Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

lunedì 24 giugno 2013

L'unica ragione per ricordare il passato (Interventi 173)

Da Don Luciano, missionario in Kenya: 


Vado a visitare un amico e finisce che mi mette in mano un vecchio album di foto di famiglia. C'è la foto di lui che da bambino a carnevale è vestito da indiano... i pranzi di famiglia a Natale... scene di anni di vacanze con lui sempre più grande... la foto di classe... quella con i compagni della squadra di calcio... con la fidanzata. Ah, quanti ricordi! Ma l'album di famiglia non mostra tutte le cose che gli sono capitate. C'è stato l'incidente con l'automobile, e poi quando si è rotto il braccio, e non c'è nemmeno la foto di quando è stato ammalato per un bel po' di tempo - in qualche modo questi eventi sono stati estromessi dall'album delle memorie. 
Tutti noi abbiamo il nostro album di ricordi immagazzinati, non solo in un album di carta, ma nei cassetti della nostra memoria. E alcuni di noi ritornano spesso con la mente alle vicende passate, e ne parlano pure in continuazione. Ma di quali cose? Bene, Dio ha qualcosa di importante, persino di liberante, da dirti riguardo alle cose passate, specialmente di quelle su cui continui a rimuginarci sopra. 
Apri la Parola di Dio a Isaia 43, a partire dal versetto 16. Dio sta parlando a un popolo che è passato attraverso un mare di dolore - gente che aveva perso un mucchio di cose e persone a cui tenevano molto. Ci sono alcune cose del passato che Dio chiede loro di ricordare, e altre che devono dimenticare. Ecco cosa dice Dio: - «Così dice il Signore che offrì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti». Poi Dio dice di ricordare bene queste parole: - «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche!» Ossia Dio ti dice di non conservare nell'album delle memorie le foto delle cose negative. 
Poi continua dicendo: - «Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa». In altre parole, Dio ti sta dicendo: "Non voglio che tu ti perda le cose meravigliose che sto per fare per te... solo perché hai gli occhi fissati sulle foto negative del tuo passato!" 
Mi chiedo se il tuo album di memorie è zeppo di foto che inquadrano i momenti dolorosi della tua vita. Mi chiedo se alcune delle persone che ti stanno intorno sono ormai stanche di sentirti raccontare sempre la stessa storia, di quando ti hanno fatto un torto o ti hanno fatto del male. La Parola di Dio è chiara - dimentica quelle cose! Hai mai visto un album fotografico dove ci sono solo le foto delle disgrazie di una famiglia? Sarebbe un album da psicopatici. Se continui a riportare a galla il passato, finisce che vivi NEL passato - e ti perdi le cose meravigliose che Dio sta facendo per te nel presente e nel futuro.
C'è una sola ragione per guardare indietro al passato - per ricordare gli innumerevoli momenti della tua vita per i quali devi LODARE DIO! Ti ha diviso il mare... ha abbattuto gli ostacoli... gli interventi provvidenziali... le liberazioni... strade nel deserto... torrenti che sgorgavano quando la tua acqua finiva. In Isaia 43,20-21 Dio dice: «Fornirò acqua al deserto, fiumi alla steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto. Il popolo che io ho plasmato per me | celebrerà le mie lodi». Decidi: qual è il passato che vuoi ricordare? Quello doloroso? Puoi farlo, ma sappi che manterrà vivo il dolore anche nel tuo futuro. O vuoi ricordare il passato che è FONTE DI LODE a Dio - tutte quelle volte che il tuo Dio misericordioso era lì per te? Allora quei ricordi ti prepareranno per il prossimo meraviglioso episodio della tua vita dove Dio ti mostrerà ancora una volta quanto ti ama. 
I nostri album di famiglia non sono pieni di disgrazie - le foto che ci mettiamo sono quelle delle cose belle che amiamo ricordare. E così deve essere anche l'album dei ricordi del tuo cuore. L'unica ragione che hai per guardare ancora una volta il tuo passato è per sfogliare le memorie di vita di cui lo ha riempito il tuo Signore! 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto 
don Luciano
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domenica 23 giugno 2013

Domenica XII t.ord."C" 23-giu-2013 (Angelus 140)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel Vangelo di questa domenica risuona una delle parole più incisive di Gesù: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» (Lc 9,24).
Qui c’è una sintesi del messaggio di Cristo, ed è espressa con un paradosso molto efficace, che ci fa conoscere il suo modo di parlare, quasi ci fa sentire la sua voce… Ma che cosa significa “perdere la vita per causa di Gesù”? Questo può avvenire in due modi: esplicitamente confessando la fede o implicitamente difendendo la verità. I martiri sono l’esempio massimo del perdere la vita per Cristo. In duemila anni sono una schiera immensa gli uomini e le donne che hanno sacrificato la vita per rimanere fedeli a Gesù Cristo e al suo Vangelo. E oggi, in tante parti del mondo, ci sono tanti, tanti, - più che nei primi secoli – tanti martiri, che danno la propria vita per Cristo, che sono portati alla morte per non rinnegare Gesù Cristo. Questa è la nostra Chiesa. Oggi abbiamo più martiri che nei primi secoli! Ma c’è anche il martirio quotidiano, che non comporta la morte ma anch'esso è un “perdere la vita” per Cristo, compiendo il proprio dovere con amore, secondo la logica di Gesù, la logica del dono, del sacrificio. Pensiamo: quanti papà e mamme ogni giorno mettono in pratica la loro fede offrendo concretamente la propria vita per il bene della famiglia! Pensiamo a questi! Quanti sacerdoti, frati, suore svolgono con generosità il loro servizio per il regno di Dio! Quanti giovani rinunciano ai propri interessi per dedicarsi ai bambini, ai disabili, agli anziani… Anche questi sono martiri! Martiri quotidiani, martiri della quotidianità!
E poi ci sono tante persone, cristiani e non cristiani, che “perdono la propria vita” per la verità. E Cristo ha detto “io sono la verità”, quindi chi serve la verità serve Cristo. Una di queste persone, che ha dato la vita per la verità, è Giovanni il Battista: proprio domani, 24 giugno, è la sua festa grande, la solennità della sua nascita. Giovanni è stato scelto da Dio per preparare la via davanti a Gesù, e lo ha indicato al popolo d’Israele come il Messia, l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (cfr Gv 1,29). Giovanni ha consacrato tutto se stesso a Dio e al suo inviato, Gesù. Ma, alla fine, cosa è successo? E’ morto per la causa della verità, quando ha denunciato l’adulterio del re Erode e di Erodiade. Quante persone pagano a caro prezzo l’impegno per la verità! Quanti uomini retti preferiscono andare controcorrente, pur di non rinnegare la voce della coscienza, la voce della verità! Persone rette, che non hanno paura di andare controcorrente! E noi, non dobbiamo avere paura! Fra voi ci sono tanti giovani. A voi giovani dico: Non abbiate paura di andare controcorrente, quando ci vogliono rubare la speranza, quando ci propongono questi valori che sono avariati, valori come il pasto andato a male e quando un pasto è andato a male, ci fa male; questi valori ci fanno male. Dobbiamo andare controcorrente! E voi giovani, siate i primi: Andate controcorrente e abbiate questa fierezza di andare proprio controcorrente. Avanti, siate coraggiosi e andate controcorrente! E siate fieri di farlo!
Cari amici, accogliamo con gioia questa parola di Gesù. E’ una regola di vita proposta a tutti. E san Giovanni Battista ci aiuti a metterla in pratica. Su questa via ci precede, come sempre, la nostra Madre, Maria Santissima: lei ha perduto la sua vita per Gesù, fino alla Croce, e l’ha ricevuta in pienezza, con tutta la luce e la bellezza della Risurrezione. Ci aiuti Maria a fare sempre più nostra la logica del Vangelo.
Dopo l'Angelus
Ricordatevi bene: Non abbiate paura di andare controcorrente! Siate coraggiosi! E così, come noi non vogliamo mangiare un pasto andato a male, non portiamo con noi questi valori che sono avariati e che rovinano la vita, e tolgono la speranza. Avanti!
Vi saluto con affetto: le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni, le scuole. Saluto gli alunni del Liceo diocesano di Vipàva in Slovenia; la comunità polacca di Ascoli Piceno; l’UNITALSI di Ischia di Castro; i ragazzi dell’Oratorio di Urgnano - vedo qui la loro bandiera, Bravi, siete bravi voi! -, i fedeli di Pordenone; le Suore e gli operatori dell’Ospedale “Miulli” di Acquaviva delle Fonti; un gruppo di delegati sindacali dal Veneto.
Auguro a tutti una buona domenica!
Pregate per me e buon pranzo!
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sabato 22 giugno 2013

La dimora di Dio

Maria è tutta relativa a Dio, e io la chiamerei benissimo la relazione di Dio, che non è che in rapporto a Dio, o l'eco di Dio, che non dice e non ripete che Dio. 
Se tu dici Maria, lei dice Dio. Santa Elisabetta lodò Maria e la chiamò beata per aver creduto; Maria, l'eco fedele di Dio, intonò: «L'anima mia magnifica il Signore» (Lc 1,46). 
Ciò che Maria fece in quell'occasione, lo fa tutti i giorni; quando la si loda, la si ama, la si onora o le si dona, Dio è lodato, Dio è amato, Dio è onorato, si dona a Dio per mezzo di Maria e in Maria. 
(San Luigi Maria Grignion de Montfort) 
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10 for Syria

Da Samizdat On Line riporto questo testo:
La guerra civile in Siria sta avendo ripercussioni notevoli sui paesi confinanti, in particolare Libano e Giordania dove migliaia di famiglie in fuga dal conflitto si sono rifugiate e continuano ad arrivare ogni giorno lasciandosi alle spalle case distrutte, violenza e spesso parte della famiglia.
AVSI per rispondere all’emergenza lancia dal 17 giugno al 31 agosto la campagna di raccolta fondi #10forSyria che invita a donare 10 euro per continuare a sostenere le popolazioni rifugiate:
Dona 10 euro e riempi una cisterna di 2.000 litri di acqua.
Dona 10 euro e compra 2 kg di fagioli, 2 di riso, 2 di zucchero e 2 lt di olio.
Dona 10 euro e paga 1 ora di corso di recupero per un bambino siriano.
La campagna viene realizzata sui social network Twitter e Facebook con fotografie e aggiornamenti quotidiani e sul sito www.avsi.org attraverso storie e fotogallery bisettimanali.
CREDITO VALTELLINESE – Sede Milano Stelline, Corso Magenta 59Iban: IT04D0521601614000000005000
c/c intestato AVSI FONDAZIONE   -   Causale: Siria

È lunga la lista della spesa che i colleghi di AVSI in Libano e Giordania fanno a chi li interroga circa i bisogni più urgenti.
 La crisi siriana non sembra ridurre il suo impatto devastante, aumentano i morti e aumentano i profughi. I dati ufficiali fanno venire i brividi: milioni di persone che hanno abbandonato le loro case e il rischio continuo che da un momento all’altro la crisi si armi anche in Libano o in Giordania.
In questo contesto AVSI oramai da diversi mesi sta lavorando per portare un po’ di sollievo alla popolazioni profuga in fuga e sia Marco Perini da Beirut che Simon Sweiss da Amman parlano all’unisono: “Quello che sta succedendo da queste parti sembra interessare pochi, ma abbiamo bisogno di aiuto perché ogni giorno la situazione peggiora e naturalmente colpisce principalmente i più deboli a cominciare dai bambini”. I numeri di quello che AVSI ha fatto fino ad oggi in Libano e Giordania parlano di 17.500 persone aiutate con materiali di prima necessità, 1.063 persone assistite con cibo e medicinali, 600 studenti accompagnati nel loro difficile percorso scolastico con corsi di recupero, 1.250 bambini e giovani supportati con attività psico-sociali e decine di attività fatte sulle singole persone per rispondere a bisogni specifici.
Papa Francesco ai partecipanti all’incontro del 5 giugno di coordinamento tra gli organismi caritativi cattolici che operano nel contesto della crisi in Siria, promosso dal pontificio consiglio “Cor Unum”, ha ricordato:
“La partecipazione di tutta la comunità cristiana a questa grande opera di assistenza e di aiuto è un imperativo nel momento presente. E pensiamo tutti, tutti pensiamo alla Siria.”
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venerdì 21 giugno 2013

Le due sconfitte dei cattolici italiani (Contributi 857)

Propongo all'attenzione dei lettori (che potrebbero con un semplice clik in coda al testo lasciare traccia di una loro condivisione o meno dello stesso) di questo testo di Mons. Negri (Arcivescovo di Ferrara e Comacchio) da La Bussola. Da parte mia penso che la situazione si molto seria e necessiti la presa di posizione e la conversione di ognuno di noi... 


C’è una sensazione che avverto fortissima in questo periodo, che peraltro coincide con i miei primi cento giorni nella diocesi di Ferrara-Comacchio. 
Da una parte c’è una incredibile attesa di una vera autorevolezza cristiana; attesa anche dai laici, perché non sono pochi coloro che, nello sconcerto attuale di una società evidentemente così empia, sentono il bisogno di una prossimità, il bisogno di essere accolti nelle istanze profonde della vita. E’ quella sensibilità che monsignor Giussani chiamava “il cammino al vero”, “la ricerca del volto umano”. 
L’esigenza di questo cammino al vero è fortissima. E il rinnovarsi di una esigenza di verità e di bellezza, di bene e di giustizia supera quotidianamente, anche se in modo molto debole, questo grigiore del consumismo, del relativismo etico, dell'opinionalismo, di questo mass-mediaticamente corretto che inquina la vita della nostra società, dalle famiglie fino alle realtà sociali più impegnate o più impegnative. C’è quindi una grande disponibilità del mondo, dell’uomo verso Cristo, verso la Chiesa. 
Dall'altra parte però quello che mi colpisce dolorosamente, quasi fisicamente, è l’incapacità di essere all'altezza di questa domanda: non della Chiesa come istituzione ma della cristianità intesa come esperienza viva di Chiesa nel mondo. 
Mi trovo spesso a pensare ai 37 anni contrassegnati dal grande Magistero, della grande testimonianza di Giovanni Paolo II, da questo straordinario riposizionamento della Chiesa di fronte al cuore dell’uomo, che ha riaperto il dialogo tra Cristo e il cuore dell’uomo. A questi 37 anni di un Magistero straordinario e di una capacità di dialogo con gli uomini ben prima e ben oltre visioni ideologiche e religiose; e agli anni non meno intensi e suggestivi, appassionati, di Benedetto XVI, nel suo infaticabile riproporre il cristianesimo come evento di compimento della ragione, dell’umanità; con quell'implacabile, dolcissimo insegnamento sul recupero della ragione, intesa in senso largo, compiuto, come apertura al mistero e non come affermazione delle propria capacità di organizzare scientificamente le conoscenze. 
Ebbene, dopo tutto questo è come se la cristianità italiana sia quasi inebetita. Inebetita. 
Così ora si profilano due sconfitte lancinanti per questa cristianità, a cui non avrei mai pensato di dover assistere, e che riempiono la mia vita di vergogna, perché è per affermare la verità della Chiesa e della sua missione contro queste tentazioni, che ho dedicato la mia vita di cristiano, di prete, adesso di vescovo, di ricercatore. 
La prima sconfitta è incredibile ma si è ormai compiuta. Dopo che con Giovanni Paolo II, in perfetta linea con la tradizione magisteriale della Chiesa, si era affermata la fede come condizione di una autentica conoscenza della realtà, della storia e della società; dopo che si era compreso che la fede diventa cultura, per cui - come ha detto tantissime volte – “se la fede non diviene cultura non è stata realmente accolta, pienamente vissuta, umanamente ripensata”; dopo tutto questo sta ridiventando maggioranza quel dualismo fede e cultura per cui la cultura rappresenta una realtà autonoma dalla fede. Così che con la cultura nella migliore delle ipotesi si può accennare a qualche momento di “dialogo” o di “cortile”, espressioni che una adeguata razionalità e una adeguata consapevolezza di fede fanno fatica a definire nella loro obiettività. 
Allora la fede si aggiunge alla cultura, ne rappresenta una introduzione di carattere spirituale, ne corregge o ne correggerebbe le conseguenze negative sul piano etico, aspetto questo assolutamente evidente quando si parla del rapporto fede-economia o fede-politica. 
Che fine ha fatto la grande e spettacolare enciclica Caritas in Veritate, che invece affermava la pertinenza della fede nei confronti delle stesse strutture, delle stesse dinamiche economiche? Ogni tanto la si vede citare, ma giusto il titolo. Anche i cosiddetti economisti cristiani hanno ripiegato su questa posizione, sono tornati velocemente a quella eticità dell’economia, che nell'apparente semplicità dice tutto perché non dice niente. L’economista cristiano e poi il politico cristiano in questa visione dovrebbero così temperare i rigori del capitalismo selvaggio. 
La fede invece forma la realtà; “la fede abilita noi credenti a interpretare, meglio di qualsiasi altro, le istanze più profonde dell’essere umano e ad indicarne con serena e tranquilla sicurezza le vie e i mezzi di un pieno appagamento”, diceva Giovanni Paolo II l’8 dicembre 1978 a docenti e studenti dell’Università Cattolica, tra cui c’ero anch'io, e lo posso dire con un orgoglio che non si è mai andato stemperando. E ho percepito la straordinaria novità di quell'incontro, troppo velocemente archiviato anche nell'ambito dell’Università Cattolica cui pure era stato riferito in maniera privilegiata e preferenziale. 
Non meno penosa dell’insorgere del dualismo fede-cultura, è l’altra grande sconfitta: l’insignificanza della presenza cattolica nell'agone sociale e politico. Oggi il voto dei cattolici è assolutamente insignificante nel panorama della vita italiana, come ebbe a dire giustamente il mio amico Alfredo Mantovano in un suo lucido intervento qualche mese fa. 
Chi sono i cattolici che militano nella varietà di espressioni socio-politiche che esistono? Gente che personalmente la domenica mattina andrà a messa, ci si augura; che è a posto dal punto di vista di una certa devozione alla vita morale, a meno che non si tratti di vita matrimoniale perché lì allora si aprono centinaia e centinaia di eccezioni, più o meno clamorose o più o meno nascoste ma assolutamente maggioritarie anche tra i cattolici in politica. Gente che personalmente e individualmente può avere anche una certa pratica di pietà. 
Ma ciò che caratterizza l’intervento di chi appartiene alla fede, la forma dell’intervento è la Dottrina Sociale della Chiesa. E il cuore della Dottrina Sociale della Chiesa sono i princìpi non negoziabili. Questi dettano le analisi di carattere socio-politico, e questi indicano anche le linee di un’azione che almeno dal punto di vista della cultura dovrebbero avere una certa unità. Dovrebbe esserci una certa unità dei cattolici in politica che poi può preludere a differenze dettate da valutazioni particolari e speriamo non soltanto da interessi particolari. 
Le ultime elezioni invece sono state la sagra dell’individualismo e dell'opinionalismo. I cattolici hanno votato per tutti e a vantaggio di tutti, senza chiedersi se questo loro voto avrebbe poi significato eleggere delle presenze che avrebbero tutelato non gli interessi della Chiesa, ma gli interessi della ragione e della fede, cioè dell’umanità. 
Tutto era avviato, la Provvidenza aveva avviato tutto perché ci fosse un risorgere della presenza cristiana, come presenza di popolo, come presenza culturale, sociale, politica. Che ne è ora della grande sfida della nuova evangelizzazione che abbiamo raccolto dal primo insegnamento di Giovanni Paolo II? 
Tornano i dualismi che si collegano ad alcuni nomi nefasti per la cristianità italiana, passati o presenti, che il pudore e la carità di patria mi impedisce di citare. 
Forse i magisteri paralleli stanno compiendo l’ultima e non meno grave delle loro vittorie. Ma la vittoria dell’individualismo culturale e della frammentazione della presenza politica dei cattolici, senza la custodia e la promozione dei princìpi non negoziabili, non è soltanto la sconfitta dei cristiani, come diceva Marcello Pera nella prefazione al mio volumetto “Per un umanesimo del Terzo Millennio”: “Qui se si perde, si perde tutti; se si vince si vince tutti”. 
Per adesso, salvo che la Provvidenza riscompigli le carte, possiamo veramente dire che stiamo perdendo tutti. 
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mercoledì 19 giugno 2013

Perdonare i nostri nemici è seme di fecondità (Contributi 856)

Da sito di Tempi questo articolo


Possiamo amare i nostri nemici? Papa Francesco, nell'omelia alla Messa alla Casa Santa Marta, ha parlato del perdono. Il pontefice ha fatto alcuni esempi concreti: come si può amare chi «bombarda e ammazza le persone»? Chi, attaccato ai soldi, non lascia che le medicine arrivino agli anziani e li lascia morire»? Chi, per il proprio interesse e potere «fa il male»? Amare il nemico «sembra una cosa difficile da fare», ha detto il Papa, eppure è proprio ciò che Cristo ci chiede, con il discorso delle Beatitudini. «Anche noi – ha osservato il Santo Padre – tante volte diventiamo nemici di altri: non vogliamo loro bene. E Gesù ci dice che noi dobbiamo amare i nemici! E questo non è facile! Pensiamo che Gesù ci chieda troppo! Lasciamo questo per le suore di clausura, che sono sante; lasciamo questo per qualche anima santa, ma per la vita comune questo non va. E questo deve andare! Gesù dice: “No, dobbiamo fare questo! Perché al contrario voi siete come i pubblicani, come i pagani. Non siete cristiani”». 

MA QUESTO ME NE HA FATTA UNA GROSSA. L’esempio ci arriva da Dio stesso, che ama tutti allo stesso modo («fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni», «fa piovere sui giusti e gli ingiusti»), e da Cristo che, per primo, ha «perdonato i suoi nemici». Come possiamo imitarlo e amare i nostri nemici? Innanzitutto pregando. «È quello che Gesù ci consiglia: “Pregate per i vostri nemici! Pregate per quelli che vi perseguitano! Pregate!”. E dire a Dio: “Cambiagli il cuore. Ha un cuore di pietra, ma cambialo, dagli un cuore di carne, che senta bene e che ami”. Soltanto lascio questa domanda e ciascuno di noi risponde nel suo cuore: “Io prego per i mie nemici? Io prego per quelli che non mi vogliono bene?”. Pregare perché il Signore cambi il cuore di quelli. Anche possiamo dire: “Ma questo me ne ha fatta una grossa”, o questi hanno fatto cose cattive e questo impoverisce le persone, impoverisce l’umanità. E con questo argomento vogliamo portare avanti la vendetta o quell'occhio per occhio, dente per dente». 

SEME DI FECONDITA’. Come Gesù si è «abbassato» e fatto povero», umiliandosi e perdonando i suoi nemici, così tocca al cristiano «in quell'abbassamento di Gesù – ha spiegato papa Francesco – c’è la grazia che ci ha giustificati tutti, ci ha fatto ricchi». È il «mistero di salvezza»: «Col perdono, con l’amore al nemico, noi diventiamo più poveri: l’amore ci impoverisce, ma quella povertà è seme di fecondità e di amore per gli altri. Noi che siamo oggi alla Messa, pensiamo ai nostri nemici a quelli che non ci vogliono bene: sarebbe bello che offrissimo la Messa per loro: Gesù, il sacrificio di Gesù, per loro, per loro che non ci amano. E anche per noi, perché il Signore ci insegni questa saggezza tanto difficile, ma tanto bella perché ci fa assomigliare al Padre, al nostro Padre e fa uscire il sole per tutti, buoni e cattivi. E ci fa assomigliare al Figlio, a Gesù, che nel suo abbassamento si è fatto povero per arricchirci, a noi, con la sua povertà». 
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martedì 18 giugno 2013

Abrogare le leggi (Contributi 855)

Da Cultura Cattolica una riflessione di Don Mangiarotti

«Il vostro compito è certamente tecnico e giuridico, e consiste nel proporre leggi, nell'emendarle o anche nell'abrogarle». Questo ha detto Papa Francesco alla Delegazione di Parlamentari francesi del gruppo di amicizia Francia-Santa Sede. E chissà perché sembrano parole cadute nel vuoto, almeno qui da noi in Italia. Perché pare che invece, in Francia, abbiano destato interesse e preoccupazione. Questo mi pare oggi il problema di fronte all'insegnamento della Chiesa: si cita solo ciò che è secondo la propria idea, la propria concezione, i propri interessi, e così quanto viene affermato viene edulcorato (o cancellato) a seconda dell’interprete. 
Nella situazione concreta mi pare che due siano i punti da evidenziare, a proposito di quanto Papa Francesco va dicendo con chiarezza: 

1. Innanzitutto siamo di fronte a un magistero che non si concepisce come isolato, senza una storia. Il fatto stesso di volere pubblicare una enciclica (quella sulla fede) che è frutto di lavoro comune col predecessore sta ad indicare che Papa Francesco ha fatto sua la posizione «cattolica»: ermeneutica della continuità. In questo senso – per quanto riguarda l’impegno dei cristiani nella vita politica – la continuità implica l’assunzione della Dottrina sociale cristiana come riferimento ultimo e normativo. 
2. Il Papa Francesco da un lato conosce la situazione sociale culturale e politica degli interlocutori (in questo caso la Francia di Hollande e Taubira) e dall’altro sa che la responsabilità della presenza politica è dei laici, a cui si rivolge. Ora non credo che le leggi a cui si riferisce siano leggi marginali, sul gioco della lippa, per esempio, o sulle dimensioni dei cartelli stradali. Sappiamo tutti quanti milioni di francesi hanno manifestato contro l’introduzione del cosiddetto «matrimonio per tutti». È così impensabile che il Papa potesse avere in mente, tra le altre, anche questo “mostro” di legge? 

Credo che sia compito dei cattolici, in particolare di chi opera nel campo magnifico della informazione, contribuire a che l’insegnamento integrale del Papa sia conosciuto. Ci pensa già il mondo laico/laicista a stravolgere o censurare quanto il Papa, con la sua dolcezza e insieme chiarezza, ci vuole comunicare. Diamoci una mossa, e scuotiamoci dal torpore della accondiscendenza all'ovvio! Ancora una volta è evidente che il compito che ci è affidato dal Signore, così coinvolgente in questi nostri tempi drammatici, non ha bisogno di disertori, ma di uomini appassionati e creativi. E qui un’ultima recentissima citazione: «Il fine dell’economia e della politica, è proprio il servizio agli uomini, a cominciare dai più poveri e i più deboli, ovunque essi si trovino, fosse anche il grembo della loro madre»
Non è chiaro? 
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Senza Padri nè Madri (Contributi 854)

Leggo e riporto l'ultimo editoriale di Samizdat On Line: 

“Nel nome del Genitore, del Figlio e dello Spirito Santo”, oppure “Genitore nostro, che sei nei cieli”, o ancora “Santa Maria, Genitore di Dio, prega per noi peccatori”. Quanto tempo dovremo aspettare prima di sentirci dire che dovremmo pregare così? Che non si dica che è solo una provocazione. Chi l’avrebbe mai detto, quarant'anni fa, quando andavamo a dormire dopo Carosello e la parola “preservativo” era proibita in TV, che un giorno il matrimonio omosessuale sarebbe stato definito un “diritto civile”, e che l’amore gay ricordato e celebrato per ogni dove, dalle pubblicità ai film, che rappresentanti istituzionali avrebbero partecipato alle parate dell’orgoglio gay, e che insomma l’omosessualità sarebbe stata vissuta come fatto pubblico e politico, celebrata e omaggiata – come vediamo in questi giorni - fino alla noia? Chi avrebbe mai pensato che piazze immense si sarebbero dovute riempire per chiedere, almeno, di non cancellare “mamma” e “papà” da leggi e vocabolario? 
E’ legittimo aspettarsi quindi, un giorno, di ritrovarsi a discutere se è il caso di cambiare anche le preghiere cristiane. Perché no? E non sarà una “costrizione”, un obbligo, ma un adeguarsi del linguaggio a una situazione in cui il cristianesimo, e il cattolicesimo in particolare, conoscerà un problema nuovo, del quale ancora non c’è consapevolezza: la nuova evangelizzazione in un’era post-cristiana, post-rivoluzione antropologica. 
Già, perché nel mondo in cui sono “famiglie” anche quelle con due mamme o due papà, in cui si finge che bambini possano nascere anche da persone dello stesso sesso, grazie a mix di gameti in provetta e uteri in affitto, l’evangelizzazione sarà più complicata.  
L’annuncio cristiano, infatti, è tutto basato su un’antropologia naturale, a partire dall'annuncio centrale: Dio si è fatto uomo, ci ha dato Suo figlio, partorito da una donna. Il mistero dell’incarnazione è totalmente intrecciato con la dinamica della generazione umana, e tutto il cristianesimo si legge, si racconta e si vive in analogia all'amore fecondo fra un uomo e una donna. Le figure del padre e della madre, dello sposo e della sposa ricorrono continuamente nelle scritture, così come quella del Figlio e del fratello. Parole che iniziano a non avere più quel significato universale, conosciuto in ogni angolo della terra, che permetteva di raccontare a tutti, in modo comprensibile, la buona notizia: il Padre nostro che è nei cieli nel suo immenso amore ci ha dato suo Figlio, partorito da una donna. Ma quale Padre? Non tutti ce l’hanno. Maria, Madre di Dio: quale Madre? Non è necessaria. E i figli: di chi? E che dire dei fratelli? Amatevi come fratelli? Quali sarebbero?
Proviamo a sfogliare Vangelo e Bibbia, e a rileggerne i passi e i racconti cancellando le parole e le figure di padre e madre, sfumando figli e fratelli: se i legami della carne e la differenza sessuale non contano più, ma importa solamente dei desideri e dei sentimenti reciproci, madre e padre e figlio e fratello e sorella sono solo parole per rapporti e preferenze personali, che mutano di significato a seconda delle situazioni. Dopo una simile operazione, che cosa rimane delle Sacre Scritture, e del catechismo? Racconti antichi e poco comprensibili non solo lessicalmente, ma nel loro significato più profondo. 
I bambini con due mamme, cresciuti come figli di due donne, come potranno pregare il padre comune “Padre nostro che sei nei cieli”? E quelli con due papà, come potranno rivolgersi a Maria, Madre di Dio e di tutti noi? Sarebbe poi così assurdo in un mondo così pensare di rivolgersi al “genitore” indifferenziato anche nelle preghiere? 
Non so quanto ci si sia riflettuto su. Ma ritenere che la “rivoluzione antropologica” possa arrivare senza travolgere tutto, compresa la quotidianità dell’annuncio cristiano, è pura illusione. Pensiamo alla nuova evangelizzazione - quella rivolta ai Paesi che cristiani sono stati, ma adesso non lo sono più, che vivono una dimenticanza che li fa, se possibile, ancor più pagani di quello che erano quando hanno incontrato i primi cristiani. Ecco, quella nuova evangelizzazione potrà essere tale e parlare davvero a tutti con parole e testimonianze di vita autentiche solo se consapevolmente sfiderà la rivoluzione antropologica, costruendo presìdi di verità, nei quali preservare e difendere e riconoscere pubblicamente e instancabilmente le fondamenta della natura umana. 
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domenica 16 giugno 2013

Domenica XI t.ord. 16-giu-2013 (Angelus 139)

Cari fratelli e sorelle! 
Beato Odoardo Focherini
Al termine di questa Eucaristia dedicata al Vangelo della Vita, sono lieto di ricordare che ieri, a Carpi, è stato proclamato Beato Odoardo Focherini, sposo e padre di sette figli, giornalista. Catturato e incarcerato in odio alla sua fede cattolica, morì nel campo di concentramento di Hersbruck nel 1944, a 37 anni. Salvò numerosi ebrei dalla persecuzione nazista. Insieme con la Chiesa che è in Carpi, rendiamo grazie a Dio per questo testimone del Vangelo della Vita! 
Ringrazio di cuore tutti voi che siete venuti da Roma e da tante parti d’Italia e del mondo, in particolare le famiglie e quanti operano più direttamente per la promozione e la tutela della vita. 
Saluto cordialmente i 150 membri dell’Associazione “Grávida” – Argentina, riuniti nella città di Pilar. Grazie tante per quello che fate! Coraggio, e andate avanti! Infine, saluto i numerosi partecipanti al raduno motociclistico Harley-Davidson e anche a quello del Motoclub Polizia di Stato. 
Ci rivolgiamo ora alla Madonna, affidando ogni vita umana, specialmente quella più fragile, indifesa e minacciata, alla sua materna protezione.
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venerdì 14 giugno 2013

Non dobbiamo nascondere i nostri peccati, perché Cristo ci salva nella carne (Contributi 853)

Da un articolo su Tempi: 

Papa Francesco, nella consueta Messa alla Casa Santa Marta, questa mattina ha dedicato la sua omelia al peccato e alla salvezza. L’unico modo per ricevere realmente il dono della salvezza di Cristo, ha detto il Santo Padre, è riconoscerci con sincerità deboli e peccatori, evitando ogni forma di auto-giustificazione. 

NESSUNA AUTOGIUSTIFICAZIONE. Papa Francesco ha preso spunto dalla Lettera di san Paolo ai cristiani di Corinto in cui l’apostolo scrive che la «straordinaria potenza» della fede è stata riversata in «vasi di creta», cioè negli uomini con tutta la loro fragilità, proprio perché sia chiaro che la salvezza è opera di Dio. «Il dialogo della salvezza», ha osservato il Papa, scaturisce «tra la grazia e la potenza di Gesù Cristo» e l’uomo peccatore. Ma questo non rappresenta un tentativo di «autogiustificazione» per Papa Francesco: «Deve essere come noi siamo». 
SAN PAOLO PERSECUTORE. Ha detto il Santo Padre: «Paolo, tante volte ha parlato – è come un ritornello, no? – dei suoi peccati. “Ma, io vi dico questo: io che sono stato un inseguitore della Chiesa, ho perseguito…”. Torna sempre alla sua memoria di peccato. Si sente peccatore. Ma anche in quel momento non dice: “Sono stato, ma adesso sono santo”, no. Anche adesso, una spina di Satana nella mia carne. Ci fa vedere la propria debolezza. Il proprio peccato. È un peccatore che accoglie Gesù Cristo. Dialoga con Gesù Cristo». 
IL «PRONTUARIO» DELLE COLPE. San Paolo, ha insistito Papa Francesco, squaderna davanti a tutti «il suo curriculum di servizio», tutto ciò che ha compiuto come inviato di Gesù. Ma con grande umiltà non nasconde neanche il «suo prontuario», ovvero le sue colpe nei confronti del Signore: «Anche, questo è il modello dell’umiltà di noi preti, di noi sacerdoti», ha detto il Pontefice. «Se noi ci vantiamo soltanto del nostro curriculum e niente più, finiremo sbagliati. Non possiamo annunziare Gesù Cristo Salvatore perché nel fondo non lo sentiamo. Ma dobbiamo essere umili, ma con un’umiltà reale, con nome e cognome: “Io sono peccatore per questo, per questo, per questo”. Come fa Paolo: “Ho perseguitato la Chiesa”, come fa lui, peccatori concreti. Non peccatori con quella umiltà che sembra più faccia da immaginetta, no? Eh no, l’umiltà forte”». 
GESÙ NON AVEVA UN PROGRAMMA INTELLETTUALE. «L’umiltà del sacerdote, l’umiltà del cristiano è concreta», ha continuato Papa Francesco. Se dunque il credente non riesce «a fare a se stesso e neanche alla Chiesa questa confessione, qualcosa non va». E soprattutto egli non potrà «capire la bellezza della salvezza che ci porta Gesù». Secondo il Santo Padre, «noi abbiamo un tesoro: questo di Gesù Cristo Salvatore. La Croce di Gesù Cristo, questo tesoro del quale noi ci vantiamo. Ma lo abbiamo in un vaso di creta. Vantiamoci anche del nostro prontuario, dei nostri peccati. E così il dialogo è cristiano e cattolico: concreto, perché la salvezza di Gesù Cristo è concreta. Gesù Cristo non ci ha salvati con un’idea, con un programma intellettuale, no. Ci ha salvato con la carne, con la concretezza della carne. Si è abbassato, fatto uomo, fatto carne fino alla fine. Ma solo si può capire, solo si può ricevere, in vasi di creta». 
LA SAMARITANA E MANZONI. Come san Paolo, anche la Samaritana, ha aggiunto il Pontefice in conclusione, confessò ai conterranei i propri peccati mentre raccontava loro l’incontro con Gesù al pozzo. «Io credo che questa donna sia in cielo, sicuro», ha detto Papa Francesco. «Perché, come dice il Manzoni, “mai ho trovato che il Signore abbia incominciato un miracolo senza finirlo bene” e questo miracolo che Lui ha incominciato sicuramente lo ha finito bene in Cielo». Alla Samaritana il Santo Padre si è rivolto infine perché «ci aiuti a essere vasi di creta per poter portare e capire il mistero glorioso di Gesù Cristo». 
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giovedì 13 giugno 2013

Pensa, ti prego

S. Giovanni Eudes
Pensa, ti prego, che Nostro Signore Gesù Cristo è il tuo vero capo, e che fai parte delle sue membra. Egli ti appartiene come il capo al corpo. 
Tutto ciò che è suo, è tuo: il suo Spirito, il suo cuore, il suo corpo, la sua anima, e tutte le sue facoltà. 
Non solamente Egli ti appartiene, ma vuole essere in te, vivendo e dominando in te come il capo vive e regna nelle sue membra. 
Egli vuole che tutto ciò che é in lui viva e domini in te: il suo spirito nel tuo spirito, il suo cuore nel tuo cuore, tutte le facoltà della sua anima nelle facoltà della tua anima, perché anche in te si adempiano queste divine parole: 
«Glorificate Dio nel vostro corpo» (1 Cor 6, 20) e perché la vita di Gesù si manifesti in te. 
(San Giovanni Eudes)
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martedì 11 giugno 2013

«Io sono il Signore, colui che ti guarisce!» (Interventi 172)

Qualche giorno fa, entrando nell'ambulatorio di un ospedale, ho visto una mamma che teneva in braccio la sua bambina. Il volto della ragazzina era coperto da una specie di maschera che le proteggeva la faccia, permettendole di vedere. Bastava un'occhiata per capire che il volto della bambina doveva essere stato sfigurato dalle bruciature. Indossava una maglietta con le maniche lunghe, e un camicione - probabilmente anche altre parti del corpo avevano subito delle scottature. Ho sentito veramente pena per quella bambina e per la mamma. Entrambe facevano tutto quanto era alla loro portata per guarire. 
E' tragico essere vittima delle bruciature - comprese quelle spirituali. In un certo senso, quelle spirituali sono ancora più tragiche. Le bruciature fisiche ti intaccano l'esterno, e spesso possono essere curate dalla medicina. Ma quando sei spiritualmente bruciato, le cicatrici sono interiori - e sono difficili da raggiungere e curare. 
Ci si può bruciare interiormente in molti modi. Spesso sei ferito da persone che si dicono cristiane e vanno sempre in chiesa... o hai avuto una brutta esperienza con un prete o qualcuno della parrocchia. E che sia vero o no quanto successo, sta di fatto che molte persone interrompono il rapporto con Gesù perché si sentono scottate. Forse anche tu sei stato ferito o deluso... forse ti sei allontanato da Gesù e dalla Chiesa... o sei riluttante a impegnarti più a fondo nelle cose di Dio... o stai solo cercando di proteggerti indurendo il tuo cuore... o forse stai usando l'ipocrisia di altre persone come giustificazione dell'atteggiamento sbagliato che hai. In ogni caso, sei un cristiano "bruciato". 
E' ora di finirla di parlare delle tue scottature - bisogna parlare piuttosto di come puoi guarire. Dio, nel libro del profeta Isaia, al capitolo 61, dal versetto 1 in poi - ha prescritto la cura per una guarigione completa. 
In questo passo di Isaia che descrive la missione del Messia, il Signore dice: «Lo spirito del Signore Dio è su di me | ... mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, | a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, | a proclamare la libertà degli schiavi, | la scarcerazione dei prigionieri, | a promulgare l'anno di misericordia del Signore, | ... per consolare tutti gli afflitti | per allietare gli afflitti di Sion, | per dare loro una corona invece della cenere, | olio di letizia invece dell'abito da lutto, | canto di lode invece di un cuore mesto». Questo è quello che Dio vuole fare con te - se tu glieLo permetti. 
Il programma di Dio per le tue bruciature e per la chirurgia plastica della tua anima prevede diverse azioni che tu devi compiere. Non sono cose facili da fare, ma sono la strada per la guarigione. Tutto comincia quando TI CONCENTRI SU CRISTO E NON SUI CRISTIANI. Gesù non ti ha bruciato - e il cuore della fede è un semplice comando di Gesù - «Seguimi!» Poi segue l'altro passo - devi APRIRTI ALLA GUARIGIONE. Hai coltivato e rimuginato le tue ferite già da troppo tempo - adesso è arrivato il momento di smetterla di pensare alle ferite e a chi le ha causate, e di concentrarti invece sulla cosa più importante - la guarigione. Chi continua a brontolare sulle vecchie ferite è come dice il libro del Siracide - «la pianta del male si è radicata in lui» (Siracide 3,27); la lamentela è una copertura per non voler cambiare. Hai bisogno dunque di RICONOSCERE LE TUE COLPE. Tutti siamo stati feriti - ma tutti siamo anche feritori. Tu e io abbiamo le nostre bruciature causate da altri - ma siamo altrettanto colpevoli di aver ferito altre persone. Non sarebbe allora il caso di fare una bella confessione? «Egli perdona tutte le tue colpe, | guarisce tutte le tue malattie» (Salmo 102,3). 
Il sacramento della riconciliazione rende più leggero il prossimo passo - FARLA FINITA COL RISENTIMENTO. La rabbia che ti porti dentro è un cancro spirituale che avvelena la tua vita. Chiedi lungamente a Dio, in preghiera, di farti guarire dal tuo risentimento - «Io sono il Signore, colui che ti guarisce!» (Esodo 15,26). Poi, PERDONA CHI TI HA FATTO DEL MALE - come sta scritto in Colossesi 3,13: «Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi». E come ultima cosa - RITORNA A FREQUENTARE LA COMUNITA' CRISTIANA, perché adesso sei diventato un guaritore, uno che capisce l'intensità del male e sa come curarlo. Tu sai quello che ferisce le persone - usa quella conoscenza e quell'esperienza per fare della Chiesa il luogo che dovrebbe essere. 
Passi difficili da fare... passi importanti... gradini verso la guarigione. La Parola di Dio dice che il Padre «risana i cuori affranti | e fascia le loro ferite» (Salmo 146,3). Non solo, ma sostituisce i nostri lamenti con la gioia, le nostre ceneri con tanta bellezza, la nostra disperazione con la lode. LasciaLo compiere questo miracolo di guarigione in te! 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto 
don Luciano 
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domenica 9 giugno 2013

Domenica X t.ord. 9-giu-2013 (Angelus 138)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! 
Il mese di giugno è tradizionalmente dedicato al Sacro Cuore di Gesù, massima espressione umana dell’amore divino. Proprio venerdì scorso, infatti, abbiamo celebrato la solennità del Cuore di Cristo, e questa festa dà l’intonazione a tutto il mese. La pietà popolare valorizza molto i simboli, e il Cuore di Gesù è il simbolo per eccellenza della misericordia di Dio; ma non è un simbolo immaginario, è un simbolo reale, che rappresenta il centro, la fonte da cui è sgorgata la salvezza per l’umanità intera. 
Nei Vangeli troviamo diversi riferimenti al Cuore di Gesù, ad esempio nel passo in cui Cristo stesso dice: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,28-29). Fondamentale poi è il racconto della morte di Cristo secondo Giovanni. Questo evangelista infatti testimonia ciò che ha veduto sul Calvario, cioè che un soldato, quando Gesù era già morto, gli colpì il fianco con la lancia e da quella ferita uscirono sangue ed acqua (cfr Gv 19,33-34). Giovanni riconobbe in quel segno, apparentemente casuale, il compimento delle profezie: dal cuore di Gesù, Agnello immolato sulla croce, scaturisce per tutti gli uomini il perdono e la vita. 
Ma la misericordia di Gesù non è solo un sentimento, è una forza che dà vita, che risuscita l’uomo! Ce lo dice anche il Vangelo di oggi, nell'episodio della vedova di Nain (Lc 7,11-17). Gesù, con i suoi discepoli, sta arrivando appunto a Nain, un villaggio della Galilea, proprio nel momento in cui si svolge un funerale: si porta alla sepoltura un ragazzo, figlio unico di una donna vedova. Lo sguardo di Gesù si fissa subito sulla madre in pianto. Dice l’evangelista Luca: «Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei» (v. 13). Questa «compassione» è l’amore di Dio per l’uomo, è la misericordia, cioè l’atteggiamento di Dio a contatto con la miseria umana, con la nostra indigenza, la nostra sofferenza, la nostra angoscia. Il termine biblico «compassione» richiama le viscere materne: la madre, infatti, prova una reazione tutta sua di fronte al dolore dei figli. Così ci ama Dio, dice la Scrittura. 
E qual è il frutto di questo amore, di questa misericordia? E’ la vita! Gesù disse alla vedova di Nain: «Non piangere!», e poi chiamò il ragazzo morto e lo risvegliò come da un sonno (cfr vv. 13-15). Pensiamo questo, è bello: la misericordia di Dio dà vita all'uomo, lo risuscita dalla morte. Il Signore ci guarda sempre con misericordia; non dimentichiamolo, ci guarda sempre con misericordia, ci attende con misericordia. Non abbiamo timore di avvicinarci a Lui! Ha un cuore misericordioso! Se gli mostriamo le nostre ferite interiori, i nostri peccati, Egli sempre ci perdona. E’ pura misericordia! Andiamo da Gesù! 
Rivolgiamoci alla Vergine Maria: il suo cuore immacolato, cuore di madre, ha condiviso al massimo la «compassione» di Dio, specialmente nell'ora della passione e della morte di Gesù. Ci aiuti Maria ad essere miti, umili e misericordiosi con i nostri fratelli. 

Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle, 
oggi a Cracovia vengono proclamate Beate due Religiose polacche: Sofia Czeska Maciejowska che nella prima metà del secolo 17° fondò la Congregazione delle Vergini della Presentazione della Beata Vergine Maria; e Margherita Lucia Szewczyk, che nel secolo 19° ha fondato la Congregazione delle Figlie della Beata Vergine Maria Addolorata. Con la Chiesa che è in Cracovia rendiamo grazie al Signore! 
Saluto con affetto tutti i pellegrini presenti oggi: gruppi parrocchiali, famiglie, scolaresche, associazioni, movimenti. Saluto tutti! 
Saluto i fedeli venuti da Mumbay, in India. 
Saluto il Movimento dell’Amore Familiare di Roma; le confraternite e i volontari del Santuario di Mongiovino, presso Perugia; la Gioventù Francescana dell’Umbria; la “Casa della Carità” di Lecce; i fedeli della provincia di Modena, che incoraggio per la ricostruzione; e quelli di Ceprano. Saluto i pellegrini di Ortona, dove si venerano le spoglie dell’Apostolo Tommaso, i quali hanno realizzato un cammino “da Tommaso a Pietro”: grazie! 
Oggi non dimentichiamo l’amore di Dio, l’amore di Gesù: Lui ci guarda, ci ama e ci aspetta. E’ tutto cuore e tutta misericordia. Andiamo con fiducia a Gesù, Lui ci perdona sempre. Buona domenica e buon pranzo!
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sabato 8 giugno 2013

Nel tuo Cuore Immacolato

Oh, Cuore Immacolato di Maria ! 
Aiutaci a vincere la minaccia del male, che così facilmente si radica nei cuori degli uomini d’oggi e che nei suoi effetti incommensurabili già grava sulla vita presente e sembra chiudere le vie verso il futuro! 
Dalla fame e dalla guerra, liberaci! 
Dalla guerra nucleare, da un’'autodistruzione incalcolabile, da ogni genere di guerra, liberaci! 
Dai peccati contro la vita dell’uomo sin dai suoi albori, liberaci! 
Dall'’odio e dall'’avvilimento della dignità dei figli di Dio, liberaci! 
Da ogni genere di ingiustizia nella vita sociale, nazionale e internazionale, liberaci! 
Dalla facilità di calpestare i comandamenti di Dio, liberaci! 
Dal tentativo di offuscare nei cuori umani la verità stessa di Dio, liberaci! 
Dallo smarrimento della coscienza del bene e del male, liberaci! 
Dai peccati contro lo Spirito Santo, liberaci! liberaci! 
Accogli, o Madre di Cristo, questo grido carico della sofferenza di tutti gli uomini! 
Carico della sofferenza di intere società! 
Aiutaci con la potenza dello Spirito Santo a vincere ogni peccato: il peccato dell’'uomo e il “peccato del mondo”, il peccato in ogni sua manifestazione. 
Si riveli, ancora una volta, nella storia del mondo l’infinita potenza salvifica della Redenzione: potenza dell’'Amore misericordioso! Che esso arresti il male! 
Trasformi le coscienze! Nel Tuo Cuore Immacolato si sveli per tutti la luce della Speranza!
(Giovanni Paolo II )
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venerdì 7 giugno 2013

Il carrierismo vi rende ridicoli (Contributi 852)

Un articolo di Massimo Introvigne da La Bussola


Il 6 giugno Papa Francesco ha ricevuto in udienza gli allievi della Pontificia Accademia Ecclesiastica, che prepara i futuri diplomatici. Riprendendo puntualmente – il collegamento con interventi del suo predecessore sta diventando consueto – il discorso che Benedetto XVI aveva rivolto il 10 giugno 2011 agli allievi della stessa Accademia, il Pontefice regnante è voluto tornare sul tema a lui caro della «mondanità spirituale», cioè del rischio che corre chi fa il bene – anche un bene oggettivo – non per amore di Dio ma per mero umanitarismo, dietro a cui emerge sempre, presto o tardi, la ricerca dell’applauso del mondo. 
Con accenti molto forti, Francesco ha denunciato questo rischio, particolarmente presente tra i diplomatici, come qualche cosa che abbassa i nunzi alla caricatura «ridicola» che spesso di loro offre la stampa laica e li espone alla «lebbra del carrierismo». O siete santi, ha detto il Pontefice ai futuri diplomatici, o è meglio che torniate in diocesi a fare i parroci. 
I diplomatici pontifici, ha ricordato il Papa, sono «a servizio diretto del Successore di Pietro, del suo carisma di unità e comunione, e della sua sollecitudine per tutte le Chiese». La caratteristica che «deve davvero prendere forma» nel diplomatico della Santa Sede è «una grande libertà interiore». Ma che cosa significa questa espressione del Pontefice, «libertà interiore»? 
In primo luogo significa «essere liberi da progetti personali, da alcune delle modalità concrete con le quali forse, un giorno, avevate pensato di vivere il vostro sacerdozio, dalla possibilità di programmare il futuro; dalla prospettiva di permanere a lungo in un “vostro” luogo di azione pastorale». Il diplomatico si sposta spesso: dunque dovete, ha detto il Papa, «rendervi liberi, in qualche modo, anche rispetto alla cultura e alla mentalità dalla quale provenite, non per dimenticarla e tanto meno per rinnegarla, ma per aprirvi, nella carità, alla comprensione di culture diverse e all'incontro con uomini appartenenti a mondi anche molto lontani dal vostro». 
Ma il nunzio apostolico non è un diplomatico comune. Dovete – ha aggiunto Francesco – «vigilare per essere liberi da ambizioni o mire personali, che tanto male possono procurare alla Chiesa, avendo cura di mettere sempre al primo posto non la vostra realizzazione, o il riconoscimento che potreste ricevere dentro e fuori la comunità ecclesiale, ma il bene superiore della causa del Vangelo e il compimento della missione che vi sarà affidata». Non vale solo, ma vale certo «anche» per i diplomatici «Il carrierismo è una lebbra, una lebbra. Per favore: niente carrierismo». 
Cade nel carrierismo chi si lega a gruppi che annunciano teorie o idee proprie, mentre il diplomatico lavora per comunicare le posizioni della Chiesa e del Papa. «Per questo motivo, dovrete essere disposti ad integrare ogni vostra visione di Chiesa, pure legittima, ogni personale idea o giudizio, nell'orizzonte dello sguardo di Pietro e della sua peculiare missione». Le nunziature sono «Rappresentanze Pontificie» e il loro scopo è far sapere agli Stati e alle Chiese locali che cosa pensa e che cosa vuole il Papa. Vivere sempre nel servizio di Pietro «potrà apparire esigente, ma vi permetterà, per così dire, di essere e di respirare nel cuore della Chiesa, della sua cattolicità». Ricollegandosi ancora al discorso del 2011 di Benedetto XVI, Francesco ha citato un’espressione di Papa Ratzinger: «laddove c’è apertura all'oggettività della cattolicità, lì c’è anche il principio di autentica personalizzazione». 
I diplomatici della Santa Sede devono prepararsi «non a una professione, a un ministero», E come gli altri ministeri nella Chiesa, anche quello diplomatico «vi chiede un uscire da voi stessi, un distacco da sé che può essere raggiunto unicamente attraverso un intenso cammino spirituale e una seria unificazione della vita attorno al mistero dell’amore di Dio e all’imperscrutabile disegno della sua chiamata». La libertà interiore è allora «la libertà dai nostri progetti e dalla nostra volontà non come motivo di frustrazione o di svuotamento, ma come apertura al dono sovrabbondante di Dio». 
La vita spirituale è «la sorgente della libertà interiore. Senza preghiera non c’è libertà interiore». La Chiesa universale ha appena celebrato il cinquantenario della morte del beato Giovanni XXIII (1881-1963), che prima di diventare il «Papa buono» fu un grande diplomatico. Papa Francesco ha affermato che «il suo servizio come Rappresentante Pontificio è stato uno degli ambiti, e non il meno significativo, nei quali la sua santità ha preso forma. Rileggendo i suoi scritti, impressiona la cura che egli sempre pose nel custodire la propria anima, in mezzo alle più svariate occupazioni in campo ecclesiale e politico. Da qui nascevano la sua libertà interiore, la letizia che trasmetteva esternamente, e la stessa efficacia della sua azione pastorale e diplomatica». 
Francesco cita quanto il futuro Papa Giovanni scrisse nel suo «Giornale dell’Anima», durante gli Esercizi spirituali del 1948, mentre era nunzio apostolico a Parigi: «Più mi faccio maturo d’anni e di esperienze, e più riconosco che la via più sicura per la mia santificazione personale e per il miglior successo del mio servizio della Santa Sede, resta lo sforzo vigilante di ridurre tutto, principi, indirizzi, posizioni, affari, al massimo di semplicità e di calma; con attenzione a potare sempre la mia vigna di ciò che è solo fogliame inutile… ed andare diritto a ciò che è verità, giustizia, carità, soprattutto carità. Ogni altro sistema di fare, non è che posa e ricerca di affermazione personale, che presto si tradisce e diventa ingombrante e ridicolo». 
E il Papa ha aggiunto una seconda citazione del suo predecessore Giovanni XXIII, quando – lasciato il servizio diplomatico – era diventato Patriarca di Venezia: «Ora io mi trovo in pieno ministero diretto delle anime. In verità ho sempre ritenuto che per un ecclesiastico la diplomazia “così detta” deve sempre essere permeata di spirito pastorale; diversamente non conta nulla, e volge al ridicolo una missione santa». «Sentite bene – ha commentato Francesco –: quando in Nunziatura c’è un Segretario o un Nunzio che non va per la via della santità e si lascia coinvolgere nelle tante forme, nelle tante maniere di mondanità spirituale si rende ridicolo e tutti ridono di lui. Per favore, non rendetevi ridicoli: o santi o tornate in diocesi a fare il parroco; ma non siate ridicoli nella vita diplomatica, dove per un sacerdote vi sono tanti pericoli per la vita spirituale».
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Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto

Questo cuore è il Cuore di Cristo, 
il capolavoro dello Spirito Santo, 
che incominciò a battere nel grembo verginale di Maria e fu trafitto dalla lancia sulla Croce, 
diventando in tal modo e per tutti sorgente inesauribile di vita eterna. 
Quel Cuore è ora pegno di speranza per ogni uomo. 
(Giovanni Paolo II)
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mercoledì 5 giugno 2013

L’elogio dell’amore che «non teme di “sporcarsi le mani”» (Contributi 851)

Riporto da Tempi (che a sua volta riporta dall'Osservatore Romano) un articolo che riporta ampi brani di un'omelia di Mons.Angelo Scola 


 «Il cuore dell’evangelizzazione è l’annuncio, proposto con coraggio a tutti gli uomini, della morte e resurrezione del Signore Gesù». La memoria liturgia di san Bonifacio, vescovo e martire, ha offerto al cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, l’occasione per richiamare l’attenzione sul valore dell’annuncio evangelico e sul suo nucleo fondamentale: Gesù Cristo stesso, come sottolinea il brano degli Atti degli Apostoli (26, 19-23) della liturgia di mercoledì 5 giugno. Il porporato ha riproposto la figura del grande apostolo dei popoli germanici ai fedeli riuniti nella cattedrale di San Michele a Cluj-Napoca, nell’eparchia di Cluj-Gherla, in Romania, dove si è recato per ricevere la laurea honoris causa dell’università Babes-Bolyai.
Ricordando che l’annuncio del Vangelo «fa di tutte le etnie della terra l’unico popolo di Dio», il cardinale ha riproposto la testimonianza del santo che fu «mandato dal Papa Gregorio II a evangelizzare i popoli della Germania». Egli svolse il suo compito «con instancabile dedizione e grande coraggio», convinto della necessità che i vescovi fossero sempre «pastori solerti che vegliano sul gregge di Cristo, che annunciano alle persone importanti e a quelle comuni, ai ricchi e ai poveri la volontà di Dio… nei tempi opportuni e non opportuni», come scrive in una lettera, citata non a caso da Benedetto XVI «in una delle sue memorabili catechesi sui santi». Da dove veniva a Bonifacio la forza «per una confessione di fede così netta e decisa?» si è chiesto il porporato. «È la stessa domanda suscitata in noi — ha detto — dalla coraggiosa testimonianza di fedeli e pastori, romano-cattolici e greco-cattolici, che hanno offerto lungo il ventesimo secolo in questa terra benedetta». Per rispondere, ha aggiunto, «non possiamo che fissare il nostro sguardo sul buon Pastore», il quale ha «consegnato la sua vita al Padre per noi». Egli, infatti, «ha mostrato come vivere sia appartenere, come sa bene ogni padre e ogni madre, ogni sposo e ogni sposa».
«All'origine di ogni cosa e della nostra esistenza si trova la vita stessa della Trinità, lo scambio libero ed eterno di amore tra il Padre e il Figlio nello Spirito» ha sottolineato l’arcivescovo di Milano. L’amore del pastore per le sue pecore, «che giunge fino al dono supremo di sé», passa dunque — ha ribadito — «attraverso la condivisione che non teme di “sporcarsi le mani” per loro, come ci ha più volte ricordato Papa Francesco». Facendo poi riferimento all'anelito per l’unità dei cristiani, il porporato ha fatto notare che la strada «che conduce all'unità è la testimonianza, fino all'effusione del sangue», come dimostra l’esempio di Bonifacio. Infatti «la storia di fede del vostro popolo — ha aggiunto rivolgendosi ai presenti — mostra che le strade del martirio non sono così lontane da noi, né nel tempo né nello spazio». Ma il martirio, ha aggiunto, «come non cessa di ricordare la liturgia, è una grazia che Dio concede ad alcuni per sostenere la fede di tutti. A noi tutti tocca la strada della testimonianza quotidiana». Quella testimonianza, ha concluso, «di cui tanto bisogno ha oggi l’Europa che ci appare affaticata e delusa, perplessa e sconcertata. I popoli europei attendono, più o meno consapevolmente, la testimonianza del popolo cristiano. Una testimonianza che permetta di riconoscere che la forma propria dell’unità è la comunione».
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lunedì 3 giugno 2013

Tutta questa pioggia sarà un bene! (Interventi 171)

(Romani 8, 28-29) 28 Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29 Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 

Un nuovo intervento di Don Luciano dal Kenia: 


Ultimamente sembra che il sole abbia deciso di prendersi una vacanza. Recentemente, c'è stato uno di quei periodi nei quali per parecchi giorni di fila non lo abbiamo quasi mai visto. Pioggia e basta. Pioggia a intisichire le giornate e a inzuppare terra e uomini. Con un confratello più avanti negli anni commentavo queste interminabili giornate di pioggia e nuvole scure, ma lui vedeva il quadro nella sua interezza - mentre io mi ero perso nel dettaglio. Ricordando la siccità dell'anno scorso, mi ha detto: "Più avanti, tutta questa pioggia sarà un bene per noi!" 
Forse stai attraversando una stagione della tua vita dove la "pioggia" sembra non finire mai. La pioggia dello stress, delle cattive notizie, della lotta stancante - forse delle delusioni, del lutto, della confusione. Prima o poi tutti affrontiamo quelle stagioni in cui ci svegliamo immersi in un altro giorno di pioggia. 
C'è una Parola di Dio che, da 2.000 anni, è un raggio di sole che squarcia i giorni cupi. E' quel versetto ben conosciuto (come... non lo hai ancora imparato a memoria?) di Romani 8,28 - che ha aiutato milioni di credenti a vedere il quadro nella sua interezza quando sembra che la pioggia non finisca mai. Leggi con attenzione cosa Dio ti dice - «Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno»
Qualcuno ha definito Romani 8,28 come "un soffice cuscino per le lunghe notti". Spero lo sia anche per te. Perché ti da l'assicurazione di Dio che c'è un senso a tutto quello che stai attraversando... c'è un santo disegno di Dio che ha permesso che succedessero queste cose. Quasi mai capiamo la ragione del negativo ci sta capitando, ma Dio sa ricavare il bene anche da questo. No, il versetto di Romani 8,28 non dice che tutto quello che ci capita è bene - dice invece che Dio saprà ricavarne un bene più grande del male che stiamo vivendo. Un bene per te, per la tua vita - se sei tra «coloro che amano Dio».  
Scriveva san Giovanni Calabria - "Ricordiamoci che la divina Provvidenza è una tenera Madre che tutto ordina per il nostro bene, anzi per il nostro maggior bene; dobbiamo sentirci portati dalle sue materne mani; è vero, molte volte dobbiamo soffrire, e la natura può provarne talvolta quasi sgomento; non meravigliamoci; anche Gesù conobbe la tristezza, il tedio e la paura, giungendo a pregare il Padre di allontanare da Lui l'amaro calice, soggiungendo però che si rimetteva alla sua paterna Volontà. Adesso noi vediamo solo l'orditura del lavoro e il rovescio del ricamo, potrà sembrare che tutto sia confusione, ma quando potremo vedere il lavoro finito e il diritto del ricamo, allora essi ci appariranno in tutta la loro magnifica e meravigliosa fattura". 
Così non importa da quanti giorni stia piovendo - anche tu puoi dire: "Più avanti, tutta questa pioggia sarà un bene per noi!" Dio non avrebbe mai permesso che queste cose ti succedessero se Egli non sapesse usarle per il tuo bene. Il versetto successivo, Romani 8,29, dice che il bene che Dio vuole ricavare da quella situazione negativa è di renderti «conforme all'immagine del Figlio suo» - ossia renderti più simile a Gesù. Dio permette nella tua vita solo quegli eventi che meglio sviluppano in te l'immagine di Suo Figlio Gesù. Non c'è niente di più grande che Dio possa fare nella tua vita che sviluppare in te il modo che Gesù ha di amare... la maniera con cui Gesù tratta le persone... la pazienza che ha Gesù con le persone... la capacità di comprensione e di empatia che ha Gesù con chi ha una ferita dolorosa... il legame che Gesù ha con il Padre. 
E magari a Dio servono parecchi giorni di pioggia prima che tu diventi quell'uomo o quella donna che Lui vuole che tu sia. Probabilmente ti sta rendendo più forte... o più dolce... purificando il tuo modo di fare le cose... dirigendoti verso nuove e migliori priorità... rendendoti più sensibile verso persone che hai ferito o stai trascurando... spingendoti a bruciare ponti che non devi mai più attraversare... o a curare vecchie ferite. Quello che ti deve far vivere con serenità queste giornate di pioggia è la certezza che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio»... che tutto questo, alla fine, mi renderà migliore. 
Allora vuol dire che sarai contento delle giornate di pioggia? Non necessariamente. Ma di sicuro le vivrai meglio se hai in mente il quadro completo e non il dettaglio. Dio sta usando questa pioggia per renderti migliore. Così se questa mattina ti sei svegliato e hai trovato che anche oggi piove, ripassati Romani 8,28 - e dì a te stesso con tutta la fiducia che viene dal sapere che sei nelle mani di Dio - "Più avanti, tutta questa pioggia sarà un bene per noi!" 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto
Don Luciano
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domenica 2 giugno 2013

Corpus Domini, 2-giu-2013 (Angelus 137)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! 
Giovedì scorso abbiamo celebrato la festa del Corpus Domini, che in Italia e in altri Paesi è spostata a questa domenica. E’ la festa dell’Eucaristia, Sacramento del Corpo e Sangue di Cristo. 
Il Vangelo ci propone il racconto del miracolo dei pani (Lc 9,11-17); vorrei soffermarmi su un aspetto che sempre mi colpisce e mi fa riflettere. Siamo sulla riva del lago di Galilea, la sera si avvicina; Gesù si preoccupa per la gente che da tante ore sta con Lui: sono migliaia, e hanno fame. Che fare? Anche i discepoli si pongono il problema, e dicono a Gesù: «Congeda la folla» perché vada nei villaggi vicini per trovare da mangiare. Gesù invece dice: «Voi stessi date loro da mangiare» (v. 13). I discepoli rimangono sconcertati, e rispondono: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci», come dire: appena il necessario per noi. 
Gesù sa bene che cosa fare, ma vuole coinvolgere i suoi discepoli, vuole educarli. Quello dei discepoli è l’atteggiamento umano, che cerca la soluzione più realistica, che non crei troppi problemi: Congeda la folla - dicono -, ciascuno si arrangi come può, del resto hai fatto già tanto per loro: hai predicato, hai guarito i malati… Congeda la folla! 
L’atteggiamento di Gesù è nettamente diverso, ed è dettato dalla sua unione con il Padre e dalla compassione per la gente, quella pietà di Gesù verso tutti noi: Gesù sente i nostri problemi, sente le nostre debolezze, sente i nostri bisogni. Di fronte a quei cinque pani, Gesù pensa: ecco la provvidenza! Da questo poco, Dio può tirar fuori il necessario per tutti. Gesù si fida totalmente del Padre celeste, sa che a Lui tutto è possibile. Perciò dice ai discepoli di far sedere la gente a gruppi di cinquanta – non è casuale questo, perché questo significa che non sono più una folla, ma diventano comunità, nutrite dal pane di Dio. Poi prende quei pani e i pesci, alza gli occhi al cielo, recita la benedizione – è chiaro il riferimento all'Eucaristia –, poi li spezza e comincia a darli ai discepoli, e i discepoli li distribuiscono… e i pani e i pesci non finiscono, non finiscono! Ecco il miracolo: più che una moltiplicazione è una condivisione, animata dalla fede e dalla preghiera. Mangiarono tutti e ne avanzò: è il segno di Gesù, pane di Dio per l’umanità. 
I discepoli videro, ma non colsero bene il messaggio. Furono presi, come la folla, dall'entusiasmo del successo. Ancora una volta seguirono la logica umana e non quella di Dio, che è quella del servizio, dell’amore, della fede. La festa del Corpus Domini ci chiede di convertirci alla fede nella Provvidenza, di saper condividere il poco che siamo e che abbiamo, e non chiuderci mai in noi stessi. Chiediamo alla nostra Madre Maria di aiutarci in questa conversione, per seguire veramente di più quel Gesù che adoriamo nell'Eucaristia. Così sia. 


Dopo l'Angelus 
Cari fratelli e sorelle, sempre viva e sofferta è la mia preoccupazione per il persistere del conflitto che ormai da più di due anni infiamma la Siria e colpisce specialmente la popolazione inerme, che aspira ad una pace nella giustizia e nella comprensione. Questa tormentata situazione di guerra porta con sé tragiche conseguenze: morte, distruzione, ingenti danni economici e ambientali, come anche la piaga dei sequestri di persona. Nel deplorare questi fatti, desidero assicurare la mia preghiera e la mia solidarietà per le persone rapite e per i loro familiari, e faccio appello all'umanità dei sequestratori affinché liberino le vittime. Preghiamo sempre per la nostra amata Siria. 
Nel mondo ci sono tante situazioni di conflitto, ma ci sono anche tanti segni di speranza. Vorrei incoraggiare i recenti passi compiuti in vari Paesi dell’America Latina verso la riconciliazione e la pace. Accompagniamoli con la nostra preghiera. 
Questa mattina, ho celebrato la Santa Messa con alcuni militari e con i parenti di alcuni caduti nelle missioni di pace, che cercano di promuovere la riconciliazione e la pace in Paesi in cui si sparge ancora tanto sangue fraterno in guerre che sono sempre una follia. “Tutto si perde con la guerra. Tutto si guadagna con la pace”. Chiedo una preghiera per i caduti, i feriti e i loro familiari. 
Facciamo insieme, adesso, in silenzio, nel nostro cuore - tutti insieme - una preghiera per i caduti, i feriti e i loro familiari. In silenzio. 
Saluto con affetto tutti i pellegrini presenti oggi: le famiglie, i fedeli di tante parrocchie italiane e di altri Paesi, le associazioni, i movimenti. 
Saluto i fedeli provenienti dal Canada e quelli di Croazia e Bosnia ed Erzegovina, come pure il gruppo del Piccolo Cottolengo di Genova, dell’Opera di Don Orione. 
Saluto tutti. A tutti buona domenica e buon pranzo!
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