Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

domenica 12 dicembre 2010

Un commento ed un augurio (Interventi 59)

Questo è un commento arrivato sul post Vergine dell'attesa che voleevo farvi conoscere perchè lo trovo molto interessante e mi spiace che chi l'ha scritto non si sia firmato, così da poterlo ringraziare personalmente per nome:

Bellisima preghiera, come bellissima e la Nostra Santissima mamma..
Grazie Gesù di avere concesso anche a noi di poter considerare la Tua Santa Mamma anche nostra, Ella ci guarda ci assiste, ci ascolta nella preghiera piu profonda che viene dal cuore,si fa partecipe con noi del nostro dolore, ci chiama e ci culla, quando siamo afflitti, e se noi accogliamo il Suo aiuto, il Suo messaggio, non periremo, non cadremo, non ci affliggeremo...
Un Santo avvento a tutti...
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venerdì 10 dicembre 2010

Io non ho nemici (Contributi 415)

Questo è l'editoriale pubblicato oggi da SamizdatOnLine che propongo a tutti voi. E' la ripresa di un articolo uscito ieri su Il Sussidiario.

Ad Oslo andrà in scena una farsa: 'Il Processo alla Cina', ha titolato il Global Times, gestito dal People's Daily, organo ufficiale del Partito Comunista.
Così, la difesa della Cina è un segno di debolezza; è stato toccato un punto nevralgico ma è un fatto che nonostante il boom economico la libertà in Cina sia ancora lontana, lo sanno, ma non possono cambiare.
Dovrebbero riconoscere che l'uomo ha una dignità al di la del Partito e dello Stato. In effetti Liu Xiaobo è stato definito come “un nemico dello Stato”. Eppure al suo processo egli ha dichiarato: “Io non ho nemici”.
SamizdatOnLine

Inondati dai dispacci di Wikileaks (troppa informazione uguale nessuna informazione), abbiamo prestato poca attenzione a quel che accadrà domani a Oslo dove verrà consegnato il premio Nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo.

Lui non ci sarà, prigioniero dello spaventoso sistema carcerario capital-comunista per una condanna a 11 anni ricevuta nel dicembre 2009. Aveva commentato con queste parole: «Da molto tempo sono consapevole del fatto che quando un intellettuale indipendente si alza in piedi in uno Stato autocratico fa un passo verso la libertà e uno verso la prigione. Ora sto facendo questo passo; e la vera libertà è molto più vicina».
Né ci sarà la moglie, fatta “sparire” il giorno stesso della notizia del premio. Di cinesi solo gli amici di Liu, esuli qua e là per il mondo, saranno nella capitale norvegese, uno di loro ritirerà il premio in sua vece. Il regime di Pechino è furioso e in queste settimane ha fatto di tutto per screditare premio, cerimonia e Norvegia, colpita da sanzioni economiche.
Un nervosismo che si è manifestato anche nei confronti dei cattolici nonostante tutti i gesti di buona volontà e di apertura da parte della Santa Sede di questi ultimi anni. Le pressioni cinesi, ma in diversi casi non c’è stato bisogno di “premere”, hanno portato una ventina di Paesi a disertare l’evento di domani. Tra questi Pakistan e Arabia Saudita, Kazakhstan e Tunisia, Irak (bella democrazia abbiamo messo in piedi noi occidentali) e Iran, Venezuela e Sudan, ovviamente Cuba e Vietnam.
Due assenze sono particolarmente pesanti e anche dolorose, ammettiamolo: Filippine, Paese a stragrande maggioranza cattolica, e Russia (seguita dai satelliti Serbia e Ucraina). Nel primo caso, la ragione sarebbe negli accordi economico-militari in corso di conclusione con la Cina; del secondo possiamo solo registrare costernazione e delusione, poiché nessuna ragione potrebbe essere accettata.
Un Paese che dovrebbe avere imparato sulla propria pelle il valore della dissidenza, del coraggio di sfidare il potere, della libertà di coscienza, come può non vedere nel presente della Cina il proprio passato? Non ce lo si aspettava, da una terra che ha generato padre Men e Bukhovski, Siniavskij e Daniel, Sacharov e Solzenicyn.
Per decenni nell’Europa occidentale si è guardato con ammirazione alle schiere di uomini e donne che andavano a riempire le celle del Gulag, che accettavano di finire dentro a processi farsa, che non si facevano piegare dal potere inumano del partito; abbiamo amato la Charta 77 di Havel e la Solidarnosc di Walesa: oggi non possiamo non indignarci per l’assenza voluta dai leader della Russia, come ha giustamente messo in luce Pierluigi Battista sul Corriere.
Il nostro amico Putin ha preferito Pechino a Oslo e a tutto ciò che Oslo significa in questo momento storico per l’immenso popolo cinese. Charta ‘08, il manifesto per la libertà sottoscritto da Liu Xiaobo e da altri intellettuali è stato firmato da dodicimila cinesi: un niente, una goccia nel mare. Cosa volete che rappresentino?
È su questo, sull’infimo peso da loro rappresentato, che giocano i discendenti di Mao - e lo dicevano sempre anche i capi sovietici. È la tipica autodifesa dei regimi: il popolo sta con noi e non con quei quattro intellettuali.
Sappiamo però che il potere può ordinare e uccidere, non convincere e cancellare. Nessuno può dimenticare quell’uomo solo, totalmente solo, con in mano un sacchetto di plastica, che si piazza davanti alla colonna di carri armati sulla piazza Tien An Men, e la ferma. È la più straordinaria immagine di quel che significa resistenza umana. Liu Xiaobo è oggi quel che quell’uomo solo è stato tanti anni fa.
Che domani il mondo intero, inclusi gli assenti, sia costretto a pensare a un uomo come lui è il segno di una vittoria, la manifestazione del potere dei senza potere.
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Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo (Contributi 414)

Pubblichiamo di seguito il testo del volantino di Comunione e Liberazione sulla crisi sociale, economica e politica che sta attraversando l’Italia

Crisi sociale, economica e politica. Alla fine di questo 2010 tutti siamo presi dallo sconcerto. Come ha detto di recente il cardinale Bagnasco, «siamo angustiati per l’Italia che scorgiamo come inceppata nei suoi meccanismi decisionali, mentre il Paese appare attonito e guarda disorientato».
Perché questa crisi ci trova così disarmati, al punto che non riusciamo neanche a metterci d’accordo per affrontarla, pur sentendone l’urgenza come non mai?

A sorpresa il Rapporto Censis 2010 ha individuato la natura della crisi in un «calo del desiderio» che si manifesta in ogni aspetto della vita.
Abbiamo meno voglia di costruire, di crescere, di cercare la felicità.
A questo fatto andrebbe attribuita la responsabilità delle «evidenti manifestazioni di fragilità sia personali sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro».
Come mai, se siamo stati in grado di raggiungere importanti obiettivi nel passato (casa, lavoro, sviluppo…), adesso «siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto» e a un ciclo storico pieno di interesse e voglia di fare ne segue un altro segnato dal suo annullamento?
Tutto questo ci mostra che la crisi è sì sociale, economica e politica, ma è soprattutto antropologica perché riguarda la concezione stessa della persona, della natura del suo desiderio, del suo rapporto con la realtà. Ci eravamo illusi che il desiderio si sarebbe mantenuto in vita da solo o addirittura che sarebbe stato più vivo nella nuova situazione di benessere raggiunto. L’esperienza ci mostra, invece, che il desiderio può appiattirsi se non trova un oggetto all’altezza delle sue esigenze.
Ci ritroviamo così tutti «sazi e disperati». «Nell’appiattimento del desiderio ha origine lo smarrimento dei giovani e il cinismo degli adulti; e nella astenia generale l’alternativa qual è?
Un volontarismo senza respiro e senza orizzonte, senza genialità e senza spazio, e un moralismo d’appoggio allo Stato come ultima fonte di consistenza per il flusso umano», come disse don Giussani ad Assago nel 1987. Venticinque anni dopo vediamo che entrambe queste risposte - volontarismo individualista e speranza statalista - non sono state in grado di darci la consistenza auspicata e ci troviamo ad affrontare la crisi più disarmati, più fragili che in passato. Paradossalmente, i nostri nonni e genitori erano umanamente meglio attrezzati per affrontare simili sfide.
Il Censis centra di nuovo il bersaglio quando identifica la vera urgenza di questo momento storico: «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare una società troppo appagata e appiattita».
Ma chi o che cosa può ridestare il desiderio?
È questo il problema culturale della nostra epoca. Con esso sono costretti a misurarsi tutti coloro che hanno qualcosa da dire per uscire dalla crisi: partiti, associazioni, sindacati, insegnanti. Non basterà più una risposta ideologica, perché di tutti i progetti abbiamo visto il fallimento. Saremo perciò costretti a testimoniare un’esperienza.

Anche la Chiesa, il cui contributo non potrà limitarsi a offrire un riparo assistenziale per le mancanze altrui, dovrà mostrare l’autenticità della sua pretesa di avere qualcosa in più da offrire.
Come ha ricordato Benedetto XVI, «il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà».
Dovrà mostrare che Cristo è così presente da essere in grado di ridestare la persona − e quindi tutto il suo desiderio − fino al punto di non farla dipendere totalmente dalle congiunture storiche.
Come? Attraverso la presenza di persone che documentano un’umanità diversa in tutti i campi della vita sociale: scuola e università, lavoro e imprenditoria, fino alla politica e all’impegno nelle istituzioni. Persone che non si sentono condannate alla delusione e allo sconcerto, ma vivono all’altezza dei loro desideri perché riconoscono presente la risposta.
Possiamo sperare di uscire dalla drammatica situazione attuale se tutti − compresi i governanti che oggi hanno la difficile responsabilità di guidare il Paese attraverso questa profonda crisi − decidiamo di essere veramente ragionevoli sottomettendo la ragione all’esperienza, se cioè, liberandoci da ogni presunzione ideologica, siamo disponibili a riconoscere qualcosa che nella realtà già funziona. Sostenere chi, nella vita sociale e politica, non si è rassegnato a una misura ridotta del proprio desiderio e per questo lavora e costruisce mosso da una passione per l’uomo, è il primo contributo che possiamo dare al bene di tutti.
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Vergine dell'Attesa (Interventi 58)

Santa Maria, Vergine dell' attesa,
donaci del tuo olio,
perchè le nostre lampade si spengono.
Riaccendi nelle nostre anime
gli antichi fervori
che ci bruciavano dentro.
Se oggi non sappiamo più attender
è perchè siamo a corto di speranza.
Di fronte ai cambiamenti
che scuotono la storia,
facci capire
che non basta accogliere,
bisogna attendere.
E il Signore che viene,
Vergine dell' Avvento,
ci sorprenda,
anche per la tua materna complicità,
con la lampada in mano.

Don Tonino Bello

giovedì 9 dicembre 2010

Immacolata Concezione (Pillole 1)

Comincia qui una nuova tipologia di post, le pillole, brevi commenti, non necessariamente legati all'attualità (in senso stretto) ma che sono, pur nella loro stringatezza, esempi di "pensiero cristiano"
Cominciamo con questo di Rino Camilleri:

Magia delle date: l’8 dicembre 1991 cessava per implosione l’impero sovietico. Il 25 successivo, Natale, sulla Piazza Rossa veniva ammainata per sempre la bandiera comunista.
Gli analisti e i commentatori si sono sbizzarriti a spiegare le cause e i perché. I cattolici, invece, si sono ricordati della profezia della Madonna a Fatima: «…la Russia seminerà i suoi errori per il mondo… Ma alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà».
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(e il meglio deve ancora venire).
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mercoledì 8 dicembre 2010

Maria, l'Immacolata Concezione (Interventi 57)

Per essere la Madre del Salvatore, Maria « da Dio è stata arricchita di doni degni di una così grande missione».

L'angelo Gabriele, al momento dell'annunciazione, la saluta come « piena di grazia » (Lc 1,28). In realtà, per poter dare il libero assenso della sua fede all'annunzio della sua vocazione, era necessario che fosse tutta sorretta dalla grazia di Dio.
Nel corso dei secoli la Chiesa ha preso coscienza che Maria, « colmata di grazia » da Dio, era stata redenta fin dal suo concepimento. È quanto afferma il dogma dell'immacolata concezione, proclamato da papa Pio IX nel 1854: « La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale ».
Questi « splendori di una santità del tutto singolare » di cui Maria è « adornata fin dal primo istante della sua concezione » le vengono interamente da Cristo: ella è « redenta in modo così sublime in vista dei meriti del Figlio suo ». Più di ogni altra persona creata, il Padre l'ha « benedetta con ogni benedizione spirituale, nei cieli, in Cristo » (Ef 1,3). In lui l'ha scelta « prima della creazione del mondo, per essere » santa e immacolata « al suo cospetto nella carità » (Ef 1,4).
I Padri della Tradizione orientale chiamano la Madre di Dio « la Tutta Santa », la onorano come « immune da ogni macchia di peccato, dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa una nuova creatura ». Maria, per la grazia di Dio, è rimasta pura da ogni peccato personale durante tutta la sua esistenza.
«Avvenga di me quello che hai detto...»
All'annunzio che avrebbe dato alla luce « il Figlio dell'Altissimo » senza conoscere uomo, per la potenza dello Spirito Santo, Maria ha risposto con « l'obbedienza della fede » (Rm 1,5), certa che nulla è impossibile a Dio: « Io sono la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto » (Lc 1,38). Così, dando il proprio assenso alla parola di Dio, Maria è diventata Madre di Gesù e, abbracciando con tutto l'animo e senza essere ritardata da nessun peccato la volontà divina di salvezza, si è offerta totalmente alla persona e all'opera del Figlio suo, mettendosi al servizio del mistero della redenzione, sotto di lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente: « Come dice sant'Ireneo, "obbedendo divenne causa della salvezza per sé e per tutto il genere umano". Con lui, non pochi antichi Padri affermano: "Il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione con l'obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la Vergine Maria ha sciolto con la sua fede", e, fatto il paragone con Eva, chiamano Maria "la Madre dei viventi" e affermano spesso: "La morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria" ».
(Catechismo della Chiesa Cattolica, nr. 491 – 494)
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martedì 7 dicembre 2010

Il Rosario (Contributi 413)

Propongo a tutti i lettori questo breve ma intenso testo di Mons. Giussani sulla preghiera del Santo Rosario:
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Il Santo Rosario, la preghiera più diffusa che la tradizione popolare ci abbia consegnato, ha consacrato nei secoli l'aspetto più umile della vita della Madonna.
Recitandolo, è come se la figura di Maria si imponesse nel suo aspetto più semplice e più nascosto. Ma nel proporvi di vivere il Rosario con una riscossa particolare della coscienza di quello che è la Madonna nella vita dell'uomo e del mondo, sono soprattutto guidato dall'impressione più forte che ho avuto nel viaggio in Terra Santa.
La cosa che più mi ha stupito e mi ha come reso immobile nello spirito - immobile nel senso dello stupore - è stato quando ho visto la piccola, restante casa-grotta in cui viveva la Madonna e ho letto una targa di nessun conto su cui era scritto: Verbum caro hic factum est - Il Verbo si è fatto carne qui -. Sono rimasto come pietrificato dall'evidenza improvvisa del metodo di Dio, che ha preso il niente, proprio il niente.
La mano della Madonna ci introduca nel Mistero, perché questo è il Senso delle nostre giornate, il significato del tempo che scorre; ci guidi nel cammino il suo sguardo, ci educhi il suo esempio, la sua figura costituisca il disegno del nostro proposito.
Madre generosa, che generi per noi la grande presenza di Cristo, noi vogliamo essere consolati, confortati, alimentati, arricchiti, allietati da quella presenza che è rinata dalla tua carne e per questo ti chiediamo di farci partecipi della tua libertà, della tua disponibilità, della tua via.
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domenica 5 dicembre 2010

Rapporto sulla Libertà Religiosa 2010 (Interventi 56)

E' stato presentato il Rapporto 2010 sulla libertà religiosa questa una sintesi..

Sono ancora gravi le violazioni e i soprusi registrati quotidianamente in moltissimi Paesi del mondo. È questo quanto emerge dall’Edizione 2010 del Rapporto ACS sulla libertà religiosa nel mondo presentato il 23 novembre a Roma nella Conferenza Stampa alla quale sono intervenuti Mons. Sante Babolin, Presidente di Acs Italia, René Guitton, autore del libro Cristianofobia, l’ambasciatore Francesco M. Greco, Direttore Generale per la Cooperazione Culturale del Ministero per gli Affari Esteri, S.E. Monsignor Joseph Coutts, vescovo di Faisalabad, diocesi del Pakistan. «Il 70% della popolazione mondiale vive in Paesi dove ci sono restrizioni o persecuzioni a causa della religione professata», ha sottolineato padre Giulio Albanese che ha moderato la Conferenza Stampa.

Denunciare, dati alla mano, la situazione mondiale della libertà religiosa è l’obiettivo del Rapporto che, per ciascun Paese, offre anche un’approfondita analisi della situazione politica e sociale di contorno e della specifica condizione in cui si trovano le minoranze religiose. «In 550 pagine – sottolinea Camille Eid – vengono passati in rassegna 194 Paesi, da quelli che detengono il triste primato della lotta alla libertà di fede, come Arabia Saudita e Corea del Nord, fino alle persecuzioni in atto in Pakistan e Iraq. Secondo l’Acs sono una sessantina ancora oggi i Paesi nei quali si contano gravi violazioni alla libertà religiosa» (“Avvenire”, 25 novembre 2010).
Oltre a quelli già citati, i Paesi in cui si verificano le maggiori violazioni alla libertà religiosa sono Bangladesh, Egitto, India, Cina, Uzbekistan, Eritrea, Nigeria, Vietnam, Yemen.
«Difendere tutte le minoranze dagli attacchi – dichiara da parte sua René Guitton – è l’impegno che andrebbe assunto dalla comunità internazionale. È difficile fare delle stime precise ma, secondo i rapporti internazionali, si può dire che sono oltre 50 milioni i cristiani vittime di persecuzioni, e discriminazioni».
Se l’India e la Cina, per le loro proporzioni, sono i Paesi in cui si registrano più casi di aggressione e vessazione delle minoranze, al centro dei riflettori anche il Pakistan dove la situazione è estremamente delicata in particolare a causa della legge antiblasfemia che dall’’86 a oggi ha causato l’incriminazione di 993 persone con l’accusa di avere profanato il Corano o diffamato il profeta Maometto: fra queste, 479 erano musulmani, 340 ahmadi – una setta che il governo non riconosce come musulmana – 120 cristiani, 14 indù e 10 di altre religioni. Il Rapporto di ACS indica che in Europa i cattolici non sono perseguitati, pur essendo oggetto di scherno. Per ACS, la tendenza crescente alla persecuzione e alla discriminazione per la religione che si professa è dovuta sia alla radicalizzazione del mondo islamico che alla “cristianofobia”, e alla facilità con cui si ridicolizza la Chiesa in alcuni Paesi del mondo sviluppato.
Nella presentazione del Rapporto a Madrid, in Spagna, sempre il 23 novembre, Javier Menéndez Ros, direttore di ACS in Spagna, e il missionario salesiano in Pakistan Miguel Ángel Ruiz hanno citato le parole di Benedetto XVI alla vigilia della beatificazione del Cardinale John Henry Newman: «Nella nostra epoca, il prezzo da pagare per la fedeltà al Vangelo non è tanto quello di essere impiccati, affogati e squartati, ma spesso implica l’essere additati come irrilevanti, ridicolizzati o fatti segno di parodia». Lo stesso giorno a Parigi, nei locali della Conferenza dei vescovi, il presidente dell’associazione francese Marc Fromager, ha dichiarato di voler «difendere ad ogni costo la libertà di coscienza come diritto fondamentale», poiché «la libertà religiosa è la libertà delle libertà».
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sabato 4 dicembre 2010

Convertirsi allo stupore (Interventi 55)

E' da diverse ore che non smette di nevicare.

Ho un sacco di cose da fare questa mattina, ma non riesco a staccare lo sguardo dalla finestra. Mi piace questo manto bianco che arrotonda gli spigoli, che si adagia leggero quasi chiedendo il permesso. Il cortile dell'oratorio è un unico e compatto tappeto bianco, sugli alberi spogli prendono vita scheletri eleganti e leggeri. No, non ce la faccio. Non resisto. Infilo tuta e scarponi. Mi concedo un ora di cammino.
Salgo verso Baruffini, una manciata ordinata di case sulla sponda soliva della Valtellina,
sopra Tirano.
Dopo pochi minuti di cammino sull'antica mulattiera sono immerso nel silenzio.
E la Parola della domenica ritorna sulla labbra a ritmare il cammino.
«Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».

Davvero ne abbiamo bisogno, davvero la conversione è una delle urgenze della
vita cristiana che non possono ammettere deroghe.
Non dobbiamo illuderci di essere a posto, cristiani arrivati, convertiti una volte per tutte.
La conversione è un cammino quotidiano, fatto di umiltà, preghiera, cadute e ripartenze.
Quello della conversione è lo stato permanente di vita del discepolo che rimane aperto al tocco della mano di Dio.


Al centro del Vangelo di questa domenica c'è l'appello forte del Battista. L'asciutta penna di Matteo ce lo descrive in poche battute.

Tutto in lui è in tensione verso Gesù. Ogni sua parola e ogni suo gesto sono una freccia puntata in direzione del futuro Rabbì, che non battezzerà con l'acqua del Giordano, ma con lo Spirito Santo e il fuoco. Abbiamo bisogno della parola forte del Battista che ci scuote e ci risveglia. Abbiamo bisogno di confrontarci con la sua attesa, vera, reale, profonda.
Ne abbiamo bisogno perché rischiamo di assopirci fra gli sdolcinati e disgustosi travestimenti del finto-Natale dei buoni sentimenti (e delle buone vendite).
La voce graffiante del Battista ci ricorda che il Natale verso cui siamo incamminati non è la festa della bontà (o peggio ancora del buonismo).
Il centro incandescente da riscoprire in questi giorni è la verità della nostra vita, l'autenticità della nostra attesa e la qualità della nostra fede.
Animo fratelli!
Lasciamo aperto il cuore al tocco delicato e potente della grazia, impariamo a fermarci, convertiamoci alla stupore, alla semplicità, alla bellezza dell'amore del Dio infinito che viene a farci visita come uomo tra gli uomini.
Buona settimana


don Roberto Seregni

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venerdì 3 dicembre 2010

La memoria della presenza di Dio è fonte di gioia (Contributi 412)

ROMA, giovedì, 2 dicembre 2010 (ZENIT.org)
“Manuela era una persona interiormente penetrata dalla gioia, proprio di quella gioia che proviene dalla memoria di Dio”.
Lo ha detto questo giovedì Benedetto XVI nel celebrare nella Cappella Paolina in Vaticano una Messa in suffragio di Manuela Camagni, scomparsa tragicamente il 23 novembre scorso, a 56 anni, a causa di un incidente stradale.

Manuela era una delle quattro “Memores Domini” – donne consacrate nel mondo appartenenti al movimento Comunione e Liberazione – che si occupano dell'appartamento pontificio.
Nell’omelia, il Papa ha ricordato con profonda gratitudine la testimonianza di fede e carità della laica consacrata soffermandosi sul significato della “memoria di Dio”.
Nella profondità del nostro essere – ha detto il Papa – è iscritta la memoria del Creatore”. Una memoria, ha osservato, che “non è solo memoria di un passato, perché l’origine è presente, è memoria della presenza del Signore”.
E' quindi, “anche memoria del futuro, perché è certezza che veniamo dalla bontà di Dio e siamo chiamati ad arrivare alla bontà di Dio”.
“Perciò – ha spiegato – in questa memoria è presente l’elemento della gioia, la nostra origine nella gioia che è Dio e la nostra chiamata ad arrivare alla grande gioia”.
Tuttavia, ha osservato il Santo Padre, oggi si assiste a una “ricerca disperata della gioia che si allontana sempre più dalla sua vera fonte, dalla vera gioia. Oblio di Dio, oblio della nostra vera memoria: Manuela non era di quelli che avevano dimenticato la memoria, ha vissuto proprio nella viva memoria del Creatore”.
“Nella gioia della Sua creazione, vedendo la trasparenza di Dio in tutto il Creato, anche negli avvenimenti quotidiani della nostra vita, ha compreso che da questa memoria viene la gioia”, anzi “chi sta nella memoria di Dio è vivo”.
Noi “sentiamo soprattutto il dolore della perdita, sentiamo l’assenza, il passato”, ha detto il Papa, ma la “liturgia sa che noi siamo nello stesso Corpo di Cristo”.
In questo incrocio della Sua memoria e della nostra memoria siamo uniti – ha concluso –, siamo vivi e preghiamo il Signore che sempre più possiamo sentire questa comunione di memoria, che la nostra memoria di Dio in Cristo diventi sempre più viva e così possiamo sentire che la nostra vera vita è in Lui e qui siamo tutti insieme”.
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giovedì 2 dicembre 2010

Il Vangelo (Interventi 54)

[...] Il Vangelo non è un libro fra i libri. Non è parola umana fra altre parole umane.
E' la Parola del Verbo di Dio diventata vita umana, raccontata e contemplata.
In esso è una virtù che illumina e trasforma, un dono di Dio potente e perenne.
Ma ogni dono di Dio viene versato solo nelle mani della fede: ogni dono di Dio non si riceve che nelle profondità vertiginose della speranza.
Quando teniamo il Vangelo nelle nostre mani, dovremmo pensare che lì abita il Verbo che vuole farsi carne in noi, impadronirsi di noi, perchè col suo cuore innestato sul nostro, col Suo Spirito inserito nel nostro, noi lo facciamo rivivere in un altro luogo, in un altro tempo, in un' altra società umana.

Madeleine Delbrel
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martedì 30 novembre 2010

Preghiera sulla vita (Interventi 53)

Volevo portare a conoscenza dei lettori un commento / preghiera al post sulla Veglia per la Vita:

Signore elargisci vita la dove c'e aridità nei cuori e nell'anima. e dove l'egoismo incombe sull'altruismo,d ove il nostro ego supera la carità,dove la speranza viene sostituita dalla superbia, dove le scelte drastiche prendono sopravvento a quelle che ci vengono dal cuore e che non ascoltiamo...
Signore fa sempre che seguiamo quella lampada che Tu tieni accesa per noi, quella lampada vitale che non vogliamo seguire presi dal nostro mondo effimero ed apparente...
Signore fa che questo periodo dell'avvento metta vita dentro di noi e che l'accolga con tutto l'amore che Tu ci hai concesso di vivere..
grazie...
un saluto a tutti
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Asia Bibi è ancora da liberare (Post 114)

Contrariamente a quanto detto nel comunicato di pochi giorni fa di Zenit, Asia Bibi la donna cristiana in prigione in Pakistan per l'accusa di blasfemia (rischia la condanna a morte per impiccagione) non è stata graziata dal presidente a seguito di pesanti proteste da parte dei talebani locali, come si può leggere su questo articolo di CulturaCattolica
Resta quindi più che mai valida la campagna promossa da AsiaNews a suo favore.
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E il lupo disse all’agnello: “Intollerante!” (Contributi 411)

Vi propongo un articolo di Antonio Socci:

“Intolleranti!”. Così – testualmente – giovedì scorso il regime comunista cinese ha definito la Chiesa cattolica che protestava per l’ennesimo abuso di Pechino: il regime ha nominato vescovo un suo burocrate pretendendo di imporlo ai cattolici.
Avete capito bene: i persecutori definiscono “intolleranti” i perseguitati. Non solo. I carnefici comunisti addirittura aggiungono che la vittima, cioè la Chiesa, “limita la libertà religiosa”. Testuale. In queste surreali e sfacciate dichiarazioni c’è tutta l’assurdità del nostro tempo.

I comunisti cinesi hanno massacrato i cattolici costringendoli alle catacombe, hanno rinchiuso nei loro bestiali lager sacerdoti e vescovi, facendoli crepare, hanno torturato in ogni modo i credenti, pure imponendo loro dei burocrati di regime come vescovi, ma quando le vittime protestano i carnefici li definiscono “intolleranti”.
Invece di farsi massacrare e perseguitare in silenzio questi odiosi cattolici osano perfino lamentarsi. Che pretese.
[se non ci credete guardate QUI]
I compagni cinesi fanno come il lupo di Fedro che accusava l’agnello di prepotenza. Ma il lupo di Fedro ha molti emuli anche in Italia, fra i compagni italiani e nella sinistra tv che fa “Vieni via con me”.
L’altro ieri per esempio sull’Unità Gianni Cuperlo, braccio destro di D’Alema e già leader dei giovani comunisti, occupandosi della richiesta del Cda della Rai di far parlare anche i malati che lottano per la vita a “Vieni via con me” (come hanno potuto farlo la Welby ed Englaro) ha testualmente scritto: “considero questo atto un grave errore di metodo e di principio”, addirittura “un precedente inquietante”.
Cuperlo ha bollato questa richiesta di pluralismo e di libertà di parola come una minaccia alla “concezione aperta e laica del servizio pubblico”, una “violazione” di principio con un fondo “autoritario”.
Sì, avete letto bene: autoritario non è chi usa servizio pubblico, pagato da tutti, infischiandosene perfino del consiglio di amministrazione, del presidente e del direttore generale, per imporre il proprio punto di vista come “pensiero unico”, senza tollerare storie e vite diverse.
No, “autoritario” – secondo il comunista Cuperlo – sarebbe la dirigenza della Tv che invita far parlare anche i malati silenziati e soli (sono tremila famiglie che lottano per la vita), che chiedono una volta tanto di poter far sentire il proprio inno alla vita.


Il prepotente sarebbe l’agnello.



Michele Serra
 Un rovesciamento della frittata analogo a quello di Michele Serra anche lui proveniente dalla storia comunista (si è iscritto al Pci nel 1974, quando c’era Breznev, immaginate che scuola di sensibilità umana ha avuto…).
Serra, uno degli autori del programma “Vieni via con me”, l’altro giorno sulla Repubblica è arrivato a scrivere – con tono che parrebbe ironico – che i malati che lottano per vivere, contro gravi malattie, sarebbero coloro che desiderano “rimanere in vita a oltranza” e, insieme ai cattolici che se ne fanno portavoce, li ha bollati come “forti che protestano contro deboli”.
I forti sarebbero quelli oppressi dalla malattia e silenziati dalla Tv.

Mina Welby
 Fra i “deboli” di cui parla Serra ci sarebbe la signora Welby, il cui caso in tv ha avuto da solo più spazio di tutte le tremila famiglie di ammalati che lottano “a oltranza” per la vita.
Ebbene, la signora Welby è intervenuta sulla polemica relativa al pluralismo stabilendo che “non c’è bisogno di alcun contraddittorio” (Corriere della sera, 29/11).
Ha parlato lei. Gli altri devono contentarsi di ascoltarla, ma “non c’è bisogno”, afferma la signora, che dicano la loro e raccontino a loro volta la loro storia, diversa dalla sua (che bell’esempio di tolleranza).
Naturalmente anche “la coppia milionaria Fazio-Saviano”, come li chiama Luca Volonté, fa sapere al consiglio di amministrazione e ai vertici della Rai che loro se ne infischiano della richiesta di pluralismo arrivata appunto dal Cda, perché loro fanno come gli pare e piace e, usando la tv pubblica, si ritengono in diritto di discriminare chi vogliono, a partire dai più deboli e poveri, i malati.
“Concedere” – dicono proprio così: concedere, come se la televisione fosse roba loro – il diritto di parola agli altri ammalati che incitano a lottare per la vita, è – a loro avviso – “inaccettabile”.
Ne fanno addirittura “una ragione di principio”. Sì, perché è noto che loro amano i principi. Hanno perfino chiamato il (post) comunista e il (post) fascista a declamarli: infatti è da comunisti e fascisti che dobbiamo imparare
Il principio che Fazio e Saviano amano di più è quello per cui parlano solo loro e decidono loro chi ha diritto di parlare.
Insieme ai principi amano le regole, ma per gli altri.
Di quelle che richiedono pluralismo nel servizio pubblico televisivo non si danno pensiero.
L’idea che le loro opinioni e i loro proclami senza contraddittorio siano sottoposti a un diritto di replica – affermano testualmente – “ci pare lesiva della libertà autorale, della libertà di scelta del Pubblico, e soprattutto della libertà di espressione”.
Firmato: Fabio Fazio, Roberto Saviano e gli autori di “Vieniviaconme”


Cioè, traduciamo: voi italiani pagate il canone e noi vi facciamo i nostri comizi a senso unico e se pretendete di dire la vostra o di sentire anche un punto di vista diverso ledete la nostra libertà di espressione. E addirittura “la libertà di scelta del Pubblico”.
In realtà tutti i programmi del servizio pubblico sono tenuti a rispettare sempre il pluralismo, non solo politico, ma culturale. Dopo questi precedenti c’è il rischio che in Rai ognuno cominci a fare come gli pare e piace e ognuno si appropri di un pezzo di palinsesto. Fregandosene dei vertici aziendali.
Pensate cosa accadrebbe se Rai 1 decidesse di portare al festival di Sanremo – davanti a 10 milioni di persone – un rappresentante del Movimento per la vita a fare un discorso in difesa della vita umana nascente…
Dopo il precedente di “Vieni via con me” potrebbe benissimo farlo. E il Pd? E i radicali? E la sinistra tv? E i finiani? Scatenerebbero il finimondo. Perché solo loro possono pontificare e declamare i loro valori senza alcun contraddittorio e senza voci alternative.


Una lettrice mi ha inviato questa divertente lettera:
“Ieri per curiosità sono andata sul sito di ‘Vieni via con me’ ed ho cliccato sulla rubrica ‘i vostri elenchi’.
Ho dato un’occhiata ai messaggi postati e c’era di tutto: elenco delle proprietà benefiche del peperoncino, elenco di quante puzzette in media fa una famiglia italiana all’anno e così via.
Allora ho voluto lasciare anche io il mio contributo ed ho elencato gli otto motivi per cui non val la pena guardare la loro trasmissione.
Alla sera sono andata a riguardarmi gli elenchi (io lo avevo inviato alle 17): c’era persino l’elenco postato due minuti prima ( 21.30), ma del mio nemmeno l’ombra… Eppure non c’era nemmeno una parolaccia! Perché allora censurare?”.

La cosa tragicomica è che questi radical-chic ogni volta si fanno belli con la famosa frase che attribuiscono a Voltaire: “non condivido quello che dici, ma sono pronto a dare la vita perché tu possa continuare a dirlo”.
A parole – per autocertificarsi tolleranti e di ampie vedute – fanno questa dichiarazione d’intenti. Dopodiché si fanno in quattro per occupare tutta la scena e silenziare o squalificare chi è diverso da loro.
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Post scriptum: vorrei informare questi signori (e anche il Corriere della sera che recentemente ha usato la citazione in una campagna pubblicitaria) che quella frase, in realtà, Voltaire non l’ha mai pronunciata.
In effetti risale alla scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall, che la scrisse nel 1906 in “The Friends of Voltaire”.
In compenso Voltaire ne disse un’altra: “écrasez l’infame!”. Che vuol dire “schiacciate l’infame”, laddove “infame” sarebbe il credente.
Ecco, citino questa, che è davvero di Voltaire e che esprime decisamente meglio la cultura radical-chic.
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Metodo Fazio(so) (Contributi 410)

I fatti sono (o dovrebbero essere) noti a tutti, l'inqualificabile comportamento dei signori Fazio e Saviano che prima danno la parola ai sostenitori dell'eutanasia e poi NEGANO e chi sostiene la vita la possibilità di parlare. 
A partire da questo episodio vi presento l'editoriale di Don Gabriele Mangiarotti tratto da Cultura Cattolica che ci propone un'interessante riflessione:
Siamo forse tutti rimasti sorpresi di fronte al diniego di fare parlare in TV quelle persone che, colpite da gravi malattie e disabilità, si erano rivolte alla trasmissione di Fazio e Saviano per un giusto diritto di replica.
È stato detto loro che in trasmissione si facevano parlare i fatti, non le opinioni, come se la testimonianza di uomini vivi, amanti della vita, passati attraverso gravi prove li rendesse, di fronte ai conduttori di quella trasmissione televisiva, vane idee, opinioni senza consistenza… Leggendo la bellissima biografia di Solženicyn, mi è sembrato di scoprire che la storia si ripete, e che le nefandezze del regime sovietico non hanno insegnato niente a nessuno. Il «metodo Fazio(so)» perpetua i (ne)fasti del passato. Peccato però che si serva dei nostri soldi, quelli pubblici, per mantenersi.

Mi sono venute in mente queste amare considerazioni quando un amico mi ha raccontato di un incontro che si è svolto in questi giorni tra insegnanti di religione, sponsorizzato da un sindacato di categoria, che avrebbe preso le distanze, in modo molto critico, da quanto da anni andiamo sostenendo sul sito di CulturaCattolica.it.
Chiunque è libero di pensarla come vuole, e non mi attarderò a ribadire le motivazioni di quanto, proprio da anni, con Nicola Incampo, andiamo sostenendo. Francamente ci piacerebbe però che queste ragioni venissero ascoltate, in un clima costruttivo di dialogo, e mettendo in campo la capacità di difendere l’assoluta originalità della nostra condizione di cristiani.
Tempo fa è uscito un documento della Congregazione per l’Educazione dal titolo sorprendente: «Il laico cattolico testimone della fede nella scuola». E parlava del laico, del docente di qualunque disciplina! E non varrà forse di più per l’insegnante di religione cattolica?
Certo, abbiamo parlato di «mandato», di «Regno di Dio», della responsabilità che rimane ai Vescovi riguardo alle nomine, anche dei docenti di ruolo, e di ciò siamo fieramente convinti. Se vogliamo che il sale non perda il suo sapore, e che la scuola sia luogo per l’uomo, non spazio da occupare (tra l’altro con molta facilità) per avere una professione remunerativa. Parliamone, da amici, francamente.
Soprattutto non facciamo una «guerra tra poveri», pensando che chi ha posizioni «lecitamente» diverse abbia anche l’opportunità di comunicarle.
Non vogliamo che nella Chiesa il «metodo Fazio(so)» prevalga.
Troppo ci sono care la libertà e l’educazione.
E troppo ci è caro questo Papa che sa dare sempre, pacatamente e fermamente, le ragioni della sua (e nostra) speranza.
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lunedì 29 novembre 2010

Veglia per la Vita 2010 (Interventi 52)

Vi trasmetto questa preghiera per la Veglia a difesa della vita nascente (e in riparazione a quella non nata):

Signore Gesù, che fedelmente visiti e colmi con la tua Presenza la Chiesa e la storia degli uomini; che nel mirabile Sacramento del tuo Corpo e del tuo Sangue ci rendi partecipi della Vita divina e ci fai pregustare la gioia della Vita eterna; noi ti adoriamo e ti benediciamo.
Prostrati dinanzi a Te, sorgente e amante della vita realmente presente e vivo in mezzo a noi, ti supplichiamo.
Ridesta in noi il rispetto per ogni vita umana nascente, rendici capaci di scorgere nel frutto del grembo materno la mirabile opera del Creatore, disponi i nostri cuori alla generosa accoglienza di ogni bambino che si affaccia alla vita.
Benedici le famiglie, santifica l’unione degli sposi, rendi fecondo il loro amore.
Accompagna con la luce del tuo Spirito le scelte delle assemblee legislative, perché i popoli e le nazioni riconoscano e rispettino la sacralità della vita, di ogni vita umana.
Guida l’opera degli scienziati e dei medici, perché il progresso contribuisca al bene integrale della persona e nessuno patisca soppressione e ingiustizia.
Dona carità creativa agli amministratori e agli economisti, perché sappiano intuire e promuovere condizioni sufficienti affinché le giovani famiglie possano serenamente aprirsi alla nascita di nuovi figli.
Consola le coppie di sposi che soffrono a causa dell’impossibilità ad avere figli, e nella tua bontà provvedi.
Educa tutti a prendersi cura dei bambini orfani o abbandonati, perché possano sperimentare il calore della tua Carità, la consolazione del tuo Cuore divino.
Con Maria tua Madre, la grande credente, nel cui grembo hai assunto la nostra natura umana, attendiamo da Te, unico nostro vero Bene e Salvatore, la forza di amare e servire la vita, in attesa di vivere sempre in Te, nella Comunione della Trinità Beata.
Amen.
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sabato 27 novembre 2010

Presentate le ragioni della fede (Contributi 409)

ROMA, venerdì, 26 novembre 2010 (ZENIT.org)
Di fronte a una cultura dominante sempre più scettica nei confronti della verità, i giornali di ispirazione cattolica devono presentare con coraggio le “ragioni della fede”. Lo ha ricordato Benedetto XVI ai circa 300 partecipanti all'assemblea della Federazione Italiana dei Settimanali Cattolici, ricevendoli questo venerdì in Vaticano.

“Noi non ci sentiamo semplici giornalisti” - ha detto all'inizio dell'udienza, a nome degli operatori delle 188 testate delle diocesi italiane, don Giorgio Zucchelli, Presidente della Fisc – ma “missionari, portatori nelle nostre tante parole dell'unica Parola che è Gesù. È solo Lui che vogliamo comunicare”.
“Da Lei – ha aggiunto don Zucchelli – siamo continuamente stimolati nella promozione di una cultura ispirata ai valori cristiani. Lo riteniamo un nostro compito prioritario. Lo facciamo pubblicando commenti, partecipando al dibattito pubblico, ma soprattutto raccontando fatti positivi, dove questi valori sono concretamente vissuti, rendendo bella e coraggiosa la vita delle persone. Nello stesso tempo, la struttura della nostra informazione propone una visione della vita alternativa a quelle imperanti”.
Nel suo discorso Benedetto XVI li ha invitati ad “annunciare la Buona Novella attraverso il racconto dei fatti concreti che vivono le comunità cristiane e delle situazioni reali in cui sono inserite”.
“Come una piccola quantità di lievito, mescolato con la farina, fa fermentare tutto l’impasto, così la Chiesa, presente nella società, fa crescere e maturare ciò che vi è di vero, di buono e di bello – ha detto –; e voi avete il compito di dare conto di questa presenza, che promuove e fortifica ciò che è autenticamente umano e che porta all’uomo d’oggi il messaggio di verità e di speranza del Signore Gesù”.
La cultura dominante, quella più diffusa nell’areopago mediatico – ha proseguito il Pontefice –, si pone, nei confronti della verità, con un atteggiamento scettico e relativista, considerandola alla stregua delle semplici opinioni e ritenendo, di conseguenza, compossibili e legittime molte ‘verità’”.
Per questo le testate cattoliche sono chiamate “a servire con coraggio la verità” davanti all’opinione pubblica e a “presentare le ragioni della fede, che, in quanto tali, vanno al di là di qualsiasi visione ideologica e hanno pieno diritto di cittadinanza nel dibattito pubblico. Da questa esigenza nasce il vostro impegno costante a dare voce ad un punto di vista che rispecchi il pensiero cattolico in tutte le questioni etiche e sociali”.
“Continuate ad essere giornali della gente, che cercano di favorire un dialogo autentico tra le varie componenti sociali, palestre di confronto e di dibattito leale fra opinioni diverse”, li ha incoraggiati.
“Così facendo – ha poi concluso –, i giornali cattolici, mentre adempiono l’importante compito di informare, svolgono, al tempo stesso, una insostituibile funzione formativa, promuovendo un’intelligenza evangelica della realtà complessa, come pure l’educazione di coscienze critiche e cristiane”.
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giovedì 25 novembre 2010

Sul Papa, preservativi e sciocchi (Articoli 27)

Ritorno sul tema del testo di Introvigne, mitigando l'ultimo termine per riportare il testo integrale e preciso delle parole del Papa che tanto han fatto parlare tante persone (a vanvera). Come si legge (e come si era visto nell'anticipazione) la realtà della parole detta dal Santo Padre è molto diversa da quelle scritte dai giornali:

Dal libro-intervista del Papa, pubblichiamo il testo in­tegrale delle due domande e risposte di Benedetto XVI con­cernenti la lotta contro l’Aids e l’uso del profilattico

LA SUA VISITA IN AFRICA, NEL MARZO 2009, HA DI NUOVO RICHIAMATO L’ATTENZIONE DEI MEDIA SULLA POLITICA DEL VATICANO NEI CONFRONTI DELL’AIDS. IL 25% DEI MALATI DI AIDS IN TUTTO IL MONDO OGGI VIENE SEGUITO DA STRUTTURE CATTOLICHE. IN ALCUNI PAESI, COME PER ESEMPIO NEL LESOTHO, I MALATI DI AIDS RAPPRESENTANO PIÙ DEL 40% DELLA POPOLAZIONE. LEI HA DICHIARATO CHE IN AFRICA LA DOTTRINA TRADIZIONALE DELLA CHIESA SI È RIVELATA L’UNICO MODO SICURO PER ARRESTARE LA DIFFUSIONE DELL’HIV. I CRITICI, ANCHE ALL’INTERNO DELLA CHIESA, SOSTENGONO AL CONTRARIO CHE È UNA FOLLIA VIETARE A UNA POPOLAZIONE MINACCIATA DALL’AIDS L’UTILIZZO DI PROFILATTICI.

Dal punto di vista giornalistico il viaggio in Africa è stato del tutto oscurato da un’unica mia frase. Mi è stato chiesto perché la Chiesa cattolica, relativamente all’Aids, assumesse una posizione irrealistica ed inefficace. Così mi sono sentito come sfidato perché la Chiesa fa più di tutti gli altri. E continuo a sostenerlo; perché la Chiesa è l’unica istituzione veramente vicina alle persone, molto concretamente: nel prevenire, nell’educare, nell’aiutare, nel consigliare e nello stare a fianco; e perché come nessun altro si cura di tanti malati di Aids e in particolare di tantissimi bambini colpiti da questa malattia. Ho potuto visitare una di queste strutture per i malati di Aids e ho incontrato i malati, e mi hanno detto questo: la Chiesa fa più degli altri perché non parla solo dai giornali, ma aiuta i fratelli e le sorelle sul luogo. Dicendo questo non avevo preso posizione sul problema dei profilattici in generale, ma ho soltanto detto quello che poi ha suscitato tanto risentimento: che non si può risolvere il problema con la distribuzione di profilattici. Bisogna fare molto di più. Dobbiamo stare vicino alle persone, guidarle, aiutarle e questo anche prima che si ammalino. La verità è che i profilattici sono a disposizione ovunque, chi li vuole li trova subito. Ma solo questo non risolvere la questione. Bisogna fare di più. Nel frattempo, anche in ambito secolare si è sviluppata la cosiddetta teoria Abc, sigla che sta per «Abstinence - Be Faithful - Condom» («Astinenza - Fedeltà - Profilattico »); laddove il profilattico è considerato soltanto come scappatoia, quando mancano gli altri due elementi. Questo significa che concentrarsi solo sul profilattico vuol dire banalizzare la sessualità, e questa banalizzazione rappresenta proprio la pericolosa ragione per cui tante e tante persone nella sessualità non vedono più l’espressione del loro amore, ma soltanto una sorta di droga, che si somministrano da sé. Perciò anche la lotta contro la banalizzazione della sessualità è parte del grande sforzo affinché la sessualità venga valutata positivamente e possa esercitare il suo effetto positivo sull’essere umano nella sua totalità.
Vi possono essere singoli casi giustificati, ad esempio, quando un prostituto utilizza un profilattico, e questo può essere il primo passo verso una moralizzazione, un primo atto di responsabilità per sviluppare di nuovo la consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole.
Tuttavia, questo non è il modo vero e proprio per vincere l’infezione dell’Hiv. È veramente necessaria una umanizzazione della sessualità.


QUESTO SIGNIFICA, DUNQUE, CHE LA CHIESA CATTOLICA NON È FONDAMENTALMENTE CONTRARIA ALL’USO DEI PROFILATTICI?
Naturalmente la Chiesa non considera i profilattici come la soluzione autentica e morale.
Nell’uno o nell’altro caso, con l’intenzione di diminuire il pericolo di contagio, può rappresentare tuttavia un primo passo sulla strada che porta ad una sessualità diversamente vissuta, più umana.
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martedì 23 novembre 2010

Liberata Asia Bibi (Contributi 408)

martedì, 23 novembre 2010 (ZENIT.org)
Asia Bibi, la cristiana pakistana condannata a morte per blasfemia, è stata liberata dal carcere dopo aver ottenuto la grazia dal Presidente Asif Ali Zardari.

Lo hanno confermato a ZENIT International Christian Concern (ICC) e altre istituzioni di difesa della libertà religiosa, così come l'agenzia del Kuwait Kuna.
La Bibi, di 37 anni, è stata in carcere per molti mesi senza processo e questo lunedì è stata dichiarata “innocente” dal Ministro delle Minoranze del Pakistan, Shahbaz Bhatti, anch'egli cristiano.
Bhatti aveva chiesto al Presidente Zardari che la donna venisse liberata per “non aver commesso atti blasfemi”.
Questo sabato, Asia Bibi aveva firmato un appello per chiedere la grazia al Presidente. Il testo è stato consegnato a Zardari dal Governatore di Punja, Salman Taseer.
Per salvare la donna si è mobilitato anche Benedetto XVI, unito a buona parte della comunità internazionale.
La Bibi era stata condannata a morte da un giudice del distretto pakistano di Nankana, nella provincia centrale del Punjab. La condanna è stata dettata da fatti risalenti al giugno 2009, quando la donna era stata denunciata con l'accusa di aver offeso il profeta Maometto durante una discussione con alcune compagne di lavoro musulmane.
Secondo fonti locali, Asia Bibi è stata portata in una località che non è stata rivelata per motivi di sicurezza, perché in passato persone che erano state dichiarate innocenti dopo le accuse di blasfemia sono state assassinate dalla popolazione.
La donna viveva con suo marito, Ashiq Masih, nel quartiere “Chak 3” del villaggio di Ittanwali, non lontano dalla città di Nankhana Sahib, a est di Lahore, nella provincia del Punjab. Nel quartiere, a stragrande maggioranza musulmana, vivono solo tre famiglie cristiane.
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Quanto vale la felicità? (Contributi 407)

Questo l'editoriale odierno de Il Sussidiario a firma di Pigi Colognesi:

Una recente ricerca, condotta da psicologi dell’Università di Harvard, ha concluso che, per ottenere un minimo di serenità nella vita, bisogna «vivere il presente». Il quotidiano italiano che ne ha riportato i risultati titolava: «La felicità è adesso».
Non è necessario addentarsi nei particolari dello studio. Basti dire che alla fin fine gli psicologi americani hanno rispolverato l’interpretazione più ovviamente corrente dell’oraziano «carpe diem», cogli l’attimo. Ognuno di noi, in sintesi, sarebbe più felice quando si dedica a quello che sta facendo, senza rimuginare sul passato né immaginare il futuro, quando, appunto, «vive il presente».
Ma bisogna intendersi.
Faccio un esempio banale. Stamattina avevo la periodica seduta per l’igiene orale; ho paura dei dentisti fin da quand’ero piccolo e un’operazione pur tanto semplice mi procura sempre un po’ di agitazione. Per distrarmi, cercavo di concentrarmi proprio sulla ricerca americana e sul commento che avrei voluto fare; a un certo punto l’addetto all’aspirazione ha fatto una manovra maldestra e quasi mi ha infilato in gola il tubicino. Ho pensato: ecco, se il presente fosse solo questo attimo, soffocherei.
Per sopportare il piccolo disagio devo pensare al futuro: devo avere una prospettiva positiva.
Ed è ragionevole aspettarsela perché ho, nel passato, l’esperienza che il mio dentista e i suoi collaboratori non sono dei macellai.


Dunque «vivere il presente» non è tagliare i ponti con le altre due dimensioni del tempo che al presente stesso danno la compiuta prospettiva. Anche i maestri cristiani dello spirito invitano ad attenersi al momento presente. «Age quod agis» suggeriscono: fa quello che stai facendo. E fallo bene, senza attardarti sul passato e senza disperderti nell’immaginazione del futuro. Ma senza dimenticarli.
Il passato esiste e pesa inesorabilmente sul presente. La scespiriana lady Macbeth appare a un certo punto in scena in uno stato quasi ipnotico e si sfrega continuamente le mani; vorrebbe lavare il sangue dei delitti di cui si è macchiata, sangue che, nonostante le sue mani siano pulite, lei continua a vedere. «Quello che è fatto è fatto» si dice disperata. Ed è posizione realistica; nessuno può far sì che il nostro passato non sia stato quello che è stato. Esso ci inchioda.
A meno che una potenza a noi nascosta ci dimostri che tutto il passato appartiene a un disegno che conduce a un presente in cui trova il suo significato; a meno che il perdono sia in grado di illuminare anche il passato cattivo, fino a poter dire, come fa l’abate di Milosz a Miguel Mañara che continua a pensare ai suoi peccati: «Tutto questo non è mai esistito».
Quanto al futuro, se l’immaginazione - come dicevano i monaci medievali - è sorgente di distrazione e inciampo, l’alternativa non è appiattirsi sull’effimera reazione emotiva dell’istante. Ogni gesto ha delle conseguenze. Scordarselo non è «vivere il presente», ma condannarsi all’insignificanza.
È curioso che la citata ricerca concluda che al primo posto della lista delle “attività” che più ci rendono felici ci sarebbe il sesso, perché lì massimamente succederebbe di «vivere il presente».
Ma si parla di un atto da cui è stata eliminata ogni dimensione di passato - la storia di rapporto affettivo che vi ha condotto - e di futuro - l’apertura alla generazione.
Ma così appiattito nella soddisfazione istantanea si può ancora, descrivendolo, parlare di felicità?
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