Benvenuti
Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Se tu mi accechi, Signore Iddio, ti vedo ancora;
se mi fai sordo, sento i passi tuoi;
se mi stronchi le gambe, mi trascino e ti seguo;
e ti chiamo anche se muto mi rendi;
se mi spezzi ambo le braccia, posso cingerti sempre col mio cuore;
e se mi strappi il cuore, i miei pensieri di te s'incendieranno,
Iddio Signore, come un velo che sfiori un ceppo ardente;
viva una fiamma balzerà, sgorgando dalle arterie canore del mio sangue.
Rainer Maria Rilke (1875-1926)
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Dal sito della Fraternità Sacerdotale San Carlo questo articolo-testimonianza di Roberto Amoruso:
Era il 1979, avevo quindici anni. Non sapevo nulla di Madre Teresa, ma incontrai due delle sue suore a Milano. Cercavano «i più poveri fra i poveri» e questa espressione, che sentivo per la prima volta, mi colpì. Cominciai a chiedermi chi fossero, questi poveri, e dove si trovassero. Il mio compito era solo quello di rimettere in ordine una casa, renderla abitabile per quelle suore, ma ricordo che passai in rassegna, mentalmente, tutti i barboni che conoscevo.
Passarono alcuni anni, entrai in seminario a Roma e iniziai una caritativa alla casa delle suore di Madre Teresa che Giovanni Paolo II aveva voluto proprio in Vaticano. Anche in quell'occasione fui colpito dall'attenzione che queste suore avevano per i bisognosi e per Colui che aveva sete di amore attraverso di loro.
Un giorno, bussando al convento, mi aprì la porta Madre Teresa stessa. Sorpreso, la salutai e parlammo per cinque minuti della vocazione. Così come mi è capitato per don Giussani, sperimentai il fascino immenso dell’incontro con l’origine di un carisma: un dono suscitato dallo Spirito Santo che ripropone una modalità, insieme vecchia e nuova, di essere presente in tante persone. L’incontro può durare cinque minuti o tutta la vita, ma rimane nel cambiamento che opera. L’impressione di quel pomeriggio è ancora vivida oggi: rivedo una donna innamorata di Qualcuno che aveva conquistato il suo cuore, ma che la faceva soffrire sia con la sua assenza sia con la sua presenza.
Andai missionario a Nairobi e anche lì, in una baraccopoli non lontana dalla nostra parrocchia, c’è una casa dove le suore accolgono i bisognosi: malati di Aids, matti, bambini appena nati e lasciati davanti al loro cancello o trovati nella spazzatura ancora vivi. Ci andavo, ogni venerdì, di solito con dei giovani, e ogni volta l’incontro si ripeteva, come un insegnante che decide di accompagnare l’alunno e volergli bene anche attraverso altri studenti.
Madre Teresa mi ha comunicato il profondo desiderio di una Presenza vista e amata nella persona che abbiamo davanti, in qualsiasi condizione si trovi. Mi ha mostrato il significato della povertà e le strade per riconoscere quella materiale e quella spirituale o mentale. Entrando nelle cappelle o chiese dove le suore pregano c’è una scritta, a sinistra del crocifisso: «I thirst», ho sete. Pian piano, guardare Gesù e questa sua frase mi ha educato.
Una delle due suore che avevo incontrato nel ‘79 a Milano, sr. Rio, dopo pochi giorni era partita per il Sudamerica. Sei anni più tardi, venne a stare a Roma per un anno e divenne per me un importante punto di riferimento. Quando ripartì per il Sudamerica, andai all'aeroporto a salutarla e la vidi con il suo sari e la solita borsa blu. Le chiesi dove fosse il resto del bagaglio. Mi rispose che aveva tutto in quella borsa: un altro sari e il breviario. Ci salutammo. Lo stupore e la semplicità di quell'abbandono a Dio mi accompagna ancora oggi.
Più di dieci anni dopo, ero ormai in Africa. Un giorno la superiora della casa mi chiamò e mi fece una sorpresa: sr. Rio era a Nairobi per alcuni giorni, prima di iniziare una nuova missione in Sudan. Le suore si stavano avventurando sulle Nuba Mountains, dove nessuno aveva ancora annunziato il Vangelo.
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Dal Kenya ecco l'intervento di Don Luciano:
Ho un amico che è la regolarità in persona. Sua moglie lo chiama
"abitudinario". Lui preferisce definirsi una "persona
strutturata".
Magari uno psicologo lo definirebbe un "ossessivo compulsivo"
e
incolperebbe i suoi genitori di avergli impartito un'educazione
rigida. Invece il mio amico non ha niente di strano - ha solo qualche
innocente mania. E' uno che per motivi di lavoro viaggia molto, ma
anche se arriva a casa alle 2 di mattina e la moglie è a letto, lui
deve assolutamente disfare la valigia e mettere le cose al proprio
posto. Mi ha detto che il pensiero di una camicia dentro la valigia
piuttosto che nell'armadio lo perseguiterebbe per tutta la notte. In
passato la moglie ha tentato di iniettargli qualche piccola dose di
buon senso, chiedendogli assonnata: - "Caro, perché non la svuoti
domattina?" E la sua risposta è stata: - "Perché fino a
quando non
ho svuotato la valigia non mi sento a casa".
Lo stesso vale anche per i tuoi figli. Ascolta cosa ti dice Dio nel
libro del Deuteronomio, capitolo 11, versetto 18 e seguenti. Si
potrebbero intitolare questi versetti: "Come educare i tuoi figli,
che
sono immersi in una mentalità pagana". Perché questa era la sfida
che i genitori ebrei hanno dovuto affrontare quando educavano le prime
generazioni di ragazzi nati nella terra di Canaan (la Terra Promessa)
- ed è la sfida che anche oggi affrontano ogni Mamma e Papà
cristiani.
Ecco cosa Dio dice: «Porrete dunque nel cuore e nell'anima queste
mie
parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un
pendaglio tra gli occhi; le insegnerete ai vostri figli». Gliele
insegnerete... ho capito, ma come?... dove?... quando? A scuola non lo
fanno - e in parrocchia fanno la catechesi per i sacramenti. Allora
ascolta come continua Dio: «Le insegnerete ai vostri figli,
parlandone quando sarai seduto in casa tua e quando camminerai per
via, quando ti coricherai e quando ti alzerai; le scriverai sugli
stipiti della tua casa e sulle tue porte, perché i vostri giorni e i
giorni dei vostri figli, nel paese che il Signore ha giurato ai vostri
padri di dare loro, siano numerosi come i giorni dei cieli sopra la
terra».
Meraviglioso! Dio qui ti ha detto le modalità, i luoghi e i tempi
migliori per comunicare i valori importanti ai tuoi figli - i tempi
che spendete insieme, quando state andando da qualche parte, alla fine
della giornata, all'inizio della giornata, quando tornano a casa, o
quando stanno uscendo. E quanto spesso bisogna farlo? Dio dice: «i
vostri giorni e i giorni dei vostri figli». Cioè sempre.
Molto spesso la chiave per educare bene i propri figli in un mondo che
respira paganesimo sono i momenti formali (pasti...) e informali che
ogni famiglia vive - disfare lo zainetto mentale, spirituale, emotivo
con cui tuo figlio o tua figlia arriva a casa ogni giorno. Ogni giorno
il ragazzo arriva a casa con nuove esperienze, con dialoghi
costruttivi che ha avuto, con frasi devastanti che ha sentito, con
nuovi episodi della telenovela che è la vita dei suoi amici e delle
loro famiglie, tentazioni, commenti degli insegnanti, confusioni
emotive, nuove responsabilità, piccole o grandi ferite. Tuo figlio o
tua figlia hanno bisogno, come il mio amico quando ritorna da un
viaggio, di svuotare lo zainetto!
Di solito questo non avviene se si fa un interrogatorio. Avviene
durante i momenti nei quali il ragazzo è in qualche modo rilassato.
La chiave di tutto è la tua capacità di creare il clima e
l'occasione - quell'atmosfera nella quale il ragazzo si sente di
condividere il suo mondo, dove non si sente giudicato e condannato per
sentimenti o esperienze sbagliate. I nostri figli hanno bisogno di
disinfettarsi dalla contaminazione quotidiana - e ti devi
lasciarglielo fare.
E' in questi momenti giornalieri informali che tu come genitore
puoi,
senza fare prediche, aiutare i tuoi figli a integrare la loro fede con
lo sbarramento di paganesimo che devono affrontare ogni giorno. I
nostri ragazzi vivono questi giorni, quindi devono parlare della loro
GIORNATA, mentre ce l'hanno ancora fresca in mente, prima che venga
sepolta e immagazzinata nella loro testa. Non puoi perderti troppi di
questi giorni di tuo figlio se vuoi avere un ragazzo stabile in un
mondo che oscilla.
Ricordati che quando tuo figlio o tua figlia tornano a casa dal loro
"viaggio" quotidiano, hanno lo zainetto pieno. Prenditi del
tempo per
aiutarli a svuotarlo!
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto
don Luciano
P.S.: Quanto detto vale per qualsiasi membro della famiglia.
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Oggi il nostro appuntamento domenicale dell’Angelus lo viviamo qui a Castel Gandolfo. Saluto gli abitanti di questa bella cittadina! Voglio ringraziarvi soprattutto per le vostre preghiere, e lo stesso faccio con tutti voi pellegrini che siete venuti qui numerosi.
Il Vangelo di oggi – siamo al capitolo 10 di Luca – è la famosa parabola del buon samaritano. Chi era quest’uomo? Era uno qualunque, che scendeva da Gerusalemme verso Gerico sulla strada che attraversa il deserto della Giudea. Da poco, su quella strada, un uomo era stato assalito dai briganti, derubato, percosso e abbandonato mezzo morto. Prima del samaritano passano un sacerdote e un levita, cioè due persone addette al culto nel Tempio del Signore. Vedono quel poveretto, ma passano oltre senza fermarsi. Invece il samaritano, quando vide quell'uomo, «ne ebbe compassione» (Lc 10,33) dice il Vangelo. Si avvicinò, gli fasciò le ferite, versandovi sopra un po’ di olio e di vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e pagò l’alloggio per lui… Insomma, si prese cura di lui: è l’esempio dell’amore per il prossimo. Ma perché Gesù sceglie un samaritano come protagonista della parabola? Perché i samaritani erano disprezzati dai Giudei, a causa di diverse tradizioni religiose; eppure Gesù fa vedere che il cuore di quel samaritano è buono e generoso e che – a differenza del sacerdote e del levita – lui mette in pratica la volontà di Dio, che vuole la misericordia più che i sacrifici (cfr Mc 12,33). Dio sempre vuole la misericordia e non la condanna verso tutti. Vuole la misericordia del cuore, perché Lui è misericordioso e sa capire bene le nostre miserie, le nostre difficoltà e anche i nostri peccati. Dà a tutti noi questo cuore misericordioso! Il Samaritano fa proprio questo: imita proprio la misericordia di Dio, la misericordia verso chi ha bisogno.
Un uomo che ha vissuto pienamente questo Vangelo del buon samaritano è il Santo che ricordiamo oggi: san Camillo de Lellis, fondatore dei Ministri degli Infermi, patrono dei malati e degli operatori sanitari. San Camillo morì il 14 luglio 1614: proprio oggi si apre il suo quarto centenario, che culminerà tra un anno. Saluto con grande affetto tutti i figli e le figlie spirituali di san Camillo, che vivono il suo carisma di carità a contatto quotidiano con i malati. Siate come lui buoni samaritani! E anche ai medici, agli infermieri e a coloro che lavorano negli ospedali e nelle case di cura, auguro di essere animati dallo stesso spirito. Affidiamo questa intenzione all'intercessione di Maria Santissima.
E un’altra intenzione vorrei affidare alla Madonna, insieme a tutti voi. E’ ormai vicina la Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro. Si vede che ci sono tanti giovani di età, ma tutti siete giovani nel cuore! Io partirò tra otto giorni, ma molti giovani partiranno per il Brasile anche prima. Preghiamo allora per questo grande pellegrinaggio che comincia, perché Nostra Signora de Aparecida, patrona del Brasile, guidi i passi dei partecipanti, e apra i loro cuori ad accogliere la missione che Cristo darà loro.
Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
mi unisco in preghiera ai Presuli e ai fedeli della Chiesa in Ucraina radunati nella Cattedrale di Lutsk per la Santa Messa di suffragio, in occasione del 70° anniversario delle stragi di Volinia. Tali atti, provocati dall'ideologia nazionalista nel tragico contesto della IIª Guerra Mondiale, hanno causato decine di migliaia di vittime e hanno ferito la fratellanza di due Popoli, quello polacco e quello ucraino. Affido alla misericordia di Dio le anime delle vittime e, per i loro popoli, chiedo la grazia di una profonda riconciliazione e di un futuro sereno nella speranza e nella sincera collaborazione per la comune edificazione del Regno di Dio.
Penso anche ai Pastori e ai fedeli partecipanti al pellegrinaggio della Famiglia di Radio Maria a Jasna Góra, Częstochowa. Vi affido alla protezione della Madre di Dio e vi benedico di cuore.
Saluto con affetto i fedeli della diocesi di Albano! Invoco su di loro la protezione di San Bonaventura, loro patrono, di cui domani la Chiesa celebra la festa. Che sia una bella festa e tanti auguri! Saluto tutti i pellegrini qui presenti: i gruppi parrocchiali, le famiglie, i giovani, specialmente quelli venuti dall’Irlanda; i giovani sordi che stanno vivendo a Roma un incontro internazionale.
Saluto le Suore di Santa Elisabetta, alle quali auguro un fruttuoso rinnovamento spirituale; le Apostole del Sacro Cuore di Gesù, con famiglie di diverse nazioni; le Figlie della Divina Carità, impegnate nel Capitolo generale; e le Superiore delle Figlie di Maria Ausiliatrice. *
A tutti auguro una buona domenica e buon pranzo!
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Condivido coi lettori del blog la lettera di Don Julian Carron a Repubblica del 11/7/2013
Caro Direttore,
Eugenio Scalfari ha colto acutamente che il tema dell’enciclica di papa Francesco è «il punto centrale della dottrina cristiana: che cos'è la fede» e ha concluso il suo editoriale di domenica con una domanda: «Qual è la risposta, reverendissimo papa?» (la Repubblica, 7 luglio 2013). Rileggendo l’enciclica Lumen fidei sollecitato da queste parole, non ho potuto evitare di riandare con la mente a questa immagine con cui Gesù descrive la missione dei suoi seguaci nel mondo: «Non si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa»(Mt 5,15).
Che altro avrebbero potuto fare di meglio papa Benedetto e papa Francesco per rispondere a quella percezione tanto diffusa che associa la fede al buio, oppure a «una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino», finendo così col considerarla «un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco» (3)?
A una obiezione del genere non si può rispondere soltanto con un ragionamento. Non si sconfigge il buio “parlando” della luce, ma accendendo una lampada. Il buio può essere sconfitto solo con la luce. Solamente la testimonianza luminosa della fede che illumina la vita di chi l’accoglie può rispondere a tale obiezione.
Così è nata la fede cristiana. Coloro che incontrarono Gesù rimasero colpiti dalla luce che egli gettava sulla realtà in cui erano immersi. Tanto è vero che uno di loro, l’evangelista Matteo, descrive il significato della presenza di Gesù nella storia con queste parole, riprendendo una profezia di Isaia: «Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta» (Mt 4,16). Per chi vuole illuminare non c’è altra strada che “brillare”. Gesù stesso si concepiva così: «Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre» (Gv 12,46).
La sfida in cui si trova oggi la fede cristiana non è diversa da quella di ieri. L’uomo contemporaneo - come ci ricorda Eliot - cerca affannosamente «d’evadere / dal buio esterno e interiore / sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono». Per questo è difficile trovare un’altra immagine più adeguata di quella della lampada: l’avvenimento di Cristo si propone, qui e ora, come risposta unica e imprevedibile alla profonda oscurità in cui l’uomo di oggi si dibatte impotente.
Davanti alla testimonianza dei due Pontefici contenuta in queste pagine, ciascuno potrà giudicare allora se la fede cristiana sminuisce, come sosteneva Nietzsche, «la portata dell’esistenza umana», impedendo all'uomo di «coltivare l’audacia del sapere» (2), la sua capacità di ricerca della verità, oppure se «la fede arricchisce l’esistenza umana in tutte le sue dimensioni» (6), rendendola un’avventura veramente umana, personale e appassionante, mostrando che «quando l’uomo si avvicina a Lui [Cristo], la luce umana non si dissolve nell’immensità luminosa di Dio, come se fosse una stella inghiottita dall’alba, ma diventa più brillante quanto è più prossima al fuoco originario, come lo specchio che riflette lo splendore» (35).
Certo, per accettare la sfida che la loro testimonianza rappresenta occorre una apertura della ragione, che si compie solo nell'amore, per una autentica affezione a sé. Infatti, solo chi è amato e, perciò, ama veramente se stesso può essere interessato alla verità e sussulta quando intercetta qualche raggio della sua luce sulla strada della vita.
Con la loro testimonianza Benedetto XVI e papa Francesco richiamano tutti noi - che abbiamo ricevuto il dono della fede - al compito che ci è stato affidato nel mondo: far risplendere la luce di Cristo sui nostri volti. «La fede si trasmette… da persona a persona, come una fiamma si accende da un’altra fiamma» (37). Tutti capiamo che razza di responsabilità implichi un tale compito: saremo in grado di assolverlo solo se noi per primi accettiamo di lasciarci costantemente illuminare dalla luce di Cristo. Perciò «la Chiesa… non presuppone mai la fede come un fatto scontato, ma sa che questo dono di Dio deve essere nutrito e rafforzato, perché continui a guidare il suo cammino» (6).
Ciascuno di noi ha bisogno di lasciarsi trasformare dall'Amore, «a cui si è aperto nella fede, e nel suo aprirsi a questo Amore che gli è offerto, la sua esistenza si dilata oltre sé». Accettando di partecipare al “noi” della comunione della Chiesa, «l’“io” del credente si espande per essere abitato da un Altro, per vivere in un Altro, e così la sua vita si allarga nell'Amore» (21).
Solo se trovano sul loro cammino persone che, per la fede, sono capaci di stare davanti alle sfide del vivere, se possono cioè vedere attraverso esse la pertinenza della fede alle esigenze della vita, cioè la sua profonda ragionevolezza, gli uomini del nostro tempo potranno tornare a interessarsi di Cristo e della fede. Perché vedranno che quello che rende i cristiani così diversi non può essere una fiaba oppure un bel sentimento (cfr. 24), ma un fatto che porta con sé le ragioni dell’umano. Solo la provocazione di questa testimonianza luminosa e concreta può essere in grado di toccare «la persona nel suo centro, nel cuore» (40), l’unica capace di essere all'altezza delle sue esigenze fondamentali di verità, bellezza, giustizia, felicità. Sì, ieri come oggi, «la fede nasce da un incontro che accade nella storia e illumina il nostro cammino nel tempo» (38).
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Da Don Luciano, missionario in Kenia:
Credo sia una delle nuove professioni, anzi un lavoro altamente
specialistico. Il "giravolta". Il "giravolta" è una
delle figure
professionali più necessarie ai politici. Appena filtra una notizia
che può danneggiare il politico in questione, qualcuno dei suoi
stipendiati (il giravolta) indice una conferenza stampa o rilascia
interviste per "rigirare" in maniera positiva o comunque non
dannosa
quella notizia che invece è politicamente devastante. Più diventi
potente più hai bisogno di un "giravolta" capace. E a seconda
di
quanto è abile il "giravolta", un mucchio di gente finisce per
credere più al "giravolta" che alla verità!
Oggigiorno l'immagine che riesci a vendere di te stesso è spesso più
importante della realtà. Tranne che per Dio. Quando si tratta di
peccato puoi usare tutti i "giravolta" che vuoi, ma con Dio
non
funziona proprio. Prendi per esempio il re Saul. Dio gli aveva
comandato di fare una chirurgia spirituale al popolo pagano degli
Amaleciti - che avevano apertamente sfidato Dio e avvelenato
moralmente molti Israeliti. La Bibbia va capita dentro al suo contesto
storico - comunque Dio aveva mandato Saul a estirpare definitivamente
quell'infezione morale per Israele che erano gli Amaleciti. Saul
doveva distruggere tutto - uomini e bestiame - e non tenersi niente di
quanto avrebbe conquistato in battaglia. Saul non fece tutto quello
che Dio gli aveva chiesto ma, proprio come noi, ha cercato di
giustificare in bel modo il suo peccato. Ha tentato il giravolta.
In 1Samuele 15, a partire dal versetto 13, quando il re Saul vede
avvicinarsi Samuele, uomo di Dio, dice: - «"Ho eseguito gli ordini
del Signore". Rispose Samuele: "Ma che è questo belar di
pecore, che
mi giunge all'orecchio, e questi muggiti d'armento che
odo?"»
Saul e i suoi uomini avevano portato nell'accampamento una parte
delle
ricchezze (gli animali) che avrebbero invece dovuto essere distrutte.
Ma Saul ha forse ammesso di aver disobbedito al Signore? No. Se ne è
uscito invece con una motivazione molto bella, molto spirituale! -
«Saul insisté con Samuele: "Ma io ho obbedito alla parola del
Signore, ho fatto la spedizione che il Signore mi ha ordinato"».
Santo subito! Ha fatto il giravolta... La verità è che lui non ha
obbedito al Signore - ha obbedito per quel tanto che gli interessava;
poi ha cercato di coprire la sua disobbedienza con bellissime parole
molto spirituali. C'è chi sa dire le cose giuste nei posti giusti...
in parrocchia... nei gruppi... con la gente - sa dare una
testimonianza cristiana impressionante, ma Dio sa bene che sta
coprendo con belle parole il marcio della sua disobbedienza.
E quando Samuele mette a galla l'evidenza del peccato di Saul,
questi
replica: - «"Gli animali li hanno condotti qui dagli Amaleciti,
come
il meglio del bestiame grosso e minuto... Il resto l'abbiamo votato
allo sterminio"». Parole molto spirituali... Infatti dice che Dio
dovrebbe stare più attento ai peccati che fanno gli altri... altri
hanno condotto qui gli animali, mica io. Parliamo dei loro errori,
così evito di guardare i miei. Scarichiamo le nostre colpe sugli
altri - come ha fatto Adamo con Eva: è stata lei! "Non è mica colpa
mia... sono stati loro a incominciare... questo non sarebbe successo
se lui non avesse detto o fatto questo..." Ma Dio non lo incanti
con i
bei discorsi spirituali.
Poi Saul fa l'ultimo tentativo di giravolta: - «Saul insisté con
Samuele: "Ma io ho obbedito alla parola del Signore, ho fatto la
spedizione che il Signore mi ha ordinato, ho condotto Agag re di
Amalek e ho sterminato gli Amaleciti. Il popolo poi ha preso dal
bottino pecore e armenti, primizie di ciò che è votato allo
sterminio per sacrificare al Signore tuo Dio al santuario di
Gàlgala"». Hai fatto una porcheria e la incarti come roba molto
spirituale: "Ti ho fatto queste confidenze su quella persona [cioé
hai sparlato, hai mormorato] perché tu ti sappia regolare con lui".
Sembra che tu abbia fatto un atto di carità e invece stai coprendo il
tuo peccato con una splendida giravolta.
Ma a Dio non piacciono i tuoi peccati e tanto meno le tue giravolte: -
«Samuele esclamò: "Ecco, obbedire è meglio del sacrificio...
Perché hai rigettato la parola del Signore, Egli ti ha rigettato come
re"». Il messaggio di Dio è chiaro. E' inutile che tu spenda
tante
belle parole spirituali... è inutile che tu cerchi di discolparti
scaricando la responsabilità sugli altri... non c'è giravolta
spirituale che possa coprire i peccati di cui non sei pentito.
Lo Spirito Santo, che è luce dei cuori, ci fa conoscere i nostri
peccati. Forse, vivendo in un'epoca in cui un buon giravolta ti può
salvare da una spiacevole verità, speri che questo possa funzionare
anche con Dio. Non ha funzionato con il re Saul... non funzionerà
nemmeno con te.
E' tempo che tu ammetta la verità su te stesso... e scarichi tutti i
tuoi peccati nel sacramento della Riconciliazione. I tuoi bei
giravolta spirituali non incantano Dio... invece ingannano te,
facendoti pensare di essere a posto con te stesso e con Dio. Vale
davvero la pena di continuare a farsi autogol?
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto
don Luciano
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Cari fratelli e sorelle! Buongiorno!
Prima di tutto desidero condividere con voi la gioia di aver incontrato, ieri e oggi, un pellegrinaggio speciale dell’Anno della fede: quello dei seminaristi, dei novizi e delle novizie. Vi chiedo di pregare per loro, perché l’amore per Cristo maturi sempre più nella loro vita e diventino veri missionari del Regno di Dio.
Il Vangelo di questa domenica (Lc 10,1-12.17-20) ci parla proprio di questo: del fatto che Gesù non è un missionario isolato, non vuole compiere da solo la sua missione, ma coinvolge i suoi discepoli. E oggi vediamo che, oltre ai Dodici apostoli, chiama altri settantadue, e li manda nei villaggi, a due a due, ad annunciare che il Regno di Dio è vicino. Questo è molto bello! Gesù non vuole agire da solo, è venuto a portare nel mondo l’amore di Dio e vuole diffonderlo con lo stile della comunione, con lo stile della fraternità. Per questo forma subito una comunità di discepoli, che è una comunità missionaria. Subito li allena alla missione, ad andare.
Ma attenzione: lo scopo non è socializzare, passare il tempo insieme, no, lo scopo è annunciare il Regno di Dio, e questo è urgente!, e anche oggi è urgente! Non c’è tempo da perdere in chiacchiere, non bisogna aspettare il consenso di tutti, bisogna andare e annunciare. A tutti si porta la pace di Cristo, e se non la accolgono, si va avanti uguale. Ai malati si porta la guarigione, perché Dio vuole guarire l’uomo da ogni male. Quanti missionari fanno questo! Seminano vita, salute, conforto alle periferie del mondo. Che bello è questo! Non vivere per se stesso, non vivere per se stessa, ma vive per andare a fare il bene! Ci sono tanti giovani oggi in Piazza : pensate a questo, domandatevi: Gesù mi chiama a andare, a uscire da me per fare il bene? A voi, giovani, a voi ragazzi e ragazze vi domando: voi, siete coraggiosi per questo, avete il coraggio di sentir e la voce di Gesù? E’ bello essere missionari!... Ah, siete bravi! Mi piace questo!
Questi settantadue discepoli, che Gesù manda davanti a sé, chi sono? Chi rappresentano? Se i Dodici sono gli Apostoli, e quindi rappresentano anche i Vescovi, loro successori, questi settantadue possono rappresentare gli altri ministri ordinati, presbiteri e diaconi; ma in senso più largo possiamo pensare agli altri ministeri nella Chiesa, ai catechisti, ai fedeli laici che si impegnano nelle missioni parrocchiali, a chi lavora con gli ammalati, con le diverse forme di disagio e di emarginazione; ma sempre come missionari del Vangelo, con l’urgenza del Regno che è vicino. Tutti devono essere missionari, tutti possono sentire quella chiamata di Gesù e andare avanti e annunciare il Regno!
Dice il Vangelo che quei settantadue tornarono dalla loro missione pieni di gioia, perché avevano sperimentato la potenza del Nome di Cristo contro il male. Gesù lo conferma: a questi discepoli Lui dà la forza di sconfiggere il maligno. Ma aggiunge: «Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20). Non dobbiamo vantarci come se fossimo noi i protagonisti: protagonista è uno solo, è il Signore! Protagonista è la grazia del Signore! Lui è l’unico protagonista! E la nostra gioia è solo questa: essere suoi discepoli, suoi amici. Ci aiuti la Madonna ed essere buoni operai del Vangelo.
Cari amici, la gioia! Non abbiate paura di essere gioiosi! Non abbiate paura della gioia! Quella gioia che ci dà il Signore quando lo lasciamo entrare nella nostra vita, lasciamo che Lui entri nella nostra vita e ci inviti ad andare fuori noi alle periferie della vita e annunciare il Vangelo. Non abbiate paura della gioia. Gioia e coraggio!
Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
come sapete, due giorni fa è stata pubblicata la Lettera Enciclica sul tema della fede, intitolata Lumen fidei, “la luce della fede”. Per l’Anno della fede, il Papa Benedetto XVI aveva iniziato questa Enciclica, che fa seguito a quelle sulla carità e sulla speranza. Io ho raccolto questo bel lavoro e l’ho portato a termine. Lo offro con gioia a tutto il Popolo di Dio: tutti infatti, specialmente oggi, abbiamo bisogno di andare all'essenziale della fede cristiana, di approfondirla e di confrontarla con le problematiche attuali. Ma penso che questa Enciclica, almeno in alcune parti, può essere utile anche a chi è alla ricerca di Dio e del senso della vita. La metto nelle mani di Maria, icona perfetta della fede, perché possa portare quei frutti che il Signore vuole.
Rivolgo il mio cordiale saluto a tutti voi, cari fedeli di Roma e pellegrini. Saluto in particolare i giovani della Diocesi di Roma che si preparano a partire per Rio de Janeiro per la Giornata Mondiale della Gioventù. Cari giovani, anch'io mi sto preparando! Camminiamo insieme verso questa grande festa della fede; la Madonna ci accompagni, e ci troveremo laggiù!
Saluto le Suore Rosminiane e le Francescane Angeline, che stanno vivendo i loro Capitoli Generali; e i responsabili della Comunità di Sant'Egidio venuti da diversi Paesi per il corso di formazione. A tutti voi auguro buona domenica! Buon pranzo! Arrivederci.
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Nuova meditazione di Don Luciano dal Kenia:

A volte mi capita di passare per strade secondarie, piccole vene
asfaltate che attraversano la nostra bella campagna, tra filari di
vigneti e campi di granoturco fiancheggiati da alberi e fossi di rovi
- dove i fagiani possono ancora fare nido e lepri la tana. Ma sempre
più spesso quei fossi sono trasformati in discariche. Gente che vi
getta il sacchetto delle immondizie, la sedia di plastica rotta,
persino il frigorifero vecchio. Dovremmo imparare (almeno questo)
dagli americani. Hanno anche loro lo stesso problema - e come lo hanno
risolto? Chiedendo a gruppi, associazioni, parrocchie, volontari, boy
scout, scuole - di mantenere pulito un miglio di strada vicino a loro.
Capita a volte anche nei telefilm di vedere il cartello lungo la
statale: "Questo miglio è mantenuto dal Club Tal dei Tali".
Nessuno
di quei gruppi può anche lontanamente pensare di mantenere pulita
tutta la strada, ma possono farlo per un miglio. E se ogni gruppo
garantisce che il suo miglio è coperto, alla fine l'intera area è
decisamente più bella e pulita.
Se anche noi cominciassimo ad avere la mentalità di pulirci il nostro
chilometro di strada sarebbe già una grande cosa. Ma è ancora nulla
in confronto al compito che ci ha lasciato Gesù - «Andate in tutto
il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Marco 16,15). In
altre parole, tu sei responsabile della salvezza degli altri. Ma come
possiamo raggiungere tutte le persone del mondo? Nella stessa maniera
in cui gli americani puliscono le statali - ognuno si fa carico del
suo miglio di strada.
Neemia, uno dei capi del popolo di Israele, ha chiamato la sua gente a
ricostruire le mura di Gerusalemme - un'impresa gigantesca - proprio
come lo è annunciare Gesù a quelli che ti stanno intorno. E per di
più erano circondati da persone ostili e contrarie all'impresa -
proprio come succede oggi. Ma nel libro di Neemia c'è scritto come
hanno portato a termine l'impresa. Neemia 3,23 e seguenti: - «Oltre
a
loro, Beniamino e Cassùb lavoravano di fronte alla loro casa. Oltre a
loro Azaria... lavorava presso la sua casa. Oltre a lui, Binnui...
restaurò un'altra parte delle mura, dalla casa di Azaria fino alla
svolta, cioè all'angolo... I sacerdoti lavoravano alle riparazioni
sopra la porta dei Cavalli, ciascuno di fronte alla sua casa. Oltre a
loro Zadòk... lavorava di fronte alla sua casa». Capito il sistema?
L'intera cinta muraria di Gerusalemme è stata ricostruita perché
ognuno si prendeva cura dell'area intorno a casa sua.
Questo ci porta diritti alla missione che Gesù ha affidato a ciascuno
di noi. C'è un motivo se vivi in quel determinato posto. Gesù ti ha
assegnato a quell'area, a quei vicini, a quel condominio... per
essere
il Suo rappresentante nel luogo in cui vivi. La ragione per cui lavori
in quel tal posto... vai a scuola in quella determinata scuola... sei
in quella zona e non in un'altra, è perché Gesù vuole che tu sia il
tramite tra quelle persone e Lui. Per dirla con le parole
dell'apostolo Paolo: - «Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo,
come
se Dio esortasse per mezzo nostro» (2Corinzi 5,20).
Allora, come stai lavorando sul tuo pezzo di strada? Gesù ha dato la
Sua vita per quelle persone che ti ha affidate... e ti ha lasciato la
responsabilità di farglielo capire. E mentre pensi che magari Lui
avrebbe potuto trovarne uno migliore, Lui ha deciso che tu sei la
persona più indicata. Perché ascoltano più volentieri uno che
cammina tutti i giorni per le loro vie, vive i loro problemi e va alle
stesse riunioni di condominio - uno come te - che non un esperto
predicatore che fa belle prediche in chiesa (dove la maggior parte di
loro non ci va).
Allora consegna il tuo condominio alla signoria di Gesù... consegna
il tuo gruppo... le persone della tua famiglia... quelle del tuo
ufficio e del tuo posto di lavoro... i tuoi compagni di scuola.
Comincia a pregare per ciascuno di loro. Prega per le famiglie del tuo
vicinato.
Unisciti a qualche gruppo di preghiera, e falli pregare per il tuo
"miglio di strada". Inizia un gruppo del Rosario e invita
qualcuno dei
vicini che sai disponibile... un gruppo di ascolto della Parola...
trova dei modi di amare e servire chi ti sta intorno, in maniera tale
che tu diventi significativo per loro. Chiedi loro se hanno qualche
intenzione per la quale hanno piacere che tu preghi. E tu stesso prega
perché si venga a creare l'occasione per poter parlare loro di Gesù.
Immagina solo cosa succederebbe se ogni cristiano dicesse:
"Signore,
mi impegno tutti i giorni a pregare e ad agire perchè quelli del mio
condominio o del mio vicinato ti possano conoscere e amare!" Bene,
e
adesso che farai con quelli del tuo "miglio"? Gesù ha messo
nelle tue
mani quelle persone per Lui così importanti!
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto
don Luciano
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Riporto da Tempi le parole di Papa Francesco alla Messa del 1/7 a S.Marta:
Papa Francesco, nell'omelia alla Messa di questa mattina alla Casa Santa Marta, ha commentato le preghiere di Abramo che si rivolge a Dio per salvare gli abitanti di Sodoma. «Abramo – ha detto il pontefice – è un coraggioso e prega con coraggio. Si sente la forza di parlare faccia a faccia col Signore e cerca di difendere quella città». L’esempio è servito al Santo Padre per spiegare che la preghiera «deve essere coraggiosa». Bisogna «andare dal Signore coraggiosi per chiedere le cose». L’insistenza di Abramo (anche se a prima vista potrebbe sembrare quella di quella di un «commercio fenicio, perché lui tira sul prezzo», ha detto scherzando papa Francesco) è giusta perché è quella di un uomo che sa di poter osare con un Dio che ci ama.
NEGOZIARE COL SIGNORE. È quella preghiera che ci insegna anche Gesù, come nell'episodio della donna siro-fenicia che chiede con insistenza a Cristo di guarire suo figlia. E Gesù elogia quell'insistenza. Anche santa Teresa, ha ricordato il Pontefice, «parla della preghiera come un negoziare col Signore» e questo «è possibile solo quando c’è la familiarità col Signore». È interessante notare, ha aggiunto poi il pontefice, che nel dialogo con Dio, Abramo «convince il Signore con le virtù proprie del Signore! Quello è bello! L’esposizione di Abramo va al cuore del Signore e Gesù ci insegna lo stesso: “Il Padre sa le cose. Il Padre – non preoccupatevi – manda la pioggia sui giusti e sui peccatori, il sole per i giusti e per i peccatori”. Con quell'argomentazione Abramo va avanti. Io mi fermerò qui: pregare è negoziare col Signore, anche diventare inopportuno col Signore. Pregare è lodare il Signore nelle sue cose belle che ha e dirgli che queste cose belle, ce le mandi a noi. E se Lui è tanto misericordioso, tanto buono, che ci aiuti!».
CHIEDERE UNA GRAZIA. «Io – ha concluso il papa – vorrei che oggi, tutti noi, cinque minuti, non di più, durante la giornata prendessimo la Bibbia e lentamente dicessimo il Salmo 102»: «”Benedici il Signore anima mia, quanto è in me benedica il suo nome. Non dimenticare tutti i suoi benefici. Egli perdona tutte le colpe, guarisce tutte le infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e di misericordia…”. E con questo impareremo le cose che dobbiamo dire al Signore quando chiediamo una grazia. “Tu che sei misericordioso, Tu che perdoni, fammi questa grazia”: come aveva fatto Abramo e come aveva fatto Mosè. Andiamo avanti nella preghiera, coraggiosi, e con questi argomenti che vengono proprio dal cuore di Dio».
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Ecco un intervento del Card.Caffarra tratto da Tempi:
Carlo Caffarra, cardinale e arcivescovo di Bologna, è intervenuto con una nota dopo che il sindaco della città Virginio Merola, due giorni fa al Gay Pride, ha auspicato il riconoscimento dei matrimoni e delle adozioni per le coppie gay. Lo riproduciamo di seguito:
Le affermazioni fatte dal Sindaco di Bologna riguardanti il matrimonio e diritto all'adozione per le coppie gay sono di tale gravità, che meritano qualche riflessione.
Quanto da lui profetato come ineluttabile destino del Paese a diventare definitivamente civile riconoscendo alle coppie omosessuali il diritto alle nozze e all'adozione è una battuta a braccio che costa poco: tanto non dipende dal Sindaco.
Ma ciò non toglie la gravità di tale pubblica presa di posizione da parte di chi rappresenta l’intera città.
E dove mettere il cittadino che non per fobia ma con motivate ragioni ritiene matrimonio ciò che è stato definito tale fin dagli albori della civiltà o ritiene non si possa parlare di un diritto ad adottare ma del diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre?
Davvero questo cittadino, con la sua cultura e le sue ragioni, è da giudicare incivile e fuori dalla storia, condannato a sentirsi estraneo in casa sua, perché non riesce a stare al passo del sedicente progresso?
Naturalmente ci sarà chi, riempiendosi la bocca di laicità dello Stato (che è cosa ben più seria!), ci accuserà di voler imporre una dottrina religiosa. Ma qui non c’entra religione o partito, omofobia o discriminazione: sono i fondamentali di una civiltà estesa quanto il mondo e antica quanto la storia ad essere minati; e forse non ci si accorge dell’enormità della posta in gioco.
Affermare che omo ed etero sono coppie equivalenti, che per la società e per i figli non fa differenza, è negare un’evidenza che a doverla spiegare vien da piangere.
Siamo giunti a un tale oscuramento della ragione, da pensare che siano le leggi a stabilire la verità delle cose.
Ad un tale oscuramento del bene comune da confondere i desideri degli individui coi diritti fondamentali della persona».
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Un pensiero di Rino Camilleri dal suo sito.. pensate sia esagerato?
Prepariamoci perché la persecuzione dei cristiani sarà (inizialmente) amministrativa, come quella contro i cattolici inglesi fino al 1828. Adesso in prima fila sono i ginecologi, gli infermieri e i medici che non prescrivono la pillola, più i farmacisti che non la vendono. Poi si passerà ai funzionari e impiegati che si rifiuteranno di celebrare o trascrivere “nozze gay”, nonché ai sessuologi che non assisteranno coppie omo con problemi. Gli affittacamere e i bread and breakfast hanno già i guai loro.
I librai e gli edicolanti sono avvisati. Scrive Marco Respinti su La Nuova Bussola Quotidiana del 23 maggio 2013 che «a Portadown, in Irlanda del Nord, il tipografo Nick Williamson, cristiano, finirà in tribunale come “omofobo” per essersi rifiutato di stampare un giornaletto di propaganda omosessualista, per di più dalla grafica esplicita».
L’Osservatorio sull'intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa, diretto a Vienna da Gudrun Kugler, ha già faldoni pieni di roba del genere.
Finiremo prima rovinati economicamente, poi in galera. Infine, se le carceri scoppieranno, gasati o terminati chimicamente (i nostri organi espiantati costituiranno ricco business). O nei campi di lavoro forzato. E non so cosa sia meglio.
D’altra parte, il paganesimo non poteva tornare senza i suoi connotati più tipici: la schiavitù, il libero aborto e le persecuzioni contro i cristiani. Naturalmente, i più non reggeranno alla pressione e si adegueranno alle leggi, come nell'antica Roma.
Solo pochi, come allora, accetteranno di perdere tutto per restare fedeli a Cristo.
L’unica differenza con l’antica Roma è questa: la tecnologia a disposizione non lascerà scampo ad alcuno.
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di questa domenica (Lc 9,51-62) mostra un passaggio molto importante nella vita di Cristo: il momento in cui – come scrive san Luca – «Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (9,51). Gerusalemme è la meta finale, dove Gesù, nella sua ultima Pasqua, deve morire e risorgere, e così portare a compimento la sua missione di salvezza.
Da quel momento, dopo quella “ferma decisione”, Gesù punta dritto al traguardo, e anche alle persone che incontra e che gli chiedono di seguirlo, dice chiaramente quali sono le condizioni: non avere una dimora stabile; sapersi distaccare dagli affetti umani; non cedere alla nostalgia del passato.
Ma Gesù dice anche ai suoi discepoli, incaricati di precederlo sulla via verso Gerusalemme per annunciare il suo passaggio, di non imporre nulla: se non troveranno disponibilità ad accoglierlo, si proceda oltre, si vada avanti. Gesù non impone mai, Gesù è umile, Gesù invita. Se tu vuoi, vieni. L’umiltà di Gesù è così: Lui invita sempre, non impone.
Tutto questo ci fa pensare. Ci dice, ad esempio, l’importanza che, anche per Gesù, ha avuto la coscienza: l’ascoltare nel suo cuore la voce del Padre e seguirla. Gesù, nella sua esistenza terrena, non era, per così dire, “telecomandato”: era il Verbo incarnato, il Figlio di Dio fatto uomo, e a un certo punto ha preso la ferma decisione di salire a Gerusalemme per l’ultima volta; una decisione presa nella sua coscienza, ma non da solo: insieme al Padre, in piena unione con Lui! Ha deciso in obbedienza al Padre, in ascolto profondo, intimo della sua volontà. E per questo la decisione era ferma, perché presa insieme con il Padre. E nel Padre Gesù trovava la forza e la luce per il suo cammino. E Gesù era libero, in quella decisione era libero. Gesù vuole noi cristiani liberi come Lui, con quella libertà che viene da questo dialogo con il Padre, da questo dialogo con Dio. Gesù non vuole né cristiani egoisti, che seguono il proprio io, non parlano con Dio; né cristiani deboli, cristiani, che non hanno volontà, cristiani «telecomandati», incapaci di creatività, che cercano sempre di collegarsi con la volontà di un altro e non sono liberi. Gesù ci vuole liberi e questa libertà dove si fa? Si fa nel dialogo con Dio nella propria coscienza. Se un cristiano non sa parlare con Dio, non sa sentire Dio nella propria coscienza, non è libero, non è libero.
Per questo dobbiamo imparare ad ascoltare di più la nostra coscienza. Ma attenzione! Questo non significa seguire il proprio io, fare quello che mi interessa, che mi conviene, che mi piace... Non è questo! La coscienza è lo spazio interiore dell’ascolto della verità, del bene, dell’ascolto di Dio; è il luogo interiore della mia relazione con Lui, che parla al mio cuore e mi aiuta a discernere, a comprendere la strada che devo percorrere, e una volta presa la decisione, ad andare avanti, a rimanere fedele.
Noi abbiamo avuto un esempio meraviglioso di come è questo rapporto con Dio nella propria coscienza, un recente esempio meraviglioso. Il Papa Benedetto XVI ci ha dato questo grande esempio quando il Signore gli ha fatto capire, nella preghiera, quale era il passo che doveva compiere. Ha seguito, con grande senso di discernimento e coraggio, la sua coscienza, cioè la volontà di Dio che parlava al suo cuore. E questo esempio del nostro Padre fa tanto bene a tutti noi, come un esempio da seguire.
La Madonna, con grande semplicità, ascoltava e meditava nell'intimo di se stessa la Parola di Dio e ciò che accadeva a Gesù. Seguì il suo Figlio con intima convinzione, con ferma speranza. Ci aiuti Maria a diventare sempre più uomini e donne di coscienza, liberi nella coscienza, perché è nella coscienza che si dà dialogo con Dio; uomini e donne, capaci di ascoltare la voce di Dio e di seguirla con decisione capaci di ascoltare la voce di Dio e di seguirla con decisione.
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
oggi in Italia si celebra la Giornata della carità del Papa. Desidero ringraziare i Vescovi e tutte le parrocchie, specialmente le più povere, per le preghiere e le offerte che sostengono tante iniziative pastorali e caritative del Successore di Pietro in ogni parte del mondo. Grazie a tutti!
Rivolgo di cuore il mio saluto a tutti i pellegrini presenti, in particolare ai numerosi fedeli venuti dalla Germania. Saluto anche i pellegrini di Madrid, Augsburg, Sonnino, Casarano, Lenola, Sambucetole e Montegranaro; il gruppo di laici domenicani, la Fraternità apostolica della Divina Misericordia di Piazza Armerina, gli Amici delle missioni del Preziosissimo Sangue, l’UNITALSI di Ischia di Castro e i ragazzi di Latisana.
Vi chiedo di pregare per me. A tutti auguro una buona domenica e buon pranzo.
Arrivedeci!
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Signori Cardinali,
Sua Eminenza Metropolita Ioannis,
venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Celebriamo la Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, patroni principali della Chiesa di Roma: una festa resa ancora più gioiosa per la presenza di Vescovi da tutto mondo. Una grande ricchezza che ci fa rivivere, in un certo modo, l’evento di Pentecoste: oggi, come allora, la fede della Chiesa parla in tutte le lingue e vuole unire i popoli in un’unica famiglia.
Saluto di cuore e con gratitudine la Delegazione del Patriarcato di Costantinopoli, guidata dal Metropolita Ioannis. Ringrazio il Patriarca ecumenico Bartolomeo I per questo rinnovato gesto fraterno. Saluto i Signori Ambasciatori e le Autorità civili. Un grazie speciale al Thomanerchor, il Coro della Thomaskirche [Chiesa di San Tommaso] di Lipsia - la chiesa di Bach - che anima la Liturgia e che costituisce un’ulteriore presenza ecumenica.
Tre pensieri sul ministero petrino, guidati dal verbo “confermare”. In che cosa è chiamato a confermare il Vescovo di Roma?
1. Anzitutto, confermare nella fede. Il Vangelo parla della confessione di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16), una confessione che non nasce da lui, ma dal Padre celeste. Ed è per questa confessione che Gesù dice: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (v. 18). Il ruolo, il servizio ecclesiale di Pietro ha il suo fondamento nella confessione di fede in Gesù, il Figlio del Dio vivente, resa possibile da una grazia donata dall'alto. Nella seconda parte del Vangelo di oggi vediamo il pericolo di pensare in modo mondano. Quando Gesù parla della sua morte e risurrezione, della strada di Dio che non corrisponde alla strada umana del potere, in Pietro riemergono la carne e il sangue: «si mise a rimproverare il Signore: …questo non ti accadrà mai» (16,22). E Gesù ha una parola dura: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo» (v. 23). Quando lasciamo prevalere i nostri pensieri, i nostri sentimenti, la logica del potere umano e non ci lasciamo istruire e guidare dalla fede, da Dio, diventiamo pietra d’inciampo. La fede in Cristo è la luce della nostra vita di cristiani e di ministri nella Chiesa!
2. Confermare nell'amore. Nella seconda Lettura abbiamo ascoltato le commoventi parole di san Paolo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2 Tm 4,7). Di quale battaglia si tratta? Non quella delle armi umane, che purtroppo insanguina ancora il mondo; ma è la battaglia del martirio. San Paolo ha un’unica arma: il messaggio di Cristo e il dono di tutta la sua vita per Cristo e per gli altri. Ed è proprio l’esporsi in prima persona, il lasciarsi consumare per il Vangelo, il farsi tutto a tutti, senza risparmiarsi, che lo ha reso credibile e ha edificato la Chiesa. Il Vescovo di Roma è chiamato a vivere e confermare in questo amore verso Cristo e verso tutti senza distinzioni, limiti e barriere. E non solo il Vescovo di Roma: tutti voi, nuovi arcivescovi e vescovi, avete lo stesso compito: lasciarsi consumare per il Vangelo, farsi tutto a tutti. Il compito di non risparmiare, uscire di sé al servizio del santo popolo fedele di Dio.
3. Confermare nell'unità. Qui mi soffermo sul gesto che abbiamo compiuto. Il Pallio è simbolo di comunione con il Successore di Pietro, «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione» (Conc. Ecum Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 18). E la vostra presenza oggi, cari Confratelli, è il segno che la comunione della Chiesa non significa uniformità. Il Vaticano II, riferendosi alla struttura gerarchica della Chiesa afferma che il Signore «costituì gli Apostoli a modo di collegio o gruppo stabile, a capo del quale mise Pietro, scelto di mezzo a loro» (ibid., 19). Confermare nell'unità: il Sinodo dei Vescovi, in armonia con il primato. Dobbiamo andare per questa strada della sinodalità, crescere in armonia con il servizio del primato. E continua, il Concilio: «questo Collegio, in quanto composto da molti, esprime la varietà e universalità del Popolo di Dio» (ibid., 22). Nella Chiesa la varietà, che è una grande ricchezza, si fonde sempre nell'armonia dell’unità, come un grande mosaico in cui tutte le tessere concorrono a formare l’unico grande disegno di Dio. E questo deve spingere a superare sempre ogni conflitto che ferisce il corpo della Chiesa. Uniti nelle differenze: non c’è un’altra strada cattolica per unirci. Questo è lo spirito cattolico, lo spirito cristiano: unirsi nelle differenze. Questa è la strada di Gesù! Il Pallio, se è segno della comunione con il Vescovo di Roma, con la Chiesa universale, con il Sinodo dei Vescovi, è anche un impegno per ciascuno di voi ad essere strumenti di comunione.
Confessare il Signore lasciandosi istruire da Dio; consumarsi per amore di Cristo e del suo Vangelo; essere servitori dell’unità. Queste, cari Confratelli nell'episcopato, le consegne che i Santi Apostoli Pietro e Paolo affidano a ciascuno di noi, perché siano vissute da ogni cristiano. Ci guidi e ci accompagni sempre con la sua intercessione la santa Madre di Dio: Regina degli Apostoli, prega per noi! Amen.
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Da Tempi, l'omelia di Papa Francesco a Santa Marta di oggi:
Papa Francesco nell'omelia della Messa di questa mattina alla Casa Santa Marta ha commentato il brano del Vangelo di Matteo che parla delle case costruite sulla sabbia e sulla roccia. «Nella storia della Chiesa ci sono state due classi di cristiani: i cristiani di parole – quelli “Signore, Signore, Signore” – e i cristiani di azione, in verità», ha detto il Pontefice. «Sempre c’è stata la tentazione di vivere il nostro cristianesimo fuori della roccia che è Cristo. L’unico che ci dà la libertà per dire “Padre” a Dio è Cristo o la roccia». Mentre la tentazione di questi cristiani di parole, ha sottolineato il Papa, è «essere cristiani senza Cristo».
GNOSTICI E PELAGIANI. Chi sono secondo Papa Francesco questi “cristiani di parole”? Chi sono i “cristiani senza Cristo”? Da una parte c’è il cristiano “gnostico”, ha spiegato il Santo Padre, «che invece di amare la roccia, ama le parole belle». I cristiani gnostici «credono, sì, in Dio, in Cristo», ma il loro è un Dio «troppo “diffuso”: non è Gesù Cristo quello che ti dà fondamento». I cristiani “gnostici” professano «un cristianesimo “liquido”». Dall'altra parte, ha proseguito il Pontefice, ci sono i cristiani “pelagiani”, «quelli che credono che la vita cristiana si debba prendere tanto sul serio che finiscono per confondere solidità, fermezza, con rigidità. Sono i rigidi! Questo pensano che per essere cristiano sia necessario mettersi in lutto, sempre».
DOV'È LA LIBERTÀ. Di questi cristiani senza Cristo «ce ne sono tanti», ha ammonito Papa Francesco, ma in realtà essi «non sono cristiani, si mascherano da cristiani. Non sanno cosa sia il Signore, non sanno cosa sia la roccia, non hanno la libertà dei cristiani. E, per dirlo un po’ semplicemente, non hanno gioia. I primi hanno una certa “allegria” superficiale. Gli altri vivono in una continua veglia funebre, ma non sanno cosa sia la gioia cristiana. I cristiani senza Cristo «sono schiavi della superficialità, di questa vita diffusa, e questi sono schiavi della rigidità, non sono liberi. Nella loro vita, lo Spirito Santo non trova posto. È lo Spirito che ci dà la libertà». Ciò che permette al cristiano «andare avanti con la gioia, nel suo cammino, nelle sue proposte», ha concluso il Papa, è proprio «costruire la nostra vita cristiana su di Lui, la roccia».
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Dal sito della Fraternità Sacerdotale San Carlo, l'omelia di Mons. Camisasca in occasione dell'ordinazione sacerdotale dello scorso 22 giugno..
Carissimi fratelli e amici,
questa celebrazione riveste un significato particolare per me e per i giovani che ora riceveranno l’ordine del presbiterato e del diaconato.
Per me si tratta del singolare privilegio che mi è concesso da Cristo di poter ordinare dei fratelli che ho accolto e accompagnato nella Fraternità san Carlo; per loro si tratta di un avvenimento che cambia interamente l’esistenza, in continuità e fioritura del loro battesimo, ma con una richiesta di donazione da parte di Cristo che supera ogni umana progettazione e previsione.
Le letture di questa santa Liturgia, che abbiamo appena ascoltato, sono il portale che ci introduce, con la profondità inesauribile della Parola di Dio, alla comprensione commossa di quanto sta accadendo. Devo limitarmi a riprendere con voi la pagina del Vangelo di Luca. Mentre gli altri Vangeli sinottici collocano il dialogo di Gesù con i discepoli, che abbiamo ascoltato, lungo la strada verso Cesarea di Filippo o arrivati in quel luogo, Luca ci mostra Gesù in preghiera. I discepoli stanno a distanza. Lui si avvicina a loro e pone una domanda. È una domanda che nasce dalla profondità del dialogo col Padre, non dalla vanità che può invece originarla sulle nostre labbra: “Cosa pensano gli altri, la gente, di me?”. Per Gesù si tratta di un itinerario chiaro: dalle opinioni della gente vuol arrivare a suscitare e verificare la fede personale dei discepoli. Dalle loro risposte comprendiamo che la gente che seguiva Gesù non aveva idee strane o fantasiose o irriverenti su di Lui. Sono evidentemente persone che conoscono la Scrittura e hanno seguito le vicende del Battista. Le loro risposte, che ora non possiamo analizzare, sono illuminate e per nulla banali. Ci fanno capire come la gente guardasse a Gesù. E ci riempiono della stessa ammirazione e attesa di quella moltitudine. Eppure tutto ciò non basta. Gesù prosegue: “Ma voi, avete saputo vedere meglio? Avete fatto tesoro delle mie parole e delle mie azioni? Avete penetrato il mistero della mia persona?”.
Luca e gli altri Vangeli non riportano le risposte degli apostoli e dei discepoli. Emerge soltanto la voce di Pietro che sovrasta le altre e le cancella dalla memoria: “Tu sei l’Unto di Dio”.
Fermiamoci un momento. Questa sera il dialogo avviene con voi. È a voi che Gesù chiede, a ciascuno di voi: “E tu, chi dici che io sia?”.
Questa domanda ci interpella nel profondo, ma si rivolge ora soprattutto a voi, cari fratelli che state per essere ordinati. Si può dire con assoluta verità e pertinenza che la vita del sacerdote si spiega e si regge soltanto come strada di una progressiva conoscenza di Cristo. Conoscenza intellettuale, certo, da alimentare con lo studio e la meditazione, ma anche e soprattutto conoscenza affettiva che avviene nella preghiera, nella celebrazione dei sacramenti, nell'accompagnamento e nella guida delle persone che ci sono affidate da Cristo.
La conoscenza di Cristo è la realtà più avvincente del sacerdozio: una conoscenza personale, inesauribile. Ogni volta che una persona vi accosterà aprendo il suo cuore; ogni volta che direte: io ti assolvo, questo è il mio corpo; ogni volta che spiegherete e leggerete la Scrittura; ogni volta che aiuterete un uomo o una donna a leggere la sua vita, le sue gioie e i suoi dolori; … ogni volta sarà una nuova conoscenza di Cristo, un nuovo passo verso la realtà della sua Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione, della sua Presenza tra noi.
Amore di Dio e degli uomini, conoscenza di Dio e degli uomini di fondono nel nostro itinerario sacerdotale, nel nostro cammino verso Cristo.
Ma la domanda di Gesù rivela non solo il nostro cammino verso di Lui, in Lui, come direbbe san Paolo. Essa ci apre innanzitutto al cammino di Gesù verso di noi, verso ciascuno di noi. Il sacramento che ora riceverete, prima ancora di affidarvi delle responsabilità, è un atto di misericordia verso di voi. Miserando atque eligendo, dice il motto di Papa Francesco tratto da Beda, il Venerabile. Ti ha scelto perché ha avuto misericordia di te. Ripensiamo così alla domanda di Cristo: chi dite che io sia? Gesù sa bene chi Lui è. La sua domanda non nasce da curiosità, vanagloria, dubbio, incertezza. Nasce dalla carità. Desidera essere amato dai suoi, perché sa che in questo amore è la loro salvezza. Ed essi, dodici di essi, in questo passaggio che accoglie la carità di Cristo, da discepoli diventano apostoli.
Ha sete di te l’anima mia (Sal 62,2). Questa è la preghiera di ognuno di noi a Cristo. Ma “ho sete” è anche parola di Cristo a noi, parola di Cristo rivolta a ciascuno di noi. Soltanto rispondendo alla sua sete scopriamo la nostra identità. Cari fratelli desidero dunque lasciarvi questo pensiero: in Cristo noi conosciamo noi stessi.
“Chi dici che io sia?” è la domanda che ciascuno di noi dice all'amico per ricevere la rivelazione del suo io. Secretum meum mihi (Is 24,16).
Ognuno di noi cerca nell'altro la risoluzione del proprio segreto. “Io, che sono?” diceva Leopardi. La domanda dell’uomo a se stesso trova questa sera una risposta nel dialogo tra Cristo e i suoi: Io sono colui che Cristo ha amato e ama. Per questo ha accettato di “soffrire molto, essere rifiutato… , venire ucciso” ed è risorto il terzo giorno. Perché mi ama.
Cari fratelli, come Pietro ha ricevuto il dono di entrare nel dialogo tra il Padre e Gesù, così ora lo concede anche a voi. Il Padre vi rivela chi sia Gesù e quale sia la sua missione, quel mistero che a Pietro ripugna e vorrebbe in ogni modo allontanare. Eppure non c’è conoscenza di Gesù se non stando dietro a Lui. “Stammi dietro”, dice il Maestro a Pietro.
Questa è la consegna che questa sera vi affido: state dietro a Gesù. Chi perde, cioè dona la sua vita per Lui senza mai misurare, costui la salverà. Amen.
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Riporto da Tempi questo testo:
Papa Francesco, questa mattina (26 giugno) nell'omelia alla Messa alla casa Santa Marta, ha detto che i sacerdoti devono essere padri. Il Pontefice, ci si ricorderà, tempo fa aveva rivolto alle suore un medesimo augurio, invitandole a non essere «zitelle», ma «madri». Oggi ha detto che la «voglia di paternità» è iscritta nel cuore dell’uomo. Di ciascun uomo, anche del sacerdote anche se egli è chiamato a vivere questo desiderio secondo una forma e una vocazione particolare. Il sacerdote sia padre, dunque. Anzi, se non ha questa «voglia», significa che gli «manca qualcosa», che «qualcosa non va. Tutti noi, per essere, per diventare pieni, per essere maturi, dobbiamo sentire la gioia della paternità: anche noi celibi. La paternità è dare vita agli altri, dare vita, dare vita… Per noi, sarà la paternità pastorale, la paternità spirituale: ma è dare vita, diventare padri».
LA GRAZIA DELLA PATERNITA’. Commentando il brano delle scritture in cui si parla di Abramo e del sacrifico che Dio gli chiede, papa Francesco ha detto di «commuoversi» pensando a «questo novantenne con il bastone in mano», che difende «difende la famiglia, i figli. Questa è una grazia che noi preti dobbiamo chiedere: essere padri, essere padri. La grazia della paternità, della paternità pastorale, della paternità spirituale. Peccati ne avremo tanti, ma questo è di commune sanctorum: tutti abbiamo peccati. Ma non avere figli, non diventare padre, è come se la vita non arrivasse alla fine: si ferma a metà cammino. E perciò dobbiamo essere padri. Ma è una grazia che il Signore dà. La gente ci dice così: “Padre, padre, padre…”. Ci vuole così, padri, con la grazia della paternità pastorale».
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Ecco un articolo di Piero Gheddo da La Bussola:
Quand'ero giovane, in seminario a Vercelli ci dicevano: “Il buon prete fa la buona parrocchia” e questo detto di sapienza popolare trova conferma quando ne muore uno. Alcuni mesi fa è mancato il caro don Guido (chiamiamolo così) che conoscevo perché sono sessant'anni che visito le parrocchie specialmente della Lombardia, ma non solo. In questi giorni mi telefona una signora amica di quel paese, anzi cittadina, e mi richiama alla mente don Guido. Ecco cosa mi dice:
“Don Guido è stato nostro viceparroco solo per 18 anni dal 1966 al 1984, poi è andato in altre parrocchie. Ma nella nostra città ha formato schiere di giovani, di ragazze e di buone famiglie, che adesso, trent'anni dopo, sono accorsi in massa anche da lontano, per dargli l’ultimo saluto. Li avesse visti, erano tanti, mariti, mogli e bambini, erano trent'anni che non ci vedevamo e tutti dicevano: “Sono i figli di don Guido” e lì a ricordare “i nostri tempi”, quelli appunto di don Guido. Hanno portato gioia e un’armonia straordinaria nel ricordo di quell'indimenticabile prete morto a 72 anni, che soffriva di asma, aveva difficoltà di respirazione e di parola, infatti era di pochissime parole. Poteva essere un prete chiuso in se stesso, lamentoso e pessimista, invece era un santo e ha dato un’impronta di vita cristiana a molti e al paese stesso”.
Ricordavo confusamente che quando don Guido era arrivato in quella parrocchia era successa una mezza rivoluzione, ne avevano parlato anche i giornali. Chiedo alla signora cos'era successo: “Don Guido - continua l’amica - è venuto da noi in una situazione molto difficile. il parroco di allora aveva cacciato via malamente il prete dell’oratorio, un sacerdote giovane che capiva che i tempi stavano cambiando e voleva fare qualcosa di nuovo. Il vecchio parroco, che certamente ha fatto molto anche lui, ma era un carattere forte e non facile, non vedeva bene quello che gli altri facevano di diverso da quel che aveva fatto lui. E l’ha mandato via in modo brusco. Per cui, quando don Guido è venuto a sostituirlo, in oratorio si è trovato davanti ad un muro di ragazzi amici del don di prima che non l’hanno accolto bene, anzi, l’hanno rifiutato e gli hanno detto: “Lei qui in oratorio non entra!”.
“L’oratorio è lontano dalla parrocchia e l’avevano occupato i giovani amici del don che era stato mandato via, com'era di moda a quei tempi. Ci sono stati tafferugli e anche un ferito. Siamo finiti sui giornali. Don Guido ha semplicemente detto: “Mi spiace, però io sono stato mandato dal vescovo come prete dell’oratorio. Se mi volete bene, se non mi volete, aspetto che voi cambiate opinione”. I giovani sono rimasti spiazzati, perché pensavano di “fare la lotta” come succedeva a quei tempi. Invece don Guido è andato ad abitare nell'appartamento del prete dell’oratorio e ha detto: “Io sono qui, aspetto che veniate voi a cercarmi ed a chiamarmi”.
“L’oratorio è rimasto vuoto per 4-5 mesi, poi a poco a poco sono tornati, perché avevano visto che don Guido era un uomo di Dio. Ma lui ha dovuto ricominciare da capo. Parlava poco, ma sapeva ascoltare. Faceva scuola al mattino e poi lo cercavi e c’era sempre, non sapevi dov'era e lui era in chiesa ad aspettare. Una meraviglia. Oggi i preti sono presi da troppe cose, non possono più dare un formazione profonda, fare direzione spirituale. Per le confessioni lo trovavi sempre là. Celebrava la Messa, faceva scuola e poi si metteva di fianco al suo confessionale e aspettava. In quei tempi di grande confusione, noi giovani avevamo molti problemi. Andavamo da lui, ci lasciava parlare, poi ci faceva leggere una pagina del Vangelo dove Gesù rispondeva alle nostre domande. Si rimaneva spiazzati, perché si pensava di trovare un prete che dicesse: “Avete ragione, questo parroco non capisce niente!” e invece portava il discorso su un piano superiore, che non potevi dargli torto. Quando noi ci lamentavamo del parroco e di altre cose che non ci parevano giuste, lui diceva: “Ma allora voi non capite niente. Per restare nella comunità, nella Chiesa, bisogna imparare a soffrire, a sopportare”.
“E pensare – continua la cara amica che si commuove raccontando - che quel parroco, che agiva secondo il suo carattere e modo di fare, riteneva don Guido un debole che valeva poco o niente e glie lo diceva davanti a tutti. E lui incassava col suo sorriso, al massimo diceva: “Se lo dice lei…”. Questi atteggiamenti ci hanno fatto crescere nella fede e nella vita cristiana. Ci hanno maturati. Non è che il vecchio parroco valesse poco, anche come prete ha fatto molto e non si può dirgli niente, anzi nel nostro paese ha realizzato molte buone cose. Solo che aveva il suo carattere e agiva secondo quel caratteraccio (“Il parroco sono io!” e basta) e c’erano anche i fedeli che lo apprezzavano. Ma don Guido noi lo preghiamo come un santo ed è morto in concetto di santità, anche perchè negli ultimi due anni ha sofferto molto, non si lamentava mai e aveva sempre il suo sorriso sul volto”.
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Riporto da Tempi questo articolo:

Nessuno è cristiano per puro caso. Lo ha detto questa mattina papa Francesco nell'omelia alla Casa Santa Marta. Commentando la lettura tratta dal Genesi in cui si racconta della discussione tra Abram e Lot per la divisione della terra, il pontefice ha illustrato la missione che Dio affida ad Abramo. Non prima di aver chiosato come spesso, sia allora sia oggi, «la discussioni» in Medio Oriente portano a divisioni. Invece Abramo, chiamato dal Signore, «continua a camminare». «Abramo parte dalla sua terra con una promessa: tutto il suo cammino è andare verso questa promessa. E il suo percorso è anche un modello del nostro percorso. Dio chiama Abramo, una persona, e di questa persona fa un popolo».
«Dio ci parla al singolare – ha proseguito -, perché ci ha creato a sua immagine e somiglianza. Ha parlato ad Abramo e gli ha dato una promessa e lo ha invitato ad uscire dalla sua terra. Noi cristiani siamo stati chiamati al singolare: nessuno di noi è cristiano per puro caso! Nessuno!».
LUI E’ LA FEDELTA’. Dio ci chiama «per nome» e attraverso «una promessa». Non ci abbandona al nostro compito, ma è con noi. È come se ci dicesse: «Vai avanti, Io sono con te! Io cammino affianco a te». Dio si fa compagno nel nostro cammino, in cui ci promette una fecondità, «una discendenza» come fece con Abramo. «E questa è un po’ la sicurezza del cristiano», ha detto papa Francesco.
«Non è una casualità, è una chiamata! Una chiamata che ci fa andare avanti. Essere cristiano è una chiamata di amore, di amicizia; una chiamata a diventare figlio di Dio, fratello di Gesù; a diventare fecondo nella trasmissione di questa chiamata agli altri; a diventare strumenti di questa chiamata. Ci sono tanti problemi, tanti problemi; ci sono momenti difficili: Gesù ne ha passati tanti! Ma sempre con quella sicurezza: “Il Signore mi ha chiamato. Il Signore è come me. Il Signore mi ha promesso”». Il nostro è un Dio fedele «perché Lui mai può rinnegare se stesso: Lui è la fedeltà».
NON CI LASCIA SOLI. E se non ne siamo degni? E se siamo peccatori? Questo non è un problema ha spiegato il Santo Padre. «Tutti siamo peccatori. Il problema è: peccatori, andare avanti col Signore, andare avanti con quella promessa che ci ha fatto, con quella promessa di fecondità e dire agli altri, raccontare agli altri che il Signore è con noi, che il Signore ci ha scelto e che Lui non ci lascia soli, mai! Quella certezza del cristiano ci farà bene. Che il Signore ci dia, a tutti noi, questa voglia di andare avanti, che ha avuto Abramo, in mezzo ai problemi; ma andare avanti, con quella sicurezza che Lui che mi ha chiamato, che mi ha promesso tante cose belle è con me!».
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