Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

domenica 23 febbraio 2014

Domenica 7^ t.ord. "A" 23-feb-2014 (Angelus 181)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nella seconda Lettura di questa domenica, san Paolo afferma: «Nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3,23). Perché dice questo l’Apostolo? Perché il problema che si trova di fronte è quello delle divisioni nella comunità di Corinto, dove si erano formati dei gruppi che si riferivano ai vari predicatori considerandoli loro capi; dicevano: «Io sono di Paolo, io sono di Apollo, io sono di Cefa…» (1,12). San Paolo spiega che questo modo di pensare è sbagliato, perché la comunità non appartiene agli apostoli, ma sono loro - gli apostoli - ad appartenere alla comunità; però la comunità, tutta intera, appartiene a Cristo!
Da questa appartenenza deriva che nelle comunità cristiane – diocesi, parrocchie, associazioni, movimenti – le differenze non possono contraddire il fatto che tutti, per il Battesimo, abbiamo la stessa dignità: tutti, in Gesù Cristo, siamo figli di Dio. E questa è la nostra dignità: in Gesù Cristo siamo figli di Dio! Coloro che hanno ricevuto un ministero di guida, di predicazione, di amministrare i Sacramenti, non devono ritenersi proprietari di poteri speciali, padroni, ma porsi al servizio della comunità, aiutandola a percorrere con gioia il cammino della santità.
La Chiesa oggi affida la testimonianza di questo stile di vita pastorale ai nuovi Cardinali, con i quali ho celebrato questa mattina la santa Messa. Possiamo salutare tutti i nuovi Cardinali, con un applauso. Salutiamo tutti! Il Concistoro di ieri e l’odierna Celebrazione eucaristica ci hanno offerto un’occasione preziosa per sperimentare la cattolicità, l’universalità della Chiesa, ben rappresentata dalla variegata provenienza dei membri del Collegio Cardinalizio, raccolti in stretta comunione attorno al Successore di Pietro. E che il Signore ci dia la grazia di lavorare per l’unità della Chiesa, di costruire questa unità, perché l’unità è più importante dei conflitti! L’unità della Chiesa è di Cristo, i conflitti sono problemi che non sempre sono di Cristo.
I momenti liturgici e di festa, che abbiamo avuto l’opportunità di vivere nel corso delle ultime due giornate, rafforzino in tutti noi la fede, l’amore per Cristo e per la sua Chiesa! Vi invito anche a sostenere questi Pastori e ad assisterli con la preghiera, affinché guidino sempre con zelo il popolo che è stato loro affidato, mostrando a tutti la tenerezza e l’amore del Signore. Ma quanto bisogno di preghiera ha un Vescovo, un Cardinale, un Papa, affinché possa aiutare ad andare avanti il Popolo di Dio! Dico “aiutare”, cioè servire il Popolo di Dio, perché la vocazione del Vescovo, del Cardinale e del Papa è proprio questa: essere servitore, servire in nome di Cristo. Pregate per noi, perché siamo buoni servitori: buoni servitori, non buoni padroni! Tutti insieme, Vescovi, presbiteri, persone consacrate e fedeli laici dobbiamo offrire la testimonianza di una Chiesa fedele a Cristo, animata dal desiderio di servire i fratelli e pronta ad andare incontro con coraggio profetico alle attese e alle esigenze spirituali degli uomini e delle donne del nostro tempo. La Madonna ci accompagni e ci protegga in questo cammino.

Dopo l'Angelus:
Saluto tutti i pellegrini presenti, in particolare quelli venuti in occasione del Concistoro, per accompagnare i nuovi Cardinali; e ringrazio molto i Paesi che hanno voluto essere presenti a questo evento con Delegazioni ufficiali.
Saluto gli studenti di Tolosa e la comunità dei venezuelani residenti in Italia.
Saluto i fedeli di Caltanissetta, Reggio Calabria, Sortino, Altamura, Ruvo e Lido degli Estensi; i ragazzi di Reggio Emilia e quelli della diocesi di Lodi; l’Associazione ciclistica di Agrigento e i volontari della Protezione Civile della Bassa Padovana.
A tutti auguro buona domenica, buon pranzo. Arrivederci!
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giovedì 20 febbraio 2014

Giussani (Contributi 942)

Vi invito alla lettura di questo articolo di Paolo Sottopietra dal sito della Fraternità Sacerdotale S.Carlo in occasione del IX anniversario della scomparsa di Mons. Luigi Giussani

Ho conosciuto don Giussani durante il primo anno di studio all’Università Cattolica di Milano. Insegnava Introduzione alla Teologia al martedì e al mercoledì, in un’aula magna piena di studenti. Assistendo alle sue lezioni, avevo spesso la sensazione di trovarmi di fronte a uno dei grandi santi di cui avevo sentito parlare dai miei genitori. Mi capitava per esempio di pensare a don Bosco. Giussani incarnava le parole cristiane in cui ero stato cresciuto e ridava loro vita. Il suo insegnamento mi riannodava all’origine, a Cristo, lo rendeva presente. Prendevo così intuitivamente consapevolezza della realtà viva della tradizione della Chiesa: un passaparola che dall’evento iniziale dell’incontro dei discepoli con Gesù arrivava fino alla nostra generazione e interpellava le nostre giovani esistenze.
L’incontro con don Giussani è stato il fatto centrale della mia vita. L’educazione che da lui ho ricevuto ha raccolto tutto ciò che fino ad allora mi era stato donato e lo ha aperto ad un nuovo sviluppo. Ha reso possibile che i semi gettati dai miei genitori e dagli educatori che mi avevano accompagnato fino a quel momento rimanessero come fermenti attivi nella mia storia. Ha corretto ciò che era ambiguo o limitato e mi ha rilanciato verso una nuova profondità. Insomma, ha unificato la mia vita facendo sì che la fede ne diventasse il vero centro.
Quando uscì il manifesto di Comunione e Liberazione per la Pasqua del 1988, ero al mio secondo anno di filosofia. Sotto l’immagine del Cristo della Cappella Sistina era riportato un passo tratto da Il dialogo dell’Anticristo di Vladimir Solov’ev. In quella scena, l’Imperatore che ha ormai riunito il mondo sotto il suo potere chiede ai pochi cristiani rimasti che cosa li tenga legati al loro credo. «Ditemelo dunque voi stessi, o cristiani, abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi; che cosa avete di più caro nel cristianesimo?». Il testo prosegue con la riposta dello starez Giovanni: «Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità».
In quel momento mi resi conto che potevo ripetere con tutto me stesso la risposta dello starez. Le sue parole avevano per me la realtà e la concretezza di un’esperienza quotidiana. Grazie all’incontro con don Giussani, dire che ciò che avevo di più caro era Cristo significava per me dire che amavo sopra ogni cosa la compagnia dei ragazzi con cui condividevo l’esperienza del movimento di Cl, nella quale si rendeva vicina la grande realtà della Chiesa. Don Giussani ci invitava in quegli anni ad affermare proprio questa vertiginosa coincidenza tra la fragile materialità dei volti che componevano la nostra amicizia e Cristo stesso. Era quella la scoperta che mi aveva comunicato luce e certezza, spalancando la mia fede al mondo e alla storia.
Don Giussani ha toccato e orientato al bene la vita di migliaia di persone in modo simile, annunciando un Cristo vivo, mostrandoci la forza unificante dello Spirito, facendoci innamorare della bellezza della Chiesa, insegnandoci a pregare, aprendo le nostre orecchie al grido che sale dal cuore di ogni uomo, spingendoci a testimoniare la nostra fede a chiunque.
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martedì 18 febbraio 2014

Basta aspettare il consenso dei preti (Contributi 941)

Riporto da Tempi un'intervista ad Antonio Socci di Luigi Amicone


Lo Straniero. Così titola il suo popolarissimo blog. E così è, Antonio Socci. Straniero come Straniera, cantava la poesia di Eliot, è la Chiesa per il mondo. Collega per tanti anni al Sabato e compagno di diaspora. Giornalista e scrittore. Artefice di un’indimenticata e, ad oggi, ineguagliata, strenua ricerca sulla “storicità dei vangeli”, che ha consegnato quel nostro piccolo giornale alla posterità (poiché pochi hanno capito a tutt’oggi, soprattutto nella Chiesa, le scoperte divulgate da Socci sui frammenti di vangelo di Marco a Qumram e facilmente si è creduto di espungere una categoria, “avvenimento”, che è tutto il cristianesimo, come ha confermato papa Francesco nella sua Evangelii Gaudium: «Non mi stancherò di ripetere quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva”»).
E va bene. (Per adesso) non gli staremo a chiedere lumi sulla questione che si sta ponendo da qualche tempo sulle pagine di Libero. E cioè quale sia stata la ragione puntuale del “ritiro” di Benedetto XVI, dopo che il 25 settembre 2011, sullo stesso Libero, fu lui l’autore dello scoop che ne aveva previsto il “ritiro” ben prima dell’inizio di Vatileaks, allo scoccare degli 85 anni. Esattamente quello che poi è avvenuto. Per adesso, parliamo di cristiani e laici di “strada” che sembrano ondeggiare tra il consenso vasto e euforico a papa Francesco, e la loro condizione storica di paria, nel primo così come negli altri mondi. Con un’unica e in effetti notevole differenza: ecco, l’“Obamacare” americano non è certamente il Boko Haram nigeriano.

Antonio, in questi giorni ricorre un doppio anniversario: quello del riconoscimento della Fraternità di Comunione e liberazione da parte della Chiesa e del suo ancoraggio canonico alla pietra di san Benedetto a Montecassino. E il nono anniversario dalla morte di don Giussani. Il quale una volta ci disse, di ritorno dalla Terra Santa, che solo una vita, la vivezza di una fede, si comunicano e travolgono il mondo, non un potere derivato da una storia o un ordinamento intellettuale teologico. Come ti suonano oggi queste osservazioni del Giuss?
Sento due parole: Montecassino e casa di Nazareth. Ricordi la famosa battuta, la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali? Ecco, c’è una responsabilità che noi abbiamo come uomini e come donne, come padri e come madri, davanti a quello che abbiamo incontrato. Il momento storico in cui viviamo è un gran casino. Esattamente come lo era al tempo di Benedetto. Allora, dopo il crollo totale di una civiltà, non un prete, ma un laico, un giovane, un semplice battezzato, Benedetto, è ripartito dall’essenziale, Cristo, e ha trascinato con sé tutti e un grande papa, Gregorio, ha ricostruito tutto da lì. E poi è andata sempre così. Pensa a secoli dopo, quando l’Europa sembrò ai vertici della sua potenza e invece ancora una volta l’edificio eccelesiale stava di nuovo per crollare, Gesù parla a una persona, le dice: «Ripara, ricostruisci la mia chiesa». E chi è costui? Un ecclesiastico? Un cardinale? Un vescovo? Un teologo? Un papa? No, è Francesco, un ragazzo di Assisi.
Tutto il cristianesimo è una storia di laicità, di uomini e di donne travolti dalla vita di Gesù. Purtroppo noi abbiamo ancora questa immagine terribilmente clericale, invece è stato sempre così, battezzati, uomini, donne, nel momento più cupo, quando il papato sembrava lì lì per diventare il cappellano del re di Francia, chi salva il papato? Ancora una volta una laica, una ragazza analfabeta, una popolana, Caterina da Siena.
Il cristianesimo è una grande storia di popolo. Ma noi ci siamo dimenticati che il sacerdozio ministeriale è solo un servizio al sacerdozio universale. Siamo noi battezzati, Re, sacerdoti e profeti. Siamo tenuti a questa testimonianza. Basta star lì ad aspettare che sia la gerarchia ecclesiastica a dirci fai questo e quest’altro. Pensa a Nazareth, di cosa stiamo parlando? Di una accademia teologica? Di un episcopio? No, la casa di un falegname, un padre, una madre, un figlio. È da lì che si scatena tutto, non da una mente o da una struttura sofisticata.

I cultori di un Vaticano II che «non è mai esistito», per dirla con Ratzinger,  quel Concilio che avrebbe spalancato le porte al mondo per disciogliersi nel mondo invece che strapparlo dal non senso ultimo di ogni suo affanno, con papa Francesco tentano di dimostrare che finalmente si è chiusa una stagione “conservatrice”. Insomma, papa Francesco sarebbe la “svolta” che archivia la Chiesa giovanpaolina e ratzingeriana… 
Ci siamo rotti e strarotti di sentire preti e cosiddetti laici (che magari si definiscono pure atei o agnostici) che parlano del Concilio in termini clericali, cioè di potere e di rivendicazione di un potere. Il Concilio Vaticano II siamo noi. Noi lo facciamo perché siamo noi i laici cristiani, il popolo cristiano. Il Vaticano II non ha forse richiamato la responsabilità della gente, dei laici, dei padri e delle madri? Dice due cose il Concilio: basta il battesimo a testimoniare Cristo e, secondo, il cristianesimo è popolo. Punto e stop. Per cui, anche qui, sottraiamo ai chierici e ai teologi il Concilio Vaticano II. Liberiamoci!
Posso darti due chicche di Péguy? Le conosci, ma oggi godono di particolare attualità e non solo per queste stronzate di genitori A e B. «C’è un solo avventuriero al mondo – scrive Péguy – e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo, solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura. Lui naviga su questa rotta immensamente larga. Lui solo non può affatto passare senza che la fatalità si accorga di lui. Gli altri scantonano sempre, possono permettersi di infilare sotto la testa. Lui, lui deve nuotare di spalle, deve risalire tutte le correnti, deve infilare le spalle, il corpo e tutte le membra. Gli altri scantoneranno sempre, sono carene leggere, sottili come lame di coltello, lui è la nave grossa, pesante come bastimento da carico». Capisci? Questo è il momento dei padri e delle madri. Noi difendiamo la nostra fede. E basta. Non c’è da aspettarsi niente da altri, teologi, apparati, chierici, niente: siamo noi, difendiamo i nostri figli, le loro anime e la loro avventura umana.
E questa è una specie di carezza che da Péguy arriva alla nostra generazione. «Si tratta di sapere se le nostre fedeltà moderne, voglio dire se le nostre convinzioni cristiane in pieno mondo moderno assalite da tutti i venti, battute da tante prove e che sono uscite intatte da questi due secoli di prove intellettuali (e noi potremmo dire da questi quarant’anni, ndr), non ricevano una singolare bellezza, una bellezza non ancora ottenuta, una grandezza singolare agli occhi di Dio. Le nostre fedeltà sono delle cittadelle, cittadelle crociate come quelle che trasportavano popoli interi e gettavano dei continenti gli uni sugli altri sono rifluite su di noi oggi, sono ritornate fino nelle nostre case. Il più piccolo di noi è letteralmente un crociato. Noi tutti siamo degli isolotti battuti nel mare da un’incessante tempesta e le nostre case sono tutte delle fortezze nel mare». Come dire, tiriamo fuori i nostri attributi e riprendiamoci la nostra responsabilità nel mondo. Perché basta il nostro battesimo. Come ci è stato insegnato dal nostro maestro Giussani, il solo battesimo ci abilita a testimoniare Cristo. Tanto è vero che nel corso dei secoli il popolo cristiano ha difeso la fede pagando con la vita anche quando i chierici, le avanguardie, se l’erano data a gambe.
Bisogna ribaltare la prospettiva e capire che questa situazione di grande caos è la situazione più propizia. Come al tempo di Benedetto. Basta maledire la notte, ciascuno cominci ad accendere la propria candela. E infatti, sai dove ho trovato questa citazione di Péguy? In piena occupazione della Francia da parte delle truppe naziste, padre Henri de Lubac scrive il grande saggio sul Dramma dell’umanesimo ateo. Uno dice: ma come, questo non aveva altro a cui pensare che a Marx, Comte e Nietzsche, nel pieno di una tragedia che trascinava a mare il proprio popolo? In realtà De Lubac scrive un libro proprio su quel momento storico della Francia. Nietzsche erano i nazisti, Marx era l’Unione Sovietica, Comte era una classe di eletti che purificava tutte le altre. E così nota De Lubac in margine a Péguy: «Pagine simili dovrebbero esser conosciute a memoria da tutti i giovani cristiani». Era esattamente come oggi, nel momento più cupo che si potesse immaginare.

Sembra che i vecchi schemi per valutare i cattolici (integralisti/dialoganti, conservatori/progressisti, neocon/democratici) stiano lasciando il passo alla più elementare e manichea delle discriminanti. Quella tra “buoni” e “cattivi” cattolici. Da una parte quelli dell’“egemonia”, dall’altra i “puri”, cioè coloro i quali si tengono lontani dal “potere”. Tu come la vedi?
La vedo come la vedeva Giussani in queste sue parole citate a pagina 523 dal suo biografo Alberto Savorana nel libro Vita di don Giussani: «Ci chiamano integristi proprio rabbiosamente, con razzismo ideologico, perché sono pronti ad amare qualunque persona, qualunque idea (…) salvo di essere prontissimi a odiare i loro confratelli cristiani che non la pensano come loro! Ci chiamano integristi perché noi urgiamo la Fede! Loro obiettano: “Ma la fede non guarda il potere… così se siamo perseguitati è meglio!” Come  “se siamo perseguitati è meglio?”. È una frase da intellettuali! Perché nella persecuzione chi ci lascia le penne sono i più deboli, i più poveri! Nelle catacombe, se Dio ci manda, noi invocheremo lo Spirito, ma andarci senza cercare di difendersi, è cretino!».


Come giudichi fenomeni come la Manif in Francia, ora anche in Italia, o queste Sentinelle che si dispongono in silenziosa protesta contro il ddl Scalfarotto e l’introduzione delle “teorie del gender” nelle scuole? E della lettera aperta lanciata dal Foglio che chiede al Papa di «reagire al ricatto delle avanguardie fanatizzate del mondo secolare» che dici? 
La Manif è un bellissimo esempio di quello che dicevo prima, cioè di padri e di madri che a un certo punto si sono detti: «Vabbè, adesso tocca a noi difendere quello che siamo, il senso della nostra storia, la nostra patria, l’anima e il futuro di nostri figli». E si sono messi per strada. Credo che non ci sia niente che il potere tema più di questo: un grande movimento di padri e di madri. Anche perché oggi l’attacco è lì, alla nostra stessa condizione creaturale di padri, di madri e di figli. E ben venga anche la lettera al Papa pubblicata dal Foglio.
Vogliamo dire una cosa? Io ringrazio Dio ogni giorno per averci dato compagni di strada come Giuliano. È un cavaliere d’altri tempi. Un grande. E un’intelligenza luminosa. Quando penso a uomini come lui, che sento fratello nell’anima, mi viene in mente quello che sant’Agostino scrive nella Città di Dio… Dice che ci sono alcuni della città del mondo che in realtà appartengono alla Città di Dio e alcuni della Città di Dio che appartengono al Nemico. Ecco, Giuliano è un uomo di Cristo. Non sono sempre d’accordo con lui, su diverse cose possiamo discutere, ma è fantastico quando il Signore fissa nel cuore un uomo, un uomo vero. Lì esplode qualcosa di grande, una passione per la verità che non lascia più tranquilli. E poi, anche nelle dimensioni, ricorda Chesterton (se la ride, il Socci, ndr).
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domenica 16 febbraio 2014

Domenica 6^ t.ord. "A" 16-feb-2014 (Angelus 180)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di questa domenica fa parte ancora del cosiddetto “discorso della montagna”, la prima grande predicazione di Gesù. Oggi il tema è l’atteggiamento di Gesù rispetto alla Legge ebraica. Egli afferma: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17). Gesù dunque non vuole cancellare i comandamenti che il Signore ha dato per mezzo di Mosè, ma vuole portarli alla loro pienezza. E subito dopo aggiunge che questo “compimento” della Legge richiede una giustizia superiore, una osservanza più autentica. Dice infatti ai suoi discepoli: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20).
Ma che cosa significa questo «pieno compimento» della Legge? E questa giustizia superiore in che cosa consiste? Gesù stesso ci risponde con alcuni esempi. Gesù era pratico, parlava sempre con gli esempi per farsi capire. Inizia dal quinto comandamento del decalogo: «Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; … Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio» (vv. 21-22). Con questo, Gesù ci ricorda che anche le parole possono uccidere! Quando si dice di una persona che ha la lingua di serpente, cosa si vuol dire? Che le sue parole uccidono! Pertanto, non solo non bisogna attentare alla vita del prossimo, ma neppure riversare su di lui il veleno dell’ira e colpirlo con la calunnia. Neppure sparlare su di lui. Arriviamo alle chiacchiere: le chiacchiere, pure, possono uccidere, perché uccidono la fama delle persone! È tanto brutto chiacchierare! All’inizio può sembrare una cosa piacevole, anche divertente, come succhiare una caramella. Ma alla fine, ci riempie il cuore di amarezza, e avvelena anche noi. Vi dico la verità, sono convinto che se ognuno di noi facesse il proposito di evitare le chiacchiere, alla fine diventerebbe santo! È una bella strada! Vogliamo diventare santi? Sì o no? [Piazza: Si!] Vogliamo vivere attaccati alle chiacchiere come abitudine? Sì o no? [Piazza: No!] Allora siamo d’accordo: niente chiacchiere! Gesù propone a chi lo segue la perfezione dell’amore: un amore la cui unica misura è di non avere misura, di andare oltre ogni calcolo. L’amore al prossimo è un atteggiamento talmente fondamentale che Gesù arriva ad affermare che il nostro rapporto con Dio non può essere sincero se non vogliamo fare pace con il prossimo. E dice così: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello» (vv. 23-24). Perciò siamo chiamati a riconciliarci con i nostri fratelli prima di manifestare la nostra devozione al Signore nella preghiera.
Da tutto questo si capisce che Gesù non dà importanza semplicemente all’osservanza disciplinare e alla condotta esteriore. Egli va alla radice della Legge, puntando soprattutto sull’intenzione e quindi sul cuore dell’uomo, da dove prendono origine le nostre azioni buone o malvagie. Per ottenere comportamenti buoni e onesti non bastano le norme giuridiche, ma occorrono delle motivazioni profonde, espressione di una sapienza nascosta, la Sapienza di Dio, che può essere accolta grazie allo Spirito Santo. E noi, attraverso la fede in Cristo, possiamo aprirci all’azione dello Spirito, che ci rende capaci di vivere l’amore divino.
Alla luce di questo insegnamento, ogni precetto rivela il suo pieno significato come esigenza d’amore, e tutti si ricongiungono nel più grande comandamento: ama Dio con tutto il cuore e ama il prossimo come te stesso.

Dopo l'Angelus:
Saluto con affetto tutti i romani e i pellegrini presenti, le famiglie, le parrocchie, i giovani di tanti Paesi del mondo.
In particolare saluto i numerosi fedeli della Repubblica Ceca, che hanno accompagnato i loro Vescovi nella visita ad limina; e quelli spagnoli provenienti dalle Diocesi di Orihuela-Alicante, Jerez de la Frontera, Cádiz y Ceuta.
Saluto i gruppi parrocchiali di Calenzano, Aversa e Napoli;  quelli di Santa Maria Regina Pacis in Ostia e di Sant’Andrea Avellino in Roma; come pure il Movimento Giovanile Guanelliano, i ragazzi del Movimento Arcobaleno di Modena e la Corale Santo Stefano di Caorle.
Saluto anche il gruppo di militari italiani.
A tutti auguro buona domenica e buon pranzo! Arrivederci!
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sabato 15 febbraio 2014

A messa senza orologio

Alla messa non si va con l’orologio in mano, come se si dovessero contare i minuti o assistere a una rappresentazione. Si va per partecipare al mistero di Dio. E questo vale anche per quanti si recano a Santa Marta alla messa celebrata dal Papa, che, ha detto infatti il Pontefice lunedì 10 febbraio, ai fedeli presenti nella cappella della sua residenza, «non è una gita turistica. No! Voi venite qui e ci riuniamo qui per entrare nel mistero. E questa è la liturgia».
Per spiegare il senso di questo incontro ravvicinato con il mistero, Papa Francesco ha ricordato che il Signore ha parlato al suo popolo non solo con le parole. «I profeti — ha detto — riferivano le parole del Signore. I profeti annunziavano. Il grande profeta Mosè ha dato i comandamenti, che sono parola del Signore. E tanti altri profeti dicevano al popolo quello che il Signore voleva». Tuttavia, ha aggiunto, «il Signore ha parlato anche in un’altra maniera e in un’altra forma al suo popolo: con le teofanie. Quando cioè lui si avvicina al popolo e si fa sentire, fa sentire la sua presenza proprio in mezzo al popolo». Ed ha ricordato, oltre all’episodio proposto dalla prima lettura (1 Re 8,1-7.9-13) alcuni passaggi riferiti ad altri profeti.
«Succede lo stesso — ha spiegato il Papa — anche nella Chiesa». Il Signore ci parla attraverso la sua parola, raccolta nel Vangelo e nella Bibbia, e attraverso la catechesi, l’omelia. Non solo ci parla ma, ha precisato, «si fa anche presente in mezzo al suo popolo, in mezzo alla sua Chiesa. È la presenza del Signore. Il Signore che si avvicina al suo popolo; si fa presente e condivide con il suo popolo un po’ di tempo».
Questo è ciò che avviene durante la celebrazione liturgica che certamente «non è un buon atto sociale — ha spiegato ancora il vescovo di Roma — e non è una riunione di credenti per pregare insieme. È un’altra cosa» perché «nella liturgia eucaristica Dio è presente» e, se possibile, si fa presente in modo ancor «più vicino». La sua, ha detto ancora il Papa, «è una presenza reale».
E, ha puntualizzato il Pontefice, «quando parlo di liturgia mi riferisco principalmente alla santa messa. Quando celebriamo la messa, non facciamo una rappresentazione dell’Ultima Cena». La messa «non è una rappresentazione; è un’altra cosa. È proprio l’Ultima Cena; è proprio vivere un’altra volta la passione e la morte redentrice del Signore. È una teofania: il Signore si fa presente sull’altare per essere offerto al Padre per la salvezza del mondo».
Quindi Papa Francesco ha riproposto, come spesso è solito fare, un comportamento usuale nei fedeli: «Noi sentiamo o diciamo: “Ma, io non posso adesso, devo andare a messa, devo andare a sentire messa”. La messa non si sente, si partecipa. E si partecipa in questa teofania, in questo mistero della presenza del Signore fra noi». È qualcosa di diverso da altre forme della nostra devozione, ha precisato ancora portando a esempio il presepio vivente «che facciamo nelle parrocchie a Natale, o la Via Crucis che facciamo nella Settimana Santa». Queste, ha spiegato, sono rappresentazioni; l’eucaristia è «una commemorazione reale, cioè è una teofania. Dio si avvicina ed è con noi e noi partecipiamo del mistero della redenzione».
Il Pontefice si è poi riferito a un altro comportamento assai comune tra i cristiani: «Quante volte — ha notato infatti — contiamo i minuti... “Ho appena mezz’ora, devo andare a messa...”». Questo «non è l’atteggiamento proprio che ci chiede la liturgia: la liturgia è tempo di Dio e spazio di Dio, e noi dobbiamo metterci lì nel tempo di Dio, nello spazio di Dio e non guardare l’orologio. La liturgia è proprio entrare nel mistero di Dio; lasciarsi portare al mistero ed essere nel mistero»
E, rivolgendosi proprio ai presenti alla celebrazione ha così proseguito: «Per esempio, io sono sicuro che tutti voi venite qui per entrare nel mistero. Forse però qualcuno ha detto: “Io devo andare a messa a Santa Marta, perché nella gita turistica di Roma c’è da andare a visitare il Papa a Santa Marta tutte le mattine...”. No! Voi venite qui, noi ci riuniamo qui, per entrare nel mistero. E questa è la liturgia, il tempo di Dio, lo spazio di Dio, la nube di Dio che ci avvolge tutti».
Quindi Papa Francesco ha condiviso con i presenti alcuni ricordi della sua infanzia: «Io ricordo che bambino, quando ci preparavano alla prima Comunione, ci facevano cantare “O santo altare custodito dagli angeli” e questo ci faceva capire che l’altare era custodito dagli angeli, ci dava il senso della gloria di Dio, dello spazio di Dio, del tempo di Dio. E poi, quando ci facevano fare la prova per la comunione, portavano le ostie per fare la prova e ci dicevano: “Guardate che queste non sono quelle che voi riceverete; queste non valgono niente, perché poi ci sarà la consacrazione”. Ci facevano distinguere bene una cosa dall’altra: il ricordo dalla commemorazione». Dunque celebrare la liturgia significa «avere questa disponibilità per entrare nel mistero di Dio», nel suo spazio, nel suo tempo.
E, avviandosi a conclusione, il Pontefice ha invitato i presenti a «chiedere oggi al Signore che ci dia a tutti questo senso del sacro, questo senso che ci faccia capire che una cosa è pregare a casa, pregare in chiesa, pregare il rosario, pregare tante belle preghiere, fare la via crucis, leggere la bibbia; e un’altra cosa è la celebrazione eucaristica. Nella celebrazione entriamo nel mistero di Dio, in quella strada che noi non possiamo controllare: lui soltanto è l’unico, lui è la gloria, lui è il potere. Chiediamo questa grazia: che il Signore ci insegni ad entrare nel mistero di Dio».
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Cosa lasciamo agli altri

Vivere per tutta la vita dentro la Chiesa, da peccatori ma non da traditori corrotti, con un atteggiamento di speranza che ci porta a lasciare un’eredità fatta non di ricchezza materiale ma di testimonianza di santità. Sono le «grandi grazie» che Papa Francesco ha indicato durante la messa celebrata giovedì 6 febbraio nella cappella della Casa Santa Marta.
Il vescovo di Roma ha centrato la sua riflessione sul mistero della morte, a partire dalla prima lettura — tratta dal primo libro dei Re (2, 1-4.10-12) — nella quale, ha detto, «abbiamo sentito il racconto della morte di Davide». E «ricordiamo l’inizio della sua vita, quando è stato scelto dal Signore, unto dal Signore». Era «un ragazzino»; poi «dopo alcuni anni incominciò a regnare», ma era sempre «un ragazzo, aveva ventidue o ventitré anni».
Tutta la vita di Davide è dunque «un percorso, un cammino al servizio del suo popolo». E «così come cominciò, così finisce». Lo stesso, ha notato il Papa, accade anche alla nostra vita che «incomincia, cammina, va avanti e finisce».
Il racconto della morte di Davide ha suggerito al Pontefice tre riflessioni scaturite «dal cuore». Anzitutto ha rilevato che «Davide muore nel seno della Chiesa, nel seno del suo popolo. La sua morte non lo trova fuori del suo popolo» ma «dentro». E così vive «la sua appartenenza al popolo di Dio». Eppure Davide «aveva peccato: lui stesso si chiama peccatore». Però «mai se n’è andato al di fuori del popolo di Dio: peccatore sì, traditore no». Questa, ha detto il Papa, «è una grazia»: la grazia di «rimanere fino alla fine nel popolo di Dio» e «di morire nel seno della Chiesa, proprio nel seno del popolo di Dio».
Sottolineando questo aspetto, il Papa ha invitato «a chiedere la grazia di morire a casa: morire a casa, nella Chiesa». E ha rimarcato che «questa è una grazia» e «non si compra», perché «è un regalo di Dio». Noi «dobbiamo chiederlo: Signore dammi il regalo di morire a casa, nella Chiesa». Se pure fossimo «tutti peccatori», non dobbiamo essere né «traditori» né «corrotti».
La Chiesa, ha precisato il Pontefice, è «madre e ci vuole anche così», magari pure «tante volte sporchi». Perché è lei che «ci pulisce: è madre, sa come farlo». Però sta «a noi chiedere questa grazia: morire a casa».
Papa Francesco ha poi proposto una seconda riflessione sulla morte di Davide. «In questo racconto — ha notato — si vede che Davide è tranquillo, in pace, sereno». Tanto che «chiama suo figlio e gli dice: io me ne vado per la strada di ogni uomo sulla terra». In altre parole Davide riconosce: «Adesso tocca a me!». E poi, si legge nella Scrittura, «Davide si addormentò con i suoi padri». Ecco, ha spiegato il Pontefice, il re che «accetta la sua morte in speranza, in pace». E «questa è un’altra grazia: la grazia di morire in speranza», con la «consapevolezza che questo è un passo» e che «dall’altra parte ci attendono». Anche dopo la morte, infatti, «continua la casa, continua la famiglia: non sarò solo!». Si tratta di una grazia che va chiesta soprattutto «negli ultimi momenti della vita: noi sappiamo che la vita è una lotta e lo spirito del male vuole il bottino».
Il vescovo di Roma ha anche ricordato la testimonianza di santa Teresina di Gesù Bambino, la quale «diceva che, nei suoi ultimi tempi, nella sua anima c’era una lotta e quando lei pensava al futuro, a quello che l’aspettava dopo la morte, in cielo, sentiva come una voce che diceva: ma no, non essere sciocca, t’aspetta il buio, t’aspetta soltanto il buio del niente!». Quello, ha precisato il Papa, «era il demonio che non voleva che lei si affidasse a Dio».
Da qui l’importanza di «chiedere la grazia di morire in speranza e morire affidandosi a Dio». Ma l’«affidarsi a Dio — ha affermato il Pontefice — incomincia adesso, nelle piccole cose della vita e anche nei grandi problemi: affidarsi sempre al Signore. Così uno prende questa abitudine di affidarsi al Signore e cresce la speranza». Dunque, ha spiegato, «morire a casa, morire in speranza» sono «due cose che ci insegna la morte di Davide».
Il terzo pensiero suggerito dal Papa è «il problema dell’eredità». In proposito «la Bibbia — ha precisato — non ci dice che quando morì Davide sono venuti tutti i nipoti, i pronipoti a chiedere l’eredità!». Ci sono spesso «tanti scandali sull’eredità, tanti scandali che dividono nelle famiglie». Ma non è la ricchezza l’eredità che lascia Davide. Si legge infatti nella Scrittura: «E il suo regno si consolidò molto». Davide, piuttosto, «lascia l’eredità di quarant’anni di governo per il suo popolo e il popolo consolidato, forte».
A questo proposito il Pontefice ha ricordato «un detto popolare» secondo cui «ogni uomo deve lasciare nella vita un figlio, deve piantare un albero e deve scrivere un libro: e questa è l’eredità migliore». Il Papa ha invitato ciascuno a chiedersi: «Che eredità lascio io a quelli che vengono dietro di me? Un’eredità di vita? Ho fatto tanto il bene che la gente mi vuole come padre o come madre?». Magari non «ho piantato un albero» o «scritto un libro», «ma ho dato vita, saggezza?». La vera «eredità è quella che Davide» rivela rivolgendosi in punto di morte a suo figlio Salomone con queste parole: «Tu sii forte e mostrati uomo. Osserva la legge del Signore, tuo Dio, procedendo nelle sue vie ed eseguendo le sue leggi».
Così le parole di Davide aiutano a capire che la vera «eredità è la nostra testimonianza da cristiani lasciata agli altri». Ci sono infatti alcune persone che «lasciano una grande eredità: pensiamo ai santi che hanno vissuto il Vangelo con tanta forza» e proprio per questo «ci lasciano una strada di vita, un modo di vivere come eredità».
In conclusione, il Papa ha riepilogato i tre punti della sua riflessioni trasformandoli in preghiera a san Davide, perché «conceda a tutti noi queste tre grazie: chiedere la grazia di morire a casa, morire nella Chiesa; chiedere la grazia di morire in speranza, con speranza; e chiedere la grazia di lasciare una bella eredità, un’eredità umana, un’eredità fatta con la testimonianza della nostra vita cristiana».
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giovedì 13 febbraio 2014

L’abbraccio del Mistero (Contributi 940)

Un articolo di Paolo Sottopietra dal sito della Fraternità Sacerdotale San Carlo 

Marc Chagall, «Il figliol prodigo», 1975-1976
Mia nonna Maria è morta durante l’inverno del 2006, dopo quindici anni segnati dal morbo di Alzheimer. Li ha trascorsi quasi tutti nella casa dei miei genitori, come una lenta parabola discendente.
L'ho vista regredire, perdere gradualmente la lucidità della mente e poi le funzioni del corpo. Con il passare dei mesi è diventata sempre più simile a una bambina. Finché il filo che la teneva legata a questo mondo è stato reciso. Era l’ultimo giorno di febbraio, poche ore prima dell’inizio della Quaresima. Quando l’ho saputo, ho pensato che Dio Padre avesse giudicato sufficiente il suo digiuno.
Guardando al suo lungo travaglio, la prima parola che mi viene alla mente è mistero. In questi casi ad un certo punto viene meno la possibilità di comunicare con la persona ammalata. Almeno in quei modi che noi riteniamo essere normali: la parola e il dialogo che permettono di scambiarsi i pensieri, i ricordi, i progetti. Quando non otteniamo più risposte o queste diventano senza logica e discontinue, iniziamo a porci delle domande. Che cosa avviene dello spirito che tiene in piedi il nostro corpo? Dove si rifugia la persona che non riesce più a governare le facoltà della sua psiche? E poi, perché Dio permette che un essere umano si eclissi in questo silenzio? Perché permette quella vita che noi chiamiamo vegetativa? E perché così a lungo, a volte?
Non possiamo conoscere il dialogo che il Creatore di tutto decide di svolgere con coloro a cui chiede questa croce. Possiamo però comprendere qualcosa di ciò che vuol dire a noi, chiamandoci ad accompagnare queste persone.
Noi tendiamo naturalmente a misurare tutto, a calcolare. Anche le domande che ho ricordato sopra sorgono spesso da questo tipo di calcoli. A che serve? Che utilità ha una vita così? Molti rispondono che non serve a niente. E tirano le conseguenze, arrivando fino a sostenere l’eutanasia. Esiste però un altro modo di guardare e giudicare le cose, dove il punto di vista è la non-misura, che è in realtà la misura di un Altro, di Dio. La sua misura è per noi l’assenza di ogni possibilità di tornaconto, perché lui è la gratuità senza calcolo, l’amore senza aspettative di ritorno, il bene voluto solo per se stesso.
Dio chiama a volte qualcuno dei nostri cari ad attraversare la malattia per condurci a comprendere chi lui è. Le persone più deboli o inferme sono un suggerimento a trattare tutto con più gratuità, con meno calcolo. Nella fedeltà al sacrificio che richiede l’amarli, impariamo a voler bene a tutto un po’ di più in quel modo. Non è immediato, ci vuole la pazienza di un cammino. Ma è possibile iniziare a intravedere il volto di un Altro che soffre nella carne della sua creatura.
E allora succede una cosa inaspettata. Proprio quella persona, che in tanti modi potrebbe essere di peso, riempie di consolazione il luogo in cui si trova. In chi se ne prende cura nasce un affetto per quelle povere membra sofferenti che è il riflesso di un amore che misteriosamente riceviamo proprio attraverso la presenza dell’ammalato. Io ho potuto vedere questo nei miei genitori e in tante altre famiglie. La nonna Maria ha vissuto in casa nostra come un segno. Ci ha mostrato, nell'arco di tredici lunghi anni, la necessità di abbracciare un altro modo di vedere e giudicare le cose.
Queste esperienze sono semplici. Non serve cercare lontano, le possiamo vivere nelle nostre case. Hanno però la forza di rendere la vita veramente umana, veramente cristiana, veramente degna di essere vissuta fino in fondo e in qualunque condizione.
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mercoledì 12 febbraio 2014

Dettagli (Contributi 939)

Un articolo di Aldo Trento 

Erano le 23.30. mentre facevo il mio esame di coscienza inginocchiato davanti alla bella immagine del Crocifisso della mia stanza, mi sono venute in mente, ripensando alle molte ore in cui sono stato impegnato nel mio lavoro, alcune cose che avevo visto e che cercherò di sintetizzare in questo scritto.
Qualcuno dirà: padre Aldo, il tuo esame di coscienza è un pochino insolito rispetto a quello che normalmente troviamo nei manuali venduti nelle librerie cattoliche, nei quali si deve rispondere a domande precise, con riferimento ai dieci comandamenti. Apparentemente sì, tuttavia monsignor Luigi Giussani mi ha educato a capire che l’esame di coscienza non è rispondere a una lista di domande, ma è una verifica della fede, dentro la realtà quotidiana. Verifica significa riconoscere e vivere le implicazioni esistenziali della fede.
Papa Benedetto XVI ha affermato che nel cristianesimo l’intelligenza della fede deve diventare intelligenza della realtà. Per questo, l’esame di coscienza è per me, innanzitutto, il riconoscimento della presenza del Mistero dentro la realtà. Partendo da questa positività germoglia una gratitudine per il dono dell’esistenza e un grande dolore pieno di pace nel constatare le distrazioni che vivo durante il giorno, quando mi lascio trascinare non dall'obiettività della realtà ma dalle mie interpretazioni di essa, che si rendono visibili nella modalità con la quale vivo i dettagli della mia vita quotidiana.
E quando parlo di dettagli parlo di cose molto semplici: di come mi alzo al mattino, di come mi pettino o mi rado, se sono puntuale agli appuntamenti oppure no, se guardo le persone che incontro, se lavo o no la tazza del caffè che ho usato per colazione, se saluto ogni persona che incontro. Cioè, la vita è fatta di dettagli e sono quelli che la rendono bella. Pensiamo per esempio alla porta di una casa. La sua bellezza dipende dal materiale, se è fatta di legno massiccio o compensato, se ogni particolare che la compone è curato fino ai minimi dettagli, come per esempio la qualità della serratura, il fatto che si chiuda bene, che entrambe le ante siano “perfette”.
Un falegname, se è un uomo è un artista, cioè uno che ama quello che fa e che esprime la sua creatività. Se è un uomo, vive una grande passione per quello che fa, “parla” col legno, lo padroneggia, lo cura, gode della sua bellezza. Pertanto, quando sta lavorando, quando sta creando qualcosa, i suoi gesti diventano carezze, i suoi occhi brillano di commozione. Il successo di un mobile, di una porta, deriva dal fatto che anche il più inesperto riesce a riconoscerne la bellezza. E gli viene voglia di toccarla, di mostrarla agli amici.
Un falegname è talmente appassionato al legno che arriva a parlare con lui, come Michelangelo col suo Mosè. Quando visito la chiesa di Yaguarón e vedo le porte della sagrestia, i suoi cardini, i suoi disegni, (ognuno con colori naturali differenti in entrambe le ante), quando vedo il grande mobile che custodisce i paramenti e gli oggetti sacri necessari per la celebrazione della santa Messa, rimango attonito fino ad affermare: “Che bello è il cristianesimo! Che bella la sua liturgia!”. E vado con la mente al falegname, ai pittori che alcuni secoli fa realizzarono un’opera tanto bella curandone ogni particolare.

L’amara sorpresa
Quando rientro a casa, entro nella nuova sagrestia e vedo la porta rovinata, la maniglia “nuova” (fatta secondo il criterio oggigiorno dominante nel lavoro dell’“usa e getta”) che si muove come la coda di un cane, mi afferrano un malessere e un’angoscia grandi. Si vede, si tocca con mano la mancanza di amore in tutti quelli che, in un modo o nell’altro, sono stati responsabili della costruzione di quella porta. Senza Cristo, anche un gioiello diventa sterco; con Cristo, invece, uno sterco diventa qualcosa di prezioso. Pane al pane e vino al vino! Neanche gli imbianchini fanno eccezione, perché quello che fa la differenza nel modo di trattare la realtà è la coscienza o meno che questa è il corpo di Cristo, proprio come afferma san Paolo.
Innanzitutto, un imbianchino che ha nel suo Dna i criteri della fede, prepara bene l’ambiente prima di dipingere. Sposta i mobili, li avvolge accuratamente con tele cerate, con pagine di giornale o altri materiali simili; poi copre i pavimenti per assicurarsi che non si rovinino con le gocce di pittura, e infine nasconde bene i bordi delle piastrelle, le intelaiature delle finestre, i battiscopa, eccetera con del nastro adesivo di carta. Solo quando tutto è pronto, prende il pennello e dà inizio all’opera, badando a non sprecare nemmeno una goccia di vernice. Una volta terminato il suo lavoro, lo “consegna” al proprietario, lasciando una pulizia impeccabile nella stanza e in generale in ogni ambiente dove è passato.
Poche volte ho visto un imbianchino con questo atteggiamento, con questa attenzione. Però quando ho avuto la fortuna di vederlo mi sono meravigliato. Qui in Paraguay è una continua lotta. Per questo sto loro addosso, spiegando e ripetendo ogni giorno le stesse cose, senza stancarmi. Col tempo, insistendo, arriva il momento in cui l’imbianchino cambia modo di lavorare, cambia atteggiamento. Ma non sempre è così. Molto spesso le risposte ai miei richiami sono di questo tipo: «Padre, non si preoccupi se mentre dipingo la parete sporco il pavimento, dopo si pulisce». Come a dire: «Una volta finito il lavoro arrangiati».
Alcuni giorni fa sono andato a verificare il lavoro che era stato fatto in un bagno nuovo. Che amara sorpresa! L’imbianchino aveva sporcato con il colore le piastrelle delle pareti. E non solo quello! Il muratore che aveva piastrellato il pavimento, aveva lasciato tra l’una e l’altra mattonella fessure differenti: o troppo vicine tra loro o troppo separate. E per finire un’ultima sorpresa: controllando i bagni nuovi di una casa, trovo che l’idraulico aveva messo lo scarico della doccia, grande come quello di una vasca da bagno e la griglia della base del lavello dieci volte più grande di quello della doccia. Inoltre, senza alcuna pendenza, così ogni volta l’acqua allaga il bagno quando ci si lava. Che cosa fare?

Si vede da come usi il bagno
Continuo ancora a verificare ogni cosa col Rosario in mano e nella mente faccio memoria del famoso “Cristo della pazienza”, molto caro nel mio paese. Qualcuno si domanderà del perché mi devo preoccupare io di tutte queste cose. Romano Guardini risponderebbe così: «Nell’esperienza di un grande amore (…) tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito». L’amore è una gran cosa ma è fatto di dettagli. San Benedetto educò i barbari convertiti a vivere il quotidiano in forma eroica e l’eroico nella vita quotidiana. Il Vangelo dice di Gesù: «Bene omnia fecit» (Ha fatto bene ogni cosa). Partendo da queste cose, Benedetto creò le civiltà europee e i padri gesuiti quella delle Riduzioni.
Si tratta di imparare cosa significano le implicazioni esistenziali della fede o, come affermava papa Benedetto XVI, «l’intelligenza della fede deve diventare intelligenza della realtà». Vuol dire che non sono le prediche, le chiacchiere, i discorsi che educano, ma l’esempio. Io per primo devo prendere in mano la scopa e insegnare a usarla in modo corretto per pulire il pavimento, con l’allegria di un uomo innamorato di Cristo. Ci sono persone che vengono qui e che conoscono tutto di Cristo. Ma se uno entra nella loro stanza, sviene… O Cristo ha a che vedere con tutto, perfino col modo di usare il bagno, oppure non mi interessa per niente.
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domenica 9 febbraio 2014

Domenica 5^ t.ord. "A" 9-feb-2014 (Angelus 179)

Fratelli e sorelle, buongiorno! 
Nel Vangelo di questa domenica, che viene subito dopo le Beatitudini, Gesù dice ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,13.14). Questo ci stupisce un po’, se pensiamo a chi aveva davanti Gesù quando diceva queste parole. Chi erano quei discepoli? Erano pescatori, gente semplice… Ma Gesù li guarda con gli occhi di Dio, e la sua affermazione si capisce proprio come conseguenza delle Beatitudini. Egli vuole dire: se sarete poveri in spirito, se sarete miti, se sarete puri di cuore, se sarete misericordiosi… voi sarete il sale della terra e la luce del mondo! 
Per comprendere meglio queste immagini, teniamo presente che la Legge ebraica prescriveva di mettere un po’ di sale sopra ogni offerta presentata a Dio, come segno di alleanza. La luce, poi, per Israele era il simbolo della rivelazione messianica che trionfa sulle tenebre del paganesimo. I cristiani, nuovo Israele, ricevono dunque una missione nei confronti di tutti gli uomini: con la fede e con la carità possono orientare, consacrare, rendere feconda l’umanità. Tutti noi battezzati siamo discepoli missionari e siamo chiamati a diventare nel mondo un vangelo vivente: con una vita santa daremo “sapore” ai diversi ambienti e li difenderemo dalla corruzione, come fa il sale; e porteremo la luce di Cristo con la testimonianza di una carità genuina. Ma se noi cristiani perdiamo sapore e spegniamo la nostra presenza di sale e di luce, perdiamo l’efficacia. Ma che bella è questa missione di dare luce al mondo! E’ una missione che noi abbiamo. E’ bella! E’ anche molto bello conservare la luce che abbiamo ricevuto da Gesù, custodirla, conservarla. Il cristiano dovrebbe essere una persona luminosa, che porta luce, che sempre dà luce! Una luce che non è sua, ma è il regalo di Dio, è il regalo di Gesù. E noi portiamo questa luce. Se il cristiano spegne questa luce, la sua vita non ha senso: è un cristiano di nome soltanto, che non porta la luce, una vita senza senso. Ma io vorrei domandarvi adesso, come volete vivere voi? Come una lampada accesa o come una lampada spenta? Accesa o spenta? Come volete vivere? [la gente risponde: Accesa!] Lampada accesa! E’ proprio Dio che ci dà questa luce e noi la diamo agli altri. Lampada accesa! Questa è la vocazione cristiana. 

Dopo l'Angelus: 
Dopodomani, 11 febbraio, celebreremo la memoria della Beata Vergine di Lourdes, e vivremo la Giornata Mondiale del Malato. E’ l’occasione propizia per mettere al centro della comunità le persone malate. Pregare per loro e con loro, stare loro vicini. Il Messaggio per questa Giornata è ispirato ad una espressione di san Giovanni: Fede e carità: «Anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3,16). In particolare, possiamo imitare l’atteggiamento di Gesù verso i malati, malati di ogni genere: il Signore si prende cura di tutti, condivide la loro sofferenza e apre il cuore alla speranza. 
Penso anche a tutti gli operatori sanitari: che lavoro prezioso fanno! Grazie tante per il vostro lavoro prezioso. Essi incontrano ogni giorno nei malati non solo dei corpi segnati dalla fragilità, ma delle persone, alle quali offrire attenzione e risposte adeguate. La dignità della persona non si riduce mai alle sue facoltà o capacità, e non viene meno quando la persona stessa è debole, invalida e bisognosa di aiuto. Penso anche alle famiglie, dove è normale prendersi cura di chi è malato; ma a volte le situazioni possono essere più pesanti… Tanti mi scrivono, e oggi vorrei assicurare una preghiera per tutte queste famiglie, e dico loro: non abbiate paura della fragilità! Non abbiate paura della fragilità! Aiutatevi gli uni gli altri con amore, e sentirete la presenza consolante di Dio. 
L’atteggiamento generoso e cristiano verso i malati è sale della terra e luce del mondo. La Vergine Maria ci aiuti a praticarlo, e ottenga pace e conforto per tutti i sofferenti. 
In questi giorni si svolgono a Sochi, in Russia, i Giochi Olimpici Invernali. Vorrei far giungere il mio saluto agli organizzatori e a tutti gli atleti, con l’auspicio che sia una vera festa dello sport e dell’amicizia. 
Saluto tutti i pellegrini presenti oggi, le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni. In particolare saluto gli insegnanti e gli studenti provenienti dall’Inghilterra; il gruppo di teologhe cristiane di diversi Paesi europei, a Roma per un convegno di studio; i fedeli delle parrocchie Santa Maria Immacolata e San Vincenzo de Paoli in Roma, quelli venuti da Cavallina e Montecarelli nel Mugello, da Lavello e da Affi, la Comunità Sollievo, e la Scuola di San Luca-Bovalino, in Calabria. 
Prego per quanti stanno soffrendo danni e disagi a causa di calamità naturali, in diversi Paesi - anche qui a Roma -: sono loro vicino. La natura ci sfida ad essere solidali e attenti alla custodia del creato, anche per prevenire, per quanto possibile, le conseguenze più gravi. 
E prima di congedarmi, mi viene in mente quella domanda che ho fatto: lampada accesa o lampada spenta? Cosa volete? Accesa o spenta? Il cristiano porta la luce! E’ una lampada accesa! Sempre avanti con la luce di Gesù! 
A tutti auguro una buona domenica e buon pranzo. Arrivederci!
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sabato 8 febbraio 2014

Istruzioni per quando è buio

Nei momenti difficili della vita non si deve «negoziare Dio» usando gli altri per salvare se stessi: l’atteggiamento giusto è fare penitenza, riconoscendo i propri peccati e affidandosi al Signore, senza cedere alla tentazione di «farsi giustizia con le proprie mani». Nella messa celebrata lunedì 3 febbraio, nella cappella della Casa Santa Marta, Papa Francesco ha riproposto la testimonianza del re Davide, «santo e peccatore», nel «momento buio» della fuga da Gerusalemme per il tradimento del figlio Assalonne. Al termine della celebrazione, nel giorno della memoria liturgica di san Biagio, due sacerdoti hanno impartito al Papa e a tutti i presenti la tradizionale benedizione con due candele poste sulla gola in forma di croce. 
Per la sua meditazione il Pontefice ha preso spunto dalla prima lettura, tratta dal secondo libro di Samuele (15, 13-14.30; 16, 5-13a). «Abbiamo sentito — ha detto — la storia di quel momento tanto triste di Davide, quando lui è dovuto fuggire perché suo figlio ha tradito». Sono eloquenti le parole di Davide, che chiama Assalonne «il figlio uscito dalle mie viscere». Siamo davanti a «un grande tradimento»: anche la maggioranza del popolo si schiera «con il figlio contro il re». Si legge infatti nella Scrittura: «Il cuore degli Israeliti è con Assalonne». Davvero per Davide è «come se questo figlio fosse morto». 
Ma che cosa fa Davide davanti al tradimento del figlio? Il Papa ne ha indicato «tre atteggiamenti». Innanzitutto, ha spiegato, «Davide, uomo di governo, prende la realtà come è. Sa che questa guerra sarà molto forte, sa che ci saranno tanti morti del popolo», perché c’è «una parte del popolo contro l’altra». E con realismo compie «la scelta di non far morire il suo popolo». Certo, avrebbe potuto «lottare in Gerusalemme contro le forze di suo figlio. Ma ha detto: no, non voglio che Gerusalemme sia distrutta!». E si è opposto anche ai suoi che volevano portare via l’arca, ordinando loro di lasciarla al suo posto: «L’arca di Dio rimanga in città!». Tutto questo mostra «il primo atteggiamento» di Davide, che «per difendersi non usa né Dio né il suo popolo», perché per entrambi nutre un «amore tanto grande». 
«Nei momenti brutti della vita — ha notato il Pontefice — accade che, forse, nella disperazione uno cerca di difendersi come può», anche «usando Dio e la gente». Invece Davide ci mostra come suo «primo atteggiamento» proprio «quello di non usare Dio e il suo popolo». 
Il secondo è un «atteggiamento penitenziale», che Davide assume mentre fugge da Gerusalemme. Si legge nel passo del libro di Samuele: «Saliva piangendo» sulla montagna «e camminava con il capo coperto e a piedi scalzi». Ma, ha commentato il Papa, «pensate cosa significa salire il monte a piedi scalzi!». Lo stesso faceva la gente che era con lui: «Aveva il capo coperto e, salendo, piangeva». 
Si tratta di «un cammino penitenziale». Forse, ha proseguito il Pontefice, Davide in quel momento «nel suo cuore» pensava a «tante cose brutte» e ai «tanti peccati che aveva fatto». E probabilmente diceva a se stesso: «Ma io non sono innocente! Non è giusto che mio figlio mi faccia questo, ma io non sono santo!». Con questo spirito Davide «sceglie la penitenza: piange, fa penitenza». E la sua «salita al monte», ha notato ancora il Papa, «ci fa pensare alla salita di Gesù. Anche lui addolorato a piedi scalzi, con la sua croce, saliva il monte». 
Davide, dunque, vive un «atteggiamento penitenziale». Quando a noi invece, ha detto il Papa, «accade una cosa del genere nella nostra vita, sempre cerchiamo — è un istinto che abbiamo — di giustificarci». Al contrario, «Davide non si giustifica. È realista. Cerca di salvare l’arca di Dio, il suo popolo. E fa penitenza» salendo il monte. Per questa ragione «è un grande: un grande peccatore e un grande santo». Certo, ha aggiunto il Santo Padre, «come vadano insieme queste due cose» soltanto «Dio lo sa. Ma questa è la verità!». 
Lungo il suo cammino penitenziale il re incontra un uomo di nome Simei, che «gettava sassi» contro di lui e contro quanti lo accompagnavano. È «un nemico» che malediceva e «diceva parolacce» all’indirizzo di Davide. Così Abisài, «uno degli amici di Davide», propone al re di catturarlo e di ucciderlo: «Questo è un cane morto» gli dice con il linguaggio del suo tempo per rimarcare come Simei fosse «una persona cattiva». Ma Davide glielo impedisce e «invece di scegliere la vendetta contro tanti insulti, sceglie di affidarsi a Dio». Si legge infatti nel passo biblico: «Ecco, il figlio uscito dalle mie viscere cerca di togliermi la vita: e allora, questo Beniaminita — questo Simei — lasciatelo maledire, poiché glielo ha ordinato il Signore. Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi». Ecco il terzo atteggiamento: Davide «si affida al Signore». ********************** Proprio «questi tre atteggiamenti di Davide nel momento del buio, nel momento della prova, possono aiutare tutti noi» quando ci troviamo in situazioni difficili. Non si deve «negoziare la nostra appartenenza». Poi, ha ripetuto il Pontefice, bisogna «accettare la penitenza», comprendere le ragioni per cui si ha «bisogno di fare penitenza», e così saper «piangere sui nostri sbagli, sui nostri peccati». Infine, non si deve cercare di farsi giustizia con le proprie mani ma bisogna «affidarsi a Dio». 
Papa Francesco ha concluso l’omelia invitando a invocare Davide, che noi «veneriamo come santo», chiedendogli di insegnarci a vivere «questi atteggiamenti nei momenti brutti della vita». Perché ciascuno possa essere «un uomo che ama Dio, ama il suo popolo e non lo negozia; un uomo che si sa peccatore e fa penitenza; un uomo che è sicuro del suo Dio e si affida a lui».
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Quando Dio piange

Ogni buon padre «ha bisogno del figlio: lo aspetta, lo cerca, la ama, lo perdona, lo vuole vicino a sé, tanto vicino come la gallina vuole i suoi pulcini». Lo ha detto Papa Francesco all'omelia della messa celebrata martedì 4 febbraio, nella cappella della Casa Santa Marta. 
Nel commentare le letture della liturgia il Pontefice ha infatti affrontato il tema della paternità, ricollegandolo alle due figure principali descritte nel vangelo di Marco (5, 21-43) e nel secondo libro di Samuele (18, 9-10.14.24-25.30; 19, 1-4): ovvero Giàiro, uno dei capi della sinagoga al tempo di Gesù, «che va a chiedere la salute per sua figlia», e Davide, «che soffre per la guerra che suo figlio gli stava facendo». Due vicende che, secondo il vescovo di Roma, mostrano come ogni padre abbia «un’unzione che viene dal figlio: non può capire se stesso senza il figlio». 
Soffermandosi dapprima sul re d’Israele, il Papa ha ricordato che nonostante il figlio Assalonne fosse diventato suo nemico, Davide «aspettava notizie della guerra. Era seduto tra le due porte del palazzo e guardava». E sebbene tutti fossero sicuri che attendesse «notizie di una bella vittoria», in realtà «aspettava un’altra cosa: aspettava il figlio. Gli interessava il figlio. Era re, era a capo del Paese, ma» soprattutto «era padre». E così, «quando è arrivata la notizia della fine del suo figlio», Davide «fu scosso da un tremito, salì al piano di sopra della porta e pianse: “Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!”». 
Questo — ha commentato Papa Francesco — «è il cuore di un padre, che non rinnega mai suo figlio», anche se «è un brigante o un nemico», e piange per lui. In proposito il Pontefice ha fatto notare come nella Bibbia, Davide pianga due volte per i figli: in questa circostanza e in quella in cui stava per morire il figlio dell’adulterio: «Anche quella volta ha fatto digiuno e penitenza per salvare la vita del figlio», perché «era padre». 
Ritornando poi alla descrizione del brano biblico, il vescovo di Roma ha messo in luce un altro elemento della scena: il silenzio. «I soldati sono tornati dalla battaglia in città in silenzio» — ha fatto notare — mentre quando Davide era giovane, al suo rientro in città dopo aver ucciso il Filisteo, tutte le donne erano uscite dalle case per «lodarlo, in festa; perché così rientravano i soldati dopo una vittoria». Invece, in occasione della morte di Assalonne, «la vittoria è stata nascosta, perché il re piangeva»; infatti «più che re e vincitore» Davide era soprattutto «un padre addolorato». 
Quanto al personaggio evangelico, il capo della sinagoga, Papa Francesco ha evidenziato come si trattasse di una «persona importante», che però «davanti alla malattia della figlia» non ha vergogna di gettarsi ai piedi di Gesù e di implorarlo: «La mia figlioletta sta morendo, vieni a imporle le mani perché sia salvata e viva!». Quest’uomo non riflette sulle conseguenze del suo gesto. Non si ferma a pensare che se Cristo «invece di un profeta fosse uno stregone», rischierebbe una figuraccia. Essendo «padre — ha detto il Pontefice — non pensa: rischia, si butta e chiede». E anche in questa scena, quando i protagonisti entrano in casa trovano pianti e grida. «C’erano persone che urlavano forte perché era il loro lavoro: lavoravano così, andando a piangere nelle case dei defunti». Ma il loro «non era il pianto di un padre». 
Ecco allora il collegamento tra le due figure di padri. Per loro la priorità sono i figli. E ciò «fa pensare alla prima cosa che diciamo di Dio nel Credo: “Credo in Dio padre”. Fa pensare alla paternità di Dio. Dio è così con noi». Qualcuno potrebbe osservare: «Ma padre, Dio non piange!». Obiezione alla quale il Papa ha risposto: «Ma come no! Ricordiamo Gesù quando ha pianto guardando Gerusalemme: “Gerusalemme, Gerusalemme, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli!”, come la gallina raduna i suoi pulcini sotto le ali». Dunque «Dio piange; Gesù ha pianto per noi». E in quel pianto c’è la rappresentazione del pianto del padre, «che ci vuole tutti con sé nei momenti difficili». 
Il Pontefice ha anche ricordato che nella Bibbia ci sono almeno «due momenti brutti in cui il padre risponde» al pianto del figlio. Il primo è l’episodio di Isacco che viene condotto da Abramo sul morte per essere offerto in olocausto: egli si accorge «che portavano il legno e il fuoco, ma non la pecorella per il sacrificio». Perciò «aveva angoscia nel cuore. E cosa dice? “Padre”. E subito la risposta: “Eccomi figlio”». Il secondo è quello di «Gesù nell’Orto degli Ulivi, con quell’angoscia nel cuore: “Padre, se è possibile allontana da me questo calice”. E gli angeli sono venuti a dargli forza. Così è il nostro Dio: è padre». 
Non solo: l’immagine di Davide che aspetta notizie seduto fra le due porte del palazzo fa venire in mente la parabola del capitolo 15 del vangelo di Luca, quella del padre che aspettava il figlio prodigo, «andatosene con tutti i soldi, con tutta l’eredità. Come sappiamo che lo aspettava?» si è domandato Papa Francesco. Perché — è la riposta che ci danno le scritture — «lo ha visto da lontano. E perché tutti i giorni saliva ad aspettare» che il figlio tornasse. In quel padre misericordioso, infatti, c’è «il nostro Dio», che «è padre». Da qui l’auspicio che la paternità fisica dei padri di famiglia e la paternità spirituale dei consacrati, dei sacerdoti, dei vescovi, siano sempre come quelle dei due protagonisti delle letture: «due uomini, che sono padri». 
In conclusione il Pontefice ha invitato a meditare su queste due «icone» — Davide che piange e il capo della sinagoga che si getta davanti a Gesù senza vergogna, senza timore di rendersi ridicolo, perché «in gioco c’erano i loro figli» — e ha chiesto ai fedeli di rinnovare la professione di fede, dicendo «Credo in Dio Padre» e domandando allo Spirito Santo di insegnarci a dire «Abba, Padre». Perché, ha concluso, «è una grazia poter dire a Dio: Padre, con il cuore».
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venerdì 7 febbraio 2014

L’unità nella Chiesa ha inizio dalla croce (Contributi 938)

Vi segnalo l'omelia di domenica 26 gennaio 2014 di Massimo Camisasca (vescovo Reggio Emilia-Guastalla) nel corso dell’incontro ecumenico di preghiera con i pastori delle altre comunità cristiane presenti nella diocesi e tratto dal sito della Fraternità Sacerdotale S.Carlo


Cinquant’anni fa il filosofo francese Jean Guitton, amico di Paolo VI, pubblicava il suo volume: Il Cristo dilacerato. Una lettura della storia della Chiesa segnata dalle divisioni. Cristo è stato forse diviso? Dobbiamo notare che la domanda drammatica e rivelatrice non se l’è posta per primo Guitton, neppure un fedele dell’XI secolo o del XVI, i tempi segnati dalle tragiche divisioni nella Chiesa. Né risale ai tempi dei primi concili, tra il IV e il V secolo, quando si è dibattuto sulla umana-divinità del Verbo fatto carne e sull’unità della sua Persona.
Quella domanda nasce dalle divisioni interne alla comunità di Corinto.
Siamo nel I secolo, vent’anni circa dopo la morte e resurrezione di Cristo, verso la Pasqua dell’anno 57. È san Paolo a pronunciarla.
Le divisioni nella Chiesa – che è per volontà di Cristo una, santa cattolica e apostolica, non solo nella sua origine, ma in tutta la sua storia – appaiono già come crepe malvagie fin dall’inizio.
È dunque vana, inefficace, la preghiera di Cristo? Dobbiamo rassegnarci al fallimento del suo disegno, anzi del disegno del Padre, nato con Adamo e poi rinnovato solennemente con Abramo, con Mosè, Davide, riaffermato per bocca dei profeti, di voler radunare un popolo seme e attore della riconciliazione e dell’unità di tutti i popoli della terra?
 Non è forse da ribaltare la domanda? Non è Dio ad essere infedele al suo patto, siamo noi uomini infedeli al disegno di Dio che vogliamo piegare alle nostre povere vedute umane.
La comunità di Corinto, piccolo gregge allora, che prefigura già la storia futura, si divide appellandosi ora all’uno ora all’altro apostolo o profeta.
Più dell’unità si ama la propria visione delle cose, più dell’unità si ama la propria parte.
Così Cristo risulta diviso (cfr. 1Cor 1,13). Cosa propone Paolo ai cristiani di Corinto, per cosa li supplica e prega? Di non rendere vana la croce di Cristo (cfr. 1Cor, 1, 17), quella croce su cui Cristo è morto per abbattere il muro di divisione che teneva lontani i popoli e gli uomini, come nemici (cfr. Ef 2, 14). Quella croce da cui attrae a sé ogni uomo e ogni cosa (cfr. Gv 12,32). Dalla croce nella Chiesa inizia l’unità di tutto l’universo in Cristo. 
Ma noi spesso, come la storia purtroppo dimostra, non accettiamo la preghiera di Cristo. Siamo noi che l’abbiamo diviso e lo dividiamo ogni giorno con il nostro peccato di superbia che si oppone all’umiltà.
«Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti» (1Cor 1, 27).
Chiediamo a Dio la grazia di riconoscere e vivere le strade dell’unità nella Chiesa, per poter professare la medesima fede, celebrare presto assieme l’eucarestia, testimoniare al mondo l’unica speranza nella storia che è Cristo, il Cristo indiviso, Cristo morto e risorto per tutti gli uomini.
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La grammatica dell'umano (Contributi 937)

Un articolo di Francesca Moretti da La Bussola

«Affrontare il travaglio di civiltà in atto chiede di ripensare l’uomo. La Chiesa pensa di poter dare un contributo non indifferente di conoscenza circa la 'grammatica dell’umano'. Non per sua capacità e merito, ma in forza dell’evento di Gesù Cristo in cui trova vera luce il mistero dell'uomo». Si concentra sull'uomo e sulle questioni fondamentali a cui ogni giorno è chiamato il discorso dell'Arcivescovo di Milano Angelo Scola, il primo pastore della Chiesa Ambrosiana a rivolgere un intervento all'Aula nella sede del Consiglio regionale della Lombardia.
Una presenza, quella dell'Arcivescovo, che è anche un gesto di “amicizia civica”, a cui qualcuno - il Movimento 5 Stelle - ha voluto sottrarsi, uscendo dall'Aula prima dell'intervento di Scola, salvo poi voler incontrare l'Arcivescovo al termine della cerimonia. La Chiesa parla all'uomo partendo non «da particolari competenze concorrenti», quanto piuttosto da un «patrimonio dottrinale ideologico e cristallizzato e dal rapporto con una Persona vivente». Scola non ha rinunciato a tracciare lucidamente le questioni nodali che affliggono l'uomo contemporaneo: «Una certa frustrazione diffonde un disagio palpabile, anche se non sempre ben identificato può essere chiamato disagio di civiltà. Esso non deriva soltanto da condizioni strutturali e istituzionali, locali e nazionali. Più profondamente nasce da una difficoltà intrinseca al nostro tempo, in cui né l’energia spirituale e morale per unificare l’esistenza, né la capacità ideale e affettiva di progettare il futuro sono beni facilmente reperibili».

L'Arcivescovo ha sottolineato come «i cattolici vivono in prima persona il travaglio della nostra società in questo inizio del Terzo Millennio. La crisi economica che segna in profondità il presente della Lombardia è molto più grave di quanto le nostre previsioni abbiano immaginato: per durata, per estensione, per capacità di fiaccare la nostra speranza». Ma a questa situazione di povertà emergente, si aggiunge una miopia nel giudizio: «la vediamo solo come una crisi economica - ha detto Scola - e non per quello che è veramente, un travaglio di civiltà all’inizio del nuovo millennio. A tale travaglio si lega la frustrante sproporzione tra le sue grandi potenzialità e le sue effettive possibilità».
La crisi poi non risparmia le famiglie sia in termini economici, sia per «il crescente indebolimento del legame matrimoniale che infragilisce il nostro tessuto sociale e crea nuovi poveri». Una crisi che colpisce le famiglie, certamente, ma che caratterizza anche gli stili di vita: «viviamo frammentati in una miriade di informazioni, conoscenze e saperi a tal punto che quando affrontiamo un aspetto della nostra esistenza è come se di tutti gli altri non avessimo più memoria, quasi non esistessero. Ci comportiamo come se non avessimo un’ipotesi esistenziale che ci renda capaci di interpretare unitariamente la realtà che viviamo». Per questo «ripensare il mondo senza ripensare l’uomo» sarebbe impensabile perché, significherebbe «affidarsi esclusivamente ad uno scenario di gestione tecnocratica globale davvero preoccupante».

Per questo motivo occorre un ritorno ad un nuovo umanesimo: «L’unità dell’esistenza dell’uomo e, prima ancora, l’unità dell’esperienza che egli compie - ha ricordato Scola - sono oggi altamente problematiche, non tanto in termini di contenuti, che vengono astrattamente richiamati, ma di vissuto e di identità reale. La difficoltà maggiore oggi è interna ad ogni singola persona, è a livello della stessa grammatica elementare dell’umano».

Un discorso molto apprezzato dai consiglieri e, in particolare dal Presidente dell’Aula Raffaele Cattaneo che ha parlato di «parole cariche di profondità e spessore. Una riflessione di alto profilo culturale sul travaglio di civiltà e sulla necessità di recuperare l'uomo, questioni profonde che interessano e interrogano la nostra convivenza civile. Il Cardinale Scola nel suo intervento ha dimostrato di avere ben presenti le difficoltà che attraversano le istituzioni e gli uomini chiamati a responsabilità civili e politiche, ma ha anche dato elementi di speranza e ragioni per continuare sulla strada della ricerca del bene comune».
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martedì 4 febbraio 2014

La salvezza del mondo passa per le nostre vite ordinarie (Contributi 937)

Un articolo di Pippo Corigliano da Tempi: 

Ogni intervento del Papa è pieno di significati e spunti di riflessione. Domenica scorsa (26 gen.) ha osservato che Gesù comincia la sua missione dalla Galilea, «un luogo decentrato», e con uomini «di basso profilo»: non «si rivolge alle scuole degli scribi e dei dottori della legge» ma a persone umili e semplici. «Gesù va a chiamarli là dove lavorano». Il Papa traccia un quadro di normalità e, all’interno di questa normalità (della vita di tutti i giorni come la mia), Gesù passa. «Anche oggi in questo momento, qui, il Signore passa per la piazza», dice il Papa e indica la piazza sottostante. Più chiaro di così! Il Papa, il dolce Cristo in terra, chiama noi come faceva Gesù.
Ognuno ha la propria vocazione e Dio mi chiama a viverla pienamente, volando con le ali che Lui mi ha dato, non altre. Nella mia vita ordinaria sono chiamato a vivere un amore straordinario. Se faccio una fotografia della mia vita attuale ho il quadro della mia vocazione. Non il quadro dei motivi per lamentarmi: se le cose stessero diversamente, allora! No: guardando quella foto ho l’orizzonte in cui Dio mi vuole e aspetta che io corrisponda col cuore.
È Lui che mi dà la forza: le circostanze avverse sono la croce che posso portare agevolmente se lascio fare a Gesù. Mi hanno educato come se tutto dipendesse da me. In realtà tutto dipende dalla mia preghiera. I santi sono stati allegri e fiduciosi. Hanno fatto grandi cose perché si son lasciati guidare dalla fiducia nella Provvidenza. È qui e ora che Gesù passa.
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lunedì 3 febbraio 2014

Avanza la dittatura. Nel silenzio (Contributi 936)

Invito alla lettura di questo articolo di Mons. Negri da La Bussola:

Martedì prossimo (4 febb.) il Parlamento europeo voterà un progetto (la Relazione Lunacekndr) teso ad obbligare tutti gli Stati membri dell’Unione a riconoscere i matrimoni omosessuali e qualsiasi altra forma di coppia, nonché ad iniziare i bambini e i giovani a una visione pansessualistica della realtà sociale. Una visione in cui di fatto vengono riconosciute alle devianze, anche le più patologiche, il valore di diritti, personali e sociali.
E’ un segnale sinistro di un coagularsi della mentalità laicista anticattolica - anzi più decisamente antiumana - in modo che essa sia imposta senza colpo ferire, e in cui anche il minimo riferimento dialettico sembra essere considerato quasi come un delitto di lesa maestà.
Maestà di chi? La maestà risiede nei popoli dell’Unione ed essi devono essere messi in grado di valutare con realismo e responsabilità le proposte che, appunto, dovrebbero permanere come proposte su questi temi di così grande rilievo per la vita dei popoli e delle nazioni.
Pertanto per la responsabilità che ho nei confronti della comunità cristiana - ma aldilà di essa, nei confronti di tantissimi uomini di buona volontà che incontro nel mio quotidiano impegno pastorale - sono cordialmente e ammiratamente d’accordo con le iniziative che Manif pour Tous in Europa e in Italia sta mettendo in atto (domenica 2 febbraio è prevista una manifestazione anche a Romandr) per iniziare almeno un’opera di grande sensibilizzazione nei confronti di queste vicende di carattere etico sociale e dei tentativi ideologici che si stanno compiendo. Mi sembra l’espressione di una laicità sana, di una laicità che per protestare contro posizioni che si rivelano in effetti violente non fa riferimento ad altro che alla propria libera coscienza, alla propria capacità di responsabilità, alla volontà di servire il bene comune del popolo e della nazione.
Ma oltre che questo clima di caccia alle streghe per cui in Europa si cominciano ad arrestare cittadini rei soltanto di portare una maglietta che porta l’immagine di una famiglia normale, tradizionale; oltre questo clima di pressione impositiva, colpisce gravemente e stupisce il silenzio reiterato di tutte quelle realtà istituzionali che a vari livelli e nei vari ambiti della vita sociale sarebbero tenuti a una presa di posizione significativamente dialettica nei confronti di quello che si sta sostanzialmente imponendo.
Questo silenzio non impedirà alla storia di giudicarlo come una debolezza imperdonabile, che diviene di fatto collusione e quindi corresponsabilità. Ben altri furono gli atteggiamenti che, soprattutto da parte del popolo cattolico, si tennero in momenti gravi per la democrazia del paese.
In questa prospettiva un altro fattore mi ha colpito. Ho partecipato in qualità di arcivescovo di una diocesi italiana, alla serie di manifestazioni che si sono tenute in occasione della Giornata della memoria delle ingiustizie e dei delitti compiuti nei confronti della presenza ebraica nel nostro paese. Non ho potuto evitare un certo disagio quando soprattutto nella presentazione storica degli avvenimenti – non da parte delle istituzioni, ma da parte di partecipanti a titolo di impegno culturale - si è corso il rischio di ricostruzioni parziali in cui certi fattori degli eventi così tragici erano minimizzati. Ad esempio la grande presenza della Chiesa in Italia, la difesa di migliaia e migliaia di ebrei che per questo aiuto poterono sfuggire a destini terribili. Ma aldilà di questo mi ha colpito l’esilità della speranza che si voleva costruire su questa memoria, dove spesso prevaleva un atteggiamento di rivalsa.
Su che cosa si costruisce la speranza dei giovani, un futuro buono per la nostra società?
Si costruisce sulla memoria di un passato ignobile che certo non è da dimenticare, non può essere dimenticato, ma che non costituisce una base solida su cui porre quella speranza affidabile, umanamente affidabile, di cui ha parlato il grande papa Benedetto XVI nella sua enciclica Spe Salvi?
Ho pensato amaramente in questi giorni che se il marchingegno diabolico delle ideologie e dei sistemi totalitari è stato brutalmente imposto a popoli come la maggior parte di quelli europei, che erano stati maturati da secoli di una autentica e profonda educazione cristiana e umana; che se nonostante questo i popoli subirono questa violenza, resistendo molte volte nella loro coscienza e in moltissimi altri casi anche nella espressione della loro vita culturale e sociale. Allora, se certi sistemi sono stati imposti a quel tempo, quale resistenza potrà esserci alla dittatura che si sta preparando?
Essa è una dittatura del massmediatico, del politicamente e del culturalmente corretto, che trova una tradizione cattolica ignorata dalla maggior parte dei giovani, ignorata perché la maggior parte di quelli che doveva parlargliene non gliene ha parlato in modo adeguato; trova una trama di vita sociale debolissima sul piano personale, sul piano della coscienza umana, sul piano della consapevolezza dei valori etici fondamentali; insomma trova un popolo disintegrato, che rischia di subire una dittatura senza neanche la nobiltà dell’opposizione.
Non sono riuscito a uscire da queste manifestazioni, che hanno avuto per me personalmente il valore di una grande testimonianza, con una speranza sul presente e sul futuro, se non una sola: quella di non demordere quotidianamente dal mio impegno di essere educatore del popolo cristiano alla fede, e del popolo umano con l’esperienza del fascino del vero, del bene, del bello e del giusto. Ma l’amarezza è che forse si riducono ogni giorno di più le fila di coloro che si assumono questa responsabilità. E anche qui tanto silenzio incomprensibile non potrà che essere giudicato anch'esso a suo tempo se non come un tradimento.
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