Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.
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mercoledì 24 ottobre 2012

Non confondete l’amore col possesso (Contributi 751)

Da Tempi leggo e riporto questo articolo che ci fa riflettere.. 

 «Se si confonde l’amore con il possesso, allora ogni volta che l’altro si dimostra diverso da come si vorrebbe, si rimane delusi. Cari giovani, tenete bene aperti gli occhi». 
Lo ha detto ieri l’arcivescovo di Palermo, il cardinale Paolo Romeo, durante l’omelia dei funerali di Carmela Petrucci, uccisa venerdì scorso. 
Nella chiesa di Sant’Ernesto erano assiepate migliaia di persone, per dare l’ultimo saluto alla studentessa 17enne uccisa a coltellate da Samuele, ex fidanzato della sorella Lucia. 
Il cardinale ha spiegato che «quando ci scontriamo con la realtà esplode il conflitto, quando non incontriamo il consenso ci troviamo sguarniti di serenità. L’incontro fra due persone è l’incontro fra due libertà. Non posso cadere nella superficialità di universi virtuali in cui di me faccio vedere solo ciò che mi conviene e pretendo dall’altro solo ciò che “mi piace”. Abbiate reale conoscenza di voi stessi e degli altri, di ciò che si è, anche nella sconfitta e nel fallimento, senza rifugiarvi in percorsi immaginari o stereotipi diffusi. Tutto questo banalizza, svende, distrugge la persona e la bellezza dell’incontro autentico». 
Il rischio, ha detto Romeo, è pretendere che «l’altro continui ad essere mio possesso, e così le vie più semplici ed immediate, compresi risentimento e violenza, possono essere le più battute per far valere le mie ragioni. 
Solo Gesù può ascoltare la nostra preghiera bagnata di lacrime e solo lui può risollevarci e ridare speranza al nostro cuore. La nostra preghiera è per Carmela per Lucia che grazie al sacrificio della sorella riprenderà a sorridere tra qualche tempo. 
E la nostra preghiera è per la sua famiglia, anche con il nostro silenzio rispettoso e partecipe. Ma la nostra preghiera è anche per Samuele perché possa intraprendere il cammino del pentimento». 

L’INSONDABILE ABISSO DEL CUORE. 
«Le vittime di questa tragedia – ha aggiunto – non sono solamente Carmela e Lucia, sono state colpite le nostre famiglie, le notte relazioni, la comunità scolastica del liceo Umberto I e l’intera società. Queste tragedie ci accomunano tutti nel clima che le ha generate, c’è una radice comune quando ci volgiamo a considerare insondabile abisso del cuore umano, e nello scegliere tra il bene e il male». «Abbiate fede in Dio – ha detto il cardinale rivolgendosi ai genitori di Carmela -. È il momento che la fede diventi preghiera, anche quel poco di fede che rimane, poca e povera. Chi non ama rimane nella morte. Odio e rancore mietono ancora vittime. Solo chi ama passa dalla morte alla vita». 

MEDAGLIA AL VALOR CIVILE. 
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferirà a Carmela una medaglia al valor civile «per il suo coraggio e la sua dignità», come ha annunciato il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri.
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mercoledì 12 settembre 2012

Morire per caso o suicidarsi a 12 anni (Contributi 728)

Un articolo di Vincent Nagle per uno sguardo diverso sulla triste cronaca recente...


Difficile trattenere il singhiozzo silenzioso che sale leggendo due notizie tristi, passate oggi sotto gli occhi – due casi di giovanissime vite tragicamente spente. 
“La mamma del 13enne ha lanciato un urlo che moltissima gente … ha sentito,” riportava il giornale. Si tratta di un ragazzino ucciso da un vaso caduto dall’alto, mentre camminava sul marciapiede con la mamma e il fratellino. 
“Odio la scuola,” “odio la famiglia” ha scritto una ragazzina di dodici anni, figlia di genitori divorziati, sullo schermo del suo cellulare dopo di essersi alzata per il primo giorno di scuola. Poi si è buttata dalla sua finestra del quinto piano, morendo sul colpo. Rimaneva solo la mamma in casa. 
In un caso, una vita, nell’età in cui si raggiungono i primi passi di consapevolezza matura, è stata tolta a causa di quello che ci sembra puro, orrendo caso. Nell’altro, sembra che quei primi passi di consapevolezza matura la povera ragazza non sapesse reggere. E ha gettato via la vita perché si sentiva incapace di sopportare la realtà che le si presentava davanti. 
In tutte e due le tragedie sentiamo subito addosso il male del tradimento di quella promessa sacra che è la vita. 
Sappiamo noi reggere con la dovuta maturità questi avvenimenti? Possiamo noi stare con addolorata compassione al fianco di quella mamma che faceva sentire le sue urla sulla strada, o dell’altra mamma lasciata sola nel silenzio di quell’appartamento ormai vuoto? 
Cosa può mai ridare il senso confortante della divina provvidenza alla mamma del ragazzo, o ridare un senso di gioiosa promessa alla mamma della ragazza? 
E di quei ragazzi, che ne sarà? 
“Odio la scuola, odio la famiglia,” ha scritto la ragazza. L’odio è quello che proviamo davanti alle cose che ci minacciano. Già, perché la vita è veramente grande; però è percepita o come una grande promessa, oppure come una grande minaccia. 
Possiamo noi, possono queste mamme continuare a credere nella promessa buona di queste due vite? O chi ha subito questi colpi deve solo difendersi dalla minaccia? Non possiamo né vorremmo immaginare nessun progetto buono di Dio che vuole la morte di questi due giovani. 
Possiamo solo lasciarci toccare da una buona parola pronunciata da qualcuno che non ci abbandona, lascarci guardare e abbracciare da chi non fugge né da noi né dal nostro dolore, perché non è minacciato.
La promessa può tornare a essere credibile nel momento in cui, quasi senza accorgersene, si trova tenuta da un trama di bene che ci comunica la presenza di Colui che è tornato dall’inferno per dire, “Non temere, piccolo gregge… Ecco, io sono con voi tutti giorni, fino alla fine del mondo”. (Lc 12:32; Mt 28:20). 
Questo trama si fa chiamare Chiesa. 
Vivendoci dentro percepiamo come questa trama buona si estende fino a dove noi non possiamo vedere, là dove due giovani esseri sono sottratti alla nostra vista. Questa è la coscienza matura che sa piangere per questi giovani senza disperazione, e far credere ancora in quella promessa che è la vita.
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venerdì 7 settembre 2012

Ci vuole la croce (Contributi 725)

Un articolo di Luca Doninelli tratto da Il Sussidiario che parla di un tragico fatto di cronaca odierno: 

Nessuna automobile è sbucata all’improvviso da qualche via traversa. Le precedenze sono state tutte rispettate. Non si sono verificati avvenimenti anomali. I valori erano tutti nella norma. Le cose stavano andando esattamente come previsto. C’era - è vero - quel brusco avvallamento sulla strada. Ma quello era lì da sempre, lo conoscevano anche gli asini. Probabilmente la cosa era già stata segnalata in Comune. Via Tal dei Tali all’altezza del civico xy. Ma chissà quanti ce ne sono. Il manto stradale. Ce ne sono a Londra, ce ne sono a Parigi, volete che non ce ne siano a Palermo. E poi in clinica li avevano avvertiti: alle prime avvisaglie. E loro alle prime avvisaglie, pronti via. Una coppia giovane giovane, ventitré anni lei, ventiquattro lui. Due ragazzi. Le sere in giro per Palermo, con la Smart. I locali alla moda, lì come dappertutto. Meravigliosa Palermo. Due ragazzi buoni, innamorati. Un bambino in arrivo. In clinica li avevano avvertiti molto bene: alle prime, anzi, alle primissime avvisaglie. E poi. 
Di chi è stata la colpa? A chi possiamo appioppare la colpa? All’eccesso di velocità? Ma chi non conosce Palermo? E poi a quell’ora? Alle prime avvisaglie bisogna correre, non c’è un minuto da perdere. Quanta allegria, quanta festa in quella fretta! Il nostro Pietro sta per arrivare, il nostro tesoro! Come sarà bello accarezzare i suoi piedini, fargli il bagnetto! Di chi è stata la colpa? Di quell’avvallamento? Ma se era lì da sempre, via! Lo conoscevano tutti. Chi poteva immaginare che l’appuntamento fosse proprio lì? Non ha senso, non ha nessun senso. C’era passato tante volte, di lì. Anche a velocità sostenuta, anche con quel trabiccolo (in senso scherzoso) della Smart. Una macchinetta, comunque sia. E poi i “se”. 
Se avesse avuto una macchina più pesante. Se lui fosse andato appena un po’ meno forte. Se avesse scelto un’altra via per raggiungere l’ospedale. Se quelli dell’ospedale non gli avessero messo tanta fretta. Se per sicurezza lei ci fosse andata per tempo, all’ospedale. Se non fossero stati così giovani. Se non fossero stati così innamorati. Se avessero messo a posto una volta per tutte quella cunetta. Se non fossero stati così impazienti di vedere il loro primo bambino. Se avessero ascoltato i consigli della mamma. Se, se, se. Perché la vita a volte è così cattiva? Non dobbiamo avere paura di chiedercelo, di offendere qualcuno. La ruota sul punto sbagliato, la Smart che prende il volo, si ribalta, ricade su un fianco. Lui sta bene, ma lei? No, lei non sta bene, non sta affatto bene. Lei morirà, a Palermo, nella meravigliosa Palermo, e dal suo corpo morto - quel corpo così amato - verrà tolto, ancora attaccato a un filo di vita, come chi penda da un precipizio, aggrappato a un arbusto sottile, il piccolo Pietro Zito. Diciamo il suo nome per intero, perché, comunque vadano le cose, lui è per sempre Pietro Zito, l’eroe di questa storia tragica. Dicono che il danno subìto è stato irreparabile, che se sopravviverà la sua sarà una vita molto difficile, qualcuno si chiede se non sia meglio se Gesù se lo riprenda subito. Bè, su questo punto è meglio che ci fermiamo: Gesù saprà bene quello che è meglio, no? O forse è indeciso e attende i nostri suggerimenti? 
Chiamiamole preghiere, piuttosto: è più ragionevole. Le nostre preghiere sono l’arbusto, messo lì da Dio, affinché il tempo sia generoso di risposte per Pietro, per il suo disperato papà di ventiquattro anni, per i suoi nonni e per tutto l’abisso di amore che era stato speso, e non certo per arrivare a questa tragedia. Che il tempo possa, comunque vada, offrire una luce a questo papà e al suo bambino, quale che sia la durata della sua vita terrena. 
Perché ci vuole la croce, e niente di meno, per cominciare a capire quello che è sotto i nostri occhi, ogni istante, ma che qualcosa di strano c’impedisce di vedere. Sappiamo bene che la vita non ci appartiene. E che quelli che chiamiamo “i nostri figli” non sono affatto nostri. Eppure, com’è difficile capirlo per davvero! Ecco perché ci vuole la croce. 
In questa storia non ci sono colpevoli. Il padre di Pietro si tormenterà per anni a causa degli errori fatali che l’attesa felice gli ha fatto commettere. Ma la felicità non è una colpa, la trepidazione non è una colpa. Nessuno ci dirà mai il perché di questa tragedia. Ma questo non significa che sia inutile. In fondo al tunnel della vita o c’è una luce o c’è uno sberleffo. Ma il nostro cuore è certo che c’è solo la luce: e a dirlo è la ragione, non la fede. 
Che Dio doni a questo papà in lacrime dei bravi testimoni, così che, nel tempo, possa comprendere che quello che la ragione ci suggerisce è vero. Perché è vero. 
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mercoledì 28 settembre 2011

Milano, non perdere di vista Dio (Contributi 528)

Un articolo di Vincenzo Sansonetti tratto da la Bussola per raccontarci l'ingresso del Cardinale Angelo Scola nella Diocesi di Milano:


«Anch’io ho fatto il chierichetto da bambino. Ho cominciato in seconda elementare. C’erano turni molto rigidi. Ricordo che la mia mamma, abbastanza decisa e dura, mi buttava giù dal letto per andare alla prima Messa del mattino».
L’ingresso in diocesi del nuovo arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, non è cominciato con il bagno di folla e gli applausi in pazza Duomo, con la banda musicale e le autorità civili e militari schierate al gran completo. Ha avuto inizio qualche ora prima, nella chiesa di San Leonardo, nel paese natale di Malgrate, alle porte di Lecco. Qui ha risposto alle domande dei ragazzi, con semplicità, dando subito la misura della sua fede e della sua umanità. «Ricordo, della mia esperienza di chierichetto, un episodio particolare», ha detto il nuovo arcivescovo. «Con i miei amici cercavamo sempre un modo per restare inginocchiati meno tempo possibile, perché era faticoso. Poi, un giorno - io ero piccolino - durante la visita pastorale in parrocchia del cardinale Schuster, lo vidi stare in ginocchio per un’ora intera in adorazione davanti al Sacramento, immobile. È stato allora che ho capito cosa volesse dire la presenza e l’importanza di Dio nella nostra vita e la vicinanza nell’affetto a Cristo».
«La mia vocazione ha avuto due momenti significativi», ha raccontato ancora il cardinale Scola ai bambini e ai fedeli di Malgrate. «Quando ero in quarta elementare venne un missionario e ci parlò con così tanto entusiasmo della sua vocazione e della sua missione, da suscitare in me il desiderio di andare con lui. Poi, da grande, dopo l’università, mi resi conto che avevo ancora questo richiamo e che era più forte della prospettiva, pur bellissima, del matrimonio. Per questo vi dico: se sentite un’inclinazione a Dio, che in questi tempi non è cosa ovvia, prendetela sul serio». Poi la visita al cimitero, dove sono sepolti i suoi genitori e il fratello, che ricorderà esplicitamente al termine della Messa in cattedrale come coloro che hanno accompagnato dal principio il suo cammino.
Momento culminante della giornata inaugurale del ministero episcopale di Scola a Milano sono state le parole da lui pronunciate all’omelia della solenne celebrazione eucaristica, davanti ai quasi 25mila fedeli che hanno gremito il Duomo e la piazza. Il nuovo arcivescovo ha citato ampiamente uno dei suoi predecessori sulla cattedra di Sant’Ambrogio, Giovanni Battista Montini, in particolare una frase profetica del futuro Paolo VI che risale addirittura al 1934: «Cristo è un ignoto, un dimenticato, un assente in gran parte della cultura contemporanea».
Per Scola, «nel giovane Montini era ben chiara una convinzione: un cristianesimo che non investa tutte le forme di vita quotidiana, cioè che non diventi cultura, non è più in grado di comunicarsi». E’ il superamento di questa «separazione tra la fede e la vita» che si propone come primo compito il successore di Tettamanzi. La solenne e festosa cerimonia in Duomo, che non ha avuto nulla di artefatto e di curiale, con la spontanea, pronta e gioiosa accoglienza riservata dai fedeli ambrosiani al suo nuovo vescovo, dimostra che Scola è stato subito percepito come un uomo e un pastore che ha «un unico intento: far trasparire Cristo luce delle genti sul volto della Chiesa».
Il nuovo arcivescovo non si è rivolto ai soli credenti, ma a tutti, in una società come la nostra che ama chiamare «plurale». Dopo aver definito la metropoli lombarda come «illuminata, operosa ed ospitale», un luogo dove per tradizione c’è una «democrazia sostanziale che nasce dal basso e si sviluppa nel confronto e nello scambio», le ha rivolto il suo augurio: «Milano, non perdere di vista Dio». E’ cominciato il grande confronto a distanza con il sindaco di sinistra Pisapia? Presto a dirsi. Certo, il primo cittadino domenica era in prima fila tra le autorità, con la fascia tricolore ben in vista. Durante la Messa, all’invito del cerimoniere ai fedeli di inginocchiarsi, non ha avuto esitazioni e lo ha fatto anche lui. Solo un ricordo della sua lontana educazione cattolica? Vedremo. Presente a tutta la cerimonia il predecessore di Scola cardinal Tettamanzi. Niente confronti. Lasciando Venezia, l’ormai ex Patriarca aveva detto che il vescovo è «il dono che lo Spirito continua a fare per il bene di una Chiesa» e che sempre c’è «chi semina» e «chi raccoglie». Per la Chiesa di Milano è arrivato il tempo della raccolta?
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martedì 27 settembre 2011

L'indifferenza che uccide in un bar di Torino (Contributi 527)

Un articolo di Rino Camilleri sull'altrui cinica indifferenza, che potrebbe essere, anzi a volte è la stessa nostra. Perchè, in un risveglio di coscienza possa non esserlo.... e non si debba mai vedere il macrabo turismo al bar.. "scusi è questo il cesso della suicida" (e via foto col telefonino)

Domenica 25 settembre 2011, Torino, storico Caffè Platti, bar ristorante tra i più eleganti della città. E’ l’ora dell’aperitivo, una della più affollate. Una signora francese, Christine M., entra, fa colazione, finisce, va in bagno. Passa qualche minuto, una cameriera bussa. Lei risponde che ha quasi finito. Infatti, si spara. Nella toilette. Si scopre poi che era una vedova di sessantasei anni, faceva la traduttrice ed era stata sposata con un manager.
Nella borsetta, una lunga lettera di spiegazione e tutti i documenti necessari per l’assegnazione dell’eredità. La signora aveva infatti una figlia. Fin qui la notizia. Per i curiosi, la signora ha usato una Smith e Wesson 38, il revolver che non si inceppa mai: non poteva mancarsi. Se a qualcuno interessa, l’arma era regolarmente detenuta. Un vicino di casa (la signora abitava nel quartiere-bene) osserva che, se ha scelto quel posto per farla finita, voleva farsi trovare subito. Direte: embe’, che c’è di strano? Con tutta la gente che si ammazza oggigiorno, in effetti, un suicidio in più o in meno non fa differenza. Una persona in meno. In fondo, come dice Sartori, siamo troppi.
Non fa neanche notizia quanto andiamo a dire: la proprietaria non ha sentito la necessità di chiudere il locale, non pochi clienti del quale hanno continuato a consumare tranquillamente. Indifferenza? Cinismo? Ma no, forse imbarazzo. Forse assuefazione. Forse necessità. The show must go on, cantava Freddie Mercury dei Queen. Lo sapeva anche lui, uomo di palcoscenico, che il suo stesso defungere (per Aids, come si ricorderà) non solo non avrebbe fermato lo spettacolo ma, al contrario, lo avrebbe incrementato. Nel bar torinese c’è stato, in verità, chi ha detto alla proprietà: ma come, hai un morto ammazzato nel cesso e manco chiudi? Almeno il tempo necessario ai rilievi del coroner e a portar via il corpo col furgone della morgue? No, di bagni il Platti ne ha due, mentre i camerieri lavano il sangue dall’uno si può usare l’altro. La proprietà l’ha dichiarato paro paro: è stato un incidente, gli altri settori sono tutti agibili.
Se, anziché spararsi, quella fosse morta per un malore? Non fa una grinza. Del resto, quante volte abbiamo visto gli annegati coperti da un semplice telo mentre, attorno, gli altri avventori continuavano ad abbronzarsi? E’, a ben pensarci, la stessa filosofia che regge Nessuno-tocchi-Caino e tutto il buonismo che circonda gli assassini: il morto è ormai morto e non possiamo farci più niente, pensiamo ai vivi. Alla signora francese che ha scelto un posto squallido ma al contempo di classe per farla finita, certo, non importa se il Platti non ha osservato neanche il famoso minuto di silenzio per rispetto alla sua tragica dipartita.
Ma prima di puntare il dito contro la mancanza di sensibilità altrui, proviamo a metterci al loro posto. Forse un aereo si dirotta sul più vicino scalo perché la hostess ha trovato un cadavere nella ritirata? Il danno economico, e non solo per il personale, vale la candela? Forse che il circo chiude quando un acrobata precipita? E quella benedetta signora francese, ma doveva scegliere proprio il mio cesso per farsi fuori? Non poche volte, ahimè, chi scrive ha visto di persona un corpo esanime sommariamente occultato da un lenzuolo ai piedi della Torre di Pisa. E i turisti con il telefono a gettone appiccicato all’orecchio continuare imperterriti a sentire la storia della Piazza dei Miracoli. A due metri dal morto. Storia vecchia. Finisci il caffè, dunque, ché l’hai già pagato. Poi, cortesemente, per vomitare vai fuori.
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giovedì 15 settembre 2011

La vera trasgressione (Post 125)

La cronaca è recente ed è nota a tutti. Ed è triste, anzi drammatica. Una giovane ragazza è morta durante un “gioco” erotico a Roma, in un garage vicino ad una caldaia, legata come un salame e senza possibilità di difesa. Lei stessa complice del suo involontario carnefice. Perché, pare, che la trasgressione sia ormai fatto normale.
Quello che emerge da questo fatto è, a mio avviso, che si è perso il senso della dignità e anche della Bellezza della persona. Bellezza con la maiuscola, quella cioè che nessun trascorrere di tempo o ruga può cancellare. Non quella bellezza che molti si affaticano a trattenere o a simulare con la chirurgia, ma Quella che è intrinseca al fatto di essere uomini e donne, di essere creature di Dio, da Lui create e amate. Amati da quel Dio che si è fatto uomo ed è morto per redimere ogni nostra colpa, risorgendo per aprire a chiunque di noi le porte del paradiso.
Manca la dignità e non c’è più Bellezza.
Avendo tolto dall’orizzonte dello sguardo dell’uomo di oggi il volto buono di Cristo resta solo l’insignificante e ossessivo accumularsi di incontri in cui ci si usa a vicenda senza amore reale per l’altra persona. E l’altro che è abbiamo di fronte è solo occasione per dare sfogo all’istinto più basso (e indegno anche degli animali che, loro sì mossi da istinto, non compiono questi atti) e non un altro da me con il quale ho in comune Destino, origine e fine.
La vita di oggi (che non è più esistenza, ma, al massimo, sopravvivenza) è spesso un’affannosa ricerca di qualcosa che possa illudere il nostro cuore di avere un qualche significato.
Il desiderio di amare (nel senso più vero e nobile del termine) e di essere amati (anche qui nel senso più pieno e profondo della parola) è talmente grande che si ricerca ovunque.
Spesso senza trovarlo dato che si cerca in direzione sbagliata. Non è infatti nel più profondo abisso della peggiore nostra animalità ma nel più alto cielo dei nostri desideri.
E qui viene fuori la responsabilità di chi si dice credente: Rendere Cristo incontrabile, presente, fruibile. Noi con la nostra umanità malata, in quanto anche noi contaminati da una società priva di senso, orizzonte e sguardo. Ma con la consapevolezza di essere stati salvati e che tutto il nostro male è già vinto dal nostro sincero aderire a Cristo.
Perché malgrado tutto permane la certezza che anche dal più profondo baratro in cui l’abbandono di Cristo può far precipitare l’uomo, resta comunque sempre uno spiraglio da cui si possa intravedere il cielo e invocare l’aiuto di Chi, solo, può trasformare lo scarlatto del nostro peccato nel candore di un’anima rigenerata dal perdono.
E bizzarramente nella nostra società in cui ormai il male è così ordinario, la vera trasgressione è seguire Cristo, il Cristo che tutti rinnegano e attaccano, anche nella persona del suo Vicario, il Papa Benedetto XVI.
Ma che sempre appare sul cammino di ogni uomo per ricordargli che “senza di me non potete fare nulla”. E lo stiamo vedendo, purtroppo, molto bene ovunque volgiamo il nostro sguardo.
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domenica 4 settembre 2011

Silvio e Anna, la storia che non vorremmo mai leggere (Contributi 517)

Un articolo di Monica Mondo da Il Sussidiario ci rende edotti di una storia che non avremmo mai voluto conoscere o leggere, ma che ci apre gli occhi anche sulla nostra indifferenza, piccola o grande, quotidiana od occasionale. Possano i nostri occhi essere aperti ad ogni bisogno di chi ci vive accanto,il nostro cuore accogliente e la preghiera sempre viva:

Silvio e Anna, vivere in una Fiat Punto e morire per la nostra indifferenza
Borgaro è un paesino della cintura torinese, senza bellezze artistiche o di paesaggio. Semplicemente comodo, per andare e venire dalla città, e abbordabile come prezzi, tanto da mettere da parte un po’ di soldi.
Avevano fatto fortuna i Garino, Silvio e Anna Maria.
Un’azienda agricola, poi un bar nella vicina Ciriè, negli Anni 80 da bere. Poi qualcosa è andato storto, hanno cominciato a vendere, poi a svendere, e sono finiti sfrattati da un modesto alloggio per non riuscire a pagare l’affitto. Qualche giorno in una pensioncina, e poi la macchina, una Punto che restava l’unico riparo, per i due fratelli ormai anziani, troppo orgogliosi per chiedere aiuto ai servizi sociali. Silvio l’altra notte è uscito dall’abitacolo, per far pipì, e al ritorno si è piegato su di sé, un dolore forte al petto, un infarto. La sorella balbettando ha chiamato e poi atteso al suo fianco, sul sedile anteriore della loro ultima casa, che arrivasse il 118.
Non ci interessa sapere perché mai una famiglia facoltosa sia caduta in miseria. Capita. Perché non avessero altri legami che quello fortissimo, esclusivo, di fratelli: non figli, nipoti, parenti, disposti a sostenerli, perché ai Garino bastava poco: una pizza un giorno sì e uno no, chiedendo a qualche conoscente, come per caso, una trentina di euro “perche la banca era chiusa, fino all’indomani”. Capita. E commuove la dignità, al limite della sconsideratezza, in un tempo di elemosinieri di qualsiasi strato sociale.
Interessa di più capire che sta succedendo alle nostre comunità, se possiamo ancora chiamarle così, com’è possibile che due persone note, tra le più ricche pochi anni orsono di un piccolo paese, siano potute crollare e sparire ed essere del tutto dimenticate. Che nessuno si sia accorto del loro vagare in cerca di parcheggi per la notte; che nessuno si sia chiesto, al di là del fastidio immediato, del perché di quei pochi spiccioli domandati in giro, come per caso, appunto. Capiamo le giustificazioni del sindaco, degli assessori: non sapevamo. Capiamo meno i vicini, la gente, noi: quante volte ci siamo interrogati sull’indifferenza, la svagatezza colpevole, il cinismo egoista che ci chiude nelle nostre casette, attenti all’erba del giardino e al paragone col giardino accanto, nulla più.
Un buon tema da sociologia spicciola. Il paese, in una crisi di cui non comprendiamo coscientemente la portata, chiede sacrifici, impone tagli pesanti. La quadra non si trova, solo perché ciascuno pensa alle proprie tasche, ai propri “diritti”, che sono in realtà anacronistici privilegi.
Si può andare in pensione a 40 anni, in questo paese; si può percepire doppie pensioni; si può protestare e lottare per un campanile, per una bandiera issata sul municipio, cioè per un’identità. Dimenticando che l’identità di un popolo è fatta anche di sensibilità, di accoglienza, di un’appartenenza che ci lega, ci affratella. Finché i poveri sono stranieri, venuti da lontano, e li releghiamo in un profondo sud indifferenziato, possiamo allargare le braccia, emettere un sospiro, scuotere il capo, dirci l’un l’altro che in fondo hanno poca voglia di lavorare.
Se siamo cresciuti con loro, abbiamo bevuto il caffè raccontandoci la giornata, è altra cosa.
E che c’entra la crisi e la manovra economica con la storia dei fratelli Garino? C’entrano, come centra la percezione, confusa, ma umanissima, che rinunciando a qualcosa si può dare un’opportunità a chi non ha più nulla. O ai nostri figli, cui sprezzantemente neghiamo il futuro.
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giovedì 17 settembre 2009

L'incredibile storia del piccolo Jayden


In realtà quanto ieri sera ho visto l'articolo non volevo pubblicarlo (mi sono limitato a linkarlo su FB) in quanto ero in preda ad un sentimento a metà strada fra rabbia e disgusto.
Ma poi un bel numero di mail in un gruppo di cui faccio parte mi ha fatto ricredere e fra poche righe potrete leggere anche qui l'articolo in questione.
E il sentimento che è presente ora in me è di profonda pietà per tutti coloro che, avendo abbandonato Cristo sono in balia di loro stessi, del moralismo e del maligno, e per gli inglesi che sono, secondo me, una specie di nostro specchio futuro, cioè di qualcosa che noi corriamo il rischio di diventare se continuiamo a rinnegare il nostro passato e le nostre radici.
Noi ci possiamo ancora salvare se riusciamo a destarci dal sonno della ragione e torniamo a riconoscere che costruire senza Cristo è cosa vana.
Ma ecco l'articolo tratto da Il Sussidiario

Si può ancora definire civile un Paese in cui una madre è costretta, in ospedale, ad assistere impotente all’agonia del proprio figlio e alla gelida impassibilità dei medici pronti a ricordarle che quel figlio è soltanto un feto? L’episodio è accaduto in Gran Bretagna dove una giovane donna, Sarah Capewell, ha dato alla luce un bimbo, Jayden, dopo 21 settimane e cinque giorni di gravidanza. Il personale sanitario si è rifiutato di sottoporre il bimbo prematuro alle cure intensive che forse gli avrebbero consentito di sopravvivere. La sua colpa era quella di essere nato due giorni prima delle canoniche 22 settimane. Di fronte al disperato appello di salvare il proprio figlio, quella giovane madre si è sentita rispondere dai medici del James Paget Hospital di Gorleston, Norfolk, che lei non aveva partorito un neonato ma, a termini di legge, aveva abortito un feto vivente. Con il tatto impietoso di chi ha ormai perso qualunque senso di umanità, i medici dell’ospedale hanno spiegato a Sarah Capewell, che quello che lei si ostinava a chiamare il suo bambino, era in realtà, sotto il profilo giuridico, semplicemente un feto, quindi un soggetto privo di alcun diritto. Il piccolo Jayden avrebbe dovuto nascere 48 ore più tardi perché, secondo regolamento, si potesse definirlo persona, e quindi riconoscergli il diritto a essere salvato.
Le linee guida stabilite dalla British Association of Perinatal Medicine, rigidamente seguite negli ospedali pubblici britannici, stabiliscono, infatti, che deve considerarsi best interest dei bambini non nascere prima delle 22 settimane, e altrettanto best interest far morire i piccoli che abbiano avuto la disavventura di venire al mondo qualche giorno prima della fatidica scadenza. Così, l’agonia del piccolo Jayden è durata due ore, sotto gli sguardi gelidi e indifferenti del personale sanitario. Neppure la più piccola assistenza è stata prestata durante quelle lunghissime ore, così come è stata recisamente respinta la supplica della madre per poter celebrare il funerale del bimbo. La risposta delle autorità sanitarie è stata sempre la stessa: «He hasn’t got a human right, he is just a foetus». Lo sconforto assale Sarah, quando, più tardi, viene a sapere che Amillia Taylor, una bambina americana nata addirittura dopo sole 21 settimane e sei giorni, oggi vive perfettamente sana e ha festeggiato il suo secondo compleanno.
La tristissima vicenda di Sarah Capewell e del suo piccolo Jayden, richiamano alla mente il concetto di banalità del male e la patetica figura di Adolf Eichmann, il burocrate nazista che giustificò con l’obbligo morale dell’obbedienza alla legge, le più efferate nefandezze. Al suo processo, nel 1961, Eichmann stupì il mondo quando, di fronte ad una Corte basita ed esterrefatta, si mise a citare a memoria passi della Critica della Ragion Pratica di Kant, per poi dichiarare che l’imperativo categorico kantiano e l’osservanza della legge erano stati i principi base della sua vita.
Soltanto l’intelligenza e la lucidità di una donna come Hanna Arendt ha potuto denunciare al mondo i rischi che sarebbero derivati da un simile - apparentemente banale - approccio della realtà. Ciò che è accaduto al James Paget Hospital è la prova di quanto Hanna Arendt avesse ragione.
La povera Sarah Capewell, che implorava lo sguardo misericordioso del Nazareno («Donna non piangere!») si è trovata di fronte l’algido distacco burocratico di un piccolo signor Eichmann e del suo Imperativo Categorico. Basterà davvero, a quella giovane madre, la kantiana osservanza della legge per spiegare l’atroce, assurda agonia del suo piccolo e indifeso bambino?
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