Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

domenica 30 dicembre 2012

Pregare sodo, lavorare sodo (Interventi 154)

Ho un'età che mi ha consentito di assistere al passaggio dal mondo rurale a quello industriale. Mio nonno faceva il contadino, e ricordo che il tempo della semina non era uno scherzo - con il bue e l'aratro c'era da rivoltare la terra. Il vomere entrava nella terra, scavava solchi e increspava il campo di zolle, e il campo pareva un mare pieno di onde scure. Poi c'era la semina... e poi bisognava aspettare. A quel punto entrava in scena Dio, toccava a lui lavorare - la pioggia, il sole, il vento, le stagioni. Quando finalmente il grano era maturo, mio nonno si metteva in moto per raccogliere quanto Dio e lui avevano fatto crescere. Era una meravigliosa armonia di quello che può fare l'uomo e quello che solo Dio può fare. 
Èpafra è stato uno dei giganti spirituali degli inizi della Chiesa di Colosse. Alcuni studiosi della Bibbia pensano che sia stato lui a iniziare quella comunità cristiana, a cui Paolo scrive una lettera, conosciuta come lettera ai Colossesi. Quando Paolo la scrisse, Èpafra stava viaggiando con lui per aiutarlo nell'evangelizzazione. E come un buon contadino spirituale, Èpafra era esperto in quel meraviglioso equilibrio tra il lavoro di Dio e il lavoro dell'uomo.
In Colossesi 4,12-13 sta scritto: «Vi saluta Èpafra, servo di Cristo Gesù, che è dei vostri, il quale non cessa di lottare per voi nelle sue preghiere, perché siate saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio. Gli rendo testimonianza che si impegna a fondo per voi». Ecco qui un uomo che ha messo in pratica la sinergia, ossia il mettere insieme le forze - pregare sodo, lavorare sodo. 
Quando Paolo dice che Èpafra «non cessa di lottare per voi nelle sue preghiere», usa la parola greca «agonizzare», che letteralmente vuol dire «lottare». Quando Èpafra pregava per le persone che amava, non era un semplice: "Mio Dio, ti prego di benedirli e aiutarli". Era invece un lottatore, uno che usava tutte le energie che aveva per vincere la battaglia in favore della sua gente, pregando con intensità totale, con passione - agonizzando in preghiera per loro. Ci moriva sopra, insomma. Cercava l'aiuto di Dio per le cose che solo Dio può fare - come donare lo Spirito Santo o crescere nella fede. Come mio nonno, che si affidava completamente a Dio perché il seme piantato crescesse. 
Ma Èpafra credeva anche di dover lavorare sodo per le persone che amava. Come mio nonno contadino - lui sapeva bene che mentre Dio faceva la sua parte, anche lui doveva fare la sua. E Paolo dice di Èpafra - «gli rendo testimonianza che si impegna a fondo per voi». Èpafra lavorava sodo nella parte che toccava a lui. Nel terreno spirituale che stai coltivando - la tua famiglia, il tuo gruppo, le persone che hai intorno - è importante che tu faccia entrambe le cose - pregare sodo per quello che solo Dio può fare, e lavorare sodo in quello che Lui vuole che tu faccia. 
Molti di noi tendono per natura a gravitare attorno a uno di questi poli, trascurando l'altro. Lavoriamo sodo, ma preghiamo poco. O preghiamo tanto, ma ci impegniamo poco. Mio nonno non poteva far crescere il grano - confidava in Dio, era la parte di Dio. Ma Dio non arava i campi, non seminava, non sarchiava. Questo era quello che Dio si aspettava che mio nonno facesse. Molti dei miracoli della Bibbia sono una cooperazione di forze: alle nozze di Cana sono i servi che riempiono le giare di acqua, ma solo Gesù è colui che le cambia in vino. I discepoli trovano 5 pani e 2 pesci e fanno sedere la gente, ma solo Gesù fa bastare quelle poche cose per tutti - sempre quel meraviglioso equilibrio tra le mani di Dio e le tue mani. 
Qual è la parte che Dio si aspetta che tu faccia? Se non lo sai, glieLo devi chiedere! Ma non metterti a fare qualcosa tanto perché tu devi far funzionare le cose. Non decidere quello che sei chiamato a fare basato sull'urgenza o sul buon senso. Chiedi a Dio che sia Lui a guidarti nel compito che Lui vuole che tu faccia. Non saranno i tuoi sforzi che producono risultato - sarà l'agire di Dio. Ma i tuoi sforzi - uniti a quello che Lui vuole da te - produrranno il raccolto. 
Quindi, prega sodo. Lavora sodo. Queste sono le condizioni per un meraviglioso raccolto. Per dirla con un frase ben conosciuta: "Prega come se tutto dipendesse da Dio, lavora come se tutto dipendesse da te". 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto 
don Luciano 
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Santa Famiglia (Angelus 116)

Cari fratelli e sorelle! 
Oggi è la festa della Santa Famiglia di Nazareth. Nella liturgia il brano del Vangelo di Luca ci presenta la Vergine Maria e san Giuseppe che, fedeli alla tradizione, salgono a Gerusalemme per la Pasqua insieme con Gesù dodicenne. La prima volta in cui Gesù era entrato nel Tempio del Signore era stata quaranta giorni dopo la sua nascita, quando i suoi genitori avevano offerto per lui «una coppia di tortore o di giovani colombi» (Lc 2,24), cioè il sacrificio dei poveri. «Luca, il cui intero Vangelo è pervaso da una teologia dei poveri e della povertà, fa capire … che la famiglia di Gesù era annoverata tra i poveri di Israele; ci fa capire che proprio tra loro poteva maturare l’adempimento della promessa» (L’infanzia di Gesù, 96). Gesù oggi è di nuovo nel Tempio, ma questa volta ha un ruolo differente, che lo coinvolge in prima persona. Egli compie, con Maria e Giuseppe, il pellegrinaggio a Gerusalemme secondo quanto prescrive la Legge (cfr Es 23,17; 34,23ss), anche se non aveva ancora compiuto il tredicesimo anno di età: un segno della profonda religiosità della Santa Famiglia. Quando, però, i suoi genitori ripartono per Nazareth, avviene qualcosa di inaspettato: Egli, senza dire nulla, rimane nella Città. Per tre giorni Maria e Giuseppe lo cercano e lo ritrovano nel Tempio, a colloquio con i maestri della Legge (cfr Lc 2,46-47); e quando gli chiedono spiegazioni, Gesù risponde che non devono meravigliarsi, perché quello è il suo posto, quella è la sua casa, presso il Padre, che è Dio (cfr L’infanzia di Gesù, 143). «Egli – scrive Origene – professa di essere nel tempio di suo Padre, quel Padre che ha rivelato a noi e del quale ha detto di essere Figlio» (Omelie sul Vangelo di Luca, 18, 5). 
La preoccupazione di Maria e Giuseppe per Gesù è la stessa di ogni genitore che educa un figlio, lo introduce alla vita e alla comprensione della realtà. Oggi pertanto è doverosa una speciale preghiera al Signore per tutte le famiglie del mondo. Imitando la santa Famiglia di Nazareth, i genitori si preoccupino seriamente della crescita e dell’educazione dei propri figli, perché maturino come uomini responsabili e onesti cittadini, senza dimenticare mai che la fede è un dono prezioso da alimentare nei propri figli anche con l’esempio personale. Nello stesso tempo preghiamo perché ogni bambino venga accolto come dono di Dio, sia sostenuto dall'amore del padre e della madre, per poter crescere come il Signore Gesù «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52). L’amore, la fedeltà e la dedizione di Maria e Giuseppe siano di esempio per tutti gli sposi cristiani, che non sono gli amici o i padroni della vita dei loro figli, ma i custodi di questo dono incomparabile di Dio. 
Il silenzio di Giuseppe, uomo giusto (cfr Mt 1,19), e l’esempio di Maria, che custodiva ogni cosa nel suo cuore (cfr Lc 2,51), ci facciano entrare nel mistero pieno di fede e di umanità della Santa Famiglia. Auguro a tutte le famiglie cristiane di vivere alla presenza di Dio con lo stesso amore e con la stessa gioia della famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe.
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A distanza di duemila anni (Contributi 777)

Ecco l'ultimo editoriale de La Bussola a firma di Rosanna Brichetti Messori: 

Talvolta mi domando se, a distanza di duemila anni dagli avvenimenti che stiamo ricordando e festeggiando in questi giorni – l’incarnazione e la nascita di Gesù – sia per noi più facile o più difficile di allora credere ad essi. E, considerando tutti i pro e i contro, alla fine mi rispondo che probabilmente è più facile. Perché? 
Io credo che il motivo principale sia dato dal fatto che duemila anni di storia cristiana, pur con le loro inevitabili ombre, spesso ingigantite da numerose “leggende nere”, in realtà hanno dato ampia conferma a quegli eventi. Il messaggio evangelico (e la Chiesa che si è sempre sforzata, nonostante i limiti dei suoi uomini, di custodirlo e di diffonderlo), ha retto ai marosi dei secoli. 
Anzi, secondo la promessa che Gesù stesso aveva fatto agli apostoli durante l’ultima cena, essa è riuscita ad approfondire tale messaggio sotto la guida dello Spirito, fornendo contorni sempre più comprensibili al mistero di Dio e al suo rapporto con l’uomo. Non solo, ma con la schiera innumerevole di santi e di sante scaturita nel corso dei secoli, ha dimostrato come questo messaggio funzioni davvero nella vita , suscitando innumerevoli carismi capaci - ognuno a modo suo - di evidenziare la ricchezza, la varietà, la profondità che può raggiungere il rapporto tra Dio e quell'umanità della quale ha voluto entrare a far parte, assumendone la carne. 
Ma perché parlo di questo, ora, in una rubrica mariana? È presto detto: perché tutto ciò fa apparire ancora più grande ciò che allora è avvenuto, soprattutto le decisioni e il comportamento dei due personaggi principali di quegli eventi: Maria, anzitutto, ma anche Giuseppe. 
Per capirlo davvero, credo che dovremmo cercare di metterci almeno un po’ nei loro panni. E non solo all'inizio della storia, dove i vangeli di Matteo e di Luca ci mostrano come alla straordinarietà delle richieste da parte di Dio si sia accompagnata una straordinarietà delle manifestazioni, che certamente ne hanno aiutato l’accettazione. Ma soprattutto dopo e forse, mi viene da pensare, proprio nel primo decennio di vita di Gesù. Quegli anni dell’infanzia e della prima fanciullezza, nei quali egli andava crescendo poco a poco come un bambino normale che impara, sotto la guida dei genitori, a camminare, a parlare e poi a fare molte altre cose. Anni nel corso dei quali non appare, almeno dai Vangeli, che ci siano stati altri “messaggi speciali” dall'Alto. 
Quali sentimenti avranno nutrito in cuore? Come avranno ripensato a ciò che era accaduto agli inizi? Un umanissimo e comprensibile travaglio, sul quale getta uno spiraglio di luce quell'episodio che coinvolge Gesù dodicenne che Maria e Giuseppe ritrovano con sorpresa, dopo tre giorni di ricerca, a discutere con i dottori nel tempio. Un Gesù che, alle loro rimostranze, risponde richiamandoli con decisione, se non con un’apparenza di durezza, alla sua missione: "Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?" 
Certamente un brusco richiamo per Maria. Uno scossone, un passaggio, che non dimenticherà mai e sul quale mediterà a lungo, tanto che poi è certamente da lei che lo apprenderà l’evangelista Luca. 
Un cammino di fede, dunque, quello di Maria – e di Giuseppe - del quale ci viene detto solo l’essenziale. Sufficiente, tuttavia, a farci capire che c’è stato un progresso continuo da parte loro nella presa di coscienza e nell'adesione al progetto di Dio. Tanto che a Cana di Galilea, nel corso di quelle famose nozze passate alla storia, avverrà il contrario di ciò che era avvenuto durante il ritrovamento nel Tempio. In questa occasione, infatti, sarà Maria – forse allora già sola - a sollecitare il Figlio, a spingerlo ad uscire allo scoperto e a rivelare a tutti quella missione che lei ormai aveva ben intuito. Anche se allora non sapeva ancora come sarebbe andata a finire. Cosa che invece noi ora sappiamo e della quale abbiamo potuto verificare la solidità. 
Con un grave rischio tuttavia. Quello di accomodarci su quegli eventi, di darli per scontati, di non meravigliarcene più. Di aver perso quel dono dello stupore, senza il quale non è possibile né scorgere né aderire davvero, alle meraviglie di Dio. Quelle meraviglie straordinarie che ha compiuto allora, ma anche quelle che ogni giorno rinnova per noi.
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giovedì 27 dicembre 2012

Santo Stefano 26-dic-2012 (Angelus 115)

Cari fratelli e sorelle, 
ogni anno, all'indomani del Natale del Signore, la liturgia ci fa celebrare la festa di santo Stefano, diacono e primo martire. Il libro degli Atti degli Apostoli ce lo presenta come uomo pieno di grazia e di Spirito Santo (cfr At 6,8-10; 7,55); in lui si è verificata in pieno la promessa di Gesù riportata dal testo evangelico odierno, che cioè i credenti chiamati a rendere testimonianza in circostanze difficili e pericolose non saranno ab­bandonati e indifesi: lo Spirito di Dio parlerà in loro (cfr Mt 10,20). Il diacono Stefano, in effetti, operò, parlò e morì animato dallo Spirito Santo, testimoniando l’amore di Cristo fino all'estremo sacrificio. Il primo martire viene descritto, nella sua sofferenza, come imitazione perfetta di Cristo, la cui passione si ripete fino nei dettagli. La vita di santo Stefano è interamente plasmata da Dio, conformata a Cristo, la cui passione si ripete in lui; nel momento finale della morte, in ginocchio, egli riprende la preghiera di Gesù sulla croce, affidandosi al Signore (cfr At 7,59) e perdonando i suoi nemici: «Signore, non imputare loro questo peccato» (v. 60). Ri­colmo di Spirito Santo, mentre i suoi occhi stanno per spegnersi, egli fissa lo sguardo su «Gesù che stava alla destra di Dio» (v. 55), Signore di tutto e che tutti attira a Sé. 
Nel giorno di santo Stefano, anche noi siamo chiamati a fissare lo sguardo sul Figlio di Dio, che nel clima gioioso del Natale contempliamo nel mistero della sua Incarnazione. Con il Battesimo e la Cresima, con il prezioso dono della fede alimentata dai Sacramenti, specialmente dall'Eucaristia, Gesù Cristo ci ha legati a Sé e vuole continuare in noi, con l’azione dello Spirito Santo, la sua opera di salvezza, che tutto riscatta, valorizza, eleva e conduce al compimento. Lasciarsi attirare da Cristo, come ha fatto santo Stefano, significa aprire la propria vita alla luce che la richiama, la orienta e le fa percorrere la via del bene, la via di un’umanità secondo il disegno di amore di Dio. 
Infine, santo Stefano è un modello per tutti coloro che vogliono mettersi al servizio della nuova evangelizzazione. Egli dimostra che la novità dell’annuncio non consiste primariamente nell'uso di metodi o tecniche originali, che certo hanno la loro utilità, ma nell'essere ricolmi di Spirito Santo e lasciarsi guidare da Lui. La novità dell’annuncio sta nella profondità dell’immersione nel mistero di Cristo, dell’assimilazione della sua parola e della sua presenza nell'Eucaristia, così che Lui stesso, Gesù vivo, possa parlare e agire nel suo inviato. In sostanza, l’evangelizzatore diventa capace di portare Cristo agli altri in maniera efficace quando vive di Cristo, quando la novità del Vangelo si manifesta nella sua stessa vita. Preghiamo la Vergine Maria, affinché la Chiesa, in quest’Anno della fede, veda moltiplicarsi gli uomini e le donne che, come santo Stefano, sanno dare una testimonianza convinta e coraggiosa del Signore Gesù.
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martedì 25 dicembre 2012

Urbi et Orbi 2012

«Veritas de terra orta est!» - «La verità è germogliata dalla terra!» (Sal 85,12). 
Cari fratelli e sorelle di Roma e del mondo intero, buon Natale a tutti voi e alle vostre famiglie! 
Il mio augurio natalizio, in quest’Anno della fede, lo esprimo con queste parole, tratte da un Salmo: «La verità è germogliata dalla terra». Nel testo del Salmo, in realtà, le troviamo al futuro: «La verità germoglierà dalla terra»: è un annuncio, una promessa, accompagnata da altre espressioni, che nell’insieme suonano così: «Amore e verità s’incontreranno, / giustizia e pace si baceranno. / Verità germoglierà dalla terra / e giustizia si affaccerà dal cielo. / Certo, il Signore donerà il suo bene / e la nostra terra darà il suo frutto; / giustizia camminerà davanti a lui: / i suoi passi tracceranno il cammino» (Sal 85,11-14). 
Oggi questa parola profetica si è compiuta! In Gesù, nato a Betlemme da Maria Vergine, realmente l’amore e la verità si incontrano, la giustizia e la pace si sono baciate; la verità è germogliata dalla terra e la giustizia si è affacciata dal cielo. Sant’Agostino spiega con felice concisione: «Che cos’è la verità? Il Figlio di Dio. Che cos’è la terra? La carne. Domàndati da dove è nato Cristo, e vedi perché la verità è germogliata dalla terra … la verità è nata da Maria Vergine» (En. in Ps. 84,13). E in un discorso di Natale afferma: «Con questa festa che ricorre ogni anno celebriamo dunque il giorno in cui si adempì la profezia: “La verità è sorta dalla terra e la giustizia si è affacciata dal cielo”. La Verità che è nel seno del Padre è sorta dalla terra perché fosse anche nel seno di una madre. La Verità che regge il mondo intero è sorta dalla terra perché fosse sorretta da mani di donna … La Verità che il cielo non è sufficiente a contenere è sorta dalla terra per essere adagiata in una mangiatoia. Con vantaggio di chi un Dio tanto sublime si è fatto tanto umile? Certamente con nessun vantaggio per sé, ma con grande vantaggio per noi, se crediamo» (Sermones, 185, 1). 
«Se crediamo». Ecco la potenza della fede! Dio ha fatto tutto, ha fatto l’impossibile: si è fatto carne. La sua onnipotenza d’amore ha realizzato ciò che va al di là dell’umana comprensione: l’Infinito si è fatto bambino, è entrato nell’umanità. Eppure, questo stesso Dio non può entrare nel mio cuore se non apro io la porta. Porta fidei! La porta della fede! Potremmo rimanere spaventati, davanti a questa nostra onnipotenza alla rovescia. Questo potere dell’uomo di chiudersi a Dio può farci paura. Ma ecco la realtà che scaccia questo pensiero tenebroso, la speranza che vince la paura: la verità è germogliata! Dio è nato! «La terra ha dato il suo frutto» (Sal 67,7). Sì, c’è una terra buona, una terra sana, libera da ogni egoismo e da ogni chiusura. C’è nel mondo una terra che Dio ha preparato per venire ad abitare in mezzo a noi. Una dimora per la sua presenza nel mondo. Questa terra esiste, e anche oggi, nel 2012, da questa terra è germogliata la verità! Perciò c’è speranza nel mondo, una speranza affidabile, anche nei momenti e nelle situazioni più difficili. La verità è germogliata portando amore, giustizia e pace. 
Sì, la pace germogli per la popolazione siriana, profondamente ferita e divisa da un conflitto che non risparmia neanche gli inermi e miete vittime innocenti. Ancora una volta faccio appello perché cessi lo spargimento di sangue, si facilitino i soccorsi ai profughi e agli sfollati e, tramite il dialogo, si persegua una soluzione politica al conflitto. 
La pace germogli nella Terra dove è nato il Redentore, ed Egli doni a Israeliani e Palestinesi il coraggio di porre fine a troppi anni di lotte e di divisioni, e di intraprendere con decisione il cammino del negoziato. 
Nei Paesi del Nord Africa, che attraversano una profonda transizione alla ricerca di un nuovo futuro - in particolare in Egitto, terra amata e benedetta dall’infanzia di Gesù - i cittadini costruiscano insieme società basate sulla giustizia, il rispetto della libertà e della dignità di ogni persona. 
La pace germogli nel vasto Continente asiatico. Gesù Bambino guardi con benevolenza ai numerosi Popoli che abitano quelle terre e, in modo speciale, quanti credono in Lui. Il Re della Pace rivolga inoltre il suo sguardo ai nuovi Dirigenti della Repubblica Popolare Cinese per l’alto compito che li attende. Auspico che esso valorizzi l'apporto delle religioni, nel rispetto di ciascuna, così che queste possano contribuire alla costruzione di una società solidale, a beneficio di quel nobile Popolo e del mondo intero. 
Il Natale di Cristo favorisca il ritorno della pace nel Mali e della concordia in Nigeria, dove efferati attentati terroristici continuano a mietere vittime, in particolare tra i Cristiani. Il Redentore rechi aiuto e conforto ai profughi dell’Est della Repubblica Democratica del Congo e doni pace al Kenya, dove sanguinosi attentati hanno colpito la popolazione civile e i luoghi di culto. 
Gesù Bambino benedica i numerosissimi fedeli che Lo celebrano in America Latina. Accresca le loro virtù umane e cristiane, sostenga quanti sono costretti ad emigrare dalle loro famiglie e dalla loro terra, rafforzi i Governanti nell’impegno per lo sviluppo e nella lotta alla criminalità. 
Cari fratelli e sorelle! Amore e verità, giustizia e pace si sono incontrate, si sono incarnate nell’uomo nato a Betlemme da Maria. Quell’uomo è il Figlio di Dio, è Dio apparso nella storia. La sua nascita è un germoglio di vita nuova per tutta l’umanità. Possa ogni terra diventare una terra buona, che accoglie e germoglia l’amore, la verità, la giustizia e la pace. Buon Natale a tutti!
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La pace è una realtà (Contributi 776)


Leggo e riporto questo articolo di Mons. Negri da La Bussola
                                                             
Se c’è una cosa evidente in questi momenti è che l’uomo e la società vivono senza pace. La pace è la conoscenza profonda della propria identità nella sua verità. E’ il criterio giusto dei rapporti con le persone, con le cose, è un rapporto costruttivo e responsabile con la realtà e con la società. Cioè la pace è l’esigenza di una pienezza umana, capace di investire la realtà di questa pienezza. Oggi la pace - che pure è una esigenza fondamentale dello spirito umano - viene giudicata impossibile, è un’utopia, una cosa in cui si è creduto e si è tentato per secoli ma che è sprofondata nella negatività della grande crisi che ha seguito la caduta delle ideologie. 
E così siccome non c’è la pace c’è la violenza. La violenza occupa lo stesso posto lasciato libero dalla pace. Lo dice con chiarezza Benedetto XVI nel suo fondamentale messaggio “Beati gli operatori di pace” per la Giornata mondiale della Pace del 1° gennaio 2013. Violenza che nasce come atteggiamento dell’individuo nei confronti degli altri individui, a tutti i livelli: familiare, sociale, politico. E ci stiamo abituando, nel senso che non fa più neppure notizia, ad esempio, lo stillicidio di omicidi-suicidi che ormai sembrano accompagnarci quasi quotidianamente; la manipolazione della vita a tutti i livelli, nascosta nei modi più subdoli; la violenza sui bambini, sui piccoli; le violenze etniche che scuotono periodicamente zone vaste dell’umanità; l’intolleranza di carattere ideologico religioso che la fa ancora da padrone in molti stati.
La violenza. Invece della pace c’è la violenza. E la violenza avvilisce l’uomo e la società. Avvilisce perché distrugge tutte quelle energie positive che pure l’uomo ha dentro il suo cuore.
Ma è proprio in questa situazione che sembrerebbe desolante e disperata che i cristiani salutano e proclamano la venuta di Cristo nella nostra carne mortale con il più antico e più attuale dei titoli con cui si è riconosciuto: Principe della Pace. Il Signore è la pace, Cristo è la nostra pace. La pienezza della nostra umanità non si trova come esito del nostro cammino intellettuale e morale, delle nostre manipolazioni tecnologiche-scientifiche: la pace è la presenza di Cristo uomo nuovo, Crocifisso e Risorto, che comunica la pienezza di questa sua pace a coloro che credono. Questa pace viene dunque donata come un dono purissimo, fatto da Cristo al cuore di ogni uomo che crede in Lui.
Non dobbiamo aspettare di costruire la pace, noi dobbiamo incominciare a testimoniarla presente in Cristo, in noi e fra di noi. La pace è infatti una grande proposta di vita che viene rivolta alla nostra responsabilità. Del resto la pace è dono di Dio e responsabilità dell’uomo. Tocca all’uomo vivere l’esistenza di tutti giorni radicato nella certezza che Cristo è pace e sapendo investire di questa certezza tutte le circostanze dell’esistenza: quelle concrete, quotidiane, così come quelle eccezionali.
Allora ogni singolo segmento della nostra vita personale e sociale si colloca in una retta, come diceva don Luigi Giussani: la moralità, cioè la costruttività storica di un uomo non è una retta ma una serie di segmenti che poi il Signore fa convergere in una retta.
Noi abbiamo la responsabilità oggi più che mai di dire alto e forte che la pace non solo è possibile, ma è reale. E questa pace reale che è Cristo coinvolge la nostra esistenza e la fa camminare giorno dopo giorno verso la pienezza in Cristo della nostra umanità. Per questo al di sotto di tutte le differenze, di tutte le fatiche, di tutte le lacerazioni che pure noi conosciamo e che combattiamo insieme a tutti i nostri fratelli uomini, al fondo di tutto il disagio che si può percepire nella vita di ogni giorno, sta una incrollabile letizia. Una letizia perché la nostra vita appartenendo a Cristo e a Dio raggiungerà senz’altro il massimo della sua pienezza umana.
Ci sostiene la grande certezza dell’antico salmista: «Il mio cuore è lieto perché Dio vive».
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domenica 23 dicembre 2012

Quella forza rigenerante dell'attesa che ci fa scoprire il divino nell'uomo (Contributi 775)

Questa la lettera inviata da Don Julian Carron al Corriere della Sera: 


Caro Direttore, 
le difficoltà che ci troviamo ad affrontare, da quelle personali (precarietà, se non perdita del lavoro, malattie, fragilità umane, smarrimento esistenziale, male fatto o subito) a quelle collettive (crisi economica, disagi sociali, confusione politica, incertezza internazionale), sono così imponenti che potrebbero indurre a ritenere inevitabile la scomparsa di ogni attesa. Eppure mai come in queste circostanze risulta evidente quanto siano vere le parole di Dante a noi familiari: «Ciascun confusamente un bene apprende / nel qual si queti l’animo, e disira: / per che di giugner lui ciascun contende». Ma che lealtà occorre in ciascuno di noi per riconoscere questa attesa e questo desiderio di bene! Quello che rende più difficile questo riconoscimento è il clamore sociale che tutti concorriamo a generare con la nostra connivenza. Infatti, «tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace di un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile» (Rilke). Ognuno di noi sa bene fino a che punto dà il proprio contributo a questa cospirazione. Chi l’avrà vinta? La parte di noi che attende o quella che cospira? 
L’indizio di una risposta ci viene da Pavese, che ha colto come nessun altro il persistere in noi di questa attesa: «Com’è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?». Infatti, perché continuiamo ad attendere anche nelle situazioni più disperate? Perché nessuna sconfitta personale o crisi storica riesce a cancellare da ogni fibra del nostro essere il barlume, sebbene inconsapevole, di un’attesa? Perché questa attesa ci costituisce nel profondo, tanto che «si affaccia ancora oggi, in molti modi, al cuore dell’uomo» (Benedetto XVI). Anche se ridotto, trascurato e osteggiato, il cuore non cessa di desiderare. Non di rado l’impossibilità di strapparci di dosso questa attesa può sembrare una condanna. Ma gli spiriti più acuti identificano altrove la vera condanna. Ne Il mestiere di vivere, sempre Pavese ci ricorda che «aspettare è ancora un’occupazione. È non aspettar niente che è terribile». Tutti sappiamo che cosa diventa la vita quando non aspettiamo più nulla: una noia che finisce nella disperazione e nel cinismo. Attendere è la struttura del nostro essere. La sostanza del nostro io è l’attesa. Ora, malgrado questa nostra struttura originale, tante volte facciamo fatica a sperare. Quanto ha ragione Péguy quando ci ricorda che «per sperare occorre aver ricevuto una grande grazia». Ma quale grazia può essere all'altezza della sfida e sostenere la speranza di fronte a qualsiasi eventualità? 
Precisamente a questo livello ci viene incontro l’avvenimento che celebriamo nel Natale. L’annuncio cristiano si rivolge all'io di ciascuno di noi, sfidando ogni scetticismo e sfiducia, come risposta imprevedibile alla nostra ferita. Per farsi risposta che l’uomo possa sperimentare, l’Infinito ha assunto una forma finita. Nel Natale è abolita la distanza altrimenti incolmabile tra il finito e l’Infinito. In questa prospettiva, avere fede non significa piegarsi a una serie di precetti, studiare una dottrina o partecipare a una organizzazione: la fede cristiana è riconoscere il divino presente nell'umano, come fu per Simone, la Maddalena, la Samaritana, Zaccheo, colpiti da una presenza che destava l’improvviso presentimento di una vita diversa. Non erano le gambe raddrizzate, la pelle mondata, la vista riacquistata a colpirli. «Il miracolo più grande era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre» (don Giussani). 
La Chiesa celebra il Natale affinché anche noi possiamo fare esperienza di questo abbraccio che afferra la nostra umanità, la mia e la tua, per compiere quell'attesa che vibra in ogni mossa del nostro cuore inquieto. Come duemila anni fa, anche oggi il significato dell’esistenza si rende presente attraverso una realtà umana che si può vedere e toccare, dentro un tempo e un spazio, ci raggiunge con un inconfondibile accento di promessa e di speranza al quale ci possiamo legare, dentro la vita della Chiesa. Questa è la grazia, il nuovo inizio nel mondo, il cui primo testimone è Benedetto XVI: «Giustamente, nessuno può avere la verità. È la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Dio ci è diventato così vicino che Egli stesso è un uomo: questo ci deve sconcertare e sorprendere sempre di nuovo!»
Buon Natale a tutti. 
Julián Carrón
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Domenica IV avvento 23-dic-2012 (Angelus 114)

Cari fratelli e sorelle! 
In questa IV domenica di Avvento, che precede di poco il Natale del Signore, il Vangelo narra la visita di Maria alla parente Elisabetta. Questo episodio non rappresenta un semplice gesto di cortesia, ma raffigura con grande semplicità l’incontro dell’Antico con il Nuovo Testamento. Le due donne, entrambe incinte, incarnano infatti l’attesa e l’Atteso. L’anziana Elisabetta simboleggia Israele che attende il Messia, mentre la giovane Maria porta in sé l’adempimento di tale attesa, a vantaggio di tutta l’umanità. Nelle due donne si incontrano e riconoscono prima di tutto i frutti dei loro grembi, Giovanni e Cristo. Commenta il poeta cristiano Prudenzio: «Il bambino contenuto nel grembo senile saluta, attraverso la bocca di sua madre, il Signore figlio della Vergine» (Apotheosis, 590: PL 59, 970). L’esultanza di Giovanni nel grembo di Elisabetta è il segno del compimento dell’attesa: Dio sta per visitare il suo popolo. Nell'Annunciazione l’arcangelo Gabriele aveva parlato a Maria della gravidanza di Elisabetta (cfr Lc 1,36) come prova della potenza di Dio: la sterilità, nonostante l’età avanzata, si era trasformata in fertilità. 
Elisabetta, accogliendo Maria, riconosce che si sta realizzando la promessa di Dio all'umanità ed esclama: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?» (Lc 1,42-43). L’espressione «benedetta tu fra le donne» è riferita nell'Antico Testamento a Giaele (Gdc 5,24) e a Giuditta (Gdt 13,1), due donne guerriere che si adoperano per salvare Israele. Ora invece è rivolta a Maria, giovinetta pacifica che sta per generare il Salvatore del mondo. Così anche il sussulto di gioia di Giovanni (cfr Lc 1,44) richiama la danza che il re Davide fece quando accompagnò l’ingresso dell’Arca dell’Alleanza in Gerusalemme (cfr 1 Cr 15,29). L’Arca, che conteneva le tavole della Legge, la manna e lo scettro di Aronne (cfr Eb 9,4), era il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Il nascituro Giovanni esulta di gioia davanti a Maria, Arca della nuova Alleanza, che porta in grembo Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo. 
La scena della Visitazione esprime anche la bellezza dell’accoglienza: dove c’è accoglienza reciproca, ascolto, il fare spazio all'altro, lì c’è Dio e la gioia che viene da Lui. Imitiamo Maria nel tempo di Natale, facendo visita a quanti vivono un disagio, in particolare gli ammalati, i carcerati, gli anziani e i bambini. E imitiamo anche Elisabetta che accoglie l’ospite come Dio stesso: senza desiderarlo non conosceremo mai il Signore, senza attenderlo non lo incontreremo, senza cercarlo non lo troveremo. Con la stessa gioia di Maria che va in fretta da Elisabetta (cfr Lc 1,39), anche noi andiamo incontro al Signore che viene. Preghiamo perché tutti gli uomini cerchino Dio, scoprendo che è Dio stesso per primo a venire a visitarci. A Maria, Arca della Nuova ed Eterna Alleanza, affidiamo il nostro cuore, perché lo renda degno di accogliere la visita di Dio nel mistero del suo Natale.
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sabato 22 dicembre 2012

Volantone Natale 2012 di CL

Buon Natale (ma vedi anche i due post seguenti)...
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Natale 2012

Nessuno può dire: ho la verità – questa è l’obiezione che si muove – e, giustamente, nessuno può avere la verità. 
È la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! 
Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Dio ci è diventato così vicino che Egli stesso è un uomo: questo ci deve sconcertare e sorprendere sempre di nuovo! Egli è così vicino che è uno di noi.Conosce l’essere umano, lo conosce dal di dentro, lo ha provato con le sue gioie e le sue sofferenze. 
Come uomo, mi è vicino, vicino «a portata di voce» 
(Benedetto XVI)

Il miracolo più grande, da cui i discepoli erano colpiti tutti i giorni, non era quello delle gambe raddrizzate, della pelle mondata, della vista riacquistata. 
Il miracolo più grande era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre. 
Non c’è nulla che convinca l’uomo come uno sguardo che afferri e riconosca ciò che esso è, che scopra l’uomo a se stesso. 
Gesù vedeva dentro l’uomo, nessuno poteva nascondersi davanti a lui, di fronte a lui la profondità della coscienza non aveva segreti.
(Luigi Giussani)
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venerdì 21 dicembre 2012

Natale: l’Infinito presente

La coscienza del rapporto con Cristo, della presenza di Cristo, libera un coraggio (senza cafoneria, eh!), libera un coraggio nella risposta alla sfida delle cose, libera un coraggio nell'amore a tutte le circostanze: uno non schiva niente, uno non ha paura, non schiva, ma giudica e giudica per quella carità che lo unisce a Cristo, per questa gratuità suprema che è il riconoscere l’infinito presente, la presenza di Cristo. 
(…) Il metodo tutti lo devono imparare, perché il metodo è giudicare tutte le cose e affrontare tutte le cose dal punto di vista della coscienza di questa presenza resa vivente nella compagnia. 
Perciò, è la compagnia il contesto che permette questo modo di affrontare le cose, senza paura, si tratti di studio, di discussione, di lettura del giornale, di visione di quella sporca televisione italiana. 
C’è una libertà che rende più puri nel contatto con tutto lo sporco, per il principio che anima il giudizio e per l’impeto che determina l’affezione, perché è sempre con affezione che uno si deve portare sulla realtà, anche la realtà più avversaria… 
(L. Giussani, Ciò che abbiamo di più caro, pagg. 197-8)
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mercoledì 19 dicembre 2012

State lieti, il Signore è vicino (Contributi 774)

Questa l'Omelia di Mons. Camisasca durante la messa di ingresso in Diocesi – Cattedrale di Reggio Emilia, il 16 dicembre 2012 :

Cari fratelli e sorelle, 
il Signore mi dona la grazia di fare l’ingresso nella Diocesi che Gesù mi ha affidato, attraverso il mandato del Papa, nella domenica gaudete, nella domenica della letizia, della gioia. 
Proprio la gioia è la nota principale delle letture che abbiamo ascoltato, anche del Vangelo, che esplicitamente non parla di essa, ma pur sempre di evangelizzazione, di una notizia che è fonte di esultanza. 
Gesù sta per arrivare, dice il Battista (cfr. Lc 3,16). Gesù è arrivato, è qui, è vicino, sta per venire ancora. Dice Paolo ai Filippesi: Ve lo ripeto, state lieti, il Signore è vicino (cfr. Fil 4,4-5). Ci troviamo, così, nel cuore dell’Avvento, che è attesa e preparazione e infine scoperta di Gesù presente. Ma ci troviamo anche nel cuore del ministero del vescovo. È lo stesso ministero di ogni sacerdote, di ogni cristiano, della Chiesa intera: fare esperienza della presenza di Gesù e rivelarla al mondo. Sono venuto per questo e, oserei dire, solo per questo. Per questo e per tutto ciò che può aiutare questa rivelazione. 
Cosa occorre al vescovo, cosa occorre a voi, a voi preti, a voi religiosi e laici per vivere questa bellissima esperienza, per scoprire le tracce di Dio presente e mostrarle agli uomini? Permettetemi di dirlo, almeno brevemente, sperando di avere presto l’occasione di tornare sopra questi accenni: occorre silenzio, occorre preghiera, occorrono compagni di viaggio
Silenzio, perché la moltitudine di parole e di immagini non cancelli in noi la possibilità di vedere e di udire. Solo un’educazione dello sguardo e del cuore può ridarci la capacità di innamorarci ancora della verità, della bellezza, della giustizia, del bene, che sono tutti nomi di Dio. Silenzio per ascoltare la voce di Dio che parla in molti modi, attraverso suo Figlio e lo Spirito. Parla attraverso la Chiesa nella Sacra Scrittura, nei sacramenti, nel magistero, nella vita dei santi sulla terra e in cielo. Occorre, poi, la preghiera, il riconoscimento del nostro essere creature bisognose di Dio, che ci ha creati perché ci ama e ci ha salvati gratuitamente, senza nessun nostro merito, perché il suo amore non è fermato dal male. Senza Dio, si spegne la luce nella vita dell’uomo. Senza Dio la vita dell’uomo diventa incomprensibile e perfino, talvolta, insopportabile, con tutto il carico di ingiustizie che essa comporta. Siamo nell'anno della Fede: vorrei aiutarvi a scoprire Dio, vorrei scoprirlo io con voi, vorrei farlo scoprire a chi non lo conosce. Vorrei aiutarvi a scoprire in lui il Padre, colui da cui veniamo, a cui andiamo, colui che guida la nostra vita senza sostituirsi alla nostra libertà, ma che è provvidente e misericordioso. Dio Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo. 
Dal silenzio e dalla preghiera scaturirà, poi, il desiderio di conoscere
Vorrei riprendere in mano con voi il Catechismo della Chiesa Cattolica e i documenti più importanti del Concilio Vaticano II. Certamente in molte parrocchie e comunità già lo si sta facendo. Durante l’anno liturgico commenterò i misteri della vita di Gesù con questi testi nelle mani. 
La preghiera e il silenzio trovano nella celebrazione della Messa la loro massima espressione settimanale. 
Desidero vivere con voi la liturgia, avendo come stella polare l’insegnamento del nostro Papa Benedetto XVI. Celebrare con sobrietà, dignità, senza protagonismo, lasciando a Gesù e alla sua opera il centro della scena. Se voglio pregare, studiare, predicare, celebrare l’eucarestia, se voglio privilegiare i rapporti diretti e personali, se voglio incontrare la gente, dovrò rinunciare ad altro. Chiedo a Dio la grazia di un carico amministrativo leggero, di ridurre all'essenziale le riunioni, gli incontri di rappresentanza, i convegni. 
Dio mi aiuterà. 
Senza dimenticare nessuno, vorrei dedicare tempo ed energie ai preti, ai giovani, alle famiglie. Conto di incontrare i primi, riuniti per zone, entro giugno, i giovani durante la Quaresima, le famiglie nelle mie visite alle parrocchie, ma già domenica 30 dicembre qui in Cattedrale nei Vespri della Sacra famiglia. 
Ho detto, infine, che occorrono i compagni di viaggio. Dio ci chiama personalmente, ma non ci lascia individui isolati, chiusi in un dialogo intimistico con lui. Dio ci chiama per far parte del suo popolo. E il suo è un popolo eucaristico, formato da tante comunità radunate attorno al vescovo, nell'obbedienza al suo ministero e in comunione col vescovo di Roma. Compagni di viaggio sono tante persone a cui la nostra vita è legata e come consegnata nella comunione cristiana. Famiglie, parrocchie, comunità religiose, sacerdotali, Istituti religiosi, compagnie vocazionali, amicizie cristiane, associazioni, movimenti, comunità laicali,… tante diverse forme canoniche ed esistenziali, espressione di un unico principio: a Dio si va come membra del suo popolo, pellegrino nel tempo verso l’eterno. 
Dobbiamo riscoprire assieme la bellezza e la fecondità della nostra appartenenza ecclesiale. 
È tempo ora di proseguire la nostra liturgia. Vorrei ritornare alla parola dell’inizio: la Chiesa ci invita alla letizia. Ma è possibile l’esperienza della letizia nel nostro tempo, nelle nostre condizioni di vita? Sì, se riconosciamo la realtà annunciata dai profeti e dall'apostolo: Dio è presente, è uno di noi, si è fatto uomo per essere vicino, incontrabile, familiare
Non angustiatevi, allora, ma fate presenti a Dio le vostre necessità (cfr. Fil 4,6). Il Signore ha revocato la nostra condanna. Non temeremo più alcuna sventura (cfr. Sof 3,15). Chiesa di Reggio Emilia-Guastalla, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore (Sof 3,16-17). 
Diciamo assieme: mia forza e mio canto è il Signore (Es 15,2; Ps 117,14; Is 12,2)! 
Amen.
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lunedì 17 dicembre 2012

Campagna d'odio contro il Papa (Contributi 773)

Un articolo di Riccardo Cascioli da La Bussola:


Qualche giorno fa l’avevamo detto: c’è in atto uno scontro durissimo in Europa tra governi che stanno accelerando sul riconoscimento delle unioni gay e la Chiesa, che difende la dignità dell’uomo e la legge naturale. Gli eventi degli ultimi giorni non solo confermano questo giudizio ma ne svelano chiaramente i contenuti. 
Le reazioni scomposte e le accuse al Papa dopo la pubblicazione del Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, solo per aver ricordato che aborto ed eutanasia sono la più grave minaccia alla pace e che il riconoscimento delle unioni gay sarebbe una ferita contro la giustizia, lasciano intendere come Benedetto XVI abbia toccato dei punti decisivi. Del resto la distanza tra Chiesa ed elite dominanti non poteva apparire più ampia in questi giorni: poche ore prima che il Papa rendesse noto il Messaggio per la Giornata della Pace l’Europarlamento ha approvato una risoluzione proposta dalla socialista Monika Benova pro aborto e nozze gay. 
In tale risoluzione si manifesta "preoccupazione per le recenti restrizioni all'accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva in alcuni Stati membri, con particolare riferimento all'aborto sicuro e legale e all'educazione sessuale e per i tagli ai finanziamenti per le politiche familiari”. Si esprime invece soddisfazione per “il fatto che sempre più stati membri abbiano introdotto e/o adeguato le loro norme sulla coabitazione, sulle unioni civili e sul matrimonio per combattere le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale subite dalle coppie di persone dello stesso sesso e dai loro figli e invita gli altri stati membri a introdurre norme analoghe”. 
Questa è l’Europa oggi, e ironia del destino proprio questa settimana l’Unione Europea ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace, un premio che al massimo possiamo considerare alla memoria, visto che la UE - insieme all'amministrazione Obama – è la più forte sostenitrice della diffusione dell’aborto nel mondo. E’ un’Europa che nell'aver trasformato i desideri in diritti si scopre sempre più intollerante, contro i cattolici anzitutto. E usa volentieri l’arma della menzogna, come dimostra l’altro episodio di questi giorni con l’accusa al Papa di avere benedetto la parlamentare ugandese a favore della pena di morte per gli omosessuali. 
In realtà, Rebecca Kadaga, speaker del Parlamento di Kampala, faceva parte di una delegazione di parlamentari ugandesi a Roma per partecipare alla Settima assemblea dei parlamentari per la Corte Penale internazionale e per lo stato di diritto. La delegazione ugandese ha partecipato all'udienza e ha poi potuto salutare il Papa, come molti altri pellegrini: un breve incontro di qualche secondo e nessuna benedizione, ma i maestri della menzogna ne hanno approfittato per rovesciare sul Papa un mare di insulti e l’accusa più infamante che si possa fare in Europa in questo periodo: istigare all'omofobia. 
Tutt'altro. Quanto all'Uganda la Chiesa si è pronunciata da subito con forza contro quella proposta di legge e per quel che riguarda il Messaggio per la Giornata della Pace non c’è alcuna volontà di discriminazione, perché la questione di cosa sia il matrimonio non ha a che vedere con i diritti della persona, che sono già regolati dalla Costituzione.
Eppure, proprio tutto questo odio rovesciato su Benedetto XVI dovrebbe far capire a tutti i cattolici la posta in gioco; politici inclusi, visto che il Messaggio per la Giornata della Pace è un richiamo forte ai princìpi non negoziabili come pre-condizione per ogni autentico impegno per il bene comune. Invece, ieri silenzio assoluto dei politici e posizioni imbarazzate dei media cattolici, che hanno cercato di smorzare le polemiche sforzandosi di spiegare che in realtà nel Messaggio il Papa ha parlato molto di economia e lavoro. Non è un bel segnale. 
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P.S.: A proposito, viste le centinaia di insulti arrivate direttamente al Papa su twitter, siamo sicuri che sia stata proprio una bella idea fare i moderni esponendo Benedetto XVI a questo genere di gogna? 
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Coraggio compagni, difendete il Papa (Contributi 772)

Leggo e riporto questo articolo di Antonio Socci: 

Ma dove sono finiti i cosiddetti “marxisti ratzingeriani” che dal manifesto dell’ottobre 2011, al libro “Emergenza antropologica”, alle recentissime interviste, hanno abbracciato i cosiddetti “valori non negoziabili” proclamati dalla Chiesa? 
Avevano affermato che Pd e sinistra erano i migliori interlocutori per varare un nuovo umanesimo condiviso fra cattolici e laici e invece proprio da quell'area in queste ore arriva il “linciaggio” morale di Benedetto XVI “reo” di aver ribadito quei valori nel suo Messaggio della giornata della pace. 
A quanto pare nessuno, nella sinistra, ha lo stesso coraggio intellettuale di Alexander Langer, che il 7 maggio 1987, quando era leader carismatico degli ecologisti europei, proprio sui temi di bioetica pubblicò sul “Manifesto” un intervento intitolato “Cara Rossanda, e se Ratzinger avesse qualche ragione?” 
Riassumo quello che sta accadendo. Nel suo Messaggio il Pontefice ha elencato le situazioni di violazione della pace, di violenza o di tensione sociale e sofferenza umana nel mondo. 
Ha perciò ricordato le guerre sanguinose, poi le guerre asimmetriche che si affacciano oggi (come quelle economiche che fanno egualmente danni immensi e provocano enormi sofferenze), le minacce alla pace rappresentate da terrorismo, criminalità internazionale e fondamentalismo, le guerre che snobbiamo con indifferenza (come la negazione della libertà religiosa e dei diritti umani). 
Infine papa Ratzinger ha voluto ribadire (come già faceva Giovanni Paolo II) che “via di realizzazione della pace è anzitutto il rispetto per la vita umana a cominciare dal suo concepimento fino alla sua fine naturale”. 
Si chiede: “come si può infatti pensare di realizzare la pace, lo sviluppo integrale dei popoli o la stessa salvaguardia dell’ambiente, senza che sia tutelato il diritto alla vita dei più deboli, a cominciare per i nascituri?”
Il Papa sostiene che non è possibile fondare dei diritti dell’uomo universali e intangibili, quindi una pacifica convivenza, se non si riconosce che vi sono “principi non negoziabili”, come la vita umana, di cui nessun potere può disporre, perché fondati non su un credo religioso, ma sulla stessa natura umana. 
Per questo – afferma Benedetto XVI – “precondizione della pace è lo smantellamento della dittatura del relativismo” (il quale nega l’esistenza di una legge morale naturale). 
Fa parte di questa legge, iscritta nell'umanità, anche “la struttura naturale del matrimonio, come unione fra un uomo e una donna”, che non può essere smantellata o equiparata ad altri tipi di unione (non a caso tutte le civiltà, anche precristiane, si sono fondate sull'unione fra uomo e donna). 
Ebbene tutto questo complesso ragionamento è stato ridotto dai media al concetto che riprendo dalla titolazione di Repubblica: “Le nozze gay, una ferita per la pace”. Sottotitolo: “Il Papa attacca anche eutanasia e aborto: ‘Delitti contro la vita’. E’ polemica”. 
Un diluvio si è abbattuto sul Pontefice. Da parte dei media, perlopiù impregnati di relativismo e pregiudizio anticlericale, e da parte del mondo politico “progressista”. 
Si pone perciò un problema: dov'è finita quella novità annunciata a Sinistra quando, il 16 ottobre 2011, fu reso pubblico un manifesto sottoscritto da quattro autorevoli studiosi di formazione marxista e di area Pd? 
Si tratta di quattro personalità importanti, che tutte hanno militato nel Pci: lo storico Giuseppe Vacca, presidente dell’Istituto Gramsci (uno degli intellettuali più importanti del Pd); il filosofo Mario Tronti, che fu tra i fondatori di “Quaderni Rossi”, poi teorico dell’operaismo e oggi presiede l'ingraiano “Centro per la riforma dello Stato” (è stato anche senatore); il filosofo Pietro Barcellona già deputato nelle file del Pci e poi membro del Csm; infine il sociologo Paolo Sorbi, l’unico da tempo cattolico, ma anch'egli dai trascorsi marxisti. 
Il loro manifesto esordiva con una clamorosa dichiarazione contro “la manipolazione della vita” e denunciava “una inedita emergenza antropologica” che è all'origine della “crisi della democrazia”. 
Per questo faceva appello al Pd per avviare “un confronto su due temi fondamentali del magistero di Benedetto XVI che nell'interpretazione prevalente hanno generato confusioni e distorsioni tuttora presenti nel discorso pubblico: il rifiuto del ‘relativismo etico’ e il concetto di ‘valori non negoziabili’ ”. 
Il documento parlava inoltre di “libertà” e “dignità della persona umana fin dal suo concepimento” (che è stato “il passo più criticato”). 
Secondo Sandro Magister in quel documento “c’è un’adesione esplicita a tesi di Benedetto XVI e del cardinale Angelo Bagnasco”. 
Naturalmente i quattro pensatori sanno bene che proprio la loro Sinistra è stata ed è la paladina di tutte le battaglie ideologiche radicali più opposte all'insegnamento della Chiesa. 
Ma considerano questo una subalternità alla cultura radicale che la sinistra dovrebbe superare. 
Infatti, cinque mesi fa, ripubblicando il manifesto, con vari commenti, in volume, “Emergenza antropologica” (Guerini), hanno firmato una prefazione dove si legge: 
“la deriva radicale che ha permeato tanta parte anche della cultura di sinistra è originata dalla torsione nichilistica dei processi di secolarizzazione degli ultimi decenni e dall’inadeguatezza delle idee di libertà con cui la cultura riformista ha pensato di potervi reagire”. 
I quattro che hanno giudicato opportunistico il filocattolicesimo del Pdl (e Bondi, che ha sfrattato cattolici e valori non negoziabili, ha dato loro implicitamente ragione) annunciano per il 2013 un convegno sulla visione antropologica di Benedetto XVI. 
Il mese scorso, con alcune interviste, questi intellettuali hanno espresso posizioni davvero “rivoluzionarie” per una sinistra conformista come quella italiana. 

Ecco Mario Tronti: 
“La lettura corrente secondo cui questo sarebbe un pontificato ‘conservatore’ costituisce un completo travisamento del papa teologo. Centrale, in Joseph Ratzinger, è la necessità della dimensione pubblica dell’esperienza di fede. Anziché accontentarsi dei luoghi comuni, le culture della sinistra dovrebbero semmai sollevarsi a questo livello e accettare il confronto sul terreno dei ‘principi irrinunciabili’. Qualsiasi esperimento di trasformazione della realtà non può prescindere dall'elemento spirituale presente in ogni essere umano”. 
Tronti disapprova il cambiamento di costumi che è avvenuto “in modo solo istintivo, secondo i dettami delle culture radicaloidi e falsamente libertarie, per cui non esiste altro diritto che non sia il diritto dell’individuo. La sinistra non è stata capace di contrastare questa deriva”. 

Vacca così parla di famiglia, coppie gay e di eutanasia: “anche rispetto al senso morale comune, è difficile affermare che la disponibilità sulla mia vita sia un mio diritto individuale, poiché non mi sono autogenerato. Non conosco vite autogenerate, come non conosco morti solitarie, che non coinvolgano cioè la comunità. Lo stesso vale per le coppie omosessuali. E’ la Costituzione a definire cosa sia la famiglia, riconoscendole la finalità prioritaria della generazione. L’amore, l’affetto, la solidarietà sono importanti, ma quello che definisce la famiglia è la generazione e il diritto dei nati ad essere generati da un padre e una madre”. 
Sarebbero una novità straordinaria, ma hanno fatto l’errore di individuare in Bersani e nel Pd l’unico interlocutore interessato a costruire un “umanesimo condiviso”. 
Mentre il Pd e la Sinistra continuano ad essere invece totalmente subalterni al radicalismo. Tanto che – per mettere in difficolta il cattolico Renzi alle primarie – Bersani ha fatto approvare una Carta d’intenti, vincolante per tutti, dove – con spensierata superficialità – si annuncia il varo delle coppie gay e altre idee simili. 
Infatti da questa Sinistra, ieri si sono alzate solo invettive contro il Papa. 
C’è qualche voce diversa?
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domenica 16 dicembre 2012

Domenica III avvento 16-dic-2012 (Angelus 113)

Cari fratelli e sorelle! 
Il Vangelo di questa Domenica di Avvento presenta nuovamente la figura di Giovanni Battista, e lo ritrae mentre parla alla gente che si reca da lui al fiume Giordano per farsi battezzare. Poiché Giovanni, con parole sferzanti, esorta tutti a prepararsi alla venuta del Messia, alcuni gli domandano: «Che cosa dobbiamo fare?» (Lc 3,10.12.14). Questi dialoghi sono molto interessanti e si rivelano di grande attualità.
La prima risposta è rivolta alla folla in generale. 
Il Battista dice: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto» (v. 11). Qui possiamo vedere un criterio di giustizia, animato dalla carità. 
La giustizia chiede di superare lo squilibrio tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario; la carità spinge ad essere attento all'altro e ad andare incontro al suo bisogno, invece di trovare giustificazioni per difendere i propri interessi. Giustizia e carità non si oppongono, ma sono entrambe necessarie e si completano a vicenda. «L’amore sarà sempre necessario, anche nella società più giusta», perché «sempre ci saranno situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo« (Enc. Deus caritas est, 28). 
E poi vediamo la seconda risposta, che è diretta ad alcuni «pubblicani», cioè esattori delle tasse per conto dei Romani. 
Già per questo i pubblicani erano disprezzati, e anche perché spesso approfittavano della loro posizione per rubare. Ad essi il Battista non dice di cambiare mestiere, ma di non esigere nulla di più di quanto è stato fissato (cfr v. 13). Il profeta, a nome di Dio, non chiede gesti eccezionali, ma anzitutto il compimento onesto del proprio dovere. Il primo passo verso la vita eterna è sempre l’osservanza dei comandamenti; in questo caso il settimo: «Non rubare» (cfr Es 20,15).
La terza risposta riguarda i soldati, un’altra categoria dotata di un certo potere, e quindi tentata di abusarne. Ai soldati Giovanni dice: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe» (v. 14). Anche qui, la conversione comincia dall'onestà e dal rispetto degli altri: un’indicazione che vale per tutti, specialmente per chi ha maggiori responsabilità.
Considerando nell'insieme questi dialoghi, colpisce la grande concretezza delle parole di Giovanni: dal momento che Dio ci giudicherà secondo le nostre opere, è lì, nei comportamenti, che bisogna dimostrare di seguire la sua volontà. E proprio per questo le indicazioni del Battista sono sempre attuali: anche nel nostro mondo così complesso, le cose andrebbero molto meglio se ciascuno osservasse queste regole di condotta. Preghiamo allora il Signore, per intercessione di Maria Santissima, affinché ci aiuti a prepararci al Natale portando buoni frutti di conversione (cfr Lc 3,8).
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L’Angelo Custode / 2

[segue] 

 ... custodisci... 
Che il demonio cerchi sempre e in tutti i modi di farci del male ce lo dice chiaramente l’Apostolo Pietro: "Fratelli, siate sobri e vigilate perché il demonio, vostro avversario, come leone feroce, gira sempre attorno a voi, cercando di divorarvi". Ben lo sapevano i Santi che in modi straordinari sentirono gli effetti del suo odio e chi riceveva battiture tali da divenire incapace di muoversi come S. Veronica Giuliani, chi era gettato duramente a terra da rompersi i denti come S. Gaspare del Bufalo, chi si sentiva strangolare da non poter più né parlare, né respirare come la Ven. Ganori Mora, chi divenne ossesso come il Ven. Clausi. Il Santo Curato d’Ars, mentre stava coricato, ebbe il letto bruciato con grave pericolo per la sua vita. Don Bosco passava notti insonni per le lotte spaventose che doveva sostenere. Il P. Mistrilli, missionario e martire nel Giappone, sul punto di partire per la sua missione fu minacciato dal demonio che sempre gli sarebbe stato attorno per perseguitarlo e lo fece effettivamente. Quello che fece con i Santi, vorrebbe farlo con tutti e guai a noi se Dio non ci avesse dato un angelo per custodirci e parare i colpi del demonio. 
Invochiamo l’aiuto dell’angelo custode che ci custodisca, specialmente per non cadere nel peccato mortale, perché questo sarebbe il massimo dei mali che può farci il demonio. 

... reggi... 
Si dice: reggere una persona quando la si sostiene, se questa per debolezza di gambe non può star su e non può continuare il suo cammino. Questo è appunto quello che fa spiritualmente l’angelo custode affinché perseveriamo nel bene. Quando il demonio non può farci cadere nel male, tenta almeno di impedirci di fare il bene o continuare nei nostri buoni propositi dandoci una stanchezza spirituale o paure sconfortanti affinché noi restiamo scoraggiati, avviliti, accasciati dalla malinconia e quindi ci arrestiamo nel bene. 
Purtroppo quanti furono e sono vittima dello scoraggiamento! Si sono viste persone religiose lasciare la loro vocazione, peccatori convertiti abbandonare le buone risoluzioni prese, fondatori di opere religiose arrestarsi dinanzi alle difficoltà e rinunciare all'impresa ecc. La causa di tutto questo è lo scoraggiamento che non viene mai da Dio, ma sempre dal demonio. 
Ecco dunque l’opera provvidenziale dell’angelo custode di "reggere", cioè sostenere chi sta per cadere, infondendo coraggio, pazienza nelle contraddizioni, fiducia nella Provvidenza di Dio. Specialmente in punto di morte, quando ai mali del corpo si aggiungono le pene dello spirito, l’angelo custode usa tutta la sua carità per essere di conforto e consolazione per l’anima angustiata. ... 

governa me che ti fui affidato dalla Pietà Celeste. 
In noi abbiamo un cuore che facilmente si affeziona e desidera quello che non è bene. Abbiamo cinque sensi che, se non governati e mortificati, facilmente rovinano quella grazia di Dio che Gesù Cristo ci acquistò con tanta fatica e dolori. Che cosa fa l’angelo custode? Egli è destinato a governare questo nostro cuore, perché ami solo quello che è veramente amabile, governa i nostri sensi perché non abbiano a ricevere danni da tanti scandali che sono nel mondo. Può accadere che le sue buone ispirazioni non siano ascoltate e allora ci governa con la correzione, come capitò a S. Francesca Romana che ricevette uno schiaffo dal suo angelo per non essersi mortificata, a tempo debito, su certi pensieri e discorsi. 
Certi contrattempi, per noi anche gravi, non sono che causati dall’angelo custode per non lasciarci inoltrare su una via che sarebbe stata nociva per noi.
[fine]
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sabato 15 dicembre 2012

L’Angelo Custode / 1

I brani seguenti sono tratti da un opuscolo del Can. Zaverio Peyron di Torino (1862-1944) che, durante tutta la sua vita ebbe una devozione tenerissima e filiale oltre che una familiarità eccezionale con il suo angelo custode. 
Sono pagine che, benché pubblicate nel 1923, sono sempre attuali e scritte in modo semplice e chiaro; l’opuscolo è stato pubblicato con l’Imprimatur della Curia di Torino. 

Angelo di Dio
Dio non solo ha popolato tutto il mondo visibile che noi conosciamo di uomini, animali, piante, minerali, ecc., ma ancora di una moltitudine immensa di altre creature superiori a noi, spirituali e intelligenti che abbelliscono il Paradiso e adorano Dio attorno al suo trono e lo lodano continuamente. Una parte di questi spiriti angelici sono destinati alla custodia della Chiesa, delle famiglie e degli individui in particolare e perciò vengono detti angeli custodi. L’uomo con la sua mente limitata e ignorante delle cose celesti, non potrà mai comprendere adeguatamente la dignità, la bellezza, le qualità del suo angelo custode e quindi non potrà mai tributargli l’ossequio che si merita. 
Gli angeli sono: nobilissimi, intelligentissimi, potentissimi. 
Nobilissimi – Gli angeli custodi sono nobilissimi per creazione perché destinati ad essere i principi della Corte celeste e gli ambasciatori della volontà di Dio che li arricchì di doni degni di una tale posizione. Sono nobilissimi per gloria, perché nella lotta con Lucifero e i suoi seguaci ne uscirono vittoriosi e quindi hanno una ricompensa che li fa rifulgere di onori speciali. Nobilissimi rispetto a noi: perché qualunque dignità di questo mondo non può stare a paragone di quella angelica. 
Intelligentissimi – Gli angeli custodi, essendo esseri essenzialmente spirituali, sono perfettamente intelligenti: illuminati direttamente da Dio vedono di ogni cosa la sua natura ed essenza, senza bisogno di ragionamenti ed istruzioni altrui. Non avendo bisogno dei sensi esterni, come ha bisogno l’uomo, per apprendere, non sono soggetti a tutte quelle illusioni in cui cadono gli uomini. Essi conoscono quindi con chiarezza e senza pericoli di errore la volontà di Dio e il nostro bene, la malizia del demonio e tutti i suoi inganni, tutte le verità di Fede, ogni rimedio ai mali fisici e morali, ogni causa ed effetto di questa terra. Mentre la loro intelligenza è perfetta, la loro volontà è tutta santa ed indirizzata al conseguimento della nostra felicità eterna. Fortunato colui che, quale docile Tobia, si lascia dirigere dal suo angelo custode! Costui non avrà mai a rimpiangere di essersi ingannato, ma, come Tobia, finirà il suo pellegrinaggio qui sulla terra benedicendo Iddio e ringraziando “il suo Arcangelo Raffaele”. 
Potentissimi – I nostri angeli custodi, operando sempre in piena conformità agli ordini di Dio, sono forti della stessa forza di Dio a cui nulla può resistere. 
Vuoi conoscere, dice S. Tommaso di Villanova (1488-1555), la potenza dell’angelo? Un solo angelo che Dio aveva dato al popolo ebraico per condurlo alla terra promessa uccise tutti i primogeniti d’Egitto in una sola notte, asciugò il mare, sommerse i cocchi e l’esercito del Faraone. Un angelo tanto può chiudere la bocca a leoni affamati per salvare Daniele, quanto impedire alla fornace ardente di Nabucodonosor di bruciare Sidrac, Misach e Abdenago. Alla voce dell’angelo un giorno tutte le tombe si scoperchieranno e resusciteranno i morti. 
Nulla può superare la forza dell’angelo perché Dio combatte con esso. Ben diversa invece è la forza dei demoni perché sono angeli decaduti e quindi, se sono pieni di odio e di malizia, hanno però perduta la loro originaria intelligenza e forza: sono come cani arrabbiati con la museruola e attaccati alla catena, che non possono fare se non quello che Dio permette e non possono nuocere se non a chi è imprudente
Un solo angelo è più forte di qualunque legione di demoni. Lo sperimentò molte volte S. Francesca Romana, assediata sovente da orribili demoni che le comparivano urlanti, di statura gigantesca e con continue minacce di ucciderla: bastava che il suo angelo custode, che sovente le compariva sotto forma di piccolo fanciullo dai capelli dorati, muovesse un solo capello, perché tutti quegli orribili demoni fuggissero spaventati. 
... che sei il mio custode... 
Il trovare un vero amico che ci aiuti e sia tutto dedicato a noi con amore, con costanza e con disinteresse è cosa ben difficile. Non è così dell’angelo custode, un vero amico sicuro, fedele, unico nel suo genere, che ci accompagna per comando divino, con amore e senza apparire. 
Per comando divino 
– Se abbiamo un angelo al nostro fianco per assisterci non è per condiscendenza sua o nostra volontà, ma per decreto di Dio. Nei Salmi è scritto: “Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede” (Salmo 91, 11). 
Quanto dobbiamo ringraziare il buon Dio di questo comando! Se l’assistenza angelica fosse solo effetto dell’amore degli angeli, saremmo certi di averli ancora con noi, dopo tanti rifiuti che abbiamo dato alle loro buone ispirazioni? Stanchi di noi forse ci avrebbero già abbandonati. Se fossimo noi che con le nostre suppliche li avessimo chiamati a custodirci, saremmo certi di essere esauditi?… di averli sempre?… almeno nei momenti più critici?… Ma, dato che ciò risponde ad una disposizione di Dio, noi siamo invece certi che tutti abbiamo un angelo custode indipendentemente dalla nostra santità, l’abbiamo sempre, dalla nascita alla morte. L’assistenza è perfetta perché l’angelo è creatura perfetta che ubbidisce a Dio senza debolezze, ritardi, infedeltà. 
Con amore 
– Gli angeli custodi ci vogliono bene: 
1) per rispetto a Dio perché, amando Dio, amano quelli che a Lui appartengono; 
2) per rispetto a noi perché siamo i loro fratelli destinati a prendere il posto degli angeli ribelli e scacciati e quindi facciamo parte della loro famiglia celeste; 
3) perché noi siamo infelici e sofferenti e quindi degni di aiuto: siamo quindi occasione a loro di esercitare lo spirito di carità a cui si informano tutti gli eletti. 
La custodia degli angeli è tutta amorosa e fatta con gioia, con fervore, con soavità. 
Senza apparire 
– Anche se molte volte nella Sacra Scrittura e nelle vite dei Santi leggiamo di apparizioni di angeli, ordinariamente però gli angeli operano invisibilmente: sia perché tale è la loro natura spirituale, sia perché la loro manifestazione non è necessaria, sia infine per dare a noi una grande lezione di umiltà e disinteresse operando di nascosto per amor di Dio. ... 
illumina... 
Per comprendere quanto sia importante per noi questo primo incarico di illuminarci, basta considerare: 
1) perché ci illumina, 
2) su che cosa ci illumina, 
3) come ci illumina. 
Perché ci illumina: 
a. perché la nostra mente è nata nell’ignoranza ed ottenebrata dal peccato originale, quindi soggetta a molti errori; 
b. perché il demonio non dorme, ma è sempre attorno a noi per tentarci al male: cominciando da Adamo ed Eva fino ai nostri giorni, infinito è il numero dei caduti nella sua schiavitù. 
Come si vede, l’opera dell’angelo custode di illuminarci non potrebbe essere più utile, né più provvidenziale. Riconosciamo dunque il dono prezioso che ci fa Dio dandoci l’angelo custode, maestro infallibile ed illuminato e restiamo prudenti e vigilanti sotto la sua guida, prudenti per udire solo la sua voce, vigilanti per invocarlo sovente. 
Su che cosa ci illumina 
- L’angelo custode ci illumina su tutto quello che può essere di gloria a Dio e di bene delle anime nostre. Oltre episodi descritti nella Bibbia, sappiamo che molti santi, S. Ildegarda, S. Geltrude, S. Brigida, S. Francesco d’Assisi e altri santi ebbero dall’angelo custode cognizioni altissime di mistica e perfezione. Invochiamolo e potremo essere illuminati sulla fede, sulle virtù, sui pericoli ed inganni del demonio e su qualunque altra notizia che sia utile per noi. Se con tanto maestro il mondo è così poco illuminato è perché il mondo né pensa né stima né invoca l’angelo custode. 
Come ci illumina 
– Sebbene molte volte l’angelo abbia parlato con voce sensibile, come fece con Maria SS., con il profeta Daniele, con Zaccaria, con le pie donne al Sepolcro di Gesù, con S. Francesca Romana, ecc., di regola insegna con dolci inviti, taciti stimoli che sono altrettante voci del cuore. Egli risveglia nella sopita memoria le alte cose di Dio e ne fa conoscere l’importanza. La voce dell’angelo non è voce umana e sonora che tutti possano udire, ma voce angelica, cioè soprannaturale e quindi è necessaria una speciale grazia per udirla. Tutti, se vogliono, possono averla questa grazia, ma bisogna meritarla con la nostra corrispondenza e preghiera. 
Il pellegrino che viaggia in luoghi pericolosi e sconosciuti, non solo deve essere illuminato sulla retta via da scegliere, ma è importante che sia custodito dai nemici della strada, sia sorretto se per la stanchezza viene meno e finalmente sia governato sul suo modo di viaggiare se è persona imprudente o inesperta. 
Questo pellegrino che ha bisogno di essere custodito, sorretto e governato siamo noi e a tutto questo pensa il nostro angelo custode. Il suo ufficio è quello di: custodirci, sorreggerci, governarci.
[continua]
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