Benvenuti
Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ecco una meditazione di Don Paolo Sottopietra della Fraternità Sacerdotale San Carlo
A tutti capita di pensare che una persona che conosciamo dovrebbe correggere il modo in cui ragiona o si comporta. Che dovrebbe cambiare, magari staccarsi da una situazione che la danneggia e danneggia altri.
Ci troviamo così nella situazione di dover dire all’altro che sbaglia.
Che cosa fare quando ci sentiamo interpellati in questo modo? È giusto manifestare i nostri pensieri, affermare ciò che crediamo vero? Amare veramente l’altro non significa piuttosto accettarlo così come è? Nella storia di un’amicizia, domande o dubbi come questi si ripresentano spesso, e così in famiglia o al lavoro. Forse ci hanno trattenuto, a volte, dal parlare francamente a un figlio, a un amico, a un collega.
All'inizio della sua ultima enciclica, Benedetto XVI dedica al rapporto tra verità e carità due precise affermazioni. Dice anzitutto che la verità va cercata, trovata ed espressa nella carità. È un accento caro anche a papa Francesco. Aggiunge poi che senza verità l’amore diventa un guscio vuoto, scivola nel sentimentalismo e diventa preda delle emozioni e delle opinioni.
Le due affermazioni sono complementari e descrivono in realtà un’unica grande esperienza. In esse sta anche la chiave per guardare a coloro che forse si sentirebbero accusati dalle nostre parole senza che la loro possibile reazione ci porti a tacere un giudizio che potrebbe aiutarli.
Per cercare e offrire la verità nella carità, il punto di partenza non può che essere un sincero interesse per la persona dell’altro e per la sua situazione. Papa Francesco insiste nel richiamarci a questo: è necessario alimentare in noi una sensibilità carica di comprensione e la disponibilità a metterci in discussione nel dialogo con l’altro.
Gli uomini desiderano la verità, anche se spesso la negano o la combattono. Forse noi stessi abbiamo lottato contro quello che desideravamo o abbiamo rifiutato di riceverlo nel modo in cui ci veniva offerto, ribellandoci a chi ci voleva bene. Sappiamo per esperienza che la nostra debolezza, la viltà che a volte nascondiamo, l’amore al comodo o la paura del sacrificio ci spingono a cercare accomodamenti. Spesso cediamo anche per timore del giudizio degli altri o per pigrizia nel cercare ciò che è veramente giusto. Dobbiamo dunque avvertire in noi stessi il dramma delle persone che fuggono, che non accettano di sentirsi dire che le strade che percorrono portano all’infelicità. La loro situazione deve suscitare in noi dolore e partecipazione, non arroganza. La verità non può essere usata come un’arma per punire o per umiliare.
Nello stesso tempo, non dobbiamo dimenticare che, in famiglia come nella società, solo la chiarezza con cui ci mettiamo dalla parte della verità può nel tempo dissipare la confusione in cui è immerso chi ci sta intorno. Questa chiarezza non è presunzione, ma l’unica sorgente della pace. Se l’amore rinuncia a giudicare, si trasforma in un sentimento impotente, incapace di salvare proprio quella vicinanza con l’altro che desideriamo conservare. In una cultura senza verità, scrive papa Benedetto, amore è una parola abusata e distorta, che finisce per significare il contrario. Senza verità, in nome dell’amore si arrivano a giustificare la violenza e l’arbitrio.
Portare con pazienza le resistenze e l’ostilità di chi è lontano è dunque una forma di amore. Aspettare che l’altro si decida liberamente per ciò che è vero, in certi casi, è l’unico modo possibile per amarlo. Allo stesso modo, è una forma d’amore lavorare perché la verità sia proclamata e custodita, perché sia udibile da chi la cerca. Difendere dall'ingiustizia chi è più debole di fronte alle conseguenze dell’errore, o dell’ideologia di chi è più potente, è un’altra forma dello stesso amore. Non c’è contraddizione tra queste cose. Da qualche parte la luce della verità deve brillare, altrimenti la vita sarebbe disperata, e in particolare proprio quella di chi è più lontano e confuso.
Benedetto XVI sintetizza così: difendere la verità, proporla con convinzione e testimoniarla nella vita sono forme esigenti e insostituibili di carità. Difendere, proporre, testimoniare: tre parole che descrivono la chiamata che la verità ci rivolge nel rapporto con gli altri.
Un esempio. Pensiamo a quanti rapporti tra genitori e figli a un certo punto si interrompono e si riempiono di rancore. A volte ciò accade perché gli adulti non hanno avuto il coraggio di indicare con decisione ai più giovani la strada del vero compimento; forse perché neppure loro hanno accettato di percorrerla fino in fondo.
Offrire ai figli la verità nella carità a volte significa scontro, significa rischiare l’incomprensione, almeno per un certo tempo. Ma scuotere non è sempre un male. Non dobbiamo aver paura di ferire le persone a cui vogliamo bene, può essere un passaggio necessario per porre l’attenzione sulla direzione del cammino che porta al bene. La vita è più lunga di un litigio e forse quell’episodio difficile potrà essere ricordato un giorno come un momento di svolta. I nostri figli in fondo desiderano da noi proprio questa fedeltà, ce la chiedono. Un padre o amico che mi sta davanti con fermezza, che mi guarda con stima e proprio per questo mi ricorda ciò che è vero anche a costo di farmi soffrire, mi sta infatti dicendo che non sono solo.
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A riguardo del recente motu proprio del Papa sulla carità, eccone un commento di Massimo Introvigne da La Bussola:
Il parroco vi invita a un evento dove si vendono i biglietti di Natale dell'UNICEF, noncurante del fatto che questa organizzazione delle Nazioni Unite è a favore degli anticoncezionali e dell'aborto? In oratorio si raccolgono offerte per quell'ordine di suore americano che si dichiara a favore del matrimonio omosessuale e della politica abortista del presidente Obama? Da oggi potete rispondere, senza timore di sbagliarvi, che si tratta di pratiche non cattoliche, vietate dal Papa, e su cui il vescovo ha il dovere di vigilare. Tutto questo infatti sta scritto, nero su bianco, nel motu proprio «Sul servizio della carità» di Benedetto XVI, formalmente datato 11 novembre 2012 e pubblicato nei giorni scorsi.
Fin dalla sua prima enciclica «Deus caritas est», del 2005, il Papa aveva rivelato che, certo, Dio è «caritas», amore e carità, ma su quello che fa la Caritas nella propria diocesi ciascun vescovo farebbe bene a vigilare. E che il mondo delle raccolte di fondi e della beneficenza cattolica è diventato una giungla, dove è obbligatorio mettere ordine prima che scoppi il prossimo scandalo. Questo avveniva, appunto, nel 2005, ma come sempre il Pontefice ha parlato e ben pochi gli hanno dato retta. Ecco allora che, passati sette anni, Benedetto XVI ci riprova con un motu proprio che detta norme piuttosto precise e stringenti sul tema.
Il Papa ricorda anzitutto, citando la «Deus caritas est», che la carità è uno dei tre servizi fondamentali della Chiesa, insieme alla predicazione della verità e della liturgia. Ma questi tre ambiti non vanno mai separati. «L'intima natura della Chiesa si esprime in un triplice compito: annuncio della Parola di Dio (kerygma-martyria), celebrazione dei Sacramenti (leiturgia), servizio della carità (diakonia). Sono compiti che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro».
Dunque a differenza delle organizzazioni umanitarie generiche quelle cattoliche devono offrire «all’uomo contemporaneo non solo aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell’anima». Se offrono solo l'aiuto materiale, e si dimenticano della buona dottrina, forse fanno anche del bene a modo loro ma non sono organizzazioni cattoliche.
La «prima responsabilità» e la garanzia data ai fedeli che le organizzazioni che sollecitano le loro offerte sono davvero cattoliche spetta ai vescovi. La carità, infatti, «è strettamente collegata alla natura diaconale della Chiesa e del ministero episcopale». Il diritto canonico fino a oggi si è occupato abbastanza poco di questo aspetto. È una lacuna che il nuovo motu proprio intende colmare.
Qual è il criterio che i vescovi devono applicare? Il Pontefice lo riprende ancora dalla «Deus caritas est»: «nell’attività caritativa, le tante organizzazioni cattoliche non devono limitarsi ad una mera raccolta o distribuzione di fondi, ma devono sempre avere una speciale attenzione per la persona che è nel bisogno e svolgere, altresì, una preziosa funzione pedagogica nella comunità cristiana», annunciando sistematicamente la fede e la buona dottrina. «L’attività caritativa della Chiesa, infatti, a tutti i livelli, deve evitare il rischio di dissolversi nella comune organizzazione assistenziale, divenendone una semplice variante».
Accanto alle Caritas diocesane e alle istituzioni analoghe, espressioni ufficiali della Chiesa di cui i vescovi sono direttamente responsabili, oggi esistono numerose organizzazioni che sono frutto della libertà di associazione che il Concilio Ecumenico Vaticano II riconosce ai laici, di cui i presuli devono rispettare la «legittima autonomia». Tuttavia, se queste associazioni laicali si presentano come cattoliche o richiedono e ottengono il sostegno di vescovi o sacerdoti, allora «occorre garantire che la loro gestione sia realizzata in accordo con le esigenze dell'insegnamento della Chiesa e con le intenzioni dei fedeli, e che rispettino anche le legittime norme date dall'autorità civile». Pertanto anche qui deve scattare la vigilanza del vescovo, per evitare anzitutto che - per malizia o per imperizia - si violino le leggi civili dando origine a scandali che colpiscono l'immagine della Chiesa, e in secondo luogo perché non siano presentate ai fedeli come cattoliche organizzazioni le cui idee e pubblicazioni sono in contrasto con la dottrina cattolica, il che oggi avviene più spesso sul terreno dei principi che il Papa chiama non negoziabili e che riguardano la vita e la famiglia.
Il motu proprio dispone che, se un'associazione o fondazione caritativa liberamente promossa da fedeli cattolici sollecita aiuti dichiarandosi cattolica o presentandosi nelle parrocchie, deve «sottoporre i propri Statuti all'approvazione della competente autorità ecclesiastica ed osservare le norme» del nuovo documento. Questo vale anche per le associazioni e fondazioni promosse da ordini religiosi. Il documento tiene conto che oggi non si può dare per scontato che un'opera di carità promossa, anziché da laici, da religiosi o da suore rispetti sempre la buona dottrina. Anche queste associazioni, come tutte le altre, «sono tenute a seguire nella propria attività i principi cattolici e non possono accettare impegni che in qualche misura possano condizionare l'osservanza dei suddetti principi».
«Un organismo caritativo può usare la denominazione di "cattolico" solo con il consenso scritto dell'autorità competente», che ne dovrà valutare la dottrina e non solo l'origine. «Spetta al rispettivo Vescovo diocesano vigilare», e prevenire anche eventuali violazioni della legge degli Stati.
C'è di più. Una volta approvate dal vescovo, le organizzazioni caritative che si presentano come cattoliche o chiedono aiuto alle parrocchie «sono tenute a selezionare i propri operatori tra persone che condividano, o almeno rispettino, l'identità cattolica di queste opere». Non solo un'organizzazione caritativa cattolica non può essere abortista o distribuire anticoncezionali in Africa - sembrerebbe ovvio, ma purtroppo non lo è - ma non può neanche assumere personale magari qualificato sul piano professionale ma noto per le sue posizioni in favore dell'aborto o della pillola anticoncezionale. «È dovere del Vescovo diocesano e dei rispettivi parroci evitare che in questa materia i fedeli possano essere indotti in errore o in malintesi, sicché dovranno impedire che attraverso le strutture parrocchiali o diocesane vengano pubblicizzate iniziative che, pur presentandosi con finalità di carità, proponessero scelte o metodi contrari all'insegnamento della Chiesa».
Il vescovo non può disinteressarsi di queste materie. Con il motu proprio diventa direttamente responsabile del fatto che le offerte raccolte tramite le parrocchie o la diocesi siano usate per il fine che è stato indicato ai fedeli, e deve anche accertarsi che gli organismi cattolici approvati non «siano finanziati da enti o istituzioni che perseguono fini in contrasto con la dottrina della Chiesa. Parimenti, per non dare scandalo ai fedeli, il Vescovo diocesano deve evitare che organismi caritativi accettino contributi per iniziative che, nella finalità o nei mezzi per raggiungerle, non corrispondano alla dottrina della Chiesa». L'esempio della distribuzione di anticoncezionali in Africa o altrove, o del sostegno a ospedali dove si praticano aborti, corrisponde a casi concreti e viene subito alla mente.
Il Papa conosce certamente anche l'ampia letteratura che documenta come - anche quando le organizzazioni caritative sono gestite in modo assolutamente onesto - solo una percentuale minoritaria delle offerte raccolte arriva ai destinatari indicati ai donatori perché la maggioranza del denaro serve a coprire le spese di gestione, gli stipendi al personale e le campagne pubblicitarie. Ecco allora la raccomandazione che, quando si tratta di organizzazioni cattoliche, «il Vescovo curi che la gestione delle iniziative da lui dipendenti sia testimonianza di sobrietà cristiana. A tale scopo vigilerà affinché stipendi e spese di gestione, pur rispondendo alle esigenze della giustizia ed ai necessari profili professionali, siano debitamente proporzionate ad analoghe spese della propria Curia diocesana»: dove, com'è noto, gli stipendi che corrono sono molto modesti.
Che cosa deve fare il vescovo se un organismo che si dice cattolico non rispetta la dottrina proposta dal Magistero? Può accontentarsi di ammonirlo blandamente dietro le quinte? Non proprio, risponde il Papa. «Il Vescovo diocesano è tenuto, se necessario, a rendere pubblico ai propri fedeli il fatto che l'attività d'un determinato organismo di carità non risponda più alle esigenze dell'insegnamento della Chiesa, proibendo allora l'uso del nome "cattolico" ed adottando i provvedimenti pertinenti ove si profilassero responsabilità personali». In breve, il vescovo ha «il dovere» - non solo il diritto - di «vigilare perché le attività realizzate nella propria diocesi si svolgano conformemente alla disciplina ecclesiastica, proibendole o adottando eventualmente i provvedimenti necessari se non la rispettassero». Dove non provvedesse il vescovo, la competenza è attribuita al Pontifico Consiglio «Cor Unum», che deve anche vigilare sugli organismi internazionali.
La clausola di autorità di rito aggiunta da Benedetto XVI al motu proprio - «ordino che sia osservato in tutte le sue parti, nonostante qualsiasi cosa contraria, anche se degna di particolare menzione, e stabilisco che venga promulgato mediante la pubblicazione sul quotidiano "L'Osservatore Romano", ed entri in vigore il giorno 10 dicembre 2012» - esclude che si tratti di semplici consigli. Sono norme canoniche, che vanno osservate. Alla prossima raccolta di fondi in parrocchia per organismi caritativi - non importa se promossi da sacerdoti o ordini religiosi - favorevoli agli anticoncezionali o all'aborto, o che si schierano in politica in modo difforme dalla dottrina sociale della Chiesa, il fedele avrà un vero diritto di chiedere che queste attività cessino immediatamente e di rivolgersi al vescovo perché le norme del motu proprio siano tempestivamente applicate.
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