Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

mercoledì 20 novembre 2013

Il tavolo del nonno

Papa Francesco è tornato ad esaltare il ruolo prezioso degli anziani nella Chiesa e nella società. Ne ha parlato durante la messa celebrata martedì 19 novembre, nella cappella di Santa Marta.
La sua omelia è iniziata con una domanda: «Cosa lasciamo come eredità ai nostri giovani?». Per rispondere il Pontefice ha richiamato il racconto contenuto nel secondo libro dei Maccabei (6, 18-31) nel quale si narra l’episodio del saggio anziano Eleazaro, uno degli scribi più stimati, il quale, piuttosto che mangiare carne proibita per compiacere al re, si avviò volontariamente al martirio. A nulla valsero i consigli dei suoi amici, che lo esortavano a fingere di mangiare quel cibo per salvarsi. Egli preferì morire tra le sofferenze piuttosto che dare un cattivo esempio agli altri, soprattutto ai giovani. «Un anziano coerente sino alla fine» — lo ha definito il Santo Padre — nel cui comportamento esemplare si può riconoscere «il ruolo degli anziani nella Chiesa e nel mondo». «Quest’uomo — ha spiegato — davanti alla scelta fra l’apostasia e la fedeltà, non dubita. Aveva tanti amici. Volevano portarlo a un compromesso: “Fai finta, così potrai continuare a vivere...”. È quell’atteggiamento del fingere, del fingere pietà, del fingere religiosità, che Gesù condanna con una parola molto forte nel capitolo 23 di san Matteo: l’ipocrisia. Invece «questo buon uomo, novantenne, bravo e tanto stimato dal suo popolo, non pensa a sé. Pensa soltanto a Dio, a non offenderlo con il peccato dell’ipocrisia e dell’apostasia. Pensa però anche all’eredità» che deve lasciare. Dunque pensa ai giovani. E nel testo della scrittura, sebbene si parli di un anziano, la parola giovani — ha notato Papa Francesco — ritorna spesso. Eleazaro dunque pensava a cosa avrebbe lasciato in eredità ai giovani con la sua scelta. E si chiedeva: «Un compromesso, cioè metà e metà, un’ipocrisia o la verità, quella che ho cercato di seguire per tutta la vita?». Ecco «la coerenza di quest’uomo, la coerenza della sua fede — ha commentato il vescovo di Roma — ma anche la responsabilità di lasciare un’eredità nobile, vera».
«Noi viviamo in un tempo nel quale gli anziani non contano. È brutto dirlo — ha ripetuto il Santo Padre — ma si scartano perché danno fastidio». Eppure «gli anziani sono quelli che ci portano la storia, la dottrina, la fede e ce le lasciano in eredità. Sono come il buon vino invecchiato, hanno cioè dentro la forza per darci quella eredità nobile».
A questo proposito il Papa si è riferito alla testimonianza di un altro grande anziano, Policarpo. Condannato al rogo, «quando il fuoco cominciò a bruciarlo» — ha ricordato — si avvertì tutt’intorno il profumo del pane appena cotto. Questo sono gli anziani: «Eredità, buon vino e buon pane». Invece «soprattutto in questo mondo si pensa che diano fastidio».
Qui il Pontefice è tornato con la memoria alla sua infanzia: «Io ricordo — ha detto — che da bambini ci raccontavano questa storia. C’era una famiglia, un papà, una mamma e tanti bambini. E c’era anche un nonno che viveva con loro. Ma era invecchiato e a tavola, quando mangiava la zuppa, si sporcava tutto: la bocca, il tovagliolo... non faceva una bella figura! Un giorno il papà ha detto che, visto cosa capitava al nonno, dal giorno successivo avrebbe mangiato da solo. E comprò un tavolino, lo mise in cucina; così il nonno mangiava da solo in cucina e la famiglia nella sala da pranzo. Dopo alcuni giorni il papà torna a casa e trova uno dei suoi figli a giocare con il legno. Gli chiese: “Cosa fai?”. “Sto giocando a fare il falegname”, rispose il bambino. “E cosa costruisci?”. “Un tavolino per te papà, per quando diventi vecchio come il nonno”. Questa storia mi ha fatto tanto bene per tutta la vita. I nonni sono un tesoro».
Tornando all'insegnamento delle scritture riguardo agli anziani, Papa Francesco ha fatto riferimento alla lettera agli Ebrei (13, 7), nella quale «si legge: “Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede”. La memoria dei nostri antenati ci porta all’imitazione della fede. È vero, a volte la vecchiaia è un po’ brutta per le malattie che comporta. Ma la sapienza che hanno i nostri nonni è l’eredità che noi dobbiamo ricevere. Un popolo che non custodisce i nonni, che non rispetta i nonni non ha futuro perché ha perso la memoria. Eleazaro, davanti al martirio, è cosciente della responsabilità che ha nei confronti dei giovani. Pensa a Dio ma pensa anche ai giovani: “Io ai giovani devo dare l’esempio di coerenza sino alla fine”».
«Ci farà bene pensare a tanti anziani e anziane, ai tanti che sono nelle case di riposo e anche ai tanti che — è brutta la parola ma diciamola — sono abbandonati dai loro cari», ha poi aggiunto il Santo Padre, ricordando che «essi sono il tesoro della nostra società. Preghiamo per loro perché siano coerenti sino alla fine. Questo è il ruolo degli anziani, questo è il tesoro. Preghiamo per i nostri nonni e per le nostre nonne che tante volte hanno avuto un ruolo eroico nella trasmissione della fede in tempi di persecuzioni». Soprattutto nei tempi passati, quando i papà e le mamme spesso non erano in casa o avevano strane idee, confuse dalle ideologie in voga in quei tempi, «sono state proprio le nonne quelle che hanno trasmesso la fede».
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La fedeltà a Dio non si negozia

C’è un’insidia che percorre il mondo. È quella della «globalizzazione dell’uniformità egemonica» caratterizzata dal «pensiero unico», attraverso la quale, in nome di un «progressismo adolescenziale», non si esita a rinnegare le proprie tradizioni e la propria identità. Quello che ci deve consolare è che però davanti a noi c’è sempre il Signore fedele alla sua promessa, che ci aspetta, ci ama e ci protegge. Nelle sue mani andremo sicuri su ogni cammino. È questa la riflessione proposta da Papa Francesco lunedì 18 novembre, durante la messa a Santa Marta. Con lui ha concelebrato l’arcivescovo Pietro Parolin, segretario di Stato, che oggi ha iniziato il suo servizio in Vaticano.
Il Pontefice ha avviato la sua riflessione commentando la lettura tratta dal primo libro dei Maccabei (1, 10-15; 41-43; 54-57; 62-64): «una delle pagine più tristi nella bibbia» ha commentato, dove si parla di «una buona parte del popolo di Dio che preferisce allontanarsi dal Signore davanti a una proposta di mondanità». Si tratta, ha notato il Papa, di un tipico atteggiamento di quella «mondanità spirituale che Gesù non voleva per noi. Tanto che aveva pregato il Padre affinché ci salvasse dallo spirito del mondo».
Questa mondanità nasce da una radice perversa, «da uomini scellerati capaci di una persuasione intelligente: “Andiamo e facciamo alleanza con i popoli che ci stanno intorno. Non possiamo essere isolati” né fermi alle vecchie nostre tradizioni. “Facciamo alleanze perché da quando ci siamo allontanati da loro ci sono capitati molti mali”». Questo modo di ragionare, ha ricordato il Papa, fu considerato buono tanto che alcuni «presero l’iniziativa e andarono dal re, a trattare con il re, a negoziare». Costoro, ha aggiunto, «erano entusiasti, credevano che con questo la nazione, il popolo d’Israele sarebbe diventato un grande popolo». Certo, ha notato il Pontefice, non si posero il problema se fosse più o meno giusto assumere questo atteggiamento progressista, inteso come un andare avanti a ogni costo. Anzi essi dicevano: «Non ci chiudiamo. Siamo progressisti». È un po’ come accade oggi, ha notato il vescovo di Roma, con l’affermarsi di quello che ha definito «lo spirito del progressismo adolescente» secondo il quale, davanti a qualsiasi scelta, si pensa che sia giusto andare comunque avanti piuttosto che restare fedeli alle proprie tradizioni. «Questa gente — ha proseguito il Papa tornando al racconto biblico — ha trattato con il re, ha negoziato. Ma non ha negoziato abitudini... ha negoziato la fedeltà al Dio sempre fedele. E questo si chiama apostasia. I profeti, in riferimento alla fedeltà, la chiamano adulterio, un popolo adultero. Gesù lo dice: “generazione adultera e malvagia” che negozia una cosa essenziale al proprio essere, la fedeltà al Signore». Forse non negoziano alcuni valori, ai quali non rinunciano; ma si tratta di valori, ha notato il Pontefice, che alla fine sono talmente svuotati di senso da restare soltanto «valori nominali, non reali».
Ma di tutto questo poi si pagano le conseguenze. Riferendosi al racconto biblico il Pontefice ha ricordato che presero «le abitudine dei pagani» e accettarono l’ordine del re che «prescrisse che nel suo regno tutti formassero un solo popolo e che ciascuno abbandonasse le proprie usanze». E certamente non si trattava, ha detto il Papa, della «bella globalizzazione» che si esprime «nell’unità di tutte nazioni» che però conservano le proprie usanze. Quella di cui si parla nel racconto è invece la «globalizzazione dell’uniformità egemonica». Il «pensiero unico frutto della mondanità».
Dopo aver ricordato le conseguenze per quella parte del popolo d’Israele che aveva accettato questo «pensiero unico» e si era lasciato andare a gesti sacrileghi, Papa Francesco ha sottolineato che simili atteggiamenti si riscontrano ancora «perché lo spirito della mondanità anche oggi ci porta a questa voglia di essere progressisti, al pensiero unico». Anzi: come capitava allora, quando chi era trovato in possesso del libro dell’alleanza veniva condannato a morte, succede così anche oggi in diverse parti del mondo «come abbiamo letto sui giornali in questi mesi».
Negoziare la propria fedeltà a Dio è come negoziare la propria identità. E a questo proposito il Pontefice ha ricordato il libro Il padrone del mondo di Robert Hugh Benson, figlio dell’arcivescovo di Canterbury Edward White Benson, nel quale l’autore parla dello spirito del mondo e «quasi come fosse una profezia, immagina cosa accadrà. Quest’uomo, si chiamava Benson, si convertì poi al cattolicesimo e ha fatto tanto bene. Ha visto proprio quello spirito della mondanità che ci porta all’apostasia». Farà bene anche a noi, ha suggerito il Pontefice, pensare a quanto raccontato dal libro dei Maccabei, a quanto è accaduto, passo dopo passo, se decidiamo di seguire quel «progressismo adolescenziale» e fare quello che fanno tutti. E ci farà bene anche pensare a quanto è accaduto dopo, alla storia successiva alle «condanne a morte, ai sacrifici umani» che ne sono seguiti. E chiedendo «Voi pensate che oggi non si fanno sacrifici umani?», il Papa ha risposto: «Se ne fanno tanti, tanti. E ci sono delle leggi che li proteggono».
Quello che ci deve consolare, ha concluso il Pontefice, è che «davanti al cammino segnato dallo spirito del mondo, dal principe di questo mondo», un cammino di infedeltà, «sempre rimane il Signore che non può rinnegare se stesso, il fedele. Lui sempre ci aspetta; lui ci ama tanto» ed è pronto a perdonarci, anche se facciamo qualche piccolo passo su questo cammino, e a prenderci per mano così come ha fatto con il suo popolo diletto per portarlo fuori dal deserto.
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lunedì 18 novembre 2013

L'ambulanza di Dio (Interventi 178)

don Luciano dal Kenia:

L'altro giorno, mentre stavo guidando, ho sentito la sirena di un'ambulanza che veniva dalla corsia opposta. Poi l'ho vista arrivare, mentre le auto si scostavano - ovviamente aveva quella grande scritta arancione "AMBULANZA". E mi veniva da pensare che quell'autoveicolo era il pronto soccorso che andava incontro a qualcuno che da solo non poteva arrivarci. 
Ed effettivamente è proprio così. L'ambulanza è la prima forma di pronto soccorso di emergenza per chi non ce la fa a stare in piedi da solo - si prende cura di chi ha perso le sue forze. Certo, non tutte le emergenze sono di tipo medico. Ogni giorno chi amiamo e chi ci sta intorno deve affrontare emergenze di tipo emotivo... economico... familiare... relazionale. E hanno bisogno di qualcuno che si curi di loro - qualcuno che non necessariamente deve essere un noto chirurgo o primario, ma semplicemente uno che sa amministrare loro una prima forma di assistenza. 
Insomma, chi è l'ambulanza di Dio - il Suo pronto soccorso ambulante? Dio ha qualcosa da dirti a questo riguardo nel vangelo di Luca 10, 31 e seguenti. E' una parabola molto nota ma che dovrebbe ogni volta farci fare un serio esame di coscienza. Gesù ha appena finito di annunciare il secondo grande comandamento, quello dell'amare il prossimo tuo come te stesso. Cercando di svicolare dalla responsabilità connessa a quel comandamento, il solito "furbetto" chiede: «Ma chi è il mio prossimo?» Gesù risponde con la storia di un uomo che è assalito per strada dai ladri, che lo spogliano, lo picchiano, e lo lasciamo per terra mezzo morto. Versetto 31: «Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte». Poi, un'altra persona anche lei molto religiosa incontra quel moribondo e «lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione». E Gesù continua dicendo che questo Samaritano fu, a tutti gli effetti, l'ambulanza di Dio per quell'uomo, medicandolo, disinfettandolo e portandolo in un posto dove avrebbe potuto recuperarsi. 
E poi Gesù tira le conclusioni: «"Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?" [Il furbetto] rispose: "Chi ha avuto compassione di lui". Gesù gli disse: "Va' e anche tu fa' lo stesso"» (versetti 36-37). Sei circondato da persone che stanno per crollare - o che fanno crollare gli altri... gente che è ferita, risentita, sanguinante. E Gesù ti chiede di essere per loro un pronto soccorso ambulante. Lui lo è stato
Quello che attirava Gesù verso la gente non era il fatto che fossero amabili o senza problemi o che potessero fare qualcosa per Lui. Pur in mezzo alle folle, Gesù andava a cercarsi la persona che tra di loro ne aveva più bisogno. Uno degli indicatori per capire quanto il tuo cuore sta diventando come quello del Maestro è quanto ti senti toccato e attratto dalle persone che sono ferite o feriscono. Se feriscono è perché si portano dentro la malattia del risentimento. 
Se sei un discepolo di Gesù, allora sappi che Lui ti vuole ogni giorno in missione di pronto soccorso. Tu sei, come l'ambulanza, chiamato sul luogo dove c'è un ferito, Sei lì per amarlo, ascoltarlo, incoraggiarlo, portarlo in quell'ospedale dove può trovare un aiuto umano o spirituale più specializzato. Ma tu sei l'ambulanza! 
Allora chiedi a Gesù il Suo sguardo per le persone che incontri... il Suo amore... la Sua capacità di vedere al di là del bisogno che appare, il vero bisogno nascosto dentro... chiediGli le Sue parole per attutire la sofferenza e iniziare il processo di guarigione. Tu sei l'ambulanza di Dio dove è successo un incidente. Perciò la guarigione comincia con te! 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto 
don Luciano
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domenica 17 novembre 2013

Domenica XXXIII t. ord."C" 17-nov-2013 (Angelus 164)

Cari fratelli e sorelle buongiorno,
il Vangelo di questa domenica (Lc 21,5-19) consiste nella prima parte di un discorso di Gesù: quello sugli ultimi tempi. Gesù lo pronuncia a Gerusalemme, nei pressi del tempio; e lo spunto gli è dato proprio dalla gente che parlava del tempio e della sua bellezza. Perché era bello quel tempio. Allora Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra» (Lc 21,6). Naturalmente gli chiedono: quando accadrà questo?, quali saranno i segni? Ma Gesù sposta l’attenzione da questi aspetti secondari – quando sarà?, come sarà? – la sposta alle vere questioni. 
E sono due. Primo: non lasciarsi ingannare dai falsi messia e non lasciarsi paralizzare dalla paura. Secondovivere il tempo dell’attesa come tempo della testimonianza e della perseveranza. E noi siamo in questo tempo dell’attesa, dell’attesa della venuta del Signore.
Questo discorso di Gesù è sempre attuale, anche per noi che viviamo nel XXI secolo. Egli ci ripete: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome» (v. 8). E’ un invito al discernimento, questa virtù cristiana di capire dove è lo spirito del Signore e dove è il cattivo spirito. Anche oggi, infatti, ci sono falsi “salvatori”, che tentano di sostituirsi a Gesù: leader di questo mondo, santoni, anche stregoni, personaggi che vogliono attirare a sé le menti e i cuori, specialmente dei giovani. Gesù ci mette in guardia: «Non andate dietro a loro!». “Non andate dietro a loro!”
E il Signore ci aiuta anche a non avere paura: di fronte alle guerre, alle rivoluzioni, ma anche alle calamità naturali, alle epidemie, Gesù ci libera dal fatalismo e da false visioni apocalittiche.
Il secondo aspetto ci interpella proprio come cristiani e come Chiesa: Gesù preannuncia prove dolorose e persecuzioni che i suoi discepoli dovranno patire, a causa sua. Tuttavia assicura: «Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto» (v. 18). Ci ricorda che siamo totalmente nelle mani di Dio! Le avversità che incontriamo per la nostra fede e la nostra adesione al Vangelo sono occasioni di testimonianza; non devono allontanarci dal Signore, ma spingerci ad abbandonarci ancora di più a Lui, alla forza del suo Spirito e della sua grazia.
In questo momento penso, e pensiamo tutti. Facciamolo insieme: pensiamo a tanti fratelli e sorelle cristiani, che soffrono persecuzioni a causa della loro fede. Ce ne sono tanti. Forse molti di più dei primi secoli. Gesù è con loro. Anche noi siamo uniti a loro con la nostra preghiera e il nostro affetto. Anche abbiamo ammirazione per il loro coraggio e la loro testimonianza. Sono i nostri fratelli e sorelle, che in tante parti del mondo soffrono a causa dell’essere fedeli a Gesù Cristo. Li salutiamo di cuore e con affetto.
Alla fine, Gesù fa una promessa che è garanzia di vittoria: «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita» (v. 19). Quanta speranza in queste parole! Sono un richiamo alla speranza e alla pazienza, al saper aspettare i frutti sicuri della salvezza, confidando nel senso profondo della vita e della storia: le prove e le difficoltà fanno parte di un disegno più grande; il Signore, padrone della storia, conduce tutto al suo compimento. Nonostante i disordini e le sciagure che turbano il mondo, il disegno di bontà e di misericordia di Dio si compirà! E questa è la nostra speranza: andare così, in questa strada, nel disegno di Dio che si compirà. E’ la nostra speranza.
Questo messaggio di Gesù ci fa riflettere sul nostro presente e ci dà la forza di affrontarlo con coraggio e speranza, in compagnia della Madonna, che sempre cammina con noi.

Dopo l'Angelus
Saluto tutti voi, famiglie, associazioni e gruppi, che siete venuti da Roma, dall’Italia e da tante parti del mondo: Spagna, Francia, Finlandia, Paesi Bassi. In particolare, saluto i pellegrini provenienti da Vercelli, Salerno, Lizzanello; il Motoclub Lucania di Potenza, i ragazzi di Montecassino e di Caserta.
Oggi la comunità eritrea a Roma celebra la festa di San Michele. Li salutiamo di cuore!
Oggi ricorre la “Giornata delle vittime della strada”. Assicuro la mia preghiera e incoraggio a proseguire nell’impegno della prevenzione, perché la prudenza e il rispetto delle norme sono la prima forma di tutela di sé e degli altri.
Anche vorrei adesso a tutti voi consigliarvi una medicina. Ma qualcuno pensa: “Il Papa fa il farmacista adesso?” E’ una medicina speciale per concretizzare i frutti dell’Anno della Fede, che volge al termine. Ma è una medicina di 59 granelli intracordiali. Si tratta di una “medicina spirituale” chiamata Misericordina. Una scatolina di 59 granelli intracordiali. In questa scatoletta è contenuta la medicina e alcuni volontari la distribuiranno a voi mentre lasciate la Piazza. Prendetela! C’è una corona del Rosario, con la quale si può pregare anche la “coroncina della Misericordia”, aiuto spirituale per la nostra anima e per diffondere ovunque l’amore, il perdono e la fraternità. Non dimenticatevi di prenderla, perché fa bene, eh? Fa bene al cuore, all’anima e a tutta la vita!
A tutti voi un cordiale augurio di Buona Domenica. Arrivederci e buon pranzo!
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sabato 16 novembre 2013

Un vero cristiano sa godersi anche la compagnia dei propri defunti (Contributi 914)

da Tempi una riflessione di Pippo Corigliano 

Un mio amico ha perso la moglie dopo sessant'anni di matrimonio. È una persona di fede e non dubita che la moglie è in Dio, ma è evidente che avverte il vuoto dell’assenza. La verità della vita eterna è tra le più ostiche per quella mentalità dominante di cui anche noi siamo impregnati. Per questo ho scritto un libro sul Paradiso raccogliendo gli elementi di colore che il Vecchio e il Nuovo Testamento riportano in proposito.
Mi sono accorto però che ho trascurato un aspetto importante della vita eterna che è il rapporto tra i defunti e i vivi. Fin dalla prima formulazione del credo si parlò della “comunione dei santi”: una verità dogmaticamente definita ma esistenzialmente poco vissuta, o, almeno, così mi pare. La solidarietà fra la chiesa trionfante, purgante e itinerante è chiara, ma ho la sensazione che non si viva in pratica sufficientemente questa verità. Sappiamo che Gesù ci è vicino e che Maria, con i santi, è un punto di riferimento, ma i propri cari defunti possono sembrarci distanti, fermi nelle loro tombe. Invece la fede ben vissuta non è così.
Il clima di famiglia proprio della Trinità, della famiglia di Nazareth e che Gesù ha vissuto con gli apostoli, continua ad esserci fra i cristiani vivi e dovrebbe esserci anche con i defunti. È un’esagerazione e un peccato ricorrere alle sedute spiritiche per riascoltare la voce di un caro defunto, mentre è un atto di fede vera non solo pregare per i defunti ma sentirsi in loro compagnia, farsi aiutare e sorridere con loro. 
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giovedì 14 novembre 2013

L'inferno non è vuoto (Contributi 913)

da La Bussola...                                                                                                                                                                                                                                                                           
Perché sull'Inferno è in atto la congiura del silenzio? Si preferisce parlare del Paradiso come possibilità per l’uomo dopo la morte, dimenticando che esiste anche la possibilità della dannazione eterna. Ben vengano, dunque, i libri su questo argomento, come quello scritto da Padre Livio con Diego Manetti, Inchiesta sull'InfernoSalvezza e predizione nelle profezie di Medjugorje. E infatti le fondamenta della riflessione di queste duecento pagine sono i messaggi della Regina della Pace su questo argomento: “Oggi molti vanno all’Inferno. Dio permette che i suoi figli soffrano nell'Inferno perché hanno commesso colpe gravi e imperdonabili. Coloro che vanno all'Inferno non hanno più possibilità di conoscere una sorte migliore” (28 luglio 1982).
L’inchiesta di questo libro è a 360 gradi, dalla ribellione di Lucifero alla sua azione nel mondo; dalle pene degli inferi alla sua negazione nella teologia moderna, da Rahner a von Balthasar; e poi l’Inferno nelle parole di Gesù, nella dottrina della Chiesa antica, della teologia tridentina, dei mistici cristiani e nelle visioni da Fatima e Medjugorje, fino appunto ad arrivare ai giorni nostri.
Uno dei capitoli ha un titolo provocatorio: “All'Inferno ci va chi vuole andare”, come ha spiegato la Madonna accompagnando Jakov e Vacka (i veggenti di Medjugorje) nel viaggio compiuto nell’Aldilà, nei primi tempi delle apparizioni.
Ma chi è così pazzo da desiderare di starsene per l’eternità nella Geenna, dove “là sarà pianto e stridore di denti, poiché molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Matteo 22, 13-14)? L’Inferno, spiega Padre Livio, è un mistero della libertà umana e della capacità dell’uomo di fare delle scelte: se un’anima rifiuta Dio, respinge il suo amore, sceglie di essere dio al posto di Dio, ecco che comincia già a vivere quell'Inferno che, dopo la morte, semplicemente prosegue. Una aversio a Deo et conversio ad creaturas della quale parla Sant’Agostino: ecco quando si va all’Inferno, quando si volta le spalle a Dio per “convertirsi” alle persone e alle cose mondane. Un scelta, una libera scelta.
Le condizioni per questa perdizione eterna sono espresse con chiarezza dal Magistero della Chiesa cattolica, anche se non si può tuttavia affermare con certezza la dannazione di nessuna anima, neppure quella di Giuda il Traditore: «Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l’Inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l’uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno» (CCC 1036).
A condannare l’uomo alla dannazione eterna non è Dio, ma è l’Uomo stesso che sceglie liberamente e responsabilmente la propria auto-esclusione da Lui. «Ogni anima – spiega Padre Livio – ha la possibilità di accorgersi verso quale destino sta andando, perché la voce della coscienza parla a tutti e ad ognuno indica il Bene da fare e il Male da evitare». Appunto, all’Inferno va chi ci vuole andare.
Un Inferno che, come il Paradiso, non è un luogo da intendesi con le categorie umane: spazio e tempo non possono caratterizzare le realtà spirituali; sono proprietà della materia, anche se Gesù parla di fuoco e fiamme e l’Apocalisse di “stagno ardente di fuoco e zolfo” (Apocalisse 20, 10).
Il libro di Padre Livio si chiude – e come avrebbe potuto essere diversamente? - con un capitolo sull'antidoto per l’Inferno e la chiamata della Madonna per tutti alla salvezza. E sono certo che il lettore lo leggerà più attentamente degli altri. La prima preoccupazione della Madre di Dio è quella di risvegliare la fede e di farci recuperare, sempre Padre Livio, «la prospettiva dell’eternità, tanto da insistere spesso sulla precarietà della condizione terrena dell’uomo». Dal suo messaggio ai veggenti di Medjugorje del 18 marzo 2003: «Figli miei, senza Dio non potete nulla, questo non dimenticatelo nemmeno per un istante». La salvezza passa proprio in questo non dimenticare mai. Neppure nel dolore, come insegna Giobbe.
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mercoledì 13 novembre 2013

I cristiani uccisi sono proprio 100mila all'anno (Contributi 912)

Un articolo/intervista di Massimo Introvigne da La Bussola... 

Il professor Todd Johnson è il successore del suo collega David Barrett (1927-2011), «Mr. Statistiche» per gli studiosi di scienze religiose di tutto il mondo, alla guida del Center for the Study of Global Christianity di South Hamilton, nel Massachusetts, un centro che è alle origini delle statistiche sul numero di aderenti alle varie religioni usate da un gran numero di università – e di Chiese e comunità religiose – su scala internazionale. Johnson sarà in Italia a dicembre per diversi impegni, e aprirà con una relazione magistrale un seminario sulla metodologia della statistica religiosa organizzato dall'Università Roma Tre in collaborazione con il CESNUR e con l’Accademia di Scienze Umane e Sociali il 16 dicembre. 
Barrett e Johnson sono anche alle origini di quella che chiamano «martirologia», cioè la compilazione di statistiche sul numero di cristiani uccisi «in situazione di testimonianza», cioè uccisi in quanto cristiani. Questi morti cristiani sono stati, secondo Barrett e Johnson, settanta milioni dalla morte di Gesù Cristo all'anno 2000, di cui quarantacinque milioni concentrati nel ventesimo secolo. Il numero di cristiani uccisi è sceso nel ventesimo secolo, ma nel primo decennio 2000-2010 secondo Barrett sono ancora stati un milione, cioè 100.000 all'anno. Questa stima di una media calcolata su dieci anni era di 105.000 nel 2011 – anno in cui, commentando quelle statistiche a un convegno dell’Unione Europea, le tradussi nella formula, numericamente congrua rispetto alla cifra 105.000, di «un cristiano ucciso ogni cinque minuti» – mentre la stima di Johnson per il 2013, pubblicata nel numero 37/1 della sua pubblicazione «International Bulletin of Missionary Research» era di 100.000. 
Periodicamente queste cifre sono attaccate, e da ultimo un servizio apparso sul sito della BBC dà l’impressione che lo stesso Johnson le abbia in qualche modo ridimensionate o ritrattate. Per chiarire come stanno le cose, ho intervistato lo stesso professor Johnson.

Professore, è vero che Lei ha smentito la sua celebre statistica dei 100.000 cristiani uccisi ogni anno? 
Ma niente affatto. Può darsi che la giornalista della BBC non mi abbia capito bene, ma ho semplicemente spiegato che la statistica si riferisce a una media degli ultimi dieci anni. Non a un anno specifico. Pertanto la statistica che abbiamo pubblicato nel 2013 si riferisce alla somma dei morti dagli anni dal 2003 al 2012 divisa per dieci. E la somma divisa per dieci dà appunto come risultato 100.000. Se ci chiederanno al stessa stima l’anno prossimo, sommeremo i morti dal 2004 al 2013 e divideremo per dieci. Questa cifra è significativa di una tendenza molto più che non concentrarsi su un anno singolo, dove il dato può essere influenzato da variabili effimere, e si rischia di annunciare svolte decisive causate da singoli eventi positivi o negativi che non si ripeteranno negli anni successivi. 

La BBC obietta che il 90% dei morti degli ultimi anni è stato ucciso nella Repubblica Democratica del Congo, dove è in corso una guerra civile. Che cosa risponde? 
Per alcuni dei dieci anni presi in esame per la stima decennale è vero che il dato del Congo pesa fino al 70% – 90% è un’esagerazione, ma abbiamo sempre detto che il Congo pesa molto, non è una scoperta della BBC –, mentre se sulla scala del decennio prendiamo in esame altri anni un dato non meno importante era quello del Sud Sudan, dove in seguito le cose sono migliorate. Molti dei miei interventi recenti a congressi internazionali discutono la situazione in Congo, e il caso è interessante per spiegare il nostro metodo. Ci sono certamente casi in cui è difficile stabilire se le persone sono uccise in quanto cristiane o per ragioni etniche o politiche. In questo caso noi stimiamo il peso del fattore religioso e in base a questo fattore attribuiamo una percentuale del totale delle persone uccise a ragioni religiose. Per il Congo abbiamo stabilito – in modo molto prudenziale e conservatore – che il fattore religioso pesi per il venti per cento nelle ragioni che causano gli assassini. Dico prudenziale e conservatore perché abbiamo raccolto, sul campo, centinaia di testimonianze che parlano di persone uccise nelle chiese e uccise perché per ragioni religiose si rifiutano di arruolarsi nelle milizie o di farsi coinvolgere a forza in guerre che considerano ingiuste. Pertanto ogni anno non contiamo il cento per cento dei cristiani assassinati in Congo nelle nostre statistiche, ma solo il venti per cento. Adottiamo criteri simili per altri Paesi. I criteri si possono sempre discutere. Devo però confessare che non capisco bene le obiezioni che invitano a sottrarre i cristiani uccisi del Congo, come se fossero vittime di seconda classe rispetto a quelle di altri Paesi. 

Ma la BBC obietta che non sono «martiri». È vero? 
La nozione di «martire» non è univoca. Per esempio la tradizione ebraica – che considera «martiri» le vittime dell’Olocausto – o quella islamica hanno un concetto di «martiri» più esteso di quello cristiano. Io sono protestante, ma so bene che la Chiesa Cattolica ha un concetto, invece, più restrittivo: «martire» è solo chi offre la vita volontariamente per la sua fede. Se qualcuno è vittima di una bomba che fa saltare in aria una chiesa o un locale frequentato da cristiani, per la Chiesa Cattolica non è necessariamente un «martire» mentre nel linguaggio di molti protestanti lo è. Siamo consapevoli di queste differenze terminologiche, e per questo oggi tendiamo a parlare meno di «martiri» e più di «persone uccise in situazioni di testimonianza». 

Se la situazione in Congo migliorerà, la vostra media calcolata sugli ultimi dieci anni è destinata a scendere? 
È probabile, e speriamo proprio che sia così. Ma vorrei aggiungere una parola di cautela. Quando la situazione è migliorata nel Sud Sudan, pensavamo di poter arrivare a stime molto più ridotte, ed ecco che è esplosa la situazione drammatica del Congo. La storia del cristianesimo negli ultimi due secoli non induce all'ottimismo: quando la violenza si attenua in un Paese, spesso esplode da qualche altra parte. Il fatto che i cristiani siano vittime di campagne di odio, discriminati, uccisi in numeri comunque alti in molte parti del mondo fa temere esplosioni di violenza prossime venture in altre aree geografiche. 
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martedì 12 novembre 2013

Il pane sporco della corruzione

Gli amministratori corrotti «devoti della dea tangente» commettono un «peccato grave contro la dignità» e danno da mangiare «pane sporco» ai propri figli: a questa «furbizia mondana» si deve rispondere con la «furbizia cristiana» che è «un dono dello Spirito Santo». Lo ha detto Papa Francesco nell'omelia della messa celebrata venerdì 8 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta, proponendo una riflessione sulla figura dell’amministratore disonesto descritta nel brano liturgico del Vangelo di Luca (16, 1-8).
«Il Signore — ha detto il Papa — torna un’altra volta a parlarci dello spirito del mondo, della mondanità: come agisce questa mondanità e quanto pericolosa sia. E Gesù, proprio lui, nella preghiera dopo la cena del giovedì santo pregava il Padre perché i suoi discepoli non cadessero nella mondanità», nello spirito del mondo.
La mondanità, ha ribadito il Pontefice, «è il nemico». Ed è proprio «l’atmosfera, lo stile di vita» tipico della mondanità — ossia il «vivere secondo i “valori” del mondo» — che «piace tanto al demonio». Del resto «quando noi pensiamo al nostro nemico pensiamo prima al demonio, perché è proprio quello che ci fa male».
«Un esempio di mondanità» è l’amministratore descritto nella pagina evangelica. «Qualcuno di voi — ha osservato il Pontefice — potrà dire: ma quest’uomo ha fatto quello che fanno tutti». In realtà «tutti no!»; questo è il modo di fare di «alcuni amministratori, amministratori di aziende, amministratori pubblici, alcuni amministratori del governo. Forse non sono tanti». Nella sostanza «è un po’ quell’atteggiamento della strada più breve, più comoda per guadagnarsi la vita». Il Vangelo racconta che «il padrone lodò quell’amministratore disonesto». E questa — ha commentato il Papa — «è una lode alla tangente. L’abitudine delle tangenti è un’abitudine mondana e fortemente peccatrice». Certamente è un’abitudine che non ha nulla a che vedere con Dio.
Infatti, ha proseguito, «Dio ci ha comandato: portare il pane a casa con il nostro lavoro onesto». Invece «questo amministratore dava da mangiare ai suoi figli pane sporco. E i suoi figli, forse educati in collegi costosi, forse cresciuti in ambienti colti, avevano ricevuto dal loro papà come pasto sporcizia. Perché il loro papà portando pane sporco a casa aveva perso la dignità. E questo è un peccato grave». Magari, ha specificato il Papa, «s’incomincia forse con una piccola bustarella, ma è come la droga». E anche se la prima bustarella è «piccola, poi viene quell’altra e quell’altra: e si finisce con la malattia dell’assuefazione alle tangenti».
Siamo davanti, ha affermato, a «un peccato tanto grave perché va contro la dignità. Quella dignità con la quale noi siamo unti col lavoro. Non con la tangente, non con questa assuefazione alla furbizia mondana. Quando noi leggiamo nei giornali o guardiamo sulla tv uno che scrive o parla di corruzione, forse pensiamo che la corruzione è una parola. Corruzione è questo: è non guadagnare il pane con dignità».
C’è però un’altra strada, quella della “furbizia cristiana” – «tra virgolette», ha detto il Papa – che permette di «fare le cose un po’ svelte ma non con lo spirito del mondo. Lo stesso Gesù ce l’ha detto: astuti come i serpenti, puri come le colombe». Mettere «insieme queste due» realtà è «una grazia» e «un dono dello Spirito Santo». Per questo dobbiamo chiedere al Signore di essere capaci di praticare «l’onestà nella vita, quella onestà che ci fa lavorare come si deve lavorare, senza entrare in queste cose». Papa Francesco ha ribadito: «Questa “furbizia cristiana” — l’astuzia del serpente e la purezza della colomba — è un dono, è una grazia che il Signore ci dà. Ma dobbiamo chiederla».
Il pensiero di Papa Francesco è andato anche alle famiglie degli amministratori disonesti. «Forse oggi — ha detto — farà bene a tutti noi pregare per tanti bambini e ragazzi che ricevono dai loro genitori pane sporco. Anche questi sono affamati. Sono affamati di dignità». Da qui l’invito a «pregare perché il Signore cambi il cuore di questi devoti della dea tangente», perché comprendano «che la dignità viene dal lavoro degno, dal lavoro onesto, dal lavoro di ogni giorno, e non da queste strade più facili che alla fine tolgono tutto». Anche perché, ha concluso, c’è il rischio di finire come quella persona di cui parla il Vangelo «che aveva tanti granai, tanti sili, tutti pieni e non sapeva che fare. “Questa notte dovrai morire” ha detto il Signore. Questa povera gente che ha perso la dignità nella pratica delle tangenti, porta con sé non il denaro che ha guadagnato, ma soltanto la mancanza di dignità. Preghiamo per loro».
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Nelle mani sicure di Dio

Nella mani di Dio. Là è la nostra sicurezza: sono mani piagate per amore, che ci guidano sulla strada della vita e non su quella della morte, dove ci conduce invece l’invidia. È questo il senso della riflessione proposta da Papa Francesco martedì 12 novembre, durante la messa celebrata nella cappella di Santa Marta.
La prima lettura, ha osservato il Santo Padre introducendo l’omelia, ricorda che Dio «ha creato l’uomo per l’incorruttibilità» (Sapienza 2, 23-3, 9). Egli «ci ha fatto e lui è nostro Padre. Ci ha fatto belli come lui, più belli che gli angeli; più grandi che gli angeli. Ma, per l’invidia del diavolo, è entrata la morte nel mondo».
L’invidia: una parola — ha fatto notare il Pontefice — molto chiara, che ci fa capire la lotta avvenuta tra «questo angelo», il diavolo, e l’uomo. Il primo «non poteva infatti sopportare che l’uomo fosse superiore a lui; che proprio nell’uomo e nella donna ci fosse l’immagine e la somiglianza di Dio. Per questo ha fatto la guerra» e ha intrapreso una strada «che porta alla morte. Così è entrata la morte del mondo».
In realtà, ha proseguito il vescovo di Roma, «tutti facciamo esperienza della morte». Come si spiega? «Il Signore — ha risposto — non abbandona la sua opera», come spiega il testo del libro sapienziale: «Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio». Tutti «dobbiamo passare per la morte. Ma una cosa è passare questa esperienza attraverso l’appartenenza alle mani del diavolo e una cosa è passare per le mani di Dio».
«A me — ha confidato — piace ascoltare queste parole: siamo nelle mani di Dio. Ma dall’inizio. La Bibbia ci spiega la creazione usando un’immagine bella: Dio che con le sue mani ci fa dal fango, dalla creta, a sua immagine e somiglianza. Sono state le mani di Dio che ci hanno creato: il Dio artigiano».
Dio dunque non ci ha abbandonato. E proprio nella Bibbia si legge quello che egli dice al suo popolo: «Io ho camminato con te». Dio si comporta — ha sottolineato il Papa — come «un papà con il figlio che lo porta per mano. Sono proprio le mani di Dio che ci accompagnano nel cammino». Il Padre ci insegna a camminare, ad andare «per la strada della vita e della salvezza». E ancora: «Sono le mani di Dio che ci carezzano nel momento del dolore, che ci confortano. È il nostro Padre che ci carezza, che ci vuole tanto bene. E anche in queste carezze tante volte c’è il perdono».
Una cosa «che a me fa bene — ha detto ancora il Pontefice — è pensare: Gesù, Dio ha portato con sé le sue piaghe. Le fa vedere al Padre. Questo è il prezzo: le mani di Dio sono mani piagate per amore. E questo ci consola tanto. Tante volte abbiamo sentito dire: non so a chi affidarmi, tutte le porte sono chiuse, mi affido alle mani di Dio! E questo è bello perché lì stiamo sicuri», custoditi dalle mani di un Padre che ci vuole bene.
Le mani di Dio, ha proseguito il Santo Padre, «ci guariscono anche dai nostri mali spirituali. Pensiamo alle mani di Gesù quando toccava gli ammalati e li guariva. Sono le mani di Dio. Ci guarisce. Io non riesco a immaginare Dio che ci dà uno schiaffo. Non me lo immagino: ci rimprovera sì, perché lo fa; ma mai ci ferisce, mai! Ci carezza. Anche quando deve rimproverarci lo fa con una carezza, perché è Padre».
«Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio» ha ripetuto il Pontefice, concludendo: «Pensiamo alle mani di Dio che ci ha creato come un artigiano. Ci ha dato la salute eterna. Sono mani piagate. Ci accompagnano nella strada della vita. Affidiamoci alle mani di Dio come un bambino si affida alle mani del suo papà». Quelle sono mani sicure.
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Peccatori sì corrotti no

«Peccatori sì, corrotti no». Papa Francesco, durante la messa celebrata lunedì 11 novembre, nella cappella di Santa Marta, è tornato a parlare della corruzione, meglio dei corrotti la cui «doppia vita» li rende simili «a una putredine verniciata».
La riflessione del Pontefice ha preso spunto dalla lettura di un brano del Vangelo di Luca (17, 1-6): «Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai — ha confidato — vedo sempre un ritratto di Gesù. Lo abbiamo sentito tante volte: lui non si stanca di perdonare. E ci consiglia di fare lo stesso». Il vescovo di Roma si è poi soffermato sulla figura del peccatore che chiede perdono, ma pur essendo davvero pentito cade ancora e cade più volte nel peccato. Egli, ha spiegato il Papa, «si pente ma non può uscire da questo; è debole. È la debolezza del peccato originale». C’è la buona volontà, ma c’è anche la debolezza e «il Signore perdona». L’unica condizione è quella di «andare da lui — ha aggiunto — e dire: “Ho peccato, perdonami. Vorrei non farlo più, ma io sono debole”. Questo è il peccatore». E l’atteggiamento di Gesù è sempre quello del perdono.
Nel brano del Vangelo è contenuto un altro passaggio in cui, ha notato il Vescovo di Roma, Gesù dice: «Guai a colui a causa del quale vengono gli scandali». Gesù, ha spiegato, «non parla del peccato ma dello scandalo» e dice: «È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi!». Il Pontefice si è quindi chiesto: «Ma che differenza c’è tra il peccare e lo scandalizzare? Che differenza c’è tra fare un peccato e fare qualche cosa che dà scandalo e fa male, tanto male?». La differenza, ha detto, è che «chi pecca e si pente chiede perdono, si sente debole, si sente figlio di Dio, si umilia e chiede la salvezza di Gesù. Ma chi dà scandalo non si pente e continua a peccare e fa finta di essere cristiano». È come se conducesse «una doppia vita» e, ha aggiunto, «la doppia vita di un cristiano fa tanto male».
A questo proposito il Pontefice ha richiamato come esempio colui che mette la mano in tasca e fa vedere che aiuta la Chiesa mentre con l’altra mano ruba «allo Stato, ai poveri». Questi «è un ingiusto» per il quale sarebbe stato meglio — «e non lo dico io ma Gesù» ha sottolineato il Papa — che gli mettessero una macina da mulino e lo gettassero in mare. Non si parla di perdono qui, «perché questa persona inganna», ha detto il Papa facendo poi riferimento alla prima lettura, tratta dal libro della Sapienza (1, 1-7), dove si legge: «Il santo spirito, che ammaestra, fugge ogni inganno, si tiene lontano dai discorsi insensati e viene scacciato al sopraggiungere dell’ingiustizia».
«Dove c’è l’inganno — ha commentato Papa Francesco — non c’è lo Spirito di Dio. Questa è la differenza tra peccatore e corrotto. Quello che fa la doppia vita è un corrotto. Quello che pecca invece vorrebbe non peccare, ma è debole o si trova in una condizione a cui non può trovare una soluzione ma va dal Signore è chiede perdono. A questo il Signore vuole bene, lo accompagna, è con lui. E noi dobbiamo dire, noi tutti che siamo qui: peccatori sì, corrotti no». I corrotti, ha spiegato ancora il Papa, non sanno cosa sia l’umiltà. Gesù li paragonava ai sepolcri imbiancati: belli di fuori ma dentro pieni di ossa marce. «E un cristiano che si vanta di essere cristiano ma non fa vita da cristiano — ha rimarcato — è un corrotto».
Tutti conosciamo qualcuno che «è in questa situazione e tutti sappiamo — ha aggiunto — quanto male fanno alla Chiesa i cristiani corrotti, i preti corrotti. Quanto male fanno alla Chiesa! Non vivono nello spirito del Vangelo, ma nello spirito della mondanità. E san Paolo lo dice chiaramente ai romani: Non conformatevi a questo mondo (cfr. Romani 12, 2). Ma nel testo originale è ancora più forte: non entrare negli schemi di questo mondo, nei parametri di questo mondo, perché sono proprio questi, questa mondanità, che portano alla doppia vita».
Avviandosi a conclusione il Santo Padre ha detto: «Una putredine verniciata: questa è la vita del corrotto. E Gesù semplicemente a questi non li chiamava peccatori. Ma gli diceva ipocriti». Gesù, ha ricordato ancora, perdona sempre, non si stanca di perdonare. L’unica condizione che chiede è che non si voglia condurre questa doppia vita: «Chiediamo oggi al Signore di fuggire da ogni inganno, di riconoscerci peccatori. Peccatori sì, corrotti no».
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domenica 10 novembre 2013

Domenica XXXII t. ord."C" 10-nov-2013 (Angelus 163)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di questa domenica ci presenta Gesù alle prese con i sadducei, i quali negavano la risurrezione. Ed è proprio su questo tema che essi rivolgono una domanda a Gesù, per metterlo in difficoltà e ridicolizzare la fede nella risurrezione dei morti. Partono da un caso immaginario: “Una donna ha avuto sette mariti, morti uno dopo l’altro”, e chiedono a Gesù: “Di chi sarà moglie quella donna dopo la sua morte?”. Gesù, sempre mite e paziente, per prima cosa risponde che la vita dopo la morte non ha gli stessi parametri di quella terrena. La vita eterna è un’altra vita, in un’altra dimensione dove, tra l’altro, non ci sarà più il matrimonio, che è legato alla nostra esistenza in questo mondo. I risorti – dice Gesù – saranno come gli angeli, e vivranno in uno stato diverso, che ora non possiamo sperimentare e nemmeno immaginare. E così Gesù spiega.
Ma poi Gesù, per così dire, passa al contrattacco. E lo fa citando la Sacra Scrittura, con una semplicità e un’originalità che ci lasciano pieni di ammirazione per il nostro Maestro, l’unico Maestro! La prova della risurrezione Gesù la trova nell’episodio di Mosè e del roveto ardente (cfr Es 3,1-6), là dove Dio si rivela come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Il nome di Dio è legato ai nomi degli uomini e delle donne con cui Lui si lega, e questo legame è più forte della morte. E noi possiamo dire anche del rapporto di Dio con noi, con ognuno di noi: Lui è il nostro Dio! Lui è il Dio di ognuno di noi! Come se Lui portasse il nostro nome. Piace a Lui dirlo, e questa è l’alleanza. Ecco perché Gesù afferma: «Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui» (Lc 20,38). E questo è il legame decisivo, l’alleanza fondamentale, l’alleanza con Gesù: Lui stesso è l’Alleanza, Lui stesso è la Vita e la Risurrezione, perché con il suo amore crocifisso ha vinto la morte. In Gesù Dio ci dona la vita eterna, la dona a tutti, e tutti grazie a Lui hanno la speranza di una vita ancora più vera di questa. La vita che Dio ci prepara non è un semplice abbellimento di questa attuale: essa supera la nostra immaginazione, perché Dio ci stupisce continuamente con il suo amore e con la sua misericordia.
Pertanto, ciò che accadrà è proprio il contrario di quanto si aspettavano i sadducei. Non è questa vita a fare da riferimento all’eternità, all’altra vita, quella che ci aspetta, ma è l’eternità - quella vita - a illuminare e dare speranza alla vita terrena di ciascuno di noi! Se guardiamo solo con occhio umano, siamo portati a dire che il cammino dell’uomo va dalla vita verso la morte. Questo si vede! Ma questo è soltanto se lo guardiamo con occhio umano. Gesù capovolge questa prospettiva e afferma che il nostro pellegrinaggio va dalla morte alla vita: la vita piena! Noi siamo in cammino, in pellegrinaggio verso la vita piena, e quella vita piena è quella che ci illumina nel nostro cammino! Quindi la morte sta dietro, alle spalle, non davanti a noi. Davanti a noi sta il Dio dei viventi, il Dio dell’alleanza, il Dio che porta il mio nome, il nostro nome, come Lui ha detto: “Io sono il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe”, anche il Dio col mio nome, col tuo nome, col tuo nome…, con il nostro nome. Dio dei viventi! … Sta la definitiva sconfitta del peccato e della morte, l’inizio di un nuovo tempo di gioia e di luce senza fine. Ma già su questa terra, nella preghiera, nei Sacramenti, nella fraternità, noi incontriamo Gesù e il suo amore, e così possiamo pregustare qualcosa della vita risorta. L’esperienza che facciamo del suo amore e della sua fedeltà accende come un fuoco nel nostro cuore e aumenta la nostra fede nella risurrezione. Infatti, se Dio è fedele e ama, non può esserlo a tempo limitato: la fedeltà è eterna, non può cambiare. L’amore di Dio è eterno, non può cambiare! Non è a tempo limitato: è per sempre! E’ per andare avanti! Lui è fedele per sempre e Lui ci aspetta, ognuno di noi, accompagna ognuno di noi con questa fedeltà eterna.

Dopo l'Angelus
Oggi pomeriggio, a Paderborn, in Germania, verrà proclamata Beata Maria Teresa Bonzel, fondatrice delle Povere Suore Francescane dell’Adorazione Perpetua, vissuta nel secolo diciannovesimo. L’Eucaristia era la fonte dalla quale attingeva energia spirituale, per dedicarsi con carità instancabile ai più deboli. Lodiamo il Signore per la sua testimonianza!
Desidero assicurare la mia vicinanza alle popolazioni delle Filippine e di quella regione, che sono state colpite da un tremendo tifone. Purtroppo le vittime sono tante e i danni enormi. Preghiamo un attimo, in silenzio, e poi alla Madonna, per questi nostri fratelli e sorelle, e cerchiamo di far giungere ad essi anche il nostro aiuto concreto. Preghiamo in silenzio. (Recita dell’Ave Maria)
Ricorre oggi il settantacinquesimo anniversario della cosiddetta “Notte dei cristalli”: le violenze della notte tra il 9 e il 10 novembre 1938 contro gli ebrei, le sinagoghe, le abitazioni, i negozi segnarono un triste passo verso la tragedia della Shoah. Rinnoviamo la nostra vicinanza e solidarietà al popolo ebraico, i nostri fratelli più grandi, maggiori. E preghiamo Dio affinché la memoria del passato, la memoria dei peccati passati ci aiuti ad essere sempre vigilanti contro ogni forma di odio e di intolleranza.
In questa domenica, in Italia, si celebra la Giornata del Ringraziamento. Unisco la mia voce a quella dei Vescovi esprimendo la mia vicinanza al mondo agricolo, specialmente ai giovani che hanno scelto di lavorare la terra. Incoraggio quanti si impegnano perché a nessuno manchi un’alimentazione sana e adeguata.
Saluto tutti i pellegrini, venuti da diversi Paesi, le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni; in particolare, i fedeli delle Diocesi della Liguria, accompagnati dal Cardinale Bagnasco e dagli altri Vescovi della Regione.
Saluto l’Istituto Secolare Operaie Parrocchiali, il Centro Académico Romano Fundación, i fedeli degli Stati Uniti d’America e di Tahiti; come pure quelli di Riccione, Avezzano, Torino, Bertonico e Celano. Un pensiero speciale per i giovani delle Pontificie Opere Missionarie, i ragazzi di Pescara e Monte San Savino e la Croce Verde di Alessandria.
A tutti auguro una buona domenica. Arrivederci e buon pranzo!
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giovedì 7 novembre 2013

Grazie Signore perché dopo l’esaurimento mi concedi questa malattia (Contributi 911)

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Tutti i giorni il Mistero mette sul mio cammino fratelli che hanno perso il gusto della vita e mi gridano in faccia la loro disperazione. Sono grida di chi supplica il Signore di trovare finalmente un po’ di pace e allo stesso tempo manifestano di non sopportare più la vita. Nel sentire queste urla sperimento un’impotenza e un dolore molto grandi, cosciente come sono che l’unica grande cosa che posso fare per loro è quella di pregare e offrire la mia esperienza quotidiana al Signore.
Allo stesso tempo, quanto desidererei offrir loro la mia compagnia, perché non è con esperti della mente che si può far tacere questa disperazione! Don Giussani mi abbracciò e mi tenne con sé per alcuni mesi. Tuttavia, nemmeno un abbraccio sarà sufficiente per salvarsi da questa disperazione. È necessario il miracolo di riconoscere che questo cammino, sul quale il Mistero ci pone, è la modalità dolorosa per crescere e maturare nella fede.
Mi permetto di offrir loro la mia esperienza che da 24 anni vivo e che mi sospinge a stare in ogni momento con lo sguardo fisso al Mistero. Questo sguardo non è che elimina la drammaticità della vita, anzi la fa diventare più acuta, perché in compagnia di Gesù tutto diventa più sensibile. L’incontro con Cristo fa diventare tutto più intenso e doloroso. Ma più bello.
In questi ultimi mesi, dopo avere ricevuto dal Signore la grazia di una grande libertà affettiva che ha avuto effetti molto positivi nella mia situazione psichica, improvvisamente una mattina non sono riuscito ad alzarmi dal letto. La gamba non rispondeva più. Sono passato da un medico all'altro, ognuno con le sue ipotesi diverse: Sla, Parkinson, eccetera, ma non si giungeva mai a una conclusione certa. E la fatica di camminare e parlare aumentava ogni giorno. Finalmente a Milano, alcune settimane fa, mi hanno dato una risposta. Spondilopatia iperostosante dismetabolica: un invecchiamento precoce dei tendini e delle ossa, una malattia irreversibile se non accade un miracolo.
Mi consegno alla Tua volontà
Perché, Signore? Sto ancore lottando per uscire dall'esaurimento e già mi regali un’altra prova, nonostante tutte quelle di questi ultimi anni? Mi ha preso un leggero capogiro, ma mi sono commosso nello sperimentare una grande pace e una libertà di affidamento. Cosciente che mai più sarò quello di prima riguardo alla possibilità fisica di muovermi e di lavorare, mi sono arreso all'evidenza, continuando a consegnarmi ogni giorno alla Sua volontà, chiedendo continuamente la forza alla Vergine e a quanti mi vogliono bene.
Al dramma di sempre, un dramma in più. Un nuovo grido che vuole cercare consolazione. Dove? Il dolore è solo e totalmente mio. Tuttavia non sono più i “perché” a tormentarmi, ma il riconoscimento di una predilezione da parte del Signore che vuole tenermi abbracciato sulla croce, al Suo fianco. In questa situazione il Mistero mi pone in una realtà nuova. Non devo più percorrere il mondo per annunciare Cristo, bensì stare in compagnia di Gesù, imparando a offrire e circondato dai miei amici, ai quali il Signore ha dato il dono della gratuità.
La malattia fisica non può paragonarsi a quella psichica, lo affermo per esperienza personale. Se questa malattia mi rende sempre più impotente nel movimento, la malattia psichica normalmente mi toglieva il senso e il gusto dalla vita, riempiendomi la mente di orribili fantasmi che non riuscivo a dominare. Non solo, ma molte volte anch'io come queste amiche gridavo battendo la testa contro la parete della mia stanza. È molto difficile comprendere quello che significa quanto affermano queste persone, senza vivere i loro drammi.
La strada per raggiungere la pace
Ho conosciuto una giovane donna con problemi psichici. Quando si è avvicinata mi sono subito reso conto, guardando i suoi occhi e il suo modo di camminare, che aveva assunto potenti psicofarmaci. Mi manifestò il suo dolore, le sue inquietudini e alla fine della conversazione mi disse una cosa meravigliosa: «Padre, una mia amica mi ha insegnato, nei momenti più terribili, a dire: “Gesú, pensaci Tu” e davvero mi calmo subito». È una grazia questo abbandono. Io lo sperimento nella mia vita quando dico «Io sono Tu che mi fai».
Allora, care amiche che fate parte della grande compagnia che è andata formandosi intorno a me durante questi anni, chiediamo alla Vergine la grazia di riconoscere in qualunque malattia una predilezione di Gesù, che ci vuole al suo fianco per partecipare al suo sacrificio per il suo corpo che è la Chiesa. E non lasciamo mai quella mano amica che si avvicina per sostenerci. È vero che oggi anche quelli che affermano di essere cristiani o che parlano sempre della compagnia, quando si tratta di ascoltare il grido di chi soffre prendono le distanze.
Tuttavia non dimentichiamo che, come è stato per me l’abbraccio di don Giussani, per voi ci sarà sempre una persona che il Signore metterà al vostro fianco. Dio non abbandona i suoi figli, specialmente quelli che gridano a Lui giorno e notte. Prendiamo sul serio le provocazioni di don Carrón, immergiamoci nella sua esperienza, l’unica via per raggiungere nel tempo la pace. Non la tranquillità, ma la pace. Animo!!! 
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martedì 5 novembre 2013

La speranza, questa sconosciuta

29 ottobre 2013
La speranza è la più umile delle tre virtù teologali, perché nella vita si nasconde. Tuttavia essa ci trasforma in profondità, così come «una donna incinta è donna» ma è come se si trasformasse perché diventa mamma. 
Della speranza Papa Francesco ha parlato martedì 29 ottobre, durante la messa celebrata a Santa Marta riflettendo sull'atteggiamento dei cristiani in attesa della rivelazione del Figlio di Dio.
A questo atteggiamento è legata la speranza, una virtù, ha detto all'inizio dell’omelia, che si è rivelata più forte delle sofferenze, così come scrive san Paolo nella lettera ai romani (8, 18-25). «Paolo — ha notato il Pontefice — si riferisce alle sofferenze del tempo presente, e dice che non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi». L’apostolo parla di «ardente aspettativa», una tensione verso la rivelazione che riguarda tutto il creato. «Questa tensione è la speranza — ha detto ancora — e vivere nella speranza è vivere in questa tensione», nell'attesa della rivelazione del Figlio di Dio, quando cioè tutta la creazione, «e anche ognuno di noi», sarà liberata dalla schiavitù «per entrare nella gloria dei figli di Dio».
«Paolo — ha poi proseguito — ci parla della speranza. Anche nel capitolo precedente della lettera ai romani aveva parlato della speranza. Ci aveva detto che la speranza non delude, è sicura». Tuttavia essa non è facile da capire; e sperare non vuol dire essere ottimisti. Dunque «la speranza non è ottimismo, non è quella capacità di guardare alle cose con buon animo e andare avanti», e non è neppure semplicemente un atteggiamento positivo, come quello di certe «persone luminose, positive». Questa, ha detto il Santo Padre «è una cosa buona, ma non è la speranza».
Si dice, ha spiegato il Santo Padre, che sia «la più umile delle tre virtù, perché si nasconde nella vita. La fede si vede, si sente, si sa cosa è; la carità si fa, si sa cosa è. Ma cos’è la speranza?». La risposta del Pontefice è stata chiara: «Per avvicinarci un po’ possiamo dire per prima cosa che è un rischio. La speranza è una virtù rischiosa, una virtù, come dice san Paolo, di un’ardente aspettativa verso la rivelazione del Figlio di Dio. Non è un’illusione. È quella che avevano gli israeliti» i quali, quando furono liberati dalla schiavitù, dissero: «ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì di sorriso e la nostra lingua di gioia».
Ecco, ha spiegato, questo è quanto avverrà quando ci sarà la rivelazione del Figlio di Dio. «Avere speranza significa proprio questo: essere in tensione verso questa rivelazione, verso questa gioia che riempirà la nostra bocca di sorriso». E ha esclamato: «È bella questa immagine!». Poi ha raccontato che «i primi cristiani la dipingevano come un’ancora. La speranza era un’ancora»; un’ancora fissata nella riva dell’aldilà. La nostra vita è come camminare sulla corda verso quell'ancora. «Ma dove siamo ancorati noi?» si è domandato il vescovo di Roma. «Siamo ancorati proprio là, sulla riva di quell'oceano tanto lontano o siamo ancorati in una laguna artificiale che abbiamo fatto noi, con le nostre regole, i nostri comportamenti, i nostri orari, i nostri clericalismi, i nostri atteggiamenti ecclesiastici — non ecclesiali, eh? —. Siamo ancorati là dove tutto è comodo e sicuro? Questa non è la speranza».
Paolo, ha aggiunto Papa Francesco, «cerca poi un’altra icona della speranza, quella del parto. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione, e anche noi con la creazione, “geme e soffre le doglie del parto fino a oggi”. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello spirito, gemiamo — pensate alla donna che partorisce — gemiamo interiormente aspettando. Siamo in attesa. Questo è un parto». La speranza, ha aggiunto, si pone in questa dinamica del dare la vita. Non è una cosa visibile anche per chi vive «nella primizia dello Spirito». Ma sappiamo che «lo Spirito lavora. Il Vangelo — ha precisato il Papa riferendosi al brano di Luca (13, 18-21) — dice qualcosa su questo. Lo Spirito lavora in noi. Lavora come se fosse un granello di senape, piccolino ma dentro è pieno di vita e di forza e va avanti sino all'albero. Lo Spirito lavora come il lievito che è capace di lievitare tutta la farina. Così lavora lo Spirito».
La speranza «è una grazia da chiedere»; infatti «una cosa è vivere nella speranza, perché nella speranza siamo salvati, e un’altra cosa è vivere come buoni cristiani e non di più; vivere in attesa della rivelazione, o vivere bene con i comandamenti»; essere ancorati sulla riva del mondo futuro «o parcheggiati nella laguna artificiale».
Per spiegare meglio il concetto il Pontefice ha indicato come è cambiato l’atteggiamento di Maria, «una ragazza giovane», quando ha saputo di essere mamma: «Va’ e aiuta e canta quel cantico di lode». Perché, ha spiegato Papa Francesco, «quando una donna è incinta, è donna» ma è come se si trasformasse nel profondo perché ora «è mamma». E la speranza è qualcosa di simile: «cambia il nostro atteggiamento». Per questo, ha aggiunto, «chiediamo la grazia di essere uomini e donne di speranza».
Alla conclusione, rivolgendosi a un gruppo di sacerdoti messicani che celebravano il venticinquesimo anniversario del loro sacerdozio, il Papa, indicando l’immagine mariana che gli avevano portato in dono, ha detto: «Guardate alla vostra Madre, figura della speranza dell’America. Guardate, è dipinta incinta. È la Madonna d’America, è la Madonna della speranza. Chiedete a lei la grazia affinché gli anni a venire siano per voi anni di speranza», la grazia «di vivere come preti di speranza» che donano speranza.
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domenica 3 novembre 2013

Domenica XXXI t. ord."C" 3-nov-2013 (Angelus 162)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
la pagina del Vangelo di Luca di questa domenica ci mostra Gesù che, nel suo cammino verso Gerusalemme, entra nella città di Gerico. Questa è l’ultima tappa di un viaggio che riassume in sé il senso di tutta la vita di Gesù, dedicata a cercare e salvare le pecore perdute della casa d’Israele. Ma quanto più il cammino si avvicina alla meta, tanto più attorno a Gesù si va stringendo un cerchio di ostilità.
Eppure a Gerico accade uno degli eventi più gioiosi narrati da san Luca: la conversione di Zaccheo. Quest’uomo è una pecora perduta, è disprezzato e uno “scomunicato”, perché è un pubblicano, anzi, è il capo dei pubblicani della città, amico degli odiati occupanti romani, è un ladro e uno sfruttatore.
Impedito dall’avvicinarsi a Gesù, probabilmente a motivo della sua cattiva fama, ed essendo piccolo di statura, Zaccheo si arrampica su un albero, per poter vedere il Maestro che passa. Questo gesto esteriore, un po’ ridicolo, esprime però l’atto interiore dell’uomo che cerca di portarsi sopra la folla per avere un contatto con Gesù. Zaccheo stesso non sa il senso profondo del suo gesto, non sa perché fa questo ma lo fa; nemmeno osa sperare che possa essere superata la distanza che lo separa dal Signore; si rassegna a vederlo solo di passaggio. Ma Gesù, quando arriva vicino a quell’albero, lo chiama per nome: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5). Quell’uomo piccolo di statura, respinto da tutti e distante da Gesù, è come perduto nell’anonimato; ma Gesù lo chiama, e quel nome “Zaccheo”, nella lingua di quel tempo, ha un bel significato pieno di allusioni: “Zaccheo” infatti vuol dire “Dio ricorda”.
E Gesù va nella casa di Zaccheo, suscitando le critiche di tutta la gente di Gerico (perché anche a quel tempo si chiacchierava tanto!), che diceva: – Ma come? Con tutte le brave persone che ci sono in città, va a stare proprio da quel pubblicano? Sì, perché lui era perduto; e Gesù dice: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo» (Lc 19,9). In casa di Zaccheo, da quel giorno, entrò la gioia, entrò la pace, entrò la salvezza, entrò Gesù.
Non c’è professione o condizione sociale, non c’è peccato o crimine di alcun genere che possa cancellare dalla memoria e dal cuore di Dio uno solo dei suoi figli. “Dio ricorda”, sempre, non dimentica nessuno di quelli che ha creato; Lui è Padre, sempre in attesa vigile e amorevole di veder rinascere nel cuore del figlio il desiderio del ritorno a casa. E quando riconosce quel desiderio, anche semplicemente accennato, e tante volte quasi incosciente, subito gli è accanto, e con il suo perdono gli rende più lieve il cammino della conversione e del ritorno. Guardiamo Zaccheo, oggi, sull’albero: il suo è un gesto ridicolo, ma è un gesto di salvezza. E io dico a te: se tu hai un peso sulla tua coscienza, se tu hai vergogna di tante cose che hai commesso, fermati un po’, non spaventarti. Pensa che qualcuno ti aspetta perché mai ha smesso di ricordarti; e questo qualcuno è tuo Padre, è Dio che ti aspetta! Arrampicati, come ha fatto Zaccheo, sali sull’albero della voglia di essere perdonato; io ti assicuro che non sarai deluso. Gesù è misericordioso e mai si stanca di perdonare! Ricordatelo bene, così è Gesù.
Fratelli e sorelle, lasciamoci anche noi chiamare per nome da Gesù! Nel profondo del cuore, ascoltiamo la sua voce che ci dice: “Oggi devo fermarmi a casa tua”, cioè nel tuo cuore, nella tua vita. E accogliamolo con gioia: Lui può cambiarci, può trasformare il nostro cuore di pietra in cuore di carne, può liberarci dall'egoismo e fare della nostra vita un dono d’amore. Gesù può farlo; lasciati guardare da Gesù!

Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
saluto con affetto tutti i romani e i pellegrini presenti, in particolare le famiglie, le parrocchie e i gruppi di tanti Paesi del mondo.
Saluto i fedeli provenienti dal Libano e quelli della città di Madrid.
Saluto i ragazzi di Petosino, i cresimandi di Grassina (Firenze) e i giovani di Cavallermaggiore (Cuneo); i pellegrini di Napoli, Salerno, Venezia, Nardò e Gallipoli.
A tutti auguro buona domenica e buon pranzo. Arrivederci!
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venerdì 1 novembre 2013

Ognisanti 1-nov-2013 (Angelus 161)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
la festa di Tutti i Santi, che oggi celebriamo, ci ricorda che il traguardo della nostra esistenza non è la morte, è il Paradiso! Lo scrive l’apostolo Giovanni: «Ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3,2). I Santi, gli amici di Dio, ci assicurano che questa promessa non delude. Nella loro esistenza terrena, infatti, hanno vissuto in comunione profonda con Dio. Nel volto dei fratelli più piccoli e disprezzati hanno veduto il volto di Dio, e ora lo contemplano faccia a faccia nella sua bellezza gloriosa.
I Santi non sono superuomini, né sono nati perfetti. Sono come noi, come ognuno di noi, sono persone che prima di raggiungere la gloria del cielo hanno vissuto una vita normale, con gioie e dolori, fatiche e speranze. Ma cosa ha cambiato la loro vita? Quando hanno conosciuto l’amore di Dio, lo hanno seguito con tutto il cuore, senza condizioni e ipocrisie; hanno speso la loro vita al servizio degli altri, hanno sopportato sofferenze e avversità senza odiare e rispondendo al male con il bene, diffondendo gioia e pace. Questa è la vita dei Santi: persone che per amore di Dio nella loro vita non hanno posto condizioni a Lui; non sono stati ipocriti; hanno speso la loro vita al servizio degli altri per servire il prossimo; hanno sofferto tante avversità, ma senza odiare. I Santi non hanno mai odiato. Capite bene questo: l’amore è di Dio, ma l’odio da chi viene? L’odio non viene da Dio, ma dal diavolo! E i Santi si sono allontanati dal diavolo; i Santi sono uomini e donne che hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri. Mai odiare, ma servire gli altri, i più bisognosi; pregare e vivere nella gioia; questa è la strada della santità!
Essere santi non è un privilegio di pochi, come se qualcuno avesse avuto una grossa eredità; tutti noi nel Battesimo abbiamo l’eredità di poter diventare santi. La santità è una vocazione per tutti. Tutti perciò siamo chiamati a camminare sulla via della santità, e questa via ha un nome, un volto: il volto di Gesù Cristo. Lui ci insegna a diventare santi. Lui nel Vangelo ci mostra la strada: quella delle Beatitudini (cfr Mt 5,1-12). Il Regno dei cieli, infatti, è per quanti non pongono la loro sicurezza nelle cose, ma nell’amore di Dio; per quanti hanno un cuore semplice, umile, non presumono di essere giusti e non giudicano gli altri, quanti sanno soffrire con chi soffre e gioire con chi gioisce, non sono violenti ma misericordiosi e cercano di essere artefici di riconciliazione e di pace. Il Santo, la Santa è artefice di riconciliazione e di pace; aiuta sempre la gente a riconciliarsi e aiuta sempre affinché ci sia la pace. E così è bella la santità; è una bella strada!
Oggi, in questa festa, i Santi ci danno un messaggio. Ci dicono: fidatevi del Signore, perché il Signore non delude! Non delude mai, è un buon amico sempre al nostro fianco. Con la loro testimonianza i Santi ci incoraggiano a non avere paura di andare controcorrente o di essere incompresi e derisi quando parliamo di Lui e del Vangelo; ci dimostrano con la loro vita che chi rimane fedele a Dio e alla sua Parola sperimenta già su questa terra il conforto del suo amore e poi il “centuplo” nell’eternità. Questo è ciò che speriamo e domandiamo al Signore per i nostri fratelli e sorelle defunti. Con sapienza la Chiesa ha posto in stretta sequenza la festa di Tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Alla nostra preghiera di lode a Dio e di venerazione degli spiriti beati si unisce l’orazione di suffragio per quanti ci hanno preceduto nel passaggio da questo mondo alla vita eterna.
Affidiamo la nostra preghiera all’intercessione di Maria, Regina di Tutti i Santi.
Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
vi saluto tutti con affetto, specialmente le famiglie, i gruppi parrocchiali e le associazioni.
Un caloroso saluto rivolgo a quanti hanno partecipato questa mattina alla Corsa dei Santi, organizzata dalla Fondazione “Don Bosco nel mondo”. San Paolo direbbe che tutta la vita del cristiano è una “corsa” per conquistare il premio della santità: voi ci date un buon esempio! Grazie per questa corsa!
Questo pomeriggio, mi recherò al cimitero del Verano e celebrerò là la Santa Messa. Sarò unito spiritualmente a quanti in questi giorni visitano i cimiteri, dove dormono coloro che ci hanno preceduti nel segno della fede e attendono il giorno della risurrezione. In particolare, pregherò per le vittime della violenza, specialmente per i cristiani che hanno perso la vita a causa delle persecuzioni. Pregherò anche in modo speciale per quanti, fratelli e sorelle nostri, uomini, donne e bambini sono morti assaliti dalla sete, dalla fame e dalla fatica nel tragitto per raggiungere una condizione di vita migliore. In questi giorni abbiamo visto nei giornali quell'immagine crudele del deserto: facciamo tutti, in silenzio, una preghiera per questi fratelli e sorelle nostre.
A tutti auguro una buona festa di Tutti i Santi. Arrivederci e Buon pranzo!
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