Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

domenica 21 dicembre 2014

Domenica IV Avvento "B" 21/12/2014 (Angelus 225)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Oggi, quarta e ultima Domenica di Avvento, la liturgia vuole prepararci al Natale ormai alle porte invitandoci a meditare il racconto dell’annuncio dell’Angelo a Maria. L’arcangelo Gabriele rivela alla Vergine la volontà del Signore che lei diventi la madre del suo Figlio unigenito: «Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo» (Lc1,31-32). Fissiamo lo sguardo su questa semplice fanciulla di Nazaret, nel momento in cui si rende disponibile al messaggio divino con il suo “sì”; cogliamo due aspetti essenziali del suo atteggiamento, che è per noi modello di come prepararsi al Natale.
Anzitutto la sua fede, il suo atteggiamento di fede, che consiste nell’ascoltare la Parola di Dio per abbandonarsi a questa Parola con piena disponibilità di mente e di cuore. Rispondendo all’Angelo, Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (v. 38). Nel suo “eccomi” pieno di fede, Maria non sa per quali strade si dovrà avventurare, quali dolori dovrà patire, quali rischi affrontare. Ma è consapevole che è il Signore a chiedere e lei si fida totalmente di Lui, si abbandona al suo amore. Questa è la fede di Maria!
Un altro aspetto è la capacità della Madre di Cristo di riconoscere il tempo di Dio. Maria è colei che ha reso possibile l’incarnazione del Figlio di Dio, «la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni» (Rm 16,25). Ha reso possibile l’incarnazione del Verbo grazie proprio al suo “sì” umile e coraggioso. Maria ci insegna a cogliere il momento favorevole in cui Gesù passa nella nostra vita e chiede una risposta pronta e generosa. E Gesù passa. Infatti, il mistero della nascita di Gesù a Betlemme, avvenuto storicamente più di duemila anni or sono, si attua, come evento spirituale, nell’“oggi” della Liturgia. Il Verbo, che trovò dimora nel grembo verginale di Maria, nella celebrazione del Natale viene a bussare nuovamente al cuore di ogni cristiano: passa e bussa. Ognuno di noi è chiamato a rispondere, come Maria, con un “sì” personale e sincero, mettendosi pienamente a disposizione di Dio e della sua misericordia, del suo amore. Quante volte Gesù passa nella nostra vita, e quante volte ci manda un angelo, e quante volte non ce ne rendiamo conto, perché siamo tanto presi, immersi nei nostri pensieri, nei nostri affari e addirittura, in questi giorni, nei nostri preparativi del Natale, da non accorgerci di Lui che passa e bussa alla porta del nostro cuore, chiedendo accoglienza, chiedendo un “sì”, come quello di Maria. Un Santo diceva: “Ho timore che il Signore passi”. Sapete perché aveva timore? Timore di non accorgersi e lasciarlo passare. Quando noi sentiamo nel nostro cuore: “Vorrei essere più buono, più buona… Sono pentito di questo che ho fatto…”. E’ proprio il Signore che bussa. Ti fa sentire questo: la voglia di essere migliore, la voglia di rimanere più vicino agli altri, a Dio. Se tu senti questo, fermati. E’ il Signore lì! E vai alla preghiera, e forse alla confessione, a pulire un po’…: questo fa bene. Ma ricordati bene: se senti questa voglia di migliorare, è Lui che bussa: non lasciarlo passare!
Nel mistero del Natale, accanto a Maria c’è la silenziosa presenza di san Giuseppe, come viene raffigurata in ogni presepe – anche in quello che potete ammirare qui in Piazza San Pietro. L’esempio di Maria e di Giuseppe è per tutti noi un invito ad accogliere con totale apertura d’animo Gesù, che per amore si è fatto nostro fratello. Egli viene a portare al mondo il dono della pace: «Sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Lc 2,14), come annunciarono in coro gli angeli ai pastori. Il dono prezioso del Natale è la pace, e Cristo è la nostra vera pace. E Cristo bussa ai nostri cuori per donarci la pace, la pace dell’anima. Apriamo le porte a Cristo!
Ci affidiamo all’intercessione della nostra Madre e di san Giuseppe, per vivere un Natale veramente cristiano, liberi da ogni mondanità, pronti ad accogliere il Salvatore, il Dio-con-noi.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
vi saluto tutti, fedeli romani e pellegrini venuti da vari Paesi; le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni.
In particolare, saluto i giovani del Movimento dei Focolari, la Comunità Papa Giovanni XXIII, e gli scout AGESCI di Tor Sapienza (Roma).
Non dimenticare: il Signore passa, e se tu senti la voglia di migliorare, di essere più buono, è il Signore che bussa alla tua porta. In questo Natale, il Signore passa.
Auguro a tutti una buona domenica e un Natale di speranza, con le porte aperte al Signore, un Natale di gioia e di fraternità.
Non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo! Arrivederci!
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venerdì 19 dicembre 2014

Verità e carità (Contributi 991)

Ecco una meditazione di Don Paolo Sottopietra della Fraternità Sacerdotale San Carlo 

 A tutti capita di pensare che una persona che conosciamo dovrebbe correggere il modo in cui ragiona o si comporta. Che dovrebbe cambiare, magari staccarsi da una situazione che la danneggia e danneggia altri. 
Ci troviamo così nella situazione di dover dire all’altro che sbaglia. Che cosa fare quando ci sentiamo interpellati in questo modo? È giusto manifestare i nostri pensieri, affermare ciò che crediamo vero? Amare veramente l’altro non significa piuttosto accettarlo così come è? Nella storia di un’amicizia, domande o dubbi come questi si ripresentano spesso, e così in famiglia o al lavoro. Forse ci hanno trattenuto, a volte, dal parlare francamente a un figlio, a un amico, a un collega. 
All'inizio della sua ultima enciclica, Benedetto XVI dedica al rapporto tra verità e carità due precise affermazioni. Dice anzitutto che la verità va cercata, trovata ed espressa nella carità. È un accento caro anche a papa Francesco. Aggiunge poi che senza verità l’amore diventa un guscio vuoto, scivola nel sentimentalismo e diventa preda delle emozioni e delle opinioni. Le due affermazioni sono complementari e descrivono in realtà un’unica grande esperienza. In esse sta anche la chiave per guardare a coloro che forse si sentirebbero accusati dalle nostre parole senza che la loro possibile reazione ci porti a tacere un giudizio che potrebbe aiutarli. Per cercare e offrire la verità nella carità, il punto di partenza non può che essere un sincero interesse per la persona dell’altro e per la sua situazione. Papa Francesco insiste nel richiamarci a questo: è necessario alimentare in noi una sensibilità carica di comprensione e la disponibilità a metterci in discussione nel dialogo con l’altro.
Gli uomini desiderano la verità, anche se spesso la negano o la combattono. Forse noi stessi abbiamo lottato contro quello che desideravamo o abbiamo rifiutato di riceverlo nel modo in cui ci veniva offerto, ribellandoci a chi ci voleva bene. Sappiamo per esperienza che la nostra debolezza, la viltà che a volte nascondiamo, l’amore al comodo o la paura del sacrificio ci spingono a cercare accomodamenti. Spesso cediamo anche per timore del giudizio degli altri o per pigrizia nel cercare ciò che è veramente giusto. Dobbiamo dunque avvertire in noi stessi il dramma delle persone che fuggono, che non accettano di sentirsi dire che le strade che percorrono portano all’infelicità. La loro situazione deve suscitare in noi dolore e partecipazione, non arroganza. La verità non può essere usata come un’arma per punire o per umiliare.
Nello stesso tempo, non dobbiamo dimenticare che, in famiglia come nella società, solo la chiarezza con cui ci mettiamo dalla parte della verità può nel tempo dissipare la confusione in cui è immerso chi ci sta intorno. Questa chiarezza non è presunzione, ma l’unica sorgente della pace. Se l’amore rinuncia a giudicare, si trasforma in un sentimento impotente, incapace di salvare proprio quella vicinanza con l’altro che desideriamo conservare. In una cultura senza verità, scrive papa Benedetto, amore è una parola abusata e distorta, che finisce per significare il contrario. Senza verità, in nome dell’amore si arrivano a giustificare la violenza e l’arbitrio.
Portare con pazienza le resistenze e l’ostilità di chi è lontano è dunque una forma di amore. Aspettare che l’altro si decida liberamente per ciò che è vero, in certi casi, è l’unico modo possibile per amarlo. Allo stesso modo, è una forma d’amore lavorare perché la verità sia proclamata e custodita, perché sia udibile da chi la cerca. Difendere dall'ingiustizia chi è più debole di fronte alle conseguenze dell’errore, o dell’ideologia di chi è più potente, è un’altra forma dello stesso amore. Non c’è contraddizione tra queste cose. Da qualche parte la luce della verità deve brillare, altrimenti la vita sarebbe disperata, e in particolare proprio quella di chi è più lontano e confuso. Benedetto XVI sintetizza così: difendere la verità, proporla con convinzione e testimoniarla nella vita sono forme esigenti e insostituibili di carità. Difendere, proporre, testimoniare: tre parole che descrivono la chiamata che la verità ci rivolge nel rapporto con gli altri. Un esempio. Pensiamo a quanti rapporti tra genitori e figli a un certo punto si interrompono e si riempiono di rancore. A volte ciò accade perché gli adulti non hanno avuto il coraggio di indicare con decisione ai più giovani la strada del vero compimento; forse perché neppure loro hanno accettato di percorrerla fino in fondo.
Offrire ai figli la verità nella carità a volte significa scontro, significa rischiare l’incomprensione, almeno per un certo tempo. Ma scuotere non è sempre un male. Non dobbiamo aver paura di ferire le persone a cui vogliamo bene, può essere un passaggio necessario per porre l’attenzione sulla direzione del cammino che porta al bene. La vita è più lunga di un litigio e forse quell’episodio difficile potrà essere ricordato un giorno come un momento di svolta. I nostri figli in fondo desiderano da noi proprio questa fedeltà, ce la chiedono. Un padre o amico che mi sta davanti con fermezza, che mi guarda con stima e proprio per questo mi ricorda ciò che è vero anche a costo di farmi soffrire, mi sta infatti dicendo che non sono solo.
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domenica 14 dicembre 2014

Domenica III Avvento "B" 14/12/2014 (Angelus 224)

Cari fratelli e sorelle, cari bambini, cari ragazzi, buongiorno!
Già da due settimane il Tempo di Avvento ci ha invitato alla vigilanza spirituale per preparare la strada al Signore che viene. In questa terza domenica la liturgia ci propone un altro atteggiamento interiore con cui vivere questa attesa del Signore, cioè la gioia. La gioia di Gesù, come dice quel cartello: “Con Gesù la gioia è di casa”. Ecco, ci propone la gioia di Gesù!
Il cuore dell’uomo desidera la gioia. Tutti desideriamo la gioia, ogni famiglia, ogni popolo aspira alla felicità. Ma qual è la gioia che il cristiano è chiamato a vivere e a testimoniare? E’ quella che viene dalla vicinanza di Dio, dalla sua presenza nella nostra vita. Da quando Gesù è entrato nella storia, con la sua nascita a Betlemme, l’umanità ha ricevuto il germe del Regno di Dio, come un terreno che riceve il seme, promessa del futuro raccolto. Non occorre più cercare altrove! Gesù è venuto a portare la gioia a tutti e per sempre. Non si tratta di una gioia soltanto sperata o rinviata al paradiso: qui sulla terra siamo tristi ma in paradiso saremo gioiosi. No! Non è questa ma una gioia già reale e sperimentabile ora, perché Gesù stesso è la nostra gioia, e con Gesù la gioia di casa, come dice quel vostro cartello: con Gesù la gioia è di casa. Tutti, diciamolo: “Con Gesù la gioia è di casa”. Un’altra volta: “Con Gesù la gioia è di casa”. E senza Gesù c’è la gioia? No! Bravi! Lui è vivo, è il Risorto, e opera in noi e tra noi specialmente con la Parola e i Sacramenti.
Tutti noi battezzati, figli della Chiesa, siamo chiamati ad accogliere sempre nuovamente la presenza di Dio in mezzo a noi e ad aiutare gli altri a scoprirla, o a riscoprirla qualora l’avessero dimenticata. Si tratta di una missione bellissima, simile a quella di Giovanni Battista: orientare la gente a Cristo – non a noi stessi! – perché è Lui la meta a cui tende il cuore dell’uomo quando cerca la gioia e la felicità.
Ancora san Paolo, nella liturgia di oggi, indica le condizioni per essere “missionari della gioia”: pregare con perseveranza, rendere sempre grazie a Dio, assecondare il suo Spirito, cercare il bene ed evitare il male (cfr 1 Ts 5,17-22). Se questo sarà il nostro stile di vita, allora la Buona Novella potrà entrare in tante case e aiutare le persone e le famiglie a riscoprire che in Gesù c’è la salvezza. In Lui è possibile trovare la pace interiore e la forza per affrontare ogni giorno le diverse situazioni della vita, anche quelle più pesanti e difficili. Non si è mai sentito di un santo triste o di una santa con la faccia funebre. Mai si è sentito questo! Sarebbe un controsenso. Il cristiano è una persona che ha il cuore ricolmo di pace perché sa porre la sua gioia nel Signore anche quando attraversa i momenti difficili della vita. Avere fede non significa non avere momenti difficili ma avere la forza di affrontarli sapendo che non siamo soli. E questa è la pace che Dio dona ai suoi figli.
Con lo sguardo rivolto al Natale ormai vicino, la Chiesa ci invita a testimoniare che Gesù non è un personaggio del passato; Egli è la Parola di Dio che oggi continua ad illuminare il cammino dell’uomo; i suoi gesti – i Sacramenti – sono la manifestazione della tenerezza, della consolazione e dell’amore del Padre verso ogni essere umano. La Vergine Maria, “Causa della nostra gioia”, ci renda sempre lieti nel Signore, che viene a liberarci da tante schiavitù interiori ed esteriori.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle, io ho dimenticato com’era quella frase. Ecco, vediamo: “Con Gesù la gioia è di casa”. Tutti insieme: “Con Gesù la gioia è di casa”.
Saluto tutti voi, famiglie, gruppi parrocchiali e associazioni, che siete venuti da Roma, dall’Italia e da tante parti del mondo. In particolare, saluto i pellegrini di Civitella Casanova, Catania, Gela, Altamura, e i giovani di Frosinone.
Nel salutare i fedeli polacchi, mi unisco spiritualmente ai loro connazionali e a tutta la Polonia, che oggi accendono la “candela di Natale” e riaffermano l’impegno di solidarietà, specialmente in questo Anno della Caritas che si celebra in Polonia.
E ora saluto con affetto i bambini venuti per la benedizione dei “Bambinelli”, organizzata dal Centro Oratori Romani. Complimenti! Voi siete stati bravi, siete stati gioiosi qui in piazza, complimenti! E adesso portate il presepio benedetto. Cari bambini, vi ringrazio della vostra presenza e vi auguro buon Natale! Quando pregherete a casa, davanti al vostro presepe, ricordatevi anche di pregare per me, come io mi ricordo di voi. La preghiera è il respiro dell’anima: è importante trovare dei momenti nella giornata per aprire il cuore a Dio, anche con le semplici e brevi preghiere del popolo cristiano. Per questo, oggi ho pensato di fare un regalo a tutti voi che siete qui in piazza, una sorpresa, un regalo: vi darò un piccolo libretto tascabile che raccoglie alcune preghiere, per i vari momenti della giornata e per le diverse situazioni della vita. E’ questo. Alcuni volontari lo distribuiranno. Prendetene uno ciascuno e portatelo sempre con voi, come aiuto a vivere tutta la giornata con Dio. E perché non dimentichiamo quel messaggio tanto bello che voi avete fatto qui con il cartello: “Con Gesù la gioia è di casa”. Un’altra volta: “Con Gesù la gioia è di casa”. Bravi!
A tutti voi un cordiale augurio di buona domenica e di buon pranzo. Non dimenticate, per favore, di pregare per me. Arrivederci! E tanta gioia!
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giovedì 11 dicembre 2014

L’attesa dell’uomo, la risposta di Dio. Vegliate (Contributi 990)

Ecco l'omelia pronunciata da Mons.Camisasca (Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla) per la prima domenica d'Avvento 


Vincent van Gogh, «La veglia», 1889
Cari fratelli e sorelle, 
ritorna il tempo annuale di preparazione al Natale di Cristo. Ritorna innanzitutto per noi, per noi che siamo radunati questa sera nella nostra Cattedrale per questa celebrazione. Non possiamo né dobbiamo mai eliminare questa strada essenziale con cui Dio raggiunge gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo della terra. Egli lo fa attraverso altre persone, attraverso la conversione del cuore e della mente di uomini e donne che Egli chiama per nome. 
Tutta la storia di Israele, la storia di Cristo e della Chiesa è percorsa da questo metodo di comunicazione: Dio parla a te, parla alla nostra comunità, alla nostra Chiesa e dice: “Vuoi prepararti alla nascita di Cristo, alla venuta di Cristo?”. Se non fosse così potremmo forse essere schiacciati dalla constatazione che il mistero dell’Incarnazione di Dio è un grande sconosciuto sulla terra, quasi piccola, infinitesimale notizia in mezzo a un mare di immagini, comunicazioni, eventi virtuali, presentati a noi come reali e decisivi. 
Ma non fu così anche a Betlemme? Quanti nel grande Impero Romano si accorsero di ciò che era accaduto, del suo peso decisivo per la storia dell’uomo e del mondo? Eppure quel bambino, adorato da Maria, da Giuseppe e dagli angeli, venerato dai pastori, cercato dai Magi, avrebbe attratto a sé e cambiato le vite di milioni di uomini che hanno riconosciuto di vivere da Lui (cfr. Gv 1,3.13), che hanno voluto vivere per Lui e che hanno in molte occasioni accettato di morire per Lui, salvando così anche se stessi e la propria statura umana nella storia del mondo. 
Non perdiamoci d’animo dunque e chiediamoci invece: che cosa significa e che cosa chiede a noi questo tempo di Avvento? Così da poter gustare in modo nuovo, più profondo e vero il Natale che viene. Risponderemo a questa domanda nelle quattro domeniche che precedono il 25 dicembre con una piccola catechesi che si incentrerà su quattro parole, di cui oggi approfondiremo la prima: vigilate, vegliate. 
Vegliare per noi significa innanzitutto uscire dalla distrazione che ogni giorno ci fa perdere di vista ciò che è essenziale per seguire ciò che è illusorio. Vegliare è sostare, per rispondere alla domanda: chi è per me Cristo? Quali sono le persone, quale è la comunità che, nel momento attuale della mia vita, lo rendono presente? 
Chi è per me Cristo? La risposta non può ridursi ad un’intellettuale formula di catechismo, anche se essa potrebbe essere di aiuto. Chiediamoci: quando ho incontrato Cristo vitalmente, quando Lui ha cominciato a cambiare la mia vita? Come è avvenuto? E come continua ora? «Il Signore viene anche adesso, ogni giorno; ogni giorno egli chiama i suoi servi e coloro che trova vigilanti e perseveranti nella buone opere e li conduce con sé presso le realtà celesti» (san Bruno di Segni). Cristo viene continuamente verso di noi, ci chiama, ci interpella, ci invita. Lo fa attraverso i sacramenti della Chiesa, che sono la sua presenza operante nei diversi momenti della nostra vita. Lo fa in particolare nella celebrazione domenicale della sua Pasqua, a cui tutti siamo pressantemente invitati, dove Egli, Verbo eterno del Padre, si dona a noi nella Sacra Scrittura e nell’Eucarestia. 
Lo fa nelle piccole e grandi comunità della nostra Chiesa, ove la nostra esistenza è quotidianamente accompagnata nell’incontro con Lui. Ma perché tante volte l’incontro con Lui è “inefficace”? Lui non vuole salvarci senza di noi, senza la nostra libera e consapevole ricerca e adesione. Talvolta Cristo è una risposta che non trova in noi nessuna domanda. Ecco allora l’invito della Chiesa: non perdete la bussola della vita! Vegliate! L’invito pressante di Gesù, ci porta, ci obbliga quasi, a una domanda ancora più profonda e radicale: chi sono io? Di cosa ho bisogno per essere uomo e diventare sempre di più me stesso? Proprio in questo tempo di preparazione al Natale siamo così ricondotti a domandarci: che cosa rende felice l’uomo, di una felicità non superficiale e passeggera? Tutti gli uomini cercano la felicità. Alcuni si illudono di trovarla nello stordimento della musica ad alto volume, dell’alcol, del gioco d’azzardo, della droga, dell’incontro sessuale vissuto come pura ricerca del piacere sganciato da ogni affetto duraturo… Io dove penso di trovarla? Gesù si pone sulla strada della nostra ricerca e dice: “venite a me, io sono venuto per donarvi in abbondanza la vita e la gioia” (cfr. Gv 10,10). Gesù non censura il nostro desiderio, ma ci mostra se stesso come il vero uomo che ha saputo, nell'obbedienza al Padre, vivere la strada verso la luce, che attraversa e illumina anche la croce. 
Auguro a ciascuno di noi di vivere questo tempo di Avvento come strada luminosa di rinnovata confidenza in Dio per poter fare esperienza delle parole che abbiamo ascoltato questa sera dal profeta Isaia: Signore, tu sei nostro padre;
noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma,
tutti noi siamo opera delle tue mani (Is 64,7). 
Amen.
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martedì 9 dicembre 2014

Solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (Angelus 223)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Buona festa!
Il messaggio dell’odierna festa dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria si può riassumere con queste parole: tutto è dono gratuito di Dio, tutto è grazia, tutto è dono del suo amore per noi. L’Angelo Gabriele chiama Maria «piena di grazia» (Lc 1,28): in lei non c’è spazio per il peccato, perché Dio l’ha prescelta da sempre quale madre di Gesù e l’ha preservata dalla colpa originale. E Maria corrisponde alla grazia e vi si abbandona dicendo all’Angelo: «Avvenga per me secondo la tua parola» (v. 38). Non dice: “Io farò secondo la tua parola”: no! Ma: «Avvenga per me…». E il Verbo si è fatto carne nel suo grembo. Anche a noi è chiesto di ascoltare Dio che ci parla e di accogliere la sua volontà; secondo la logica evangelica niente è più operoso e fecondo che ascoltare e accogliere la Parola del Signore, che viene dal Vangelo, dalla Bibbia. Il Signore ci parla sempre!
L’atteggiamento di Maria di Nazareth ci mostra che l’essere viene prima del fare, e che occorre lasciar fare a Dio per essereveramente come Lui ci vuole. E’ Lui che fa in noi tante meraviglie. Maria è ricettiva, ma non passiva. Come, a livello fisico, riceve la potenza dello Spirito Santo ma poi dona carne e sangue al Figlio di Dio che si forma in Lei, così, sul piano spirituale, accoglie la grazia e corrisponde ad essa con la fede. Per questo sant’Agostino afferma che la Vergine «ha concepito prima nel cuore che nel grembo» (Discorsi, 215, 4). Ha concepito prima la fede e poi il Signore. Questo mistero dell’accoglienza della grazia, che in Maria, per un privilegio unico, era senza l’ostacolo del peccato, è una possibilità per tutti. San Paolo, infatti, apre la sua Lettera agli Efesini con queste parole di lode: «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo» (1,3). Come Maria viene salutata da santa Elisabetta quale «benedetta fra le donne» (Lc 1,42), così anche noi siamo stati da sempre “benedetti”, cioè amati, e perciò «scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati» (Ef 1,4). Maria è stata pre-servata, mentre noi siamo stati salvati grazie al Battesimo e alla fede. Tutti però, sia lei che noi, per mezzo di Cristo, «a lode dello splendore della sua grazia» (v. 6), quella grazia di cui l’Immacolata è stata ricolmata in pienezza.
Di fronte all’amore, di fronte alla misericordia, alla grazia divina riversata nei nostri cuori, la conseguenza che s’impone è una sola: la gratuità. Nessuno di noi può comperare la salvezza! La salvezza è un dono gratuito del Signore, un dono gratuito di Dio che viene in noi e abita in noi. Come abbiamo ricevuto gratuitamente, così gratuitamente siamo chiamati a dare (cfr Mt 10,8); ad imitazione di Maria, che, subito dopo aver accolto l’annuncio dell’Angelo, va a condividere il dono della fecondità con la parente Elisabetta. Perché, se tutto ci è stato donato, tutto dev’essere ridonato. In che modo? Lasciando che lo Spirito Santo faccia di noi un dono per gli altri. Lo Spirito è dono per noi e noi, con la forza dello Spirito, dobbiamo essere dono per gli altri e lasciare che lo Spirito Santo ci faccia diventare strumenti di accoglienza, strumenti di riconciliazione, strumenti di perdono. Se la nostra esistenza si lascia trasformare dalla grazia del Signore, perché la grazia del Signore ci trasforma, non potremo trattenere per noi la luce che viene dal suo volto, ma la lasceremo passare perché illumini gli altri. Impariamo da Maria, che ha tenuto costantemente lo sguardo fisso sul Figlio e il suo volto è diventato «la faccia che a Cristo più si somiglia» (Dante, Paradiso, XXXII, 87). E a lei ci rivolgiamo ora con la preghiera che richiama l’annuncio dell’Angelo.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
vi saluto tutti con affetto, specialmente le famiglie e i gruppi parrocchiali. Saluto i fedeli di Rocca di Papa, il parroco, i maratoneti, i ciclisti, e benedico la loro fiaccola. Saluto il gruppo di Felline (Lecce), l’associazione “Completamente tuoi” e i ragazzi di Carugate.
In questa festa dell’Immacolata Concezione l’Azione Cattolica Italiana vive il rinnovo dell’adesione. Rivolgo un pensiero speciale a tutte le sue associazioni diocesane e parrocchiali. La Vergine Immacolata benedica l’Azione Cattolica e la renda sempre più scuola di santità e di generoso servizio alla Chiesa e al mondo.
Oggi pomeriggio mi recherò a Santa Maria Maggiore per salutare la Salus Populi Romani e poi in Piazza di Spagna per rinnovare il tradizionale atto di omaggio e di preghiera ai piedi del monumento all’Immacolata. Sarà un pomeriggio tutto dedicato alla Madonna. Vi chiedo di unirvi spiritualmente a me in questo pellegrinaggio, che esprime la devozione filialealla nostra Madre celeste. E non dimenticatevi: la salvezza è gratuita. Noi abbiamo ricevuto questa gratuità, questa grazia di Dio e dobbiamo darla; abbiamo ricevuto il dono e dobbiamo ridonarlo agli altri. Non dimenticare questo!
A tutti auguro buona festa e buon cammino di Avvento con la guida della Vergine Maria. Per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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domenica 7 dicembre 2014

Domenica II Avvento "B" 7/12/2014 (Angelus 222)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!  
Questa domenica segna la seconda tappa del Tempo di Avvento, un tempo stupendo che risveglia in noi l’attesa del ritorno di Cristo e la memoria della sua venuta storica. La liturgia di oggi ci presenta un messaggio pieno di speranza. È l’invito del Signore espresso per bocca del profeta Isaia: «Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio» (40,1). Con queste parole si apre il Libro della consolazione, nel quale il profeta rivolge al popolo in esilio l’annuncio gioioso della liberazione. Il tempo della tribolazione è terminato; il popolo di Israele può guardare con fiducia verso il futuro: lo attende finalmente il ritorno in patria. Per questo l’invito è a lasciarsi consolare dal Signore.
Isaia si rivolge a gente che ha attraversato un periodo oscuro, che ha subito una prova molto dura; ma ora è venuto il tempo della consolazione. La tristezza e la paura possono fare posto alla gioia, perché il Signore stesso guiderà il suo popolo sulla via della liberazione e della salvezza. In che modo farà tutto questo? Con la sollecitudine e la tenerezza di un pastore che si prende cura del suo gregge. Egli infatti darà unità e sicurezza al gregge, lo farà pascolare, radunerà nel suo sicuro ovile le pecore disperse, riserverà particolare attenzione a quelle più fragili e deboli (v. 11). Questo è l’atteggiamento di Dio verso di noi sue creature. Perciò il profeta invita chi lo ascolta – compresi noi, oggi – a diffondere tra il popolo questo messaggio di speranza: che il Signore ci consola. E fare posto alla consolazione che viene dal Signore.
Ma non possiamo essere messaggeri della consolazione di Dio se noi non sperimentiamo per primi la gioia di essere consolati e amati da Lui. Questo avviene specialmente quando ascoltiamo la sua Parola, il Vangelo, che dobbiamo portare in tasca: non dimenticare questo! Il Vangelo in tasca o nella borsa, per leggerlo continuamente. E questo ci dà consolazione: quando rimaniamo in preghiera silenziosa alla sua presenza, quando lo incontriamo nell’Eucaristia o nel sacramento del Perdono. Tutto questo ci consola.
Lasciamo allora che l’invito di Isaia - «Consolate, consolate il mio popolo» - risuoni nel nostro cuore in questo tempo di Avvento. Oggi c’è bisogno di persone che siano testimoni della misericordia e della tenerezza del Signore, che scuote i rassegnati, rianima gli sfiduciati, accende il fuoco della speranza. Lui accende il fuoco della speranza! Non noi. Tante situazioni richiedono la nostra testimonianza consolatrice. Essere persone gioiose, consolate. Penso a quanti sono oppressi da sofferenze, ingiustizie e soprusi; a quanti sono schiavi del denaro, del potere, del successo, della mondanità. Poveretti! Hanno consolazioni truccate, non la vera consolazione del Signore! Tutti siamo chiamati a consolare i nostri fratelli, testimoniando che solo Dio può eliminare le cause dei drammi esistenziali e spirituali. Lui può farlo! E’ potente!
Il messaggio di Isaia, che risuona in questa seconda domenica di Avvento, è un balsamo sulle nostre ferite e uno stimolo a preparare con impegno la via del Signore. Il profeta, infatti, parla oggi al nostro cuore per dirci che Dio dimentica i nostri peccati e ci consola. Se noi ci affidiamo a Lui con cuore umile e pentito, Egli abbatterà i muri del male, riempirà le buche delle nostre omissioni, spianerà i dossi della superbia e della vanità e aprirà la strada dell’incontro con Lui. E’ curioso, ma tante volte abbiamo paura della consolazione, di essere consolati. Anzi, ci sentiamo più sicuri nella tristezza e nella desolazione. Sapete perché? Perché nella tristezza ci sentiamo quasi protagonisti. Invece nella consolazione è lo Spirito Santo il protagonista! E’ Lui che ci consola, è Lui che ci dà il coraggio di uscire da noi stessi. E’ Lui è che ci porta alla fonte di ogni vera consolazione, cioè il Padre. E questa è la conversione. Per favore, lasciatevi consolare dal Signore! Lasciatevi consolare dal Signore!
La Vergine Maria è la “via” che Dio stesso si è preparato per venire nel mondo. Affidiamo a Lei l’attesa di salvezza e di pace di tutti gli uomini e le donne del nostro tempo.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle, 
saluto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini venuti dall’Italia e da diversi Paesi: le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni. In particolare, saluto i missionari e le missionarie Identes, tanto bravi, che fanno tanto bene; i fedeli di Bianzè, Dalmine, Sassuolo, Arpaìse e Oliveri; la comunità dei Rumeni di Cordenons - Pordenone; l’associazione “Porta Aperta” di Modena, le famiglie di Fratta Polesine, i ragazzi di Petosino.
A tutti voi auguro una buona domenica. Per favore, lasciatevi consolare dal Signore! Capito? Lasciatevi consolare dal Signore! E non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci! E domani buona giornata dell’Immacolata. Che il Signore vi benedica.
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venerdì 5 dicembre 2014

Il Vescovo di Reggio Emilia a favore delle sentinelle in piedi (Contributi 989)

Riporto da La Bussola Quotidiana quest'articolo 

Con una forte presa di posizione a favore delle Sentinelle in piedi il vescovo di Reggio Massimo Camisasca è intervenuto sulla polemica nata a seguito della cancellazione di un incontro sul gender nella parrocchia di Regina Pacis . 
Camisasca è intervenuto per sedare una situazione diventata ormai esplosiva dopo che il vice parroco don Paolo Cugini aveva annullato l'incontro di presentazione dell'attività delle Sentinelle nella battaglia contro l'ideologia gender. Questo anche a seguito delle proteste di un consigliere comunale del Pd, Dario de Lucia che aveva dichiarato che non si potevano concedere spazi della parrocchia agli “omofobi”. Una presa di posizione chiara nel corso della quale il vescovo di Reggio ha espresso la sua vicinanza come uomo e come vescovo alla battaglia delle Sentinelle in piedi che hanno il diritto inalienabile di manifestare le proprie opinioni. 
Secondo Camisasca «la decisione presa da don Paolo Cugini è stata frutto di una valutazione coscienziosa della situazione in ordine al bene dei fedeli». Ma il vescovo ricorda poi che «certamente egli, in futuro, saprà esprimere al popolo cui è mandato la voce della Chiesa e della ragione relativamente ai temi in questione». Un avvertimento dunque, rispetto alle ultime dichiarazioni di don Cugini che aveva detto come le Sentinelle a suo modo di vedere non fossero in sintonia con la Chiesa. 
Subito dopo però il pastore reggiano ha detto che «molte delle convinzioni che le Sentinelle in piedi, con umile forza e in modo pacifico, vogliono portare all'attenzione pubblica sono le stesse che anche io, come uomo e come vescovo di questa diocesi, ho più volte sottolineato e che ho riassunto nella nota sul gender (pubblicata nello scorso aprile) e nell’ultimo Discorso alla città, in occasione della festa di san Prospero: la famiglia nasce dall’incontro tra un uomo e una donna; i figli non sono un diritto, né di singoli, né di coppie, ma un dono da accogliere e rispettare; i bambini hanno il diritto ad una madre e ad un padre e i genitori, - con il sostegno degli amici, dei parenti e delle istituzioni pubbliche – devono essere messi nelle condizioni di poter educare liberamente i propri figli». 
Camisasca ha chiarito che «questi convincimenti non nascono da una posizione confessionale, ma sono patrimonio comune dell’esperienza umana, fondata sulla ragione. È per questo che anche la Chiesa, da sempre avvocata dell’uomo, si impegna a difenderli. Sono convinzioni che papa Francesco ha espresso più volte dall'inizio del suo pontificato». 
Infine un pensiero di «gratitudine e di sostegno della Chiesa per la testimonianza di tanti uomini e tante donne, soprattutto di tanti giovani, appartenenti a fedi e storie diverse – facenti capo ad associazioni laiche o religiose, circoli culturali, ecc… – che si espongono in prima persona a difesa del bene dell’umanità». 
«Accolgo con rispetto e attenzione - ha concluso -, perché portatore di una dignità umana uguale alla mia, chi ha posizioni differenti, qualunque sia la sua cultura, il suo credo, il suo orientamento sessuale: ognuno deve avere la possibilità di esprimere, nel rispetto degli altri, ciò di cui è convinto. Proprio in virtù di questo principio di libertà, occorre che da parte di tutti sia riconosciuto anche alle Sentinelle in piedi il diritto inalienabile a far sentire la loro voce». 
Con l'intervento di Camisasca, uno dei primi vescovi in Italia a prendere posizione favorevole pubblica sulle istanze delle Sentinelle la vicenda sembra segnare dunque un punto di non ritorno. Le Sentinelle entrano nel consesso dei giusti e non dei paria a cui si può addirittura affibbiare la patente degli omofobi. Ma in parrocchia a Regina Pacis, il vice parroco adesso dovrà digerire il Magistero del suo vescovo e correggere il tiro rispetto a quanto scritto proprio ieri sul sito della parrocchia (clicca qui) dove ha annunciato che l'incontro si farà con le Sentinelle ma anche con «esponenti di gruppi che si riconoscono nel gender». L'Arcigay in parrocchia: ecco la nuova frontiera che ci mancava.
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mercoledì 3 dicembre 2014

Giudizio e libertà (Contributi 988)

Vi propongo un articolo di Don Paolo Sottopietra dal sito della Fraternità Sacerdotale San Carlo: 

Durante il primo anno di università sentii pronunciare per la prima volta da don Giussani una delle sue frasi più proverbiali: «Imparate a giudicare, sarà l’inizio della liberazione». Era l’eco di una parola di Gesù: La verità vi farà liberi. Per me fu veramente così. Molti degli educatori che avevo incontrato prima di allora guardavano con un certo sospetto alla parola «giudicare». Non giudicare sembrava essere un imperativo del vero cristiano, un atteggiamento inseparabile dalla virtù dell’umiltà. In effetti esiste un giudizio cattivo, espressione di malizia e di superiorità, che tende a mettere in cattiva luce l’altro o lo tratta con cinismo e distacco. Papa Francesco ha parlato molto di questo tipo di giudizio, fonte di chiacchiera e di pettegolezzo, contrario alla carità. Ad esso si riferisce Gesù, quando appunto raccomanda: Non giudicate e non sarete giudicati. La misura con cui misurate sarà la stessa che verrà usata con voi. 
Esiste però anche un giudizio buono e necessario, a cui Cristo spinge con insistenza i suoi discepoli. Quante volte nel vangelo lo sentiamo ripetere: Ma non capite? Non comprendete ancora? Oppure: Sapete giudicare dal cielo se la giornata di domani sarà buona o cattiva; ma i segni di questo tempo, come mai non li sapete giudicare? O ancora: Voi non giudicate secondo Dio, siete ancora tutti immersi nel modo in cui giudicano gli uomini. Gesù fa appello alla ragione dei suoi discepoli, una ragione liberata dall'esperienza della appartenenza a Lui. Ci sono tante cose inventate dagli uomini, dice loro, che impediscono di guardare alla realtà per quello che è. Io sono venuto a spazzarle via. Non a caso papa Benedetto parlava spesso di un illuminismo cristiano, iniziato ben prima del Rinascimento e della Rivoluzione Francese. San Paolo riprende l’insegnamento di Gesù, affermando che il cristiano giudica tutto e non può essere giudicato da nulla. La mentalità del mondo infatti non comprende l’uomo che vive in base alla fede, quest’ultimo invece vede con chiarezza anche nelle dinamiche del mondo, le sa giudicare. Che cosa significa allora giudicare? Significa distinguere ciò che è da ciò che non è, il vero dal falso, la sostanza dall’apparenza, ciò che è autentico da ciò che è simulato. Significa distinguere il bene dal male, ciò che eleva l’uomo e ciò che invece lo umilia, ciò che piace a Dio da ciò che lo offende. Giudicate tutto e trattenete ciò che vale, sintetizza san Paolo. 
Coltivare questa chiarezza è una vera opera di liberazione. Ogni cosa ha il suo nome. Il successo, per esempio, non coincide con il compimento di sé, la fama non è sempre sinonimo di grandezza, il risultato della propria azione non va confuso con il proprio valore. A volte, tuttavia, perfino distinguere l’amore dalla violenza, il desiderio dal capriccio, la libertà dalla schiavitù o dall'individualismo non è ovvio come sembra. Si tratta di esperienze di cui abbiamo bisogno per vivere come dell’aria che respiriamo, eppure noi scambiamo spesso una cosa per un’altra, e questa confusione ci fa soffrire. Dite di sì quando è sì e no quando è no, dice Gesù, il resto risponde a una logica che non è quella che vi ho insegnato io. Ecco dove sta la nostra libertà. 
Come possiamo crescere in questa capacità di distinguere e di riconoscere? C’è una condizione: dobbiamo cercare in ogni modo di accordare la nostra vita personale al giudizio sulle cose che ci viene dalla nostra appartenenza. La verità, dice san Paolo, è qualcosa che dobbiamo fare, se vogliamo che diventi nostra. Se farai così, nel tempo acquisirai una grande sicurezza nel giudizio di fede, scrive l’apostolo ad un suo giovane amico. Ma è più bello ancora il modo in cui lo dice Gesù: I vostri occhi rimarranno chiari, solo se la vostra vita sarà vissuta nella luce. 
La pressione della mentalità del mondo rende tutto questo non scontato. Affermare le cose nella loro obiettività richiede impegno. Più le situazioni che incontriamo sono complesse o inedite, più è necessario lavorare per conoscere, prima di poter giudicare. Nessun cristiano conosce a priori ogni conseguenza del suo essere di Cristo: crescere in questa coscienza è un itinerario appassionante e mai finito. Ma chi vuole percorrerlo deve essere disposto anche a soffrire. 
Subito infatti sale in noi un’obiezione. A che cosa serve continuare a giudicare, a dire cosa è vero e cosa è falso, a riportare l’attenzione sulla natura delle cose, se il mondo non ci vuole sentire, se la direzione che la società vuol prendere è sempre più decisamente contraria a ciò che il cristianesimo ci ha insegnato per secoli a stimare, se sempre più spesso siamo messi in minoranza negli organismi che decidono? 
La risposta può apparire semplice, ma viverla richiede l’impegno di tutta la nostra persona in una scelta che può essere molto costosa: giudicare è già di per sé una testimonianza, è anzi la condizione di ogni testimonianza. Non ci possiamo ritrarre dal lavoro del giudizio, perché siamo testimoni di Cristo. A volte questo lavoro rimarrà segreto. La nostra approvazione o presa di distanza saranno solo un momento del nostro dialogo con Dio. Altre volte invece saremo chiamati a esprimerci nell'ambiente in cui viviamo, davanti a tutti. 
Potrà accadere che il nostro intervento non cambi le cose nell'immediato. Non tutti i frutti della nostra testimonianza sono infatti visibili da subito. Per questo la Chiesa parla del sangue dei martiri come seme di nuovi cristiani. I martiri, testimoni per eccellenza, sono persone che non hanno rinunciato a giudicare in cuor loro, e a dire di fronte al mondo, quando è stato loro richiesto, che Dio è Dio e gli dei sono nulla. Per questo la nostra fede si può ancora alimentare guardando a loro. Non importa se dovranno passare una o più generazioni finché il seme germogli. Il cuore degli uomini prima o poi è sempre risvegliato da quell'inconfondibile accento che la verità possiede, perché è fatto per questo.
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lunedì 1 dicembre 2014

Da dove arriva la luce?

Nella vedova che getta le sue due monetine nel tesoro nel tempio possiamo vedere l’«immagine della Chiesa» che deve essere povera, umile e fedele. Parte dal vangelo del giorno, tratto dal capitolo 21 di Luca (1-4), la riflessione di Papa Francesco durante la Messa a Santa Marta lunedì 24 novembre. Nell’omelia viene richiamato il passo in cui Gesù, «dopo lunghe discussioni» con i sadducei e con i discepoli riguardo ai farisei e agli scribi che «si compiacciono di avere i primi posti, i primi seggi nelle sinagoghe, nei banchetti, di essere salutati», alzato lo sguardo «vede la vedova». Il «contrasto» è immediato e «forte» rispetto ai «ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio». Ed è proprio la vedova «la persona più forte qui, in questo brano».
Della vedova, ha spiegato il Pontefice, «si dice due volte che è povera: due volte. E che è nella miseria». È come se il Signore avesse voluto sottolineare ai dottori della legge: «Avete tante ricchezze di vanità, di apparenza o anche di superbia. Questa è povera. Voi, che mangiate le case delle vedove...». Ma «nella Bibbia l’orfano e la vedova sono le figure dei più emarginati» così come anche i lebbrosi, e «per questo ci sono tanti comandamenti per aiutare, per prendersi cura delle vedove, degli orfani». E Gesù «guarda questa donna sola, semplicemente vestita» e «che getta tutto quello che ha per vivere: due monetine». Il pensiero corre anche a un’altra vedova, quella di Sarepta, «che aveva ricevuto il profeta Elia e ha dato tutto quello che aveva prima di morire: un po’ di farina con l’olio...».
Il Pontefice ha ricomposto la scena narrata dal Vangelo: «Una povera donna in mezzo ai potenti, in mezzo ai dottori, ai sacerdoti, agli scribi... anche in mezzo a quei ricchi che gettavano le loro offerte, e anche alcuni per farsi vedere». A loro Gesù dice: «Questo è il cammino, questo è l’esempio. Questa è la strada per la quale voi dovete andare». Emerge forte il «gesto di questa donna che era tutta per Dio, come la vedova Anna che ha ricevuto Gesù nel Tempio: tutta per Dio. La sua speranza era solo nel Signore».
«Il Signore sottolinea la persona della vedova», ha detto Francesco, e ha continuato: «Mi piace vedere qui, in questa donna una immagine della Chiesa». Innanzitutto la «Chiesa povera, perché la Chiesa non deve avere altre ricchezze che il suo Sposo»; poi la «Chiesa umile, come lo erano le vedove di quel tempo, perché in quel tempo non c’era la pensione, non c’erano gli aiuti sociali, niente». In un certo senso la Chiesa «è un po’ vedova, perché aspetta il suo Sposo che tornerà». Certo, «ha il suo Sposo nell’Eucaristia, nella parola di Dio, nei poveri: ma aspetta che torni».
E cosa spinge il Papa a «vedere in questa donna la figura della Chiesa»? Il fatto che «non era importante: il nome di questa vedova non appariva nei giornali, nessuno la conosceva, non aveva lauree... niente. Niente. Non brillava di luce propria». E la «grande virtù della Chiesa» dev’essere appunto quella «di non brillare di luce propria», ma di riflettere «la luce che viene dal suo Sposo». Tanto più che «nei secoli, quando la Chiesa ha voluto avere luce propria, ha sbagliato». Lo dicevano anche «i primi Padri», la Chiesa è «un mistero come quello della luna. La chiamavano mysterium lunae: la luna non ha luce propria; sempre la riceve dal sole».
Certo, ha specificato il Papa, «è vero che alcune volte il Signore può chiedere alla sua Chiesa di avere, di prendersi un po’ di luce propria», come quando chiese «alla vedova Giuditta di deporre le vesti di vedova e indossare le vesti di festa per fare una missione». Ma, ha ribadito, «sempre rimane l’atteggiamento della Chiesa verso il suo Sposo, verso il Signore». La Chiesa «riceve la luce da là, dal Signore» e «tutti i servizi che noi facciamo» in essa servono a «ricevere quella luce». Quando un servizio manca di questa luce «non va bene», perché «fa che la Chiesa diventi o ricca, o potente, o che cerchi il potere, o che sbagli strada, come è accaduto tante volte, nella storia, e come accade nelle nostre vite quando noi vogliamo avere un’altra luce, che non è proprio quella del Signore: una luce propria».
Il Vangelo, ha notato il Papa, presenta l’immagine della vedova proprio nel momento in cui «Gesù incomincia a sentire le resistenze della classe dirigente del suo popolo: i sadducei, i farisei, gli scribi, i dottori della legge». Ed è come se egli dicesse: «Succede tutto questo, ma guardate lì!», verso quella vedova. Il confronto è fondamentale per riconoscere la vera realtà della Chiesa che «quando è fedele alla speranza e al suo Sposo, è gioiosa di ricevere la luce da lui, di essere — in questo senso — vedova: aspettando quel sole che verrà».
Del resto, «non a caso il primo confronto forte, dopo quello che ha avuto con Satana, che Gesù ha avuto a Nazareth, è stato per aver nominato una vedova e per aver nominato un lebbroso: due emarginati». C’erano «tante vedove, in Israele, a quel tempo, ma soltanto Elia è stato inviato da quella vedova di Sarepta. E loro si arrabbiarono e volevano ucciderlo».
Quando la Chiesa, ha concluso Francesco, è «umile» e «povera», e anche quando «confessa le sue miserie — poi tutti ne abbiamo — la Chiesa è fedele». È come se essa dicesse: «Io sono oscura, ma la luce mi viene da lì!». E questo, ha aggiunto il Pontefice, «ci fa tanto bene». Allora «preghiamo questa vedova che è in cielo, sicuro», affinché «ci insegni a essere Chiesa così», rinunciando a «tutto quello che abbiamo» e non tenendo «niente per noi» ma «tutto per il Signore e per il prossimo». Sempre «umili» e «senza vantarci di avere luce propria», ma «cercando sempre la luce che viene dal Signore».
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Ma io sono vivo dentro?

«La Parola di Dio è capace di cambiare tutto» ma noi «non sempre abbiamo il coraggio di credere» in essa. Nell’omelia pronunciata durante la Messa a Santa Marta martedì 18 novembre, Papa Francesco ha affrontato il tema della conversione e, commentando la liturgia del giorno, è entrato nel merito di tre categorie, cioè di «tre chiamate alla conversione». Perché, ha spiegato, «Convertirsi non è un atto della volontà»; non si pensa: «Io adesso mi converto, mi conviene...», oppure: «devo farlo...». No, la conversione «è una grazia», è «una visita di Dio: è il Figlio dell’Uomo che è venuto a cercare e a salvare», è Gesù «che bussa alla nostra porta, al cuore, e dice: “Ma, vieni”».
Quali sono dunque queste tre chiamate? La prima si incontra nel libro dell’Apocalisse (3, 1-6, 14-22), dove il Signore chiede la conversione ai cristiani perché sono divenuti «tiepidi». È, ha spiegato il Pontefice, «il cristianesimo, la spiritualità della comodità: né troppo troppo, né meno meno», l’atteggiamento di chi dice: «Tranquillo... faccio le cose come posso, ma sono in pace, che nessuno venga a disturbarmi con cose strane». È il caso di colui che si sente comodo e afferma: «Non mi manca niente. Vado a messa le domeniche, prego alcune volte, mi sento bene, sono “in grazia di Dio”, sono ricco, mi sono arricchito con la grazia, non ho bisogno di nulla, sto bene».
Questo stato d’animo, ha sottolineato Francesco, «è uno stato di peccato: la comodità spirituale è uno stato di peccato». E infatti nell’Apocalisse si legge: «Tu dici: “sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla”, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo». Il Signore non risparmia parole «a questi cristiani comodi», «le dice tutte, e in faccia». Tanto che nella Scrittura si legge ancora: «perché sei tiepido sto per vomitarti dalla mia bocca». Un’espressione, ha fatto notare il Papa, «molto forte». Allo stesso tempo il Signore, per aiutare la conversione del cristiano, «si permette un consiglio», gli consiglia di vestirsi, perché «i cristiani comodi sono nudi». Poi, dopo la parola dura, il Signore «si avvicina un po’ e parla con tenerezza: “Sii dunque zelante, convertiti”»: è questa, ha detto il Pontefice, «la chiamata alla conversione: “Io sto alla porta e busso”». Così il Signore si rivolge al «partito dei comodi, dei tiepidi» e invita a «convertirsi dal tepore spirituale, da questo stato di mediocrità».
Poi, c’è una seconda chiamata: ed è quella per quanti «vivono delle apparenze». È sempre l’Apocalisse a nominarli: «Ti si crede vivo, ma sei morto». A chi pensa di essere vivo solo grazie all’apparire, il Signore dice: «“Sii vigilante”, per favore, “rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire”: ancora c’è qualcosa di vivo, rinvigorisci quello». E aggiunge un consiglio di tenerezza: «Ricorda come hai ricevuto e ascoltato la parola: custodiscila e convertiti, perché se non sarai vigilante verrò come un ladro». Tre, in questo caso le parole — «memoria», «custodia» e «vigilanza» — sottolineate dal Papa, che immagina che questo tipo di uomo pensi: «Io appaio cristiano, ma dentro sono morto». Le apparenze, ha detto, «sono il sudario di questi cristiani: sono morti». E il Signore «li chiama alla conversione: “Ma ricordati, sii vigilante e vai avanti. Ancora c’è qualcosa di vivo in te: rinvigoriscilo”».
Ognuno di noi è allora chiamato a chiedersi: «Io sono di questi cristiani delle apparenze? Sono vivo dentro, ho una vita spirituale? Sento lo Spirito Santo», lo ascolto? Al contrario occorre fare attenzione alla tentazione di ripetersi: «se tutto appare bene, non ho niente da rimproverarmi: ho una buona famiglia, la gente non sparla di me, ho tutto il necessario, sono sposato in chiesa... sono “in grazia di Dio”, sono tranquillo». Attenzione, perché «i cristiani di apparenza... sono morti». Occorre invece «cercare qualcosa di vivo dentro e, con la memoria e la vigilanza, rinvigorire questo perché vada avanti». Occorre «convertirsi: dalle apparenze alla realtà. Dal tepore al fervore».
C’è infine la terza chiamata alla conversione, quella di Zaccheo. Chi era? «Era capo dei pubblicani e ricco»; un «corrotto» che «lavorava per gli stranieri, per i romani, tradiva la sua patria. Cercava i soldi nella dogana» e ne dava «una parte al nemico della patria». Era, cioè, «uno come tanti dirigenti che noi conosciamo: corrotti»; persone che, «invece di servire il popolo», lo sfruttano «per servire se stessi». Zaccheo, ha commentato Francesco, «non era tiepido; non era morto. Era in stato di putrefazione. Corrotto, proprio». Eppure davanti a Cristo «sentì qualcosa dentro: ma, questo guaritore, questo profeta che dicono che parli tanto bene, io vorrei vederlo, per curiosità». Qui si vede l’azione dello Spirito: «lo Spirito Santo è furbo e ha seminato il seme della curiosità»; e quell’uomo per vedere Gesù ha fatto anche «un po’ il ridicolo»: un dirigente, un «capo dei dirigenti» è addirittura salito «su un albero per guardare una processione». Che ridicolo «comportarsi così». Eppure lui ha fatto proprio questo, «non ha avuto vergogna. “Io voglio vederlo”».
Dentro di lui — ha spiegato il Papa — che era un tipo sicuro di sé, «lavorava lo Spirito Santo. E poi è successo quello che è successo: la Parola di Dio è entrata in quel cuore e con la Parola, la gioia». Anzi, gli uomini che vivevano nella «comodità» e quelli «dell’apparenza avevano dimenticato cosa fosse la gioia»; mentre «questo corrotto la riceve subito».
Il Vangelo di Luca racconta che egli «scese in fretta e lo accolse pieno di gioia»: accolse cioè «la Parola di Dio, che era Gesù». E in lui avvenne «subito» ciò che capitò a Matteo (facevano «lo stesso mestiere»): «il cuore cambia, si converte, e dice la sua parola autentica: “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri, e se ho rubato a qualcuno” — tanto — “restituisco quattro volte tanto”». Un passaggio illuminante secondo Francesco: «questa è una regola d’oro. Quando la conversione arriva alle tasche, è sicura», e ha spiegato: «Cristiani di cuore? Tutti. Cristiani di anima? Tutti. Ma, cristiani di tasche? Pochi». Eppure, davanti alla «parola autentica» la conversione «è arrivata subito». A confronto c’è «l’altra parola» quella di quanti non volevano convertirsi: «Vedendo ciò, mormoravano: “È entrato in casa di un peccatore”. Si è sporcato, ha perso la purezza. Deve purificarsi perché è entrato in casa di un peccatore».
In conclusione, tre chiamate alla conversione fatte «dallo stesso Gesù»: «ai tiepidi, a quelli della comodità», poi «a quelli dell’apparenza, a quelli che si credono ricchi ma sono poveri» anzi, «non hanno niente, sono morti» e infine a chi è «oltre la morte: nella corruzione». Di fronte a costoro «la Parola di Dio è capace di cambiare tutto. Ma la verità — ha detto il Pontefice — è che non sempre abbiamo il coraggio di credere nella Parola di Dio», di ricevere quella Parola che ci guarisce dentro» e per la quale «il Signore bussa alla porta del nostro cuore».
Questa, ha concluso il Papa, «è la conversione». Conversione alla quale «la Chiesa vuole che in queste ultime settimane dell’anno liturgico pensiamo molto seriamente» affinché «possiamo andare avanti nel cammino della nostra vita cristiana». Perciò dobbiamo «ricordare la Parola di Dio», «fare appello alla memoria», «custodirla», «obbedirle» e «vigilare», per incominciare «una vita nuova, convertita».
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