Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

lunedì 24 agosto 2009

Contributi 151 - L’avvenimento, unica chance contro l’“11 settembre” della modernità

da Il Sussidiario

Massimo Borghesi

lunedì 24 agosto 2009

Il titolo della XXX edizione del Meeting di Rimini – “La conoscenza è sempre un avvenimento” – delinea un tema rilevante anche se, in apparenza, inattuale. Se c’è un tempo, infatti, in cui il valore del conoscere è decisamente in ribasso, quello è il nostro. Nel listino dei modelli sociali dominanti cantanti, attori, giocatori precedono, di gran lunga, scienziati, filosofi, poeti. Nella società del divertissment, dominata da eros, musica, droga, spots, l’albero della vita non coincide con quello della conoscenza.
Dopo quattro secoli, segnati dall’avventura del sapere, la modernità è giunta ad un punto di stallo, di saturazione, di stanchezza. La crisi è profonda e di essa la débâcle del sistema scolastico-universitario è causa ed effetto ad un tempo. Se così è, il titolo del Meeting andrebbe precisato: la conoscenza, allorché accade, è un avvenimento. Il che è ciò che raramente avviene. Nella stanca ripetizione di formule, nel vuoto di idee e nella carenza di ideali, letteratura, filosofia, teologia, arte, cinema, sembrano, oggi, non dire più nulla. Solo il sapere scientifico prosegue la sua strada senza, però, appassionare e coinvolgere i non specialisti. L’“avvenimento”, quando irrompe, risulta essere estraneo al conoscere. Così è stato per l’11 settembre 2001, nonché per la crisi economico-finanziaria mondiale che stiamo attraversando.
Se questo è il quadro va detto che esso appare come un epilogo, apparentemente inatteso, di uno scenario diverso: quello del pensiero del ’900 nel quale la relazione tra conoscenza e avvenimento ha assunto un ruolo senza precedenti. Dalla rivoluzione scientifica di Einstein, che indurrà taluni a parlare di “rottura epistemologica” (Bachelard) e di “nuovi paradigmi” (Kuhn), alle avanguardie artistico-letterarie del primo ’900, alla teologia dell’Evento (Barth), al “ritorno alle cose stesse” della scuola fenomenologica, all’esperienza del pensare in Heidegger, l’orizzonte culturale del secolo passato è tutto incentrato sull’idea di rivoluzione del e nel conoscere, sul “novum” che sconvolge i modelli stabiliti, che scompagina le ideologie e i sistemi, che coinvolge, nella sua realtà, il soggetto stesso del conoscere. Il francese Henri Bergson è qui colui che apre la strada: il tempo non è, nell’uomo, neutrale, è il luogo di accadimenti sempre nuovi. Da qui parte Charles Peguy, con la sua idea che la grazia è ciò che rompe l’inerzia dell’abitudine che tutto logora, nonché Hannah Arendt, per la quale l’evento della nascita, del sorgere dell’io come intervallo tra passato e futuro, è l’evento che il pensiero, finora, ha raramente preso in considerazione. Da qui proviene Franz Rosenzweig per il quale l’amore autentico non è quello, astratto, della filantropia universale, ma quello che sorge da un accadimento, cioè da un evento particolare che interdice l’amore per il più lontano prima che possa essere l’amore per il più vicino.
Bergson, Peguy, Rosenzweig, la Arendt, tutti percepiscono la conoscenza come avvenimento. Conoscere, il conoscere autentico, modifica colui che conosce. Come scrive Paul Ludwig Landsberg: «Ogni conoscenza è una trasformazione. Si tratta sempre di un avvenimento in cui, nello spirito, qualche cosa passa dalla potenza all’atto mediante la partecipazione all’oggetto». Conoscere il mondo, la realtà, gli altri, non lascia indifferenti. L’atto di conoscere, quando non è “astratto”, computerizzato, dissolto nell’abitudine, porta con sé un pathos, l’eco di una sorpresa di fronte alla presenza, a ciò che è presente. La conoscenza diviene avvenimento quando percepisce il reale come “avvenimento”.
Ciò può accadere secondo una quadruplice modalità. In primo luogo la scoperta dell’essere, dell’esistenza, della contingenza del mondo: «perché l’essere e non piuttosto il nulla?». Poi la comprensione del come l’essere è, del mosaico infinito delle forme di cui si compone: dalle armonie geometrico-matematiche del cosmo, alle strutture viventi, al microuniverso atomico-molecolare. Quindi la percezione stupita, al di là delle essenze, della propria esistenza singolare, del proprio “io”, del “tu” altrui, destinati a non avere equivalenti. Una scoperta, questa, che diviene evidente nella conoscenza amorosa, nell’io che diviene significativo a sé stesso perché amato da un altro. Da ultimo la comprensione, drammatica, della contraddizione esistenziale, tra il bene e il male, tra la vita e la morte, tra la finitezza e il desiderio dell’infinito. Nella percezione di questi quattro punti sta l’esperienza della conoscenza, il luogo di nascita di ogni autentica espressione culturale. Qui la conoscenza può divenire davvero “avvenimento”.
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Pensiero del giorno 24/8/2009

L'insegnamento di Gesù sembra 'duro', troppo difficile da accogliere e da mettere in pratica.
C'è allora chi lo rifiuta e abbandona Cristo; c'è chi cerca di 'adattarne' la parola alle mode dei tempi snaturandone il senso e il valore.
Gesù non si accontenta di un'appartenenza superficiale e formale, non gli è sufficiente una prima ed entusiastica adesione; occorre, al contrario, prendere parte per tutta la vita al suo pensare e al suo volere.

Benedetto XVI Angelus 23 Agosto 2009
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domenica 23 agosto 2009

Contributi 150 - "avvenimento" è la natura stessa del cristianesimo

Il Santo Padre ha fatto pervenire al Vescovo di Rimini, Mons. FRANCESCO LAMBIASI in occasione dell'apertura del XXX Meeting per l'amicizia fra i popoli questo messaggio:


A Sua Eccellenza Reverendissima
Mons. FRANCESCO LAMBIASI
Vescovo di Rimini
Via IV Novembre, 35
47900 RIMINI

Eccellenza Reverendissima,
in occasione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, che quest’anno celebra il suo trentennale, mi è particolarmente gradito trasmettere il saluto del Santo Padre a Lei, ed a quanti hanno promosso ed organizzato tale manifestazione culturale, che in tre decenni ha già visto la partecipazione di migliaia e migliaia di uomini e donne, soprattutto giovani, e l’intervento di centinaia di relatori sulle tribune allestite nelle aule della fiera di Rimini. Aiutati da studiosi di ogni disciplina, da artisti, da autorità religiose, da esponenti del mondo della politica, dell’economia, dello sport, ci si è potuto confrontare sulle questioni e sulle istanze fondamentali dell’umana esistenza, ed approfondire le ragioni dell’essere cristiani in questa nostra epoca. Sua Santità augura che il Meeting continui a raccogliere le sfide e gli interrogativi che i tempi di oggi pongono alla fede, e rispondere ad essi facendo tesoro dell’insegnamento del compianto Mons. Luigi Giussani, fondatore del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione.
La tematica del Meeting 2009 verte sulla conoscenza che è sempre un avvenimento. “Avvenimento” è una parola con cui don Giussani ha tentato di riesprimere la natura stessa del cristianesimo, che per lui è un “incontro”, e cioè un dato esperienziale di conoscenza e di comunione. Proprio dall’accostamento tra le parole “avvenimento” e “incontro” è possibile percepire meglio il messaggio del Meeting. La riflessione gnoseologica ed epistemologica contemporanea ha portato alla luce il ruolo determinante del soggetto della conoscenza nell’atto stesso del conoscere. Contrariamente ai presupposti del “dogma” positivista della pura obiettività, il principio di indeterminazione di Heisenberg ha reso evidente come ciò sia vero perfino per le scienze naturali: anche in queste discipline, il cui “oggetto” sembra essere regolato da invariabili leggi di natura, la prospettiva dell’osservatore è un fattore che condiziona e determina il risultato dell’esperimento scientifico, e quindi della conoscenza scientifica come tale. La pura obiettività risulta perciò pura astrazione, espressione di una gnoseologia inadeguata e irrealistica.

Ma se ciò è vero per le scienze naturali, lo è tanto più per quegli “oggetti” di conoscenza che a loro volta sono strutturalmente legati alla libertà degli uomini, alle loro scelte, alle loro diversità. Pensiamo alle scienze storiche, che si basano su testimonianze nelle quali convergono, come fattori influenzati del loro modo di comunicare la realtà che trasmettono, le visioni del mondo di chi le ha composte e le loro convinzioni, a loro volta legate a quelle del loro tempo, le loro situazioni personali, le scelte con cui essi si sono posti in rapporto alla realtà che descrivono, la loro levatura morale, le loro capacità e il loro ingegno, la loro cultura. Lo studioso che accosta il suo oggetto dovrà dunque sceverare tutto ciò, per comprendere e valutare il significato e la portata del messaggio veicolato in un contesto d’insieme, agendo come se si trovasse di fronte ad una persona che non conosce ancora bene, ma che gli sta raccontando qualcosa che ritiene comunque importante conoscere. La conseguenza più rilevante di tale situazione è che la conoscenza non può essere descritta come la registrazione di uno spettatore distaccato. Anzi, il coinvolgimento con l’oggetto conosciuto da parte del soggetto conoscente è conditio sine qua non della conoscenza stessa. E pertanto, non il distacco e l’assenza di coinvolgimento sono l’ideale da rincorrere, peraltro invano, nella ricerca di una conoscenza «obiettiva», bensì un coinvolgimento adeguato con l’oggetto, un coinvolgimento atto a far giungere a chi interroga la conoscenza il suo specifico messaggio.
Ecco perché la conoscenza può essere un “avvenimento”. Essa «avviene» come un vero e proprio «incontro» tra un soggetto e un oggetto. Che tale incontro sia necessario perchè si possa parlare di conoscenza ci fa allora guardare a soggetto e a oggetto non come a due grandezze che si possano reciprocamente mantenere ad asettica distanza al fine di preservarne la purezza; essi sono al contrario due realtà vive che si influenzano reciprocamente proprio quando vengono in contatto. L’onestà intellettuale di colui che conosce sta tutta in quella somma arte di “ospitare l’oggetto” in modo che esso possa rivelare se stesso quale veramente è, anche se non in modo integrale ed esaustivo. E l’accoglienza dell’oggetto, la disponibilità dell’ascolto che caratterizza il soggetto conoscente come vero amante della verità, si può descrivere come una sorta di «simpatia» per l’oggetto. C’è qui, come molto del pensiero medievale ci ha trasmesso, una particolare forza conoscitiva propria dell’amore. “Amare” significa “voler conoscere” e il desiderio e la ricerca della conoscenza sono una spinta interna dell’amore come tale. A ben vedere, dunque, ciò stabilisce un rapporto ineliminabile tra amore e verità. La conoscenza presuppone per sua natura una certa “conformazione” di soggetto e oggetto: un’intuizione fondamentale, già condensata nell’antico assioma empedocleo, secondo il quale “il simile conosce il simile”. L’evangelista Giovanni lo richiama implicitamente, laddove scrive che quando Dio “si sarà manifestato noi saremo simili a Lui, perché Lo vedremo così come Egli è” (1Gv 3,1).

Ci si potrebbe domandare se esista conoscenza più necessaria all’uomo di quella del suo Creatore; se ci sia conoscenza più adeguatamente descritta dalla parola “incontro”, se non il fondamentale rapporto che esiste appunto tra lo spirito dell’uomo e lo Spirito di Dio. Si comprende allora perché i Padri della Chiesa abbiano insistito sul bisogno di purificare l’occhio dell’anima per giungere a vedere Dio, rifacendosi alla beatitudine evangelica: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8). La razionalità dell’uomo può essere esercitata, e dunque raggiungere il suo fine proprio, che è la conoscenza della verità e di Dio, solo grazie a un cuore purificato e sinceramente amante del vero che ricerca. Purificato in tal modo, lo spirito umano può aprirsi alla rivelazione della verità. C’è dunque un misterioso nesso tra la beatitudine evangelica e le parole rivolte da Gesù a Nicodemo, riportate da san Giovanni: “Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito…dovete rinascere dall’alto” (3,6-7).

Il Santo Padre Benedetto XVI auspica che queste parole di Cristo risuonino nel cuore dei partecipanti alla 30° edizione del Meeting di Rimini, come richiamo a volgersi con fiducia verso di Lui, ad accoglierne la misteriosa presenza, che è per l’uomo e la società sorgente di verità e di amore. Con tali sentimenti, mentre formula voti di pieno successo a codesta manifestazione, imparte a Vostra Eccellenza, ai responsabili e a tutti coloro che sono presenti una speciale Benedizione Apostolica.

Unisco volentieri i miei auguri, e mi valgo della circostanza per confermarmi con sensi di distinto ossequio dell’Eccellenza Vostra Reverendissima dev.mo nel Signore

Segretario di Stato
Tarcisio Bertone

Pensiero del giorno 23/08/09


La famiglia che prega unita, resta unita. Il Santo Rosario, per antica tradizione, si presta particolarmente ad essere preghiera in cui la famiglia si ritrova. I singoli membri di essa, proprio gettando lo sguardo su Gesù, recuperano anche la capacità di guardarsi semp re nuovamente negli occhi, per comunicare, per solidarizzare, per perdonarsi scambievolmente, per ripartire con un patto di amore rinnovato dallo Spirito di Dio.

Giovanni Paolo II

Lettera Apostolica ROSARIUM VIRGINIS MARIAE

sabato 22 agosto 2009

De Oliveira 1 / 22 agosto, Regalità di Maria


La regalità di Nostra Signora è soprannaturale per carattere, perché la Madonna è la prima e la più alta delle creature di Dio. Non è la prima nell’ordine della natura, perché gli angeli sono naturalmente creature più elevate. Un angelo è puro spirito, e quindi è qualcosa di più di una creatura umana. Ma Maria è la prima creatura nell’ordine della grazia. Ha ricevuto un numero di grazie incomparabilmente maggiore degli angeli. E le grazie ricevute dagli angeli sono subordinate alle grazie ricevute dalla Madonna.
È anche la prima di tutte le donne. Il primo di tutti gli uomini è Nostro Signore Gesù Cristo; la prima di tutte le donne è Nostra Signora. Questo basterebbe da solo a conferirle di diritto il titolo di regina. Perché la regalità è una situazione “de jure” da cui scaturisce una situazione “de facto”. Chi è primo ha diritto di regnare e di essere servito, specialmente quando il suo regno è legato a un regno eterno che non avrà mai fine. Questo definisce la regalità di Maria.
Nostra Signora è la prima fra le creature perché è la Madre di Dio. Nessuna creatura ha avuto o potrà avere un’unione con la Santissima Trinità profonda come la sua. È la figlia prediletta del Padre Eterno, la madre ammirevole della Parola Incarnata, la sposa fedelissima dello Spirito Santo.
Inoltre, è regina perché Dio ha posto il governo di tutte le cose nelle sue mani. Dio ha scelto di non compiere alcunché di soprannaturale sulla Terra senza passare dalla Madonna. Tutte le preghiere che salgono dalla Terra verso il Cielo passano attraverso la Madonna; e tutte le grazie che scendono dal Cielo sulla Terra fanno lo stesso. Se tutto il Cielo chiedesse qualche cosa a Dio prescindendo dalla Madonna, non lo otterrebbe; ma se la Madonna da sola fra i cittadini del Cielo chiedesse una grazia, la otterrebbe. Questo ne fa una regina in tutta le pienezza del termine.Ora questi concetti che definiscono la sua regalità celeste, il suo titolo più alto, devono trovare una corrispondenza anche nella sua regalità terrestre o sociale.
Che cos’è la regalità sociale di Nostra Signora?
Tutta la società umana dovrebbe essere organizzata in modo che ogni cosa corrisponda al suo volere di regina. Tutti coloro che governano dovrebbero seguire la sua volontà. San Luigi IX di Francia (1214-1270) usava definire se stesso “le sergent de Dieu en France”, che possiamo tradurre liberamente “il luogotenente di Dio in Francia”. Considerava se stesso solo un esecutore del volere di Dio, anche se era uno dei più potenti monarchi del suo secolo. Ma comprendeva bene la sua missione, perché è esattamente questo che un re cattolico deve essere. Lo stesso si dovrebbe applicare alla Madonna. I re e i governanti cattolici dovrebbero essere i suoi luogotenenti.Ma qual è la volontà della Madonna? Dal momento che di regola non ci appare in modo mistico per trasmetterci le sue prescrizioni, come possiamo conoscere la sua volontà? In realtà, la volontà della Madonna corrisponde perfettamente alla dottrina cattolica e all’obbedienza alla Chiesa Cattolica. Questa è la volontà della Madonna – e di Dio, perché la volontà della Madonna coincide perfettamente con la volontà di Dio. La più chiara componente della volontà della Madonna, quella meno soggetta a discussioni, è che si obbedisca alla Chiesa Cattolica.Ma c’è un altro fattore: la voce della grazia che risuona dentro di noi. La grazia indica a ogni persona il modo di essere discepolo e di realizzare il piano che Dio ha concepito per lui o per lei.
Questo è quanto normalmente si chiama vocazione. La vocazione è la chiamata di Dio, che è anche la chiamata di Nostra Signora, a realizzare un piano predefinito che Essi hanno concepito per ciascuno di noi. Quindi, corrispondere alla propria vocazione significa anche fare la volontà della Madonna.E come si fa a corrispondere alla propria vocazione? Anzitutto, si tratta di fare tutto quanto è in nostro potere per conservare il deposito della dottrina cattolica insegnata dalla Santa Madre Chiesa. Sappiamo che dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II questo deposito di fede, morale, liturgia e diritto canonico è sistematicamente attaccato da nemici della Chiesa che si sono infiltrati al suo interno e che propongono di sostituire la sua dottrina con insegnamenti completamenti nuovi e del tutto diversi.
Così obbedire alla propria vocazione oggi significa difendere la dottrina cattolica contro gli attacchi interni ed esterni. Essere fedeli alla chiamata della Madonna ai nostri giorni significa lottare contro i nemici della dottrina della Chiesa.
C’è un altro punto che vorrei trattare. Io parlo spesso di un Regno di Maria come di qualche cosa di futuro. Ma – si dirà – se fare la volontà della Madonna significa seguire la Chiesa, non si può forse affermare che prima della crisi rivoluzionaria, all’apogeo del Medioevo, c’è già stato un Regno di Maria? Perché dunque dovremmo parlare di un Regno di Maria al futuro?
Io non penso che il Medioevo sia stato in senso pieno un Regno di Maria. Poteva diventarlo. Se non fosse entrato in un processo di deterioramento sarebbe stato un Regno di Maria. La devozione alla Madonna stava crescendo e proprio questo segna l’apogeo del Medioevo. Ma subito è iniziato il declino. Un piano di Dio in divenire è stato interrotto.
Aggiungo che nel Medioevo molte delle verità sulla Madonna non erano state completamente chiarite. I dottori che studiavano la Vergine non avevano condotto la mariologia a quegli alti livelli che in realtà questa scienza teologica ha raggiunto dopo, non durante, il Medioevo. Per limitarci a un solo esempio, la grande voce di San Luigi Maria Grignion de Montfort (1673-1716) nel Medioevo non era ancora stata ascoltata, né quella che egli definisce la vera devozione alla Madonna era stata spiegata. Anche molte altre verità sulla Madonna che sono poi divenute patrimonio comune della Chiesa nel Medioevo non erano ancora correntemente insegnate. Si può pensare che sarebbero state scoperte e insegnate se non fosse iniziata la crisi del Medioevo.
Ma non è andata così. Il Medioevo è caduto. Così queste verità sono venute alla luce dopo, e il fatto che siano emerse in un’epoca di Rivoluzione e di crisi ha portato con sé la conseguenza che non si sono immediatamente riflesse in modo appropriato nella sfera sociale. Verità teologiche non sono state applicate alla vita della società come sarebbe dovuto accadere. Per la più piena gloria di Dio, è necessario che il suo piano si realizzi sulla Terra. E perché Maria regni sulla Terra è necessario che le verità che la riguardano siano non solo condivise dai devoti ma dispieghino i loro effetti anche sulla vita sociale.
Questi principi riguardano problemi molto profondi della storia. Ma ci consentono di apprezzare nel suo pieno significato la festa odierna della regalità di Maria.
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Contributi 149 - La vera storia di Miguel Mañara

da il Sussidiario

Pigi Colognesi
venerdì 21 agosto 2009

Il protagonista della serata teatrale d’apertura del trentesimo Meeting di Rimini sarà Miguel Mañara. Domenica prossima vedremo, infatti, una nuova messa in scena del dramma di Oscar Milosz, incentrato sulle vicende del giovane rubacuori sivigliano, prima stanco delle sue stesse avventure amorose, poi sorpreso dal candore di un amore vero e sposo, infine umile monaco che diventa santo e muore nel silenzio. È quel Mañara che ha dato origine alla lunga serie dei don Giovanni di cui è zeppa la letteratura, da Tirso de Molina a Molière a Puškin, e la musica (basti pensare a Mozart).

Ma nello scrivere la sua più famosa opera teatrale, che è del 1913, Milosz non aveva in mente un’ennesima edizione del mito già visitato da tanti altri prima di lui (e che lui stesso aveva trattato in un precedente dramma). Milosz infatti resta fedele al dato storico, così come lo aveva letto e studiato nella biografia su Mañara scritta dal de Latour nel 1857. Chi era, dunque, questo Mañara, che la Chiesa cattolica annovera tra i “venerabili”?

Don Miguel Mañara Vicentelo de Leca nasce a Siviglia il 3 marzo 1627. La sua giovinezza è quella tipica dei giovani rampolli della nobiltà del siglo de oro: baldoria, amorazzi, duelli per difendere l’onore. Intorno ai vent’anni la conversione. Il suo primo biografo, Cárdenas, racconta che, mentre si dirigeva di notte a un appuntamento galante, Mañara fu colpito al capo, cadde per terra e sentì una voce che chiedeva una bara per lui, considerato ormai morto. In preda al terrore, Mañara tornò a casa e venne poi a sapere che all’appuntamento galante sarebbe stato accolto da sicari decisi a ucciderlo.

È la svolta. Miguel ventunenne sposa una brava ragazza della città, Jerónima Carrillo da Mendoza (la Girolama di Milosz). Che però muore poco dopo. Miguel entra allora nella Confraternita della Carità, che si occupa dell’assistenza materiale e spirituale ai poveri di Siviglia. Nel 1662 ne diventa il presidente, dandole nuovo impulso e ingrandendone il raggio di azione. Tale è il fascino della sua vita, che gran parte della nobiltà di Siviglia entra a far parte della Confraternita, attorno alla cui sede viene costruito un ospizio per i poveri, un ospedale per i malati che nessun’altra struttura accoglie e fondato un sodalizio di persone impegnate nell’assistenza ai condannati a morte. Mañara si prodiga anche per la conversione dei musulmani che si trovavano in città.

Muore il 9 maggio 1679, circondato dall’ammirazione di tutti e da una solida fama di santità. Di sé, lui aveva ben altra idea, tanto da scrivere nel suo testamento: «Io, don Miguel Mañara, cenere e polvere, miserabile peccatore, per la maggior parte della mia vita ho offeso l’altissima maestà di Dio mio Padre, di cui confesso di essere creatura e schiavo. Ho servito Babilonia e il Diavolo suo principe con mille abomini, orgoglio, adulteri, bestemmie, scandali, brigantaggio. I miei peccati e le mie infamie sono senza numero e solo la grande saggezza di Dio li può nominare, la sua pazienza infinita sopportarli e la sua infinita misericordia perdonarli. Sul mio sepolcro si metta una pietra con questo epitaffio: Qui giacciono i resti del peggior uomo che ci fu al mondo. Pregate per lui».
nella foto la Cattedrale di Siviglia
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venerdì 21 agosto 2009

La preghiera è la medicina che guarisce

Noi siamo come un fiore che, senza qualche goccia d'acqua ogni giorno, appassisce e muore.
La preghiera, se fatta col cuore, è una medicina straordinaria che guarisce tutto l'uomo.
Guarisce la mente, che viene liberata dalle oscurità, dalle preoccupazioni e dalle ossessioni quotidiane.
Guarisce il cuore, perchè porta la pace e la serenità.
Guarisce la volontà, perchè infonde forza e costanza.
Anche il corpo ne viene beneficato.
Non ci sono medicine che possano guarire dal male di vivere, dagli scoraggiamenti, dalle angosce e dalla disperazione.
Ciò che non ti può dare la medicina, te lo dona la grazia della preghiera.
Trova ogni giorno qualche momento per rientrare in te stesso e per ritrovare Gesù nel tuo cuore.
Non solo è l'amico con cui confidarti, ma è anche il medico che ti guarisce.
La sua luce e la sua forza risanano tutta la nostra persona, ben oltre le possibilità di cui l'uomo dispone.
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martedì 18 agosto 2009

Contributi 148 - L'avvenimento della conoscenza in Sant'Agostino


propongo un articolo da IlSussidiario come sempre in questri casi le evidenziazioni di frasi e brani sono mie

Il 30° Meeting per l’Amicizia fra i Popoli, che si terrà a Rimini dal 23 al 29 agosto, ospiterà per la prima volta una mostra su Sant’Agostino. "Si conosce solo ciò che si ama" è il titolo suggestivo di questa mostra che è stata curata da Giuseppe Bolis e che ha avuto il significativo contributo della Provincia di Pavia.
Si tratta di una mostra originale, perchè, lungi dal proporre un discorso su Sant'Agostino o una riflessione sulle tematiche teologiche o filosofiche che hanno visto impegnato il santo di Ippona, racconta la sua vita, si sofferma sui fatti più significativi della sua esistenza, documenta la sua appassionata attività. È un Sant'Agostino vivo quello che viene presentato dai pannelli che parlano di lui, e per entrare in contatto diretto con la sua persona il percorso della sua vita è corredato da allestimenti suggestivi e multimediali, con scenografie create per l’ascolto di suoi brani “dal vivo”.
Saranno inoltre esposti manoscritti antichi scelti dall’immensa produzione letteraria del vescovo di Ippona. Una mostra quindi che vuole creare un'occasione suggestiva perchè chi la visiti possa incontrare un uomo, segnato da un desiderio profondo, insopprimibile, quello della felicità, e che proprio per questo ha trovato in Dio un abbraccio totale.
Infatti il percorso della mostra segue quello della vita di Agostino, mostrando come ogni fatto che gli accadesse, ogni episodio di cui fosse protagonista, sia stato per lui una sfida ad andare sempre più al fondo del suo desiderio, fino a incontrare dentro la sua interiorità la presenza del Mistero, quella presenza che sola risponde all'inquietudine del suo cuore.
È questo il filo rosso della mostra, perchè è il filo rosso della vita di Agostino, che non fu un uomo con alcune buone idee da realizzare, ma un uomo impegnato totalmente con la realtà, tanto che la sua conoscenza del mistero cresceva proporzionalmente all'esperienza che faceva del reale.
La vicenda umana di Agostino è così una esemplificazione affascinante del titolo del 30° Meeting, "La conoscenza è sempre un avvenimento"; in ogni passo della mostra si potrà quindi vedere come per Agostino conoscere non sia uno sforzo intellettuale, ma il frutto di una passione irriducibile, quella del cuore che cerca Dio dentro ciò che accade.
Per questo Agostino dirà che "non si conosce se non per amicizia", perchè tutta la sua esistenza testimonia che solo una passione per il proprio destino apre lo sguardo alla conoscenza, e lo apre al Mistero, che solo può soddisfare pienamente il desiderio dell’uomo.
In un brano dei Soliloqui Agostino scrisse: «Ecco: ho pregato Dio - Che cosa vuoi dunque sapere ? - Tutte queste cose che ho chiesto nella preghiera - Riassumile in poche parole - Desidero conoscere Dio e l’anima - E nulla più? - Proprio nulla !» (Soliloqui I, 2, 7).
È questo il brano da cui inizia il percorso della mostra, a indicare che tutta la vita di Agostino è segnata dal desiderio del cuore, conoscere l’io e Dio, il che coincide. Dentro i fatti della sua esistenza, dalle aspirazioni alle passioni giovanili, dalla tensione a ricercare il vero alle diverse concezioni filosofiche abbracciate e poi lasciate perché insoddisfacenti, dai rapporti con la madre e con gli amici agli incontri, come quello con Ambrogio così decisivo, dalla conversione alla dedizione totale alla Chiesa, una sola passione vibra, quella di trovare Dio, l’abbraccio in cui tutto si compie.
Questa è per Agostino la conoscenza, un’esperienza in cui riscoprirsi uomo, pienamente uomo. Accostare Agostino, ripercorrere insieme a lui il cammino di conoscenza del vero in cui ha trovato la felicità, non può non interessare all’uomo d’oggi, è di una attualità impressionante, come disse Benedetto XVI nell’Udienza Generale del 30 gennaio 2008. «Nella conclusione della lettera apostolica Augustinum Hipponensem – ha detto il Papa - Giovanni Paolo II ha voluto chiedere allo stesso santo che cosa abbia da dire agli uomini di oggi e risponde innanzitutto con le parole che Agostino affidò a una lettera dettata poco dopo la sua conversione: “A me sembra che si debbano ricondurre gli uomini alla speranza di trovare la verità” (Epistulae, 1, 1); quella verità che è Cristo stesso, Dio vero, al quale è rivolta una delle preghiere più belle e più famose delle Confessiones (X, 27, 38): “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco tu eri dentro e io fuori, e lì ti cercavo, e nelle bellezze che hai creato, deforme, mi gettavo. Eri con me, ma io non ero con te. Da te mi tenevano lontano quelle cose che, se non fossero in te, non esisterebbero. Hai chiamato e hai gridato e hai rotto la mia sordità, hai brillato, hai mostrato il tuo splendore e hai dissipato la mia cecità, hai sparso il tuo profumo e ho respirato e aspiro a te, ho gustato e ho fame e sete, mi hai toccato e mi sono infiammato nella tua pace».
Questo è Agostino, un uomo innamorato della vita, un uomo leale con la voce del suo cuore, questo è l’uomo d’oggi, un appassionato desiderio di felicità.
La vicenda umana di Agostino rassicura l’uomo d’oggi, la risposta al suo desiderio c’è, è il Dio che si è fatto carne, Gesù Cristo, e si fa incontro a chi lo cerca, a chi è impegnato seriamente con la sua umanità. Per questo la mostra su Sant’Agostino si rivolge a chi vuol essere seriamente uomo, a chi non pensa di sapere come stiano le cose, ma si lascia provocare dalla realtà fino alla sua domanda ultima, quella che conduce l’io al Mistero.
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domenica 16 agosto 2009

Testimonianze 1 - Vigilare

sotto questa etichetta sono raccolte veloci riflessioni che "amici" hanno trasmesso in cui evidenzio la frase che mi ha più colpito..



Non occorre andare lontano per vedere come nel mondo, in un mondo che si professa "cristiano" o peggio in un mondo che si professa laico quale sinonimo di ateismo pratico e di relativismo gaudente, basta guardare un pò la tv, ascoltare la radio, affacciarsi al balcone, sentire i rumori delle sirene per le strade per capire che l'uomo si trova da se stesso nella più grave carenza e deformazione dell'immagine Santa e sana di Dio.
C'è chi cerca Dio solo nel dolore e poi lo dimentica nei piaceri effimeri; c'è chi rinnega Dio e detesta coloro che provano a farli ragionare tacciandoli di bigottismo: Dio ha bisogno di gente attiva!
Secondo uno degli ultimi rapporti della Santa Sede i cristiani praticanti in Italia sono ridotti dove al 34% dove in percentuali ancora minori.
Qual è il mio, il tuo, il nostro ruolo?
Dobbiamo dare l'esempio, dobbiamo portare il Nome di Gesù con Maria, dobbiamo sfruttare il web per evangelizzare, per portare anime a Cristo che ha pagato ogni uomo col Suo Sangue e di Quel Sangue siamo tutti colpevoli e debitori!
Nessuno può nè deve pensare:" io non ce la faccio", "chi me lo fa fare?", "non sono fatti miei"!
La salvezza delle anime sono fatti tuoi e nostri!
Se vedi un uomo a terra sanguinante che fai lo lasci morire secondo coscienza?
Così in questo preciso momento stanno in stato di morte peccaminosa migliaia di tuoi fratelli, di figli di Dio, pagati a indicibile Prezzo della Morte del Figlio di Dio e Dio che ha dato a te una luce per capire ti chiede pure la responsabilità di agire per il bene di tutti.
Sant'Agostino diceva che chi salva un'anima guadagna la propria!
Diffondiamo l'Amore ma non solo un amore scialbo; Gesù ha insegnato riassumendo: "Ama te stesso prima per poter amare il prossimo come conseguenza"
Come possiamo amare l'altro se non perdoniamo a noi stessi, accettiamo noi stessi, accogliamo le nostre sofferenze, sopportiamo con speranza i nostri fallimenti, perdoniamo a noi stessi i nostri errori?
Perchè è conoscendo l'infinita miseria di se che possiamo scusare l'altro e vedere nei suoi sbagli i nostri!


di Valerio M.

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sabato 15 agosto 2009

Udienza di Benedetto XVI del 12/8/2009


Cari fratelli e sorelle,
è imminente la celebrazione della solennità dell'Assunzione della Beata Vergine, sabato prossimo, e siamo nel contesto dell'Anno Sacerdotale; così vorrei parlare del nesso tra la Madonna e il sacerdozio. È un nesso profondamente radicato nel mistero dell'Incarnazione. Quando Dio decise di farsi uomo nel suo Figlio, aveva bisogno del «sì» libero di una sua creatura. Dio non agisce contro la nostra libertà. E succede una cosa veramente straordinaria: Dio si fa dipendente dalla libertà, dal «sì» di una sua creatura; aspetta questo «sì». San Bernardo di Chiaravalle, in una delle sue omelie, ha spiegato in modo drammatico questo momento decisivo della storia universale, dove il cielo, la terra e Dio stesso aspettano cosa dirà questa creatura.
Il «sì» di Maria è quindi la porta attraverso la quale Dio è potuto entrare nel mondo, farsi uomo. Così Maria è realmente e profondamente coinvolta nel mistero dell'Incarnazione, della nostra salvezza. E l'Incarnazione, il farsi uomo del Figlio, era dall'inizio finalizzata al dono di sé; al donarsi con molto amore nella Croce, per farsi pane per la vita del mondo. Così sacrificio, sacerdozio e Incarnazione vanno insieme e Maria sta nel centro di questo mistero.
Andiamo adesso alla Croce. Gesù, prima di morire, vede sotto la Croce la Madre; e vede il figlio diletto e questo figlio diletto certamente è una persona, un individuo molto importante, ma è di più: è un esempio, una prefigurazione di tutti i discepoli amati, di tutte le persone chiamate dal Signore per essere «discepolo amato» e, di conseguenza, in modo particolare anche dei sacerdoti. Gesù dice a Maria: «Madre ecco tuo figlio» (Gv 19, 26). È una specie di testamento: affida sua Madre alla cura del figlio, del discepolo. Ma dice anche al discepolo: «Ecco tua madre» (Gv 19, 27). Il Vangelo ci dice che da questo momento san Giovanni, il figlio prediletto, prese la madre Maria «nella propria casa». Così è nella traduzione italiana; ma il testo greco è molto più profondo, molto più ricco. Potremmo tradurlo: prese Maria nell'intimo della sua vita, del suo essere, «eis tà ìdia», nella profondità del suo essere. Prendere con sé Maria, significa introdurla nel dinamismo dell’intera propria esistenza – non è una cosa esteriore - e in tutto ciò che costituisce l’orizzonte del proprio apostolato. Mi sembra si comprenda pertanto come il peculiare rapporto di maternità esistente tra Maria e i presbiteri costituisca la fonte primaria, il motivo fondamentale della predilezione che nutre per ciascuno di loro. Maria li predilige infatti per due ragioni: perché sono più simili a Gesù, amore supremo del suo cuore, e perché anch’essi, come Lei, sono impegnati nella missione di proclamare, testimoniare e dare Cristo al mondo. Per la propria identificazione e conformazione sacramentale a Gesù, Figlio di Dio e Figlio di Maria, ogni sacerdote può e deve sentirsi veramente figlio prediletto di questa altissima ed umilissima Madre.
Il Concilio Vaticano II invita i sacerdoti a guardare a Maria come al modello perfetto della propria esistenza, invocandola “Madre del sommo ed eterno Sacerdote, Regina degli Apostoli, Ausilio dei presbiteri nel loro ministero”. E i presbiteri – prosegue il Concilio – “devono quindi venerarla ed amarla con devozione e culto filiale” (cfr. Presbyterorum ordinis, 18). Il Santo Curato d'Ars, al quale pensiamo particolarmente in quest’anno, amava ripetere: «Gesù Cristo, dopo averci dato tutto quello che ci poteva dare, vuole ancora farci eredi di quanto egli ha di più prezioso, vale a dire la sua Santa Madre» (B. Nodet, Il pensiero e l’anima del Curato d’Ars, Torino 1967, p. 305). Questo vale per ogni cristiano, per tutti noi, ma in modo speciale per i sacerdoti. Cari fratelli e sorelle, preghiamo perché Maria renda tutti i sacerdoti, in tutti i problemi del mondo d’oggi, conformi all’immagine del suo Figlio Gesù, dispensatori del tesoro inestimabile del suo amore di Pastore buono. Maria, Madre dei sacerdoti, prega per noi!

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Maria Assunta in cielo

La solennità dell'Assunzione di Maria Vergine infonde in tutti noi un senso di gioia e di speranza. Un senso di gioia perché Dio vuole trasfigurare tutto il nostro essere: il corpo e lo spirito. Nulla di noi andrà perduto. Quella storia di fatica e d'amore che ciascuno di noi scrive mentre è nel corpo è destinata ad entrare per sempre nel progetto di Dio, nella sua gloria.
Tutto questo ci riempie di gioia perché allontana da noi lo spettro del nulla, della morte, della paura. Non siamo destinati al nulla, al vuoto. Siamo destinati alla gloria. Questa gioia deve diventare la nostra forza per affrontare la quotidiana battaglia della vita. Unitamente a questo senso di gioia, la festa odierna infonde in tutti noi un senso di speranza. Una speranza che nasce dal contemplare Maria già nel pieno possesso della gloria di Dio. Una di noi, Maria, è arrivata prima di noi lì dove tutti noi siamo destinati.
Dio non dimentica nulla di ciò che gli doniamo, raccoglie ogni lacrima, conserva nel cuore ogni nostra pena e riveste di luce ogni atto d'amore. Poi, al tempo stabilito, riunisce ogni cosa e, con questo materiale prezioso, modella la corona che ci offrirà, davanti al suo trono. Ha fatto così con Maria, farà così anche con noi. Questo ci riempie il cuore di speranza.
"Maria è assunta in cielo: esultano le schiere degli angeli. Alleluia!". L'assunzione: mistero glorioso del rosario; l'assunzione: mistero di Dio, manifestato in colei che è stata scelta tra gli uomini nel modo più singolare.
Sì, l'Onnipotente ha davvero operato in lei grandi cose! Fu "piena di grazia" sin dall'inizio della sua esistenza terrena, poiché così era stata concepita dall'Eterno Padre per essere la Madre del Figlio di Dio incarnato.
La Chiesa oggi, ancora una volta, guarda a questo ineffabile mistero che evoca, in modo sovrabbondante, l'alleanza di Dio con l'umanità e insieme la divina Maternità di Maria. Essa fissa i suoi occhi sulla maternità della Vergine e ne venera la rara bellezza. Uomini ricchi di genio sono rimasti affascinati lungo i secoli dal fulgore della Vergine, diventata Madre di Dio per opera dello Spirito Santo. Quanti pittori, scultori, scrittori, poeti e musicisti hanno cercato di far brillare, col loro talento artistico, la bellezza di Maria nella storia dell'umanità! E quanti pensatori e teologi hanno tentato di approfondire il mistero di colei che è "piena di grazia" e "assunta in cielo"!
Ogni mezzo espressivo umano tuttavia pare arrestarsi a un limite. La bellezza della Madre di Dio scaturisce da Dio; essa è più "all'interno" che "all'esterno". Il salmista, che nell'odierna liturgia proclama il fascino regale di Maria, sembra indicarne la sorgente misteriosa quando esclama: "Dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre; al re piacerà la tua bellezza" (Sal 44,11-12).E questo non indica forse che il fascino della Vergine proviene da Dio? Sì, esso è da Dio stesso, ma nello stesso tempo appartiene al nostro mondo; infatti proviene tutto dal Figlio, il Verbo eterno incarnato. Noi contempliamo l'umano splendore di Maria già nella grotta di Betlemme, nella fuga in Egitto per sottrarre il Bambino ai disegni crudeli di Erode; esso ci appare nella casa di Nazaret e a Cana di Galilea. In modo particolare, però esso risplende sul Calvario, dove Maria, "non senza un disegno divino, se ne stette" ai piedi del Redentore crocifisso, come insegna il Concilio Vaticano II ("Lumen Gentium", 58). Sì! La divina bellezza di Maria, Figlia di Sion, appartiene intimamente al nostro mondo umano. Essa si iscrive nel cuore stesso della storia di ciascuno di noi nella storia della nostra salvezza.
E' quanto la Chiesa proclama, in maniera singolare, nell'odierna solennità. La "donna" dell'Apocalisse (12,1), la "donna vestita di sole" è "un segno grandioso", che appare in cielo, nella visione di Giovanni, ma è destinato alla terra. Questo "segno grandioso" non domina incontrastato all'orizzonte della storia dell'umanità. Di fronte ad esso ecco "un altro segno": il "drago rosso" che non soltanto tenta di nuocere alla terra, ma soprattutto attacca la Donna e il suo Figlio, come era stato già preannunziato, sin dall'inizio, nel Libro della Genesi.
La liturgia della solennità dell'Assunzione, pertanto, ci ricorda che l'uomo è posto sulla terra tra il bene e il male, tra la grazia e il peccato. La vittoria della luce e della grazia è il risultato di una lotta. Così avviene nella vita dell'uomo; così succede nella vita di ciascuno di noi; così si verifica anche nella storia scritta dai popoli, dalle nazioni e dall'intera umanità.
Proprio per questo, allora, l'Assunta è un segno profondamente eloquente. Un segno vero, che mentre indica il regno di Dio, il quale si realizza totalmente nell'eternità, non cessa di mostrare le vie che conducono a quest'eternità divina. Su tutte queste strade ogni uomo può incontrare Maria. Anzi ella stessa viene verso ciascuno di noi, come si recò presso la casa di Zaccaria per far visita a Elisabetta. E dappertutto è dato ad ognuno di trattenerla con sé. A ciascuno è dato di poterla rendere partecipe, ogni giorno, della propria esistenza terrena che, a volte, è tanto difficile: "A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?... Benedetta tu fra le donne" (Lc 1,43.42).Sì! Dio "ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome" (Lc 1,48-49).
O Maria Assunta in Cielo, io lodo con te il Signore, lodo la sua misericordia che ti ha avvolta di bellezza e mi unisco agli angeli e ai santi per cantare il magnificat con te! Guardami, sorridimi, indicami sempre il Cielo. Tu che dal Cielo mi vieni vicino, proteggimi e liberami da tutto ciò che mi lega ancora e purificami da tutte le cose che non mi aiutano a salire. Tu che hai saputo cantare la più alta lode al Signore, insegnaci a riconoscerlo nostro Salvatore e ad affidarci a lui con l'umiltà delle creature, riempici di amore e di grazia, affinché possiamo cantare anche noi con te le meraviglie del Signore. E così sia!

venerdì 14 agosto 2009

Frutto della preghiera / 1

cominciano, con questo post una nuova serie di contributi, le meditazioni di Don Luciano Pugliese sulla preghiera e la spiritualità

La preghiera germoglia dalla dolcezza e dall'assenza di collera.
La preghiera e frutto della gioia e della riconoscenza.
La preghiera è una estromissione della tristaezza e dello scoraggiamento.
Non pregare solo con gli atteggiamenti esteriori, ma dirigi la tua intelligenza alla preghiera spirituale, con gran timore.
Non pregare perchè si compia la tua volontà, poichessa non concorda necessariamente con la volontà di Dio.
La preghiera senza distrazione e la più alta intellezione dell'intelligenza verso Dio.
Prega in primo luogo per essere puruficato dalle passioni, in secondo luogo per essere liberato dall'ignoranza, il terzo luogo da ogni tentazione e da ogni mancanza.
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Era conveniente...

Era conveniente che colei che nel parto aveva conservato integra la sua verginità conservasse integro da corruzione il suo corpo dopo la morte.
Era conveniente che colei che aveva portato nel seno il Creatore fatto bambino abitasse nella dimora divina.
Era conveniente che la Sposa di Dio entrasse nella casa celeste.
Era conveniente che colei che aveva visto il proprio figlio sulla Croce, ricevendo nel corpo il dolore che le era stato risparmiato nel parto, lo contemplasse seduto alla destra del Padre.
Era conveniente che la Madre di Dio possedesse ciò che le era dovuto a motivo di suo figlio e che fosse onorata da tutte le creature quale Madre e schiava di Dio.

San Giovanni Damasceno
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giovedì 13 agosto 2009

Preghiera di S. Bernardo

O tu, chiunque sia,
che ti avvedi di essere in balia dei flutti di questo mondo, tra procelle e tempeste,
invece di camminare sulla Terra, non distogliere gli occhi dal fulgore di questa stella, se non vuoi essere travolto dalla tempesta. Se insorgono i venti delle tentazioni,
se incappi negli scogli delle tribolazioni,
guarda la Stella, invoca Maria.
Se sei sballottato dalle onde della superbia,
della detrazione, dell'invidia:
guarda la Stella, invoca Maria.
Se tu, conturbato per l'enormità del peccato,
pieno di confusione per la laidezza della coscienza,
intimorito per il terrore del giudizio,
incominci ad essere inghiottito dall'abisso della tristezza,
dalla voragine della disperazione: pensa a Maria.
Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze,
pensa a Maria, invoca Maria.
Ella non si parta mai dal tuo labbro,
non si parta mai dal tuo cuore;
e perchè tu abbia ad ottenere l'aiuto della sua preghiera,
non dimenticare mai l'esempio della sua vita.
Se tu la segui non puoi deviare;
se tu la preghi non puoi disperare;
se tu pensi a Lei non puoi sbagliare.
Se Ella ti sorregge, non cadi;
se Ella ti protegge, non hai da temere;
se Ella ti guida, non ti stanchi;
se Ella ti è propizia, giungerai alla meta.
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martedì 11 agosto 2009

Contributi 147 - Dio ha bisogno degli uomini

Intervento di Mons. Luigi GIussani al Meeting di Rimini 1985

Forse fate bene a battere le mani, perché credo in quello che dico. «Il pericolo maggiore che possa temere l’umanità - dice Teilhard de Chardin - non è una catastrofe che venga dal di fuori, non è né la fame né la peste, è invece quella malattia spirituale, la più terribile perché il più direttamente umano dei flagelli, che è la perdita del gusto di vivere».
Quando ho detto questa frase mi è venuto immediatamente al cuore e alla memoria come deve essere nato storicamente l’interesse per Cristo. La gente poteva andarlo a sentirlo chiedendosi: "Cosa dice costui? Parla della Trinità, di Dio Padre, parla dell’inferno dell’anima, della responsabilità dell’uomo". Però poteva farsi anche un’altra domanda, che trovava la risposta dentro il cuore della gente, senza che essa ne fosse cosciente: "Costui, perché dice queste cose?" E immediatamente, chi avesse formulato questa domanda si sarebbe sentito rispondere: "Perché ama l’uomo". Prese un bambino se lo strinse al seno e disse: "Guai a colui che torce un capello al più piccolo dei bambini" e non parlava di torcere fisicamente un capello, perché in questo fatto tutti hanno un po’ di ritegno; parlava nel far del male al bambino in termini morali, là dove nessuno presta attenzione e precauzione; parlava di un rispetto assoluto di questo esserino indifeso. Oppure si scosta nel sentiero, passa un funerale, una donna singhiozza dietro il feretro e Lui domanda: "Cosa succede?" "È una donna vedova. Le è morto l’unico figlio". Fa un passo avanti e dice: "Donna, non piangere". O ancora: "Che importa se ti prendi tutto quello che vuoi e poi perdi te stesso?” Che cosa darà l'uomo in cambio di sé? Così è sorto nel mondo il senso del rispetto, della venerazione, dell'attaccamento, dell'amore, della fiducia, della responsabilità verso la persona.
La persona: l'amore all'uomo. Altrimenti non si può capire il Cristianesimo. Ma forse noi stessi non lo comprendiamo, pur tentando di viverlo, perché non partecipiamo di questa sua origine. Il cristianesimo non è nato per fondare una religione, è nato come passione per l'uomo. Allora si capisce che se Cristo parlava del Padre, se parlava del bambino, se tendeva con particolare cura lo sguardo all'ammalato, al povero, era perché povero, bambino o ammalato erano, fra tutti, i meno difesi, coloro che meno avrebbero potuto imporre se stessi; proprio per questo ne sottolineava la presenza, perché il loro valore era indipendente dalla loro capacità di potere o di servire al potere. L'uomo, il figlio di donna, l'uomo concreto, come sempre insiste Giovanni Paolo II, non l'uomo alla Feuerbach o alla Marx, io, tu, l'uomo figlio di sua madre e suo padre: e l'amore all'uomo, la venerazione per l'uomo, la tenerezza per l'uomo, la passione per l'uomo, la stima assoluta per l'uomo.
La frase di Teilhard de Chardin mi ha richiamato una frase del Vangelo: "Vi ho detto tutte le cose che vi ho dette, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena". Gioia: è l'unica voce, quella cristiana, che può usare la parola gioia senza essere obbligata a dimenticare o rinnegare qualche cosa. Gesù lo dice in termini biblici: "Il loro angelo (l'angelo dei bambini) vede la faccia del Padre mio". L'uomo è grande perché è in rapporto con l'Infinito, ma un rapporto siffatto che lo si è potuto anche definire con un paradosso: Dio ha bisogno degli uomini. Dio. Ma chi non ha paura, qualunque immagine ne abbia, ad usare questa parola? Io ne ho molta, e infatti raramente la uso.
Questo "insondabile mistero", come diceva Einstein, tre giorni prima di morire al grande matematico Francesco Severi, "che sottende ogni ricerca", questa "ombra che non si può staccare da noi" diceva Whithead, questa implicazione ultima della ragione, intesa come coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori. "Tutta la legge dell'umana esistenza sta solo in questo: che l'uomo possa inchinarsi all'infinitamente grande", diceva Dostoevskij. Proprio per questo, comunque lo si concepisca, questo infinitamente grande è legato alla nostra esistenza. Con un termine drammatico, la Bibbia parla di "alleanza", un contratto sostanziale, essenziale ed esistenziale: l'alleanza della creazione. Questo infinitamente grande è legato alla nostra esistenza per quello stupore che assicura l'emozione della novità, senza cui la vita sarebbe noia mortale, per cui Dio ci si impone come la struggente attrattiva del reale, dell'essere; per quel brivido della ragione per cui Dio appare come la consistenza che ci mantiene sopra l'abisso del niente; per quella dipendenza inevitabile dagli avvenimenti, per cui Dio ci determina come Destino.
Ma dunque, se Dio è legato a noi, se ne può parlare? Se ne deve parlare, nel senso che non è possibile non parlarne, comunque lo si concepisca. C'è un solo modo per non parlarne: non pensare. "Chiuso fra cose mortali anche il cielo stellato finirà. Perché bramo Dio?" È l'interrogativo appassionato di Ungaretti che era così esplicitato da Reiner Maria Rilke: "Spegnimi gli occhi e io ti vedo ancora; rendimi sordo, ed io odo la tua voce; mozzami i piedi, ed io corro la tua strada. Senza favella, a te io scioglierei preghiere. Dirompimi le braccia ed io ti stringo col cuore mio, fatto repente mano: se fermi il cuore, batte il mio cervello, ardi anche questo ed il mio sangue allora ti accoglierà Signore in ogni stilla". Per questo, per questa implicazione fisiologica, con timore e tremore, ripeto: Dio ha bisogno degli uomini. Così ci si è rivelato.
Il titolo del bellissimo e dimenticato film di Delannoy, è un paradosso, certo, ma è vero: Dio si è reso bisognoso dell'uomo per il modo in cui ha agito. Noi non possiamo che esprimerci con queste formule: aver bisogno senza che si avesse avuto bisogno è amore. L'amore nella sua purità, per tutti nostalgia tanto quanto normalmente non è esperienza, nella sua gratuità assoluta. Dio si è reso bisognoso dell'uomo perché l'ha creato libero, gli ha partecipato questa sua suprema capacità di possesso di sé, e, in secondo luogo, perché si è fatto uomo, si è reso storia! Dal Mistero dei santi innocenti di Péguy: "Chiedete a un padre se il miglior momento non è quando i suoi figli cominciano ad amarlo come uomini, lui stesso, come un uomo, liberamente, gratuitamente. Chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo. Chiedete a un padre se non ci sia un'ora segreta, un momento segreto, e se non sia quando i suoi figli cominciano a diventare uomini, liberi, e lui stesso trattato come un uomo, libero! L'amano come uomo, libero, chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo. Chiedete a quel padre se non ci sia una elezione fra tutte, e se non sia quando la sottomissione precisamente cessa, e quando i suoi figli, divenuti uomini, l'amano, lo trattano per così dire da conoscitori, da uomo a uomo, liberamente, gratuitamente, lo stimano così. Chiedete a quel padre se non sa che nulla vale uno sguardo d'uomo che incontra uno sguardo d'uomo. Ora io sono il loro padre, dice Dio, e conosco la condizione dell'uomo, sono io che l'ho fatta, non chiedo loro troppo, non chiedo che il loro cuore, quando ho il cuore trovo che va bene, non sono difficile. Tutte le sottomissioni da schiavo nel mondo non valgono un bello sguardo da uomo libero, o piuttosto tutte le sottomissioni da schiavo nel mondo mi ripugnano ed io darei tutto per uno bello sguardo da uomo libero, per una bella obbedienza e tenerezza e devozione da uomo libero, per uno sguardo di San Luigi IX e anche per uno sguardo di Joinville, perché Joinville è meno santo, ma non è meno libero, e non è meno cristiano e non è meno gratuito, e mio figlio è morto anche per Joinville, A questa libertà, a questa gratuità ho sacrificato tutto, dice Dio, al gusto che ho di essere amato da uomini liberi, liberamente, gratuitamente, da dei veri uomini, virili, adulti, fermi, nobili, teneri ma di una tenerezza ferma. Per ottenere questa libertà, questa gratuità ho sacrificato tutto, per creare questa libertà, questa gratuità, per far agire questa libertà, questa gratuità, per insegnare all'uomo la libertà..."
Ma questa capacità energica di aderire all'essere, in cui sta la libertà, ha in sé un meccanismo tremendo, come un mistero, Pegury dice "mistero dei misteri". La libertà si realizza come scelta, come opzione. Direbbe Althusser, in quel suo terribile giudizio: "La differenza tra il credere nella esistenza di Dio e il marxismo non sta in una ragione, è una pura opzione". Scelta di che? Accettare o non accettare l'Essere. Questa è una scelta che si ripropone ogni giorno, perché noi ogni mattina ci alziamo e ci poniamo di fronte alla realtà con lo sguardo spalancato, aperto, ingenuo di un bambino, pronto a dire pane al pane, vino al vino. "Sia il vostro dire sì, no; ogni altra parola viene dalla menzogna". Oppure ci alziamo con il gomito a coprire la faccia, guardinghi, per difenderci dalla realtà (accettare o meno l'Essere, la propria madre o Dio è lo stesso, la posizione è identica), accampando pretesti anche contro l'evidenza, naturalmente. E se si accampano pretesti, allora non è solo negazione, ma è menzogna. Le ragioni, i pretesti fondamentali, sono il dolore, in tutti i sensi, anche il dolore del proprio sentirsi venir meno, o la pretesa, la volontà di affermazione dell'uomo, non di sé, badate, non del proprio io, ma dell'uomo, appunto, alla Feuerbach.
Forse l'esempio più impressionante della prima ragione, il dolore dell'uomo, è una famosa poesia di Montale che mi permetto di citare: "Forse un mattino, andando in un'aria di vetro arida, rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo; il nulla dietro di me, il vuoto alle mie spalle con un terrore di ubriaco. Poi come su uno schermo si accamperanno di gitto alberi, case, colli per l'inganno consueto, ma sarà troppo tardi. Ed io me ne andrò zitto, tra la gente che non si volta, col mio segreto". Quando ho letto questa poesia di Montale, improvvisamente, mi è parso di comprendere; perché questa è la posizione in cui si accende l'intuizione e l'esperienza mistica, questa percezione immediata del nulla delle cose, dell'inconsistenza di tutto, dell'effimero, è anche l'inizio dell'esperienza dell'Essere di cui tutto consiste e che tutto sostiene. “Rerum Deus tenax vigor", "O Signore, tenace consistenza di tutte le cose": qui invece, dalla stessa identica esperienza, si ha il nichilismo: è una pura opzione. Giustamente Peguy parla del "mistero dei misteri", la libertà.
Indubbiamente, da un punto di vista astratto, Montale non spiega una cosa (l'errore è costretto sempre a dimenticare o a rinnegare qualcosa): perché le cose sono, effimere (l'illusorio è già una valutazione) ma sono. Mentre un esempio tremendo dell'affermazione di sé (ma nell'affermazione di sé è l'affermazione della libertà dell'uomo), è un noto brano di Nietzche: "Un giorno il viandante chiuse la porta dietro di sé e pianse. Poi disse: "Questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del certo, come lo odio!" Tutta l'imponenza del mistero del reale, se l'uomo non lo riconosce, è come niente. Il vuoto dietro di me. È come un nulla, non perché non ci sia, ma perché non è riconosciuto. E in questo senso Tischner, commentando le poesie di Papa Wojtyla, dice che "per Papa Wojtyla l'uomo permette a Dio di essere un Dio".
Dio, per essere riconosciuto come Dio, deve in certo qual modo attendere questa scelta, ma la negazione non può non corrispondere ad un ultimo atteggiamento di ira, sottile o clamorosa; ad una affermazione irosa, sorda, o potente. In quest'ira l'accento non è sull'affermazione di sé, della propria personale umanità, ma sul rifiuto di qualcosa che è dato. È il rifiuto all'atto di un Altro, rifiuto della propria condizione umana in quanto è data, rifiuto della propria natura, rifiuto di una gratuità originaria. Stranamente, l'accento non è innanzitutto sull'orgoglio, sulla volontà di affermazione di sé, perché l'uomo, nella concretezza della sua persona, piuttosto si dissolve. "Chi non crede più in Dio - diceva Claudel nelle sue grandi Odi - non crede più nell'essere, e chi odia l'essere odia la propria esistenza".
Ma come mi è piaciuto leggere in Un uomo di Oriana Fallaci questa osservazione: "L’amara scoperta che Dio non esiste, ha ucciso la parola destino". Ma negare il destino è arroganza; affermare che noi siamo gli unici artefici della nostra esistenza è follia, la follia con cui Sartre diceva: "Le mie mani?! Cosa sono le mie mani? La distanza incommensurabile che mi divide dal mondo degli oggetti e mi separa da esso per sempre". Quanto più stringi e afferri, sei condannato a percepire, a sperimentare una lontananza: nessun nesso è possibile. È l'io che si dissolve, centro di relazione e di abbraccio, di affermazioni e di collaborazione.
Per questo il dissolvimento giunge fino al punto in cui Moravia ne La noia parla della "assurdità di una realtà insufficiente, ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza". Che terribile morte della ragione misura di tutte le cose, che non ha accettato di essere coscienza ammirata e stupita di una realtà non sua, che diviene sua nella misura della sua obbedienza, del suo sguardo bramoso, desideroso, spalancato in una accettazione continua. C'è comunque un'alternativa alla negazione di Dio, c'è un'alternativa al rifiuto di una responsabilità di fronte alla domanda, al bisogno espresso di Dio verso di noi.
Dentro il mistero della libertà, l'alternativa alla dimenticanza e alla negazione di Dio, dice il profeta Geremia, "è prostrarsi di fronte al lavoro delle proprie mani". Ma nella società attuale, per il meccanismo potente in cui tutto viene articolato e organizzato, è inevitabile che questo prostrarsi di fronte al lavoro delle proprie mani diventi prostrarsi di fronte al potere: quanto meno ne siamo coscienti, tanto più vi siamo soggetti. "Si è riusciti a far capire - dice Milosz, il grande Nobel per la poesia 1984 - all'uomo che se vive è solo per grazia dei potenti. Pensi dunque a bere il caffè e a dare caccia alle farfalle. Chi ama la res publica avrà la mano mozzata". Il male, che filosofia e letteratura definiscono e descrivono, si rifrange in noi, nelle mille azioni di ogni giorno. Totalmente o in parte, esse sono strappate al disegno del mistero, all'ordine ultimo, a causa del rifiuto della gratuità.
Questa negatività, questa incapacità di perfezione è l'avvenimento esistenziale più tragico per l'uomo cosciente di sé. Sempre io ricordo ai miei amici giovani l'espressione letterariamente più tragica di questa consapevolezza, la finale del Brand di Ibsen, quando colui che per tutta la vita ha ricercato l'attimo perfetto, l'atto interamente umano, ritto vicino alla sua capanna, mentre il tuono della valanga che lo travolgerà oramai sta compiendosi, grida: "Rispondimi, o Dio, nell'ora in cui la morte mi travolge: può tutta la volontà di un uomo ottenere un atto solo perfetto?”. Un atto solo umano? Per questo io ricordo con emozione, e anche con umana paradossale gratitudine, le parole di una persona che stimo profondamente, a proposito del peccato: "Il peccato sono forse io". L'affermazione sembra capovolgersi: l'uomo ha dunque bisogno di Dio per essere uomo? Come risposta Dio si fa uomo, si coinvolge. Certo, chi ha molto senso drammatico della vita, è molto vicino al cristianesimo, gli è molto più facile capirlo. Come risposta Dio si fa uomo, si coinvolge con l'uomo come compagno reale di cammino, totalmente familiare, accende un dialogo immediato senza lunghi, solitari ed ambigui spazi interpretativi. Così Dio si rende bisognoso degli uomini proprio come uomo. Ed è a questo punto che l'opzione si gioca in modo più drastico e diventa dramma storico e tragedia del pensiero.
In nome dell'autonomia della verità umana, in nome, cioè, del suo modo di concepire l'ultimo, quello che noi chiamiamo Dio, perché è inevitabile l'implicazione dell'ultimo nel dinamismo della ragione, l'uomo respinge con violenza, fino alla nausea, questa presenza amorosa che ha bisogno dell'uomo, ma gli chiede di amarlo con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutte le forze, come dice il Vangelo. Così, dalla onestà dei farisei, al rifiuto del giovane ricco, allo scandalo di Giuda, l'abolizione di Cristo dalla memoria che decide e guida la vita singola e sociale, diventa peccato sociale. Una ovvietà della cultura dominante: Cristo è un grande uomo, a patto che venga abolito, come Cristo, dalla memoria. Tale abolizione diventa rinuncia alla categoria suprema della ragione, la categoria della possibilità. È assurdo, è inconcepibile, è impossibile.
Mi ricordo, ne "La fine dell'avventura" di Graham Green, che il protagonista, libero pensatore, va di sera tardi in casa dell'amico cui era morta la moglie e ci trova il confessore della moglie, un fraticello smilzo, piccolo, fragile, che lui cerca di confondere attraverso una serie di invettive contro l'immagine religiosa cristiana della vita e dell'uomo. E quel povero fraticello, approfittando di un respiro dell'artista, “libero pensatore”, esclama timidamente: "Ma mi sembra di essere più libero pensatore io di lei, perché è più libero pensiero ammettere tutte le possibilità piuttosto che precludersene qualcuna". È dalla abolizione della memoria di Cristo come Dio-uomo che diventa possibile la lucidità isterica con cui tanta cultura moderna rinnega Dio, ma lo diceva Nietzsche: "Se togliamo Cristo, dobbiamo togliere Dio". Ma Cristo è un impegno del mistero, irreversibile, col tempo umano; la Bibbia lo chiama "Alleanza Eterna". Dio è fedele a se stesso, Cristo è lo svelarsi della natura del mistero verso l'uomo. Che cos'è il mistero verso l'uomo? Misericordia. La gratuità iniziale, originale, per cui l'uomo è, si svela compiutamente nel suo cuore, nella sua profondità affettiva. È misericordia.
La risposta negativa dell'uomo non risolve la grande questione di amore: Cristo si implica nella totalità della esistenzialità stessa dell'uomo, nella totalità della mia esistenza. L'idea che per il cristianesimo la salvezza, cioè il senso positivo del mondo è legato ad un punto infinitesimale che è il sì di una ragazza di 15, 16 o 17 anni al massimo, che viveva in uno sperduto villaggio della Palestina, basterebbe a farmi capire il divino. Così, sull'altro versante, un uomo viene baciato, in quella notte, ed esclama: "Amico, a che sei venuto? Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell'Uomo". Coinvolto con l'esistenzialità umana, col gioco della sua libertà, secondo le movenze normali, quotidiane di essa, implicato nella totalità dell'esistenza come uomo, Cristo si rende bisognoso delle concrete, visibili cose che l'uomo usa: l'acqua nel Battesimo, l'olio nella Cresima, il vino e il pane nell'Eucarestia, la parola nella Confessione; il gesto, dovunque. Ma la realtà storica totale di cui Cristo ha bisogno per compiere la sua presenza al cammino dell'uomo verso il destino, è l'unità fra tutti coloro che il Padre gli ha dato.
Dice il XVII capitolo di S. Giovanni: "L’unità di tutti coloro cui è stato dato di conoscerlo". Inizio dell'unità totale dell'umanità, è l'unità fra tutti coloro che il Padre gli ha dato, la Comunità Ecclesiale, "questo ambiente dell'esistenza redenta dell'uomo", come ci disse Giovanni Paolo II il 29 settembre, la Comunità Ecclesiale, esistenza redenta dunque non perfetta.... ambiente affascinante, dove ogni uomo trova la risposta alla domanda del significato per la sua vita, cioè Cristo centro del cosmo e della storia. Perché non c'è nessun fascino nella vita più grande che l'esplodere chiaro del significato. Perché il fascino è l'attrattiva del vero, "pulchrum splendor veri" diceva S. Tommaso.
Così, in un certo senso, l'inizio cristiano non è l'inizio di una religione e neanche di un'etica, ma di un'estetica. L'etica verrà, come conseguenza, da un amore destato, e l'amore è destato dalla bellezza, che è l'attrattiva propria della verità. Comunità Ecclesiale: dove tutti i temperamenti, tutte le storie, cioè tutti i movimenti, le associazioni, scaturiscono dall'unica domanda di quel significato e insieme, senza alcuna possibilità di dominio, completandosi e aiutandosi l'un l'altro come grande e appassionata compagnia, fluiscono verso l'unica foce; la testimonianza a tutto il mondo umano di Cristo morto e risorto. Ma questa Comunità Ecclesiale è un popolo, o, come diceva Paolo VI (25 luglio 1975) "una entità etnica sui generis", un popolo di uomini: Dio non ha bisogno di santi, ha bisogno di uomini.
Così dunque Eliot descrive il cammino di questo popolo nel VII Coro della Rocca: "Da quel momento sembrò come se gli uomini dovessero procedere dalla luce alla luce, nella luce del Verbo attraverso la passione, il sacrificio, salvati a dispetto del loro essere negativo, bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati, ottusi come sempre lo furono prima, eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce, spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, ritardandosi, tornando, eppure mai seguendo un'altra via". Questo Cristo ha introdotto nella nostra vita, facendosi compagno nostro, la dignità, la libertà come tensione all'infinito; se l'uomo è rapporto con l'infinito, l'unica dinamica degna è la tensione ad esso. Come un bambino che, nato, deve imparare a camminare, e mille volte cade, e mille volte riprende, ma tutto in lui è tensione al cammino e alla vita.
Eliot prosegue: “Ma sembra che qualcosa sia accaduto che non è mai accaduto prima, sebbene non si sappia quando, o perché, o come, o dove. Gli uomini hanno abbandonato Dio non per altri dei, dicono, ma per nessun Dio, e questo non era mai accaduto prima; che gli uomini negassero gli dei ed adorassero come dei la ragione o il denaro, il potere o ciò che chiamano vita, razza, dialettica. La Chiesa ripudiata, la torre abbattuta, le campane capovolte, cosa possiamo fare? Deserto e vuoto, deserto e vuoto, perché deserto e vuoto è il mondo là dove non c'è ricerca di un significato, e tenebre sulla faccia dell'abisso. È la Chiesa che ha abbandonato l'umanità, o l'umanità che ha abbandonato la Chiesa? Tutte e due. Quando la Chiesa non è più considerata, e neanche contrastata, e gli uomini hanno dimenticato tutti gli dei, tranne l'Usura, la Lussuria e il Potere".
Il Dio dell'uomo è ciò che l'uomo è; ciò che l'uomo è, è il suo Dio. Ma l'uomo non è lussuria, denaro e potere. Questi dinamismi pretendono continuamente di definire l'uomo e l'uomo può diventarne, soprattutto teoricamente, schiavo, prigioniero; ma l'uomo è definito da qualche cosa di più, dove il calcolo è travolto. Nonostante tutto, nonostante che l'uomo sia attraversato continuamente dalla fame e sete della lussuria, del denaro e del potere, affermare questo più, tendere a questo più, vivere questa lotta e, nella propria fragilità, mendicare come poveri lungo le strade, è il modo umano di vivere la gratuità, di vivere cioè la propria vera natura, immagine di Dio, di vivere quel rapporto con l'infinito, creatore per grazia. Tale capacità di gratuità, questo scatto oltre il calcolo, verso l'infinitamente grande che si è reso bisognoso della nostra esistenza, è il test della vita. "Son venuto perché abbiano la vita e la abbiano in sovrabbondanza", una vita che non sia costretta a dimenticare o rinnegare nulla.
Permettetemi di citare questo brano del Diario di Kierkegaard: "Il rapporto di negatività polemica che il paganesimo metteva fra l'idea di una vita futura e l'esistenza presente, si vede anche dall'obbligo che le anime avevano, giungendo ai Campi Elisi, di bere l'acqua del fiume Lete". Per entrare nel loro paradiso i pagani credevano che le anime dovessero prima bere l'acqua del fiume Lete, che nella radice greca vuol dire "dimenticare": per essere felici nell'al di là, bisognava dimenticare tutto. Ma questa è la norma per ogni ideologia, teorizzata o implicata nel modo di vivere. Il Cristianesimo invece insegna che dobbiamo rendere conto, che ha un valore eterno anche una parola detta per scherzo. Ciò significa, tra l'altro, la presenza totale del nostro passato, anche se un altro Lete, la misericordia, ce ne toglie il lancinante dolore: è il mutamento profondo, la conversione profonda del significato del mio stesso male.
Il Vangelo dice: "Anche i capelli del tuo capo sono numerati". Una vita che diviene se stessa, cioè sempre più vita, come diceva S. Agostino: "La vita non deve passare, letteralmente, dalla giovinezza alla vecchiezza, ma è la giovinezza che deve crescere sempre di più". Ciò che S. Agostino affermava per esperienza personale è testimoniato da una bellissima poesia di una poetessa settantenne, grande anche se naturalmente oggi dimenticata, Ada Negri, Giovinezza: "Non t'ho perduta, sei rimasta in fondo all'essere, sei tu, ma un'altra sei, senza fronda né fior, senza il riso che avevi al tempo che non torna, senza quel canto; un'altra sei, più bella. Ami, e non esigi essere amata, a ogni fiore che sboccia o frutto che rosseggia o pargolo che nasce, al Dio dei campi e delle stirpi rendi grazia in cuore; non ami il fiore perché lo cogli e lo annusi, ma perché è; non ami il frutto perché lo addenti, ma perché è; non ami il bambino perché è tuo, ma perché è".
Questa è la gratuità resa vita quotidiana, che riverbero nello sguardo a chi vive vicino!, che riverbero nel pensiero e nel travaglio per gente ignota che viva lontano!, che riverbero di missione! In fondo il Cristianesimo realizza l'immagine che Victor Hugo, in un bellissimo brano del suo Le Conteplation intitolato L'Eremita, descrive. Si immagina questo eremita che si alza al mattino presto, all'alba, e cerca alla luce della candela di cominciare a leggere e meditare il suo testo. Man mano che legge, il sole si alza e cresce, e così, nello stesso tempo, nella sua anima sì fa luce, non dalla giovinezza alla vecchiezza; è la giovinezza che deve crescere sempre. "Non fidatevi dell'amore" è l'ultimo ricordo di Paul Valery ai suoi amici. "Noi abbiamo creduto all'amore" è il messaggio di Giovanni. "So bene che Dio non mi ama, come potrebbe amarmi? E tuttavia in fondo a me, qualcosa, un punto dì me, non può impedirmi di pensare, tremando di paura, che forse, malgrado tutto, mi ama", dal primo quaderno di Simone Weil.
Questo è ciò su cui non può non attestarsi la nostra umanità, per quel poco di purità che mantenga. C'è un unico vero delitto, la dimenticanza del Dio che ha avuto bisogno di noi, che ha bisogno di noi. "Sento che la mia nave - dice un buon poeta spagnolo, Juan Ramòn Jiménez - ha urtato là sul fondo in qualcosa di grande". La nostra nave che sta navigando per l'Oceano della vita ha urtato là, sul fondo, in qualcosa di grande: Dio presente. E nulla accade. Nulla, quiete, onde. Tutto come prima, tutto è già accaduto e siamo già tranquilli nel diverso, ci siamo già rassegnati? Io auguro a me e a voi di non stare mai tranquilli, mai più tranquilli.

il video
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domenica 9 agosto 2009

Post 50 - A proposito della "mia" prima foto

Volevo semplicemente ringraziare coloro che hanno lasciato una commento alla foto oggetto del post precedente. Come avete capito tutti non sono io il soggetto nella fotografia, ma avrei potuto esserlo.
Io, tu, ognuno di noi siamo stati così come nella foto e solo perchè siamo stati accolti, accettati, amati siamo cresciuti da quello stato a quello attuale.
Ma siamo sempre noi, più grossi, meno innocenti, con più esperienze e con meno capelli (almeno per quanto mi riguarda).
Ma, comunque sia, ognuno di noi è qui ora in virtù di un amore che ha abbracciato la sua vita da quando era come nella foto, a quando era un piccolo infante e poi negli anni a seguire.
Un amore ha guidato e accompagnato la sua vita, l'esatto contrario di quanto si vuole far accadere con la pillola RU486 che rappresenta il primato del desiderio del possesso, nelle persone, negli affetti, nel corpo, in quella che si crede la propria felicità, nei propri diritti, nel proprio appagamento, che sfocia nella ribellione, anziché nella vera Libertà, nella morte anziché nella vita, nel peccato anziché nella salvezza.
Grazie a voi tutti per le vostre parole e continuiamo a pregare affinchè si aprano i cuori e le menti di coloro (anche auto definitosi cattolici) hanno approvato ed applaudito la legalizzazione di un ulteriore crimine.
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mercoledì 5 agosto 2009

Io nel gennaio 1962


Post 49 - Gli USA inventano anche l'aborto parziale

L'America di Obama (quello che se invitato in un'Università cattolica pretende si coprano i simboli religiosi, quello che è favorevole alle unioni gay e ad OGNI tipo di aborto, quello che ha tolto le sanzioni a Cuba e sta lavorando per smantellare gli States) ha inventato una nuova raffinata modalità di uccisione.
Lo chiamano aborto parziale.
Di cosa si tratta ? Lo spiega molto bene un filmato dove ne viene fatta una simulazione con un bambolotto. In pratica se una donna vuole abortire dopo i tre mesi di gravidanza (e fino al nono o anche al momento della nascita !!!!). Il dottore di turno "fa nascere" (ironia stonata visto che lo scopo di quanto sto per descrivere è la bieca uccisione di un essere umano indifeso) cioè estrae il feto in modo di farlo nascere dai piedi, lo si gira a pancia in giu e la testa la si lascia dentro.
I lettori più sensibili possono fermarsi qui, in quanto quello che segue ha causato un forte disgusto ed orrore anche a me che ho lo stomaco robusto.
Quanto segue è pura pratica demonica!!
Per la legge americana, il bambino, avendo la testa ancora dentro, non è ancora nato (sono pazzi!!!) a questo punto
(siete ancora in tempo per interrompere la lettura)
viene praticato un foro alla base della nuca del neonato, vi si introduce un tubo che aspira il cervello al feto!!! Fatto questo, fanno uscire il neonato e, se non è ancora morto, lo mettono dentro ad una soluzione di acqua e sale e lì lo lasciano morire.
Hittler era un dilettante.
Ma non è finita; circa due settimane fa (questa notizia è stata detta solo da rai 3) Obama ha stanziato 40 milioni di dollari per le cliniche che praticano aborti all'estero, quindi Obama non vuole limitarsi all'America con questa pratica.
In un intervista disse: "Io ho due figlie, se un domani commettono un errore con un ragazzo, le devo punire con un figlio?"
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Quanto sopra come denuncia del male che viene fatto e come invito alla preghiera per la conversione dei cuori. Il male che non è appena, come ci ricorda Evergreen in un suo commento, quello degli aborti (anche se questo rimane dal mio punto di vista più disgustoso) ma ogni forma di violenza e sfruttamento nelle varie parti del mondo. Ogni singola vita umana è importante agli occhi di Dio e, di conseguenza, ai nostri.
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lunedì 3 agosto 2009

Contributi 146 - L'aborto facile che seppellisce il femminismo nella società delle scappatoie

da IL SUSSIDIARIO

Carlo Bellieni
lunedì 3 agosto 2009

In Italia diventa possibile l’aborto chimico, e questo genera preoccupazione certo per il fatto in sé; ma c’è altro ed è questo “altro” che bisogna finalmente affrontare. Già, perché magari saremo miopi, ma ci sembra che si discuta - e tanto -sulle forme per ottenere l’aborto, e non si discute - se non marginalmente - su come evitarlo. Perché?

Dite quante pagine di giornali avete visto che tendono a spiegare la realtà dell’interruzione di gravidanza, nel senso dell’inoppugnabile arresto della vita di un bambino non ancora nato, cui spesso (almeno dalla 7°-8° settimana) già batte il cuore. Dite quante risorse sono spese per valorizzare attività come quelle dei Centri di Aiuto alla Vita, o, se non piacessero per qualche motivo come sono organizzati, per crearne altri con modalità alternative.

Questo è il vero dramma, e guardate quanti esempi analoghi! Si discute tanto su come e se permettere le decisioni su come finire la vita dei malati, ma si discute poco su come rendere la vita di chi soffre meno faticosa. Si discute tanto su come e se liberalizzare la droga, ma pochissimo sui motivi che portano tantissimi giovani a drogarsi. Pagine e pagine sono dedicate a come arginare l’alcolismo soprattutto tra gli adolescenti, ma nulla su come superare il disagio giovanile. Fiumi di inchiostro per la diffusione di anticoncezionali, ma nemmeno una pagina su come permettere di fare tanti figli. Perché?

Probabilmente perché la nostra è una società delle scappatoie, in cui la parola d’ordine è che chi ha un problema deve essere aiutato a schivarlo, sfuggirlo, nasconderlo, censurarlo ma non a vincerlo, perché per vincere un problema bisogna chiamarlo per nome e per far questo bisogna avere la certezza che esiste da qualche parte una verità e una risposta. Probabilmente tra poco diventerà reato quello del poliziotto o del pompiere che cercherà di dissuadere una persona dal suicidio, perché – si dirà – è una libera scelta del fidanzato deluso che si sporge dal ponte o della ragazza che si avvelena.

Bisogna riprendere a chiamare le cose col loro nome, a chiamare “bambino” un bambino anche se ancora non è nato. E a trattarlo di conseguenza. E’ uno sforzo educativo di rispetto alla verità, che deve iniziare dai banchi di scuola, e che invece trova spesso o il silenzio o il “panem et circenses”, cioè la parola d’ordine imperante oggi: “spassatela!”. Che poi vale solo per chi può permetterselo: non per chi è povero, né per chi è malato o disabile. Né per chi vive il dramma del divorzio (che in TV sembra troppo spesso una passeggiata) o di un figlio drogato o di un parente malato.

Arriva l’aborto chimico, mentre stiamo raccogliendo una petizione di firme per l’attuazione di leggi già esistenti per permettere – come già possibile in Francia - che la donna che ha un aborto (spontaneo o no) possa avere le spoglie del bambino, seppellirlo, dargli un nome, per poter avere il diritto di elaborare il lutto. Se lo vuole. Non ci sembra di chiedere tanto, e tantissime donne, con associazioni di medici e genitori (“La Quercia Millenaria”, “Ciao Lapo”, “Come-Te Contro l’Handifobia”, “Giovanni XXIII”) reclamano questo diritto. Per inciso, ricordo che si può aderire online al sito: http://firmiamo.it/sepolture .

Dunque si tratta di educare a non fuggire, di chiamare le cose col loro nome e mostrare come sia più bello, anche se apparentemente più duro, affermare la vita, cioè usare la ragione, dare i giusti nomi alle cose; per non avere traumi peggiori di quelli che si vorrebbero evitare. “La cultura dominante di oggi – scriveva Luigi Giussani - ha rinunciato alla ragione come conoscenza. L’uomo non accetta la realtà come appare, e vuole inventarla come vuole lui, vuole definirla come vuole lui, vuole darle il volto che vuole” (Realtà e giovinezza- La sfida, 1995). Ma la realtà è testarda e mostra il suo volto duro anche quando lo si vuole ignorare o ridipingere artificialmente. E la realtà è che le donne che abortiscono volontariamente hanno rischi di disagi psicologici (Nursing Times, 13 gennaio 2009) e disagi addirittura maggiori di quelle che perdono il figlio non volontariamente (BMC Medicine, 15 dicembre 2005); e, paradosso, questi rischi non sono minori di quelli che si hanno se si fa nascere il figlio “non programmato” invece di abortirlo (Lancet 23 agosto 2008).

L’introduzione di una nuova modalità di aborto ci richiama dunque a ritrovare dove sia il vero interesse delle donne, se nell’incontrare una società che di fronte al loro disagio le lascia sole con la sola alternativa dell’aborto (chimico o meccanico che sia), o nello scoprire come un frutto duro da ottenere, ma gustoso, la responsabilità di un nuovo femminismo e un nuovo diritto alla maternità che non deve essere necessariamente – come impone il costume imperante - rimandata ai 30-35 anni con la prospettiva limitata rispetto alle sue attese e possibilità morali del figlio “unico e perfetto”.

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Iniziativa di preghiera contro la RU486

Vi propongo una iniziativa di preghiera contro la pillola RU486 (il "pesticida umano") e contro l'aborto in genere.
Chi vuole aderire deve recitare le seguenti preghiere (quando e dove vuole):
-Salve Regina
-Preghiera finale dell’enciclica Evangelium Vitae a “Maria, aurora del mondo nuovo” (vedi sotto)
-Angelo di Dio (per le coscienze dei medici che praticano aborti e tutti coloro che sono a favore e/o promuovono o accettano l'aborto)
-Eterno riposo (per i bambini abortiti)

Per il blog di Due minuti per la vita cliccare QUI

O Maria,aurora del mondo nuovo, Madre dei viventi,affidiamo a Te la causa della vita:
guarda, o Madre, al numero sconfinato di bimbi cui viene impedito di nascere,
di poveri cui è reso difficile vivere,
di uomini e donne vittime di disumana violenza,
di anziani e malati uccisi dall'indifferenza o da una presunta pietà.
Fa’ che quanti credono nel tuo Figlio sappiano annunciare con franchezza e amore
agli uomini del nostro tempo il Vangelo della vita.
Ottieni loro la grazia di accoglierlo come dono sempre nuovo,
la gioia di celebrarlo con gratitudine in tutta la loro esistenza
e il coraggio di testimoniarlo con tenacia operosa,
per costruire, insieme con tutti gli uomini di buona volontà,
la civiltà della verità e dell'amore a lode e gloria di Dio creatore e amante della vita.
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domenica 2 agosto 2009

Contributi 145 - Quando si banalizza la vita

Rino Fisichella Arcivescovo
Presidente della Pontificia Accademia per la Vita

C'è una triste tendenza che si sta imponendo poco alla volta in alcuni frammenti della cultura contemporanea: la banalizzazione. Dalla vita alla morte tutto sembra sottoposto a un mero processo semplificativo che tende a rinchiudere ogni cosa in un affare privato senza alcun riferimento agli altri.
In questo modo, però, la coscienza si assopisce e diventa progressivamente incapace di giudizio serio e veritiero.
L'applicazione della pillola Ru486 a tecnica abortiva è stata una via di ripiego per recuperare i capitali investiti dopo la verifica del fallimento per la sperimentazione che era stata prefissata. Già questo "banale" particolare la dice lunga sullo scopo di alcune ricerche che vengono fatte nei laboratori.
Dimenticare che la scienza e la ricerca tecnologica devono avere come loro primo scopo quello di promuovere la vita e la sua qualità comporta un inevitabile slittamento con la conseguenza di porre al primo posto la sete di guadagno e non la salvaguardia della natura. I proclami sulla neutralità della scienza rimbombano in alcuni momenti particolari con il solo scopo di accreditare un prodotto piuttosto che per ricordare il valore fondamentale che la ricerca possiede.
Non si può divenire complici di queste situazioni, denunciate con coraggio da Benedetto XVI nella sua ultima enciclica Caritas in veritate, quando in gioco vi è la vita umana.
Fermarsi alla sola analisi del rapporto costi e benefici per introdurre nel mercato la Ru486 è una posizione molto pilatesca sulla quale si dovrà riflettere per non cadere in altrettante forme di ipocrisia. Dovrà pur esserci un'autorità in grado di considerare i gravi rischi a cui le donne sono sottoposte nel momento in cui fanno ricorso a questo farmaco.
Come ci si può sottrarre davanti al fatto che troppi casi di morte si sono verificati dopo l'assunzione di questo trattamento?
Come non considerare gli aspetti etici che questa pillola comporta?
Come trascurare l'impatto che avrà sulle giovani generazioni di ragazze che ricorreranno sempre più facilmente a questo uso?
Gli interrogativi non sono affatto ovvi e obbligano a una risposta che si faccia carico di fornire argomenti per non rincorrere i soliti luoghi comuni. I sofismi, in questo caso, possono servire per una forma di personale soddisfazione, ma non convincono sulla drammaticità della situazione che deve essere affrontata.
Inutile tergiversare.
La Ru486 è una tecnica abortiva perché tende a sopprimere l'embrione da poco annidato nell'utero della madre. Che il ricorso all'uso di questa pillola sia meno traumatico che sottoporsi all'operazione è tutto da dimostrare.
Il primo trauma nasce nel momento in cui non si vuole accettare la gravidanza ed è proprio qui che si deve intervenire per aiutare la donna a comprendere il valore della vita nascente. L'embrione non è un ammasso di cellule né un po' di muffa come qualcuno ha avuto l'ardire di definirlo; è vita umana vera e piena. Sopprimerla è una responsabilità che nessuno può permettersi di assumere senza conoscerne a fondo le conseguenze.
L'assunzione della Ru486, quindi, non rende meno traumatico l'aborto, solo lo rinchiude ancora di più nella solitudine del privato della donna e lo prolunga nel tempo.
È necessario ribadire che quanti vi fanno ricorso stanno compiendo un atto abortivo diretto e deliberato; devono sapere delle conseguenze canoniche a cui vanno incontro, ma soprattutto devono essere coscienti della gravità oggettiva del loro gesto.
L'aborto è un male in sé perché sopprime una vita umana; questa vita anche se visibile solo attraverso la macchina possiede la stessa dignità riservata a ogni persona. Il rispetto dovuto verso l'embrione non può essere da meno di quello riservato a ognuno che cammina per la strada e chiede di essere accolto per ciò che è: una persona.
La Chiesa non può mai assistere in maniera passiva a quanto avviene nella società. È chiamata a rendere sempre presente quell'annuncio di vita che le permette di essere nel corso dei secoli segno tangibile del rispetto per la dignità della persona. Il cammino che si deve percorrere diventa in alcuni momenti più faticoso perché è difficile far comprendere che la via da seguire per mantenere il primato dell'etica non è quella di fornire con molta tranquillità una pillola, ma piuttosto quella di formare le coscienze.
Questo compito è arduo perché comporta non solo l'impegno in prima persona, ma la capacità di farsi ascoltare e di essere credibile. La nostra opposizione a ogni tecnica abortiva è per affermare ogni giorno il "sì" alla vita con quanto essa comporta.
Ciò significa ribadire il nostro richiamo all'urgenza educativa perché i giovani comprendano l'importanza di fare propri dei valori che permangono come patrimonio di cultura e di identità personale. Non potremo mai abituarci alla bellezza che la vita comporta dal suo primo istante in cui fa sentire di essere presente nel grembo di una madre fino al momento estremo in cui dovrà lasciare questo mondo.
Per questo motivo dinnanzi alla superficialità che spesso incombe permane immutato l'impegno per la formazione, così da cogliere giorno dopo giorno l'impegno per vivere la sessualità, l'affettività e l'amore con gioia e non con preoccupazione, ansia e angoscia.
(©L'Osservatore Romano - 1 agosto 2009)
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Post 48 - Portavoci

Gli ultimi contributi pubblicati (l'affare più importante, pascal, e pillola RU486) hanno suscitato, nonostante il periodo estivo, interventi interessanti e qualche complimento.
In realtà quest'ultimi sono abbastanza immeritati essendo io semplicemente un portavoce, un passaparola di ciò che considero vero e che navigando nel mare di internet incontro.
Tutto ciò che propongo è un qualcosa che ha in primo luogo colpito, in positivo o in negativo, me stesso e che trascrivo per chi mi vuole leggere.
I testi positivi sono per alzare lo sguardo e ringraziare Dio nostro Padre e convertire il cuore, i testi negativi sono per richiamare la coscienza alla necessità di preghiera costante.
Se dovessi portare il mio personale pensiero sarebbero solo vuote elocubrazioni prive di fascino le cose che potrei scrivere.
Nel vedere poi il lavoro, sempre molto valido e bello, di ciascuno di voi, mi viene da dire che siamo tutti portavoci dell'unico vero Dio, ognuno con le sue competenze e sensibilità ma tutti con il desiderio di trasmettere, comunicare, la propria fede, il proprio personale amore a Gesù, il proprio essere discepoli. L'essere portavoci non di sè ma di un Altro..
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sabato 1 agosto 2009

Aborto: altro che moratoria ..

si segnalo una prima serie di interventi sull'introduzione in Italia della piccola abortiva RU486 (altra cosa di cui ringraziare Romano Prodi, il "cattolico adulto" che vuole aborto ed eutanasia e non vuole l'Europa Cristiana) Mi scuso se per ora non riesco a fare di meglio, ma è solo un rinvio a tra non molto.

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