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Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.
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martedì 28 aprile 2015

La gloria di Dio è l’uomo realizzato (Contributi 999)

Con ritardo,ma per fortuna le cose belle non scadono, vi propongo l'omelia tenuta da Mons. Camisasca (vescovo di Reggio Emilia/Guastalla) lo scorso 20 febbraio in occasione del X anniversario della scomparsa di Mons. Luigi Giussani:

Cari fratelli e sorelle,
Cari amici,
nel X anniversario dalla morte di don Giussani desidero ricordarlo assieme a voi per il grande contributo, oggi più che mai attuale, che egli ha dato al rinnovamento della Chiesa. Don Giussani fu certamente un grande riformatore. Anche se egli non usò quasi mai questa parola, in realtà tutto l’intento della sua vita fu di rivelare la freschezza e il fascino originario della vita cristiana. Egli scoprì che il cristianesimo è un avvenimento, cioè l’incontro con una persona presente carica di un’attrattiva misteriosa capace di mutare completamente l’orientamento della vita. Chi incontra Gesù diventa uomo. Riceve un’esistenza cento volte più intensa e più vera: nel campo delle conoscenze, degli affetti, della realizzazione di sé.
Il fondatore di Comunione e Liberazione ha avuto il grande merito di mostrare – in un tempo in cui si moltiplicavano i dibattiti teologici infra ed extra ecclesiali, e intanto si ponevano le premesse della contestazione del ’68 – che il cristianesimo non è innanzitutto una dottrina o una serie di norme da seguire per meritare un premio nell’aldilà. Il cristianesimo è una vita nuova, realizzata, che comincia quaggiù, sulla terra.
La convenienza umana e la pienezza di vita che è possibile sperimentare seguendo Gesù erano continuamente al centro del suo insegnamento e della sua testimonianza. In questo senso possiamo affermare che un primo grande contributo di Giussani alla riforma nella Chiesa sia stata la sua battaglia contro l’intellettualismo, lo spiritualismo e il legalismo allora, come oggi, molto diffusi. Una lotta che egli ha combattuto attraverso l’educazione dei giovani, creando luoghi di comunione vera, dove era possibile sperimentare la stessa vita che gli apostoli avevano vissuto con Gesù, mostrando quindi la bellezza e l’umanità di Cristo e della Chiesa, suo Corpo.
Ascoltandolo commentare il Vangelo, si veniva trasportati in Palestina, sulle rive del Giordano, a Gerusalemme, nell’animo e nella mente di Gesù e degli apostoli, senza peraltro venire mai alienati dalla realtà presente. Anzi: stando accanto a don Giussani si percepiva, in modo quasi naturale, un filo diretto che legava quegli avvenimenti e la realtà presente. Il giudizio sull’attualità o sulle scelte personali o comunitarie da compiere era sempre determinato dall’immedesimazione con l’esperienza originaria del cristianesimo.
«Io non voglio vivere inutilmente: è la mia ossessione. E poi tra due amici profondi cosa si desidera? L’aspirazione dell’amicizia è l’unione, è quella di immedesimarsi, impastarsi, diventare la stessa persona, la stessa fisionomia dell’Amico: …ma Gesù è in croce… la gioia più grande della nostra vita è quella che ad ogni piccola o grande sofferenza ci fa scoprire: “ecco, ora sei più simile”, più “impastato con Lui”. La vita per la felicità degli uomini, per l’amicizia di Gesù»[1]. Sono parole che don Giussani scrive nel 1945 in una lettera ad un suo compagno di seminario. Era stato ordinato sacerdote tre mesi prima e aveva 23 anni. In questa lettera, che egli scrive mentre è costretto a letto da una malattia, si concentra tutto il suo cuore di uomo, di cristiano, di giovane sacerdote. Il desiderio di essere come Gesù, l’ardore missionario perché Egli sia conosciuto e amato, la percezione della comunione come ragione che vale qualsiasi sacrificio. Si può dire che tutta l’opera successiva di don Giussani, lo stesso movimento che da lui è nato, abbia nell’esperienza qui descritta il suo centro propulsore. “Tutto è nato dalla mia devozione al Sacro Cuore di Gesù”, ebbe a confidarmi un giorno.
Fin dagli anni di seminario il futuro sacerdote ambrosiano era stato folgorato dal mistero dell’Incarnazione, centro della storia del mondo, avvenimento che l’uomo, con tutti i suoi sforzi, non avrebbe potuto neppure immaginare. Ad esso tende ogni espressione autentica dello spirito umano, l’arte, la letteratura, la poesia, la musica, le religioni. Ad essa anelano il cuore e la ragione, l’affettività e la laboriosità umane. «Per farsi riconoscere Dio è entrato nella vita dell’uomo come uomo, secondo una forma umana […] che penetra i nostri occhi, che tocca il nostro cuore, che si può afferrare con le nostre braccia»[2]. È Gesù, la sua divino-umanità, che l’uomo cerca quando è acceso da un desiderio di bellezza, di verità, di giustizia, di bene, di libertà.
L’avvenimento del Dio incarnato, morto, risorto e presente oggi nella comunione di coloro che egli sceglie e mette assieme, illumina tutta la vita e conferisce ad essa la sua direzione. Soprattutto Gesù svela all’uomo il suo vero volto, il suo essere fatto ad immagine della Trinità e per questo destinato a compiersi solo in una comunione vissuta.
«Ciò di cui tutto è fatto è diventato uno di noi. Allora uno che lo incontra dovrebbe girare il mondo e gridarlo a tutti. Ma uno può girare il mondo gridandolo a tutti stando nel luogo in cui Cristo lo ha collocato»[3], aderendo cioè con tutto se stesso alla vocazione che Dio gli ha dato. Se dovessimo individuare un’espressione sintetica di tutta l’esperienza umana, cristiana ed ecclesiale di don Giussani, una parola attorno a cui tutto il suo insegnamento si può riassumere, dovremmo scegliere certamente la parola vocazione, vita come vocazione. Questa espressione sulle sue labbra si liberava da ogni incrostazione clericale e tornava ad essere il cuore dell’esperienza umana tout-court. «Dio mi ha chiamato dal nulla, fra miliardi di esseri possibili, Egli ha scelto, e ha chiamato me. La mia vita è costituita da quella chiamata. […] La mia vita è risposta obbligatoria a quella Voce che chiama. […] La vita è vocazione. E il senso delle cose e delle circostanze è quello di essere come parole in cui si articola il suono di quella voce ineffabile»[4]. Vocazione è dunque, innanzitutto, la vita. Ma «perché la gloria di Cristo appaia come la forma e il contenuto di tutte le cose […] c’è, operata da Dio, […] una scelta o elezione»[5].
L’adesione alla vocazione, la scoperta del proprio posto nel mondo, coincide con la propria realizzazione ed è, nello stesso tempo, la testimonianza più grande resa a Dio: gloria Dei vivens homo, la gloria di Dio è l’uomo realizzato[6].
Don Giussani è stato un grande suscitatore di vocazioni laicali, sacerdotali e religiose. Guardando a lui migliaia di giovani hanno scoperto la propria strada e molti di essi hanno letteralmente rifondato o rinvigorito ordini religiosi arrivati ormai al lumicino.
Anche in questo senso don Giussani rimane uno dei più grandi riformatori del Novecento.
Ringraziamo il Signore per il grande dono che ha fatto alla nostra vita e alla Chiesa intera con don Giussani e, soprattutto durante questa Quaresima, chiediamo la grazia di recuperare continuamente, nella conversione del cuore e nella preghiera, la comunione che il Servo di Dio ci ha insegnato a vivere.
[1] L. Giussani, Lettere di fede e di amicizia. Ad Angelo Majo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, 33.
[2] L. Giussani – S. Alberto – J. Prades, Generare tracce nella storia del mondo. Nuove tracce d’esperienza cristiana, Rizzoli, Milano 1998, 24.
[3] L. Giussani, citato in A. Savorana, Vita di don Giussani, 39.
[4] L. Giussani, Vita come vocazione, in «Ora et labora», 14 (1959), 2, 2-4. Ora in L. Giussani, Porta la speranza, Marietti, Genova 1997, 164.
[5] L. Giussani, Il tempo e il tempio, BUR, Milano 1995, 14.
[6] Ireneo di Lione, Adversus Haereses, IV, 20, 7: Sch 100/2, 648-649.
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domenica 22 marzo 2015

Quaresima, battaglia di liberazione (Contributi 997)

Vi propongo la riflessione di Mons. Camisasca, Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla in occasione del Mercoledì delle Ceneri, tratta dal sito della Fraternità Sacerdotale S.Carlo


Cari fratelli e sorelle,
entriamo nella Quaresima, cioè nella preparazione alla Pasqua. Gesù, accettando di morire per noi, si è caricato di tutte le nostre divisioni, di tutte le nostre colpe. Ha vinto così la morte e ci ha aperto la strada – come nuovo Mosè – verso la Terra promessa, verso una vita vera ed immortale.
Non c’è un evento più importante nella nostra storia personale e nella storia del mondo. Per questo occorre prepararsi, sgomberare il nostro cuore da tutto ciò che ci impedisce di vedere Dio e la sua luce, il suo dono, la sua comunione. La Quaresima può essere descritta come una grande battaglia contro gli idoli, una battaglia di liberazione che ci renderà migliori, uomini più veri, più lieti e più capaci di amare la vita e di godere delle cose semplici e vere di cui essa è ricca.
Quali sono gli idoli più diffusi che dobbiamo chiedere a Dio di estirpare dal nostro cuore? Il primo è il denaro. La liturgia di questa sera ci parla dell’elemosina. Disporre di una parte dei nostri beni per i poveri ci aiuta a comprendere che tutto appartiene a Dio e ci libera dall'attaccamento smodato a ciò che possediamo. Quando il nostro cuore è avido di denaro, non c’è più posto per gli altri e per Dio, non riusciamo più a vedere i volti che ci circondano, le cose belle di cui sono fatte la natura e la vita. Attaccati al denaro non si sa più godere di nulla. Per questo il vangelo ci parla prima dell’elemosina e poi della preghiera: senza distacco dai beni non si può parlare a Dio.
Da questa cattedra vorrei che le mie parole arrivassero non soltanto a voi che mi ascoltate, ma a tutti coloro che abitano nel territorio della nostra diocesi. Dall'attaccamento al denaro nascono le industrie di guerra, le industrie di morte. Dall'attaccamento al denaro nasce la corruzione che impedisce la costruzione libera di una società civile. La passione per il denaro divide gli uomini in collaboratori e nemici. Per il denaro si diffonde la droga che uccide i cervelli e le vite, si diffonde l’usura che strangola le esistenze, nascono le aziende farmaceutiche per manipolare l’esistenza delle persone. Per denaro si vendono i corpi, si gettano sulla strada le donne della tratta, vengono venduti gli uteri, si mandano i bambini a combattere in guerre che li segneranno per tutta la vita. Per denaro si inquina la vita delle imprese, la si sottopone a condizionamenti mortali o si comprano dai politici diritti che non si avrebbero. Ma soprattutto, l’eccessivo attaccamento al denaro rende infelici. Non c’è felicità in chi uccide, in chi condiziona la vita degli altri, in chi vuole scappare dalla giustizia e finisce per avere paura della propria ombra. Solo Dio può cambiare il cuore degli uomini. Chiedo questa sera per noi e per tutti la conversione della nostra mente e delle nostre speranze. Poniamo la speranza in ciò che è vero e non delude. Liberiamoci dall'idolatria che diventa causa di morte.
Il secondo idolo di cui dobbiamo chiedere a Dio la liberazione è l’idolo del potere. Il potere dei popoli sui popoli, che scatena le guerre, ma anche il potere all'interno della società e delle famiglie, che ci fa vedere negli altri non degli esseri liberi a immagine di Dio, ma delle prede che possono riempire il vuoto che alberga dentro di noi. Dove l’infinito di Dio è stato cancellato, l’uomo diventa un buco infinito di insaziabile voracità. Nascono così le perversioni degli affetti. Non sappiamo più riconoscere che l’altro è un mistero da rispettare. Le persone diventano così oggetti da prendere e lasciare. Non ci libereremo mai dagli idoli del potere se non impareremo cosa vuol dire veramente amare. Penso alle persone che soffrono ingiustamente, incarcerate per le loro idee e soprattutto per la loro fede. Penso ai fratelli cristiani perseguitati. Penso a popoli interi costretti a migrare da una terra ad un’altra, braccati dai vari poteri dispotici che si susseguono e che non permettono loro di avere una terra. Penso alle vite uccise nel seno della madre, ai malati di cui non sappiamo prenderci cura, agli anziani che vorremmo eliminare dalla nostra vista. Gli idoli del potere hanno volti concreti e quotidiani e devono essere smascherati. Anche qui la medicina può essere soltanto la conversione dei cuori. La preghiera può molto e molto possono il digiuno e la penitenza.
Tanti sono gli idoli dell’uomo che possono distruggere la sua vita! Da ultimo vorrei ricordare soltanto l’idolo della menzogna. Il demonio è il grande bugiardo, che ci fa credere essenziale ciò che è provvisorio, e fondamentale ciò che è passeggero. Come appare chiaro nel vangelo delle tentazioni di Gesù nel deserto, il diavolo è colui che stravolge le parole e stravolge persino la parola di Dio. Dobbiamo imparare di nuovo l’amore alla verità che rende belli i rapporti umani. Anche quando costa grandi sacrifici, e perfino il sacrificio della vita, l’amore alla verità rende lieto il cuore.
Coloro che hanno peso e potere nei giornali e nelle televisioni, in Internet e più in generale nelle comunicazioni sociali, sappiano che grande è la loro responsabilità e che verranno giudicati da Dio. Distogliendo i piccoli e i giovani dalla verità si uccide in loro l’amore alla vita e la forza per combattere contro le avversità. Se non esistono più il bene e il male non esiste più il bello e ciò per cui vale la pena vivere.
All'inizio della nostra Quaresima ci illumina la presenza di Gesù povero e perciò libero, casto, rispettoso e amante di ogni persona, verità che illumina e guida le nostre esistenze verso la gioia della Pasqua.
Amen.
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giovedì 11 dicembre 2014

L’attesa dell’uomo, la risposta di Dio. Vegliate (Contributi 990)

Ecco l'omelia pronunciata da Mons.Camisasca (Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla) per la prima domenica d'Avvento 


Vincent van Gogh, «La veglia», 1889
Cari fratelli e sorelle, 
ritorna il tempo annuale di preparazione al Natale di Cristo. Ritorna innanzitutto per noi, per noi che siamo radunati questa sera nella nostra Cattedrale per questa celebrazione. Non possiamo né dobbiamo mai eliminare questa strada essenziale con cui Dio raggiunge gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo della terra. Egli lo fa attraverso altre persone, attraverso la conversione del cuore e della mente di uomini e donne che Egli chiama per nome. 
Tutta la storia di Israele, la storia di Cristo e della Chiesa è percorsa da questo metodo di comunicazione: Dio parla a te, parla alla nostra comunità, alla nostra Chiesa e dice: “Vuoi prepararti alla nascita di Cristo, alla venuta di Cristo?”. Se non fosse così potremmo forse essere schiacciati dalla constatazione che il mistero dell’Incarnazione di Dio è un grande sconosciuto sulla terra, quasi piccola, infinitesimale notizia in mezzo a un mare di immagini, comunicazioni, eventi virtuali, presentati a noi come reali e decisivi. 
Ma non fu così anche a Betlemme? Quanti nel grande Impero Romano si accorsero di ciò che era accaduto, del suo peso decisivo per la storia dell’uomo e del mondo? Eppure quel bambino, adorato da Maria, da Giuseppe e dagli angeli, venerato dai pastori, cercato dai Magi, avrebbe attratto a sé e cambiato le vite di milioni di uomini che hanno riconosciuto di vivere da Lui (cfr. Gv 1,3.13), che hanno voluto vivere per Lui e che hanno in molte occasioni accettato di morire per Lui, salvando così anche se stessi e la propria statura umana nella storia del mondo. 
Non perdiamoci d’animo dunque e chiediamoci invece: che cosa significa e che cosa chiede a noi questo tempo di Avvento? Così da poter gustare in modo nuovo, più profondo e vero il Natale che viene. Risponderemo a questa domanda nelle quattro domeniche che precedono il 25 dicembre con una piccola catechesi che si incentrerà su quattro parole, di cui oggi approfondiremo la prima: vigilate, vegliate. 
Vegliare per noi significa innanzitutto uscire dalla distrazione che ogni giorno ci fa perdere di vista ciò che è essenziale per seguire ciò che è illusorio. Vegliare è sostare, per rispondere alla domanda: chi è per me Cristo? Quali sono le persone, quale è la comunità che, nel momento attuale della mia vita, lo rendono presente? 
Chi è per me Cristo? La risposta non può ridursi ad un’intellettuale formula di catechismo, anche se essa potrebbe essere di aiuto. Chiediamoci: quando ho incontrato Cristo vitalmente, quando Lui ha cominciato a cambiare la mia vita? Come è avvenuto? E come continua ora? «Il Signore viene anche adesso, ogni giorno; ogni giorno egli chiama i suoi servi e coloro che trova vigilanti e perseveranti nella buone opere e li conduce con sé presso le realtà celesti» (san Bruno di Segni). Cristo viene continuamente verso di noi, ci chiama, ci interpella, ci invita. Lo fa attraverso i sacramenti della Chiesa, che sono la sua presenza operante nei diversi momenti della nostra vita. Lo fa in particolare nella celebrazione domenicale della sua Pasqua, a cui tutti siamo pressantemente invitati, dove Egli, Verbo eterno del Padre, si dona a noi nella Sacra Scrittura e nell’Eucarestia. 
Lo fa nelle piccole e grandi comunità della nostra Chiesa, ove la nostra esistenza è quotidianamente accompagnata nell’incontro con Lui. Ma perché tante volte l’incontro con Lui è “inefficace”? Lui non vuole salvarci senza di noi, senza la nostra libera e consapevole ricerca e adesione. Talvolta Cristo è una risposta che non trova in noi nessuna domanda. Ecco allora l’invito della Chiesa: non perdete la bussola della vita! Vegliate! L’invito pressante di Gesù, ci porta, ci obbliga quasi, a una domanda ancora più profonda e radicale: chi sono io? Di cosa ho bisogno per essere uomo e diventare sempre di più me stesso? Proprio in questo tempo di preparazione al Natale siamo così ricondotti a domandarci: che cosa rende felice l’uomo, di una felicità non superficiale e passeggera? Tutti gli uomini cercano la felicità. Alcuni si illudono di trovarla nello stordimento della musica ad alto volume, dell’alcol, del gioco d’azzardo, della droga, dell’incontro sessuale vissuto come pura ricerca del piacere sganciato da ogni affetto duraturo… Io dove penso di trovarla? Gesù si pone sulla strada della nostra ricerca e dice: “venite a me, io sono venuto per donarvi in abbondanza la vita e la gioia” (cfr. Gv 10,10). Gesù non censura il nostro desiderio, ma ci mostra se stesso come il vero uomo che ha saputo, nell'obbedienza al Padre, vivere la strada verso la luce, che attraversa e illumina anche la croce. 
Auguro a ciascuno di noi di vivere questo tempo di Avvento come strada luminosa di rinnovata confidenza in Dio per poter fare esperienza delle parole che abbiamo ascoltato questa sera dal profeta Isaia: Signore, tu sei nostro padre;
noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma,
tutti noi siamo opera delle tue mani (Is 64,7). 
Amen.
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venerdì 5 dicembre 2014

Il Vescovo di Reggio Emilia a favore delle sentinelle in piedi (Contributi 989)

Riporto da La Bussola Quotidiana quest'articolo 

Con una forte presa di posizione a favore delle Sentinelle in piedi il vescovo di Reggio Massimo Camisasca è intervenuto sulla polemica nata a seguito della cancellazione di un incontro sul gender nella parrocchia di Regina Pacis . 
Camisasca è intervenuto per sedare una situazione diventata ormai esplosiva dopo che il vice parroco don Paolo Cugini aveva annullato l'incontro di presentazione dell'attività delle Sentinelle nella battaglia contro l'ideologia gender. Questo anche a seguito delle proteste di un consigliere comunale del Pd, Dario de Lucia che aveva dichiarato che non si potevano concedere spazi della parrocchia agli “omofobi”. Una presa di posizione chiara nel corso della quale il vescovo di Reggio ha espresso la sua vicinanza come uomo e come vescovo alla battaglia delle Sentinelle in piedi che hanno il diritto inalienabile di manifestare le proprie opinioni. 
Secondo Camisasca «la decisione presa da don Paolo Cugini è stata frutto di una valutazione coscienziosa della situazione in ordine al bene dei fedeli». Ma il vescovo ricorda poi che «certamente egli, in futuro, saprà esprimere al popolo cui è mandato la voce della Chiesa e della ragione relativamente ai temi in questione». Un avvertimento dunque, rispetto alle ultime dichiarazioni di don Cugini che aveva detto come le Sentinelle a suo modo di vedere non fossero in sintonia con la Chiesa. 
Subito dopo però il pastore reggiano ha detto che «molte delle convinzioni che le Sentinelle in piedi, con umile forza e in modo pacifico, vogliono portare all'attenzione pubblica sono le stesse che anche io, come uomo e come vescovo di questa diocesi, ho più volte sottolineato e che ho riassunto nella nota sul gender (pubblicata nello scorso aprile) e nell’ultimo Discorso alla città, in occasione della festa di san Prospero: la famiglia nasce dall’incontro tra un uomo e una donna; i figli non sono un diritto, né di singoli, né di coppie, ma un dono da accogliere e rispettare; i bambini hanno il diritto ad una madre e ad un padre e i genitori, - con il sostegno degli amici, dei parenti e delle istituzioni pubbliche – devono essere messi nelle condizioni di poter educare liberamente i propri figli». 
Camisasca ha chiarito che «questi convincimenti non nascono da una posizione confessionale, ma sono patrimonio comune dell’esperienza umana, fondata sulla ragione. È per questo che anche la Chiesa, da sempre avvocata dell’uomo, si impegna a difenderli. Sono convinzioni che papa Francesco ha espresso più volte dall'inizio del suo pontificato». 
Infine un pensiero di «gratitudine e di sostegno della Chiesa per la testimonianza di tanti uomini e tante donne, soprattutto di tanti giovani, appartenenti a fedi e storie diverse – facenti capo ad associazioni laiche o religiose, circoli culturali, ecc… – che si espongono in prima persona a difesa del bene dell’umanità». 
«Accolgo con rispetto e attenzione - ha concluso -, perché portatore di una dignità umana uguale alla mia, chi ha posizioni differenti, qualunque sia la sua cultura, il suo credo, il suo orientamento sessuale: ognuno deve avere la possibilità di esprimere, nel rispetto degli altri, ciò di cui è convinto. Proprio in virtù di questo principio di libertà, occorre che da parte di tutti sia riconosciuto anche alle Sentinelle in piedi il diritto inalienabile a far sentire la loro voce». 
Con l'intervento di Camisasca, uno dei primi vescovi in Italia a prendere posizione favorevole pubblica sulle istanze delle Sentinelle la vicenda sembra segnare dunque un punto di non ritorno. Le Sentinelle entrano nel consesso dei giusti e non dei paria a cui si può addirittura affibbiare la patente degli omofobi. Ma in parrocchia a Regina Pacis, il vice parroco adesso dovrà digerire il Magistero del suo vescovo e correggere il tiro rispetto a quanto scritto proprio ieri sul sito della parrocchia (clicca qui) dove ha annunciato che l'incontro si farà con le Sentinelle ma anche con «esponenti di gruppi che si riconoscono nel gender». L'Arcigay in parrocchia: ecco la nuova frontiera che ci mancava.
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sabato 29 novembre 2014

I figli: dono e responsabilità (Contributi 987)

Ecco il discorso di mons. Massimo Camisasca alla Città di Reggio Emilia nella Solennità di san Prospero (patrono della città - 24 novembre 2014) 

Cari Amici, cari Fratelli e Sorelle, illustri Autorità, 
papa Francesco, con il Sinodo straordinario dei Vescovi che si è da poco concluso, ha posto all’attenzione della Chiesa e del mondo la realtà della famiglia. Egli ritiene, come tutti noi, che la famiglia sia il cuore della Chiesa e della società. È nella famiglia, infatti, che si imparano e si vivono le dimensioni fondamentali della vita. Si impara che l’amore ci precede, entra a trasformare la nostra esistenza creando dei legami che diventano fondamentali. Nella famiglia si impara l’apertura agli altri, alla nuova vita dei figli, si impara l’importanza dell’educazione, il rispetto delle altre persone, soprattutto attraverso la scoperta che i figli non ci appartengono e che, in definitiva, noi non apparteniamo a noi stessi. In occasione della festa di san Prospero, nostro patrono, intendo dunque parlare, quest’anno, della famiglia, affrontando di essa un aspetto particolare: i figli, come dono e responsabilità. 

Il discorso del Vescovo in occasione della festa di san Prospero vuole parlare a tutta la Città, non per imporre una visione ideologica della vita, ma per proporre alcune osservazioni ed esperienze che possono aiutare a leggere ciò che di profondamente umano vi è nella nostra esistenza e anche ciò che va recuperato e riscoperto. Parlare della famiglia e sostenere la realtà familiare non vuol dire, da parte mia, difendere un passato, semplicemente una tradizione, qualcosa di arcaico che si vuole salvare a tutti i costi. Sostenere la famiglia vuol dire, invece, riscoprire un bene che può costituire un grande punto di costruzione per il nostro futuro. 

Tutti quanti siamo chiamati, perciò, a riscoprire la realtà della famiglia, a riscoprire ciò che in essa vi è di fondamentale per la vita degli uomini e ciò che può costituire un bagaglio di speranza per la nostra vita presente. 
Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes, ha messo in luce in modo originale il valore personale dell’amore nella famiglia[1]. Accanto al suo scopo generativo, ha messo in rilievo il bene del rapporto fra le persone, marito e moglie, genitori e figli, come una caratteristica propria della vita familiare. 

 In questo mio discorso alla Città, desidero parlare della famiglia come luogo naturale della vita, come luogo capace di mettere al mondo un nuovo essere umano e di assicurare ad esso una stabilità di accoglienza, che solo la famiglia può dare. Sono consapevole di tutte le fragilità che sono presenti nella realtà familiare. Essa ha però dentro di sé, proprio per il patto di stabilità che la costituisce, la grande promessa di assicurare al figlio un luogo che lo aiuti a crescere adeguatamente. 

Parlo di tutto ciò nella consapevolezza che l’Italia è uno dei Paesi più colpiti dal fenomeno della denatalità. In meno di dieci anni, dagli anni Settanta agli anni Ottanta, siamo scesi da 900mila nascite a 300mila, per poi attestarci intorno a 550mila unità. 
Il progressivo cambiamento dei modelli di fecondità della popolazione italiana ha portato il livello di ricambio generazionale sotto la soglia dei due figli per donna da più di trent'anni e ciò, unitamente al progressivo invecchiamento della popolazione, ha condotto alle conseguenze drammatiche che oggi affrontiamo. Se verranno confermati i parametri di questi anni avremo una popolazione di ultra sessantacinquenni, i nonni, che se adesso supera di mezzo milione quella dei nipoti, nel 2030 potrebbe superarla di 6 milioni. 
Ci sono poi le ragioni economiche e sociali di questa denatalità, che sono, tra l’altro, il costo dei figli, la difficile conciliazione soprattutto tra lavoro e impegni familiari, il costo delle abitazioni e la disoccupazione giovanile. 

La famiglia, luogo della generazione 

Vorrei riflettere con voi, allora, su che cosa significa generare dei figli, un bene prezioso che è diventato sempre più raro nel nostro Paese. 
Mentre nel mondo animale esiste la riproduzione, cioè la produzione di nuovi esseri per la salvaguardia della specie, nel mondo degli uomini si parla piuttosto di generazione o di procreazione. 
La parola generare contiene il riferimento a un’origine, génos. La stessa parola ci collega con il genere maschile e femminile e con la genealogia, cioè con un filo che unisce generati e generandi. 
Il generare ha quindi a che fare con la differenza originaria, con l’uomo creato come maschio e come femmina. Nello stesso tempo nell'umano il generare non è solo un’azione in avanti — pro-creare — ma ci fa anche guardare all'indietro, al fatto che i generanti, i genitori, sono essi stessi generati, essi stessi dei figli. 
Noi oggi, figli del nostro tempo, viviamo in un presente dilatato, ci concepiamo spesso come se fossimo noi l’inizio assoluto della storia e dimentichiamo la inscindibilità del generare e dell’essere generati. Ogni figlio ha un nome proprio, ma ha anche un cognome, vale a dire fa parte di una storia familiare, ha una genealogia, porta su di sé i geni di molte generazioni, sia da parte della madre che da parte del padre, e ha un rapporto diretto con i nonni che spesso se ne prendono cura, soprattutto nel nostro Paese nel quale i nonni rappresentano una grande risorsa per la famiglia. 
L’esperienza positiva e bella delle famiglie con bambini adottati o in affido, ci aiuta a non assolutizzare tutto ciò, ma le particolari fatiche e difficoltà che deve attraversare la famiglia adottiva, anziché contraddire quanto finora affermato, ne mettono in luce l’importanza. 
Quando abbiamo detto che solo la famiglia genera, abbiamo voluto dire che in essa l’uomo e la donna si uniscono mettendo in comune dei patrimoni genetici e simbolici che vengono da lontano e che danno origine a un nuovo essere umano. Nel far questo capiscono che la vita che hanno donata è essa stessa un dono che hanno ricevuto. 
La novità che introduce nel mondo il nuovo nato è una novità assoluta, non una trasformazione di ciò che già esiste. Generare persone, dunque, è una novità universale che esiste in tutti i tempi e in tutti i luoghi della terra. Come ha scritto Hannah Arendt, «in ogni nascita un nuovo inizio appare all'interno del mondo, un mondo nuovo è virtualmente giunto all’esistenza»[2]. Questo mondo nuovo è la persona. 
Dire persona non è la stessa cosa che dire individuo. Noi non siamo degli esseri solitari, ma degli esseri in relazione. Come ha scritto papa Francesco nella Lumen Fidei, «la persona vive sempre in relazione. Viene da altri, appartiene ad altri, la sua vita si fa più grande nell’incontro con altri. E anche la propria conoscenza, la stessa coscienza di sé, è di tipo relazionale, ed è legata ad altri che ci hanno preceduto: in primo luogo i nostri genitori, che ci hanno dato la vita e il nome. Il linguaggio stesso, le parole con cui interpretiamo la nostra vita e la nostra realtà, ci arriva attraverso altri, preservato nella memoria viva di altri. La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande»[3] 

Il figlio: dono o diritto? 
Oggi c’è poca consapevolezza della novità e del bene insito nella nuova vita che viene alla luce, lo sentiamo come un diritto più che come un dono. Un diritto degli adulti, della coppia e, a volte, addirittura del singolo, che non vuole privarsi di questa significativa esperienza. La novità della nascita, la novità della presenza di un nuovo essere umano — che viene sì dalle nostre viscere, ma è fin da subito altro da noi, è subito persona con una sua dignità — cede il passo di fronte al “bisogno” realizzativo dell’adulto. Il figlio tende a diventare il prolungamento del genitore che facilmente si rispecchia in lui e affida a lui il senso della sua vita. Diventa la sua “pre-occupazione”. La maggiore sensibilità che abbiamo oggi nei confronti dei bambini — che è sicuramente un fatto positivo — si traduce troppo spesso in forme di possesso sottile che impediscono al padre e alla madre di svolgere il loro compito educativo. Tutto ciò costituisce un’ipoteca per uno sviluppo libero del bambino. 
Questo aggrapparsi degli adulti ai pochi bambini che mettono al mondo è anche il segno della fragilità della coppia che cerca la sua consistenza prevalentemente nell'intesa emotiva e poco nella responsabilità nei confronti del partner e dei figli. La famiglia ha perso così il suo ancoraggio nella coppia stabile. Oggi poi, con la messa in discussione della differenza sessuale come prerequisito della unione coniugale, la famiglia rischia non solo di perdere qualche pezzo, ma di perdere la sua stessa identità. Essa infatti si fonda sull'unione stabile tra un uomo e una donna che mettono in comune i loro corpi, i loro affetti, i significati delle loro vite che hanno ereditato dalle loro famiglie e li trasformano, secondo la loro sensibilità, coinvolgendosi in un progetto generativo.

Ripartire dalla coscienza di essere figli 
Come possiamo allora riprendere questo aspetto elementare della famiglia (cioè il figlio come dono) senza smarrirci nella falsa strada del diritto degli adulti? Dobbiamo ripartire dalla condizione di figli, da questo vincolo di dipendenza che è una delle radici più profonde della condizione umana. 
Tutti noi siamo figli, tutti i bambini sono figli. Il figlio rimanda, esige i suoi genitori e la sua genealogia. Questo è il suo diritto fondamentale: che venga riconosciuto come figlio, che venga riconosciuto il suo luogo generativo, che gli sia garantita una vita famigliare, come sta scritto nella Convenzione sui diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite del 1989. 
Il figlio più difficilmente costruirà la propria identità quando non può vivere, attraverso la sua condizione di figlio, in stretta relazione con chi l’ha generato. Il diritto del bambino-figlio ad avere una famiglia è un diritto, dunque, di identità. Tale diritto, purtroppo, a volte è “tradito” dalla pretesa dei genitori di avere “un figlio a tutti i costi”, ed è ricercato anche attraverso strade, come la fecondazione eterologa o l’utero in affitto, che rendono problematico per il figlio conoscere le sue origini. Nascere con un vuoto di origine alle spalle, non sapendo chi è il padre o la madre o sapendo che il padre ha il volto anonimo di chi ha dato il seme e la madre l’utero, è una verità drammatica per il figlio[4]. I vuoti relativamente alle origini si traducono in lacune gravi dell’identità perché rendono impossibile la narrazione della propria storia personale. 
Ma anche gli adulti che si mettono su questa pericolosa china fatta di diritto, possesso e controllo del figlio perdono un aspetto fondamentale dell’esperienza: il fatto che il figlio è un dono, un inatteso, una sorpresa. È la vita stessa dei figli, nei suoi caratteri di novità e imprevedibilità, che smentisce l’illusione del controllo e che richiama i genitori ad un atteggiamento di servizio umile e gratuito nei confronti della vita. Come dice san Giovanni Paolo II nella Lettera alle Famiglie: «Il bambino fa di sé un dono ai fratelli, alle sorelle, ai genitori, all'intera famiglia. La sua vita diventa dono per gli stessi donatori della vita, i quali non potranno non sentire la presenza del figlio, la sua partecipazione alla loro esistenza, il suo apporto al bene comune loro e della comunità familiare»[5]. 

Il figlio come “compito” 
Il dono del figlio è contemporaneamente un compito per i genitori. Si apre qui il grande tema dell’educazione. Il figlio deve essere condotto responsabilmente e amorevolmente lungo l’itinerario che dall'infanzia porta alle soglie della maturità. 
L’educazione è il proseguimento della generazione. Il compito educativo della famiglia deve accompagnare il figlio a incontrare le cose e l’intera esistenza. Dice Papa Benedetto XVI: «Educare — dal latino educere — significa condurre fuori da se stessi per introdurre alla realtà, verso una pienezza che fa crescere la persona»[6], perché realizzi qualche cosa di bello e di buono, perché realizzi la propria vocazione. 
Occorrerà mettere in conto anche gli insuccessi e i sacrifici. Il sacrificio è una cosa di cui noi post-moderni facciamo fatica a comprendere il valore. Eppure è molto faticoso educare ed è anche molto faticoso per i genitori di oggi chiedere rinunce, porre limiti alle richieste dei figli: temono di perdere il loro affetto. Le insicurezze e le fragilità dei genitori impediscono loro di stabilire un rapporto libero con i figli. Rendono più debole e ambigua la loro autorevolezza. Sono ricattati dal loro bisogno di ricevere affetto e riconoscimento da parte dei figli. 
È giusto che i figli occupino un posto importante nella vita. Sono un bene insostituibile, ma non possono essere il senso della vita. Non sono fatti per riempire il vuoto delle nostre esistenze, per consolarci delle nostre ferite, ma perché insieme, attingendo al comune Mistero del dono della vita, realizziamo la nostra vocazione. È particolarmente luminosa a questo proposito l’esperienza di Chiara Corbella ed Enrico Petrillo che hanno accolto i loro bambini “malati” come un dono che Dio faceva loro, certi che quei bambini avevano una missione misteriosa da svolgere e loro, come genitori, erano chiamati ad accompagnarli per il tempo che Dio aveva stabilito. Accompagnarli nella loro vocazione per riconsegnarli a Lui[7]. 
Oggi i genitori sono in difficoltà nel condurre i figli a realizzare la loro vocazione, sono incerti sui criteri da adottare nelle difficili e complicate scelte dell’esistenza, non sanno che cosa ultimamente desiderare per sé e di conseguenza per i figli. Per questo l’attaccamento dei genitori è più di tipo narcisistico che progettuale. I figli non sono visti come nuova generazione che si affaccia alla vita, ma piuttosto come coloro che riempiono il vuoto esistenziale del genitore. Per questo si tende a trattenerli in casa. Invece una genuina posizione educativa fa sì che il genitore, attraverso un rapporto affidabile, sia un testimone che la vita ha un senso e accompagni il figlio a cercarlo e a trovarlo. E lui stesso, in questo viaggio, sa riproporsi gli eterni “perché”, sa rilanciare la speranza. «È compito di coloro che si sono assunti la responsabilità di genitori — scriveva significativamente il mio predecessore, mons. Adriano Caprioli, nella sua ultima Lettera pastorale — di rendere ragione al figlio della promessa che essi hanno fatto mettendolo al mondo: la promessa per cui “c’è una speranza nella tua vita”»[8]. 
Da questo punto di vista, è altamente educativo per un figlio vedere una madre e un padre che pregano assieme, che hanno un punto di riferimento più grande di loro, a cui chiedono forza e sapienza. I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti, che non esistono, ma di adulti che come loro e prima di loro siano affamati di verità e bellezza, di significato e di felicità. Genitori che, pur con tanti limiti e in mezzo a tanti errori, desiderano dare la vita per qualcosa di grande. 
In questo senso, l’esperienza della paternità e della maternità è un grande dono innanzitutto per i genitori stessi, anche sul piano spirituale. Proprio perché è un compito che quasi supera le loro risorse, può diventare la strada per trarre fuori da se stessi la parte migliore: pensiamo alla capacità di donarsi, di uscire da sé, di sperare, di avere pazienza…; è una nuova vita non solo per il bambino, ma anche per i genitori stessi. Diventare genitori è un’esperienza che li “costringerà” ad affidarsi, a mettersi in mani più grandi. 
La grandezza, la complessità e la fragilità della vita familiare possono diventare l’occasione per scoprirsi sempre più figli, per riconoscersi piccoli, per imparare ad abbandonarsi, a chiedere e a sperimentare la provvidenza del Padre. Diventare papà e mamme significa assomigliare di più a Dio, che ama come padre e madre, ma significa anche diventare più figli: figli insieme come coppia e figli insieme ai propri figli. 

La missione della famiglia: umanizzare l’umano 
L’educazione aiuta la vita dei figli a fiorire, affinché, a loro volta, producano nuovi frutti vitali. In questo modo la famiglia “umanizza l’umano”. Che cosa significa? 
Per diventare pienamente umani occorre imparare innanzitutto cosa voglia dire voler bene, occorre fare esperienza di legami affidabili, del gusto e della fatica di lavorare per un progetto di vita buona. Tutto questo una famiglia lo può dare indipendentemente dal grado di istruzione. Sono spesso le famiglie più semplici, più povere a testimoniare questi “legami affidabili”. Talvolta quanto più si è studiato, tanto più si è portati a pensare che educare sia dare competenze. Lo scopo della famiglia non è dare competenze, ma rendere umani, cioè aiutare l’altro a diventare persona compiuta: la famiglia insegna la fiducia, la speranza, la capacità di perdono, insegna a vedere con realismo anche quella quota di male che segna inesorabilmente la vita di ognuno. 
L’uomo può amare se prima ha riconosciuto un amore gratuito su di sé. La famiglia è il luogo dove il soggetto umano fa l’esperienza affettiva e morale elementare, basilare, sperimenta di essere voluto e amato e impara, così, a prendersi cura dell’altro. 
Essere figli è cronologicamente la prima e decisiva esperienza che ciascuno di noi ha fatto in seno alla propria famiglia, ed è anche quell'esperienza dalla quale dipenderà in buona parte la capacità di vivere da fratelli, di essere sposi, padri e madri. 
Come nella vita relazionale, anche per quanto riguarda la vita spirituale i genitori sono i primi mediatori e testimoni della fiducia, della speranza e dell’amore che Dio ha per noi, creando così nella famiglia un contesto in cui la fede può più facilmente nascere e fiorire. 
I genitori educano innanzitutto attraverso la cura del loro legame e rimanendo aperti alla vita. Infatti, l’arrivo di un figlio o di un fratello in una famiglia è il segno che c’è una “sorgente” ancora viva, e non solo biologicamente; significa che c’è stato un atto d’amore. Proprio il prolungamento di quest’atto d’amore è il primo regalo che i genitori sono chiamati a dare ai figli e che essi cercano: tenere vivo nella coppia il volersi bene. I bambini e i ragazzi non hanno solo bisogno di essere amati, ma hanno bisogno di vedere che è possibile e vale la pena amarsi. Da questo nascerà la loro fiducia e la capacità di creare dei legami stabili. 

Una comunione educativa 
Tutto quanto ho detto finora può far sorgere in noi la domanda: ma è possibile vivere questo compito così complesso? Sì, perché i genitori non sono soli, non sono chiamati ad essere autosufficienti. Anzi, proprio la gravità del loro compito fa avvertire loro, in modo quasi naturale, il bisogno di una comunione con altre famiglie, con cui condividere gioie, preoccupazioni, scelte educative. Il cuore della vocazione dei genitori è proprio questa apertura che sono chiamati a vivere di fronte alla propria inadeguatezza. Dio sempre assegna un compito all’uomo perché questi, attraverso la missione che gli è affidata, abbia a comprendere che da solo non può far nulla (cfr. Gv 15,5). Il compito che Dio affida ad ognuno è sempre anche un espediente per farci entrare nella comunione, per farci capire che siamo fatti per la comunione. Una famiglia che si concepisse da sola, che si ripiegasse su sé stessa, contraddirebbe la sua essenza più profonda. 
Oltre che sull'amicizia con altre famiglie, sul sostegno materiale e spirituale di tante persone e sulla comunità cristiana, i genitori possono contare su molte istituzioni che collaborano alla loro opera educativa. Spetta ad essi la responsabilità di scegliere i luoghi più adeguati per la formazione dei loro figli, ma devono poter contare su altre istituzioni e su altri adulti che, nel rispetto dei diversi ruoli, si assumano anch’essi il loro compito educativo. Si comprende, da questo punto di vista, che la possibilità di un’effettiva scelta della scuola, uno tra i più importanti di questi luoghi, è una questione decisiva. Occorrono però anche politiche familiari serie, che sostengano le famiglie valorizzando i soggetti sociali che possano rigenerare quella rete comunitaria che rende più facile l’impresa educativa. Come ha ricordato papa Francesco con un proverbio africano, parlando al mondo della scuola italiana, «c’è bisogno di un villaggio per far crescere un bambino»[9].

[1] Cfr. Gaudium et Spes, 47-52; in particolare n. 49: «Proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona con un sentimento che nasce dalla volontà, quell’amore abbraccia il bene di tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità le espressioni del corpo e della vita psichica e di nobilitarle come elementi e segni speciali dell’amicizia coniugale». 
[2] H. Arendt, La nature du totalitarisme, Payot, Paris 1990, 342. 
[3] Francesco, Lumen Fidei 38. 
[4] Ho già accennato a questa drammatica realtà nella mia nota sul Gender citando, tra l’altro, le ricerche di E. Scabini e S. Agacinski: «vuoto di origine: […] l’itinerario a ritroso che l’umanità oggi rischia di percorrere trascina al ribasso la persona dal riconoscimento al misconoscimento, all’indifferenza, all’incuria»: E. Scabini, La crisi dei fondamentali dell’umano. Riscoprire l’attrattiva dei fondamentali, in «Tempi», 17 maro 2014. «Non ci si è per nulla preoccupati degli effetti che [l’impossibilità di risalire ai genitori biologici] potrebbe produrre nei figli stessi. […] Adesso li conosciamo meglio, poiché molti di questi figli rifiutano, più tardi, di essere prodotti fabbricati con l’aiuto di provette congelate e vorrebbero sapere a quale uomo o a quale donna, in altre parole a quali persone, debbano la vita, per potersi iscrivere in una storia umana. […] Il problema dei bambini a venire, cioè delle future generazioni, è che nessuno li rappresenta sulla scena politica democratica: non possono manifestare, né essere ricevuti, né essere ascoltati. Non costituiscono alcuna forza. Il legislatore deve però preoccuparsi delle condizioni della loro venuta»: S. Agacinski, La metamorfosi della differenza sessuale, in Vita e Pensiero, n. 2, 2013. 
[5] San Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie 11. 
[6] Benedetto XVI, Messaggio per la XLV Giornata mondiale della pace, 1 gennaio 2012, 2. Parlando del compito educativo della scuola papa Francesco utilizza espressioni simili: «Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà. Almeno così dovrebbe essere!» (Francesco, Discorso al mondo della scuola italiana, 10 maggio 2014). 
[7] Cfr. S. Troisi – C. Paccini, Siamo nati e non moriremo mai più. Storia di Chiara Corbella Petrillo, Porziuncola, 2013. 
[8] Adriano Caprioli, Vigilate: ecco sto alla porta e busso. Lettera Pastorale per il biennio 2010-2012 [2010], 23. 
[9] Francesco, Discorso al mondo della scuola italiana, 10 maggio 2014.
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martedì 19 agosto 2014

Omelia Mons. Camisasca 15-ago-2014 (Interventi 203)

Ecco l'omelia pronunciata il 15 agosto 2014, solennità dell'Assunzione della B.V. Maria al cielo, da Mons. Massimo Camisasca, Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla


Cari fratelli e sorelle, durante questa celebrazione eucaristica, in unione con tutta la Chiesa diffusa nel mondo, e in particolare con le diocesi di tutt'Italia, preghiamo per i nostri fratelli, i cristiani dell’Iraq, costretti a lasciare le loro case e tutti i loro beni per fuggire di fronte a una volontà di morte che chiede loro di rinnegare la fede in cambio della vita. Allo stesso modo preghiamo per tutti coloro che, pur appartenendo ad altre fedi e religioni, stanno subendo la stessa ingiustizia.
La testimonianza dei nostri fratelli ci insegna che la fede è il bene più prezioso che abbiamo. Essa illumina la nostra vita e la riempie di significato. Ci rende anche capaci di portare il peso della sofferenza e del dolore. Nello stesso tempo le vicende terribili dell’Iraq, ricordandoci il numero impressionante di martiri di questo inizio di millennio, ci invitano a chiedere che la libertà religiosa sia il fondamento della convivenza civile in ogni Paese. Esprimiamo dunque nella preghiera la comunione profonda con i nostri fratelli perseguitati e chiediamo a Maria Assunta di proteggerli nel loro difficile cammino.
Cosa vuole insegnare alla nostra vita quotidiana la festa di oggi? Quale dono vuol fare la Chiesa a noi con la solennità dell’Assunzione di Maria? Qualcuno potrebbe pensare che una celebrazione dedicata a guardare Colei che sale in cielo in anima e corpo, sottraendosi allo sguardo dei presenti, ci inviti quasi ad uscire da questa vita per trasferirci spiritualmente nella vita futura. In tutto ciò è nascosta una grande tentazione che anche molte filosofie hanno vissuto. Ma Cristo non ci invita a uscire da questa vita prima del tempo. Egli stesso ha detto, poco prima di lasciarci, rivolgendosi al Padre: non voglio che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal male (cfr. Gv 17,15).
La vita cristiana non è un oppio che ci fa dimenticare le responsabilità e i problemi dell’esistenza. All’opposto, Gesù è venuto proprio per portarci una luce, per essere lui stesso la luce che illumina la vita degli uomini. Per aiutarci a distinguere il bene dal male. Per indicarci le strade onde operare delle scelte giuste e fruttuose. Egli è venuto per cambiare il nostro cuore e per donarci la forza di compiere il bene. Ci aiuta ad estirpare le radici di male e opera attraverso di noi, per quanto possibile alla nostra fragilità umana, azioni giuste e sante.
Nello stesso tempo l’invito a guardare in alto contiene una verità, che è espressa anche con la preghiera con cui abbiamo iniziato questa Messa: «Fa’ che viviamo in questo mondo costantemente rivolti ai beni eterni». Cosa sono questi beni eterni se non la persona stessa di Gesù? Come Maria, allora, dobbiamo imparare a vivere le responsabilità e le circostanze della vita quotidiana guardando a suo Figlio. Come Maria siamo chiamati a trattenere nel nostro cuore le parole che Dio ci rivolge perché esse ci aprano il senso di ciò che accade.
Nella sua parola Dio non soltanto rivela la sua sapienza, ma dona se stesso. Come per Maria la parola di Dio era quel bambino o quel ragazzo che viveva nella sua casa, così anche per noi la Parola si è fatta carne ed abita in mezzo a noi, si è resa presente nella nostra vita in mille modi e ci invita a diventare testimoni della carità presso gli uomini e le donne del nostro tempo come ha fatto Maria.
Il vangelo che abbiamo appena ascoltato ci parla della Madonna che non ha avuto paura, subito dopo il concepimento di Gesù, di iniziare un lungo viaggio per andare ad aiutare la parente Elisabetta, rimasta incinta in tarda età e con una gravidanza difficile. Maria ha percorso molti chilometri per portare Gesù. Tutte le preoccupazioni di quel momento, i discorsi della gente, la comprensibile ansia per quello che avrebbe pensato Giuseppe, tutto passa in secondo piano e diventa un inno di lode a Dio.
Ecco che cosa vuol dire avere lo sguardo rivolto verso l’alto: saper leggere in profondità ciò che accade. Restare umili. Imparare a vedere ciò che Dio opera. Imparare la lode e l’esultanza. Facciamoci tutti discepoli come Maria. Ella ha saputo custodire nel silenzio le verità più grandi e i momenti più drammatici della sua vita. Non ha preteso di capire subito tutto, ma ha accettato di percorrere fino in fondo l’itinerario che il Padre aveva scelto per suo Figlio e per lei. Ed è stata così ricolmata di gioia e di gloria.
Sosteniamoci a vicenda, aiutiamoci perché anche nel nostro cuore nascano gli stessi sentimenti, nella nostra mente gli stessi pensieri che hanno abitato nella mente e nel cuore di Maria. Il Signore ci aiuta nel cammino, spesso difficile, della vita. Portiamo questo aiuto ai fratelli (cfr. 2Cor 1,4)! Quando si accende dentro di noi il fuoco dell’incarnazione, quando conosciamo che Dio si è fatto uomo per raccoglierci dal nostro male, diventiamo desiderosi di essere noi stessi fuoco che illumina e riscalda la vita degli altri uomini, donando generosamente quello che abbiamo ricevuto. Amen.
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venerdì 7 febbraio 2014

L’unità nella Chiesa ha inizio dalla croce (Contributi 938)

Vi segnalo l'omelia di domenica 26 gennaio 2014 di Massimo Camisasca (vescovo Reggio Emilia-Guastalla) nel corso dell’incontro ecumenico di preghiera con i pastori delle altre comunità cristiane presenti nella diocesi e tratto dal sito della Fraternità Sacerdotale S.Carlo


Cinquant’anni fa il filosofo francese Jean Guitton, amico di Paolo VI, pubblicava il suo volume: Il Cristo dilacerato. Una lettura della storia della Chiesa segnata dalle divisioni. Cristo è stato forse diviso? Dobbiamo notare che la domanda drammatica e rivelatrice non se l’è posta per primo Guitton, neppure un fedele dell’XI secolo o del XVI, i tempi segnati dalle tragiche divisioni nella Chiesa. Né risale ai tempi dei primi concili, tra il IV e il V secolo, quando si è dibattuto sulla umana-divinità del Verbo fatto carne e sull’unità della sua Persona.
Quella domanda nasce dalle divisioni interne alla comunità di Corinto.
Siamo nel I secolo, vent’anni circa dopo la morte e resurrezione di Cristo, verso la Pasqua dell’anno 57. È san Paolo a pronunciarla.
Le divisioni nella Chiesa – che è per volontà di Cristo una, santa cattolica e apostolica, non solo nella sua origine, ma in tutta la sua storia – appaiono già come crepe malvagie fin dall’inizio.
È dunque vana, inefficace, la preghiera di Cristo? Dobbiamo rassegnarci al fallimento del suo disegno, anzi del disegno del Padre, nato con Adamo e poi rinnovato solennemente con Abramo, con Mosè, Davide, riaffermato per bocca dei profeti, di voler radunare un popolo seme e attore della riconciliazione e dell’unità di tutti i popoli della terra?
 Non è forse da ribaltare la domanda? Non è Dio ad essere infedele al suo patto, siamo noi uomini infedeli al disegno di Dio che vogliamo piegare alle nostre povere vedute umane.
La comunità di Corinto, piccolo gregge allora, che prefigura già la storia futura, si divide appellandosi ora all’uno ora all’altro apostolo o profeta.
Più dell’unità si ama la propria visione delle cose, più dell’unità si ama la propria parte.
Così Cristo risulta diviso (cfr. 1Cor 1,13). Cosa propone Paolo ai cristiani di Corinto, per cosa li supplica e prega? Di non rendere vana la croce di Cristo (cfr. 1Cor, 1, 17), quella croce su cui Cristo è morto per abbattere il muro di divisione che teneva lontani i popoli e gli uomini, come nemici (cfr. Ef 2, 14). Quella croce da cui attrae a sé ogni uomo e ogni cosa (cfr. Gv 12,32). Dalla croce nella Chiesa inizia l’unità di tutto l’universo in Cristo. 
Ma noi spesso, come la storia purtroppo dimostra, non accettiamo la preghiera di Cristo. Siamo noi che l’abbiamo diviso e lo dividiamo ogni giorno con il nostro peccato di superbia che si oppone all’umiltà.
«Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti» (1Cor 1, 27).
Chiediamo a Dio la grazia di riconoscere e vivere le strade dell’unità nella Chiesa, per poter professare la medesima fede, celebrare presto assieme l’eucarestia, testimoniare al mondo l’unica speranza nella storia che è Cristo, il Cristo indiviso, Cristo morto e risorto per tutti gli uomini.
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giovedì 12 dicembre 2013

La bellezza originale di Maria (Contributi 922)

Omelia di Massimo Camisasca nella Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria – Cattedrale di Reggio Emilia, 8 dicembre 2013 

Cari fratelli e sorelle, 
celebro per la prima volta, a Reggio Emilia, la solennità dell’Immacolata Concezione. Sono entrato in diocesi il 16 dicembre scorso e con questa festa concludo il mio primo anno di episcopato in mezzo a voi. L’ho iniziato affidando il mio ministero alla Vergine della Ghiara e sono molto contento di compierlo oggi, proprio sotto lo sguardo di Maria. Abbiamo bisogno di luce! Di luce che illumini le nostre menti e riscaldi i nostri cuori. Abbiamo bisogno di luce che ci sveli la verità: chi sono? Chi mi ha fatto? Da dove vengo? Qual è il mio destino? Posso conoscere tutto ciò o sono condannato a brancolare nel buio? C’è una vocazione per l’uomo e per la donna? Hanno un loro posto nel mondo assegnato da Dio e accolto creativamente dalla loro libertà o sono soggetti al caso? In queste vocazioni c’è ancora la famiglia, unione stabile tra l’uomo e la donna? Con la morte finisce tutto o la vita personale continua in una forma nuova che non rinnega ma compie la vita sulla terra?
Abbiamo bisogno di luce che riscaldi i nostri cuori, che ci attragga per la sua bellezza, che ci convinca che non esiste solo il male, la divisione, il tradimento, la guerra, ma che esiste il bene, la carità, il perdono, l’accoglienza.
Questa luce oggi appare in Maria, colei che è stata pensata e voluta da Dio senza peccato.
La Vergine stessa, a Lourdes, rivela questo mistero a una bambina. Si presenta con questo nome: concepita senza la macchia del peccato originale. La piccola Bernadette non sa chi ha di fronte, ma è colpita dalla bellezza della Signora che le parla. Proprio questo fatto ci aiuta a capire il senso profondo di questo mistero.
La Vergine si rivela come l’Immacolata per risvegliare nell'uomo la nostalgia della bellezza, della purità originale. Perché l’uomo sappia che la bellezza esiste non soltanto in cielo, ma anche sulla terra.
Il nostro mondo è certamente segnato dal male, ma una corrente di bene percorre la storia sulla terra. Una corrente che inizia già nella Genesi, con la creazione (cfr. Gn 1, 4-31 vide che era buona, …vide che era molto buona). Questa corrente prosegue il suo corso, sempre nella Genesi, con il preannunzio della donna che sconfiggerà il male, di colei la cui stirpe avrebbe schiacciato la testa del serpente ingannatore, di colui che rende brutto e cattivo il mondo. Durante tutta la storia di Israele tante donne e tanti uomini hanno continuato questo fiume di bene, di purità. Una purezza relativa, certo, segnata da mille cadute, ma continuamente tesa, nell'obbedienza e nella conversione, a quella purità che è totale solo in Dio.
In Dio non c’è alcun male. In lui c’è solo volontà di bene. Solo Dio è buono, ci insegna Gesù (cfr. Mc 10,18). Per questo la Madre di Dio è immacolata, preservata dalla macchia originale, redenta in anticipo.
In lei risplende la bellezza della creatura così come Dio l’aveva pensata in origine. In lei è descritto quindi anche il nostro destino di bene. Possiamo avere, in Maria, un punto sicuro a cui guardare, una luce dentro la nebbia della nostra vita.
Ha scritto Charles Péguy: «Ci sono giorni nella vita in cui si sente di non potersi più accontentare dei santi patroni. Allora bisogna prendere il coraggio a due mani e rivolgersi direttamente a colei che è al di sopra di tutto. Essere coraggiosi. Per una volta. Rivolgersi coraggiosamente a colei che è infinitamente bella. Perché è infinitamente buona. A colei che intercede. La sola che possa parlare con l’autorità di una madre. Rivolgersi coraggiosamente a colei che è infinitamente pura. Perché è infinitamente dolce. A colei che è infinitamente nobile, perché è anche infinitamente cortese. Infinitamente accogliente» (C. Péguy, La Santa Vergine, La Locusta, Vicenza 1971, pp. 7-11). Affidiamoci, allora, a Maria con fiducia di figli. Nessuno si senta escluso dall’attenzione della Madre. Nessuno è tanto lontano da non poter essere ascoltato e sostenuto da lei. Immergiamoci nella meditazione dei misteri della sua vita. Torniamo a pregare il rosario, soprattutto nelle famiglie: i genitori con i figli, i mariti assieme alle mogli, ma anche tra amici, per chiedere assieme le grazie di cui abbiamo bisogno. Mettiamoci sotto la protezione della Vergine. Consacriamo a lei le nostre persone, le nostre famiglie, i nostri figli. Rechiamoci a pregare nei santuari a lei dedicati, sui luoghi delle sue apparizioni e dei suoi miracoli.
Tutta la nostra vita inizierà, pian piano, ad essere investita dalla luce che promana da Maria, dalla sua bellezza, dalla sua purità, dalla sua misericordia.
È questo il mio augurio per tutti voi all'inizio dell’Avvento. Un tempo di attesa operosa e vigilante, nel quale, come attraverso un grande portale, ci introduce l’Immacolata.
Amen.
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giovedì 10 ottobre 2013

La semplicità di un cuore innamorato (Contributi 904)

Omelia di Mons.Massimo Camisasca, Vescovo di Reggio Emilia, per la Beatificazione di Rolando Rivi 


Siamo qui per ringraziare. Ringraziare Dio che ha trasformato un atto di violenza terribile e omicida, in una occasione di luce e di riconciliazione.
Come ho avuto l’occasione di ricordare durante questi giorni di preparazione alla solenne beatificazione di ieri, dobbiamo guardare al martirio di Rolando Rivi con un’ottica nuova. Senza dimenticare il fatto storico, dobbiamo saper leggere in esso il suo richiamo a tutta la nostra Chiesa, anzi, a tutta la nostra società.
Dio parla agli uomini in molti modi. In Rolando ha parlato attraverso un ragazzo. Non attraverso i suoi scritti o le sue parole, ma attraverso la sua carità. Egli ha amato Gesù sopra ogni cosa, fino a non temere i persecutori. Non ha avuto paura di perdere la vita perché sapeva che in Gesù tutto gli sarebbe stato restituito in modo moltiplicato. In fondo in lui c’era non un ragionamento, ma la semplicità di un cuore innamorato. Quella semplicità che oggi vogliamo chiedere per tutti noi. Quella semplicità che guarda alla vita, morte e resurrezione di Gesù come al cuore della storia del mondo e della storia personale di ciascuno.
Tutti noi cerchiamo dei punti di consistenza, di appoggio, di verità. E ci affidiamo spesso ad aiuti che non possono mantenere le loro premesse. Il martire ci indica Dio come sostegno che non viene mai meno: Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore;
mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo;
mio scudo e baluardo, mia potente salvezza… Mi circondavano flutti di morte,
mi travolgevano torrenti impetuosi;
già mi avvolgevano i lacci degli inferi,
già mi stringevano agguati mortali.
Nel mio affanno invocai il Signore,
nell'angoscia gridai al mio Dio:
dal suo tempio ascoltò la mia voce,
al suo orecchio pervenne il mio grido… Stese la mano dall'alto e mi prese,
mi sollevò dalle grandi acque… Mi portò al largo,
mi liberò perché mi vuol bene (Sal 17, 2-3-5-7.17.20).
Rolando Rivi
Se Dio è il nostro sostegno, noi possiamo diventare a nostra volta sostegno per gli altri. Questo è il dinamismo della carità. Il martirio di Rolando ha inaugurato un’immensa onda di bene sulla terra. Un’immensa energia di perdono e di riconciliazione. Nel martirio si vede chiaramente l’unità tra verità e carità: nella luce della conoscenza di Dio e di suo Figlio, scopriamo il peso della vita, il valore di ogni uomo, il senso di ogni gioia e sofferenza. Ciò che per il mondo è fondamentale, diventa secondario. Questo ci ha ricordato san Paolo nella lettera ai Romani: non assumete lo spirito del mondo – letteralmente, “lo schema del mondo” – ma rinnovate la vostra mente per conoscere la volontà di Dio e ciò che è gradito a lui e, dunque, buono e perfetto (cfr. Rm 12,2).
Il mondo non conosce quanto Dio sia fonte di luce, di pace, di gioia. Attende di saperlo attraverso di noi. Rolando questa sera ci indica le vie della missione, della testimonianza, della carità verso i nostri fratelli. La più grande carità che possiamo avere per loro è far conoscere Gesù, l’immensa umanità del Figlio di Dio fatto uomo, «il suo amore per gli uomini traboccante di pace (cfr. Dionigi l’Areopagita, De divinis Nominibus 953 A 10).
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giovedì 27 giugno 2013

Ti ha scelto perché ha avuto misericordia di te (Contributi 861)

Dal sito della Fraternità Sacerdotale San Carlo, l'omelia di Mons. Camisasca in occasione dell'ordinazione sacerdotale dello scorso 22 giugno.. 


Carissimi fratelli e amici, questa celebrazione riveste un significato particolare per me e per i giovani che ora riceveranno l’ordine del presbiterato e del diaconato.
Per me si tratta del singolare privilegio che mi è concesso da Cristo di poter ordinare dei fratelli che ho accolto e accompagnato nella Fraternità san Carlo; per loro si tratta di un avvenimento che cambia interamente l’esistenza, in continuità e fioritura del loro battesimo, ma con una richiesta di donazione da parte di Cristo che supera ogni umana progettazione e previsione.
Le letture di questa santa Liturgia, che abbiamo appena ascoltato, sono il portale che ci introduce, con la profondità inesauribile della Parola di Dio, alla comprensione commossa di quanto sta accadendo. Devo limitarmi a riprendere con voi la pagina del Vangelo di Luca. Mentre gli altri Vangeli sinottici collocano il dialogo di Gesù con i discepoli, che abbiamo ascoltato, lungo la strada verso Cesarea di Filippo o arrivati in quel luogo, Luca ci mostra Gesù in preghiera. I discepoli stanno a distanza. Lui si avvicina a loro e pone una domanda. È una domanda che nasce dalla profondità del dialogo col Padre, non dalla vanità che può invece originarla sulle nostre labbra: “Cosa pensano gli altri, la gente, di me?”. Per Gesù si tratta di un itinerario chiaro: dalle opinioni della gente vuol arrivare a suscitare e verificare la fede personale dei discepoli. Dalle loro risposte comprendiamo che la gente che seguiva Gesù non aveva idee strane o fantasiose o irriverenti su di Lui. Sono evidentemente persone che conoscono la Scrittura e hanno seguito le vicende del Battista. Le loro risposte, che ora non possiamo analizzare, sono illuminate e per nulla banali. Ci fanno capire come la gente guardasse a Gesù. E ci riempiono della stessa ammirazione e attesa di quella moltitudine. Eppure tutto ciò non basta. Gesù prosegue: “Ma voi, avete saputo vedere meglio? Avete fatto tesoro delle mie parole e delle mie azioni? Avete penetrato il mistero della mia persona?”.
Luca e gli altri Vangeli non riportano le risposte degli apostoli e dei discepoli. Emerge soltanto la voce di Pietro che sovrasta le altre e le cancella dalla memoria: “Tu sei l’Unto di Dio”.
Fermiamoci un momento. Questa sera il dialogo avviene con voi. È a voi che Gesù chiede, a ciascuno di voi: “E tu, chi dici che io sia?”.
Questa domanda ci interpella nel profondo, ma si rivolge ora soprattutto a voi, cari fratelli che state per essere ordinati. Si può dire con assoluta verità e pertinenza che la vita del sacerdote si spiega e si regge soltanto come strada di una progressiva conoscenza di Cristo. Conoscenza intellettuale, certo, da alimentare con lo studio e la meditazione, ma anche e soprattutto conoscenza affettiva che avviene nella preghiera, nella celebrazione dei sacramenti, nell'accompagnamento e nella guida delle persone che ci sono affidate da Cristo.
La conoscenza di Cristo è la realtà più avvincente del sacerdozio: una conoscenza personale, inesauribile. Ogni volta che una persona vi accosterà aprendo il suo cuore; ogni volta che direte: io ti assolvo, questo è il mio corpo; ogni volta che spiegherete e leggerete la Scrittura; ogni volta che aiuterete un uomo o una donna a leggere la sua vita, le sue gioie e i suoi dolori; … ogni volta sarà una nuova conoscenza di Cristo, un nuovo passo verso la realtà della sua Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione, della sua Presenza tra noi.
Amore di Dio e degli uomini, conoscenza di Dio e degli uomini di fondono nel nostro itinerario sacerdotale, nel nostro cammino verso Cristo.
Ma la domanda di Gesù rivela non solo il nostro cammino verso di Lui, in Lui, come direbbe san Paolo. Essa ci apre innanzitutto al cammino di Gesù verso di noi, verso ciascuno di noi. Il sacramento che ora riceverete, prima ancora di affidarvi delle responsabilità, è un atto di misericordia verso di voi. Miserando atque eligendo, dice il motto di Papa Francesco tratto da Beda, il Venerabile. Ti ha scelto perché ha avuto misericordia di te. Ripensiamo così alla domanda di Cristo: chi dite che io sia? Gesù sa bene chi Lui è. La sua domanda non nasce da curiosità, vanagloria, dubbio, incertezza. Nasce dalla carità. Desidera essere amato dai suoi, perché sa che in questo amore è la loro salvezza. Ed essi, dodici di essi, in questo passaggio che accoglie la carità di Cristo, da discepoli diventano apostoli.
Ha sete di te l’anima mia (Sal 62,2). Questa è la preghiera di ognuno di noi a Cristo. Ma “ho sete” è anche parola di Cristo a noi, parola di Cristo rivolta a ciascuno di noi. Soltanto rispondendo alla sua sete scopriamo la nostra identità. Cari fratelli desidero dunque lasciarvi questo pensiero: in Cristo noi conosciamo noi stessi. “Chi dici che io sia?” è la domanda che ciascuno di noi dice all'amico per ricevere la rivelazione del suo io. Secretum meum mihi (Is 24,16).
Ognuno di noi cerca nell'altro la risoluzione del proprio segreto. “Io, che sono?” diceva Leopardi. La domanda dell’uomo a se stesso trova questa sera una risposta nel dialogo tra Cristo e i suoi: Io sono colui che Cristo ha amato e ama. Per questo ha accettato di “soffrire molto, essere rifiutato… , venire ucciso” ed è risorto il terzo giorno. Perché mi ama.
Cari fratelli, come Pietro ha ricevuto il dono di entrare nel dialogo tra il Padre e Gesù, così ora lo concede anche a voi. Il Padre vi rivela chi sia Gesù e quale sia la sua missione, quel mistero che a Pietro ripugna e vorrebbe in ogni modo allontanare. Eppure non c’è conoscenza di Gesù se non stando dietro a Lui. “Stammi dietro”, dice il Maestro a Pietro.
Questa è la consegna che questa sera vi affido: state dietro a Gesù. Chi perde, cioè dona la sua vita per Lui senza mai misurare, costui la salverà. Amen. 
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mercoledì 15 maggio 2013

È tornato primo tra noi (Contributi 843)

Ecco un ampio estratto dell'Omelia che Mons.Camisasca, Vescovo di Reggio Emilia ha tenuto domenica 12 maggio, giorno dell'Ascensione a Reggiolo colpita dal terrmoto dello scorso anno.

Cari fratelli e sorelle, 
[...] 
Sono qui innanzitutto per stare con voi, per esprimervi la mia vicinanza, quella della Chiesa. Per assicurarvi che Dio non vi abbandona. Sono qui anche per chiedere che ogni sforzo venga fatto, da parte delle autorità statali e regionali, affinché vengano messe a disposizione dell’opera di ricostruzione le somme stanziate.
Di fronte alle prove che avete vissuto, quando assieme alle case e ai luoghi del nostro ritrovarci, sembrano crollare anche le speranze del nostro cuore, grande è la tentazione dello scoraggiamento. Io stesso visitando qualche settimana fa questa vostra città, vedendo la distruzione causata dal terremoto nelle case e nelle costruzioni pubbliche, mi sono chiesto: se fosse capitato a me, come avrei reagito? Se capiterà a me, come reagirò? Se di colpo non avrò più molte cose che mi hanno accompagnato tutta la vita e che ritengo importanti, se non essenziali, come reagirò?
Ciò che accade, come un terremoto, è misterioso e suscita in noi tante domande. Perché a noi? Perché proprio qui? Perché così tante volte? Ci sono risposte che possono dare i fisici e i geologi, ma non ci bastano. Cerchiamo risposte più profonde. Tra le tante voglio soffermarmi su una: perché emerga nei nostri cuori, nella nostra considerazione, ciò che è essenziale, ciò che non passa, che resta sempre, che ci apre al futuro.
Ciò che è essenziale sono la fede e la carità. La fede: cioè la capacità di guardare ciò che accade non con gli occhi del mondo, ma con gli occhi di Dio. Di vedere in ciò che accade una occasione per convertirci a lui, per uscire dall’egoismo, dalle rivalità, dagli odi, e aprirci alla carità. E infatti il terremoto ha aperto una gara di carità, di aiuto, di sostegno reciproco. Dal male, che non è cancellato magicamente, è venuto un bene.
Oggi è la festa dell’Ascensione. Essa custodisce un grande insegnamento proprio per questa giornata e questa occasione. L’Ascensione è un avvenimento centrale nella storia di Gesù, nella storia di Dio con l’uomo. È iniziato in modo definitivo il mondo nuovo. Gesù è tornato da dove era partito, dal Padre. Lo aveva preannunciato più volte lungo la sua predicazione nella vita terrena. Ma non è tornato come era partito.
È tornato con il suo corpo umano, risuscitato, trasfigurato, ma non dissolto. Il Gesù che è tornato nel seno del Padre, che regna accanto al Padre, è lo stesso Gesù che è vissuto sulla terra, uomo tra gli uomini. È tornato primo tra noi. Là è la nostra casa definitiva, che si inaugura e si apre sulla terra per compiersi oltre il tempo. Non habemus hic manentem civitatem (Eb 13,14). Non è qui, eppure nasce qui. Ciò che nasce qui è la comunione tra noi, è l’amore per Dio e per i fratelli, sono i nostri tentativi di costruire qualcosa che rimanga attraverso le nostre doti, vocazioni, attitudini. Nonostante il terremoto – anzi, se esso ci aiuta a convertirci, proprio attraverso il terremoto – nulla va perduto, tutto ritroveremo e ci verrà consegnato in modo nuovo e trasformato. Amen
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