Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

giovedì 28 febbraio 2013

La Chiesa è una realtà vivente (Contributi 807)

Prima di partire per Castelgandolfo, papa Benedetto XVI ha incontrato i cardinali, impartendo una nuova, grande lezione sulla Chiesa che, ha detto, dovrebbe costituire per i cardinali «la ragione e la passione della vita». Ecco le sue parole: 

Venerati e cari Fratelli! 
Con grande gioia vi accolgo e porgo a ciascuno di voi il mio più cordiale saluto. Ringrazio il Cardinale Angelo Sodano che, come sempre, ha saputo farsi interprete dei sentimenti dell’intero Collegio: Cor ad cor loquitur. Grazie Eminenza di cuore. E vorrei dire – riprendendo il riferimento all'esperienza dei discepoli di Emmaus – che anche per me è stata una gioia camminare con voi in questi anni, nella luce della presenza del Signore risorto. 
Come ho detto ieri davanti alle migliaia di fedeli che riempivano Piazza San Pietro, la vostra vicinanza e il vostro consiglio mi sono stati di grande aiuto nel mio ministero. In questi otto anni, abbiamo vissuto con fede momenti bellissimi di luce radiosa nel cammino della Chiesa, assieme a momenti in cui qualche nube si è addensata nel cielo. Abbiamo cercato di servire Cristo e la sua Chiesa con amore profondo e totale, che è l’anima del nostro ministero. Abbiamo donato speranza, quella che ci viene da Cristo, che solo può illuminare il cammino. Insieme possiamo ringraziare il Signore che ci ha fatti crescere nella comunione, e insieme pregarlo di aiutarvi a crescere ancora in questa unità profonda, così che il Collegio dei Cardinali sia come un’orchestra, dove le diversità – espressione della Chiesa universale – concorrano sempre alla superiore e concorde armonia. 
Vorrei lasciarvi un pensiero semplice, che mi sta molto a cuore: un pensiero sulla Chiesa, sul suo mistero, che costituisce per tutti noi - possiamo dire - la ragione e la passione della vita. Mi lascio aiutare da un’espressione di Romano Guardini, scritta proprio nell’anno in cui i Padri del Concilio Vaticano II approvavano la Costituzione Lumen Gentium, nel suo ultimo libro, con una dedica personale anche per me; perciò le parole di questo libro mi sono particolarmente care. Dice Guardini: La Chiesa “non è un’istituzione escogitata e costruita a tavolino…, ma una realtà vivente… Essa vive lungo il corso del tempo, in divenire, come ogni essere vivente, trasformandosi… Eppure nella sua natura rimane sempre la stessa, e il suo cuore è Cristo”. E’ stata la nostra esperienza, ieri, mi sembra, in Piazza: vedere che la Chiesa è un corpo vivo, animato dallo Spirito Santo e vive realmente dalla forza di Dio. Essa è nel mondo, ma non è del mondo: è di Dio, di Cristo, dello Spirito. Lo abbiamo visto ieri. Per questa è vera ed eloquente anche l’altra famosa espressione di Guardini: “La Chiesa si risveglia nelle anime”. La Chiesa vive, cresce e si risveglia nelle anime, che - come la Vergine Maria - accolgono la Parola di Dio e la concepiscono per opera dello Spirito Santo; offrono a Dio la propria carne e, proprio nella loro povertà e umiltà, diventano capaci di generare Cristo oggi nel mondo. Attraverso la Chiesa, il Mistero dell’Incarnazione rimane presente per sempre. Cristo continua a camminare attraverso i tempi e tutti i luoghi
Rimaniamo uniti, cari Fratelli, in questo Mistero: nella preghiera, specialmente nell'Eucaristia quotidiana, e così serviamo la Chiesa e l’intera umanità. Questa è la nostra gioia, che nessuno ci può togliere. 
Prima di salutarvi personalmente, desidero dirvi che continuerò ad esservi vicino con la preghiera, specialmente nei prossimi giorni, affinché siate pienamente docili all'azione dello Spirito Santo nell'elezione del nuovo Papa. Che il Signore vi mostri quello che è voluto da Lui. E tra voi, tra il Collegio Cardinalizio, c’è anche il futuro Papa al quale già oggi prometto la mia incondizionata reverenza ed obbedienza. Per questo, con affetto e riconoscenza, vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica. 
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Il sorridente illuminato (Contributi 806)

Omelia di S.E. Mons. Massimo Camisasca nella Messa di suffragio per don Luigi Giussani, Reggio Emilia 22-02-2013: 

Cari amici, 
don Giussani è stata la persona decisiva che ha aperto la mia mente e il mio cuore agli orizzonti del mondo e della Chiesa. Se dovessi dire in estrema sintesi la ragione di maggior gratitudine che ho verso di lui, direi proprio questo: egli mi ha fatto innamorare di Cristo e della Chiesa. Non mi ha presentato un Dio rinchiuso in un passato irraggiungibile. Mi ha indicato Cristo presente nella comunione di chi oggi si lascia raggiungere da lui. Ha spalancato la mia umanità di ragazzo silenzioso e riservato alla conoscenza dell’uomo, dell’arte, della musica, della poesia. Mi ha insegnato cosa vuol dire accompagnare le persone, aiutarle a crescere e a fiorire, senza mai sostituirsi a loro. In lui ho visto la possibilità di valorizzare tutto e tutti nelle loro diversità. Mi ha riempito di curiosità per tutto, perché mi ha riempito di curiosità per Cristo. Egli, che era un grande comunicatore, mi ha trasmesso la passione per il rapporto personale con gli uomini e l’urgenza di far conoscere a tutti Gesù, l’unica risposta a quella sete di infinito che abita il cuore di ognuno e che don Giussani non smetteva di alimentare in chi gli stava vicino. 
Per tutto questo, oggi, non solo da parte mia, ma a nome della Chiesa intera, desidero ringraziare don Giussani. La sua luminosa testimonianza, il suo infaticabile lavoro di educatore di generazioni e generazioni di uomini e donne al cristianesimo, la sua fede rocciosa che diventava, in modo naturale, luce per comprendere la realtà sono un faro importante all'interno della Chiesa. Egli è una miniera profondissima da cui si possono attingere tanti tesori. Le parole di stima che pochi giorni fa Benedetto XVI ha avuto ricordando don Giussani sono la testimonianza più grande e più autorevole di tutto ciò: «Ho conosciuto personalmente don Giussani – ha detto il papa –. Ho conosciuto la sua fede, la sua gioia, la sua forza e la ricchezza delle sue idee, la creatività della fede. È cresciuta una vera amicizia; così, tramite lui, ho conosciuto anche meglio la comunità di Comunione e Liberazione» (Saluto all'Assemblea generale della Fraternità San Carlo, 6 febbraio 2013). 
Se uno volesse conoscere chi è stato don Giussani, dovrebbe sì leggere i suoi scritti, dovrebbe certamente studiarne la vita, ma, assieme a tutto questo, deve guardare a ciò che di lui vive tra noi. La vostra presenza qui, ci dice che don Giussani è vivo, perché vive ciò che da lui è nato. Ciò che da lui è nato muove anche la vita di persone che non lo hanno conosciuto direttamente. Come è possibile questo? Anche di altri personaggi storici possiamo conservare un grande ricordo, ma essi non muovono la nostra vita oggi. Che cosa, dunque, permette a don Giussani di vivere ancora? Rispondere a questa domanda è di capitale importanza, non solo per coloro che appartengono al movimento da lui fondato, ma per ogni uomo. Rispondere a questa domanda, infatti, significa addentrarsi nel segreto della vita, capire che cosa di noi non muore. Don Giussani si è affidato allo Spirito di Dio: ciò che è nato da lui è nato dalla sua obbedienza allo Spirito di Dio. Solo obbedendo a Dio, solo entrando nella sua volontà, le nostre opere e la nostra stessa vita possono portare frutto. Un frutto che rimane e può continuare a fecondare altre vite. 
Entrare in ciò che Dio vuole è fondamentale per ogni esistenza. Dio parla innanzitutto attraverso i fatti. Entrare in questi fatti, che sono più grandi dei sentimenti, ci permette di entrare in una visione vera di noi stessi e del mondo. Stando accanto a don Giussani ci si accorgeva di iniziare a considerare in modo nuovo, realistico e positivo, i fatti, la realtà e, pian piano, si conosceva il Padre che attraverso quei fatti interpellava la nostra vita. Si imparava ad obbedire a Dio, ad entrare nella vita di colui che vive. Ecco allora la ragione più profonda per cui possiamo affermare che don Giussani vive ancora: perché si è lasciato prendere da Cristo che è il vivente. 
Qualche giorno fa ho incontrato una grande scrittrice cristiana, Elena Bono. Ha ormai più di novanta anni, ma si ricordava ancora con grande lucidità il suo incontro con don Giussani. L’aveva conosciuto negli anni Settanta a Chiavari ed era stata così impressionata dalla sua personalità che ha sentito il desiderio di fissare per sempre quel momento in una poesia. «Il sorridente illuminato»: così in quei versi definisce don Giussani. Mi ha molto colpito il fatto che, seppur in un incontro abbastanza fugace, ella sia riuscita a cogliere un aspetto importante, direi centrale, della personalità di don Giussani: poiché non c’è nulla che sia perfetto – scrive la Bono – l’uomo può amarsi e amare solo quando si scopre amato gratuitamente da Dio. La suprema imitazione di Dio è dunque il perdono. Nessuno si ama veramente, […] / Di qui nasce il deserto / dentro e fuori di voi. / Ma tu imita Iddio / nella misericordia / che è la suprema Perfezione. / Va’ e perdona te stesso, – / sorrise a lui l’Illuminato (Elena Bono, Il magrissimo asceta fece un interminabile cammino, in Poesie. Opera omnia, Le Mani, Genova 2007, 408). Amen.
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mercoledì 27 febbraio 2013

Luce e silenzio per il Papa


Il 27 febbraio ultima sera della sua permanenza in Vaticano di Sua Santità Benedetto XVI, vogliamo promuovere una fiaccolata silenziosa in San Pietro il 27 febbraio dalle ore 19:00 alle ore 20:00. Per quanti non potranno recarsi a Roma, chiediamo di mettere una luce alla medesima ora e osservare un minuto di silenzio il 27 febbraio alle ore 20,00 in punto. 
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Carissimi lettori e carissimi amici, 
questo è un appello per chi ama davvero la Chiesa. Siamo consapevoli di vivere un grande evento. Non possiamo permettere né che passi invano, né che il Santo Padre si senta solo in quest’ora per lui, e per tutti noi, così difficile e grave. Sappiamo già che non è solo. Tuttavia siamo convinte che le parole, così tanto ormai svuotate di senso non riescano più a comunicare, ci sono necessari dei gesti, veri, sentiti, liberi dalla polemica e colmi di quella partecipazione sentita che solo il silenzio può offrire. Per questo vogliamo invitarvi a dire «Grazie» al Papa per tutto ciò che è e che ha fatto con un gesto: «Andare tutti in piazza San Pietro alle ore 19 del 27 febbraio 2013 in assoluto silenzio, con preghiere che salgano a Dio dal cuore, con fiaccole che segnalino la nostra presenza al Santo Padre che, per l’ultima sera, lavorerà a quella finestra che si affaccia sulla piazza e che tutti conosciamo. Quello sarà l’ultimo giorno del Papa in Vaticano perché, dal pomeriggio del giorno successivo, si trasferirà a Castel Gandolfo. 
Vogliamo così manifestargli la nostra assoluta comprensione per il suo gesto, la nostra solidarietà e il nostro vero attaccamento alla Chiesa. Tutti quelli che non potranno per ovvi motivi (è un mercoledì sera) recarsi a Roma o essere in piazza San Pietro, a quell'ora offrano la loro partecipazione orante osservando un minuto di silenzio alle 20,00 e mettendo fin dalle ore 19 un lume alla finestra. Dobbiamo far sapere al Papa che ci siamo che siamo con lui e che lo saremo sempre anche nelle prossime difficili ore della storia». 
Ringraziamo anticipatamente quanti vorranno e potranno rispondere e aderire. 
Le monache dell’Adorazione Eucaristica
(da Cultura Cattolica)
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lunedì 25 febbraio 2013

Bruegel, la conversione di Saulo (Contributi 805)

Un articolo di Maria Gloria Riva da La Bussola: 

Quaresima, tempo di conversione, tempo di metanoia cioè di cambiamento di mentalità, tempo in cui il popolo italiano è chiamato alle urne a dare il suo voto, ad esprimere sulla carta le sue opinioni. La mentalità diventa vita e ogni singolo esprime nel segreto delle cabine i suoi valori, lì senza infingimenti, incarnati in una persona, in uno schieramento politico. 
Segna i passi del nostro percorso quaresimale, Bruegel, un artista geniale, che la critica ha variamente interpretato. A me personalmente importa la sua vita e la sua arte e di certa critica, inficiata di ideologia, diffido. 
Bruegel ha dipinto una conversione fra le più famose nella storia cristiana, anzi certo la più famosa: la conversione di Saulo. Nell'anno in cui dipinge la tavola, il 1567, l’esercito del Duca di Alba attraversava le Alpi per sedare le rivolte dei fiamminghi (in atto a causa della lotta fra cattolici e protestanti e della lotta iconoclasta). L’evento storico si trasforma per Bruegel in una riflessione sull'atteggiamento dell’uomo di fronte al mistero di una storia Altra, quella di Dio, significata appunto dalla conversione di Paolo. Ed è proprio questo modo originale di guardare a un fatto fondamentale nella storia della Chiesa, l'incontro di Saulo sulla via di Damasco, dentro la storia dei suoi giorni che mi affascina e diventa per me estremamente comunicativo anche per l'oggi. 
Osserviamo la tela: il paesaggio alpino, che Bruegel aveva potuto osservare da vicino nel corso di un suo viaggio in Italia, appare qui minaccioso. Rocce e alberi appuntiti sembrano lance rivolte verso un cielo assente e coperto da spesse nubi. Solo all'estrema sinistra della tela - a significare il ricordo di un passato lontano e colmo di pace - si apre lo scorcio di una distesa pianeggiante e serena sotto una volta azzurrina. 
Il panorama di Bruegel descrive la storia di una umanità che ha perduto le sue radici, che forse guarda con nostalgia a un passato nemmeno troppo lontano, ma è incapace di convertire un presente sempre più minaccioso. A sinistra, infatti, si dirada la presenza degli uomini e l’esercito si inerpica su per un dirupo, dimentico della sicurezza pianeggiante che lo accoglieva. Più che l’esperienza di Saulo-Paolo, qui emerge appunto la condizione spirituale e storica dell’uomo del '500, drammaticamente vicina alla nostra. Dimentico delle radici giudaico-cristiane dell'Europa anche l’uomo postmoderno s’inerpica per cammini improbabili, incurante delle minacce che si addensano all'orizzonte.
La parte destra della tavola di Bruegel brulica di soldati e cavalieri che maggiormente si addensano laddove il cammino, invece di aprirsi un varco, pare chiudersi definitivamente senza offrire sbocco alcuno. Nessuno si cura del pericolo, anzi, un cavaliere in giallo sbarra la strada del ritorno, attirando la nostra attenzione. La sua tunica, più luminosa del giallo delle rocce, dice - nel colore - il tradimento, la gelosia, l’ira, i vizi che allontanano l’uomo dal cammino della virtù e, dunque, della pace. Paradossalmente tuttavia è proprio grazie a questo uomo che siamo condotti a notare un altro soldato, l’unico rivolto verso di noi, un cavaliere che ornato di un curioso pennacchio indica qualcosa. 
Comprendiamo solo così quanto il titolo ci sconcertasse. Dov'è infatti l’attesa caduta da cavallo di Saulo? Dov'è la luce folgorante che ci mostrerà la tela caravaggesca della Cappella Cerasi in Roma? È là, sembra rispondere il soldato in blu (colore del mistero e dell’inconoscibile). È là in mezzo al corteo, anzi, là dove più fitta sembra essere la mischia. Come già nella predica di San Giovanni il Battista, come nella salita al Calvario di Cristo, anche qui Bruegel nasconde il protagonista fra una folla di uomini. Eccolo là, allora, un piccolissimo Saulo, vestito di un blu irradiato di luce, che stramazza a terra aprendosi un varco improvviso tra la folla di lance e cavalli. 
Non è l’evento sfolgorante che sconvolge il panorama religioso dell’epoca, ma è un evento tra i tanti, quasi un incidente di percorso dentro una marcia anonima che continua inarrestabile il suo cammino. Eppure questo evento ha cambiato la storia della Chiesa e persino la storia del mondo religioso di allora. Bruegel ci induce a riflettere. Anche noi siamo spettatori di eventi che stanno cambiando il senso profondo della storia, eppure siamo come distratti, noncuranti, preferendo dare ad essi motivazioni penultime che in definitiva ci lascino in pace e non ci obblighino a una troppo vistosa conversione. 
Le rocce appuntite, la nube minacciosa che penetra all'orizzonte chiudendo il varco al corteo di soldati, preannuncia all'Apostolo delle genti la sofferenza che, per questa conversione, egli dovrà sopportare. Il varco che si apre attorno a lui durante la caduta, esprime il vuoto drammatico che ormai lo separerà dal suo popolo.
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Si è alzata da più parti, ad esempio, la denuncia di una solitudine del Santo Padre, di un vuoto drammatico che lui e molti santi nostri pastori sperimentano. Ma non siamo anche noi responsabili di quel drammatico vuoto? Chi forma la nostra vita e la nostra coscienza durante le lunghe ore quotidiane passate in casa, in famiglia, al lavoro, davanti alla TV o al Pc? Il pensiero del Papa? Del Magistero dei vescovi uniti al Papa? Oppure il quotidiano più in vista o il canale televisivo super gettonato? 
Non possiamo piangere sul latte versato, come ammoniva Bruegel ai suoi contemporanei, non possiamo lamentarci se nessuno più comprende Saulo e la sua caduta, Paolo e le sue lettere, se noi per primi, come la folla di soldati dell'esercito del duca di Alba, preferiamo affidare il nostro giudizio ai mezzi umani, facendo anche noi da scudo al Mistero che si consuma tra le pieghe della storia.
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Domenica 2^ Quaresima 24-feb-2013 (Angelus 125)


Cari fratelli e sorelle!
Grazie per il vostro affetto!
Oggi, seconda domenica di Quaresima, abbiamo un Vangelo particolarmente bello, quello della Trasfigurazione del Signore. L’evangelista Luca pone in particolare risalto il fatto che Gesù si trasfigurò mentre pregava: la sua è un’esperienza profonda di rapporto con il Padre durante una sorta di ritiro spirituale che Gesù vive su un alto monte in compagnia di Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre discepoli sempre presenti nei momenti della manifestazione divina del Maestro (Lc 5,10; 8,51; 9,28). Il Signore, che poco prima aveva preannunciato la sua morte e risurrezione (9,22), offre ai discepoli un anticipo della sua gloria. E anche nella Trasfigurazione, come nel battesimo, risuona la voce del Padre celeste: «Questi è il figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!» (9,35). La presenza poi di Mosè ed Elia, che rappresentano la Legge e i Profeti dell’antica Alleanza, è quanto mai significativa: tutta la storia dell’Alleanza è orientata a Lui, il Cristo, che compie un nuovo «esodo» (9,31), non verso la terra promessa come al tempo di Mosè, ma verso il Cielo. L’intervento di Pietro: «Maestro, è bello per noi essere qui» (9,33) rappresenta il tentativo impossibile di fermare tale esperienza mistica. Commenta sant’Agostino: «[Pietro]…sul monte…aveva Cristo come cibo dell’anima. Perché avrebbe dovuto scendere per tornare alle fatiche e ai dolori, mentre lassù era pieno di sentimenti di santo amore verso Dio e che gli ispiravano perciò una santa condotta?» (Discorso 78,3: PL 38,491).
Meditando questo brano del Vangelo, possiamo trarne un insegnamento molto importante. Innanzitutto, il primato della preghiera, senza la quale tutto l’impegno dell’apostolato e della carità si riduce ad attivismo. Nella Quaresima impariamo a dare il giusto tempo alla preghiera, personale e comunitaria, che dà respiro alla nostra vita spirituale. Inoltre, la preghiera non è un isolarsi dal mondo e dalle sue contraddizioni, come sul Tabor avrebbe voluto fare Pietro, ma l’orazione riconduce al cammino, all’azione. «L’esistenza cristiana – ho scritto nel Messaggio per questa Quaresima – consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio, per poi ridiscendere portando l’amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio» (n. 3).
Cari fratelli e sorelle, questa Parola di Dio la sento in modo particolare rivolta a me, in questo momento della mia vita. Grazie! Il Signore mi chiama a “salire sul monte”, a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. Ma questo non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui ho cercato di farlo fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze. Invochiamo l’intercessione della Vergine Maria: lei ci aiuti tutti a seguire sempre il Signore Gesù, nella preghiera e nella carità operosa.
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Rivolgo infine un cordiale saluto a voi tutti di lingua italiana. Io so che sono presenti molte diocesi, rappresentanti di parrocchie, associazioni, movimenti, istituzioni, come pure tanti giovani, anziani e famiglie. Vi ringrazio per l’affetto e per la condivisione, specialmente nella preghiera, di questo momento particolare per la mia persona e per la Chiesa. A tutti auguro una buona domenica e una buona settimana. Grazie! In preghiera siamo sempre vicini. Grazie a voi tutti!
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sabato 23 febbraio 2013

Il Signore non è sconfitto dalle nostre sconfitte (Contributi 804)

Ancora Aldo Trento dal Paraguay con una riflessione da Tempi: 

Attraverso i volti che ci donano la certezza di Cristo e che ci confermano che la fede è utile per testimoniare la vera gioia, incontriamo testimoni di un amore eterno che ha pietà del nostro niente. 
Queste persone hanno vissuto drammi indescrivibili, hanno abbandonato Dio per altri idoli, hanno sofferto fino in fondo il vuoto e il nulla tipici di un’oscurità senza meta, ma nonostante ciò, Cristo gli è andato incontro, come è successo a Zaccheo, Maria Maddalena, Matteo, ridandogli la dignità di uomini e ricostruendo il loro “io” ridotto e appiattito. 
Il Signore non viene sconfitto dalle nostre sconfitte, Lui ha promesso che «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno». 
Lui continua a essere presente e assetato dell’amore degli uomini. Quando i nostri pazienti arrivano per la prima volta in Clinica, sappiamo che una nuova e dolorosa storia arriva con loro, ognuno rappresenta un mondo, un insieme di evidenze ed esigenze che gridano: «Amore!». Un solo sorriso, una dolce carezza, un gesto di tenerezza, un abbraccio sincero, una buona parola, possono trasformare il loro cuore sofferente in una serena gioia. L’incontro con Cristo attraverso un uomo o una donna li cambia, semplicemente perché, come diceva don Giussani, sono stati penetrati e accolti da uno sguardo che li riconosceva e li amava così come erano
Questo è il miracolo più grande che possa accadere, non il fatto di curare o cicatrizzare le ferite, né il ritornare a vedere o camminare, ma di essere abbracciati da uno sguardo che rivela attraverso il silenzio dello stupore chi sono io. I nostri ammalati sono felici perché sono abbracciati, guardati come nessuno li ha mai guardati, accuditi come non gli era mai successo prima. 
Perché possono dire di essere felici se si trovano prostrati in un letto, senza potersi alzare, con flebo nelle braccia, con dolori fisici, senza amici, senza familiari, sapendo che gli manca poco tempo da vivere? 
Il dolore diventa qualcosa di positivo quando scoprono che grazie a questo raggiungono la gioia del cuore: Cristo stesso. 
Contemplare Cristo che soffre nascosto in ognuno di loro significa adorare ogni istante condiviso come espressione di una relazione amorosa e familiare con Lui. Ogni gesto rappresenta adorazione, esprime un modo di convivenza, in ginocchio, con Colui che è la pienezza del cuore. 
Questo sguardo è percepito da loro come una liberazione, una salvezza, un abbraccio gratuito e infinito che non è sconfitto dalle loro sconfitte. e nostre sconfitte.
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giovedì 21 febbraio 2013

La croce di Ratzinger (Contributi 803)

Ecco l'articolo di don Julián Carrón pubblicato a pagina 1 de la Repubblica, 15 febbraio 2013 

Caro Direttore, 
il suo editoriale sull'annuncio di Benedetto XVI descrive la situazione in cui tutti ci siamo venuti a trovare lunedì mattina. «È una notizia universale, che fa il giro del mondo e lo stupisce. (…) Guai a far finta di niente». Per un istante il mondo si è fermato. Tutti, dovunque fossimo, abbiamo sostato in silenzio, specchiandoci nei volti altrettanto stupiti di chi avevamo accanto. In quel minuto di silenzio c’era tutto. Nessuna strategia di comunicazione avrebbe potuto provocare un simile contraccolpo: eravamo davanti a un fatto tanto incredibile quanto reale, che si è imposto con una tale evidenza da trascinare tutti, facendoci alzare lo sguardo dalle cose solite. Che cosa è stato in grado di riempire il mondo intero di silenzio, all'improvviso? 
Quel minuto stupefatto ha bruciato d’un colpo tutte le immagini che di solito ci facciamo del cristianesimo: un evento del passato, una organizzazione mondana, un insieme di ruoli, una morale circa le cose da fare o da non fare. No, tutto questo non riesce a dare ragione adeguata di ciò che è accaduto l’11 febbraio. La spiegazione va cercata altrove. Perciò, davanti al gesto papale mi sono detto: qualcuno si sarà domandato chi è mai Cristo per Joseph Ratzinger, se il legame con Lui lo ha indotto a compiere un atto di libertà così sorprendente, che tutti − credenti e non credenti − hanno riconosciuto come eccezionale e profondamente umano? Evitare questa domanda lascerebbe senza spiegazione l’accaduto e, quel che è peggio, perderemmo ciò che di più prezioso ci testimonia. Esso grida, infatti, quanto è reale nella vita del Papa la persona di Cristo, quanto Cristo deve essergli contemporaneo e potentemente presente per generare un gesto di libertà da tutto e da tutti, una novità inaudita, così impossibile all'uomo. Pieno di stupore, sono allora stato costretto a spostare lo sguardo su ciò che lo rendeva possibile: chi sei Tu, che affascini un uomo fino a renderlo così libero da suscitare anche in noi il desiderio di quella stessa libertà? «Cristo me trae tutto, tanto è bello», esclamava un altro appassionato di Cristo, Jacopone da Todi: non ho trovato altra spiegazione. Con la sua iniziativa il Papa ha dato una tale testimonianza a Cristo da far trasparire con potenza tutta la Sua attrattiva, a tal punto che essa in qualche modo ci ha afferrati tutti: eravamo davanti a un mistero che catturava l’attenzione. Dobbiamo ammettere quanto sia raro trovare una testimonianza che costringa il mondo, almeno per un istante, a tacere.
Anche se, subito dopo, la distrazione ci stava già trascinando altrove, facendoci scivolare – l’abbiamo visto in tante reazioni − negli inferi delle interpretazioni e dei calcoli di “politica ecclesiastica”, impedendoci di vedere che cosa ci ha realmente avvinto nell'accaduto, nessuno potrà più cancellare da ogni fibra del proprio essere quell'interminabile istante di silenzio. 
Non solo la libertà, ma anche la capacità del Papa di leggere il reale, di cogliere i segni dei tempi, grida la presenza di Cristo. Parlando di Zaccheo, il pubblicano salito sul sicomoro per vedere passare Gesù, sant'Agostino dice: «E il Signore guardò proprio Zaccheo. Egli fu guardato e allora vide. Se non fosse stato guardato, non avrebbe visto». Il Papa ci ha mostrato che solo l’esperienza presente di Cristo permette di “vedere”, cioè di usare la ragione con lucidità, fino ad arrivare a un giudizio assolutamente pertinente sul momento storico e a immaginare un gesto come quello che lui ha compiuto: «Ho fatto questo in piena libertà per il bene della Chiesa, dopo aver pregato a lungo ed aver esaminato davanti a Dio la mia coscienza, ben consapevole della gravità di tale atto, ma altrettanto consapevole di non essere più in grado di svolgere il ministero petrino con quella forza che esso richiede». Un realismo inaudito! Ma dove ha origine? «Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il Quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura» (Udienza generale del mercoledì, 13 febbraio 2013). L’ultimo atto di questo pontificato mi appare come l’estremo gesto di un padre che mostra a tutti, dentro e fuori della Chiesa, dove trovare quella certezza che ci renda veramente liberi dalle paure che ci attanagliano. E lo fa con un gesto simbolico, come gli antichi profeti di Israele che, per comunicare al popolo la certezza del ritorno dall'esilio, facevano la cosa più apparentemente assurda: comperare un campo. Anche lui è così certo che Cristo non farà mancare la Sua guida e la Sua cura alla Chiesa che per gridarlo a tutti fa un gesto che a tanti è sembrato assurdo: mettersi da parte per lasciare a Cristo lo spazio di provvedere alla Chiesa una nuova guida con le forze necessarie per assolvere il compito. 
Ma questo non riduce il valore del gesto alla sola Chiesa. Attraverso la cura della Chiesa, secondo il Suo misterioso disegno, Cristo pone nel mondo un segno nel quale tutti possono vedere che non sono da soli con la loro impotenza. Così «nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza», che spesso provocano confusione e smarrimento, il Papa offre a ogni uomo una roccia dove ancorare la speranza che non teme le burrasche quotidiane permettendogli di guardare al futuro con fiducia. 
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mercoledì 20 febbraio 2013

Ha dato tutto per la Chiesa (Contributi 802)

Un articolo di Piero Gheddo da La Bussola 

Più passano i giorni dall'11 febbraio scorso, quando Benedetto XVI ha compiuto quel gesto umile e coraggioso di rinunzia al Pontificato e più si chiariscono le motivazioni che l‘hanno portato a questa decisione veramente rivoluzionaria in duemila anni di storia della Chiesa. Perché è proprio la prima volta che succede questo. Le poche rinunzie di Papi del lontano passato erano tutte fatte per pressioni e minacce esterne, in tempi non democratici come questi che viviamo nel nostro Occidente. In altre parole, il segno della rinunzia indica che la Chiesa è alla vigilia di una svolta epocale, che non riusciamo ancora a capire quale sia, ma siamo sicuri che il passo indietro del grande Papa teologo è stato fatto per il maggior bene della Chiesa, come lui stesso ha detto l’11 febbraio scorso. 
In altre parole, è stato un atto di saggezza ispirato dallo Spirito Santo, perché apre alla Chiesa una via nuova che favorirà l’annunzio della salvezza in Cristo a tutti i popoli e in particolare a quelli dell’Europa cristiana, avanguardia del “mondo d’oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede” e che si stanno allontanando dalla pratica della vita cristiana. Papa Benedetto, “dopo aver ripetutamente esaminato” la sua coscienza davanti a Dio, è pervenuto alla certezza che le sue forze, “per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”. Così ha rinunziato, “in piena libertà, al ministero di Vescovo di Roma, Successore di Pietro”. 
In fondo, nei suoi quasi otto anni di Pontificato, Papa Benedetto ha dato veramente tutto se stesso per la missione della Chiesa e lo scopo primario che si era proposto fin dall'inizio, la “Nuova evangelizzazione” dei popoli cristiani. Le tre encicliche su Fede (questa non pubblicata, ma speriamo che in seguito lo sia come volume del card. Ratzinger), Speranza e Carità e i tre volumi sulla presentazione di Cristo al mondo d’oggi, con i molti altri testi e gesti (il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione, il Cortile dei Gentili, fondare la Fede sulla Ragione, la lotta contro il “relativismo”, ecc.), sono l’apice di tutto un magistero che aveva soprattutto lo scopo del dialogo e dell’annunzio della salvezza in Cristo al mondo cattolico e cristiano. Mi sono riletto in questi giorni la “Spe salvi” sulla speranza cristiana, un meraviglioso e gratificante scenario di vita cristiana che avrebbe potuto e dovuto provocare i popoli cristiani d’Europa (della Comunità Europea), in crisi profonda non tanto per il Pil e lo spread, ma perché stanno perdendo ogni speranza di progresso, di rinascita. “Solo quando il futuro è certo come realtà positiva - si legge al n. 2 – diventa vivibile anche il presente”. Ma se nell'orizzonte dei popoli cristiani non c’è più Dio, il futuro diventa disperante, conduce al nichilismo, al nulla. Queste verità Benedetto XVI le ha proclamate e scritte decine e decine di volte, senza suscitare alcuna reazione degna di nota. 
Allo stesso modo, il Papa ha continuato il magistero di Paolo VI e di Giovanni Paolo II quando si è dimostrato convinto assertore della razionalità dell’antropologia cristiana, quasi codificando “i valori irrinunciabili” della Chiesa (“Caritas in Veritate”, nn. 28, 44, 75), rilanciati più volte dalla Cei, e poi vede che anche i paesi cattolici vanno dritti per la strada che porta alla rovina della famiglia naturale e del valore assoluto della vita umana dal concepimento alla morte naturale; insomma, quando il Papa condanna la guerra o il razzismo, tutti d’accordo, ma quando parla di matrimonio tra uomo e donna e contro l’aborto e l’eutanasia, allora diventa un conservatore dogmatico e reazionario. E questo senza nessun serio dibattito razionale su questi temi fondamentali nell'ottica evangelica. 
Ecco, Papa Benedetto, avendo dato tutto e sentendosi venir meno le energie per l’età, ha fatto il grande gesto, richiamando ancora una volta (nel discorso ai parroci romani del 14 febbraio) il dovere di purificazione nella Chiesa da tutti gli scandali, le divisioni, i giochi di potere, le calunnie; insomma da tutti i peccati personali e comunitari che appannano la santità immacolata della Chiesa e tolgono efficacia all'annunzio della salvezza in Cristo. Oggi per noi è il tempo della preghiera e di ringraziare Dio per il Papa che ci ha dato e per questa sua rinunzia al Pontificato, che apre alla Chiesa prospettive nuove. Come già nel recente passato, il passaggio da un Pontefice all'altro (ad esempio da Pio XII e Giovanni XXIII e a Paolo VI), la Chiesa non è più quella di prima, appunto perché cambiano i tempi e anche l’annunzio di Cristo dev'essere adeguato all'uomo d’oggi. La stessa verità di sempre, ma espressa e vissuta in modo nuovo. Quindi, non è importante ipotizzare e discutere su chi sarà il prossimo Papa, poiché siamo già sicuri che sarà il Papa migliore per la Chiesa d’oggi; è invece importante che tutta la Chiesa, tutti i credenti, chiedano allo Spirito Santo la grazia di accettarlo e di seguirlo con la preghiera e l’obbedienza alle indicazioni che darà sulle vie da prendere per rendere Gesù Cristo più vicino all'uomo d’oggi, soprattutto a quello che lo conosce ma lo rifiuta. Impresa titanica che solo con la fede entusiasta della missione della Chiesa, la preghiera e la testimonianza della vita cristiana, siamo sicuri che porterà i suoi frutti. 
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Riguarda anche me? (Contributi 801)

Riporto dal sito della Fraternità San Carlo questo articolo di Paolo Sottopietra: 

Antonio, il futuro abate e fondatore del monachesimo, era figlio di ricchi agricoltori. Dopo la morte dei suoi genitori – siamo nel terzo secolo dopo Cristo – un giorno entrò in chiesa e sentì leggere il brano del vangelo di Matteo in cui Gesù dice: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi e avrai un tesoro nei cieli». Il giovane fu colpito da quelle parole come se fossero rivolte personalmente a lui. Uscì dalla chiesa e donò ai compaesani i trecento campi che aveva da poco ereditato. Poi vendette e distribuì ai poveri anche gli altri suoi beni, tenendo solo lo stretto necessario per mantenere la sorella più piccola. Le storie dei grandi del Cristianesimo contengono spesso un inizio di questo genere. Pensiamo a Francesco di Assisi, che assieme ai primi compagni aprì il vangelo per chiedere un’indicazione da parte di Dio: trovò la medesima frase che secoli prima aveva cambiato la vita di Antonio e su di essa basò anche la sua. Oppure pensiamo a Francesco Saverio, che sentiva l’amico Ignazio ripetere spesso: «A che vale guadagnare il mondo intero se poi perdi te stesso?», un’altra frase pronunciata da Gesù. Quelle parole lo convinsero a lasciare ogni prospettiva di carriera e a dedicare la vita all'annuncio di Cristo nelle Indie.
È possibile che ciò accada anche a noi oggi? Possono i vangeli cambiare la nostra vita? Il papa si è posto questa domanda all'inizio di ciascuno dei suoi tre volumi sulla figura di Gesù di Nazareth.
Egli nota che il nostro atteggiamento di fronte alla sacra Scrittura è spesso pieno di dubbi e di stanchezza, che ci vengono anche dalla cultura in cui viviamo. I vangeli sono testi che abbiamo sentito e risentito, da generazioni: il pericolo che l’abitudine ce li renda scontati è reale. All'opposto, se prendiamo alla lettera i racconti degli evangelisti, potremmo pensare che siano frutto di fantasia. Dove accadono, oggi, cose come quelle di cui gli apostoli affermano di essere stati testimoni? Non è più ragionevole pensare che abbiano ingigantito la realtà? E come possiamo allora prestar fede a ciò che dicono?
Il papa ci insegna in modo semplice la strada per ritrovare la capacità di ascoltare. Egli condensa per noi l’esperienza del suo rapporto con i vangeli offrendoci tre indicazioni umili e dirompenti. Anzitutto ci dice: «Io ho fiducia nei Vangeli». Gli evangelisti non ci vogliono ingannare. I loro racconti nascono dallo stupore per un fatto realmente accaduto, di cui sono stati testimoni.
Secondo: nei vangeli «io voglio trovare il Gesù reale», dichiara di conseguenza il papa. Essi parlano di un uomo vero, vissuto nella storia, che nello stesso tempo era vero Dio. Noi possiamo incontrarlo e possiamo giungere anche alla certezza della sua figura storica. La fede e il desiderio di seguire Cristo nella nostra vita non richiedono di abbandonare la strada della ragione che vuole conoscere la verità dei fatti. Anzi, ce la fanno amare di più. Il papa ci indica poi un ultimo passo. Per incontrare Gesù nelle pagine dei vangeli, dopo aver letto ciò che i testimoni hanno scritto, dobbiamo chiederci: «Riguarda me? E se mi riguarda, in che modo?»
Dai vangeli arriva fino a noi un invito esigente. La forza straordinaria di questo appello è la stessa che ha cambiato la vita di tanti santi. Ed è il segno più grande che all'origine dei testi di cui parliamo c’è Dio stesso, Colui che è sempre vivo e sempre presente. 
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martedì 19 febbraio 2013

Il coraggio della fede (Contributi 800)

Un articolo da La Bussola di Ettore Gotti Tedeschi 

200 anni fa, nel 1813 nasceva Federico Ozanam, beatificato da Giovanni Paolo II nel 1997, laico, ispiratore delle Conferenze della carità di san Vincenzo de’ Paoli, esempio straordinario di capacità e coraggio apologetico in un periodo ostile al cattolicesimo, cui ispirarsi nei tempi attuali. 
Egli seppe difendere e far trionfare le verità del cattolicesimo in ambienti scientifici, universitari e persino ecclesiastici. 
 Farò tre esempi (presi da: Beato Federico Ozanam – A.M.Sicari – Santi nella Carità. CLV-Jaca Book 2007). 
Primo A poco più di 18 anni, studente alla Sorbona, contesta un professore di scienze che ironizzava sui libri dell’Antico Testamento (Genesi) con argomenti talmente rigorosi da portare il docente a doversi scusare davanti ai 250 studenti e a impegnarsi a smettere di attaccare il cristianesimo. A tal fine apologetico, pronti a difendere ovunque la Rivelazione, Federico crea persino una task force di giovani studenti. 
Secondo Al suo esame di laurea in Storia e Letteratura, alla domanda quali fosse stato il maggior maestro di lingua francese , Federico cita san Francesco di Sales. E lo fa con argomenti talmente forti e presentati con tale eloquenza da riuscire a imbarazzare persino la Commissione che è costretta a complimentarsi nonostante l’indubbio pregiudizio...
Terzo Si impone, con il dovuto rispetto, persino all'Arcivescovo di Parigi al fine di promuovere conferenze di cultura religiosa per i giovani. Riuscendo a ottenere come sede persino la stessa Notre-Dame, e come predicatore quello da lui scelto. 

Questi tre esempi per confermare che si deve fare apologetica, che per farla è necessaria preparazione adeguata e coraggio per proporla nel modo più opportuno, persino alla Gerarchia Religiosa, spesso troppo “prudente”. Se non la si sa fare o non la si fa proprio, la cultura cristiana, la sua storia, la sua credibilità stessa, rischierà di essere sempre più ignorata e disprezzata. 

Nel III secolo dc, l’apologeta latino-cristiano Tertulliano sosteneva che la fede cristiana debba esser almeno adeguatamente conosciuta... prima di esser condannata. 
Ai tempi di oggi, quanto se non persino di più di quelli di Federico Ozanam, la nostra fede e la Chiesa sono considerate, con disprezzo, fonte e principio di decadenza, superstizione, origine di violenze e soprusi. 
Ora come allora, come Federico ci è esempio, la difesa della fede e della Chiesa va fatta con preparazione, studio, ricerca, scienza e conoscenza. 
Perciò San J.M. Escrivà de Balaguer diceva che “per un apostolo moderno un’ora di studio è un’ora di preghiera”. Perchè lo studio, quale mezzo per preparare l’apologetica, unitamente all'implorazione dello Spirito Santo, fa miracoli. Dobbiamo esser convinti che “La nostra fede cattolica risolve ogni ansietà, appaga l’intelligenza e colma il cuore di speranza” (Cammino,582). Come scriveva Federico: “quanto dovremmo amare la Chiesa che ha fatto tanto per conservarci, per prepararci, per rendere possibile tutto ciò che possediamo di sapere, di intelligenza, di libertà e di civiltà”. 
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domenica 17 febbraio 2013

Quali sono gli orientamenti per il voto (Contributi 799)

Il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna offre i criteri per le imminenti elezioni. La vita, il matrimonio e la famiglia, il lavoro, l’educazione. 

Tempi.it 

Cari fedeli, 
solo dopo lunga riflessione ho deciso di dirvi parole di orientamento per il prossimo appuntamento elettorale. Di parole ne avete sentite tante in queste settimane; di promesse ne sono state fatte molte. Io non ho nessuna promessa da farvi. Spero solo che le mie parole non siano confuse con altre, perché non nascono da preoccupazioni politiche. E’ come pastore della Chiesa che vi parlo. 
1. La vicenda culturale dell’Occidente è giunta al suo capolinea: una grande promessa largamente non mantenuta. I fondamenti sui quali è stata costruita vacillano, perché il paradigma antropologico secondo cui ha voluto coniugare i grandi vissuti umani [per esempio l’organizzazione del lavoro, il sistema educativo, il matrimonio e la famiglia …] è fallito, e ci ha portato dove oggi ci troviamo. Non è più questione di restaurare un edificio gravemente leso. E’ un nuovo edificio ciò di cui abbiamo bisogno. Non sarà mai perdonato ai cristiani di continuare a essere culturalmente irrilevanti. 
2. E’ necessario avere ben chiaro quali sono le linee architettoniche del nuovo edificio; e quindi anche quale profilo intendiamo dare alla nostra comunità nazionale. Ve lo indico, alla luce del grande Magistero di Benedetto XVI. ٭ La vita di ogni persona umana, dal concepimento alla sua morte naturale, è un bene intangibile di cui nessuno può disporre. Nessuna persona può essere considerata un peso di cui potersi disfare, oppure un oggetto – ottenuto mediante procedimenti tecnici [procreazione artificiale] – il cui possesso è un’esigenza della propria felicità. ٭ La dicotomia Stato–Individuo è falsa perché astratta. Non esiste l’individuo, ma la persona che fin dalla nascita si trova dentro relazioni che la definiscono. Esiste pertanto una società civile che deve essere riconosciuta. Lo Stato è un bene umano fondamentale, purché rispetti i suoi confini: troppo Stato e niente Stato sono ugualmente e gravemente dannosi. ٭ Nessuna civiltà, nessuna comunità nazionale fiorisce se non viene riconosciuto al matrimonio e alla famiglia la loro incomparabile dignità, necessità e funzione. Incomparabile significa che nel loro genere non hanno uguali. Equipararle a realtà che sono naturalmente diverse, non significa allargare i diritti, ma istituzionalizzare il falso. «Non parlare come conviene non costituisce solo una mancanza verso ciò che si deve dire, ma anche mettere in pericolo l’essenza stessa dell’uomo» [Platone]. ٭ Il sistema economico deve avere come priorità il lavoro: l’accesso al e il mantenimento del medesimo. Esso non può essere considerato una semplice variabile del sistema. Il mercato, bene umano fondamentale, deve configurarsi sempre più come cooperazione per il mutuo vantaggio e non semplicemente come competizione di individui privi di legami comunitari. ٭ Tutto quanto detto sopra è irrealizzabile senza libertà di educazione, che esige un vero pluralismo dell’offerta scolastica pubblica, statale e non statale, pluralismo che consenta alle famiglie una reale possibilità di scelta. 
3. Non possiamo astenerci dal prendere posizione su tali questioni anche mediante lo strumento democratico fondamentale del voto. La scelta sia guidata dai criteri sopraindicati, che sintetizzo: 
rispetto assoluto di ogni vita umana
costruzione di un rapporto giusto fra Stato, società civile, persona
salvaguardia dell’incomparabilità del matrimonio – famiglia e loro promozione; 
priorità del lavoro in un mercato non di competizione, ma di mutuo vantaggio; affermazione di una vera libertà di educazione. 
Se con giudizio maturo riteniamo che nessun programma politico rispetti tutti e singoli i suddetti beni umani, diamo la nostra preferenza a chi secondo coscienza riteniamo meno lontano da essi, considerati nel loro insieme e secondo la loro oggettiva gerarchia. 
4. Raccomando ai sacerdoti e ai diaconi permanenti di rimanere completamente fuori dal pubblico dibattito partitico, come richiesto dalla natura stessa del ministero sacro e da precise norme canoniche. 
5. Invochiamo infine con perseveranza e fede i santi patroni d’Italia Francesco e Caterina da Siena affinché, per loro intercessione, la nostra preghiera per il Paese trovi ascolto presso il Padre nostro che ‘ci libera dal male’. 
Bologna, 16 febbraio 2013 
+ Carlo Card. Caffarra Arcivescovo
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Domenica 1^ Quaresima 17-feb-2013 (Angelus 124)

Cari fratelli e sorelle! 
mercoledì scorso, con il tradizionale Rito delle Ceneri, siamo entrati nella Quaresima, tempo di conversione e di penitenza in preparazione alla Pasqua. La Chiesa, che è madre e maestra, chiama tutti i suoi membri a rinnovarsi nello spirito, a ri-orientarsi decisamente verso Dio, rinnegando l’orgoglio e l’egoismo per vivere nell'amore. In questo Anno della fede la Quaresima è un tempo favorevole per riscoprire la fede in Dio come criterio-base della nostra vita e della vita della Chiesa. Ciò comporta sempre una lotta, un combattimento spirituale, perché lo spirito del male naturalmente si oppone alla nostra santificazione e cerca di farci deviare dalla via di Dio. Per questo, nella prima domenica di Quaresima, viene proclamato ogni anno il Vangelo delle tentazioni di Gesù nel deserto. 
Gesù infatti, dopo aver ricevuto l’“investitura” come Messia – “Unto” di Spirito Santo – al battesimo nel Giordano, fu condotto dallo stesso Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. Al momento di iniziare il suo ministero pubblico, Gesù dovette smascherare e respingere le false immagini di Messia che il tentatore gli proponeva. Ma queste tentazioni sono anche false immagini dell’uomo, che in ogni tempo insidiano la coscienza, travestendosi da proposte convenienti ed efficaci, addirittura buone. Gli evangelisti Matteo e Luca presentano tre tentazioni di Gesù, diversificandosi in parte solo per l’ordine. Il loro nucleo centrale consiste sempre nello strumentalizzare Dio per i propri interessi, dando più importanza al successo o ai beni materiali. Il tentatore è subdolo: non spinge direttamente verso il male, ma verso un falso bene, facendo credere che le vere realtà sono il potere e ciò che soddisfa i bisogni primari. In questo modo, Dio diventa secondario, si riduce a un mezzo, in definitiva diventa irreale, non conta più, svanisce. In ultima analisi, nelle tentazioni è in gioco la fede, perché è in gioco Dio. Nei momenti decisivi della vita, ma, a ben vedere, in ogni momento, siamo di fronte a un bivio: vogliamo seguire l’io o Dio? L’interesse individuale oppure il vero Bene, ciò che realmente è bene? 
Come ci insegnano i Padri della Chiesa, le tentazioni fanno parte della “discesa” di Gesù nella nostra condizione umana, nell'abisso del peccato e delle sue conseguenze. Una “discesa” che Gesù ha percorso sino alla fine, sino alla morte di croce e agli inferi dell’estrema lontananza da Dio. In questo modo, Egli è la mano che Dio ha teso all'uomo, alla pecorella smarrita, per riportarla in salvo. Come insegna sant'Agostino, Gesù ha preso da noi le tentazioni, per donare a noi la sua vittoria (cfr Enarr. in Psalmos, 60,3: PL 36, 724). Non abbiamo dunque paura di affrontare anche noi il combattimento contro lo spirito del male: l’importante è che lo facciamo con Lui, con Cristo, il Vincitore. E per stare con Lui rivolgiamoci alla Madre, Maria: invochiamola con fiducia filiale nell'ora della prova, e lei ci farà sentire la potente presenza del suo Figlio divino, per respingere le tentazioni con la Parola di Cristo, e così rimettere Dio al centro della nostra vita.
[Video]
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giovedì 14 febbraio 2013

Necessaria una riforma morale della Chiesa (Contributi 798)


Vi propongo questo articolo di Luigi Negri da La Bussola:

Il Papa ci lascia una straordinaria eredità di umanità. Una umanità fatta innanzitutto dalla intensità della sua fede personale in Gesù Cristo, che poi è l’aspetto più imponente dell’annunzio che ha dato. La fedeltà al Signore Gesù Cristo, un’umile appassionata appartenenza alla Chiesa e il servizio ad essa in tutte le funzioni che ha avuto, fino a quest’ultima, certamente non attesa ma abbracciata con un senso profondo di obbedienza al mistero di Cristo. Una umanità che si rinnova quotidianamente nell’esperienza della fede e della compagnia ecclesiale, proprio come mi ha insegnato per 50 anni don Giussani. 

E’ un momento di umanità che è offerto a tutti gli uomini di buona volontà. Incontro quotidianamente decine di laici, qualificati o meno, che sono stati vivamente toccati dalla presenza e dal magistero di questo Papa. Toccati soprattutto per questa sua radicale proposizione della ragione: della ragione aperta al Mistero, della ragione che sente lontano ma incombente il Mistero, e che perciò non accetta più di essere una macchinetta che funziona organizzando oggetti di conoscenza e manipolandoli tecnologicamente quando è possibile manipolarli. Anche gli oggetti umani, perché la vita - così come il Papa quotidianamente ha accusato - è ridotta a oggetto biologico da sottoporre senza nessuna regola alle manipolazioni che si ritengono giuste per la terapia della malattia, ma soprattutto per le ricerche scientifiche, del presente e del futuro. Una ragione vibrante, la ragione che nasce dal cuore che esprime il cuore, e che cammina verso il senso ultimo della vita misteriosamente celato al di là della realtà, ma pur presente nella realtà.

Questa sua straordinaria testimonianza di fede e di umanità ha avuto nella formulazione della carità il suo punto più alto. La carità che è Dio, è Dio vivo, è il Dio vivente in Gesù Cristo, è il Dio vivente in tutti coloro che credono in Lui, e che perciò partecipano di questa assoluta novità di coscienza e di cuore, che è la coscienza e il cuore del Signore Gesù Cristo: «Noi abbiamo il sentimento di Cristo», diceva San Paolo. E la carità verso gli uomini - che ha dimostrato anche con l’amabilità del suo entrare a contatto con le centinaia di migliaia che l’hanno potuto accostare anche solo per pochi istanti -, la carità verso gli altri è un dilatare agli uomini quella profondità di vita nuova che è dentro il cuore del credente e che non può essere trattenuta dentro il cuore del credente. Per sua forza, per sua logica tende a debordare dalla vita della persona e a entrare nel mondo e a creare rapporti nuovi e definitivi sul ritmo della umanità e del rispetto e non sul ritmo della violenza e del possesso, che sembrano essere l’unica logica del mondo in cui viviamo.

Questa grande testimonianza ha avuto il punto terminale, inaspettato, sconvolgente nelle dimissioni che sono state in linea perfetta con questa volontà di dedizione alla Chiesa, con la consapevolezza umile e realistica di non riuscire più a vivere in modo adeguato, a onorare in modo adeguato, questo servizio pontificale per l’unità della Chiesa, per la sua verità, per la sua carità, per la comunione che deve animare la vita della Chiesa universale e delle Chiese particolari, che trova nel Papa il punto ultimo di riferimento: «Quella Chiesa che presiede a tutte le altre nella vita della carità», come dicevano gli apologeti e poi i primi padri della Chiesa.

Certo, il compito che attende il successore è un compito grande: certamente quello di evolvere, di maturare, di far passare ancora con maggiore decisione questa grande testimonianza di fede e di umanità nelle cellule vive della Chiesa cattolica. E l’Anno della Fede è l’ultima, bellissima, intuizione di papa Benedetto: questo ritorno alla presenza di Cristo, questa sequela di Lui, sequela formulata - come ebbe a formularla nel Sinodo dei vescovi - in conversione dell’intelligenza e del cuore. L’Anno della Fede sintetizza il suo cammino di Papa e lo sintetizza in modo operativo ed educativo, quindi va portata avanti questa ripresa radicale della fede come evento da incontrare e da vivere e non quindi ridotto in indicazioni, sentimenti, prospettive di carattere spiritualistico, individualistico e meno che mai a progetti di carattere sociologico, come indicava con grande chiarezza all’inizio della Deus Caritas Est. Certo, il Papa sa bene le fatiche della Chiesa - e qualcosa traspare, pur nel pudore totale della sua comunicazione -, sa bene le fatiche, quelle difficoltà spirituali che hanno gravato anzitutto e soprattutto sulle sue spalle, con un peso che certamente io credo lo abbia fatto faticare più di una volta. 

La Chiesa ha ora bisogno di un Papa che proceda in modo rigoroso e veloce – se così posso dire – a una riforma intellettuale e morale della Chiesa stessa, ma innanzitutto dell’episcopato e del clero. C’è bisogno di una forte coscienza della novità cristiana, che diventi cultura, criterio di giudizio, criterio di comportamento, capacità di interlocuzione con il mondo fuori della Chiesa, capacità di vicinanza e di denuncia nei confronti di questa cristianofobia che è stata più di una volta indicata da Benedetto XVI come il contesto che sta diventando normale nella vita delle Chiese in tutti i continenti.

C’è bisogno di una riforma intellettuale e morale: io mi sono permesso durante la visita ad limina (lo scorso 4 febbraio, ndr) di sottolineare l’importanza che si cali nell’ambito dei seminari, soprattutto quelli regionali, un insegnamento sul Magistero, che faccia imparare a leggere e a valorizzare il Magistero del papa; e un insegnamento di Dottrina sociale della Chiesa, che consenta ai sacerdoti di affrontare la realtà socio-politica di oggi con coordinate molto chiare: sono quelle sintetizzate dal Papa nei principi non negoziabili ma che arrivano come l’esito di un processo secolare che sarebbe meglio conoscere e comprendere.

La tenerezza che tanta realtà ecclesiale ha nei confronti del Papa e che oggi è segnata da un grande dolore, diventa umile e certa domanda a Cristo e alla Madonna, perché accompagni la Chiesa in questo passaggio difficile consegnandola a un Papa più giovane e perciò capace di rispondere a questa sfida sulla riforma intellettuale e morale. Spesso ripenso a quella straordinaria e profetica omelia che Giovanni Paolo I tenne all’inizio del pontificato, quando prese possesso della Basilica di San Giovanni in Laterano, quindi della sede di Roma. Dopo avere enucleato le gravi difficoltà in cui la Chiesa vive - viveva e vive - disse: «Dobbiamo tornare tutti all’antica disciplina della Chiesa». 

Questo è stato il tentativo inesausto di Benedetto XVI, contraddetto da tante difficoltà esterne e interne, ma questo credo che sia la strada che il successore dovrà necessariamente riaprire se vuole servire una Chiesa capace di missione e non chiusa a gestire spazi religiosi in una società secolarizzata.

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Aiutaci Madre in questa Quaresima.. (Interventi 159)

In questo tempo di Quaresima dobbiamo comprendere dal profondo del cuore quanto Gesù ci ama e cominciare a camminare al Suo fianco con grande amore. Dovremmo cercare di essere uniti a Lui nella Sua Passione. È questo il sacrificio che Egli si aspetta da noi. 
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«Spesso noi vediamo la Quaresima come un tempo in cui si fanno sacrifici e rinunce privandosi di caffè, alcool, cioccolata, sigarette, televisione o qualsiasi altra cosa cui siamo troppo attaccati. Ma noi dobbiamo rinunciare a queste cose per amore di Gesù e Maria, e dobbiamo stare attenti a non farlo per la nostra gloria personale. Spesso aspettiamo con ansia la fine di questi quaranta giorni solo per poter ricominciare a bere, a guardare la TV ecc... , ma questo non è il modo giusto di vivere la Quaresima! 
È certo che la Madonna ci chiede dei sacrifici, ma ce li chiede sempre, non soltanto durante la Quaresima. In Quaresima, dobbiamo offrire a Dio tutti i nostri desideri, le nostre croci, le nostre malattie e sofferenze, in modo da poter camminare con Gesù, camminare con Lui verso il Calvario. Dovremmo prendere a cuore di aiutarLo a portare la Croce, poiché Egli porta la Croce per tutti noi, e dovremmo chiederGli: “Signore, come posso aiutarTi? Cosa posso offrirTi?”. Non dico che Egli non sia capace di portare la Sua Croce, ma quando ci uniamo a Lui con tutto il cuore, allora diventa una cosa bellissima. Non mi rivolgo a Lui solo quando ne ho bisogno, ma cammino con Lui quando Egli ha più bisogno di me, quando soffre per noi. 
Molte volte, quando abbiamo una croce, potremmo offrirGliela, e invece ci mettiamo a pregare così: “Signore, Ti prego, togli questa croce dalle mie spalle, è pesante, non riesco a portarla. Perché l’hai data a me e non a qualcun altro?” No! Non è così che dobbiamo pregare! La Madonna ci dice che dovremmo dire piuttosto: “Signore, Ti ringrazio per questa croce, grazie per questo grande dono che mi fai!” 
“Pochissime persone capiscono il grande valore della croce e il grande valore del dono delle nostre croci quando le offriamo a Gesù. Possiamo imparare così tanto attraverso il dono di una croce! In questo tempo di Quaresima dobbiamo comprendere dal profondo del cuore quanto Gesù ci ama e cominciare a camminare al Suo fianco con grande amore. Dovremmo cercare di essere uniti a Lui nella Sua Passione. È questo il sacrificio che Egli si aspetta da noi. Camminiamo così e quando verrà il giorno di Pasqua con la Resurrezione, non vivremo la Resurrezione dal di fuori, ma risorgeremo insieme a Gesù, perché saremo diventati liberi interiormente, liberi da noi stessi e da tutte le nostre dipendenze. Non è una cosa meravigliosa? Saremo capaci di vivere il Suo amore e la Sua Resurrezione dentro di noi! 
Ogni croce ha la sua ragione d’essere. Dio non ci dà mai una croce senza un motivo, un significato, ed Egli sa quando ce la toglierà. Nel momento della sofferenza, ringraziamo Gesù per questo dono e diciamoGli anche: “Se hai ancora un altro dono da farmi, eccomi, sono pronto. Ora ti chiedo solo di donarmi la Tua forza per avere il coraggio di portare la mia croce e andare avanti con Te, Signore!” 
Ricordo cosa mi disse la Gospa riguardo alla sofferenza: “Se voi conosceste il grande valore della sofferenza!”. È veramente una cosa bellissima ! E poi, il resto dipende interamente da noi e dalla nostra apertura di cuore. Tutto dipende dal nostro “Si” a Gesù. Ci vuole tutta una vita per imparare questo ed andare avanti. Ogni mattina, quando ci svegliamo, possiamo cominciare la nostra giornata con Dio. La Madonna non ci chiede di pregare dalla mattina alla sera, ma di mettere la preghiera al primo posto, di mettere Dio al primo posto e poi svolgere i nostri lavori ed avanzare risolutamente in tutte le cose della nostra vita, visitando gli ammalati, ecc. 
Quando facciamo un’opera di carità senza pregare, questo non vale. Allo stesso modo, quando preghiamo e non agiamo con carità, non vale neanche. Queste due cose, preghiera e carità, vanno sempre insieme. E così, giorno per giorno, andiamo un passo avanti. » (Fine della testimonianza di Vicka). 

Sapendo quanto Vicka ha sofferto e con quale grazia lei svolge il suo ministero con i pellegrini che vanno a visitarla a Medjugorje, queste sue parole assumono un significato speciale. Vicka vive davvero il cammino della croce con Gesù giorno per giorno. E lei sa bene la gioia che esso porta con sé. Che ottimo consiglio ci ha dato Vicka per questa Quaresima! Le sue parole riflettono quelle di Suor Faustina: “Oh, se solo l’anima che soffre sapesse quanto Dio la ama, morirebbe di gioia e per l’eccesso di felicità! Un giorno conosceremo il valore della sofferenza, ma allora non potremo più soffrire. Il momento presente è il nostro!” (Diario, 963). Cara Madre, in questa Quaresima, noi vogliamo andare avanti aiutaci a dire il nostro SI a Gesù con amore! 
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mercoledì 13 febbraio 2013

L'eredità di Benedetto XVI è la fede (Contributi 797)

Vi propongo questa intervista a Vittorio Messori sulle dimissioni di Benedetto XVI:


«Benedetto XVI ha una grande devozione per Maria e una particolare predilezione per Lourdes, per la chiarezza cristallina di quella apparizione. Non può dunque essere un caso che abbia scelto l’11 febbraio come giorno per annunciare la sua rinuncia al papato». Vittorio Messori, lo scrittore italiano più tradotto nel mondo, a Lourdes e alle apparizioni della Madonna a Bernadette ha dedicato molti anni di studi approfonditi, che hanno trovato una prima sintesi in “Bernadette non ci ha ingannati”, un libro uscito di recente per la Mondadori. E conosce molto bene Joseph Ratzinger, papa Benedetto XVI, un’amicizia nata in occasione del libro-intervista all'allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. 

Le circostanze che hanno accompagnato l’uscita di quel libro, “Rapporto sulla Fede”, nel 1985, hanno certamente contribuito a saldare un rapporto: «Eravamo ancora in piena contestazione ecclesiale – ricorda Messori - e allora non era affatto facile nella Chiesa dirsi “Ratzingeriano”: su di lui girava una leggenda nera, era definito l’«oscuro» prefetto del Sant’Uffizio, il persecutore, il panzerkardinal e via dicendo. Io dovetti addirittura nascondermi, sparire per oltre un mese, mi ritirai in montagna perché i preti del dialogo, i preti ecumenici, quelli della tolleranza volevano farmi letteralmente la pelle: lettere anonime, telefonate notturne. La mia colpa era non solo avere dato voce al nazikardinal, ma addirittura avergli dato ragione». Così la frequentazione si fece assidua, «spesso ci capitava di andare in trattoria assieme», e tante volte hanno parlato di Lourdes con cui condividevano una curiosa circostanza: Messori e Ratzinger sono infatti entrambi nati il 16 aprile, il giorno del dies natalis di Bernadette.

Dunque, Messori, la scelta dell’11 febbraio non è affatto casuale. 
Direi proprio di no. Il perché abbia scelto questa data è la prima domanda che mi sono posto, e mi è sembrato si sia rifatto al suo «amato e venerato predecessore», come ha sempre chiamato Giovanni Paolo II: l’11 febbraio dai tempi di Leone XIII è entrato nel calendario universale della Chiesa come festa della Nostra Signora di Lourdes, e dato il legame che questo santuario ha con il male fisico, Giovanni Paolo II l’ha dichiarata Giornata mondiale del malato. Benedetto XVI intendeva parlare dunque della sua malattia.

Malattia? Il portavoce vaticano padre Lombardi ha escluso che motivo della rinuncia sia una malattia.
“Senectus ipsa est morbus”, dicevano i latini: la vecchiaia stessa è una malattia. A 86 anni, anche se formalmente non sei malato, c’è un’infermità legata all’età. Il papa si sente malato perché molto anziano, allora io credo che lui abbia scelto proprio quel giorno per riconoscersi malato tra i malati. E anche per fare un omaggio e una sorta di invocazione alla Madonna: non soltanto la Madonna di Lourdes ma la Madonna in quanto tale. 

Il Papa ha parlato diverse volte anche di Fatima, ma con Lourdes forse sente un rapporto particolare.
Di Lourdes abbiamo parlato spesso in 25 anni, e sicuramente ha approfittato dell’occasione dei 150 anni delle apparizioni per recarsi lì in visita (settembre 2008, n.d.r.). Per dare un’idea di cosa suscitasse in lui Lourdes, basti pensare che in quel giorno e mezzo che è stato lì erano previsti 3 suoi grandi discorsi. Ebbene, in realtà il Papa ha parlato ben 15 volte, quasi sempre a braccio e molto spesso si è commosso. E sempre richiamando una grande devozione a Maria, e alla figura di Bernadette. A parlare di Fatima in qualche modo vi è stato trascinato da circostanze quali l’attentato al Papa, però ho l’impressione che istintivamente la sua preferenza vada alla chiarezza cristallina di Lourdes piuttosto che al nodo molto complesso che è Fatima. Considera Fatima fin troppo complessa, ama la chiarezza cristallina di Lourdes: lì non ci sono segreti, tutto è chiaro.

Molti commentatori hanno interpretato la rinuncia di Ratzinger come una sorta di resa davanti alle difficoltà
Ci sono delle apparenti rese che in realtà sono un segno di forza, di umiltà. La libertà cattolica è molto più grande di quanto non si pensi. Ci sono temperamenti diversi, storie diverse, carismi diversi e vanno tutti quanti rispettati perché fanno parte della sacrosanta libertà del credente. In Giovanni Paolo II prevaleva il lato mistico, era un mistico orientale. Mentre in Ratzinger prevale la razionalità dell’occidentale, dell’uomo moderno. Per cui ci sono due possibili scelte: quella mistica, quella di papa Wojtyla, che tiene duro e resiste fino alla fine; oppure la scelta della ragione, come Ratzinger: riconoscere che non si hanno più le energie fisiche e che la Chiesa ha invece bisogno di una guida con grandi energie. Per cui per il bene della Chiesa è meglio che lasci. Entrambe le scelte sono evangeliche.

Papa Ratzinger ha sempre colpito per la sua grande umiltà.
E infatti la scelta di Ratzinger è segnata da una grande umiltà, una virtù che in lui è sempre stata evidente. Mi ricordo ancora un episodio di quel lontano 1985 che mi aveva particolarmente impressionato: dopo 3 giorni interi di colloquio in vista di “Rapporto sulla Fede”, prima di congedarci io gli dissi: “Eminenza, con tutto quello che lei mi ha raccontato della situazione nella Chiesa (ripeto, erano anni ancora di contestazione) mi permetta una domanda: ma lei la notte riesce a dormire bene?” Lui, con quella faccia da eterno ragazzo, e con gli occhi sgranati mi risponde: “Io dormo benissimo, perché sono consapevole che la Chiesa non è nostra, è di Cristo, noi siamo solo servi inutili: io alla sera faccio l’esame di coscienza, se constato che durante la giornata ho fatto con buona volontà tutto quello che potevo, io dormo tranquillo”. Ecco, Ratzinger ha assolutamente chiaro che noi non siamo chiamati a salvare la Chiesa, ma a servirla, e se non ce la fai più la servi in un altro modo, ti metti in ginocchio e preghi.  La salvezza è una questione di Cristo.
Allora queste dimissioni mi sono sembrate in questa linea, nel senso di non prendersi troppo sul serio. Fai fino in fondo il tuo dovere e quando ti rendi conto che non riesci più, che le forze non ti assistono più, allora ti ricordi che la Chiesa non è tua e passi la mano e vai a fare il lavoro per la Chiesa che nella prospettiva di fede è il maggiore, il più prezioso: il lavoro del pregare e il lavoro dell’offrire a Cristo la tua sofferenza. La vedo come un atto di grande umiltà, di consapevolezza che tocca a Cristo salvare la Chiesa, non siamo noi poveri uomini a salvarla, anche se sei Papa. 

Sabato scorso parlando ai seminaristi del Seminario romano ha detto che anche quando pensi che la Chiesa stia per finire, in realtà si rinnova sempre. Quale rinnovamento ha portato il pontificato di Benedetto XVI?
Si dimentica spesso che lui all’inizio del pontificato disse: il mio programma è di non avere programmi. Nel senso di rimettersi agli eventi che la Provvidenza gli metteva davanti. Il grande disegno strategico, in fondo, consisteva in questo, semplicemente confermare le pecorelle nella fede.   
In questo ho sempre sentito una grande sintonia con lui, è sempre stato un Papa convinto della necessità di rilanciare l’apologetica, di ritrovare le ragioni della fede. Anche lui era convinto, come me, che tanti cosiddetti gravi problemi della Chiesa in realtà sono secondari: i problemi dell’istituzione, i problemi ecclesiali, l’amministrazione, gli stessi problemi morali e liturgici, sono certo molto importanti; ma attorno ad essi c’è una rissa clericale che però – lo ha detto lui stesso nel documento di indizione dell’Anno della Fede - dà per scontata la fede, cosa che in effetti non è. Cosa ci mettiamo a fare rissa tra di noi su come organizzare meglio i dicasteri vaticani, e anche sui principi non negoziabili, che cosa ci mettiamo a fare risse e magari organizzare difese se non crediamo più che il Vangelo è vero? Se non crediamo più nella divinità di Gesù Cristo tutto il resto diventa un parlare a vuoto. E infatti non a caso, l’ultimo suo grande atto è stato indire l’Anno della Fede: ma della fede intesa nel senso apologetico, cercare di dimostrare che il cristiano non è un cretino, tentare di dimostrare che noi non crediamo nelle favole, cercare di dimostrare quali sono le ragioni per credere. Le sue grandi linee strategiche sono consistite solo in questo: riconfermare le ragioni per scommettere sulla verità del Vangelo. Tutto il resto va affrontato giorno per giorno. E questo l’ha fatto, l’ha fatto al meglio. 

Allora è giusto dire che l’Anno della Fede è la sua vera eredità. 
Sì, l’Anno della Fede è la sua eredità, questa è l’eredità che dobbiamo prendere sul serio. Nella Chiesa, nella prospettiva del futuro, l’apologetica deve avere un ruolo centrale, perché se non è vera la base tutto il resto è assurdo. Benedetto XVI ci lascia la consapevolezza che dobbiamo riscoprire le ragioni per credere.

Se parliamo di eredità pensiamo subito a chi potrà raccoglierla. Non per unirci al totopapa che impazza ovunque, ma certo nasce la domanda su chi condivide questa priorità.
Non dobbiamo rubare allo Spirito Santo il suo mestiere. Le previsioni dei cosiddetti esperti, quando si tratta di Conclave, sono fatte per essere smentite. Di solito non ci azzeccano mai. L’impressione è che lo Spirito Santo si diverta a prenderci in giro: i grandi tromboni, i grandi esperti, i grandi vaticanisti danno per sicuro questo o quello e poi è eletto un altro. Ricordo il 1978, lavoravo alla Stampa, ero in redazione quando hanno eletto papa Luciani: all’annuncio grande panico, perché  i grandi vaticanisti che avevamo ci avevano detto di tenere pronte certe biografie, perché il Papa sarebbe certamente uscito da quel mazzo di papabili, e invece niente: quando è stato eletto Luciani ci siamo accorti che l’archivio della Stampa non aveva neanche una sua foto. La stessa storia si è ripetuta due mesi dopo con Wojtyla: tutti avevano previsto quello e quell’altro, e invece all’annuncio ancora panico: di lui non sapevamo neanche come si scriveva. 

Pensando a questi anni di pontificato, certo lascia pensare il fatto che non sia stato “fortunato” nella scelta dei collaboratori, che lo hanno messo spesso in grandi difficoltà. 
Ratzinger per un quarto di secolo è stato prefetto alla Congregazione per la Dottrina della Fede, però ha sempre vissuto appartato, ho sempre avuto l’impressione che fosse un po’ isolato rispetto alla Curia. Lui aveva un legame fortissimo con Wojtyla, funzionava in tandem con lui: non c’è alcuna decisione teologica che Wojtyla abbia preso in cui non abbia prima sentito il parere di Ratzinger. Ma ho sempre avuto l’impressione che fosse, anche per sua scelta, estraneo alla Curia, ai suoi giri, ai suoi giochi, ai suoi schieramenti. E credo che una volta eletto Papa con sua sorpresa in fondo non avesse sufficiente conoscenza dei meccanismi, delle persone. Poi alcune scelte erano in qualche modo obbligate, ma sicuramente non era abbastanza al corrente  di come stessero le cose.

Si dice che la Curia non l’abbia mai amato.
Certamente la Curia non l’ha mai amato. Wojtyla aveva scelto di fare un pontificato itinerante e in questo modo ha lasciato che la Curia andasse avanti da sola; così la Curia ha preso il sopravvento, per cui tutto sommato quei vecchi volponi dei dicasteri con Wojtyla si trovavano bene, il papa era distante, non si occupava degli affari quotidiani. Ratzinger invece ha viaggiato poco, voleva sapere, voleva mettere il naso; siccome sapeva poco della Curia, ha cominciato a  informarsi e ha cominciato a fare, pur con la sua delicatezza, spostamenti, arretramenti, avanzamenti. E questo non è stato gradito, per cui anche da Papa ha continuato a essere piuttosto isolato.

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