Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

domenica 30 marzo 2014

Domenica 4^ Quaresima "A" 30-mar-2014 (Angelus 186)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno
il Vangelo odierno ci presenta l’episodio dell’uomo cieco dalla nascita, al quale Gesù dona la vista. Il lungo racconto si apre con un cieco che comincia a vedere e si chiude – è curioso questo - con dei presunti vedenti che continuano a rimanere ciechi nell’anima. Il miracolo è narrato da Giovanni in appena due versetti, perché l’evangelista vuole attirare l’attenzione non sul miracolo in sé, ma su quello che succede dopo, sulle discussioni che suscita; anche sulle chiacchiere, tante volte un’opera buona, un’opera di carità suscita chiacchiere e discussioni, perché ci sono alcuni che non vogliono vedere la verità. L’evangelista Giovanni vuol attirare l’attenzione su questo che accade anche ai nostri giorni quando si fa un’opera buona. Il cieco guarito viene prima interrogato dalla folla stupita – hanno visto il miracolo e lo interrogano -, poi dai dottori della legge; e questi interrogano anche i suoi genitori. Alla fine il cieco guarito approda alla fede, e questa è la grazia più grande che gli viene fatta da Gesù: non solo di vedere, ma di conoscere Lui, vedere Lui come «la luce del mondo» (Gv 9,5).
Mentre il cieco si avvicina gradualmente alla luce, i dottori della legge al contrario sprofondano sempre più nella loro cecità interiore. Chiusi nella loro presunzione, credono di avere già la luce; per questo non si aprono alla verità di Gesù. Essi fanno di tutto per negare l’evidenza. Mettono in dubbio l’identità dell’uomo guarito; poi negano l’azione di Dio nella guarigione, prendendo come scusa che Dio non agisce di sabato; giungono persino a dubitare che quell’uomo fosse nato cieco. La loro chiusura alla luce diventa aggressiva e sfocia nell’espulsione dal tempio dell’uomo guarito.
Il cammino del cieco invece è un percorso a tappe, che parte dalla conoscenza del nome di Gesù. Non conosce altro di Lui; infatti dice: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi» (v. 11). A seguito delle incalzanti domande dei dottori della legge, lo considera dapprima un profeta (v. 17) e poi un uomo vicino a Dio (v. 31). Dopo che è stato allontanato dal tempio, escluso dalla società, Gesù lo trova di nuovo e gli “apre gli occhi” per la seconda volta, rivelandogli la propria identità: «Io sono il Messia», così gli dice. A questo punto colui che era stato cieco esclama: «Credo, Signore!» (v. 38), e si prostra davanti a Gesù. Questo è un brano del Vangelo che fa vedere il dramma della cecità interiore di tanta gente, anche la nostra perché noi alcune volte abbiamo momenti di cecità interiore.
La nostra vita a volte è simile a quella del cieco che si è aperto alla luce, che si è aperto a Dio, che si è aperto alla sua grazia. A volte purtroppo è un po’ come quella dei dottori della legge: dall’alto del nostro orgoglio giudichiamo gli altri, e perfino il Signore! Oggi, siamo invitati ad aprirci alla luce di Cristo per portare frutto nella nostra vita, per eliminare i comportamenti che non sono cristiani; tutti noi siamo cristiani, ma tutti noi, tutti, alcune volte abbiamo comportamenti non cristiani, comportamenti che sono peccati. Dobbiamo pentirci di questo, eliminare questi comportamenti per camminare decisamente sulla via della santità. Essa ha la sua origine nel Battesimo. Anche noi infatti siamo stati “illuminati” da Cristo nel Battesimo, affinché, come ci ricorda san Paolo, possiamo comportarci come «figli della luce» (Ef 5,8), con umiltà, pazienza, misericordia. Questi dottori della legge non avevano né umiltà, né pazienza, né misericordia!
Io vi suggerisco, oggi, quando tornate a casa, prendete il Vangelo di Giovanni e leggete questo brano del capitolo 9. Vi farà bene, perché così vedrete questa strada dalla cecità alla luce e l’altra strada cattiva verso una più profonda cecità. Domandiamoci come è il nostro cuore? Ho un cuore aperto o un cuore chiuso? Aperto o chiuso verso Dio? Aperto o chiuso verso il prossimo? Sempre abbiamo in noi qualche chiusura nata dal peccato, dagli sbagli, dagli errori. Non dobbiamo avere paura! Apriamoci alla luce del Signore, Lui ci aspetta sempre per farci vedere meglio, per darci più luce, per perdonarci. Non dimentichiamo questo! Alla Vergine Maria affidiamo il cammino quaresimale, perché anche noi, come il cieco guarito, con la grazia di Cristo possiamo “venire alla luce”, andare più avanti verso la luce e rinascere a una vita nuova.

Dopo l'Angelus:
Saluto cordialmente le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni e i singoli fedeli provenienti dall’Italia e da tanti Paesi, in particolare quelli di Ponferrada e Valladolid; gli studenti e i professori dei collegi di Murcia, Castelfranco de Cordoba e Laganés; gli alunni dei collegi di Parigi e gli emigrati portoghesi di Londra.
Saluto il Movimento Giovanile Lasalliano, il gruppo “Giovani, arte e fede di Santa Paola Frassinetti”, gli universitari di Venezia.
Un particolare saluto rivolgo ai militari italiani che hanno compiuto un pellegrinaggio a piedi da Loreto a Roma, pregando per la pacifica e giusta risoluzione delle contese. E questo è molto bello: Gesù nelle beatitudini dice che sono beati coloro che lavorano per la pace.
Un pensiero va ai gruppi di fedeli di Potenza, Atella, Sulmona, Lomagna, Conegliano, Locara, Napoli, Afragola, Ercolano e Torre del Greco; ai ragazzi della Cresima di Gardone Valtrompia, Ostia, Reggio Emilia, Fane, Serramazzoni e Parma; agli studenti di Massa Carrara e Genova-Pegli.
Saluto infine la Corale di Brembo, la Polisportiva Laurentino di Roma, i motociclisti di Terni-Narni; i rappresentanti del WWF-Italia, incoraggiandoli nel loro impegno a favore dell’ambiente.
E non dimenticate oggi: a casa, prendere il Vangelo di Giovanni, capitolo 9 e leggere questa storia del cieco che è diventato vedente e dei presunti vedenti che si sono affondati di più nella loro cecità
A tutti auguro una buona domenica e un buon pranzo. Arrivederci!
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Cristiani senza trucco

Il cristiano che pensa di potersi salvare da solo «è un ipocrita», un «cristiano truccato». La quaresima è il tempo opportuno per cambiare vita e per avvicinarsi a Gesù chiedendo perdono, pentiti e pronti a testimoniare la sua luce prendendosi cura dei bisognosi. Una nuova riflessione quaresimale è stata proposta martedì 18 marzo, da Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta.
«Questo della quaresima — ha infatti introdotto l’omelia — è un tempo per avvicinarci di più al Signore». Del resto, ha spiegato, lo dice la parola stessa, poiché quaresima significa conversione. E proprio con un invito alla conversione, ha notato riferendosi al brano di Isaia (1, 10.16-20), «comincia la prima lettura di oggi. Il Signore infatti chiama alla conversione; e curiosamente chiama due città peccatrici», Sodoma e Gomorra, alle quali rivolge l’invito: «Convertitevi, cambiate vita, avvicinatevi al Signore». Questo, ha spiegato, «è l’invito della quaresima: sono quaranta giorni per avvicinarsi al Signore, per essere più vicini a lui. Perché tutti noi abbiamo bisogno di cambiare la vita». Ed è inutile dire: «Ma padre, io non sono tanto peccatore...», perché «tutti abbiamo dentro qualche cosa e se guardiamo nella nostra anima troveremo qualche cosa che non va bene, tutti».
La quaresima dunque «ci invita ad aggiustare, a sistemare la nostra vita» ha precisato il Pontefice. È proprio questo che ci consente di avvicinarci al Signore. Egli è pronto a perdonare.
A questo proposito il Papa ha citato ancora le parole della prima lettura: «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve». E ha proseguito: «“Io ti cambio l’anima”: questo ci dice Gesù. E cosa ci chiede? Di avvicinarsi. Di avvicinarsi a lui. Lui è Padre; ci aspetta per perdonarci. E ci dà un consiglio: “Non siate come gli ipocriti”». Per spiegarlo Papa Francesco ha poi fatto riferimento al brano del vangelo di Matteo (23, 1-12) poco prima proclamato: «Lo abbiamo letto nel vangelo: questo tipo di avvicinamento il Signore non lo vuole. Lui vuole un avvicinamento sincero, vero. Invece cosa fanno gli ipocriti? Si truccano. Si truccano da buoni. Fanno la faccia da immaginetta, pregano guardando al cielo, facendosi vedere, si sentono più giusti degli altri, disprezzano gli altri». E si vantano di essere buoni cattolici perché hanno conoscenze tra benefattori, vescovi e cardinali.
«Questa è — ha sottolineato — l’ipocrisia. E il Signore dice no», perché nessuno deve sentirsi giusto per suo giudizio personale. «Tutti abbiamo bisogno di essere giustificati — ha ripetuto il vescovo di Roma — e l’unico che ci giustifica è Gesù Cristo. Per questo dobbiamo avvicinarci: per non essere cristiani truccati». Quando l’apparenza svanisce «si vede la realtà e questi non sono cristiani. Qual è la pietra di paragone? Lo dice il Signore stesso nella prima lettura: “Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male e imparate a fare il bene”». Questo, ha ripetuto, è l’invito.
Ma «qual è il segno che siamo sulla buona strada? Lo dice sempre la Scrittura: difendere l’oppresso, avere cura del prossimo, dell’ammalato, del povero, di chi ha bisogno, dell’ignorante. Questa è la pietra di paragone». E ancora: «Gli ipocriti non possono fare questo, perché sono tanto pieni di se stessi che sono ciechi per guardare agli altri». Ma «quando uno cammina un po’ e si avvicina al Signore, la luce del Padre fa vedere queste cose e va ad aiutare i fratelli. E questo è il segno della conversione».
Certo, ha aggiunto, questa «non è tutta la conversione; perché essa — ha spiegato — è l’incontro con Gesù Cristo. Ma il segno che noi siamo con Gesù è proprio questo: curare i fratelli, i più poveri, gli ammalati come il Signore ci insegna nel vangelo».
Dunque la quaresima serve per «cambiare la nostra vita, per aggiustare la vita, per avvicinarsi al Signore». Mentre l’ipocrisia è «il segno che noi siamo lontani dal Signore». L’ipocrita «si salva da se stesso, almeno così pensa» ha proseguito il Santo Padre; mentre il segno che ci siamo avvicinati al Signore con spirito di penitenza e di perdono «è che noi ci prendiamo cura dei fratelli bisognosi». Da qui la conclusione: «Il Signore ci dia a tutti luce e coraggio: luce per conoscere cosa succede dentro di noi e coraggio per convertirci, per avvicinarci al Signore. È bello essere vicini al Signore».
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Lo stile cristiano

La riscoperta della fecondità di una vita secondo lo stile cristiano è la proposta di Papa Francesco per la quaresima. Ne ha parlato giovedì 6 marzo, durante la celebrazione della messa a Santa Marta. Commentando il passo del Vangelo di Luca (9, 22-25) proposto dalla liturgia, il Pontefice lo ha presentato come una riflessione che fa seguito al racconto del giovane ricco, il quale voleva seguire Gesù «ma poi si è allontanato triste perché aveva tanti soldi e lui era troppo attaccato per rinunciarvi». E Gesù parlava poi «del rischio di avere tanti soldi», per finire con un messaggio preciso: «Non si possono servire due padroni, Dio e le ricchezze».
All’inizio della quaresima la Chiesa «ci fa leggere, ci fa sentire questo messaggio» ha notato il Pontefice. Un messaggio che, ha detto, «potremmo intitolare lo stile cristiano: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, cioè essere cristiano, essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Perché lui, Gesù, è andato per primo su questo cammino». Il vescovo di Roma ha riproposto le parole del Vangelo di Luca: «Il figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Noi — ha quindi specificato — «non possiamo pensare alla vita cristiana fuori da questa strada, da questo cammino che lui ha fatto per primo». È «il cammino dell’umiltà, anche dell’umiliazione, dell’annientamento di se stesso», in quanto «lo stile cristiano senza croce non è affatto cristiano» e «se la croce è una croce senza Gesù, non è cristiana».
Assumere uno stile di vita cristiano dunque significa «prendere la croce con Gesù e andare avanti». Cristo stesso ci ha mostrato questo stile annientando se stesso. Egli, pur essendo uguale a Dio — ha notato il Pontefice — non se ne vantò, non si considerò «un bene irrinunciabile, ma annientò se stesso» e si è fece «servo per tutti noi».
È questo lo stile di vita che «ci salverà, ci darà gioia e ci farà fecondi. Perché questo cammino che porta a rinnegare se stesso, è fatto per dare vita; è il contrario del cammino dell’egoismo», cioè «quello che porta a essere attaccato a tutti i beni solo per sé». Questo invece è un cammino «aperto agli altri, perché è lo stesso fatto da Gesù». Dunque è un cammino «di annientamento per dare vita. Lo stile cristiano è proprio in questo stile di umiltà, di mitezza, di mansuetudine. Chi vuole salvare la propria vita la perderà. Nel Vangelo Gesù ripete questa idea. Ricordate quando parla del chicco di grano: questo seme se non muore non può dare frutto» (cfr. Giovanni, 12, 24).
Si tratta di un cammino da compiere «con gioia, perché — ha spiegato il Papa — è lui stesso che ci dà la gioia. Seguire Gesù è gioia». Ma, ha ripetuto, bisogna seguirlo con il suo stile «e non con lo stile del mondo», facendo ciò che ognuno può: l’importante è farlo «per dare vita agli altri non per dare vita a se stessi. È lo spirito di generosità».
Ecco allora la strada da seguire: «Umiltà, servizio, niente egoismo, non sentirsi importanti o farsi davanti agli altri come una persona importante: sono cristiano...!». A questo proposito Papa Francesco ha citato l’Imitazione di Cristo, che — ha sottolineato — «ci dà un consiglio bellissimo: ama, nesciri et pro nihilo reputari, “ama, non essere conosciuto e essere giudicato come niente”. È l’umiltà cristiana. È quello che ha fatto Gesù prima».
«Pensiamo a Gesù che è davanti a noi — ha proseguito — che ci guida per quella strada. Questa è la nostra gioia e questa è la nostra fecondità: andare con Gesù. Altre gioie non sono feconde, pensano soltanto, come dice il Signore, a guadagnare il mondo intero ma alla fine a perdere e rovinare se stesso».
Perciò «all’inizio della quaresima — è stato il suo invito conclusivo — chiediamo al Signore che ci insegni un po’ questo stile cristiano di servizio, di gioia, di annientamento di noi stessi e di fecondità con lui, come lui la vuole».
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giovedì 27 marzo 2014

Il martirio non appartiene solo al passato

La persecuzione dei cristiani non è un fatto che appartiene al passato, agli albori del cristianesimo. È una triste realtà dei nostri giorni. Anzi, «ci sono più martiri oggi che nei primi tempi della Chiesa». Ne è convinto Papa Francesco e lo ha ribadito martedì 4 marzo, durante la messa celebrata a Santa Marta, chiedendo di riflettere sulla testimonianza di questi fratelli e di queste sorelle nella fede. Ma, ha ricordato il Papa, Gesù ci aveva avvertito: seguirlo significa godere della sua generosità ma anche «subire persecuzioni nel suo nome», come scrive Marco nel passo del Vangelo proposto dalla liturgia (10, 28-31).
«Gesù — ha esordito il Pontefice — aveva finito di parlare del pericolo delle ricchezze, di quanto era difficile che un ricco entrasse nel regno dei cieli. E Pietro gli fa questa domanda: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito. Quale sarà il nostro guadagno?”. Gesù è generoso e comincia a dire a Pietro: “In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madri o padri o campi per causa mia e per causa del Vangelo che non riceva già ora in questo tempo cento volte, e fratelli e sorelle e madri e figli e campi...”».
Forse, ha proseguito il Pontefice, Pietro pensava: «“Questa è una bella attività commerciale, andare dietro Gesù ci fa guadagnare tanto, cento volte tanto”». Ma Gesù «aggiunge tre paroline: “insieme a persecuzioni”. E poi avrà la vita eterna». In sostanza intende «Sì, voi avete lasciato tutto e riceverete qui nella terra tante cose, ma con la persecuzione». È «come — ha commentato il Santo Padre — un’insalata con l’olio della persecuzione. Questo è il guadagno del cristiano e questa è la strada di chi vuole andare dietro Gesù. Perché è la strada che ha fatto lui: lui è stato perseguitato».
È la strada dell’abbassamento, la stessa che — ha ricordato il vescovo di Roma — san Paolo Indica ai Filippesi quando dice che Gesù, facendosi uomo, si abbassò sino alla morte di croce. «Questa è proprio la tonalità della vita cristiana», che è anche gioia. Infatti «seguire Gesù è una gioia. Nelle beatitudini Gesù dice: beati voi quando vi insulteranno, quando sarete perseguitati a causa del mio nome»
Dunque la persecuzione, ha precisato il Pontefice, è una delle beatitudini. Tanto che «i discepoli, subito dopo la venuta dello Spirito Santo, hanno cominciato a predicare e sono cominciate le persecuzioni. Pietro è andato in carcere, Stefano ha testimoniato con la morte, così come Gesù, con falsi testimoni. E poi ci sono stati ancora tanti altri testimoni, sino al giorno d’oggi. La croce è sempre sulla strada cristiana».
Certo, ha continuato Papa Francesco, noi potremo avere tanti religiosi, tante religiose, «tante madri, tanti padri, tanti fratelli nella Chiesa, nella comunità cristiana. E questo — ha fatto notare — è bello. Ma avremo anche la persecuzione, perché il mondo non tollera la divinità di Cristo, non tollera l’annuncio del Vangelo, non tollera le beatitudini». Proprio da qui scaturisce la persecuzione, che passa anche attraverso le parole, le calunnie. Così avveniva ai cristiani dei primi secoli, che subivano le diffamazioni e pativano il carcere.
«Ma noi — ha osservato il Santo Padre — dimentichiamo facilmente. Pensiamo ai tanti cristiani che sessant’anni fa erano rinchiusi nei campi, nelle prigioni dei nazisti, dei comunisti: tanti, solo perché erano cristiani». E questo è ciò che accade «anche oggi», ha lamentato, nonostante la nostra convinzione di aver raggiunto un grado di civiltà diversa e una cultura più matura.
«Io vi dico — ha affermato il Papa — che oggi ci sono più martiri che nei primi tempi della Chiesa. Tanti fratelli e sorelle nostre che offrono la loro testimonianza di Gesù e sono perseguitati. Sono condannati perché posseggono una Bibbia. Non possono portare il segno della croce». Questa è «la strada di Gesù. Ma è una strada gioiosa perché mai il Signore ci mette alla prova più di quello che noi possiamo sopportare».
Certamente «la vita cristiana non è un vantaggio commerciale», ha puntualizzato il Pontefice. È semplicemente «seguire Gesù. Quando seguiamo Gesù succede questo. Pensiamo se noi abbiamo dentro di noi la voglia di essere coraggiosi nella testimonianza di Gesù». E, ha aggiunto, «pensiamo anche — ci farà bene — ai tanti fratelli e sorelle che oggi non possono pregare insieme perché sono perseguitati, non possono avere il libro del Vangelo o una Bibbia perché sono perseguitati. Pensiamo a questi fratelli e sorelle che non possono andare a messa perché è vietato. Quante volte giunge un prete di nascosto fra loro e fanno finta di essere a tavola a prendere un tè e celebrano la messa di nascosto. Questo succede oggi». Da qui l’invito conclusivo: «Pensiamo: sono disposto a portare la croce come Gesù? A sopportare persecuzioni per dare testimonianza a Gesù come fanno questi fratelli e sorelle che oggi sono umiliati e perseguitati? Questo pensiero ci farà bene a tutti».
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Suore e preti liberi dall’idolatria

Chiedere al Signore di mandare alla sua Chiesa suore e preti liberi «dall’idolatria della vanità, dall’idolatria della superbia, dall’idolatria del potere, dall’idolatria del denaro». Pregare con la consapevolezza che le vocazioni ci sono, ma che occorrono giovani coraggiosi, capaci di rispondere alla chiamata seguendo Gesù «da vicino» e avendo il cuore solo per lui. È questa la «preghiera per le vocazioni» che Papa Francesco ha indicato durante la messa celebrata lunedì 3 marzo, a Santa Marta.
A dare spunto alla meditazione del Pontefice su questo tema è stato il passo evangelico che racconta l’incontro di Gesù con il giovane ricco (Marco 10, 17-27). È «una storia», ha detto, che «abbiamo sentito tante volte»: un uomo «cerca Gesù e si getta in ginocchio davanti a lui». E lo fa «davanti a tutta la folla» perché «aveva tanta voglia di sentire le parole di Gesù» e «nel suo cuore qualcosa lo spingeva». Così, «in ginocchio davanti a lui» gli chiede cosa debba fare per avere in eredità la vita eterna. A muovere il cuore di quest’uomo, ha notato il Papa, «era lo Spirito Santo». Era infatti «un uomo buono — ha spiegato tracciandone il profilo — perché fin dalla sua giovinezza aveva osservato i comandamenti». Essere «buono» però «non era sufficiente per lui: voleva di più! Lo Spirito Santo lo spingeva!».
Infatti, ha proseguito il Pontefice, «Gesù fissò lo sguardo su di lui, contento di sentire queste cose». Tanto che «il Vangelo dice che lo amò». Dunque «anche Gesù sentiva questo entusiasmo. E gli dà la proposta: vendi tutto e vieni con me a predicare il Vangelo!». Ma, si legge nel racconto dell’evangelista, «l’uomo, sentendo queste parole, si fece scuro in volto e se ne andò rattristato».
Quell’uomo buono «era venuto con speranza, con gioia, a trovare Gesù. Ha fatto la sua domanda. Ha sentito le parole di Gesù. E prende una decisione: andarsene». Così «quella gioia che lo spingeva, la gioia dello Spirito Santo, diviene tristezza». Marco racconta infatti che «se ne andò rattristato perché possedeva tanti beni».
Il problema, ha commentato il Papa, era che il «suo cuore inquieto» per via dello «Spirito Santo, che lo spingeva ad avvicinarsi a Gesù e a seguirlo, era un cuore pieno». Ma «lui non ha avuto il coraggio di svuotarlo. E ha fatto la scelta: i soldi!». Aveva «un cuore pieno di soldi». Eppure non «era un ladro, un reo. Era un uomo buono: mai aveva rubato, mai truffato». I suoi «erano soldi onesti». Ma «il suo cuore era imprigionato lì, era legato ai soldi e non aveva la libertà di scegliere». Così, alla fine, «i soldi hanno scelto per lui».
Il Vangelo di Marco prosegue con il discorso di Gesù sulla ricchezza. Ma il Pontefice si è soffermato in particolare sul discorso della vocazione. E ha rivolto il pensiero a tutti quei giovani che «sentono nel loro cuore questa chiamata ad avvicinarsi a Gesù. E sono entusiasti, non hanno paura di andare davanti a Gesù, non hanno vergogna a inginocchiarsi». Proprio come ha fatto il giovane ricco, con un «segno pubblico», dando «una dimostrazione pubblica della loro fede in Gesù Cristo».
Per Papa Francesco anche oggi sono tanti questi giovani che vogliono seguire Gesù. Ma «quando hanno il cuore pieno di un’altra cosa, e non sono tanto coraggiosi per svuotarlo, tornano indietro». E così «quella gioia diviene tristezza». Quanti giovani, ha constatato, hanno quella gioia della quale parla san Pietro nella prima lettera (1, 3-9) proclamata durante la liturgia: «Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede». Davvero questi giovani sono «tanti, ma c’è qualcosa in mezzo che li ferma».
In realtà, ha rimarcato il Pontefice, «quando noi chiediamo al Signore» di inviare «vocazioni perché annuncino il Vangelo, lui le invia». C’è chi dice sconsolato: «Padre, ma come va male il mondo: non ci sono vocazioni di suore, non ci sono vocazioni di preti, andiamo alla rovina!». Invece, ha sottolineato il Papa, di vocazioni «ce ne sono tante». Ma allora — si è chiesto — «se ce ne sono tante, perché dobbiamo pregare perché il Signore le invii?». La risposta del Papa è stata chiara: «Dobbiamo pregare perché il cuore di questi giovani possa svuotarsi: svuotarsi di altri interessi, di altri amori. Perché il loro cuore divenga libero». Ecco la vera, grande «preghiera per le vocazioni: Signore, mandaci suore, mandaci preti; difendili dall’idolatria della vanità, dall’idolatria della superbia, dall’idolatria del potere, dall’idolatria del denaro». Dunque «la nostra preghiera è per preparare questi cuori per poter seguire da vicino Gesù».
Ritornando al passo evangelico, il Santo Padre non ha nascosto che la figura del giovane ricco suscita una certa partecipazione, che ci porta a dire: «Poveretto, tanto buono e poi tanto infelice, perché non se n’è andato felice» dopo il colloquio con Gesù. E oggi ci sono tanti giovani come lui. Ma — è stata la domanda del Papa — «noi che cosa facciamo per loro?». La prima cosa da fare è pregare: «Aiuta, Signore, questi giovani perché siano liberi e non siano schiavi», in modo «che abbiano il cuore soltanto per te». In questo modo «la chiamata del Signore può venire, può dare frutto».
Papa Francesco ha concluso la sua meditazione invitando a recitare spesso «questa preghiera per le vocazioni». Con la consapevolezza che «le vocazioni ci sono»: sta a noi pregare per fare in modo che «crescano, che il Signore possa entrare in quei cuori e dare questa “gioia indicibile e gloriosa” che ha ogni persona che segue da vicino Gesù».
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Lo scandalo dell'incoerenza

I cristiani incoerenti suscitano scandalo perché danno una contro-testimonianza a chi non crede. Sulla coerenza Gesù usa espressioni molto forti, tanto che a sentirle qualcuno potrebbe persino dire: «Ma questo lo dice un comunista». E invece no: «È la parola di Dio!».
Proprio al tema della coerenza cristiana, suggerito dall'amministrazione del sacramento della cresima, Papa Francesco ha dedicato l’omelia alla messa di giovedì 27 febbraio, nella Cappella della Casa Santa Marta. «Essere cristiano — ha chiarito subito il Papa — significa dare testimonianza di Gesù Cristo». Infatti «il cristiano è la persona, l’uomo e la donna, che dà la testimonianza di Gesù Cristo».
Il Pontefice ha poi delineato il profilo spirituale del cristiano, indicandone proprio nella coerenza l’elemento centrale. In tutte le cose della vita, ha detto, bisogna «pensare come cristiano; sentire come cristiano e agire come cristiano». È questa «la coerenza di vita di un cristiano che nel suo agire, nel suo sentire, nel suo pensare» riconosce la presenza del Signore.
Il Papa ha anche messo in guardia dal fatto che «se manca una di queste» caratteristiche «non c’è il cristiano». Del resto «uno può anche dire: io sono cristiano!». Però «se tu non vivi come cristiano; se tu non agisci come cristiano; non pensi come cristiano e non senti come cristiano c’è qualcosa che non va. C’è una certa incoerenza!». Tutti noi cristiani, ha avvertito il Pontefice, «siamo chiamati a dare testimonianza di Gesù Cristo». E i cristiani che invece «vivono ordinariamente, comunemente, nell’incoerenza, fanno tanto male».
Di loro parla espressamente l’apostolo san Giacomo che, nella lettera proclamata nella liturgia odierna (5, 1-6), se la prende direttamente con «alcuni incoerenti che si vantavano di essere cristiani, ma sfruttavano i loro dipendenti». Scrive san Giacomo: «Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchie del Signore onnipotente».
«È forte il Signore!» ha commentato il Papa dopo aver riletto il testo di san Giacomo. Tanto che «se uno sente» queste parole «può pensare: lo ha detto un comunista! No, no — ha precisato il Pontefice — lo ha detto l’apostolo Giacomo: è parola del Signore!». Il problema, dunque, è «l’incoerenza» e «i cristiani che non sono coerenti danno scandalo».
Gesù, ha ricordato il Pontefice riferendosi al brano evangelico odierno di Marco (9, 41-50), parla con forza contro lo scandalo e «dice: “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me — uno solo di questi fratelli, sorelle che hanno fede — è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare”». Davvero, ha spiegato il Papa, «il cristiano incoerente fa tanto male» e l’immagine forte usata da Gesù è molto eloquente. Pertanto, ha proseguito, «la vita del cristiano è sulla via della coerenza» ma bisogna anche fare i conti «con la tentazione di non essere coerente e di fare tanto scandalo. E lo scandalo uccide!».
Le conseguenze, poi, sono sotto gli occhi di tutti. È capitato a tutti i cristiani, ha commentato il Papa, di sentirsi dire «io credo in Dio ma non nella Chiesa, perché voi cristiani dite una cosa e ne fate un’altra!». Sono parole che «abbiamo sentito tutti: io credo in Dio ma in voi no!». E questo accade proprio «per l’incoerenza» dei cristiani, ha spiegato il Papa.
Le due letture di oggi, ha poi affermato, ci aiutano «a pregare per la coerenza cristiana, perché si agisca, si senta e si pensi come cristiani». E «per vivere nella coerenza cristiana — ha ribadito — è necessaria la preghiera perché la coerenza cristiana è un dono di Dio». È un dono che dobbiamo sforzarci di chiedere dicendo: «Signore, che io sia coerente! Signore, che io non scandalizzi mai! Che io sia una persona che pensa come cristiano, che senta come cristiano, che agisca come cristiano!». E «questa — ha detto il Papa — è la preghiera di oggi per tutti noi: abbiamo bisogno di coerenza!».
Significativo, poi, l’esempio pratico che ha voluto suggerire: «Se ti trovi davanti un ateo che ti dice che non crede in Dio, tu puoi leggergli tutta una biblioteca dove si dice che Dio esiste, e anche si prova che Dio esiste, e lui non avrà fede». Ma, ha proseguito il Papa, «se davanti a questo ateo tu dai testimonianza di coerenza e di vita cristiana, qualcosa comincerà a lavorare nel suo cuore». E «sarà proprio la tua testimonianza che a lui porterà l’inquietudine sulla quale lavora lo Spirito Santo».
Papa Francesco ha ricordato che «la grazia di essere coerenti» dobbiamo chiederla al Signore «tutti noi, tutta la Chiesa». Riconoscendoci peccatori, deboli, incoerenti, ma sempre pronti a chiedere perdono a Dio. Tutti noi, infatti, «abbiamo la capacità di chiedere perdono e Dio mai si stanca di perdonare». È importante dunque, ha avvertito il Papa, «avere l’umiltà di chiedere perdono» quando non siamo stati coerenti.
Si tratta, in fondo, di «andare avanti nella vita con coerenza cristiana», dando testimonianza di credere in Gesù Cristo e sapendo di essere peccatori. Ma con «il coraggio di chiedere perdono quando sbagliamo» e «avendo tanta paura di scandalizzare». E «il Signore — è stato l’auspicio conclusivo del Papa — ci dia questa grazia a tutti noi».
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martedì 25 marzo 2014

A 15 anni dal riconoscimento pontificio (Contributi 949)

Un articolo (omelia) di Paolo Sottopietra del 20 marzo dal sito della Fraternità San Carlo per il XV anniversario del riconoscimento pontificio.


Oggi (20/3) ricorre il quindicesimo anniversario del riconoscimento pontificio della nostra Fraternità. Il 20 marzo 1999 c’era molto movimento in questa casa, tappeti rossi nei corridoi, un pianoforte nel salone, rinfreschi preparati in sale diverse a seconda degli ospiti, servizio liturgico in agitazione, servizio d’ordine ben preparato.
Per la messa arrivava il cardinal Sodano, portando il decreto di riconoscimento firmato dal cardinale Martinez Somalo, allora Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata. Il decreto rispecchiava una espressa volontà di Giovanni Paolo II. Nel mosaico di padre Rupnik che abbellisce la cappella della nostra casa di formazione il ritratto del papa polacco è stato voluto per ricordare il ruolo fondamentale che egli ha avuto nella nostra storia. La fondazione della Fraternità san Carlo si è iscritta nel suo pontificato, dal discorso rivolto ai sacerdoti di Cl del 1985 a Castel Gandolfo fino appunto al 19 marzo 1999.
Fu un giorno di festa. La messa solenne fu presieduta dal Segretario di Stato. Seguì un rinfresco nei locali della casa di via Boccea in cui abitavamo da poco più di due anni. La cappella era stata ritinteggiata per l’occasione. Don Giussani scrisse: «Cari amici, la nostra sicurezza, e quindi gioia, è grande in questo giorno in cui Sua Santità riconosce ancora una volta l’autenticità ecclesiale del carisma di Comunione e liberazione, metodologicamente fondamento della vostra Fraternità Sacerdotale».
Voglio aggiungere un ricordo legato a quegli anni.
Una sera dell’inverno 1997 don Massimo invitò don Gianluca Attanasio e me ad una cena con mons. Errázuriz, che allora era il segretario della Congregazione pontificia da cui dipendiamo. Sarebbe poi stato inviato in Cile come vescovo di Valparaiso e creato poi cardinale come arcivescovo di Santiago. Fu lui a permetterci di iniziare la nostra missione cilena nel 2006.
Eravamo all’Hotel Columbus in via della Conciliazione a Roma. Il tema fu il riconoscimento pontificio della Fraternità. Don Massimo in quegli anni era già molto grato che si fosse raggiunto il riconoscimento diocesano. Ricordava bene le difficoltà legate a quel momento e non riteneva che fossero superate. I numeri dicevano inoltre che eravamo una piccola realtà, forse troppo piccola per aspirare al riconoscimento della Santa Sede.
Mons. Errázuriz, da parte sua, veniva dall’esperienza del riconoscimento del movimento di Schoenstatt, che era stato lungo e complesso. Il suo ragionamento fu semplice: “Proprio perché potrà essere difficile, dovete iniziare subito. Questo è il pontificato dei movimenti, questo è il papa che ha la sensibilità e la capacità di rischio che ci vuole. Non aspettate, questo è il momento propizio”.
L’argomentazione convinse don Massimo e iniziammo il processo.
Il nostro lavoro doveva svolgersi su due livelli. Quello sostanziale consisteva nella riscrittura delle Costituzioni della Fraternità. Avevamo approvato la precedente versione solo pochi anni prima, nel 1995, ma la Congregazione richiedeva degli aggiornamenti. Quel lavoro fu per tutti noi che vi partecipammo un’occasione fondamentale per riflettere sulla natura della Fraternità e per esprimere nuovamente ciò che volevamo vivere. Ricordo le lunghe discussioni, a volte anche accese, sempre guidate da don Massimo, che ci lasciarono in dono una grande chiarezza sulle ragioni delle scelte fondamentali che danno forma alla vita della Fraternità. Fu in un certo senso anche un passaggio generazionale e una scuola di responsabilità. Fummo aiutati dalla consulenza di padre Velasio De Paolis, che poi fu nominato cardinale da Benedetto XVI.
Un secondo livello del nostro lavoro fu quello di chiedere al maggior numero possibile di personalità nella Chiesa di appoggiare la nostra domanda di riconoscimento. Così abbiamo scritto ai vescovi delle diocesi che già avevano accolto una nostra casa e poi a cardinali e vescovi della Curia romana, della Chiesa italiana e non solo. I 15 anni che don Massimo aveva dedicato all’attività di relazioni pubbliche per il movimento nel primo periodo della sua vita a Roma si rivelarono provvidenziali. La risposta fu infatti sorprendente. I vescovi e le varie personalità contattate dovevano inviare alla Congregazione una lettera di raccomandazione, in cui testimoniavano la piena ecclesialità della nostra esperienza. Molti inviarono una copia anche a noi. Si vide l’enorme stima di cui don Massimo godeva.
Tutto questo facilitò la conclusione del processo che, contrariamente alle aspettative, si risolse nel breve spazio di due anni e ci portò all’assemblea generale del 1999, la prima come Società di Vita Apostolica di diritto pontificio.
Questi fatti furono anche una risposta concreta alla questione del rapporto tra il movimento di Comunione e liberazione e la Fraternità san Carlo, risposta che però ha una portata più ampia delle relazioni interne a Cl.
Dato che i movimenti non hanno diritto di incardinare i sacerdoti, si pone il problema del rapporto tra obbedienza al vescovo e obbedienza ai responsabili carismatici delle realtà da cui i preti provengono. Ogni realtà ha trovato riposte diverse.
La soluzione trovata con il riconoscimento della nostra Fraternità rimane un unicum nella Chiesa, ma è una soluzione bella, convincente, molto ecclesiale. Si basa infatti sulla comunione, è la scelta di puntare su un rapporto libero di appartenenza. Le nostre Costituzioni dicono infatti che noi vogliamo agire «in comunione di spirito e di intenti» con la Fraternità di Cl. Non c’è una formula che possa garantire la comunione. Al centro della risposta che noi diamo c’è dunque la libertà con cui riconosciamo le nostre radici.
Voglio affidare oggi di nuovo la Fraternità a san Giuseppe, che abbiamo scelto come nostro protettore.
Giuseppe ha vissuto un inizio, anzi è stato chiamato ad essere custode dell’Inizio. Anche noi stiamo vivendo un inizio e questo ci fa sentire ancora più vicino questo grande santo. Gli vorrei dunque chiedere che implori per noi da Dio la freschezza che viene dal senso vivo della grandezza di ciò che è donato nell’inizio. Da questa sensibilità viene infatti la capacità di rischiare che ha avuto don Massimo, che ha avuto don Giussani, che hanno i santi della Chiesa. In questa sensibilità sta il segreto che ci permette di rimanere giovani e che permetterà alla nostra Fraternità di rinascere continuamente.
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domenica 23 marzo 2014

E' mio padre (Contributi 948)

Riporto da Cultura Cattolica (ripreso anche da Samizdat On Line) questo testo che propongo a tutti voi...

Per diventare adulto, un figlio deve conoscere e perdonare il proprio padre, e il senso di gesti che non aveva mai compreso. Da questo perdono nasce la speranza. Ed è un'esperienza bellissima. Jonah Linch "Nessuno genera se non è generato"
Si educa con quello che si vive e grazie al cielo qualche volta anche con quello che si sbaglia vivendo.
Di mio padre serbo il ricordo delle uscite in bicicletta, lui alto e magro, con le mani grandi come badili mi issava sul sellino agganciato al manubrio e pedalando con vigore mi portava in giro per il paese. Molte strade erano ancora senza asfalto, mi indicava i tetti delle case che aveva rifatto, era un muratore, orgoglioso del suo saper fare, del suo saper costruire. Facevamo tappa al “Bar Metano” un bar un po’ nascosto dietro alla stazione di servizio, lui scambiava qualche battuta con gli altri operai che passavano il pomeriggio a “batter carta” mi pagava una spuma chiara e poi si riprendeva il giro.
Un giorno, avevo da poco iniziato la prima elementare, la maestra lo incrociò in corridoio, con i suoi abiti blu da lavoro, il basco in testa e il martello in mano, aveva fatto una riparazione a scuola. Lo invitò ad entrare in classe, tutti lo salutarono e la maestra spiegò chi era e quale era il suo lavoro.
Ne ero orgogliosa, ma a pranzo quando lui raccontò a mia madre l’episodio accaduto a scuola, capii che anche lui era orgoglioso di me, ero la più piccola della classe, seduta in prima fila e solo per questo lo avevo reso felice. Poi gli anni sono passati, io ho imparato a guardare a questo e anche ad altro, ho capito guardandolo che ci sono cose che non si comperano: l’affetto dei figli, la pazienza degli amici, l’amore di una donna. Non ha mai capito le cose che per me sono importanti. Forse aveva immaginato per me altro, era certo di conoscere la strada giusta, “fare famiglia” doveva essergli sembrato insensato per una donna che ha studiato, fare figli e non carriera gli sembrava uno spreco. Per anni ci siamo per così dire “persi di vista” non ci sono stati Natali seduti alla stessa tavola, nemmeno i nipoti lo hanno piegato. Ci sono stati momenti in cui ho sperato di trovarlo al capezzale del mio letto, ma l’orgoglio è una malattia che anestetizza il cuore. I suoi nipoti sono cresciuti sapendo di avere un nonno un po’ strano, differente da tutti quei nonni che vanno a vedere le partite di calcio, che si mettono in posa per la foto di gruppo alla laurea, che si emozionano all’annuncio del loro matrimonio.
Ma è mio padre.
Così quando invecchiando i suoi amici sono a poco a poco passati a miglior vita, quando le gambe han cominciato a non portarlo più dove lui voleva andare, si è ricordato di me. Il primo incontro è stato imbarazzante, il secondo è andato meglio, ora ci vediamo di tanto in tanto. Mi siedo in quella cucina uguale a trentanni fa, lo ascolto mentre si racconta. Non mi sento a casa, quella non è più la mia casa, sto seduta e ascolto, qualche volta racconto, ho l’impressione che non gli interessi molto di me, abituato a giudicare tutto in moneta sonante si informa sul mio stipendio ed è chiaro che il mio essere evasiva deve parergli la conferma che “no go fatto i schei” (non sono diventata ricca). Ed è qui che si sbaglia, perché la ricchezza più grande è quella di avere un uomo da amare, dei figli con cui condividere il futuro, dei sogni da realizzare. Ed è stato proprio guardando a lui e a mia madre che mi si è chiarito che dovevo girare lo sguardo, guardare ad altri capaci di testimoniarmi che la felicità è possibile. E’ così possibile che ti permette di imparare a perdonare, a stemperare l’amarezza sino a guardare a quel uomo, invecchiato e solo che se ne sta seduto sul balcone di casa in attesa che qualcuno passi e faccia due parole con lui, con tenerezza, con rispetto, perché come mi ripeto sempre “E’ mio padre”.
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Domenica 3^ Quaresima "A" 23-mar-2014 (Angelus 185)

Cari fratelli e sorelle buongiorno!

Il Vangelo di oggi ci presenta l’incontro di Gesù con la donna samaritana, avvenuto a Sicar, presso un antico pozzo dove la donna si recava ogni giorno per attingere acqua. Quel giorno, vi trovò Gesù, seduto, «affaticato per il viaggio» (Gv 4,6). Egli subito le dice: «Dammi da bere» (v. 7). In questo modo supera le barriere di ostilità che esistevano tra giudei e samaritani e rompe gli schemi del pregiudizio nei confronti delle donne. La semplice richiesta di Gesù è l’inizio di un dialogo schietto, mediante il quale Lui, con grande delicatezza, entra nel mondo interiore di una persona alla quale, secondo gli schemi sociali, non avrebbe dovuto nemmeno rivolgere la parola. Ma Gesù lo fa! Gesù non ha paura. Gesù quando vede una persona va avanti, perché ama. Ci ama tutti. Non si ferma mai davanti ad una persona per pregiudizi. Gesù la pone davanti alla sua situazione, non giudicandola ma facendola sentire considerata, riconosciuta, e suscitando così in lei il desiderio di andare oltre la routine quotidiana.
Quella di Gesù era sete non tanto di acqua, ma di incontrare un’anima inaridita. Gesù aveva bisogno di incontrare la Samaritana per aprirle il cuore: le chiede da bere per mettere in evidenza la sete che c’era in lei stessa. La donna rimane toccata da questo incontro: rivolge a Gesù quelle domande profonde che tutti abbiamo dentro, ma che spesso ignoriamo. Anche noi abbiamo tante domande da porre, ma non troviamo il coraggio di rivolgerle a Gesù! La Quaresima, cari fratelli e sorelle, è il tempo opportuno per guardarci dentro, per far emergere i nostri bisogni spirituali più veri, e chiedere l’aiuto del Signore nella preghiera. L’esempio della Samaritana ci invita ad esprimerci così: “Gesù, dammi quell’acqua che mi disseterà in eterno”.
Il Vangelo dice che i discepoli rimasero meravigliati che il loro Maestro parlasse con quella donna. Ma il Signore è più grande dei pregiudizi, per questo non ebbe timore di fermarsi con la Samaritana: la misericordia è più grande del pregiudizio. Questo dobbiamo impararlo bene! La misericordia è più grande del pregiudizio, e Gesù è tanto misericordioso, tanto! Il risultato di quell’incontro presso il pozzo fu che la donna fu trasformata: «lasciò la sua anfora» (v. 28), con la quale veniva a prendere l’acqua, e corse in città a raccontare la sua esperienza straordinaria. “Ho trovato un uomo che mi ha detto tutte le cose che io ho fatto. Che sia il Messia?” Era entusiasta. Era andata a prendere l’acqua del pozzo, e ha trovato un’altra acqua, l’acqua viva della misericordia che zampilla per la vita eterna. Ha trovato l’acqua che cercava da sempre! Corre al villaggio, quel villaggio che la giudicava, la condannava e la rifiutava, e annuncia che ha incontrato il Messia: uno che le ha cambiato la vita. Perché ogni incontro con Gesù ci cambia la vita, sempre. E’ un passo avanti, un passo più vicino a Dio. E così ogni incontro con Gesù ci cambia la vita. Sempre, sempre è così.
In questo Vangelo troviamo anche noi lo stimolo a “lasciare la nostra anfora”, simbolo di tutto ciò che apparentemente è importante, ma che perde valore di fronte all’«amore di Dio». Tutti ne abbiamo una, o più di una! Io domando a voi, anche a me: “Qual è la tua anfora interiore, quella che ti pesa, quella che ti allontana da Dio?”. Lasciamola un po’ da parte e col cuore sentiamo la voce di Gesù che ci offre un’altra acqua, un’altra acqua che ci avvicina al Signore. Siamo chiamati a riscoprire l’importanza e il senso della nostra vita cristiana, iniziata nel Battesimo e, come la Samaritana, a testimoniare ai nostri fratelli. Che cosa? La gioia! Testimoniare la gioia dell’incontro con Gesù, perché ho detto che ogni incontro con Gesù ci cambia la vita, e anche ogni incontro con Gesù ci riempie di gioia, quella gioia che viene da dentro. E così è il Signore. E raccontare quante cose meravigliose sa fare il Signore nel nostro cuore, quando noi abbiamo il coraggio di lasciare da parte la nostra anfora.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
adesso ricordiamo le due frasi: ogni incontro con Gesù ci cambia la vita e ogni incontro con Gesù ci riempie di gioia. La diciamo insieme? Ogni incontro con Gesù ci cambia la vita; ogni incontro con Gesù ci riempie di gioia. E’ così.
Domani ricorre la Giornata Mondiale della Tubercolosi: preghiamo per tutte le persone colpite da questa malattia, e per quanti in diversi modi le sostengono.
Venerdì e sabato prossimi vivremo uno speciale momento penitenziale, chiamato “24 ore per il Signore”. Inizierà con la Celebrazione nella Basilica di San Pietro, venerdì pomeriggio, poi nella serata e nella notte alcune chiese del centro di Roma saranno aperte per la preghiera e le Confessioni. Sarà -possiamo chiamarla così - sarà la festa del perdono, che avrà luogo anche in molte diocesi e parrocchie del mondo. Il perdono che ci dà il Signore si deve festeggiare, come ha fatto il padre della parabola del figliol prodigo, che quando il figlio è tornato a casa ha fatto festa, dimenticandosi di tutti i suoi peccati. Sarà la festa del perdono.
E ora vi saluto tutti di cuore, fedeli di Roma e pellegrini di tanti Paesi, in particolare quelli di Zagreb e Zadara in Croazia, e di Bocholt in Germania; la scuola “Capitanio” di Seto-Shi, in Giappone; gli studenti dell’Illinois (Stati Uniti d’America) e quelli di Ferrol (Spagna).
Un saluto particolare rivolgo ai maratoneti e agli organizzatori di questo bell’evento sportivo della nostra città.
Saluto la comunità del Pontificio Collegio Germanico-Ungarico, i responsabili nazionali della FUCI, i catechisti venuti per il corso su “Arte visiva e catechesi”, e i partecipanti al convegno intitolato “Nel concepito il volto di Gesù”.
Un pensiero va ai gruppi di fedeli da Altamura, Matera, Treviglio, Firenze, Salerno, Venezia, Santa Severina e Verdellino; ai ragazzi di Cembra e Lavis, e a quelli di Conversano; ai bambini di Vallemare (Pescara); agli scout di Castel San Pietro; agli studenti di Cagliari e di Gioia Tauro; al gruppo di quattordicenni di Milano.
Saluto infine il Centro di Servizio per il Volontariato della Sardegna; il circolo ACLI di Masate, l’Associazione Famiglia Murialdo, di Napoli; la Polizia Municipale di Orvieto.
A tutti voi auguro una buona domenica e buon pranzo. Arrivederci!
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sabato 22 marzo 2014

L’indissolubilità del matrimonio è un dono non una norma (Contributi 947)

Riporto dal sito di Cultura Cattolica un'intervista al Card. Carlo Cafarra, arcivescovo di Bologna

La “Familiaris Consortio” di Giovanni Paolo II è al centro di un fuoco incrociato. Da una parte si dice che è il fondamento del Vangelo della famiglia, dall’altra che è un testo superato. È pensabile un suo aggiornamento?
Se si parla del gender e del cosiddetto matrimonio omosessuale, è vero che al tempo della Familiaris Consortio non se ne parlava. Ma di tutti gli altri problemi, soprattutto dei divorziati-risposati, se ne è parlato lungamente. Di questo sono un testimone diretto, perché ero uno dei consultori del Sinodo del 1980.
Dire che la Familiaris Consortio è nata in un contesto storico completamente diverso da quello di oggi, non è vero. Fatta questa precisazione, dico che prima di tutto la Familiaris Consortio ci ha insegnato un metodo con cui si deve affrontare le questioni del matrimonio e della famiglia. Usando questo metodo è giunta a una dottrina che resta un punto di riferimento ineliminabile. Quale metodo? Quando a Gesù fu chiesto a quali condizioni era lecito il divorzio della liceità come tale non si discuteva a quel tempo, Gesù non entra nella problematica casuistica da cui nasceva la domanda, ma indica in quale direzione si doveva guardare per capire che cosa è il matrimonio e di conseguenza quale è la verità dell’indissolubilità matrimoniale. Era come se Gesù dicesse: “Guardate che voi dovete uscire da questa logica casuistica e guardare in un’altra direzione, quella del Principio”. Cioè: dovete guardare là dove l’uomo e la donna vengono all’esistenza nella verità piena del loro essere uomo e donna chiamati a diventare una sola carne. In una catechesi, Giovanni Paolo II dice: “Sorge allora cioè quando l’uomo è posto per la prima volta di fronte alla donna la persona umana nella dimensione del dono reciproco la cui espressione (che è l’espressione anche della sua esistenza come persona) è il corpo umano in tutta la verità originaria della sua mascolinità e femminilità”. Questo è il metodo della Familiaris Consortio.

Qual è il significato più profondo e attuale della “Familiaris Consortio”?
“Per avere occhi capaci di guardare dentro la luce del Principio”, la Familiaris Consortio afferma che la Chiesa ha un soprannaturale senso della fede, il quale non consiste solamente o necessariamente nel consenso dei fedeli. La Chiesa, seguendo Cristo, cerca la verità, che non sempre coincide con l’opinione della maggioranza. Ascolta la coscienza e non il potere. E in questo difende i poveri e i disprezzati. La Chiesa può apprezzare anche la ricerca sociologica e statistica, quando si rivela utile per cogliere il contesto storico. Tale ricerca per sé sola, però, non è da ritenersi espressione del senso della fede (FC 5). Ho parlato di verità del matrimonio. Vorrei precisare che questa espressione non denota una norma ideale del matrimonio. Denota ciò che Dio con il suo atto creativo ha inscritto nella persona dell’uomo e della donna. Cristo dice che prima di considerare i casi, bisogna sapere di che cosa stiamo parlando. Non stiamo parlando di una norma che ammette o non eccezioni, di un ideale a cui tendere. Stiamo parlando di ciò che sono il matrimonio e la famiglia. Attraverso questo metodo laFamiliaris Consortio, individua che cosa è il matrimonio e la famiglia e quale è il suo genoma: uso l’espressione del sociologo Donati, che non è un genoma naturale, ma sociale e comunionale. È dentro questa prospettiva che l’Esortazione individua il senso più profondo della indissolubilità matrimoniale (cf FC 20). La Familiaris Consortio quindi ha rappresentato uno sviluppo dottrinale grandioso, reso possibile anche dal ciclo di catechesi di Giovanni Paolo II sull’amore umano. Nella prima di queste catechesi, il 3 settembre 1979, Giovanni Paolo II dice che intende accompagnare come da lontano i lavori preparatori del Sinodo che si sarebbe tenuto l’anno successivo. Non l’ha fatto affrontando direttamente temi dell’assise sinodale, ma dirigendo l’attenzione alle radici profonde. È come se avesse detto, Io Giovanni Paolo II voglio aiutare i padri sinodali. Come li aiuto? Portandoli alla radice delle questioni. È da questo ritorno alle radici che nasce la grande dottrina sul matrimonio e la famiglia data alla Chiesa dalla Familiaris Consortio. E non ha ignorato i problemi concreti. Ha parlato anche del divorzio, delle libere convivenze, del problema dell’ammissione dei divorziati-risposati all’Eucaristia. L’immagine quindi di una Familiaris Consortio che appartiene al passato; che non ha più nulla da dire al presente, è caricaturale. Oppure è una considerazione fatta da persone che non l’hanno letta.

Molte conferenze episcopali hanno sottolineato che dalle risposte ai questionari in preparazione dei prossimi due Sinodi, emerge che la dottrina della “Humanae Vitae” crea ormai solo confusione. È così, o è stato un testo profetico?
Il 28 giugno 1978, poco più di un mese prima di morire, Paolo VI diceva: «Della Humanae Vitae, ringrazierete Dio e me». Dopo ormai quarantasei anni, vediamo sinteticamente cosa è accaduto all’istituto matrimoniale e ci renderemo conto di come è stato profetico quel documento. Negando la connessione inscindibile tra la sessualità coniugale e la procreazione, cioè negando l’insegnamento della Humanae Vitae, si è aperta la strada alla reciproca sconnessione fra la procreazione e la sessualità coniugale: from sex without babies to babies without sex. Si è andata oscurandosi progressivamente la fondazione della procreazione umana sul terreno dell’amore coniugale, e si è gradualmente costruita l’ideologia che chiunque può avere un figlio. Il single uomo o donna, l’omosessuale, magari surrogando la maternità. Quindi coerentemente si è passati dall’idea del figlio atteso come un dono al figlio programmato come un diritto: si dice che esiste il diritto ad avere un figlio. Si pensi alla recente sentenza del tribunale di Milano che ha affermato il diritto alla genitorialità, come dire il diritto ad avere una persona. Questo è incredibile. Io ho il diritto ad avere delle cose, non le persone. Si è andati progressivamente costruendo un codice simbolico, sia etico sia giuridico, che relega ormai la famiglia e il matrimonio nella pura affettività privata, indifferente agli effetti sulla vita sociale. Non c’è dubbio che quando l’Humanae Vitae è stata pubblicata, l’antropologia che la sosteneva era molto fragile e non era assente un certo biologismo nell’argomentazione. Il magistero di Giovanni Paolo II ha avuto il grande merito di costruire un’antropologia adeguata a base dell’Humanae Vitae. La domanda che bisogna porsi non è se l’Humanae Vitae sia applicabile oggi e in che misura, o se invece è fonte di confusione. A mio giudizio, la vera domanda da fare è un’altra.

Quale? L’Humanae Vitae dice la verità circa il bene insito nella relazione coniugale? Dice la verità circa il bene che è presente nell’unione delle persone dei due coniugi nell’atto sessuale?
Infatti, l’essenza delle proposizioni normative della morale e del diritto si trova nella verità del bene che in esse è oggettivata. Se non ci si mette in questa prospettiva, si cade nella casuistica dei farisei. E non se ne esce più, perché ci si infila in un vicolo alla fine del quale si è costretti a scegliere tra la norma morale e la persona. Se si salva l’una, non si salva l’altra. La domanda del pastore è dunque la seguente: come posso guidare i coniugi a vivere il loro amore coniugale nella verità? Il problema non è di verificare se i coniugi si trovano in una situazione che li esime da una norma, ma, qual è il bene del rapporto coniugale. Qual è la sua verità intima. Mi stupisce che qualcuno dica che l’Humanae Vitae crea confusione. Che vuol dire? Ma conoscono la fondazione che dell’Humanae Vitae ha fatto Giovanni Paolo II? Aggiungo una considerazione. Mi meraviglia profondamente il fatto che, in questo dibattito, anche eminentissimi cardinali non tengano in conto le centotrentaquattro catechesi sull’amore umano. Mai nessun Papa aveva parlato tanto di questo. Quel Magistero è disatteso, come se non esistesse. Crea confusione? Ma chi afferma questo è al corrente di quanto si è fatto sul piano scientifico a base di una naturale regolazione dei concepimenti? È al corrente di innumerevoli coppie che nel mondo vivono con gioia la verità di Humanae Vitae? Anche il cardinale Kasper sottolinea che ci sono grandi aspettative nella Chiesa in vista del Sinodo e che si corre il rischio di una pessima delusione se queste fossero disattese. Un rischio concreto, a suo giudizio? Non sono un profeta né sono figlio di profeti. Accade un evento mirabile. Quando il pastore non predica opinioni sue o del mondo, ma il Vangelo del matrimonio, le sue parole colpiscono le orecchie degli uditori, ma nel loro cuore entra in azione lo Spirito Santo che lo apre alle parole del pastore. Mi domando poi delle attese di chi stiamo parlando. Una grande rete televisiva statunitense ha compiuto un’inchiesta su comunità cattoliche sparse in tutto il mondo. Essa fotografa una realtà molto diversa dalle risposte al questionario registrate in Germania, Svizzera e Austria. Un solo esempio. Il 75 per cento della maggior parte dei paesi africani è contrario all’ammissione dei divorziati risposati all’Eucaristia. Ripeto ancora: di quali attese stiamo parlando? Di quelle dell’Occidente? È dunque l’Occidente il paradigma fondamentale in base al quale la Chiesa deve annunciare? Siamo ancora a questo punto? Andiamo ad ascoltare un po’ anche i poveri. Sono molto perplesso e pensoso quando si dice che o si va in una certa direzione altrimenti sarebbe stato meglio non fare il Sinodo. Quale direzione? La direzione che, si dice, hanno indicato le comunità mitteleuropee? E perché non la direzione indicata dalle comunità africane?

Il cardinale Müller ha detto che è deprecabile che i cattolici non conoscano la dottrina della Chiesa e che questa mancanza non può giustificare l’esigenza di adeguare l’insegnamento cattolico allo spirito del tempo. Manca una pastorale familiare?
È mancata. È una gravissima responsabilità di noi pastori ridurre tutto ai corsi prematrimoniali. E l’educazione all’affettività degli adolescenti, dei giovani? Quale pastore d’anime parla ancora di castità? Un silenzio pressoché totale, da anni, per quanto mi risulta. Guardiamo all’accompagnamento delle giovani coppie: chiediamoci se abbiamo annunciato veramente il Vangelo del matrimonio, se l’abbiamo annunciato come ha chiesto Gesù. E poi, perché non ci domandiamo perché i giovani non si sposano più? Non è sempre per ragioni economiche, come solitamente si dice. Parlo della situazione dell’Occidente. Se si fa un confronto tra i giovani che si sposavano fino a trent’anni fa e oggi, le difficoltà che avevano trenta o quarant’anni fa non erano minori rispetto a oggi. Ma quelli costruivano un progetto, avevano una speranza. Oggi hanno paura e il futuro fa paura; ma se c’è una scelta che esige speranza nel futuro, è la scelta di sposarsi. Sono questi gli interrogativi fondamentali, oggi. Ho l’impressione che se Gesù si presentasse all’improvviso a un convegno di preti, vescovi e cardinali che stanno discutendo di tutti i gravi problemi del matrimonio e della famiglia, e gli chiedessero come fecero i farisei: “Maestro, ma il matrimonio è dissolubile o indissolubile? O ci sono dei casi, dopo una debita penitenza…?”.Gesù cosa risponderebbe? Penso la stessa risposta data ai farisei: “Guardate al Principio”. Il fatto è che ora si vogliono guarire dei sintomi senza affrontare seriamente la malattia. Il Sinodo quindi non potrà evitare di prendere posizione di fronte a questo dilemma: il modo in cui s’è andata evolvendo la morfogenesi del matrimonio e della famiglia è positivo per le persone, per le loro relazioni e per la società, o invece costituisce un decadimento delle persone, delle loro relazioni, che può avere effetti devastanti sull’intera civiltà? Questa domanda il Sinodo non la può evitare. La Chiesa non può considerare che questi fatti (giovani che non si sposano, libere convivenze in aumento esponenziale, introduzione del c.d. matrimonio omosessuale negli ordinamenti giuridici, e altro ancora) siano derive storiche, processi storici di cui essa deve prendere atto e dunque sostanzialmente adeguarsi. No. Giovanni Paolo II scriveva nella Bottega dell’Orefice che “creare qualcosa che rispecchi l’essere e l’amore assoluto è forse la cosa più straordinaria che esista. Ma si campa senza rendersene conto”. Anche la Chiesa, dunque, deve smettere di farci sentire il respiro dell’eternità dentro all’amore umano? Deus avertat!

Si parla della possibilità di riammettere all’Eucaristia i divorziati risposati. Una delle soluzioni proposte dal cardinale Kasper ha a che fare con un periodo di penitenza che porti al pieno riaccostamento. È una necessità ormai ineludibile o è un adeguamento dell’insegnamento cristiano a seconda delle circostanze?
Chi fa questa ipotesi, almeno finora non ha risposto a una domanda molto semplice: che ne è del primo matrimonio rato e consumato? Se la Chiesa ammette all’Eucarestia, deve dare comunque un giudizio di legittimità alla seconda unione. È logico. Ma allora – come chiedevo – che ne è del primo matrimonio? Il secondo, si dice, non può essere un vero secondo matrimonio, visto che la bigamia è contro la parola del Signore. E il primo? È sciolto? Ma i papi hanno sempre insegnato che la potestà del Papa non arriva a questo: sul matrimonio rato e consumato il Papa non ha nessun potere. La soluzione prospettata porta a pensare che resta il primo matrimonio, ma c’è anche una seconda forma di convivenza che la Chiesa legittima. Quindi, c’è un esercizio della sessualità umana extraconiugale che la Chiesa considera legittima. Ma con questo si nega la colonna portante della dottrina della Chiesa sulla sessualità. A questo punto uno potrebbe domandarsi: e perché non si approvano le libere convivenze? E perché non i rapporti tra gli omosessuali? La domanda di fondo è dunque semplice: che ne è del primo matrimonio? Ma nessuno risponde. Giovanni Paolo II diceva nel 2000 in un’allocuzione alla Rota che “emerge con chiarezza che la non estensione della potestà del Romano Pontefice ai matrimoni rati e consumati, è insegnata dal Magistero della Chiesa come dottrina da tenersi definitivamente anche se essa non è stata dichiarata in forma solenne mediante atto definitorio”. La formula è tecnica, “dottrina da tenersi definitivamente” vuol dire che su questo non è più ammessa la discussione fra i teologi e il dubbio tra i fedeli.

Quindi non è questione solo di prassi, ma anche di dottrina?
Sì, qui si tocca la dottrina. Inevitabilmente. Si può anche dire che non lo si fa, ma lo si fa. Non solo. Si introduce una consuetudine che a lungo andare determina questa idea nel popolo non solo cristiano: non esiste nessun matrimonio assolutamente indissolubile. E questo è certamente contro la volontà del Signore. Non c’è dubbio alcuno su questo.

Non c’è però il rischio di guardare al sacramento solo come una sorta di barriera disciplinare e non come un mezzo di guarigione?
È vero che la grazia del sacramento è anche sanante, ma bisogna vedere in che senso. La grazia del matrimonio sana perché libera l’uomo e la donna dalla loro incapacità di amarsi per sempre con tutta la pienezza del loro essere. Questa è la medicina del matrimonio: la capacità di amarsi per sempre. Sanare significa questo, non che si fa stare un po’ meglio la persona che in realtà rimane ammalata, cioè costitutivamente ancora incapace di definitività. L’indissolubilità matrimoniale è un dono che viene fatto da Cristo all’uomo e alla donna che si sposano in lui. È un dono, non è prima di tutto una norma che viene imposta. Non è un ideale cui devono tendere. È un dono e Dio non si pente mai dei suoi doni. Non a caso Gesù, rispondendo ai farisei, fonda la sua risposta rivoluzionaria su un atto divino. ‘Ciò che Dio ha unito’, dice Gesù. E’ Dio che unisce, altrimenti la definitività resterebbe un desiderio che è sì naturale, ma impossibile a realizzarsi. Dio stesso dona compimento. L’ uomo può anche decidere di non usare di questa capacità di amare definitivamente e totalmente. La teologia cattolica ha poi concettualizzato questa visione di fede attraverso il concetto di vincolo coniugale. Il matrimonio, il segno sacramentale del matrimonio produce immediatamente tra i coniugi un vincolo che non dipende più dalla loro volontà, perché è un dono che Dio ha fatto loro. Queste cose ai giovani che oggi si sposano non vengono dette. E poi ci meravigliamo se succedono certe cose”.

Un dibattito molto appassionato si è articolato attorno al senso della misericordia. Che valore ha questa parola?
Prendiamo la pagina di Gesù e dell’adultera. Per la donna trovata in flagrante adulterio, la legge mosaica era chiara: doveva essere lapidata. I farisei infatti chiedono a Gesù cosa ne pensasse, con l’obiettivo di attirarlo dentro la loro prospettiva. Se avesse detto “lapidatela”, subito avrebbero detto “Ecco, lui che predica misericordia, che va a mangiare con i peccatori, quando è il momento dice anche lui di lapidarla”. Se avesse detto “non dovete lapidarla”, avrebbero detto “ecco a cosa porta la misericordia, a distruggere la legge e ogni vincolo giuridico e morale”. Questa è la tipica prospettiva della morale casuistica, che ti porta inevitabilmente in un vicolo alla fine del quale c’è il dilemma tra la persona e la legge. I farisei tentavano di portare in questo vicolo Gesù. Ma lui esce totalmente da questa prospettiva, e dice che l’adulterio è un grande male che distrugge la verità della persona umana che tradisce. E proprio perché è un grande male, Gesù, per toglierlo, non distrugge la persona che lo ha commesso, ma la guarisce da questo male e raccomanda di non incorrere in questo grande male che è l’adulterio. «Neanche io ti condanno, va e non peccare più». Questa è la misericordia di cui solo il Signore è capace. Questa è la misericordia che la Chiesa, di generazione in generazione, annuncia. La Chiesa deve dire che cosa è male. Ha ricevuto da Gesù il potere di guarire, ma alla stessa condizione. È verissimo che il perdono è sempre possibile: lo è per l’assassino, lo è anche per l’adultero. Era già una difficoltà che facevano i fedeli ad Agostino: si perdona l’omicidio, ma nonostante ciò la vittima non risorge. Perché non perdonare il divorzio, questo stato di vita, il nuovo matrimonio, anche se una “reviviscenza” del primo non è più possibile? La cosa è completamente diversa. Nell’omicidio si perdona una persona che ha odiato un’altra persona, e si chiede il pentimento su questo. La Chiesa in fondo si addolora non perché una vita fisica è terminata, bensì perché nel cuore dell’uomo c’è stato un tale odio da indurre perfino a sopprimere la vita fisica di una persona. Questo è il male, dice la Chiesa. Ti devi pentire di questo e ti perdonerò. Nel caso del divorziato risposato, la Chiesa dice: “Questo è il male: il rifiuto del dono di Dio, la volontà di spezzare il vincolo messo in atto dal Signore stesso”. La Chiesa perdona, ma a condizione che ci sia il pentimento. Ma il pentimento in questo caso significa tornare al primo matrimonio. Non è serio dire: sono pentito ma resto nello stesso stato che costituisce la rottura del vincolo, della quale mi pento. Spesso – si dice – non è possibile. Ci sono tante circostanze, certo, ma allora in queste condizioni quella persona è in uno stato di vita oggettivamente contrario al dono di Dio. LaFamiliaris Consortio lo dice esplicitamente. La ragione per cui la Chiesa non ammette i divorziati-risposati all’Eucaristia non è perché la Chiesa presuma che tutti coloro che vivono in queste condizioni siano in peccato mortale. La condizione soggettiva di queste persone la conosce il Signore, che guarda nella profondità del cuore. Lo dice anche San Paolo: “Non vogliate giudicare prima del tempo”. Ma perché – ed è scritto sempre nella Familiaris Consortio – “il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quella unione di amore fra Cristo e la Chiesa significata e attuata dall’Eucaristia” (FC 84). La misericordia della Chiesa è quella di Gesù, quella che dice che è stata deturpata la dignità di sposo, il rifiuto del dono di Dio. La misericordia non dice: “Pazienza, vediamo di rimediare come possiamo”. Questa è la tolleranza essenzialmente diversa dalla misericordia. La tolleranza lascia le cose come sono per ragioni superiori. La misericordia è la potenza di Dio che toglie dallo stato di ingiustizia.

Non si tratta di accomodamento, dunque.
Non è un accomodamento, sarebbe indegno del Signore una cosa del genere. Per fare gli accomodamenti bastano gli uomini. Qui si tratta di rigenerare una persona umana, e di questo è capace solo Dio e in suo nome la Chiesa. San Tommaso dice che la giustificazione di un peccatore è un’opera più grande che la creazione dell’universo. Quando viene giustificato un peccatore, accade qualcosa che è più grande di tutto l’universo. Un atto che magari avviene in un confessionale, attraverso un sacerdote umile, povero. Ma lì si compie un atto più grande della creazione del mondo. Non dobbiamo ridurre la misericordia ad accomodamenti, o confonderla con la tolleranza. Questo è ingiusto verso l’opera del Signore.

Uno degli assunti più citati da chi auspica un’apertura della Chiesa alle persone che vivono in situazioni considerate irregolari è che la fede è una ma i modi per applicarla alle circostanze particolari devono essere adeguati ai tempi, come la Chiesa ha sempre fatto. Lei che ne pensa?
La Chiesa può limitarsi ad andare là dove la portano i processi storici come fossero derive naturali? Consiste in questo annunciare il Vangelo? Io non lo credo, perché altrimenti mi chiedo come si faccia a salvare l’uomo. Le racconto un episodio. Una sposa ancora giovane, abbandonata dal marito, mi ha detto che vive nella castità ma fa una fatica terribile. Perché, dice, “non sono una suora, ma una donna normale”. Ma mi ha detto che non potrebbe vivere senza Eucaristia. E quindi anche il peso della castità diventa leggero, perché pensa all’Eucaristia. Un altro caso. Una signora con quattro figli è stata abbandonata dal marito dopo più di vent’anni di matrimonio. La signora mi dice che in quel momento ha capito che doveva amare il marito nella croce, “come Gesù ha fatto con me”. Perché non si parla di queste meraviglie della grazia di Dio? Queste due donne non si sono adeguate ai tempi? Certo che non si sono adeguate ai tempi. Resto, le assicuro, molto male nel prendere atto del silenzio, in queste settimane di discussione, sulla grandezza di spose e sposi che, abbandonati, restano fedeli. Ha ragione il professor Grygiel quando scrive che a Gesù non interessa molto cosa pensa la gente di lui. Interessa cosa pensano i suoi apostoli. Quanti parroci e vescovi potrebbero testimoniare episodi di fedeltà eroica. Dopo un paio d’anni che ero qui a Bologna, ho voluto incontrare i divorziati-risposati. Erano più di trecento coppie. Siamo stati assieme un’intera domenica pomeriggio. Alla fine, più d’uno m’ha detto di aver capito che la Chiesa è veramente madre quando impedisce di ricevere l’Eucaristia. Non potendo ricevere l’Eucaristia, comprendono quanto sia grande il matrimonio cristiano, e bello il Vangelo del matrimonio.

Sempre più spesso viene sollevato il tema del rapporto tra il confessore e il penitente, anche come possibile soluzione per venire incontro alla sofferenza di chi ha visto fallire il proprio progetto di vita. Qual è il suo pensiero?
La tradizione della Chiesa ha sempre distinto – distinto, non separato – il suo compito magisteriale dal ministero del confessore. Usando un’immagine, potremmo dire che ha sempre distinto il pulpito dal confessionale. Una distinzione che non vuol significare una doppiezza, bensì che la Chiesa dal pulpito, quando parla del matrimonio, testimonia una verità che non è prima di tutto una norma, un ideale verso cui tendere. A questo momento entra con amorevolezza il confessore, che dice al penitente: “Quanto hai sentito dal pulpito, è la tua verità, la quale ha a che fare con la tua libertà, ferita e fragile”. Il confessore conduce il penitente in cammino verso la pienezza del suo bene. Non è che il rapporto tra il pulpito e il confessionale sia il rapporto tra l’universale e il particolare. Questo lo pensano i casuisti, soprattutto nel Seicento. Davanti al dramma dell’uomo, il compito del confessore non è di far ricorso alla logica che sa passare dall’universale al singolare. Il dramma dell’ uomo non dimora nel passaggio dall’universale al singolare. Dimora nel rapporto tra la verità della sua persona e la sua libertà. Questo è il cuore del dramma umano, perché io con la mia libertà posso negare ciò che ho appena affermato con la mia ragione. Vedo il bene e lo approvo, e poi faccio il male. Il dramma è questo. Il confessore si pone dentro questo dramma, non al meccanismo universale-particolare. Se lo facesse inevitabilmente cadrebbe nell’ipocrisia e sarebbe portato a dire “va bene, questa è la legge universale, però siccome tu ti trovi in queste circostanze, non sei obbligato”. Inevitabilmente, si elaborerebbe una fattispecie ricorrendo la quale, la legge diventa eccepibile. Ipocritamente, dunque, il confessore avrebbe già promulgato un’altra legge accanto a quella predicata dal pulpito. Questa è ipocrisia! Guai se il confessore non ricordasse mai alla persona che si trova davanti che siamo in cammino. Si rischierebbe, in nome del Vangelo della misericordia, di vanificare il Vangelo dalla misericordia. Su questo punto Pascal ha visto giusto nelle sue Provinciali, per altri versi profondamente ingiuste. Alla fine l’uomo potrebbe convincersi che non è ammalato, e quindi non è bisognoso di Gesù Cristo. Uno dei miei maestri, il servo di Dio padre Cappello, grande professore di diritto canonico, diceva che quando si entra in confessionale non bisogna seguire la dottrina dei teologi, ma l’esempio dei santi.

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mercoledì 19 marzo 2014

Storia di Eduardo (Contributi 946)

Un racconto di Aldo Trento e la relativa testimonianza tratto da Tempi 

 «Padre, mi hanno detto che su via Asunción Flores, vicino al Tribunale della giustizia elettorale, c’è un uomo coperto di mosche, sdraiato sul marciapiede. Che facciamo?».
«Figlia mia, andiamo subito a prenderlo e lo portiamo a casa».
«Ma padre, è tutto occupato, dove lo mettiamo?».
«Non ti preoccupare. In questo momento la prima cosa che il Signore ci chiede è quella di portare via dalla strada suo figlio, dopo la Provvidenza ci indicherà dove metterlo».
Chiamo suor Sonia che mi accompagna col camioncino sul posto, in compagnia di Irma, la responsabile delle case per anziani, e di un’infermiera. Arrivati sul posto lo spettacolo è terribile. Pieno di piaghe, ubriaco, era coperto dai propri escrementi. L’odore era insopportabile. Gli abbiamo chiesto il nome e da dove veniva.
«Mi chiamo Eduardo, sono argentino, ex combattente del conflitto delle Isole Falkland (l’inutile guerra tra Inghilterra e Argentina degli anni Ottanta, ndr)». Non ha saputo dirmi nient’altro che queste parole.
Lo abbiamo preso con delicatezza e molto affetto, come si alza l’Ostia durante la Messa; con grande fatica siamo riusciti a metterlo sul sedile anteriore, di fianco a suor Sonia. L’odore ha riempito l’automobile, un fetore insopportabile. Tuttavia, pensavo tra me e me: questo odore è sacro, perché è l’odore di Cristo. Il Papa ci ha detto che noi sacerdoti dobbiamo puzzare di pecora, tuttavia in questi momenti puzzo di urina e di escrementi… Odori che, senza dubbio, fanno parte anche loro della vita di un prete.
Mentre tornavamo a casa Eduardo ci ha domandato: «Ma voi perché fate questo per me?». Questa domanda mi ha commosso. E gli ho risposto: «Perché tu sei Gesù crocifisso e abbandonato». Eduardo ha guardato la croce di legno che avevo sul petto, l’ha presa e ha detto: «Gesù, Gesù, Gesù».
Finalmente, arrivati alla casa, con l’aiuto di un’altra infermiera lo abbiamo portato dentro, gli abbiamo tolto i vestiti sporchi e pieni di escrementi, lavato, tagliato la barba e messo un pigiama. La doccia l’ha svegliato e gli ha permesso di ricominciare a parlare e camminare. Ci guardava con affetto quando lo abbiamo messo a tavola per mangiare un ricco brodo di verdure e carne con pane. Chissà da quanti anni non mangiava seduto a un tavolo!
Prima di andare via gli ho baciato la testa, salutandolo affettuosamente. Quando lo abbiamo lasciato, nel salutarci ci ha detto: «Vi ringrazio per i sorrisi che mi avete regalato». Ci siamo guardati in faccia e, con le lacrime agli occhi, siamo ritornati all’ospedale dove ci aspettavano altre persone bisognose e abbandonate. Ma nella nostra mente si ripresentava continuamente la sua gratitudine.
Alcuni giorni più tardi sono tornato per rivederlo. Ho dovuto chiedere all’infermiera quale, tra le persone raccolte, fosse Eduardo. Sentendo la mia voce mi ha riconosciuto, si è alzato dalla sedia, mi ha dato la mano e sorridendomi, con la sua voce forte da militare, mi ha detto: «Padre, sono io, Eduardo!». Non credevo ai miei occhi tanto era cambiato da quel pomeriggio quando lo abbiamo raccolto dal marciapiede. Mi ha abbracciato con tanto affetto e ha voluto che mi sedessi al suo fianco. Ha voluto confessarsi perché aveva un grande bisogno di chiedere perdono al Signore e di sentire, dopo tanti anni, le parole più belle che un uomo potesse ascoltare da un sacerdote: «Io ti assolvo da tutti i tuoi peccati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Il suo “Amen” è stato un pianto convulso. Finalmente ha potuto sperimentare la pace del perdono, la serenità ha finalmente sostituito l’odio che lo tormentava, quell’odio contro i generali che avevano inventato una guerra assurda per recuperare alcune isole, contro gli inglesi che avevano ammazzato i suoi fratelli e anche contro la vita per avergli tolto tutto. Che potenza il sacramento della confessione! Quasi tutte le persone che abbiamo accompagnato a morire o a ritrovare il gusto della vita, hanno sperimentato il miracolo della confessione. Solo alcuni evangelici non l’hanno chiesta. Io stesso, come sempre continuo ad affermare, sono stato salvato dal sacramento settimanale della confessione.
Finalmente Eduardo è felice. Ora lavora nelle opere, aggiusta qualsiasi cosa che non funziona. È stato veramente restituito alla vita.

Sono un ex combattente della guerra delle Isole Falkland. Sono un uomo che ha perso tre fratelli in quella guerra, due erano piloti, uno soldato come me.
Per anni ho lavorato alla Narcotici, dove sono arrivato ad avere un alto incarico e, dopo, quando mi sono fidanzato, mi hanno trasferito in un posto chiamato Curuzú Cuatiá, nel Dipartimento di Corrientes, in Argentina. Stavo facendo corsi di formazione quando è iniziato il conflitto contro gli inglesi.
Ho portato con me 140 soldati ineccepibili, forti e intelligenti; non avevamo armi come quelle che avevano gli inglesi, a noi mancava sempre tutto. I nostri rivali erano molti di più, ma non è tutto: siamo incappati in un vascello chiamato Hermel. A bordo c’erano i Gurkha, nepalesi addestrati a sterminare chiunque, capaci di ammazzare, per soldi, anche la propria madre…
La perdita è la cosa che mi ha fatto soffrire di più nella vita. In primo luogo la perdita di mia madre che, come per tutti, è una di quelle cose con cui Dio ci mette alla prova. Nel conflitto bellico sulle Isole Falkland ho perso tre fratelli. Durante la guerra una scheggia ha attraversato il mio elmetto e per questo ho conosciuto il mio paese di origine, la grande Italia, dove mi sono fatto operare. Dopo sono tornato in Argentina perché in Italia non mi trovavo bene. Poi sono venuto in Paraguay, una terra più tranquilla. Come ho detto prima, conosco vari paesi, ma in Paraguay non ricordo di avere mai sofferto la fame. Sono andato a lavorare al Monday, dove ho ricevuto la notizia di un’altra perdita: tutta la mia famiglia era morta in un incidente automobilistico. In quel momento avrei voluto fare una strage, avrei voluto morire io stesso. Ma credo di avere ancora qualcosa da fare sulla terra, per questo Dio mi ha lasciato vivo.
Perdere una figlia, un figlio e la moglie è stato molto pesante. Ho incominciato a bere, a vivere sulle panchine e a spostarmi da marciapiede a marciapiede. Per lungo tempo sono andato avanti così. Poi ho nuovamente ripreso contatto con la vita e mi sono rimesso a lavorare: un vecchio cliente mi ha chiesto di costruire una cella frigorifera da quindici tonnellate. Per farlo mi ha dato una grande somma di guaraní. Poi tre individui mi hanno rapinato. Da quel momento ho ricominciato a bere. Avevo perso il controllo, non capivo quello che mi succedeva… Quando mi passava la sbornia chiedevo sempre al mio amato Signore che mi portasse con sé. Ma evidentemente dovevo fare ancora qualcosa sulla terra…
Un giorno, un buon samaritano mi ha trovato disteso per strada e mi ha dato da mangiare. E sono rinato.
Ho delle competenze che molti vorrebbero avere. Grazie a Dio capisco qualcosa di idraulica, so come si aggiustano le lavatrici e come funzionano i condizionatori. Ringrazio Dio per queste persone che ho trovato sulla mia strada. Oggi, dove vivo, non mi manca nulla, ci si sente come in famiglia, se devo mollare tutto e mettermi ad aiutare, con molto piacere faccio la mia parte. Rifaccio i letti, tolgo tutto ciò che è sporco, ripasso i pavimenti con la candeggina, spolvero i mobili. Ho riparato un aspirapolvere e persino i fornelli della cucina: prima aveva un solo fuoco che si accendeva, ora funzionano tutti e quattro.
Per questo ringrazio il primo Supremo (Dio).
Eduardo F. ex combattente delle Isole Falkland
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