Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

sabato 12 ottobre 2013

Il coraggio della preghiera

Giovedì, 10 ottobre 2013

La nostra preghiera deve essere coraggiosa, non tiepida, se vogliamo non solo ottenere le grazie necessarie ma soprattutto, attraverso essa, conoscere il Signore. Se lo chiediamo, sarà lui stesso a portarci la sua grazia. Papa Francesco questa mattina, 10 ottobre, durante la messa celebrata a Santa Marta, è tornato a parlare della forza e del coraggio della preghiera.
Alla necessità di pregare con insistenza se necessario, ma sempre lasciandosi coinvolgere da essa, richiama il brano liturgico del Vangelo di Luca (11, 5-13) «con questa parabola — ha spiegato il Pontefice — dell’amico invadente, l’amico inopportuno», che a notte fonda va a chiedere a un altro amico del pane per sfamare un conoscente appena giunto in casa sua e al quale non aveva nulla da offrire. «Con questa richiesta — ha notato — l’amico deve alzarsi dal letto e dargli il pane. E Gesù in un’altra occasione ci parla di questo: nella parabola della vedova che andava dal giudice corrotto, il quale non la sentiva, non voleva sentirla; ma lei era tanto importuna, infastidiva tanto, che alla fine, per allontanarla in modo che non le desse troppo fastidio, ha fatto giustizia, quello che lei chiedeva. Questo ci fa pensare alla nostra preghiera. Come preghiamo noi? Preghiamo così per abitudine, pietosamente, ma tranquilli, o ci mettiamo con coraggio davanti al Signore per chiedere la grazia, per chiedere quello per il quale preghiamo?».
L’atteggiamento è importante perché «una preghiera che non sia coraggiosa — ha affermato il Pontefice — non è una vera preghiera». Quando si prega ci vuole «il coraggio di avere fiducia che il Signore ci ascolta, il coraggio di bussare alla porta. Il Signore lo dice, perché chiunque chiede riceve e a chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto».
Ma, si è chiesto il Santo Padre, la nostra preghiera è così? Oppure ci limitiamo a dire: «Signore ho bisogno, fammi la grazia»? In una parola, «ci lasciamo coinvolgere nella preghiera? Sappiamo bussare al cuore di Dio?». Per rispondere il vescovo di Roma è tornato al brano evangelico, alla fine del quale «Gesù ci dice: quale padre tra voi se il figlio gli chiede un pesce gli darà una serpe? O se gli chiede un uovo gli darà uno scorpione? Se voi siete padri darete il bene ai figli. E poi va avanti: se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo... E ci aspettiamo che prosegua dicendo: darà cose buone a voi. Invece no, non dice quello! Darà lo Spirito Santo a quelli che lo chiedono. E questa è una cosa grande».
Perciò «quando noi preghiamo coraggiosamente, il Signore non solo ci dà la grazia, ma ci dà anche se stesso nella grazia». Perché «il Signore — ha spiegato il Papa con un’espressione incisiva — mai dà o invia una grazia per posta: la porta lui, è lui la grazia!».
«Oggi — ha detto in conclusione — nella preghiera, nella colletta, abbiamo detto al Signore di darci quello che anche la preghiera non osa chiedere. E che cosa è quello che noi non osiamo chiedere? Lui stesso! Noi chiediamo una grazia, ma non osiamo dire: vieni tu a portarmela. Sappiamo che una grazia sempre è portata da lui: è lui che viene e ce la dà. Non facciamo la brutta figura di prendere la grazia e non riconoscere che quello che ce la porta, quello che ce la dà, è il Signore».
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venerdì 11 ottobre 2013

Noi preti dobbiamo puzzare di pecora come i pastori (Contributi 905)

Articolo di Aldo Trento da Tempi:

Tristezza e dolore sono state le mie prime reazioni alla notizia che tre anziani, disperati per il dramma economico che stavano passando, si sono tolti la vita. “Il suicidio come rimedio alla crisi economica”, intitolava un giornale veneto. Terribile questa affermazione: invece di domandarsi perché succedono queste tragedie, si sbatte in faccia alla gente la circostanza più disumana, più violenta che esiste per fuggire da un serio problema o per risolverlo radicalmente, ponendo fine alla vita. Viviamo in un mondo nel quale perfino la ragione è scomparsa dalla mappa umana. Come non chiedersi il perché… Qual è la responsabilità di ognuno davanti a questi fatti? Dobbiamo chiederci se è la politica economica la causa di queste drammatiche decisioni o se c’è qualcosa di più
profondo. Non solo, ma quando cominceranno i preti a interrogarsi sulla propria responsabilità, invece di continuare a lanciare pietre contro la società o contro gli uomini politici (senza scusare nessun politico, molte volte preoccupato solo del potere)? Perché il sacerdote che celebra la funzione funebre non comincia l’omelia domandandosi: «Ma io cosa ho fatto, cosa sto facendo per accompagnare queste persone disperate?». Se io sono parroco non posso non conoscere i miei parrocchiani, le loro necessità e i loro problemi.
In questo senso occorre scoprire perché papa Francesco, già dal primo giorno del suo pontificato, ha detto a noi pastori che dobbiamo uscire in strada per incontrare la gente e non rimanere chiusi nella casa parrocchiale, magari usando un pc o guardando la tv per collegarci con il mondo. Il Santo Padre ci ha anche detto che il sacerdote, come il pastore, deve puzzare di pecora, cioè deve condividere la vita con il suo gregge. Fa male vedere come molte volte noi pastori scarichiamo la nostra responsabilità sugli altri. Sembra che un suicidio o un omicidio sia solo l’occasione per puntare il dito contro un “altro”.
Invece occorre che ci inginocchiamo davanti a un “altro” sacerdote chiedendo umilmente perdono per i nostri peccati di omissione. Sempre su quel giornale ho letto che le autorità politiche e civili hanno messo a disposizione della gente (specialmente per gli imprenditori costretti a chiudere le proprie imprese), un numero telefonico al quale poter ricorrere in un momento di disperazione… Iniziative belle! Ma la Chiesa? Anche nella Chiesa sono sempre esistite persone o istituzioni che si sono occupate di queste importanti e gravi questioni. In special modo in ogni parrocchia, dove è più semplice raggiungere tutte le persone.
Lo affermo per esperienza personale, specialmente in terra di missione, se non ci occupiamo delle persone, perdiamo tempo nella costruzione di opere inutili. Mai come in questo momento è necessario affermare che questo “è il tempo della persona”, perché è la persona che è in crisi e non l’economia. Tutti parlano di crisi antropologica come origine di qualunque altra crisi. Ed è profondamente vero perché se l’io umano viene privato del significato della vita, della coscienza del proprio destino, è inevitabile che consegni la sua vita al potere, con l’illusione che questo gli risolva i problemi; mentre in realtà si trova vuoto ed impotente. Mai come in questi tempi sento mia questa provocazione: in chi sta la consistenza della mia vita, del mio io? Negli idoli o nel Mistero che si è fatto carne in Cristo? La dignità non è l’autonomia
Rispondere a questa domanda è una necessità, perché dalla posizione che assumiamo dipende la possibilità di una resurrezione o di una morte. L’orgoglio ci ha reso ciechi illudendoci che con le nostre capacità e la nostra forza saremmo stati in grado di risolvere i grandi punti interrogativi della vita. Mentre di fatto siamo precipitati nell'abisso del niente, del cinismo; incolpiamo sempre l’altro. Allora da dove riprendere la strada, da dove ricominciare? Occorre la Grazia di trovare quell'Uomo che entrò nella storia affermando «Io sono la via, la verità e la vita». Papa Francesco parla della mondanizzazione della fede. Cioè di una fede incapace di incidere, di dare una rotta alla vita. Una fede formale che si adegua al potere di turno, incapace di scuotere la vita dal suo letargo e che non permette alla libertà umana di chiedere: «Vieni Signore Gesù».
Una delle cose più tristi di questa condizione esistenziale è che si è arrivati fino al punto di scambiare il chiedere aiuto con la mancanza di dignità. È quello che si è affermato a proposito di alcuni anziani che si sono tolti la vita. Ci hanno fatto credere che la dignità dell’uomo coincide con l’autonomia, con il “fai da te”. Mentre la dignità suprema dell’uomo consiste nella libertà di chiedere, di mendicare. Affermava don Giussani: «Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo». Instancabilmente papa Francesco ci ricorda che mentre Dio non si stanca di perdonare, l’uomo si stanca di chiedere perdono. «Io posso», pretesa di autorealizzazione prescindendo dalla relazione col Mistero, è diventato la forma più diabolica dell’orgoglio. Mentre l’uomo è relazione, è una domanda, è un fascio di domande . Quale essere umano, afferma Gesù, può allungare la sua vita di un solo minuto? Troppo facile parlare dal pulpito
Davanti a questi fatti terribili che colpiscono sia giovani sia adulti, incolpiamo migliaia di fattori estranei alla nostra vita, essendo sleali con essa. Don Giussani ci diceva che l’uomo può arrivare anche a togliersi la vita, ma seguendo l’impeto del proprio cuore. Tutte le altre cause hanno sempre come origine un problema affettivo: in cosa ha consistenza il nostro cuore? E la risposta non ce la dà né lo psichiatra, né lo psicoanalista, nemmeno gli psicofarmaci. Non esiste rimedio, non esiste farmaco che possa risolvere il dramma del senso della vita. Tutta la nostra forza, tutta la nostra volontà non può impedire il “finire” della vita. Leggiamo cosa si afferma nel Piccolo signor Friedemann di Thomas Mann: «Che alla fine della storia personale ognuno, come nuovi Prometei, pretende di raggiungere il cielo con le proprie mani» (Storie di Thomas Mann ne Il Senso Religioso).
Solo prendendo sul serio il nostro cuore, aiutato dalla compagnia della Chiesa, questa crisi, compresa quella economica, troverà l’inizio di una soluzione. Altrimenti i politici continueranno a discutere per niente, mantenendo solo la loro vuota loquacità in televisione e i preti continueranno a incolpare “altri”, approfittando del potere dell’omelia, accusando i politici di essere i responsabili di questi suicidi che avvengono come risposta alla crisi. Tanto gli uni quanto gli altri senza mai domandarsi: «La mia responsabilità personale dove è?». È arrivata l’ora, come afferma papa Francesco, di uscire in strada annunciando Cristo Gesù, l’unica risposta alla sete e fame di felicità, amore, giustizia, verità, del cuore umano. 
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giovedì 10 ottobre 2013

La semplicità di un cuore innamorato (Contributi 904)

Omelia di Mons.Massimo Camisasca, Vescovo di Reggio Emilia, per la Beatificazione di Rolando Rivi 


Siamo qui per ringraziare. Ringraziare Dio che ha trasformato un atto di violenza terribile e omicida, in una occasione di luce e di riconciliazione.
Come ho avuto l’occasione di ricordare durante questi giorni di preparazione alla solenne beatificazione di ieri, dobbiamo guardare al martirio di Rolando Rivi con un’ottica nuova. Senza dimenticare il fatto storico, dobbiamo saper leggere in esso il suo richiamo a tutta la nostra Chiesa, anzi, a tutta la nostra società.
Dio parla agli uomini in molti modi. In Rolando ha parlato attraverso un ragazzo. Non attraverso i suoi scritti o le sue parole, ma attraverso la sua carità. Egli ha amato Gesù sopra ogni cosa, fino a non temere i persecutori. Non ha avuto paura di perdere la vita perché sapeva che in Gesù tutto gli sarebbe stato restituito in modo moltiplicato. In fondo in lui c’era non un ragionamento, ma la semplicità di un cuore innamorato. Quella semplicità che oggi vogliamo chiedere per tutti noi. Quella semplicità che guarda alla vita, morte e resurrezione di Gesù come al cuore della storia del mondo e della storia personale di ciascuno.
Tutti noi cerchiamo dei punti di consistenza, di appoggio, di verità. E ci affidiamo spesso ad aiuti che non possono mantenere le loro premesse. Il martire ci indica Dio come sostegno che non viene mai meno: Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore;
mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo;
mio scudo e baluardo, mia potente salvezza… Mi circondavano flutti di morte,
mi travolgevano torrenti impetuosi;
già mi avvolgevano i lacci degli inferi,
già mi stringevano agguati mortali.
Nel mio affanno invocai il Signore,
nell'angoscia gridai al mio Dio:
dal suo tempio ascoltò la mia voce,
al suo orecchio pervenne il mio grido… Stese la mano dall'alto e mi prese,
mi sollevò dalle grandi acque… Mi portò al largo,
mi liberò perché mi vuol bene (Sal 17, 2-3-5-7.17.20).
Rolando Rivi
Se Dio è il nostro sostegno, noi possiamo diventare a nostra volta sostegno per gli altri. Questo è il dinamismo della carità. Il martirio di Rolando ha inaugurato un’immensa onda di bene sulla terra. Un’immensa energia di perdono e di riconciliazione. Nel martirio si vede chiaramente l’unità tra verità e carità: nella luce della conoscenza di Dio e di suo Figlio, scopriamo il peso della vita, il valore di ogni uomo, il senso di ogni gioia e sofferenza. Ciò che per il mondo è fondamentale, diventa secondario. Questo ci ha ricordato san Paolo nella lettera ai Romani: non assumete lo spirito del mondo – letteralmente, “lo schema del mondo” – ma rinnovate la vostra mente per conoscere la volontà di Dio e ciò che è gradito a lui e, dunque, buono e perfetto (cfr. Rm 12,2).
Il mondo non conosce quanto Dio sia fonte di luce, di pace, di gioia. Attende di saperlo attraverso di noi. Rolando questa sera ci indica le vie della missione, della testimonianza, della carità verso i nostri fratelli. La più grande carità che possiamo avere per loro è far conoscere Gesù, l’immensa umanità del Figlio di Dio fatto uomo, «il suo amore per gli uomini traboccante di pace (cfr. Dionigi l’Areopagita, De divinis Nominibus 953 A 10).
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mercoledì 9 ottobre 2013

Educare il popolo (Contributi 903)

Vi propongo questo articolo dal sito di Tempi: 

«Il compito della Chiesa è educare il popolo», ha affermato Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara, all'incontro “Una nuova generazione di politici” organizzato dal Pdl di Cremona, giovedì scorso. «Non c’è una strada più veloce per creare una nuova generazione di politici, professori, padri e madri, se non quella regale che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore: educare». Sui valori fondanti della politica e della società italiana e il dialogo fra laici e cattolici, l’arcivescovo di Ferrara ha discusso con l’ex ministro del Welfare e senatore del Pdl, Maurizio Sacconi. 

EDUCARE IL POPOLO L’arcivescovo di Ferrara ha spiegato che «una società plurale è centrata sulla persona» e «vede nel cammino educativo che deve essere offerto alla persona la strada maestra perché la società non sia qualcosa di piatto, di informe, di grigio, di generico, ma una realtà vibrante di iniziative, di ricerche, di creatività». È grave, nota Negri, che lo Stato italiano non lo abbia ancora riconosciuto e che «a 150 anni dall'unificazione, in Italia manchi ancora un’autentica libertà d’educazione». «Ci sono centinaia di scuole paritarie cattoliche che fanno un servizio straordinario alla educazione del popolo vengono sostanzialmente discriminate» e chiuse, denuncia l’arcivescovo. 
Negri ha affrontato il tema centrale del riconoscimento della libertà da parte dello Stato: «Una comunità deve garantire che sia tutelata la libertà della persona, delle comunità e dei gruppi». «Non abbiamo bisogno di uno Stato che si identifica con la società e diventa fattore determinante della stessa personalità», ha proseguito. «Se si pensa una società o uno Stato senza mettere al centro la persona e i suoi diritti inalienabili qualsiasi struttura si crei è una struttura oppressiva, negativa, sostanzialmente totalitaria». «Non sono la Verità e la fede ad escludere», ha spiegato Negri. È l’ideologia. «Solo l’ideologia esclude, perché dall'esclusione dell’avversario si fortifica, poiché la verità dell’ideologia non è la corrispondenza con la realtà, ma la correttezza formale dei suoi principi e delle sue conseguenze». «L’uomo – ha notato Negri – è a disposizione soltanto di Dio», e mentre il laicista finisce per negare questo principio, «il laico vero lo intuisce, e pratica questa intuizione in maniera significativa e qualche volta eroica».

SACCONI: FAMIGLIA E E PERSONA. «La messa in discussione della famiglia “pubblica”, cioè della famiglia naturale orientata alla procreazione, significa la messa in discussione del modello sociale». Sacconi ha illustrato nel suo intervento quanto la famiglia sia centrale per la vita pubblica del paese e per il suo futuro. «Il futuro possibile dell’Italia non può che avere un cuore antico», ha spiegato l’ex ministro del Welfare. Finita l’epoca delle «illusorie ideologie», e immersi in un tempo difficile per la vita pubblica, l’Italia deve tornare «all'eccezionalità italiana» di cui parlava Giovanni Paolo II, e appoggiarsi, per crescere, a «quella attitudine comunitaria, che significa in sostanza “persona”, “famiglia”, “comunità”».
Su questi tre pilastri si costruisce il futuro del Paese, in un tempo in cui le «perdite di senso» nei confronti della vita e della persona umana, la mancanza di «solidarietà intergenerazionale» e l’incedere dell’individualismo minano «la vitalità dell’uomo in ciò che fa e nella sua attitudine a relazionarsi con gli altri». La politica, ha concluso Sacconi, deve portare avanti un’idea di società opposta a quella di oggi dove si ritiene che non si possa «modificare un chicco di mais» ma allo stesso tempo si è disposti «alle più azzardate modificazioni della vita umana». 
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domenica 6 ottobre 2013

Domenica XXVII t. ord."C" 6-ott-2013 (Angelus 157)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! 
Prima di tutto voglio rendere grazie a Dio per la giornata che ho vissuto ad Assisi, ieri l’altro. Pensate che era la prima volta che mi recavo ad Assisi ed è stato un grande dono fare questo pellegrinaggio proprio nella festa di san Francesco. Ringrazio il popolo di Assisi per la calda accoglienza: grazie tante! 
Oggi, il brano del Vangelo comincia così: «In quel tempo gli apostoli dissero al Signore: “Accresci in noi la fede!”» (Lc 17,5-6). Mi pare che tutti noi possiamo fare nostra questa invocazione. Anche noi come gli Apostoli diciamo al Signore Gesù: “Accresci in noi la fede!”. Sì, Signore, la nostra fede è piccola, la nostra fede è debole, fragile, ma te la offriamo così com'è, perché Tu la faccia crescere. Vi sembra bene ripetere tutti insieme questo: “Signore, accresci in noi la fede!”? Lo facciamo? Tutti: Signore, accresci in noi la fede! Signore, accresci in noi la fede! Signore, accresci in noi la fede! Ce la faccia crescere! 
E il Signore che cosa ci risponde? Risponde: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe» (v. 6). Il seme della senape è piccolissimo, però Gesù dice che basta avere una fede così, piccola, ma vera, sincera, per fare cose umanamente impossibili, impensabili. Ed è vero! Tutti conosciamo persone semplici, umili, ma con una fede fortissima, che davvero spostano le montagne! Pensiamo, per esempio, a certe mamme e papà che affrontano situazioni molto pesanti; o a certi malati, anche gravissimi, che trasmettono serenità a chi li va a trovare. Queste persone, proprio per la loro fede, non si vantano di ciò che fanno, anzi, come chiede Gesù nel Vangelo, dicono: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10). Quanta gente tra noi ha questa fede forte, umile, e che fa tanto bene! 
In questo mese di ottobre, che è dedicato in particolare alle missioni, pensiamo a tanti missionari, uomini e donne, che per portare il Vangelo hanno superato ostacoli di ogni tipo, hanno dato veramente la vita; come dice san Paolo a Timoteo: «Non vergognarti di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo» (2 Tm 1,8). Questo però riguarda tutti: ognuno di noi, nella propria vita di ogni giorno, può dare testimonianza a Cristo, con la forza di Dio, la forza della fede. La fede piccolissima che noi abbiamo, ma che è forte! Con questa forza dare testimonianza di Gesù Cristo, essere cristiani con la vita, con la nostra testimonianza! 
E come attingiamo questa forza? La attingiamo da Dio nella preghiera. La preghiera è il respiro della fede: in un rapporto di fiducia, in un rapporto di amore, non può mancare il dialogo, e la preghiera è il dialogo dell’anima con Dio. Ottobre è anche il mese del Rosario, e in questa prima domenica è tradizione recitare la Supplica alla Madonna di Pompei, la Beata Vergine Maria del Santo Rosario. Ci uniamo spiritualmente a questo atto di fiducia nella nostra Madre, e riceviamo dalle sue mani la corona del Rosario: il Rosario è una scuola di preghiera, il Rosario è una scuola di fede! 

DOPO L’ANGELUS 
Cari fratelli e sorelle, 
ieri, a Modena, è stato proclamato Beato Rolando Rivi, un seminarista di quella terra, l’Emilia, ucciso nel 1945, quando aveva 14 anni, in odio alla sua fede, colpevole solo di indossare la veste talare in quel periodo di violenza scatenata contro il clero, che alzava la voce a condannare in nome di Dio gli eccidi dell’immediato dopoguerra. Ma la fede in Gesù vince lo spirito del mondo! Rendiamo grazie a Dio per questo giovane martire, eroico testimone del Vangelo. E quanti giovani di 14 anni, oggi, hanno davanti agli occhi questo esempio: un giovane coraggioso, che sapeva dove doveva andare, conosceva l’amore di Gesù nel suo cuore e ha dato la vita per Lui. Un bell'esempio per i giovani! 
Vorrei ricordare assieme a voi le persone che hanno perso la vita a Lampedusa, giovedì scorso. Preghiamo tutti in silenzio per questi fratelli e sorelle nostri: donne, uomini, bambini… Lasciamo piangere il nostro cuore. Preghiamo in silenzio. 
Saluto con affetto tutti i pellegrini, specialmente le famiglie e i gruppi parrocchiali. Saluto i fedeli della città di Mede, quelli di Poggio Rusco, e i giovani di Zambana e di Caserta. 
Un pensiero speciale alla comunità peruviana di Roma, che ha portato in processione la sacra Immagine del Señor de los Milagros. Vedo da qui quest’immagine, lì, in mezzo alla Piazza. Salutiamo tutti il Señor de los Milagros, lì, nella Piazza! Saluto i fedeli provenienti dal Cile e il gruppo Bürgerwache Mengen della diocesi di Rottenburg-Stuttgart, in Germania. 
Saluto il gruppo di donne che sono venute da Gubbio, sulla cosiddetta “Via Francigena Francescana”; saluto i responsabili della Comunità di Sant'Egidio in diversi Paesi dell’Asia - sono bravi, questi di Sant’Egidio! Saluto i donatori di sangue dell’ASFA di Verona e quelli dell’AVIS di Carpinone; il consiglio nazionale dell’AGESCI, il gruppo pensionati dell’ospedale Sant’Anna di Como, l’Istituto Canossiano di Brescia e l’Associazione “Missione Effatà”. 
A tutti auguro una buona domenica. Buon pranzo e arrivederci!
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sabato 5 ottobre 2013

Menzogna sull'uomo (Contributi 902)

Ieri si celebrava (anche)il patrono di Bologna, S.Petronio, ecco il testo dell’omelia pronunciata dal cardinale Carlo Caffarra: 

La solennità del momento che stiamo vivendo; la santità e la bellezza del luogo in cui ci troviamo, orgoglio di ogni bolognese; la memoria di Petronio, Vescovo che ha edificato spiritualmente questa città, ci chiedono di riflettere profondamente sul suo destino e sulle sue condizioni. 
Saluto le autorità civili – in primo luogo il Sindaco -, le autorità militari, e le autorità accademiche dell’Alma Mater. La loro presenza, che fedelmente si ripete ogni anno, dimostra il loro desiderio di rendere la nostra città sempre più vivibile ed amabile. 

1. La seconda lettura ci invita ad una comprensione della vicenda storica, più profonda di quella offerta dai resoconti cronachistici. 
La costruzione dell’unità fra le persone e fra i popoli è un desiderio così profondo, che tutta la Storia ne è attraversata. Ne è la corrente profonda. Quale unità? 
Certamente l’unità che possiamo verificare, e che è causata dall'appartenenza alla stessa Nazione o alla stessa città. Ma l’apostolo Paolo nella seconda lettura parla di una forza unitiva più profonda: «Pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri». Il centro di attrazione è il Signore Gesù: «quando sarò innalzato, attirerò tutti a me» [Gv 12,32]. 
«Cristo è come un centro in cui convergono le linee affinché le creature del Dio unico non restino nemiche ed estranee le une con le altre, ma abbiano un luogo comune dove manifestare la loro amicizia e la loro pace» [S. Massimo il Confessore]. 
Ma Gesù nella pagina del Vangelo appena proclamata, ci avverte che esiste anche una forza che contrasta la forza unitiva. «E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo». La forza di contrasto è in atto quando qualcuno pensa di essere superiore agli altri: quando si innalza sul fratello per dominarlo o farne uso. Quando qualcuno esercita il potere di cui è in possesso, come dominio più o meno esplicito sugli altri. 
Cari fratelli e sorelle, la Storia nella sua profondità è il conflitto di queste due forze: la forza attrattiva di Cristo, che fa in Sé di tutti gli uomini un solo corpo; la forza disgregante di chiunque pone se stesso al centro della realtà, nell'adorazione dell’opera delle proprie mani [cfr. Francesco, Lett. Enc. Lumen fidei 13]. 
Nel Vangelo abbiamo una rappresentazione perfetta del conflitto fra le due forze: l’incontro di Gesù con Pilato, come è raccontato dal Vangelo secondo Giovanni [cfr. Gv 18, 35-40]. 
Siamo ancora all'inchiesta previa al processo, si direbbe oggi. Il punto da verificare è uno solo: se Cristo intende instaurare uno Stato o un Regno alternativo all'Impero di Roma. 
Cristo lo esclude in modo assoluto, e quindi riconosce nel suo ambito l’autorità del magistrato romano. Ma nello stesso tempo afferma l’esistenza di un altro Regno colle seguenti parole: «Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». 
Queste parole di Gesù ci dicono in primo luogo in che cosa consiste la forza che fonda e difende il suo Regno. È la “testimonianza alla verità”. È la sua vita luminosa. Nelle sue azioni e nelle sue parole, ma soprattutto nel mistero della sua Persona si rivela pienamente l’amore di Dio verso l’uomo. È questa Rivelazione la forza attrattiva di Gesù, così potente da fare di tutti noi un solo corpo. 
Le parole dette da Gesù a Pilato indicano anche chi sono coloro che entrano in questo “campo gravitazionale”: coloro che “sono dalla Verità”. 
Sono coloro che cercano di fare luce nel groviglio della propria esistenza, senza nessun pregiudizio, senza censurare le grandi domande del cuore. Perché «chi cerca la verità, cerca Dio, ne sia egli consapevole o meno» [E. Stein]. Sono coloro che mediante fede sono introdotti in quella rivelazione dell’amore di Dio avvenuta in Gesù, il quale è il significato e il Destino ultimo della persona umana, e il fondamento su cui poggia la realtà. 

2. Cari amici, questa interpretazione della nostra storia quotidiana come costruzione di un’unità fra gli uomini che è il “corpo di Cristo”, e come disgregazione sociale causata dall'esaltazione di se stesso sopra gli altri, ci aiuta a comprendere la condizione culturale, spirituale, della nostra città? Vorrei ora offrirvi alcune riflessioni al riguardo. 
Non c’è dubbio che la nostra città ha conosciuto per molti anni dopo la seconda guerra mondiale, una forma, un modo di convivere ispirato da una precisa ideologia politica. Essa ha assicurato una città in se stessa compaginata. Non dico altro: non devo addentrarmi in analisi che non mi competono come Vescovo, ancor meno durante un’omelia liturgica. 
Questo modello di convivenza è gradualmente imploso, lasciando la nostra città incamminata sulla via di una progressiva disgregazione, di un progressivo disinteresse per il bene comune, di una caduta culturale del confronto politico. Il segno di tutto questo, il segno più inequivocabile è visibile: la nostra è diventata una città sporca, dai muri inguardabili. 
Perché c’è stata quella graduale implosione? Perché quel sistema, quel modello includeva una grande menzogna sull'uomo. Non dico sull'uomo considerato astrattamente. Una grande menzogna sull'uomo concreto, sull'uomo reale non astratto, al quale non è risparmiato il dramma della libertà. Sull'uomo che lavora; sull'uomo che desidera educare liberamente i suoi figli; sull'uomo che ogni mattino saluto, aprendo le finestre della mia camera, perché dorme nella piazza sottostante. 
Ora il vero rischio della nostra città – come della cultura occidentale – è di rassegnarsi a vivere dentro una cultura incapace di dare un assetto sensato al nostro convivere, che non sia la mera esaltazione della libertà individuale. Una cultura che intende dispensare l’uomo dalla ricerca di un senso della vita. La rassegnazione, la de-moralizzazione, l’avvilimento del cuore che ne derivano, possono essere fatali, perché ci portano a pensare che ciascuno di noi è impotente di fronte ai grandi poteri e meccanismi economici e finanziari. 

3. Quali sono le dimensioni fondamentali della verità circa l’uomo concreto, quella verità che preme dal fondo della nostra coscienza individuale e che sola può fare risorgere la nostra città? Sono soprattutto quattro. Le richiamo telegraficamente. 
- La persona umana è persona-uomo e persona-donna. Il matrimonio e la famiglia si radicano in questo mistero della nostra umanità. Voler ignorare questa semplice verità circa l’uomo concreto, neutralizzando dal punto di vista etico femminilità e mascolinità; negando il significato morale proprio del corpo e dei comportamenti che ad esso si riferiscono, significa correre il rischio di scardinare millenni di civiltà. Si corre il rischio di far scomparire le figure fondamentali dell’esistenza umana: il padre, la madre, il figlio. La realtà psico-fisica della femminilità e della mascolinità non è né muta né ottusa: ha un suo proprio linguaggio e una sua propria intelligibilità. 
- La “catena generazionale” mediante la quale ogni generazione trasmette all'altra semplicemente la propria umanità. Voi sapete che questa trasmissione si chiama «educazione della persona». Quale progetto di vita stiamo trasmettendo alle generazioni che seguono alla nostra: ai bambini, ai giovani? Vigiliamo, noi adulti, perché non si interrompa la catena; perché non accada di lasciare figli spiritualmente senza padre/madre. L’afasia educativa dei genitori causa l’afasia spirituale dei figli. Un grande impegno educativo da parte della Chiesa e della società civile è improrogabile. 
- La terza dimensione della verità circa l’uomo è il lavoro. Cari amici, ancora una volta lancio il mio grido. È giusto che sia fatto ogni sforzo perché chi ha lavoro, non lo perda. Ma è sommamente ingiusto che i giovani non trovino accesso al mondo del lavoro. Stiamo correndo, a causa di questo, un grave rischio: farli sentire “superflui” e come “sovrannumerari”, una generazione di cui la società, alla fine, non sa che farsene. E così commettiamo nei loro confronti il peggiore dei furti: li derubiamo della speranza. E che questo furto sia già stato perpetrato lo dimostra il fatto dei circa due milioni di giovani nella nostra Nazione che non fanno niente: non vanno a scuola e non cercano lavoro. Ciascuno di loro forse è stato condotto a dire: «Son riuscito a far svanire nel mio cuore ogni umana speranza» [A. Rimbaud]. 
- L’ultima – ma non d’importanza – dimensione dell’uomo concreto è il rapporto di cittadinanza: l’essere con l’altro nella stessa città. Abitare non solo materialmente nella nostra città, dipende dalla responsabile partecipazione di ciascuno alla sua vita. La crisi della nostra città è spirituale, e spirituale potrà essere solamente la sua ripresa. 

4. Cari fratelli e sorelle, quale è la forza che in ogni momento può rinnovare la nostra città? È stato scritto giustamente che «le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono felice l’uomo» [cit. da V. Havel, Il potere dei senza potere, Itaca ed., Castel Bolognese 2013, pag. 25]. Il più grande potenziale del cambiamento è in noi. 
«Le risorse esistenziali e morali dell’io, se ridestate liberano un potenziale di cambiamento, i cui esiti sono imprevedibili sul piano sociale» [ibid.]. La nostra città è quindi affidata a ciascuno di noi. 
Esistono nella tradizione due iconografie di S. Petronio. L’una lo raffigura mentre tiene sul braccio vicino al cuore la nostra città: pater civitatis. L’altra lo raffigura nel gesto di dare cibo ai poveri: pater pauperum. 
Pater civitatis – pater pauperum. È questo legame, il legame della civitas ai bisogni dell’uomo concreto che fa risorgere Bologna. Perché essa diventi sempre più la città dove regna la luce della Verità circa l’uomo, circa l’uomo concreto; dove questa luce diventa in ciascun cittadino energia costruttrice della nostra convivenza. Così sia.
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Sorpresa, la Chiesa non è in liquidazione (Contributi 901)

Un articolo di Riccardo Cascioli da La Bussola:


A seguire in questi giorni stampa e tv, il 4 ottobre sarebbe dovuto essere una sorta di Dies Irae: papa Francesco ad Assisi che fa un gesto eclatante di rottura con il passato, vaticanisti e anche qualche prelato che anticipavano una rinuncia clamorosa a tutte le ricchezze della Chiesa, ovviamente nella Sala della Spoliazione dove era previsto l’incontro con i poveri. 
In questi giorni abbiamo letto incredibili anticipazioni di ciò che il Papa sulle orme del “poverello” di Assisi avrebbe detto e fatto. E lo ha letto anche papa Francesco, probabilmente divertendosi un po’, perché vi ha fatto riferimento nel suo discorso a braccio; ma per spiegare che gli oltre mille giornalisti che si erano accreditati per seguire in diretta l’evento storico di un Papa che “mette in liquidazione” la Chiesa, avevano preso una cantonata: la vera ricchezza da cui spogliarsi – ha detto - è la mondanità, ovvero il pensiero del mondo, gli idoli che il mondo propone e che sono un cancro per i cristiani. 
E tanto che c’era, nell'omelia della messa celebrata sul piazzale antistante la Basilica inferiore, ha anche fatto a pezzetti quell'immagine «sdolcinata» di san Francesco che va tanto di moda e che, ovviamente, è stata pompata in questi giorni per accostarla anche a papa Bergoglio. «Quel san Francesco non esiste, non esiste» ha invece spiegato il Pontefice, così come non esiste, non è reale l’immagine di un san Francesco ecologista, «una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo». 
No, l’amore per i poveri, il rispetto del Creato, il desiderio di pace, per papa Francesco hanno un solo nome, Cristo: «Chi segue Cristo riceve la vera pace, quella che solo Cristo e non il mondo ci può dare». Da qui viene tutto il resto, compreso l’amore per i poveri che è «un tutt'uno con l’imitazione di Cristo». E incontrando i disabili e i poveri, chinandosi su di loro e abbracciandoli, ha fatto vedere cosa intende: i poveri non sono una categoria sociologica, non sono una massa per cui chiedere diritti, sono «la carne di Cristo». E solo per questo si possono e si devono amare. 
L’evento dunque c’è stato, ma non quello che si attendeva il mondo. Anzi, ciò che è apparso chiaro è che la Chiesa, corpo di Cristo, è irriducibile al mondo.
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venerdì 4 ottobre 2013

Una lacrima mi ha salvato (Contributi 900)

Un articolo tratto da Tempi: 

Salvata da una lacrima. È l’incredibile storia di Angèle Lieby, una donna francese che è uscita dallo stato vegetativo nel quale si trovava e che in un libro (che in Francia ha già venduto 200 mila copie) racconta la sua vicenda, puntando il dito contro quei medici che ormai la davano per spacciata, trattandola come un oggetto meritevole solo di una “dignitosa” fine. 

SENTIRE NEL BUIO 
La storia di Angèle, 57 anni, operaia, inizia il 13 luglio 2009. Come racconta nel video che vedete in pagina, sente una forte emicrania. Si reca all'ospedale di Strasburgo, ne discute con i medici che «non capiscono nulla». Non si sente bene, inizia a parlare con difficoltà, fatica a respirare, perde conoscenza. Una diagnosi sciagurata porta i dottori a decidere di intubarla e lasciarla cadere in coma farmacologico. Un coma dal quale, apparentemente, Angèle non si risveglierà mai più. La donna è ormai un vegetale, per la disperazione dei parenti, il marito Ray e la figlia Cathy, già madre di due bambine. Ma questo è solo ciò che si vede. In realtà, Angèle sente tutto, sebbene – come racconta oggi – non riesca a vedere nulla. Intorno a lei è solo nero. È solo buio. Raccontando quei giorni, in cui attorno al suo capezzale si riuniscono i cari e i medici, scrive nel libro: «Devo sentire tutto per capire cosa succede». Capisce di essere attaccata a una macchina, intuisce di essere alimentata da un sondino. Soprattutto comprende che i medici la danno per spacciata. Dopo tre giorni di coma in cui il suo corpo subisce continui peggioramenti, il 17 luglio un medico – che lei ironicamente soprannomina “dottor Sensibilità” – consiglia al marito di prenotarle un posto al camposanto e di iniziare a contattare le pompe funebri. È meglio intendersi per tempo sulle misure della bara. Angèla sente tutto. Cerca di urlare, ma la sua è una voce muta. Si accorge che il marito le tiene la mano, ma non ha forza per fare alcun cenno. Si accorge e prova dolore quando i dottori le pinzano un seno, ma non può farlo intendere a chi “sta fuori”. Dice nel libro: «Quello che provo non corrisponde a ciò che trasmetto». 

IL PADRE NOSTRO E LA LACRIMA 
I medici si fanno sempre più insistenti col marito. Ormai la situazione è disperata, “occorre staccare la spina”. Un consiglio cui Ray si oppone («non accetteremo mai»), mentre Angèle recita il Padre Nostro. Il 25 luglio, anniversario del suo matrimonio, entra nella sua stanza Cathy che le rivela di aspettare il terzo figlio e che desidererebbe tanto che la nonna potesse almeno vederlo. È a quel punto che accade l’inaspettato. Dagli occhi di Angèle sgorga una lacrima. Una sola lacrima che consente alla figlia di avvertire i dottori. Poi il movimento di un mignolo. In quel corpo imbalsamato c’è vita.

PRIMO GIORNO DI PRIMAVERA 
Da quel momento, Angèle “rinasce”. Studi più approfonditi su quel corpo, che fino a pochi istanti prima appariva solo come un cadavere, rivelano che soffre della sindrome di Bickerstaff. La rieducazione, il periodo che la porta fino alla completa guarigione, è lungo e faticoso. Il marito la assiste con costanza, annotando su un quaderno i progressi. Intanto lei impara lentamente a far comprendere i suoi sentimenti; una pallina regalatale dal coniuge l’aiuta a riacquistare la mobilità degli arti. Il 14 agosto, per la prima volta, esce dal letto. Lenti progressi le consentono di diventare sempre più indipendente dai macchinari: reimpara a parlare, a deglutire, a relazionarsi con gli altri. Il 30 gennaio 2010 è a casa. Il 20 marzo, primo giorno di primavera, esce all'aria aperta. 
IL MIO GIOIELLO
Oggi, grazie all'aiuto del giornalista Hervé de Chalendar, ha raccontato la sua storia che può essere letta anche nel volume di fresca pubblicazione Una lacrima mi ha salvato (San Paolo, 168 pagine, 14,90 euro). Un libro nel quale Angèle, parlando della sua «piccola esperienza», mette in guardia coloro che spesso troppo frettolosamente vedono in certi malati solo “vegetali” e non “esseri umani”: «Una persona può essere perfettamente cosciente anche se all'apparenza sembra in coma irreversibile». La sua vicenda le ha insegnato che «bisogna saper superare le proprie sofferenze e avere fiducia nella vita. Se oggi mi sento più fragile del solito, domani posso avere la fede di riuscire a superare le montagne». Ha solo un rimpianto: non avere potuto trattenere “quella” lacrima: «Avrei voluto poterla tenere per sempre, conservarla in una scatola come un gioiello e poterla ammirare di tanto in tanto». 
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martedì 1 ottobre 2013

Vi donerò il mio stipendio (Contributi 899)

Riporto uesto articolo dal sito di Tempi  

Per tutti noi è stata una grande sorpresa la visita improvvisa del nuovo presidente della Repubblica del Paraguay, Horacio Cartes, alla Fondazione San Rafael e alla Fondazione San Joaquín e Santa Ana, le due Ong responsabili giuridicamente delle opere di carità. Ha assunto il potere il 15 di agosto e già il 18, alle prime ore del mattino, era nella reception della nuova clinica Don Luigi Giussani. Con lui c’erano sua sorella Sarah Cartes, la first lady, sua figlia Sofia, e altre personalità del suo entourage. È stata grande la commozione quando, vedendomi, mi ha abbracciato come a un vecchio amico.
Dopo aver salutato affettuosamente i protagonisti di questa opera – gli strumenti con cui la Provvidenza sta portando avanti da nove anni le sedici opere che abbracciano la vita dal concepimento fino alla morte – tutti abbiamo partecipato a una colazione di lavoro durante la quale abbiamo illustrato non solo le opere di carità ma, in special modo, la modalità mediante la quale il Mistero le ha suscitate e le ragioni per le quali esistono, con il fine di mostrare al mondo la gloria di Dio fatta carne in Cristo Gesù.
Il Presidente non riusciva a credere a quello che i suoi occhi vedevano e le sue orecchie udivano. Poi si è alzato e ha detto: «Padre Aldo, non dobbiamo aumentare il numero delle istituzioni ma potenziare quelle che esistono, curando principalmente il fattore umano. A cosa serve, per esempio, l’ospedale nuovo che la Repubblica della Corea ha costruito ed equipaggiato in una città paraguaiana, se poi non ci sono né medici né infermieri che sappiano gestirlo come si deve? Ho dovuto chiuderlo e trasferire le apparecchiature negli ospedali di Asunción. Per questo motivo vorrei che in ogni regione del paese sorgesse una struttura bella come la vostra». 
Dopo uno scambio di opinioni durato circa un’ora, il presidente ha voluto incontrare tutti i pazienti della clinica, gli anziani della nuova casa San Riccardo Pampuri, poi le ospiti della casa di Chiquitunga che accoglie ragazzine violentate e gravide ed infine i bambini delle casette di Betlemme. Non è stata una semplice passeggiata pro forma, ma un autentico gesto di carità.
Cartes, davanti ai pazienti lucidi, domandava il nome, la sua origine, la malattia. Li accarezzava, dava loro la mano e un bacio in fronte. Con gli anziani è stato molto spiritoso. Una vecchietta, commossa, gli ha detto: «Presidente, sei un uomo molto attraente, bello». Allora lui l’ha baciata e, come ci insegna la tradizione del nostro paese, unendo le sue mani le ha chiesto la benedizione . Un gesto che anche papa Francesco ha fatto quando, appena eletto, nella Loggia di San Pietro ha chinato la testa chiedendo ai presenti la benedizione e una preghiera per lui. 
«Presidente, son del tuo partito»
In quelle poche ore ci sono stati tanti altri aneddoti molto belli che vale la pena sottolineare. Don Fortunato è un vecchio che, stanco di vivere sulla strada, ha voluto venire a vivere a casa mia. Condivide la stanza con un ragazzo che per molti anni ha vissuto in una casetta di Betlemme. Senza padre né madre, molto violento, era fuggito dalla casetta riparandosi in una baracca senza tetto, senz'acqua, senza bagno.
Stanco di questa vita, un giorno ha deciso di tornare alla parrocchia San Rafael, e mi ha chiesto di poter vivere con me. Sono rimasto molto colpito e felice. Cosa c’è di più bello di un figlio che, così come liberamente è andato via, allo stesso modo torna alla casa del padre?
Quel giorno, sapendo della visita del presidente, don Fortunato si è presentato alla colazione: «Signor presidente della Repubblica, eccomi qui. Io sono don Fortunato, appartengo al tuo partito, Colorado, sezione numero 14». Horacio Cartes si è alzato dalla sedia, si è avvicinato al vecchietto e lo ha abbracciato appoggiandogli la testa sulla spalla destra e accarezzandolo gli ha augurato molti anni di vita (foto sopra). Poi il presidente è tornato al suo posto e don Fortunato, rimasto immobile per qualche secondo si è rivolto ancora a lui: «Signor presidente, ora che mi ha visto posso ritirarmi?» e tra le risate di tutti, si è voltato e se n’è andato.
Il secondo aneddoto che descrive l’umiltà e la personalità del presidente è stato quando è passato davanti al Santissimo Sacramento esposto. Un giovane universitario gli ha detto: «Noi che viviamo qui, siamo educati a inginocchiarci davanti a Cristo Eucaristia». Immediatamente il presidente si è inginocchiato, con entrambe le gambe. È stato un gesto sorprendente; siamo abituati a tanta superficialità, a vedere politici che pensano di essere più potenti dell’Eucaristia. 
Un impegno personale
Il tempo è passato senza accorgersene e alle 13.30 il presidente è andato via. Doveva partecipare a una riunione con i suoi ministri per affrontare l’atto terroristico compiuto dall’Ejército del pueblo paraguayo (Epp, guerriglieri che sostengono di lottare per i diritti del contado paraguaiano e che seminano il terrore nel nord del paese, dove era stato vescovo l’ex presidente Fernando Lugo) che quello stesso giorno avevano ammazzato tre poliziotti.
Prima di andar via, con un gesto di profonda gratitudine, ci ha detto: «Padre e collaboratori tutti, come ho già affermato pubblicamente, voglio donare il mio stipendio di presidente della Repubblica del Paraguay alla Fondazione, e inoltre voglio collaborare anche col mio aiuto personale. Incarico dell’esecuzione di questo impegno mia figlia Sofia» . (ecco la lettera che certifica la donazione dello stipendio, -->).



Ancora una volta la Divina Provvidenza ci ha mostrato il suo volto pieno di tenerezza. Ancora una volta ho toccato con mano quello che afferma Gesù: «Se aveste fede quanto un granellino di senape, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe». Nella mia vita questa affermazione non è mai stata una retorica, o una metafora, ma il modo di agire di Gesù. Il problema sta nella nostra autocoscienza. O è un’autocoscienza definita ontologicamente da Cristo, oppure no.
Il governo precedente, quello del presidente Franco, è stato afferrato dall'iniziativa di Dio nella Fondazione. E quando è finito, molte persone, preoccupate, si domandavano cosa sarebbe accaduto con un governo contrario al partito liberale. Non erano passati nemmeno tre giorni dall'insediamento del nuovo presidente e già la risposta di Gesù era diventata molto chiara, sorprendendo tutta la Repubblica del Paraguay. 
Presenza sorgiva o reattiva?
Il problema è, come ci ha insegnato don Giussani e ci testimonia Julián Carrón, siamo una presenza sorgiva o reattiva nel mondo in cui viviamo? Siamo chiamati a sconvolgere il mondo con il nostro modo di essere, di vivere e non a reagire alle circostanze, alle provocazioni. Sono testimone che l’affetto che i governanti hanno per noi dipende solo dal fatto che siamo una presenza sorgiva.
Come ha affermato uno dei più grandi giornalisti paraguaiani alcuni anni fa, quando, dopo avere visitato la clinica, lui, ateo ed ebreo, ha detto: «Se quello che ho visto è Dio, allora anch'io posso credere in lui». È vero, Dio mi chiede tutto, ma mi dona molto, molto di più. La vita è solo ed esclusivamente una questione di fede, fede vissuta nel concreto come forma della propria autocoscienza. Questo è il mio impegno, il resto appartiene alla libertà di ciascuno. 
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domenica 29 settembre 2013

Chi è il catechista?

Omelia di Papa Francesco per la Giornata dei Catechisti


1. «Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri, … distesi su letti d’avorio» (Am 6,1.4), mangiano, bevono, cantano, si divertono e non si curano dei problemi degli altri.
Parole dure queste del profeta Amos, ma che ci mettono in guardia da un pericolo che tutti corriamo. Che cosa denuncia questo messaggero di Dio, che cosa mette davanti agli occhi dei suoi contemporanei e anche davanti ai nostri occhi oggi? Il rischio di adagiarsi, della comodità, della mondanità nella vita e nel cuore, di avere come centro il nostro benessere. E’ la stessa esperienza del ricco del Vangelo, che indossava vestiti di lusso e ogni giorno si dava ad abbondanti banchetti; questo era importante per lui. E il povero che era alla sua porta e non aveva di che sfamarsi? Non era affare suo, non lo riguardava. Se le cose, il denaro, la mondanità diventano centro della vita ci afferrano, ci possiedono e noi perdiamo la nostra stessa identità di uomini: guardate bene, il ricco del Vangelo non ha nome, è semplicemente “un ricco”. Le cose, ciò che possiede sono il suo volto, non ne ha altri.
Ma proviamo a domandarci: come mai succede questo? Come mai gli uomini, forse anche noi, cadiamo nel pericolo di chiuderci, di mettere la nostra sicurezza nelle cose, che alla fine ci rubano il volto, il nostro volto umano? Questo succede quando perdiamo la memoria di Dio. “Guai agli spensierati di Sion”, diceva il profeta. Se manca la memoria di Dio, tutto si appiattisce, tutto va sull’io, sul mio benessere. La vita, il mondo, gli altri, perdono la consistenza, non contano più nulla, tutto si riduce a una sola dimensione: l’avere. Se perdiamo la memoria di Dio, anche noi stessi perdiamo consistenza, anche noi ci svuotiamo, perdiamo il nostro volto come il ricco del Vangelo! Chi corre dietro al nulla diventa lui stesso nullità – dice un altro grande profeta, Geremia (cfr Ger 2,5). Noi siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio, non a immagine e somiglianza delle cose, degli idoli!
2. Allora, guardandovi, mi chiedo: chi è il catechista? E’ colui che custodisce e alimenta la memoria di Dio; la custodisce in se stesso e la sa risvegliare negli altri. E’ bello questo: fare memoria di Dio, come la Vergine Maria che, davanti all’azione meravigliosa di Dio nella sua vita, non pensa all’onore, al prestigio, alle ricchezze, non si chiude in se stessa. Al contrario, dopo aver accolto l’annuncio dell’Angelo e aver concepito il Figlio di Dio, che cosa fa? Parte, va dall’anziana parente Elisabetta, anch’essa incinta, per aiutarla; e nell’incontro con lei il suo primo atto è la memoria dell’agire di Dio, della fedeltà di Dio nella sua vita, nella storia del suo popolo, nella nostra storia: «L’anima mia magnifica il Signore … perché ha guardato l’umiltà della sua serva … di generazione in generazione la sua misericordia» (Lc 1,46.48.50). Maria ha memoria di Dio.
In questo cantico di Maria c’è anche la memoria della sua storia personale, la storia di Dio con lei, la sua stessa esperienza di fede. Ed è così per ognuno di noi, per ogni cristiano: la fede contiene proprio la memoria della storia di Dio con noi, la memoria dell’incontro con Dio che si muove per primo, che crea e salva, che ci trasforma; la fede è memoria della sua Parola che scalda il cuore, delle sue azioni di salvezza con cui ci dona vita, ci purifica, ci cura, ci nutre. Il catechista è proprio un cristiano che mette questa memoria al servizio dell’annuncio; non per farsi vedere, non per parlare di sé, ma per parlare di Dio, del suo amore, della sua fedeltà. Parlare e trasmettere tutto quello che Dio ha rivelato, cioè la dottrina nella sua totalità, senza tagliare né aggiungere.
San Paolo raccomanda al suo discepolo e collaboratore Timoteo soprattutto una cosa: Ricordati, ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, che io annuncio e per il quale soffro (cfr 2 Tm 2,8-9). Ma l’Apostolo può dire questo perché lui per primo si è ricordato di Cristo, che lo ha chiamato quando era persecutore dei cristiani, lo ha toccato e trasformato con la sua Grazia.
Il catechista allora è un cristiano che porta in sé la memoria di Dio, si lascia guidare dalla memoria di Dio in tutta la sua vita, e la sa risvegliare nel cuore degli altri. E’ impegnativo questo! Impegna tutta la vita! Lo stesso Catechismo che cos’è se non memoria di Dio, memoria della sua azione nella storia, del suo essersi fatto vicino a noi in Cristo, presente nella sua Parola, nei Sacramenti, nella sua Chiesa, nel suo amore? Cari catechisti, vi domando: siamo noi memoria di Dio? Siamo veramente come sentinelle che risvegliano negli altri la memoria di Dio, che scalda il cuore?
3. «Guai agli spensierati di Sion», dice il profeta. Quale strada percorrere per non essere persone “spensierate”, che pongono la loro sicurezza in se stessi e nelle cose, ma uomini e donne della memoria di Dio? Nella seconda Lettura san Paolo, scrivendo sempre a Timoteo, dà alcune indicazioni che possono segnare anche il cammino del catechista, il nostro cammino: tendere alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza (cfr 1 Tm 6,11).
Il catechista è uomo della memoria di Dio se ha un costante, vitale rapporto con Lui e con il prossimo; se è uomo di fede, che si fida veramente di Dio e pone in Lui la sua sicurezza; se è uomo di carità, di amore, che vede tutti come fratelli; se è uomo di “hypomoné”, di pazienza, di perseveranza, che sa affrontare le difficoltà, le prove, gli insuccessi, con serenità e speranza nel Signore; se è uomo mite, capace di comprensione e di misericordia.
Preghiamo il Signore perché siamo tutti uomini e donne che custodiscono e alimentano la memoria di Dio nella propria vita e la sanno risvegliare nel cuore degli altri. Amen.
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Domenica XXVI t. ord."C" 29-set-2013 (Angelus 156)

Cari fratelli e sorelle, 
prima di concludere questa celebrazione, voglio salutarvi tutti e ringraziarvi della vostra partecipazione, specialmente i catechisti venuti da tante parti del mondo. 
Un saluto particolare rivolgo al mio Fratello Sua Beatitudine Youhanna X, Patriarca greco ortodosso di Antiochia e di tutto l’Oriente. La sua presenza ci invita a pregare ancora una volta per la pace in Siria e nel Medio Oriente. 
Saluto i pellegrini venuti da Assisi a cavallo; come pure il Club Alpino Italiano, nel 150° della sua fondazione. 
Saludo con afecto a los peregrinos de Nicaragua, recordando que los pastores y fieles de esa querida Nación celebran con alegría el centenario de la fundación canónica de la Provincia eclesiástica. 
Con gioia ricordiamo che ieri, in Croazia, è stato proclamato Beato Miroslav Bulešić, sacerdote diocesano, morto martire nel 1947. Lodiamo il Signore, che dona agli inermi la forza dell’estrema testimonianza. 
Ci rivolgiamo ora a Maria con la preghiera dell’Angelus.
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sabato 28 settembre 2013

Per conoscere Gesù

26 settembre 2013 

Per conoscere veramente Gesù bisogna parlare con lui, dialogare con lui mentre lo seguiamo sulla sua strada. Papa Francesco ha incentrato proprio sulla conoscenza di Gesù l’omelia della messa celebrata questa mattina, giovedì 26 settembre, nella cappella di Santa Marta. Il Pontefice ha preso spunto dal brano del Vangelo di Luca (9, 7-9) nel quale Erode si interroga su chi sia quel Gesù di cui sente tanto parlare. La persona di Gesù, ha ricordato il Pontefice, ha suscitato spesso domande del tipo: «Chi è costui? Da dove viene? Pensiamo a Nazareth, per esempio, nella sinagoga di Nazareth, quando se n’è andato per la prima volta: ma dove ha imparato queste cose? Noi lo conosciamo bene: è il figlio del falegname. Pensiamo a Pietro e agli apostoli dopo quella tempesta, quel vento che Gesù ha fatto tacere. Ma chi è costui al quale obbediscono il cielo e la terra, il vento, la pioggia, la tempesta? Ma chi è?». 
Domande, ha spiegato il Papa, che si possono fare per curiosità o per avere sicurezze sul modo di comportarsi davanti a lui. Resta comunque il fatto che chiunque conosca Gesù si fa queste domande. Anzi, «alcuni — ha proseguito il Papa tornando all'episodio evangelico — incominciamo a sentire paura di quest’uomo, perché li può portare a un conflitto politico con i romani»; e dunque pensano di non tenere maggiormente in considerazione «quest’uomo che crea tanti problemi». 
E perché, si è chiesto il Pontefice, Gesù crea problemi? «Non si può conoscere Gesù — è stata la sua risposta — senza avere problemi». Paradossalmente, ha aggiunto, «se tu vuoi avere un problema, vai per la strada che ti porta a conoscere Gesù» e allora di problemi ne sorgeranno tanti. In ogni caso, Gesù non si può conoscere «in prima classe» o «nella tranquillità», tantomeno «in biblioteca». Gesù lo si conosce solo nel cammino quotidiano della vita. 
E lo si può conoscere, ha affermato il Santo Padre, «anche nel catechismo. È vero! Il catechismo — ha precisato — ci insegna tante cose su Gesù e dobbiamo studiarlo, dobbiamo impararlo. Così impariamo che il Figlio di Dio è venuto per salvarci e capiamo dalla bellezza della storia della salvezza l’amore del Padre». Resta comunque il fatto che anche la conoscenza di Gesù attraverso il catechismo «non è sufficiente»: conoscerlo con la mente è già un passo in avanti, ma «Gesù è necessario conoscerlo nel dialogo con lui. Parlando con lui, nella preghiera, in ginocchio. Se tu non preghi, se tu non parli con Gesù — ha detto — non lo conosci». 
C’è infine una terza strada per conoscere Gesù: «È la sequela, andare con lui, camminare con lui, percorrere le sue strade». E mentre si cammina con lui, si conosce «Gesù con il linguaggio dell’azione. Se tu conosci Gesù con questi tre linguaggi: della mente, del cuore, dell’azione, allora puoi dire di conoscere Gesù». Fare questo tipo di conoscenza comporta il coinvolgimento personale. «Non si può conoscere Gesù — ha ribadito il Pontefice — senza coinvolgersi con lui, senza scommettere la vita per lui». Dunque per conoscerlo davvero è necessario leggere «quello che la Chiesa ti dice di lui, parlare con lui nella preghiera e camminare nella sua strada con lui». Questa è la strada e «ognuno — ha concluso — deve fare la sua scelta». 
(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 221, Ven. 27/09/2013) 
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giovedì 26 settembre 2013

La teologia è scienza, l'ateismo è fantascienza (Contributi 898)

Ecco un articolo di Massimo Introvigne da La Bussola: 

A ciascuno la sua lettera. Se Eugenio Scalfari ha ricevuto posta da Papa Francesco, il matematico e propagandista dell'ateismo Piergiorgio Odifreddi, dopo avere pubblicato un libro intitolato «Caro Papa ti scrivo», si è visto arrivare una risposta dal Papa Emerito Benedetto XVI. Le undici pagine saranno pubblicate in integro da Mondadori in una nuova edizione del libro di Odifreddi: le leggeremo con interesse, non senza rilevare che il matematico diventerà il primo ateo che farà un po' di soldi vendendo la lettera di un Papa. Ma intanto Odifreddi ha pubblicato un corposo estratto - non un riassunto, tutte le frasi sono di Papa Ratzinger - sulla casa madre di tutti gli atei che si rispettino, Repubblica, che di questi tempi ogni tanto assomiglia all'Osservatore Romano. 
Al di là del dato curioso, la lettera è una piccola lezione di apologetica. Benedetto XVI ringrazia Odifreddi per avere letto «fin nel dettaglio» i suoi libri su Gesù di Nazaret - non è poco, considerando quanti criticano senza leggere -, comunica al matematico che anche lui, Ratzinger, ha letto il suo testo, e gli confessa che «il mio giudizio circa il Suo libro nel suo insieme è, però, in se stesso piuttosto contrastante. Ne ho letto alcune parti con godimento e profitto. In altre parti, invece, mi sono meravigliato di una certa aggressività e dell’avventatezza dell’argomentazione». Di questa sorta di recensione critica di Benedetto XVI al libro di Odifreddi, «Repubblica» pubblica quattro parti. 
La prima attiene alla teologia, che per Odifreddi non sarebbe scienza ma fantascienza. Dopo un bonario commento ironico su perché mai, se si tratta di mera fantascienza, Odifreddi passa tanto tempo a occuparsene, il Papa emerito sviluppa la sua replica su due piani. Anzitutto, osserva che se pure «è corretto affermare che “scienza” nel senso più stretto della parola lo è solo la matematica, mentre ho imparato da Lei che anche qui occorrerebbe distinguere ancora tra l’aritmetica e la geometria», in senso ampio parliamo di scienza per qualunque disciplina che «applichi un metodo verificabile, escluda l’arbitrio e garantisca la razionalità nelle rispettive diverse modalità». La teologia corrisponde a questi criteri, e dunque è scienza. Inoltre, ha contribuito in modo notevole alla cultura occidentale, e ha mantenuto vivo il dialogo fra fede e ragione. Questo dialogo è essenziale anche per i non credenti: «esistono patologie della religione e – non meno pericolose – patologie della ragione. Entrambe hanno bisogno l’una dell’altra, e tenerle continuamente connesse è un importante compito della teologia». 
In secondo luogo, Papa Ratzinger osserva che «la fantascienza esiste, d'altronde, nell'ambito di molte scienze». Esiste «nel senso buono»: Benedetto XVI cita scienziati come Werner Heisenberg (1901-1976) e Erwin Schrödinger (1887-1961) che hanno proposto «visioni ed anticipazioni», «immaginazioni con cui cerchiamo di avvicinarci alla realtà», una fantascienza che però è stata utile alla scienza. Ma gli scienziati, afferma il Papa emerito, producono talora «fantascienza in grande stile» in senso meno buono, per esempio «all’interno della teoria dell’evoluzione» usata per cercare di fornire un'impossibile prova scientifica dell'ateismo. 
Con un po' di malizia Papa Ratzinger cita le teorie del biologo e divulgatore scientifico Richard Dawkins, infaticabile propagandista dell'ateismo e amico di Odifreddi, come «un esempio classico di fantascienza» spacciata per scienza. Uno dei padri dell'evoluzionismo, Jacques Monod (1910-1976), nota ancora non senza umorismo Benedetto XVI, nel suo fin troppo famoso «Il caso e la necessità», «ha scritto delle frasi che egli stesso avrà inserito nella sua opera sicuramente solo come fantascienza». Papa Ratzinger ne cita una: «La comparsa dei Vertebrati tetrapodi... trae proprio origine dal fatto che un pesce primitivo “scelse” di andare ad esplorare la terra, sulla quale era però incapace di spostarsi se non saltellando in modo maldestro e creando così, come conseguenza di una modificazione di comportamento, la pressione selettiva grazie alla quale si sarebbero sviluppati gli arti robusti dei tetrapodi. Tra i discendenti di questo audace esploratore, di questo Magellano dell’evoluzione, alcuni possono correre a una velocità superiore ai 70 chilometri orari...». Non potendo dimostrare questa storiella, Monod, come tanti evoluzionisti, ha prodotto tecnicamente fantascienza, e neppure della migliore qualità. 
Secondo capitolo della risposta di Benedetto XVI. Odifreddi insiste sui preti pedofili. È una tragedia che da Pontefice Ratzinger, dice, ha affrontato «con profonda costernazione. Mai ho cercato di mascherare queste cose. Che il potere del male penetri fino a tal punto nel mondo interiore della fede è per noi una sofferenza che, da una parte, dobbiamo sopportare, mentre, dall'altra, dobbiamo al tempo stesso, fare tutto il possibile affinché casi del genere non si ripetano». Per quanto questo non consoli né le vittime né il Papa emerito, questo fa però osservare a Odifreddi che «secondo le ricerche dei sociologi, la percentuale dei sacerdoti rei di questi crimini non è più alta di quella presente in altre categorie professionali assimilabili». 
Dunque «non si dovrebbe presentare ostentatamente questa deviazione come se si trattasse di un sudiciume specifico del cattolicesimo». E, se «non è lecito tacere sul male nella Chiesa, non si deve però, tacere neppure della grande scia luminosa di bontà e di purezza, che la fede cristiana ha tracciato lungo i secoli» e continua a lasciare oggi. Basti pensare alle «grandi e nobili figure della Torino dell’Ottocento» che, insegnando a Torino, Odifreddi dovrebbe conoscere. 
Terzo estratto: Papa Ratzinger bacchetta Odifreddi per «quanto dice sulla figura di Gesù [che] non è degno del Suo rango scientifico. Se Lei pone la questione come se di Gesù, in fondo, non si sapesse niente e di Lui, come figura storica, nulla fosse accertabile, allora posso soltanto invitarLa in modo deciso a rendersi un po’ più competente da un punto di vista storico». Benedetto XVI fornisce al matematico un po' di bibliografia accademica, neppure cattolica, da cui Odifreddi potrà facilmente ricavare che «ciò che dice su Gesù è un parlare avventato che non dovrebbe ripetere». 
Forse lo studioso ateo si è fatto fuorviare, insinua il Papa emerito, dalle «molte cose di scarsa serietà» pubblicate da esegeti progressisti, i quali - il Pontefice emerito cita un commento di Albert Schweitzer (1875-1965), che non fu solo un missionario protestante della carità ma anche un celebre teologo - confermano solo che spesso «il cosiddetto “Gesù storico” è per lo più lo specchio delle idee degli autori». Ma «tali forme mal riuscite di lavoro storico, però, non compromettono affatto l’importanza della ricerca storica seria, che ci ha portato a conoscenze vere e sicure circa l'annuncio e la figura di Gesù». E Odifreddi ha capito male Benedetto XVI se pensa che egli proponga un rifiuto del metodo storico-critico: al contrario, per il Papa emerito «l'esegesi storico-critica è necessaria per una fede che non propone miti con immagini storiche, ma reclama una storicità vera e perciò deve presentare la realtà storica delle sue affermazioni anche in modo scientifico». 
Il quarto estratto va al cuore della visone del mondo atea. Per Odifreddi, come per Dawkins, non c'è bisogno di Dio perché tutto si spiega con la Natura. La risposta di Benedetto XVI è antica, ma sempre persuasiva: «Se Lei, però, vuole sostituire Dio con “La Natura”, resta la domanda, chi o che cosa sia questa natura. In nessun luogo Lei la definisce e appare quindi come una divinità irrazionale che non spiega nulla». Ma soprattutto nella religione atea di Odifreddi «tre temi fondamentali dell’esistenza umana restano non considerati: la libertà, l’amore e il male». Dell'amore e del male Odifreddi non parla, e la libertà è liquidata come un'illusione che sarebbe smascherata come tale dalla neurobiologia. Ma «qualunque cosa la neurobiologia dica o non dica sulla libertà, nel dramma reale della nostra storia essa è presente come realtà determinante e deve essere presa in considerazione». E un religione che rifiuta la libertà e non dà risposte sull'amore e sul male «resta vuota». 
Interessa anche a pochi: le statistiche sociologiche confermano che Odifreddi potrà anche vendere tanti libri, ma queste vendite e tutto il foklore dei vari autobus atei non fanno aumentare il numero degli atei. A Odifreddi interessano solo i fatti misurabili. È un fatto misurabile che Papa Francesco, e anche Papa Benedetto, persuadono molte più persone degli atei militanti. 
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martedì 24 settembre 2013

L’Occidente non vuole vedere che ci hanno dichiarato guerra (Contributi 897)

Intervista a Domenico Quirico da Tempi 

«Noi non vogliamo capire che l’islam moderato non esiste, che la Primavera araba è finita e che la sua nuova fase consiste nel progetto islamista e jihadista di costruire il Grande califfato islamico. Neanche a dirlo, il principale ostacolo alla sua costruzione siamo noi». Domenico Quirico, inviato della Stampa, rapito in Siria e rimasto nelle mani dei ribelli per cinque mesi, riassume in una grande «dichiarazione di guerra» dell’islam all'Occidente gli attentati in Siria, Pakistan, Nigeria, Egitto e Kenya a cui stiamo assistendo in questi giorni. [..] racconta «quello che ci sfugge, perché ci fa comodo far finta di non vedere». 

Cos'è che non vogliamo vedere? 
Che esiste un jihadismo internazionale che ha dichiarato guerra all'Occidente, strutturato militarmente e con un progetto politico che viene sistematicamente messo in atto in diverse parti del globo. Qual è il loro obiettivo? Ricreare il Grande califfato islamico del sesto secolo, che è stato il momento di massima espansione militare e politica dell’islam nel mondo. Allora, andavano dall'Europa all'Asia. È chiaro quindi che il principale ostacolo nella costruzione di questo progetto politico siamo noi. 
Ma Al Qaeda non stava perdendo terreno? 
Le cose sono cambiate. Al Qaeda oggi propone una sfida molto radicale: costruire uno Stato islamico che faccia da nucleo per un successivo sviluppo militare e politico che inglobi il Medio Oriente, il Maghreb, il Sahel e arrivi fino alla Spagna. 
La Spagna? 
Sì, è considerata terra musulmana da riconquistare. E tutto questo viene detto con grande chiarezza e sincerità. Non sono trame oscure che si muovono nella testa di qualche nostalgico del Medioevo, è un progetto politico preciso che ha armi, eserciti e soldi. E che si sta realizzando a partire dalla Siria. 
In un articolo ha definito l’Occidente «debole e brutale». Perché? 
Perché alterniamo una vigliaccheria che ci contraddistingue da decenni a momenti di apparente energia come l’intervento franco-inglese in Libia. Prendiamo la Siria: siamo passati dall’immobilismo, quando intervenire sarebbe stato politicamente intelligente ed eticamente obbligatorio, cioè quando la rivoluzione era ancora laica e democratica e non islamica, a progetti totalmente idioti come quello degli Stati Uniti di Obama di bombardare l’esercito di Assad, dando così ad Al Qaeda l’unica cosa che ancora gli manca: l’aviazione. 
Pakistan, Nigeria, Egitto, Kenya: gli attentati terroristici si moltiplicano dovunque. 
Questa nuova “internazionale islamica” è in grado di spostarsi su tanti fronti nuovi con grande rapidità. Perché all'Occidente sfugge questo progetto politico? Ci sfugge perché ci fa comodo far finta di non capire. Se noi capissimo la natura del problema, dovremmo prendere decisioni pratiche e siccome le classi dirigenti dell’Occidente alternano vigliaccheria a momenti di totale obnubilamento mentale, ci attacchiamo come ostriche allo scoglio di questa illusione adatta per i conventi e i salotti televisivi. 
Che tipo di illusione? 
Quella secondo cui l’islam radicale sarebbe un’appendice secondaria di pochi pazzi che girano il mondo per esercitare la loro follia mentre invece l’islam è tollerante, illuminista, pronto ad accogliere le novità che gli porge l’Occidente come internet o Facebook. E noi non ci accorgiamo che invece l’islam moderato ed educato che ci piace tanto è una piccola percentuale di élites collegate all'Occidente. Mentre la maggioranza è un’altra cosa. 
Parla per esperienza personale? 
I signori che ho incontrato in Siria erano tutti giovani ragazzi, certamente non folli di Dio che stavano tutto il giorno a salmodiare nelle moschee, ma che sapevano fare la guerra e avevano un progetto politico preciso. 
Eppure la cosiddetta Primavera araba aveva suscitato grandi speranze. 
La Primavera araba è un periodo che i giornalisti possono ormai consegnare agli storici. È definitivamente tramontata. Siamo in una seconda fase che deriva dalla Primavera araba ma che non è più quella dei giovani di piazza Tahrir o di Avenue Bourghiba. L’islamismo ha raccolto il loro testimone e intelligentemente ha preso l’eredità di qualche cosa che non ha contribuito a costruire, perché bisogna ricordare che gli islamici non hanno partecipato alle rivoluzioni né in Egitto, né in Tunisia né tantomeno in Libia o in Siria. 
Ora invece? 
Ora invece Al Qaeda è la forza maggiore e meglio armata sul territorio e ha cancellato il Free Syrian Army, che raggruppava i rivoluzionari veri. Oggi la Primavera araba si è trasformata nel progetto del Califfato, anche per colpa dei governi occidentali che prima hanno sostenuto le dittature e poi sono stati sorpresi dal movimento rivoluzionario e hanno cercato di fare una conversione ipocrita di 360 gradi. 
Assad è un brutale dittatore, i ribelli hanno dimostrato di non poter garantire un futuro democratico alla Siria. Che cosa può fare adesso l’Occidente? 
Non credo che ora sia possibile e intelligente dal punto di vista politico intervenire in alcun modo in Siria. Il regime è inaccettabile, mentre la nuova rivoluzione non è altro se non jihaidsimo e banditismo, perché ci sono gruppi di criminali che non hanno alcuna ideologia se non quella di riempirsi le saccoccie con estorsioni. Bisogna vedere se il regime avrà le forze necessarie per contenere lo jihadismo, che è ancora possibile. 
Ma i ribelli non stanno avanzando? 
I giornali scrivono curiose storie sul fatto che la rivoluzione avanza ovunque, ma la verità è che Assad controlla ancora le grandi città e finché è così resisterà, anche grazie ai suoi potenti appoggi internazionali. Lei ha detto che l’islam moderato non esiste: un’affermazione molto poco politically correct. Noi vogliamo credere all'islam moderato. Io ho girato tutte le rivoluzioni arabe dal 2011 ad oggi. Quando facevo il corrispondente da Parigi ho trovato moltissimi islamisti moderati che possono andare in televisione a fare dibattiti strappando applausi e facendo commuovere la platea. Poi sono andato sul terreno e ho trovato ben altra realtà. In fondo, è come il bolscevismo. 
Cioè? 
Ha mai conosciuto un bolscevico moderato? No, perché non esiste in natura. Uguale per l’islam. 
Un islamista moderato non può esistere? 
Esatto, perché l’islam è una religione totalizzante e guerriera. Dobbiamo dirlo chiaro: è nata con le guerre di Maometto e ha nella lotta e nella conversione uno dei principi fondamentali del suo esistere. Anche quando diventasse una religione moderata e illuminista non sarebbe più islam, ma un’altra cosa. 
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