Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

venerdì 12 ottobre 2012

Appello per la Parrocchia di San Giovanni Battista (AQ) (Contributi 744)

Considero amica pur non avendola mai incontrata personalmente la persona che mi ha mandato (già da qualche giorno) l'appello che segue e che riporto integralmente dal suo blog. Chiunque possa fare qualunque cosa, dalla preghiera al finanziare (da 1 euro a infinito) si muova liberamente e generosamente, magari coinvolgendo amici e parroci. 
Il blog riporta a sua volta l'appello giunto alla mia amica e che, pubblicandolo, faccio anche mio... 

Oggi pomeriggio il mio parroco, don Ramon Mangili, bergamasco doc ma con il cuore ormai aquilano, ha convocato tutti i collaboratori parrocchiali, si pensava per un anticipato rinizio d’anno. Purtroppo la realtà è stata diversa, un cazzotto dal quale ancora dobbiamo riprenderci. Necessita una breve premessa. Sapete che sono aquilana, e quindi “terremotata” (virgoletto perchè ormai è diventato uno status sociale, e la cosa mi ripugna). La mia chiesa parrocchiale è inagibile da quel dì di 3 anni fa, e da ottobre 2009 abbiamo una grande tensostruttura donataci dal Comune di Roma, che con il tempo abbiamo cercato di rendere il più possibile somigliante ad una Chiesa. E ci siamo riusciti. Abbiamo il Tabernacolo, e perfino un confessionale!! L’interno è stato rivestito di legno, curiamo i fiori all’esterno e quest’estate uomini di buona volontà hanno anche costruito una tettoia esterna sempre in legno per evitare che quando piove non entri l’acqua fin dentro. 
Ma la grande nevicata dell’inverno passato ha messo a dura prova la struttura, che ha ceduto in alcuni punti sul tetto, ma ciò che è peggio è che per evitarne il crollo il riscaldamento ( che va a gasolio) è stato acceso giorno e notte per 2 mesi circa, il tutto per 6.000 € che si sono sommati ad una situazione economica drammatica. Questo tendone tra Enel e riscaldamento, insieme ai 5 container che abbiamo per le nostre attività di catechismo e quant’altro, ha un costo esorbitante che ormai non riusciamo più a gestire. Non abbiamo più soldi, e la Curia aquilana non può aiutarci. Da qui la decisione di don Ramon: se non si trovano fondi, dovremo smontare la tensostruttura prima dell’inverno. Non avremo più una chiesa, nella parrocchia più grande dell’Aquila. Ora potrei scrivere pagine e pagine sull’emergenza sociale e giovanile di questa città dimenticata, sull’importanza di una parrocchia come la nostra che ha ricominciato a lavorare dal maggio 2009 nelle tendopoli del quartiere ( ben 4!!!) con scuola estiva, attività ludiche, messa quotidiana, sostegno agli anziani. Potrei deliziarvi ( si fa per dire) con racconti dell’orrore su tredicenni che si prostituiscono nei centri commerciali, o si ubriacano in un centro che è morto, dove le famiglie sono disgregate, gli anziani si suicidano, tutto nel più totale silenzio. Ma questo è niente al pensiero che una comunità di quasi 8.000 persone non avrà una Chiesa dove celebrare l’Eucarestia, fosse anche un tendone. Ormai ci siamo affezionati, è diventata la nostra Casa comune, con il freddo gelido o il caldo insopportabile, sempre lì, ciascuno secondo i propri carismi e il proprio tempo, a lavorare per il Signore. Ecco, questo è il dramma vero della mia parrocchia. Perchè vi scrivo? Perchè chi può, chi vuole, chi se la sente si faccia promotore presso la propria parrocchia, o un gruppo di preghiera o un’associazione etc etc per darci una mano. Ci servono soldi, e io mi sento morire a scrivere questa cosa in un momento di crisi per tutti, ma vi prego, aiutateci a poter mantenere la nostra Tenda-Chiesa. A svernare anche questa volta, e poi Dio provvederà. In questi 3 anni il nostro parroco è stato una roccia, e se la comunità, anche se a fatica, si sta ricompattando è perchè davvero don Ramon è stato prezioso strumento nelle mani del Signore per tutti noi. Oggi abbiamo visto un uomo affranto, dispiaciuto, lì lì per mollare tutto. Non riesco, stranamente perchè la parola scritta mi è congeniale più di quella parlata, a darvi contezza del sordo dolore che proviamo: la maggior parte di noi ha perso davvero tanto quella maledetta notte, e quella Chiesa a foma di Tendone, che nulla ha di artistico ma dove è contenuta l’opera mirabile di Dio che è suo Figlio fattosi carne per noi, è stata in questi 3 anni IL punto di riferimento, il faro, la luce nel buio del dolore e dello smarrimento. 
A nome della comunità di San Giovanni Battista di L’Aquila vi ringrazio perchè so comunque che pregherete per noi perchè si manifesti la Provvidenza in questa situazione. E se qualcuno di voi vuole/può farsi strumento di tale provvidenza, non potemmo mai finire di ringraziarlo. Una sottoscrizione nel quartiere, o una piccola raccolta in parrocchia, o nel luogo di lavoro…..l’oceano è fatto di gocce, diceva una grande santa,e ogni goccia è importante. 
Grazie per l’attenzione, e soprattuto pregate per noi. Che Dio vi benedica davvero, perchè so nel mio cuore che ognuno di voi ci sarà vicino come potrà.E se sarà nella preghiera, sarà già tutto. 
Un abbraccio in Cristo, Maria Cristina Teti 

Comunicazione di Don Ramon del 25/09/2012: 
Una delle possibili soluzioni è quella di far “adottare la nostra tenda-Chiesa”da parrocchie fuori l’Aquila con un contributo di € 100,00 mensili per la durata di tre anni. Questo ci consente di sopravvivere (a seconda del numero di parrocchie che riusciremo a trovare disponibili) almeno sino al completamento dei lavori della Chiesa di sant’Antonio che prevedono, dalla partenza dei lavori non ancora definito, due anni di lavori. 
Trovando disponibilità di parrocchie per loro non sarà un impegno gravosissimo, per noi significa riuscire ad andare avanti, il tutto per un totale di 3.600,00 euro in tre anni. Per andare avanti si dovrebbero trovare almeno 15 parrocchie disponibili, nel caso in cui se ne trovassero il doppio la quota la possiamo dimezzare a 50,00 euro mensili (ancora meglio!) e così via. 
Pertanto vi chiedo laddove aveste conoscenze, parenti, amici in parrocchie al di fuori dell’Aquila di parlare direttamente voi con i relativi parroci o curati, o attraverso vostri parenti/amici, al fine di non far cadere nel vuoto le parole scritte. 
I dati che servono sono i seguenti: 
conto corrente intestato a Parrocchia san Giovanni Battista 
Codice IBAN: IT62L0539003600000000000470 
presso BANCA POPOLARE DELL’ETRURIA E DEL LAZIO 
VIA CORRADO IV, 90/98 -67100 L’AQUILA- 
Se qualche Parrocchia aderisse fatevi dare i contatti utili al fine di poter comunicare con loro, tenerli aggiornati sugli sviluppi e far sapere loro come stiamo usando la loro generosità nei nostri confronti. 
Fraternamente grazie. 

il Parroco, 
Sac. Mangili Ramon, 
parrocchiasgb@yahoo.it
cell. 3386450774 
Il sito web della parrocchia è: www.sangiovannibattista.eu
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giovedì 11 ottobre 2012

Anno della Fede, Omelia di Benedetto XVI per apertura anno (Contributi 743)

Venerati Fratelli,
cari fratelli e sorelle!

Con grande gioia oggi, a 50 anni dall’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, diamo inizio all’Anno della fede. Sono lieto di rivolgere il mio saluto a tutti voi, in particolare a Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca di Costantinopoli, e a Sua Grazia Rowan Williams, Arcivescovo di Canterbury. Un pensiero speciale ai Patriarchi e agli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali Cattoliche, e ai Presidenti delle Conferenze Episcopali. Per fare memoria del Concilio, che alcuni di noi qui presenti – che saluto con particolare affetto - hanno avuto la grazia di vivere in prima persona, questa celebrazione è stata arricchita di alcuni segni specifici: la processione iniziale, che ha voluto richiamare quella memorabile dei Padri conciliari quando entrarono solennemente in questa Basilica; l’intronizzazione dell’Evangeliario, copia di quello utilizzato durante il Concilio; la consegna dei sette Messaggi finali del Concilio e quella del Catechismo della Chiesa Cattolica, che farò al termine, prima della Benedizione. Questi segni non ci fanno solo ricordare, ma ci offrono anche la prospettiva per andare oltre la commemorazione. Ci invitano ad entrare più profondamente nel movimento spirituale che ha caratterizzato il Vaticano II, per farlo nostro e portarlo avanti nel suo vero senso. E questo senso è stato ed è tuttora la fede in Cristo, la fede apostolica, animata dalla spinta interiore a comunicare Cristo ad ogni uomo e a tutti gli uomini nel pellegrinare della Chiesa sulle vie della storia.

L’Anno della fede che oggi inauguriamo è legato coerentemente a tutto il cammino della Chiesa negli ultimi 50 anni: dal Concilio, attraverso il Magistero del Servo di Dio Paolo VI, il quale indisse un «Anno della fede» nel 1967, fino al Grande Giubileo del 2000, con il quale il Beato Giovanni Paolo II ha riproposto all’intera umanità Gesù Cristo quale unico Salvatore, ieri, oggi e sempre. Tra questi due Pontefici, Paolo VI e Giovanni Paolo II, c’è stata una profonda e piena convergenza proprio su Cristo quale centro del cosmo e della storia, e sull’ansia apostolica di annunciarlo al mondo. Gesù è il centro della fede cristiana. Il cristiano crede in Dio mediante Gesù Cristo, che ne ha rivelato il volto. Egli è il compimento delle Scritture e il loro interprete definitivo. Gesù Cristo non è soltanto oggetto della fede, ma, come dice la Lettera agli Ebrei, è «colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (12,2).

Il Vangelo di oggi ci dice che Gesù Cristo, consacrato dal Padre nello Spirito Santo, è il vero e perenne soggetto dell’evangelizzazione. «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (Lc 4,18). Questa missione di Cristo, questo suo movimento continua nello spazio e nel tempo, attraversa i secoli e i continenti. E’ un movimento che parte dal Padre e, con la forza dello Spirito, va a portare il lieto annuncio ai poveri di ogni tempo – poveri in senso materiale e spirituale. La Chiesa è lo strumento primo e necessario di questa opera di Cristo, perché è a Lui unita come il corpo al capo. «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). Così disse il Risorto ai discepoli, e soffiando su di loro aggiunse: «Ricevete lo Spirito Santo» (v. 22). E’ Dio il principale soggetto dell’evangelizzazione del mondo, mediante Gesù Cristo; ma Cristo stesso ha voluto trasmettere alla Chiesa la propria missione, e lo ha fatto e continua a farlo sino alla fine dei tempi infondendo lo Spirito Santo nei discepoli, quello stesso Spirito che si posò su di Lui e rimase in Lui per tutta la vita terrena, dandogli la forza di «proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista», di «rimettere in libertà gli oppressi» e di «proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).

Il Concilio Vaticano II non ha voluto mettere a tema la fede in un documento specifico. E tuttavia, esso è stato interamente animato dalla consapevolezza e dal desiderio di doversi, per così dire, immergere nuovamente nel mistero cristiano, per poterlo riproporre efficacemente all’uomo contemporaneo. Al riguardo, così si esprimeva il Servo di Dio Paolo VI due anni dopo la conclusione dell’Assise conciliare: «Se il Concilio non tratta espressamente della fede, ne parla ad ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa le sue dottrine. Basterebbe ricordare [alcune] affermazioni conciliari (…) per rendersi conto dell’essenziale importanza che il Concilio, coerente con la tradizione dottrinale della Chiesa, attribuisce alla fede, alla vera fede, quella che ha per sorgente Cristo e per canale il magistero della Chiesa» (Catechesinell’Udienza generale dell’8 marzo 1967). Così Paolo VI nel '67.

Ma dobbiamo ora risalire a colui che convocò il Concilio Vaticano II e che lo inaugurò: il Beato Giovanni XXIII. Nel Discorso di apertura, egli presentò il fine principale del Concilio in questi termini: «Questo massimamente riguarda il Concilio Ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito ed insegnato in forma più efficace. (…) Lo scopo principale di questo Concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina… Per questo non occorreva un Concilio… E’ necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo» (AAS 54 [1962], 790.791-792). Così Papa Giovanni nell'inaugurazione del Concilio.

Alla luce di queste parole, si comprende quello che io stesso allora ho avuto modo di sperimentare: durante il Concilio vi era una tensione commovente nei confronti del comune compito di far risplendere la verità e la bellezza della fede nell’oggi del nostro tempo, senza sacrificarla alle esigenze del presente né tenerla legata al passato: nella fede risuona l’eterno presente di Dio, che trascende il tempo e tuttavia può essere accolto da noi solamente nel nostro irripetibile oggi. Perciò ritengo che la cosa più importante, specialmente in una ricorrenza significativa come l’attuale, sia ravvivare in tutta la Chiesa quella positiva tensione, quell’anelito a riannunciare Cristo all’uomo contemporaneo. Ma affinché questa spinta interiore alla nuova evangelizzazione non rimanga soltanto ideale e non pecchi di confusione, occorre che essa si appoggi ad una base concreta e precisa, e questa base sono i documenti del Concilio Vaticano II, nei quali essa ha trovato espressione. Per questo ho più volte insistito sulla necessità di ritornare, per così dire, alla «lettera» del Concilio – cioè ai suoi testi – per trovarne l’autentico spirito, e ho ripetuto che la vera eredità del Vaticano II si trova in essi. Il riferimento ai documenti mette al riparo dagli estremi di nostalgie anacronistiche e di corse in avanti, e consente di cogliere la novità nella continuità. Il Concilio non ha escogitato nulla di nuovo come materia di fede, né ha voluto sostituire quanto è antico. Piuttosto si è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento.

Se ci poniamo in sintonia con l’impostazione autentica, che il Beato Giovanni XXIII volle dare al Vaticano II, noi potremo attualizzarla lungo questo Anno della fede, all’interno dell’unico cammino della Chiesa che continuamente vuole approfondire il bagaglio della fede che Cristo le ha affidato. I Padri conciliari volevano ripresentare la fede in modo efficace; e se si aprirono con fiducia al dialogo con il mondo moderno è proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano. Invece, negli anni seguenti, molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse deldepositum fidei, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità.

Se oggi la Chiesa propone un nuovo Anno della fede e la nuova evangelizzazione, non è per onorare una ricorrenza, ma perché ce n’è bisogno, ancor più che 50 anni fa! E la risposta da dare a questo bisogno è la stessa voluta dai Papi e dai Padri del Concilio e contenuta nei suoi documenti. Anche l’iniziativa di creare un Pontificio Consiglio destinato alla promozione della nuova evangelizzazione, che ringrazio dello speciale impegno per l’Anno della fede, rientra in questa prospettiva. In questi decenni è avanzata una «desertificazione» spirituale. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, al tempo del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. E’ il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza. La fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo. Oggi più che mai evangelizzare vuol dire testimoniare una vita nuova, trasformata da Dio, e così indicare la strada. La prima Lettura ci ha parlato della sapienza del viaggiatore (cfr Sir 34,9-13): il viaggio è metafora della vita, e il sapiente viaggiatore è colui che ha appreso l’arte di vivere e la può condividere con i fratelli – come avviene ai pellegrini lungo il Cammino di Santiago, o sulle altre Vie che non a caso sono tornate in auge in questi anni. Come mai tante persone oggi sentono il bisogno di fare questi cammini? Non è forse perché qui trovano, o almeno intuiscono il senso del nostro essere al mondo? Ecco allora come possiamo raffigurare questo Anno della fede: un pellegrinaggio nei deserti del mondo contemporaneo, in cui portare con sé solo ciò che è essenziale: non bastone, né sacca, né pane, né denaro, non due tuniche – come dice il Signore agli Apostoli inviandoli in missione (cfr Lc 9,3), ma il Vangelo e la fede della Chiesa, di cui i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II sono luminosa espressione, come pure lo è il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato 20 anni or sono.

Venerati e cari Fratelli, l’11 ottobre 1962 si celebrava la festa di Maria Santissima Madre di Dio. A Lei affidiamo l’Anno della fede, come ho fatto una settimana fa recandomi pellegrino a Loreto. La Vergine Maria brilli sempre come stella sul cammino della nuova evangelizzazione. Ci aiuti a mettere in pratica l’esortazione dell’apostolo Paolo: «La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda… E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di Lui a Dio Padre» (Col 3,16-17). Amen.

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lunedì 8 ottobre 2012

Ildegarda, una creatura innamorata (Contributi 742)

Un articolo, anzi una presentazione del CD "Coro delle monache del monastero benedettino St. Hildegard di Eibingen" facente parte della collana "Spirto Gentil", in cui Mons. Luigi Giussani ci parla di Ildegarda di Bingen proclamata ieri Dottore della Chiesa: 
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Il vivere diverso, la novità di vita, consiste nel fatto che un uomo persegue in tutto il suo destino: persegue in tutto Cristo, il suo destino. Avendolo riconosciuto, persegue in tutto il suo destino. Centinaia di migliaia, milioni di persone hanno vissuto così, e hanno creato una nuova civiltà. Perseguire in tutto il destino: «Sia che mangiate, sia che beviate». Il monastero di Cluny - dico Cluny come esempio -, con tutte le centinaia di donne e di uomini che c’erano dentro, era forse un ambito a stento sopportabile, arido, senza significato, per nulla emotivo? Per quegli uomini e donne era la fonte emotivamente più ricca. E quando ascoltiamo i brani di Ildegarda di Bingen, ascoltiamo parole e musica di una donna che era chiusa fra quattro mura e, se prestiamo attenzione, diciamo con meraviglia: «Altro che civiltà, la nostra: è inciviltà la nostra, rispetto a quella!». Perché civile non è la scoperta di meccanismi nuovi, particolarmente adatti ad andare sulla Luna o anche su Marte, oppure a cavarsi non solo il pelo della barba, ma anche la radice, così che per tre giorni uno non si fa la barba… La civiltà non è questa. La civiltà è al di là del meccanismo. Quando uno dice “io” o “tu”, non dice un meccanismo. Ciò che possiede tutti i meccanismi che abbiamo addosso, non è meccanismo. 
L’uomo che incontra Gesù, gli dice di sì e lo segue penetrando in questo rapporto, diventa un nuovo essere, acquista un modo diverso di guardare, di conoscere, di giudicare, di affrontare la realtà, di fare; acquista un nuovo amore per tutto ciò che è. «Tutti voi che siete stati battezzati vi siete immedesimati con Cristo: non esiste più né giudeo, né greco, né schiavo, né libero, né uomo, né donna, ma tutti voi siete una sola persona in Cristo». È questo popolo che crea la storia. Per questo il filosofo McIntyre scrive: «Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium. Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto pienamente di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie» (Dopo la virtù. Saggio di teoria morale, 1993).  
La civiltà è tale nella misura in cui esalta la persona secondo la totalità dei suoi fattori, la segue nel suo cammino al riconoscimento e all’espressione di sé, e fa della società una famiglia, un luogo familiare, un popolo. Mentre adesso non c’è più popolo, non c’è più casa, non c’è più famiglia, non c’è più persona. Così, nella mentalità moderna, il sentimento ridotto a sentimentalismo prevale sulla ragione; meglio, il sentimento prevale sul cuore, tanto che il cuore è identificato col sentimento. Perciò il sentimentalismo opera un dissolvimento di tutto, di ogni concordia, di ogni coesione, di ogni organismo, di ogni organizzazione. Invece, per chi vive fino in fondo la ragione, ogni creatura, piccola o grande che sia, è riflesso dell’Eterno. Allora è abolita l’estraneità e nasce un innamoramento più grande che neanche quello di un uomo e di una donna. E quando è rivolto verso Cristo, questo innamoramento assume il calore di certe note di canto, in cui si percepisce che non è parola né proclamazione formale. È proprio l’amore: amore a Lui.  
Questa è la vittoria che vince il mondo: la fede, riconoscere questa Presenza. Ciò era riconosciuto, con una sensibilità e una intensità che ci è nota da tutti i suoi canti, dall’abbadessa Ildegarda di Bingen. Si chiama Chiesa il luogo dove l’umanità riprende vita per la passione di Cristo. La Chiesa è questo luogo che, come dice il canto Ave generosa, vibra, riluce di gioia. 
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domenica 7 ottobre 2012

Domenica XXVII t.ord. 7-ott-2012 (Angelus 101)

Cari fratelli e sorelle, 
ci rivolgiamo ora in preghiera a Maria Santissima, che oggi veneriamo quale Regina del Santo Rosario. 
In questo momento, nel Santuario di Pompei, viene elevata la tradizionale «Supplica», a cui si uniscono innumerevoli persone nel mondo intero. 
Mentre anche noi ci associamo spiritualmente a tale corale invocazione, vorrei proporre a tutti di valorizzare la preghiera del Rosario nel prossimo Anno della fede. Con il Rosario, infatti, ci lasciamo guidare da Maria, modello di fede, nella meditazione dei misteri di Cristo, e giorno dopo giorno siamo aiutati ad assimilare il Vangelo, così che dia forma a tutta la nostra vita. 
Pertanto, nella scia dei miei Predecessori, in particolare del Beato Giovanni Paolo II che dieci anni fa ci diede la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae, invito a pregare il Rosario personalmente, in famiglia e in comunità, ponendoci alla scuola di Maria, che ci conduce a Cristo, centro vivo della nostra fede.
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sabato 6 ottobre 2012

Gesù, il “grande sconosciuto” (Contributi 741)



Oggi Cristo è sempre più estraneo anche agli stessi cattolici. Per i vescovi Camisasca e Santoro è questo lo scopo del Sinodo e dell’Anno della fede. «Mostrare la bellezza che il cristianesimo introduce nella vita»


Mons. Filippo Santoro




Un anno per riporre al centro la questione di Dio, che secondo Benedetto XVI è il “grande sconosciuto” del mondo contemporaneo.
L’11 ottobre prossimo inizierà l’Anno della fede indetto dal Papa, verrà inaugurato mentre è in pieno svolgimento il Sinodo dei vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (7-28 ottobre 2012).
L’evidente preoccupazione di Benedetto XVI è ben espressa dalla domanda evangelica: «Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?». Sulla terra vuol dire anche nella Chiesa, e pare questo il cruccio di Papa Ratzinger, che nel documento in cui spiega perché ha voluto l’Anno della fede, scrive: «Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggiore preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato» (Porta Fidei).
Che cosa sia la fede Benedetto XVI l’ha detto sin dalla sua prima enciclica: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Deus caritas est). Ora convoca un Sinodo per discutere con i vescovi come l’evangelizzazione, il cui obiettivo è la realizzazione di questo incontro, debba rinnovarsi, possa farsi “nuova”.
“Nuova evangelizzazione” è una formula introdotta da Giovanni Paolo II, che di fronte alla distinzione tra missione ad gentes e missione nei paesi dell’antica cristianità, spiegava: «I confini fra cura pastorale dei fedeli, nuova evangelizzazione e attività missionaria specifica non sono nettamente definibili, e non è pensabile creare tra di esse barriere o compartimenti stagni. (…) Le Chiese di antica cristianità, alle prese col drammatico compito della nuova evangelizzazione, comprendono meglio che non possono essere missionarie verso i non cristiani di altri paesi e continenti, se non si preoccupano seriamente dei non cristiani in casa propria: la missionarietà ad intra è segno credibile e stimolo per quella ad extra, e viceversa» (Redemptoris missio).
Momenti di energia e stanchezza
Abbiamo chiesto a due vescovi che hanno esperienza di entrambe le dimensioni del problema di aiutarci a capire l’indirizzo e l’impulso che Benedetto XVI ha voluto dare alla Chiesa con questo Sinodo e con l’Anno della fede. Il primo è monsignor Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, a lungo missionario “ad gentes” in Brasile dove ha guidato la diocesi di Petropolis. Il secondo è monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia. L’abbiamo interpellato, prima che fosse pubblicata la sua nomina, in quanto fondatore e superiore generale della Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo che forma sacerdoti per le missioni ed è presente in più di venti paesi, in Europa, Stati Uniti e nelle cosiddette “terre di missione”.
Per monsignor Camisasca non si capisce e non si entra nell’Anno della fede se non si risponde alla domanda: «Perché la fede è interessante per ogni uomo? La sfida di questo momento è che la fede sembra ai più qualcosa di non interessante, oppure interessante soltanto per taluni, o per alcuni aspetti dell’esistenza, o solo in alcuni momenti».
Richiesto di spiegare come e quando l’interesse per la fede si è ridotto nei termini da lui descritti, Camisasca dice che «l’allontanamento di intere generazioni dalla Chiesa si è manifestato nel ’68, ma ha radici più lontane». Il dilemma è conosciuto: è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità? «Io penso – risponde Camisasca – che la storia della Chiesa è una storia complessa: essa vive momenti di grande energia e poi momenti di stanchezza, come è nella vita dell’uomo. I momenti più vivi sono i momenti della sua santità. Sono momenti di verità segnati da qualcosa di imponderabile, ma anche portatori di una novità nella storia». Imponderabile? «Tu non puoi fabbricare madre Teresa, non puoi fabbricare Giovanni Paolo II, non puoi fabbricare padre Pio. Ma di fatto la possibilità della Chiesa di parlare a tutti gli uomini ha la sua radice nella santità. E sono proprio i santi coloro che mostrano come il cristianesimo sia realmente un umanesimo».
Il battesimo e la missione
Monsignor Santoro, uno dei quattro vescovi italiani chiamati a partecipare al Sinodo direttamente da Benedetto XVI, ci risponde al telefono di ritorno da una visita all’Ilva di Taranto, e spiega così “l’umanesimo” evocato da Camisasca: «Ritengo essenziale questo nuovo annuncio che parte dalla fede, che è dono, come messo bene in evidenza dal Santo Padre, cioè l’incontro del Mistero con la vita dell’uomo e la sua condizione. Nei paesi di antica tradizione cristiana è come se tutto ciò fosse ovvio, un’eredità del passato già conosciuta ma non sperimentata, di fatto non profondamente conosciuta. È necessario, proprio in questi paesi, riproporre la fede come risposta alle domande della persona, del suo cuore. Questo può accadere attraverso la testimonianza della novità che il Mistero produce a livello umano». Quanto ai paesi di nuova o ancora non compiuta evangelizzazione, per Santoro «il problema è una proposta di novità in cui si mostra la bellezza che il cristianesimo introduce nell’esistenza». Sono due situazioni diverse, sottolinea Santoro, «in una c’è come da smontare una struttura consolidata di già saputo e quindi di già scartato, nell’altra c’è una facilitazione, ma anche lì se non si mostra il fascino della fede le persone saranno vittime del secolarismo, o delle nuove sette che fanno della fede una proposta di successo immediato nel lavoro e nell’amore. In entrambe le situazioni è necessario mostrare la fede come pienamente adeguata all’esperienza umana».
La fede può essere «interessante per l’uomo – insiste Camisasca – perché è l’incontro con quell’Uomo che ci rende uomini. Quindi, in un senso reale e profondo, la fede è qualcosa che riguarda tutti. Non c’è uomo venuto al mondo che non sia destinato a incontrare Gesù. Ma le modalità di questo incontro sono decise da Dio: sono personali, sono diverse e talvolta molto strane. Qui si capisce la fede come dono, perché questo incontro è donato a ciascuno secondo modalità differenti. A molti di noi, in Occidente, è stato donato attraverso il battesimo. La scoperta che la fede sia la strada verso la pienezza dell’umano per ogni persona rende il nostro battesimo un fatto missionario che ci porta a incontrare gli altri uomini, ad aiutarli a scoprire le vie che portano a Gesù. Sarà poi il Signore a farsi incontrare da loro».
Testimoniare la carità
La scelta del battesimo nasce nella famiglia, che oggi sembra un valore del passato, ma per Camisasca il problema non è «ricostruire il passato, ma la continuità fra le generazioni senza la quale non c’è vita del popolo, della famiglia, della persona. La persona vive infatti degli affetti e delle ragioni che la precedono e che vuole trasmettere».
Come allora trasmettere la fede, cioè le sue ragioni, in un mondo che vanta i successi dell’autonomia della ragione in campo culturale e morale vissuta in contrapposizione alla fede? «Io penso – dice Santoro – che il rapporto tra fede e ragione sarà una delle questioni notevoli di questo Sinodo, ma non in senso accademico, quanto piuttosto nel contesto del rapporto tra umanità e Mistero, tra condizione umana e dono di Dio. Nel nostro mondo secolarizzato è importante la testimonianza della carità, coniugare la fede e la carità, non appena gestendo servizi religiosi o sociali, ma mostrando che il Signore risponde alla condizione umana: la nostra miseria, in tutti i suoi aspetti materiali e spirituali e in tutte le sue dimensioni, è accolta e abbracciata dall’amore del Signore. Quindi, una fede amica della ragione che sa condividere il bisogno dell’uomo nella carità».
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venerdì 5 ottobre 2012

Omelia di Benedetto XVI a Loreto 4/10/2012 (Contributi 740)

Signori Cardinali, 
Venerati Fratelli nell’episcopato, 
cari fratelli e sorelle!
Il 4 ottobre del 1962, il Beato Giovanni XXIII venne in pellegrinaggio a questo Santuario per affidare alla Vergine Maria il Concilio Ecumenico Vaticano II, che si sarebbe inaugurato una settimana dopo. In quella occasione, egli, che nutriva una filiale e profonda devozione alla Madonna, si rivolse a lei con queste parole: «Oggi, ancora una volta, ed in nome di tutto l’episcopato, a Voi, dolcissima Madre, che siete salutata Auxilium Episcoporum, chiediamo per Noi, Vescovo di Roma e per tutti i Vescovi dell’universo di ottenerci la grazia di entrare nell’aula conciliare della Basilica di San Pietro come entrarono nel Cenacolo gli Apostoli e i primi discepoli di Gesù: un cuor solo, un palpito solo di amore a Cristo e alle anime, un proposito solo di vivere e di immolarci per la salvezza dei singoli e dei popoli. Così, per la vostra materna intercessione, negli anni e nei secoli futuri, si possa dire che la grazia di Dio ha prevenuto, accompagnato e coronato il ventunesimo Concilio Ecumenico, infondendo nei figli tutti della Santa Chiesa nuovo fervore, slancio di generosità, fermezza di propositi» (AAS 54 [1962], 727). 
A distanza di cinquant’anni, dopo essere stato chiamato dalla divina Provvidenza a succedere sulla cattedra di Pietro a quel Papa indimenticabile, anch’io sono venuto qui pellegrino per affidare alla Madre di Dio due importanti iniziative ecclesiali: l’Anno della fede, che avrà inizio tra una settimana, l’11 ottobre, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e l’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, da me convocata nel mese di ottobre sul tema «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana». Cari amici! A voi tutti porgo il mio più cordiale saluto. Ringrazio l’Arcivescovo di Loreto, Mons. Giovanni Tonucci, per le calorose espressioni di benvenuto. Saluto gli altri Vescovi presenti, i Sacerdoti, i Padri Cappuccini, ai quali è affidata la cura pastorale del santuario, e le Religiose. Rivolgo un deferente pensiero al Sindaco, Dott. Paolo Niccoletti, che pure ringrazio per le sue cortesi parole, al Rappresentante del Governo ed alle Autorità civili e militari presenti. E la mia riconoscenza va a tutti coloro che hanno generosamente offerto la loro collaborazione per la realizzazione di questo mio Pellegrinaggio. 
Come ricordavo nella Lettera Apostolica di indizione, attraverso l’Anno della fede «intendo invitare i Confratelli Vescovi di tutto l’orbe perché si uniscano al Successore di Pietro, nel tempo di grazia spirituale che il Signore ci offre, per fare memoria del dono prezioso della fede» (Porta fidei, 8). E proprio qui a Loreto abbiamo l’opportunità di metterci alla scuola di Maria, di lei che è stata proclamata «beata» perché «ha creduto» (Lc 1,45). Questo Santuario, costruito attorno alla sua casa terrena, custodisce la memoria del momento in cui l’Angelo del Signore venne da Maria con il grande annuncio dell’Incarnazione, ed ella diede la sua risposta. Questa umile abitazione è una testimonianza concreta e tangibile dell’avvenimento più grande della nostra storia: l’Incarnazione; il Verbo si è fatto carne, e Maria, la serva del Signore, è il canale privilegiato attraverso il quale Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1,14). Maria ha offerto la propria carne, ha messo tutta se stessa a disposizione della volontà di Dio, diventando «luogo» della sua presenza, «luogo» in cui dimora il Figlio di Dio. Qui possiamo richiamare le parole del Salmo con le quali, secondo la Lettera agli Ebrei, Cristo ha iniziato la sua vita terrena dicendo al Padre: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato…Allora ho detto: “Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà”» (10,5.7). Maria dice parole simili di fronte all’Angelo che le rivela il piano di Dio su di lei: «Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). La volontà di Maria coincide con la volontà del Figlio nell’unico progetto di amore del Padre e in lei si uniscono cielo e terra, Dio creatore e la sua creatura. Dio diventa uomo, Maria si fa «casa vivente» del Signore, tempio dove abita l’Altissimo. Il Beato Giovanni XXIII cinquant’anni fa, qui a Loreto, invitava a contemplare questo mistero, a «riflettere su quel congiungimento del cielo con la terra, che è lo scopo dell’Incarnazione e della Redenzione», e continuava affermando che lo stesso Concilio aveva come scopo di estendere sempre più il raggio benefico dell’Incarnazione e Redenzione di Cristo in tutte le forme della vita sociale (cfr AAS 54 [1962], 724). E’ un invito che risuona oggi con particolare forza. Nella crisi attuale che interessa non solo l’economia, ma vari settori della società, l’Incarnazione del Figlio di Dio ci dice quanto l’uomo sia importante per Dio e Dio per l’uomo. Senza Dio l’uomo finisce per far prevalere il proprio egoismo sulla solidarietà e sull’amore, le cose materiali sui valori, l’avere sull’essere. Bisogna ritornare a Dio perché l’uomo ritorni ad essere uomo. Con Dio anche nei momenti difficili, di crisi, non viene meno l’orizzonte della speranza: l’Incarnazione ci dice che non siamo mai soli, Dio è entrato nella nostra umanità e ci accompagna. 
Ma il dimorare del Figlio di Dio nella «casa vivente», nel tempio, che è Maria, ci porta ad un altro pensiero: dove abita Dio, dobbiamo riconoscere che tutti siamo «a casa»; dove abita Cristo, i suoi fratelli e le sue sorelle non sono più stranieri. Maria, che è madre di Cristo è anche nostra madre, ci apre la porta della sua Casa, ci guida ad entrare nella volontà del suo Figlio. È la fede, allora, che ci dà una casa in questo mondo, che ci riunisce in un’unica famiglia e che ci rende tutti fratelli e sorelle. Contemplando Maria, dobbiamo domandarci se anche noi vogliamo essere aperti al Signore, se vogliamo offrire la nostra vita perché sia una dimora per Lui; oppure se abbiamo paura che la presenza del Signore possa essere un limite alla nostra libertà, e se vogliamo riservarci una parte della nostra vita, in modo che possa appartenere solo a noi. Ma è proprio Dio che libera la nostra libertà, la libera dalla chiusura in se stessa, dalla sete di potere, di possesso, di dominio, e la rende capace di aprirsi alla dimensione che la realizza in senso pieno: quella del dono di sé, dell’amore, che si fa servizio e condivisione. 
La fede ci fa abitare, dimorare, ma ci fa anche camminare nella via della vita. Anche a questo proposito, la Santa Casa di Loreto conserva un insegnamento importante. Come sappiamo, essa fu collocata sopra una strada. La cosa potrebbe apparire piuttosto strana: dal nostro punto di vista, infatti, la casa e la strada sembrano escludersi. In realtà, proprio in questo particolare aspetto, è custodito un messaggio singolare di questa Casa. Essa non è una casa privata, non appartiene a una persona o a una famiglia, ma è un’abitazione aperta a tutti, che sta, per così dire, sulla strada di tutti noi. Allora, qui a Loreto, troviamo una casa che ci fa rimanere, abitare, e che nello stesso tempo ci fa camminare, ci ricorda che siamo tutti pellegrini, che dobbiamo essere sempre in cammino verso un’altra abitazione, verso la casa definitiva, verso la Città eterna, la dimora di Dio con l’umanità redenta (cfr Ap 21,3). C’è ancora un punto importante del racconto evangelico dell’Annunciazione che vorrei sottolineare, un aspetto che non finisce mai di stupirci: Dio domanda il «sì» dell’uomo, ha creato un interlocutore libero, chiede che la sua creatura Gli risponda con piena libertà. San Bernardo di Chiaravalle, in uno dei suoi Sermoni più celebri, quasi «rappresenta» l’attesa da parte di Dio e dell’umanità del «sì» di Maria, rivolgendosi a lei con una supplica: «L’angelo attende la tua risposta, perché è ormai tempo di ritornare a colui che lo ha inviato… O Signora, da’ quella risposta, che la terra, che gli inferi, anzi, che i cieli attendono. Come il Re e Signore di tutti desiderava vedere la tua bellezza, così egli desidera ardentemente la tua risposta affermativa… Alzati, corri, apri! Alzati con la fede, affrettati con la tua offerta, apri con la tua adesione!» (In laudibus Virginis Matris, Hom. IV, 8: Opera omnia, Edit. Cisterc. 4, 1966, p. 53s). Dio chiede la libera adesione di Maria per diventare uomo. Certo, il «sì» della Vergine è frutto della Grazia divina. Ma la grazia non elimina la libertà, al contrario, la crea e la sostiene. La fede non toglie nulla alla creatura umana, ma ne permette la piena e definitiva realizzazione. 
Cari fratelli e sorelle, in questo pellegrinaggio che ripercorre quello del Beato Giovanni XXIII - e che avviene, provvidenzialmente, nel giorno in cui si fa memoria di san Francesco di Assisi, vero «Vangelo vivente» - vorrei affidare alla Santissima Madre di Dio tutte le difficoltà che vive il nostro mondo alla ricerca di serenità e di pace, i problemi di tante famiglie che guardano al futuro con preoccupazione, i desideri dei giovani che si aprono alla vita, le sofferenze di chi attende gesti e scelte di solidarietà e di amore. Vorrei affidare alla Madre di Dio anche questo speciale tempo di grazia per la Chiesa, che si apre davanti a noi. Tu, Madre del «sì», che hai ascoltato Gesù, parlaci di Lui, raccontaci il tuo cammino per seguirlo sulla via della fede, aiutaci ad annunciarlo perché ogni uomo possa accoglierlo e diventare dimora di Dio. Amen!
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giovedì 4 ottobre 2012

Lezioni dall’Africa (Contributi 739)

Un articolo di Alfonso Poppi, missionario in Uganda da oltre 30 anni.. 

«Father, you know what? I am talking with a person who does not believe in God, he says there is no God! Very sad!» [Sai una cosa padre? Sto parlando con una persona che non crede in Dio che dice che Dio non esiste! Molto triste!]. 
Ricevo questo sms da un parrocchiano, un uomo colto, che lavora nella pubblica amministrazione. Incuriosito, lo chiamo. Lui mi spiega: «Si tratta di un cinese, padre!». E scoppia in una sonora risata, come a dire: «Ma come fa uno a non credere in Dio?». 
Durante un viaggio in Uganda prendo un taxi dall'aeroporto e, lungo i 40 chilometri da Entebbe a Kampala, chiacchiero con l’autista. C’è una gioia particolare in quell’uomo sulla quarantina, dalla testa calva. Arrivati a destinazione, lui mi viene ad aprire la porta come a una persona molto importante, con gesto repentino si inginocchia ed esclama: «Benedicimi, padre». Come noi tutti, gli africani hanno bisogno di sentire quasi fisicamente di essere fatti perché qualcuno ci benedica e ci confermi ogni istante nella positività della vita. Così ogni circostanza, per quanto banale, porta con sé una “Baraka!” come si dice in kiswahili, un bene per noi e per il mondo. 
In Africa il Mistero è parte della realtà, e parla attraverso la realtà. Prima dell’arrivo dell’annuncio cristiano il Mistero era una presenza che spaventava e che era necessario tenere buona con sacrifici, preghiere e riti enigmatici. Dominava un sentimento di paura. Ma quando l’Africa ha avuto la grazia di incontrare Cristo, è come se la sua fame di Mistero avesse incontrato il suo pane. La fede in Africa è bambina: non nel senso che è infantile, ma che è immediata, quasi una risposta istintiva al bisogno di un senso e di uno scopo. In questo ci può essere anche maestra: quante cose impariamo dai bambini! 
Così, poco meno di 40 anni dal mio primo arrivo in questo continente, mi sono commosso all'udire le parole di Benedetto XVI quando lo scorso anno, all'apertura del Sinodo Africano a Roma, parlò di questo continente come di un grande «polmone spirituale per un’umanità in crisi di fede e di speranza». E al ritorno dal Benin, nell'udienza generale del 23 novembre, il Santo Padre aggiungeva: «In Africa ho visto una freschezza del sì alla vita, una freschezza del senso religioso e della speranza, una percezione della realtà nella sua totalità con Dio e non ridotta ad un positivismo che, alla fine, spegne la speranza. Tutto ciò dice che in quel Continente c’è una riserva di vita e di vitalità per il futuro, sulla quale noi possiamo contare, sulla quale la Chiesa può contare». 
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La grazia di vivere la grazia (Contributi 738)

Avevo già parlato nel mese di giugno di Chiara Corbella la giovane di 28 anni morta per un carcinoma lo scorso giugno. 
Quest'articolo di Benedetta Frigerio, tratto da Tempi ce ne parla ancora: 

Sei pronta?». «Abbastanza». Aveva risposto così, a suo padre, mentre si accingeva a salire all’altare dove avrebbe sposato Enrico. Era il 21 settembre 2008. Quattro anni più tardi, il 13 giugno 2012, la sposa muore a 28 anni per salvare il figlio che porta in grembo. La sua storia ha fatto il giro del mondo. Mentre per la Chiesa, che parlò al suo funerale per bocca del cardinale Agostino Vallini, è una «seconda Beretta Molla». Di lei è girata su YouTube una testimonianza toccante. Domenica 23 settembre 2012, a Torino, in un incontro organizzato da un gruppo chiamato al servizio negli ospedali e nelle carceri, “I Giullari di Dio”, davanti a 400 giovani, questa donna ha parlato nuovamente in un filmato inedito che la ritrae a un mese dalla morte. Quando sapeva di essere malata allo stadio terminale. Ed ecco cosa ha raccontato a centinaia di ragazzi che non l’hanno mai conosciuta. E che ora non dimenticheranno tanto facilmente il suo nome, Chiara Corbella. 
A 18 anni, Chiara aveva incontrato il suo futuro marito Enrico in un pellegrinaggio a Medjugorje. Tornata a casa aveva detto: «Papà, io quello me lo sposo». Ma le cose non erano andate nel verso giusto. (Non siamo in uno show televisivo di cuori infranti che si ricompongono sotto le telecamere e gli applausi del pubblico, siamo in un auditorium di Torino in cui vediamo il volto e ascoltiamo le parole di una condannata a morte: al suo fianco c’è un marito che sa che di lì a poco sua moglie non ci sarà più, e Chiara rievoca la loro storia). «Bè Signore, gli dissi, tu me lo hai fatto trovare, tu me lo togli, ora torno lì e mi spieghi perché». Apice della crisi. Chiara che si imbarca sul primo traghetto e torna a Medjugorje. Chiara che si ritrova serena ma a cui rimane anche una domanda molto impellente (e molto ruspante, molto alla romana, perché lei è proprio una simpatica romana). «Si va bè stai serena…che vor dì Signore? Che devo fare?». Chiara si racconta. E racconta di una ragazza che cercava «risorse umane che in me non c’erano più, mentre il Signore mi diceva: “Aspetta, fidati”». E invece lei vuole fare di testa sua. Lo chiama senza ottenere nulla. E poi va in Australia, decisa a dimenticarlo. Ma tornata lo ritrova su Msn. I giovani che assistono al filmato in sala sorridono. «Scriveva che voleva i pesi per far ginnastica». Allora Chiara glieli porta di persona. Lei è in pena mentre lui le dice di essere serenissimo. «Sì – spiega Enrico, ruspante anche lui, anche lui romano – perché dovete sapé che senza Chiara io me ero tolto un peso de dosso, senza Chiara io pensavo de sta’ meglio». Testimonianza di Chiara Corbella e Enrico Petrillo. 
Anche Enrico rievoca quei giorni, quegli anni. E spiega perché una volta non riusciva proprio ad amarla. «Ho sempre avuto una paura incredibile della morte, da quando a 22 anni persi mio padre. Se tutto muore come faccio a legarmi per sempre e a dare tutto?». Poi succede qualcosa. «Capii che la paura è una menzogna, che la vita non ce la diamo noi, che come ha ripetuto Chiara “siamo nati e non moriremo mai”». Chiara intanto era corsa disperata da un amico frate francescano. «E lui mi chiede: “Ma perché te sei così incaponita?”. E mi dà da meditare un pezzo dell’Apocalisse: “Quando Egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre”. È stato allora che mi è proprio cambiata la vita. Ho detto: “Va bene, forse non ci ho proprio capito niente Signore”». Chiara si arrende e torna da Enrico. Lui è là fuori arrabbiato. Lei piange mostrandosi per quella che è e lui la perdona. Ricominciano. Vanno a un pellegrinaggio. «Al ritorno lui mi fa: “Ci sposiamo?”. E io: “Ma che dici? Ma sì!”». Ride ancora Chiara. Insieme a un pubblico di giovani che la guarda e l’ascolta con occhi e cuore teso in quell’ultimo suo filmato. Adesso lei prende fiato, la lingua è malata e le rende difficile la parola. Ma si capisce, vuole parlare, ci tiene a raccontare la sua storia, la storia tra un uomo e una donna. «Abbiamo litigato ancora una sera intera, litigavamo su tutto, perché lui doveva spiegarmi come funzionavano le leve: non era possibile che a 24 anni non sapessi cosa fossero… Adesso ho capito, però». Ride ancora, Chiara. «Siamo arrivati al matrimonio con una serenità incredibile rispetto a quelli che ci conoscevano e che ci avevano visto litigare per qualsiasi cosa. Sembrava non ci fosse davvero più niente a metterci paura. Era così. Avevamo affrontato le nostre paure e avevamo smesso di pretendere. Avevo detto: “Mi fido Signore”, e Dio ci aveva allenati ad attendere». 
Dopo il matrimonio Chiara rimane subito incinta. Ma dall’ecografia all’ottava settimana viene un responso ferale. Enrico è in ospedale per un intervento e lei non sa come dirgli che Maria non ha il cervello. Che morirà subito dopo la nascita. Allora scrive al marito. E lui le risponde. «Questa è nostra figlia, la accompagneremo fin dove possiamo». Ancora una volta la commozione in sala è spenta da questa fantastica romana. Che ha ancora la forza di sorridere. Ed è sul ciglio della tomba. Sta ricordando la sua prima gravidanza. E tra un mese lei stessa non ci sarà più. Ma lei sorride. E intercala battute, ed è davvero una simpatica romana. «Bè, io ci sono rimasta, ho detto: ammazza, ma questo mi ama sul serio, così come lo amo io». In ospedale le dicono che quella che aveva portato in grembo non era vita. «Non volevano nemmeno farci vedere Maria. E invece ho detto: “Datemela”». E Maria è stata battezzata. 

Accoglienza e sacrificio 
Dopo la morte della primogenita, Enrico e Chiara tornano a Medjugorje. Per ringraziare Maria e chiedere la grazia di una nuova gravidanza. E la grazia accade. E il dolore anche. L’ecografia dice che Davide non avrà gli arti inferiori. «Vabbè Signore, dico, ma che ci stai chiedendo? Capii che in fondo la prima volta il Signore ci aveva chiesto: “Siete disposti ad accompagnare un figlio fino a dove vi chiedo e basta?”. Ora ci diceva: “Sei disposto ad accogliere un figlio disabile nella tua famiglia?”. Abbiamo risposto ancora di sì». Ma poi l’annuncio che anche Davide, appena nato, morirà. Entra in scena Enrico. Dice: «I nostri figli non sono nostri, ce mancano, non è che…». E non ce la fa proprio a chiudere la frase. Mentre Chiara è lì. Ancora un mese prima di morire. Con questa sua lingua affaticata. Col cancro che avanza. A confortare il suo sposo. E sorride, Chiara. Col sorriso bello e ruspante di una ragazza romana. «Se tuo figlio vince ’na borsa de studio e deve andare in America e tu sai che la sua fortuna è andà là, che fai? Non ce lo mandi? Ce lo mandi anche se te dispiace!». E così arriva il terzo figlio, Francesco. Questa volta è vivo, sta bene, cresce sano nel grembo di sua madre. E invece a Chiara hanno scoperto un carcinoma. Maligno. E lei decide che la cosa più importante è Francesco. Decide che curerà il cancro solo dopo il parto. E tutto ritorna preghiera. Intorno a lei si forma un popolo. Si raduna gente che sta in capo al mondo. Mentre i due sposi ripetono la promessa che si sono fatti vicendevolmente davanti a Dio e al popolo, al loro matrimonio: «Chiediamo a voi, fratelli e sorelle, di pregare con voi e per noi, perché la nostra famiglia diffonda nel mondo luce, pace e gioia». 

Chiedere la guarigione 
Enrico, come Chiara, sente tutto il peso del dolore, lo sgomento. E spiega che «io nella vita ho sempre avuto paura del buio, so’ pieno di paure, perciò onestamente a me sembra una cosa soprannaturale aver affrontato ’sta roba e quindi io sento di aver vissuto un miracolo insieme a mia moglie». Chiara racconta la sua ultima “discussione” avuta con il Padreterno: «Signore, o mi guarisci oppure mi dai la grazia di vivere questo momento, mi devi però convincere che è molto meglio che io raggiunga i miei figli. Così, da quando sono uscita dall’ospedale ho iniziato a pensare: oh Dio adesso come si fa? Ho pensato a tutte le difficoltà a cui sarebbe andato incontro Enrico da solo e ho passato un po’ una notte così, un po’ sveglia. E ho detto: “No, così non si può vivere. Fossero gli ultimi momenti della mia vita, li devo vivere chiedendo al Signore la grazia”. Se no umanamente si impazzisce». Dopo un ennesimo viaggio a Medjugorje, Chiara ritrova la serenità. «E ho detto: “Signore questo è il miracolo”». 
Chiara chiede «la grazia di vivere la grazia». E poi ringrazia. «Perché anche se fossero i momenti finali è un privilegio sapere in anticipo di morire e… – la voce la si rompe in un groppo in gola – uno così può dire ti voglio bene!». E noi che ascoltiamo queste parole restiamo impietriti davanti a tanta strana bellezza.
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martedì 2 ottobre 2012

Il più grande (Post 153)

Il Vangelo odierno (Matteo, 18,1-5.10) pone una domanda importante. “Chi è il più grande nel Regno dei Cieli?”. 
A questa domanda Gesù dà una risposta che non è decisamente in linea con il pensare comune: il più grande è colui che si fa piccolo
Non chi ha più potere, più audience, più ricchezza.. 
No. 
Il più grande è colui che, riconoscendo il proprio originario nulla, lo nullifica totalmente per farsi riempire da Dio. E’ colui che si fa umile, semplice, povero di spirito e chiede costantemente che lo Spirito di Dio abiti in lui. 
Il traguardo della propria vita, della propria conversione (che in fondo un po’ coincide) è il diventare come bambini, come coloro che stanno di fronte al loro padre coscienti di essere totalmente dipendenti. 
Non come quelli che “si fanno da sé” ma come coloro che sono fatti da un Altro! 
Come coloro che riconoscono che tutto è grazia e il solo ed unico merito è riconoscere questo fatto fondamentale. 
Più ci svuotiamo di noi stessi e del nostro stupido orgoglio, più lasciamo spazio in noi e nella nostra vita a Dio, quindi meno “io” e più Dio è la ricetta semplice ed efficace per la salvezza. 
E chi si riconosce nulla, chi si percepisce in tutto dipendente, domanda,cioè prega. Quindi il più grande è colui che più prega con cuore umile e sincero….
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lunedì 1 ottobre 2012

La febbre di vita (Contributi 737)

Un libro di Padre Aldo Trento (di cui più di una volta questo blog ha pubblicato bellissime testimonianze) che racconta la sua esperienza missionaria in Paraguay. La presentazione è tratta da Tempi

Sta per uscire in libreria un libro che racconta di come in Paraguay un indomito missionario italiano abbia recuperato l’esperienza delle antiche reducciónes, dando vita a una nuova, prospera comunità cristiana.
Ma la forza di questo racconto e di questa esperienza sta nel fatto che padre Aldo Trento – questo il nome del missionario, che chi conosce da vicino non esita ad associare per carità e dedizione alla figura dolcissima e generosa di Madre Teresa – dando conto del quotidiano servizio agli ultimi delle favelas di Asunción, con particolare attenzione ai malati terminali, guarda ogni giorno la morte in faccia, ma sempre con la speranza che genera l’amore di chi svolge questo tipo di servizio. Raccontando della morte in presa diretta, svelandone il lato naturale e umano, si fa qui «cultura della vita», con ragionamenti essenziali, ma efficaci, e puntuali rimandi alle riflessioni filosofiche e ai fondamenti della fede, con grande ricchezza di esempi evangelici.
E il lettore, pagina dopo pagina, assisterà a un continuo miracolo, che non sta nella guarigione fisica dei malati assistiti nella Clinica della Provvidenza, ma nella Pace con cui queste persone, anche quelle che per tutta la vita sono state lontane da Dio e dai Sacramenti, affrontano il passaggio alla vita ultraterrena, veramente nell’abbraccio e nella certezza di Gesù Risorto.
L’esperienza che trapela dalle oltre centro lettere, tutte inedite, raccolte in questo libro e scritte da padre Aldo Trento dal Paraguay ai suoi amici in Italia trasmette la febbre di vita che arde in quest’uomo semplice e appassionato che, davanti al dolore di tanti fratelli e sorelle raccolti dalle miserie delle favelas di Asunción, non fugge via ma si pone con la faccia e le mani di un Altro. Il parroco della parrocchia di San Rafael e il direttore della Clinica per malati terminali è, infatti, Lui, Cristo, il RIO SOLE, la luce divina che splende su questa terra ancestrale e benedetta dove il popolo guaraní aveva trovato la sua tierra sin mal nelle reducciones fondate dai padri gesuiti (note al grande pubblico per il film Mission, on Robert De Niro). Oggi quel popolo vive in condizioni di schiavitù morale e fisica, ma ha trovato nell'opera di padre Aldo una nuova esperienza di vita comunitaria e cristiana sull'esempio di quegli antichi e splendenti insediamenti dei gesuiti. E il sole che splende sul Chaco, un tempo il loro territorio di caccia, si trasforma nell'Altro Sole, l’ostia dell’Eucaristia che splende nell'ostensorio con cui padre Aldo benedice tre volte al giorno i suoi malati. Le cure mediche ad alto livello, le attenzioni umane, l’ordine e la pulizia fanno il resto; così la Clinica per malati terminali si trasforma per tanti nell'anticamera del Paradiso, mentre nel cortile gli oltre 300 bambini salvati dalla strada giocano, studiano, imparano un lavoro che darà speranza al loro futuro.
A proposito del titolo scelto per il volume così annota il curatore – il giornalista di Famiglia Cristiana Alfredo Tradigo – nella sua Prefazione: «Nelle favelas padre Aldo è di casa e viene spesso a visitare i suoi “santi”, a tenere d’occhio quei bambini abbandonati che prima o poi adotterà, strappandoli alla miseria. Da questi luoghi nascono le storie “estreme” raccontate in questo libro, storie di speranza che si riaccende come la luce di un accendino nel nero baratro dell’abbandono e della disperazione. E come tanti ex-voto le storie si allineano e fioriscono in queste pagine: dietro ciascuna volti, teneri germogli, fiori raccolti prima di appassire, corpi lavati, curati e resi belli. Volti che ormai fanno parte della vita di padre Aldo, sono la sua casa, la sua famiglia. Un famiglia di santi dove “santo” appunto significa “salvato”. Uomini e donne e bambini che nella Clinica Divina Provvidenza hanno scoperto l’anticamera del Paradiso. Per questo sono “santi”. Perché il santo non è chi è senza peccato, ma chi, riconoscendo il proprio peccato, si lascia salvare da un Altro».
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Non verrà mai meno la mia paternità verso di voi (Contributi 736)

Questa la "lettera di congedo" di Don Massimo Camisasca ai seminaristi e componenti della Fraternità Sacerdotale San Carlo Borromeo da lui guidata fino al momento della sua nomina a Vescovo di Reggio Emilia: 

A tutti i membri della Fraternità san Carlo 
Carissimi fratelli, 
questa mattina è stata pubblicata dalla Santa Sede la notizia che il Santo Padre Benedetto XVI ha voluto nominarmi vescovo di Reggio Emilia – Guastalla, aggregandomi così al Collegio dei successori degli Apostoli. 
È una decisione che mi onora e soprattutto onora la nostra Fraternità. 
Gli stretti legami affettivi e vocazionali che intercorrono tra me e voi mi obbligano però a dirvi anche altre parole. 
Avrei desiderato poter restare sempre con voi e occuparmi interamente e solo di voi. Non solo nulla ho fatto per avere altri incarichi, ma tutto ho tentato per non averli. Fino ad esprimere ai più alti miei Superiori la volontà di continuare a servire la Chiesa servendo le vostre vite. Infine mi sono rimesso obbediente alla volontà del Santo Padre. 
Certamente mutano ora le forme concrete del nostro rapporto, ma non può venir meno la mia paternità nei vostri confronti. Senza nulla togliere al nuovo popolo che ora mi è affidato. Sappiamo, infatti, per esperienza, che l’amore può, per dono dello Spirito, distribuirsi senza diminuire. 
Con la confidenza che posso permettermi con voi, non vi nascondo che, nell’approssimarsi di questa giornata, ho vissuto momenti di sgomento. Lasciare le persone che con me vivono da molti anni in un legame intensissimo di corresponsabilità, lasciare ciascuno di voi, lasciare il quotidiano rapporto con i seminaristi, vivere in una nuova città, affrontare nuove responsabilità… tutto questo per me è stato fonte di grande pena. Mi sono abbandonato infine alla volontà di Dio e ho ritrovato la pace collocandomi nelle braccia della madre di Dio, Maria santissima. 
Ringrazio ciascuno di voi per la testimonianza di ubbidienza che mi avete dato in questi ventisette anni. Soprattutto per la comunione intensissima che abbiamo vissuto sia nelle molte ore felici sia nei momenti di prova. Vorrei ricordare tanti nomi, anzi i nomi di tutti. 
Permettetemi soltanto di richiamare qui le persone di Gianluca Attanasio e Paolo Sottopietra, che sono stati i miei due più cari amici e preziosi collaboratori di questi ultimi vent’anni. Assieme a loro ricordo monsignor Paolo Pezzi, ora arcivescovo di Mosca, primo vescovo dalle file della nostra Fraternità. Sono certo che non mancherà la vostra preghiera per me né l’aiuto dal cielo dei nostri santi patroni e di don Giussani. Ne avrò molto bisogno. 
Conto di vedervi presto, sia per la mia consacrazione episcopale sia per il mio ingresso nella Diocesi, e di ricevervi poi personalmente quando verrete a visitarmi in uno dei vostri passaggi da quella che sarà ormai la mia nuova città. So che già da ora ho la vostra promessa, anzi il vostro desiderio, di amare e obbedire al mio successore e ai suoi collaboratori, come avete fatto con me. Dio mi è testimone del vivo desiderio che nutro per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù (Fil 1,8). 
Uno ad uno vi abbraccio nel Signore che è la nostra pace. 
don Massimo Camisasca 
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domenica 30 settembre 2012

Domenica XXVI t.ord. 30-set-2012 (Angelus 100)

Cari fratelli e sorelle! 
Il Vangelo di questa domenica presenta uno di quegli episodi della vita di Cristo che, pur essendo colti, per così dire, en passant, contengono un profondo significato (cfr Mc 9,38-41). Si tratta del fatto che un tale, che non era dei seguaci di Gesù, aveva scacciato dei demoni nel suo nome. L’apostolo Giovanni, giovane e zelante come era, vorrebbe impedirglielo, ma Gesù non lo permette, anzi, prende spunto da quella occasione per insegnare ai suoi discepoli che Dio può operare cose buone e persino prodigiose anche al di fuori della loro cerchia, e che si può collaborare alla causa del Regno di Dio in diversi modi, anche offrendo un semplice bicchiere d’acqua ad un missionario (v. 41). Sant’Agostino scrive a proposito: «Come nella Cattolica – cioè nella Chiesa – si può trovare ciò che non è cattolico, così fuori della Cattolica può esservi qualcosa di cattolico» (Agostino, Sul battesimo contro i donatisti: PL 43, VII, 39, 77). Perciò, i membri della Chiesa non devono provare gelosia, ma rallegrarsi se qualcuno esterno alla comunità opera il bene nel nome di Cristo, purché lo faccia con intenzione retta e con rispetto. Anche all’interno della Chiesa stessa, può capitare, a volte, che si faccia fatica a valorizzare e ad apprezzare, in uno spirito di profonda comunione, le cose buone compiute dalle varie realtà ecclesiali. Invece dobbiamo essere tutti e sempre capaci di apprezzarci e stimarci a vicenda, lodando il Signore per l’infinita ‘fantasia’ con cui opera nella Chiesa e nel mondo. 
Nella Liturgia odierna risuona anche l’invettiva dell’apostolo Giacomo contri i ricchi disonesti, che ripongono la loro sicurezza nelle ricchezze accumulate a forza di soprusi (cfr Gc 5,1-6). Al riguardo, Cesario di Arles così afferma in un suo discorso: «La ricchezza non può fare del male a un uomo buono, perché la dona con misericordia, così come non può aiutare un uomo cattivo, finché la conserva avidamente o la spreca nella dissipazione» (Sermoni 35, 4). Le parole dell’apostolo Giacomo, mentre mettono in guardia dalla vana bramosia dei beni materiali, costituiscono un forte richiamo ad usarli nella prospettiva della solidarietà e del bene comune, operando sempre con equità e moralità, a tutti i livelli. 
Cari amici, per intercessione di Maria Santissima, preghiamo affinché sappiamo gioire per ogni gesto e iniziativa di bene, senza invidie e gelosie, e usare saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni.
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sabato 29 settembre 2012

Un motivo di personale letizia (Post 152)

E' capitato più di una volta che in questo blog abbia ripreso testi di Don Camisasca (sta a vedere che ora mi tocca andarli a cercare per etichettarli uno ad uno). 
Ora il caso vuole (ma noi cattolici sappiamo che il caso non esiste, tutto fa parte di un disegno più grande) che Don Camisasca sia stato nominato Vescovo. 
E già questo fatto di per sé sarebbe stato, per il sottoscritto, motivo di essere lieto in quanto, pur senza conoscerlo personalmente, stimo Camisasca e lo considero sacerdote innamorato di Cristo (e non sempre capita).
Ma la gioia è ancora maggiore in quanto la città di cui è stato nominato Vescovo è Reggio Emilia che è anche la mia città natale (non ci abito dal 2006, ma non conta, è pur sempre il luogo dove ho vissuto la fetta più ampia della mia esistenza).
[per una migliore e più documentata informazione leggere QUI]
Per cui pur consapevole che mai egli leggerà queste mie poche righe, desidero ugualmente esprimere la mia profonda letizia per i miei amici reggiani, per tutti i miei ex-concittadini e consapevole che non sarà facile svolgere la propria missione di pastore nella terra del comunismo reale e dello "zoccolo duro" per offrire le mie preghiere per questo nuovo compito cui è chiamato e perchè possa essere occasione di incontro con il Volto di Cristo per ogni persona.
E allargo questa preghiera a tutti i Vescovi e Presbiteri. 
Ovvio che invito anche ogni lettore a fare lo stesso..
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Richiesta di preghiera/2

Ad oltre due anni di distanza dalla pubblicazione su questo blog di un post che conteneva una richiesta di preghiera, oggi una persona (che non si firma) commenta tale post facendo nuova richiesta di preghiera:

Vi chiedo una preghiera particolare affinchè il mio desiderio si verifichi! Grazie 

Ora non sapendo quale sia tale desiderio non possiamo che augurarci che esso sia lecito e vorrei cogliere l'occasione per domandare ad ognuno di fare una preghiera per le domande che sono nel cuore di ciascuno dei lettori del blog..
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venerdì 28 settembre 2012

Il Figlio dell'uomo dovrà soffrire (Post 151)

Nel Vangelo di oggi (Luca, 9,18-22) Gesù annuncia ai discepoli che dovrà soffrire molto a causa degli uomini. E questo dopo aver posto la domanda personale e non eludibile “Voi chi dite che Io sia?” 
Sappiamo che Pietro riconosce che Gesù è il Messia, ma subito dopo “non approva” il metodo di salvezza che Egli annuncia. 
Spesso noi scordiamo infatti che “le Mie vie non sono le vostre vie”. Con buona probabilità ognuno di noi ha una sua idea (in perfetta buona fede) su come il mondo si potrebbe salvare e quasi sicuramente il metodo è molto diverso da quello di Gesù. 
Il punto è quindi non tanto riconoscere Gesù ma accogliere il Suo metodo di salvezza per il mondo e per ciascuno di noi. La Sua croce è data dal nostro male che Lui si addossa perché ci ama; è il Suo “perdersi” per salvare ognuno di noi. 
La Sua sofferenza è prodotta da tutte le forme del male che abbiamo inventato per salvarci: l'avere, il potere e il sapere o, in altri termini, la ricchezza, la vanagloria e la superbia, il cercare di salvarsi a prescindere da Gesù. 
Invece è proprio nel seguire e nell’affidarci al Suo progetto misterioso ma efficace di redenzione che c’è salvezza. 
La sofferenza non è condanna ma occasione di conversione personale e partecipazione al Suo disegno redentivo.
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mercoledì 26 settembre 2012

I bambini ci guardano (Contributi 735)

Un articolo di Don Massimo Camisasca: 


Non c’è compito più difficile e affascinante per un sacerdote di parlare di Dio ai bambini. Molti pensano che per i piccoli non sia ancora giunto il tempo di ascoltare temi così elevati. 
Si vede che non hanno mai veramente ascoltato un bambino, ricevuto le sue confidenze. Anch’io, che ho solo esperienze di zio e pro-zio, so benissimo che l’infanzia è l’epoca dello stupore e dei “perché?”, epoca metafisica e religiosa per eccellenza, momento favorevolissimo per iniziare una catechesi con i piccoli. 
Loro non hanno bisogno di essere obbligati a pensare, a capire, a ricordare. 
Per un bambino è naturale chiedersi, guardando un giocattolo: «Chi l’ha fatto?», e guardando il cielo: «Chi vi abita?». 
È naturale per lui, di fronte al misterioso esserci delle cose, sentirle come animate e familiari compagne di viaggio. 
Il bambino percepisce le voci che vengono dalle piante, dagli animali, dai volti, non perché è un visionario, ma perché non è distratto dalla vita. È tutto concentrato su ciò che sta accadendo nell’istante. 
Nei piccoli è quasi spontanea la passione per le storie e per la storia. 
Perciò, come non bisogna aver paura di parlare loro di Dio, del Paradiso, della preghiera, degli angeli, nello stesso modo non bisogna pensare che non siano interessati alla storia. Adamo, Noè, Mosè, Davide… attraverso la nostra narrazione (che oggi può essere facilmente arricchita da brevi spezzoni di filmati) diventano, prima ancora dei personaggi dei cartoni animati, i loro eroi, che si imprimeranno per sempre nella loro memoria. 
Li porteranno dentro di sé anche quando penseranno di averli dimenticati. 
Allo stesso modo l’umanità luminosa di Gesù, le avventure di san Pietro e di san Paolo, li introdurranno ai tempi più maturi dell’esistenza che necessitano di memorie fondamentali e piene di realistica speranza. I bambini ci obbligano a riscoprire la nostra fede, a scuoterci di dosso tutto ciò che è abitudine o dovere e a rivivere, con la leggerezza e la letizia dell’infanzia, la consapevolezza talvolta ardua della maturità.
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