Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

venerdì 18 novembre 2011

Eppure una preghiera può essere più decisiva di tutti i piani anticrisi (Contributi 548)



Propongo questo testo di Pippo Corigliano (portavoce dell'Opus Dei) tratto dal numero 46 del settimanale Tempi perché lo considero molto valido. Credo sia da lanciare una campagna fortissima per la preghiera di fronte alla situazione attuale:

Qualcuno ha detto che, davanti alla situazione critica del nostro paese, occorre soprattutto pregare. 
E mi pare che abbia ragione. 
Mi ha sempre colpito il fatto che, quando Erode decise di mettere in carcere Pietro (Atti degli apostoli, capitolo 12), la reazione dei cristiani non fu quella di pensare: “Fra noi c’è la moglie di Cusa, procuratore di Erode, cerchiamo d’intavolare una trattativa per liberare Pietro”. 
Questo è quello che avrei fatto io. 
Invece si misero tutti a pregare e Pietro venne liberato miracolosamente.
Il nostro paese custodisce le reliquie di Pietro e Paolo, il corpo di san Francesco e di tanti santi. È una terra ricca di uomini e di talenti sorprendenti. 
Possiamo chiedere al Signore che ci mandi dei giusti ora che sembra che tutti cerchino soltanto il tornaconto personale. 
La crisi è mondiale ma avvertiamo, oggi come mai in questi anni, la vicinanza di persone che non riescono ad arrivare a fine mese. Persone a cui pesano le bollette della luce e del gas. 
Persone che cercano lavoro, persone che soffrono. 
Abbiamo discusso di come abbreviare la vita agli anziani e non riusciamo a far campare i giovani, abbiamo discusso se chiamare matrimonio l’unione fra omosessuali e lui e lei non riescono a sposarsi e fare i figli che sono una risorsa per il paese. 
Siamo andati un po’ fuori strada. 
Chiediamo al Signore che ci indichi la via, che ci faccia mettere al primo posto l’amicizia con Gesù e renda il nostro paese lieto e florido.
Mi sembra giusto il suggerimento di pregare.
-----

martedì 15 novembre 2011

Il governo dei monaci (Contributi 547)

Un articolo di Pigi Colognesi dal Sussidiario a riguardo dell'attuale crisi continentale:


Certamente lo scorso 9 novembre avevamo altro da pensare che non celebrare la Giornata mondiale della libertà, ricorrendo in quel giorno l’anniversario della caduta del muro di Berlino. Eppure la coincidenza dell’inizio della crisi di governo con la data della fine dell’impero sovietico ha qualcosa di evocativo. Si è parlato di «fine del berlusconismo» e lo si è connesso col tramonto di tutto il mondo occidentale, che scopre sempre più acutamente le sue debolezze, la perdita del primato planetario, la fragilità del suo modello esistenziale, la vacuità della sua proposta culturale. Così, dopo la fine - per fortuna non sanguinosa - dell’utopia marxista nella sua versione sovietica, stiamo assistendo al declino della versione capitalistica della modernità, caratterizzata da cieca fiducia nel progresso, da stili di vita gaudenti, dall’abbandono della tradizione, da quello che è stato chiamato «nichilismo gaio».
Qual è il compito dei cristiani in un simile frangente? La nostra lunga storia ha già presentato situazioni analoghe, e forse quella che più chiaramente ha mostrato i fattori in gioco è la crisi dell’impero romano. Cos’hanno fatto, allora, i cristiani? Rispondo con le parole di Alasdair MacIntyre: «Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium. Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto pienamente di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e di oscurità. Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza. Questa volta però i barbari non aspettano al di là delle frontiere: ci hanno già governato per parecchio tempo. Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso».
Il compito dunque è che nel buio della crisi continui a splendere una luce, una luce pur piccola come quella di un accendino, ma irriducibilmente diversa dall’oscurità. Non la luce di una teoria più sgamata o di un’analisi più raffinata; la luce di una diversità umana già in atto, già sperimentata. 
Esattamente come quella che brillava nei nascenti monasteri benedettini, dove uomini normali mostrarono possibile la stabilità in un mondo travolto da irrefrenabili migrazioni, la fraternità in mezzo alla violenza, la costruttività alternativa al crollo di tutto. 
E poco importa se i professionisti della politica diranno che è un’illusione e gli intellettuali che è un’ingenuità. 
Resta il fatto: quei monaci hanno costruito, senza neppure pensarci, una civiltà.
-----------------

lunedì 14 novembre 2011

Salvator mundi (Post 130)

E’ sotto gli occhi di tutti, anche se non tutti se ne sono resi conto, che quello che è avvenuto in questi giorni in Italia è un colpo di stato in piena regola. Non è mia intenzione difendere ad oltranza il capo di governo uscente, che ha senza dubbio alcuno commesso molti e gravi errori, ma contro il quale si è scatenata una campagna accusatoria che non ha precedenti nella storia recente del nostro Paese. Non condivido in nulla il modo con cui si svolti i fatti e il voler dare al signor Mario Monti il ruolo di salvatore della patria. Penso che non solo non lo sarà ma che potrà solo peggiorare le cose a danno dei ceti più indifesi.  Primo perché nessun uomo da solo può farlo e secondo perché, anche se per pura ipotesi non esistesse il primo punto, non sarebbe lui la persona più indicata a farlo. Non lo sarebbe perché appartiene allo stesso gruppo di persone che ha contribuito a generare la crisi in cui ci troviamo da diversi anni e perché ha dimostrato di non averne le doti (è famosa la sua profezia “il paese che trarrà i migliori vantaggi dall’euro sarà la Grecia). Ora ci sarà il via libera a tassare le proprietà dei più deboli e a leggi contrarie alla vita.
Ma non è tanto questo quanto volevo dire ma un’altra cosa. Che ci sia non solo in Italia, ma anche in Europa e nel mondo un preoccupante calo di valori è cosa evidente. Ci vogliono far credere che tutto dipenda dall’economia e che il segreto della felicità e della propria auto realizzazione stia nel saldo del proprio conto corrente. Ma sappiamo bene tutti che non è così. La propria fortuna e la propria realizzazione umana non dipende dalle ricchezze di cui si può disporre, anche se queste ci possono illudere in tal senso.
Ciò che ci può salvare e anzi ci ha già salvato è la persona di Cristo. 
Il resto, tutto il resto, partiti, ideologie o tesi filosofiche, sono solo transitorie illusioni e temporanei strumenti.
Circa 1500 anni fa ciò che ha permesso all’Europa di risollevarsi dal crollo dell’impero romano è stato il fiorire di una cultura e di un popolo cristiano che ha saputo rigenerare una nuova civiltà dalle ceneri di quella appena scomparsa. 
Ciò che può oggi, adesso, qui ed ora far alzare il capo dal mare di fango in cui a volte anche non metaforicamente ci inabissiamo è il guardare a Cristo, il tornare a Lui. Non è un nuovo capo di governo (per altro non votato da nessuno e legato solo a lobby economico/massoniche) che può cambiare le sorti dell’Italia e di ciascuno di noi ma la ripresa di coscienza e di consapevolezza che solo e soltanto con Cristo siamo uomini veri e liberi. Il cambiamento della società non può venire calato dall’alto ma da ciascuno di noi. Solo uomini nuovi, convertiti dall’incontro sincero e leale fra la loro umanità e Cristo, possono instaurare nella società semi reali di novità.
Siamo chiamati, in questa fase importantissima della storia del pianeta, a ritornare con passo umile e deciso a Cristo e costruire luoghi di umanità redenta. Solo modificando e convertendo la propria umanità a Cristo si può far fermentare nella società una concreta novità di vita.
Altrimenti si cambia solo padrone e si resta spettatori di una propria vita il cui copione è scritto da altri e mai a nostro favore.
----------------------------

domenica 13 novembre 2011

Domenica 33^ t.o. (Angelus 50)

Cari fratelli e sorelle!
La Parola di Dio di questa domenica – la penultima dell’anno liturgico – ci ammonisce circa la provvisorietà dell’esistenza terrena e ci invita a viverla come un pellegrinaggio, tenendo lo sguardo rivolto alla meta, a quel Dio che ci ha creato e, poiché ci ha fatto per sé (cfr S. Agostino, Conf. 1,1), è il nostro destino ultimo e il senso del nostro vivere. Passaggio obbligato per giungere a tale realtà definitiva è la morte, seguita dal giudizio finale. L’apostolo Paolo ricorda che "il giorno del Signore verrà come un ladro di notte" (1 Ts 5,2), cioè senza preavviso. La consapevolezza del ritorno glorioso del Signore Gesù ci sprona a vivere in un atteggiamento di vigilanza, attendendo la sua manifestazione nella costante memoria della sua prima venuta.
Nella celebre parabola dei talenti – riportata dall’evangelista Matteo (cfr 25,14-30) – Gesù racconta di tre servi ai quali il padrone, al momento di partire per un lungo viaggio, affida le proprie sostanze. Due di loro si comportano bene, perché fanno fruttare del doppio i beni ricevuti. Il terzo, invece, nasconde il denaro ricevuto in una buca. Tornato a casa, il padrone chiede conto ai servitori di quanto aveva loro affidato e, mentre si compiace dei primi due, rimane deluso del terzo. Quel servo, infatti, che ha tenuto nascosto il talento senza valorizzarlo, ha fatto male i suoi conti: si è comportato come se il suo padrone non dovesse più tornare, come se non ci fosse un giorno in cui gli avrebbe chiesto conto del suo operato. Con questa parabola, Gesù vuole insegnare ai discepoli ad usare bene i suoi doni: Dio chiama ogni uomo alla vita e gli consegna dei talenti, affidandogli nel contempo una missione da compiere. Sarebbe da stolti pensare che questi doni siano dovuti, così come rinunciare ad impiegarli sarebbe un venir meno allo scopo della propria esistenza. Commentando questa pagina evangelica, san Gregorio Magno nota che a nessuno il Signore fa mancare il dono della sua carità, dell’amore. Egli scrive: "È perciò necessario, fratelli miei, che poniate ogni cura nella custodia della carità, in ogni azione che dovete compiere" . E dopo aver precisato che la vera carità consiste nell’amare tanto gli amici quanto i nemici, aggiunge: "se uno manca di questa virtù, perde ogni bene che ha, è privato del talento ricevuto e viene buttato fuori, nelle tenebre" .
Cari fratelli, accogliamo l’invito alla vigilanza, a cui più volte ci richiamano le Scritture! Essa è l’atteggiamento di chi sa che il Signore ritornerà e vorrà vedere in noi i frutti del suo amore. La carità è il bene fondamentale che nessuno può mancare di mettere a frutto e senza il quale ogni altro dono è vano (cfr 1 Cor 13,3). Se Gesù ci ha amato al punto da dare la sua vita per noi (cfr 1 Gv 3,16), come potremmo non amare Dio con tutto noi stessi e amarci di vero cuore gli uni gli altri? (cfr 1 Gv 4,11) Solo praticando la carità, anche noi potremo prendere parte alla gioia del nostro Signore. La Vergine Maria ci sia maestra di operosa e gioiosa vigilanza nel cammino verso l’incontro con Dio.
----------------------

giovedì 10 novembre 2011

Ricominciare dall’abc (Contributi 546)

Vi propongo la testimonianza di Don Giovanni Musazzi, dal Portogallo, tratta dal sito della Fraternità San Carlo:

Ad Alverca tante persone vengono a cercarci, soprattutto durante le messe del fine settimana. A quella centrale della domenica partecipano circa 600 persone; nella maggior parte dei casi sono le famiglie dei bambini del catechismo. Molti avevano lasciato la vita cristiana anni fa, o partecipavano saltuariamente alle celebrazioni. 
Ma attraverso i figli, sono tornate. 
E a poco a poco hanno cominciato ad avvertire la messa come quel luogo in cui l’ideale diventa concreto. Concreto perché vicino, perché parla della vita, delle decisioni da prendere, dei problemi di ogni giorno. Un luogo che guarda tutto alla luce della compagnia che Cristo ci fa, attraverso le persone vicine: per i loro bambini è il catechista, per loro siamo noi preti e le altre famiglie.
C’è di più: molte famiglie non si limitano a partecipare, ma sono attratte dalla nostra esperienza, dal nostro modo di vivere, di pregare e di lavorare insieme. Cercando un rapporto personale, molti di loro si aprono. Superata l’impasse iniziale, comprendono che la nostra forma di vita può essere di aiuto alla loro. Quando questo accade, è un incontro, nel senso in cui Giussani ce lo ha insegnato.
L’aiuto che i genitori cercano è anzitutto nell’educazione dei figli. Non tanto perché possono “scaricarli” qui in parrocchia, quanto perché possiamo trovare insieme le risposte alle sfide che il nostro tempo pone. Pensiamo a Internet, al cellulare, alla televisione. Molti genitori, ad esempio, sono spaventati dal fatto che per i figli, da quando Facebook ha preso piede, la parola «amicizia» ha perso valore. Non sanno come condurre i propri figli a riscoprire il senso autentico dell’amicizia e ci chiedono aiuto.
In secondo luogo, le famiglie si interrogano su che cosa significhi accogliere l’altro, continuare ad amare il coniuge, accettare i figli, anche se sono sempre diversi da quello che ci si aspetta.
L’aiuto che cerchiamo di dare consiste nell’indicare un ideale reale e possibile, che trova il suo alimento quotidiano nella preghiera in famiglia, tutti assieme. 
Il luogo “familiare” in cui l’ideale diventa concreto è la preghiera. 
Spesso insisto con le famiglie sulla necessità di tornare a pregare assieme. Alcuni ci provano, ma poi si lamentano che dopo un paio di tentativi di recitare il rosario in casa, tutto finisce. Consiglio loro di ricominciare dall’abc: la sera, quando la famiglia è riunita, dire un’Ave Maria davanti a una immagine della Madonna. Alla famiglia che riesce ad essere fedele a questo momento, suggerisco di aumentare il tempo della preghiera, e che ogni membro possa esprimere a voce alta le proprie intenzioni.
---------------------

mercoledì 9 novembre 2011

Preghiera per l'Italia (Interventi 108)

Un blog amico ha riproposto la preghiera che il beato Giovanni Paolo II ha scritto nel 1994. Ritengo sia molto utile ripeterla oggi che ci troviamo a vivere una situazione ancora più dura e complessa (anche per i problemi non sono più solo nazionali ma planetari..) Invito tutti a recitarla quotidianamente almeno fino a fine anno chiedendo la conversione del proprio e dell'altrui cuore:

O Dio, nostro Padre, ti lodiamo e ringraziamo.
Tu che ami ogni uomo e guidi tutti i popoli
accompagna i passi della nostra nazione,
spesso difficili ma colmi di speranza.
Fa’ che vediamo i segni della tua presenza
e sperimentiamo la forza del tuo amore, che non viene mai meno.
Signore Gesù, Figlio di Dio e Salvatore del mondo, fatto uomo nel seno della Vergine Maria,
ti confessiamo la nostra fede.
Il tuo Vangelo sia luce e vigore per le nostre scelte personali e sociali.
La tua legge d’amore conduca la nostra comunità civile a giustizia e solidarietà, a riconciliazione e pace.
Spirito Santo, amore del Padre e del figlio con fiducia ti invochiamo.
Tu che sei maestro interiore svela a noi i pensieri e le vie di Dio.
Donaci di guardare le vicende umane con occhi puri e penetranti,
di conservare l’eredità di santità e civiltà propria del nostro popolo,
di convertirci nella mente e nel cuore per rinnovare la nostra società.
Gloria a te, o Padre, che operi tutto in tutti.
Gloria a te, o Figlio, che per amore ti sei fatto nostro servo.
Gloria a te, o Spirito Santo, che semini i tuoi doni nei nostri cuori.
Gloria a te, o Santa Trinità, che vivi e regni nei secoli dei secoli.
Amen.
---------------------

La cosa più saggia (Post 129)

Un interessante articolo di Antonio Socci ci parla del difficilissimo momento politico-economico (e non solo) e propone di indire una giornata di preghiera per l'Italia. Tutto l'articolo è interessante (come spesso capita per ciò che scrive il giornalista toscano) e mi permetto di riportarne un brano:
**********
Quindici anni fa, nel 1996, quando l’Italia attraversò un’altra crisi – ma molto meno grave di quella attuale – don Giussani lanciò, come iniziativa pubblica, proprio un gesto di preghiera alla Madonna di Loreto e ai Santi Patroni per la salvezza del nostro Paese.


Si spiegò con queste parole in un’intervista alla Stampa:
la situazione è grave per lo smarrimento totale di un punto di riferimento naturale oggettivo per la coscienza del popolo, per cui il popolo stesso venga spinto a ricercare le cause reali del malessere e a salvarsi così dagli idoli. Questo smarrimento comporta una inevitabile, se non progettata, distruzione dello stato di benessere, che risulta così totalmente minato nella tranquillità del suo farsi. Perché riprendere, bisogna pur riprendere!”.
Sembrano parole pronunciate oggi. Nei grandi cristiani il realismo fa a braccetto con il totale affidamento a Dio (non con le chiacchiere sociologiche).
**********
Di fronte ad un problema, piccolo, grande, gigantesco che sia, la prima tentazione è l'analisi dello stesso, il cercare un colpevole (possibilmente mai noi stessi) della situazione di difficoltà che ci troviamo di fronte. Gli esperti non si risparmiamo nel dare spiegazione ottenendo quasi sempre di rendere la cosa ancora più incomprensibile. 
Ma l'esistenza non è una cosa complicata da dare in gestione ad esperti estranei a noi. La vita è una cosa semplice e meravigliosa che ci è stata donata da Dio e quindi la cosa più saggia, giusta e ragionevole e tornare ad affidarci a Dio. 
Quel Dio che si è fatto compagno di strada di ognuno di noi assumendo un corpo e un volto ben precisi, quelli del figlio del falegname di Nazareth e di Maria.
Personalmente penso che la prima (se non l'unica) cosa da fare sia pregare incessantemente e convertire il nostro cuore (cosa che la Madonna sta ripetendo da 30 anni nei messaggi di Medjugorje, per chi ci crede, o che comunque ha ripetuto in ogni apparizione ovunque avvenuta).
Le analisi non hanno mai cambiato l'uomo (al massimo hanno cambiato il suo modo di sbagliare o di peccare), ma dalla clava alla bomba atomica hanno lasciato invariata la sua tendenza al male (per i credenti si chiama "peccato originale"). 
La preghiera si.
Ha convertito uomini e nazioni, ha fatto cadere governi che sembravano invincibili, ha evitato immani catastrofi...
Invito quindi tutti a pregare per la nostra Nazione, il nostro continente, perché sia guidato pienamente e totalmente da Maria (come la bandiera europea ricorda), perché i suoi governanti siano ispirati nel loro agire dal bene del popolo e non da logiche economiche o di partito, perché ogni uomo, donna, bambino possa aprire il proprio cuore, la propria mente, le proprie braccia a Dio e farsi da Lui abbracciare, cambiare e salvare. 
Prima ancora che un nuovo governo o nuove elezioni, servono uomini nuovi che formando un popolo nuovo sappiano affermare in modo sempre più forte e convinto che solo Gesù può salvare ognuno. Solo guardando la realtà con gli occhi di Dio e con la semplice umiltà di Maria che a Lui si affida si può uscire da questa e da ogni crisi.
Differentemente qualunque soluzione si possa trovare è solo la genesi di un nuovo problema.
---------------

lunedì 7 novembre 2011

La bella storia di Giampietro Steccato (Contributi 545)

Leggo da un articolo de La Bussola la storia di Giampietro Steccato che vivendo la sua non facile vita ha saputo testimoniare coraggiosamente che la vita è un valore sempre e comunque, un dono che val la pena vivere in ogni circostanza. Anche se durissima....

Nomen omen. A volte nel nome è per davvero inciso il nostro destino. Giampietro Steccato, morto il 30 ottobre scorso a 62 anni, era immobilizzato, appunto “steccato” nel suo stesso corpo dalla “sindrome del lucchetto”, conosciuta anche come sindrome “locked in”.
Quattordici anni in cui pian piano il suo fisico diventava di marmo, come una statua. Tanto che negli ultimi anni riusciva a muovere solo una palpebra e un angolo della bocca. Dal 2005 anche la vista lo abbandonò, ma lui invece non abbandonò mai la voglia di vivere e di comunicare. La moglie compitava le singole lettere dell’alfabeto e lui con un cenno della palpebra indicava quale consonante o vocale gli serviva per andare a completare la parola e poi la frase che aveva in animo di trasmettere agli altri. Un lento esercizio di grammatica dove ogni parola era veramente scritta e scelta con il cuore, cesellata con fatica e attenzione. Un dialogo tra sposi intessuto quasi nel silenzio.
E dunque il destino scelse per lui una vita congelata nel suo stesso corpo e gli assegnò il nome di Steccato, ma lui lottò contro questa sua condizione e si battezzò Capitan Uncino. E scelse questo soprannome forse proprio perché nella disabilità di questo personaggio è racchiuso il suo fascino, il suo punto di forza.
Nel marzo del 2009 vola a Roma per incontrare il Papa. L’Unione Atei Agnostici e Razionalisti (UAAR) dissente vibratamente e in una nota fa sapere che “per nulla giustificabile è che il viaggio in Vaticano gliel’abbia regalato l’Aeronautica Militare italiana, che per dar corso all’operazione, rende noto l’ANSA, ha messo a disposizione un C-27J della 46. Brigata Aerea di Pisa”. Già, meglio ha fatto Welby che decidendo di morire ha fatto risparmiare a noi tutti contribuenti i soldi per le sue cure.
Giampiero tramite la moglie consegna al Pontefice una lettera in cui senza mezzi termini afferma che “ho voglia di vivere, sono entusiasta e curioso, amo la natura e il mondo in cui ho la fortuna e il privilegio di esistere”. Il termine “privilegio” alle nostre orecchie di persone cosiddette normodotate appare ancor più deflagrante se teniamo conto che il livello di gravità della sindrome da cui era affetto Giampietro ha colpito ad oggi in Italia solo 5 persone. Un privilegiato alla rovescia ci verrebbe da commentare. Eppure per Capitan Uncino le cose non stanno così e non c’è spazio per autocommiserazioni: “Sono cosciente che la mia fortuna è frutto della volontà del Signore e ringrazio infinite volte per quanto mi viene concesso”. La vera prigione non era il suo corpo, ma il giudizio di chi lo considerava una persona di serie B: “mi sento incastrato nella parola disabile”, una volta ebbe a dire.
Altre sono le disabilità da temere. Sulla rivista “Vita” così scriveva facendo comprendere che il vero handicap non è la malattia ma la solitudine: “Ho avuto una grossa fortuna: la mia famiglia mi è sempre stata vicina, ho guadagnato un bel po' di amici che danno qualità alle mie giornate, mi sono trovato a sentirmi mentalmente e moralmente uguale a quando stavo bene”.
L’attore Alessandro Bergonzoni lo portava in giro nelle università a dare testimonianza. Di quell’esperienza Giampietro era entusiasta: “Sono certo di poter portare ai ragazzi la mia concretezza, la mia sensazione di stare bene al mondo, la prova che sono veramente contento di essere vivo. Dico questo perché anche per me era difficile immaginare di poter stare così da malato quando ero forte e sano (e anche belloccio).” 
Muoveva solo una palpebra ma è stato capace di muovere le emozioni e i sentimenti di molti giovani.
Forse questo dava fastidio all’UAAR: mostrare che un disabile gravissimo può essere felice di vivere manda in frantumi il teorema che di fronte alla malattia fortemente invalidante l’unica scappatoia è l’eutanasia. Meglio occultare storie come quella di Giampietro. Altrimenti sarebbe come provare con i fatti che la vita è sempre degna di essere vissuta e si comprenderebbe in un attimo che la bellezza di un’esistenza non si può spegnere mai del tutto, quella bellezza che risplende nei corpi piagati dalla malattia e dalla sofferenza ancor più intensamente, come un fiore in un cumulo di macerie appare ancora più bello. Ed anche per questo che mai ci fecero vedere Eluana durante la sua malattia, perché ci sarebbe parsa una bella addormentata e non una donna in perenne agonia.
In un video di qualche anno fa Giampietro faceva sapere, tramite speaker, che come disabile grave gli avevano proposto di essere ricoverato in un centro specializzato togliendolo così da casa. A questo proposito in modo provocatorio e ironico si domandava: “Ma gli abili per sollevarsi o svagarsi vanno negli ospedali o nei cimiteri?”. La battuta sui cimiteri era rivolta a coloro i quali pensano che una vita così sia in realtà un’esistenza morta in sé (vi ricordate Beppino Englaro che sosteneva che sua figlia dopo l’incidente era morta?), persone viventi ma così malconce che sono buone solo per la tomba.
“Sento spesso parlare di eutanasia assistita, – così continuava nel video – morte dignitosa. Mi viene spontanea una domanda: come mai si parla di questa nuova legge [disegno di legge in esame attualmente in Parlamento N.d.a] quando non vengono rispettate quelle già esistenti? Come mai dove c’è vita c’è morte ma la morte fa più effetto della vita?
Intendo dire: Welby nella sua rispettosa scelta è stato reso pubblico in tutti i modi per tanto tempo, entrando in quasi tutte le case degli italiani per stimolare lo Stato a pensare e a legiferare verso il rispetto della consapevole volontà di chi non ce la fa più a soffrire e a vivere una non vita. Io per primo mi sono trovato nella condizione di comprendere Pier Giorgio perché so cosa significa avere la malattia come immancabile compagna di viaggio. Tuttavia mi sono sentito in un certo senso obbligato a rendere pubblica la mia volontà alla vita. Non in contraddizione a chi chiede l’eutanasia, ma per far vivere il diritto ad un’esistenza dignitosa e rispettosa di chi pur essendo malato vuole continuare a vivere.
Dopo il furore iniziale la battaglia è finita come tutti tranne me si aspettavano: silenzio e mille bugie da parte delle istituzioni…. E’ stato più facile da parte dello Stato ascoltare chi chiede una morte senza spese che dare una risposta a chi chiede un aiuto che comporta un maggior impegno.
Concludo queste poche righe con un invito a tutti quelli che sono in difficoltà a non cadere nella guerra dei poveri che in troppi fomentano: chi vuole l’eutanasia contro chi non la vuole, chi ha l’assistenza contro chi non ce l’ha. Uniamoci, sani e malati, combattiamo per un’assistenza sanitaria e non che sia qualificata, sufficiente a far vivere con dignità noi e a non far distruggere le nostre famiglie. In modo tale da consentirci la tranquillità e la certezza che non saremo mai lasciati soli o parcheggiati in istituto.
La malattia e la voglia di vivere hanno dei punti in comune. Entrambe ci arrivano senza che noi possiam far nulla. Sono spesso invincibili e soprattutto non fanno distinzioni. Non hanno nazionalità, né sesso, né età, né un colore politico. Finiamo di giocare e perdere tempo. La nostra serenità è urgente”.
Capitan Uncino, lo abbiamo detto, era immobile come una statua di marmo. 
Ma la sua sete di vita ha scolpito il marmo e ha reso questa statua un capolavoro.
------------------

domenica 6 novembre 2011

Pregando per i sacerdoti (Contributi 544)

Trovo su un blog amico due preghiere a sostegno dei sacerdoti che mi hanno colpito e che propongo anche a voi ritenendole molto adeguate al momento che la Chiesa e la società stanno vivendo. O si torna ad una fedele sequela a Cristo o si rischia un ritorno ad una nuova barbarie (che per certi versi è già, purtroppo, presente):

1) Padre nostro che sei nei cieli, Tu hai promesso di non lasciarci orfani (Gv 14,18). Continua ad essere presente in mezzo a noi nella persona di ministri santi e santificatori.
Sia santificato il tuo nome mediante il ministero dei sacerdoti che, rivestiti del sacerdozio di Cristo, ti facciano conoscere ed amare da tutti i popoli.
Venga il tuo regno, regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace, perché tutte le creature, liberate dalla schiavitù della corruzione, possano partecipare alla gloriosa libertà dei tuoi figli (Rom 8,21)
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. Tu vuoi che “tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità” (1 Tim 2,4). Continua a mandare alla tua Chiesa i ministri che insegnino agli uomini le verità che sono via al cielo.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Non lasciar mai mancare chi spezzi il pane del Vangelo, alimento del corpo e dello spirito e apra a noi i tesori della vita divina.
Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori Tu hai dato agli apostoli il potere di rimettere i peccati (Gv 20,23): manda alla tua Chiesa sacerdoti che, con il Sacramento della Penitenza, riconciliano i peccatori con Dio e con la Chiesa.
Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male Perdona le nostre colpe, allontana da noi i meritati castighi e fa che, per la predicazione dei tuoi ministri, ogni uomo ascolti la tua voce che chiama ad amare e a fare il bene e a fuggire il male.
Così sia


2) Signore Gesù, hai scelto i Tuoi preti tra noi e li hai mandati a proclamare la Tua Parola e ad agire nel Tuo Nome. 
Per un così grande dono alla Tua Chiesa, Ti lodiamo e Ti rendiamo grazie. 
Ti chiediamo di riempirli con il fuoco del Tuo amore, cosicché il loro ministero riveli la Tua presenza nella Chiesa. 
Poiché sono vasi di argilla, preghiamo perché il Tuo potere operi nella loro debolezza. Nelle loro afflizioni non permettere che siano schiacciati; nei dubbi non disperino; nella tentazione non siano distrutti. Ispirali nella preghiera di vivere ogni giorno il mistero della Tua Morte e Resurrezione. 
Nel tempo della debolezza, invia loro il Tuo Spirito e aiutali a lodare il Tuo Padre Celeste e a pregare per i poveri peccatori. Con lo stesso Santo Spirito poni la Tua Parola sulle loro labbra e il Tuo Amore nei loro cuori, perché portino la Buona Novella al povero e fascino i cuori spezzati. 
Possa infine il dono di Maria, Tua Madre, al discepolo che hai amato, essere il Tuo dono a ogni prete. Concedi che Lei, che Ti ha formato alla sua immagine umana, possa formarli alla Tua immagine divina, per la potenza del Tuo Spirito, a gloria di Dio Padre. Amen.


O Maria, concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a te.
-----------------------

Domenica 32^ t.o. (Angelus 49)

Cari fratelli e sorelle!
Le Letture bibliche dell’odierna liturgia domenicale ci invitano a prolungare la riflessione sulla vita eterna, iniziata in occasione della Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Su questo punto è netta la differenza tra chi crede e chi non crede, o, si potrebbe ugualmente dire, tra chi spera e chi non spera. Scrive infatti san Paolo ai Tessalonicesi: «Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza» (1 Ts 4,13). La fede nella morte e risurrezione di Gesù Cristo segna, anche in questo campo, uno spartiacque decisivo. Sempre san Paolo ricorda ai cristiani di Efeso che, prima di accogliere la Buona Notizia, erano «senza speranza e senza Dio nel mondo» (Ef 2,12). Infatti, la religione dei greci, i culti e i miti pagani, non erano in grado di gettare luce sul mistero della morte, tanto che un’antica iscrizione diceva: «In nihil ab nihilo quam cito recidimus», che significa: «Nel nulla dal nulla quanto presto ricadiamo». Se togliamo Dio, se togliamo Cristo, il mondo ripiomba nel vuoto e nel buio. E questo trova riscontro anche nelle espressioni del nichilismo contemporaneo, un nichilismo spesso inconsapevole che contagia purtroppo tanti giovani.
Il Vangelo di oggi è una celebre parabola, che parla di dieci ragazze invitate ad una festa di nozze, simbolo del Regno dei cieli, della vita eterna (Mt 25,1-13). E’ un’immagine felice, con cui però Gesù insegna una verità che ci mette in discussione; infatti, di quelle dieci ragazze: cinque entrano alla festa, perché, all’arrivo dello sposo, hanno l’olio per accendere le loro lampade; mentre le altre cinque rimangono fuori, perché, stolte, non hanno portato l’olio. Che cosa rappresenta questo «olio», indispensabile per essere ammessi al banchetto nuziale? Sant’Agostino (cfr Discorsi 93, 4) e altri antichi autori vi leggono un simbolo dell’amore, che non si può comprare, ma si riceve come dono, si conserva nell’intimo e si pratica nelle opere. Vera sapienza è approfittare della vita mortale per compiere opere di misericordia, perché, dopo la morte, ciò non sarà più possibile. Quando saremo risvegliati per l’ultimo giudizio, questo avverrà sulla base dell’amore praticato nella vita terrena (cfr Mt 25,31-46). E questo amore è dono di Cristo, effuso in noi dallo Spirito Santo. Chi crede in Dio-Amore porta in sé una speranza invincibile, come una lampada con cui attraversare la notte oltre la morte, e giungere alla grande festa della vita.
A Maria, Sedes Sapientiae, chiediamo di insegnarci la vera sapienza, quella che si è fatta carne in Gesù. Lui è la Via che conduce da questa vita a Dio, all’Eterno. Lui ci ha fatto conoscere il volto del Padre, e così ci ha donato una speranza piena d’amore. Per questo, alla Madre del Signore la Chiesa si rivolge con queste parole: “Vita, dulcedo, et spes nostra”. Impariamo da lei a vivere e morire nella speranza che non delude.
*********
Seguo con apprensione i tragici episodi che si sono verificati nei giorni scorsi in Nigeria e, mentre prego per le vittime, invito a porre fine ad ogni violenza, che non risolve i problemi, ma li accresce, seminando odio e divisione anche fra i credenti.
[saluti nelle varie lingue]
Rivolgo infine un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare al gruppo di Veruno, con il Sindaco e altri amministratori, come pure ai fedeli provenienti da Rieti e da Piedimonte di Barano d’Ischia. Il pensiero oggi non può non andare alla città di Genova, duramente colpita dall’alluvione. Assicuro la mia preghiera per le vittime, per i familiari e per quanti hanno subito gravi danni. La Madonna della Guardia sostenga la cara popolazione genovese nell’impegno solidale per superare la prova. A tutti voi, cari pellegrini, auguro una buona domenica e una buona settimana. Buona domenica a voi tutti!
------------------

venerdì 4 novembre 2011

Preghiera a Maria (Contributi 543)

Il momento attuale è veramente molto difficile per il nostro Paese, sia dal punto di vista metereologico che economico-politico. Di fronte a quanto si verificando in Italia (preghiamo per le vittime dell'alluvione a Genova e per tutti gli attacchi speculativi e non solo che stiamo subendo) credo sia gesto intelligente volgere il nostro sguardo e la nostra supplica a Maria, Madre di Dio e madre nostra. E' necessario, a mio avviso, ripartire dalla cellula minima vitale della società, la famiglia. Propongo la preghiera recitata quotidianamente nella S. Casa di Loreto:


Accendi, o Maria, la lampada della fede in ogni casa d' Italia e del mondo. 
Dona ad ogni mamma e ad ogni padre il tuo limpido cuore, affinché riempiano la casa della luce e dell' amore di Dio. 
Aiutaci, o Madre del sì, a trasmettere alle nuove generazioni la Buona Notizia che Dio ci salva in Gesù, donandoci il suo Spirito d' Amore. 
Fa' che in Italia e nel mondo non si spenga mai il canto del Magnificat, ma continui di generazione in generazione attraverso i piccoli e gli umili, i miti, i misericordiosi e i puri di cuore che fiduciosamente attendono il ritorno di Gesù, frutto benedetto del tuo seno. O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria! Amen.

Santa Maria Prega per noi
----------------

giovedì 3 novembre 2011

Ospedali monastici: la cura nasce dalla fede (Contributi 542)

Un brano di Francesco Agnoli ci racconta degli "ospitali" nati dalla fede cattolica....

L’ospitalità monastica, per secoli la più organizzata ed influente, fu promossa soprattutto da Basilio, in Oriente, da Cassiodoro (ca. 485-580) e da san Benedetto da Norcia (480-547), in Occidente.
Di San Basilio (329-379) si è già ricordato che fu il fondatore del primo e più grande ospedale in Oriente. In esso trovavano rifugio poveri, lebbrosi, bambini abbandonati…
Basilio non era solo un uomo di religione, né solo di carità. Seguace di un Dio Logos, cioè Ragione, e Caritas, cioè Amore, univa alla pratica dell’assistenza un forte interesse “laico”, speculativo, per la medicina. “Non è certo che nelle istituzioni monastiche basiliane fosse compresa in modo sistematico anche la Medicina, però ci sono chiare testimonianze di quanto questa attività fosse presa in considerazione”. Basilio, i cui monasteri si diffondono anche in Italia meridionale, si avvaleva dell’aiuto dei monaci, ma anche di infermieri laici, detti “parabolani”, regolarmente pagati, che “assolvevano l’incarico di raccogliere malati per le strade della città o nelle contrade di campagna e di portarli negli ospedali a dorso di mulo o, più spesso, sulle proprie spalle” .
Se ci spostiamo in Occidente, troviamo la figura gigantesca di Cassiodoro, che nel suo monastero di Squillace, in Calabria, “non solo raccomandava lo studio della Medicina, ma si era assunto l’incarico di insegnare in prima persona”, e soprattutto si dedicò a raccogliere 235 volumi di medicina scritti in greco e tradotti in latino dai suoi monaci.
In un’epoca in cui quasi nessun laico, né alcuna autorità politica pensava minimamente alla medicina, Cassiodoro contribuì a salvare un patrimonio di secoli che altrimenti sarebbe andato perduto.
Egli invitava i suoi monaci a leggere Ippocrate e Galeno, e nello stesso tempo raccomandava di mettere le loro conoscenze al servizio dei fratelli: “Ma a voi mi rivolgo, egregi fratelli, che trattate con diligente curiosità la sanità del corpo umano e rifugiandovi nei luoghi sacri eseguite una beata pietà: tristi per l’altrui sofferenze, mesti per gli altrui pericoli, trafitti dal dolore di quelli che intraprendete a curare e sempre, nelle sventure altrui, oppressi dal proprio affanno, servite con cuore sincero coloro che languiscono, come conviene alla perizia dell’arte vostra…” .
Quanto a San Benedetto, patrono d’Europa, al capitolo XXXVI della sua regola invitava i suoi monaci a “prendersi cura prima di tutto e sopra tutto dei malati. Bisogna servirli come fossero Cristo stesso, che veramente è in essi e che in essi viene veramente servito. Perché Egli ha detto: ‘ ciò che avrete fatto al più piccolo di costoro, lo avrete fatto a me’ ”. Questa cura fu praticata, inizialmente, all’interno del monastero, ma successivamente il “monaco infirmario uscì dalle mura conventuali per recarsi a curare malati nel loro domicilio…” . Ovviamente, la cura benedettina e monastica in generale, univa la somministrazione di farmaci, di salassi, di clisteri, di decotti, di massaggi, di elisir, di pomate, di cataplasmi, empiastri, e toccasana di vario tipo, con preghiere, benedizioni, imposizione delle mani… Non perché vi fosse una strana confusione, come è tipico del mondo antico, tra religione e medicina, ma al contrario, per una chiara conoscenza, per quanto l’epoca lo permettesse, dell’uomo, che è anima e corpo. Infatti si può dire tranquillamente che i monaci aromatari e i frati speziali dei conventi, che nelle loro spezierie preparavano infusi e medicamenta vari, raccoglievano, lavoravano e descrivevano le erbe, sono stati i “primi protagonisti di una attività farmaceutica posta istituzionalmente al servizio del malato e della comunità” .
Nei monasteri, come si è detto, la spinta verso l’aiuto ai fratelli nasceva dalla fede, dall’identificazione del povero e del malato (pauper infirmus) - non vi era una chiara differenza tra i due, anche perché la povertà era spesso, a quei tempi, causa di debilitazione e di malattia- con Cristo sofferente; ma questa spinta conviveva con una grande apertura verso la scienza e le sue regole in quanto tale, come è dimostrato dal fatto che tutti i testi medici dell’antichità sono stati conservati proprio dagli archivi monacali.
Cassiodoro, Basilio, Benedetto, non condannavano la medicina antica, in quanto pagana, ma la valutavano, al contrario, per i suoi meriti oggettivi, che nulla avevano a che vedere con la religione di chi li aveva scritti.
Scrive Giuseppe Penso: “Questi centri medici monastici non furono soltanto ricoveri ospedalieri, ma centri di insegnamento dove accorrevano i giovani desiderosi di apprendere le nozioni mediche dei manoscritti greci e latini, gelosamente conservati in quelle abbazie, e dove accorrevano, da tutta Europa, malati per farsi curare” .
A Chartres, a Cluny, a san Gallo, a Montecassino, Roma, Farfa e a Fossanova, dove i monaci curavano i malarici, a causa delle paludi, si studiava la medicina antica e si gettavano le basi per una medicina futura, non legata alle superstizioni popolari.
“Così, dal VI secolo al X secolo, i monaci italiani e molti chierici insegnavano la Medicina ed esercitavano tanto la medicina insegnata quanto quella praticata, appresa dai libri greci e latini, distinguendola però dalla Medicina soprannaturale e dalle pratiche religiose. Essi studiavano la Medicina come scienza. Il rispetto che avevano per le esigenze proprie di questa scienza li portava a concepire le due attività come ben distinte: l’esercizio clinico della Medicina andava conseguito con mezzi naturali e in base a cognizioni scientifiche, le pratiche religiose andavano sostenute dalla fede nel potere divino e dalla speranza nella grazia della provvidenza” .
Era dunque riconosciuta allo studio della Medicina, una sua “autonomia”, senza però che l’attività caritatevole si limitasse alla cura del corpo.
Per questo il già citato Cassiodoro raccomandava ai suoi monaci: “Imparate quindi la natura delle erbe… ma non riponete l’unica speranza nelle erbe, non ricercate salvezza soltanto negli umani consigli”, mentre Gerberto, successore di Benedetto, dimostrando una notevole comprensione della distinzione tra medicina e religione, affermava: “Nell’esercizio delle cose mediche non vale far uso della mia autorità di abate”.
Si produsse così “tra vita religiosa e attività medica un innesto quasi naturale, come se la medicina avesse finalmente trovato nella chiesa il sostegno che andava cercando”. Anche perché l’istituzione religiosa metteva “a disposizione i suoi mezzi (gli scriptoria, i monasteri, gli ospedali, ndr) per il sostegno di iniziative scientifiche”, destinate quindi ad una espansione che l’Antichità non avrebbe mai potuto raggiungere .
“Nel IX secolo, scrive Giorgio Cosmacini, l’organizzazione sanitaria di ogni grande monastero non era molto diversa da quella vigente intorno all’anno 820 nel convento di san Gallo: un infirmarium, o ‘infermeria’, con un cubiculum valde infirmorum, o ‘sala di degenza per malati gravi’, e con un giardino di piante medicinali, un locale per clisteri e salassi e un altro locale dotato di armarium”, cioè di un armadio di libri e spesso anche un armarium pigmentorum, cioè un armadio di medicinali” . In più, spesso, la presenza di una balnearum domus, per i bagni, e di una domus medicorum, riservata ai medici.
Non estranea a questa storia monastica fu la prima Schola medica medievale, la celeberrima Schola di Salerno (che a volte viene presentata, un po’ impropriamente, come la prima università). Scrive G. B. Scarano: “non è da escludere che alla nascita di questa scuola abbia influito l’indirizzo di studi e di pratica della vicina abbazia di Montecassino; è accertato che già nel VI secolo esisteva a Salerno un chiostro benedettino con annesso ospizio-ospedale e che a Salerno comparvero, nei secoli seguenti, numerosi monasteri forniti di locali per il ricovero e l’assistenza di malati e pellegrini, fenomeno questo presente, del resto, in tutte le regioni d’Italia” .
Nei monasteri benedetti, inoltre, si praticava in generale un’ ospitalità a 360 gradi. Infatti il monaco, divenuto volontariamente “povero di Cristo”, doveva avere un occhio di riguardo verso i poveri involontari (pauperes inviti, ma anch’essi pauperes Christi) e solitamente si dedicava loro la decima parte dei redditi del monastero, delle elemosine e dei donativi, oltre a ciò che rimaneva dai frequenti digiuni, imposti dalla regola per insegnare ai monaci l’autocontrollo, la partecipazione alla Passione di Cristo, l’attenzione verso i bisognosi. Per secoli i poveri giungevano alla porta dei monasteri per cercarvi un “asilo di pace”, aiuto e cibo.
“La liturgia dell’ospitalità”, scrive il grande storico della povertà Michel Mollat, cominciava “alla porta del monastero”: qui il cellario o il padre portinaio, spesso scelto per le sue virtù, doveva distinguere tra le varie categorie di mendicanti, e dar vita al cerimoniale di accoglienza. All’ospite si lavavano e si baciavano i piedi (mandatum), come aveva fatto Cristo con i discepoli insegnando loro a “servire” e non ad “essere serviti”, e poi si offriva da mangiare, in foresteria, se malato, o nell’hospitale pauperum. Venivano forniti viveri anche a coloro che si rimettevano in viaggio, e soprattutto a coloro che si presentavano di giorno in giorno alla porta (pauperes supervenientibus). “Sono ben note le razioni date a Corbie: pane, birra, qualche volta vino, legumi, formaggio, lardo e talvolta anche carne. Si distribuiscono anche scarpe e vestiti usati dai monaci, coperte, legna per scaldarsi e per cuocere i cibi, utensili di uso comune. Qualche volta, a partire dal secolo IX, si dona anche denaro”. Inoltre i monasteri organizzavano periodiche distribuzioni, in occasione di festività come Natale, Pasqua, Ognissanti, e la visita settimanale ai poveri ammalati nelle loro case.
L’abate Smaragdo di Verdun, nel suo “Commento alla regola di san Benedetto”, invitava i suoi monaci alle opere di misericordia, esortandoli a visitare gli infermi, a ricercare i poveri nel timore che dormissero all’aperto, ad accogliere quelli di essi che bussavano alla porta del convento, confortandoli (recreare pauperes) con gioia (libente animo) e allegria (cum hilaritate): tra i poveri in particolare raccomandava i fanciulli (infantes) e i vecchi, tra i quali annoverava anche i deboli di mente .
-----------------

mercoledì 2 novembre 2011

Cristo vincitore della morte e del tabù neo-borghese (Contributi 541)

Un articolo di Giovanni Poggiali tratto da La Bussola ci aiuta a meglio considerare la giornata odierna e il senso della vita (e della morte):

Con la liturgia di oggi la Chiesa prega per i defunti. Per il nostro mondo che in tutti i modi cerca di rimuovere i pensieri "fastidiosi" e "scomodi" il solo por mente alla morte dà scandalo. Contribuire a vincere questi falsi tabù è dunque già opera di opportuna nuova evangelizzazione.

Dopo Ognissanti ecco che la Chiesa prega e offre il Sacrificio Eucaristico per tutti i fedeli defunti: è la loro Commemorazione, il ricordo di tutti coloro che ci hanno preceduto nel Regno dei Cieli. La Liturgia prega nel Prefazio dei defunti: Vita mutatur, non tollitur -la vita non è tolta ma trasformata. È la lex orandi lex credendi, cioè la Chiesa crede ciò che prega, soprattutto nella Liturgia, e questa preghiera liturgica ci dà la speranza, che per il cristiano è una certezza, che la nostra vita non è in balìa del vuoto e del nulla, del tragico destino del niente dopo la morte ma è custodita da Dio che ce la ridonerà in pienezza il giorno della Resurrezione dai morti: et expécto resurrectiónem mortuórum et vitam ventúri sæculi (dal Credo Niceno-Costantinopolitano: e aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà).
Allora, pregare per i nostri morti, ricordarli vivi non solo nel nostro cuore ma vivi realmente in Cristo che è fedele alle sue promesse e alla Volontà del Padre («questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno» Gv 6,39), non è un non-senso ma un atto di fede e anche di ragione: il nulla non può avere l’ultima parola in un mondo pieno di senso, se abbiamo la mente ed il cuore per saper leggere i segni di Dio. Egli se ci dona la vita è per sempre, che senso avrebbe togliercela dopo un periodo più o meno lungo di esistenza e poi finire nel nulla?
Certo, oggi la morte è un tabù. Fa paura. Tutti la scansano e la esorcizzano. Si cambia anche il linguaggio pur di non affrontarla (dal: è morto, al: è scomparso, mancato, venuto meno…). Nei "salotti bene" puoi parlare di tutto ma non di questo. Perché? È "morta", questa sì, la Fede nel cuore di tanti nostri fratelli (forse per questo Papa Benedetto XVI ha indetto l’Anno della Fede nel 2012?…). Rassegnati e tristi, senza speranza per il futuro, soprattutto i giovani, mostrano una dimenticanza preoccupante: non ci si pone più le domande radicali sul senso della vita e quindi le risposte vengono meno. Cristo è stato emarginato e la maggior parte delle persone vive etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse. Conseguenza: il perché del vivere e del morire e il cosa c’è dopo la morte non lo sa più nessuno.
Eppure il 2 di novembre, o l’1 che è giorno di festa anche civile, tutti si recano al cimitero per una preghiera, per portare dei fiori, per raccogliersi vicino ai propri defunti nel ricordo, a volte struggente. Forse abbiamo perduto i contenuti della nostra fede cristiana, abbiamo dimenticato la Resurrezione dai morti e la vita eterna, concetti che appaiono come flatus vocis, parole vuote alla maggior parte degli uomini. Ma non abbiamo perduto quel senso profondo che viene dal nostro essere più intimo che cioè la vita non può finire con la morte, che rivedremo i nostri cari e che li riabbracceremo, che l’amore ricevuto e donato non può perdersi nel nulla. Che i legami affettivi non possono andare distrutti per sempre.
La fede cristiana, però, offre molto di più e un generico credere non basta. Non basta un ricordo, non basta la fede in una divinità senza volto, in un Qualcosa che sicuramente ci sarà ma che è inconoscibile, in un Essere soprannaturale. Il Cristianesimo è un’altra cosa: Dio si è fatto uomo e si può incontrare oggi, è vivo, è risorto, ha vinto la morte e ci ridonerà anche a noi la vita, quella vera, autentica, senza fine nella gioia
Egli è Persona, con un Volto preciso, che si è rivelato in Gesù di Nazaret: con Lui dobbiamo avere un rapporto personale e intimo. Risorgeremo con il nostro corpo che unito all’anima vivrà per sempre in Dio, o per una risurrezione di vita o per una risurrezione di condanna. Sì, perché la possibilità e il rischio della dannazione c’è, se non saremo trovati in grazia di Dio il giorno della nostra morte. La vita non è uno scherzo e non ci si può prendere gioco di Dio (cf. Gal 6,7).
La Chiesa, la sapienza cristiana, ci viene allora in aiuto anche il 2 novembre e ci ricorda l’essenziale. Da sempre prega per i morti. Lo facevano già gli Ebrei, come si evince dal 2° Libro dei Maccabei nell’Antico Testamento: «Perché, se (Giuda Maccabeo) non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli pensava alla magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato» (12,44-45). I cristiani hanno sempre creduto che soprattutto la Santa Messa, il vero e unico Sacrificio, e anche le preghiere di suffragio, le penitenze e le opere indulgenziate, fossero di aiuto ai propri cari per espiare le colpe e giungere alla beatitudine in Cielo. 
Infatti, il Catechismo scrive che «il sacrificio eucaristico è offerto anche per i fedeli defunti che sono morti in Cristo e non sono ancora pienamente purificati, affinché possano entrare nella luce e nella pace di Cristo» (CCC 1371); e continua citando santa Monica, la madre di sant’Agostino, che prima di morire pregò i suoi figli: «Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all'altare del Signore» (idem).
Giovanni Pascoli (1855-1912), scrivendo la poesia Novembre, dava all’inizio l’illusione che la vita fosse come la primavera, la luce del sole chiara e il profumo del biancospino forte e penetrante. Ma l’illusione dura poco: ecco l’estate fredda dei morti, arriva velocemente l’inverno gelido di novembre, della morte. E la malinconia aleggia con la tristezza che tutto finisce e le foglie della vita, con il loro profumo, cadono per sempre. 
Noi invece crediamo che la vita non finisce con le foglie che cadono e con il freddo della morte. La vita un senso ce l’ha perché è il Volto di una Persona che ci attende nell’amore. Il Volto di Cristo. È Lui la speranza che in fondo tutti cercano il 2 di Novembre. La speranza che i nostri morti e i loro volti brillino ancora di luce. Questa Luce è solo Dio che la può accendere perché Egli non è il Dio dei morti ma dei viventi (Mc 22,32) e non può abbandonare alla morte coloro che ama.
----------------

martedì 1 novembre 2011

Santi, il miracolo del quotidiano (Contributi 540)

Un'intervista a Padre Antonio Sicari di Roberta Beretta tratta da La Bussola ci chiarisce cos'è il santo:

Fare l’agiografia. Come modo di dire non è un gran complimento, visto che nel linguaggio comune significa cantare le glorie di qualcuno come se fosse senza difetti e comunque con scarso spirito critico... Eppure padre Antonio Sicari è riuscito nell’intento di essere agiografo senza perciò perdere la dignità e nemmeno la statura di studioso, anzi acquistando un’ottima fama come autore di vite dei santi (pubblicate da Jaca Book in una serie di successo giunta ormai al dodicesimo volume): oltre un centinaio di storie, da san Giuseppe al martire polacco padre Jerzy Popieluszko. Merito della capacità del sacerdote carmelitano nel ricostruire le vicende dei personaggi, certamente, ma anche di un chiarissimo quadro di riferimento teologico, che non dimentica mai quali siano le vere radici del culto dei santi.


Allora, padre: se già abbiamo la Trinità, Gesù Cristo e magari anche la Madonna, a che servono anche tutte queste aureole nel cattolicesimo?
La domanda suppone che i santi esistano perché noi li facciamo tali, ma invece non è affatto così: i santi esistono perché Dio ce li dona. I santi sono un regalo, un avvenimento del cristianesimo; noi dobbiamo accettarli, e semmai chiederci perché accade questo fenomeno.
E qual è la sua spiegazione in merito?
Ammettendo come prima cosa che c’è un solo santo, Dio e suo figlio Gesù, santo è tutto ciò che appartiene a Cristo. Santi sono i suoi doni, la sua parola, i sacramenti, e anche le persone che gli appartengono in modo particolare perché hanno vissuto con lui un rapporto speciale. La santità non è dunque frutto dell’eccellenza di alcune persone che si sono proposte di essere eroiche o di raggiungere certe vette ascetiche; ma è semplicemente essere cristiani (ricordo che all’inizio della Chiesa tutti i fedeli si chiamavano tra loro “i santi”), essere amici di Cristo, avere risposto alla sua grazia. È sempre qui che ha origine il valore della mediazione dei santi: tutte le strade tra terra e cielo si incrociano nella persona di Gesù e quindi tutti coloro che gli sono vicini possono esercitare in parte questa mediazione. Certo, poi a ciò si aggiunge il fatto che i santi in genere hanno dato grandi esempi o impartito insegnamenti importanti, hanno compiuto opere di carità e fondato istituzioni benefiche. Però il fondamento rimane lo stesso: essere santi significa conformarsi a Gesù, e il nostro culto dei santi è essenzialmente un tentativo per imparare ad essere come lui.


Dunque non è importante tanto lo “straordinario”, il miracolo, le stigmate, la manifestazione eccezionale...
Nella lettera Novo millennio ineunte Giovanni Paolo II (anche lui un beato...) scriveva che il problema della pastorale cristiana è riportare tutto alla santità. Che non è – ripeto - la riuscita eccezionale, bensì una vita cristiana compiuta nella sua pienezza. Dire santo e dire uomo realizzato, per un cristiano dev’essere la stessa cosa. Ma, se tutti abbiamo questa vocazione (questo è il senso e l’origine della comunione dei santi), bisogna poi ammettere che esiste la particolare santità canonica, ovvero “regolata” secondo alcuni canoni, di coloro che vengono indicati dalla Chiesa come modelli o paradigmi perché possiamo imparare da loro; sul piedistallo dell’altare sta l’immagine di quello che io devo essere.


Ripeto: dunque i miracoli o le grazie non sono così fondamentali?
I fenomeni mistici come le visioni, le rivelazioni, le stigmate – cito il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 2014) – sono grazie straordinarie date ad alcuni con lo scopo di rendere manifesto il dono fatto a tutti. I miracoli hanno il compito di portare in superficie quello che è per tutti, così come le rivelazioni sono la manifestazione di ciò che è detto per tutti. Le stigmate? Sono un segno dell’amore di Dio che si imprime talmente nella persona fino a risalire alla pelle del suo essere; e Dio le concede per mostrare che si può amarlo a tal punto che le sofferenze di Cristo si stampano sul corpo di un uomo. Certo, per molte persone questi aspetti meravigliosi sono sorprendenti, curiosi, e per qualcuno costituiscono un elemento di attrazione un po’ magica; ma in realtà i miracoli Dio li fa come e quando vuole e anche chi guarisce prodigiosamente poi torna ad ammalarsi e muore... Voglio dire che ancora una volta il miracolo è uno solo: la resurrezione di Cristo. Dio può decidere che qualcosa di quella resurrezione venga anticipato in modo misterioso in un fatto o in una persona particolare, ma sempre perché si ponga in risalto il significato di Cristo risorto.


Non possiamo però dire che questa sia l’interpretazione corrente nella devozione popolare, o anche nella catechesi...
Questo è un guaio. Dovremmo essere capaci di affrontare ogni frammento nel tutto che da essi è composto; sennò ciascuno si innamora del suo pezzettino e pensa che sia la totalità. Come diceva il teologo Hans Urs von Balthasar: dobbiamo imparare a guardare la totalità del disegno di Dio, solo allora i frammenti diventano preziosi, altrimenti rimangono distraenti. Tutto va messo in questo rapporto, nella pastorale come nella catechesi; non sempre con la gente si può fare teologia, d’accordo, ma si deve cercare di ricondurre ogni cosa al suo senso profondo. Per esempio, si può parlare della liquefazione del sangue di san Gennaro, discuterne con argomenti scientifici o religiosi, però il suo unico senso è dire che quell’uomo ha dato il sangue per Cristo; punto e basta. Diceva ancora von Balthasar: i santi sono fessure aperte su Dio.


Ci dia però qualche consiglio pratico.
Anzitutto, nel ritratto dei santi cerchiamo di esaminare con cura la storia personale, l’ambiente, la cultura, per scoprire che cosa Dio davvero chiedeva a quell’uomo o a quella donna e vedere qual è stata la risposta. Non si deve affermare niente che non rimandi alla persona di Gesù. Non bisogna impadronirsi di nulla che non aiuti a dire: ciò che importa è Cristo. È come un innamoramento: nell’ambito di questo attaccamento tra persone, ogni cosa e il mondo stesso acquistano nuovo significato. Poi non lasciamoci troppo impressionare dai fenomeni eccezionali: come diceva Chesterton, anche Dio qualche volta può aver voglia di divertirsi, magari facendo qualcosa che fatichiamo a comprendere...
-----------------------

Solennità di Ogni Santi (Angelus 48)

Cari fratelli e sorelle!
La Solennità di Tutti i Santi è occasione propizia per elevare lo sguardo dalle realtà terrene, scandite dal tempo, alla dimensione di Dio, la dimensione dell’eternità e della santità. La Liturgia ci ricorda oggi che la santità è l’originaria vocazione di ogni battezzato (cfr Lumen gentium, 40). Cristo infatti, che col Padre e con lo Spirito è il solo Santo (cfr Ap 15,4), ha amato la Chiesa come sua sposa e ha dato se stesso per lei, al fine di santificarla (cfr Ef 5,25-26). Per questa ragione tutti i membri del Popolo di Dio sono chiamati a diventare santi, secondo l’affermazione dell’apostolo Paolo: «Questa infatti è la volontà di Dio, la vostra santificazione» (1 Ts 4,3). Siamo dunque invitati a guardare la Chiesa non nel suo aspetto solo temporale ed umano, segnato dalla fragilità, ma come Cristo l’ha voluta, cioè «comunione dei santi» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 946). Nel Credo professiamo la Chiesa «santa», santa in quanto è il Corpo di Cristo, è strumento di partecipazione ai santi Misteri - in primo luogo l’Eucaristia - e famiglia dei Santi, alla cui protezione veniamo affidati nel giorno del Battesimo. Oggi veneriamo proprio questa innumerevole comunità di Tutti i Santi, i quali, attraverso i loro differenti percorsi di vita, ci indicano diverse strade di santità, accomunate da un unico denominatore: seguire Cristo e conformarsi a Lui, fine ultimo della nostra vicenda umana. Tutti gli stati di vita, infatti, possono diventare, con l’azione della grazia e con l’impegno e la perseveranza di ciascuno, vie di santificazione.
La Commemorazione dei fedeli defunti, cui è dedicata la giornata di domani, 2 novembre, ci aiuta a ricordare i nostri cari che ci hanno lasciato, e tutte le anime in cammino verso la pienezza della vita, proprio nell’orizzonte della Chiesa celeste, a cui la Solennità di oggi ci ha elevato. Fin dai primi tempi della fede cristiana, la Chiesa terrena, riconoscendo la comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, ha coltivato con grande pietà la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi. La nostra preghiera per i morti è quindi non solo utile ma necessaria, in quanto essa non solo li può aiutare, ma rende al contempo efficace la loro intercessione in nostro favore (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 958). Anche la visita ai cimiteri, mentre custodisce i legami di affetto con chi ci ha amato in questa vita, ci ricorda che tutti tendiamo verso un’altra vita, al di là della morte. Il pianto, dovuto al distacco terreno, non prevalga perciò sulla certezza della risurrezione, sulla speranza di giungere alla beatitudine dell’eternità, «momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità» (Spe salvi, 12). L’oggetto della nostra speranza infatti è il gioire alla presenza di Dio nell’eternità. Lo ha promesso Gesù ai suoi discepoli, dicendo: «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Gv 16,22).
Alla Vergine Maria, Regina di tutti i Santi, affidiamo il nostro pellegrinaggio verso la patria celeste, mentre invochiamo per i fratelli e le sorelle defunti la sua materna intercessione.
------------------

Lista blog cattolici

LOGO DEL BLOG

LOGO DEL BLOG
inserisci il logo del blog sul tuo blog (anche ridimensionandolo)