Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

sabato 30 novembre 2013

L’eutanasia per i bambini accelera l’auto-genocidio dell’Europa (Contributi 919)

Vi propongo questa intervista di Leone Grotti al cardinale Sgreccia, (ex presidente della Pontificia accademia per la vita) da Tempi


«L’Europa ha intrapreso il cammino dell’auto-genocidio. Quello che è successo segnala un calo drastico di umanità, un abbassamento del livello di civiltà». Il cardinale Elio Sgreccia, ex presidente della Pontificia accademia per la vita, si riferisce alla decisione presa dalla Commissione del Senato belga che ha autorizzato l’estensione dell’eutanasia ai bambini. La legge per essere approvata dovrà ottenere il via libera dalle due Camere ma come dichiara Sgreccia a tempi.it questo primo voto «è un salto di inaudita gravità che disumanizza il rapporto tra adulti e bambini e legalizza un grave delitto contro la vita umana».

Eminenza, chi appoggia la legge in Belgio dice di farlo in nome della «dignità dei malati».
L’eutanasia è un grave crimine contro la vita umana. Quella della dignità è solo una scusa: nessuno è padrone della sua vita, che non ci diamo da soli.
L’uomo non ha diritto di essere autonomo fino alla fine?
È giusto invocare il principio di autonomia quando parliamo in generale delle nostre azioni, di cui siamo sempre responsabili, ma noi non siamo autonomi rispetto alla vita, perché non ce la diamo noi. Con l’eutanasia si offende il diritto alla vita e si offende anche la società, che permettendola perde il controllo di se stessa e autorizza un delitto grave. E se parliamo di bambini, il delitto è gravissimo.
Secondo la nuova legge, è il bambino a dover chiedere l’eutanasia e uno psicologo deve valutare la sua capacità di comprendere quello che sta facendo.
I bambini non sono in grado di giudicare o decidere. Il bambino è sempre stato una categoria protetta, infatti non può prendersi la responsabilità di sottoscrivere contratti, di votare né di assumere un servizio come quello militare. La legge poi non fissa limiti di età, quindi il bambino può essere ucciso anche a due anni o quando è ancora neonato. L’idea dello psicologo, poi, è solo un trucco.
Perché?
Se uno vede un soggetto che si sta gettando da un ponte per suicidarsi, cosa fa, va a chiamare lo psicologo perché si accerti se l’aspirante suicida è in grado di decidere o meno? La decisione di uccidere è sempre ingiusta e il diritto alla vita vale di più di un esame psicologico. Lo psicologo è un trucco usato per dare una parvenza di legalità a una legge che distrugge la dignità e la libertà del bambino. Perché, diciamolo, l’aiuto a morire non è affatto un aiuto.
Ma se un bambino dà il suo consenso?
Ma di quale consenso stiamo parlando? Anche se dice di volerlo, magari sta solo passando una crisi di scoraggiamento. Il consenso è solo un pretesto e non era mai successo che aggrappandosi a questo si permettesse di anticipare la morte. Un tredicenne, un adolescente, potrebbe chiedere l’eutanasia solo perché attraversa una crisi, magari dopo una bocciatura o un forte dispiacere. La verità è che il bambino quando soffre deve essere aiutato e curato, non ucciso.
La legge belga autorizza l’eutanasia anche per i pazienti dementi, come in Olanda.
Anche qui si dimostra che il consenso è una scusa, perché la volontà dei malati mentali è ritenuta non valida da sempre. Infatti non possono firmare contratti. Ma c’è di più, perché il Belgio supera anche l’Olanda non fissando limiti di età per l’eutanasia dei bambini. Siamo davanti a un salto di inaudita gravità che disumanizza il rapporto tra le persone. È davvero arrivato il momento per l’Europa di chiedersi che cosa vuole fare dei suoi figli.
Perché?
Già ne nascono sempre di meno: siamo sotto il livello di ricambio tra morti e nati, ormai, per cui si può dire che l’Europa ha intrapreso un cammino di auto-distruzione, auto-genocidio. La sua popolazione infatti va estinguendosi. Se poi, a questi pochi che nascono, si toglie anche la percentuale dei sofferenti che possono essere uccisi, si accelera il processo di distruzione, di abuso del diritto della vita e di crudeltà. Così diventiamo disumani.
Perché un bambino possa ottenere l’eutanasia, però, serve il consenso dei genitori.
Ma di cosa stiamo parlando? I genitori non hanno la potestà neanche di fare delle operazioni sui minori, che non siano necessarie per il loro bene, figuriamoci di autorizzarne la morte. Questa legge non è gravissima solo dal punto di vista giuridico, ma anche da quello morale e umano perché la vita è sacra.
Chi non è religioso, però, non riconosce la sacralità della vita.
Non sono solo le religioni ad opporsi a questa legge perché considerano la vita un dono di Dio, è un problema di rispetto dell’uomo che tutti possono riconoscere.
Eppure da quando l’eutanasia è stata legalizzata in Belgio nel 2002, i casi sono quintuplicati.
Se cresce il numero dei casi è perché si allargano le eccezioni e il rigore delle condizioni iniziali viene meno. È la legge del piano inclinato: quando si fa uno strappo alla legge, è destinato ad allargarsi sempre di più.
Non può essere un atto di umanità alleviare le sofferenze di chi sta male?
No, perché con l’eutanasia si allevia solo il peso di chi sta bene. Diamo alle cose il loro nome: questo è utilitarismo, perché si toglie di mezzo il malato, è la cultura dello scarto di cui parla papa Francesco. Una persona è malata, mi pesa, è scomoda, non produce e quindi la butto. Chi sta bene per aiutare i sofferenti deve sacrificarsi, se uno non vuole sacrifici e non vuole soffrire deve eliminare il prossimo che gli sta vicino. Ma una persona così protegge solo se stesso finché ha piena validità e salute, perché poi finisce per buttare via anche la propria vita: eutanasia e suicidio assistito, infatti, vanno insieme. Dovremmo allarmarci tutti davanti a queste cose perché una legge del genere segnala un calo di umanità, di rispetto della vita umana, un abbassamento del livello di civiltà.
Da dove nasce questo calo di umanità?
La cultura della morte nasce dal fatto che si vuole la vita solo quando è perfetta e capace di produrre denaro o vantaggi. È il principio del piacere che diventa principio di morte: quando la vita non ti dà più soddisfazione, non è più apprezzabile o degna. In ultima analisi, però, è il calo della fiducia nella vita ultraterrena, la mancanza di fede nella vita eterna, in Dio e nell’immortalità a portare al deprezzamento dell’uomo. Come dice il Concilio vaticano II, quando viene meno la fiducia in Dio anche l’uomo svanisce. La vita va verso la pienezza e merita di essere vissuta perché ha un valore eterno. La morte va accettata quando è naturale, quando la fisicità non regge più e per questo non bisogna neanche praticare l’accanimento terapeutico.
Diversi studi dimostrano oltretutto che la legge sull'eutanasia in Belgio è continuamente abusata.
La legge è già un abuso in sé, chi si stupisce se poi se ne aggiungono altri? È tutto un abuso perché, lo ripeto, la vita non ci appartiene.
Non ha ragione chi dice che l’uomo ha diritto di morire?
No, l’eutanasia non è né un diritto né una libertà ma è la fine del diritto e della libertà.
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mercoledì 27 novembre 2013

Un bene più grande (Contributi 918)

Vi propongo questo articolo di Domenico Mongiello dal sito della Fraternità San Carlo


L’ultima domenica di novembre la Chiesa festeggia la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo. Che cosa dice alle nostre esistenze questa verità? Dice che c’è un signore del mondo, che le sorti dell’umanità non sono guidate dal caso o da chi ha la forza di conquistare il potere. Perché ogni potere, anche mondano, è concesso da Dio. Egli stesso conduce la storia, veglia sul cammino dei popoli e sulla vita di ogni uomo. Nel tempo poi dimostra la sua signoria originaria e la gloria del suo Regno di pace, non solo con la sua onnipotenza, ma dall’interno delle vicende umane. Quasi, verrebbe da dire, nonostante le contraddizioni che sempre muovono le azioni umane. Quando Pilato gli chiede “dunque tu sei re?”, Gesù risponde “tu lo dici“. Pilato dice la verità, anche se il suo intento è dispregiativo o canzonatorio. E quando Caifa, il sommo sacerdote di Israele, decreta di far morire Gesù perché è meglio che si sacrifichi uno solo per il bene di tutto il popolo, sta collaborando, a sua insaputa, alla venuta del Regno di Dio. Commenta il papa emerito Benedetto XVI nel secondo volume sulla vita di Gesù di Nazareth: “Questo significa che la croce rispondeva ad una necessità divina e che Caifa con la sua decisione divenne, in ultima analisi, l’esecutore della volontà di Dio, anche se la sua motivazione personale era impura, non rispondente alla volontà di Dio, ma mirante a scopi egoistici”.
Gesù rivela di essere il signore della storia senza contraddirla, senza annientare il male con la potenza della sua regalità e l’azione della sua giustizia. Prende possesso della storia dall'interno di avvenimenti umani che sono mossi quasi sempre da altre logiche.
Entriamo così in un mistero profondo, per noi razionalmente incomprensibile, dove si vede che davvero Gesù era Dio, in quanto solo Dio può trarre un bene da un male conclamato. Entriamo nel mistero stesso della storia, dove Dio mostra la sua potenza dentro un amore che abbraccia il peccato e il male, facendoli diventare occasione di un bene più grande. Egli assume la condizione umana, tutta intera, fino al punto di redimerla dall'interno di logiche perverse che ne hanno condizionato lo sviluppo in pienezza.
Certo le responsabilità dei singoli che commettono il male non è annullata. Come per coloro che collaborarono alla condanna di Gesù. Ciascuno ebbe una responsabilità ben precisa e meritevole di giudizio, tanto più grave quanto più grande fu la vicinanza di vita trascorsa con Gesù e la consapevolezza che si stava commettendo un inaudito delitto. Si stava ammazzando Dio. Dirà Gesù a Pilato: “Chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande”. Tale responsabilità rimane. Ma la condanna peggiore è il non voler guardare alla misericordia di cui Gesù li fa oggetto, proprio nel momento in cui prende possesso del suo regno sul trono della croce. Paradossalmente bastava accettare il dolore del loro delitto e del loro tradimento. Giuda non sopportò quel dolore come occasione di un amore più grande. Pietro visse tutta la vita con la ferita del suo rinnegamento che divenne strada feconda per annunciare al mondo che Dio già stava manifestando il suo regno di pace.
Sono un missionario. Viaggiando nelle case dove sono presenti i miei fratelli, ho conosciuto una donna che aveva commesso un grave peccato e che non pensava possibile che Gesù la potesse perdonare. La testimonianza del dolore che viveva diede il coraggio ad un’altra donna di non fare lo stesso peccato. Capì che era impossibile che Dio si stava servendo di lei per fare del bene, senza aver ricevuto il suo perdono. Il dolore non andò via. Ma il bene fu più grande.
Così, non solo Gesù manifesta la sua signoria sul mondo e sulla storia nonostante le nostre azioni malvagie o almeno precarie, ma ha bisogno della verità della nostra testimonianza e della nostra vita per poter regnare nelle anime di tutti gli uomini e prendere possesso definitivo dell’universo. 
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lunedì 25 novembre 2013

Cronaca di fine Anno della Fede (Contributi 917)


Davanti alle reliquie che la Chiesa considera appartenenti al Primo degli Apostoli - ritrovate durante gli scavi archeologici ordinati da Papa Pio XII alla fine degli anni ’40, nell'area dove l’imperatore Nerone aveva fatto costruire il suo circo per perseguitare i primi cristiani e dichiarate autentiche da Papa Paolo VI - Papa Francesco ha celebrato ieri, insieme alla Festa di Cristo Re, la conclusione dell’Anno della Fede, indetto da Benedetto XVI.
La pioggia, che nei giorni scorsi aveva intensamente colpito Roma, si è placata ed ha consentito ad almeno duecentomila persone di riempire interamente la piazza e tutta Via della Conciliazione. Quo vadis, domine, chiese Pietro a Gesù, che gli apparve dove la via Appia incrocia l’Ardeatina, mentre l’Apostolo pensava di lasciare Roma per evitare la persecuzione e Gesù gli rispose: «Vado in città a farmi crocifiggere un’altra volta» e su una pietra dell’Appia lasciò le sue impronte. Così Pietro, sceglierà di farsi crocifiggere, sull'esempio del suo Maestro, tornando a Roma, dove, per opera dello Spirito Santo, il Verbo si diffuse e scelse il territorio del mondo che duemila anni fa costituiva il centro dell’Europa di allora. Il Verbo evangelizzò il mondo pagano, cuore dell’Impero Romano e si fece di nuovo martire attraverso i suoi testimoni, che riuscirono, con la sola forza della fede, a porre le premesse per convertire un impero. Un messaggio e una testimonianza di estrema attualità per l’Europa di oggi, che mostra di rinnegare, con le sue scelte relativiste, le sue radici giudaico-cristiane e il suo ancoraggio ai principi dell’ordine naturale, scritti nell'anima di ogni essere umano, come diceva Benedetto XVI.
È stato questo il senso della celebrazione di ieri: la Croce di Cristo al centro del Cristianesimo, come ha sottolineato la pagina del Vangelo di Luca, dedicata al Buon Ladrone, che si pente e riconosce in quella Croce la possibilità della sua salvezza e la promessa da parte di Gesù di accompagnarlo nel Paradiso.
Dopo l’Omelia, il Papa - nessuno dei suoi predecessori finora l’aveva fatto – ha tenuto tra le sue mani le reliquie di Pietro, durante un momento intenso di preghiera, condiviso nel silenzio assoluto di tutti i partecipanti. Le preghiere dei fedeli sono state lette in cinese, portoghese e filippino, anche a testimonianza della sofferenza che vivono le Filippine, a causa della formidabile alluvione che ha colpito quel paese: cosa mai accaduta per motivi di questo genere a San Pietro, durante la Messa è stata promossa una raccolta di offerte a conforto di quel popolo, che sarà estesa in tutte le Chiese domenica 3 dicembre, prima domenica di Avvento.
Prima della locuzione finale e dell’Angelus, Papa Francesco ha consegnato a 36 rappresentanti di tutte le nazioni, l’esortazione apostolica di Benedetto XVI, “Evangelii gaudium”. Il Coro della Cappella Sistina ha accompagnato tutti i momenti della celebrazione liturgica, insieme all’Orchestra Sinfonica dell’Amministrazione Provinciale di Bari, diretta dal Maestro Walter Marzilli, che nella prima parte ha eseguito, con gli arrangiamenti di Vincenzo Anselmi, l’ouverture n.3 "Egmont " di Ludwig van Beethoven e l’ ouverture "La grotta  di   Fingal", da "Le Ebridi", di Felix Mendelssohn; l’inno dell'anno della fede Credo-Domine, di Ivo Meini, l’Ave Verum Corpus, di Wolfgang Amadeus Mozart e Panis Angelicus, di Cesar Franck, con la voce del soprano Lydia Tamburrino.
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domenica 24 novembre 2013

Grave e vergognoso che una scuola pubblica non accetti la mostra su Rolando Rivi (Contributi 916)

Vi propongo questo articolo di Luigi Negri da Tempi: 

A proposito dei fatti successi a Rio Saliceto (Reggio Emilia), dove ai bambini della locale scuola elementare, nell'ambito di un’iniziativa per gli alunni che avevano aderito all'insegnamento della religione cattolica, è stato impedito di visitare la Mostra “Io sono di Gesù”, dedicata al Beato Rolando Rivi, si dichiara quanto segue: 

Addolora vedere che ci sono persone che hanno paura della verità. Addolora ancor di più quando questo avviene da parte di persone investite di compiti educativi, cioè del compito di introdurre i giovani alla realtà, alla verità, al bene. La verità dei fatti relativi al martirio del Beato Rolando Rivi è attestata in modo inconfutabile e al di là di ogni ragionevole dubbio da una sentenza della magistratura italiana, da un imponente lavoro di ricerca storica e dalla dettagliata analisi in ambito ecclesiale, nel percorso, diocesano e romano, che ha portato alla Beatificazione. Il seminarista Rolando Rivi, ragazzo innocente, a soli 14 anni, fu ucciso, in odio alla sua fede cristiana, per la sola colpa di testimoniare pubblicamente, con coraggio, il suo amore a Gesù. Fu ucciso il 13 aprile 1945, da parte di alcuni partigiani comunisti il cui progetto ideologico era costruire una società in cui fosse impedito a Cristo di parlare al cuore dell’uomo.
La Mostra “Io sono di Gesù” racconta in modo semplice e oggettivo, accessibile a tutti, la nuda verità dei fatti accaduti.
È grave e vergognoso che all'interno di una scuola pubblica che dovrebbe garantire, in uno Stato democratico, la libertà e il pluralismo, non sia consentito ai bambini e agli insegnanti, nell'ambito di un’iniziativa legata all'ora di religione, di andare a incontrare la luminosa figura di un Beato contemporaneo, martire bambino, campione dell’amore alla verità e al bene.
La Mostra “Io sono di Gesù” sta girando l’Italia e in ogni sua tappa ha consentito a tutti e in particolare ai giovani di essere arricchiti dall'incontro con un giovane che ha testimoniato il suo amore all'ideale sino al dono della vita. Così è accaduto recentemente anche a Ferrara dove sono stati migliaia i giovani, credenti e non credenti, che hanno tratto dall'incontro con Rolando spunti positivi per la propria vita.
I giovani di oggi, accerchiati dal vuoto delle moderne ideologie del nichilismo e del relativismo, hanno più che mai bisogno di incontrare testimoni appassionati all'amore e alla verità, come il Beato Rolando Rivi. Che questo sia proibito in una scuola pubblica è l’attentato più grave alla loro crescita umana che possa accadere. 

Per il COMITATO AMICI DI ROLANDO RIVI 
+ Luigi Negri 
Arcivescovo di Ferrara e Abate di Pomposa 
Presidente del Comitato Amici di Rolando Rivi 

Emilio Bonicelli 
Segretario e portavoce del Comitato Amici di Rolando Rivi 
Curatore della Mostra “Io sono di Gesù” 
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Domenica XXXIV t. ord."C" 24-nov-2013 (Angelus 165)

Prima di concludere questa celebrazione, desidero salutare tutti i pellegrini, le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni e i movimenti, venuti da tanti Paesi. Saluto i partecipanti al Congresso nazionale della Misericordia; saluto la comunità ucraina, che ricorda l’80° anniversario dell’Holodomor, la “grande fame” provocata dal regime sovietico che causò milioni vittime.
In questa giornata, il nostro pensiero riconoscente va ai missionari che, nel corso dei secoli, hanno annunciato il Vangelo e sparso il seme della fede in tante parti del mondo; tra questi il Beato Junípero Serra, missionario francescano spagnolo, di cui ricorre il terzo centenario della nascita.
Non voglio finire senza un pensiero a tutti quelli che hanno lavorato per portare avanti quest’Anno della fede. Mons. Rino Fisichella, che ha guidato questo cammino: lo ringrazio tanto, di cuore, lui e tutti i suoi collaboratori. Grazie tante!
Ora preghiamo insieme l’Angelus. Con questa preghiera invochiamo la protezione di Maria specialmente per i nostri fratelli e le nostre sorelle che sono perseguitati a motivo della loro fede, e sono tanti!
Angelus Domini
Vi ringrazio per la vostra presenza a questa concelebrazione. Vi auguro una buona domenica e buon pranzo.
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mercoledì 20 novembre 2013

Confessatevi. Anche il Papa si confessa (Contributi 915)

Da  La Bussola un articolo di Massimo Introvigne
     
All'udienza generale del 20 novembre 2013 Papa Francesco ha proseguito la sua catechesi sul Credo, in particolare sulla formula «Confesso un solo Battesimo per il perdono dei peccati», di cui già aveva iniziato a parlare la settimana precedente. Il Papa insiste su questo passaggio del Credo, perché corrisponde a quella che ha da tempo individuato come una priorità del suo pontificato: l’appello a tornare al sacramento della confessione, combattendo in particolare la diffusa mentalità secondo cui sarebbe sufficiente una richiesta interiore a Dio di perdono e il passaggio dal confessionale non sarebbe necessario.
Per far capire perché questo è sbagliato, il Pontefice è partito dalla tesi secondo cui «il protagonista del perdono dei peccati è lo Spirito Santo». Lo afferma Gesù risorto, nella prima apparizione agli apostoli: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,22-23). La possibilità di perdonare che Gesù trasmette agli apostoli è parte dei «doni pasquali frutto della sua morte e risurrezione». E Gesù anzitutto «dona lo Spirito Santo che di tutto questo è la sorgente».
Infatti, prima di fare il gesto di soffiare – che indica il dono dello Spirito – Gesù fa vedere agli apostoli le sue piaghe: «queste ferite rappresentano il prezzo della nostra salvezza. Lo Spirito Santo ci porta il perdono di Dio “passando attraverso” le piaghe di Gesù». Per questo Gesù, anche nel suo corpo glorioso dopo la resurrezione, conserva le piaghe. «Per la forza di queste piaghe, i nostri peccati sono perdonati».
Ma ecco il secondo, cruciale elemento: il potere di perdonare i peccati, che viene dalla passione e morte di Gesù e dallo Spirito Santo, Gesù non lo dà a tutti. Lo dà agli apostoli, come «potere delle chiavi». «È un po’ difficile capire come un uomo può perdonare i peccati, ma Gesù dà questo potere». Lo dà alla Chiesa. «La Chiesa è depositaria del potere delle chiavi, di aprire o chiudere al perdono». Attenzione: certo, è Dio che perdona, «ma Lui stesso ha voluto che quanti appartengono a Cristo e alla Chiesa, ricevano il perdono mediante i ministri della Comunità». La misericordia di Dio mi raggiunge «attraverso il ministero apostolico». «La Chiesa non è padrona del potere delle chiavi, ma è serva del ministero della misericordia». Anche se volesse, non potrebbe cambiare il modo di offrire il perdono di Dio, che passa attraverso la confessione per volere dello stesso Dio e per precisa disposizione di Gesù Cristo.
Oggi «tante persone forse non capiscono la dimensione ecclesiale del perdono, perché domina sempre l’individualismo, il soggettivismo, e anche noi cristiani ne risentiamo. Certo, Dio perdona ogni peccatore pentito, personalmente, ma il cristiano è legato a Cristo, e Cristo è unito alla Chiesa. Per noi cristiani c’è un dono in più, e c’è anche un impegno in più: passare umilmente attraverso il ministero ecclesiale».
Dobbiamo «valorizzare» questo insegnamento della Chiesa, oggi così poco capito, e nello stesso tempo «non dobbiamo stancarci di andare a chiedere perdono. Si può provare vergogna a dire i peccati, ma le nostre mamme e le nostre nonne dicevano che è meglio diventare rosso una volta che non giallo mille volte. Si diventa rossi una volta, ma ci vengono perdonati i peccati e si va avanti». «A volte – insiste il Pontefice – capita di sentire qualcuno che sostiene di confessarsi direttamente con Dio». Ma è Dio stesso che ha voluto che «la sicurezza del perdono» si possa trovare solo nella confessione, tramite il ministero della Chiesa.
Quando parliamo della funzione del sacerdote non dobbiamo mai dimenticare questo aspetto: «il sacerdote strumento per il perdono dei peccati. Il perdono di Dio che ci viene dato nella Chiesa, ci viene trasmesso per mezzo del ministero di un nostro fratello, il sacerdote». Naturalmente, anche il sacerdote «ha bisogno di misericordia», e dal reiterato appello di Papa Francesco alla confessione frequente i sacerdoti non sono esclusi. «Anche i sacerdoti devono confessarsi, anche i Vescovi: tutti siamo peccatori. Anche il Papa si confessa ogni quindici giorni, perché anche il Papa è un peccatore. E il confessore sente le cose che io gli dico, mi consiglia e mi perdona, perché tutti abbiamo bisogno di questo perdono».
Perché un sacerdote sia un buon confessore, è necessario «che il suo cuore sia in pace, che il sacerdote abbia il cuore in pace; che non maltratti i fedeli, ma che sia mite, benevolo e misericordioso; che sappia seminare speranza nei cuori e, soprattutto, sia consapevole che il fratello o la sorella che si accosta al sacramento della Riconciliazione cerca il perdono». Diversamente, meglio astenersi. «Il sacerdote che non abbia questa disposizione di spirito è meglio che, finché non si corregga, non amministri questo Sacramento. I fedeli penitenti hanno il diritto, tutti i fedeli hanno il diritto di trovare nei sacerdoti dei servitori del perdono di Dio».
Infine, il Papa ha proposto a tutti un esame di coscienza sulla confessione: «come membri della Chiesa siamo consapevoli della bellezza di questo dono che ci offre Dio stesso? Sentiamo la gioia di questa cura, di questa attenzione materna che la Chiesa ha verso di noi? Sappiamo valorizzarla con semplicità e assiduità?». Tutti cadiamo, e cadiamo spesso. Ma se vogliamo «rialzarci continuamente» non c’è altra strada.
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Trasparenti di fronte a Dio (Contributi 914)

Riporto dal sito della Fraternità San Carlo quest'articolo di Paolo Sottopietra. 

«Molti di noi», ha detto Madre Teresa di Calcutta, «rischiano di dimenticare che siamo peccatori e dobbiamo accostarci alla confessione come tali. Dobbiamo andare da Dio e dirgli che siamo addolorati per le azioni che abbiamo commesso e che possono averlo ferito. Il confessionale non è un luogo di pettegolezzi o conversazioni inutili. L’argomento devono essere i peccati, la contrizione, il perdono».
La confessione è innanzitutto una comunicazione essenziale e precisa dei propri peccati. Di fronte al sacerdote dovremmo evitare i giri di parole e chiamare il nostro male con i nomi che ha, senza nasconderlo. Se saremo sinceri con il confessore, cioè veri di fronte a Dio, lo Spirito Santo testimonierà alla nostra coscienza che siamo stati liberati dal peccato che abbiamo confessato. E questo ci darà pace.
Come possiamo imparare ad essere così trasparenti di fronte a noi stessi e a Dio? La Chiesa ci invita a compiere quotidianamente un esame di coscienza. Anche in questo caso vale l’indicazione dell’essenzialità. Arrivata la sera, ripensiamo alla nostra giornata senza ripiegarci su noi stessi e sulle nostre fragilità. L’esame di coscienza non comprende infatti solo i peccati, come spesso crediamo. Possiamo iniziarlo rinnovando il ricordo di ciò che abbiamo ricevuto, per richiamare in noi un sentimento di gratitudine. «Oggi mi hai messo accanto quella persona, che mi ha dato esempio di pazienza, di fortezza, di fede. Ti ringrazio perché oggi nella preghiera mi hai fatto vedere più chiaramente dove devo cambiare e mi hai aiutato a prendere una decisione per orientare la mia vita al bene. Oggi mi hai aiutato a trattare quella persona con umiltà, o con pazienza. Grazie perché i miei figli crescono bene. Grazie di quel momento di verità nell’amore con mia moglie. Grazie della vicinanza di quell'amico».
Solo nella luce della gratitudine i nostri peccati possono essere riconosciuti come tali. Essi sono ferite reali nel rapporto con Colui dal quale riceviamo tutto. Il peccato è trascuratezza o, nei casi più gravi, disprezzo del suo amore. Quando percepiamo il nostro male in questo modo, scaturisce in noi un dolore vero. La confessione allora ci aiuta a crescere. Come accade con le persone che più amiamo, nel tempo diventiamo più sensibili, ci accorgiamo prima di ciò che in noi dimentica o addirittura umilia l’amore che Dio ci dona. Il gusto che proviamo per il bene si fa più stabile, insieme all’avversione per ciò che intralcia il nostro dialogo con Dio e crea sofferenza in noi e negli altri. Nello stesso tempo lo sguardo che portiamo su noi stessi diventa più misericordioso e ironico. Impariamo a riprenderci più rapidamente dopo il male che ancora compiamo e la nostra letizia si interrompe per meno tempo. È anche questo un riflesso della misericordia con cui siamo guardati da Dio nella confessione. 
Spesso troviamo nei santi la convinzione di essere grandi peccatori. È retorica la loro? Oppure parlano di un’esperienza che ancora noi non facciamo? I santi non fingono, ma conoscono se stessi molto più a fondo di noi, perché amano Dio più di noi. Forse le nostre confessioni sono ancora vuote o formali. Ciò accade perché non avvertiamo un reale bisogno dell’aiuto di Dio, del suo perdono. Così il nostro amore per Lui è tiepido. L’esperienza degli uomini più vicini a Dio indica però una strada che anche noi possiamo percorrere. Il dolore per il nostro male e l’amore per Dio, infatti, crescono insieme. «A lei sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato», ha detto Gesù al fariseo Simone, indicandogli la donna che piangeva ai suoi piedi. «Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». Chi ama di più, soffre di più per il male che commette e desidera esserne liberato. Fa perciò anche un’esperienza più viva del perdono che riceve. La grazia di essere riaccolti ci riempie infatti di gratitudine, a volte perfino di gioia, e suscita in noi un desiderio più forte di ricambiare il bene ricevuto. La confessione può diventare così un momento molto atteso, il luogo dove possiamo rivivere questa esperienza e alimentare il nostro amore. 
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Il tavolo del nonno

Papa Francesco è tornato ad esaltare il ruolo prezioso degli anziani nella Chiesa e nella società. Ne ha parlato durante la messa celebrata martedì 19 novembre, nella cappella di Santa Marta.
La sua omelia è iniziata con una domanda: «Cosa lasciamo come eredità ai nostri giovani?». Per rispondere il Pontefice ha richiamato il racconto contenuto nel secondo libro dei Maccabei (6, 18-31) nel quale si narra l’episodio del saggio anziano Eleazaro, uno degli scribi più stimati, il quale, piuttosto che mangiare carne proibita per compiacere al re, si avviò volontariamente al martirio. A nulla valsero i consigli dei suoi amici, che lo esortavano a fingere di mangiare quel cibo per salvarsi. Egli preferì morire tra le sofferenze piuttosto che dare un cattivo esempio agli altri, soprattutto ai giovani. «Un anziano coerente sino alla fine» — lo ha definito il Santo Padre — nel cui comportamento esemplare si può riconoscere «il ruolo degli anziani nella Chiesa e nel mondo». «Quest’uomo — ha spiegato — davanti alla scelta fra l’apostasia e la fedeltà, non dubita. Aveva tanti amici. Volevano portarlo a un compromesso: “Fai finta, così potrai continuare a vivere...”. È quell’atteggiamento del fingere, del fingere pietà, del fingere religiosità, che Gesù condanna con una parola molto forte nel capitolo 23 di san Matteo: l’ipocrisia. Invece «questo buon uomo, novantenne, bravo e tanto stimato dal suo popolo, non pensa a sé. Pensa soltanto a Dio, a non offenderlo con il peccato dell’ipocrisia e dell’apostasia. Pensa però anche all’eredità» che deve lasciare. Dunque pensa ai giovani. E nel testo della scrittura, sebbene si parli di un anziano, la parola giovani — ha notato Papa Francesco — ritorna spesso. Eleazaro dunque pensava a cosa avrebbe lasciato in eredità ai giovani con la sua scelta. E si chiedeva: «Un compromesso, cioè metà e metà, un’ipocrisia o la verità, quella che ho cercato di seguire per tutta la vita?». Ecco «la coerenza di quest’uomo, la coerenza della sua fede — ha commentato il vescovo di Roma — ma anche la responsabilità di lasciare un’eredità nobile, vera».
«Noi viviamo in un tempo nel quale gli anziani non contano. È brutto dirlo — ha ripetuto il Santo Padre — ma si scartano perché danno fastidio». Eppure «gli anziani sono quelli che ci portano la storia, la dottrina, la fede e ce le lasciano in eredità. Sono come il buon vino invecchiato, hanno cioè dentro la forza per darci quella eredità nobile».
A questo proposito il Papa si è riferito alla testimonianza di un altro grande anziano, Policarpo. Condannato al rogo, «quando il fuoco cominciò a bruciarlo» — ha ricordato — si avvertì tutt’intorno il profumo del pane appena cotto. Questo sono gli anziani: «Eredità, buon vino e buon pane». Invece «soprattutto in questo mondo si pensa che diano fastidio».
Qui il Pontefice è tornato con la memoria alla sua infanzia: «Io ricordo — ha detto — che da bambini ci raccontavano questa storia. C’era una famiglia, un papà, una mamma e tanti bambini. E c’era anche un nonno che viveva con loro. Ma era invecchiato e a tavola, quando mangiava la zuppa, si sporcava tutto: la bocca, il tovagliolo... non faceva una bella figura! Un giorno il papà ha detto che, visto cosa capitava al nonno, dal giorno successivo avrebbe mangiato da solo. E comprò un tavolino, lo mise in cucina; così il nonno mangiava da solo in cucina e la famiglia nella sala da pranzo. Dopo alcuni giorni il papà torna a casa e trova uno dei suoi figli a giocare con il legno. Gli chiese: “Cosa fai?”. “Sto giocando a fare il falegname”, rispose il bambino. “E cosa costruisci?”. “Un tavolino per te papà, per quando diventi vecchio come il nonno”. Questa storia mi ha fatto tanto bene per tutta la vita. I nonni sono un tesoro».
Tornando all'insegnamento delle scritture riguardo agli anziani, Papa Francesco ha fatto riferimento alla lettera agli Ebrei (13, 7), nella quale «si legge: “Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede”. La memoria dei nostri antenati ci porta all’imitazione della fede. È vero, a volte la vecchiaia è un po’ brutta per le malattie che comporta. Ma la sapienza che hanno i nostri nonni è l’eredità che noi dobbiamo ricevere. Un popolo che non custodisce i nonni, che non rispetta i nonni non ha futuro perché ha perso la memoria. Eleazaro, davanti al martirio, è cosciente della responsabilità che ha nei confronti dei giovani. Pensa a Dio ma pensa anche ai giovani: “Io ai giovani devo dare l’esempio di coerenza sino alla fine”».
«Ci farà bene pensare a tanti anziani e anziane, ai tanti che sono nelle case di riposo e anche ai tanti che — è brutta la parola ma diciamola — sono abbandonati dai loro cari», ha poi aggiunto il Santo Padre, ricordando che «essi sono il tesoro della nostra società. Preghiamo per loro perché siano coerenti sino alla fine. Questo è il ruolo degli anziani, questo è il tesoro. Preghiamo per i nostri nonni e per le nostre nonne che tante volte hanno avuto un ruolo eroico nella trasmissione della fede in tempi di persecuzioni». Soprattutto nei tempi passati, quando i papà e le mamme spesso non erano in casa o avevano strane idee, confuse dalle ideologie in voga in quei tempi, «sono state proprio le nonne quelle che hanno trasmesso la fede».
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La fedeltà a Dio non si negozia

C’è un’insidia che percorre il mondo. È quella della «globalizzazione dell’uniformità egemonica» caratterizzata dal «pensiero unico», attraverso la quale, in nome di un «progressismo adolescenziale», non si esita a rinnegare le proprie tradizioni e la propria identità. Quello che ci deve consolare è che però davanti a noi c’è sempre il Signore fedele alla sua promessa, che ci aspetta, ci ama e ci protegge. Nelle sue mani andremo sicuri su ogni cammino. È questa la riflessione proposta da Papa Francesco lunedì 18 novembre, durante la messa a Santa Marta. Con lui ha concelebrato l’arcivescovo Pietro Parolin, segretario di Stato, che oggi ha iniziato il suo servizio in Vaticano.
Il Pontefice ha avviato la sua riflessione commentando la lettura tratta dal primo libro dei Maccabei (1, 10-15; 41-43; 54-57; 62-64): «una delle pagine più tristi nella bibbia» ha commentato, dove si parla di «una buona parte del popolo di Dio che preferisce allontanarsi dal Signore davanti a una proposta di mondanità». Si tratta, ha notato il Papa, di un tipico atteggiamento di quella «mondanità spirituale che Gesù non voleva per noi. Tanto che aveva pregato il Padre affinché ci salvasse dallo spirito del mondo».
Questa mondanità nasce da una radice perversa, «da uomini scellerati capaci di una persuasione intelligente: “Andiamo e facciamo alleanza con i popoli che ci stanno intorno. Non possiamo essere isolati” né fermi alle vecchie nostre tradizioni. “Facciamo alleanze perché da quando ci siamo allontanati da loro ci sono capitati molti mali”». Questo modo di ragionare, ha ricordato il Papa, fu considerato buono tanto che alcuni «presero l’iniziativa e andarono dal re, a trattare con il re, a negoziare». Costoro, ha aggiunto, «erano entusiasti, credevano che con questo la nazione, il popolo d’Israele sarebbe diventato un grande popolo». Certo, ha notato il Pontefice, non si posero il problema se fosse più o meno giusto assumere questo atteggiamento progressista, inteso come un andare avanti a ogni costo. Anzi essi dicevano: «Non ci chiudiamo. Siamo progressisti». È un po’ come accade oggi, ha notato il vescovo di Roma, con l’affermarsi di quello che ha definito «lo spirito del progressismo adolescente» secondo il quale, davanti a qualsiasi scelta, si pensa che sia giusto andare comunque avanti piuttosto che restare fedeli alle proprie tradizioni. «Questa gente — ha proseguito il Papa tornando al racconto biblico — ha trattato con il re, ha negoziato. Ma non ha negoziato abitudini... ha negoziato la fedeltà al Dio sempre fedele. E questo si chiama apostasia. I profeti, in riferimento alla fedeltà, la chiamano adulterio, un popolo adultero. Gesù lo dice: “generazione adultera e malvagia” che negozia una cosa essenziale al proprio essere, la fedeltà al Signore». Forse non negoziano alcuni valori, ai quali non rinunciano; ma si tratta di valori, ha notato il Pontefice, che alla fine sono talmente svuotati di senso da restare soltanto «valori nominali, non reali».
Ma di tutto questo poi si pagano le conseguenze. Riferendosi al racconto biblico il Pontefice ha ricordato che presero «le abitudine dei pagani» e accettarono l’ordine del re che «prescrisse che nel suo regno tutti formassero un solo popolo e che ciascuno abbandonasse le proprie usanze». E certamente non si trattava, ha detto il Papa, della «bella globalizzazione» che si esprime «nell’unità di tutte nazioni» che però conservano le proprie usanze. Quella di cui si parla nel racconto è invece la «globalizzazione dell’uniformità egemonica». Il «pensiero unico frutto della mondanità».
Dopo aver ricordato le conseguenze per quella parte del popolo d’Israele che aveva accettato questo «pensiero unico» e si era lasciato andare a gesti sacrileghi, Papa Francesco ha sottolineato che simili atteggiamenti si riscontrano ancora «perché lo spirito della mondanità anche oggi ci porta a questa voglia di essere progressisti, al pensiero unico». Anzi: come capitava allora, quando chi era trovato in possesso del libro dell’alleanza veniva condannato a morte, succede così anche oggi in diverse parti del mondo «come abbiamo letto sui giornali in questi mesi».
Negoziare la propria fedeltà a Dio è come negoziare la propria identità. E a questo proposito il Pontefice ha ricordato il libro Il padrone del mondo di Robert Hugh Benson, figlio dell’arcivescovo di Canterbury Edward White Benson, nel quale l’autore parla dello spirito del mondo e «quasi come fosse una profezia, immagina cosa accadrà. Quest’uomo, si chiamava Benson, si convertì poi al cattolicesimo e ha fatto tanto bene. Ha visto proprio quello spirito della mondanità che ci porta all’apostasia». Farà bene anche a noi, ha suggerito il Pontefice, pensare a quanto raccontato dal libro dei Maccabei, a quanto è accaduto, passo dopo passo, se decidiamo di seguire quel «progressismo adolescenziale» e fare quello che fanno tutti. E ci farà bene anche pensare a quanto è accaduto dopo, alla storia successiva alle «condanne a morte, ai sacrifici umani» che ne sono seguiti. E chiedendo «Voi pensate che oggi non si fanno sacrifici umani?», il Papa ha risposto: «Se ne fanno tanti, tanti. E ci sono delle leggi che li proteggono».
Quello che ci deve consolare, ha concluso il Pontefice, è che «davanti al cammino segnato dallo spirito del mondo, dal principe di questo mondo», un cammino di infedeltà, «sempre rimane il Signore che non può rinnegare se stesso, il fedele. Lui sempre ci aspetta; lui ci ama tanto» ed è pronto a perdonarci, anche se facciamo qualche piccolo passo su questo cammino, e a prenderci per mano così come ha fatto con il suo popolo diletto per portarlo fuori dal deserto.
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lunedì 18 novembre 2013

L'ambulanza di Dio (Interventi 178)

don Luciano dal Kenia:

L'altro giorno, mentre stavo guidando, ho sentito la sirena di un'ambulanza che veniva dalla corsia opposta. Poi l'ho vista arrivare, mentre le auto si scostavano - ovviamente aveva quella grande scritta arancione "AMBULANZA". E mi veniva da pensare che quell'autoveicolo era il pronto soccorso che andava incontro a qualcuno che da solo non poteva arrivarci. 
Ed effettivamente è proprio così. L'ambulanza è la prima forma di pronto soccorso di emergenza per chi non ce la fa a stare in piedi da solo - si prende cura di chi ha perso le sue forze. Certo, non tutte le emergenze sono di tipo medico. Ogni giorno chi amiamo e chi ci sta intorno deve affrontare emergenze di tipo emotivo... economico... familiare... relazionale. E hanno bisogno di qualcuno che si curi di loro - qualcuno che non necessariamente deve essere un noto chirurgo o primario, ma semplicemente uno che sa amministrare loro una prima forma di assistenza. 
Insomma, chi è l'ambulanza di Dio - il Suo pronto soccorso ambulante? Dio ha qualcosa da dirti a questo riguardo nel vangelo di Luca 10, 31 e seguenti. E' una parabola molto nota ma che dovrebbe ogni volta farci fare un serio esame di coscienza. Gesù ha appena finito di annunciare il secondo grande comandamento, quello dell'amare il prossimo tuo come te stesso. Cercando di svicolare dalla responsabilità connessa a quel comandamento, il solito "furbetto" chiede: «Ma chi è il mio prossimo?» Gesù risponde con la storia di un uomo che è assalito per strada dai ladri, che lo spogliano, lo picchiano, e lo lasciamo per terra mezzo morto. Versetto 31: «Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte». Poi, un'altra persona anche lei molto religiosa incontra quel moribondo e «lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione». E Gesù continua dicendo che questo Samaritano fu, a tutti gli effetti, l'ambulanza di Dio per quell'uomo, medicandolo, disinfettandolo e portandolo in un posto dove avrebbe potuto recuperarsi. 
E poi Gesù tira le conclusioni: «"Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?" [Il furbetto] rispose: "Chi ha avuto compassione di lui". Gesù gli disse: "Va' e anche tu fa' lo stesso"» (versetti 36-37). Sei circondato da persone che stanno per crollare - o che fanno crollare gli altri... gente che è ferita, risentita, sanguinante. E Gesù ti chiede di essere per loro un pronto soccorso ambulante. Lui lo è stato
Quello che attirava Gesù verso la gente non era il fatto che fossero amabili o senza problemi o che potessero fare qualcosa per Lui. Pur in mezzo alle folle, Gesù andava a cercarsi la persona che tra di loro ne aveva più bisogno. Uno degli indicatori per capire quanto il tuo cuore sta diventando come quello del Maestro è quanto ti senti toccato e attratto dalle persone che sono ferite o feriscono. Se feriscono è perché si portano dentro la malattia del risentimento. 
Se sei un discepolo di Gesù, allora sappi che Lui ti vuole ogni giorno in missione di pronto soccorso. Tu sei, come l'ambulanza, chiamato sul luogo dove c'è un ferito, Sei lì per amarlo, ascoltarlo, incoraggiarlo, portarlo in quell'ospedale dove può trovare un aiuto umano o spirituale più specializzato. Ma tu sei l'ambulanza! 
Allora chiedi a Gesù il Suo sguardo per le persone che incontri... il Suo amore... la Sua capacità di vedere al di là del bisogno che appare, il vero bisogno nascosto dentro... chiediGli le Sue parole per attutire la sofferenza e iniziare il processo di guarigione. Tu sei l'ambulanza di Dio dove è successo un incidente. Perciò la guarigione comincia con te! 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto 
don Luciano
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domenica 17 novembre 2013

Domenica XXXIII t. ord."C" 17-nov-2013 (Angelus 164)

Cari fratelli e sorelle buongiorno,
il Vangelo di questa domenica (Lc 21,5-19) consiste nella prima parte di un discorso di Gesù: quello sugli ultimi tempi. Gesù lo pronuncia a Gerusalemme, nei pressi del tempio; e lo spunto gli è dato proprio dalla gente che parlava del tempio e della sua bellezza. Perché era bello quel tempio. Allora Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra» (Lc 21,6). Naturalmente gli chiedono: quando accadrà questo?, quali saranno i segni? Ma Gesù sposta l’attenzione da questi aspetti secondari – quando sarà?, come sarà? – la sposta alle vere questioni. 
E sono due. Primo: non lasciarsi ingannare dai falsi messia e non lasciarsi paralizzare dalla paura. Secondovivere il tempo dell’attesa come tempo della testimonianza e della perseveranza. E noi siamo in questo tempo dell’attesa, dell’attesa della venuta del Signore.
Questo discorso di Gesù è sempre attuale, anche per noi che viviamo nel XXI secolo. Egli ci ripete: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome» (v. 8). E’ un invito al discernimento, questa virtù cristiana di capire dove è lo spirito del Signore e dove è il cattivo spirito. Anche oggi, infatti, ci sono falsi “salvatori”, che tentano di sostituirsi a Gesù: leader di questo mondo, santoni, anche stregoni, personaggi che vogliono attirare a sé le menti e i cuori, specialmente dei giovani. Gesù ci mette in guardia: «Non andate dietro a loro!». “Non andate dietro a loro!”
E il Signore ci aiuta anche a non avere paura: di fronte alle guerre, alle rivoluzioni, ma anche alle calamità naturali, alle epidemie, Gesù ci libera dal fatalismo e da false visioni apocalittiche.
Il secondo aspetto ci interpella proprio come cristiani e come Chiesa: Gesù preannuncia prove dolorose e persecuzioni che i suoi discepoli dovranno patire, a causa sua. Tuttavia assicura: «Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto» (v. 18). Ci ricorda che siamo totalmente nelle mani di Dio! Le avversità che incontriamo per la nostra fede e la nostra adesione al Vangelo sono occasioni di testimonianza; non devono allontanarci dal Signore, ma spingerci ad abbandonarci ancora di più a Lui, alla forza del suo Spirito e della sua grazia.
In questo momento penso, e pensiamo tutti. Facciamolo insieme: pensiamo a tanti fratelli e sorelle cristiani, che soffrono persecuzioni a causa della loro fede. Ce ne sono tanti. Forse molti di più dei primi secoli. Gesù è con loro. Anche noi siamo uniti a loro con la nostra preghiera e il nostro affetto. Anche abbiamo ammirazione per il loro coraggio e la loro testimonianza. Sono i nostri fratelli e sorelle, che in tante parti del mondo soffrono a causa dell’essere fedeli a Gesù Cristo. Li salutiamo di cuore e con affetto.
Alla fine, Gesù fa una promessa che è garanzia di vittoria: «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita» (v. 19). Quanta speranza in queste parole! Sono un richiamo alla speranza e alla pazienza, al saper aspettare i frutti sicuri della salvezza, confidando nel senso profondo della vita e della storia: le prove e le difficoltà fanno parte di un disegno più grande; il Signore, padrone della storia, conduce tutto al suo compimento. Nonostante i disordini e le sciagure che turbano il mondo, il disegno di bontà e di misericordia di Dio si compirà! E questa è la nostra speranza: andare così, in questa strada, nel disegno di Dio che si compirà. E’ la nostra speranza.
Questo messaggio di Gesù ci fa riflettere sul nostro presente e ci dà la forza di affrontarlo con coraggio e speranza, in compagnia della Madonna, che sempre cammina con noi.

Dopo l'Angelus
Saluto tutti voi, famiglie, associazioni e gruppi, che siete venuti da Roma, dall’Italia e da tante parti del mondo: Spagna, Francia, Finlandia, Paesi Bassi. In particolare, saluto i pellegrini provenienti da Vercelli, Salerno, Lizzanello; il Motoclub Lucania di Potenza, i ragazzi di Montecassino e di Caserta.
Oggi la comunità eritrea a Roma celebra la festa di San Michele. Li salutiamo di cuore!
Oggi ricorre la “Giornata delle vittime della strada”. Assicuro la mia preghiera e incoraggio a proseguire nell’impegno della prevenzione, perché la prudenza e il rispetto delle norme sono la prima forma di tutela di sé e degli altri.
Anche vorrei adesso a tutti voi consigliarvi una medicina. Ma qualcuno pensa: “Il Papa fa il farmacista adesso?” E’ una medicina speciale per concretizzare i frutti dell’Anno della Fede, che volge al termine. Ma è una medicina di 59 granelli intracordiali. Si tratta di una “medicina spirituale” chiamata Misericordina. Una scatolina di 59 granelli intracordiali. In questa scatoletta è contenuta la medicina e alcuni volontari la distribuiranno a voi mentre lasciate la Piazza. Prendetela! C’è una corona del Rosario, con la quale si può pregare anche la “coroncina della Misericordia”, aiuto spirituale per la nostra anima e per diffondere ovunque l’amore, il perdono e la fraternità. Non dimenticatevi di prenderla, perché fa bene, eh? Fa bene al cuore, all’anima e a tutta la vita!
A tutti voi un cordiale augurio di Buona Domenica. Arrivederci e buon pranzo!
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sabato 16 novembre 2013

Un vero cristiano sa godersi anche la compagnia dei propri defunti (Contributi 914)

da Tempi una riflessione di Pippo Corigliano 

Un mio amico ha perso la moglie dopo sessant'anni di matrimonio. È una persona di fede e non dubita che la moglie è in Dio, ma è evidente che avverte il vuoto dell’assenza. La verità della vita eterna è tra le più ostiche per quella mentalità dominante di cui anche noi siamo impregnati. Per questo ho scritto un libro sul Paradiso raccogliendo gli elementi di colore che il Vecchio e il Nuovo Testamento riportano in proposito.
Mi sono accorto però che ho trascurato un aspetto importante della vita eterna che è il rapporto tra i defunti e i vivi. Fin dalla prima formulazione del credo si parlò della “comunione dei santi”: una verità dogmaticamente definita ma esistenzialmente poco vissuta, o, almeno, così mi pare. La solidarietà fra la chiesa trionfante, purgante e itinerante è chiara, ma ho la sensazione che non si viva in pratica sufficientemente questa verità. Sappiamo che Gesù ci è vicino e che Maria, con i santi, è un punto di riferimento, ma i propri cari defunti possono sembrarci distanti, fermi nelle loro tombe. Invece la fede ben vissuta non è così.
Il clima di famiglia proprio della Trinità, della famiglia di Nazareth e che Gesù ha vissuto con gli apostoli, continua ad esserci fra i cristiani vivi e dovrebbe esserci anche con i defunti. È un’esagerazione e un peccato ricorrere alle sedute spiritiche per riascoltare la voce di un caro defunto, mentre è un atto di fede vera non solo pregare per i defunti ma sentirsi in loro compagnia, farsi aiutare e sorridere con loro. 
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giovedì 14 novembre 2013

L'inferno non è vuoto (Contributi 913)

da La Bussola...                                                                                                                                                                                                                                                                           
Perché sull'Inferno è in atto la congiura del silenzio? Si preferisce parlare del Paradiso come possibilità per l’uomo dopo la morte, dimenticando che esiste anche la possibilità della dannazione eterna. Ben vengano, dunque, i libri su questo argomento, come quello scritto da Padre Livio con Diego Manetti, Inchiesta sull'InfernoSalvezza e predizione nelle profezie di Medjugorje. E infatti le fondamenta della riflessione di queste duecento pagine sono i messaggi della Regina della Pace su questo argomento: “Oggi molti vanno all’Inferno. Dio permette che i suoi figli soffrano nell'Inferno perché hanno commesso colpe gravi e imperdonabili. Coloro che vanno all'Inferno non hanno più possibilità di conoscere una sorte migliore” (28 luglio 1982).
L’inchiesta di questo libro è a 360 gradi, dalla ribellione di Lucifero alla sua azione nel mondo; dalle pene degli inferi alla sua negazione nella teologia moderna, da Rahner a von Balthasar; e poi l’Inferno nelle parole di Gesù, nella dottrina della Chiesa antica, della teologia tridentina, dei mistici cristiani e nelle visioni da Fatima e Medjugorje, fino appunto ad arrivare ai giorni nostri.
Uno dei capitoli ha un titolo provocatorio: “All'Inferno ci va chi vuole andare”, come ha spiegato la Madonna accompagnando Jakov e Vacka (i veggenti di Medjugorje) nel viaggio compiuto nell’Aldilà, nei primi tempi delle apparizioni.
Ma chi è così pazzo da desiderare di starsene per l’eternità nella Geenna, dove “là sarà pianto e stridore di denti, poiché molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Matteo 22, 13-14)? L’Inferno, spiega Padre Livio, è un mistero della libertà umana e della capacità dell’uomo di fare delle scelte: se un’anima rifiuta Dio, respinge il suo amore, sceglie di essere dio al posto di Dio, ecco che comincia già a vivere quell'Inferno che, dopo la morte, semplicemente prosegue. Una aversio a Deo et conversio ad creaturas della quale parla Sant’Agostino: ecco quando si va all’Inferno, quando si volta le spalle a Dio per “convertirsi” alle persone e alle cose mondane. Un scelta, una libera scelta.
Le condizioni per questa perdizione eterna sono espresse con chiarezza dal Magistero della Chiesa cattolica, anche se non si può tuttavia affermare con certezza la dannazione di nessuna anima, neppure quella di Giuda il Traditore: «Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l’Inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l’uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno» (CCC 1036).
A condannare l’uomo alla dannazione eterna non è Dio, ma è l’Uomo stesso che sceglie liberamente e responsabilmente la propria auto-esclusione da Lui. «Ogni anima – spiega Padre Livio – ha la possibilità di accorgersi verso quale destino sta andando, perché la voce della coscienza parla a tutti e ad ognuno indica il Bene da fare e il Male da evitare». Appunto, all’Inferno va chi ci vuole andare.
Un Inferno che, come il Paradiso, non è un luogo da intendesi con le categorie umane: spazio e tempo non possono caratterizzare le realtà spirituali; sono proprietà della materia, anche se Gesù parla di fuoco e fiamme e l’Apocalisse di “stagno ardente di fuoco e zolfo” (Apocalisse 20, 10).
Il libro di Padre Livio si chiude – e come avrebbe potuto essere diversamente? - con un capitolo sull'antidoto per l’Inferno e la chiamata della Madonna per tutti alla salvezza. E sono certo che il lettore lo leggerà più attentamente degli altri. La prima preoccupazione della Madre di Dio è quella di risvegliare la fede e di farci recuperare, sempre Padre Livio, «la prospettiva dell’eternità, tanto da insistere spesso sulla precarietà della condizione terrena dell’uomo». Dal suo messaggio ai veggenti di Medjugorje del 18 marzo 2003: «Figli miei, senza Dio non potete nulla, questo non dimenticatelo nemmeno per un istante». La salvezza passa proprio in questo non dimenticare mai. Neppure nel dolore, come insegna Giobbe.
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mercoledì 13 novembre 2013

I cristiani uccisi sono proprio 100mila all'anno (Contributi 912)

Un articolo/intervista di Massimo Introvigne da La Bussola... 

Il professor Todd Johnson è il successore del suo collega David Barrett (1927-2011), «Mr. Statistiche» per gli studiosi di scienze religiose di tutto il mondo, alla guida del Center for the Study of Global Christianity di South Hamilton, nel Massachusetts, un centro che è alle origini delle statistiche sul numero di aderenti alle varie religioni usate da un gran numero di università – e di Chiese e comunità religiose – su scala internazionale. Johnson sarà in Italia a dicembre per diversi impegni, e aprirà con una relazione magistrale un seminario sulla metodologia della statistica religiosa organizzato dall'Università Roma Tre in collaborazione con il CESNUR e con l’Accademia di Scienze Umane e Sociali il 16 dicembre. 
Barrett e Johnson sono anche alle origini di quella che chiamano «martirologia», cioè la compilazione di statistiche sul numero di cristiani uccisi «in situazione di testimonianza», cioè uccisi in quanto cristiani. Questi morti cristiani sono stati, secondo Barrett e Johnson, settanta milioni dalla morte di Gesù Cristo all'anno 2000, di cui quarantacinque milioni concentrati nel ventesimo secolo. Il numero di cristiani uccisi è sceso nel ventesimo secolo, ma nel primo decennio 2000-2010 secondo Barrett sono ancora stati un milione, cioè 100.000 all'anno. Questa stima di una media calcolata su dieci anni era di 105.000 nel 2011 – anno in cui, commentando quelle statistiche a un convegno dell’Unione Europea, le tradussi nella formula, numericamente congrua rispetto alla cifra 105.000, di «un cristiano ucciso ogni cinque minuti» – mentre la stima di Johnson per il 2013, pubblicata nel numero 37/1 della sua pubblicazione «International Bulletin of Missionary Research» era di 100.000. 
Periodicamente queste cifre sono attaccate, e da ultimo un servizio apparso sul sito della BBC dà l’impressione che lo stesso Johnson le abbia in qualche modo ridimensionate o ritrattate. Per chiarire come stanno le cose, ho intervistato lo stesso professor Johnson.

Professore, è vero che Lei ha smentito la sua celebre statistica dei 100.000 cristiani uccisi ogni anno? 
Ma niente affatto. Può darsi che la giornalista della BBC non mi abbia capito bene, ma ho semplicemente spiegato che la statistica si riferisce a una media degli ultimi dieci anni. Non a un anno specifico. Pertanto la statistica che abbiamo pubblicato nel 2013 si riferisce alla somma dei morti dagli anni dal 2003 al 2012 divisa per dieci. E la somma divisa per dieci dà appunto come risultato 100.000. Se ci chiederanno al stessa stima l’anno prossimo, sommeremo i morti dal 2004 al 2013 e divideremo per dieci. Questa cifra è significativa di una tendenza molto più che non concentrarsi su un anno singolo, dove il dato può essere influenzato da variabili effimere, e si rischia di annunciare svolte decisive causate da singoli eventi positivi o negativi che non si ripeteranno negli anni successivi. 

La BBC obietta che il 90% dei morti degli ultimi anni è stato ucciso nella Repubblica Democratica del Congo, dove è in corso una guerra civile. Che cosa risponde? 
Per alcuni dei dieci anni presi in esame per la stima decennale è vero che il dato del Congo pesa fino al 70% – 90% è un’esagerazione, ma abbiamo sempre detto che il Congo pesa molto, non è una scoperta della BBC –, mentre se sulla scala del decennio prendiamo in esame altri anni un dato non meno importante era quello del Sud Sudan, dove in seguito le cose sono migliorate. Molti dei miei interventi recenti a congressi internazionali discutono la situazione in Congo, e il caso è interessante per spiegare il nostro metodo. Ci sono certamente casi in cui è difficile stabilire se le persone sono uccise in quanto cristiane o per ragioni etniche o politiche. In questo caso noi stimiamo il peso del fattore religioso e in base a questo fattore attribuiamo una percentuale del totale delle persone uccise a ragioni religiose. Per il Congo abbiamo stabilito – in modo molto prudenziale e conservatore – che il fattore religioso pesi per il venti per cento nelle ragioni che causano gli assassini. Dico prudenziale e conservatore perché abbiamo raccolto, sul campo, centinaia di testimonianze che parlano di persone uccise nelle chiese e uccise perché per ragioni religiose si rifiutano di arruolarsi nelle milizie o di farsi coinvolgere a forza in guerre che considerano ingiuste. Pertanto ogni anno non contiamo il cento per cento dei cristiani assassinati in Congo nelle nostre statistiche, ma solo il venti per cento. Adottiamo criteri simili per altri Paesi. I criteri si possono sempre discutere. Devo però confessare che non capisco bene le obiezioni che invitano a sottrarre i cristiani uccisi del Congo, come se fossero vittime di seconda classe rispetto a quelle di altri Paesi. 

Ma la BBC obietta che non sono «martiri». È vero? 
La nozione di «martire» non è univoca. Per esempio la tradizione ebraica – che considera «martiri» le vittime dell’Olocausto – o quella islamica hanno un concetto di «martiri» più esteso di quello cristiano. Io sono protestante, ma so bene che la Chiesa Cattolica ha un concetto, invece, più restrittivo: «martire» è solo chi offre la vita volontariamente per la sua fede. Se qualcuno è vittima di una bomba che fa saltare in aria una chiesa o un locale frequentato da cristiani, per la Chiesa Cattolica non è necessariamente un «martire» mentre nel linguaggio di molti protestanti lo è. Siamo consapevoli di queste differenze terminologiche, e per questo oggi tendiamo a parlare meno di «martiri» e più di «persone uccise in situazioni di testimonianza». 

Se la situazione in Congo migliorerà, la vostra media calcolata sugli ultimi dieci anni è destinata a scendere? 
È probabile, e speriamo proprio che sia così. Ma vorrei aggiungere una parola di cautela. Quando la situazione è migliorata nel Sud Sudan, pensavamo di poter arrivare a stime molto più ridotte, ed ecco che è esplosa la situazione drammatica del Congo. La storia del cristianesimo negli ultimi due secoli non induce all'ottimismo: quando la violenza si attenua in un Paese, spesso esplode da qualche altra parte. Il fatto che i cristiani siano vittime di campagne di odio, discriminati, uccisi in numeri comunque alti in molte parti del mondo fa temere esplosioni di violenza prossime venture in altre aree geografiche. 
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martedì 12 novembre 2013

Il pane sporco della corruzione

Gli amministratori corrotti «devoti della dea tangente» commettono un «peccato grave contro la dignità» e danno da mangiare «pane sporco» ai propri figli: a questa «furbizia mondana» si deve rispondere con la «furbizia cristiana» che è «un dono dello Spirito Santo». Lo ha detto Papa Francesco nell'omelia della messa celebrata venerdì 8 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta, proponendo una riflessione sulla figura dell’amministratore disonesto descritta nel brano liturgico del Vangelo di Luca (16, 1-8).
«Il Signore — ha detto il Papa — torna un’altra volta a parlarci dello spirito del mondo, della mondanità: come agisce questa mondanità e quanto pericolosa sia. E Gesù, proprio lui, nella preghiera dopo la cena del giovedì santo pregava il Padre perché i suoi discepoli non cadessero nella mondanità», nello spirito del mondo.
La mondanità, ha ribadito il Pontefice, «è il nemico». Ed è proprio «l’atmosfera, lo stile di vita» tipico della mondanità — ossia il «vivere secondo i “valori” del mondo» — che «piace tanto al demonio». Del resto «quando noi pensiamo al nostro nemico pensiamo prima al demonio, perché è proprio quello che ci fa male».
«Un esempio di mondanità» è l’amministratore descritto nella pagina evangelica. «Qualcuno di voi — ha osservato il Pontefice — potrà dire: ma quest’uomo ha fatto quello che fanno tutti». In realtà «tutti no!»; questo è il modo di fare di «alcuni amministratori, amministratori di aziende, amministratori pubblici, alcuni amministratori del governo. Forse non sono tanti». Nella sostanza «è un po’ quell’atteggiamento della strada più breve, più comoda per guadagnarsi la vita». Il Vangelo racconta che «il padrone lodò quell’amministratore disonesto». E questa — ha commentato il Papa — «è una lode alla tangente. L’abitudine delle tangenti è un’abitudine mondana e fortemente peccatrice». Certamente è un’abitudine che non ha nulla a che vedere con Dio.
Infatti, ha proseguito, «Dio ci ha comandato: portare il pane a casa con il nostro lavoro onesto». Invece «questo amministratore dava da mangiare ai suoi figli pane sporco. E i suoi figli, forse educati in collegi costosi, forse cresciuti in ambienti colti, avevano ricevuto dal loro papà come pasto sporcizia. Perché il loro papà portando pane sporco a casa aveva perso la dignità. E questo è un peccato grave». Magari, ha specificato il Papa, «s’incomincia forse con una piccola bustarella, ma è come la droga». E anche se la prima bustarella è «piccola, poi viene quell’altra e quell’altra: e si finisce con la malattia dell’assuefazione alle tangenti».
Siamo davanti, ha affermato, a «un peccato tanto grave perché va contro la dignità. Quella dignità con la quale noi siamo unti col lavoro. Non con la tangente, non con questa assuefazione alla furbizia mondana. Quando noi leggiamo nei giornali o guardiamo sulla tv uno che scrive o parla di corruzione, forse pensiamo che la corruzione è una parola. Corruzione è questo: è non guadagnare il pane con dignità».
C’è però un’altra strada, quella della “furbizia cristiana” – «tra virgolette», ha detto il Papa – che permette di «fare le cose un po’ svelte ma non con lo spirito del mondo. Lo stesso Gesù ce l’ha detto: astuti come i serpenti, puri come le colombe». Mettere «insieme queste due» realtà è «una grazia» e «un dono dello Spirito Santo». Per questo dobbiamo chiedere al Signore di essere capaci di praticare «l’onestà nella vita, quella onestà che ci fa lavorare come si deve lavorare, senza entrare in queste cose». Papa Francesco ha ribadito: «Questa “furbizia cristiana” — l’astuzia del serpente e la purezza della colomba — è un dono, è una grazia che il Signore ci dà. Ma dobbiamo chiederla».
Il pensiero di Papa Francesco è andato anche alle famiglie degli amministratori disonesti. «Forse oggi — ha detto — farà bene a tutti noi pregare per tanti bambini e ragazzi che ricevono dai loro genitori pane sporco. Anche questi sono affamati. Sono affamati di dignità». Da qui l’invito a «pregare perché il Signore cambi il cuore di questi devoti della dea tangente», perché comprendano «che la dignità viene dal lavoro degno, dal lavoro onesto, dal lavoro di ogni giorno, e non da queste strade più facili che alla fine tolgono tutto». Anche perché, ha concluso, c’è il rischio di finire come quella persona di cui parla il Vangelo «che aveva tanti granai, tanti sili, tutti pieni e non sapeva che fare. “Questa notte dovrai morire” ha detto il Signore. Questa povera gente che ha perso la dignità nella pratica delle tangenti, porta con sé non il denaro che ha guadagnato, ma soltanto la mancanza di dignità. Preghiamo per loro».
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