Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

lunedì 15 novembre 2010

La lezione di Aung San Suu Kyi (Contributi 404)

Vi segnalo un articolo di Renato Farina tratto da Il Sussidiario

Davvero il cuore dell’uomo è invincibile.
C’è qualcosa che la tirannide non riesce a schiacciare.
Ma ogni volta che questo fiore spunta sotto le macerie si resta incantati.
E si deve avere il coraggio di dare testimonianza di questo dono ricevuto e dire grazie. Grazie a questo fiore, grazie al popolo da cui è spuntato, e grazie a Dio che ha fatto l’uomo teso all’infinito, alla libertà e capace di imitare il suo Creatore nella misericordia!
Così ieri, nel suo primo discorso, dopo essere vessata insieme al suo popolo da ventidue anni, la birmana premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, 65 anni, ha detto: «Non serbo rancore».
In queste tre parole c’è un mondo in cui vale la pena di vivere. Bisogna imparare da Suu Kyi anche e soprattutto in Italia; le sue parole e il suo invito valgono per noi che siamo e desideriamo essere cattolici, ma non esclude nessuno: essere religiosi in ogni atto è ciò che rende il politico e la politica adeguati alla necessità, qualunque sia la situazione, la crisi, la fatica.
Nulla di meno che essere religiosi serve alla politica. Non per forza si declinerà nella medesima proposta o programma: ma se c’è questa religiosità di base anche dividersi, persino polemizzare con durezza non è una tragedia, ma persino una ricchezza.
Proviamo a metterci spiritualmente in mezzo ai quarantamila, vittime ancora pochi giorni fa di elezioni burla, schiacciati insieme ai loro leader buddisti dall’aggressione poliziesca, senza uno spazio fisico per radunarsi da un sacco di decenni. Hanno cambiato persino l’insegna alla loro casa, gli oppressori: l’hanno stuprata e chiamata Myanmar, rubandole il nome di battesimo che era ed è Birmania.
Davanti a questo popolo sta una donna minuta e mite, nelle sue prime ore oltre la soglia della prigionia: era stata chiusa in carcere e poi a domicilio per sedici anni; la sua colpa era di aver vinto le elezioni nel 1989 contro la giunta militare (comunista, filocinese) che lei era riuscita a sconfiggere. E lei invece di gonfiarsi come un’eroina, chiamare alla rivolta, mostrare le piaghe e manifestare amarezza e un digrignante odio, elogia la libertà. E non la sua libertà di circolare, muoversi, respirare per le strade della sua Yangon.
No, «la libertà di parola come base della democrazia».
La quale è la libertà – ha detto – di dialogo, dà la possibilità di incontrare l’altro, e scambiare tra popoli e nazioni la propria anima, «di aiutarsi reciprocamente».
Non è stato il discorso di una donna imbelle.
Perdono e rinuncia al rancore non significano accondiscendenza al potere ingiusto.
Instaurano però un metodo di lotta dove l’avversario non è un nemico, anche se ti ha fatto del male. Ci dovrà essere giustizia, ma non violenza. Ha detto ancora, dinanzi alla sede del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia» (Nld): «Anche se penso di sapere cosa volete, vi chiedo di dirmelo voi stessi. Insieme, decideremo quello che vogliamo, e per ottenerlo dobbiamo agire nel modo giusto. Non c'è motivo di scoraggiarsi». Ha aggiunto: «Accetto la mia responsabilità. La mia voce però da sola, anche se libera, non è democrazia. Niente può essere raggiunto senza la partecipazione della gente. Dobbiamo camminare insieme».
Ha chiesto di abrogare le sanzioni internazionali perché danneggiano il popolo. Ora vedremo come reagirà la giunta militare (e i suoi protettori a Pechino…).
Ieri su Avvenire, Luigi Geninazzi ha spiegato che quando un regime libera il suo principale oppositore è giunto alla vigilia della sua fine. Perfetto. È tanto più vero quanto più l’oppressore è comunista e perciò ha fatto proprio il motto di Lenin: «Il nemico non si piega, si annienta».
Non sono riusciti ad annientare Suu Kyi, ed ora sono i violenti a doversi piegare.
Più forte della violenza è la misericordia. Impariamo da questa piccola grande signora della pace.
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Lo spot pro eutanasia che cambia le regole e si inventa l'uomo "fai da te" (Contributi 403)

Propongo a tutti un interessante articolo di Carlo Bellieni tratto da Il Sussidiario:

Spot tv dell’associazione Exitus per depenalizzare l’eutanasia: tanto scalpore, giuste critiche.

Ma è sfuggito il messaggio vero (e terrificante) dello spot.
Già, parla di cambiare una legge, invece fa un’opera più forte, insinua un tarlo: che la vita è tutta solitudine. E l’ideale è: in questa solitudine fare “le scelte”. “La vita è una questione di scelte - dice il protagonista dello spot, un malato terminale -. Ho scelto di fare l'università, di sposare Tina, di avere due figli splendidi, ho scelto che macchine guidare. Quello che non ho scelto è di diventare un malato terminale".
Invece ripensiamo alla nostra vita: che ci piaccia o no è fatta soprattutto di cose che ci càpitano, non di cose che scegliamo noi. Cose belle o brutte, morti o innamoramenti, non li scegliamo, arrivano. Non mi sono fatto da me e non ho scelto di nascere, di nascere in Italia, di avere certi genitori e una certa predisposizione genetica a malattie o abilità mentali. E anche le scelte da adulti arrivano dopo l’impatto con una realtà, come risposta a provocazioni della realtà: io non sono chiuso in una cassa, solo con i miei pensieri dove scelgo come in un sogno solitario quale tipo di donna vorrei incontrare, quale tipo di lavoro vorrei fare, quale tipo di figlio voglio generare.
Insomma, la vita non è un mondo di carta che costruiamo noi: la vita ci supera, ci spiazza per definizione.
L’uomo ragionevole ne prende atto; e sa che solo una minima parte di quel che abbiamo davanti si può padroneggiare; e sa anche non giocare a essere padrone della realtà con la inevitabile conseguenza che al primo “discordante accento” tutto crolla e finisce nella disperazione.
Invece dire che “tutto è scelta” sembra ampliare le possibilità umane, è dire che la realtà che io non scelgo non deve esistere: dal figlio “imperfetto” a scuola o nell’utero; alla moglie che mostra di non essere perfetta e allora si pianta; al lavoro che appena ci si accorge che è più duro del previsto diventa profitto personale. Giovanni Verga nella novella "La roba", mostra il protagonista che, arrivando la morte e non accettando che le sue proprietà non lo seguano nella tomba, le incendia, uccide e distrugge: non rientravano nel suo disegno e dovevano perciò sparire.
Insomma, questo è il vero “tarlo” dello spot: la vita limitata a quello che noi vorremmo che fosse. Col corollario che sentiamo tutto quello che non abbiamo programmato come nemico.
Capiamo allora il messaggio diretto dello spot: l’apertura all’eutanasia.
Che è figlia di questo tarlo: perché buona parte di coloro che chiedono di morire non sono persone in fin di vita, ma “scelgono” la morte per tristezza o solitudine, perché la vita tragicamente non corrisponde più ad un certo disegno o un determinato livello di vita.
Certo, di fronte al dolore e alla morte che incombe, anche un Titano cala le difese. Il problema qui è se lasciamo sola la persona o la mettiamo al primo posto nelle agende sociali e politiche, e nella nostra responsabilità personale. Perché è chiaro che la disperazione e la voglia di morire nasce dalla solitudine, non dal dolore: il dolore ha ottimi farmaci come risposta; la solitudine invece ha una sola risposta: l’incontro con una persona che aiuta a capire il senso di quello che sta avvenendo, che ti aiuta anche a curarti di te sopraffatto dall’angoscia e dalle lacrime.
L’idea che si sta affermando invece è che prendersi cura di persone così è tempo perso o una pena senza senso. “Vuole morire? Che muoia”. Non sarà che l’eutanasia è voluta più per sollevare i familiari dalle cure del malato che per sollevare il malato stesso? Non sarà che spesso la gente chiede di morire per “non sentirsi di peso”?
Insomma, il tarlo suddetto non erode solo il diritto alla vita, ma soprattutto il “diritto alla cittadinanza”, dove chi è più debole è bene che si accomodi e non disturbi.
Anche il personaggio dello spot rimpiange il peso che è lui stesso per la sua famiglia, mostrando che sente la propria morte come una liberazione per loro.
Ma siamo sicuri che le nostre famiglie sentano il padre malato e disabile come un peso?
Se è così, dobbiamo seriamente ripensare non all’eutanasia ma a come le nostre famiglie sono tragicamente malate (e come l’aiuto sociale sia purtroppo insufficiente).
Curiamo questo aspetto; avremo curato l’eutanasia.
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Ci invidiano il perdono (Post 112)

Parto dal post di ieri su Asia Bibi (la donna condannata a morte per essere cristiana) per fare una piccola riflessione personale, su cui sarei molto lieto di avere i vostri pareri.
A mio modo di vedere (se qualche islamico fosse casualmente di passaggio su questo blog e mi leggesse offendendosi, sappia che la cosa mi spiace, ma sostanzialmente non mi fa cambiare parere), il cristianesimo è l'amore di Dio per l'uomo. Dio che si rende conoscibile, incontrabile, al limite persino anche rifiutabile dall'umana libertà.
Insomma è comunicazione di Dio all'uomo, è rivelazione, rivelazione di Dio che, nel Suo amore per la Sua creatura, lo vuole comunque incontrare, amare e, qualora l'uomo lo volesse e chiedesse perdonare.
L'islam è invece un riaffermare la distanza fra divino ed umano, distanza che il divino vuole conservare a tutti i costi. Tutto il contrario.
I vari commenti al post sono tutti, pur nella diversità di sensibilità, interessanti e vi invito a leggerli attentamente (una volta terminato il mio post raggiungete quello su Asia Bibi e arrivati in coda cliccate  sulla parola COMMENTI per visionarli e (se volete) aggiungere il vostro.
Da tutti emerge la differenza che cercavo di dire prima: il cristianesimo nasce dall'amore di un Padre, l'islam è l'affermazione di un padrone. Il cristianesimo è perdono, accoglienza, abbraccio, l'islam no.
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Circa 10 giorni fa come commento ad un post sull'omelia del Card. Caffarra un'amica diceva:
Pensare da cristiano, è questa la fatica che faccio pur sforzandomi di esserlo. La mia preghiera costante "Signore, aumenta la mia fede" non viene accolta. Mi ritrovo a vivere con la mia mentalità terrena che sembra avere un'ancora che impedisce il mio elevarmi al cielo.

Questo non è un commento....vuole essere una preghiera di aiuto ....pregate per me, forse le vostre preghiere sortiranno l'effetto che le mie non hanno.
grazie da una sorella disperata
Ovviamente la prima cosa è chiedere le preghiera di voi tutti per questa nostra amica, ma la seconda, rivolgendomi anche a lei è dirle che è giusto per lei continuare a pregare e a domandare. Non scoraggiarsi se, apparentemente non si vedono risultati. Il nostro compito è domandare a Dio e annunciarLo agli uomini. L'esito, il risultato non è nella nostra bravura ma nella grazia di Dio. Vorrei poi dire a questa amica che lei ha già fede, infatti pensa che le nostre preghiere possano avere miglior esito delle sue, che la preghiera non è comunque un grido inascoltato.
Affidiamoci quindi a Dio che è infinito amore; e l'amore è dono, quindi per dono.
Il motivo per cui il cristianesimo è odiato è per il suo essere possibilità di incontro, di perdono, di redenzione, rigenerazione dell'umano.
E' positività continua nel guardare la realtà, domanda continua che Dio si renda presente e visibile in essa, capacità di riprese e perdono continui.
Perdono che ci rende nemici di tutti coloro che o basandosi solo su loro stessi e la loro bravura sono in preda ad un pesante moralismo o guardando ad un inconoscibile dio possono far valere le loro idee solo con la violenza e (quasi) mai con l'amore.
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domenica 14 novembre 2010

Se credi vedrai (Contributi 402)

Per restare in tema persecuzioni islamiche ai cristiani, ecco un articolo, ultimo editoriale di Samizdat On Line,  che ci presenta un altro episodio, sicuramente meno violento ma non meno grave, e di fronte a questi episodi la risposta più giusta e vera è quella riportata in fondo all'articolo:

Ci sono giorni in cui apprendi le notizie e sembra che nel mondo vi sia veramente poca luce. Giorni in cui pare che quello che c'è di buono nel mondo, ciò sembra funzionare, il giusto e il bello sia soffocato da una nube grigia, dalla cattiveria degli uomini.

Ci sono giorni in cui ti pare di intravederlo questo diavolo che divide e consuma, mentre ride soddisfatto del suo operato. E quando ti sembra che il peggio sia stato raggiunto ecco un'altra notizia che sgomenta.
Samar
L'autorità palestinese ha chiuso l'orfanotrofio femminile di Samar, a Betania. La "Casa di Lazzaro".
Ragazze, bambine, salvate da destini tremendi. Se non avevate mai sentito parlare di quest'opera provate a visitare i link che trovate qui sotto, a vedere il filmato, leggere le interviste. Anni di lavoro instancabile in un ambiente ostile, di persecuzioni, difficoltà; fino a quest'ultima stretta. I cristiani danno fastidio, quando sono quello che devono essere.
Mancano le notizie precise, forse presto si saprà meglio. Quello che è certo è che innocenti soffrono, stanno soffrendo. Ci sarà dolore e sangue, ancora una volta.
Eppure noi cristiani, di fronte a notizie come queste, non possiamo non pensare a ciò che accadde in quello stesso luogo. Di un'altra morte, un'altro dolore; un pianto antico che si è mutato in gioia, quando Lazzaro è uscito dalla tomba. Noi cristiani sappiamo che anche la morte è per la vita; che è la resurrezione l'ultima parola, quella che non osiamo pronunciare.
Il bene fatto da Samar non è cancellato; la sconfitta è solo apparenza, c'è un bene più reale che non può essere negato nè battuto.
La resurrezione ci sarà.
Diamo intanto l'aiuto più concreto, quella preghiera che sempre è ascoltata.
Che cessino le lacrime, e vediamo la gloria di Dio.
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Chi è Samar
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sabato 13 novembre 2010

Salviamo Asia Bibi (Contributi 401)

Riporto un articolo di Antonio Socci

Le terre islamiche grondano di sangue cristiano.
Ma il mondo se ne frega.
Altri sei cristiani ammazzati in Iraq, con 33 feriti, dopo la carneficina del 31 ottobre nella chiesa di Bagdad, dove le vittime sono state cinquanta.

Ma non solo. Domenica sera in Pakistan una madre di due figli, Asia Bibi, operaia agricola di 37 anni, è stata condannata a morte da un tribunale del Punjab, semplicemente perché cristiana: la famigerata “legge sulla blasfemia” infatti in quel Paese manda a morte chiunque sia accusato da musulmani di aver offeso Maometto.
Secondo l’agenzia Asianews, tutto risale a “una discussione molto animata avvenuta nel giugno 2009 a Ittanwali.
Alcune delle donne che lavoravano con Asia Bibi cercavano di convincerla a rinunciare al cristianesimo e a convertirsi all’islam.
Durante la discussione, Bibi ha risposto parlando di come Gesù sia morto sulla croce per i peccati dell’umanità, e ha chiesto alle altre donne che cosa avesse fatto Maometto per loro.
Le musulmane si sono offese, e dopo aver picchiato Bibi l’hanno chiusa in una stanza. Secondo quanto raccolto da ‘Release International’ una piccola folla si è radunata e ha cominciato a insultare lei e i bambini.
L’organizzazione caritativa, che sostiene i cristiani perseguitati, ha detto che su pressione dei leader musulmani locali è stata sporta denuncia per blasfemia contro la donna”.
La condanna a morte per “blasfemia” era purtroppo già stata comminata a dei cristiani maschi. Per una donna invece è la prima volta.
Tuttavia nessuno si solleverà per salvare una donna cristiana. I cristiani sono carne da macello. Come ai tempi di san Paolo sono “la spazzatura del mondo”.
Il mondo intero si è indignato e si è sollevato per salvare Sakineh, la donna condannata a morte in Iran per presunta complicità nell’omicidio del marito e per adulterio.
Bernard Henri Lévy ha (meritoriamente) scatenato la protesta dell’intero Occidente: si sono uniti a lui giornali, tv, governi, ministri, Unione europea, sindaci, intellettuali, montagne di premi Nobel, di Saviani e di Carlebruni. Perfino noi. E poi migliaia di firme, di foto esposte.
Bene. Niente di simile sarà fatto per la povera Bibi, che ha la sola colpa di essere cristiana. Il mondo non fa una piega quando si tratta di cristiani.
Anche altre recenti notizie di stupri e uccisioni di ragazze cristiane in Pakistan sono scivolate allegramente via dai mass media occidentali. Senza drammi.
Ma l’esempio supremo dell’indifferenza dell’Occidente per i massacri dei cristiani lo ha dato ieri il presidente americano Obama.
L’ineffabile Obama ha appena visitato l’Indonesia dove aveva vissuto qualche anno da bambino. E se n’è uscito con queste mirabolanti dichiarazioni riportate dai media del mondo intero: “L’Indonesia è un modello”.
Ecco qualche perla di Obama: “Una figura paterna mi insegnò qui da bambino che l’Islam è tolleranza, non l’ho dimenticato”. Poi il presidente americano “esalta l’Indonesia ‘laica, pluralista, tollerante, la più grande democrazia in una nazione a maggioranza islamica’ ”. Ed ecco un’altra perla: “Lo spirito della tolleranza, sancito nella vostra Costituzione, è uno dei caratteri fondanti e affascinanti di questa nazione”.
Ma davvero? L’Indonesia, con i suoi 212 milioni di abitanti, è il paese musulmano più popoloso del mondo ed è una potenza economica. Il 75 per cento della popolazione è musulmano, i cristiani sono il 13,1 per cento, cioè 27 milioni e 800 mila persone.
E’ vero che la Costituzione, sulla carta, riconosce il pluralismo religioso e una buona percentuale di musulmani effettivamente è favorevole a una convivenza pacifica con i cristiani.
Ma concretamente cosa è accaduto? Sia sotto il regime di Suharto che sotto il successivo i cristiani hanno subito massacri e persecuzioni inenarrabili.
A Timor Est – un’isola abitata da cristiani – il regime indonesiano, che la occupò contro la deliberazione dell’Onu, ha perpetrato un vero e proprio genocidio.
Secondo monsignor Carlos Belo, premio Nobel per la pace, sono state 200 mila le vittime e 250 mila i profughi su una popolazione totale di 800 mila abitanti.
Dal 1995 al 2000 sono state distrutte 150 chiese. I massacri sono continuati anche dopo che la comunità internazionale, nel 1999, ha imposto l’indipendenza di Timor Est.
In quello stesso anno stragi di cristiani sono stati perpetrate anche in un’altra zona cristiana dell’Indonesia: l’arcipelago delle Molucche.
In tre anni di scontri si sono avute circa 13.500 vittime e 500 mila profughi. Più di 6 mila cristiani delle Molucche sono stati costretti a convertirsi all’Islam (con il solito corredo di stupri e infibulazioni forzate). Altri 93 cristiani dell’isola di Keswi sono morti perché si rifiutavano di convertirsi.
Le cronache parlano di episodi orrendi come quello in cui sei bambini cristiani sono stati uccisi ad Ambon, in un campo di catechismo: “inseguiti, sventrati, evirati e decapitati dagli islamisti che fendevano le bibbie con la spada”.
In altri casi gli attacchi degli islamisti avevano “l’ausilio di truppe militari regolari… come nell’isola di Haruku il 23 gennaio 2000, quando sono rimasti uccisi 18 cristiani” (dal Rapporto 2001 sulla libertà religiosa nel mondo).
A Natale del 2000 i fondamentalisti hanno fatto una serie di attentati colpendo la cattedrale di Giakarta e altre dieci città, con 17 morti e circa 100 feriti.
Nel 2001 l’agenzia Fides dava notizia di nuovi attacchi di guerriglieri islamici contro i cristiani nell’isola di Sulawesi e anche a Makassar con scene di caccia all’uomo. Poi altre chiese bruciate e molte vittime.
Un gruppo di cristiani indonesiani firmarono un appello drammatico: “Preghiamo per i cristiani di Indonesia. Preghiamo per la loro fede durante gli attacchi e per quanti subiscono la tentazione di nascondere la loro identità di fedeli a Cristo. Preghiamo per il mondo perché prenda provvedimenti contro la persecuzione, dovunque essa si verifichi”.
Invece il mondo se ne frega delle stragi di cristiani e Obama va in Indonesia a esaltare questo Paese come esempio di Islam buono. Figuriamoci com’è quello cattivo.
Nel paese indicato da Obama come modello di tolleranza, il 19 ottobre 2005, tre studentesse cristiane, Yusriani di 15 anni, Theresia di 16 anni e Alvita di 19 anni, furono assalite mentre si recavano a scuola (in un liceo cattolico di Poso) da un gruppo di fondamentalisti islamici.
I fanatici le immobilizzarono e poi, con un machete, le sgozzarono. Quindi tagliarono loro la testa a causa della loro fede in Gesù. La testa di una di loro è stata poi lasciata davanti alla chiesa cristiana di Kasiguncu.
Più di recente si è avuto il triste episodio della condanna a morte di tre contadini cattolici, Fabianus Tibo, Domingus da Silva e Marinus Riwu, colpevoli di essersi difesi nel 2000 dagli attacchi degli islamisti a Poso.
Monsignor Joseph Suwatan, vescovo di Manado, andò a confortarli in prigione a Palu in veste di “inviato speciale del Vaticano”, perché – spiegò – Benedetto XVI vuole condividere il dolore ed esprimere la sua solidarietà per l’ingiustizia legale subita dai tre cattolici durante il loro processo.
Un’ultima notizia dal “paese modello” di Obama. Nel settembre 2009 il parlamento di Aceh ha approvato all’unanimità l’introduzione della legge islamica. Ecco il titolo del Corriere della sera del 15 settembre: “Sharia in Indonesia, lapidazione per gli adulteri”.
Con buona pace delle Sakineh che ne faranno le spese. Di cui in realtà non frega niente a nessuno in Occidente.
In particolare però non frega niente della tragedia dei cristiani, veri agnelli sacrificali.
Non frega niente all’Onu, alla Ue, ai premi Nobel, ai giornali progressisti, alle carlebruni e ai saviani (che non hanno lanciato appelli né fatto monologhi televisivi su questo genocidio censurato).
E tanto meno frega a Obama.
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APPELLO CUI VI INVITO AD ADERIRE
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Da questa sera (11 nov.2010) tutte le edizioni dei telegiornali di TV2000 saranno contrassegnate da un logo con la foto di Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte in Pakistan con l’accusa di blasfemia. La donna, com’è noto, aveva respinto le pressioni delle sue colleghe perché si convertisse all’Islam e aveva difeso con forza le ragioni della propria fede. Picchiata e poi rinchiusa in carcere per oltre un anno, recentemente è stata condannata alla pena capitale da un tribunale del Punjab. In vista del passaggio del caso all’Alta Corte è necessaria una grande mobilitazione internazionale in nome della libertà religiosa, con l’obiettivo di salvare la vita e restituire la libertà a questa donna così coraggiosa e di accendere i riflettori dell’opinione pubblica sulle persecuzioni di cui sono vittime in tutto il mondo tanti cristiani a causa della loro fede.

Chi volesse aderire alla campagna può scrivere un messaggio via sms al numero 331 2933554 o all’indirizzo di posta elettronica salviamoasiabibi@tv2000.it
Ma naturalmente l’auspicio è che la campagna si allarghi e che tanti soggetti si mobilitino utilizzando ogni canale utile.
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venerdì 12 novembre 2010

La lezione del Papa alla politica (Contributi 400)

Un articolo di Mario Mauro tratto da Il Sussidiario:

In questi tempi sono necessari forti amici di Dio”. Così nel XVI secolo Santa Teresa D’Avila, nella sua opera “Vita”, descriveva il difficile momento storico che stava vivendo. Un momento di incertezza e confusione dovuta alla riforma protestante di Lutero. Le parole di Santa Teresa risultano oggi più che mai attuali, se pensiamo al bivio davanti al quale si trova oggi l’Europa.

Per questo, nel momento di massima incertezza culturale e spirituale della storia europea, la visita di Benedetto XVI a Santiago di Compostela e Barcellona è sembrata provvidenziale. “Come il Servo di Dio Giovanni Paolo II, che da Compostela esortò il Vecchio Continente a dare nuovo vigore alle sue radici cristiane, anch’io vorrei esortare la Spagna e l’Europa a edificare il loro presente e a progettare il loro futuro a partire dalla verità autentica dell’uomo, dalla libertà che rispetta questa verità e mai la ferisce, e dalla giustizia per tutti, iniziando dai più poveri e derelitti. Una Spagna e un’Europa non solo preoccupate delle necessità materiali degli uomini, ma anche di quelle morali e sociali, di quelle spirituali e religiose, perché tutte queste sono esigenze autentiche dell’unico uomo e solo così si opera in modo efficace, integro e fecondo per il suo bene”.
Ha pronunciato queste parole proprio in Spagna, il paese simbolo di una filosofia che don Sturzo avrebbe definito “statolatria” e quindi contro la libertà dell’uomo proprio perché contro Dio. Oggi assistiamo, ad esempio, al dilatarsi di meccanismi di tutela delle cosiddette “libertà individuali” che vogliono mettere i cittadini al riparo da ogni presunta invadenza di potere.
E’ bene che la politica accolga il richiamo di Benedetto XVI in modo che venga dato nuovo vigore alla sottolineatura delle radici cristiane del nostro continente, affinché tutti quanti possiamo guardare al futuro partendo da basi solide in cui ogni cittadino possa riconoscersi e non cadere in un vuoto che genera solo paura o peggio indifferenza.
Anche la consacrazione del Tempio della Sagrada Familia contiene un forte messaggio simbolico per l’Europa. Proprio un mio articolo di 2 anni fa circa su questa testata, titolava “Costruiamo insieme ai cittadini l’Unione Europea come una cattedrale”. Questo è il senso del viaggio in Spagna di Benedetto XVI.
Come aveva fatto il maestro Gaudì, l’Europa deve ritornare a rivolgere il proprio sguardo verso l’alto, per recuperare davvero quel senso di libertà dall’oppressione del potere che il pensiero dominante di oggi pensa invece di donarci. E pretende di farlo negandoci la possibilità di riconoscere e di poggiare il nostro desiderio di felicità su quelle stesse fondamenta gettate dagli architetti di quel progetto, unico ed irripetibile, chiamato Europa Unita.
Strappare la presenza cristiana dal contesto europeo coincide con il venir meno di un pluralismo sostanziale. Significa non voler ammettere che grazie alla comune esperienza cristiana di chi ha fondato l’Unione europea, nel mondo esiste ancora qualcuno che riesce a salvaguardare ogni singola esperienza.
Viceversa, difendere le minoranze cristiane da persecuzioni e discriminazioni, rivendicarne il diritto alla dimensione comunitaria nella società – carico di quel dinamismo creativo di corpi e realtà intermedie – vuol dire porre le premesse per uno sviluppo pienamente democratico della convivenza tra gli uomini.
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giovedì 11 novembre 2010

Al Cairo è il Meeting, bellezza (Contributi 399)

Questo è l'ultimo editoriale di Samizdat On Line che ci fa conoscere un evento verificatosi al Cairo che è miracoloso:

Straordinario successo della prima edizione del Meeting de Il Cairo, svoltasi in Egitto il 28 e 29 ottobre 2010.

L’evento ha avuto grandissimo seguito, ma soprattutto ha visto cattolici e mussulmani lavorare insieme. Tutto è nato dall’idea di quattro mussulmani venuti a Rimini quattro anni fa e rimasti colpiti dalla manifestazione. Giornate di grande dialogo, grazie alla scoperta di un “cuore comune” nonostante le differenze religiose. (E. Polverelli)

La kermesse riminese è sbarcata in Egitto. «Una promessa che si compie», per gli egiziani. «La cosa più imprevedibile che ci sia mai accaduta», per gli amici italiani. Tra hostess (con il velo) e ragazzi in polo blu, siamo andati a vedere cosa succede
Il luogo è storico. Aula Magna dell’Università del Cairo. Stessa sala a stucchi e lampadari, stesso podio da cui Barack Obama, l’estate scorsa, ha lanciato il suo appello al dialogo con il mondo islamico. Solo che qui il dialogo si fa davvero storia. In carne e volti. Tra ragazzi in polo blu e ministri in grisaglia, accademici celebri e alti prelati. E scene che hai visto tante volte altrove, ma non avresti mai immaginato di vedere qui.
È partito così il Meeting del Cairo, fratello minore di quello riminese. Un migliaio di persone in sala, duecento volontari (una trentina arrivati dall’Italia, gli altri tutti egiziani) ad accoglierle e scortarle verso i posti riservati, ogni settore un bollino colorato sul cartoncino di invito. Si parla di “Bellezza, spazio per il dialogo”. E a fare da padrone di casa è Wael Farouq, docente di Letteratura araba all’American University, amico storico del Meeting di Rimini e anima del Meeting cairota assieme a un pugno di amici che ormai conosciamo bene. A cominciare da Tahani al-Jibaly e Hosam Mikawi, i giudici così colpiti da quello che avevano visto sull’Adriatico da volerlo riproporre a casa loro. Mesi di riunioni post-lavoro, telefonate, lettere, incontri... Ed ecco che, come dice Farouq introducendo la serata, «è nato un ponte che ci porta dal sogno alla verità. Ed è nato sul terreno della bellezza, la via scelta da Dio per rivolgersi agli uomini».
Poi tocca alla signora al-Jibaly, vicepresidente della Corte costituzionale e neo presidente del Meeting del Cairo. Parla di una «promessa che si compie», ringrazia Dio, cita il discorso di Obama, che «da qui, da questo posto, ha cercato di dare una svolta, ma poi tante volte la politica ha preso il sopravvento». E si chiede: «Perché il dialogo appare sconfitto, malgrado le buone intenzioni? Perché ci siamo limitati alle relazioni tra le élites e abbiamo lasciato ai nemici del dialogo la possibilità di conquistare i cuori di molti». Quindi racconta di Rimini, cita don Giussani. E spiega perché ha voluto portare qui quell’esperienza: «L’Egitto merita molto da noi. Il nostro ruolo storico è di costruire un incontro tra i popoli, da sempre. Abbiamo scelto la bellezza perché Allah è bello, e ama la bellezza. E perché la verità, la tolleranza, il diffondere del bene tra la gente, sono bellezza. Dobbiamo collaborare con chi crede che la religione è per la vita, e non per una rinuncia alla vita».
Applausi. Veri. Poi, «abbiamo parlato tanto del Meeting. Facciamolo vedere». Un documentario di dieci minuti sulla storia della kermesse riminese, in cui scorrono volti che conosci bene: Franco e Vicky, Giovanni Paolo II e Madre Teresa, Walesa e il cardinale Ratzinger... E i volontari, specchio dei ragazzi in polo blu e logo CairoMeeting che vedi tra le poltrone stasera. Stesse facce liete, stesso desiderio di bellezza e gratuità. L’unica differenza è che molte delle hostess qui portano il velo.
L’anima, il cuore, sono identici.
In qualche modo lo dice anche Emilia Guarnieri, con un saluto che, di fatto, sigla un gemellaggio: «È la cosa più imprevedibile che ci sia accaduta in questi trentuno anni di storia. Un sogno. Il desiderio di bellezza e verità ci ha fatto incontrare. È evidente che stiamo facendo un pezzo di strada insieme. Davanti al Nilo ci commuoviamo tutti, perché è un pezzo di storia comune. Be’, stasera su questo stesso fiume anche noi stiamo facendo storia». Non è un luogo comune. È un fatto. «E noi siamo venuti per conoscere e imparare. Per imparare quel che sta accadendo qui e per conoscere il modo con cui voi guardate la realtà. Il vostro cuore». È commossa, Emilia. E si vede. «Un’amicizia vera può essere fattore di cambiamento per il mondo intero».
Altri saluti, parole non formali. C’è spazio per un omaggio a padre Christian Van Nispen, il gesuita olandese che ha dedicato la vita allo studio del Corano e al dialogo tra uomini di fede (non è in sala, purtroppo è malato), e una targa alla stessa Guarnieri, cioè al Meeting.
Si chiude con “Messaggio di pace”, un concerto del gruppo Sama’a. Palco pieno di tuniche bianche e copricapi tipici, note da sitar e Inno alla Gioia di Beethoven, Allah e alleluia. Anche qui, dialogo vero, ma in musica. E bellezza, tanta. Post chiusura sui gradini fuori dall’aula, con i volontari che cantano e scherzano e si godono una nuova amicizia mentre la gente esce. Facce colpite e allegre insieme. Sembra Rimini. È il Meeting.
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mercoledì 10 novembre 2010

Angelica, la neonata che manda in crisi i filosofi della vita (Contributi 398)

Ecco una bella storia che merita di essere conosciuta, perchè la vita non è definibile da nostri parametri, ma va molto al di là... E ci pone domande cui è giusto dare una risposta. Ma no voglio trannenervi ulteriormente. Per cui ecco l'articolo di Carlo Bellieni tratto da Il Sussidario:

Il ritorno di Angelica a casa sana e ben curata ha fatto esclamare di gioia e stupore tutti i giornali questa settimana: Angelica, piccola bambina nata con un peso di 550 grammi all’Ospedale S. Camillo di Roma, quando non aveva ancora passato le 23 settimane di gestazione. È un fatto di un’evidenza tale da far mutar opinione a chi propone limiti netti alla rianimazione dei prematuri nati a meno di 26 settimane dal concepimento.
Purtroppo sappiamo che è solo l’inizio di una presa di coscienza, perché in molti Paesi occidentali l’assistenza per far sopravvivere i neonati estremamente piccoli segue dei criteri diversi da quelli che si seguono per l’assistenza e per la sopravvivenza di un adulto che abbia lo stesso rischio di morte o di invalidità.
Per alcuni, Angelica, perché nata troppo presto, non si doveva assistere: un adulto che cade da un balcone e appare in fin di vita invece sì.
Sembra impossibile, eppure è così: vari fatti lo confermano.

Annie Janvier
 Studi condotti da una ricercatrice canadese, Annie Janvier mostrano che a parità di alto rischio per la salute, tra neonato e adulto i medici intervistati tendono a trattare con meno vigore il neonato, fino all’estremo di non trattare per nulla. Ma non basta: per rianimare i piccolissimi, in alcuni Paesi si aspetta l’esplicita richiesta dei genitori, pur sapendo che questi potrebbero avere un conflitto di interessi col minore (non tutti i padri e le madri sono meravigliosi, ci insegna la cronaca) e soprattutto sapendo che alla nascita prematura e improvvisa sono entrambi disorientati e spesso sconvolti.
E i filosofi rinomati e famosi asseriscono che i neonati non sono persone come gli altri, perché mancano di capacità di “autonomia”, che secondo loro è la caratteristica che distingue gli esseri umani in “persone” e “non persone”. Ed esistono dei protocolli che invitano a non rianimare i bambini anche se hanno una possibilità non trascurabile di sopravvivere, dato che, al converso, hanno una possibilità - neanche confermata- di disabilità.
Ma Angelica è tornata a casa: ha trovato dei medici che sapevano che la sopravvivenza anche a 22 settimane è rara, ma non è impossibile: per molte casistiche è 1 su 10-15. Medici che non avevano certezze sulla prognosi in sala parto, perché alla nascita non si sa se quello sarà il bambino che ce la farà; ma hanno dato comunque una chance.
Ma erano medici che sanno, come risulta da uno studio svedese, che gli ospedali che rianimano senza fare una selezione sulla base del rischio di handicap e morte, come vorrebbero i protocolli suddetti, invece di avere una percentuale maggiore di bambini con handicap, hanno addirittura una percentuale significativamente minore. Sapendo certo che esiste una soglia sotto cui non rianimare e un limite ai tentativi.
Detto questo, il discorso ci porta ben oltre i criteri e le settimane da considerare.
Perché il fatto è più profondo: implica lo status di “persona” che alcuni filosofi non italiani vorrebbero togliere al neonato. Dopo averlo tolto al feto, cosa impedisce di revocarlo anche al bambino prematuramente nato, dato che ha le stesse dimensioni di un feto? Forse è questo che magari inconsciamente fa trattare il neonato differentemente dall’adulto.
Quest’erosione del “diritto di cittadinanza” è affermata come etica e morale in importanti riviste, e ci pone la domanda:
per noi cosa è la persona?
È l’essere umano in quanto tale o in quanto ha certe caratteristiche?
Chi accogliamo “tra i nostri”? Tutti, oppure solo quelli che rispondono a certi dettami?
È una domanda che, vedremo, riguarda anche gli adulti disabili mentali e altre categorie che un po’ alla volta si stanno vedendo negare il diritto di essere chiamati “persone”.
Ma la vicenda di Angelica, la gioia dei suoi genitori e il coraggio degli infermieri e medici che l’hanno curata dandole una chance, getta una luce su tutto questo: guardarla fa superare di getto la divisione in umani di serie A e B.
Angelica conta semplicemente perché c’è.
Questa è la sfida.
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se volete potete anche leggere QUI
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lunedì 8 novembre 2010

Quanto vale un pezzo di vetro (Contributi 397)

Propongo l'editoriale de Il Sussidiario che riporta un'interessante considerazione:

Salendo sulle guglie, mi sembrava proprio di immaginarlo, il vecchio Gaudí, che, passeggiando per le strade di Barcellona, si piega a raccogliere un frammento di piatto decorato, buttato via da chissà chi, o il fondo verde scuro di una bottiglia rotta. Mi avevano detto che poi Gaudí li incastonava sulle pareti esterne dell’immensa cattedrale che stava costruendo. Mettendomi in certe angolature potevo vedere il sole che brillava riflettendosi su quei cocci.
La grande chiesa di Barcellona che Benedetto XVI ha appena consacrato è così famosa - e meritatamente - che non c’è bisogno di dilungarsi in spiegazioni architettoniche o estetiche. La sua mole imponente, le sue guglie vertiginose (e mancano ancora le più alte), il suo interno che sembra una foresta pietrificata eppure vivissima sono veramente cose «straordinarie», cioè fuori di ogni ovvietà e aspettativa. Sono il sigillo del genio di chi le ha immaginate e, con infinita pazienza, iniziato a realizzare.
Anche la storia di questa cattedrale è un unicum per i tempi moderni; è un cantiere aperto da oltre cento anni, vi hanno contribuito la pietà e i soldi di tutto un popolo e una folta schiera di maestranze. La costruzione è stata osteggiata dai diversi poteri che si sono succeduti in Spagna, prima per contrastare il nazionalismo catalano, poi semplicemente per mettere la sordina a un segno tanto inequivocabile di fede cristiana.
Le idee architettoniche di Gaudí sono state studiate a fondo, la sorprendente arditezza delle sue soluzioni fanno scuola, la debordante inventiva delle decorazioni e la ricchissima simbologia che le governa spinge ancora oggi a ricerche e pubblicazioni. E, soprattutto, l’insieme suscita profonda ammirazione.
Eppure, per me, la Sagrada Família è tutta in quel gesto con cui un vecchio ormai prossimo alla morte raccoglie un pezzo di vetro e lo dà al muratore perché lo applichi alla parete di una guglia e lo metta esattamente in quella posizione per cui, cadendo o alzandosi, il sole lo possa far risplendere.
Può capitare a tutti di sentirsi inutili, come una bottiglia rotta, buttati via senza alcuna speranza di poter ancora servire a qualcosa.
Solo una fede grande come quella dei medievali costruttori di cattedrali riesce ancora a piegarsi curiosa su questo vetro tagliente e dimenticato.
Lo guarda e dice: toh che bello!
E lo ficca lassù sulla cattedrale, più in alto, magari, di tante pietre ben tornite e un po’ presuntuose. E da lassù il frammento di vetro darà su tutta la costruzione il riflesso del suo irripetibile colore. Anche se è difficile vederlo da vicino.
Eccolo il fascino segreto del capolavoro di Gaudí: nella grande cattedrale cattolica c’è posto per tutti.
Nessun particolare è identico all’altro, ogni dettaglio è inequivocabilmente se stesso e nel contempo armoniosamente inserito nel corpo vivo del tutto.
Un tutto che vive della variegata polifonia delle diversità; che è ben diversa dalla piatta pianificazione di uno schema.
I montaliani «cocci aguzzi di bottiglia» non chiudono più la prospettiva di un invalicabile muro. Ritrovano, invece, il loro bel posto nell’armonia dell’insieme.
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venerdì 5 novembre 2010

Il trionfo della virtù (Contributi 396)

Vi propongo il nuovo editoriale di Samizdat On Line:

Partiamo di lontano.

Quando due anni fa visitai gli Uffizi di Firenze fui un poco sorpreso dallo scoprire che, sul retro del famoso ritratto di Federico da Montefeltro, c'era un'altro dipinto: e precisamente il Trionfo dello stesso Federico. Assiso su un trono in armatura completa, incoronato dalla Vittoria, trasportato su un carro insieme alle quattro virtù cardinali : prudenza, giustizia, fortezza e temperanza.


Mi colpirono due cose:
l'esaltazione tipicamente rinascimentale dell'uomo che si è fatto da sè; e il fatto che comunque il regnante si pone come degno in quanto possessore di queste virtù. Come recita la scritta sul dipinto,
"CLARVS INSIGNI VEHITVR TRIVMPHO./ QVEM PAREM SVMMIS DVCIBVS PERHENNIS./ FAMA VIRTVTVM CELEBRAT DECENTER./ SCEPTRA TENENTEM." (Trionfo eccelso conduce il chiaro (riferito a Federico da Montefeltro), che la fama duratura delle sue virtù proclama degno reggitore dello scettro alla pari dei più grandi condottieri).
Un grande condottiero fu sicuramente , e il numero delle battaglie di tutti i tipi da lui vinte grazie soprattutto all'astuzia è esorbitante...come pure il numero di figli naturali.
Se il potere del regnante medioevale è garantito da Dio per il suo ruolo, quello del regnante rinascimentale arriva per la proclamata virtù.

Ma quando la virtù - che pure giunge da Dio - non è più riconosciuta necessaria?
Quando passa l'ipotesi che la consistenza dell'uomo arriva da se stesso, che il vero è questione di punto di vista? Allora da una parte diventa lecito ogni comportamento; dall'altra ogni comportamento diventa censurabile perché ognuno fa riferimento ad una propria morale. E la virtù è disprezzata e irrisa, se non apertamente osteggiata.
Assistiamo così allo spettacolo di chi esalta la propria impudicizia - e, vi prego, non fermatevi alla prima persona che vi viene in mente - e nel contempo censura quella altrui. Ho detto impudicizia, ma la stessa identica cosa vale, oltre che per il sesso, anche per i soldi ed il potere.
Così lo scandalo diventa moralismo: e si fanno infinite acrobazie per dimostrare l'indegnità di una persona senza dire che la riteniamo indegna per cose che noi stessi vorremmo dire e fare. Si sceglie il vizio più adatto a colpire l'avversario. Se non basta il quinto comandamento si passerà al sesto. E non ci si chiede chi quel comandamento comandi.


Alla fine, tra tempeste di fango ed escrementi, rimane solo un cattivo gusto in bocca e niente nelle mani. Il mondo diventa una palude dove ci si arrampica uni sugli altri per non affondare, perché non esistono punti fermi, solidi, su cui appoggiare i piedi.


Le virtù sono l'impersonificazione di quanto è necessario per vivere bene con sè e con gli altri. Chi non le pratica ha punizione in se stesso. Ma chiacchere e maldicenze, anche quando fossero fondate, sono giudizi sugli uomini e non sui ruoli.
Si può essere buoni amministratori essendo deprecabili persone. Si può essere grandi governanti ed essere pieni di ogni possibile vizio. Così come non basta essere puri ed incorruttibili per fare gestire bene le cose pubbliche. D'altra parte è difficile pensare che i cedimenti personali non abbiano riflessi nella cosa pubblica.
Il bravo capufficio, amministratore delegato, politico è colui che porta avanti bene il suo lavoro. Se lo si vuole sostituire si giudichino i fatti e si proponga di meglio, se ci si riesce.
E se si vuole cacciare Carlo Martello, ci si assicuri di trovare qualcuno che sia come lui in grado di fermare gli arabi a Poitiers.
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Il fallimento del multiculturalismo (Articoli 26)

Ecco un articolo di Davide Rondoni pubblicato originariamente su Avvenire, inoltre mi auguro che tutti capiscano l'inglese per poter sorridere:

Quello decretato da Angela Merkel qualche giorno fa è proprio come la fine di un sistema. Un po’ come quando crollano sistemi politici, dittature o repubbliche, come crollò il fascismo, come crollò, qui da noi, la prima Repubblica. Un crollo del multiculturalismo. Del suo sistema. E come quegli altri sistemi crollarono ma non senza spargimento di sangue e ferite profonde, anche questo crollo ha nelle mani sangue e tensioni. Scontri e traumi. E come quei sistemi, anche questo crolla non per un avversario esterno, ma per l’esplosione di troppe interne contraddizioni.

Dire che il sistema del multiculturalismo non funziona significa prender atto della crisi di un sistema di pensiero, oltre che di un sistema di potere. Perché non c’è dubbio che la ideologia del multiculturalismo ha anche creato un sistema di potere.
Basta vedere quanti e quali programmi e iniziative politiche, sociali, culturali e così via si dicevano ispirate e sostenute a quella ideologia.
Bastava il marchio di multiculturalismo e si diventava immediatamente giusti, corretti, moderni. Come avveniva con le iniziative ispirate al fascismo. O a certe idee, sempre qui da noi, della Prima Repubblica.
Che ci fosse una egemonia dell’ideologia multiculturale lo dimostrano infiniti atti legislativi, come quelli che a furia di voler garantire una astratta idea di libertà a tutti, ha finito per proibire a moltissimi la più discreta e personale affermazione di appartenenza culturale e religiosa, in un deserto di identità che è il contrario di quanto affermato teoricamente dall’ideologia multiculturale. Un po’ come quando in nome del comunismo dei beni si ritrovavano soprattutto i più poveri senza beni. O, tornando qui da noi, in nome del luminoso avvenire italico, l’Italia si impoveriva di tutto.
Anche in questo caso, in nome del multiculturalismo si è finito per costruire ghetti, per favorire tensioni sociali e radicalizzarsi di affermazioni identitarie. Non solo per reazione, ma per inevitabile conseguenza di un sistema errato nei suoi fondamenti teorici.
Ci sono parole che vorrebbero rappresentare la realtà.
E invece rappresentano la mente, l’idea di chi vorrebbe che le cose fossero come lui le immagina.
Queste parole diventano ideologie suasive, ben confezionate e propagandate. Solo che la realtà, per così dire, non ci sta dentro. Ma non si vuole ridiscutere quelle parole. Perché significherebbe perdere la comodità di essere automaticamente giusti, corretti e moderni. Si perderebbe il potere che automaticamente ne discende. E allora il sistema va avanti, ma calpestando la realtà. E le persone.
L’idea di una società multiculturale ha evidenziato i suoi drammatici scompensi in molti posti del mondo. Le crisi in Francia, in Germania, in Inghilterra - accadute sotto governi di diversi colori, ma integrati nel sistema del multiculturalismo - ci devono insegnare qualcosa, sia sugli errori sia sul valore di certe idee non campate per aria che abbiamo in Italia.
L’esempio da molti citato della società Usa non è adeguato: lì c’è una società multietnica, non multiculturale. Le recenti polemiche sulle domande da inserire nel questionario di censimento, sulla moschea a Ground Zero e altri fatti più o meno evidenti, mostrano che finché l’idea è essere innanzitutto americani (l’idea che vince sempre a Hollywood e nei grandi media, altro che multiculturalismo!) le cose funzionano. Altrimenti scricchiolano. E parecchio. A un sistema che crolla è bene non sostituirne un altro. Ma come diceva un gran poeta francese: diffidare dei sistematici, e servire umilmente la realtà.
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I diritti che il Corano attribuisce al credente (Articoli 25)

Vi invito a leggere questo interessante articolo di Don Gabriele Mangiarotti originariamente tratto da Cultura Cattolica e che ci aiuta a capire :

Ho pensato molto prima di scrivere questo editoriale, perché c’erano (e ci sono) due aspetti che in questi giorni mi colpiscono della realtà che ci circonda: da un lato la questione del bene, nel senso che diventa sempre più insopportabile un mondo dei mass-media che sa solo comunicare il male, il negativo, con un compiacimento morboso e inutile. Non voglio guardare la TV o ascoltare le notizie in modo da dovere essere io il giudice, quasi che mi si chieda ogni volta di individuare e condannare il colpevole.

Dall’altro lato il problema del politically correct, per cui di certe questioni, come del rapporto con l’islam, bisogna parlare solo in certi termini.
E allora ho letto quanto ha detto a proposito dell’islam il Vescovo libanese Raboula Antoine Beylouni, censurato persino dall’Osservatore Romano. Ciò che dice mi pare tra l’altro in sintonia con quello che andiamo pubblicando sul sito, sperando che i rapporti tra gli uomini delle religioni sappiano trovare ragioni di rispetto, nell’assoluta consapevolezza che «solo la verità ci farà liberi».


Riporto quanto affermato (e censurato), per amore di verità:
«Ecco le difficoltà con cui ci confrontiamo. Il Corano inculca al musulmano l’orgoglio di possedere la sola religione vera e completa, religione insegnata dal più grande profeta, poiché è l’ultimo venuto. Il musulmano fa parte della nazione privilegiata e parla la lingua di Dio, la lingua del paradiso, l’arabo. Per questo affronta il dialogo con questa superiorità e con la certezza della vittoria.
Il Corano, che si suppone scritto da Dio stesso da cima a fondo, dà lo stesso valore a tutto ciò che vi è scritto: il dogma come qualunque altra legge o pratica.
Nel Corano non c’è uguaglianza tra uomo e donna, né nel matrimonio stesso in cui l’uomo può avere più donne e divorziare a suo piacimento, né nell’eredità in cui l’uomo ha diritto a una doppia parte, né nella testimonianza davanti ai giudici in cui la voce dell’uomo equivale a quella di due donne ecc.
Il Corano permette al musulmano di nascondere la verità al cristiano e di parlare e agire in contrasto con ciò che pensa e crede.
Nel Corano vi sono versetti contraddittori e versetti annullati da altri, cosa che permette al musulmano di usare l’uno o l’altro a suo vantaggio; così può considerare il cristiano umile, pio e credente in Dio ma anche considerarlo empio, rinnegato e idolatra.
Il Corano dà al musulmano il diritto di giudicare i cristiani e di ucciderli con la jihad (guerra santa). Ordina di imporre la religione con la forza, con la spada. La storia delle invasioni lo testimonia. Per questo i musulmani non riconoscono la libertà religiosa, né per loro né per gli altri. Non stupisce vedere tutti i paesi arabi e musulmani rifiutarsi di applicare integralmente i “Diritti umani” sanciti dalle Nazioni Unite.
Di fronte a tutti questi divieti e simili argomenti dobbiamo eliminare il dialogo? No, sicuramente no» […] «Peggio ancora, talvolta ci sono interlocutori del clero che, nel dialogo, per guadagnarsi la simpatia del musulmano chiamano Maometto profeta e aggiungono la famosa invocazione musulmana spesso ripetuta “Salla lahou alayhi wa sallam” (che la pace e la benedizione di Dio siano su di lui).» (...)
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E non posso che riportare, come motivo e ragione di speranza, quanto Margherita Coletta, nel bel libro di Lucia Bellaspiga Il seme di Nassiriya, ha raccontato per indicare quello che a lei sembra essere il cammino giusto per una autentica convivenza umana. Mi auguro che sia di stimolo a tutti coloro che non si rassegnano e che desiderano essere nella vita protagonisti:

«Un giorno una tempesta terribile si abbatté sulla costa, scaraventando sulla riva migliaia e migliaia di stelle marine che restavano immobili e morivano sulla spiaggia. Tutti stavano a guardare esterrefatti e nessuno faceva niente. Tra la gente, tenuto per mano dal papà, c’era anche un bambino che fissava le piccole stelle di mare. All’improvviso lasciò la mano del padre, si chinò, ne raccolse tre e le riportò in acqua, poi corse indietro e ripetè la cosa... Un uomo che era lì gli disse: «Ci sono migliaia di stelle marine su questa spiaggia, non puoi salvarle tutte, e lo stesso succede su tante altre spiagge. Inutile, non puoi cambiare le cose». Il bambino si chinò a raccogliere un’altra stella e gettandola in acqua rispose: «Ho cambiato le cose per questa qui». L’uomo fece lo stesso... Poi furono in quattro, poi in cento, poi migliaia di persone che buttavano stelle di mare in acqua.»
Noi, col sito CulturaCattolica.it, vogliamo essere come quel bambino, ingenuo certamente, ma l’unico capace di fare andare avanti il mondo, consapevoli che, come dice il poeta francese Charles Péguy, «Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia» (Il portico del mistero della seconda virtù, in I Misteri, Jaca Book, 1997, p. 167): quell’incontro che è la certezza di una presenza, della grande Presenza di Gesù.
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giovedì 4 novembre 2010

Solo lo stupore ci salva da una globalizzazione senz’anima (Contributi 395)

Per quelli della mia generazione il nome di Václav Havel si collega immediatamente a Charta 77, e alla caduta del comunismo in cecoslovacchia (quando ero ragazzo era ancora uno stato unico) e il suo "Potere dei senza potere" un testo letto con interesse e passione. Vi propongo questo interessante articolo di Angelo Bonaguro tratto da il Sussidiario:

Havel l’aveva già detto nel suo primo discorso di capodanno da primo presidente cecoslovacco democraticamente eletto (gennaio 1990): viviamo in un’epoca in cui i problemi dell’ambiente ci riguardano da vicino, ma “il peggio è che viviamo in un ambiente deteriorato moralmente”. Allora si riferiva all’eredità devastante del sistema totalitario, sia dal punto di vista ecologico che etico, un sistema che era stato assimilato e sostenuto dalle sue stesse vittime.
L’attenzione di Havel ai temi dell’ambiente non è nata ieri, ma non ha nulla a che vedere con soli che ridono o battaglie demagogiche: Havel intende l’ambiente come l’insieme delle relazioni tra esseri umani depositari di una cultura e l’oggettività in cui essi si muovono e della quale sono responsabili. Il drammaturgo ha esemplificato questo pensiero dandogli forma drammatica anche nella pièce Il risanamento (1987), dove un gruppo di architetti incaricato di ristrutturare un vecchio borgo si scontra con le varie anime dei progettisti e con la volontà della popolazione locale.
Inaugurando l’annuale appuntamento del Forum2000 (la fondazione e l'omonima conferenza che si tiene a Praga, ndr) tenutosi il mese scorso, e dedicato al “Mondo in cui vogliamo vivere”, Havel ha denunciato l’orgoglio della civiltà moderna che crede di poter fare a meno del senso del mistero. “Quando vado alla mia casetta di campagna”, ha detto l’ex presidente, quello che fino a poco tempo fa era chiaramente riconoscibile come città ora sta perdendo i suoi confini e la sua identità, per trasformarsi in un enorme agglomerato indistinto, senza vie e piazze ben definite, composto da “enormi centri commerciali, stazioni di servizio, giganteschi parcheggi, palazzoni destinati ad ospitare uffici e depositi di ogni tipo, e schiere di villette che sono apparentemente attigue ma allo stesso tempo disperatamente lontane”.
E in mezzo a tutto questo, a macchia di leopardo, si alternano zone di territorio che non sono nulla, né campi, né boschi né insediamenti umani. Ogni volta che si concede alle città di distruggere il paesaggio circostante per crearvi degli agglomerati che rendono la vita irriconoscibile, si scardina allo stesso tempo la rete delle comunità umane naturali, e sotto l’egida dell’omologazione internazionale si annullano le individualità e le identità. Alla fine di questo processo, “la collettività smisurata dei consumatori genera un nuovo tipo di solitudine”.
La causa di tutto questo - sostiene Havel - sta nel fatto che viviamo nella prima civiltà atea globalizzata, una civiltà che ha perso i suoi nessi con l’infinito e con l’eterno, e perciò preferisce il profitto immediato a quello a lungo termine.
L’aspetto più pericoloso di questa civiltà atea è il suo orgoglio, che la rende irrispettosa verso il patrimonio trasmesso dalla natura e dai nostri antenati e che la fa sentire presuntuosamente onnisciente.
In questo modo, con il culto del profitto immediato e del progresso, “scompare il rispetto per il mistero e per l’incommensurabile, si perde il senso dell’infinito e dell’eterno, che fino a poco tempo fa costituivano i principali orizzonti delle nostre azioni. Abbiamo completamente dimenticato quello che le civiltà precedenti sapevano: che nulla è certo”.
Il drammaturgo sposta le sue riflessioni anche sulla recente crisi finanziaria, definendola un segnale istruttivo per il mondo contemporaneo, un monito contro la sicumera sproporzionata e l’orgoglio della civiltà moderna: l’azione umana non è totalmente prevedibile come credono molti inventori di teorie e concezioni economiche. E il dramma è che questi stessi sapientoni, invece di imparare la piccola lezione di umiltà da cui avrebbero dovuto capire che non tutto è sempre automaticamente concesso, pretendono di descrivere con lo stesso metodo le cause della crisi!
Per secoli l’umanità ha vissuto in civiltà capaci di formare una cultura, dove gli insediamenti avevano un ordine naturale determinato da una sensibilità comunemente condivisa”, grazie alla quale l’ultimo fabbro medievale, quando gli chiedevano di forgiare un attrezzo, lo produceva secondo quello che oggi chiameremmo stile gotico, senza aver bisogno di un maestro o di un designer che gli insegnassero come fare. La nostra civiltà appare piuttosto come una delle tante conseguenze secondarie dell’orgoglio moderno, che crede di aver capito tutto e perciò di poter pianificare il mondo intero.
Secondo Havel, solo lo stupore e la consapevolezza che le cose non sono così ovvie può farci superare questo periodo oscuro. Questo stupore davanti al mistero del creato lo provoca a una serie di domande: qual è il significato di tutto ciò che esiste? È possibile il non-essere? “È possibile che le cose esistano perché noi possiamo stupirci, e che noi esistiamo perché ci sia qualcuno che si stupisca. Ma perché è necessario che vi sia qualcuno che si stupisce? E che alternativa c’è alla vita?”.
Un groviglio di interrogativi che agitano ancora l’animo di questo drammaturgo settantenne innamorato della vita, che non ha ancora smesso di cercare, e di stupire il suo pubblico, compreso quello delle multisale, perché da qualche mese si è messo in testa di fare del cinema...
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