Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

giovedì 12 dicembre 2013

La bellezza originale di Maria (Contributi 922)

Omelia di Massimo Camisasca nella Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria – Cattedrale di Reggio Emilia, 8 dicembre 2013 

Cari fratelli e sorelle, 
celebro per la prima volta, a Reggio Emilia, la solennità dell’Immacolata Concezione. Sono entrato in diocesi il 16 dicembre scorso e con questa festa concludo il mio primo anno di episcopato in mezzo a voi. L’ho iniziato affidando il mio ministero alla Vergine della Ghiara e sono molto contento di compierlo oggi, proprio sotto lo sguardo di Maria. Abbiamo bisogno di luce! Di luce che illumini le nostre menti e riscaldi i nostri cuori. Abbiamo bisogno di luce che ci sveli la verità: chi sono? Chi mi ha fatto? Da dove vengo? Qual è il mio destino? Posso conoscere tutto ciò o sono condannato a brancolare nel buio? C’è una vocazione per l’uomo e per la donna? Hanno un loro posto nel mondo assegnato da Dio e accolto creativamente dalla loro libertà o sono soggetti al caso? In queste vocazioni c’è ancora la famiglia, unione stabile tra l’uomo e la donna? Con la morte finisce tutto o la vita personale continua in una forma nuova che non rinnega ma compie la vita sulla terra?
Abbiamo bisogno di luce che riscaldi i nostri cuori, che ci attragga per la sua bellezza, che ci convinca che non esiste solo il male, la divisione, il tradimento, la guerra, ma che esiste il bene, la carità, il perdono, l’accoglienza.
Questa luce oggi appare in Maria, colei che è stata pensata e voluta da Dio senza peccato.
La Vergine stessa, a Lourdes, rivela questo mistero a una bambina. Si presenta con questo nome: concepita senza la macchia del peccato originale. La piccola Bernadette non sa chi ha di fronte, ma è colpita dalla bellezza della Signora che le parla. Proprio questo fatto ci aiuta a capire il senso profondo di questo mistero.
La Vergine si rivela come l’Immacolata per risvegliare nell'uomo la nostalgia della bellezza, della purità originale. Perché l’uomo sappia che la bellezza esiste non soltanto in cielo, ma anche sulla terra.
Il nostro mondo è certamente segnato dal male, ma una corrente di bene percorre la storia sulla terra. Una corrente che inizia già nella Genesi, con la creazione (cfr. Gn 1, 4-31 vide che era buona, …vide che era molto buona). Questa corrente prosegue il suo corso, sempre nella Genesi, con il preannunzio della donna che sconfiggerà il male, di colei la cui stirpe avrebbe schiacciato la testa del serpente ingannatore, di colui che rende brutto e cattivo il mondo. Durante tutta la storia di Israele tante donne e tanti uomini hanno continuato questo fiume di bene, di purità. Una purezza relativa, certo, segnata da mille cadute, ma continuamente tesa, nell'obbedienza e nella conversione, a quella purità che è totale solo in Dio.
In Dio non c’è alcun male. In lui c’è solo volontà di bene. Solo Dio è buono, ci insegna Gesù (cfr. Mc 10,18). Per questo la Madre di Dio è immacolata, preservata dalla macchia originale, redenta in anticipo.
In lei risplende la bellezza della creatura così come Dio l’aveva pensata in origine. In lei è descritto quindi anche il nostro destino di bene. Possiamo avere, in Maria, un punto sicuro a cui guardare, una luce dentro la nebbia della nostra vita.
Ha scritto Charles Péguy: «Ci sono giorni nella vita in cui si sente di non potersi più accontentare dei santi patroni. Allora bisogna prendere il coraggio a due mani e rivolgersi direttamente a colei che è al di sopra di tutto. Essere coraggiosi. Per una volta. Rivolgersi coraggiosamente a colei che è infinitamente bella. Perché è infinitamente buona. A colei che intercede. La sola che possa parlare con l’autorità di una madre. Rivolgersi coraggiosamente a colei che è infinitamente pura. Perché è infinitamente dolce. A colei che è infinitamente nobile, perché è anche infinitamente cortese. Infinitamente accogliente» (C. Péguy, La Santa Vergine, La Locusta, Vicenza 1971, pp. 7-11). Affidiamoci, allora, a Maria con fiducia di figli. Nessuno si senta escluso dall’attenzione della Madre. Nessuno è tanto lontano da non poter essere ascoltato e sostenuto da lei. Immergiamoci nella meditazione dei misteri della sua vita. Torniamo a pregare il rosario, soprattutto nelle famiglie: i genitori con i figli, i mariti assieme alle mogli, ma anche tra amici, per chiedere assieme le grazie di cui abbiamo bisogno. Mettiamoci sotto la protezione della Vergine. Consacriamo a lei le nostre persone, le nostre famiglie, i nostri figli. Rechiamoci a pregare nei santuari a lei dedicati, sui luoghi delle sue apparizioni e dei suoi miracoli.
Tutta la nostra vita inizierà, pian piano, ad essere investita dalla luce che promana da Maria, dalla sua bellezza, dalla sua purità, dalla sua misericordia.
È questo il mio augurio per tutti voi all'inizio dell’Avvento. Un tempo di attesa operosa e vigilante, nel quale, come attraverso un grande portale, ci introduce l’Immacolata.
Amen.
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domenica 8 dicembre 2013

Domenica II Avvento"A" _ Immacolata 8-dic-2013 (Angelus 167)

Cari fratelli e sorelle, 
buongiorno, questa seconda domenica di Avvento cade nel giorno della festa dell’Immacolata Concezione di Maria, e allora il nostro sguardo è attratto dalla bellezza della Madre di Gesù, la nostra Madre! Con grande gioia la Chiesa la contempla «piena di grazia» (Lc 1,28), e cominciando con queste parole la salutiamo tutti assieme: “piena di grazia”. Tre volte diciamo: “Piena di grazia!” Tutti: Piena di grazia! Piena di grazia! Piena di grazia!E così Dio l’ha guardata fin dal primo istante nel suo disegno d’amore. L’ha guardata bella, piena di grazia. E’ bella la nostra Madre!Maria ci sostiene nel nostro cammino verso il Natale, perché ci insegna come vivere questo tempo di Avvento nell’attesa del Signore. Perché questo tempo di Avvento è un’attesa del Signore, che ci visiterà tutti nella festa, ma anche, ognuno, nel nostro cuore. Il Signore viene! Aspettiamolo! 
Il Vangelo di san Luca ci presenta Maria, una ragazza di Nazareth, piccola località della Galilea, nella periferia dell’impero romano e anche nella periferia di Israele. Un paesino. Eppure su di lei, quella ragazza di quel paesino lontano, su di lei, si è posato lo sguardo del Signore, che l’ha prescelta per essere la madre del suo Figlio. In vista di questa maternità, Maria è stata preservata dal peccato originale, cioè da quella frattura nella comunione con Dio, con gli altri e con il creato che ferisce in profondità ogni essere umano. Ma questa frattura è stata sanata in anticipo nella Madre di Colui che è venuto a liberarci dalla schiavitù del peccato. L’Immacolata è inscritta nel disegno di Dio; è frutto dell’amore di Dio che salva il mondo. 
E la Madonna non si è mai allontanata da quell'amore: tutta la sua vita, tutto il suo essere è un “sì” a quell'amore, è un “sì” a Dio. Ma non è stato certamente facile per lei! Quando l’Angelo la chiama «piena di grazia» (Lc 1,28), lei rimane «molto turbata», perché nella sua umiltà si sente un nulla davanti a Dio. L’Angelo la conforta: «Non temere Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio … e lo chiamerai Gesù» (v. 30). Questo annuncio la sconvolge ancora di più, anche perché non era ancora sposata con Giuseppe; ma l’Angelo aggiunge: «Lo Spirito Santo scenderà su di te … Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio» (v. 35). Maria ascolta, obbedisce interiormente e risponde: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (v. 38). 
Il mistero di questa ragazza di Nazareth, che è nel cuore di Dio, non ci è estraneo. Non è lei là e noi qui. No, siamo collegati. Infatti Dio posa il suo sguardo d’amore su ogni uomo e ogni donna! Con nome e cognome. Il suo sguardo di amore è su ognuno di noi. L’Apostolo Paolo afferma che Dio «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati» (Ef 1,4). Anche noi, da sempre, siamo stati scelti da Dio per vivere una vita santa, libera dal peccato. E’ un progetto d’amore che Dio rinnova ogni volta che noi ci accostiamo a Lui, specialmente nei Sacramenti. 
In questa festa, allora, contemplando la nostra Madre Immacolata, bella, riconosciamo anche il nostro destino più vero, la nostra vocazione più profonda: essere amati, essere trasformati dall'amore, essere trasformati dalla bellezza di Dio. Guardiamo lei, nostra Madre, e lasciamoci guardare da lei, perché è la nostra Madre e ci ama tanto; lasciamoci guardare da lei per imparare a essere più umili, e anche più coraggiosi nel seguire la Parola di Dio; per accogliere il tenero abbraccio del suo Figlio Gesù, un abbraccio che ci dà vita, speranza e pace. 

Dopo l'Angelus 
Cari fratelli e sorelle, 
vi saluto tutti con affetto, specialmente le famiglie, i gruppi parrocchiali e le associazioni. Saluto i fedeli di Biella, Cossato, Bianzé, Lomazzo, Livorno Ferraris, Rocca di Papa, San Marzano sul Sarno e Pratola Serra. 
Ci uniamo spiritualmente alla Chiesa che vive nell'America del Nord, che oggi ricorda la fondazione della sua prima parrocchia, 350 anni fa: Notre-Dame de Québec. Rendiamo grazie per il cammino compiuto da allora, specialmente per i santi e i martiri che hanno fecondato quelle terre. Benedico di cuore tutti i fedeli che celebrano questo giubileo. 
Un pensiero speciale va ai soci dell’Azione Cattolica Italiana – eccoli là – che oggi rinnovano l’adesione all'Associazione: auguro ogni bene per il loro impegno formativo e apostolico. E avanti, con coraggio! 
Oggi pomeriggio, seguendo un’antica tradizione, mi recherò in Piazza di Spagna, per pregare ai piedi del monumento all'Immacolata. Vi chiedo di unirvi spiritualmente a me in questo pellegrinaggio, che è un atto di devozione filiale a Maria, per affidarle la città di Roma, la Chiesa e l’intera umanità. Nel rientro mi fermerò un momento a Santa Maria Maggiore per salutare con la preghiera la Salus Populi Romani e pregare per tutti voi, per tutti i romani. 
A tutti auguro buona domenica e buona festa della nostra Madre. Buon pranzo e a presto.
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sabato 7 dicembre 2013

Quanto è bella Maria! (Interventi 180)

Da Zenit alcune riflessioni mariane di Don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII 

Don Oreste Benzi
Maria è la via breve a Gesù. Chi più di lei conosce il cuore di Cristo? E l’uomo è il suo cuore! Maria c’introduce nel cuore di Cristo, nella piena conoscenza d’amore di Cristo. Maria è piena di grazia santificante fin dal primo istante del suo concepimento. Il peccato non ha mai turbato, raffreddato, oscurato il suo rapporto con Dio. Lei ci fa compenetrare dalla conoscenza di Dio, facendoci entrare nel cuore di Cristo, in cui abita la pienezza della divinità. Con il suo: «Eccomi, sono la serva del Signore, si faccia di me secondo la tua parola» 
Maria ha manifestato in pienezza la sua oblatività. E questa oblatività, che ha caratterizzato tutta la sua vita, è il motivo della sua bellezza. Bernardette Soubirous, che l’ha vista a Lourdes 19 volte, ha testimoniato che la Madonna è bellissima. Questa sua bellezza, che è armonia piena e stabile equilibrio, la Madonna la comunica a tutti noi, in particolare alle donne che, come lei, hanno come caratteristica interiore che si rende visibile l’oblatività, il dono di sé. Durante il Rosario noi contempliamo il volto di Cristo in compagnia e alla scuola di Maria. Pregare con il Rosario, non è altro che contemplare con Maria il volto di Cristo, per ripartire da lui in ogni momento della nostra vita. 
Dal libro “Il si di Maria” (2005, editore sempre comunicazione) 

Maria è totalmente immersa nel Signore, con una presenza discreta e totale che non ha bisogno di spendere molte parole. Lei ha fatto sentire a Gesù quello che Gesù faceva sentire a lei. 
Il segreto di Maria è qui: sapeva di essere in Dio, rimaneva unita a lui. Noi invece, nella vita quotidiana, quando incontriamo problemi, tribolazioni, cominciamo a star male perché stiamo soli con noi stessi. Ma se ci apriamo a questa luce: «Signore, io e te, insieme», dopo siamo capaci di fare qualsiasi passo. La vita con il Signore è stupenda, provate e vedrete! 
Maria ci insegna allora che la preghiera è una relazione d’amore vitale che si esprime nel canto di grazie, nello stupore, nella libertà interiore dello Spirito; ci porta al faccia a faccia con Dio, alla contemplazione, all'intuizione, all'essere insieme, sempre. La preghiera diventa allora un modo di essere, dove lo sguardo a Dio è il medesimo con cui guardiamo i nostri fratelli. 
Il Signore ci chiama a questa vita; nel "cuore a cuore" con Dio noi troviamo la sorgente della preghiera continua, della preghiera ininterrotta. Sarà impossibile per noi smettere di pregare se restiamo in questa dimensione vitale. «Signore, io e te, sempre insieme!». Dal libro “Signore, io e te, sempre insieme!”, 
n° 1 della collana di spiritualità “Vivere in Gesù” (2012, editore sempre comunicazione

Se guardiamo ai tanti drammi umani dei nostri fratelli, ma anche ai nostri personali drammi, sotto la luce che nasce dall'intima unione con Dio, c'è tutta una speranza che ci dona un nuovo sguardo. Come è avvenuto per Maria, la mamma di Gesù, che tante volte contemplo con il suo bambino tra le braccia o nell’atto di accudirlo nei suoi bisogni. Come per Maria, anche per ciascuno di noi «il luogo sul quale tu stai è suolo santo!» (Es 3,5). 
La Madonna mi piace perché è stata la serva di Dio, il suo jolly: ha raggiunto sua cugina Elisabetta perché sapeva che non contava tanto la terra dove lei viveva, ma ben più importante era il mistero di Dio che portava in sé. Così avviene per tutti coloro che, sorelle e fratelli universali, mettono la loro vita con chi non vuole più nessuno: «il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». Dal libro “Attirati da Gesù", n° 2 della collana di spiritualità “Vivere in Gesù” (2012, editore sempre comunicazione) «Rallegrati, piena di grazia»: la parola grazia vuol dire favore divino, quindi Maria è piena del favore divino. Il verbo è al participio greco il quale esprime il concetto che Maria è stata scelta già da molto tempo, non in quell'istante, e l'angelo non fa altro che rivelare una scelta già avvenuta. La totale elargizione del favore divino era già stata concentrata su di lei: era l'immacolata! 
Praticamente in Maria si realizza, più che in ogni altra creatura, il compimento della pienezza messianica, che comprendeva tutto. Maria allora è santa, e santa cosa vuol dire? La parola santo vuol dire “separato” dal male, nella pienezza del bene. Noi la chiamiamo Maria santissima perché ha la relazione con Dio, che è il santo, totale e piena. Maria è santa, è la piena di grazia, ed è lei che ci attira a Gesù, ci inoltra in Gesù. 
Da “Pane quotidiano – novembre/dicembre 2013” (editore sempre comunicazione) 

L’Avvento è il periodo di Maria; lei appartiene ai grandi Padri della fede. Samuele non lasciava cadere neanche una parola di Dio, Abramo camminava alla presenza di Dio, Mosè vedeva Dio faccia a faccia e Dio gli parlava direttamente. Maria, come dice Luca, conservava tutte queste cose nel suo cuore meditandole. 
La venuta di Cristo è passata nel suo cuore, nella sua vita, nella sua mente; il suo grembo materno era l’espressione di una generazione avvenuta di Gesù in lei, nel sì che Maria ha detto. Perché si dice l’Angelus tre volte al giorno? Per ricordare quell'avvenimento. Dopo che Maria ha detto sì, il Verbo si è fatto carne. Ad ogni tuo sì d’amore, Gesù si incarna, là dove tu sei: tienilo in mente questo. Ogni volta che dici no all'amore, Lui non si incarna.
Da “Pane quotidiano – novembre/dicembre 2012” (editore sempre comunicazione)
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L'Immacolata, dono di Grazia per il mondo (Interventi 179)

Da Zenit un articolo di Mario Piatti, I.C.M.S., direttore della rivista “Maria di Fatima” 


Un equivoco ricorrente rischia di separare “il mondo dei Santi“ dalla nostra realtà quotidiana. Si ammirano, talora, certi personaggi e le loro “imprese”, ma in fondo si relegano spesso le figure degli “eroi della Fede” nell’ambito della fantasy, del “singolare” o del leggendario. La vita è tutta un’altra cosa: è impegno febbrile, è lotta per la sopravvivenza, conflitto e concorrenza spietata. Un sano realismo ci riporta, insomma, con i piedi per terra e con la consapevolezza che il Vangelo propone certamente tante belle cose, ma che il destino di noi, comuni e semplici mortali, viaggia in ben altre direzioni. 
L’Immacolata capovolge, ancora una volta, questa visione approssimativa e disincantata della vita, rivelandoci, almeno un poco, il tesoro di Grazia custodito e condiviso nella Chiesa e offerto - pur con i limiti propri della nostra natura umana - come cammino accessibile e percorribile da tutti. Ogni atto di amore, ispirato dal Cielo e vivificato dalla Carità di Cristo, produce il Bene, favorisce nuove relazioni umane, più profonde e più autentiche. In questo senso la santità di Maria Santissima è la santità stessa della Chiesa, nella sua realizzazione più vera e più compiuta. Ogni opera buona, da quelle straordinarie, compiute dai “Santi della Carità” (nel campo dell’assistenza ai malati, della educazione dei piccoli e nella formazione dei giovani, a esempio), a quelle più umili e domestiche, che si intrecciano con le vicende della nostra vita, porta il segno di quel verginale candore che fa di Maria Santissima la “primizia” della Redenzione, operata da Cristo. Figlia del Popolo eletto, Ella costituisce il vero Israele, fedele a Jahvé; colma di Grazia, la macchia del peccato non deturpa né oscura mai lo splendore del suo Cuore. La Madre del Signore pone a servizio della Chiesa nascente -e di tutte le successive generazioni- la sua Persona, i suoi privilegi, tutta la sua vita. La tragedia del peccato intravede in Lei una insperata via di salvezza, che restituisce all'uomo la fondata speranza di ritrovare la piena comunione con Dio. 
La santità edifica, costruisce, inventa nuovi percorsi per manifestare il nostro amore al prossimo; fonda la capacità di perdonare, illumina i travagli che attraversiamo quotidianamente e le complesse e vicende oscure della Storia. La Chiesa vive di questa Grazia: guarda alla Immacolata non per contemplare una immagine asettica e lontana da sé, ma per imparare a trasformare finalmente la realtà secondo il Cuore di Dio; a Lei si rivolge per ottenere la luce e la forza di camminare sempre nelle vie del Signore. 
Il beato Giovanni Paolo II, riprendendo il Vaticano II e tutta la precedente Tradizione della Chiesa, ci ha lasciato quella felice espressione, ormai entrata nel “vocabolario” dei credenti: la santità come “misura alta” della vita cristiana, quale compito affidato a ogni credente. La santità è il tesoro che abbiamo il dovere di custodire, di alimentare e di donare gratuitamente, perché il mondo creda, perché la realtà -il lavoro, la vita sociale, la politica, la scuola, il tempo libero, l’informazione- ricevano nuova luce e nuova intensità spirituale. Alla logica “minimale” e al facile compromesso, tanto diffusi oggi, per convenienza e per evitare inutili discussioni o fastidi, deve sempre più subentrare il riferimento a quella “misura alta” della nostra vita, di cui parlava Papa Wojtyla. Ci siamo arresi troppo in fretta al dilagare del male, alla devastazione delle coscienze, all’imperversare di ideologie desolanti e contrarie al buon senso e alla Verità: dal materialismo marxista al consumismo sfrenato; dalla “libertà sessuale” alla teoria dei gender; dalle “coppie di fatto” alle “famiglie allargate”; dalle convivenze (che ormai hanno cancellato la fecondità e la grazia del fidanzamento cristiano) a modelli di vita privi di slancio e di qualunque ideale. Occorre invece donare ai giovani, alle famiglie, a tutte le componenti sociali esempi davvero “alternativi”. Offriamo la Vergine come modello concreto e positivo -altissimo ma accessibile- di pienezza, di gioia condivisa, di creativo impegno per trasformare quell'angolo di mondo che ci è affidato. 
L’Immacolata conferma questa missione e intercede per noi continuamente dal Cielo la grazia per attuarla. La “città della Immacolata”, felice frutto della vita e della devozione di San Massimiliano Kolbe - il “folle” della Immacolata - è in realtà il nostro cuore, dove converge il “caos” di tutti i giorni, ma dove la Grazia chiede di trovare comunque e sempre la sua dimora in terra. Come nel Cuore purissimo di Maria. 
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mercoledì 4 dicembre 2013

Dall'Avvento una risposta alla crisi (Contributi 921)

Vi propongo questo articolo di Luigi Negri da La Bussola: 

L’Avvento richiama l’iniziativa straordinaria di Dio che viene a salvare il suo popolo, ed è un popolo che tanto più può avvertire la novità dell’Incarnazione quanto più in qualche modo si prepara ad essa. Ma non ci si prepara all'Incarnazione, all'incontro con il verbo di Dio che si fa carne facendo chissà quali progetti di miglioramento personale, di onestà, di capacità propria; perché semmai questo è l’antico farisaismo che non solo non si preparò, ma rifiutò l’incontro con Cristo quando Cristo venne. 
Ci si prepara invece all'incontro con Lui approfondendo il senso della propria esistenza. Quindi approfondendo il senso del proprio limite, ma insieme approfondendo ciò che sta prima di ogni limite e precede ogni limite, e che è la domanda di senso, di verità, di bellezza, di giustizia, di bene, di salvezza. 
Una funzione fondamentale della Chiesa in una situazione come quella che ci troviamo a vivere oggi sia quella di recuperare pienamente questa funzione educativa del cuore del popolo, dell’intelligenza del popolo, della eticità del popolo; della sua capacità di vivere dentro la grandezza della propria situazione umana senza nascondersi i limiti e i condizionamenti a cui questa esperienza umana viene sottoposta da nemici sempre più forti e da alleanze negative che qualche volta sembrano presentarsi con una forza irresistibile. 
La prima consapevolezza da avere è la assoluta precarietà della situazione sociale e politica del nostro paese, caratterizzata da una crisi che rende la povertà una esperienza ormai innegabile che aggredisce ambiti, persone, situazioni che evidentemente sono vulnerabili e che non hanno quasi nessuna capacità di resistenza. Sono testimone della necessità della nostra Chiesa di essere generosi nei confronti di coloro che sono afflitti da questa povertà, sacrificando quotidianamente ingenti quantità di denaro e di mezzi materiali che consentano non dico di spuerare la povertà, ma di viverla con una certa dignità. 
Eppure è una povertà devastante che mette in crisi le famiglie, mette in crisi le amicizie, le parentele, gli ambiti di riferimento. Le persone si trovano di fronte a condizioni che non sono in grado di sostenere adeguatamente. E di fronte a questo sta un’assoluta inesistenza e inconsistenza del mondo politico e istituzionale: questi piccoli giochi di sopravvivenza, di correnti, di posizioni, contraddizioni continue nelle decisioni che si prendono; ciò che oggi è affermato come deciso il giorno dopo viene messo in discussione. C’è un’assenza di linea effettiva, che sia corrispondente ai grandi bisogni reali. Ho in mente il titolo di un articolo che descrive bene la situazione: «Non si sa se sono cattivi, probabilmente sono soltanto scemi». 
Non ho una adeguata preparazione di carattere economico e politico, ma il fatto che alcune cose che vengono affermate come novità vengono contraddette il giorno dopo credo che dicano di una spaventosa incapacità e incompetenza. E poi soprattutto dicono della mancanza di una linea che si faccia carico effettivamente delle condizioni del paese. Un paese che viene avvilito da una ipocrisia dilagante, da una piaggeria incredibile, da una .vera e propria dittatura del politicamente corretto, dell’indiscutibilità di certi poteri, che non si possono neanche nominare se si vuole evitare guai. 
La situazione che viviamo è quella di una crisi epocale. Siamo dentro una crisi epocale e c’è una assoluta mancanza di speranza, di punti di riferimento. I valori tradizionali risultano molte volte semplicemente come puramente verbali, come pietistici. 
Manca la cultura. In una società si hanno classi intellettuali e politiche inadeguate perché prive di una cultura adeguata, come diceva il beato Giovanni Paolo II. Cultura adeguata vuol dire che sappia affrontare i problemi nel tentativo di umanizzare l’esistenza delle persone e della società. 
Anche questo «vota sì, vota no»,« si vota tra 3 mesi, si vota tra un anno e mezzo»; «’Si vota con una nuova legge elettorale’, ma non si sa e non si capisce chi la voglia e chi non la voglia». Si deve riformare la giustizia perché è a livelli ormai insopportabili anche dal punto di vista psicologico. Ma cosa significa riforma della giustizia? Manca la cultura, manca una proposta progettuale. Quindi il popolo si sente come non mai abbandonato a se stesso. 
E qui sorge - o dovrebbe sorgere - rinnovata la capacità di proposta globale di vita della Chiesa, soprattutto la sua funzione educativa. La Chiesa è sanamente investita da un tornado di fede, di coraggio e di coraggio ecclesiale che caratterizza il pontificato di papa Francesco. Ma anche qui: dove e come pensare a fare corpo con questa testimonianza, con questo progetto di riforma radicale della vita ecclesiale sul piano della fede e della missione? Io penso che per adesso l'ecclesiasticità abbia introdotto solo alcuni temi, quando non soltanto alcune parole. 
Adesso si abusa della parola “poveri”, si abusa della parola “periferie”, si abusa della parola “odore delle pecore” e così via. Ma si deve capire che cosa significa questo per la vita di una Chiesa particolare. Personalmente mi sento investito di un problema che devo ogni giorno cercare di approfondire, devo accettare la sfida che il Papa lancia alla vita mia e della mia Chiesa e tentare di corrispondervi anche in maniera operativa. E’ l’inizio di un lavoro ma su questo lavoro forse bisognerebbe fare scattare sinergie, capacità di incontri, di confronti. Spero molto nel potenziamento delle Conferenze episcopali regionali che essendo spazi di chiese che sono vicine, contigue, a volte caratterizzate da una certa comune tradizione ecclesiale ed ecclesiastica potrebbero confrontarsi e aiutarsi effettivamente. 
Tutto questo deve essere tenuto presente in questo Avvento in cui chiediamo al Signore che Egli effettivamente torni a vivere nella nostra vita come ci chiedeva il grande San Carlo Borromeo all’inizio di un Avvento in una lettera mandata alla sua diocesi: «Che torni ad essere vivo e presente, sostenga la nostra fede, la maturi, ci renda capaci di coinvolgere la nostra vita con la vita degli uomini per essere quella scia luminosa nella società», cui papa Francesco ha accennato nelle ultime pagine dell’enciclica Lumen Fidei. 
Dopo tanti anni capisco per la prima volta che questo impegno è una fatica ed è una fatica operosa, è una milizia. In questo senso è vero che militia est vita hominis. E’ una battaglia contro i tentativi di accontentarsi di formule, di schemi, di modi di dire. Senza battere la strada di una vera conversione, di una vera capacità missionaria che poi potrebbe avere il suo frutto positivo anche nella vita di questa società che paga il fio di una lontananza da Cristo che - come diceva Benedetto XVI - poi la condanna a essere lontana da se stessa.
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lunedì 2 dicembre 2013

Annuncio prima che denuncia (Contributi 920)

Vi propongo questo articolo di Giampaolo Crepaldi (Arcivescovo di Trieste Presidente dell’Osservatorio Card. Van Thuân per la Dottrina sociale della Chiesa) da La Bussola


L’Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium” contiene molti aspetti che riguardano, direttamente o indirettamente, la Dottrina sociale della Chiesa. E’ un testo connotato dalla centralità, nella vita del cristiano, dall’incontro con Gesù Cristo, il Salvatore e il Misericordioso. Il “gaudio” di cui parla papa Francesco non è un generico sentimento psicologico, è la gioia della persona rinata, della salvezza incontrata e sperimentata nella vita di grazia, della misericordia che perdona i nostri peccati se anche noi lo vogliamo, della luce che la fede in Gesù Cristo getta su tutta la nostra vita, personale, familiare, comunitaria, sociale. E’ un’Esortazione Apostolica “cristocentrica”, perché dalla luce di Gesù Cristo prendono luce il creato, la Chiesa, l’umanità, la storia.
Questa impostazione cristocentrica è molto importante anche per la Dottrina sociale della Chiesa che, come in molte occasioni aveva insegnato Giovanni Paolo II, è “annuncio di Cristo nelle realtà temporali” e solo in questa luce si occupa del resto. E’ anche importante perché comporta, tra l’altro, la priorità dell’annuncio sulla denuncia. Anche questa è una impostazione già presente nel magistero sociale della Chiesa e che ora papa Francesco riprende e sviluppa ulteriormente. L’annuncio deve essere fatto con gioia, perché ha all’origine un “sì” che viene prima di ogni osservazione critica sulle condizioni sociali di oggi. In principio c’è l’annuncio della salvezza, della misericordia e della giustizia. Siamo grati al Santo Padre per avere incentrato la sua Esortazione sull’essenziale.
Un aspetto non solo formale della “Evangelii Gaudium” è che il Papa usa frequentemente il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, lo raccomanda esplicitamente e lo cita spesso. Il Compendio è molto adoperato in America Latina, forse più che in Europa, e fa piacere che ora il Papa latinoamericano lo riproponga a tutta la Chiesa. Del resto, l’impianto del Compendio risponde proprio alle esigenze che papa Francesco esprime in questa Esortazione Apostolica: in principio c’è il progetto di amore di Dio sull’uomo, che riempie l’uomo di gioia e che lo spinge ad uscire verso gli altri per partecipare questa gioia a tutti. Non che questo comporti un rifiuto o una sottovalutazione del livello etico dei problemi sociali. Anzi, il livello etico viene sollevato più in alto e protetto dalle sue sempre possibili degenerazioni moralistiche. La legge nuova dell’amore non toglie la legge della Tavola, ma la eleva e la purifica. 
I temi e la prospettiva della Dottrina sociale della Chiesa sono presenti in tutta l’Esortazione, ma si concentrano soprattutto nei capitoli II e IV. In quest’ultimo capitolo, dal titolo “La dimensione sociale dell’Evangelizzazione”, il Santo Padre riprende con nuovi accenti i grandi temi del rapporto tra annuncio di Cristo e sua ripercussione comunitaria, tra la confessione della fede e l’impegno sociale, ma enuncia anche prospettive nuove, che arricchiscono il magistero precedente. “Il tempo è superiore allo spazio”, “L’unità prevale sul conflitto”; “La realtà è più importante dell’idea”; “Il tutto è superiore alla parte”. Si tratta di quattro prospettive nuove a partire dalle quali ripensare l’insieme delle relazioni sociali.
Sempre dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa, un’importante novità della “Evangelii Gaudium” è l’ampio approfondimento, contenuto nel capitolo IV, della cosiddetta “scelta preferenziale per i poveri”. Il Papa ne parla dal punto di vista dell’amore evangelico di Gesù per i piccoli e gli ultimi. E’ una ricca riflessione sull’atteggiamento dei credenti e della Chiesa nei confronti dei poveri e su quanto da essi si possa imparare. L’inclusione sociale dei poveri diventa qui qualcosa di più che una politica sociale. Diventa la prospettiva stessa del nostro vivere in società, l’aspetto che continuamente ci ricorda il motivo ultimo per cui esiste la comunità politica. Trova spazio, esplicitamente o implicitamente, tutta la riflessione della Dottrina sociale della Chiesa sulla solidarietà e il bene comune, visti questa volta dal punto di vista dei poveri. Viviamo in un momento particolare, da questo punto di vista. La crisi economica fa aumentare le disuguaglianze e, quindi, anche i poveri e la povertà. Un nuovo sguardo sui poveri a partire dai poveri evangelicamente intesi sarà di grande aiuto per tutti. 
Dalla lettura della “Evangelii Gaudium”, tra i tanti spunti e sollecitazioni, emerge l’importante concetto di “pace sociale”, che il Papa approfondisce, sempre all’interno del capitolo IV. C’è la pace diplomatica tra le nazioni, c’è la pace politica tra i partiti, ma c’è anche la pace sociale tra i ceti e tra i cittadini. Su questa si riflette poco, eppure è oggi quella più dirompente perché le disuguaglianze e la precarietà del lavoro finiscono per mettere i cittadini e i gruppi sociali gli uni contro gli altri. Il testo dell’Esortazione, a questo proposito, contiene delle salutari provocazioni indirizzate all’economia e alla politica affinché rimettano al centro di se stesse la persona umana e un autentico bene comune.
La “Evangelii Gaudium” ha un aspetto fortemente missionario, conseguente alla impostazione cristocentrica di cui si parlava all’inizio. Tutta la Chiesa è invitata da papa Francesco ad avere il coraggio della missione, superando inerzie ed eccessivi scrupoli che paralizzano. Questo è vero anche per la Dottrina sociale della Chiesa. Giovanni Paolo II aveva scritto nella Centesimus annus che essa ha un aspetto “concreto” e “sperimentale” e invitava tutti i credenti a mettersi in gioco con coraggio, inserendosi nel grande fiume di quanti da sempre nella Chiesa hanno dato il loro impegno per il bene comune dei fratelli. Che la Chiesa esca da se stessa per la missione non vuol dire né che bisogna uscire “dalle chiese” né che si debba abbandonare la dottrina e la vita sacramentale. Vuol dire, secondo papa Francesco, farsi guidare sempre dall’essenziale, e l’essenziale, nella vita del cristiano, va donato a tutti. 
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domenica 1 dicembre 2013

Domenica I Avvento"A" 1-dic-2013 (Angelus 166)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Iniziamo oggi, Prima Domenica di Avvento, un nuovo anno liturgico, cioè un nuovo cammino del Popolo di Dio con Gesù Cristo, il nostro Pastore, che ci guida nella storia verso il compimento del Regno di Dio. Perciò questo giorno ha un fascino speciale, ci fa provare un sentimento profondo del senso della storia. Riscopriamo la bellezza di essere tutti in cammino: la Chiesa, con la sua vocazione e missione, e l’umanità intera, i popoli, le civiltà, le culture, tutti in cammino attraverso i sentieri del tempo.
Ma in cammino verso dove? C’è una mèta comune? E qual è questa mèta? Il Signore ci risponde attraverso il profeta Isaia, e dice così: «Alla fine dei giorni, / il monte del tempio del Signore / sarà saldo sulla cima dei monti / e s’innalzerà sopra i colli, / e ad esso affluiranno tutte le genti. / Verranno molti popoli e diranno: / “Venite, saliamo al monte del Signore, / al tempio del Dio di Giacobbe, / perché ci insegni le sue vie / e possiamo camminare per i suoi sentieri”» (2,2-3). Questo è quello che dice Isaia sulla meta dove andiamo. E’ un pellegrinaggio universale verso una meta comune, che nell’Antico Testamento è Gerusalemme, dove sorge il tempio del Signore, perché da lì, da Gerusalemme, è venuta la rivelazione del volto di Dio e della sua legge. La rivelazione ha trovato in Gesù Cristo il suo compimento, e il “tempio del Signore” è diventato Lui stesso, il Verbo fatto carne: è Lui la guida ed insieme la meta del nostro pellegrinaggio, del pellegrinaggio di tutto il Popolo di Dio; e alla sua luce anche gli altri popoli possono camminare verso il Regno della giustizia, verso il Regno della pace. Dice ancora il profeta: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, / delle loro lance faranno falci; / una nazione non alzerà più la spada / contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra» (2,4). Mi permetto di ripetere questo che dice il Profeta, ascoltate bene: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, / delle loro lance faranno falci; / una nazione non alzerà più la spada / contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra». Ma quando accadrà questo? Che bel giorno sarà, nel quale le armi saranno smontate, per essere trasformate in strumenti di lavoro! Che bel giorno sarà quello! E questo è possibile! Scommettiamo sulla speranza, sulla speranza della pace, e sarà possibile!
Questo cammino non è mai concluso. Come nella vita di ognuno di noi c’è sempre bisogno di ripartire, di rialzarsi, di ritrovare il senso della mèta della propria esistenza, così per la grande famiglia umana è necessario rinnovare sempre l’orizzonte comune verso cui siamo incamminati. L’orizzonte della speranza! Questo è l’orizzonte per fare un buon cammino. Il tempo di Avvento, che oggi di nuovo incominciamo, ci restituisce l’orizzonte della speranza, una speranza che non delude perché è fondata sulla Parola di Dio. Una speranza che non delude, semplicemente perché il Signore non delude mai! Lui è fedele! Lui non delude! Pensiamo e sentiamo questa bellezza.
Il modello di questo atteggiamento spirituale, di questo modo di essere e di camminare nella vita, è la Vergine Maria. Una semplice ragazza di paese, che porta nel cuore tutta la speranza di Dio! Nel suo grembo, la speranza di Dio ha preso carne, si è fatta uomo, si è fatta storia: Gesù Cristo. Il suo Magnificat è il cantico del Popolo di Dio in cammino, e di tutti gli uomini e le donne che sperano in Dio, nella potenza della sua misericordia. Lasciamoci guidare da lei, che è madre, è mamma e sa come guidarci. Lasciamoci guidare da Lei in questo tempo di attesa e di vigilanza operosa.

Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
oggi ricorre la Giornata mondiale per la lotta contro l’HIV/AIDS. Esprimiamo la nostra vicinanza alle persone che ne sono affette, specialmente ai bambini; una vicinanza che è molto concreta per l’impegno silenzioso di tanti missionari e operatori. Preghiamo per tutti, anche per i medici e i ricercatori. Ogni malato, nessuno escluso, possa accedere alle cure di cui ha bisogno.
Saluto con affetto tutti i pellegrini presenti: le famiglie, le parrocchie, le associazioni. In particolare, saluto i fedeli provenienti da Madrid, il Coro “Florilège” dal Belgio, il gruppo “Famiglie Insieme” di Solofra, e l’Associazione artistica operaia di Roma.
Saluto i fedeli di Bari, Sant’Elpidio a Mare, Pollenza e Grumo Nevano.
A tutti auguro un buon inizio di Avvento. Buon pranzo e arrivederci!
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sabato 30 novembre 2013

L’eutanasia per i bambini accelera l’auto-genocidio dell’Europa (Contributi 919)

Vi propongo questa intervista di Leone Grotti al cardinale Sgreccia, (ex presidente della Pontificia accademia per la vita) da Tempi


«L’Europa ha intrapreso il cammino dell’auto-genocidio. Quello che è successo segnala un calo drastico di umanità, un abbassamento del livello di civiltà». Il cardinale Elio Sgreccia, ex presidente della Pontificia accademia per la vita, si riferisce alla decisione presa dalla Commissione del Senato belga che ha autorizzato l’estensione dell’eutanasia ai bambini. La legge per essere approvata dovrà ottenere il via libera dalle due Camere ma come dichiara Sgreccia a tempi.it questo primo voto «è un salto di inaudita gravità che disumanizza il rapporto tra adulti e bambini e legalizza un grave delitto contro la vita umana».

Eminenza, chi appoggia la legge in Belgio dice di farlo in nome della «dignità dei malati».
L’eutanasia è un grave crimine contro la vita umana. Quella della dignità è solo una scusa: nessuno è padrone della sua vita, che non ci diamo da soli.
L’uomo non ha diritto di essere autonomo fino alla fine?
È giusto invocare il principio di autonomia quando parliamo in generale delle nostre azioni, di cui siamo sempre responsabili, ma noi non siamo autonomi rispetto alla vita, perché non ce la diamo noi. Con l’eutanasia si offende il diritto alla vita e si offende anche la società, che permettendola perde il controllo di se stessa e autorizza un delitto grave. E se parliamo di bambini, il delitto è gravissimo.
Secondo la nuova legge, è il bambino a dover chiedere l’eutanasia e uno psicologo deve valutare la sua capacità di comprendere quello che sta facendo.
I bambini non sono in grado di giudicare o decidere. Il bambino è sempre stato una categoria protetta, infatti non può prendersi la responsabilità di sottoscrivere contratti, di votare né di assumere un servizio come quello militare. La legge poi non fissa limiti di età, quindi il bambino può essere ucciso anche a due anni o quando è ancora neonato. L’idea dello psicologo, poi, è solo un trucco.
Perché?
Se uno vede un soggetto che si sta gettando da un ponte per suicidarsi, cosa fa, va a chiamare lo psicologo perché si accerti se l’aspirante suicida è in grado di decidere o meno? La decisione di uccidere è sempre ingiusta e il diritto alla vita vale di più di un esame psicologico. Lo psicologo è un trucco usato per dare una parvenza di legalità a una legge che distrugge la dignità e la libertà del bambino. Perché, diciamolo, l’aiuto a morire non è affatto un aiuto.
Ma se un bambino dà il suo consenso?
Ma di quale consenso stiamo parlando? Anche se dice di volerlo, magari sta solo passando una crisi di scoraggiamento. Il consenso è solo un pretesto e non era mai successo che aggrappandosi a questo si permettesse di anticipare la morte. Un tredicenne, un adolescente, potrebbe chiedere l’eutanasia solo perché attraversa una crisi, magari dopo una bocciatura o un forte dispiacere. La verità è che il bambino quando soffre deve essere aiutato e curato, non ucciso.
La legge belga autorizza l’eutanasia anche per i pazienti dementi, come in Olanda.
Anche qui si dimostra che il consenso è una scusa, perché la volontà dei malati mentali è ritenuta non valida da sempre. Infatti non possono firmare contratti. Ma c’è di più, perché il Belgio supera anche l’Olanda non fissando limiti di età per l’eutanasia dei bambini. Siamo davanti a un salto di inaudita gravità che disumanizza il rapporto tra le persone. È davvero arrivato il momento per l’Europa di chiedersi che cosa vuole fare dei suoi figli.
Perché?
Già ne nascono sempre di meno: siamo sotto il livello di ricambio tra morti e nati, ormai, per cui si può dire che l’Europa ha intrapreso un cammino di auto-distruzione, auto-genocidio. La sua popolazione infatti va estinguendosi. Se poi, a questi pochi che nascono, si toglie anche la percentuale dei sofferenti che possono essere uccisi, si accelera il processo di distruzione, di abuso del diritto della vita e di crudeltà. Così diventiamo disumani.
Perché un bambino possa ottenere l’eutanasia, però, serve il consenso dei genitori.
Ma di cosa stiamo parlando? I genitori non hanno la potestà neanche di fare delle operazioni sui minori, che non siano necessarie per il loro bene, figuriamoci di autorizzarne la morte. Questa legge non è gravissima solo dal punto di vista giuridico, ma anche da quello morale e umano perché la vita è sacra.
Chi non è religioso, però, non riconosce la sacralità della vita.
Non sono solo le religioni ad opporsi a questa legge perché considerano la vita un dono di Dio, è un problema di rispetto dell’uomo che tutti possono riconoscere.
Eppure da quando l’eutanasia è stata legalizzata in Belgio nel 2002, i casi sono quintuplicati.
Se cresce il numero dei casi è perché si allargano le eccezioni e il rigore delle condizioni iniziali viene meno. È la legge del piano inclinato: quando si fa uno strappo alla legge, è destinato ad allargarsi sempre di più.
Non può essere un atto di umanità alleviare le sofferenze di chi sta male?
No, perché con l’eutanasia si allevia solo il peso di chi sta bene. Diamo alle cose il loro nome: questo è utilitarismo, perché si toglie di mezzo il malato, è la cultura dello scarto di cui parla papa Francesco. Una persona è malata, mi pesa, è scomoda, non produce e quindi la butto. Chi sta bene per aiutare i sofferenti deve sacrificarsi, se uno non vuole sacrifici e non vuole soffrire deve eliminare il prossimo che gli sta vicino. Ma una persona così protegge solo se stesso finché ha piena validità e salute, perché poi finisce per buttare via anche la propria vita: eutanasia e suicidio assistito, infatti, vanno insieme. Dovremmo allarmarci tutti davanti a queste cose perché una legge del genere segnala un calo di umanità, di rispetto della vita umana, un abbassamento del livello di civiltà.
Da dove nasce questo calo di umanità?
La cultura della morte nasce dal fatto che si vuole la vita solo quando è perfetta e capace di produrre denaro o vantaggi. È il principio del piacere che diventa principio di morte: quando la vita non ti dà più soddisfazione, non è più apprezzabile o degna. In ultima analisi, però, è il calo della fiducia nella vita ultraterrena, la mancanza di fede nella vita eterna, in Dio e nell’immortalità a portare al deprezzamento dell’uomo. Come dice il Concilio vaticano II, quando viene meno la fiducia in Dio anche l’uomo svanisce. La vita va verso la pienezza e merita di essere vissuta perché ha un valore eterno. La morte va accettata quando è naturale, quando la fisicità non regge più e per questo non bisogna neanche praticare l’accanimento terapeutico.
Diversi studi dimostrano oltretutto che la legge sull'eutanasia in Belgio è continuamente abusata.
La legge è già un abuso in sé, chi si stupisce se poi se ne aggiungono altri? È tutto un abuso perché, lo ripeto, la vita non ci appartiene.
Non ha ragione chi dice che l’uomo ha diritto di morire?
No, l’eutanasia non è né un diritto né una libertà ma è la fine del diritto e della libertà.
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mercoledì 27 novembre 2013

Un bene più grande (Contributi 918)

Vi propongo questo articolo di Domenico Mongiello dal sito della Fraternità San Carlo


L’ultima domenica di novembre la Chiesa festeggia la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo. Che cosa dice alle nostre esistenze questa verità? Dice che c’è un signore del mondo, che le sorti dell’umanità non sono guidate dal caso o da chi ha la forza di conquistare il potere. Perché ogni potere, anche mondano, è concesso da Dio. Egli stesso conduce la storia, veglia sul cammino dei popoli e sulla vita di ogni uomo. Nel tempo poi dimostra la sua signoria originaria e la gloria del suo Regno di pace, non solo con la sua onnipotenza, ma dall’interno delle vicende umane. Quasi, verrebbe da dire, nonostante le contraddizioni che sempre muovono le azioni umane. Quando Pilato gli chiede “dunque tu sei re?”, Gesù risponde “tu lo dici“. Pilato dice la verità, anche se il suo intento è dispregiativo o canzonatorio. E quando Caifa, il sommo sacerdote di Israele, decreta di far morire Gesù perché è meglio che si sacrifichi uno solo per il bene di tutto il popolo, sta collaborando, a sua insaputa, alla venuta del Regno di Dio. Commenta il papa emerito Benedetto XVI nel secondo volume sulla vita di Gesù di Nazareth: “Questo significa che la croce rispondeva ad una necessità divina e che Caifa con la sua decisione divenne, in ultima analisi, l’esecutore della volontà di Dio, anche se la sua motivazione personale era impura, non rispondente alla volontà di Dio, ma mirante a scopi egoistici”.
Gesù rivela di essere il signore della storia senza contraddirla, senza annientare il male con la potenza della sua regalità e l’azione della sua giustizia. Prende possesso della storia dall'interno di avvenimenti umani che sono mossi quasi sempre da altre logiche.
Entriamo così in un mistero profondo, per noi razionalmente incomprensibile, dove si vede che davvero Gesù era Dio, in quanto solo Dio può trarre un bene da un male conclamato. Entriamo nel mistero stesso della storia, dove Dio mostra la sua potenza dentro un amore che abbraccia il peccato e il male, facendoli diventare occasione di un bene più grande. Egli assume la condizione umana, tutta intera, fino al punto di redimerla dall'interno di logiche perverse che ne hanno condizionato lo sviluppo in pienezza.
Certo le responsabilità dei singoli che commettono il male non è annullata. Come per coloro che collaborarono alla condanna di Gesù. Ciascuno ebbe una responsabilità ben precisa e meritevole di giudizio, tanto più grave quanto più grande fu la vicinanza di vita trascorsa con Gesù e la consapevolezza che si stava commettendo un inaudito delitto. Si stava ammazzando Dio. Dirà Gesù a Pilato: “Chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande”. Tale responsabilità rimane. Ma la condanna peggiore è il non voler guardare alla misericordia di cui Gesù li fa oggetto, proprio nel momento in cui prende possesso del suo regno sul trono della croce. Paradossalmente bastava accettare il dolore del loro delitto e del loro tradimento. Giuda non sopportò quel dolore come occasione di un amore più grande. Pietro visse tutta la vita con la ferita del suo rinnegamento che divenne strada feconda per annunciare al mondo che Dio già stava manifestando il suo regno di pace.
Sono un missionario. Viaggiando nelle case dove sono presenti i miei fratelli, ho conosciuto una donna che aveva commesso un grave peccato e che non pensava possibile che Gesù la potesse perdonare. La testimonianza del dolore che viveva diede il coraggio ad un’altra donna di non fare lo stesso peccato. Capì che era impossibile che Dio si stava servendo di lei per fare del bene, senza aver ricevuto il suo perdono. Il dolore non andò via. Ma il bene fu più grande.
Così, non solo Gesù manifesta la sua signoria sul mondo e sulla storia nonostante le nostre azioni malvagie o almeno precarie, ma ha bisogno della verità della nostra testimonianza e della nostra vita per poter regnare nelle anime di tutti gli uomini e prendere possesso definitivo dell’universo. 
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lunedì 25 novembre 2013

Cronaca di fine Anno della Fede (Contributi 917)


Davanti alle reliquie che la Chiesa considera appartenenti al Primo degli Apostoli - ritrovate durante gli scavi archeologici ordinati da Papa Pio XII alla fine degli anni ’40, nell'area dove l’imperatore Nerone aveva fatto costruire il suo circo per perseguitare i primi cristiani e dichiarate autentiche da Papa Paolo VI - Papa Francesco ha celebrato ieri, insieme alla Festa di Cristo Re, la conclusione dell’Anno della Fede, indetto da Benedetto XVI.
La pioggia, che nei giorni scorsi aveva intensamente colpito Roma, si è placata ed ha consentito ad almeno duecentomila persone di riempire interamente la piazza e tutta Via della Conciliazione. Quo vadis, domine, chiese Pietro a Gesù, che gli apparve dove la via Appia incrocia l’Ardeatina, mentre l’Apostolo pensava di lasciare Roma per evitare la persecuzione e Gesù gli rispose: «Vado in città a farmi crocifiggere un’altra volta» e su una pietra dell’Appia lasciò le sue impronte. Così Pietro, sceglierà di farsi crocifiggere, sull'esempio del suo Maestro, tornando a Roma, dove, per opera dello Spirito Santo, il Verbo si diffuse e scelse il territorio del mondo che duemila anni fa costituiva il centro dell’Europa di allora. Il Verbo evangelizzò il mondo pagano, cuore dell’Impero Romano e si fece di nuovo martire attraverso i suoi testimoni, che riuscirono, con la sola forza della fede, a porre le premesse per convertire un impero. Un messaggio e una testimonianza di estrema attualità per l’Europa di oggi, che mostra di rinnegare, con le sue scelte relativiste, le sue radici giudaico-cristiane e il suo ancoraggio ai principi dell’ordine naturale, scritti nell'anima di ogni essere umano, come diceva Benedetto XVI.
È stato questo il senso della celebrazione di ieri: la Croce di Cristo al centro del Cristianesimo, come ha sottolineato la pagina del Vangelo di Luca, dedicata al Buon Ladrone, che si pente e riconosce in quella Croce la possibilità della sua salvezza e la promessa da parte di Gesù di accompagnarlo nel Paradiso.
Dopo l’Omelia, il Papa - nessuno dei suoi predecessori finora l’aveva fatto – ha tenuto tra le sue mani le reliquie di Pietro, durante un momento intenso di preghiera, condiviso nel silenzio assoluto di tutti i partecipanti. Le preghiere dei fedeli sono state lette in cinese, portoghese e filippino, anche a testimonianza della sofferenza che vivono le Filippine, a causa della formidabile alluvione che ha colpito quel paese: cosa mai accaduta per motivi di questo genere a San Pietro, durante la Messa è stata promossa una raccolta di offerte a conforto di quel popolo, che sarà estesa in tutte le Chiese domenica 3 dicembre, prima domenica di Avvento.
Prima della locuzione finale e dell’Angelus, Papa Francesco ha consegnato a 36 rappresentanti di tutte le nazioni, l’esortazione apostolica di Benedetto XVI, “Evangelii gaudium”. Il Coro della Cappella Sistina ha accompagnato tutti i momenti della celebrazione liturgica, insieme all’Orchestra Sinfonica dell’Amministrazione Provinciale di Bari, diretta dal Maestro Walter Marzilli, che nella prima parte ha eseguito, con gli arrangiamenti di Vincenzo Anselmi, l’ouverture n.3 "Egmont " di Ludwig van Beethoven e l’ ouverture "La grotta  di   Fingal", da "Le Ebridi", di Felix Mendelssohn; l’inno dell'anno della fede Credo-Domine, di Ivo Meini, l’Ave Verum Corpus, di Wolfgang Amadeus Mozart e Panis Angelicus, di Cesar Franck, con la voce del soprano Lydia Tamburrino.
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domenica 24 novembre 2013

Grave e vergognoso che una scuola pubblica non accetti la mostra su Rolando Rivi (Contributi 916)

Vi propongo questo articolo di Luigi Negri da Tempi: 

A proposito dei fatti successi a Rio Saliceto (Reggio Emilia), dove ai bambini della locale scuola elementare, nell'ambito di un’iniziativa per gli alunni che avevano aderito all'insegnamento della religione cattolica, è stato impedito di visitare la Mostra “Io sono di Gesù”, dedicata al Beato Rolando Rivi, si dichiara quanto segue: 

Addolora vedere che ci sono persone che hanno paura della verità. Addolora ancor di più quando questo avviene da parte di persone investite di compiti educativi, cioè del compito di introdurre i giovani alla realtà, alla verità, al bene. La verità dei fatti relativi al martirio del Beato Rolando Rivi è attestata in modo inconfutabile e al di là di ogni ragionevole dubbio da una sentenza della magistratura italiana, da un imponente lavoro di ricerca storica e dalla dettagliata analisi in ambito ecclesiale, nel percorso, diocesano e romano, che ha portato alla Beatificazione. Il seminarista Rolando Rivi, ragazzo innocente, a soli 14 anni, fu ucciso, in odio alla sua fede cristiana, per la sola colpa di testimoniare pubblicamente, con coraggio, il suo amore a Gesù. Fu ucciso il 13 aprile 1945, da parte di alcuni partigiani comunisti il cui progetto ideologico era costruire una società in cui fosse impedito a Cristo di parlare al cuore dell’uomo.
La Mostra “Io sono di Gesù” racconta in modo semplice e oggettivo, accessibile a tutti, la nuda verità dei fatti accaduti.
È grave e vergognoso che all'interno di una scuola pubblica che dovrebbe garantire, in uno Stato democratico, la libertà e il pluralismo, non sia consentito ai bambini e agli insegnanti, nell'ambito di un’iniziativa legata all'ora di religione, di andare a incontrare la luminosa figura di un Beato contemporaneo, martire bambino, campione dell’amore alla verità e al bene.
La Mostra “Io sono di Gesù” sta girando l’Italia e in ogni sua tappa ha consentito a tutti e in particolare ai giovani di essere arricchiti dall'incontro con un giovane che ha testimoniato il suo amore all'ideale sino al dono della vita. Così è accaduto recentemente anche a Ferrara dove sono stati migliaia i giovani, credenti e non credenti, che hanno tratto dall'incontro con Rolando spunti positivi per la propria vita.
I giovani di oggi, accerchiati dal vuoto delle moderne ideologie del nichilismo e del relativismo, hanno più che mai bisogno di incontrare testimoni appassionati all'amore e alla verità, come il Beato Rolando Rivi. Che questo sia proibito in una scuola pubblica è l’attentato più grave alla loro crescita umana che possa accadere. 

Per il COMITATO AMICI DI ROLANDO RIVI 
+ Luigi Negri 
Arcivescovo di Ferrara e Abate di Pomposa 
Presidente del Comitato Amici di Rolando Rivi 

Emilio Bonicelli 
Segretario e portavoce del Comitato Amici di Rolando Rivi 
Curatore della Mostra “Io sono di Gesù” 
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Domenica XXXIV t. ord."C" 24-nov-2013 (Angelus 165)

Prima di concludere questa celebrazione, desidero salutare tutti i pellegrini, le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni e i movimenti, venuti da tanti Paesi. Saluto i partecipanti al Congresso nazionale della Misericordia; saluto la comunità ucraina, che ricorda l’80° anniversario dell’Holodomor, la “grande fame” provocata dal regime sovietico che causò milioni vittime.
In questa giornata, il nostro pensiero riconoscente va ai missionari che, nel corso dei secoli, hanno annunciato il Vangelo e sparso il seme della fede in tante parti del mondo; tra questi il Beato Junípero Serra, missionario francescano spagnolo, di cui ricorre il terzo centenario della nascita.
Non voglio finire senza un pensiero a tutti quelli che hanno lavorato per portare avanti quest’Anno della fede. Mons. Rino Fisichella, che ha guidato questo cammino: lo ringrazio tanto, di cuore, lui e tutti i suoi collaboratori. Grazie tante!
Ora preghiamo insieme l’Angelus. Con questa preghiera invochiamo la protezione di Maria specialmente per i nostri fratelli e le nostre sorelle che sono perseguitati a motivo della loro fede, e sono tanti!
Angelus Domini
Vi ringrazio per la vostra presenza a questa concelebrazione. Vi auguro una buona domenica e buon pranzo.
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mercoledì 20 novembre 2013

Confessatevi. Anche il Papa si confessa (Contributi 915)

Da  La Bussola un articolo di Massimo Introvigne
     
All'udienza generale del 20 novembre 2013 Papa Francesco ha proseguito la sua catechesi sul Credo, in particolare sulla formula «Confesso un solo Battesimo per il perdono dei peccati», di cui già aveva iniziato a parlare la settimana precedente. Il Papa insiste su questo passaggio del Credo, perché corrisponde a quella che ha da tempo individuato come una priorità del suo pontificato: l’appello a tornare al sacramento della confessione, combattendo in particolare la diffusa mentalità secondo cui sarebbe sufficiente una richiesta interiore a Dio di perdono e il passaggio dal confessionale non sarebbe necessario.
Per far capire perché questo è sbagliato, il Pontefice è partito dalla tesi secondo cui «il protagonista del perdono dei peccati è lo Spirito Santo». Lo afferma Gesù risorto, nella prima apparizione agli apostoli: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,22-23). La possibilità di perdonare che Gesù trasmette agli apostoli è parte dei «doni pasquali frutto della sua morte e risurrezione». E Gesù anzitutto «dona lo Spirito Santo che di tutto questo è la sorgente».
Infatti, prima di fare il gesto di soffiare – che indica il dono dello Spirito – Gesù fa vedere agli apostoli le sue piaghe: «queste ferite rappresentano il prezzo della nostra salvezza. Lo Spirito Santo ci porta il perdono di Dio “passando attraverso” le piaghe di Gesù». Per questo Gesù, anche nel suo corpo glorioso dopo la resurrezione, conserva le piaghe. «Per la forza di queste piaghe, i nostri peccati sono perdonati».
Ma ecco il secondo, cruciale elemento: il potere di perdonare i peccati, che viene dalla passione e morte di Gesù e dallo Spirito Santo, Gesù non lo dà a tutti. Lo dà agli apostoli, come «potere delle chiavi». «È un po’ difficile capire come un uomo può perdonare i peccati, ma Gesù dà questo potere». Lo dà alla Chiesa. «La Chiesa è depositaria del potere delle chiavi, di aprire o chiudere al perdono». Attenzione: certo, è Dio che perdona, «ma Lui stesso ha voluto che quanti appartengono a Cristo e alla Chiesa, ricevano il perdono mediante i ministri della Comunità». La misericordia di Dio mi raggiunge «attraverso il ministero apostolico». «La Chiesa non è padrona del potere delle chiavi, ma è serva del ministero della misericordia». Anche se volesse, non potrebbe cambiare il modo di offrire il perdono di Dio, che passa attraverso la confessione per volere dello stesso Dio e per precisa disposizione di Gesù Cristo.
Oggi «tante persone forse non capiscono la dimensione ecclesiale del perdono, perché domina sempre l’individualismo, il soggettivismo, e anche noi cristiani ne risentiamo. Certo, Dio perdona ogni peccatore pentito, personalmente, ma il cristiano è legato a Cristo, e Cristo è unito alla Chiesa. Per noi cristiani c’è un dono in più, e c’è anche un impegno in più: passare umilmente attraverso il ministero ecclesiale».
Dobbiamo «valorizzare» questo insegnamento della Chiesa, oggi così poco capito, e nello stesso tempo «non dobbiamo stancarci di andare a chiedere perdono. Si può provare vergogna a dire i peccati, ma le nostre mamme e le nostre nonne dicevano che è meglio diventare rosso una volta che non giallo mille volte. Si diventa rossi una volta, ma ci vengono perdonati i peccati e si va avanti». «A volte – insiste il Pontefice – capita di sentire qualcuno che sostiene di confessarsi direttamente con Dio». Ma è Dio stesso che ha voluto che «la sicurezza del perdono» si possa trovare solo nella confessione, tramite il ministero della Chiesa.
Quando parliamo della funzione del sacerdote non dobbiamo mai dimenticare questo aspetto: «il sacerdote strumento per il perdono dei peccati. Il perdono di Dio che ci viene dato nella Chiesa, ci viene trasmesso per mezzo del ministero di un nostro fratello, il sacerdote». Naturalmente, anche il sacerdote «ha bisogno di misericordia», e dal reiterato appello di Papa Francesco alla confessione frequente i sacerdoti non sono esclusi. «Anche i sacerdoti devono confessarsi, anche i Vescovi: tutti siamo peccatori. Anche il Papa si confessa ogni quindici giorni, perché anche il Papa è un peccatore. E il confessore sente le cose che io gli dico, mi consiglia e mi perdona, perché tutti abbiamo bisogno di questo perdono».
Perché un sacerdote sia un buon confessore, è necessario «che il suo cuore sia in pace, che il sacerdote abbia il cuore in pace; che non maltratti i fedeli, ma che sia mite, benevolo e misericordioso; che sappia seminare speranza nei cuori e, soprattutto, sia consapevole che il fratello o la sorella che si accosta al sacramento della Riconciliazione cerca il perdono». Diversamente, meglio astenersi. «Il sacerdote che non abbia questa disposizione di spirito è meglio che, finché non si corregga, non amministri questo Sacramento. I fedeli penitenti hanno il diritto, tutti i fedeli hanno il diritto di trovare nei sacerdoti dei servitori del perdono di Dio».
Infine, il Papa ha proposto a tutti un esame di coscienza sulla confessione: «come membri della Chiesa siamo consapevoli della bellezza di questo dono che ci offre Dio stesso? Sentiamo la gioia di questa cura, di questa attenzione materna che la Chiesa ha verso di noi? Sappiamo valorizzarla con semplicità e assiduità?». Tutti cadiamo, e cadiamo spesso. Ma se vogliamo «rialzarci continuamente» non c’è altra strada.
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