Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

sabato 20 agosto 2011

L’esistenza diventa immensa certezza (Contributi 504)

E' al via il Meeting di Rimini 2011, 32^ edizione. Questo il comunicato iniziale, ripreso anche, come editoriale,da Samizdat on Line:

"E l’esistenza diventa una immensa certezza” è il titolo scelto per la XXXII edizione del Meeting. Esso parte da una constatazione, semplice e al tempo stesso drammatica: nella mentalità più diffusa ai nostri giorni, nella coscienza con cui ciascuno di noi affronta le sfide e le fatiche del vivere, sembra che non sia più possibile alcuna vera certezza. È qui, al fondo di noi stessi, che si rivela la radice nascosta delle tante “crisi” del nostro tempo:
esse non segnano soltanto la messa in discussione o la perdita di certezze che si credevano acquisite – nella politica come nell’economia, nelle scienze come nell’etica, nella cultura come nella convivenza sociale – come è spesso successo in altre epoche storiche. Quello che è in gioco oggi, nell’epoca attraversata dalla grande ombra del nichilismo, è qualcosa di più radicale, e quindi più radicale è la sfida che essa ci pone: gli uomini non sarebbero più capaci di certezza, e anzi ogni certezza sarebbe una nostra costruzione, e alla fine nient’altro che una grande illusione.
Quando pensiamo al senso della nostra esistenza non siamo forse tutti tentati, come figli del nostro tempo, di ritenere che la nostra origine e la nostra destinazione siano in balìa della sorte, e che in definitiva nulla possiamo rispetto alle forze incontrollabili di un fato cieco e di un’insensata casualità? Eppure gran parte del pensiero “moderno”, per il quale l’uomo è l’unico, vero artefice del proprio destino, senza bisogno di riferirsi ad un senso più grande di sé, aveva preteso di fornire una strategia “scientifica” e “politica” che dominasse l’incertezza del vivere, il rischio mortale della solitudine e dell’insensatezza, fonte di risentimento e di violenza.
Le uniche certezze di cui ancora disponiamo – così si pensa – sono quelle prodotte dal controllo tecnologico del mondo. Tutto il resto, valori ed emozioni, sentimenti ed opinioni, appartiene al gioco del relativismo. Eppure noi ci accorgiamo sempre più che la realtà, sia a livello naturale che sociale, è molto meno controllabile di quanto si creda, e soprattutto scopriamo che l’esistenza dell’io è sempre più indebolita nelle sue ragioni. «A farci sentire un’incertezza più orrenda e devastante che in passato», ha scritto il sociologo Zygmunt Bauman, è la percezione che «la nostra impotenza sia incurabile». Tutta la partita dell’esistenza si gioca qui, nella certezza o nell’incertezza riguardo al motivo per cui ciascuno di noi è al mondo.
Il Meeting proverà a raccogliere questa sfida del nostro tempo, riaprendo una partita da molti dichiarata ormai chiusa. E lo farà, come è suo stile, non in virtù di una più scaltra analisi culturale e politica, ma a partire dall’esperienza in atto di persone che non si accontentano di concepire la propria esistenza come destinata al nulla. Uomini e donne che non censurano il peso dell’incertezza né si sottraggono al lavoro che essa esige, ma che la vivono come il segno evidente che non siamo i padroni di noi stessi, ma siamo in rapporto con qualcosa di Altro, che continua a sopraggiungere alla nostra vita.
Prima di ogni calcolo sulle nostre capacità o incapacità, la percezione di fondo del nostro io è quella di una certezza. E non una sicurezza a buon mercato o una garanzia a nostra disposizione, ma una certezza di appartenenza: siamo di qualcuno. Inizialmente noi siamo certi di noi stessi, perché ci viene incontro il volto di nostra madre e ci viene offerto il suo seno. È la prima percezione del vivere, che resta poi come una costante, anche se nascosta o soffocata. Prima di ogni incertezza c’è una certezza: essa è un dato, un incontro, un invito.
Il Meeting cercherà di raccontare e testimoniare questo lavoro dell’io che riparte dall’evidenza di un incontro, di tutti quegli incontri in cui si rende presente in carne ed ossa il significato per cui vale la pena vivere, amare, costruire e anche soffrire. La certezza che cerchiamo non è un’ideologia o una strategia o una convinzione psicologica, ma è quella che ci fa riconoscere ciò che già “siamo”. Non tanto che le cose andranno a posto come pensiamo noi, ma che noi stessi siamo in rapporto con Chi ci fa continuamente.
Per questo l’esistenza, come dice il titolo del Meeting, diventa una certezza: non si tratta infatti di sapere in anticipo quello che accadrà a noi e nel mondo, ma di essere disponibili a farci provocare da ciò che accade, cioè a chiederne il senso e a riconoscerne la ragione. E la certezza è immensa proprio perché non è un nostro prodotto, ma la scoperta di ciò che ci raggiunge e chiede ogni volta di noi. Questa certezza non potrebbe esistere senza la nostra libertà.
E in fondo anche il Meeting è un modo per prendere sul serio l’invito che ci proviene ogni giorno dagli avvenimenti e dagli incontri che accadono: l’invito a rispondere con tutta la nostra attesa, mettendo sempre in gioco la nostra inquietudine.
PROGRAMMA
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venerdì 19 agosto 2011

Una baby prostituta diventa consacrata (Articoli 64)

Il titolo già rivela il contenuto di questa bellissima storia narrata in un articolo di Raffaella Frullone su La Bussola:

Che futuro può avere una quattordicenne cresciuta in una famiglia poverissima della periferia di Bangkok, barattata dalla famiglia per mille dollari e condotta nella capitale tailandese per prostituirsi?
Come potrà sopravvivere nella giungla della lussuria e nello squallore di una città di 8 milioni di abitanti, parlando solo il dialetto, umiliata nel corpo e nell'anima, ridotta schiava e completamente sola? Potrà mai sperare di avere una vita felice?
Lek aveva appena compiuto 14 anni quando alla porta di casa bussano "protettrici". Le donne, dopo averla vista, offrono mille dollari per portarla a Bangkok con la promessa di un lavoro sicuro. Mille dollari sono una cifra esorbitante per un padre e una madre senza lavoro, che vivono in una baracca senza acqua potabile e senza sapere cosa riusciranno a dar da mangiare ai propri figli, e la promessa di un lavoro nella capitale è troppo allettante per un’adolescente che fino ad allora non poteva permettersi nemmeno di sognare.
Ma le “protettrici” non proteggevano proprio nessuno. Scrutavano corpi, osservavano movenze per trasformerle in merce adatta a soddisfare le voglie perverse dei turisti occidentali e Lek, poco più che bambina, lo capisce solo una volta arrivata nella capitale, solo una volta scaraventata in uno squallido bordello.
Ingannata col miraggio di un lavoro, si ritrova costretta a alla prostituzione insieme ad altre migliaia di ragazzine. Secondo una ricerca dell'istituto del sistema sanitario tailandese, oggi sono circa 50 mila le prostitute minorenni nella capitale, che lavorano accanto a quelle "adulte", ovvero che hanno superato il diciottesimo anno, che sono circa 100 mila.
Nonostante sia senza soldi, senza la libertà di muoversi, senza documenti, e parli solo il dialetto, Lek non si rassegna e cerca di contattare sua sorella, che si trovava nel centro di formazione professionale cattolico «Baan Marina», diretto dalle Missionarie del Sacro cuore di Gesù e Maria. La congregazione, nata all'inizio del secolo scorso in Spagna, da 45 anni in Thailandia accoglie le ragazze provenienti dai quartieri poveri o dalla strada, aiutandole a recuperare la dignita' e aiutandole a costruire un futuro.
Lek sa che l’unico modo per uscire dalla schiavitù è quello di "saldare il debito", ossia dare ai suoi sfruttatori la stessa cifra che gli stessi avevano “pagato” ai suoi genitori: un’impresa impossibile considerato che si trova costretta a consegnare quasi l’intero importo del suo "compenso". Ecco che allra decide di rivolgersi proprio alle suore missionarie, grazie all'aiuto della sorella.
Non senza sforzi, viste le limitate disponibilità economiche dell’istituto, le religiose riescono a raccogliere la cifra necessaria per riscattare la libertà di Lek ed estinguere il debito. Un gesto di grande generosità che avrebbe dato, anni più tardi, frutti inimmaginabili...
Entusiasta e profondamente grata per aver ritrovato una prospettiva di vita, Lek trascorre sei anni nell’istituto. Insieme ad altre cento ragazze studia ed impara il lavoro della sarta che – sperava – le avrebbe permesso di trovare lavoro in uno dei tanti laboratori della capitale. Intanto, giorno dopo giorno, sente crescere la fede in Cristo, che aveva mosso le sorelle ad aiutarla in un momento di estremo bisogno.
Piano piano abbandona il buddismo e decide di farsi battezzare, poi di ricevere la Comunione e di confermarsi nella Cresima, sacramenti accompagnati da un crescente impegno nell’istituto come collaboratrice delle suore e catechista alle ragazze più giovani giunte a Bangkok dopo di lei e strappate dalla strada.
La speranza ritrovata di «Baan Marina» e la fede tuttavia non spengono il desiderio di infinito nel cuore della giovane che deciderà di consacrarsi e dedicare la sua vita al Signore.
Oggi da quel quattordicesimo compleanno trascorso sulle strade di Bangkok, sono trascorsi 20 anni. Lek vive la sua vocazione nel silenzio mentre le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù e Maria, pur proteggendo la sua pricavy, raccontano la sua straordinaria vicenda: “Lek oggi è serena, non serba rancore nei confronti della sua famiglia perché sa che anche loro sono stati ingannati – fanno sapere le suore – vorremmo che la sua storia possa dare speranza a tutte le ragazze che l’hanno perduta, specialmente alle giovanissime prostitute di Bangkok che si sentono perse nel buio della loro schiavitù”. Anche delle loro vite, il Signore può fare miracoli.
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Via Crucis coi giovani - Benedetto XVI GMG 2011 Madrid (Contributi 503)

Cari giovani,
con devozione e fervore abbiamo celebrato questa Via Crucis, accompagnando Cristo nella sua Passione e Morte. I commenti delle Suore della Croce, che servono i più poveri e bisognosi, ci hanno aiutato ad addentrarci nel mistero della Croce gloriosa di Cristo, che contiene la vera sapienza di Dio, quella che giudica il mondo e quanti credono di essere sapienti (cfr 1 Cor 1,17-19). Ci ha aiutato in questo itinerario verso il calvario anche la contemplazione di queste straordinarie immagini del patrimonio religioso delle diocesi spagnole. Sono immagini nelle quali la fede e l’arte si armonizzano, per giungere al cuore dell’uomo ed invitarlo alla conversione. Quando lo sguardo della fede è limpido e autentico, la bellezza si pone al suo servizio ed è capace di raffigurare i misteri della nostra salvezza fino a commuoverci profondamente e trasformare il nostro cuore, come accadde a santa Teresa di Gesù nel contemplare un’immagine di Cristo pieno di piaghe (cfr Libro della vita, 9,1).
Mentre avanzavamo con Gesù, sino a giungere al vertice del suo consegnarsi sul Calvario, ci venivano alla mente le parole di san Paolo: «Cristo mi ha amato e ha dato la sua vita per me» (Gal 2,20). Davanti ad un amore così disinteressato, colmi di stupore e gratitudine, ci chiediamo ora: Che faremo noi per Lui? Quale risposta gli daremo? San Giovanni lo dice chiaramente: «Da questo abbiamo conosciuto l'amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3,16). La passione di Cristo ci sospinge a caricare sulle nostre spalle la sofferenza del mondo, con la certezza che Dio non è qualcuno di distante o lontano dall’uomo e dalle sue vicissitudini. Al contrario, egli si fece uno di noi «per poter com-patire con l'uomo, in modo molto reale, in carne e sangue... Da lì in ogni sofferenza umana è entrato uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; da lì si diffonde in ogni sofferenza la con-solatio, la consolazione dell'amore partecipe di Dio e così sorge la stella della speranza» (Spe salvi, 39).
Cari giovani, che l’amore di Dio per noi aumenti la vostra gioia e vi spinga a rimanere vicini ai meno favoriti. Voi che siete molto sensibili all’idea di condividere la vita con gli altri, non passate oltre davanti alla sofferenza umana, dove Dio vi attende affinché offriate il meglio di voi stessi: la vostra capacità di amare e di compatire. Le diverse forme di sofferenza che, lungo la Via Crucis, sono sfilate davanti ai nostri occhi sono chiamate del Signore per edificare la vita seguendo le sue orme e fare di noi i segni della sua consolazione e salvezza. «Soffrire con l'altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell'amore e per diventare una persona che ama veramente – questi sono elementi fondamentali di umanità, l'abbandono dei quali distruggerebbe l'uomo stesso» (Ibid.).
Auspico che sappiamo accogliere queste lezioni e metterle in pratica. Volgiamo lo sguardo perciò a Cristo, appeso sul ruvido legno, e chiediamogli che ci insegni questa sapienza misteriosa della croce, grazie alla quale l’uomo vive. La croce non fu l’esito di un insuccesso, bensì il modo di manifestare l’offerta di amore che giunge sino alla donazione più smisurata della propria vita. Il Padre volle amare gli uomini nell’abbraccio del suo Figlio crocifisso per amore. La croce nella sua forma e nel suo significato rappresenta questo amore del Padre e di Cristo per gli uomini. In essa riconosciamo l’icona dell’amore supremo, dove impariamo ad amare ciò che Dio ama e come Egli lo fa: questa è la Buona Novella che ridona la speranza al mondo. Volgiamo ora i nostri occhi alla Vergine Maria, che nel Calvario ci fu consegnata come Madre, e supplichiamola di sostenerci con la sua amorevole protezione nel cammino della vita, in particolare quando attraversiamo la notte del dolore, affinché ci sforziamo di mantenerci come Lei saldi ai piedi della croce. Grazie.
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Incontro con giovani religiose - Benedetto XVI GMG 2011 Madrid (Contributi 502)

Carissime giovani religiose,
nella Giornata Mondiale della Gioventù che stiamo celebrando a Madrid, è una grande gioia potermi incontrare con voi, che avete consacrato la vostra giovinezza al Signore, e ringrazio per l’amabile saluto che mi avete rivolto. Apprezzo il fatto che il Signor Cardinale Arcivescovo di Madrid abbia previsto questo incontro in un luogo così evocativo come è il Monastero di san Lorenzo all’Escorial. Se la sua celebre biblioteca custodisce importanti edizioni delle Sacre Scritture e delle Regole monastiche di diverse famiglie religiose, la vostra vita di fedeltà alla chiamata ricevuta è anch’essa un modo prezioso di custodire la Parola del Signore che risuona nelle forme di spiritualità a voi proprie.
Care sorelle, ciascun carisma è una parola evangelica che lo Spirito Santo ricorda alla sua Chiesa (cfr Gv 14,26). Non invano la Vita Consacrata «nasce dall’ascolto della Parola di Dio ed accoglie il Vangelo come sua norma di vita. Vivere nella sequela di Cristo casto, povero ed obbediente è in tal modo una «esegesi» vivente della Parola di Dio. Da essa è sgorgato ogni carisma e di essa ogni regola vuole essere espressione, dando origine ad itinerari di vita cristiana segnati dalla radicalità evangelica» (Esort. Ap. Verbum Domini, 83).
La radicalità evangelica è rimanere «radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede» (Col 2,7), che nella vita consacrata significa andare alla radice dell’amore a Gesù Cristo con cuore indiviso, senza anteporre nulla a tale amore (cfr S. Benedetto, Regola, IV, 21), con una appartenenza sponsale, come l’hanno vissuta i Santi, nello stile di Rosa da Lima e Raffaele Arnaiz, giovani patroni di questa Giornata Mondiale della Gioventù. L’incontro personale con Cristo, che nutre la vostra consacrazione, deve esser testimoniato con tutta la forza trasformante nelle vostre vite; e possiede oggi una speciale rilevanza, quando «si constata una sorta di «eclissi di Dio», una certa amnesia, se non un vero rifiuto del Cristianesimo e una negazione del tesoro della fede ricevuta, col rischio di perdere la propria identità profonda» (Messaggio per la XXVI Giornata Mondiale della Gioventù 2011, 1). Davanti al relativismo e alla mediocrità, sorge il bisogno di questa radicalità, che testimonia la consacrazione come un appartenere a Dio, sommamente amato.
Questa radicalità evangelica della vita consacrata si esprime nella comunione filiale con la Chiesa, focolare dei figli di Dio, che Cristo ha edificato. La comunione coi Pastori, i quali in nome del Signore annunciano il deposito della fede ricevuto attraverso gli Apostoli, il Magistero della Chiesa e la tradizione cristiana. La comunione con la vostra famiglia religiosa, custodendone con gratitudine il genuino patrimonio spirituale e apprezzando anche gli altri carismi. La comunione con altri membri della Chiesa, quali i laici, chiamati a testimoniare, a partire dalla propria vocazione specifica, il medesimo vangelo del Signore.
Infine, la radicalità evangelica si esprime nella missione che Dio ha voluto affidarvi. Dalla vita contemplativa, che accoglie nei suoi chiostri la Parola di Dio nel silenzio eloquente e ne adora la bellezza nella solitudine da Lui abitata, fino ai diversi cammini della vita apostolica, nei solchi della quale germina il seme evangelico nell’educazione dei bambini e dei giovani, nella cura degli infermi e degli anziani, nell’accompagnamento delle famiglie, nell’impegno a favore della vita, nella testimonianza alla verità, nell’annuncio della pace e della carità, nell’impegno missionario e nella nuova evangelizzazione, e in tanti altri campi dell’apostolato ecclesiale.
Care sorelle, questa è la testimonianza della santità, alla quale Dio vi chiama, seguendo da vicino e senza alcuna condizione Gesù il Cristo nella consacrazione, nella comunione e nella missione. La Chiesa ha bisogno della vostra fedeltà giovane, radicata ed edificata in Cristo. Grazie per il vostro «sì» generoso, totale e perpetuo alla chiamata dell’Amato. Chiedo che la Vergine Maria sostenga ed accompagni la vostra giovinezza consacrata, con il vivo desiderio che Ella interpelli, incoraggi ed illumini tutti i giovani.
Con tali sentimenti, domando a Dio di ricompensare abbondantemente il generoso contributo della Vita Consacrata a questa Giornata Mondiale della Gioventù, ed in suo nome vi benedico di tutto cuore. Grazie.
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giovedì 18 agosto 2011

Festa di accoglienza dei giovani a Benedetto XVI GMG 2011 Madrid (Contributi 501)

Queste le parole rivolte da Benedetto XVI ai giovani in Plaza de Cibeles a Madrid in occasione della festa di accoglienza per la 26^ giornata della gioventù. (le varie evidenziazioni sono esclusivamente mie)

Cari amici,
ringrazio per le affettuose parole che mi hanno rivolto i giovani rappresentanti dei cinque continenti. Saluto con affetto tutti coloro che sono qui radunati, giovani di Oceania, Africa, America, Asia ed Europa; e anche coloro che non sono potuti venire. Vi tengo sempre presenti e prego per voi. Dio mi ha concesso la grazia di potervi vedere e udire più da vicino, e di porci insieme in ascolto della sua Parola.
Nella lettura che è stata proclamata, abbiamo ascoltato un passo del Vangelo nel quale si parla di accogliere le parole di Gesù e di metterle in pratica. Vi sono parole che servono solamente per intrattenere e passano come il vento; altre istruiscono la mente in alcuni aspetti; quelle di Gesù, invece, devono giungere al cuore, radicarsi in esso e forgiare tutta la vita. Senza ciò, rimangono vuote e divengono effimere. Esse non ci avvicinano a Lui. E, in tal modo, Cristo continua ad essere lontano, come una voce tra molte altre che ci circondano e alle quali ci siamo già abituati. Il Maestro che parla, inoltre, non insegna ciò che ha appreso da altri, ma ciò che Egli stesso è, l’unico che conosce davvero il cammino dell’uomo verso Dio, perché è Egli stesso che lo ha aperto per noi, lo ha creato perché potessimo raggiungere la vita autentica, quella che sempre vale la pena di vivere, in ogni circostanza, e che neppure la morte può distruggere. Il Vangelo prosegue spiegando queste cose con la suggestiva immagine di chi costruisce sopra la roccia stabile, resistente agli attacchi delle avversità, contrariamente a chi edifica sulla sabbia, forse in un luogo paradisiaco, potremmo dire oggi, ma che si sgretola al primo soffio dei venti e si trasforma in rovina.
Cari giovani, ascoltate veramente le parole del Signore, perché siano in voi «spirito e vita» (Gv 6,63), radici che alimentano il vostro essere, criteri di condotta che ci assimilano alla persona di Cristo: essere poveri di spirito, affamati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, amanti della pace. Fatelo ogni giorno con costanza, come si fa con il vero Amico che non ci defrauda e con il quale vogliamo condividere il cammino della vita. Ben sapete che, quando non si cammina al fianco di Cristo, che ci guida, noi ci disperdiamo per altri sentieri, come quello dei nostri impulsi ciechi ed egoisti, quello delle proposte che lusingano, ma che sono interessate, ingannevoli e volubili, lasciano il vuoto e la frustrazione dietro di sé.
Approfittate di questi giorni per conoscere meglio Cristo e avere la certezza che, radicati in Lui, il vostro entusiasmo e la vostra allegria, i vostri desideri di andare oltre, di raggiungere ciò che è più elevato, fino a Dio, hanno sempre un futuro certo, perché la vita in pienezza dimora già nel vostro essere. Fatela crescere con la grazia divina, generosamente e senza mediocrità, prendendo in considerazione seriamente la meta della santità. E, davanti alle nostre debolezze, che a volte ci opprimono, contiamo anche sulla misericordia del Signore, che è sempre disposto a darci di nuovo la mano e che ci offre il perdono attraverso il Sacramento della Penitenza.
Edificando sulla ferma roccia, non solamente la vostra vita sarà solida e stabile, ma contribuirà a proiettare la luce di Cristo sui vostri coetanei e su tutta l’umanità, mostrando un’alternativa valida a tanti che si sono lasciati andare nella vita, perché le fondamenta della propria esistenza erano inconsistenti. A tanti che si accontentano di seguire le correnti di moda, si rifugiano nell’interesse immediato, dimenticando la giustizia vera, o si rifugiano nelle proprie opinioni invece di cercare la verità senza aggettivi.
Sì, ci sono molti che, credendosi degli dei, pensano di non aver bisogno di radici, né di fondamenti che non siano essi stessi. Desidererebbero decidere solo da sé ciò che è verità o no, ciò che è bene o male, giusto e ingiusto; decidere chi è degno di vivere o può essere sacrificato sull’altare di altre prospettive; fare in ogni istante un passo a caso, senza una rotta prefissata, facendosi guidare dall’impulso del momento. Queste tentazioni sono sempre in agguato. È importante non soccombere ad esse, perché, in realtà, conducono a qualcosa di evanescente, come un’esistenza senza orizzonti, una libertà senza Dio.
Noi, in cambio, sappiamo bene che siamo stati creati liberi, a immagine di Dio, precisamente perché siamo protagonisti della ricerca della verità e del bene, responsabili delle nostre azioni, e non meri esecutori ciechi, collaboratori creativi nel compito di coltivare e abbellire l’opera della creazione. Dio desidera un interlocutore responsabile, qualcuno che possa dialogare con Lui e amarlo. Per mezzo di Cristo lo possiamo conseguire veramente e, radicati in Lui, diamo ali alla nostra libertà. Non è forse questo il grande motivo della nostra gioia? Non è forse questo un terreno solido per edificare la civiltà dell’amore e della vita, capace di umanizzare ogni uomo?
Cari amici: siate prudenti e saggi, edificate la vostra vita sulla base ferma che è Cristo. Questa saggezza e prudenza guiderà i vostri passi, nulla vi farà temere e nel vostro cuore regnerà la pace. Allora sarete beati, felici, e la vostra allegria contagerà gli altri. Si domanderanno quale sia il segreto della vostra vita e scopriranno che la roccia che sostiene tutto l’edificio e sopra la quale si appoggia tutta la vostra esistenza è la persona stessa di Cristo, vostro amico, fratello e Signore, il Figlio di Dio fatto uomo, che dà consistenza a tutto l’universo. Egli morì per noi e risuscitò perché avessimo vita, e ora, dal trono del Padre, continua ad essere vivo e vicino a tutti gli uomini, vegliando continuamente con amore per ciascuno di noi.
Affido i frutti di questa Giornata Mondiale della Gioventù alla Santissima Vergine Maria, che seppe dire «sì» alla volontà di Dio, e ci insegna come nessun altro la fedeltà al suo divin Figlio, che seguì fino alla sua morte sulla croce. Mediteremo tutto ciò più attentamente nelle diverse stazioni della Via Crucis. Preghiamo che, come Lei, il nostro «sì» di oggi a Cristo sia anche un «sì» incondizionato alla sua amicizia, alla fine di questa Giornata e durante tutta la nostra vita. Grazie.
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La Chiesa dell'incontro nella terra d'Islam (Contributi 500)

Ad integrazione di quanto pubblicato al post Contributi 498, un'altra testimonianza di Renato Zilio sulla missione in terra islamica:

suore missionarie in terra islamica
“La nostra evangelizzazione è senza parole, si fa con le opere!”, esclama in francese suor Angeles con il suo bell’accento spagnolo. È la gente di qui, invece, che ne parla a volte: “Tu lo fai per Dio, lo so...”, le aveva sussurrato una donna musulmana la settimana scorsa, guardandola quasi per svelarle un segreto, che la suora tiene dentro.
Mentre le altre donne vanno al dispensario - un aiuto gratuito, volenteroso, estremamente disponibile - dicendosi: “Le suore fanno miracoli!”. Per i tanti ustionati, per esempio, esse mettono insieme varie pomate, poi una bella dose di tenerezza e qualche raccomandazione come sempre: ed è fatto! “In fondo, mettiamo semplicemente in pratica Matteo 25!”, mi fa la suora spagnola con grande semplicità, ricordandomi, così, il vangelo al capitolo dell’accoglienza del Cristo. E il giovane frate Pietro nel suo Centro, che è un porto di mare e ogni arrivo è sempre una sorpresa, ogni volta prima di aprire la porta si dice: “Sei tu, Signore!”. Testimoni umili e preziosi questi di una Chiesa nella terra d’Islam, la Chiesa dell’incontro con l’altro.
Myriam, indiana e Elisabeth, congolese, due religiose francescane missionarie di Maria si fanno in quattro per parlarmi della loro esperienza quotidiana con donne o bambini migranti subsahariani. Come in un duetto mi intrecciano con passione i passi del calvario quotidiano di queste donne: esse trovano in loro con chi parlare, confidarsi, aprirsi... dopo tante prove, traumi di ogni genere nella loro odissea. Sono venute dalla Nigeria, dal Burkina, dalla Costa d’Avorio... poi hanno passato l’Algeria, Oujda, ed eccole a Rabat o a Casablanca, in Marocco, quasi in una specie di paradiso per loro. Vogliono passare l’acqua del Mediterraneo. E le senti dire “se devo morire, muoio... sarà il mio destino!”. Ma la cosa più importante è passare dall’altra parte, con ogni mezzo. L’altro giorno perfino Salima ha voluto continuare l’avventura, mentre il fratello con il marito morto e il piccolo Sami ritornavano tristemente laggiù, al villaggio.
Si industriano qui con piccoli commerci, vendendo al souk prodotti tipici della loro terra di origine, facendo ad altri le trecce in cui sono esperte o con altro... prostituendosi, se sono sole. “Ma noi non giudichiamo!”, ti dicono subito le suore, con compassione. Vengono qui al Centro SAM cantando “Dammi un dirham, sorella!” e posando qui per qualche istante la loro sofferenza di donne emigrate. “Quando arrivo qui c'è la pace e mi sento me stessa!”, senti esclamare qualcuna. “Mostrano un coraggio formidabile nell’affrontare la vita. Davanti alla loro sofferenza la nostra non è niente!”, senti le due suore commentare a bassa voce. “Capisci?! Sono pronte a prendere ogni rischio per vivere meglio. E mi interrogo... ma so darmi anch’io, a fondo, come loro?!”, aggiunge Myriam davanti a queste lezioni di vita, pensando alla senegalese, che l’altro giorno ogni volta che cominciava a raccontarle la sua storia, sbottava in pianto; non riusciva proprio a parlare...
Nel cristianesimo andare verso l’altro non è una scelta, ma una vocazione particolare”., senti poi spiegare padre Fadi, libanese. “È una dimensione essenziale della nostra fede”. Allora, suor Lavina, indiana, ti confessa: “Sono contenta di essere con i migranti, anch’io sono migrante!”. E dopo aver sistemato una ricetta di medicinali o un ticket di viaggio aggiunge loro: “Prego per voi!”, come incoraggiamento. “Grazie!”, le senti, allora, rispondere, andandosene “continua a pregare per noi”. Ciò le ricorda le parole di Gandhi: “Tu devi essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo!”. Sì, per questa indiana in terra musulmana, un tocco di umanità.
Mi risuona, allora, la riflessione di un teologo qui a Rabat: «Il centro di gravità della Chiesa non sta in se stessa. Neppure nel suo rapporto con Dio. Ma sta nella relazione di Dio con il mondo, che ha tanto amato... [cfr. Gv 3,16] e in cui la Chiesa si fa serva e ministra». Sì, si trova nella relazione di Dio con questo mondo musulmano, a cui le comunità cristiane si dedicano appassionatamente. In nome del loro Maestro.
Un giorno questo essere umano e divino spezzando del pane volle rivelare che l’amore più grande è spezzarsi, perdersi e perdere tutto. E lasciò questo suo testamento, consegnato ai secoli, nella notte stessa del suo martirio. Per ogni discepolo, allora, amare sarà spezzare la propria vita come il pane per la vita degli altri. Per la vita del mondo.
«Con ogni uomo di buona volontà, i cristiani devono impegnarsi in tutti i compiti, attraverso i quali viene il Regno di Dio, perché il Regno non solo si realizza là dove gli uomini accolgono il battesimo.
Viene ovunque l’uomo è impegnato nella sua vera vocazione, ovunque è amato, ovunque crea delle comunità in cui si impara ad amare: la famiglia, le associazioni, le nazioni.
Il Regno di Dio viene ovunque il povero è trattato da uomo, ovunque degli avversari si riconciliano, ovunque la giustizia è promossa, la pace ristabilita, o dove la verità, la bellezza e il bene fanno crescere l’essere umano.
Ed è allora che la Chiesa e i cristiani compiono la loro missione come uomini e come cristiani: ogni volta che si impegnano con altri uomini in questi gesti, che anticipano il Regno di Dio».
In questo documento “Il senso dei nostri incontri” i vescovi del Nord Africa ricordano il bel nome della Chiesa, che vive in questa terra d’Islam. Chiesa dell’incontro e delle frontiere.
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Assunzione di Maria: la vita è condotta da un Altro (Contributi 499)

Di Padre Angelo del Favero, (cardiologo, tra i fondatori nel 1978 di uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. Ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine) abbiamo già pubblicato alcune riflessioni. Questa è su Maria Assunta.

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. Allora Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato all’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome” (Lc 1,39-56).
Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. (…) L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi (1 Cor 15,20-27a).
La festa dell’Assunzione di Maria celebra la sua entrata nella “Casa del Padre”, evento che è corona e compimento di quei Misteri della sua vita terrena che la Chiesa celebra lungo l’anno liturgico, a partire dall’Immacolata Concezione.
Principio e fondamento di tutti i privilegi della Madonna è la sua divina maternità: per questo il Vangelo dell’Assunta è scelto tra i racconti dell’infanzia di Gesù.
Ma non è solamente la persona di Maria a costituire il collegamento storico tra la Visitazione e l’Assunzione. Infatti, il trasalire del piccolo Giovanni nel grembo di Elisabetta (un’esultanza non solo fisica che potrei definire il silenzioso “Magnificat” del Precursore), autorizza a supporre che l’ingresso della Madre di Dio in Paradiso sia stato accompagnato da un’esultanza simile nelle schiere celesti degli angeli e dei santi.
Tale cosmica risonanza tra Cielo e terra, grazie alla liturgia, raggiunge oggi anche noi, che nella persona glorificata di Maria possiamo contemplare il nostro stesso destino eterno.
La Madre di Gesù infatti, la prima fra “quelli che sono di Cristo” (1 Cor 15,23), inaugura l’innumerevole schiera dei battezzati, predestinati a vivere per sempre “santi e immacolati di fronte a Lui nella carità” (Ef 1,4).
Due anni fa, nell’omelia per l’Assunta, Benedetto XVI ha detto: “La tappa ultima del pellegrinaggio terreno della Madre di Dio ci invita a guardare al modo in cui Ella ha percorso il suo cammino verso la meta dell’eternità gloriosa” (S. Messa, 15 agosto 2009). Tale modo è consistito nella sua pronta, costante adesione alla volontà del Padre, una “peregrinazione” di fede tanto dolorosa e faticosa per Maria da potersi definire “kenosi” (Beato Giovanni Paolo II, Enciclica “Redemptoris Mater”, n. 18).
In termini equivalenti, il Papa affermava: “La vita della Madonna è condotta da un altro,..è un cammino nel quale Maria, serbando e meditando nel cuore gli avvenimenti della propria esistenza, scorge in essi, in modo sempre più profondo e misterioso, il disegno di Dio Padre per la salvezza del mondo” (Benedetto XVI, idem). La storia eccezionale di Maria, prosegue il Papa, è perciò esemplare per ognuno di noi: “Tutta la vita è un’ascensione, tutta la vita è una meditazione, obbedienza, fiducia e speranza, anche nell’oscurità;..un cammino alla sequela di Gesù, un cammino che ha una meta ben precisa, un futuro già tracciato: la vittoria definitiva sul peccato e sulla morte e la comunione piena con Dio”.
L’annuncio rassicurante di queste parole è quanto mai attuale ed opportuno per illuminare le menti e riscaldare i cuori degli uomini, ed in esso consiste il messaggio fondamentale dell’Assunta.
Infatti, il dilagare globale del disorientamento culturale e morale imposto dall’ideologia laicista, va convincendo anche molti “credenti” che se un uomo si ritrova suo malgrado a vivere in particolari condizioni di sofferenza o di inguaribilità, o di prossimità della morte, sia cosa buona, pietosa e ragionevole intervenire per terminare in maniera diretta la vita di tale persona. La possibilità di usufruire di questo mortale intervento, intenzionalmente programmato, viene addirittura reclamata come diritto: il diritto di tracciare da sé il proprio ultimo futuro; come se il dono della vita fosse un bene disponibile al pari dei beni materiali, e non invece quel preziosissimo, infinito talento della cui amministrazione responsabile ci sarà chiesto conto dal suo Autore e Signore (Mt 25,14s).
Questa disumana pretesa altro non è che la conseguenza culturale di un duplice inganno di cui è vittima la nostra società: anzitutto quello di vivere e legiferare come se il Dio di Gesù Cristo non ci fosse, o non fosse coinvolto nella vita sociale e personale di ognuno come definitiva Verità, insostituibile Valore e certissima Speranza; in secondo luogo l’inganno veramente diabolico di assegnare alla scienza la guida assoluta dell’umana avventura, tragica illusione per la quale si giunge persino a rinnegare la voce della coscienza naturale che Dio ha inciso in ogni persona umana nell’atto della sua creazione.
E’ questa stessa voce, se ci poniamo in silenzioso e religioso ascolto, a confermare “dal profondo” (Salmo 130/129,1) che in Maria assunta in Cielo ognuno può contemplare il proprio destino eterno di piena comunione con Dio.
Lo sguardo del cuore riesce così a penetrare oltre il misterioso velo nero della morte, nella luce sfolgorante che avvolge la “donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul suo capo, una corona di dodici stelle” (Ap 12,1).
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mercoledì 17 agosto 2011

Le suore di Casablanca (Contributi 498)

Una bellissima testimonianza di Padre Renato Zilio (missionario scalabriniano. Ha compiuto gli studi letterari presso l'Università di Padova, e gli studi teologici a Parigi, conseguendo un master in teologia delle religioni. Ha fondato e diretto il Centro interculturale di Ecoublay nella regione parigina e diretto a Ginevra la rivista "Presenza italiana". Dopo l'esperienza al Centro Studi Migrazioni Internazionali (Ciemi) di Parigi e quella missionaria a Gibuti (Corno d'Africa), vive attualmente a Londra al Centro interculturale Scalabrini di Brixton Road) che ci racconta l'esperienza di alcune suore in terra islamica. Nel semplice eroismo della vita quotidiana una presenza silenziosa ed umile al servizio dell'uomo, di ogni uomo (un altra toccante testimonianza al post Contributi 500).


Convento Suo Francescane a Casablanca
 Il quartiere di rue Jaâfar si presenta povero, popolare, trascurato. Già da lontano, tuttavia, una piccola siepe che cinge il pianterreno di un abitato vi attira: è tutta fiorita, crea un altro clima, anzi, si fa messaggio. Povertà e bellezza possono abitare insieme. Ed è qui che abitano anche loro, le Piccole sorelle di Gesù. Nate nel deserto dell’Algeria come un dono di Dio - quando il deserto sa farsi fecondo - ne portano sempre le caratteristiche quasi i cromosomi di un carisma: semplicità, essenzialità, preghiera e fraternità. Sono distribuite in piccole comunità nel Marocco, ben radicate in mezzo alla gente, seppure di tante nazionalità parlano arabo come tutti e vivono il mistero di Nazareth in terra d’Islam. Oltre la contemplazione e la fratellanza universale, ereditate da Charles de Foucauld.
L’Islam non è un’ideologia, vi dicono, ma sono persone che esse incontrano ed amano quotidianamente. E questo traspare in ogni occasione: la vicina di casa secca il suo miglio sulla loro terrazza altrimenti sparirebbe, un’altra invece i suoi panni, per non perderli, e poi la piccola sorella, ultima arrivata, desiderosa di fare un duro lavoro di strada... cioè la pulizia del quartiere, per conoscere la gente. Il senso del servizio nelle piccole cose le rende grandi: è la regola d’oro del Maestro per i discepoli che predilige. Per me, allora, partire da loro sarà invocare il dono della conversione del cuore. Indimenticabili testimoni di Dio queste Piccole sorelle!
In un altro quartiere vivono le clarisse. È un po’ difficile trovarle, dovrete suonare al campanello di qualche vicino, prima. Un muro alto, bianco, che sembra di recente costruzione, nessuna iscrizione fuori come già facessero parte dell’invisibile: è il monastero delle suore messicane. Ma sarà anche una scoperta sorprendente: appena varcata la soglia, una badessa messicana vi accoglie con un sorriso dolce e spirituale e poi sedendovi, come per un cenno segreto, altre sei si metteranno a sedervisi accanto. Una vi porterà un piccolo vassoio con una bibita e qualche biscotto, un’altra vi sorprenderà con un flash per una foto-ricordo, una terza vi presenterà il libro d’oro per raccogliere un messaggio. In questo monastero, oasi mistica di preghiera latinoamericana, sarete accolti come un re. La bella accoglienza marocchina, così, si coniuga sorprendentemente con il carisma monastico vissuto qui. Solo due restano di guardia nel silenzio della cappellina accanto alla Virgen de Guadalupe, le altre sette vi fanno corona: la fraternità qui ha la precedenza.
Soavi scendono, allora, le parole di madre Julia, che vi rivela il segreto della loro gioia: il desiderio di Chiara d’Assisi di venire un giorno nella terra dell’Islam, come fu per Francesco. Il desiderio risale a otto secoli fa e il giorno è oggi, con loro. “Il nostro impegno è la preghiera vissuta in questo Paese con i voti di castità, povertà, obbedienza e clausura!”, vi dirà, misurando le parole.
Dalle loro mani, poi, escono biscotti e piccole tortillas rotonde, che discretamente entrano nelle case musulmane. Fino a quando qualcuno, raccontano loro, dirà in famiglia: “Abbiamo finito i biscotti delle hermanitas, delle suore!” ed eccolo, allora, di nuovo al monastero. Queste “donne che pregano” sono una grazia per i cristiani, ma anche testimoni di Dio per il popolo musulmano che le sfiora. Sono segno, in fondo, dell’importanza vitale della presenza di Dio nell’esistenza di un essere umano. Volate qui da altro mondo venticinque anni fa, esse non temono la solitudine, ma piuttosto dimenticare il privilegio del sogno di Chiara: essere preghiera in terra musulmana.
In un altro quartiere vi sorprenderà una bella chiesa gotica con le sue altissime guglie, diventata stranamente una moschea. Le statue in parte sono state staccate o sbrecciate dalla pietra e i fedeli musulmani vi entrano con noncuranza, distendendosi su stuoie tra pilastri gotici e volte a sesto acuto. Il quartiere, svuotato della presenza francese, aveva a suo tempo visto naturale questa scelta. Rimane in piedi, però, un altro segno vivente di Cristo: a due passi da qui le suore di Madre Teresa. Verrà ad aprirvi una giovane con un bimbo tra le braccia e poi un’altra con un pancione, un’altra ancora... sono venticique ragazze-madri accolte qui con i loro piccoli.
Vivono come in una grande famiglia, imparano a stare insieme, a trovare un piccolo lavoro, a far crescere il loro bambino. Ad affrontare una vita, in fondo, che per la società musulmana è una vergogna e una maledizione. Ma per le suore di Madre Teresa sono proprio loro, in fondo, a pronunciare quelle parole scritte in grande in cappella accanto al Cristo crocifisso: “I thirst”. Hanno sete di dignità. Una religiosa vi spiegherà, poi, il lungo cammino di riconciliazione con le rispettive famiglie, quando la mamma della ragazza si presenterà forse un giorno per vedere il bambino... Oppure vi dirà quando recentemente, rimandata a casa dall’ospedale, una ragazza partoriva dalle suore mezz’ora prima della messa e una suora indiana faceva ogni cosa benissimo... portando, poi, in cappella il neonato per una benedizione. “Entrare in una chiesa cristiana, ancora prima di una moschea!”, sentivi, allora, esclamare qualcuna, ma poi aggiungere: “Ogni vita è sacra, un dono di Dio: oggi qui l‘abbiamo veramente compreso!”.
Nel popolare quartiere di Hanfa c’è il nido delle suore Francescane missionarie di Maria. Grande, bello, spazioso, tanto da diventare il porto di arrivo di una ventina di esse, vecchie combattenti in prima-linea, in tanti posti diversi in Marocco per quaranta, cinquanta o più anni. All’entrata, vi sorride sulla parete la loro foto-ritratto in grande con una simpatica scritta di benvenuto: un’idea geniale! Poi per i corridoi, alla spicciolata, le incontrerete in carrozzina, appoggiandosi a un bastone o ancora ben dritte nel portamento. Suor Gabrielle da sempre infermiera, ultimamente sulle montagne dell’Atlas, vi dirà di amare tanto i bambini e i malati, aggiungendo quasi come un testamento: “Bisogna amare, accettare fino in fondo gli altri come sono!”. Suor Teresa, portoghese, vi confida, invece, con una punta di orgoglio che il Re l’anno scorso le ha fatto avere tramite il vescovo la medaglia d’onore “Issan Alaouite” insieme a tante altre suore, dopo quarant’anni di servizio negli ospedali: prima volta nella storia! Suor Miriam con la convinzione delle sue settantasette primavere vi annuncerà che il lavoro più importante per un missionario è convertire se stesso: così, fu per lei. Accanto a suor Olga, napoletana, ormai in compagnia del suo Alzheimer, un’altra sorella dall’accento francese le canta con tenerezza il suo pezzo preferito: “O sole mio...”.
A pranzo, poi, alcune ragazze ospiti intonano: “Aggiungi un posto a tavola...”, come preghiera d’inizio, ma una suora belga subito la senti esclamare: “Da noi lo si canta ai funerali!”. Sì, come invito al Signore a fare posto per chi sta arrivando... Nonostante tutto, la serenità e la speranza qui sono regine. E sembra quasi che ogni giorno ognuna canticchi in cuor suo, rivolta a Dio, questo stesso, bel ritornello: Aggiungi un posto a tavola. Per ricevere, finalmente, l’abbraccio del Signore che hanno servito fino alla fine. Nella terra musulmana, che hanno immensamente amato.
Ah... benedette suore di Casablanca!
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martedì 16 agosto 2011

L'Adorazione, l'aspetto più sublime dell'amore (Contributi 497)

Un articolo bello, intenso ed interessante di Suor Gloria Riva da La Bussola:

L'amore di Dio è anche eros e la pienezza dell’eros è l’agape, cioè il desiderio di esserci «esserci per » l'altro.
Sono parole di Benedetto XVI nell’enciclica Deus Caritas est, ma potrebbero stare tranquillamente sulle labbra di un ragazzo dei nostri giorni. Sono parole che la GMG rendono ogni volta urgenti e attuali per il desiderio di amore che questo evento scatena nei giovani. Eppure a queste parole manca qualcosa. Sì, in certo qual modo Benedetto XVI ha dimenticato un aspetto, o meglio ha omesso di parlarne qui in questa enciclica perché è un aspetto ben presente nella vita e nel magistero del Papa: l'amore come adorazione. In un altro suo testo infatti, quello sulla liturgia, papa Ratzinger, parla dell’adorazione come naturale compimento della comunione.
Esiste un affascinate dipinto di Chagall dove risulta evidente che la pienezza dell'amore sta nell'adorazione. Si tratta di un notturno dove il pittore, ritratto in primo piano con la tavolozza dei colori in mano, pensa a Bella, la sua amata che come fiamma azzurra nel cielo arde davanti al panorama di Parigi addormentata. Sullo sfondo, oltre alla luna, si staglia inequivocabile il profilo di Notre Dame. Il dipinto canta alla donna come ponte di comunione con Dio e all’adorazione come modo di comunione più intenso con l’altro, capace di condurre al mistero del Creatore. Adorare, del resto, trova la sua etimologia nel latino ad - os portare cioè la mano alla bocca e baciare. L'aspetto più alto, più sublime dell'amore –anche dell'amore puramente umano - è l'adorazione cui l'altro, con il suo mistero di grazia e di bellezza, provoca. Per questo i giovani hanno la capacità di comprendere e apprezzare l'esperienza dell'adorazione.
Forse per troppo tempo, anche a causa di un culto lautreutico talora esagerato, l'adorazione al Santissimo Sacramento è stata considerata una devozione. In realtà l'adorazione non è affatto una devozione, né può essere paragonata a preghiere pur importanti ed efficaci, come ad esempio la recita del Santo Rosario.
L'adorazione è qualcosa di più.
L'eucaristia, infatti, pur essendo il Sacramento cardine della Chiesa, finirà, la Messa punto focale dell'esperienza cristiana cesserà, poiché nell'eternità, secondo l'insegnamento delle Scritture, vedremo senza veli ciò che qui celebriamo nel Sacramento.
L'adorazione, invece, non finirà, l'adorazione sarà la condizione eterna dei beati.
Nell'eternità noi vivremo adorando. Riportare i giovani al significato ultimo e profondo della propria esistenza coincide con l'avvicinarli al gesto umile e semplice dell'adorazione. Ricordo una sera drammatica del martedì di Pasqua del 2009 quando la nostra chiesa si trovò gremita di giovani imploranti per la vita di una di loro. La notte del lunedì di Pasqua di quell'anno, infatti, cinque ragazzi avevano avuto un grave incidente stradale e una di loro, Elena, era finita all'ospedale in coma. Un folto gruppo di amici si raccolse attorno al Santissimo Sacramento, tutta la notte, per chiedere la grazia della guarigione. Davanti alla luce che scaturiva dall'eucaristia esposta - anche grazie alla testimonianza di una di noi - compresero che quella luce era la stessa che stava contemplando Elena nel silenzio del suo coma. Noi monache raccogliemmo molte lacrime e lo stupore di chi, per la prima volta forse, nella vita sperimentava un Incontro.
Ecco che cosa realizza l'adorazione: la grazia di un Incontro. Toglie la fede dal devozionismo e dal moralismo e la riconsegna all'esperienza grande di una relazione. I giovani possono capire questo meglio di chiunque altro, i giovani hanno bisogno di sapere che esiste questa straordinaria possibilità per la loro vita, è urgente che qualcuno la comunichi loro: amare è dire all’altro Tu puoi non morire, è consegnarlo alla grazia dell’adorazione eterna.
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lunedì 15 agosto 2011

Assunzione B.V. Maria (Angelus 36)

Cari fratelli e sorelle,
Nel cuore del mese di agosto i Cristiani d’Oriente e d’Occidente celebrano congiuntamente la Festa dell’Assunzione di Maria Santissima al Cielo. Nella Chiesa Cattolica, il dogma dell’Assunzione – come è noto – fu proclamato durante l’Anno Santo del 1950 dal mio venerato predecessore il Servo di Dio Papa Pio XII. Tale memoria, però, affonda le sue radici nella fede dei primi secoli della Chiesa.
In Oriente, viene chiamata ancora oggi "Dormizione della Vergine". In un antico mosaico della Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma, che si ispira proprio all’icona orientale della "Dormitio", sono raffigurati gli Apostoli che, avvertiti dagli Angeli della fine terrena della Madre di Gesù, sono raccolti attorno al letto della Vergine. Al centro c’è Gesù che tiene fra le braccia una bambina: è Maria, divenuta "piccola" per il Regno, e condotta dal Signore al Cielo.
Nella pagina del Vangelo di San Luca della liturgia odierna, abbiamo letto che Maria "in quei giorni si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda" (Lc 1,39). In quei giorni Maria si affrettava dalla Galilea verso una cittadina vicino a Gerusalemme, per andare a trovare la parente Elisabetta. Oggi la contempliamo salire verso la montagna di Dio ed entrare nella Gerusalemme celeste, "vestita di sole, con la luna sotto i piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle" (Ap 12,1).
La pagina biblica dell’Apocalisse, che leggiamo nella liturgia di questa Solennità, parla di una lotta tra la donna e il drago, tra il bene e il male. San Giovanni sembra riproporci le primissime pagine del libro della Genesi, che narrano la vicenda tenebrosa e drammatica del peccato di Adamo ed Eva. I nostri progenitori furono sconfitti dal maligno; nella pienezza dei tempi, Gesù, nuovo Adamo, e Maria, nuova Eva, vincono definitivamente il nemico, e questa è la gioia di questo giorno! Con la vittoria di Gesù sul male, anche la morte interiore e fisica sono sconfitte. Maria è stata la prima a prendere in braccio il Figlio di Dio, Gesù, divenuto bambino, ora è la prima ad essere accanto a Lui nella Gloria del Cielo. E’ un mistero grande quello che oggi celebriamo, è soprattutto un mistero di speranza e di gioia per tutti noi: in Maria vediamo la meta verso cui camminano tutti coloro che sanno legare la propria vita a quella di Gesù, che lo sanno seguire come ha fatto Maria. Questa festa parla allora del nostro futuro, ci dice che anche noi saremo accanto a Gesù nella gioia di Dio e ci invita ad avere coraggio, a credere che la potenza della Risurrezione di Cristo può operare anche in noi e renderci uomini e donne che ogni giorno cercano di vivere da risorti, portando nell’oscurità del male che c’è nel mondo, la luce del bene.
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domenica 14 agosto 2011

Grandi cose ha fatto per me (Interventi 102)

Un articolo di Mons. Roberto Brunelli sulla solennità di domani.

"Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente", dice Maria nel suo cantico di lode a Dio, che si legge nel vangelo di oggi e che molti conoscono con la prima parola della sua traduzione in latino, "Magnificat". Le "grandi cose" che l'Onnipotente, vale a dire Colui per il quale nulla è impossibile, ha fatto per l'umile donna di Nazaret, sono quelle che i cristiani celebrano ogni anno con apposite feste. Per limitarci alle tre principali, tra loro connesse, al centro sta quella relativa alla divina maternità: fatto unico, che non si era mai visto né si vedrà mai più. Per dare al mondo il Redentore, tra tutte le donne Dio ha scelto lei come madre del suo Figlio; Colui che legge le menti e i cuori ha visto la fede a tutta prova e la totale disponibilità di questa giovane donna ad assecondare il suo progetto di salvezza per tutti gli uomini. La divina maternità, centro e fondamento dell'importanza di Maria, è celebrata ogni anno il 1° gennaio. In vista poi del fatto che sarebbe diventata la madre del suo Figlio, Dio l'ha preservata sin dal suo concepimento dalla macchia con cui ogni uomo entra in questo mondo: ecco la festa dell'Immacolata, l'8 dicembre. E poiché il suo corpo ha dato un corpo al Figlio di Dio, ecco la festa di oggi, il cui significato è espresso così nei testi della Messa: "Tu (Dio) non hai voluto che conoscesse la corruzione del sepolcro colei che ha generato il Signore della vita".
Davvero grandi cose ha fatto per lei l'Onnipotente.
Ma la festa dell'Assunta, come ogni altra festa cristiana, non è soltanto contemplazione delle opere di Dio: riguarda anche quanti la celebrano. Dice sempre la liturgia di oggi: "(In lei, Signore,) hai fatto risplendere per il tuo popolo, pellegrino sulla terra, un segno di consolazione e di sicura speranza". Il cristiano è un pellegrino, che cammina nel tempo avendo chiara la meta, la vita eterna con Dio; Maria è lo specchio in cui si riflette la possibilità che Dio offre a tutti di raggiungere la meta, come è già avvenuto per lei. E questo manifesta che non solo per Maria Dio ha fatto "grandi cose": le ha fatte e le fa anche per chiunque cerchi di condividere la sua fede e la sua disponibilità. Ogni credente può riferire a sé le parole della Madre di Dio, se solo ricorda che l'Onnipotente gli ha dato la vita, lo ammette alla sua amicizia, gli dà un futuro con lui.
Specificamente, come ha glorificato il corpo di Maria, Dio intende fare altrettanto per noi, nei tempi e nei modi che solo lui conosce, perché anche il corpo dell'uomo ha valore ai suoi occhi. Importante è salvarsi l'anima, si dice comunemente; ma è sbagliato: Dio ha creato non l'anima, ma la persona, composta di anima e corpo, e nulla di quanto egli ha creato sfugge alle sue cure o è privo di rilievo. La festa di oggi suona così anche come richiamo ad un atteggiamento corretto verso il corpo, troppo spesso oggetto di attenzioni squilibrate, con forzature di ogni sorta: da un lato cosmetici, lifting, palestra e quant'altro, nel tentativo talora patetico di annullare i segni del tempo che passa; dall'altro la noncuranza, quando non il disprezzo, del corpo altrui, cui si infliggono violenze, fame, abusi e sfruttamento.
Il corpo dell'uomo ha in sé una dignità non inferiore a quella del corpo glorificato di Maria. E allora torna utile riflettere su un episodio riferito dall'evangelista Luca (11,27-28). Una volta, dalla folla in ascolto di Gesù, una donna espresse ad alta voce la sua ammirazione: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!" Ma egli disse: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!"
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Domenica 20^ t.o. (Angelus 35)

Cari fratelli e sorelle,
il brano evangelico di questa domenica inizia con l’indicazione della regione dove Gesù si stava recando: Tiro e Sidone, a nord-ovest della Galilea, terra pagana. Ed è qui che Egli incontra una donna cananea, che si rivolge a Lui chiedendoGli di guarire la figlia tormentata da un demonio (cfr Mt 15,22).
Già in questa richiesta, possiamo ravvisare un inizio del cammino di fede, che nel dialogo con il divino Maestro cresce e si rafforza. La donna non ha timore di gridare a Gesù "Pietà di me", un’espressione che ricorre nei Salmi (cfr 50,1), lo chiama "Signore" e "Figlio di Davide" (cfr Mt 15,22), manifesta così una ferma speranza di essere esaudita.
Qual è l’atteggiamento del Signore di fronte a quel grido di dolore di una donna pagana? Può sembrare sconcertante il silenzio di Gesù, tanto che suscita l’intervento dei discepoli, ma non si tratta di insensibilità al dolore di quella donna.
Sant’Agostino commenta giustamente: "Cristo si mostrava indifferente verso di lei, non per rifiutarle la misericordia, ma per infiammarne il desiderio" (Sermo 77, 1: PL 38, 483).
L’apparente distacco di Gesù, che dice "Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele" (v. 24), non scoraggia la cananea, che insiste: "Signore, aiutami!" (v. 25). E anche quando riceve una risposta che sembra chiudere ogni speranza - "Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini" (v. 26) -, non desiste. Non vuole togliere nulla a nessuno: nella sua semplicità e umiltà le basta poco, le bastano le briciole, le basta solo uno sguardo, una buona parola del Figlio di Dio. E Gesù rimane ammirato per una risposta di fede così grande e le dice: "Avvenga per te come desideri" (v. 28)
Cari amici, anche noi siamo chiamati a crescere nella fede, ad aprirci e ad accogliere con libertà il dono di Dio, ad avere fiducia e gridare anche a Gesù "donaci la fede, aiutaci a trovare la via!". È il cammino che Gesù ha fatto compiere ai suoi discepoli, alla donna cananea e agli uomini di ogni tempo e popolo, a ciascuno di noi.
La fede ci apre a conoscere e ad accogliere la reale identità di Gesù, la sua novità e unicità, la sua Parola, come fonte di vita, per vivere una relazione personale con Lui. Il conoscere della fede cresce, cresce con il desiderio di trovare la strada, ed è finalmente un dono di Dio, che si rivela a noi non come una cosa astratta senza volto e senza nome, ma la fede risponde a una Persona, che vuole entrare in un rapporto di amore profondo con noi e coinvolgere tutta la nostra vita.
Per questo ogni giorno il nostro cuore deve vivere l’esperienza della conversione, ogni giorno deve vedere il nostro passare dall’uomo ripiegato su stesso, all’uomo aperto all’azione di Dio, all’uomo spirituale (cfr 1Cor 2, 13-14), che si lascia interpellare dalla Parola del Signore e apre la propria vita al suo Amore.
Cari fratelli e sorelle, alimentiamo quindi ogni giorno la nostra fede, con l’ascolto profondo della Parola di Dio, con la celebrazione dei Sacramenti, con la preghiera personale come "grido" verso di Lui e con la carità verso il prossimo. Invochiamo l’intercessione della Vergine Maria, che domani contempleremo nella sua gloriosa assunzione al cielo in anima e corpo, perché ci aiuti ad annunciare e testimoniare con la vita la gioia di aver incontrato il Signore.
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Padre Busa, un quasi secolo di bit e tomistica (Contributi 496)

Il 9 di agosto, all'età di 97 anni, si è spento il gesuita Roberto Busa. Per comprendere chi fosse e qual'è il debito di gratitudine che abbiamo nei suoi confronti, vi lasico a quest'articolo di MArio Gargantini tratto da Il Sussidiario e ripreso anche, come editoriale da Samizdat On Line:

Padre Roberto Busa ci ha lasciati a pochi giorni dal Meeting di Rimini, quel Meeting che l’aveva visto presente per diversi anni a partire dal 1998: dapprima come poliedrico relatore (il suo primo intervento aveva il significativo titolo: “Tecnologie, ruscelli di sapienza. Ossia, il coraggio della certezza”); poi come visitatore attento e curioso, con lo sguardo aperto di chi non smette di imparare e con la semplicità stupita tipica del bambino e insieme del sapiente.
Ogni incontro, ogni mostra, era un’occasione per quell’esperienza che non aveva remore a definire di “meditazione”: e dopo qualche minuto di osservazione, di ascolto e di riflessione ecco arrivare la domanda arguta, la notazione penetrate, la puntualizzazione profonda.
Forse quella della profondità, tra le tante caratteristiche con cui lo possiamo ricordare, è quella che più colpiva in lui: una profondità che pescava in uno sconfinato patrimonio di conoscenze linguistiche, scientifiche, filosofiche, teologiche; ma che, soprattutto, attingeva alla fonte di una fede limpida e robusta, vissuta come esperienza gioiosa e libera, che spalanca alla realtà in tutte le sue dimensioni e abilita a un’esplorazione senza confini.
Di territori (conoscitivi, ma anche geografici, nei numerosi viaggi) ne ha esplorati parecchi, ma a partire dal continente al quale ha dedicato la maggior parte del suo instancabile lavoro e che gli era più caro: quello della parola. E perciò quello dell’uomo che, solo tra i viventi, l’ha ricevuta in dono e che condensa nelle espressioni verbali la drammaticità della sua esistenza e il suo inesauribile bisogno di felicità.
Padre Busa vedeva nel linguaggio il manifestarsi di alcune certezze primigenie che stanno alla radice di ogni espressione umana e che vengono prima di qualsiasi parola e gesto. Ogni conoscenza, ogni autentico progresso, non può germogliare e fiorire se non sotto la spinta di quelle forze interiori costitutive dello spirito umano che egli chiamava “ontologia generativa”; è da qui che prende alimento ogni attività umana, compresa la scrittura del software, la programmazione dei robot, la gestione delle grandi reti di telecomunicazione.
Linguistica sarebbe la disciplina nella quale collocare la sua opera, ma è evidente che la definizione accademica è troppo stretta per identificare il gigantesco studio che l’ha portato a fondare l’informatica linguistica. Uno studio iniziato in sordina nel 1941, presso la Pontificia Università Gregoriana, con la paziente analisi del termine “in”, preposizione e prefisso, in alcuni testi di san Tommaso per i quali compila a mano (non esistevano ancora i PC) un totale di 10.000 schede.
L’informatica, però, è prossima al debutto e padre Busa vi entra da una delle porte principali, trovandosi proiettato, nel 1949, in uno dei templi della nascente tecnologia: è a New York, dove riesce a convincere l’IBM a sostenere il suo progetto di analisi computerizzata integrale del lessico di san Tommaso.
Una proposta originale, dato che lo sviluppo del computer sembrava indirizzato esclusivamente al calcolo numerico ed erano impensabili applicazioni ad altri campi del sapere. Parte così la monumentale opera che porterà all’Index Thomisticus e che farà di padre Busa il pioniere del Digital Humanities (impiego di macchine per studi umanistici). Tra 1949 e il 1980, alla guida di equipe di ricercatori entusiasti dislocati tra l’Aloisianum di Gallarate (centro dell’operazione), Milano, Pisa, Venezia e Boulder (Colorado), padre Busa esamina puntualmente undici milioni di parole latine e altrettante in 22 altre lingue e 8 alfabeti, per arrivare alla fotocomposizione computerizzata e alla pubblicazione dei 56 volumi dell’Index: 39 volumi di concordanze, 10 di indici con 86 tavole di diverse classificazioni lessicali.
Nel frattempo, il panorama dell’informatica si sta trasformando: cresce la potenza di elaborazione dei computer, il dialogo uomo-macchina diventa più familiare e si aprono gli insospettati scenari applicativi della multimedialità. Padre Busa è sempre in prima fila e porta con sé nei nuovi spazi dell’informatica “il suo san Tommaso”: l’Index va su CD Rom e diventa un archivio elettronico da 1,6 Gigabyte sul quale ogni frase dell’opera dell’Aquinate può essere analizzata a livello grafico, morfologico, sintattico e lessicale
Intanto altre imprese si preparano al decollo. Come il Lessico Tomistico Biculturale (LTB), progettato fin dal 1973 e sempre sostenuto dall’associazione CAEL, appositamente costituita “per la computerizzazione delle analisi ermeneutiche e lessicologiche”. Col progetto LTB intendeva tradurre le voci di san Tommaso, quale espressione e sintesi dei primi 40 secoli della cultura mediterranea, nelle voci corrispondenti di varie lingue del nostro tempo. Un’impresa ardua, ma non impossibile, che si colloca nel più generale filone della cosiddetta traduzione automatica: un obiettivo che ha mobilitato, finora con esiti deludenti, università, grandi imprese e governi e che diventa di stringente attualità con la diffusione capillare di Internet.
Non è stato difficile per padre Busa sintonizzarsi su queste frequenze; al punto da raccogliere e rilanciare un’altra e più impegnativa sfida, denominata delle “Lingue Disciplinate” (LD), basata sulla microanalisi linguistica sperimentata nell’Index e progettata per LTB. L’idea è di andare alle radici di ogni lingua per realizzarne la fusione in un unico sistema lessicologico di lingue intercambiabili: una sorta di rovesciamento della torre di Babele, nella convinzione che “la babele linguistica sta nei segni dell’espressione, non nei pensieri o concetti” i quali poggiano su un’unica “logica di fondo, luce di ogni uomo”.
Per chi, ci auguriamo, potrà continuare la sua opera, il riferimento a questo cuore unitario dell’uomo resterà la stella polare della ricerca. Per chi come noi ha avuto la gioia della sua amicizia, resta il ricordo di chi ha saputo non solo superare il presunto contrasto tra scienza tecnica e cristianesimo, ma di trasfigurarlo in una positiva interazione a partire dalla propria esperienza quotidiana: padre Busa amava affermare che gli capitò di essere il pioniere dell’informatica testuale non benché ma perché sacerdote gesuita, interessato a tutto l’uomo e perennemente pronto a lanciarsi nella ricerca più esaltante e vertiginosa: quella dei “disegni nascosti nel Mistero”.
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venerdì 12 agosto 2011

Lʼinvasione del divino (Contributi 495)

Un esempio di pensiero cristiano, di semplice stupore che coglie ogni aspetto della realtà, in questo articolo di Luisella Saro tratto da Cultura Cattolica:

E’ bello il tempo dell’estate: è un tempo lento. Puoi guardare le cose e le persone con più attenzione, puoi fermarti a scambiare quattro chiacchiere senza la dittatura dell’orologio, vera o presunta che sia. Ed è in questo tempo lento, in questo sguardo meno frettoloso e superficiale, che puoi scoprire, se lo vuoi, i dettagli. Nelle cose, nelle situazioni, nelle persone. Come l’altro giorno, al bar. Mentre, sola, stavo sfogliando il quotidiano, in attesa del caffè, è entrato il titolare del negozio di giocattoli che si trovava in piazza, accanto a casa mia, e che è ormai chiuso da anni. Al suo posto, ora, una banca.
Con lui, la moglie e l’ultimo dei quattro nipotini. Tra poco compirà tre anni.
Ho posato il giornale ed abbiamo iniziato a parlare. Come se io fossi ancora la bambina che ero, quando, nasetto all’insù, entravo a fantasticare tra i giochi. E con la stessa confidenza di sempre, anche se ci si incrocia solo di rado.
Raccontavo di me, della mia vita ora, e intanto osservavo questi nonni sorridenti e premurosi verso il nipotino, vispo e curioso com’è giusto che sia alla sua età.
Abbiamo bevuto, insieme, il caffè, ed è stato allora che ho notato, all’anulare sinistro di questo signore, una “decina” del rosario. Non un anello. Una coroncina che teneva stretta e che ogni tanto, col pollice, faceva avanzare di un passetto.
L’ho guardata e l’ho guardato.
“Ce l’ho sempre con me”, mi ha detto, “perché l’Ave o Maria, l’invocazione alla Vergine accompagna tutti i momenti di tutte le mie giornate. Non so quanti rosari recito, in un giorno… Prego mentre sono in bicicletta, mentre faccio la fila alla posta o al supermercato, mentre cammino… Prego perché non posso stare senza sentire, qui, accanto a me, la presenza della Madonna. Perché è la preghiera che ci tiene in comunione con il Cielo e con la terra…”.
Mentre la moglie lo ascoltava, nelle labbra, appena accennato, lieve le è comparso un sorriso, e i suoi occhi emanavano una pace e una luce che non diresti possibile in una madre che un giorno di tanti anni fa ha perso, in un incidente in moto, un figlio diciassettenne, all’epoca appena più giovane di me.
Nel poco tempo trascorso insieme, un po’ ascoltavo lui, un po’ gli guardavo la mano sinistra e questa sua inseparabile decina del rosario, un po’ incrociavo lo sguardo dolce e sereno della moglie (eppure il cuore, mi dicevo… chissà come continua a sanguinarle, in mezzo al petto, il cuore…).
E intanto che li osservavo e ascoltavo la delicata tenacia di quest’uomo nel ripetermi che “però c’è modo e modo di pregare, che non serve a niente sgranare Ave o Maria pensando ad altro, e che la preghiera vera è quella fatta col cuore”, mi rendevo conto che solo in quel momento stavo comprendendo davvero, e cioè nel profondo, le parole di papa Paolo VI, che amava ricordare che “il tempo della preghiera non è evasione, ma ‘in-vasione’ del divino nella vita”.
Guardandoli, ho compreso: solo quando la fede diventa esperienza capace di dare senso a tutto, perché “tiene insieme tutto”, proprio come quella coroncina, è possibile guardare al passato, al presente e al futuro con la certezza di un disegno misterioso eppure “buono”. Non esistono in commercio rimmel, o eye liner, o lenti a contatto in grado di rendere “così” gli occhi di una madre che abbia perso un figlio!
Abbiamo bevuto insieme il caffè e poi ciascuno si è apprestato a continuare la sua strada. Il piccolo è salito in bicicletta, nel seggiolino dietro, e ci siamo salutati.
“Racconta alla signora Luisella dove andiamo adesso”, ha detto la nonna rivolgendosi al nipotino. “Andiamo a salutare lo zio Giovanni!”, ha risposto lui: occhi furbissimi e un sorrisone.
Lo zio Giovanni: questo zio che non c’è più, perché gli hanno spiegato che è in Cielo, in braccio alla Madonna, ma che tutti i giorni si può andare a salutare. Non è nascosto, dimenticato, come si fa con i brutti pensieri dai quali cercare in ogni modo di distrarsi. Continua ad essere presente in tutti e una compagnia per tutti. Nei genitori e per i genitori; nelle due sorelle. Anche per i quattro nipotini che mai l’hanno visto. Presente in quella misteriosa eppur concretissima “comunione tra Cielo e terra”, possibile solo grazie alla preghiera.
Li saluto con la mano e seguo con lo sguardo le bici che partono. Ciascuno andrà a fare le cose che deve fare, penso. A vivere la vita che non siamo noi a scegliere, ma che ci è data.
Le nostre biciclette prendono strade diverse, eppure il cuore mi dice che la meta è la stessa.
In questo tempo lento dell’estate, nel dettaglio di una “decina” del rosario, inseparabile compagna di cammino, ho visto che “si può vivere così”: come questo papà e questa mamma. Come questo nonno e questa nonna. In pace con la vita e con la morte. Conviene.
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