Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.
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domenica 22 febbraio 2015

Giussani, uomo di Dio (Contributi 994)

Ricorrendo il decimo anniversario della scomparsa di Mons. Luigi Giussani, vi segnalo un articolo di Mons. Camisasca dal sito della Fraternità Sacerdotale San Carlo:

Don Giussani è stato un genio dell’umano. A questa conoscenza dell’uomo egli è arrivato attraverso molte strade. Certamente attraverso una sua capacità di osservazione e penetrazione, attraverso l’ascolto, ma anche attraverso tanti maestri: i suoi insegnanti di seminario; i grandi della letteratura, della musica, dell’arte; e anche noi stessi, perché egli ha accettato di imparare (quasi di rubare) qualcosa da chiunque. La sua conoscenza dell’uomo, che ha descritto ne Il senso religioso attraverso un’apologia della ragione e del cuore, lo ha reso capace di dire cose che possono interessare persone di ogni cultura, etnia, tradizione. È stato un uomo che cercava se stesso in ogni uomo, curioso dell’umanità di tutti e assieme un uomo che mendicava Cristo in ogni cosa. Così ne è diventato testimone. In lui ogni istante era avvenimento. Lo animava profondamente la tensione a non vivere mai nulla come scontato, come abitudine, ma come domanda a una Presenza.
L’opera dello Spirito suscita il dono di ciascuno. Don Giussani ha contribuito a suscitare il dono personale in migliaia e migliaia di uomini e donne. Non ha creato una realtà massificata, in cui tutti erano uguali, come sotto un coperchio, ma ha generato una realtà variegata, ricca delle personalità diverse che lui ha evocato e che ha condotto all’unità. Questa è veramente l’opera divina. I grandi uomini della terra sono capaci di chiamare al proprio fianco persone valide, ma non sono capaci di condurre a unità le differenze. Invece il segno profondo che ciò che è nato intorno a don Giussani è opera dello Spirito, è proprio l’unità. Egli ha creato un popolo. Questo è profondamente divino.
La potenza culturale di don Giussani era enorme. Descriveva fin dall’inizio la sua idea di cultura commentando la frase di san Paolo ai Tessalonicesi: Vagliate ogni cosa, trattenete ciò che è buono (1Ts 5, 21). Ci ha educati a fare della fede un incontro con la realtà.
Dall’incontro con Cristo per Giussani nasce una cultura nuova, chiamata ad incidere negli ambienti in cui vivono gli uomini. Essa divenne una delle tre dimensioni che, insieme alla carità e alla missione, costituì l’anima della nuova GS nata intorno a lui.
Ci ha sempre educati alla carità. Tutto infatti nasce dalla carità, dal nostro cuore che accetta di condividere la vita con quella degli altri, come Dio ha condiviso la nostra. Le opere di carità nate da don Giussani sono tantissime: scuole, centri di accoglienza, associazioni di famiglie, iniziative missionarie. Già dalla fine degli anni Sessanta aveva pensato a una missione in Brasile. Fu sicuramente un’apertura importante perché egli era convinto della necessità della missione come vero ecumenismo: condividere con altri fratelli che vivono in orizzonti lontani e diversi quello che viviamo noi.
Tutta l’esistenza di Giussani è stata dedicata a documentare il metodo della trasmissione del cristianesimo. Una sintonia impressionante con quello che fu il tentativo del Concilio Vaticano II, un concilio pastorale voluto per indicare la strada attraverso cui vivere il cristianesimo. Desiderava lanciare i giovani verso il futuro, voleva portare un cambiamento, non una rivoluzione, una novità nella continuità. Tema centrale di questo passaggio verso una tradizione rinnovata è stato l’esperienza dell’autorità. Egli ne fu un estremo sostenitore, soprattutto dopo il Sessantotto, quando essa fu duramente contestata. Era fermamente convinto che senza autorità non c’è educazione, perché educare è trasmettere qualcosa che si è ricevuto. Combatté tuttavia anche ogni forma di autoritarismo e di clericalismo, mettendo in luce il valore affettivo dell’autorità.
Don Giussani resta presente in mezzo a noi in molti modi. Attraverso il suo insegnamento, che è ben lungi dall’essere stato scoperto in modo esauriente. Attraverso l’opera di conversione di intere esistenze umane. Un insegnamento vero, autentico, mira infatti al cambiamento dell’esistenza. Resta presente, dunque, attraverso il popolo che da lui è nato. Attraverso tutto ciò che il fiume dello Spirito, incontrandosi con la storia, farà sorgere ancora dal suo dono.
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domenica 29 giugno 2014

Silenzio, luce, sangue, comunione (Contributi 970)

Propongo ai lettori l'Omelia di mons. Massimo Camisasca alla prima messa di don Michele Benetti (22-giu-2014 Solennità del Corpus Domini) a Roma (S. Maria in Domnica) dal sito della Fraternità Sacerdotale San Carlo. 


Carissimo Michele, rivolgo innanzitutto a te il mio saluto e il mio augurio affettuoso. Saluto poi i tuoi genitori, i tuoi fratelli, i tuoi parenti e amici. 
Arrivare al sacerdozio implica una storia breve e lunga nello stesso tempo. Lunga perché fatta di tanti momenti, di tanti «sì», ma anche di fatiche, di incertezze. Breve perché, se la si guarda assieme, ci si accorge di essere stati condotti da Dio. E certamente nella conduzione che Dio opera della nostra vita ci sono i volti dei genitori, dei parenti, i volti di coloro che ci hanno educato, di coloro che ci hanno aiutato e accompagnato. Sarebbe lungo e impossibile per me oggi ricordare tutti i loro nomi. Voglio ricordare don Giussani e in lui raccogliere tutti coloro che, in diversi modi, ti sono stati vicini, dalla terra e dal cielo. 
Sei fortunato a celebrare la tua prima messa nel giorno del Corpus Domini. Il Corpus Domini è un mistero che si riallaccia direttamente al sacramento che hai ricevuto. Soprattutto, è un mistero che illumina e riassume tutta la vita cristiana. 
Vorrei allora brevemente illuminare il tuo sacerdozio attraverso quattro parole, che esprimono molto bene, tra le altre, il mistero dell’eucarestia. 
Essa è innanzitutto un mistero di silenzio e di adorazione. Dall’eucarestia dunque sei chiamato a imparare il silenzio, cioè quella posizione per cui la vita viene vissuta realmente davanti a Dio. E poi l’adorazione, il riconoscimento del tuo essere creatura e dell’avere bisogno di Lui. Il riconoscimento che Cristo conduce la vita, e la conduce sulle strade, sulle spiagge, tra i prati della nostra esistenza, con una mano sicura e tenera nello stesso tempo. È il silenzio del ventre di Maria, quando ella aveva appena detto «sì». È il silenzio delle notti di Gesù, in Galilea o in Giudea, quando si raccoglieva in solitudine, pregava il Padre e parlava con lui. Il silenzio di certi giorni nella casa di Nazareth, quando Giuseppe e Maria guardavano quel bambino e traevano da quello sguardo la fonte di luce della loro giornata. Il silenzio con cui iniziava sempre la predicazione di Gesù e soprattutto i suoi miracoli: Alzati gli occhi al cielo… (Gv 17, 1). Il silenzio di quel venerdì sulla croce, a cui tutto sembrava assistesse. Quel silenzio della croce si riallacciava al silenzio di Betlemme quando, nel mezzo della notte, apparve la grande luce degli angeli. E al silenzio della croce si sostituì poi, all'alba della domenica, la luce della resurrezione. 
La tua vita sia dunque governata dal silenzio e dall'adorazione. Ama la preghiera. Ama la liturgia delle ore, ama la celebrazione dei sacramenti. Ricordati sempre che ciò che governa il mondo non è il rumore degli uomini, il rumore delle chiacchiere, dei giornali o di Internet. Ciò che governa e conduce il mondo verso il suo compimento buono è il silenzio di Dio. Il silenzio di Dio è un silenzio che parla, un silenzio eloquente per chi lo sa ascoltare. Un silenzio pieno di parole, di avvertimenti, di consigli. È, infine, un silenzio che attrae e che protegge. 
L’Eucarestia è un mistero di luce. Ho detto sopra che nel pieno del silenzio di Betlemme si è manifestata la luce degli angeli e che dopo il silenzio della croce è esplosa la luce della resurrezione. Il sacerdote è un uomo di luce. È un uomo della resurrezione, che vive della resurrezione. Il sacerdozio, infatti, sgorga come attualità della resurrezione nel tempo e nello spazio. Dio vivo, Dio che ha mandato il suo Spirito, permette al sacerdote di essere un uomo vivo, testimone della resurrezione. La testimonianza apostolica che vive nella missione del sacerdote è testimonianza di Gesù morto e risorto. 
Sii un cercatore della resurrezione. Sii cercatore delle tracce della resurrezione nella storia dell’uomo, per poter indicare a te stesso e ai tuoi fratelli i segni di Gesù risorto dentro la vita quotidiana. 
La resurrezione di Gesù porti nella tua vita una grande positività. Non la positività umana di chi vuole essere ottimista a tutti i costi, ma la positività realistica del cristiano, il quale sa che Cristo ha vinto la morte e, anche attraverso le battaglie della vita, ci conduce a una vittoria sicura, a un porto di speranza. 
Sii presso i tuoi fratelli colui che li aiuta a guardare la luce, a vedere la luce di Cristo che vive nel sacrificio di padri e madri che educano i loro figli, nel sacrificio e nella gioia di tanti educatori, nella gioia di tante donazioni, nella gioia nascosta della fede del popolo, nella gioia di tante testimonianze a Cristo. 
L’eucarestia è anche un mistero di sangue. Non dobbiamo avere paura di riconoscerlo. L’eucarestia è la presenza del sacrificio di Cristo. Ogni sacerdote è chiamato a partecipare a questo sacrificio. Egli non può dire «Questo è il mio Corpo», «Questo è il mio sangue», se non partecipa anche con la sua stessa vita al sacrificio di Cristo, nella natura e nelle modalità che Cristo gli chiederà. Dobbiamo parteciparvi con letizia, sapendo che Dio non chiede mai nulla che noi non possiamo dare. E soprattutto egli, rendendoci partecipi del sacrificio di Cristo, ci rende partecipi anche della sua obbedienza e della sua gloria. 
Infine, e conclusivamente, l’eucarestia è un mistero di comunione. Il sacerdote è innanzitutto uomo della comunione, un uomo che è stato investito dell’unzione di Cristo per potere essere generatore del popolo cristiano. Lo è attraverso la sua predicazione, la sua intercessione, attraverso la celebrazione dei sacramenti: l’eucarestia, la penitenza, il battesimo; il battesimo, soprattutto, genera nuovi figli alla maternità della Chiesa. 
Sii uomo di comunione anche ascoltando le persone, aiutandole a camminare, a perdonare, a riconoscere il bene che c’è anche in coloro che sentiamo lontani. Sii uomo di comunione affermando sempre l’unità: l’unità della tua casa, l’unità della Fraternità, l’unità nella vita del movimento, nella Chiesa. Sii uomo di comunione affermando l’umiltà nella carità, poiché questa è la strada dell’unità. Sii uomo di comunione anche quando ti costerà; vedrai che Dio ricompenserà sempre la tua fatica, facendoti godere già nel tempo i frutti del tuo lavoro. 

Mistero di silenzio, mistero di luce, mistero di sangue, mistero di comunione. 

Nell'eucarestia, anche così sommariamente raccontata nella povertà delle mie parole, vedo descritta pienamente tutta la realtà del tuo sacerdozio.

Ti affido perciò ai santi, in particolare alla Vergine Madre di Dio. Ti affido a tutti i nostri cari che sono già in cielo. Ti affido ai tuoi amici. Non pensare mai che sia bene separarti per conto tuo dai tuoi amici. L’amicizia è un grande sostegno, è un prezioso dono di Dio. Sono certo che la tua vita sacerdotale sarà ricca di molti frutti. Nella misura della tua sequela di Gesù, essa sarà coronata da tante consolazioni e da tante gioie. Ricordati di noi. Ricordati di coloro che hanno già donato qualcosa alla tua vita, che sono stati tramiti di Dio, e camminiamo tutti assieme verso il compimento del Regno di Dio. Amen.
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martedì 29 aprile 2014

Il mio ricordo di san Giovanni Paolo II (Contributi 957)

Ecco un articolo/testimonianza di Massimo Camisasca, Arcivescovo di Reggio Emilia-Guastalla, tratto dal sito della Fraternità San Carlo:

Dopo il breve e provvidenziale mese in cui Giovanni Paolo I aprì la strada al passaggio, l’elezione di Giovanni Paolo II rappresentò subito un’aria nuova che entrava nella Chiesa. Egli non pensò di affrontare uno per uno i problemi che la Chiesa si trovava davanti per risolverli, ma partì da un punto sintetico: offrì attraverso la sua persona e le sue parole una fede che esaltava e non deprimeva l’umano. Ecco, la fede proposta come esaltazione dell’umano: questo è il cuore della riforma di Giovanni Paolo II. «Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!», fu una delle espressioni più ripetute all’inizio del suo pontificato.
Le sue doti umane
La caratteristica che ha colpito innanzitutto, anche se non la più profonda, era la poliedricità di quest’uomo. In lui si raccoglievano un insieme di doti umane straordinarie. Egli era tante cose in uno: era un poeta, usava un linguaggio poetico. Era un attore, e come un attore coglieva i drammi e il significato profondo delle vicende, si immedesimava facilmente con l’altro. Era un lavoratore, un uomo che aveva un forte senso della sacralità del tempo, che si preparava da lontano agli appuntamenti e non sprecava un attimo della sua giornata. Era un grande amante della vita: amava sciare, la natura, le montagne.
La sua realtà di poeta, di sportivo, di attore, di sacerdote che aveva attraversato il nazismo e il comunismo, venne a poco a poco conosciuta dalla gente. Egli non ostentava nessuna di queste sue doti, ma il tono della sua voce, i suoi gesti, la sicurezza della sua parola, trasmettevano una positività che sembrava essersi smarrita nella Chiesa. Ai dubbi, alle depressioni, alle incertezze, alle sudditanze al mondo, Wojtyła d’un colpo sostituiva ideali, traguardi, compiti, orizzonti nuovi e creativi. Nessuna tracotanza, nessuna apologia smodata. Ma l’esperienza viva di un’umanità realizzata nella sequela di Cristo. Niente di clericale in lui: il centro era posto sulla bellezza della vita familiare, sulla perennità e la giovinezza della fede, sull’apertura dei sistemi politici ed economici alle verità vivificanti del cristianesimo. Anche la riaffermazione del celibato ecclesiastico, della virtù dell’obbedienza, della necessità di vivere in modo autentico la liturgia, non era mai sottolineata come adesione chiusa a delle regole, ma come strada per una realizzazione della vita personale.
Come tutti i profeti, aveva un’alta considerazione del proprio compito, ma senza mai cadere in un’autoesaltazione, senza un briciolo di superbia. Amava la crescita di coloro che erano con lui, talvolta anche correndo il rischio di non vederne i difetti e i limiti.
La drammaticità della storia
Si vedeva come uno strumento nelle mani di Dio. Uno strumento chiamato a realizzare qualcosa di decisivo sul quadrante della storia del mondo. Nel suo dialogo interiore con Dio scopriva il suo compito storico, ma ne era sempre completamente libero. Alla sua missione era stato introdotto da molti eventi. Era un uomo che sapeva benissimo quali guerre si combattessero intorno a lui, ma non era mai piegato su di sé. Non teneva diari. Non sentiva il bisogno di parlare con sé stesso: parlava con Dio e con gli uomini. Non era portato dall’abito, ma lui portava quell’abito. Aveva un profondo rispetto degli altri, della curia, ma non era assolutamente determinato da essa. Da qui viene anche la sua considerazione della drammaticità positiva della storia. Egli avvertiva la storia come un campo di battaglia tra Dio e il demonio. Questo è il tema più frequente anche nei miei appunti dopo gli incontri con lui. Nell’attentato egli ha visto un atto di guerra del diavolo contro Dio. Aveva uno sguardo apocalittico, drammatico e insieme positivo, pacificato, anche nei tempi più terribili, come lo stato d’assedio in Polonia. Sapeva che la caduta del socialismo in Polonia avrebbe significato la caduta dell’Unione sovietica. La sua visione della storia era di amplissimo respiro. Lui si sentiva attore di questa storia, ma il protagonista era Dio.
Un rapporto diretto con la gente
La realtà dei suoi numerosi viaggi va compresa all’interno di questa logica apocalittica, di un compito urgente, improcrastinabile: annunciare Cristo a tutti i popoli. Essere dovunque per essere veramente a Roma.
Nella giovinezza aveva vissuto molto poveramente, aveva sempre dato i suoi abiti nuovi a chi ne mancava. Diventato papa conobbe le tavole dei grandi del mondo. Non fu per nulla strano per lui mettersi a viaggiare. Non ritenne troppo costosi quei viaggi, come gli veniva rimproverato da alcuni. Rispondeva: «Siamo stati comperati a caro prezzo» (Cfr. 1Cor 6, 20), ripetendo le parole di san Paolo. Scelse la strada del rapporto diretto con la gente, per comunicare a milioni di persone quel sentimento di sé come persona voluta e amata da Cristo, scelta per un’opera grande. In essa voleva fare entrare ogni uomo della terra.
Proprio perché preoccupato di mostrare la positività della sintesi cristiana, dedicò molte delle sue energie al laicato. Giovanni Paolo II fece dei movimenti laicali l’asse portante del suo pontificato. Questo spostamento di accento, forse, è il segno più profondo della riforma operata dal santo papa Wojtyła.
La malattia
La vera riforma che egli operò fu nella sintesi della vita cristiana che egli offrì a tutti gli uomini, nell’ideale alto e umano che egli presentò con la sua stessa persona. Tutto ciò apparve ancor più chiaramente nell’ultimo decennio della sua vita, segnato profondamente dalla malattia. Può essere quasi scontato affermare che il cristianesimo sia la realizzazione dell’uomo quando si è forti, felici, in salute. Giovanni Paolo II affermò questa positività anche negli anni del dolore e della solitudine. E le folle lo capirono e lo cercarono anche quando non aveva più la presenza scenica o la parola dei primi anni. Accorsero sempre più numerose, come apparve chiaramente durante i suoi funerali.
In Giovanni Paolo II appaiono così i diversi volti dell’unica vita cristiana: egli ci ha insegnato a riferirci a Dio e a ringraziarlo nei giorni della vigoria, nei tempi in cui le forze fisiche e spirituali sono nella loro pienezza. Ma ci è stato maestro anche nel portare i pesi delle molte malattie con umorismo e leggerezza. Senza gli ultimi anni la sua testimonianza sarebbe apparsa nel tempo quasi incompleta. Egli invece ha condiviso tutti i diversi aspetti dell’esistenza e ci ha mostrato come il Vangelo sia una luce per i tempi favorevoli e per quelli avversi. La prima parte del suo pontificato lo ha fatto ammirare, l’ultima lo ha fatto amare. Egli è stato certamente, insieme a san Giovanni XXIII, il papa più amato del Novecento.
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mercoledì 3 aprile 2013

È proprio Lui (Contributi 825)

Un articolo di mons. Camisasca sulla Pasqua: 

Gesù, che per noi uomini e per la nostra salvezza si è lasciato inchiodare alla croce, è risorto! Questo annuncio, di fronte al quale si trovarono per la prima volta le donne che andarono al sepolcro, ci raggiunge oggi con la stessa vivezza di allora: Cristo è veramente risorto ed è vivo!
Nel vangelo, soprattutto nelle letture che la liturgia ci propone nel tempo di Pasqua, vengono raccontate alcune apparizioni di Cristo risorto. Nei cinquanta giorni che separano la sua resurrezione dalla definitiva ascensione al Padre (cfr. At 1, 3), egli appare a persone singole o a gruppi, in situazioni e luoghi diversi, in Galilea e in Giudea, all’interno di case o all’aperto, lungo una strada o sulla riva del lago. Perché appare Gesù? Non avrebbe potuto affidare l’annuncio della sua resurrezione solo agli angeli? D’altra parte lo aveva detto più volte ai suoi apostoli e ora il sepolcro vuoto poteva bastare come prova storica di quanto aveva loro preannunciato. Invece Gesù si mostra, si fa vedere, toccare, mangia ancora con i suoi… Egli appare per dare loro la testimonianza inequivocabile che proprio lui che avevano visto morire in croce, proprio lui che portava ancora il segno dei chiodi e della ferita del costato, ora è vivo e non muore più. E inizia ad essere presente in una forma nuova nella loro vita.
Come dice Jean Danielou, «la vita del corpo risuscitato di Cristo è misteriosa» (J. Danielou, La risurrezione, Cantagalli, Siena 2008, 54). Innanzitutto egli non è più soggetto allo spazio e al tempo. Nel suo corpo risorto lo spirito domina ormai interamente la materia. Rimane corporeo come prima, eppure può sottrarsi alla vista (cfr. Lc 24, 31), può passare attraverso muri o porte chiuse (cfr. Gv 20, 26): la materia non è annullata, ma è totalmente al servizio dello spirito.
Nessuno ha assistito alla resurrezione, molti invece hanno visto Gesù Risorto e la nostra fede si fonda in prima istanza sulla testimonianza di coloro che lo hanno veduto e toccato. Da questo punto di vista la resurrezione è un fatto storico particolare, che nessuno potrebbe negare. Persino un razionalista protestante come Strauss ammetteva nel XIX secolo: «La formidabile sterzata, che dalla profonda depressione e totale disperazione causata dalla morte di Gesù portò alla forza della fede e all’entusiasmo con cui i primi discepoli lo annunciarono come Messia, non si potrebbe spiegare se nel frattempo non si fosse prodotto un avvenimento eccezionalmente incoraggiante» (D. F. Strauss, Das Leben Jesu kritisch bearbeitet, II, Tubingen 1840, 631­632).
Le donne, gli apostoli, i discepoli e gli amici di Gesù non avrebbero potuto produrre un avvenimento simile. Non avrebbero potuto inventare la fede nel Risorto. Soprattutto, una menzogna artificiosamente costruita non avrebbe avuto la forza di spingere uomini e donne tanto semplici e impreparati a percorrere le strade del mondo intero per testimoniare, anche a costo della propria vita, la verità di Gesù presente. È dunque «il Risorto che personalmente suscita la fede» (D. Bonhoeffer, Cristologia, Queriniana, Brescia 1990, 54). La nostra certezza non si fonda su racconti di visionari o creduloni, ma sulla travolgente testimonianza di persone che hanno visto Gesù risorto, sono stati assieme a lui, hanno persino mangiato con lui, hanno ascoltato la sua voce, hanno fatto esperienza del suo sguardo pieno di misericordia, di pace, di perdono e hanno capito che ciò che avevano vissuto con lui era destinato a non finire, a coinvolgere sempre più persone. Ed era possibile vivere assieme come lui aveva insegnato loro perché lui stesso continuava ad essere presente: dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 18,20). Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28, 19­20).
Se Gesù è con noi, se lui è vivo qui in mezzo a noi, allora la nostra fede, che nasce dalla testimonianza degli apostoli, può fondarsi anche su un’esperienza personale. Egli, dopo la resurrezione, non è apparso a tutti, ma ad alcuni testimoni scelti. È questo il metodo di Dio: egli sceglie alcuni per arrivare a tutti. Così anche noi oggi siamo i testimoni che lui manda nel mondo per annunciare con la nostra vita che egli è vivo, che la morte e il male non sono l’ultima parola. Egli ha vinto la morte e, se ci apriamo alla luce della sua redenzione, dona anche a noi di risorgere già ora da tutte le nostre morti quotidiane. Gesù Cristo, che ha assunto la nostra intera umanità, le nostre miserie, la nostra debolezza fino a morire come ogni uomo, con la sua resurrezione ha spalancato ad ognuno di noi la vita di Dio che non finisce. Egli è la nostra Pasqua, dice san Paolo. Quello che è accaduto in lui è il destino di ogni uomo che a lui si affida. Siamo una “pasta nuova” – continua l’Apostolo (cfr. 1Cor 5,7). Dentro la nostra natura impregnata di peccato e di tenebra Gesù ha immesso un lievito nuovo capace di rinnovare la nostra vita dall’interno. Solo Dio poteva farci questo dono. L’uomo, con tutta la sua intelligenza, con tutta la sua forza, con tutto il suo desiderio, non poteva spostare la pietra che chiudeva come in un sepolcro la sua vita.
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mercoledì 13 marzo 2013

Il sacrificio di Abramo (Contributi 813)

Vi propongo questo testo di Mons.Camisasca, Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla: 


Il posto che ciascuno occuperà nella storia del mondo è deciso da Dio e non da noi. E quello che Dio decide è la modalità più sicura della fecondità della nostra vita. Ciò è molto paradossale, ma può essere illuminato pensando alla figura di Abramo e al sacrificio che Dio gli chiede, raccontato nel capitolo XXII della Genesi. Dio chiede ad Abramo che la promessa di una generazione “più numerosa delle stelle del cielo” passi attraverso il sacrificio dell’unico figlio: questo è il paradosso estremo, che contiene in sé tutti gli altri attraverso cui Dio fa passare gli uomini. Dio in realtà non domanda ad Abramo di uccidere Isacco, ma gli chiede la disponibilità del figlio, cioè che per il figlio si compia ciò che vuole Lui e non ciò che vuole Abramo. Nel cuore dell’uomo abita la tentazione irresistibile di impadronirsi di ciò che Dio gli regala. Isacco rappresentava per Abramo una promessa, e questo contenuto di promessa era entrato nella psicologia di Abramo. Un figlio atteso per decenni che, alla fine, nasce: la tentazione di considerare quel figlio proprietà esclusiva è immensa. Più in generale: quando si ha dovuto patire tanto per avere una determinata cosa, come è possibile vivere il distacco da essa? 
Il distacco. Questo è l’insegnamento che Dio ha voluto dare ad Abramo, in linea con tutto l’insegnamento che Dio ha dato a Israele. Il disegno di Dio, che è universale, e quindi si serve di tutto, ha uno scopo ben preciso, che è educare la persona. Educarla, cioè distaccarla dall'idolatria e dalla forma più sottile di idolatria che non è adorare l’idolo, ma è adorare come idolo ciò che Dio ci ha dato. La profondità dell’idolatria sta nel fatto che essa è eminentemente naturale. La tentazione dell’uomo di sentire come proprio ciò che Dio gli ha dato come dono, appartiene alla stessa natura ferita dell’uomo. Per questo è necessaria l’esperienza del sacrificio. Ciò che don Giussani chiama la “distanza”. Entrare in un altro mondo dentro questo mondo. 
La fatica che facciamo a comprendere tutto quanto ho detto finora nasce dal fatto che riteniamo che il filo della vita sia tenuto in mano dall'uomo. Occorre ritornare alla radice dell’io, che è la creaturalità, la paternità di Dio. La questione più urgente di oggi, come nota il Papa, è la questione di Dio: la vita dell’uomo è l’espressione di un disegno positivo di cui noi non siamo in grado di tenere tutti i fili. Il filo dell’esistenza è qualcosa che Dio si incarica continuamente di riprendere in mano: è la complessità della Sua opera. Per questo è importante studiare la Scrittura e studiare la storia della Chiesa alla luce della Scrittura, scoprendo la continuità profonda tra il modo con cui Dio ha agito con Israele e il modo con cui Dio agisce nella Chiesa. Veramente la storia della Chiesa è la testimonianza che Dio tesse continuamente la sua tela e la tesse attraverso tutte le debolezze e le grandezze degli uomini.
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mercoledì 26 settembre 2012

I bambini ci guardano (Contributi 735)

Un articolo di Don Massimo Camisasca: 


Non c’è compito più difficile e affascinante per un sacerdote di parlare di Dio ai bambini. Molti pensano che per i piccoli non sia ancora giunto il tempo di ascoltare temi così elevati. 
Si vede che non hanno mai veramente ascoltato un bambino, ricevuto le sue confidenze. Anch’io, che ho solo esperienze di zio e pro-zio, so benissimo che l’infanzia è l’epoca dello stupore e dei “perché?”, epoca metafisica e religiosa per eccellenza, momento favorevolissimo per iniziare una catechesi con i piccoli. 
Loro non hanno bisogno di essere obbligati a pensare, a capire, a ricordare. 
Per un bambino è naturale chiedersi, guardando un giocattolo: «Chi l’ha fatto?», e guardando il cielo: «Chi vi abita?». 
È naturale per lui, di fronte al misterioso esserci delle cose, sentirle come animate e familiari compagne di viaggio. 
Il bambino percepisce le voci che vengono dalle piante, dagli animali, dai volti, non perché è un visionario, ma perché non è distratto dalla vita. È tutto concentrato su ciò che sta accadendo nell’istante. 
Nei piccoli è quasi spontanea la passione per le storie e per la storia. 
Perciò, come non bisogna aver paura di parlare loro di Dio, del Paradiso, della preghiera, degli angeli, nello stesso modo non bisogna pensare che non siano interessati alla storia. Adamo, Noè, Mosè, Davide… attraverso la nostra narrazione (che oggi può essere facilmente arricchita da brevi spezzoni di filmati) diventano, prima ancora dei personaggi dei cartoni animati, i loro eroi, che si imprimeranno per sempre nella loro memoria. 
Li porteranno dentro di sé anche quando penseranno di averli dimenticati. 
Allo stesso modo l’umanità luminosa di Gesù, le avventure di san Pietro e di san Paolo, li introdurranno ai tempi più maturi dell’esistenza che necessitano di memorie fondamentali e piene di realistica speranza. I bambini ci obbligano a riscoprire la nostra fede, a scuoterci di dosso tutto ciò che è abitudine o dovere e a rivivere, con la leggerezza e la letizia dell’infanzia, la consapevolezza talvolta ardua della maturità.
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sabato 22 settembre 2012

Chiusi nelle nostre paure (Contributi 732)

Ecco un articolo MOLTO interessante di Don Camisasca da Il Sussidiario su cui dovremmo riflettere tutti quanti per trarne vero e grande giovamento: 

Ognuno di noi è parte della storia di Dio con gli uomini, della storia dell’Alleanza. Attraverso la nostra vita, Dio vuole scrivere un momento della sua storia con il suo popolo, e quindi con tutta l’umanità. 
Ma siamo consapevoli di questa vocazione? 
Tutto, nella nostra vita, dipende dall’ampiezza del nostro cuore, o, meglio, da chi e da che cosa abita il nostro cuore. 
Se il nostro cuore è ripiegato e pieno di male, "anche il tuo occhio sarà pieno di male" (cfr. Lc 11,34), direbbe Gesù. 
Non vedremo né penseremo altro che il male. 
Ciò che più conta nella vita è l’alimentazione del cuore, o, usando un altro termine, il giudizio: il giudizio su ciò che ci è accaduto e su ciò a cui Cristo ci chiama e ci chiamerà. Alimentare il proprio cuore significa riconoscere il proprio posto dentro la storia di Dio con gli uomini. 
Risuona dentro di noi la voce del profeta Isaia, che richiama il popolo dicendo: "Dio sta facendo una cosa nuova, non ve ne accorgete?" (cfr. Is 43,19). 
La carità di Dio ha voluto noi e il mondo, ma, ciò che è ancora più impressionante, ci chiama a edificare il suo regno attraverso forme sempre nuove di vita. 
Occorre che dentro di noi continuamente si riaccenda la memoria di Dio fatto uomo, della sua passione, resurrezione e della sua attuale presenza. 
La memoria delle grandi cose che egli ha voluto fare per noi. 
Per incontrare il dono di Dio, però, dobbiamo uscire da noi stessi. Noi passiamo la maggior parte del tempo chiusi nelle preoccupazioni per i nostri problemi. Identifichiamo il piccolo mondo che si agita in noi con l’universo. 
Se avessimo il coraggio di uscire da noi stessi, di aprire la finestra, vedremmo quanto è piccolo il mondo dei nostri sentimenti, delle nostre reazioni, paure, invidie e gelosie. Quanto sono piccole le cose che ci rendono esaltati o depressi. 
Se uscissimo incontro a ciò che Dio fa, tutto assumerebbe una dimensione nuova, finalmente vera. 
Ricordo quando sentivo parlare don Giussani ai tempi del liceo: “La sensazione che ho io davanti a lui – pensavo – è quella che avevano gli ascoltatori che stavano a Parigi a sentire San Tommaso, che vedevano Beato angelico dipingere a Firenze, o che potevano udire in chiesa, seduti per terra, sant’Agostino a Ippona”. 
Se usciamo da noi stessi per andare incontro alle opere di Dio, tutto diventa grande. 
Se rimaniamo chiusi nei nostri sentimenti e nelle paure, tutto si rimpicciolisce. 
Dice sempre sant’Agostino: “Se il sacchetto è piccolo e accartocciato ci sta dentro poco; se è grande e dilatato, ci sta dentro tanto” (Trattati sulla prima lettera di Giovanni, IV, 6). Io prego perché nasca in noi una esaltazione sana per ciò che Dio ci ha regalato
La consapevolezza della nostra fragilità e pochezza unita alla consapevolezza che tutto è opera di Dio e che noi siamo strumenti liberi nelle sue mani, renderebbe quell’esaltazione pura come l’acqua di un torrente, limpida come alcune albe, tersa come certi mattini di primavera.
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martedì 18 settembre 2012

Benedetto, Leone della Chiesa (Contributi 729)

Un articolo di Don Camisasca da Il Sussidiario fa interessanti considerazioni sul recente viaggio di Benedetto XVI in Libano (e non solo)..


Quanto più passa il tempo di questo pontificato, tanto più mi convinco della similitudine fra Benedetto XVI e un grandissimo papa e padre della Chiesa del V secolo: Leone Magno. 
Ambedue questi papi sono passati o passeranno alla storia per la loro predicazione semplice e profonda, capace di svelare la qualità permanente dei misteri cristiani. 
Ambedue passeranno alla storia per avere cercato di fermare la barbarie. Leone Magno, al di là di ciò che avvenne storicamente, non si è limitato a fermare Attila. Ha posto le premesse per l’inserimento positivo di queste nuove forze dentro il cammino della Chiesa. 
Allo stesso modo Benedetto XVI sta agendo per cercare di fermare le forze del male e di dare nuova energia ai fattori positivi della storia. 
Non a caso, dunque, due sono i fronti fondamentali della sua battaglia: lo svelamento del vero volto di Dio e l’affermazione del vero compito della ragione. 
Da una parte il vero volto di Dio. Contro l’intolleranza papa Benedetto continua a ritornare, fin dalla sua prima enciclica, su Dio come carità, come colui che cerca l’uomo, che vuole rinnovarlo perdonandolo e creando continuamente comunione sulla terra. Il suo grido contro il fondamentalismo, che ha segnato l’inizio, ma poi tutto il corso del suo viaggio nel Libano, è da questo punto di vista emblematico. 
Sulle tracce di Agostino, Joseph Ratzinger combatte ogni identificazione tra la fede e la politica, vede tutto il male che può venire oggi dall’affermazione di un Dio schierato e identificato con le guerre e in ultima analisi con la morte. 
Dall’altra parte il papa è profondamente consapevole che per fondare la convivenza occorre il rispetto delle identità. 
Niente è più contrario ad esso di una tolleranza che riduce all’insignificanza il contributo della fede nella storia dell’uomo. 
Da qui il suo grido: 
“Quando si nega Dio si uccide anche l’uomo. 
Quando si esclude Dio dalla società, e non solo dai cuori, si pone la premessa per l’odio, la violenza, la guerra, la distruzione. 
Quando la ragione pretende di essere lo strumento dell’affermazione dell’uomo come signore della storia contro Dio, si inizia una storia di morte dell’uomo”
Ecco perché il papa propone il Libano, terra in cui può essere ancora possibile la convivenza e il rispetto reciproco, come un esempio per tutto il Medio oriente, un esempio che sia l’occidente che i settori intolleranti dell’islam hanno cercato di distruggere. 
Tutte queste sono le ragioni per cui Benedetto XVI, instancabilmente, cerca un dialogo con le comunità che sono maggiormente aperte alle ragioni della convivenza e della costruzione comune. 
L’islam occupa una parte rilevante della scena politica mondiale, soprattutto dopo la fine della guerra fredda. È capace di offrire a interi popoli le ragioni per vivere e anche per affrontare la morte. Offre lavoro, legami affettivi importanti. 
Ma come ogni realtà umana, porta dentro di sé contraddizioni e ferite. 
Così vediamo milioni di persone contestare nell’islam le promesse di felicità offerte dal capitalismo, cercare una via più rispettosa dell’uomo e dell’esistenza di Dio. 
Ma nello stesso tempo vediamo frange importanti del mondo musulmano capaci di influenzare la maggioranza di intere nazioni predicando la violenza e scatenando guerre e attentati. 
In questo contesto drammatico si gioca molto del futuro del mondo. 
In esso si pone la predicazione e l’opera di papa Benedetto, di cui il viaggio in Libano è stato un momento particolarmente significativo. 
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mercoledì 12 settembre 2012

Quando sono debole è allora che sono forte (Contributi 727)

Un articolo di Don Camiscasca molto, molto interessante........


Dio è avvenimento. Non è un’idea mia, un’astrazione lontana. Egli accade nell’incontro con le persone che mi mette a fianco, perché scatti la scintilla dell’incontro con Lui. L’inizio della novità è l’incontro con un altro, o con altri, che mi portano l’annuncio e il segno della sua presenza. 
Tale inizio matura poi in una vita con le persone che più mi sono vicine e che più mi ricordano Cristo. Questo ricordo di lui, questa memoria, questa sua presenza, è fatta di gioia e di dolore, è fatta di vicinanza e di distanza, di corrispondenza e di incomprensione. Entrambe le strade portano realmente a Dio nella misura in cui noi le abbracciamo. Nella gioia può nascere la dimenticanza e nel dolore la disperazione. Ma, all’opposto, gioia e dolore diventano strade di compimento della nostra vita se le abbracciamo vivendo la gioia come anticipo della vita definitiva, come dono della sua resurrezione e il dolore come partecipazione alla sua croce e richiesta di cambiamento dello sguardo sull’altro, del giudizio sull’altro
La presenza degli altri, sia nei loro doni sia nei loro limiti, sia nelle loro grandezze sia nelle debolezze, diventa occasione di pienezza già nel presente, diventa la via per andare a Dio, per riconoscere il suo mistero presente nella vita, per abbracciare la verità. 
L’altro è diverso da me, di una diversità che nasce dal fatto che la comunione non è un’uniformità, ma è fatta di tanti colori, di una pluralità di volti e di sfumature. Non c’è un volto uguale a un altro, non c’è un’impronta uguale a un’altra. Questi aspetti superficiali della nostra diversità, che talvolta ci fanno soffrire, in realtà ci introducono nell’infinitudine di Dio. Non c’è un fiore uguale a un altro, un filo d’erba uguale a un altro. Accettando la diversità dell’altro comincio a fare l’esperienza positiva che la vita è sempre nuova perché Dio è infinito. Egli, attraverso l’incontro con gli altri, attraverso la realtà inattesa dell’attimo che accade, attraverso la sorpresa che suscita continuamente nella vita, arricchisce il mio cammino verso di Lui e il mio canto di lode per la sua infinita novità. 
E così grazie alla diversità dell’altro entro nell’esperienza della ricchezza di Dio. Certamente la diversità a volte è un ostacolo, causa fatica e talvolta è ragione di incomprensione. Eppure, tutte queste strade, al fondo, se accettate, ci conducono a scoprire qualcosa che ancora non stiamo vivendo. 
La ricchezza di Dio è una ricchezza misteriosa. L’aspetto più sconvolgente della sua ricchezza è che per Dio la vita include anche la morte, il bene include il sacrificio, e la fatica. Arrivare alla resurrezione significa passare attraverso la croce: ma l’ultima parola non è la diversità dell’altro come disagio o alterità, ma l’unità come ricchezza di forma e di colore. 
Oggi c’è parecchia confusione su un aspetto particolare della ricchezza di Dio. La sua debolezza. Dio non è debole, è forte. Ma Dio si è fatto debole, per raccogliere l’uomo nella sua debolezza, per scendere al nostro livello, per comunicarci la sua forza. San Paolo dice che da ricco che era si è fatto povero, per renderci ricchi con la sua povertà (cfr. 2Cor 8,9). Dio si è fatto debole per prendere su di sé la nostra debolezza e comunicarci la sua forza. 
Oggi assistiamo a un’apologia della debolezza che è molto dannosa, la cui massima espressione è il cosiddetto “pensiero debole”. Ma Dio è forte e vuole comunicarci la sua forza. E la sua misericordia è segno della sua forza, che sa comprendere ogni distanza e ogni lontananza, ogni esperienza di debolezza. Come dice san Paolo: quando sono debole, è allora che sono forte (2Cor 12,10). Perché la mia forza non sono io, ma è Cristo. 
La mia debolezza fa strada alla forza di Dio. È per questo che Dio sceglie i deboli: per confondere i forti, perché i forti sono pieni della loro forza e non sentono il bisogno di aprirsi a Dio. Ed è questa la ragione per cui Dio sceglie i bambini, che non hanno una sapienza propria, evoluta, erudita. Sono ricchi soltanto delle parole che hanno sentito direttamente da Dio attraverso i loro genitori e i loro amici. E in questo modo essi, non avendo altre parole oltre quelle ascoltate, sono forti della forza di Dio.
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sabato 11 agosto 2012

Il dono del silenzio (Contributi 707)

Ecco un articolo di Don Camisasca da Il Sussidiario 


Viviamo in un’epoca di inquinamento. Oltre a quello atmosferico e quello luminoso c’è, non meno pericoloso per l’uomo, l’inquinamento acustico. 
Il silenzio sta diventando un bene raro, come l’acqua. Ma, mentre dell’acqua non si può fare a meno, si pensa di poter vivere senza silenzio. 
Anzi, i più non si rendono conto della sua assenza. 
Per me, invece, esso è stato il compagno più desiderato degli ultimi quarant’anni. La mia giornata inizia con il silenzio, con più di un’ora di raccoglimento e lettura. 
Non potrei più vivere se non potessi iniziare il nuovo giorno preparandomi attraverso un dialogo personale con Dio. 
Egli non è un essere lontano, assente: è soltanto invisibile, per poter accompagnare ogni uomo, ma parla e si rivela attraverso un’infinità di segni. «La Parola zittì chiacchiere mie», ha scritto Clemente Rebora (C. Rebora, Curriculum vitae). 
Il silenzio non è l’assenza delle parole. 
Esso è, piuttosto, il tempo vissuto con la consapevolezza che non sarà la nostra attività a salvarci. 
L’ancora della nostra vita non può essere l’azione. 
Quando è ricercata per se stessa, l’azione ci svuota, ci stanca, ci distrugge. 
Occorre sempre riscoprire la radice e la forza che possano sostenere il nostro fare. Per questo è necessario il silenzio. 
Molte volte la nostra ricerca spasmodica di agire non è altro che l’espressione della nostra paura di trovarci soli con noi stessi o soli di fronte agli altri. 
Pensiamo a questa possibilità identificandola con il vuoto, con il nulla. Paura che dal fondo di noi o dallo sguardo dell’altro emergano le domande a cui non sappiamo o non vogliamo dare risposta: dove sto andando? Che cosa cerco? Che cosa vale di più per la mia vita? 
Per profittare del tempo occorre avere il coraggio di porsi queste domande e la gioia di cercare le risposte. Io non voglio il silenzio per non sentire o non vedere. Lo desidero per poter vedere più in profondità, per poter ascoltare le parole più importanti, per potermi soffermare su di esse. 
Se esso esige una certa lontananza dai rumori è per farmi entrare più profondamente nella realtà, per scoprire il volto vero delle cose che spesso è nascosto come dietro a un velo. 
Mi ha impressionato sentire Maria Callas in una delle rare interviste filmate, trasmessa qualche anno fa dalla televisione. Rispondendo a una domanda su quale fosse, secondo lei, la cosa più importante che aveva vissuto nel canto, disse più o meno così: «Il silenzio. Tutta la grandezza del canto sta nei silenzi fra le parole».
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