Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

venerdì 31 maggio 2013

L’assassinio di Fabiana Luzzi frutto dell’apostasia da Cristo (Contributi 850)

Un articolo che riporta un giudizio/commento di Mons.Negri tratto da Tempi:


L’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, monsignor Luigi Negri, ha espresso, durante una recente celebrazione liturgica, tutto il proprio sgomento per l’assassinio di Fabiana Luzzi, la quindicenne di Corigliano Calabro, accoltellata e bruciata dal fidanzato. 
Negri ha rivolto la sua attenzione al problema educativo e si è chiesto se il mondo degli adulti sia consapevole di quale baratro si sia aperto ormai nel mondo giovanile: «È ancora possibile lasciare migliaia e migliaia di giovani in una situazione di sostanziale ineducazione che li abbandona a vite e a divertimenti senza nessuna misura, e che rende queste vite sostanzialmente già perdute in partenza? Dominate dall'alcool, dalla droga, dalle reazioni istintive, dalle violenze incontrollate e incontrollabili». 

SOCIETA’ EMPIA. Per il vescovo «è necessaria una ripresa fondamentale di coscienza da parte dei genitori, delle istituzioni educative, e certamente da parte della Chiesa, perché questa enorme possibilità positiva che è la gioventù, per il presente e per il futuro della società, non diventi una tragica perdita di intelligenza, di volontà, di affezioni, di capacità di sacrificio e di capacità di dedizione». «Questo – ha aggiunto – è certamente il risultato di quell'empietà di fondo che caratterizza l’ideologia dominante di questa società. 
Madonna delle Grazie-Ferrara
È il frutto amaro di quell'apostasia da Cristo che, come ha più volte ricordato Benedetto XVI, finisce per diventare l’apostasia dell’uomo da se stesso. Quando le cose arrivano a questi livelli è necessario riprendere con umiltà un atteggiamento di fede di fronte a Gesù Cristo e chiedergli il coraggio di una testimonianza vera davanti al mondo, e una capacità di carità che sappia accogliere gli uomini, come ci insegna quotidianamente papa Francesco, anche nella tragicità della loro condizione, per coinvolgerli nel grande e pacificante annunzio che il Signore rende nuove tutte le cose, e quindi può incominciare a cambiare fin d’ora il nostro cuore, e farci camminare con Lui e dietro di Lui verso la pienezza della nostra umanità. 
La Vergine delle Grazie, che veneriamo nella nostra bellissima Cattedrale, ci aiuti a vivere il nostro sacrificio quotidiano e la compassione che ci stringe ad ogni uomo che ci vive accanto».
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mercoledì 29 maggio 2013

L'insegnamento di Papa Francesco sul demonio (Contributi 849)

Da La Bussola un articolo di Piero Gheddo riporta una testimonianza: 

Il missionario padre Dionisio Ferraro del Pime è nato a Casoni (Vicenza) nel 1944, è sacerdote dal 1970 e in Guinea Bissau dal 1972. È stato superiore regionale del Pime in Guinea (1981-1985). Oggi è parroco a Bambadinca, in ambiente totalmente pagano nella diocesi di Bafatà, la seconda in Guinea nata nel 2001. L’ho intervistato a Milano il 21 maggio 2013 e ha approvato questa intervista. 

Papa Francesco parla spesso del demonio, ma forse alcuni non credono nella sua esistenza. Chiedo a padre Dionisio di raccontarmi la sua drammatica esperienza: 
“Nel 2011 ero venuto in Italia, rimanendo colpito dalla mancanza di fede in molti e Benedetto XVI aveva indetto l’Anno della Fede (11 ottobre 2012 - 24 novembre 2013). Tornando in Guinea a marzo, mi ero proposto di scrivere un opuscolo in criolo (lingua nazionale col portoghese) intitolato: “Signore, rafforzaci nella fede”. Mi serviva per la preparazione degli adulti al battesimo, ma andava bene anche per altri, fino all'ultimo capitoletto sulla Madonna nostra Madre nella fede. Circa 50 paginette. L’ho preparato e poi mi sono proposto di portarlo a Bissau in tipografia, ma non trovavo la giornata libera: 120 km all'andata, con quelle strade ci vogliono circa tre ore o anche più (e altrettante al ritorno) 
A Bambadinca io vado a letto presto. Non abbiamo luce elettrica e nemmeno televisione, all'aperto ci sono le zanzare, così alle 21 vado a letto. Dormo bene e subito. All'una di notte mi sveglio, accendo la lampada e mi alzo: prego e scrivo fino a circa le 3, poi mi viene ancora sonno e dormo fino alle 5,30-6, senza mettere la sveglia. “All'una di notte del 23 marzo 2011 mi alzo, rileggo l’opuscolo, mi piace e decido che il giorno dopo vado a Bissau dal tipografo per la sveglia. Mi metto a letto piegato verso sinistra e quando sento che viene il sonno mi giro sulla destra e dormo. Da noi in Guinea, in stanze ben chiuse e senza luce, dormiamo senza nessun vestito o copertura per il caldo. 
Sto addormentandomi e sento delle frustate tremende sulla spalla sinistra, sul braccio, sul lato sinistro del corpo e sulla gamba. Grido dal dolore e dallo stupore e mentre qualcuno nel buio continua a frustarmi, cerco di proteggermi la testa con le mani e penso che dormo nella stanza di una casa in muratura, la porta è ben chiusa e le due finestre hanno le inferriate. Nessuno può entrare in stanza, mi viene in mente il demonio e grido: “Vade retro, Satana! Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo!”. E, magicamente, le frustate cessano. Grido ancora ma è inutile in casa non c’è nessuno. Sento sulla spalla sinistra e sul ginocchio che c’è del sangue, mi spavento e prego Gesù e Maria, accendo la lampada, mi guardo allo specchio e vedo il sangue. Mi lavo, mi asciugo, metto polvere di penicillina e una pomata antibiotica, la cura poi è andata avanti una quindicina di giorni. Sento molto dolore, ma questo non mi impedisce di pensare: vado alla porta, è chiusa a chiave dall'interno, le inferriate solide e intatte, guardo sotto il letto e nell'armadio, non c’è nessuno, nello stanzino del bagno nemmeno. 
Grido a me stesso e al Signore: “È il demonio, non vuole che pubblichi questo libretto”. Mi inginocchio e prego ancora. “Mi rimetto a letto e il Signore mi manda di nuovo il sonno, quando squilla la sveglia mi alzo. Penso che debbo far vedere le ferite e il sangue al vescovo. Vado a Bafatà da mons. Pedro Zilli, italo-brasiliano del Pime, vede le ferite e sente il mio racconto, mi dice di pregare prima di andare a letto e dare la benedizione alla stanza; poi vado a Bissau e faccio vedere le ferite al superiore regionale del Pime in Guinea, padre Davide Sciocco, e anche lui mi dice di pregare. Più tardi l’ho poi raccontato al vicario generale della diocesi di Bafatà che è un prete “fidei donum” diocesano di Verona, don Luca Pedretti: “Tieni sempre l’acqua benedetta in camera e dai la benedizione”. 
“Dopo questo fatto, ho pensato: “Il mio libretto è incompleto”. Così, dopo l’ultimo capitolo sulla Madonna nostra Madre nella fede, ne aggiungoun altro sul demonio. Ho citato alcuni testi biblici dell’Antico Testamento e poi Marco 1,13, Gesù va nel deserto 40 giorni poi è tentato dal diavolo; e ancora Marco 4, 15, Satana porta via la Parola di Dio seminata e altre citazioni con brevi commenti. Aggiungo: questi sono fatti biblici, che possono sembrare lontani da noi e non più attuali oggi. Invece sono confermati dalla mia esperienza. E racconto quel che mi è capitato: nella notte del 23 marzo 2011, Satana mi ha frustato perché non voleva che pubblicassi questo libretto”. 
Dico a padre Dionisio che il suo racconto susciterà in Italia stupore, ma forse anche incredulità. 
Risponde: “Vi capisco perché voi in Italia non avete un’esperienza diretta e personale del demonio, ma tornando nella mia patria per un mese o due, mi accorgo di quanto il demonio è presente della società italiana, nelle famiglie, ma se ne parla troppo poco. Da noi in Guinea, un paese ancora pagano, la presenza di Satana non stupisce nessuno. Ci credono molto e lo vedono dove c’è il male, l’odio, la violenza, la divisione; e lo temono molto. Parlare di Satana alla nostra gente è utile e infatti, da quando è uscito questo mio libro, molti vengono a chiedermi altre notizie sul demonio ed entrano sempre più in una visione evangelica della vita, cioè scoprono, toccano con mano, che Gesù Cristo è l’unico che possa liberarli dal demonio, che è nemico di Dio e dell’uomo”.
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martedì 28 maggio 2013

Lo spreco dei confetti (Interventi 170)

Ecco una nuova riflessione di don Luciano: 

Gli sposalizi erano una delle cose che mi facevano sempre felice da bambino piccolo - avevo quattro... cinque anni. Nel nostro paesello era usanza che sposi, mentre andavano al pranzo di nozze, buttassero dei sacchettini di confetti alla gente lungo la strada. Le spose lo facevano di preferenza ai bambini piccoli, probabilmente come augurio per una loro prossima maternità. Così quando sentivo che si avvicinava il corteo strombazzante delle automobili, mi piazzavo ai bordi della strada, e regolarmente dalla macchina degli sposi qualcuno mi faceva piovere un sacchettino di confetti. A me sembrava che ne avessero sempre tanti... che ne buttassero a tutti quelli che incontravano... così che tutti i ragazzi quel giorno potessero succhiare felici dei confetti! 
Quegli sposi che buttavano confetti lungo le strade rendono bene l'immagine di quello che dovrei essere io come discepolo di Gesù Cristo - sono chiamato a distribuire "confetti" spirituali e emozionali dovunque vado, con chiunque mi trovi. Per dirla con le parole di Gesù mentre sta preparando i Suoi discepoli per la missione di rappresentarLo: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Matteo 10,8). 
Nella Parola di Dio, l'apostolo Paolo descrive noi discepoli come coloro che dovrebbero donare in abbondanza a chiunque ci sta vicino. In 2 Corinzi 9,6 Paolo enuncia questo principio: «Tenete a mente che chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà». Quindi se non stai ricevendo troppo incoraggiamento, forse è perché non ne hai dato abbastanza. Se non stai avendo economicamente, forse è perché non sei stato troppo generoso. Se non sei abbastanza aiutato, magari è perché sei stato avaro di aiuto. 
Paolo poi continua dicendo che «Dio ama chi dona con gioia». Dio ama la gente che da via (e si da via) con gioia. Mi ricordo bene della felicità degli sposi nel buttare via generosamente i loro confetti. Però com'è che riesci a dare in continuazione? Non si esauriscono le risorse? 2 Corinzi 9,8: «Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene». Puoi continuare a dare agli altri perché Dio ti restituisce più di quello che hai donato. Tu spali buttando fuori... e Dio spala buttando dentro... ma Dio ha il badile più grande del tuo. 
Di fatto, cos'è quello che dai via? E' grazia. Qualcosa che uno non si merita, che non è dovuto - proprio come tutto ciò che riceviamo da Dio. Chi ha ricevuto grazia è sottinteso che distribuisca grazia! Il che significa che non tratti le persone come loro hanno trattato te o come meriterebbero di essere trattate - è forse così che Dio sta facendo con te? Tu tratti loro nella stessa maniera con cui Gesù ti sta trattando! Spreco di grazia. Come gli sposi di quand'ero bambino, tu stai felicemente, indiscriminatamente sprecando grazia - perdonando... passando sopra alle offese... incoraggiando... pazientando con le persone... cercando di essere dolce con loro. 
Chi sperimenta quotidianamente di andare avanti solo per grazia di Dio, sparge quella grazia a chiunque gli sta intorno - sei generoso con il tuo tempo, con i tuoi soldi, con il tuo ascolto, con la tua pazienza, con il tuo perdono. E magari c'è qualcuno - proprio tra quelli che ti stanno vicino - che ha disperatamente bisogno di un po' della tua grazia... forse qualcuno a cui gliela stai negando da tempo. Ma come fai a non dargliela - proprio tu che Dio ti ricolma di grazie ogni giorno? 
Ogni giorno fai il pieno di grazie di Dio. E allora sperimenta anche la gioia di far piovere sulla gente che incontri i "confetti" che Dio generosamente ti lancia. 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto don Luciano
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domenica 26 maggio 2013

Ss Trinità, 26-mag-2013 (Angelus 136)

Cari fratelli e sorelle! Buongiorno! 
Questa mattina ho fatto la mia prima visita in una parrocchia della diocesi di Roma. Ringrazio il Signore e vi chiedo di pregare per il mio servizio pastorale a questa Chiesa di Roma, che ha la missione di presiedere alla carità universale. 
Oggi è la Domenica della Santissima Trinità. La luce del tempo pasquale e della Pentecoste rinnova ogni anno in noi la gioia e lo stupore della fede: riconosciamo che Dio non è qualcosa di vago, il nostro Dio non è un Dio “spray”, è concreto, non è un astratto, ma ha un nome: «Dio è amore». Non è un amore sentimentale, emotivo, ma l’amore del Padre che è all'origine di ogni vita, l’amore del Figlio che muore sulla croce e risorge, l’amore dello Spirito che rinnova l’uomo e il mondo. Pensare che Dio è amore ci fa tanto bene, perché ci insegna ad amare, a donarci agli altri come Gesù si è donato a noi, e cammina con noi. Gesù cammina con noi nella strada della vita. 
La Santissima Trinità non è il prodotto di ragionamenti umani; è il volto con cui Dio stesso si è rivelato, non dall'alto di una cattedra, ma camminando con l’umanità. E’ proprio Gesù che ci ha rivelato il Padre e che ci ha promesso lo Spirito Santo. Dio ha camminato con il suo popolo nella storia del popolo d’Israele e Gesù ha camminato sempre con noi e ci ha promesso lo Spirito Santo che è fuoco, che ci insegna tutto quello che noi non sappiamo, che dentro di noi ci guida, ci dà delle buone idee e delle buone ispirazioni. 
Oggi lodiamo Dio non per un particolare mistero, ma per Lui stesso, «per la sua gloria immensa», come dice l’inno liturgico. Lo lodiamo e lo ringraziamo perché è Amore, e perché ci chiama ad entrare nell'abbraccio della sua comunione, che è la vita eterna. 
Affidiamo la nostra lode alle mani della Vergine Maria. Lei, la più umile tra le creature, grazie a Cristo è già arrivata alla meta del pellegrinaggio terreno: è già nella gloria della Trinità. Per questo Maria nostra Madre, la Madonna, risplende per noi come segno di sicura speranza. E’ la Madre della speranza; nel nostro cammino, nella nostra strada, Lei è la Madre della speranza. E’ la Madre anche che ci consola, la Madre della consolazione e la Madre che ci accompagna nel cammino. 
Adesso preghiamo la Madonna tutti insieme, a nostra Madre che ci accompagna nel cammino. 

Dopo l'Angelus 
Cari fratelli e sorelle,
ieri, a Palermo, è stato proclamato Beato Don Giuseppe Puglisi, sacerdote e martire, ucciso dalla mafia nel 1993. Don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il Vangelo li sottraeva alla malavita, e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà, però, è lui che ha vinto, con Cristo Risorto. Io penso a tanti dolori di uomini e donne, anche di bambini, che sono sfruttati da tante mafie, che li sfruttano facendo fare loro un lavoro che li rende schiavi, con la prostituzione, con tante pressioni sociali. Dietro a questi sfruttamenti, dietro a queste schiavitù, ci sono mafie. Preghiamo il Signore perché converta il cuore di queste persone. Non possono fare questo! Non possono fare di noi, fratelli, schiavi! Dobbiamo pregare il Signore! Preghiamo perché questi mafiosi e queste mafiose si convertano a Dio e lodiamo Dio per la luminosa testimonianza di don Giuseppe Puglisi, e facciamo tesoro del suo esempio! 
Saluto con affetto tutti i pellegrini presenti, le famiglie, i gruppi parrocchiali venuti da Italia, Spagna, Francia e da tanti altri Paesi. Saluto in particolare l’Associazione Nazionale San Paolo degli Oratori e dei Circoli Giovanili, nata 50 anni fa al servizio dei giovani. Cari amici, San Filippo Neri, che oggi ricordiamo, e il Beato Giuseppe Puglisi sostengano il vostro impegno. Saluto il gruppo di cattolici cinesi qui presenti, che si sono riuniti a Roma per pregare per la Chiesa in Cina, invocando l’intercessione di Maria Ausiliatrice. 
Rivolgo un pensiero a quanti promuovono la “Giornata del Sollievo”, in favore dei malati che vivono il tratto finale del loro cammino terreno; come pure l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla. Grazie per il vostro impegno! Saluto l’Associazione Nazionale Arma di Cavalleria, e i fedeli di Fiumicello, presso Padova. 
Buona domenica a tutti e buon pranzo!
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sabato 25 maggio 2013

Don Giuseppe Puglisi è beato (Contributi 848)

Vi propongo un articolo da Tempi: 

Don Giuseppe Puglisi, è beato. L’elevazione agli onori degli altari del parroco di Brancaccio, ucciso dalla mafia nel 1993, è stata comunicata ad una folla di oltre 80 mila persone in preghiera al Foro Italico di Palermo dal cardinale Salvatore De Giorgi, delegato da papa Francesco, nell'ambito di una celebrazione presieduta dal cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo.

“AMEN AMEN AMEN”. 
La lettura dell’atto in latino con cui don Puglisi è stato proclamato beato è stata salutata da un triplice “amen” delle migliaia di persone assiepate in preghiera davanti al palco allestito proprio sul mare, con le spalle al golfo di Palermo. Accanto al palco, una gigantografia del sacerdote assassinato da cosa nostra. Numerose le autorità presenti – Grasso, Alfano, Cancellieri, D’Alia – e la rappresentanza di magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine, ma davvero imponente è la presenza di pellegrini, giunti a Palermo da tutta Italia per ricordare il parroco di Brancaccio.

«MAFIOSI RIFIUTANO DIO». 
«I mafiosi, che spesso pure si dicono e si mostrano credenti, muovono meccanismi di sopraffazione ed ingiustizia, di rancore, di odio, di violenza, di morte» ha detto durante l’omelia l’arcivescovo di Palermo. «L’azione assassina dei mafiosi ne rivela la vera essenza. Essi rifiutano il Dio della vita e dell’amore. Il Beato Puglisi servì e amò i fratelli da padre. Fu soprattutto a Brancaccio che trovò bambini e giovani quotidianamente esposti ad una paternità falsa e meschina, quella della mafia del quartiere, che rubava dignità e dava morte in cambio di protezione e sostegno. La sua azione mirò a rendere presente un altro padre, il Padre Nostro. Secondo lui di “nostro” non può esserci cosa che si impone a tutti attraverso un padrino onnipresente. Di “nostro” c’è solo Dio che ama tutti dentro e fuori la Chiesa».

SANGUE CHE FECONDA LA CHIESA. 
Il cardinale Romeo ha poi dichiarato: «Beato martire Giuseppe, il tuo sangue continuerà a fecondare questa Chiesa». E rivolto a tutti: «La chiesa riconosce nella vita del Beato Puglisi sigillata dal suo martirio un modello da imitare. La mano mafiosa che lo ha barbaramente assassinato ha liberato la vita vera di questo “chicco di grano” che nella sua opera di evangelizzazione moriva ogni giorno per portare frutto. Quella mano assassina ha amplificato oltre lo spazio e il tempo la sua delicata voce sacerdotale, e lo ha donato martire non solo a Brancaccio ma al mondo intero. Il martirio di don Pino ci interpella tutti a vivere ogni forma di male nel mondo professando una fede saldamente fondata sulla Parola e compiuta nella carità. La nostra fede vincerà solo se verrà testimoniata, come Puglisi diceva, sintetizzando insieme evangelizzazione e promozione umana».
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venerdì 24 maggio 2013

José (Interventi 169)

Padre Aldo Trento dal Paraguay ci offre una nuova, toccante testimonianza:

Cari amici, 
desidero condividere con voi una lettera che José (Giuseppe) ci ha inviato per festeggiare un anno di ricovero nella clinica. Ha 43 anni, da tempo è totalmente paralizzato con gli arti rattrappiti ed è cieco. Pur avendo famiglia è solo. Noi siamo la sua famiglia. È stupendo vedere l’affetto delle infermiere e del personale verso di lui. Ogni volta che mi avvicino e gli chiedo come sta, mi risponde: “molto bene, Padre. Qui ho tutto ciò che è necessario per vivere”. Per me è una provocazione continua per riconoscere la positività e la bellezza della vita, qualunque siano le condizioni in cui si svolge. In queste condizioni lui ha incontrato Gesù, unico motivo della sua vita. Decisivo in questo incontro è stato l’amore vissuto momento per momento. È un incontro concreto con volti che ti vogliono bene concretamente, nel quale Gesù si fa presente rendendo l’impossibile (vivere in quelle condizioni) possibile. Guardando José penso agli amici ammalati di SLA e insieme preghiamo per loro. Vi chiedo di cuore di stare tanto vicino a chi ha la SLA perché solo l’amore dà loro l’energia per riconoscere la predilezione di Gesù.
Con affetto, P. Aldo

Caro Padre Aldo scrivo questa lettera con l'intenzione di ringraziare tutte le persone che sono in questo clinica. Con tutto il cuore ringrazio le prime infermiere che mi hanno accudito quando sono arrivato in questa casa. Per avermi ripulito, rasato, fatto il bagno, le prime cure. Per avermi ripulito per bene.
Oggi è il mio primo anniversario in questa casa, sono molto contento e felice. Ringrazio Dio per avermi dato la possibilità di venire qui.
Qui ho fatto la mia Cresima e da allora la mia vita è cambiata;  da quel momento ho vissuto più intensamente la mia fede.
Ho trascorso qui tanti bei momenti di felicità, tra i quali la festa per i miei 43 anni e, senza dubbio, mi sono avvicinato di più a Dio attraverso la preghiera quotidiana, la comunione e la confessione frequente. Ora sento più pace, felicità e tranquillità,  accettando e  sopportando con dignità la mia malattia fino a quando Dio lo vorrà.
Prima della mia malattia facevo una vita molto disordinata, lontana da Dio. Ho avuto molti problemi e l'odio dei miei familiari, ma attraverso la mia malattia e con l’arrivare qui ho potuto superare il rancore, l’odio verso di loro. Forse loro sono ancora arrabbiati e per questo non mi chiamano spesso, ma io ogni giorno li amo di più, prego ogni giorno per tutti loro chiedendo al Signore di farli riavvicinare a me e che, sia loro che le loro famiglie, abbiano la salute e siano felici come lo sono io, malgrado sia a letto.
Ringrazio ancora tutti i medici, le infermiere, le cuoche, le addette alle pulizie, le segretarie, i volontari e le volontarie, gli amici, la suora e specialmente te e tutti coloro che mi hanno aiutato in ogni modo.
Un caro saluto. 
JOSE D. O.
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Spirito di unità ed armonia (Contributi 847)

Questo l'editoriale di Samizdat on Line di oggi, con un autore d'eccezione: Papa Francesco che pone a ciascuno di noi importanti interrogativi che sollecitano una nostra personale risposta.

Lo Spirito Santo, apparentemente, sembra creare disordine nella Chiesa, perché porta la diversità dei carismi, dei doni; ma tutto questo invece, sotto la sua azione, è una grande ricchezza, perché lo Spirito Santo è lo Spirito di unità, che non significa uniformità, ma ricondurre il tutto all'armonia
Nella Chiesa l’armonia la fa lo Spirito Santo. Uno dei Padri della Chiesa ha un’espressione che mi piace tanto: lo Spirito Santo "ipse harmonia est". Lui è proprio l’armonia. Solo Lui può suscitare la diversità, la pluralità, la molteplicità e, nello stesso tempo, operare l’unità. 
Anche qui, quando siamo noi a voler fare la diversità e ci chiudiamo nei nostri particolarismi, nei nostri esclusivismi, portiamo la divisione; e quando siamo noi a voler fare l’unità secondo i nostri disegni umani, finiamo per portare l’uniformità, l’omologazione. Se invece ci lasciamo guidare dallo Spirito, la ricchezza, la varietà, la diversità non diventano mai conflitto, perché Egli ci spinge a vivere la varietà nella comunione della Chiesa. 
Il camminare insieme nella Chiesa, guidati dai Pastori, che hanno uno speciale carisma e ministero, è segno dell’azione dello Spirito Santo; l'ecclesialità è una caratteristica fondamentale per ogni cristiano, per ogni comunità, per ogni movimento. 
E’ la Chiesa che mi porta Cristo e mi porta a Cristo; i cammini paralleli sono tanto pericolosi! Quando ci si avventura andando oltre (proagon) la dottrina e la Comunità ecclesiale - dice l’apostolo Giovanni nella sua Seconda Lettera - e non si rimane in esse, non si è uniti al Dio di Gesù Cristo (cfr 2Gv 1, 9). 
Chiediamoci allora: sono aperto all'armonia dello Spirito Santo, superando ogni esclusivismo? Mi faccio guidare da Lui vivendo nella Chiesa e con la Chiesa?
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mercoledì 22 maggio 2013

La preghiera di Gesù (Contributi 846)

Un articolo di Paolo Sottopietra dal sito della Fraternità San Carlo: 

I vangeli ci hanno descritto solo pochi movimenti fisici di Cristo e tra questi hanno privilegiato quelli del suo sguardo.
A volte alzava il capo e gli occhi sulla folla, sui discepoli o semplicemente su ciò che aveva davanti: come uscendo dalla sua concentrazione, rispondeva allora a chi lo interrogava, o prendeva la parola. Luca è il più attento a questo gesto, assieme a Giovanni. Ecco come lo ritrae, per esempio, mentre inizia il grande discorso delle beatitudini: Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Lc 6,20). Oppure, nel tempio: Alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro (Lc 21,1). E Giovanni annota, raccontando la moltiplicazione dei pani: Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» (Gv 6,5). A Giovanni sono rimaste impresse nella memoria altre due occasioni. Quella della risurrezione di Lazzaro: Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato» (Gv 11,41). E poi la grande preghiera sacerdotale, durante l’ultima cena. Qui il gesto di Gesù esprime il suo essere proteso, spiritualmente e fisicamente, nel dialogo con la persona vivente del Padre: Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te» (Gv 17,1).
Perché gli evangelisti sono stati colpiti da questo movimento del capo di Cristo che si leva e indirizza lo sguardo verso l’alto? Perché i discepoli intuivano che, quando parlava, egli usciva da un raccoglimento permanente e traeva da lì le sue parole. Era con loro, ma stava con un Altro. Di qui veniva l’intelligenza e la pertinenza dei suoi interventi. Di qui anche la dolcezza, l’ironia, oppure l’energia e l’ira che di volta in volta connotavano le sue parole. L’unità con il Padre, la sua preghiera, lungi dall'estraniarlo, lo immergeva nella realtà con tanta più forza. Egli infatti viveva il presente con un’intensità pacata e straordinaria.
Ciò che Cristo comunicava era un tutt'uno con il suo rapporto con il Padre, con la sua preghiera al Padre. Io dico al mondo le cose che ho udito da lui (Gv 8,26), la verità udita da Dio (Gv 8,40). A volte la sua predicazione diventava spontaneamente una preghiera esplicita (cfr. Lc 10,17-22), ma tutta la sua comunicazione agli uomini, anche quando rimaneva oggettiva, manteneva la forma della preghiera.
Don Giussani ha scritto che «l’uomo consapevole», ovvero l’uomo cosciente della sua dipendenza da Dio, «è uno spettacolo», perché la sua dimensione spirituale investe la materia, «gli stessi dati fisici e biologici», e li trascina dentro di sé. Per questo, «quando l’uomo incomincia a diventare stabilmente uomo, comincia a esercitare un fascino che nessuno conosce di noi, tra i propri simili, perché è così raro». Questa è la promessa della preghiera: essere un avvenimento di profonda unificazione della nostra persona, attraverso l’abbandono a Dio, la disponibilità, la docilità di chi spera tutto da Lui. La preghiera ci trasforma.

Una preghiera potente contro satana

Riporto questa preghiera che credo debba avere massima diffusione:


Supplica quotidiana a Maria 

Il Signore disse al serpente: io porrò inimicizia tra te e la donna ,tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno. (Gen. 3,15) 
Ave Maria 

Chi è Costei che sorge come l’aurora,bella come la luna,fulgida come il sole,terribile come schiere a vessilli spiegati? (Ct 6,10) 
Ave Maria 

Nel cielo poi apparve un segno grandioso:una donna vestita di sole,con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle.(Ap 12,1) 
Ave Maria 

Prega per noi Santa Madre di Dio 
affinché siamo resi degni delle promesse di Cristo 

Ascolta Padre Santo le preghiere del tuo popolo e per l’intercessione della Vergine Maria,difendilo dalle insidie del nemico infernale che vuole spegnere la fede nel cuore dei tuoi figli,per le sue preghiere dona unità alla tua Chiesa perché possa compiere la missione che il Tuo Figlio Gesù le ha affidato,quella di portare nel mondo il Vangelo della salvezza,per Lui che vive e regna con lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. 
Amen. 
Tre Gloria 
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domenica 19 maggio 2013

Pentecoste, 19-mag-2013 (Angelus 135)


Cari fratelli e sorelle,
sta per concludersi questa festa della fede, iniziata ieri con la Veglia e culminata stamani nell'Eucaristia. Una rinnovata Pentecoste che ha trasformato Piazza San Pietro in un Cenacolo a cielo aperto. Abbiamo rivissuto l’esperienza della Chiesa nascente, concorde in preghiera con Maria, la Madre di Gesù (cfr At 1,14). Anche noi, nella varietà dei carismi, abbiamo sperimentato la bellezza dell’unità, di essere una cosa sola. E questo è opera dello Spirito Santo, che crea sempre nuovamente l’unità nella Chiesa.
Vorrei ringraziare tutti i Movimenti, le Associazioni, le Comunità, le Aggregazioni ecclesiali. Siete un dono e una ricchezza nella Chiesa! Questo siete voi! Ringrazio, in modo particolare, tutti voi che siete venuti da Roma e da tante parti del mondo. Portate sempre la forza del Vangelo! Non abbiate paura! Abbiate sempre la gioia e la passione per la comunione nella Chiesa! Il Signore risorto sia sempre con voi e la Madonna vi protegga!
Ricordiamo nella preghiera le popolazioni dell’Emilia Romagna che il 20 maggio dell’anno scorso furono colpite dal terremoto. 
Prego anche per la Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia.

[Recita del Regina caeli]

Fratelli e sorelle, grazie tante per il vostro amore alla Chiesa! Buona domenica, buona festa e buon pranzo!
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sabato 18 maggio 2013

Come mendicanti della fede (Contributi 845)

L'articolo del presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione in occasione dell’incontro di Papa Francesco con i movimenti ecclesiali di sabato 18 maggio 2013 (da "L'Osservatore Romano" 17-5-13) 

Il 18 maggio il Papa convoca tutti i movimenti e le nuove comunità per un grande gesto di preghiera, per invocare dallo Spirito di Cristo il dono della Sua presenza che colma il nostro bisogno sconfinato. Noi siamo un movimento e vogliamo essere parte di questa Chiesa radunata da Papa Francesco. 
Cosa significa questa chiamata per ciascuno di noi? È un’occasione bellissima e preziosa per dire di nuovo che il Papa è importante per noi, perché è il punto storico che Cristo ci ha dato, sul quale il male e la confusione non prevarranno. Per questo andiamo da lui come mendicanti, per essere sostenuti e confermati nella fede. 
Perché il pellegrinaggio non sia un gesto formale, o semplicemente “pio” e “devoto”, dobbiamo comprenderne l’implicazione esistenziale. Vedendo che la confusione domina ovunque intorno a noi, domandiamoci: perché in noi non vince la confusione? La ragione non è legata al fatto di essere più bravi o più intelligenti o più coerenti degli altri; non è per questo che noi non siamo confusi, ma perché ci troviamo in continuazione davanti a un Fatto irriducibile che ci libera costantemente dal disorientamento generale. 
Noi andiamo dal Papa nell'Anno della fede, e proprio questa circostanza ci dice qual è il discriminante della fede cattolica: l’esistenza di un punto storico, oggettivo, non prodotto dalla nostra immaginazione, un punto reale che ci salva dal festival delle interpretazioni, e quindi dalla confusione. Come ripeteva don Giussani, senza questo punto storico non c’è una esperienza cattolica: «Il Cristianesimo è l’annuncio di un Fatto, un Fatto buono per l’uomo, un Evangelo: Cristo nato, morto, risorto. Non è una definizione astratta, un pensiero interpretabile. La Parola di Dio - il Verbo - è un fatto accaduto nel seno di una donna, è diventato bambino, è diventato un uomo che ha parlato sulle piazze, ha mangiato e bevuto a mensa con gli altri, è stato condannato a morte ed ucciso. Il volto di quell'uomo è oggi l’insieme dei credenti, che ne sono il segno nel mondo, o - come dice san Paolo - ne sono il Corpo, Corpo misterioso, chiamato anche “popolo di Dio”, guidato come garanzia da una persona viva, il Vescovo di Roma» (Luigi Giussani, Il senso di Dio e l’uomo moderno). 
Andare a Roma è per ciascuno di noi l’occasione per riscoprire la portata di questo Fatto irriducibile e il nostro legame con Papa Francesco. Possiamo vivere questo gesto formalisticamente, e allora incomincia a vincere in noi l’aridità, il deserto; oppure possiamo viverlo implicati nella realtà a partire da questa presenza irriducibile, e allora comincia a vincere l’interesse, la curiosità, la sorpresa; solo questo fa la differenza.
Fin dall'inizio del suo pontificato, Papa Francesco ci ha invitato a riconoscere la ragione profonda per la quale siamo stati scelti col battesimo e per la quale abbiamo incontrato un carisma, invitando ad «aprire le porte del nostro cuore, della nostra vita, delle nostre parrocchie, (…) dei movimenti, delle associazioni, ed “uscire” incontro agli altri, farci noi vicini per portare la luce e la gioia della nostra fede, (…) sapendo che noi mettiamo le nostre mani, i nostri piedi, il nostro cuore, ma poi è Dio che li guida e rende feconda ogni nostra azione» (Udienza generale, 27 marzo). 
È così sterminato il bisogno del cuore dell’uomo di oggi che solo una risposta altrettanto sconfinata può essere all'altezza della situazione: «La verità cristiana è attraente e persuasiva perché risponde al bisogno profondo dell’esistenza umana, annunciando in maniera convincente che Cristo è l’unico Salvatore di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Questo annuncio resta valido oggi come lo fu all'inizio del cristianesimo» (Udienza ai cardinali, 15 marzo 2013). 
Il Papa ci spinge costantemente a vivere la fede come testimonianza: «Non si può annunciare il Vangelo di Gesù senza la testimonianza concreta della vita». Ma ci avverte che questo è possibile solo «se riconosciamo Gesù Cristo, perché è Lui che ci ha chiamati, ci ha invitati a percorrere la sua strada, ci ha scelti. Annunciare e testimoniare è possibile solo se siamo vicini a Lui, proprio come Pietro, Giovanni e gli altri discepoli» (Omelia nella basilica di San Paolo Fuori le Mura, 14 aprile 2013). 
Mi stupisce come non ci sia giorno in cui Papa Francesco non ci solleciti a vivere come Gesù: «Essere cristiani non si riduce a seguire dei comandi, ma vuol dire essere in Cristo, pensare come Lui, agire come Lui, amare come Lui; è lasciare che Lui prenda possesso della nostra vita e la cambi, la trasformi, la liberi dalle tenebre del male e del peccato» (Udienza generale, 10 aprile 2013). Andare a Roma è per mendicare lo Spirito di Cristo, così che possiamo ammettere con semplicità di cuore: «Tutto per me Tu fosti e sei» (Ada Negri); non solo: «Fosti», come una reliquia del passato, ma: «Sei», qui ed ora, come una Presenza che ci trascina in un vortice di vita.
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venerdì 17 maggio 2013

Lo Spirito Santo ci protegge dal relativismo (Contributi 844)

Un articolo di Massimo Introvigne da La Bussola 

Nell'udienza generale del 15 maggio, continuando le catechesi sul Credo per l’Anno della fede, Papa Francesco ha proseguito – dal precedente mercoledì – la sua meditazione sullo Spirito Santo, insistendo sul suo rapporto con la verità in opposizione al relativismo dei nostri giorni. Su questo rapporto tra Spirito Santo e verità attira l’attenzione Gesù stesso: lo Spirito, dice, «vi guiderà a tutta la verità» (Gv 16,13), è «lo Spirito di Verità» (Gv 14,17). 
Ovviamente, la questione è di attualità «in un’epoca in cui si è piuttosto scettici nei confronti della verità. Benedetto XVI ha parlato molte volte di relativismo, della tendenza cioè a ritenere che non ci sia nulla di definitivo e a pensare che la verità venga data dal consenso o da quello che noi vogliamo». Si tratta di un tema che sta a cuore a Papa Francesco, il quale già il 22 marzo nel suo primo incontro con il Corpo Diplomatico aveva ripreso la formula di Benedetto XVI «dittatura del relativismo». 
Il mondo moderno, ha detto il Pontefice, continua a porsi la domanda di Pilato: «esiste veramente “la” verità? Che cos'è “la” verità? Possiamo conoscerla? Possiamo trovarla?». L’errore di Pilato consiste nel non riuscire a capire che «“la” Verità è davanti a lui: non riesce a vedere in Gesù il volto della verità, che è il volto di Dio». «La verità non si afferra come una cosa, la verità si incontra. Non è un possesso, è un incontro con una Persona». 
Come facciamo, però, in un’epoca di relativismo a essere certi che Gesù è la verità? Troviamo la risposta in san Paolo: «nessuno può dire: “Gesù è Signore!” se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1Cor 12,3). Dunque «è proprio lo Spirito Santo, il dono di Cristo Risorto, che ci fa riconoscere la Verità. Gesù lo definisce il “Paraclito”, cioè “colui che ci viene in aiuto”, che è al nostro fianco per sostenerci in questo cammino di conoscenza; e, durante l’Ultima Cena, Gesù assicura ai discepoli che lo Spirito Santo insegnerà ogni cosa». 
Ma, in concreto, come agisce lo Spirito Santo per guidarci alla verità? «Anzitutto, ricorda e imprime nei cuori dei credenti le parole che Gesù ha detto, e, proprio attraverso tali parole, la legge di Dio – come avevano annunciato i profeti dell’Antico Testamento – viene inscritta nel nostro cuore e diventa in noi principio di valutazione nelle scelte e di guida nelle azioni quotidiane, diventa principio di vita». Lo aveva predetto il profeta Ezechiele: «vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli, vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo… Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme» (36,25-27). Lo Spirito di Verità ci aiuta a riconoscere la legge di Dio come guida oggettiva di tutte le nostre azioni. 
Lo Spirito Santo ci guida «a tutta la verità» (Gv 16,13). Il Papa commenta che questo significa che ci guida «“dentro” la Verità, ci fa entrare cioè in una comunione sempre più profonda con Gesù, donandoci l’intelligenza delle cose di Dio. E questa non la possiamo raggiungere con le nostre forze. Se Dio non ci illumina interiormente, il nostro essere cristiani sarà superficiale». 
Papa Francesco è tornato anche su un tema che Benedetto XVI aveva affrontato nell'udienza concessa il 7 dicembre 2012 ai membri della Commissione Teologica Internazionale: il «senso della fede». Si tratta di un’importante nozione teologica, che però va correttamente intesa. «La Tradizione della Chiesa afferma che lo Spirito di verità agisce nel nostro cuore suscitando quel “senso della fede” (sensus fidei) attraverso il quale, come afferma il Concilio Vaticano II, il Popolo di Dio, sotto la guida del Magistero, aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa, la approfondisce con retto giudizio e la applica più pienamente nella vita». Il «sensus fidei», spiegava allora Benedetto XVI e ribadisce Papa Francesco, «funziona» solo «sotto la guida del Magistero», è il senso comune «dei fedeli», cioè di coloro che seguono il Magistero, così che non avrebbe senso contrapporre il senso della fede al Magistero o erigere il senso della fede a giudice del Magistero. Si tratterebbe, appunto, di relativismo. 
Sono verità teologiche importanti, che in questa catechesi di Papa Francesco diventano anche indicazioni di vita, esortazione a un incontro personale e quotidiano con lo Spirito Santo. Il Papa ci raccomanda una «preghiera che dobbiamo fare tutti i giorni»: «Spirito Santo fa’ che il mio cuore sia aperto alla Parola di Dio, che il mio cuore sia aperto al bene, che il mio cuore sia aperto alla bellezza di Dio tutti i giorni». E aggiunge: «Vorrei fare una domanda a tutti: quanti di voi pregano ogni giorno lo Spirito Santo? Saranno pochi, ma noi dobbiamo soddisfare questo desiderio di Gesù e pregare tutti i giorni lo Spirito Santo, perché ci apra il cuore verso Gesù». 
Non si tratta solo di un elemento devozionale. «L’accoglienza delle parole e delle verità della fede perché diventino vita, si realizza e cresce sotto l’azione dello Spirito Santo», come dimostra tutta la vita di «disponibilità totale» della Madonna. «Attraverso lo Spirito Santo, il Padre e il Figlio prendono dimora presso di noi: noi viviamo in Dio e di Dio. Ma la nostra vita è veramente animata da Dio? Quante cose metto prima di Dio?».
Tutti dunque «abbiamo bisogno di lasciarci inondare dalla luce dello Spirito Santo, perché Egli ci introduca nella Verità di Dio, che è l’unico Signore della nostra vita». Nell'Anno della fede dobbiamo chiederci quali passi abbiamo fatto per radicarci meglio nella verità, in particolare «studiando il Catechismo» della Chiesa Cattolica, come aveva raccomandato Benedetto XVI. «Ma chiediamoci contemporaneamente quali passi stiamo facendo perché la fede orienti tutta la nostra esistenza. Non si è cristiani “a tempo”, soltanto in alcuni momenti, in alcune circostanze, in alcune scelte. Non si può essere cristiani così, si è cristiani in ogni momento! Totalmente! La verità di Cristo, che lo Spirito Santo ci insegna e ci dona, interessa per sempre e totalmente la nostra vita quotidiana. Invochiamolo più spesso, perché ci guidi sulla strada dei discepoli di Cristo. Invochiamolo tutti i giorni. Vi faccio questa proposta: invochiamo tutti i giorni lo Spirito Santo, così lo Spirito Santo ci avvicinerà a Gesù Cristo».
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mercoledì 15 maggio 2013

È tornato primo tra noi (Contributi 843)

Ecco un ampio estratto dell'Omelia che Mons.Camisasca, Vescovo di Reggio Emilia ha tenuto domenica 12 maggio, giorno dell'Ascensione a Reggiolo colpita dal terrmoto dello scorso anno.

Cari fratelli e sorelle, 
[...] 
Sono qui innanzitutto per stare con voi, per esprimervi la mia vicinanza, quella della Chiesa. Per assicurarvi che Dio non vi abbandona. Sono qui anche per chiedere che ogni sforzo venga fatto, da parte delle autorità statali e regionali, affinché vengano messe a disposizione dell’opera di ricostruzione le somme stanziate.
Di fronte alle prove che avete vissuto, quando assieme alle case e ai luoghi del nostro ritrovarci, sembrano crollare anche le speranze del nostro cuore, grande è la tentazione dello scoraggiamento. Io stesso visitando qualche settimana fa questa vostra città, vedendo la distruzione causata dal terremoto nelle case e nelle costruzioni pubbliche, mi sono chiesto: se fosse capitato a me, come avrei reagito? Se capiterà a me, come reagirò? Se di colpo non avrò più molte cose che mi hanno accompagnato tutta la vita e che ritengo importanti, se non essenziali, come reagirò?
Ciò che accade, come un terremoto, è misterioso e suscita in noi tante domande. Perché a noi? Perché proprio qui? Perché così tante volte? Ci sono risposte che possono dare i fisici e i geologi, ma non ci bastano. Cerchiamo risposte più profonde. Tra le tante voglio soffermarmi su una: perché emerga nei nostri cuori, nella nostra considerazione, ciò che è essenziale, ciò che non passa, che resta sempre, che ci apre al futuro.
Ciò che è essenziale sono la fede e la carità. La fede: cioè la capacità di guardare ciò che accade non con gli occhi del mondo, ma con gli occhi di Dio. Di vedere in ciò che accade una occasione per convertirci a lui, per uscire dall’egoismo, dalle rivalità, dagli odi, e aprirci alla carità. E infatti il terremoto ha aperto una gara di carità, di aiuto, di sostegno reciproco. Dal male, che non è cancellato magicamente, è venuto un bene.
Oggi è la festa dell’Ascensione. Essa custodisce un grande insegnamento proprio per questa giornata e questa occasione. L’Ascensione è un avvenimento centrale nella storia di Gesù, nella storia di Dio con l’uomo. È iniziato in modo definitivo il mondo nuovo. Gesù è tornato da dove era partito, dal Padre. Lo aveva preannunciato più volte lungo la sua predicazione nella vita terrena. Ma non è tornato come era partito.
È tornato con il suo corpo umano, risuscitato, trasfigurato, ma non dissolto. Il Gesù che è tornato nel seno del Padre, che regna accanto al Padre, è lo stesso Gesù che è vissuto sulla terra, uomo tra gli uomini. È tornato primo tra noi. Là è la nostra casa definitiva, che si inaugura e si apre sulla terra per compiersi oltre il tempo. Non habemus hic manentem civitatem (Eb 13,14). Non è qui, eppure nasce qui. Ciò che nasce qui è la comunione tra noi, è l’amore per Dio e per i fratelli, sono i nostri tentativi di costruire qualcosa che rimanga attraverso le nostre doti, vocazioni, attitudini. Nonostante il terremoto – anzi, se esso ci aiuta a convertirci, proprio attraverso il terremoto – nulla va perduto, tutto ritroveremo e ci verrà consegnato in modo nuovo e trasformato. Amen
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Il silenzio è mettere Dio al primo posto (Contributi 842)

Un articolo di Piero Gheddo da La Bussola: 


Marcello Candia
Ho ricevuto la lettera di uno studente, che mi chiede cosa è per me il silenzio, una domanda interessante soprattutto in questa epoca. Per me cristiano, fare silenzio significa liberarmi dalle distrazioni e preoccupazioni quotidiane per cercare Dio, per mettermi in contatto con Dio nella preghiera, nella meditazione della Parola di Dio. Se parlo troppo, se mi distraggo continuamente seguendo mille pensieri, idee, notizie, futilità, “gossip” che il nostro mondo, e specialmente giornali, televisione e internet, ci offrono continuamente, Dio non lo incontro perché il mio pensiero e il mio cuore sono troppo rivolti ad altro; e anche se prego in questa situazione, la preghiera può essere una formula meccanica e vuota, non un dialogo con Dio. San Tommaso definisce la preghiera: “Ascensus mentis et cordis in Deum” (elevazione della mente e del cuore in Dio), per amarlo, ringraziarlo e chiedergli quanto mi è necessario. 
Debbo fare silenzio per mettere Dio al primo posto nella mia vita. Vengo da Dio e debbo tornare a Dio. Tutto il resto è precario, passeggero, come scrive San Paolo, “perché passa la scena di questo mondo” Questo non significa che non dobbiamo interessarci e appassionarci alle vicende del mondo che ci circonda, per compiere bene il nostro dovere. Ma significa che debbo dare al silenzio e alla preghiera il tempo necessario per non perdere il contatto con il Padre nostro che sta nei cieli. 
Dio si rivela solo a chi è vuoto di se stesso, perché se uno è troppo pieno di sé, se uno imposta la sua vita sull'autosufficienza e sulla superbia; se uno vive una vita disordinata e in continua agitazione non riesce più a sentire la voce di Dio, l’affetto di Dio, di Gesù Cristo, le ispirazioni dello Spirito Santo. 
Nella vita cristiana bisogna imparare a fare silenzio. Gesù, quando pregava, saliva sul monte, andava in luoghi deserti, si allontanava dai suoi discepoli. Voleva essere solo con il Padre e lo Spirito, per poter ricevere, come uomo, quel conforto di cui sentiva di aver bisogno, ad esempio nell'orto degli ulivi prima della sua Passione e morte in Croce, per rafforzare la sua fede, sempre come uomo, nella Risurrezione. Allora, dopo la preghiera durante la quale Dio è entrato in lui, Gesù è pronto ad affrontare gli inviati del Sinedrio che vengono ad arrestarlo. Anche per noi, se vogliamo che Dio sia presente nella nostra mente e nel nostro cuore in tutti i momenti della vita, specialmente nei più difficili e dolorosi, dobbiamo imparare a fare silenzio per poter incontrare e amare nella preghiera il nostro Padre che sta nei cieli. 
Il dott. Marcello Candia (1916-1983) era un ricco industriale milanese che a 48 anni ha venduto la sua industria chimica e nel 1964 è venuto con noi missionari del Pime in Amazzonia, dove ha speso tutte le sue sostanze e la sua vita per costruire e mantenere un grande ospedale e parecchie altre opere di carità e di promozione umana per i poveri e i lebbrosi. Quando è morto ne ho scritto la biografia (Marcello de lebbrosi, De Agostini 1985) e ho intervistato, fra gli altri, la sua segretaria nell'industria, Mariangela Toncini. La quale mi diceva che, dopo un furioso incendio, nel 1955-1956, Marcello aveva ricostruito la fabbrica fondata dal padre a Milano, che poi ha venduto (assieme ad altri tre stabilimenti) quando è venuto come volontario in Amazzonia. 
Nella nuova fabbrica, in un angolo dell’edificio vicino al muro di cinta non visibile da nessuno, si era fatto costruire una panca di cemento con un tavolo e una copertura rotonda pure in cemento. La segretaria gli chiede a cosa serve quella panca e Marcello le risponde: “Vede, come lei sa io sono sempre super occupato, non ho mai un momento libero. Ho capito, che se vado avanti così, non riesco più a pregare bene, non sento più Dio presente nella mia vita, che mi dà la forza di continuare. Quindi, ogni tanto, mi prendo un po’ di tempo per andare a pregare nel mio piccolo monastero dove nessuno mi vede e mi disturba”. 
Infatti, quell'angolo della preghiera, isolato dal mondo, ha prodotto i suoi frutti: Marcello Candia è Servo di Dio, cioè in cammino verso la beatificazione perché, come diceva il lebbroso rappresentante dei 1200 lebbrosi di Marituba: “Noi preghiamo il dottor Candia che era un santo, perchè non solo ci ha portato i suoi soldi che hanno migliorato la nostra vita, ma ci ha testimoniato la bontà e la misericordia di Dio, che ci danno la forza di accettare la nostra malattia” 
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martedì 14 maggio 2013

La schiacciata (Interventi 168)

Ecco un nuovo intervento di Don Luciano, missionario in Kenia 

Io penso che le partite di pallavolo piacciano a tutti (bè... a quasi tutti). Al contrario di molti altri sport, nella pallavolo un errore anche minimo, costa un punto alla propria squadra. E poi è un gioco molto veloce - con azioni spettacolari. Come quando un giocatore schiaccia la palla nella metà campo avversario e questa schizza sul terreno prima ancora che gli altri possano persino vederla. Oppure la appoggia maliziosamente in una zona del campo sprovvista di avversari. Ma spesso c'è un'azione importante che precede ogni schiacciata - quando l'alzatore mette la palla in perfetta posizione perché possa essere schiacciata dal compagno. E lo schema è sempre lo stesso - prima si alza la palla al giocatore, e poi questa viene schiacciata prima che gli avversari possano andare a muro. Una vera martellata. 
Anche il diavolo guadagna punti alla stessa maniera della pallavolo. Prima prepara le cose al punto giusto, e poi è facilissimo per lui fare la schiacciata. Forse sta preparando anche per te un'azione che magari ti porterà a una sconfitta che neanche ti immagini. Ma se gli permetti di imbastire la sua azione senza mettergli contro la barriera del muro, è solo questione di tempo - finisci per perdere. 
C'è un esempio di come il diavolo costruisce la sua azione di gioco nel vangelo di Luca, al capitolo 3, dal versetto 7 in poi. La Bibbia dice che si era radunata una gran folla a sentire la predicazione di Giovanni il Battezzatore. «Diceva dunque alle folle che andavano a farsi battezzare da lui: "Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire all'ira imminente? Fate dunque opere degne della conversione"». Giovanni sta richiamando la gente a cambiare vita, a impegnarsi seriamente nella propria conversione. 
Ma c'era un gruppo di persone che pensavano di essere al di sopra di questo, che credevano di non aver bisogno di cambiare. Giovanni li apostrofa direttamente: «"E non cominciate a dire in voi stessi: Abbiamo Abramo per padre! Perché io vi dico che Dio può far nascere figli ad Abramo anche da queste pietre. ... Ogni albero che non porta buon frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco"». 
Alcune delle persone che avevano ascoltato il richiamo alla conversione di Giovanni il Battezzatore pensavano: "Io in fondo non faccio un gran male... vado sempre a Messa... lavoro in parrocchia... non rubo. Queste parole di Giovanni servono soprattutto agli altri... non ho poi così grandi cambiamenti da fare!" Giovanni dice che la gente con questa mentalità è come un albero che ha già la scure pronta ad abbatterlo. 
Avere dei titoli di merito - questa è l'azione che il diavolo usa per imbastire la schiacciata di peccato dentro la tua vita. Ti senti in "dovere" di avere un po' di sollievo... un po' di piacere... un po' di affetto... di essere risentito e sarcastico... un piccolo compromesso col male. Una persona mi diceva: "Se faccio questo peccatuccio, poi ne evito di peggiori!" Si è regalato dei meriti per poter peccare - e il diavolo li sta usando per lasciare dietro a lui una scia di ferite che difficilmente saranno rimarginate. 
Stai attento - l'azione della schiacciata è imbastita in modo sottile, col sentimento di "è solo un piccolo sfogo". Di solito emerge in idee come queste - "Dopo tutto quello che ho passato, cosa vuoi che sia questa piccola cosa", oppure "Che male vuoi che faccia?" ... "Ne ho bisogno - devo pensare anche un po' a me stesso", o anche "Se lo fanno anche gli altri - che male c'è?" Se ti vengono in testa idee come queste allora è tempo che suonino gli allarmi. Alza il muro, perché sta arrivando la schiacciata! Ti troverai in situazioni che nemmeno pensavi si potessero creare - o a fare cose che non vorresti mai aver fatto. Il diavolo usa pretesti molto sottili per dare alla gente un'opportunità per l'adulterio, invischiarsi con la pornografia, impegolarsi in una relazione sbagliata, una sessualità malsana, per covare rancori. Tutte cose che Dio detesta. Tutte cose per le quali Lui è morto per tirarti fuori. Ricordati: «Egli portò i nostri peccati nel suo corpo | sul legno della croce, | perché, non vivendo più per il peccato, | vivessimo per la giustizia» (1Pietro 2,24) 
Non c'è niente che ti dia delle prerogative per sporcare il tempio dello Spirito Santo... per disprezzare il vangelo... per ignorare la morte di Gesù per te. Non regalarti dei meriti per poter peccare - sono l'azione che il diavolo sta preparando per schiacciare qualcosa di devastante nella tua vita. 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto 
don Luciano
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domenica 12 maggio 2013

Ascensione, 12-mag-2013 (Angelus 134)

Cari fratelli e sorelle, 
al termine di questa celebrazione, desidero salutare tutti voi che siete venuti a rendere omaggio ai nuovi Santi, in modo particolare le Delegazioni ufficiali dell’Italia, della Colombia e del Messico. 
I martiri di Otranto aiutino il caro popolo italiano a guardare con speranza al futuro, confidando nella vicinanza di Dio che mai abbandona, anche nei momenti difficili. 
Que por intercesión de Madre Laura Montoya, el Señor conceda un nuevo impulso misionero y evangelizador a la Iglesia, y que, inspirados en el ejemplo de concordia y reconciliación de esta nueva Santa, los amados hijos de Colombia continúen trabajando por la paz y el justo desarrollo de su Patria. 
En las manos de Santa Guadalupe García Zavala ponemos a todos los pobres, los enfermos y a cuantos los asisten, y encomendamos a su intercesión a la noble Nación mexicana, para que desterrada toda violencia e inseguridad, avance cada vez más por el camino de la solidaridad y la convivencia fraterna. 
Sono lieto poi di ricordare che ieri, a Roma, è stato proclamato beato il sacerdote Luigi Novarese, fondatore del Centro volontari della Sofferenza e dei Silenziosi Operai della Croce. Mi unisco al rendimento di grazie per questo prete esemplare, che ha saputo rinnovare la pastorale dei malati rendendoli soggetti attivi nella Chiesa. 
Saluto i partecipanti alla “Marcia per la vita” che ha avuto luogo questa mattina a Roma e invito a mantenere viva l’attenzione di tutti sul tema così importante del rispetto per la vita umana sin dal momento del suo concepimento. A questo proposito, mi piace ricordare anche la raccolta di firme che oggi si tiene in molte parrocchie italiane, al fine di sostenere l’iniziativa europea “Uno di noi”, per garantire protezione giuridica all’embrione, tutelando ogni essere umano sin dal primo istante della sua esistenza. Un momento speciale per coloro che hanno a cuore la difesa della sacralità della vita umana sarà la “Giornata dell’Evangelium Vitae”, che avrà luogo qui in Vaticano, nel contesto dell’Anno della fede, il 15 e 16 giugno prossimo. 
Saluto con affetto tutti i gruppi parrocchiali, le famiglie, le scuole, i giovani presenti. Con amore filiale ci rivolgiamo ora alla Vergine Maria, madre e modello di tutti i cristiani.
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venerdì 10 maggio 2013

La croce di César gli ha restituito la capacità di amare (Contributi 841)

Un articolo di Aldo Trento dal Paraguay tratto da Tempi: 

Ero in Italia quando un pomeriggio suor Sonia, l’angelo della Clinica San Riccardo Pampuri, mi ha telefonato e con voce piena di commozione mi ha detto che César, un ragazzo di 18 anni, malato di cancro, era morto. Non potevo credere alle sue parole perché i miei malati terminali di solito mi aspettano per morire. Ma come ho sperimentato più volte nella mia vita, il Mistero agisce attraverso l’imprevisto. Per questo motivo ogni giorno, o meglio ogni istante esige dalla mia libertà un’attenzione grande nel vivere le circostanze che Lui stesso mette sulla mia strada. «Signore sia fatta la Tua volontà» è stata la mia unica risposta a suor Sonia prima di chiudere la comunicazione. La stessa risposta che ha dato la mamma di César quando dopo otto mesi di ricovero suo figlio morì. Non si allontanò mai dal letto nel quale César è cambiato, giorno dopo giorno, passando dal rifiuto della madre che vedeva come colpevole della sua malattia all'accettazione amorosa di lei.
César è nato nella città di Arroyos y Esteros, dipartimento di Cordillera. È vissuto lì, fino ai tredici anni, nella casa del suo patrigno, con sua mamma e i suoi fratelli, più tardi è andato a vivere in casa di alcuni parenti a San Lorenzo. Frequentava l’ottavo grado della scuola primaria quando decise di smettere di studiare e cercarsi un lavoro. Ha dovuto lavorare fin da molto giovane perché la sua famiglia ha scarse risorse economiche. Lavorava trasportando sulla schiena grandi pezzi di carne bovina. Un giorno si è accorto che incominciava a crescere una tumefazione sulla spalla sinistra, ha pensato che fosse a causa dell’enorme peso che caricava tutti i giorni e decise di schiacciarla pensando che sarebbe sparita, ma invece è cresciuta ancora di più, fino a raggiungere il volume della sua stessa testa. La sua famiglia e i suoi amici organizzarono iniziative come lotterie e tornei di calcio per sostenere economicamente il trattamento di cui César aveva bisogno. Risultò essere un cancro piuttosto aggressivo con un quadro molto serio. In una delle visite il medico che lo seguiva gli suggerì di operarsi e gli chiese: «Preferisci morire o rimanere senza un braccio e vivere un po’ di più?». César rispose: «Vorrei vivere, mi tagli il braccio». Questa decisione non fu per niente facile, in molte occasioni ci diceva che non avrebbe voluto perdere il braccio, ma se questa era la condizione per continuare a vivere accettava l’umiliazione di rimanere senza. Ha dovuto percorrere una lunga strada per accettare questa menomazione.
Quando entrò nella clinica voleva togliersi la vita, era stufo di tanto dolore del quale non capiva il senso. Tuttavia pian piano, grazie all'affetto che tutti gli hanno dimostrato è maturato fino a tornare ad amare la vita, così come il Mistero gli si stava manifestando. È stata una strada molto lunga di conversione non soltanto per lui ma per tutti, perché una persona davanti a tanto dolore non poteva non sentirsi provocata chiedendosi: su che cosa si fonda la nostra consistenza? Qual è la ragione per la quale viviamo? Quale il senso del cancro che porta César alla morte a soli 18 anni di età? Sono domande che la realtà nella quale vivo mi pone continuamente, costringendomi a gridare “Tu o Cristo mio” o come diceva san Gregorio Nazianzeno: «Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita». La morte di César è stata per me una grande sfida. Una volta ancora ho sperimentato che l’unica cosa che compete alla mia libertà è quella di dire sì al Mistero che si manifesta con la sua povertà in tutte le circostanze. Vicino a César quel giorno c’erano suor Sonia e l’architetto della Sagrada Familia di Barcellona Jordi Faulí i Oller, venuto per verificare come concludere la nuova clinica, progetto che sta portando a termine in compagnia dello scultore, anche lui della Sagrada Familia, Etsuro Sotoo. 
Suor Sonia e Jordi ci hanno lasciato una testimonianza che desidero condividere con i lettori.
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«Ti voglio bene mamma». Sono state le ultime parole che César ha pronunciato prima di partire verso il Paradiso. Noi che abbiamo convissuto con lui abbiamo toccato con mano la presenza dell’Altissimo, abbiamo visto la gloria del Signore che manifesta la Sua grazia, siamo stati testimoni della grandezza di un miracolo che aumenta la nostra fede e ci sommerge nella certezza abbracciata da sant'Agostino: «Ci hai fatto per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Confessioni I, 1,1). Il cuore di César viveva inquieto. Fin dal suo arrivo alla nostra Casa Divina Provvidenza, lo abbiamo visto combattere una lotta affannosa per trovare risposte ai suoi urgenti punti interrogativi: «Perché a me? Perché il mio braccio? Perché mia mamma? Perché mio papà?».  Non è facile parlare di César, per questo motivo prima di farlo mi sono inginocchiata implorando al Signore e a César la grazia di poter condividere quello che, guardando lui, mi ha aiutato e mi aiuta a innamorarmi sempre più di Cristo. Carrón ci ripete spesso: «Non aspettiamoci un miracolo ma un cammino», e sia César sia sua mamma ci hanno testimoniato un cammino, un cammino che se seguito con fedeltà, essendo seri con l’inquietudine costitutiva del cuore, nel tempo offre i suoi frutti, frutti abbondanti, semi di vita eterna per molti. César portava dentro di sé una ferita che lo allontanava da sua madre, non la voleva vicina perché non riusciva a perdonarla. I primi tempi non la lasciava nemmeno sedersi al suo fianco, lei doveva passare ore fuori dalla stanza pregando, creando braccialetti, portachiavi o aiutando a cucire vestiti per i pazienti, ma le mandava sempre messaggi attraverso il cellulare chiedendole dov'era. Sono stati otto mesi di lotta durante i quali César si rifiutava di accettare la realtà che gli toccava vivere, mentre sua madre stava lì, giorno e notte, soffrendo dolori morali, spirituali e fisici. Lei stava sempre lì, assistendolo in tutte le sue necessità, aiutandolo nei compiti della scuola, partecipando alle catechesi dei parenti, la preghiera del Rosario, la Santa Messa, le processioni e i momenti di adorazione del Santissimo, confessandosi e imparando che Cristo è una presenza che si riconosce e si ama nei dettagli della vita. Sua madre ha fatto un cammino verso la fede che la aiutava a rimanere in piedi vicino alla croce di suo figlio.
Una settimana prima di morire César mi ha detto: «Qui io ho conosciuto Dio, prima non sapevo molto di Lui. Grazie a Lui io sono venuto qui, per un qualche motivo mi sono ammalato ed è successo quello che mi è successo, Dio sa quello che fa». Per me è stato come se in quel momento scorgesse con chiarezza la risposta a tutti i suoi “perché.” I sacramenti, senza dubbio, sono stati un’arma adeguata per raggiungere questa certezza nel tramonto della sua vita. Il primo maggio, giorno dell’anniversario della Clinica, insieme a Gabriel, di 19 anni, aveva ricevuto il sacramento della Cresima. Riceveva la comunione tutti i giorni. Spesso leggeva la Bibbia e recitava il rosario, ma aveva anche al suo fianco una compagnia di amici che condivideva con lui le sue gioie e le sue tristezze. 
César sorrideva e scherzava con tutti ma a volte, nella solitudine della sua stanza, lo trovavo che piangeva dicendomi che non voleva più continuare a soffrire, che voleva guarire. Chi di noi poteva spiegare il suo dramma? Ricordo una sera che sono salita in clinica e l’ho visto con la testa china seduto sulla sedia della portineria, quando mi sono accorta che stava piangendo gli ho chiesto perché e mi ha detto in un torrente di lacrime: «Non voglio morire, non voglio morire ancora, io voglio che Dio mi conceda un miracolo come ha fatto con Celeste, io voglio vivere ancora, voglio studiare, lavorare, non voglio morire». Siamo rimasti abbracciati a lungo, in silenzio, poi l’ho invitato a mangiare una pizza e siamo scesi in pizzeria. Ho percepito che di fronte ad un dramma così grande che svegliava tutta la mia impotenza ed elevava il mio sguardo verso l’Infinito, l’unica cosa che potevo fare era offrirgli un’amicizia che potesse sostenere il suo grido. Quella sera durante la cena ci confidò tutta la sua storia, un racconto che mi ha spinta a domandarmi piena di commozione: «Chi è lui? Chi sono io? Chi è Cristo per me?».
Alla fine, durante gli ultimi giorni della sua vita la perseveranza della sua mamma ha cominciato a manifestare i suoi frutti, lui la chiamava in ogni momento perché si sedesse al suo fianco, lo accarezzasse così da poter dormire, non voleva che si allontanasse neanche per un minuto. 
César mi ha chiesto di fargli una foto con lei per metterla sul suo tavolino, fino a che un giorno l’ha sorpresa dicendole con la tenerezza di un figlio grato: «Ti voglio bene mamma». Queste parole tanto semplici hanno la Sua potenza nel miracolo di un cammino di conversione che ha permesso a César di perdonare e di amare fino all’eternità, e a sua madre di credere nella ricompensa dei figli di Dio che dà con abbondanza a quelli che rimangono in Lui. Grazie César, grazie Raquel, perché guardandoli, il mio amore a Cristo vuole essere più profondo e più reale, e il mio cuore inquieto desidera ancora una volta affermare col salmista: «O Dio, tu sei il mio Dio, dall'aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz'acqua».
Suor Sonia

mercoledì 8 maggio 2013

La verità è un incontro (Contributi 840)

Papa Francesco nell'omelia a Santa Marta di oggi in questo commento di Tempi: 


Papa Francesco, questa mattina nella Messa alla Casa Santa Marta, ha ribadito che il cristiano deve saper costruire ponti, non erigere muri. «Un cristiano deve annunziare Gesù Cristo in una maniera che Gesù Cristo venga accettato, ricevuto, non rifiutato. E Paolo sa che lui deve seminare questo messaggio evangelico. Lui sa che l’annunzio di Gesù Cristo non è facile, ma che non dipende da lui: lui deve fare tutto il possibile, ma l’annunzio di Gesù Cristo, l’annunzio della verità, dipende dalla Spirito Santo. Gesù ci dice nel Vangelo di oggi: “Quando verrà Lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”. Paolo non dice agli ateniesi: “Questa è la enciclopedia della verità. Studiate questo e avrete la verità, la verità!”. No! La verità non entra in una enciclopedia. La verità è un incontro; è un incontro con la Somma verità: Gesù, la grande verità. Nessuno è padrone della verità. La verità si riceve nell'incontro». 

GESU’ PARLAVA CON TUTTI. Gesù, ha spiegato papa Francesco, «ha parlato con tutti»: peccatori, pubblicani, dottori della legge. Per questo, anche il cristiano che vuol portare il Vangelo «deve andare per questa strada: sentire tutti! Ma adesso è un buon tempo nella vita della Chiesa: questi ultimi 50 anni, 60 anni sono un bel tempo, perché io ricordo quando bambino si sentiva nelle famiglie cattoliche, nella mia: ‘”No, a casa loro non possiamo andare, perché non sono sposati per la Chiesa, eh!”. Era come una esclusione. No, non potevi andare! O perché sono socialisti o atei, non possiamo andare. Adesso – grazie a Dio – no, non si dice quello, no? Non si dice quello no? Non si dice! C’era come una difesa della fede, ma con i muri: il Signore ha fatto dei ponti. Primo: Paolo ha questo atteggiamento, perché è stato l’atteggiamento di Gesù. Secondo: Paolo è consapevole che lui deve evangelizzare, non fare proseliti». 

NO PROSELITISMO, SI TESTIMONIANZA. La Chiesa, è stata la riflessione di papa Francesco che ha citato Benedetto XVI, «non cresce nel proselitismo», ma «cresce per attrazione, per la testimonianza, per la predicazione». «I cristiani che hanno paura di fare ponti e preferiscono costruire muri – ha aggiunto il pontefice – sono cristiani non sicuri della propria fede, non sicuri di Gesù Cristo. I cristiani invece, è stata la sua esortazione, facciano come Paolo e inizino a costruire ponti e ad andare avanti». 

UNA CHIESA BELLA MA NON FECONDA. «Quando la Chiesa perde questo coraggio apostolico diventa una Chiesa ferma, una Chiesa ordinata, bella, tutto bello, ma senza fecondità, perché ha perso il coraggio di andare alle periferie, qui dove sono tante persone vittime dell’idolatria, della mondanità, del pensiero debole… tante cose. Chiediamo oggi a San Paolo che ci dia questo coraggio apostolico, questo fervore spirituale, di essere sicuri. “Ma, Padre, noi possiamo sbagliarci”…. “Avanti, se ti sbagli, ti alzi e avanti: quello è il cammino”. Quelli che non camminano per non sbagliarsi, fanno uno sbaglio più grave». 

INDICAZIONI ALLE SUORE. Sempre questa mattina, papa Francesco, ricevendo in udienza le suore superiore delegate di 1900 ordini religiosi del mondo, ha dato tre indicazioni affinché la loro vocazione sia vissuta compiutamente: «Centralità di Cristo», «autorità come servizio d’amore», «sentire con la madre Chiesa». Tre indicazioni che non si può fare a meno di leggere in contrasto con quanto accaduto in America, con le religiose “ribelli”. «Cosa sarebbe la Chiesa senza di voi?», si è chiesto papa Francesco – le mancherebbe affetto, maternità, tenerezza, intuizione di madre. Care sorelle – ha concluso – siate certe che vi seguo con affetto, io prego per voi, ma anche voi pregate per me». 
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