Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

domenica 28 aprile 2013

Domenica 5^ di Pasqua, 28-apr-2013 (Angelus 132)

Prima di concludere questa celebrazione, vorrei affidare alla Madonna i cresimati e tutti voi. La Vergine Maria ci insegna che cosa significa vivere nello Spirito Santo e che cosa significa accogliere la novità di Dio nella nostra vita. Lei ha concepito Gesù per opera dello Spirito, e ogni cristiano, ognuno di noi, è chiamato ad accogliere la Parola di Dio, ad accogliere Gesù dentro di sé e poi portarlo a tutti. Maria ha invocato lo Spirito con gli Apostoli nel cenacolo: anche noi, ogni volta che ci riuniamo in preghiera, siamo sostenuti dalla presenza spirituale della Madre di Gesù, per ricevere il dono dello Spirito e avere la forza di testimoniare Gesù risorto. Questo lo dico in modo particolare a voi, che oggi avete ricevuto la Cresima: Maria vi aiuti ad essere attenti a quello che il Signore vi chiede, e a vivere e camminare sempre secondo lo Spirito Santo! 
Vorrei estendere il mio saluto affettuoso a tutti i pellegrini presenti, venuti da tanti Paesi. Saluto in particolare i ragazzi che si preparano alla Cresima, il folto gruppo guidato dalle Suore della Carità, i fedeli di alcune parrocchie polacche e quelli di Bisignano, come pure la Katholische akademische Verbindung Capitolina. 
In questo momento, un momento speciale, desidero elevare una preghiera per le numerose vittime causate dal tragico crollo di una fabbrica in Bangladesh. Esprimo la mia solidarietà e profonda vicinanza alle famiglie che piangono i loro cari e rivolgo dal profondo del cuore un forte appello affinché sia sempre tutelata la dignità e la sicurezza del lavoratore. 
Ora, nella luce pasquale, frutto dello Spirito, ci rivolgiamo insieme alla Madre del Signore.
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venerdì 26 aprile 2013

La vita è un preparare gli occhi per vedere Gesù (Contributi 836)

Un articolo da Tempi: 


Papa Francesco, durante l’omelia della Messa nella Domus Sanctae Marthae, ha commentato il Vangelo del giorno in cui Gesù dice ai discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore»
«Queste parole di Gesù – ha spiegato il pontefice - sono proprio parole bellissime. In un momento di congedo, Gesù parla ai suoi discepoli, ma proprio dal cuore. Lui sa che i suoi discepoli sono tristi, perché se ne accorgono che la cosa non va bene. Lui dice: “Ma non sia turbato il vostro cuore”. E comincia a parlare così, come un amico, anche con l’atteggiamento di un pastore. Io dico: la musica di queste parole di Gesù è l’atteggiamento del pastore, come il pastore fa con le sue pecorelle, no? “Ma non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio, anche in me”. E comincia a parlare di che? Del cielo, della patria definitiva. “Abbiate fede anche in me”: io rimango fedele, è come se dicesse quello, no? Con la figura dell’ingegnere, dell’architetto dice loro quello che andrà a fare: “Vado a prepararvi un posto, nella casa del Padre mio vi sono molte dimore”. E Gesù va a prepararci un posto». 

GESU’ E LA CATARATTA. Com'è quel posto? Cosa significa “preparare il posto”? Con un filo di ironia, papa Francesco si è chiesto: significa forse «affittare una stanza lassù?». Poi ha spiegato: «Preparare il posto è preparare la nostra possibilità di godere, la possibilità – la nostra possibilità – di vedere, di sentire, di capire la bellezza di quello che ci aspetta, di quella patria verso la quale noi camminiamo». «Tutta la vita cristiana è un lavoro di Gesù, dello Spirito Santo per prepararci un posto, prepararci gli occhi per poter vedere… “Ma, Padre, io vedo bene! Non ho bisogno degli occhiali!”: ma quella è un’altra visione…. Pensiamo a quelli che sono malati di cataratta e devono farsi operare la cataratta: loro vedono, ma dopo l’intervento cosa dicono? “Mai ho pensato che si potesse vedere così, senza occhiali, tanto bene!”. Gli occhi nostri, gli occhi della nostra anima hanno bisogno, hanno necessità di essere preparati per guardare quel volto meraviglioso di Gesù. Preparare l’udito per poter sentire le cose belle, le parole belle. E principalmente preparare il cuore: preparare il cuore per amare, amare di più». 

IO NON TI TRUFFO. Il cammino della vita, ha detto papa Francesco è costellato di «prove, tribolazioni, consolazioni». È un cammino «di preparazione. Alcune volte il Signore deve farlo in fretta, come ha fatto con il buon ladrone: aveva soltanto pochi minuti per prepararlo e l’ha fatto. Ma la normalità della vita è andare così, no?: lasciarsi preparare il cuore, gli occhi, l’udito per arrivare a questa patria. Perché quella è la nostra patria. “Ma, Padre, io sono andato da un filosofo e mi ha detto che tutti questi pensieri sono una alienazione, che noi siamo alienati, che la vita è questa, il concreto, e di là non si sa cosa sia…”. Alcuni la pensano così… ma Gesù ci dice che non è così e ci dice: “Abbiate fede anche in me”. Questo che io ti dico è la verità: io non ti truffo, io non ti inganno». 

NON E’ ALIENAZIONE. «Prepararsi al cielo – ha detto ancora il Papa – è incominciare a salutarlo da lontano. Questa non è alienazione: questa è la verità, questo è lasciare che Gesù prepari il nostro cuore, i nostri occhi per quella bellezza tanto grande. È il cammino della bellezza» e «il cammino del ritorno alla patria». Infine il Papa ha pregato perché il Signore ci dia «questa speranza forte», il coraggio e anche l’umiltà di lasciare che il Signore prepari la dimora, «la dimora definitiva, nel nostro cuore, nei nostri occhi e nel nostro udito. Così sia».
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giovedì 25 aprile 2013

Guardare il Giudizio finale per cambiare la vita (Contributi 835)

Il commento di Massimo Introvigne all'udienza papale di ieri, 24 aprile da La Bussola: 


Proseguendo nelle catechesi per l'Anno della fede, iniziate da Benedetto XVI e da lui proseguite, Papa Francesco ha proposto nell'udienza generale del 24 aprile 2013 una meditazione sull'affermazione del Credo dove professiamo che Gesù «di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti». La storia, ha spiegato il Papa, «ha inizio con la creazione dell’uomo e della donna a immagine e somiglianza di Dio e si chiude con il giudizio finale di Cristo. Spesso si dimenticano questi due poli della storia, e soprattutto la fede nel ritorno di Cristo e nel giudizio finale a volte non è così chiara e salda nel cuore dei cristiani». Gesù, invece, nella sua predicazione ha costantemente insistito sulle realtà ultime. Il Pontefice ha presentato tre testi del Vangelo di Matteo, tutti parte di uno stesso discorso escatologico di Gesù: quello delle dieci vergini, quello dei talenti e quello del giudizio finale. 
Con l'Ascensione, della cui realtà di evento storico Papa Francesco aveva parlato nella precedenti catechesi del mercoledì, inizia quel « “tempo immediato” tra la prima venuta di Cristo e l’ultima, che è proprio il tempo che stiamo vivendo». In questo contesto del «tempo immediato» s'inserisce anche la parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13). Come sappiamo, è la storia di dieci ragazze che aspettano l’arrivo del loro sposo, che però tarda, così che si addormentano. Finalmente lo sposo arriva ma solo cinque vergini sagge hanno conservato l'olio per le loro lampade. Le cinque vergini stolte, rimaste senza olio e con le lampade spente, saranno rigettate dallo sposo. 
La parabola non ci invita solo a essere vigilanti. Ha un preciso significato escatologico. «Lo Sposo è il Signore, e il tempo di attesa del suo arrivo è il tempo che Egli ci dona, a tutti noi, con misericordia e pazienza, prima della sua venuta finale; è un tempo di vigilanza; tempo in cui dobbiamo tenere accese le lampade della fede, della speranza e della carità, in cui tenere aperto il cuore al bene, alla bellezza e alla verità; tempo da vivere secondo Dio, poiché non conosciamo né il giorno, né l’ora del ritorno di Cristo»
Non dobbiamo interrogarci ansiosamente sulle date della fine di questo mondo, come molti fanno anche oggi. «Quello che ci è chiesto è di essere preparati all'incontro - preparati ad un incontro, ad un bell'incontro, l’incontro con Gesù -, che significa saper vedere i segni della sua presenza, tenere viva la nostra fede, con la preghiera, con i Sacramenti, essere vigilanti per non addormentarci, per non dimenticarci di Dio». E questo ha un riflesso anche sulla nostra vita e sulla nostra gioia quotidiana. «La vita dei cristiani addormentati è una vita triste, non è una vita felice. Il cristiano dev'essere felice, la gioia di Gesù. Non addormentarci!»
La seconda parabola che il Pontefice ha commentato è quella dei talenti, che - ha detto - «ci fa riflettere sul rapporto tra come impieghiamo i doni ricevuti da Dio e il suo ritorno, in cui ci chiederà come li abbiamo utilizzati (cfr Mt 25,14-30)». Anche questa parabola è molto nota: un padrone consegna a ciascuno dei suoi servi delle monete, chiamate talenti, chiedendo di farle fruttare mentre è assente . Al primo servo consegna cinque talenti, al secondo due e al terzo uno. I primi due servi fanno fruttare i loro talenti, mentre il terzo per non rischiare preferisce sotterrare la propria moneta e riconsegnarla poi al padrone. Quando torna, il padrone loda i primi due servi, mentre il terzo viene cacciato fuori nelle tenebre, «perché - spiega il Pontefice - ha tenuto nascosto per paura il talento, chiudendosi in se stesso. Un cristiano che si chiude in se stesso, che nasconde tutto quello che il Signore gli ha dato è un cristiano… non è cristiano! E’ un cristiano che non ringrazia Dio per tutto quello che gli ha donato!»
Nella sua dimensione specificamente escatologica, la parabola insegna «che l’attesa del ritorno del Signore è il tempo dell’azione - noi siamo nel tempo dell’azione -, il tempo in cui mettere a frutto i doni di Dio non per noi stessi, ma per Lui, per la Chiesa, per gli altri, il tempo in cui cercare sempre di far crescere il bene nel mondo». La parabola è anche attuale per un periodo di crisi, non solo economica. «E in particolare in questo tempo di crisi, oggi, è importante non chiudersi in se stessi, sotterrando il proprio talento, le proprie ricchezze spirituali, intellettuali, materiali, tutto quello che il Signore ci ha dato, ma aprirsi». Ai giovani, in particolare, Papa Francesco chiede: «Non sotterrate i talenti! Scommettete su ideali grandi, quegli ideali che allargano il cuore, quegli ideali di servizio che renderanno fecondi i vostri talenti. La vita non ci è data perché la conserviamo gelosamente per noi stessi, ma ci è data perché la doniamo. Cari giovani, abbiate un animo grande! Non abbiate paura di sognare cose grandi!»
Infine, nello stesso discorso dopo le parabola è descritta la seconda venuta del Signore, quando Egli giudicherà tutti gli esseri umani, vivi e morti (cfr Mt 25,31-46). Matteo ci presenta un pastore che separa le pecore dalle capre. Alla destra vanno le pecore, coloro che si sono presi cura degli altri, a sinistra le capre, quelli che si sono preoccupati solo di se stessi. «Questo ci dice che noi saremo giudicati da Dio sulla carità, su come lo avremo amato nei nostri fratelli, specialmente i più deboli e bisognosi». Certo, «dobbiamo sempre tenere ben presente che noi siamo giustificati, siamo salvati per grazia, per un atto di amore gratuito di Dio che sempre ci precede; da soli non possiamo fare nulla. La fede è anzitutto un dono che noi abbiamo ricevuto. Ma per portare frutti, la grazia di Dio richiede sempre la nostra apertura a Lui, la nostra risposta libera e concreta. Cristo viene a portarci la misericordia di Dio che salva. A noi è chiesto di affidarci a Lui, di corrispondere al dono del suo amore con una vita buona, fatta di azioni animate dalla fede e dall'amore»
«Guardare al giudizio finale» non deve né «fare paura» né suscitare vane curiosità. Deve cambiarci la vita,, farci «vivere meglio il presente». «Dio ci offre con misericordia e pazienza questo tempo affinché impariamo ogni giorno a riconoscerlo nei poveri e nei piccoli, ci adoperiamo per il bene e siamo vigilanti nella preghiera e nell'amore». Così, alla fine della nostra vita, ci riconoscerà come «servi buoni e fedeli». **************************

mercoledì 24 aprile 2013

Il Percorso della Fiducia (Interventi 165)

E' un gioco ma anche una dinamica di gruppo - il Percorso della Fiducia. Si creano delle coppie, uno dei due viene bendato e il compagno lo conduce dove gli pare e come gli pare per cinque minuti. Poi si scambiano i ruoli e chi prima guidava ora si lascia guidare ciecamente. Se si vuole fare una bella dinamica di gruppo l'ideale è filmare ogni singola coppia - e poi mostrare loro la meta che ciascuno ha scelto per l'altro e come hanno interagito. Qualcuno guida il compagno prendendolo per il braccio, qualcuno mettendogli una mano sulla spalla, qualcun altro dirigendolo con la propria voce. C'è chi guida l'altro con molta attenzione e precisione - dicendogli esattamente dove mettere i piedi... dove c'è un gradino... un ostacolo. Ma c'è anche chi non resiste alla tentazione di avvantaggiarsi della situazione e fare uno scherzo al compagno. Mi ricordo di uno che lo ha guidato dentro a una piccola vasca dei pesci fonda poco più di un gradino. Dovreste sentire poi la condivisione che le coppie fanno su come si sono sentiti quando si sono lasciati ciecamente guidare... e cosa provavano a riguardo di chi li guidava! 
Quelli a cui è capitata una "buona guida" spesso dicono che chi li conduceva ha fatto in modo che evitassero gli ostacoli, non inciampassero in nulla e non si facessero del male. Allora per me è il momento buono per dire la ragione della dinamica - ossia l'invito di Gesù Cristo espresso in quell'unica parola - «Seguimi». Perché Lui ti sta chiedendo che ti lasci guidare per un Percorso della Fiducia che dura per tutto il resto della tua vita. 
In Isaia 48,17 Dio ti ha fatto una promessa. «Dice il Signore tuo redentore, il Santo di Israele: "Io sono il Signore tuo Dio | che ti insegno per il tuo bene, che ti guido per la strada su cui devi andare"». Questa è davvero una grande promessa, degna di essere imparata a memoria! La verità è che noi non sappiamo cos'è davvero il meglio per noi - abbiamo assolutamente bisogno della guida di un Padre che vede l'insieme della fotografia, e non solo un dettaglio. Quasi certamente sappiamo dove ci piacerebbe andare, ma non è detto che sia la strada su cui dovremmo andare. Abbiamo bisogno come guida di Uno che ci ama. 
E la cosa più bella nel lasciarsi guidare da Gesù è che Lui non ti guiderà mai su strade dove tu ti possa fare del male. Le sue vie, c'è scritto in Romani 12,2 sono «buone, a lui gradite e perfette». Il problema è che forse in questo periodo stai seguendo la guida di qualcun altro - e anche lui è bendato! O magari pensi che la miglior via da seguire è fare quello che hai in mente - ma anche tu sei bendato! L'Unico che può vedere quello che ti sta di fronte è Gesù. 
Una delle cose che emerge spesso nella condivisione del Percorso della Fiducia è che quando ci si affida a un altro ci si sente come se si fosse perso il controllo della propria vita. Magari è proprio questa perdita di controllo che ti impedisce di fare esperienza di dove Gesù vuole guidarti. Ti rifiuti di lasciare il volante, anche se chi te lo chiede è Dio. Con il risultato che continui a sbattere su persone e situazioni e ti complichi la vita da solo. E, per dirsela tutta, quando mai nella nostra vita abbiamo le situazioni sotto controllo? La maggior parte delle cose della nostra vita sono al di là del nostro controllo! Quello che cerchiamo di proteggere di fatto non è altro che l'illusione di avere la situazione sotto controllo. 
Forse stai combattendo Dio per non andare su luoghi dove invece Lui sta cercando di portarti. Ma è una battaglia che non puoi vincere. E' come se tu volessi progettare inutili cicatrici e persino anni sciupati. E' ora che tu prenda la Sua mano e lasci che sia Lui a guidarti nei migliori posti possibili per te. Devi abbandonarti a Lui - Lui di solito ti lascia conoscere al massimo il prossimo passo, non l'intera strada. Ma è tutto quello che ti basta sapere. E non c'è proprio nulla da temere in questo Percorso della Fiducia con Gesù. Chiunque ti ama così tanto da dare la vita per te non potrà mai farti del male! 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto 
don Luciano
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lunedì 22 aprile 2013

La porta è Cristo (Interventi 164)

Commento da FB:

Gesù è la PORTA per ognuno di noi. 
Perché ciascuno che si affida a Lui possa entrare e uscire dalle situazioni della vita sempre con la certezza di avere Lui come guida e come misura del proprio cammino. 
Questa PORTA che è Gesù è il luogo dell'accesso della verità e da cui sgorga ogni verità. Passare attraverso questa porta fa riconoscere Gesù e ci permette di riconoscerci in Lui, e quindi avere la vita. 
Passare attraverso un altra accesso che non sia Lui è per noi occasione di dispersione e di non verità: il ladro e il brigante diventano l'immagine di chi non rappresenta e non si orienta alla verità del Cristo. 
Questa PORTA qualifica sia Gesù che chi aderisce a Lui. 
E' la porta del Regno, alla quale si accede attraverso di Lui, con la sua mediazione, il suo aiuto, e non attraverso altri o altro che non sia Lui. 
Da questa porta assume fisionomia la comunità attorno al Pastore, con la fiducia e la conoscenza dell'ascolto che l'immagine delle pecore richiama a noi oggi. 
APRIRE L'UMANITA' ALL'INCONTRO CON CRISTO: ECCO LA PORTA. 
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domenica 21 aprile 2013

Domenica 4^ di Pasqua, 21-apr-2013 (Angelus 131)

Cari fratelli e sorelle, Buongiorno! 
La Quarta Domenica del Tempo di Pasqua è caratterizzata dal Vangelo del Buon Pastore che si legge ogni anno. Il brano di oggi riporta queste parole di Gesù: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola» (10,27-30). In questi quattro versetti c’è tutto il messaggio di Gesù, c’è il nucleo centrale del suo Vangelo: Lui ci chiama a partecipare alla sua relazione con il Padre, e questa è la vita eterna. 
Gesù vuole stabilire con i suoi amici una relazione che sia il riflesso di quella che Lui stesso ha con il Padre: una relazione di reciproca appartenenza nella fiducia piena, nell'intima comunione. Per esprimere questa intesa profonda, questo rapporto di amicizia Gesù usa l’immagine del pastore con le sue pecore: lui le chiama ed esse riconoscono la sua voce, rispondono al suo richiamo e lo seguono. E’ bellissima questa parabola! Il mistero della voce è suggestivo: pensiamo che fin dal grembo di nostra madre impariamo a riconoscere la sua voce e quella del papà; dal tono di una voce percepiamo l’amore o il disprezzo, l’affetto o la freddezza. La voce di Gesù è unica! Se impariamo a distinguerla, Egli ci guida sulla via della vita, una via che oltrepassa anche l’abisso della morte. 
Ma Gesù a un certo punto disse, riferendosi alle sue pecore: «Il Padre mio, che me le ha date…» (Gv 10,29). Questo è molto importante, è un mistero profondo, non facile da comprendere: se io mi sento attratto da Gesù, se la sua voce riscalda il mio cuore, è grazie a Dio Padre, che ha messo dentro di me il desiderio dell’amore, della verità, della vita, della bellezza… e Gesù è tutto questo in pienezza! Questo ci aiuta a comprendere il mistero della vocazione, specialmente delle chiamate ad una speciale consacrazione. A volte Gesù ci chiama, ci invita a seguirlo, ma forse succede che non ci rendiamo conto che è Lui, proprio come è capitato al giovane Samuele. Ci sono molti giovani oggi, qui in Piazza. Siete tanti voi, no? Si vede… Ecco! Siete tanti giovani oggi qui in Piazza. Vorrei chiedervi: qualche volta avete sentito la voce del Signore che attraverso un desiderio, un’inquietudine, vi invitava a seguirlo più da vicino? L’avete sentito? Non sento? Ecco… Avete avuto voglia di essere apostoli di Gesù? La giovinezza bisogna metterla in gioco per i grandi ideali. Pensate questo voi? Siete d’accordo? Domanda a Gesù che cosa vuole da te e sii coraggioso! Sii coraggiosa! Domandaglielo! Dietro e prima di ogni vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata, c’è sempre la preghiera forte e intensa di qualcuno: di una nonna, di un nonno, di una madre, di un padre, di una comunità… Ecco perché Gesù ha detto: «Pregate il signore della messe – cioè Dio Padre – perché mandi operai nella sua messe!» (Mt 9,38). Le vocazioni nascono nella preghiera e dalla preghiera; e solo nella preghiera possono perseverare e portare frutto. Mi piace sottolinearlo oggi, che è la “Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni”. Preghiamo in particolare per i nuovi Sacerdoti della Diocesi di Roma che ho avuto la gioia di ordinare stamani. E invochiamo l’intercessione di Maria. Oggi c’erano 10 giovani che hanno detto “sì” a Gesù e sono stati ordinati preti stamane… E’ bello questo! Invochiamo l’intercessione di Maria che è la Donna del “sì”. Maria ha detto “sì”, tutta la vita! Lei ha imparato a riconoscere la voce di Gesù fin da quando lo portava in grembo. Maria, nostra Madre, ci aiuti a conoscere sempre meglio la voce di Gesù e a seguirla, per camminare nella via della vita! Grazie. 
Grazie tante per il saluto, ma salutate anche Gesù. Gridate “Gesù”, forte… Preghiamo tutti insieme alla Madonna. 

Dopo il Regina Coeli 
Seguo con attenzione gli avvenimenti che stanno succedendo in Venezuela. Li accompagno con viva preoccupazione, con intensa preghiera e con la speranza che si cerchino e si trovino vie giuste e pacifiche per superare il momento di grave difficoltà che il Paese sta attraversando. Invito il caro popolo venezuelano, in modo particolare i responsabili istituzionali e politici, a rigettare con fermezza qualsiasi tipo di violenza e a stabilire un dialogo basato sulla verità, nel mutuo riconoscimento, nella ricerca del bene comune e nell'amore per la Nazione. Chiedo ai credenti di pregare e di lavorare per la riconciliazione e la pace. Uniamoci in una preghiera piena di speranza per il Venezuela, mettendola nelle mani di Nostra Signora di Coromoto. 
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Un pensiero va anche a quanti sono stati colpiti dal terremoto che ha interessato un’area del sud-ovest della Cina Continentale. Preghiamo per le vittime e per quanti sono nella sofferenza a causa del violento sisma. 
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Oggi pomeriggio, a Sondrio, verrà proclamato Beato Don Nicolò Rusca, sacerdote valtellinese vissuto tra i secoli sedicesimo e diciassettesimo. Fu a lungo parroco esemplare a Sondrio e venne ucciso nelle lotte politico-religiose che travagliarono l’Europa in quell’epoca. Lodiamo il Signore per la sua testimonianza! Saluto con affetto tutti i pellegrini, venuti da diversi Paesi: le famiglie, i tanti gruppi parrocchiali, le associazioni, i cresimandi, le scuole. Saluto in particolare i numerosi ragazzi della diocesi di Venezia, accompagnati dal Patriarca; ma ricordate voi, ragazzi e ragazze: la vita bisogna metterla in gioco per i grandi ideali! Saluto i catechisti della diocesi di Gubbio guidati dal loro Vescovo; la comunità del Seminario di Lecce con i ministranti della diocesi; la rappresentanza dei Lions Club d’Italia. In questa “Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni”, nata cinquant’anni fa da una felice intuizione di Papa Paolo VI, invito tutti ad una speciale preghiera affinché il Signore mandi numerosi operai nella sua messe. Sant’Annibale Maria Di Francia, apostolo della preghiera per le vocazioni, ci ricorda questo importante impegno. A tutti auguro una buona domenica! 
Buona domenica e buon pranzo!
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venerdì 19 aprile 2013

Non dimentichiamoci di Dio (Contributi 834)

Il nuovo libro del Card. Scola in un articolo da La Bussola: 

Era il risultato più difficile, ma sembra esserci riuscito. Con il suo nuovo libro, Non dimentichiamoci di Dio (Ed. Rizzoli), il cardinale Angelo Scola ha piantato un seme che può riportare il dialogo tra laici e cattolici al livello che merita. Senza sconti e scorciatoie e senza l’illusione di poter risolvere tutto in una sera. 
Era la netta impressione che si percepiva ieri uscendo dall'incontro di presentazione che si è tenuto all'Auditorium di Milano. Sul palco c’era la grande stampa, con i direttori Ferruccio De Bortoli (Corriere della Sera), Ezio Mauro (Repubblica), Giuliano Ferrara (Il Foglio) e il giurista Francesco D’Agostino (editorialista di Avvenire). Un buon segno, come le duemila persone presenti, visto che il terreno è arido da tempo. Il dibattito che ciclicamente si ripropone quando la cronaca al posto di sfidarci ci porta a indossare noiosamente l’elmetto e a rinchiuderci nei nostri fortini («magari mandando avanti nei rispettivi campi i più estremisti», come ha fatto notare De Bortoli) è segnato sempre più spesso dall'incapacità di ascoltarsi. E forse anche dalla scarsa voglia di pensare e di farsi capire. 
Sgombrato il campo dagli equivoci e dalle scuse, l’Arcivescovo di Milano ha spronato ciascuno a tornare al proprio posto. I cattolici, in primo luogo. «La verità ci cerca, ci ha insegnato Agostino e l’assolutezza, incarnata dal figlio di Dio è compatibile e feconda anche nella società plurale europea». Certo, la traduzione di questa assolutezza, senza relativizzarla, ma rendendola comprensibile al mondo è un onere a cui il cristiano non si può sottrarre, ha chiarito Scola nelle conclusioni. Ma il cristiano non può più tacere in nome di una laicità intesa come spazio pubblico neutrale in cui tutto è tollerato, tranne la domanda di Dio («se rinuncio ad affermare che un nome, come matrimonio, non può valere per più cose diverso tolgo qualcosa alla società» ha spiegato il cardinale). 
Ai laici, invece, la grande sfida. Abbandonare la laicité ispirata dalla Rivoluzione francese basata sulla neutralità e su un’aconfessionalità intesa come assenza di Dio e compiere la “rivoluzione mancata” dell’Editto di Milano di cui si festeggia il XVII centenario (anniversario da cui è nato il primo discorso sul tema del porporato e, successivamente, il libro di cui stiamo parlando). Mettere cioè la libertà religiosa a capo della scala dei diritti fondamentali delle nostre società. Non a caso la decisione di Costantino del 313 fu il riconoscimento della libertà dei cristiani e, conseguentemente, di ogni essere umano («initium libertatis dell’uomo moderno», la definì Gabrio Lombardi). 
Nonostante lo “slalom dei problemi” dettato dal bon ton, che ha sottolineato ironicamente Ferrara, e l’immensità di un tema che è alla base di mille battaglie (dall'eutanasia all'aborto, dalla rimozione dei simboli religiosi fino ai matrimoni gay…) non sono mancati nel dibattito i segni di una vitalità risvegliata. «Noi laici siamo davvero certi che, tolti i crocefissi dalle pareti, abbiamo reso le aule delle nostre scuole dei posti migliori?» si è chiesto il direttore del Corriere della Sera, senza risparmiare una critica “sommessa” alla Chiesa, troppo generosa a suo dire nell'accreditare referenti politici discutibili e più secolarizzata della società nell'arroccarsi attorno ai valori “non negoziabili”. «Voi cristiani volete essere cittadini di serie A, forti delle vostre certezze, o di serie B, perché obbedienti a un comando esterno, a un’“obbligazione di appartenenza” più che a un’“obiezione di coscienza”?» ha chiesto invece Ezio Mauro. «E la Chiesa, dopo aver accettato la minoranza nei numeri è pronta ad andare in minoranza sui valori?». 
Parole spigolose come pietre, ma segno di un dibattito riaperto e privo di ipocrisie. D'altronde Angelo Scola lo spiegava all'inizio del suo volume. L’obiettivo era «sollevare problemi» non «fornire soluzioni preconfezionate». Anche in questo caso, le attese non sono state deluse.
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Allarmato da chi dice in politica che “l’uomo è Dio” (Contributi 833)

Un articolo sulla di Mons.Neri al quotidiano Il Foglio tratto da Tempi: 

C’è una crisi culturale che si riverbera nella politica. 
È il punto di partenza della lettera di Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara e Comacchio, pubblicata oggi sul Foglio. 
L’arcivescovo ha deciso di scrivere al quotidiano perché «non tocca ai vescovi stabilire l’identikit del presidente della Repubblica e non tocca ai vescovi indicare le priorità di carattere politico in senso stretto, ma tocca ai vescovi intervenire sulle gravi vicende di carattere culturale che sono arrivate, nel nostro paese, a un livello di crisi che mi sembra senza ritorno». 

SUBORDINAZIONE ALLA RETE. Una è la faccenda che più allarma Negri, di fronte alla quale non si può stare zitti: «Mi sono chiesto se è giusto che noi continuiamo a tacere di fronte a posizioni culturali, sociali e politiche che affermano letteralmente che l’uomo è Dio; e che affermano una subordinazione totale e parossistica alla rete, indicata come soluzione globale di tutti i problemi dell’umanità. Se si possa tacere di fronte a una modalità di porsi, nella vita politica, che disprezza, nel linguaggio e negli atteggiamenti, qualsiasi interlocutore che viene sbrigativamente percepito come un avversario da eliminare. Se è possibile far prevalere tutta una serie di valutazioni personalistiche di carattere moralistico come ambito in cui decidere la presentabilità o meno di candidati a questa o a quella carica. A parte l’ignoranza spaventosa per cui si possono citare frasi del primo hitlerismo e di alcuni documenti delle più terribili dittature del Ventesimo secolo cercando di dargli una patente di credibilità e di autorevolezza. In questo contesto, dove una persona ragionevole, io non vorrei scomodare la fede, una persona ragionevole si trova veramente a disagio, ritengo che sia giusto che un vescovo della chiesa cattolica dica che c’è una sostanziale inconciliabilità fra la visione della realtà che nasce dalla fede e questa vita politica ridotta alla difesa accanita dei propri interessi particolari o di formazione ideologica». 

LA PRESUNTA NOVITA’. «Di fronte alla proposta di una vita socio-politica ridotta a posizioni teoriche demenziali, corredate da un linguaggio e relativi atteggiamenti dello stesso tipo», continua la lettera, «io mi sento di dire con tranquillità, almeno ai fedeli cattolici della mia diocesi, che non è possibile essere cristiani e appoggiare a qualsiasi livello posizioni e scelte che sono evidentemente in contrasto con la concezione della vita che la chiesa, coerentemente, da duemila anni insegna. Se poi la novità è rappresentata, anche sul piano istituzionale, da disegni di legge che riguardano il riconoscimento civile delle unioni gay, il cambiamento a spese del Servizio Sanitario nazionale del sesso, ci rendiamo conto da che parte va questa presunta novità». 

DOVE SONO I CATTOLICI? «Ma c’è un ulteriore e ultimo disagio. Mi sono chiesto in questi giorni: ma dove è finita la presenza politica dei cattolici in Italia? Si caratterizzano per le scelte politiche che fanno, destra o sinistra, ma non più per quella vera appartenenza a valori in forza dei quali diventa possibile un vero dialogo, confronto, e al limite alla collaborazione. Mi sono reso conto con amarezza che la presenza politica dei cattolici sembra non esistere più. Esistono dei cattolici che a titolo sempre più personale, quindi nel senso restrittivo della parola, militano di qua o di là ma ricevono la loro dignità dalla scelta analitica che hanno fatto. E forse qui non è in ballo soltanto la responsabilità dei laici. Forse l’azione educativa che noi dovremmo insistentemente riprendere con i nostri laici, soprattutto quelli impegnati nei campi più difficili, sembra essere venuta meno. Non so se non è più chiesta. Resta il fatto che da noi vescovi viene offerta in modo sempre più blando e sempre meno mordente».
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mercoledì 17 aprile 2013

L'Ascensione, un evento storico (Contributi 832)

Un commento di Introvigne sull'odierna udienza papale da La Bussola 

Proseguendo nelle catechesi sul Credo per l'Anno della fede, iniziate da Benedetto XVI, Papa Francesco ha commentato nell'udienza generale del 17 aprile l’affermazione che Gesù «è salito al cielo, siede alla destra del Padre», seguendo il testo dell'evangelista San Luca, e insistendo più volte - riprendendo un tema caro a Benedetto XVI - che l'Ascensione non è un mero simbolo, ma un «fatto», un «evento» che si è realmente verificato nella storia e di cui gli Apostoli sono stati testimoni diretti. 
San Luca riferisce: «Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli (Gesù) prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (Lc 9,51). L'Ascensione sta in uno stretto rapporto con la Crocifissione. Gesù crocifisso e glorificato ascende al Cielo perché è anzitutto «asceso» alla croce. «Mentre "ascende" alla Città santa, dove si compirà il suo "esodo" da questa vita, Gesù vede già la meta, il Cielo, ma sa bene che la via che lo riporta alla gloria del Padre passa attraverso la Croce, attraverso l’obbedienza al disegno divino di amore per l’umanità». 
Il Catechismo della Chiesa Cattolica c'insegna che «l’elevazione sulla croce significa e annuncia l’elevazione dell’ascensione al cielo» (n. 661). Questo collegamento fra Ascensione e Crocifissione non è una semplice curiosità storica. «Anche noi dobbiamo avere chiaro, nella nostra vita cristiana, che l’entrare nella gloria di Dio esige la fedeltà quotidiana alla sua volontà, anche quando richiede sacrificio, richiede alle volte di cambiare i nostri programmi». 
Un secondo spunto di meditazione riguarda il luogo dove avviene l'Ascensione, che non è casuale. «L’Ascensione di Gesù avvenne concretamente sul Monte degli Ulivi, vicino al luogo dove si era ritirato in preghiera prima della passione per rimanere in profonda unione con il Padre». Anche noi, se vogliamo ascendere a Dio, dobbiamo necessariamente passare per la preghiera: «Ancora una volta vediamo che la preghiera ci dona la grazia di vivere fedeli al progetto di Dio». 
Un terzo spunto si riferisce alle modalità dell'Ascensione. San Luca le descrive così: Gesù condusse i discepoli «fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (24,50-53). In questo racconto ci sono, spiega il Papa, due elementi. Anzitutto, «durante l’Ascensione Gesù compie il gesto sacerdotale della benedizione e sicuramente i discepoli esprimono la loro fede con la prostrazione, si inginocchiano chinando il capo». Si tratta di un elemento simbolico di grande rilievo. Ci ricorda che «Gesù è l’unico ed eterno Sacerdote che con la sua passione ha attraversato la morte e il sepolcro ed è risorto e asceso al Cielo; è presso Dio Padre, dove intercede per sempre a nostro favore». 
In quanto intercede, mentre è sacerdote Gesù è anche avvocato, secondo l'espressione che san Giovanni usa nella sua Prima Lettera e che il Papa commenta citando, come fa spesso, le insidie molto reali del demonio. «Egli è il nostro avvocato: che bello sentire questo! Quando uno è chiamato dal giudice o va in causa, la prima cosa che fa è cercare un avvocato perché lo difenda. Noi ne abbiamo uno, che ci difende sempre, ci difende dalle insidie del diavolo, ci difende da noi stessi, dai nostri peccati!». È raro però che l'avvocato venga da noi. Siamo noi che dobbiamo andare da lui. «Carissimi fratelli e sorelle - ha implorato ancora una volta Papa Francesco -, abbiamo questo avvocato: non abbiamo paura di andare da Lui a chiedere perdono, a chiedere benedizione, a chiedere misericordia! Lui ci perdona sempre, è il nostro avvocato: ci difende sempre! Non dimenticate questo!». 
La lezione dell'Ascensione, allora, è che anche noi possiamo salire in alto, ma solo se rimaniamo legati a Gesù. «Lui è come un capo cordata quando si scala una montagna, che è giunto alla cima e ci attira a sé conducendoci a Dio. Se affidiamo a Lui la nostra vita, se ci lasciamo guidare da Lui siamo certi di essere in mani sicure, in mano del nostro salvatore, del nostro avvocato». 
Il secondo elemento del racconto di san Luca emerge quando l'evangelista riferisce che gli Apostoli, dopo aver visto l'Ascensione, tornarono a Gerusalemme «con grande gioia». «Questo - commenta il Pontefice - ci sembra un po’ strano. In genere quando siamo separati dai nostri familiari, dai nostri amici, per una partenza definitiva e soprattutto a causa della morte, c’è in noi una naturale tristezza, perché non vedremo più il loro volto, non ascolteremo più la loro voce, non potremo più godere del loro affetto, della loro presenza. Invece l’evangelista sottolinea la profonda gioia degli Apostoli». Ma questa reazione apparentemente singolare si manifesta «proprio perché, con lo sguardo della fede, essi comprendono che, sebbene sottratto ai loro occhi, Gesù resta per sempre con loro, non li abbandona e, nella gloria del Padre, li sostiene, li guida e intercede per loro». 
San Luca riferisce il fatto dell’Ascensione due volte. Lo fa anche all'inizio degli Atti degli Apostoli, «per sottolineare che questo evento è come l’anello che aggancia e collega la vita terrena di Gesù a quella della Chiesa». E negli Atti c'è anche un altro elemento: san Luca «accenna anche alla nube che sottrae Gesù dalla vista dei discepoli, i quali rimangono a contemplare il Cristo che ascende verso Dio (cfr At 1,9-10)» e a «due uomini in vesti bianche che li invitano a non restare immobili a guardare il cielo, ma a nutrire la loro vita e la loro testimonianza della certezza che Gesù tornerà nello stesso modo con cui lo hanno visto salire al cielo (cfr At 1,10-11).». Qui troviamo, ancora, la descrizione di un evento senza dubbio storico ma che insieme invita a meditare sul tema cruciale della relazione fra contemplazione e azione. C'è in questo brano «l'invito a partire dalla contemplazione della Signoria di Cristo, per avere da Lui la forza di portare e testimoniare il Vangelo nella vita di ogni giorno: contemplare e agire, ora et labora insegna san Benedetto [480-547], sono entrambi necessari nella nostra vita di cristiani». 
Se ne guardiamo tutto gli elementi con uno sguardo riassuntivo, ha concluso il Papa, «l’Ascensione non indica l’assenza di Gesù, ma ci dice che Egli è vivo in mezzo a noi in modo nuovo; non è più in un preciso posto del mondo come lo era prima dell’Ascensione; ora è nella signoria di Dio, presente in ogni spazio e tempo, vicino ad ognuno di noi». È un'informazione su un evento storico, ma è anche un'indicazione per la nostra vita di fede. «Nella nostra vita non siamo mai soli: abbiamo questo avvocato che ci attende, che ci difende. Non siamo mai soli: il Signore crocifisso e risorto ci guida; con noi ci sono tanti fratelli e sorelle che nel silenzio e nel nascondimento, nella loro vita di famiglia e di lavoro, nei loro problemi e difficoltà, nelle loro gioie e speranze, vivono quotidianamente la fede e portano, insieme a noi, al mondo la signoria dell’amore di Dio, in Cristo Gesù risorto, asceso al Cielo, avvocato per noi». È la Chiesa, in cammino nella storia.
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martedì 16 aprile 2013

Come risponde un cristiano alla persecuzione? (Contributi 831)

Ecco un articolo di Massimo Introvigne da La Bussola:


Nel Regina Coeli del 14 aprile e nell’omelia celebrata nella Messa per la sua prima visita a San Paolo fuori le Mura Papa Francesco ha proposto una riflessione sulla persecuzione dei cristiani, e sul modo in cui il cristiano deve rispondere a un mondo che ancora oggi tanto spesso lo perseguita. Ne è emersa una vera e propria spiritualità della persecuzione, molto appropriata per il tempo presente.
La liturgia della Terza Domenica di Pasqua propone una pagina degli Atti degli Apostoli. Questa lettura – ha commentato il Papa nel Regina Coeli – riferisce che «la prima predicazione degli Apostoli a Gerusalemme riempì la città della notizia che Gesù era veramente risorto, secondo le Scritture, ed era il Messia annunciato dai Profeti. I sommi sacerdoti e i capi della città cercarono di stroncare sul nascere la comunità dei credenti in Cristo e fecero imprigionare gli Apostoli, ordinando loro di non insegnare più nel suo nome». Ma Pietro e gli altri Apostoli rispondono: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù… lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore… E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo» (At 5,29-32). Allora le autorità di Gerusalemme fecero flagellare gli Apostoli e «comandarono loro nuovamente di non parlare più nel nome di Gesù».
Per quanto la flagellazione sia una pena crudele, gli Apostoli se ne vanno forti e sereni, «lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (v. 41). Qui davvero – ha aggiunto Papa Francesco a San Paolo fuori le Mura – «colpisce la forza di Pietro e degli altri Apostoli»: «non li ferma nemmeno l’essere flagellati, il subire oltraggi, il venire incarcerati». La prima riflessione di Papa Francesco è che questa pagina è molto attuale. Le persecuzioni non sono solo un fatto dei primi secoli. Ci sono ancora oggi.
I «cristiani che soffrono persecuzione – ha detto il Pontefice aggiungendo a braccio durante il Regina Coeli qualche parola al testo scritto – sono tanti, tanti, e in tanti Paesi». Per la seconda volta nel corso di questa settimana, Francesco ha voluto ricordare al mondo il dramma dei cristiani perseguitati.
Il 6 aprile nella Messa a Santa Marta il Papa aveva posto la domanda: «Come va, la nostra fede? È forte? O alle volte è un po’ all’acqua di rose?». Quando arrivano difficoltà e persecuzioni «siamo coraggiosi come Pietro o un po’ tiepidi?». Pietro – ha osservato il Papa – non ha taciuto la fede, non è sceso a compromessi, perché «la fede non si negozia». Sempre «c’è stata, nella storia del popolo di Dio, questa tentazione: tagliare un pezzo alla fede», la tentazione di essere un po’ «come fanno tutti», quella di «non essere tanto, tanto rigidi». «Ma quando incominciamo a tagliare la fede, a negoziare la fede, un po’ a venderla al migliore offerente incominciamo la strada dell’apostasia, della non-fedeltà al Signore».
Già a Santa Marta il Pontefice aveva ricordato che «per trovare i martiri non è necessario andare alle catacombe o al Colosseo: i martiri sono vivi adesso, in tanti Paesi. I cristiani sono perseguitati per la fede. In alcuni Paesi non possono portare la croce: sono puniti se lo fanno. Oggi, nel secolo XXI, la nostra Chiesa è una Chiesa dei martiri». La seconda riflessione di Papa Francesco riguarda l'atteggiamento appropriato di fronte alle persecuzioni, ieri come oggi. «Dove trovavano i primi discepoli – si è chiesto al Regina Coeli – la forza per questa loro testimonianza? Non solo: da dove venivano loro la gioia e il coraggio dell’annuncio, malgrado gli ostacoli e le violenze?». Quelli che si trovano in questa drammatica situazione sono uomini semplici.
«Non dimentichiamo che gli Apostoli erano persone semplici, non erano scribi, dottori della legge, né appartenenti alla classe sacerdotale. Come hanno potuto, con i loro limiti e avversati dalle autorità, riempire Gerusalemme con il loro insegnamento?». La risposta non può che essere di carattere spirituale. «È chiaro che solo la presenza con loro del Signore Risorto e l’azione dello Spirito Santo possono spiegare questo fatto. La loro fede si basava su un’esperienza così forte e personale di Cristo morto e risorto, che non avevano paura di nulla e di nessuno, e addirittura vedevano le persecuzioni come un motivo di onore, che permetteva loro di seguire le orme di Gesù e di assomigliare a Lui, testimoniandolo con la vita».
Questo insegnamento, però, è più profondo di quello che sembra. «Questa storia della prima comunità cristiana ci dice una cosa molto importante, che vale per la Chiesa di tutti i tempi, anche per noi: quando una persona conosce veramente Gesù Cristo e crede in Lui, sperimenta la sua presenza nella vita e la forza della sua Risurrezione, e non può fare a meno di comunicare questa esperienza. E se incontra incomprensioni o avversità, si comporta come Gesù nella sua Passione: risponde con l’amore e con la forza della verità». Chi ha davvero incontrato Gesù non prende neppure in considerazione l'idea di rinunciare, di tirarsi indietro. Annuncia «con franchezza e coraggio la Risurrezione del Signore».
A Pietro – ha ricordato il Pontefice a San Paolo fuori le Mura – era stato profetizzato da Gesù che qualcuno un giorno lo avrebbe portato «dove non voleva», al martirio. È una parola «rivolta anzitutto a noi Pastori: non si può pascere il gregge di Dio se non si accetta di essere portati dalla volontà di Dio anche dove non vorremmo, se non si è disposti a testimoniare Cristo con il dono di noi stessi, senza riserve, senza calcoli, a volte anche a prezzo della nostra vita». Ma questo non vale solo per i vescovi e i sacerdoti. Vale «per tutti: il Vangelo va annunciato e testimoniato. Ciascuno dovrebbe chiedersi: Come testimonio io Cristo con la mia fede? Ho il coraggio di Pietro e degli altri Apostoli di pensare, scegliere e vivere da cristiano, obbedendo a Dio?».
Questo non significa che tutti siano chiamati al martirio. «La testimonianza della fede ha tante forme, come in un grande affresco c’è la varietà dei colori e delle sfumature; tutte però sono importanti, anche quelle che non emergono. Nel grande disegno di Dio ogni dettaglio è importante, anche la tua, la mia piccola e umile testimonianza, anche quella nascosta di chi vive con semplicità la sua fede nella quotidianità dei rapporti di famiglia, di lavoro, di amicizia». Ci sono, ha detto il Papa, «i santi di tutti i giorni, i santi “nascosti”, una sorta di “classe media della santità”», « di cui tutti possiamo fare parte». E c’è la «testimonianza segnata dal prezzo del sangue» dei martiri. Sono due forme di testimonianza molto diverse, ma che hanno in comune la coerenza della vita.
«Ricordiamolo bene tutti – ha ammonito il Pontefice –: non si può annunciare il Vangelo di Gesù senza la testimonianza concreta della vita. Chi ci ascolta e ci vede deve poter leggere nelle nostre azioni ciò che ascolta dalla nostra bocca e rendere gloria a Dio!». Predica in modo efficace solo chi predica con la vita. «L’incoerenza dei fedeli e dei Pastori tra quello che dicono e quello che fanno, tra la parola e il modo di vivere mina la credibilità della Chiesa». La coerenza non nasce mai solo da una nostra decisione. Nasce dalla preghiera di adorazione che tutti dobbiamo a Dio. «Vorrei – ha detto il Papa – che ci ponessimo tutti una domanda: Tu, io, adoriamo il Signore? Andiamo da Dio solo per chiedere, per ringraziare, o andiamo da Lui anche per adorarlo?».
Ma che cosa vuol dire adorare Dio? «Significa imparare a stare con Lui, a fermarci a dialogare con Lui, sentendo che la sua presenza è la più vera, la più buona, la più importante di tutte. Ognuno di noi, nella propria vita, in modo consapevole e forse a volte senza rendersene conto, ha un ben preciso ordine delle cose ritenute più o meno importanti. Adorare il Signore vuol dire dare a Lui il posto che deve avere; adorare il Signore vuol dire affermare, credere, non però semplicemente a parole, che Lui solo guida veramente la nostra vita; adorare il Signore vuol dire che siamo convinti davanti a Lui che è il solo Dio, il Dio della nostra vita, il Dio della nostra storia».
Ai martiri antichi era chiesto di adorare gli idoli. Rifiutavano per coerenza con il loro cristianesimo, ed erano uccisi. Anche noi viviamo in un mondo che ci propone «tanti idoli piccoli o grandi», che purtroppo spesso accettiamo di adorare e «nei quali ci rifugiamo, nei quali cerchiamo e molte volte riponiamo la nostra sicurezza. Sono idoli che spesso teniamo ben nascosti; possono essere l’ambizione, il carrierismo, il gusto del successo, il mettere al centro se stessi, la tendenza a prevalere sugli altri, la pretesa di essere gli unici padroni della nostra vita, qualche peccato a cui siamo legati, e molti altri».
Vorrei – ha concluso Papa Francesco – «che una domanda risuonasse nel cuore di ciascuno di noi e che vi rispondessimo con sincerità: ho pensato io a quale idolo nascosto ho nella mia vita, che mi impedisce di adorare il Signore? Adorare è spogliarci dei nostri idoli anche quelli più nascosti, e scegliere il Signore come centro, come via maestra della nostra vita». Il martire è chi, qualunque sia il rischio, rifiuta di adorare gli idoli e continua a testimoniare. Così, ultimamente, si sconfiggono i persecutori.
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domenica 14 aprile 2013

Il segreto di una buona salute (Interventi 163)

Tutti cerchiamo, per quanto possibile, di mantenerci in buona salute. 
Domanda: - Qual è la più semplice, elementare, indispensabile norma igienica per evitare di ammalarsi - e che invece spesso trascuriamo? 
Qualsiasi dottore vi dirà che la prima cosa da fare per evitare di ammalarsi è lavarsi spesso le mani. 
Perché siamo circondati da germi 24 ore al giorno. 
Così piccoli che non si vedono se non al microscopio, ma alcuni di loro possono essere letali. Allora il minimo che si possa fare è lavarsi regolarmente le mani con un buon sapone. 
La verità è che viviamo in un mondo dove siamo circondati 24 ore al giorno da germi spirituali.
E il segreto di una buona salute spirituale è lo stesso che vale per la salute fisica - lavarsi spesso. 
Non mi riferisco al lavaggio delle mani ma a quello del cuore! 
La Parola di Dio ci dice molto chiaramente quanto sia importante essere spiritualmente disinfettati. 
E dovrebbe risvegliare chi tra di noi è diventato negligente a riguardo della sua igiene interiore. 
In 2 Corinzi 6, a partire dal versetto 16, Paolo ci ricorda che «noi siamo il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: "Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo. Perciò ... non toccate nulla d'impuro. E io vi accoglierò, e sarò per voi come un padre, e voi mi sarete come figli e figlie, dice il Signore onnipotente"»
Hai una dignità straordinaria se decidi di appartenere a Gesù Cristo! Dio vive in te... tu sei «il Suo popolo»... sei un principe o una principessa, il figlio o la figlia del Re! Allora devi vivere all'altezza di quella dignità. 
E 2 Corinzi 7,1 ti dice come fare: - «In possesso dunque di queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a compimento la nostra santificazione, nel timore di Dio»
Lava il tuo cuore, mantieni pulita la tua mente da ogni cosa che ti possa infettare - tu sei il Suo tempio, ricordalo! Così abbiamo bisogno di fermarci regolarmente e di lavare via ogni comportamento infetto o discorsi o pensieri o azioni che abbiamo raccattato durante la giornata. 

  • Se non hai detto la verità, correggi quell'errore immediatamente prima che si trasformi in una infezione. 
  • Se hai pronunciato parole dure, chiedi subito perdono - non lasciare che contagino il tuo cuore o il cuore di chi le ha sentite. 
  • Se hai permesso che un pensiero sensuale si insediasse comodo nella tua mente, non lasciare che metta radici - confessa a Dio la tua debolezza e sostituiscilo immediatamente con il pensiero della misericordia di Dio. 
  • Se ti scopri a pensare con orgoglio a qualcosa che hai fatto, scaccia immediatamente quell'infezione e dà a Dio la gloria, per tutto quello che hai e che sei. 
  • Se stai ascoltando o guardando qualcosa che sai che dispiace a Dio, smetti immediatamente. 

L'alternativa è l'infezione spirituale.
E' la mancanza di cura per l'igiene fisica che ti può far ammalare - e lo stesso vale per quella spirituale. 
E noi diventiamo negligenti quando ci dimentichiamo cosa siamo e chi siamo - il tempio dello Spirito Santo, il popolo di Dio, il figlio o la figlia di Dio. Lui ti ha detto: «Non toccare nulla d'impuro». 
Ricordati della tua dignità. 
La vita si gode molto meglio quando si è in buona salute. 
E godrai di un'ottima salute spirituale se compi frequenti lavaggi del cuore - rimuovendo i germi che si sono attaccati. 
Non sarebbe allora il caso di fare una buona confessione? 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto 
don Luciano
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Domenica 3^ di Pasqua, 14-apr-2013 (Angelus 130)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! 
Vorrei soffermarmi brevemente sulla pagina degli Atti degli Apostoli che si legge nella Liturgia di questa Terza Domenica di Pasqua. Questo testo riferisce che la prima predicazione degli Apostoli a Gerusalemme riempì la città della notizia che Gesù era veramente risorto, secondo le Scritture, ed era il Messia annunciato dai Profeti. I sommi sacerdoti e i capi della città cercarono di stroncare sul nascere la comunità dei credenti in Cristo e fecero imprigionare gli Apostoli, ordinando loro di non insegnare più nel suo nome. Ma Pietro e gli altri Undici risposero: « Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù … lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore… E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo» (At 5,29-32). Allora fecero flagellare gli Apostoli e comandarono loro nuovamente di non parlare più nel nome di Gesù. Ed essi se ne andarono, così dice la Scrittura, «lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (v. 41). Io mi domando: dove trovavano i primi discepoli la forza per questa loro testimonianza? Non solo: da dove venivano loro la gioia e il coraggio dell’annuncio, malgrado gli ostacoli e le violenze? Non dimentichiamo che gli Apostoli erano persone semplici, non erano scribi, dottori della legge, né appartenenti alla classe sacerdotale. Come hanno potuto, con i loro limiti e avversati dalle autorità, riempire Gerusalemme con il loro insegnamento (cfr At 5,28)? E’ chiaro che solo la presenza con loro del Signore Risorto e l’azione dello Spirito Santo possono spiegare questo fatto. Il Signore che era con loro e lo Spirito che li spingeva alla predicazione spiega questo fatto straordinario. La loro fede si basava su un’esperienza così forte e personale di Cristo morto e risorto, che non avevano paura di nulla e di nessuno, e addirittura vedevano le persecuzioni come un motivo di onore, che permetteva loro di seguire le orme di Gesù e di assomigliare a Lui, testimoniando con la vita.
Questa storia della prima comunità cristiana ci dice una cosa molto importante, che vale per la Chiesa di tutti i tempi, anche per noi: quando una persona conosce veramente Gesù Cristo e crede in Lui, sperimenta la sua presenza nella vita e la forza della sua Risurrezione, e non può fare a meno di comunicare questa esperienza. E se questa persona incontra incomprensioni o avversità, si comporta come Gesù nella sua Passione: risponde con l’amore e con la forza della verità.
Pregando insieme il Regina Caeli, chiediamo l’aiuto di Maria Santissima affinché la Chiesa in tutto il mondo annunci con franchezza e coraggio la Risurrezione del Signore e ne dia valida testimonianza con segni di amore fraterno. L’amore fraterno è la testimonianza più vicina che noi possiamo dare che Gesù è con noi vivo, che Gesù è risorto. Preghiamo in modo particolare per i cristiani che soffrono persecuzione; in questo tempo ci sono tanti cristiani che soffrono persecuzione, tanti, tanti, in tanti Paesi: preghiamo per loro, con amore, dal nostro cuore. Sentano la presenza viva e confortante del Signore Risorto. 
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venerdì 12 aprile 2013

Dio non è una fatina con la bacchetta magica (Contributi 830)

Omelia di papa Francesco nella Messa celebrata alla “Casa S. Marta” tratta da Tempi. 


Quando Dio tocca il cuore di una persona, dona una grazia che vale una vita, non compie una “magia” della durata di un attimo. Nella sua omelia, papa Francesco ritorna al clima di agitazione immediatamente successivo alla morte di Gesù, quando i comportamenti e la predicazione degli Apostoli finiscono nel mirino di farisei e dottori della legge. Il Papa riprende le parole di Gamaliele, citate negli Atti degli Apostoli, un fariseo che mette in guardia il Sinedrio dall'attentare alla vita dei Discepoli di Cristo, poiché – ricorda – in passato il clamore suscitato da profeti rivelatisi falsi si era presto dissolto assieme ai loro proseliti. Il suggerimento di Gamaliele è di attendere e vedere cosa avverrà dei seguaci del Nazareno.
Questo, osserva Papa Francesco, «è un consiglio saggio anche per la nostra vita, perché il tempo è il messaggero di Dio: Dio ci salva nel tempo, non nel momento. Qualche volta fa i miracoli, ma nella vita comune ci salva nel tempo», ci salva «nella storia», nella «storia personale» di ciascuno. Quindi, con arguzia, il Papa soggiunge: il Signore non si comporta «come una fata con la bacchetta magica: no». Al contrario, dona «la grazia e dice, come diceva a tutti quelli che Lui guariva: “Va, cammina”. Lo dice anche a noi: “Cammina nella tua vita, dai testimonianza di tutto quello che il Signore fa con noi”».

TRIONFALISMO. A questo punto, papa Francesco nota «una grande tentazione» che si annida nella vita cristiana, «quella del trionfalismo». «È una tentazione – afferma – che anche gli Apostoli hanno avuto». L’ha avuta Pietro quando assicura solennemente che non rinnegherà il suo Signore. O il popolo dopo aver assistito alla moltiplicazione dei pani. «Il trionfalismo – asserisce il Pontefice – non è del Signore. Il Signore è entrato sulla Terra umilmente: ha fatto la sua vita per 30 anni, è cresciuto come un bambino normale, ha avuto la prova del lavoro, anche la prova della Croce. Poi, alla fine, è risorto». Dunque, prosegue, «il Signore insegna che nella vita non è tutto magico, che il trionfalismo non è cristiano». La vita del cristiano è fatta di una normalità vissuta però con Cristo, ogni giorno: «Questa – esorta Papa Francesco – è la grazia che dobbiamo chiedere: quella della perseveranza. Perseverare nel cammino del Signore, fino alla fine, tutti i giorni». «Che il Signore – conclude – ci salvi dalle fantasie trionfalistiche». «Il trionfalismo non è cristiano, non è del Signore. Il cammino di tutti i giorni, nella presenza di Dio, quella è la strada del Signore».
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mercoledì 10 aprile 2013

Anche in politica l'altro è un bene (Contributi 829)

Ecco la lettera di Don Julian Carron pubblicata su Repubblica di oggi 10/4/2013: 

Caro Direttore, 
cercando di vivere la Pasqua nel contesto degli ultimi eventi accaduti nella Chiesa − dalla rinuncia di Benedetto XVI all'irruzione di papa Francesco −, non ho potuto evitare di pensare alla drammatica situazione in cui versa l’Italia per la difficoltà di uscire dalla paralisi che si è venuta a creare.
Si è scritto molto su questo da parte di persone ben più autorevoli di me per le loro competenze in politica. Non ho alcuna soluzione strategica da suggerire. Mi permetto solo di offrire qualche pensiero, nel tentativo di collaborare al bene di una nazione alla quale mi sento ormai legato per tanti motivi.
Mi pare che la situazione di stallo sia il risultato di una percezione dell’avversario politico come un nemico, la cui influenza deve essere neutralizzata o perlomeno ridotta al minimo. Abbiamo nella storia europea del secolo scorso documentazione sufficiente di analoghi tentativi da parte delle differenti ideologie di eliminarsi a vicenda, che hanno portato alle immani sofferenze di intere popolazioni. 
Ma l’esito di questi sforzi ha portato a una costatazione palese: è impossibile ridurre a zero l’altro. È stata questa evidenza, insieme al desiderio di pace che nessuno può cancellare dal cuore di ogni uomo, che ha suggerito i primi passi di quel miracolo che si chiama Europa unita. Che cosa permise ai padri dell’Europa di trovare la disponibilità a parlarsi, a costruire qualcosa insieme, perfino dopo la seconda guerra mondiale? La consapevolezza della impossibilità di eliminare l’avversario li rese meno presuntuosi, meno impermeabili al dialogo, coscienti del proprio bisogno; si cominciò a dare spazio alla possibilità di percepire l’altro, nella sua diversità, come una risorsa, un bene. Ora, dico pensando al presente, se non trova posto in noi l’esperienza elementare che l’altro è un bene, non un ostacolo, per la pienezza del nostro io, nella politica come nei rapporti umani e sociali, sarà difficile uscire dalla situazione in cui ci troviamo.
Riconoscere l’altro è la vera vittoria per ciascuno e per tutti. I primi ad essere chiamati a percorrere questa strada, come è accaduto nel passato, sono proprio i politici cattolici, qualunque sia il partito in cui militano. Ma anche essi, purtroppo, tante volte appaiono più definiti dagli schieramenti partitici che dall'autocoscienza della loro esperienza ecclesiale e dal desiderio del bene comune. Eppure, proprio la loro esperienza di essere «membri gli uni degli altri» (san Paolo) consentirebbe uno sguardo sull'altro come parte della definizione di sé e quindi come un bene. In tanti questi giorni hanno guardato la Chiesa e si sono sorpresi di come si sia resa disponibile a cambiare per rispondere meglio alle sfide del presente. In primo luogo, abbiamo visto un Papa che, al culmine del suo potere, ha compiuto un gesto assolutamente inedito di libertà − che ha stupito tutti − affinché un altro con più energie potesse guidare la Chiesa. Poi siamo stati testimoni dell’arrivo di Papa Francesco, che dal primo istante ci ha sorpreso con gesti di una semplicità disarmante, capaci di raggiungere il cuore di chiunque. 
Negli ultimi anni la Chiesa è stata colpita da non poche vicende, a cominciare dallo scandalo della pedofilia; sembrava allo sbando, eppure anche nell’affrontare queste difficoltà è apparsa la sua diversità affascinante. In che modo la vita della Chiesa può contribuire a misurarsi con l’attuale situazione italiana? Non credo intervenendo nell’agone politico come una delle tante parti e delle tante opinioni in competizione. Il contributo della Chiesa è molto più radicale. Se la consistenza di coloro che servono questa grande opera che è la politica è riposta solo nella politica, non c’è molto da sperare. In mancanza di un altro punto d’appoggio, si afferreranno per forza alla politica e al potere personale e, nel caso specifico, punteranno sullo scontro come unica possibilità di sopravvivenza. Ma la politica non basta a se stessa. Mai come in questo momento risulta così evidente. 
Nella sua povertà di realtà piena di limiti, la Chiesa continua a offrire agli uomini, proprio in questi giorni, l’unico vero contributo, quello per cui essa esiste − e Papa Francesco lo ricorda di continuo −: l’annuncio e l’esperienza di Cristo risorto. È Lui l’unico in grado di rispondere esaurientemente alle attese del cuore dell’uomo, fino al punto di rendere un Papa libero di rinunciare per il bene del suo popolo. 
Senza una reale esperienza di positività, in grado di abbracciare tutto e tutti, non è possibile ripartire. Questa è la testimonianza che tutti i cristiani, a cominciare da chi è più impegnato in politica, sono chiamati a dare, insieme a ogni uomo di buona volontà, come contributo per sbloccare la situazione: affermare il valore dell’altro e il bene comune al di sopra di qualsiasi interesse partitico.
Julián Carrón 
Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione
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lunedì 8 aprile 2013

Quel mare di misericordia che si riversa sul mondo (Contributi 828)

Ecco un articolo di Rinaldo Pozzi da La Bussola: 


«Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine che dipingerai con il pennello venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua». Plock, città polacca sulle rive della Vistola, 1931. Suor Faustina Kowalska (1905-1938), poi canonizzata da Giovanni Paolo II il 30 aprile del 2000, riceve l’ordine da Gesù Cristo, durante una delle sue apparizioni: «Questa domenica deve essere la festa della Misericordia». 
«Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione – queste le parole annotate dalla Santa nel Diario voluto da Gesù stesso –. Concedo loro l’ultima tavola di salvezza, cioè la festa della Mia Misericordia. Se non adoreranno la Mia Misericordia, periranno per sempre». Una vita di sofferenze nascoste quella di Faustina (come le stigmate che portava), un’esistenza mistica durata 33 anni, segnata dalle apparizioni celesti (la Madonna, Gesù Cristo, Dio, gli angeli e i santi) e dalla lotta contro il demonio (che per lei nutriva un odio particolare) per strappare le anime dalle fiamme dell’Inferno. 
Sulle sue gracili spalle un compito imponente: implorare la Misericordia Divina per tutto il mondo grazie alle nuove forme di culto indicate dal Signore (l'immagine di Cristo con la scritta “Gesù confido in Te” e due raggi di luce che escono dal suo petto, la festa della Divina Misericordia, la coroncina e la preghiera alle tre del pomeriggio, nell'ora della sua morte) e con un nuovo movimento apostolico. 
Una promessa che si ripete anche oggi, 7 aprile 2013, Domenica della Divina Misericordia: «Chi si accosterà alla sorgente della vita conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene. In quel giorno sono aperte le viscere della Mia Misericordia, riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia Misericordia». 
Per ottenere questi doni, resi possibili dal calvario della Santa polacca, bisogna adempiere alle condizioni del culto alla Divina Misericordia essere in stato di grazia e ricevere degnamente la Comunione. Il quadro, oggi conosciuto in tutto il mondo, ma che Suor Faustina non ritenne mai all'altezza della bellezza di quel Gesù che continuamente le appariva, è strettamente legato al Vangelo di oggi, nel quale San Giovanni racconta l’apparizione di Gesù risorto nel Cenacolo e l’istituzione del sacramento della penitenza. 
Il Signore, consolando le lacrime della religiosa («Non nella bellezza dei colori, né del pennello sta la grandezza di questa immagine, ma nella Mia grazia») spiega il significato del ritratto: «Il raggio pallido rappresenta l’Acqua che giustifica le anime; il raggio rosso rappresenta il Sangue che è la vita delle anime. (…) Beato colui che vivrà alla loro ombra». Attraverso questo dipinto Gesù promette a tutti la salvezza eterna, progressi nel cammino verso la perfezione cristiana, la grazia di una morte felice e tutte le altre grazie, se chieste con fiducia. Con i grani del rosario si può invece recitare la coroncina alla Divina Misericordia, dettata da Gesù a Santa Faustina nel 1935 a Vilnius (offrendo a Dio Padre «il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità» di Gesù Cristo per implorare misericordia per i propri peccati, del prossimo e del mondo intero). 
Per tutti questi motivi, la Chiesa di Santo Spirito in Sassia (centro di spiritualità della Divina Misericordia ufficialmente istituito dal Cardinal Ruini nel 1994) è in preghiera dalla veglia iniziata ieri sera. Non è da escludere che Papa Francesco, devoto di Suor Faustina, la ricordi durante il Regina Coeli e magari faccia addirittura una visita nella Chiesa a due passi da San Pietro, infrangendo il protocollo, secondo il suo stile. 
Nel suo Diario la Santa, tra le terribili pagine dei suoi sei quaderni, ci regala infatti un episodio simpatico che ha a che fare con Sant'Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, di cui fa parte anche Papa Bergoglio. Nel luglio del 1935, il giorno in cui si festeggia il Santo, Suor Faustina, pensando a tutti gli ostacoli da superare per la fondazione della nuova congregazione lo rimproverava nei suoi pensieri («come può non venirmi in aiuto su questioni così importanti?») fino a quando, a un tratto, lo vide apparire sull'altare. «Figlia mia – le rispose il fondatore dei Gesuiti –, non sono indifferente alla tua causa. Questa regola si può adattare…». E indicando un grosso libro scomparve. **************************

Omelia S.Messa di insediamento San Giovanni in Laterano (Contributi 827)

Con gioia celebro per la prima volta l’Eucaristia in questa Basilica Lateranense, Cattedrale del Vescovo di Roma. Vi saluto tutti con grande affetto: il carissimo Cardinale Vicario, i Vescovi Ausiliari, il Presbiterio diocesano, i Diaconi, le Religiose e i Religiosi e tutti i fedeli laici. Porgo anche i miei saluti al Signor Sindaco e a sua moglie e a tutte le Autorità. Camminiamo insieme nella luce del Signore Risorto. 
1. Celebriamo oggi la Seconda Domenica di Pasqua, denominata anche «della Divina Misericordia». Com'è bella questa realtà della fede per la nostra vita: la misericordia di Dio! Un amore così grande, così profondo quello di Dio verso di noi, un amore che non viene meno, sempre afferra la nostra mano e ci sorregge, ci rialza, ci guida.
2. Nel Vangelo di oggi, l’apostolo Tommaso fa esperienza proprio della misericordia di Dio, che ha un volto concreto, quello di Gesù, di Gesù Risorto. Tommaso non si fida di ciò che gli dicono gli altri Apostoli: «Abbiamo visto il Signore»; non gli basta la promessa di Gesù, che aveva annunciato: il terzo giorno risorgerò. Vuole vedere, vuole mettere la sua mano nel segno dei chiodi e nel costato. E qual è la reazione di Gesù? La pazienza: Gesù non abbandona il testardo Tommaso nella sua incredulità; gli dona una settimana di tempo, non chiude la porta, attende. E Tommaso riconosce la propria povertà, la poca fede. «Mio Signore e mio Dio»: con questa invocazione semplice ma piena di fede risponde alla pazienza di Gesù. Si lascia avvolgere dalla misericordia divina, la vede davanti a sé, nelle ferite delle mani e dei piedi, nel costato aperto, e ritrova la fiducia: è un uomo nuovo, non più incredulo, ma credente. 
E ricordiamo anche Pietro: per tre volte rinnega Gesù proprio quando doveva essergli più vicino; e quando tocca il fondo incontra lo sguardo di Gesù che, con pazienza, senza parole gli dice: «Pietro, non avere paura della tua debolezza, confida in me»; e Pietro comprende, sente lo sguardo d’amore di Gesù e piange. Che bello è questo sguardo di Gesù – quanta tenerezza! Fratelli e sorelle, non perdiamo mai la fiducia nella misericordia paziente di Dio! 
Pensiamo ai due discepoli di Emmaus: il volto triste, un camminare vuoto, senza speranza. Ma Gesù non li abbandona: percorre insieme la strada, e non solo! Con pazienza spiega le Scritture che si riferivano a Lui e si ferma a condividere con loro il pasto. Questo è lo stile di Dio: non è impaziente come noi, che spesso vogliamo tutto e subito, anche con le persone. Dio è paziente con noi perché ci ama, e chi ama comprende, spera, dà fiducia, non abbandona, non taglia i ponti, sa perdonare. Ricordiamolo nella nostra vita di cristiani: Dio ci aspetta sempre, anche quando ci siamo allontanati! Lui non è mai lontano, e se torniamo a Lui, è pronto ad abbracciarci. 
A me fa sempre una grande impressione rileggere la parabola del Padre misericordioso, mi fa impressione perché mi dà sempre una grande speranza. Pensate a quel figlio minore che era nella casa del Padre, era amato; eppure vuole la sua parte di eredità; se ne va via, spende tutto, arriva al livello più basso, più lontano dal Padre; e quando ha toccato il fondo, sente la nostalgia del calore della casa paterna e ritorna. E il Padre? Aveva dimenticato il figlio? No, mai. É lì, lo vede da lontano, lo stava aspettando ogni giorno, ogni momento: è sempre stato nel suo cuore come figlio, anche se lo aveva lasciato, anche se aveva sperperato tutto il patrimonio, cioè la sua libertà; il Padre con pazienza e amore, con speranza e misericordia non aveva smesso un attimo di pensare a lui, e appena lo vede ancora lontano gli corre incontro e lo abbraccia con tenerezza, la tenerezza di Dio, senza una parola di rimprovero: è tornato! E quella è la gioia del padre. In quell'abbraccio al figlio c’è tutta questa gioia: è tornato! Dio sempre ci aspetta, non si stanca. Gesù ci mostra questa pazienza misericordiosa di Dio perché ritroviamo fiducia, speranza, sempre! Un grande teologo tedesco, Romano Guardini, diceva che Dio risponde alla nostra debolezza con la sua pazienza e questo è il motivo della nostra fiducia, della nostra speranza (cfr Glaubenserkenntnis, Würzburg 1949, p. 28). E’ come un dialogo fra la nostra debolezza e la pazienza di Dio, è un dialogo che se noi lo facciamo, ci dà speranza. 
3. Vorrei sottolineare un altro elemento: la pazienza di Dio deve trovare in noi il coraggio di ritornare a Lui, qualunque errore, qualunque peccato ci sia nella nostra vita. Gesù invita Tommaso a mettere la mano nelle sue piaghe delle mani e dei piedi e nella ferita del costato. Anche noi possiamo entrare nelle piaghe di Gesù, possiamo toccarlo realmente; e questo accade ogni volta che riceviamo con fede i Sacramenti. San Bernardo in una bella Omelia dice: «Attraverso … le ferite [di Gesù] io posso succhiare miele dalla rupe e olio dai ciottoli della roccia (cfr Dt 32,13), cioè gustare e sperimentare quanto è buono il Signore» (Sul Cantico dei Cantici 61, 4). É proprio nelle ferite di Gesù che noi siamo sicuri, lì si manifesta l’amore immenso del suo cuore. Tommaso lo aveva capito. San Bernardo si domanda: ma su che cosa posso contare? Sui miei meriti? Ma «mio merito è la misericordia di Dio. Non sono certamente povero di meriti finché lui sarà ricco di misericordia. Che se le misericordie del Signore sono molte, io pure abbonderò nei meriti» (ivi, 5). Questo è importante: il coraggio di affidarmi alla misericordia di Gesù, di confidare nella sua pazienza, di rifugiarmi sempre nelle ferite del suo amore. San Bernardo arriva ad affermare: «Ma che dire se la coscienza mi morde per i molti peccati? “Dove è abbondato il peccato è sovrabbondata la grazia” (Rm 5,20)» (ibid.). Forse qualcuno di noi può pensare: il mio peccato è così grande, la mia lontananza da Dio è come quella del figlio minore della parabola, la mia incredulità è come quella di Tommaso; non ho il coraggio di tornare, di pensare che Dio possa accogliermi e che stia aspettando proprio me. Ma Dio aspetta proprio te, ti chiede solo il coraggio di andare a Lui. Quante volte nel mio ministero pastorale mi sono sentito ripetere: «Padre, ho molti peccati»; e l’invito che ho sempre fatto è: «Non temere, va’ da Lui, ti sta aspettando, Lui farà tutto». Quante proposte mondane sentiamo attorno a noi, ma lasciamoci afferrare dalla proposta di Dio, la sua è una carezza di amore. Per Dio noi non siamo numeri, siamo importanti, anzi siamo quanto di più importante Egli abbia; anche se peccatori, siamo ciò che gli sta più a cuore. 
Adamo dopo il peccato prova vergogna, si sente nudo, sente il peso di quello che ha fatto; eppure Dio non abbandona: se in quel momento inizia l’esilio da Dio, con il peccato, c’è già la promessa del ritorno, la possibilità di ritornare a Lui. Dio chiede subito: «Adamo, dove sei?», lo cerca. Gesù è diventato nudo per noi, si è caricato della vergogna di Adamo, della nudità del suo peccato per lavare il nostro peccato: dalle sue piaghe siamo stati guariti. Ricordatevi quello di san Paolo: di che cosa mi vanterò se non della mia debolezza, della mia povertà? Proprio nel sentire il mio peccato, nel guardare il mio peccato io posso vedere e incontrare la misericordia di Dio, il suo amore e andare da Lui per ricevere il perdono. 
Nella mia vita personale ho visto tante volte il volto misericordioso di Dio, la sua pazienza; ho visto anche in tante persone il coraggio di entrare nelle piaghe di Gesù dicendogli: Signore sono qui, accetta la mia povertà, nascondi nelle tue piaghe il mio peccato, lavalo col tuo sangue. E ho sempre visto che Dio l’ha fatto, ha accolto, consolato, lavato, amato. 
Cari fratelli e sorelle, lasciamoci avvolgere dalla misericordia di Dio; confidiamo nella sua pazienza che sempre ci dà tempo; abbiamo il coraggio di tornare nella sua casa, di dimorare nelle ferite del suo amore, lasciandoci amare da Lui, di incontrare la sua misericordia nei Sacramenti. Sentiremo la sua tenerezza, tanto bella, sentiremo il suo abbraccio e saremo anche noi più capaci di misericordia, di pazienza, di perdono, di amore. 

PAROLE DEL SANTO PADRE DALLA LOGGIA ESTERNA 
DELLA BASILICA LATERANENSE DOPO LA SANTA MESSA 

Fratelli e sorelle, buonasera! Vi ringrazio tanto per la vostra compagnia nella Messa di oggi. Grazie tante! Vi chiedo di pregare per me, ne ho bisogno. Non vi dimenticate di questo. Grazie a tutti voi! 
E andiamo avanti tutti insieme, il popolo e il Vescovo, tutti insieme; avanti sempre con la gioia della Risurrezione di Gesù; Lui sempre è al nostro fianco. 
Che il Signore vi benedica! 
[Segue la Benedizione] 
Grazie tante! A presto!
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