l’unica presenza che domina il mondo. 
Vorrei contrapporre a tutto questo, una delle immagini che più mi ha colpito, in assoluto. Ricordo ancora lo stupore che mi invase nell’entrare nella Sala del Consiglio del palazzo pubblico di Siena, di fronte all’imponente affresco trecentesco di Simone Martini, quello della Maestà della Madonna in mezzo ai santi. Ma non era un’età buia il Medioevo? Andate e guardate quell’affresco: sarete travolti dalla luce, dallo splendore, dall’oro delle aureole. Nel cuore stesso della vita cittadina, nel luogo in cui si faceva politica, in cui si decidevano gli affari più importanti (dalle tasse alle guerre, dalla costruzione di mercati ai trattati commerciali), c’era questo solenne richiamo alla vita eterna, al Paradiso. Non le “congreghe di streghe” immaginate da Carducci (che come tanti altri aveva una visione del tutto parziale e infondata del Medioevo), ma una famiglia di Santi che ti guardano in faccia, con gli occhi bene aperti, con dignità e vigore: quell’affresco (andate a vederlo durante il lungo ponte) dal suo mistico silenzio proclama in modo assordante: la morte è stata vinta, la morte non è l’ultima parola. Noi abbiamo vinto la morte! Noi, un’umanità nuova, non la triviale, degenerata e disperata umanità dello stanco mondo pagano. 
Adesso noi, uomini d’oggi, siamo come di fronte ad un bivio: o tornare indietro (e lo stiamo facendo sempre di più), ricadendo in braccio ad una cultura che non sa come vivere perché non sa dare un senso alla morte; o progredire appoggiandoci a dei giganti che ci hanno testimoniato (spesso con sacrificio, spesso con il supremo sacrificio della vita) un destino di luce, di eterna felicità. 
Se riusciremo ad estraniarci dall’allegro e gaio sabba infernale, non ci sarà di certo difficile scegliere la strada giusta. 
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La pastorale dell’istante (Contributi 753)

Un nuovo articolo di Aldo Trento dal Paraguay, le lettere di cui si parla le potete trovare nel link : 

Quando sono arrivato in Paraguay mi sono messo le mani nei capelli, tanto era il disordine e la sporcizia che mi circondavano. Subito mi sono domandato: a cosa servono in questa situazione tutta la teologia e la filosofia studiata durante gli anni del seminario? Leggendo un libro di uno dei gesuiti che hanno vissuto le Riduzioni mi sono reso conto di quanto predicare, educare solamente a parole non sarebbe servito a niente, se non fosse stata la mia vita a parlare. Padre Paramas, l’autore del libro La Repubblica di Platone e i Guaranì affermava: «Gli indios non hanno la capacità di astrazione ma di imitazione e quindi è necessario educarli a guardare, a vedere, a fare esperienza della realtà». Ed è stato così che, spinto da questa verità, ho deciso che la mia unica pastorale sarebbe stata quella dell’istante, cioè mostrare a questi figli perché e come ogni particolare avesse a che fare con il Mistero. La divisione tra la fede ereditata e la vita era abissale. Approfittando della catechesi e delle omelie mi sono preoccupato, a partire dal 1989 fino a oggi, di mostrare che l’Avvenimento cristiano ha a che fare con la vita quotidiana, ovvero di testimoniare loro che il cristianesimo rende umane e belle tutte le cose
Il libro Cristo e il lavandino (Lindau-Tempi) è una piccola sintesi delle tante catechesi fatte per educare questo popolo, il mio, a una fede viva che cambia la qualità della vita. Per questo in parrocchia non solo non c’è disordine né sporcizia, ma tutto rimanda al Mistero e alla sua bellezza. Un giorno è venuta la superiora generale di una congregazione e osservando la bellezza di ciascun dettaglio ha detto: «Qui si sente viva la presenza del Mistero, perché la bellezza che si tocca con mano parla solo di Lui. Dio è bellezza e dove questa esiste lì è più semplice riconoscere la Sua infinita presenza». Il più grande giornalista del Paraguay, gnostico ed ebreo, ha testimoniato lo stesso dopo aver visitato la clinica San Riccardo Pampuri: «Se quello che ho visto con i miei occhi e ascoltato con le mie orecchie è Dio, allora anche io posso credere nella sua esistenza». 
La catechesi non solo parrocchiale, ma rivolta anche agli operai che lavorano nelle varie opere e a quelli di una multinazionale che ci hanno chiesto aiuto perché affascinati dall’ambiente nel quale viviamo, ha come unico fine quello di mostrare come la bellezza sia il segno più potente della Sua presenza. All’inizio non è stato facile perché nessuno poteva credere che la fede e la vita camminassero unite. Esisteva un disordine terribile, che era il modo normale di vivere. Quando siamo arrivati, nella parrocchia dominavano la convivenza o il concubinato ed era normale vivere in questo modo. Ma con il passare del tempo e facendo esperienza di Cristo, molti hanno chiesto di sposarsi con il sacramento del matrimonio. 
Non solo, ma hanno cominciato a chiedere: «Padre, aiutaci nella costruzione della casa, nella scelta dei mobili, nella preparazione della cena». C’è stato un momento in cui durante la Messa domenicale, quella dei bambini, portavo in chiesa il letto o un altro oggetto importante della casa, per mostrare a cosa servisse il letto o il perché del materasso, delle lenzuola e come dovesse essere tenuta in ordine la casa e i bambini, imparando con facilità, tornavano a casa e spiegavano ciò che avevano imparato ai propri genitori. Nell’evangelizzazione di questi 22 anni di missione mi ha aiutato molto più mostrare ciò che ho imparato dai miei genitori che i tanti libri di teologia. E la cosa interessante è stata che la gente educata a vivere intensamente il reale nel tempo si rendeva conto dell’urgenza di conoscere Cristo e di chiedere i sacramenti. È stato un cammino lungo, e continua a esserlo, ma dopo 22 anni è nato un popolo che è il grande protagonista delle opere della carità. Un soggetto responsabile e appassionato alle opere che la Misericordia Divina ha fatto e continua a fare tra di noi. I protagonisti della clinica, del collegio, dei ricoveri per anziani… sono loro il popolo umile che si lascia educare. Sono passati 22 lunghi anni, ma adesso è uno spettacolo vederli protagonisti di tutto ciò che esiste a San Rafael. Sono diventati un richiamo continuo a livello educativo per tutti, pazienti e operai. Sono loro che adesso reclamano la pulizia, l’ordine, l’armonia, sia nelle opere sia nelle loro case. Avevano cominciato a chiedere il sacramento del matrimonio senza che nessuno gliene avesse mai parlato. Lo stesso vale per battesimo, cresima, confessione e comunione. 
Non esiste particolare che non sia oggetto di attenzione, come testimoniano queste due lettere che alcune persone adulte preparano all’inizio di ogni settimana e che vengono distribuite come testo di catechesi settimanale a coloro che lavorano nelle opere. È un modo di catechizzare molto semplice, ma efficace, perché ognuno nel suo ambito è chiamato a paragonarsi con queste provocazioni, sia a casa sia nel lavoro con noi. Per me è una gioia verificare come dopo 22 anni di missione quello che era un luogo disordinato adesso viene definito da loro «l’ingresso del Paradiso». Propongo la lettura di queste lettere perché credo che sia una possibilità positiva anche per il “primo mondo”. «L’amore è una cosa grande, ma è fatto di dettagli», ripeto spesso. È il lavoro che le madri e i padri sono chiamati a vivere con i loro figli. Si educa solamente partendo dalla realtà che, come afferma san Paolo, «È il corpo di Cristo». 
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domenica 28 ottobre 2012

Domenica XXX t.ord. 28-ott-2012 (Angelus 104)

Cari fratelli e sorelle! 
Con la Santa Messa celebrata stamani nella Basilica di San Pietro, si è conclusa la XIII Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Per tre settimane ci siamo confrontati sulla realtà della nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana: tutta la Chiesa era rappresentata e, dunque, coinvolta in questo impegno, che non mancherà di dare i suoi frutti, con la grazia del Signore. Prima di tutto però il Sinodo è sempre un momento di forte comunione ecclesiale, e per questo desidero insieme con tutti voi ringraziare Dio, che ancora una volta ci ha fatto sperimentare la bellezza di essere Chiesa, e di esserlo proprio oggi, in questo mondo così com’è, in mezzo a questa umanità con le sue fatiche e le sue speranze. 
Molto significativa è stata la coincidenza di questa Assemblea sinodale con il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e quindi con l’inizio dell’Anno della fede. Ripensare al Beato Giovanni XXIII, al Servo di Dio Paolo VI, alla stagione conciliare, è stato quanto mai favorevole, perché ci ha aiutato a riconoscere che la nuova evangelizzazione non è una nostra invenzione, ma è un dinamismo che si è sviluppato nella Chiesa in modo particolare dagli anni ‘50 del secolo scorso, quando apparve evidente che anche i Paesi di antica tradizione cristiana erano diventati, come si suol dire, «terra di missione». Così è emersa l’esigenza di un annuncio rinnovato del Vangelo nelle società secolarizzate, nella duplice certezza che, da una parte, è solo Lui, Gesù Cristo, la vera novità che risponde alle attese dell’uomo di ogni epoca, e dall’altra, che il suo messaggio chiede di essere trasmesso in modo adeguato nei mutati contesti sociali e culturali. 
Che cosa possiamo dire al termine di queste intense giornate di lavoro? Da parte mia, ho ascoltato e raccolto molti spunti di riflessione e molte proposte, che, con l’aiuto della Segreteria del Sinodo e dei miei Collaboratori, cercherò di ordinare ed elaborare, per offrire a tutta la Chiesa una sintesi organica e indicazioni coerenti. Fin da ora possiamo dire che da questo Sinodo esce rafforzato l’impegno per il rinnovamento spirituale della Chiesa stessa, per poter rinnovare spiritualmente il mondo secolarizzato; e questo rinnovamento verrà dalla riscoperta di Gesù Cristo, della sua verità e della sua grazia, del suo «volto», così umano e insieme così divino, sul quale risplende il mistero trascendente di Dio. 
Affidiamo alla Vergine Maria i frutti del lavoro dell’Assise sinodale appena conclusa. Lei, Stella della nuova evangelizzazione, ci insegni e ci aiuti a portare a tutti Cristo, con coraggio e con gioia. 
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venerdì 26 ottobre 2012

La vittoria di un sacerdote infermo (Contributi 752)

Una nuova, toccante testimonianza di Padre Aldo Trento dal Paraguay che ci ri-dice cos'è un sacerdote: 


«Sacerdos alter Christus», mi hanno sempre insegnato fin da piccolo. Che grazia il dono del Sacerdozio, che grazia poter trovare un sacerdote! Che tristezza dove non c’è la possibilità di trovare un sacerdote, l’unico uomo al mondo che può perdonare i tuoi peccati e donarti il corpo e il sangue di Gesù! Mia madre era solita dirmi: «Figlio mio, preghiamo sempre per i sacerdoti perché, se venissero a mancare il mondo si trasformerebbe in una giungla piena di lupi. Quando mi sposai con tuo padre chiesi al Signore che se il primo figlio fosse stato maschio, Egli lo chiamasse a essere un sacerdote, se femmina, che seguisse la vocazione di consacrarsi a Lui. Per questo abbiamo promesso alla Vergine, appena tu fossi nato, che ogni notte tra il 24 e il 25 marzo ci saremmo alzati a recitare il Santo Rosario. E la Vergine ci ascoltò. E continueremo questo piccolo gesto fino alla morte, affinché tu sia fedele alla tua vocazione». Mia madre soffriva molto quando una persona parlava male di un prete. Per lei il sacerdote era Cristo stesso in mezzo a noi. Amava così tanto i consacrati che nel paese dove vivevamo costituì un gruppo formato da donne che aveva come scopo quello di lavare i vestiti dei novanta seminaristi di una congregazione religiosa che gestiva il seminario estivo. Per questo motivo, nella clinica San Riccardo Pampuri in Paraguay, tutti i giorni preghiamo per i sacerdoti. Non solo, ma in ogni letto, sulla testata, c’è un foglietto nel quale sono scritti il nome del Santo Padre, di monsignore Massimo Camisasca, di don Julián Carrón e di ogni casa dei missionari della Fraternità San Carlo. Un modo semplice attraverso cui il malato offre la sua vita, il suo dolore, la sua morte per la santità dei sacerdoti. Nella clinica poi, c’è una stanza riservata ai sacerdoti con malattie terminali che sono rimasti da soli. 
In questi giorni trascorsi in Italia, sono stato a trovare un prete molto malato che quando era piccolo faceva parte del gruppo dell’oratorio dove esercitavo il mio ministero sacerdotale. È stato un incontro indescrivibile, che mi ha spinto a chiedere a un amico che mi accompagnava di aiutarmi a esprimere l’esperienza unica e commovente di quello che ho vissuto incontrandolo e che mi ha segnato profondamente. Dio voglia che tutti i giorni abbiamo a offrire le nostre preghiere per i sacerdoti. 
Il sacerdote è un uomo chiamato da Cristo a dare la sua vita affinché tutti gli uomini conoscano il cammino della salvezza. 
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Padre Livio scrive 26/10/2012

Cari amici, 
La Regina della pace, in prossimità della festa di tutti i santi, ci invita alla santità, che è il fine della vita. 
Il passo fondamentale sulla via della santità è quello di vivere in grazia, in intima unione con Gesù Cristo. 
Satana però cerca di sviarci e di portarci alla rovina con l'inganno, seducendo i cuori e attirandoli sulla via del peccato. "Satana vi distrugge con quello che vi offre". 
Per riuscire vincitori, rinunciando al peccato, è necessario rinnovare il digiuno e la preghiera, che infondono la luce e la forza di Dio. 
La Madonna ci invita ancora a pregare per le sue intenzioni e per la realizzazione dei suoi piani. 
Lei conosce già le nostre necessità personali ed è ben felice di provvedere. 
Vostro Padre Livio 
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mercoledì 24 ottobre 2012

Non confondete l’amore col possesso (Contributi 751)

Da Tempi leggo e riporto questo articolo che ci fa riflettere.. 

 «Se si confonde l’amore con il possesso, allora ogni volta che l’altro si dimostra diverso da come si vorrebbe, si rimane delusi. Cari giovani, tenete bene aperti gli occhi». 
Lo ha detto ieri l’arcivescovo di Palermo, il cardinale Paolo Romeo, durante l’omelia dei funerali di Carmela Petrucci, uccisa venerdì scorso. 
Nella chiesa di Sant’Ernesto erano assiepate migliaia di persone, per dare l’ultimo saluto alla studentessa 17enne uccisa a coltellate da Samuele, ex fidanzato della sorella Lucia. 
Il cardinale ha spiegato che «quando ci scontriamo con la realtà esplode il conflitto, quando non incontriamo il consenso ci troviamo sguarniti di serenità. L’incontro fra due persone è l’incontro fra due libertà. Non posso cadere nella superficialità di universi virtuali in cui di me faccio vedere solo ciò che mi conviene e pretendo dall’altro solo ciò che “mi piace”. Abbiate reale conoscenza di voi stessi e degli altri, di ciò che si è, anche nella sconfitta e nel fallimento, senza rifugiarvi in percorsi immaginari o stereotipi diffusi. Tutto questo banalizza, svende, distrugge la persona e la bellezza dell’incontro autentico». 
Il rischio, ha detto Romeo, è pretendere che «l’altro continui ad essere mio possesso, e così le vie più semplici ed immediate, compresi risentimento e violenza, possono essere le più battute per far valere le mie ragioni. 
Solo Gesù può ascoltare la nostra preghiera bagnata di lacrime e solo lui può risollevarci e ridare speranza al nostro cuore. La nostra preghiera è per Carmela per Lucia che grazie al sacrificio della sorella riprenderà a sorridere tra qualche tempo. 
E la nostra preghiera è per la sua famiglia, anche con il nostro silenzio rispettoso e partecipe. Ma la nostra preghiera è anche per Samuele perché possa intraprendere il cammino del pentimento». 

L’INSONDABILE ABISSO DEL CUORE. 
«Le vittime di questa tragedia – ha aggiunto – non sono solamente Carmela e Lucia, sono state colpite le nostre famiglie, le notte relazioni, la comunità scolastica del liceo Umberto I e l’intera società. Queste tragedie ci accomunano tutti nel clima che le ha generate, c’è una radice comune quando ci volgiamo a considerare insondabile abisso del cuore umano, e nello scegliere tra il bene e il male». «Abbiate fede in Dio – ha detto il cardinale rivolgendosi ai genitori di Carmela -. È il momento che la fede diventi preghiera, anche quel poco di fede che rimane, poca e povera. Chi non ama rimane nella morte. Odio e rancore mietono ancora vittime. Solo chi ama passa dalla morte alla vita». 

MEDAGLIA AL VALOR CIVILE. 
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferirà a Carmela una medaglia al valor civile «per il suo coraggio e la sua dignità», come ha annunciato il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri.
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lunedì 22 ottobre 2012

Noi, un tempio di pietre vive nel tempio (Interventi 142)

Ecco l'omelia di Mons.Angelo Scola in occasione della celebrazione nel Duomo di Milano nella ricorrenza della sua dedicazione. 

1. Celebrare le gioie del tempio 
«Custodisci i tuoi servi che con grande amore celebrano le gioie del tempio»(famulos gubernes qui tui summo celebrant amore gaudia templi), così la Cappella del Duomo canterà tra poco con le parole di un bellissimo Canto ambrosiano del V secolo, il Christe cunctorum. 
E i suoi servi siamo noi tutti, carissimi. In particolare vogliamo oggi ringraziare Dio con Mons. Luciano Migliavacca per i suoi 70 anni di sacerdozio e S.E. Mons. Angelo Mascheroni che ne festeggia 60. Il primo continua a servire la nostra Chiesa con il suo genio musicale. Il secondo con la sua indefessa, capillare azione pastorale. È bello inoltre che in questa assai significativa azione liturgica alla Cappella del Duomo si unisca una rappresentanza numerosa di cori provenienti dalla comunità diocesana. Intendono così proseguire il primo raduno corale che li vide riuniti in occasione della Santa Messa presieduta da papa Benedetto XVI a Bresso, nell’indimenticabile visita pastorale avvenuta all’interno del VII Incontro mondiale delle famiglie. 
La festa che oggi celebriamo affonda le sue radici nell’antichissima tradizione della Chiesa di Antiochia: in prossimità della fine dell’anno liturgico il popolo di Dio, radunato nella chiesa-madre, celebra (Dedicazione deriva dal latino de-dicare, offrire con parole, offrire lodando) l’opera salvifica di Dio nella propria vita, facendo memoria della propria identità, ben delineata dal Concilio nella Lumen gentium: «I credenti in Cristo, [il Padre] li ha voluti chiamare a formare la santa Chiesa, la quale, già annunciata in figure sino dal principio del mondo, mirabilmente preparata nella storia del popolo d'Israele e nell'antica Alleanza, stabilita infine «negli ultimi tempi», è stata manifestata dall'effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli» (LG, 2). 
Non a caso la tradizione della Chiesa chiama la cattedrale Chiesa madre. In questo modo ci ricorda che nessuno può darsi la vita da sé: siamo “figli”, siamo “generati” alla vita e alla fede. 
Ma in questo “Anno della fede”, che abbiamo appena iniziato, è necessario sottolineare che è la stessa Chiesa ad essere frutto del dono del Signore, ad essere generata. Nella meditazione con cui, l’8 ottobre, ha aperto i lavori del Sinodo, espressione mirabile dell’articolata unità della Chiesa cattolica, il Santo Padre ha detto: «Noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto Lui. La Chiesa non comincia con il “fare” nostro, ma con il “fare” e il “parlare” di Dio (…) solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti… solo perché Dio prima ha agito, gli Apostoli possono agire con Lui e con la sua presenza e far presente quanto fa Lui». Dio viene prima, ricordiamocelo all’inizio di ogni giornata, di ogni nostra azione! L'azione ecclesiale ha bisogno di questa origine divina e di questo accompagnamento. 

2. Chiesa e Gerusalemme celeste 
L’opera salvifica di Dio viene espressa attraverso fulgide immagini dalla Lettura di oggi, tratta dal 21° capitolo dell’Apocalisse, in cui è descritta la Gerusalemme celeste. 
La gloria di Dio (Lettura, Ap 21,10) la trasfigura e la permea totalmente, così che non c’è più bisogno di uno spazio delimitato che racchiuda la presenza di Dio: «In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio» (Ap 21,22). Il tempio fisico contiene il tempio di pietre vive che noi siamo. Il nostro tempio fisico, cosi bello, al centro della nostra città civile e religiosa diviene vivo solo se abitato liturgicamente. 
Il Padre guida la storia e, così, ci permette di cogliere il legame profondo che esiste tra il popolo di Dio dell’Antica Alleanza [«È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele» (Ap 21,12)] e la Chiesa dei tempi definitivi [«Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello» (Ap 21,14)]. 
La Gerusalemme celeste, la meta verso cui la Chiesa è incamminata, appartiene già da ora - come caparra – alla nostra esperienza di cristiani. Non dimentichiamocene! 

3. «Ciascuno stia attento a come costruisce» 
Il riferimento essenziale per la nostra fede alle dodici tribù di Israele e ai dodici apostoli, condizione per poter vivere autenticamente la Chiesa ha, come garanzia, un più potente fondamento. Paolo ammonisce i Corinti: «Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo» (Epistola, 1Cor 3,11). Nella vita della fede la precedenza è dovuta a Cristo, vivo e presente in mezzo a noi perché risorto. Per questo ci riuniamo nella Cattedrale. 
Perché il cuore della Chiesa è l’azione eucaristica. In essa Cristo, morto e risorto, si offre qui ed ora alla nostra libertà. Nell’Eucaristia, ho voluto ricordare nella Lettera pastorale, «come ad Emmaus il Crocifisso Risorto spiega le scritture e spezza il pane per noi; ci fa una sola cosa con Lui e fra di noi» (Lettera pastorale, pp. 30-31). Chiediamoci quindi con molta umiltà in questa grande solennità: nella nostra vita c’è coscienza di questo fondamento vitale che «già vi si trova»? (1Cor 3,11). 
Siamo tempio vivo dello Spirito? 

4. Fede e libertà 
«Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente» (Vangelo, Gv 10,24). Più che una domanda quella dei Giudei era la pretesa che Gesù fornisse loro le credenziali che si aspettavano. Anche noi spesso abbiamo questa pretesa, in un mondo complesso come il nostro in cui siamo minacciati dalla crisi, in cui l’amore oggettivo ed effettivo non è sempre compreso, in cui il lavoro sta subendo forti cambiamenti e la disoccupazione riappare, in cui il riposo è spesso fonte di altre stanchezze anziché generare vera quiete. E Gesù pazientemente risponde, ma denuncia anche la radice della loro chiusura a riconoscere lealmente la sua testimonianza. Essi si rifiutano di appartenergli. «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore» (Gv 10, 25-26). 
All’origine della mancanza di fede, della nostra incredulità, c’è il non volere. Nell’atto di fede, infatti, è sempre implicata la nostra libertà. La libertà ci è donata, ma chiede di essere personalmente accolta e coinvolta. Sono io a dover credere! Per affermare la nostra libertà pensiamo di restare slegati da ogni nesso. Invece rapporti forti come quelli che Gesù ci garantisce sono quelli che spalancano la nostra libertà. Nell’atto di fede la nostra libertà deve continuamente coinvolgersi, dobbiamo dire quotidianamente il nostro "sì" a Gesù. Non posso delegare questo ad altri, perché Lui è venuto per testimoniare a me personalmente quanto il Padre mi ami. 

5. La fede di Maria sia la nostra fede 
Mendichiamo la fede con l’intercessione di Maria che «avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio» (Lumen gentium 58). La fede della Vergine sia la nostra fede. La sua protezione dall’alto del nostro Duomo si stenda materna su ogni donna ed ogni uomo che vive in questa laboriosa e creativa terra ambrosiana» (Lettera pastorale, p. 60). 
È il mese del Rosario: affidiamoci ogni giorno con tutte le nostre gioie e le nostre pene alla Madre. Amen.
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domenica 21 ottobre 2012

Domenica XXIX t.ord. 21-ott-2012 (Angelus 103)

Cari fratelli e sorelle! 
Prima di concludere questa celebrazione, rivolgiamoci a colei che è la Regina di tutti i santi, la Vergine Maria, con un pensiero a Lourdes, colpita da una grave esondazione del Gave, che ha allagato anche la Grotta delle Apparizioni della Madonna. 
In particolare, vogliamo oggi affidare alla materna protezione della Vergine Maria i missionari e le missionarie – sacerdoti, religiosi e laici – che in ogni parte del mondo spargono il buon seme del Vangelo. 
Preghiamo anche per il Sinodo dei Vescovi, che in queste settimane si sta confrontando con la sfida della nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana.
[saluti in altre lingue]
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sabato 20 ottobre 2012

La cultura come "entusiasmo critico della fede" (Contributi 750)

Questo il testo che monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montelfeltro, ha letto al Sinodo sulla nuova evangelizzazione il 15 ottobre. 


Lungo i secoli, la Chiesa non ha mai contrapposto alla ideologia ateistica un'ideologia religiosa, ma la vita vera, bella, sacrificata e lieta del popolo cristiano, che mangia e beve, veglia e dorme, vive e muore non più per se stesso, ma per Lui, che è morto e risorto per noi. Nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle confraternite, nell'associazionismo, negli spazi sociali pur minimi consentiti dalle dittature di tutti i tempi, il popolo cristiano ha sempre gridato un annuncio vivo: la bellezza della fede, l'intensità della speranza, la forza della carità. Molti cristiani - milioni in quel triste ventesimo secolo che Robert Conquest ha definito "il secolo delle idee assassine" - hanno portato l'annuncio vivo della fede nei campi di concentramento e di sterminio. 
Per questo, giustamente, le icone di questa grande epopea della fede sono San Massimiliano Kolbe e Santa Teresa Benedetta della Croce. Tutto sembrava garantire un influsso obiettivo della Chiesa e delle sue strutture organizzative nella vita della società. Ma al di sotto di questa che sembrava una grande fioritura, le radici del corpus ecclesiale si stavano inaridendo. Così pochi si accorsero che si stava formando un movimento teso alla scristianizzazione della società e alla eliminazione della tradizione cristiana e della presenza ecclesiale. 
Tutto questo accadeva già nella seconda metà degli anni Cinquanta. Si intuì allora - ed io, guidato dalla straordinaria figura di mons. Giussani, ebbi la grazia di partecipare giovanissimo a questo iniziale movimento - la necessità di ripartire dalla realtà della Chiesa. Non sembravano necessarie ipotesi di mediazione con la mentalità mondana, cioè decidere in quali spazi eventualmente la Chiesa poteva essere di nuovo una presenza; si trattava semplicemente di "incominciare a fare il cristianesimo". Una operazione come questa fu definita, dall'allora cardinal Wojtyla, una "riforma nella tradizione". Questa fu la evangelizzazione, o meglio una "nuova evangelizzazione": riproporre l'avvenimento della fede come certezza esplicita della presenza misteriosa e reale di Gesù Cristo nella vita della Chiesa, ripartendo continuamente da qui. 
Nella esperienza viva e totalizzante dell'incontro con Cristo nella Chiesa - nel mistero reale del Suo corpo e del Suo popolo - la Chiesa assume per i fedeli una fondamentale caratteristica di educazione. Soltanto nella educazione, infatti, la fede diventa esperienza effettiva e matura, si conferma come esperienza di vita, si consolida e si dispone a vivere la missione come la propria autorealizzazione. Il primo fattore della educazione ecclesiale consiste quindi nella apertura della missione come tendenza a comunicare la vita di Cristo in noi, all'uomo e alla società, nelle circostanze inevitabili della vita. La comunicazione dello "stupore di una vita rinnovata" è la grande impresa in cui la Chiesa ha bisogno di tutti i suoi figli. La missione implica necessariamente il dischiudersi della cultura come dimensione della persona e della Chiesa. 
La fede, pertanto, deve essere in grado di divenire cultura: capacità di lettura e di interpretazione della realtà personale e sociale, dal punto di vista del pensiero di Cristo. La cultura della persona implica, secondo l'insegnamento straordinario di Benedetto XVI, una ragione aperta alla realtà, non un uso tecno-scientista della ragione chiusa in se stessa e tesa al possesso degli oggetti. La cultura è una certezza piena di entusiasmo, Origene la definiva "entusiasmo critico della fede", che si esprime come capacità di incontrare, conoscere e valorizzare. Solo in tal senso, la cultura della fede genera una irresistibile capacità di dialogo, perché l'altra dimensione, accanto alla cultura, è certamente la carità: formazione dell'intelligenza e del cuore secondo il cuore di Cristo. 
La nuova evangelizzazione non è pertanto un problema da risolversi attraverso esperti o specialisti. È l'azione dello Spirito vivo e presente nella Chiesa che occorre riconoscere e valorizzare. Altrimenti sarà inevitabile cadere in quella tentazione oggi così dilagante che, di fronte allo sconforto, mette sì in moto la creatività dei singoli come delle comunità, ma nel tentativo vano di supplire con il surrogato di progetti umani l'azione stessa dello Spirito Santo. Il risultato, purtroppo tante volte, è di divenire concretamente un ostacolo alla grazia di Dio. La nuova evangelizzazione è pertanto un flusso di vita che può prendere forme diverse; occorre riconoscere queste forme, valorizzarle, correggerle se necessario, propiziare un loro incontro nella vita della Chiesa. Solo dopo si potranno fare pubblicazioni di libri e progettare convegni. 
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Il sacerdote, un uomo innamorato (Contributi 749)

Da un blog amico leggo e riporto questa bellissima testimonianza di un giovane seminarista: 

Ogni volta che la gente viene a sapere che sono in seminario, la prima cosa che mi dicono (sempre che sappiano che cosa è un seminario, dato non trascurabile vista la generale ignoranza sul depositum fidei), ineluttabilmente, è “allora studi per diventare prete?”. Come una sveglia, una bomba ad orologeria, scatta sempre questa frase, spesso come domanda un po’ stupita, a volte come constatazione incredibile meritevole di premio Nobel da quanto l’interlocutore l’abbia ritenuta ardua da realizzare nella propria mente. 
Di solito sino ad ora mi limitavo a sorridere e a rispondere di sì, dilungandomi poi a seconda dei casi e delle richieste su questo o su quell'aspetto della vita seminariale (dove si studia, quando, come, che si mangia, dove e quando si prega, che si fa nel tempo libero ecc…). Fino ad oggi, dicevo: perché giusto ieri notte, prima di recitarmi compieta, sono stato fulminato dal pensiero che, in effetti, la “scoperta” di cui sopra è un’enorme, colossale falsità, o meglio un’imprecisione. 
Stupiti? Allora vi propongo un quesito: sapervi rispondere riporterebbe la situazione all'inizio annullando la mia obiezione. La domanda è questa: è possibile in qualche modo imparare ad amare? C’è un corso di studio, un tomo universitario, una guida pratica cartacea o multimediale che insegni dalla A alla Z come ci si innamora e cosa si deve fare una volta che ci si è innamorati? La risposta, cari lettori, è banale e rende ridicola l’affermazione ormai famosa. Semplicemente, no, non esiste niente del genere né mai esisterà. La cosa più simile che vi si avvicina è il Vangelo, ma anche lì è ridicolo prenderlo come banale manuale. 
Ma cosa c’entra l’innamorarsi, vi chiederete magari? Invece è fondamentale, decisivo, ed è ciò che contraddistingue maggiormente un sacerdote cristiano da un sacerdote taoista o un bonzo tibetano o uno sciamano animista. Costoro infatti per “svolgere il loro mestiere” non necessitano minimamente della carità; al contrario, il prete cattolico (e volendo anche il pastore protestante, ma in misura minore e vedremo tra poco perché) ha un bisogno viscerale della carità e dell’amore. 
Mi spiego meglio: sicuramente avrete tutti presente 1Cor 13, 1-13 (altrimenti andate a leggere e poi tornate qui), l’inno alla carità è sicuramente una delle pagine bibliche più toccanti e sublimi e quella che volendo riassume in un’unica parola l’attrazione che noi proviamo verso Cristo e che Cristo prova verso di noi. Di conseguenza, essendo il sacerdote colui che è preposto non solo all'amministrazione dei Sacramenti, quindi al contatto diretto con Dio, ma anche alla cura pastorale delle anime a lui affidate, necessiterà più di ogni altra cosa della vera carità. Come potrebbe, infatti, celebrare pienamente l’eucarestia con il cuore pieno di astio o disperazione? Come consolare un figlio spirituale se attanagliato dallo sconforto? O peggio, come fare tutto ciò se caduti nell'aridità spirituale, nel mancato contatto con Dio nella preghiera? 
Nella “Imitazione di Cristo” (IV. 11. 3) leggiamo: “Quale grandezza, quale onore, nell'ufficio dei sacerdoti, ai quali è dato di consacrare, con le sacre parole, il Signore altissimo; di benedirlo con le proprie labbra, di tenerlo con le proprie mani; di nutrirsene con la propria bocca e di distribuirlo agli altri. Quanto devono essere pure quelle mani; quanto deve essere pura la bocca, e santo il corpo e immacolato il cuore del sacerdote, nel quale entra tante volte l’autore della purezza. Non una parola, che non sia santa, degna e buona, deve venire dalle labbra del sacerdote, che riceve così spesso il Sacramento; semplici e pudichi devono essere gli occhi di lui, che abitualmente sono fissi alla visione del corpo di Cristo; pure ed elevate al cielo devono essere le mani di lui, che sovente toccano il Creatore del cielo e della terra. È proprio per i sacerdoti che è detto nella legge: “siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2).” 
Come non sottoscrivere queste parole? La vita del sacerdote è fatta di questo: essere santi e apostoli della carità; il cosiddetto studio viene dopo, è la conseguenza di tali premesse (l’amore verso gli altri spinge -o dovrebbe spingere- ad aumentare la propria cultura sì che gli altri ne possano beneficiare), non è il centro d’essere sacerdote o aspirante tale. È fondamentale di conseguenza per chiunque intraprenda questa via di vita pregare continuamente e con intensità, affinché il Signore possa concedere con lui “un incontro personale e vivo, ad occhi aperti e cuore palpitante” (Giovanni Paolo II). 
Ci aiuti la tua grazia, o Dio onnipotente, affinché noi che abbiamo ricevuto l’ufficio sacerdotale, possiamo degnamente e devotamente servirti in illibata purità e limpida coscienza. E se non possiamo vivere con quella innocenza di vita che si dovrebbe, concedici almeno di piangere dolorosamente le colpe commesse, e di servirti, da qui in avanti, più fervorosamente, in spirito di umiltà e nel proposito di una buona volontà. Amen. (Imitazione di Cristo, IV. 11. 3) 
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venerdì 19 ottobre 2012

L'affascinante figura di Cristo (Contributi 748)

Riporto dal sito di Padre Scozzaro:

Gesù ebbe coscienza ed ha proclamato di essere il Messia promesso, il Maestro e Redentore dell’umanità. Se egli non era quello che diceva di essere o si è ingannato o ha voluto ingannare.
Ma ciò è in stridente contrasto con la grandezza intellettuale e morale della sua personalità come risulta dai Vangeli. La sua personalità, quindi, è garanzia della verità di quanto ha affermato di Se stesso.

1.       La figura spirituale di Gesù
Gesù ha un intimo e delicato sentimento della natura, come si può vedere dalle sue similitudini. Ma più che alla natura, la sua azione ed il suo amore sono rivolti agli uomini; ama tutti fino all’inverosimile!
Ama i bambini e questi si stringono attorno a lui (Mc 10, 13-16). Ha compassione degli ammalati e degli emarginati. Il dolore della vedova rimasta sola (Lc 7, 13), l’ansietà del cuore paterno preoccupato (Mc 5, 36), l’afflizione delle sorelle di Lazzaro morto (Gv 11, 1-44), gli toccano profondamente il cuore.
Il suo riguardo per la prudenza di Nicodemo (Gv 3, 1), il suo tatto verso il capo dei pubblicani che gli offre un banchetto (Lc 19, 1), la sua mesta cordialità verso il traditore (Mc 14, 17), rivelano altrettanti aspetti del suo molteplice ed aperto amore verso gli uomini. Soprattutto la sua condotta verso l’adultera sorpresa in flagrante (Gv 8, 1), verso Pietro pentito (Lc 22, 61) e verso la peccatrice (Lc 7, 37) – ciò che Egli le dice e ciò che non le dice – appartiene alle pagine più profumate e delicate del Vangelo.
E quale tenero, paziente, indulgente Amico e Maestro fu Gesù per i suoi Apostoli! Soprattutto i suoi rapporti con Pietro rivelano la trascendente umanità di Cristo. Il modo con cui Gesù chiama a sé l’Apostolo esitante (Mt 14, 28), ama il suo entusiasmo e loda la sua fede (Lc 5, 8), il modo con cui frena il suo zelo ardente (Gv 13, 6), umilia la sua temerarietà (Mc 8, 31), mette in guardia la sua cieca fiducia contro la sua debolezza (Mc 14, 29), consola il suo pentimento e gli fa scontare con tatto finissimo la sua caduta (Lc 22, 61), tutto ciò sgorga da una profonda conoscenza ed amore verso gli uomini, che sopporta con infinita pazienza le piccinerie e le miserie dell’umanità e, con sapienza pedagogica, ne stimola gli aspetti buoni.
Ma l’elemento più alto e più grande che caratterizza la vita di Gesù è la sua unione con Dio, la sua intima, permanente ed assoluta dedizione alla volontà del Padre. “Egli vive nella religione e questa è per lui respiro nel timore di Dio. Tutta la sua vita, il suo sentire ed il suo pensare erano assorbiti nel rapporto con Dio e tuttavia egli non ha parlato come un fanatico ed un sognatore” (Harnack).
E soprattutto la sua preghiera! Giustamente Gesù è stato chiamato “l’orante più forte della storia”. Nella solitudine dei monti Egli passa notti segrete dinanzi al Padre, tenendo con Lui colloqui amorosi; questa unione con Dio non la perde neppure nelle lotte e nelle dispute con i suoi avversari, neppure nelle tenebre del venerdì santo. Se consideriamo questa ricca vita interiore, restiamo sorpresi dall’equilibrio armonicodi Gesù.
La chiarezza del suo pensiero, l’acutezza e la prontezza del suo discorso meravigliano al pari della delicatezza dei suoi sentimenti, della forza del suo amore. La sua bontà attira i bambini ed agisce sugli ammalati. La suamisericordia disarma i peccatori. Ma egli rivolge accuse contro i sentimenti ipocriti dei Farisei. E’ una immagine di grandezza umana, quale non troveremo più nella storia.
Dinanzi a questo quadro sublime, il semplice pensiero di un errorecosciente circa una missione divina inventata, costituirebbe unamostruosità psicologica. Anche la possibilità di una coscienza anormale, spiritualmente turbata, la si può ammettere soltanto svisando per prevenzione materialistica le fonti.

2. Il miracolo intellettuale della sapienza di Gesù
La persona di Gesù non è soltanto una garanzia, umanamente attendibile, ma diventa anche un criterio dato da Dio, una testimonianza dall’Alto. Gesù non può essere incluso nei limiti tracciati agli uomini. Egli infrange i confini del puro umano.
La sua persona diventa un miracolo morale, che non si può spiegare in base a cause puramente naturali. Nella persona di Gesù appare visibile il sigillo che Dio gli ha impresso per legittimare la sua missione.
Che in Gesù agisse una forza intellettuale che trascende la misura umana, risulta tanto dal contenuto della sua dottrina, quanto dal modocon cui egli l’acquistata ed ha saputo trasmetterla ad altri.
 a. Gesù dà una risposta alle questioni più palpitanti dell’anima umana, che riguardano Dio e l’uomo, la vita presente e futura, il corpo e l’anima, la società e l’individuo; e questa risposta è formulata in modo così equilibrato, che ne risulta una dottrina, meravigliosa, coerente ed armonica.
Singolare e nuova è l’idea di Dio in Gesù.
In essa appaiono sia la maestà infinitamente sublime di Dio, sia la sua bontà paterna che ha pietà di tutti, l’assoluta dipendenza e soggezione dell’uomo a Dio, come il valore dell’anima immortale. Egli ha affermato la vanità di ogni cosa terrena, ma anche l’importanza del presente periodo di prova in funzione dell’eternità. Tutto ha il suo centro ed il suo fine in Dio, ma tutto riceve da Dio il suo splendore ed ottiene dal servizio di Dio il suo valore.
La dottrina di Gesù ha fecondato tutta la civiltà occidentale. Gli impulsi religiosi, etici e sociali che vi agiscono hanno la loro fonte nel suo Vangelo!
b. La dottrina di Gesà è del tutto originale; egli non l’ha derivata né da fonti giudaiche né da fonti extragiudaiche. Non l’ha attinta alla sapienza delle scuole rabbiniche; scuole che egli non ha nemmeno frequentato, suscitando proprio per questo stupore ed ammirazione (Mc 6, 2; Lc 2, 47). “Come mai costui conosce le Scritture senza avere studiato?”(Gv 7, 15). Gesù non ha tratto la sua sapienza neppure da fonti extra-giudaiche. Per la dottrina di Gesù non è possibile trovare paralleli sufficienti.

c. La dottrina di Gesù è inoltre indirizzata e adatta a tutti gli uomini diogni tempo e di ogni cultura, di ogni età e condizione. Suscita meraviglia che la dottrina di Gesù, al pari della sua persona, non conosca limiti nazionali o restrizioni dipendenti dal tempo. Egli ama e conosce il suo popolo, ma non ne condivide la grettezza. La lingua da lui usata è soltanto l’involucro; l’ambiente giudaico è soltanto la forma in cui egli versa un contenuto che ha un valore universale ed eterno.
Perciò le parole di Gesù risuonano familiari a tutti gli uomini, senza distinzione di età, di professione di classe sociale, di appartenenza etnica e culturale. Occorre aggiungere che Gesù di Nazareth è l’unico in tutta la storia che ha conservato sempre ugualmente chiara e determinata la sua dottrina, senza sviluppo e senza tentennamento, dal primo momento della sua comparsa fino al suo ultimo respiro!
Nelle idee di Gesù non è possibile riscontrare alcuna evoluzione ed anche di fronte alla morte Egli non vi ha apportato alcun mutamento.

Si è constatato che Gesù non rivela mai stupore e sorpresa. Gesù non pone alcuna vera domanda; (Mc 6, 38; 8, 28; 14, 37 sono domande con cui Egli intende sollecitare una constatazione, ma non attestare una conoscenza). Non ha neppure bisogno di correggersi, non ha nulla da ritrattare e non deve mai fare la confessione: mi sono sbagliato!
d. InfineGesù ha presentato le più profonde verità religiose con semplicità naturale e con chiarezza. Nella sua bocca i dati della vita quotidiana si trasformano in similitudini sublimi, incomparabilmente superiori a quelle dei rabbini, per il loro contenuto profondo e la loro viva chiarezza.
Ma nella disputa con i suoi avversari Egli sa pure snervare con acutezza e prontezza tutti i loro argomenti e scansare le loro insidie (Mc10, 2; 11, 27; 12, 13). Perciò suscita l’ammirazione del popolo che stupisce sia della grazia delle sue parole (Lc 4, 22), sia della loro autorità sbalorditiva (Mt 7, 29).
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mercoledì 17 ottobre 2012

Il metodo dell'evangelizzazione è vivere la comunità (Contributi 747)

L'intervento di mons.Scola al Sinodo dei vescovi il 16/10/2012

La Terza Parte dell‘Instrumentum laboris, intitolata Trasmettere la fede, è significativamente introdotta dalla citazione di At 2,42.46-47: «Erano perseveranti nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati»
In questo modo viene immediatamente identificato il metodo, non un metodo, della nuova evangelizzazione: essa, per finire, coincide con l’invito rivolto a tutti a vivere la vita della comunità cristiana. 
La Chiesa evangelizza proponendo se stessa in tutte le sue dimensioni costitutive (cf LG 14).
Quali sono queste dimensioni costitutive che non possono mai mancare nell’evangelizzazione? 
Sulla scia del sommario degli Atti degli Apostoli possiamo identificarne quattro: 
1. Erano perseveranti nello spezzare il pane e nelle preghiere: l’Eucaristia è la sorgente inesauribile della vita della comunità
La partecipazione all’Eucaristia rende possibile, per opera dello Spirito, vivere per Cristo, con Cristo e in Cristo. 
2. Erano perseveranti nell'insegnamento degli apostoli, annunciatori della Parola di Dio in tutti gli ambiti dell’umana esistenza. 
San Paolo parla di educazione al «pensiero di Cristo» (cfr 1Cor 2,16). 
San Massimo il Confessore la descrive in questo modo: «Anch’io, infatti, dico di avere il pensiero di Cristo, cioè il pensiero che pensa secondo Lui e pensa Lui attraverso tutte le cose». 
3. Erano perseveranti nella comunione: avendo in comune Gesù Cristo, i cristiani sono tesi liberamente a condividere con tutti i fratelli la propria esistenza. 
La comunione per il cristiano precede ogni cosa, è l'a priori necessario. 
4. Il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati: la missione della Chiesa è la testimonianza grata che lascia trasparire la gioia dell’incontro con Gesù che diventa struggimento perché tutti i fratelli uomini siano salvati. 

Proporre una vita di comunità in cui i fedeli consapevoli praticano regolarmente queste quattro dimensioni costitutive indicate dal brano degli Atti degli Apostoli: questa è la nuova evangelizzazione. 
Così ogni donna e ogni uomo potrà essere introdotto e accompagnato all’incontro personale e libero con Cristo. Infatti, nel cristianesimo tutto è personale in quanto è comunitario, ma tutto ciò che è veramente comunitario fa fiorire la persona.
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lunedì 15 ottobre 2012

All’attesa del cuore dell’uomo può rispondere solo un avvenimento (Contributi 746)

Da Tempi quest'intervento di Julian Carron al Sinodo dei Vescovi il 13/10/2012 


Beatissimo Padre, Venerabili Padri, Fratelli e sorelle: 
Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione e l’Anno della fede traggono origine dalla stessa costatazione: non possiamo continuare a «pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune». 
In effetti, «questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato» (Porta fidei, 2). 
Se la fede non si può continuare a dare per scontata, la prima urgenza è come ridestare negli uomini del nostro tempo l’interesse per essa e per il cristianesimo. 
E il luogo privilegiato dove questo può accadere è la vita quotidiana, dove come cristiani entriamo in rapporto con i nostri fratelli uomini. 
Leggendo l’Instrumentum Laboris, che contiene tanti spunti preziosi per il nostro lavoro, sono rimasto colpito da questa osservazione: «Desta preoccupazione in molte risposte [ai Lineamenta] la scarsezza di primo annuncio nella vita quotidiana, che si svolge nel quartiere, dentro il mondo del lavoro». 
Questa valutazione, che emerge in tante risposte, mi sembra metta il dito nella piaga, indicando quale sia la sfida che ci troviamo ad affrontare. Malgrado tutti i tentativi fatti negli ultimi decenni per migliorare gli strumenti della trasmissione della fede, la costatazione è semplice: tutto lo sforzo fatto fino adesso fatica a generare una novità di vita tale da destare nei vicini e nei colleghi la curiosità per quello che i battezzati vivono nella vita quotidiana (quartiere, luogo di lavoro). 
Questo dice molto della difficoltà che oggi ci troviamo ad affrontare come Chiesa: come superare quella frattura tra la fede e la vita che rende più difficile alla fede di essere incontrabile in modo ragionevole, e dunque attraente nella vita quotidiana
Se non riusciamo ad affrontare con chiarezza la questione, continueremo a fare ingenti sforzi senza riuscire a dare una risposta adeguata alla radice del problema. Qui risiede, a mio avviso, il nesso profondo tra l’Anno della fede e la Nuova Evangelizzazione. 
Infatti, senza «riscoprire e riaccogliere il dono prezioso che è la fede», che renda ogni battezzato una «nuova creatura» capace di mostrare la bellezza di una esistenza vissuta nella fede, la nuova evangelizzazione rischia di essere ridotta a una questione di esperti e una discussione sugli strumenti, e di non avvenire come esperienza personale e ecclesiale in grado di ridestare negli uomini l’interesse per la fede. 
Per suscitare questo interesse abbiamo un alleato dentro l’uomo di qualsiasi cultura e condizione. 
Noi sappiamo che il cuore dell’uomo è fatto per l’infinito. E questo desiderio, anche se sepolto sotto mille distrazioni ed errori, è incancellabile. Rimane in lui l’attesa di un compimento. 
Perché nessun «falso infinito» − per usare un’espressione di Benedetto XVI −, con cui tante volte identifica il suo compimento, riesce a soddisfarlo. «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso? Cosa potrà dare l’uomo in cambio di sé?» (Mt 16,26). 
A questa attesa, però, non può semplicemente rispondere una dottrina, un insieme di regole, una organizzazione, ma piuttosto l’avvenimento di una umanità diversa. Come disse don Giussani durante il Sinodo sui laici del 1987, «ciò che manca non è tanto la ripetizione verbale o culturale dell’annuncio. L’uomo di oggi attende forse inconsapevolmente l’esperienza dell’incontro con persone per le quali il fatto di Cristo è realtà così presente che la vita loro è cambiata. È un impatto umano che può scuotere l’uomo di oggi: un avvenimento che sia eco dell’avvenimento iniziale, quando Gesù alzò gli occhi e disse: “Zaccheo, scendi subito, vengo a casa tua”». Allora come oggi, solo una creatura nuova, un testimone di una vita cambiata può suscitare di nuovo la curiosità per il cristianesimo: vedere realizzata quella pienezza che uno desidera raggiungere, ma non sa come. 
Uomini nuovi che creano luoghi dove ciascuno possa essere invitato a fare la verifica che fecero i primi due sulla riva del Giordano: «Vieni e vedi», perché «una fede che non possa essere reperta e trovata nell’esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze, non sarà una fede in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, dice l’opposto» (L. Giussani, Il rischio educativo). 
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Novant’anni fa nasceva don Luigi Giussani (Contributi 745)

Un articolo tratto da Tempi per un importante anniversario, con l'invito a tutti di rileggerlo il giorno del proprio compleanno

Oggi è l’anniversario della nascita di don Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, nato nel piccolo comune brianzolo di Desio il 15 ottobre 1922. 
Il sacerdote si è spento nella sua abitazione di Milano il 22 febbraio 2005. 
Per ricordarlo pubblichiamo una lettera che don Giussani scrisse all’amico Angelo Majo, in occasione del compleanno di quest’ultimo il 31 luglio 1951. 
Il testo della lettera è pubblicato in L. Giussani, Lettere di fede e amicizia ad Angelo Majo, San Paolo, 2007, p. 96. 
«Carissimo, è la prima volta ch’io ti faccio gli auguri per il tuo compleanno. 
È la prima volta che ne so la data. E nel compiere questo lieve atto di amicizia provo una gioia così grande, ch’io mi meraviglio di me stesso. 
Immagini se tu non fossi nato, quale meravigliosa cosa di meno ci sarebbe al mondo? Una meravigliosa cosa che c’è perché è tutta un dono. 
Il compleanno è il giorno in cui fisicamente si sente l’amore di Dio che ci ha fatti, potendoci non fare: «prior dilexit nos»: ci si sente «fatti», con stupore. 
È il giorno in cui si adora nostro papà e nostra mamma: lo strumento sensibile. 
Crea tante altre cose meravigliose! 
È un augurio così violento, quasi lo facessi a me stesso. 
Sento la tua gioia, di trovarti tra i tuoi monti. 
Auguri anche di goderti tanto anche questi».
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domenica 14 ottobre 2012

Domenica XXVIII t.ord. 14-ott-2012 (Angelus 102)

Cari fratelli e sorelle! 
Il Vangelo di questa domenica (Mc 10,17-30) ha come tema principale quello della ricchezza. Gesù insegna che per un ricco è molto difficile entrare nel Regno di Dio, ma non impossibile; infatti, Dio può conquistare il cuore di una persona che possiede molti beni e spingerla alla solidarietà e alla condivisione con chi è bisognoso, con i poveri, ad entrare cioè nella logica del dono. In questo modo essa si pone sulla via di Gesù Cristo, il quale – come scrive l’apostolo Paolo – «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). 
Come spesso avviene nei Vangeli, tutto prende spunto da un incontro: quello di Gesù con un tale che «possedeva molti beni» (Mc 10,22). Costui era una persona che fin dalla sua giovinezza osservava fedelmente tutti i comandamenti della Legge di Dio, ma non aveva ancora trovato la vera felicità; e per questo domanda a Gesù come fare per «avere in eredità la vita eterna» (v. 17). Da una parte egli è attratto, come tutti, dalla pienezza della vita; dall’altra, essendo abituato a contare sulle proprie ricchezze, pensa che anche la vita eterna si possa in qualche modo «acquistare», magari osservando un comandamento speciale. Gesù coglie il desiderio profondo che c’è in quella persona, e – annota l’evangelista – fissa su di lui uno sguardo pieno d’amore: lo sguardo di Dio (cfr v. 21). Ma Gesù capisce anche qual è il punto debole di quell’uomo: è proprio il suo attaccamento ai suoi molti beni; e perciò gli propone di dare tutto ai poveri, così che il suo tesoro – e quindi il suo cuore – non sia più sulla terra, ma in cielo, e aggiunge: «Vieni! Seguimi!» (v. 22). Quel tale, però, invece di accogliere con gioia l’invito di Gesù, se ne va via rattristato (cfr v. 23), perché non riesce a distaccarsi dalle sue ricchezze, che non potranno mai dargli la felicità e la vita eterna.  
E’ a questo punto che Gesù dà ai discepoli – e anche a noi oggi – il suo insegnamento: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!» (v. 23). A queste parole, i discepoli rimasero sconcertati; e ancora di più dopo che Gesù ebbe aggiunto: «E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Ma, vedendoli attoniti, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio» (cfr vv. 24-27). Così commenta San Clemente di Alessandria: «La parabola insegni ai ricchi che non devono trascurare la loro salvezza come se fossero già condannati, né devono buttare a mare la ricchezza né condannarla come insidiosa e ostile alla vita, ma devono imparare in quale modo usare la ricchezza e procurarsi la vita» (Quale ricco si salverà?, 27, 1-2). La storia della Chiesa è piena di esempi di persone ricche, che hanno usato i propri beni in modo evangelico, raggiungendo anche la santità. Pensiamo solo a san Francesco, a santa Elisabetta d’Ungheria o a san Carlo Borromeo. La Vergine Maria, Sede della Sapienza, ci aiuti ad accogliere con gioia l’invito di Gesù, per entrare nella pienezza della vita.
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venerdì 12 ottobre 2012

Appello per la Parrocchia di San Giovanni Battista (AQ) (Contributi 744)

Considero amica pur non avendola mai incontrata personalmente la persona che mi ha mandato (già da qualche giorno) l'appello che segue e che riporto integralmente dal suo blog. Chiunque possa fare qualunque cosa, dalla preghiera al finanziare (da 1 euro a infinito) si muova liberamente e generosamente, magari coinvolgendo amici e parroci. 
Il blog riporta a sua volta l'appello giunto alla mia amica e che, pubblicandolo, faccio anche mio... 

Oggi pomeriggio il mio parroco, don Ramon Mangili, bergamasco doc ma con il cuore ormai aquilano, ha convocato tutti i collaboratori parrocchiali, si pensava per un anticipato rinizio d’anno. Purtroppo la realtà è stata diversa, un cazzotto dal quale ancora dobbiamo riprenderci. Necessita una breve premessa. Sapete che sono aquilana, e quindi “terremotata” (virgoletto perchè ormai è diventato uno status sociale, e la cosa mi ripugna). La mia chiesa parrocchiale è inagibile da quel dì di 3 anni fa, e da ottobre 2009 abbiamo una grande tensostruttura donataci dal Comune di Roma, che con il tempo abbiamo cercato di rendere il più possibile somigliante ad una Chiesa. E ci siamo riusciti. Abbiamo il Tabernacolo, e perfino un confessionale!! L’interno è stato rivestito di legno, curiamo i fiori all’esterno e quest’estate uomini di buona volontà hanno anche costruito una tettoia esterna sempre in legno per evitare che quando piove non entri l’acqua fin dentro. 
Ma la grande nevicata dell’inverno passato ha messo a dura prova la struttura, che ha ceduto in alcuni punti sul tetto, ma ciò che è peggio è che per evitarne il crollo il riscaldamento ( che va a gasolio) è stato acceso giorno e notte per 2 mesi circa, il tutto per 6.000 € che si sono sommati ad una situazione economica drammatica. Questo tendone tra Enel e riscaldamento, insieme ai 5 container che abbiamo per le nostre attività di catechismo e quant’altro, ha un costo esorbitante che ormai non riusciamo più a gestire. Non abbiamo più soldi, e la Curia aquilana non può aiutarci. Da qui la decisione di don Ramon: se non si trovano fondi, dovremo smontare la tensostruttura prima dell’inverno. Non avremo più una chiesa, nella parrocchia più grande dell’Aquila. Ora potrei scrivere pagine e pagine sull’emergenza sociale e giovanile di questa città dimenticata, sull’importanza di una parrocchia come la nostra che ha ricominciato a lavorare dal maggio 2009 nelle tendopoli del quartiere ( ben 4!!!) con scuola estiva, attività ludiche, messa quotidiana, sostegno agli anziani. Potrei deliziarvi ( si fa per dire) con racconti dell’orrore su tredicenni che si prostituiscono nei centri commerciali, o si ubriacano in un centro che è morto, dove le famiglie sono disgregate, gli anziani si suicidano, tutto nel più totale silenzio. Ma questo è niente al pensiero che una comunità di quasi 8.000 persone non avrà una Chiesa dove celebrare l’Eucarestia, fosse anche un tendone. Ormai ci siamo affezionati, è diventata la nostra Casa comune, con il freddo gelido o il caldo insopportabile, sempre lì, ciascuno secondo i propri carismi e il proprio tempo, a lavorare per il Signore. Ecco, questo è il dramma vero della mia parrocchia. Perchè vi scrivo? Perchè chi può, chi vuole, chi se la sente si faccia promotore presso la propria parrocchia, o un gruppo di preghiera o un’associazione etc etc per darci una mano. Ci servono soldi, e io mi sento morire a scrivere questa cosa in un momento di crisi per tutti, ma vi prego, aiutateci a poter mantenere la nostra Tenda-Chiesa. A svernare anche questa volta, e poi Dio provvederà. In questi 3 anni il nostro parroco è stato una roccia, e se la comunità, anche se a fatica, si sta ricompattando è perchè davvero don Ramon è stato prezioso strumento nelle mani del Signore per tutti noi. Oggi abbiamo visto un uomo affranto, dispiaciuto, lì lì per mollare tutto. Non riesco, stranamente perchè la parola scritta mi è congeniale più di quella parlata, a darvi contezza del sordo dolore che proviamo: la maggior parte di noi ha perso davvero tanto quella maledetta notte, e quella Chiesa a foma di Tendone, che nulla ha di artistico ma dove è contenuta l’opera mirabile di Dio che è suo Figlio fattosi carne per noi, è stata in questi 3 anni IL punto di riferimento, il faro, la luce nel buio del dolore e dello smarrimento. 
A nome della comunità di San Giovanni Battista di L’Aquila vi ringrazio perchè so comunque che pregherete per noi perchè si manifesti la Provvidenza in questa situazione. E se qualcuno di voi vuole/può farsi strumento di tale provvidenza, non potemmo mai finire di ringraziarlo. Una sottoscrizione nel quartiere, o una piccola raccolta in parrocchia, o nel luogo di lavoro…..l’oceano è fatto di gocce, diceva una grande santa,e ogni goccia è importante. 
Grazie per l’attenzione, e soprattuto pregate per noi. Che Dio vi benedica davvero, perchè so nel mio cuore che ognuno di voi ci sarà vicino come potrà.E se sarà nella preghiera, sarà già tutto. 
Un abbraccio in Cristo, Maria Cristina Teti 

Comunicazione di Don Ramon del 25/09/2012: 
Una delle possibili soluzioni è quella di far “adottare la nostra tenda-Chiesa”da parrocchie fuori l’Aquila con un contributo di € 100,00 mensili per la durata di tre anni. Questo ci consente di sopravvivere (a seconda del numero di parrocchie che riusciremo a trovare disponibili) almeno sino al completamento dei lavori della Chiesa di sant’Antonio che prevedono, dalla partenza dei lavori non ancora definito, due anni di lavori. 
Trovando disponibilità di parrocchie per loro non sarà un impegno gravosissimo, per noi significa riuscire ad andare avanti, il tutto per un totale di 3.600,00 euro in tre anni. Per andare avanti si dovrebbero trovare almeno 15 parrocchie disponibili, nel caso in cui se ne trovassero il doppio la quota la possiamo dimezzare a 50,00 euro mensili (ancora meglio!) e così via. 
Pertanto vi chiedo laddove aveste conoscenze, parenti, amici in parrocchie al di fuori dell’Aquila di parlare direttamente voi con i relativi parroci o curati, o attraverso vostri parenti/amici, al fine di non far cadere nel vuoto le parole scritte. 
I dati che servono sono i seguenti: 
conto corrente intestato a Parrocchia san Giovanni Battista 
Codice IBAN: IT62L0539003600000000000470 
presso BANCA POPOLARE DELL’ETRURIA E DEL LAZIO 
VIA CORRADO IV, 90/98 -67100 L’AQUILA- 
Se qualche Parrocchia aderisse fatevi dare i contatti utili al fine di poter comunicare con loro, tenerli aggiornati sugli sviluppi e far sapere loro come stiamo usando la loro generosità nei nostri confronti. 
Fraternamente grazie. 

il Parroco, 
Sac. Mangili Ramon, 
parrocchiasgb@yahoo.it
cell. 3386450774 
Il sito web della parrocchia è: www.sangiovannibattista.eu
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