Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

venerdì 16 novembre 2012

“Adulta” non è una fede che segue le mode, ma resta radicata nell’amicizia con Cristo (Contributi 761)

Da Tempi un articolo di Piero Gheddo: 

Il 4 ottobre scorso ho tenuto una conferenza sui cristiani perseguitati in Nigeria nella Sala Filarmonica di Rovereto, cittadina del Trentino che ha una speciale relazione con la Chiesa in Nigeria. Un ascoltatore obietta: “Lei dice che i missionari portano la verità di Cristo e a volte muoiono martiri. Ma nel mondo moderno non esiste una verità assoluta, esiste la dialettica. Ciascuno dice quel che pensa e rispetta gli altri, non può imporre ad altri una verità che non esiste. Ma voi missionari fate proprio questo”. 
Nel nostro mondo secolarizzato e laicizzato, credo che questa mentalità sia abbastanza diffusa. Rispondo che se non esiste una Verità assoluta, ma tutto è relativo e cambia con i tempi, non c’è nemmeno Dio, che non può cambiare parere ad ogni generazione umana che passa; se non c’è Dio, non c’è nemmeno una legge morale ma ciascuno si fa la sua morale, secondo le proprie idee e tendenze; infine, nei battezzati che hanno perso il senso della loro fede, non esiste più nemmeno la fede in Gesù Cristo Figlio di Dio, la “salda roccia” del Vangelo sulla quale costruire la nostra vita. 
Tuttavia, tenendo incontri e conferenze anche in ambienti laici, non raramente mi capita di ascoltare domande, obiezioni, pareri che mettono in dubbio la missione universale della Chiesa. La stessa proposta della fede in Cristo è vista come un attentato alla libertà altrui. 
L’individualismo radicale che trionfa nella cultura moderna (conta l’individuo, non la famiglia, il bene pubblico) porta a questa visione della libertà umana ed è una delle espressioni “di quel relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l’apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione”, come ha detto Benedetto XVI in un discorso alla diocesi di Roma del 6 giugno 2005. 
E Giovanni Paolo II, nella sua enciclica “Fides et Ratio” (1999, n. 5) scriveva: “Nelle diverse forme di agnosticismo e relativismo presenti nel pensiero contemporaneo, la legittima pluralità di posizioni ha ceduto il posto ad un indifferenziato pluralismo, fondato sull'assunto che tutte le posizioni si equivalgono: è questo uno dei sintomi più diffusi della sfiducia nella verità che è dato verificare nel contesto contemporaneo”
Ho citato gli ultimi due Pontefici per sottolineare la caratteristica più provocatoria dell’Anno della Fede che stiamo vivendo (11 ottobre 2012 – Festa di Cristo Re 2013): la lotta contro il “relativismo”, che rappresenta la morte della fede e della missione alle genti. E’ una lotta che ciascun credente deve combattere nella propria coscienza prima ancora che nella società. 
E’ facile infatti che, vivendo in una società come quella attuale, dove in fondo ciascuno fa quello che vuole, con l’unico pericolo di essere beccato nel trasgredire le leggi e pagare la pena in multe, processi e condanne (e magari anche anni di carcere!), si formi anche nel credente una mentalità che a poco a poco scivola verso la deriva del relativismo. Quante volte sentiamo espressioni significative come queste: Fanno tutti così… In fondo, cosa c’è di male?… Ho la mia coscienza, non ho bisogno della Chiesa… Sono un cattolico adulto, non un bigotto… 
L’Anno della Fede è anzitutto un appello ad interrogarci sulla nostra fede, sul nostro modo di essere discepoli di Cristo, convinti che la fede può essere un lucignolo fumigante e vacillante e può diventare il sole di mezzogiorno che illumina, riscalda, rende gioiosa la vita e quindi si trasmette facilmente agli altri. 
Il Sinodo episcopale in Vaticano del 7-28 ottobre 2012 era intitolato “La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, che è un impegno di tutta la Chiesa e di tutti i credenti in Cristo. Ma per questo occorre che la fede sia vissuta in pienezza e porti ad una vita cristiana autentica che testimonia la verità di Cristo. I primi missionari della fede sono tutti i battezzati che, vivendo la vita nel mondo ma senza essere del mondo, mostrano in concreto come la fede vissuta nella stessa situazione di tutti è fonte di serenità, di gioia e di speranza, dà una marcia in più nella vita. 
Tutto parte dal ricupero di una fede convinta, che sconfigge il relativismo: lo diceva il card. Ratzinger pochi giorni prima di diventare Papa Benedetto XVI, nella “Missa pro eligendo Pontifice” del 18 aprile 2005, quasi un anticipo di quello che avrebbe caratterizzato il suo Pontificato: “Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. 
Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. È lui la misura del vero umanesimo. ‘Adulta’ non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo”.
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martedì 13 novembre 2012

La vita di chi è benedetto dalla malattia (Contributi 760)

Dal Paraguay nuove, toccanti, storie dalla clinica di Padre Aldo Trento, piccoli ritratti di persone che forse noi eviteremmo di guardare..: 

Questi sono i racconti che descrivono due mesi trascorsi da Dea, una gentile volontaria, nella Clinica San Riccardo Pampuri. 
Sono piccole riflessioni, semplici e sincere, nate dal suo cuore attento e commosso. 
Tutti i giorni lei viene in Clinica con il suo camice bianco, in attesa di servire e vedere come il Mistero accade e per giudicare con occhi aperti la realtà a partire dalla Sua presenza. Alcune di queste storie sono già state “lette” dal Cielo, dove il volto sofferente di Cristo in ogni paziente si è trasfigurato per sempre in un volto glorioso. Che questi santi pazienti ci benedicano dal Cielo. 
Abbiamo bisogno di contemplare i tratti della presenza di Cristo nelle persone che ci circondano, perché Cristo è un fatto presente ogni istante nella novità della vita dei suoi testimoni. (Aldo Trento)
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Aida non c’è più. Era una malata di Aids della Clinica, luogo in cui come volontaria sperimento con immensa gioia e felicità la presenza di Cristo nella realtà. Aida ha toccato il mio animo quando mi ha detto: «Ti voglio bene, mi manchi». Il giorno prima della sua scomparsa mi ha detto due volte: «Vado a morire». Lei adesso è più vicina a Dio e prega per me. Aveva sempre il sorriso sulle labbra ed era lei la malata, non io; ora lei è la sana e io sono rimasta qui, in questo mondo malato. 
Bernardino è un altro malato che se n’è andato lasciando in me un’immensa tenerezza. Gli piacevano i gelati e mi raccontava che in passato andava a comprarli in una gelateria della Quinta Strada ad Asunción. Quando è arrivato alla Clinica era molto arrabbiato, nervoso. Tutto è cambiato attraverso la compagnia di alcune persone della Clinica e l’affetto e la comprensione che si respira lì: è diventato gentile, diceva sempre grazie, grazie a chi aveva cura di lui o gli riservava alcune affettuose attenzioni, come portargli le empanadas o i gelati, che mangiava sempre con gusto. È stata lunga la sua permanenza con noi, più di un anno: forse Dio ha usato quel tempo per ottenere il suo cambiamento. Il Bernardino al quale portavo i pasti e a cui davo da mangiare durante i suoi ultimi giorni, mi ha trasmesso la sua gentilezza e il rispetto che riservava a coloro che si prendevano cura di lui. Ringraziava sempre, non si lamentava di niente. Dopo l’ultima notte in cui gli ho dato la cena, all’alba se ne è andato, improvvisamente. 
Giustina era una donna che si era affezionata a me ed era molto cara nei miei confronti. Un giorno mi ha detto di voler mangiare del melone e gliel’ho portato e l’abbiamo condiviso anche con gli altri ammalati. Una volta la sua famiglia le ha portato del pollo arrosto, che per cena le hanno messo nel vassoio che io le servivo. Lei ha tagliato un pezzo, dicendomi che era per me. È stato un gesto molto bello, di generosità che dobbiamo mettere in pratica spesso. All’improvviso mi hanno detto che se n’era andata. 
Dionisio era un camionista; si commuove sempre quando gli si chiede che lavoro faceva prima di arrivare in Clinica. È un malato cronico di Aids, quasi non parla e ormai fa molta fatica anche a muoversi, per farlo mangiare, infatti, bisogna imboccarlo. Mi riconosce e sorride ogni volta che mi vede. Conosce molto bene Elena, la signora della cucina che gli parla in guaraní e con cui balbetta alcune parole. Da poco lo hanno portato nella casa degli anziani san Gioacchino. Sono andata a trovarlo una volta e ora mi hanno detto che si sente male, ha frequenti attacchi di colite. Vorrei che lo riportassero qui perché così potrei prendermi cura di lui. 

La contemplazione di Dionisio 
Il 23 gennaio sono arrivata presto in Clinica e affacciandomi in una stanza mi sono rallegrata molto nel vedere il volto di Dionisio in uno dei letti. Lo avevano appena trasferito: osservava tutto e tutti. C’era con noi un volontario peruviano venuto in visita per alcuni giorni ed è stato sorprendente vedere come Dionisio lo guardasse attento. Forse gli ricordava qualcuno che lui conosceva. Non sappiamo, ma è rimasto con lo sguardo fisso su di lui per un certo periodo di tempo. Lo abbiamo coccolato ed Elena gli ha parlato e sembrava contento. Il 30 gennaio ho visto Dionisio molto addormentato e con gli occhi socchiusi. Elena ha cercato di tranquillizzarmi: Dionisio è stato uno dei primi malati ad arrivare nella Clinica, è a letto da sette anni, un giorno sembra star bene e l’altro male, però è ancora qui. A metà febbraio 2012 Dionisio è migliorato molto rispetto alla sua condizione di malato cronico, ha ricominciato a mangiare e quando sono di turno lo imbocco per aiutarlo. Mi conosce e lo faccio sorridere parlandogli con affetto e dicendogli che il cibo lo rende bello. Gli chiedo se gli piace e mi sussurra di sì. In questi giorni lo si nota con uno sguardo più vivace e attento. Gli bruciano gli occhi e gli lacrimano continuamente. Quando gli bruciano molto affonda la testa nel cuscino. Gli voglio molto bene e in lui vedo la sofferenza di Cristo. Mi chiedo spesso quante persone così Dio ci deve porre davanti affinché capiamo il perché della sofferenza. 

Andrea era una ragazza di 17 anni malata di cancro che ha rapito il cuore di tutti in Clinica. Sua madre, Tomasa, mi ha raccontato che la figlia dopo aver compiuto quindici anni ha cominciato ad avere il vomito e la pancia gonfia. Quando l’ha portata da una dottoressa, questa le ha detto che era incinta e la ragazza ha risposto alla mamma che era impossibile. La madre le ha creduto: era una buona figlia, molto dedita allo studio e molto vicina a sua mamma, in tutto. Una madre conosce sua figlia. Questa mamma è una moglie giovane, di 36 anni, con un coraggio incredibile, sofferente come la Addolorata e con gli occhi rossi e gonfi, ma dolce e tenera al fianco di sua figlia che, mentre agonizzava, le teneva forte la mano. Mi diceva Tomasa: «Guarda come mi afferra la mano, sa che sono io». Io avevo cercato di prenderle l’altra, ma con me non aveva fatto nessun gesto. La madre mi raccontava che Andrea le chiedeva sempre scusa per i disturbi che le dava. Le chiedeva scusa e la ringraziava in ogni momento. Stava ricamando una stoffa e si sedeva sul balcone per guardare da lì la figlia. Doveva finire il ricamo che aveva cominciato Andrea e che le aveva chiesto di terminare perché non aveva più forza nelle mani. Questa ragazza diceva sempre a padre Aldo di sentirsi benedetta. Ha lasciato questo messaggio meraviglioso sul significato del dolore e sull'accettazione della volontà divina. 

«Perché prorio a me?» 
César, un ragazzo giovane senza un braccio a causa della malattia, con una gran collera per quello che gli succede, rimane zitto con lo sguardo fisso e serio, niente lo fa ridere. Gli ho suggerito di pregare, di conversare con Dio e di rivelare a Lui la sua rabbia, di chiedere una risposta a tutte le sue domande. Gli ho chiesto cosa desiderasse domandare e mi ha risposto: «Che voi siate dottoressa, perché possiate dirmi di tornare a casa». Mi ha rivelato che è da molto tempo che vive in Clinica e desidera uscire. César si ribella e non accetta questa sofferenza, non la capisce. 

Peter è un altro giovane malato di cancro, molto sconsolato e depresso perché non capisce le ragioni della sua malattia. Gli ho detto che il cammino di Dio a volte è molto tortuoso, talmente difficile che spesso possiamo non capirlo, ma che questo cammino è fatto per arrivare alla luce, a Dio. Ieri Peter è tornato a casa, ma non perché è guarito. Non esiste cura per la sua malattia, non ha e non ha mai avuto denaro per fare i trattamenti. Padre Aldo ha commentato la triste situazione di Peter, descrivendolo come un ragazzo di 19 anni pieno di vita. Il ragazzo chiede sempre: «Perché proprio a me questa malattia?». Nessuno ha una risposta. Possiamo solamente offrire questo dolore con fede, perché solo il Mistero di Dio può dare una risposta. 
Questa settimana Gabi, l’aiutante di Elena, mi ha raccontato che Peter è morto in ospedale. 

María, una bella donna dagli occhi azzurri, passeggiava per i corridoi chiedendo delle arance che poi conservava nel cassetto del suo comodino. In cucina non volevano più dargliele perché aveva una stanza sporca e disordinata. Mi parlava in guaraní e non la capivo, ma cercavo di servire anche lei, portandole l’acqua e il pasto. Ultimamente era molto fastidiosa perché non faceva altro che lamentarsi della compagna di stanza che non voleva nè aria condizionata nè il ventilatore. Quando è morta sono stata all’obitorio per recitare un rosario. Aveva il volto bello, bianco, con le guance paffute e i capelli biondi. Era molto affascinante e adesso chiedo che Dio la renda ancora più bella di fianco ai molti altri che sono già andati nell’aldilà e che possa continuare a mangiare le sue arance. 

L’anziano Sigfrido è stato portato in Clinica dopo aver vissuto in un pollaio per molti anni, in condizioni disumane. In Clinica dovevo aiutarlo a mangiare, spesso lo imboccavamo ma lui voleva sempre toccarci le braccia e questo rendeva il tutto sempre molto difficile. Qualcuno diceva che lo faceva apposta perché era un don Giovanni. È morto avvolto in un abbraccio di amore di questa Clinica e tra lenzuola bianche morbide e pulite. 

La grazia della manicure 
Alcuni giorni fa sono stata con Lucy, la nostra cara amica che da tanti anni si occupa di manicure. Quando le ho proposto di venire in Clinica mi ha risposto che l’avrebbe fatto volentieri. Così un pomeriggio ha fatto mani e piedi a quattro malate: Cintia, María, Natividad e Norma. Non c’è stato tempo per accontentarne altre quel giorno. Le quattro fortunate erano sorridenti, Natividad continuava a dire di essere benedetta e Norma era sempre sorridente. Lo stesso sorriso che si trova costante in alcuni ammalati e quello, per esempio, di sorella Sonia, l’unica con abito religioso, bianco immacolato, che porta benedizioni nei letti degli afflitti e dona sorrisi a coloro a cui non rimane altro che una smorfia di dolore sulla bocca. Gioia e tristezza, smorfie di dolore e sorrisi si uniscono nei volti sofferenti dei malati della Clinica. Qui si trovano il dolore e la grazia santificante che benedice coloro che soffrono, e poi l’amore umano e misericordioso che insieme crea un’unità per vivere la realtà cristiana in queste condizioni. 
Dea Frizza
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lunedì 12 novembre 2012

Aiutaci a diffondere la tua fragranza! (Santi 6)

O Gesù, aiutaci a diffondere la tua fragranza ovunque noi andiamo. 
Infondi il tuo Spirito nella nostra anima e riempila del tuo amore affinché penetri nel nostro essere in modo così completo che tutta la nostra vita possa essere soltanto fragranza e amore trasmesso tramite noi e visto in noi, e ogni anima con cui veniamo a contatto possa sentire la tua presenza nella nostra anima, e poi guardare in su e vedere non più me, ma Gesù. Resta con noi, e noi cominceremo a brillare della tua luce, a brillare per essere una luce per gli altri. 
La luce, o Gesù, sarà la tua, non verrà da noi, sarà la tua luce che brillerà sugli altri attraverso noi. 
Lascia che ti rivolgiamo le nostre preghiere nel modo che più ami, spargendo la luce su quelli che ci circondano. 
Lasciaci predicare senza predicare, non con le parole, ma con l'esempio. 
Con la forza che attrae e l'influsso di quel che facciamo. 
Con la pienezza dell'amore che abbiamo per te nel nostro cuore. Amen. 
( MADRE TERESA DI CALCUTTA ) 
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domenica 11 novembre 2012

Domenica XXXII t.ord. 11-nov-2012 (Angelus 107)

Cari fratelli e sorelle! 
La Liturgia della Parola di questa domenica ci presenta come modelli di fede le figure di due vedove. Ce le presenta in parallelo: una nel Primo Libro dei Re (17,10-16), l’altra nel Vangelo di Marco (12,41-44). Entrambe queste donne sono molto povere, e proprio in tale loro condizione dimostrano una grande fede in Dio. La prima compare nel ciclo dei racconti sul profeta Elia. Costui, durante un tempo di carestia, riceve dal Signore l’ordine di recarsi nei pressi di Sidone, dunque fuori d’Israele, in territorio pagano. Là incontra questa vedova e le chiede dell’acqua da bere e un po’ di pane. La donna replica che le resta solo un pugno di farina e un goccio d’olio, ma, poiché il profeta insiste e le promette che, se lo ascolterà, farina e olio non mancheranno, lo esaudisce e viene ricompensata. La seconda vedova, quella del Vangelo, viene notata da Gesù nel tempio di Gerusalemme, precisamente presso il tesoro, dove la gente metteva le offerte. Gesù vede che questa donna getta nel tesoro due monetine; allora chiama i discepoli e spiega che il suo obolo è maggiore di quello dei ricchi, perché, mentre questi danno del loro superfluo, la vedova ha offerto «tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere» (Mc 12,44). 
Da questi due episodi biblici, sapientemente accostati, si può ricavare un prezioso insegnamento sulla fede. Essa appare come l’atteggiamento interiore di chi fonda la propria vita su Dio, sulla sua Parola, e confida totalmente in Lui. Quella della vedova, nell’antichità, costituiva di per sé una condizione di grave bisogno. Per questo, nella Bibbia, le vedove e gli orfani sono persone di cui Dio si prende cura in modo speciale: hanno perso l’appoggio terreno, ma Dio rimane il loro Sposo, il loro Genitore. Tuttavia la Scrittura dice che la condizione oggettiva di bisogno, in questo caso il fatto di essere vedova, non è sufficiente: Dio chiede sempre la nostra libera adesione di fede, che si esprime nell’amore per Lui e per il prossimo. Nessuno è così povero da non poter donare qualcosa. E infatti entrambe le nostre vedove di oggi dimostrano la loro fede compiendo un gesto di carità: l’una verso il profeta e l’altra facendo l’elemosina. Così attestano l’unità inscindibile tra fede e carità, come pure tra l’amore di Dio e l’amore del prossimo – come ci ricordava il Vangelo di domenica scorsa. Il Papa San Leone Magno, di cui ieri abbiamo celebrato la memoria, così afferma: «Sulla bilancia della giustizia divina non si pesa la quantità dei doni, bensì il peso dei cuori. La vedova del Vangelo depositò nel tesoro del tempio due spiccioli e superò i doni di tutti i ricchi. Nessun gesto di bontà è privo di senso davanti a Dio, nessuna misericordia resta senza frutto» (Sermo de jejunio dec. mens., 90, 3)
La Vergine Maria è esempio perfetto di chi offre tutto se stesso confidando in Dio; con questa fede ella disse all’Angelo il suo «Eccomi» e accolse la volontà del Signore. Maria aiuti anche ciascuno di noi, in questo Anno della fede, a rafforzare la fiducia in Dio e nella sua Parola. 
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La tattica del diavolo (Interventi 148)

Una meditazione di Don Luciano: 

Una cara persona mi ha scritto dall'Australia. Quando penso all'Australia mi vengono subito in mente alcune cose: i canguri, gli aborigeni e il boomerang. Il boomerang è quello strumento solitamente di legno che gli aborigeni usavano per la caccia e la guerra. La forma ricurva gli conferisce proprietà aerodinamiche - mentre è in volo, il boomerang ruota su sé stesso; in questo modo le sue estremità possono colpire con violenza la testa dell'animale cacciato. Se lanciato correttamente, compie un'ellisse perfetta, tornando alla persona che l'ha scagliato. La parola "boomerang" viene spesso usata anche metaforicamente per indicare un'azione che si ritorce contro chi l'ha iniziata. 
Bene, se cerchi di vivere per Gesù Cristo, ti posso garantire che il diavolo cercherà di scagliarti addosso tutto quello che ha a disposizione, pur di farti cadere. Magari proprio in questo periodo stai cercando di schivare qualcuno dei suoi missili, e ti senti sotto pressione. Ma c'è una buona notizia - quando il diavolo ti scaglia addosso il suo boomerang per buttarti giù, puoi prenderlo al volo e restituirglielo dritto in testa - facendogli desiderare di non avertelo mai scagliato addosso. Come? Con le cose che ti sta scagliando addosso! 
E' Dio che ti dice comportarti così. In Luca 4, 1 e seguenti, la Bibbia dice: «Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: "Se tu sei Figlio di Dio, di' a questa pietra che diventi pane". Gesù gli rispose: "Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo"». 
Il diavolo scaglia addosso a Gesù tre boomerang - e ogni volta Gesù sceglie testardamente di obbedire a quello che la Parola dice invece di cadere in quello che satana propone. E nota bene il risultato finale - «Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato. Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione». Questo è straordinario - quelle tentazioni, che erano finalizzate a stendere Gesù al tappeto, lo hanno invece reso più forte e più pieno di Spirito Santo. E satana lì a dirsi: "Mi sono fregato da solo!" Colpito dal suo stesso boomerang. Che bello! 
Questo è esattamente quello che succede quando il diavolo di scaglia addosso le sue tentazioni. Probabilmente lui ripete la stessa tattica che ha usato con Gesù nel deserto - aspetta che tu raggiunga il tuo «deserto», quando sei più vulnerabile. Tocca i tasti giusti dei tuoi bisogni più profondi - di essere amato, considerato, accettato, riconosciuto, non più ferito, un po' di piacere e soddisfazione anche per te... Il nemico della tua anima, ovvio, si aspetta che tu abbocchi all'esca che ti sta gettando - la usa per poi scoraggiarti... o farti scendere a dei compromessi... per fare in modo che tu pensi sempre a te stesso... per confondere le tue priorità... per deprimerti... per farti tornare indietro... o per farti abbandonare tutto. 
Ma Dio ti dice - «Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi» (Giacomo 4,7). Per prima cosa devi riconoscere da dove vengono questi sentimenti, chi ti fa sentire quella pressione. Poi, devi fare una scelta cosciente e dire: «Io so chi sei tu, e cosa vuoi, ma non ci casco! Io "attingo forza nel Signore e nel vigore della sua potenza"!» (Efesini 6,10). E per finire, ti impunti testardamente su quello che il Signore dice e fai le tue scelte seguendo quello che dice la Parola di Dio e non la voce di satana o i tuoi sentimenti. Cosa fa allora il diavolo? Ti combatte? No - si allontana da te. Ogni volta che superi un esame di questi, diventi sempre più forte e più abbandonato a Gesù. 
Le cose che erano messe lì per farti cadere ti hanno reso invece spiritualmente più forte di prima! E satana è lì a desiderare di non aver mai scagliato quel boomerang nella tua direzione - ha mancato te e ha colpito lui! 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto 
don Luciano
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sabato 10 novembre 2012

La Parola di Dio è viva (Interventi 147)

Vi propongo questa catechesi di Don Vincenzo Carone:

Nella Sacra Scrittura leggiamo: la Parola di Dio è viva, efficace, penetrante e tagliente. 
Cercherò per quanto è possibile di farti comprendere il significato profondo di queste parole che per molti sono misteriose. 
Tu sai che Gesù è la Parola di Dio che si è fatta uomo, nel rapporto con noi, quando tu accogli la Parola, cioè la consideri la guida del tuo essere e delle tue azioni, accogli il Signore. Lo senti prima vicino, col tempo e l’esperienza lo senti dentro di te e infine tu ti senti in Lui, io vivo, diceva San Paolo, ma è Cristo che vive in me, il mio vivere è Cristo. 
Prova a perseverare nell'ubbidienza alla fede, nella partecipazione alla Eucarestia e nella preghiera e vedrai che l’esercizio costante delle virtù cristiane ti porteranno a vivere quello che ti sto dicendo. Cristo vive in me, la Parola contiene la stessa vita divina e per questo è efficace, penetra la profondità del tuo essere, ti cambia radicalmente non nel tuo temperamento, non elimina le tue miserie e fragilità, edifica in te una mentalità nuova, le convinzioni diventano diverse dalle tue, ti apre la prospettiva di una vita vissuta e sacrificata unicamente per l’amore a Dio e al prossimo. 
Realizzi cosi la raccomandazione del Signore: rinneghi te stesso, prendi la tua croce quotidiana e lo segui sulla via della preghiera e delle opere buone. Infine la Parola di Dio è tagliente, cioè divide in due il tuo essere uomo e il tuo essere figlio di Dio, mentre lo divide lo riunisce in una unità sostanziale diversa da quella di prima. 
Prima tu eri un uomo che viveva la sua vita sulla terra per realizzare un progetto che ti eri posto fin dall'inizio. Tutto dipendeva da te, tu tendevi a concretizzare i tuoi desideri e i tuoi sogni. Adesso invece tu sei un uomo che vive intensamente la sua vita terrena non più come uomo, ma come figlio di Dio. 
L’adempimento dei tuoi doveri, il tuo operare nella società, il successo, l’insuccesso, le persone con cui dividi la tua esistenza terrena, tutto diventa il luogo dove tu vuoi sviluppare e realizzare le virtù cristiane
Il prossimo, sia quello vicino e sia quello lontano, non è più visto nella prospettiva di una convivenza pacifica, è visto invece come il destinatario delle tue opere buone e dei tuoi sacrifici, queste opere fanno nascere e vivere la tua esistenza in un amore intimo e profondo con Cristo. 
Spero di essere riuscito a farti capire che il cristianesimo non ti distrugge la vita umana, ma la trasforma in vita divina che si sviluppa e realizza nella vita umana, se ci tieni a sapere come vanno veramente le cose, devi rivolgerti allo Spirito Santo. 
Il compito dello Spirito del Signore non è quello di dispensare doni straordinari che fanno di te un uomo superiore agli altri. lo Spirito Santo taglia dal male e unisce a Cristo la tua esistenza terrena e ti dona “i doni straordinari” unicamente affinché tu trasformi la tua esistenza di uomo in un uomo che diventa figlio di Dio.
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Padre Livio scrive 10/11/2012

Cari amici, 
la Regina della pace sta chiamando e formando i "suoi apostoli". 
I suoi ultimi messaggi esprimono la sua sollecitudine di avere persone preparate ad affrontare il tempo della prova della fede, durante il quale le anime saranno passate al setaccio. 
Vuole che i suoi apostoli siano pieni di sapienza e di forza divine. La sapienza per insegnare e per giudicare secondo la verità di Dio. 
La forza per andare controcorrente e per resistere all'impero del male. La battaglia va combattuta con la testimonianza quotidiana dell'amore di Dio, che si è rivelato in Gesù Cristo. 
Ci chiede il digiuno e la preghiera perché Lei possa ottenere da suo Figlio le grazie necessarie. 
Ci ammonisce a non prendere alla leggera la responsabilità che ci ha affidato e di non affliggere il suo Cuore materno. 
Vuole fidarsi di noi, ma sembra in apprensione perché ci vede deboli. 
Per questo apre il messaggio esortandoci alla perseveranza. 
Cari amici, diciamo "Sì, Sì" alla Madre. 
Non ci pentiremo di esserci messi al suo servizio. 
Ricominciamo ogni giorno. 
Vostro P. Livio
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venerdì 9 novembre 2012

Da dove viene la gioia (Contributi 759)

Leggo e riporto questa intervista dal sito della Fraternità Sacerdotale San Carlo: 

L’11 ottobre 2012 è iniziato l’anno della fede, indetto da papa Benedetto a cinquant’anni dall’apertura del Concilio Vaticano II. Fede è parola misteriosa, spesso sepolta sotto un cumulo di pregiudizi, pensieri, dibattiti. Abbiamo chiesto a don Paolo Sottopietra, vicario generale della Fraternità san Carlo, di aiutarci a capirla meglio. 
E a entrare nella sua profondità. 

Che cos’è la fede? 
Nel XXIV canto del Paradiso, Dante mette in bocca a san Pietro una domanda: «Questa cara gioia sulla quale ogni virtù si fonda, onde ti venne?» E con «cara gioia» intende la fede: pietra preziosa e vera letizia insieme. Questo ci ricorda che credere, vivere la fede, è innanzitutto qualcosa che ci spalanca l’animo. È un’esperienza che ci libera, non un’esperienza opprimente. È come trovare una gemma lungo il proprio cammino. Così, parlare della fede è parlare della possibilità della gioia. E scoprire cosa può davvero darcela. 

Da dove viene la gioia? 
La gioia viene dall'esperienza del dono, da qualcosa che ci viene donato senza che ce lo meritiamo, senza che neppure ce lo aspettiamo. La gioia non deriva da qualcosa che noi facciamo. Pensiamo alla grande battaglia del Papa contro la tentazione di porre la speranza in ciò che l’uomo produce, fa da se stesso. Contro una concezione del sapere come potere. La gioia non consiste in ciò che noi facciamo. Quando siamo noi i protagonisti proviamo magari soddisfazione, spesso orgoglio, oppure compiacimento di noi stessi; ma queste sono soltanto parodie della gioia. La gioia viene da un dono. 
Ma cosa ci viene donato? Cosa desideriamo di più nella vita? Desideriamo saperci e sentirci amati. Voluti. Così, l’anno della fede vuole innanzitutto ricordarci che Dio è una presenza buona, positiva, amante. Non è un pericolo e neppure un traditore. È qualcuno che ci ama. E noi possiamo partecipare al suo amore, possiamo ricambiarlo. 

Che cosa vuol dire scoprire che Dio è una presenza buona? 
Vuol dire innanzitutto riscoprire la preghiera. Nella vita di tutti i giorni, vivere la fede vuol dire cercare un rapporto con Dio. E il rapporto quotidiano con Dio è la preghiera. La fede diventa così desiderio di conoscere meglio Gesù e i santi. In questo modo, possiamo anche conoscere meglio noi stessi: più il dialogo con Dio entra nella nostra vita, più il nostro essere fiorisce. Se la nostra anima si apre a Dio, il nostro spirito, il nostro io più profondo, diventa più forte, più vivo. 

Come vivrà la Fraternità san Carlo questo anno della fede? 
Innanzitutto vuole prestare attenzione a quello che il Papa ha detto e dirà. Vogliamo seguire l’ideale che Benedetto ci indica con quella sua capacità magistrale di essere semplice quando parla. Il Papa lotta contro l’idea di un cielo “chiuso”, di un orizzonte soffocante, in cui non ci può essere rapporto con Dio. Se il cielo è chiuso, le esperienze più profonde dell’uomo non hanno senso: non ha senso l’amore, non ha senso la giustizia, non ha senso la libertà, non ha senso la bellezza. C’è solo la morte, la violenza, l’assurdità del destino. E rimane soltanto il disperato tentativo dell’uomo di rimanere sulla cresta dell’onda della storia. Ma il cielo non è chiuso, e il Papa ci invita a riscoprire il Padre esigente e misericordioso che lo abita e che desidera che gli uomini lo amino. 

Qual è il cuore del messaggio del Papa? Dove vuole portarci? 
A percepire la fede come una chiamata. Questa è l’esperienza decisiva, senza la quale la fede rimane qualcosa di astratto. Se non percepiamo l’esistenza di Dio Padre come un appello alla nostra vita, che ci chiama in causa personalmente, nella circostanza quotidiana, la fede sarà una questione marginale. Non ci coinvolgerà. Tutto si gioca nella profondità con cui l’appello del Mistero è colto da ciascuno di noi e nella decisione con cui rispondiamo ad esso. La fede è una chiamata, ecco cosa significa che la fede è un dono.

Come possiamo capire se la nostra fede è viva? 
C’è un modo semplice: la nostra fede è viva quando la nostra speranza è determinata dai contenuti del Credo e non dalle nostre capacità o dai nostri successi. I contenuti del Credo, quelli che recitiamo la domenica, quelli a cui aderiamo nella preghiera: Dio padre onnipotente, Gesù disceso dal cielo, crocifisso e risorto, lo Spirito Santo, la Chiesa… se queste cose sono il vero orizzonte in cui ci muoviamo tutti i giorni, se sono il motore della nostra speranza quotidiana, allora la fede è in dialogo vivo. E genera testimonianze commoventi, anche di fronte al mistero del dolore e della morte. 

Se la fede è dono, dobbiamo soltanto aspettare che accada? 
Tutto è dono. E proprio il fatto che dipendiamo, che non possiamo aggiungere neppure un giorno alla nostra vita, e comunque non possiamo renderla eterna, ci porta a Colui da cui tutto viene. Ci porta a cercare Dio e, cercandolo, a conoscerlo. Più lo conosciamo, però, ecco il punto, più l’esperienza della fede diventa esigenza di cambiamento: veniamo infatti attirati dalla bellezza di Dio e capiamo anche che a Dio dobbiamo rispondere. Questo non ci deve spaventare: al contrario, è una possibilità di pace. Pace nei rapporti, a cominciare da quello con noi stessi e con le persone che amiamo di più. Parlo di una pace realistica, non magica; una pace che non dimentica le ferite, che non censura il male; fondata sul perdono, sulla possibilità di riaccogliere e di ricominciare. Queste esperienze così intime e così personali sono già in realtà il cambiamento del mondo, a partire dalla famiglia, per allargarsi poi alla società. 

Se uno desidera una fede così, gioiosa, buona, laboriosa, che cosa deve fare? 
Stare vicino a quelli che hanno risvegliato in lui questo desiderio. E mettersi in ascolto di ciò che dicono, di ciò che vivono. Questo lo aprirà ad un mondo nuovo.
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giovedì 8 novembre 2012

Se la fede non diventa novità di vita, rimane opinione (Contributi 758)

Un intervento di Mons. Luigi Negri a conclusione del Sinodo 

Che cosa mai si saranno dette le schiere di porporati e vescovi che per quasi tutto il mese di ottobre si sono riuniti a Roma con il Papa durante i lavori del sinodo? Bastava essere ieri sera a Monza, all’Urban Center di via Turati 6, a due passi dalla stazione del treno, per scoprirlo. In una sala gremita da almeno duecento persone, molte delle quali in piedi, i presenti hanno avuto l’opportunità di ascoltare la testimonianza diretta di monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino e Montefeltro, invitato dal Centro Culturale Talamoni, insieme all’arciprete di Monza, monsignor Silvano Provasi, a dialogare sul tema “Il mistero della Chiesa tra peccato e redenzione”. Negri è stato uno dei pochi prelati a essere stato invitato personalmente da Benedetto XVI al sinodo romano. Ecco di seguito i principali passaggi, liberamente appuntati da chi scrive, enucleati nel suo intervento di ieri dal vescovo di origini milanesi e da sette anni trapiantato nella diocesi sammarinese. 

PERCHE’ LA CHIESA. 
«Se si vuole parlare della Chiesa oggi – ha esordito Negri – non si può che partire dalla nostra esperienza di uomini». Ma proprio la sua esperienza di uomo, prima che di prete e di vescovo, gli ha insegnato che oggi ad essere in crisi non è tanto la nozione di Chiesa, quanto piuttosto l’idea di “mistero”; e «quando si parla di Chiesa, in primo piano c’è sempre la parola “mistero”», perché «è il mistero di Cristo che si dà nella sua Chiesa». Gesù Cristo, infatti, «non è finito in un libro o in un’impostazione morale; è finito nel Suo popolo». Per questo, «per capire Cristo e la Chiesa oggi bisogna capire prima il mistero». Altrimenti è inevitabile scadere in una «riduzione intimistica» del fenomeno religioso. Del resto, anche Reinhold Neibuhr già aveva compreso che «non esiste risposta più assurda di quella a una domanda che non si pone». E questo vale anche per l’uomo contemporaneo che «crede solo nella sua istintività» e «per risolvere i suoi problemi, non sa fare altro che affidarsi alla tecnica e alla tecnologia che è l’ultima delle tecniche» in una società ormai in preda a un «individualismo teso solo al raggiungimento del benessere». 

MISTERO E MODERNITA’. 
È «la modernità che ha provato a eliminare il mistero», ha provato a ricacciare l’uomo nella totale «separazione tra ragione e mistero», respingendo l’idea stessa di “mistero”. «Nulla di misterioso ci sarebbe dunque nell’esperienza umana». Peccato che questo «filo conduttore imponente della modernità, che con i totalitarismi del Novecento è divenuto ideologia dominante, fino a portare gravi conseguenze nella vita della società», non è riuscito a «cancellare dal cuore stesso dell’uomo il bisogno di altro, del mistero». Nemmeno ora che è rimasto vittima degli innumerevoli “ismi” della storia. Nel cuore di questo uomo che, come diceva Giovanni Paolo II al Meeting di Rimini nel 1982, ricordato da Negri, «è annichilito ma non distrutto», il mistero, infatti, «anche se in negativo, è ancora presente». L’uomo, diceva Pascal, supera infinitamente l’uomo. E l’uomo, anche oggi, «vuole veder Dio, anche quando non gli sembra più possibile». 

LA SAMARITANA E UN FATTO
È a questo punto che Negri entra nel vivo dei contenuti del sinodo di Roma. Perché non c’è uomo o donna che non abbia provato a sentirsi, almeno una volta nella vita, come la donna di Samaria che, «come genialmente l’ha descritta il Papa ai padri sinodali, si trova accanto a un pozzo con un’anfora vuota, nella speranza di trovare l’esaudimento del desiderio più profondo del cuore, quello che solo può dare significato pieno all’esistenza, ma senza risorse reali per colmare la sete della vita. È una donna – continua Negri – che si trova nella stasi di una vita puramente reattiva». Ebbene, è a questa donna, che è ciascuno di noi, che «si presenta un uomo che si propone di camminare con lei». Una «proposta incredibile». 

UN UOMO, NON UN’IDEA. 
«Il cristianesimo – spiega Negri – è questo fatto: il Mistero che si fa presente, si dice in una presenza: quello che voi non potete conoscere, io ve l’annuncio». Una presenza carnale, irriducibile, che «accetta la sfida della storia, dicendo: “io sono Dio”». È sorprendente per la sua concretezza il passaggio del Catechismo della Chiesa Cattolica che monsignor Negri cita per rendere evidente la storicità di questo fatto: «Noi crediamo e professiamo che Gesù di Nazareth, nato ebreo da una figlia d’Israele, a Betlemme, al tempo del re Erode il Grande e dell’imperatore Cesare Augusto, di mestiere carpentiere, morto crocifisso a Gerusalemme, sotto il procuratore Ponzio Pilato, mentre regnava l’imperatore Tiberio, è il Figlio eterno di Dio fatto uomo, il quale è “venuto da Dio” (Gv 13,3), “disceso dal cielo” (Gv 3,13; 6,33), venuto nella carne; infatti “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. [...] Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia”». 

E OGGI? 
«Il Cristo nella Sua totalità, spiegava già Sant’Agostino, è il Cristo nella Chiesa – incalza il vescovo di San Marino – è qui che permane la Sua potenza di Crocifisso e Risorto». La Sua presenza, infatti, continua nella «struttura sacramentale della Chiesa». La potenza di Dio viene così «racchiusa nella materialità del pane e del vino», di una carnalità. Per questo anche noi oggi «Cristo lo incontriamo nel Suo popolo, nelle circostanze obiettive e concrete della vita», attraverso «l’assunzione critica delle questioni in cui ci imbattiamo». Ed è proprio «il mistero di Cristo alla base del mistero della Chiesa». Qui sta anche il compito dei cristiani oggi, spiega Negri, approfondendo il contenuto del sinodo sulla Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana: «Indirizzare lo sguardo degli uomini al mistero di Cristo». 

LA BATTAGLIA DELL’EDUCAZIONE. 
Il tema dell’educazione è stato al centro dell’intervento di monsignor Negri nell’aula sinodale. «È soltanto nell’educazione che la fede diviene esperienza reale» e offre quella «forza morale che serve per camminare dietro al Signore». Infatti, solo verificando la pertinenza della fede alle esigenze della vita, proprio quelle che attanagliano la Samaritana seduta con l’animo vuoto sopra il pozzo, la fede «diviene esperienza di una presenza che ci cambia e dilata il cuore e la ragione». Se così non fosse la fede non diventerà mai «la novità della vita». Anzi, nel tempo, diventerà «opinabile». Ma c’è un test per verificare la fede per un cristiano? Sì. È «il primo richiamo che Gesù fa nel Vangelo: “metanoeite”, letteralmente “convertitevi”, convertite l’intelligenza, cambiate mentalità». È questo il «punto sintomatico di un modo nuovo di ragionare». Perché «la Chiesa ti educa nella misura in cui ti fa capire che la fede diventa cultura». Se no «rimane astratta». Qui «si gioca la maturità cristiana: in noi e nel mondo che desidera vedere questa mentalità nuova in noi». La fede che, come diceva anche San Carlo Borromeo, è «forma del cuore, della nostra umanità»; la fede che «abilita i credenti a comprendere meglio l’uomo», la fede di don Carlo Gnocchi che «formava un carattere nuovo e diverso». E questa è la «proposta che noi portiamo alla libertà di ciascuno». Ma ciò «non sarà possibile senza la certezza» sul mistero di Cristo. E SE SBAGLIAMO? «Il tradimento – conclude Negri rispondendo alle domande del pubblico – non è altro che la conseguenza della miseria degli uomini. Certo, l’incoerenza svuota la vita della persona che fa esperienza dell’umiliazione. Ma il tradimento, prima di essere un tradimento morale è ideale. Noi dobbiamo essere responsabili, e chiedere di essere aiutati, in questa coerenza ideale. Allora uno matura. E diventa puro, cammina verso la purezza, come Egli è puro». Questo ha ricordato monsignor Luigi Negri, arcivescovo di San Marino e Montefeltro, ieri sera a Monza in un’aula gremita e attenta. Proseguendo con certezza sulla strada di quel pellegrinaggio che la Chiesa, come dice il De Civitate Dei di Sant’Agostino, conduce «tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio».
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Contenti di essere figli (Santi 5)

Che oggi ci possa essere la pace dentro te. 
Che tu possa credere nel tuo più alto potere: che tu ora ti trovi esattamente nel posto in cui il tuo destino voleva tu fossi. 
Che tu possa sempre tenere a mente le infinite possibilità che nascono dalla fede. 
Che tu possa usare i doni che hai ricevuto,e trasmettere l'amore che ti è stato dato... Possa tu essere sempre contento di sapere di essere figlio di Dio... 
Lascia che questa presenza si radichi nelle tue ossa, e consenti alla tua anima di cantare la libertà, di danzare, di glorificare, e amare. 
È là per ciascuno di voi! 
( MADRE TERESA DI CALCUTTA )
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mercoledì 7 novembre 2012

Le circostanze sono fattori costitutivi della propria vocazione (Interventi 146)

Nuova testimonianza di Aldo Trento dal Paraguay: 

Cari amici, 
le circostanze, come ci ricorda continuamente don Julián Carrón, sono fattori costitutivi della propria vocazione. 
Se non riconosciamo esperienzialmente questa verità, la nostra autocoscienza sarà sempre vittima delle nostre emozioni, delle nostre reazioni. Per cui la vita sarà sempre un lamento, uno scaricare sulla realtà o sulle persone la propria rabbia. 
In questi mesi non c’è stato un giorno in cui il Mistero non abbia risparmiato nè me, nè quanti mi sono più vicini. E non sempre mettendoci davanti circostanze molto difficili, ma anche banali. 
L’altra sera, erano le 22, sono, come ogni notte, andato nella clinica per verificare come stavano i pazienti, se dormivano, se chi era grave stava per morire e per parlare un po’ con le infermiere, che sono quelle che portano il “peso” più duro. 
Avevano appena terminato di pulire Gesù. 
Per cui ho chiesto loro con che sguardo siano state davanti a Lui. Betty, un’infermiera bella e magra, mi consegna un foglio dove scrive: “Caro padre Aldo, questa notte mi sono resa conto di cosa sia la verifica della fede. Ero di turno nel blocco N° 2 della Clinica, dove Gesù è particolarmente triturato dal cancro. Non avevo mai provato nei 7 anni di lavoro nella clinica, tanto ribrezzo nel pulire Maria. Le secrezioni che uscivano da questo corpo, ormai consumato dal cancro, riempivano la stanza con un odore ripugnante. A un certo punto mi ha preso un senso di vomito. Per cui sono andata in bagno, vomitando quello che avevo mangiato. Non sapevo se ritornare da Maria (Gesù) e continuare l’igiene. Dopo un attimo mi son ricordata che quella povera donna è Gesù che soffre, per cui sono andata da lei per terminare la sua pulizia. E l’ho fatto con tanto amore, vedendo Gesù che soffriva, non tanto per il cancro, ma per la puzza che neanche lei sopportava. Ho chiesto perdono per la mia prima reazione di nausea e vomito. E questa situazione la vivono anche le mie compagne di turno. Se non ci fosse il Santissimo esposto nell’Eucaristia, sarebbe per noi impossibile avere cura di questo Gesù, con il corpo in cui sono già visibili i segni della putrefazione. Per di più viviamo un grande dolore quando i malati stessi ci dicono di non sopportare l’odore che emana il proprio corpo. Guardando Maria (Gesù) mi chiedo: “come può un essere umano, così perfetto fisicamente, giungere alla decomposizione essendo ancora vivo? Non mi è facile questo compito e se Cristo non fosse la ragione della mia vita, me ne andrei. Però offro tutto sapendo che il paziente è Gesù, per cui continuo a lottare”. 
Poi ci sono anche situazioni più semplici, come il mettere ogni mattino i fiori freschi sul comodino di ogni ammalato o lo stare seduto al fianco del moribondo accompagnandolo a morire. 
Spesso vedo arrivare già a notte fonda la direttrice medica o l’infettivologa. 
Chiedo loro il perché. E la risposta è molto semplice; “vengo a vedere come stanno i miei figli”. L’amore della specialista in AIDS, Cristina, è per me una provocazione continua a guardare in faccia Gesù. 
Amici, realmente Gesù mi ha fatto un dono grande nel creare questa clinica, in cui la morte è vinta dalla vita, cioè da Gesù. 
Il dolore è grande ma Gesù lo è infinitamente di più.
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Asciuga, Bambino Gesù, le lacrime dei fanciulli! (Santi 4)

Spingi gli uomini a deporre le armi e a stringersi in un universale abbraccio di pace! 
Invita i popoli, misericordioso Gesù, ad abbattere i muri creati dalla miseria e dalla disoccupazione dall'ignoranza e dall'indifferenza, dalla discriminazione e dall'intolleranza. 
Sei Tu, Divino Bambino di Betlemme, che ci salvi, liberandoci dal peccato. 
 Sei Tu il vero ed unico Salvatore, che l'umanità spesso cerca a tentoni. 
Dio della pace, dono di pace per l'intera umanità, vieni a vivere nel cuore di ogni uomo e di ogni famiglia. 
Sii Tu la nostra pace e la nostra gioia! 
Amen!
( MADRE TERESA DI CALCUTTA )


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martedì 6 novembre 2012

Hipólito (Contributi 757)

Una nuova toccante testimonianza di Padre Aldo Trento dal Paraguay: 

 «Tutto il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi/ non lascerai che il tuo fedele veda la fossa/ mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra». Con queste parole del Salmo 15, possiamo riassumere il miracolo del costante sorriso di Hipólito, morto nella Clinica da poco tempo. 
Veronica, una delle volontarie, durante la veglia funebre di questo grande e semplice uomo cantava per l’amico appena scomparso e per i suoi familiari e ci chiedeva di osservare e soffermarci sul sorriso di Hipólito. Così facendo, chi fino a quel momento si era soffermato solamente al dolore per la perdita del compagno, è stato costretto a guardare un segno evidente, perenne, eterno con il quale Hipólito era morto: un sorriso. 
Grato perfino nel dolore, diceva: «Sono pieno di dolori, ma oltre a questo che cosa ho? Assolutamente niente, sono felice, sono grato». Sorella Sonia alcuni giorni prima che morisse continuava a ripetergli: «Un uomo muore come ha vissuto». È stato immediato verificare come il sorriso pacifico e indolore di Hipólito, che sorella Sonia continuava a farmi notare, fosse una testimonianza efficace di quanto sia necessario donarsi in ogni istante, esattamente come il nostro amico ha fatto. 
I suoi familiari ci hanno raccontato che Hipólito amava tutto quello che gli era intorno, perfino gli animali, accettava tutto nonostante il suo dolore: con amore, affetto, sorriso e grande spirito di accoglienza. L’ultima volta che l’ho visto, stavo passando per il corridoio della Clinica e lui mi ha chiamato chiedendomi dell’acqua. Mentre gliela servivo ci siamo salutati e mi ha chiesto se fosse possibile non ricevere più molte visite, a causa dei forti dolori che lo facevano soffrire. Me lo ha domandato con un grande gesto di pazienza e allo stesso tempo di gratitudine, scusandosi per non riuscire più a intrattenere e prendersi cura delle persone che volevano venire a trovarlo. 
Veronica, la sera prima della sua morte, raccontava di come Hipólito condividesse il poco che possedeva con tutti gli altri, lo donava. Come quando regalava i biscotti a Norma, un’altra paziente della Clinica, anche lei sorridente e grata e molto ammirata da Hipólito. 
Io, intanto, cosa potevo dire? Non potevo vedere Cristo risuscitato, ma il sorriso di questo amico rendeva evidente al mio cuore che tutta questa sofferenza e tutta questa gratitudine sarebbero incomprensibili se non provenissero da Cristo stesso. Nessuno nel suo dolore potrebbe, senza offrirlo come ha fatto Hipólito, consegnarsi durante l’ultimo respiro con un sorriso di pace, come se stesse dormendo, come se il suo corpo non avesse smesso di esistere! Quel sorriso è qualcosa dell’altro mondo in questo mondo! 
Quando abbiamo ricevuto la notizia della morte di Hipólito avevamo appena celebrato due battesimi e un matrimonio nella cappella della nuova Clinica che tra poco verrà inaugurata: un luogo ricco di particolari identici a quelli delle chiese missionarie gesuite. Una cappella in cui la prima cosa che viene in mente è quella di inginocchiarsi davanti a rara bellezza, gloria celeste e terrena del passato gesuita evocato in questo luogo. Dopo aver celebrato le sacre funzioni siamo andati a festeggiare, sempre nella “multifunzionale” Clinica. Durante il momento del valzer, improvvisamente, Andrea, una grande amica che lavora qui, mi ha detto: «Hipólito è morto, vado a trovarlo». Colpito, mi sono fermato a pensare e le ho risposto che realmente in questo luogo dolore e gioia convivono. Tutto si coniuga in una sola cosa nella vita: una sola cosa, non una dualità. 
Abbiamo ballato il valzer, abbiamo tagliato la torta, abbiamo cantato, gli sposi erano grati e poi è arrivata la notizia della morte di Hipólito. La sposa è una delle infermiere della Clinica e suo marito uno dei muratori che ci hanno aiutato a costruire il pavimento della cappella e varie parti della nuova Clinica. Vivevano con i loro figli e invece ora sono marito e moglie, sono un “di più”, uno spettacolo definito dal fatto che appartengono a un luogo in cui sono educati, in parole e opere, a vivere la vita, la fede. 
Per questo hanno deciso di celebrare il sacramento del matrimonio, superando la paura che prima o poi la relazione sarebbe potuta finire. Una paura che era diventata obiezione allo sposarsi, un timore vinto quando è stato chiaro per loro che affidare a un Altro la propria relazione (vale per tutti i tipi di relazione) può far sì che lo stare insieme duri e sia per sempre! Dopo la festa abbiamo sistemato tutto e siamo saliti a salutare Hipólito all’obitorio. Uno potrebbe pensare alla sfortuna, alla disgrazia, a uno scherzo. Invece no, per noi è stato chiaro ed evidente di come Dio volesse indicare che la realtà è sua, è positiva ed eterna e che non dobbiamo censurare niente di quello che esiste. Dio ci vuole educare in tutto. Ha voluto ricordarci che è giusto festeggiare la vita ma anche festeggiare la morte perché essa non è altro che l’incontro definitivo con colui che ci ha pensati prima che fossimo concepiti nel ventre materno. 
Davanti a questi fatti, resta solo la gratitudine e la domanda al Signore affinché aumenti la mia fede, perché possa morire felice, in pace, lasciando nel mio corpo senza vita il sorriso, come ricordo dei giorni terreni e nell’attesa della risurrezione, che siamo già educati ad attendere e guardare nei fatti quotidiani.

lunedì 5 novembre 2012

Tornare in campo per vincere la partita (Interventi 145)

Ritorna con questa bella meditazione Don Luciano: 


Credo che tutti abbiate visto in TV almeno una volta una partita di pallavolo... quelle belle, della nazionale - e allora conoscete la scena. La tua squadra perde un punto dopo l'altro, il muro non riesce, gli schiacciatori sbagliano, e il set sta per essere compromesso. L'allenatore si alza in piedi, con il gesto della mano chiede il time-out - e immediatamente comincia a lavorare sulla squadra. Qualcuno beve un sorso d'acqua, qualcuno si asciuga il sudore - ma tutti ascoltano attenti le parole dell'allenatore. Adesso, con i microfoni a bordo campo, è persino possibile sentire quello che dice. Poche volte corregge i giocatori – sono professionisti e sanno stare in campo. Il più delle volte li incoraggia, dice che la partita è ancora tutta da giocare. Sta di fatto che quelle semplici parole fanno effetto - quando tornano in campo la squadra si è trasformata! Viviamo in un mondo dove tutti prima o dopo affondiamo sotto i colpi di qualche avversario - la salute, i soldi, un evento, una persona. E anche tu conosci un mucchio di gente che si sente sconfitta, battuta, pronta ad abbandonare la partita. Quello che li può tenere ancora in gioco è che trovino qualcuno che gli faccia fare un time-out e li rincuori per un altro set. 
 Spero che quel qualcuno sia tu. 
Abbiamo a questo proposito uno straordinario esempio nella Parola di Dio. In Atti degli Apostoli 4, 36 ci viene presentato «Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa "figlio dell'incoraggiamento"». C'era qualcosa in lui, nel suo modo di fare, che aveva fatto sì che gli apostoli appena lo vedevano pensavano all'esortazione positiva, all'incoraggiamento. Alla ricarica. Mi domando se è la stessa cosa che la gente pensa di te quando ti vede. Ogni volta che compare negli Atti degli Apostoli, Barnaba ci mostra come agisce il figlio dell'incoraggiamento. In Atti 9, per esempio, quando nessuno dei discepoli voleva persino sentire nominare Saulo di Tarso, anche se si era convertito - avevano paura che fosse un trucco per dare la caccia ai cristiani - Barnaba è stato l'unico che ha creduto in lui, è andato a cercarselo, lo ha presentato alla comunità, e ha fatto in modo che vi fosse accolto. Chi fa come Barnaba crede nelle persone quando nessun altro ci crede più. 
Spero che anche tu sia così. 
 In Atti 11,22-24 ci viene detto che Dio aveva cominciato a lavorare tra i pagani e a convertirli. «La notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, la quale mandò Barnaba ad Antiochia. Quando questi giunse e vide la grazia del Signore, si rallegrò e, da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede, esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore. E una folla considerevole fu condotta al Signore». Ecco un'altro aspetto del figlio dell'incoraggiamento - è capace di vedere quello che Dio sta facendo nella vita degli altri e soffia sulla brace perché si infiammi. Ora, se pensi che questa missione di figlio dell'incoraggiamento sia riservata solo a un gruppo scelto di persone come Barnaba, non dimenticarti quello che Dio dice a ciascuno di noi: «Incoraggiatevi a vicenda ogni giorno» (Ebrei 3,13). Allora, che aspetti? Stai guardando le cose giuste e belle che qualcuno sta facendo e lo stai ringraziando per questo? Stai davvero facendo sentire importante una persona quando sta insieme a te - o la senti piuttosto un ostacolo alle tue cose importanti che in quel momento avevi in mente di fare? Sai ascoltare il loro cuore - e non solo le loro parole? Sai guardare a quello che Dio sembra realizzare nelle loro vite e incoraggiarli a continuare? Guardi alle loro cose positive e glielo dici? In ogni caso, questo ministero dell'incoraggiamento è alla portata di tutti - e magari è proprio quello che ti serve per uscire dalla fossa del tuo vittimismo e del guardare sempre a te stesso. Questo ministero dell'incoraggiamento inizia in primo luogo con le persone della tua famiglia. Sono loro quelli che ne hanno più bisogno. 
Mi piace la parola "incoraggiare" - quando lo fai, metti letteralmente il coraggio dentro a quella persona. Qualcuno che forse è più bersagliato di te, più vicino a crollare di te, sull'orlo di perdere la partita più di quanto tu possa immaginare. Non saprai mai quanto il tuo incoraggiamento possa davvero fare la differenza nella vita di una persona. Quando sei a un passo dalla sconfitta, è solo quell'allenatore a bordo campo che può chiedere il time-out e farti tornare in campo trasformato. 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto 
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Ama la vita (Santi 3)

Ama la vita così com'è. 
Amala pienamente, senza pretese; amala quando ti amano o quando ti odiano, amala quando nessuno ti capisce, o quando tutti ti comprendono. 
Amala quando tutti ti abbandonano, o quando ti esaltano come un re. 
Amala quando ti rubano tutto, o quando te lo regalano. 
Amala quando ha senso o quando sembra non averlo nemmeno un po'. 
Amala nella piena felicità, o nella solitudine assoluta. 
Amala quando sei forte, o quando ti senti debole. 
Amala quando hai paura, o quando hai una montagna di coraggio. 
Amala non soltanto per i grandi piaceri e le enormi soddisfazioni; amala anche per le piccolissime gioie. 
Amala seppure non ti dà ciò che potrebbe, amala anche se non è come la vorresti. 
Amala ogni volta che nasci ed ogni volta che stai per morire. 
Ma non amare mai senza amore. 
Non vivere mai senza vita! 
( MADRE TERESA DI CALCUTTA )
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domenica 4 novembre 2012

L'amore solo è creatore (Interventi 144)

Quando dai, dai con generosità, col viso rischiarato dalla gioia. Non cercare di distinguere colui che è degno da colui che non lo è, che tutti gli uomini siano uguali ai tuoi occhi per amarli e per servirli, così tu potrai condurli al bene. 
Il Signore non ha forse condiviso la tavola con i pubblicani e le meretrici senza allontanare da sè gli indegni? Così tu accorderai gli stessi benefici, gli stessi onori all'infedele e all'assassino, tanto più che lui è anche un fratello per te, partecipe dell'unica natura umana. 
Ecco, figlio mio, un comandamento che io ti dono: che la misericordia prevalga sempre sulla tua bilancia, fino al momento in cui sentirai in te la misericordia che Dio prova verso il mondo. Quando l'uomo può riconoscere che il suo cuore ha raggiunto in sé la purezza? Quando considera tutti gli uomini come buoni, senza che qualcuno gli appaia impuro e sporco. Allora in verità, egli è puro di cuore. Che cosa è la purezza? In poche parole è la misericordia del cuore a riguardo dell'universo intero. E che cos'é la misericordia del cuore? E' l'amore bruciante per la creazione tutta, per gli uomini , per gli uccelli, per gli animali, per i demoni e per ogni essere del creato. 
Quando pensa a loro e quando li guarda, l'uomo sente i suoi occhi riempirsi di lacrime, di una profonda intensa pietà che gli stringe il cuore e lo rende incapace di accettare anche il più piccolo torto, la più piccola afflizione che gravi su una creatura. 
Per questo la preghiera accompagnata da lacrime si estende in ogni ora, sia sugli esseri sprovvisti di parola che sui nemici della verità, o su quelli che fanno del male, perchè siano custoditi e purificati. Una compassione immensa e senza misura nasce nel cuore dell'uomo e lo consimila a Dio. 
(Isacco Il Siro) 
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Domenica XXXI t.ord. 4-nov-2012 (Angelus 106)

Cari fratelli e sorelle! 
Il Vangelo di questa domenica (Mc 12,28-34) ci ripropone l’insegnamento di Gesù sul più grande comandamento: il comandamento dell’amore, che è duplice: amare Dio e amare il prossimo. I Santi, che abbiamo da poco celebrato tutti insieme in un’unica festa solenne, sono proprio coloro che, confidando nella grazia di Dio, cercano di vivere secondo questa legge fondamentale. In effetti, il comandamento dell’amore lo può mettere in pratica pienamente chi vive in una relazione profonda con Dio, proprio come il bambino diventa capace di amare a partire da una buona relazione con la madre e il padre. San Giovanni d’Avila, che ho da poco proclamato Dottore della Chiesa, così scrive all'inizio del suo Trattato dell’amore di Dio: «La causa - dice - che maggiormente spinge il nostro cuore all'amore di Dio è considerare profondamente l’amore che Egli ha avuto per noi… Questo, più dei benefici, spinge il cuore ad amare; perché colui che rende ad un altro un beneficio, gli dà qualcosa che possiede; ma colui che ama, dà se stesso con tutto ciò che ha, senza che gli resti altro da dare» (n. 1). Prima di essere un comando - l’amore non è un comando - è un dono, una realtà che Dio ci fa conoscere e sperimentare, così che, come un seme, possa germogliare anche dentro di noi e svilupparsi nella nostra vita. 
Se l’amore di Dio ha messo radici profonde in una persona, questa è in grado di amare anche chi non lo merita, come appunto fa Dio verso di noi. Il padre e la madre non amano i figli solo quando lo meritano: li amano sempre, anche se naturalmente fanno loro capire quando sbagliano. Da Dio noi impariamo a volere sempre e solo il bene e mai il male. Impariamo a guardare l’altro non solamente con i nostri occhi, ma con lo sguardo di Dio, che è lo sguardo di Gesù Cristo. Uno sguardo che parte dal cuore e non si ferma alla superficie, va al di là delle apparenze e riesce a cogliere le attese profonde dell’altro: attese di essere ascoltato, di un’attenzione gratuita; in una parola: di amore. Ma si verifica anche il percorso inverso: che aprendomi all’altro così com’è, andandogli incontro, rendendomi disponibile, io mi apro anche a conoscere Dio, a sentire che Egli c’è ed è buono. Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili e stanno in rapporto reciproco. Gesù non ha inventato né l’uno né l’altro, ma ha rivelato che essi sono, in fondo, un unico comandamento, e lo ha fatto non solo con la parola, ma soprattutto con la sua testimonianza: la Persona stessa di Gesù e tutto il suo mistero incarnano l’unità dell’amore di Dio e del prossimo, come i due bracci della Croce, verticale e orizzontale. Nell’Eucaristia Egli ci dona questo duplice amore, donandoci Se stesso, perché, nutriti di questo Pane, ci amiamo gli uni gli altri come Lui ci ha amato. 
Cari amici, per intercessione della Vergine Maria, preghiamo affinché ogni cristiano sappia mostrare la sua fede nell'unico vero Dio con una limpida testimonianza di amore verso il prossimo. 
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sabato 3 novembre 2012

Con la morte si apre la vita eterna, comunione piena con Dio (Contributi 756)

Un articolo di Tempi riprende l'omelia di Benedetto XVI alla Messa in suffragio dei Cardinali e Vescovi deceduti: 


Per il cristiano con la morte non finisce tutto: si apre «la vita eterna, che non è un infinito doppione del tempo presente, ma qualcosa di completamente nuovo. La fede ci dice che la vera immortalità alla quale aspiriamo non è un’idea, un concetto, ma una relazione di comunione piena con il Dio vivente: è lo stare nelle sue mani, nel suo amore, e diventare in Lui una cosa sola con tutti i fratelli e le sorelle che Egli ha creato e redento, con l’intera creazione». 

IL VALORE DELLE VISITE AL CIMITERO. 
Ha detto così oggi Benedetto XVI durante l’omelia per la messa celebrata, come ogni anno, in suffragio dei cardinali e dei vescovi morti durante l’anno. In una San Pietro affilatissima, il Papa ha detto che le visite ai cimiteri «inducono a riannodare un dialogo che la morte ha messo in crisi. Così, i luoghi della sepoltura costituiscono come una sorta di assemblea, nella quale i vivi incontrano i propri defunti e con loro rinsaldano i vincoli di una comunione che la morte non ha potuto interrompere». La morte infatti, «paradossalmente, conserva ciò che la vita non può trattenere. Come i nostri defunti hanno vissuto, che cosa hanno amato, temuto e sperato, che cosa hanno rifiutato, lo scopriamo, infatti, in modo singolare proprio dalle tombe, che sono rimaste quasi come uno specchio della loro esistenza, del loro mondo. E qui a Roma, in quei cimiteri peculiari che sono le catacombe, avvertiamo, come in nessun altro luogo, i legami profondi con la cristianità antica, che sentiamo così vicina». 

«È LA FEDE CHE DÀ SPERANZA». 
Davanti alla morte, continua il Papa, «l’essere umano di ogni epoca cerca uno spiraglio di luce che faccia sperare, che parli ancora di vita, e anche la visita alle tombe esprime questo desiderio». Questa luce è per il cristiano la fede, che dà la «solida speranza che si fonda sulla Morte e Risurrezione di Gesù Cristo».
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venerdì 2 novembre 2012

Il miracolo… invisibile! (Santi 2)

Ogni giorno c'è una specie di miracolo. Non passa giorno senza che ci arrivi una delicata attenzione di Dio, un segno della sua sollecitudine. 
Il miracolo più grande è che Dio si serve di piccole cose come noi. Ci usa per fare il suo lavoro… Lascia che Dio ti usi, senza consultarti! 
Ciò che colpisce la gente ed induce alcune anime ad abbracciare la vita religiosa è la testimonianza della nostra vita, lo spirito con il quale rispondiamo alla divina chiamata, la totalità della nostra dedizione, la generosità, la letizia che dimostriamo nel servire Dio, l’amore reciproco, lo zelo apostolico con il quale testimoniamo l’amore di Dio per i più piccoli e i più poveri. 
Quando sorridete, mie care novizie, posso ascoltare la musica del vostro sorriso. Non cercate azioni spettacolari. Quel che importa è il dono di voi stesse. Quel che importa è il grado di amore che mettere in ogni vostro gesto. 
Siate fedeli nelle piccole cose, perché è in esse che sta la vostra forza… Per Dio niente è piccolo! 
(Madre Teresa)
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giovedì 1 novembre 2012

Solennità di Tutti i Santi (Angelus 105)

Cari fratelli e sorelle! 
Oggi abbiamo la gioia di incontrarci nella solennità di Tutti i Santi. Questa festa ci fa riflettere sul duplice orizzonte dell’umanità, che esprimiamo simbolicamente con le parole “terra” e “cielo”: la terra rappresenta il cammino storico, il cielo l’eternità, la pienezza della vita in Dio. E così questa festa ci fa pensare alla Chiesa nella sua duplice dimensione: la Chiesa in cammino nel tempo e quella che celebra la festa senza fine, la Gerusalemme celeste. Queste due dimensioni sono unite dalla realtà della «comunione dei santi»: una realtà che comincia quaggiù sulla terra e raggiunge il suo compimento in Cielo. Nel mondo terreno, la Chiesa è l’inizio di questo mistero di comunione che unisce l’umanità, un mistero totalmente incentrato su Gesù Cristo: è Lui che ha introdotto nel genere umano questa dinamica nuova, un movimento che la conduce verso Dio e al tempo stesso verso l’unità, verso la pace in senso profondo. Gesù Cristo - dice il Vangelo di Giovanni (11,52) - è morto «per riunire insieme i figli di Dio dispersi», e questa sua opera continua nella Chiesa che è inseparabilmente «una», «santa» e «cattolica». Essere cristiani, far parte della Chiesa significa aprirsi a questa comunione, come un seme che si schiude nella terra, morendo, e germoglia verso l’alto, verso il cielo.  
I Santi - quelli che la Chiesa proclama tali, ma anche tutti i santi e le sante che solo Dio conosce, e che oggi pure celebriamo - hanno vissuto intensamente questa dinamica. In ciascuno di loro, in modo molto personale, si è reso presente Cristo, grazie al suo Spirito che opera mediante la Parola e i Sacramenti. Infatti, l’essere uniti a Cristo, nella Chiesa, non annulla la personalità, ma la apre, la trasforma con la forza dell’amore, e le conferisce, già qui sulla terra, una dimensione eterna. In sostanza, significa diventare conformi all’immagine del Figlio di Dio (cfr Rm 8,29), realizzando il progetto di Dio che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ma questo inserimento in Cristo ci apre - come avevo detto - anche alla comunione con tutti gli altri membri del suo Corpo mistico che è la Chiesa, una comunione che è perfetta nel «Cielo», dove non c’è alcun isolamento, alcuna concorrenza o separazione. Nella festa di oggi, noi pregustiamo la bellezza di questa vita di totale apertura allo sguardo d’amore di Dio e dei fratelli, in cui siamo certi di raggiungere Dio nell’altro e l’altro in Dio. Con questa fede piena di speranza noi veneriamo tutti i santi, e ci prepariamo a commemorare domani i fedeli defunti. Nei santi vediamo la vittoria dell’amore sull’egoismo e sulla morte: vediamo che seguire Cristo porta alla vita, alla vita eterna, e dà senso al presente, ad ogni attimo che passa, perché lo riempie d’amore, di speranza. Solo la fede nella vita eterna ci fa amare veramente la storia e il presente, ma senza attaccamenti, nella libertà del pellegrino, che ama la terra perché ha il cuore in Cielo.  
La Vergine Maria ci ottenga la grazia di credere fortemente nella vita eterna e di sentirci in vera comunione con i nostri cari defunti.
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