Benvenuti
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
S. Giovanni Paolo II
domenica 26 luglio 2009
Dignità di ricevere la Comunione
La traduzione, rivista in qualche punto di dettaglio sull’originale inglese, è di Sandro Magister, che per primo ha fatto conoscere questo testo nel 2004 sul suo blog. La lettera è stata inviata in forma "riservata" (confidential) e non è pubblicata nella collezione dei Documenta inde a Concilio Vaticano Secundo expleto edita (1966-2005) della Congregazione per la Dottrina della Fede (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2006).
La Conferenza Episcopale degli Stati Uniti ha più volte fatto riferimento a questo documento in testi e dichiarazioni pubblicati sul suo sito.
1. Presentarsi a ricevere la Santa Comunione dovrebbe essere una decisione consapevole, fondata su un giudizio ragionato riguardante la propria dignità a farlo, secondo i criteri oggettivi della Chiesa, ponendo domande del tipo: "Sono in piena comunione con la Chiesa cattolica? Sono colpevole di peccato grave? Sono in corso pene (ad esempio scomunica, interdetto) che mi proibiscono di ricevere la Santa Comunione? Mi sono preparato digiunando almeno da un ora?". La pratica di presentarsi indiscriminatamente a ricevere la Santa Comunione, semplicemente come conseguenza dell’essere presente alla Messa, è un abuso che deve essere corretto (cfr. l’istruzione "Redemptionis Sacramentum", nn. 81, 83).
2. La Chiesa insegna che l’aborto o l’eutanasia è un peccato grave. La lettera enciclica "Evangelium Vitae", con riferimento a decisioni giudiziarie o a leggi civili che autorizzano o promuovono l’aborto o l’eutanasia, stabilisce che c’è un "grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza. [...] Nel caso di una legge intrinsecamente ingiusta, come è quella che ammette l’aborto o l’eutanasia, non è mai lecito conformarsi ad essa, ‘né partecipare ad una campagna di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio del proprio voto’" (n. 73). I cristiani "sono chiamati, per un grave dovere di coscienza, a non prestare la loro collaborazione formale a quelle pratiche che, pur ammesse dalla legislazione civile, sono in contrasto con la legge di Dio. Infatti, dal punto di vista morale, non è mai lecito cooperare formalmente al male. [...] Questa cooperazione non può mai essere giustificata né invocando il rispetto della libertà altrui, né facendo leva sul fatto che la legge civile la prevede e la richiede" (n. 74).
3. Non tutte le questioni morali hanno lo stesso peso morale dell’aborto e dell’eutanasia. Per esempio, se un cattolico fosse in disaccordo col Santo Padre sull’applicazione della pena capitale o sulla decisione di fare una guerra, egli non sarebbe da considerarsi per questa ragione indegno di presentarsi a ricevere la Santa Comunione. Mentre la Chiesa esorta le autorità civili a perseguire la pace, non la guerra, e ad esercitare discrezione e misericordia nell’applicare una pena a criminali, può tuttavia essere consentito prendere le armi per respingere un aggressore, o fare ricorso alla pena capitale. Ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici sul fare la guerra e sull’applicare la pena di morte, non però in alcun modo riguardo all’aborto e all’eutanasia.
4. A parte il giudizio di ciascuno sulla propria dignità a presentarsi a ricevere la Santa Eucaristia, il ministro della Santa Comunione può trovarsi nella situazione in cui deve rifiutare di distribuire la Santa Comunione a qualcuno, come nei casi di scomunica dichiarata, di interdetto dichiarato, o di persistenza ostinata in un peccato grave manifesto (cfr. can. 915).
5. Riguardo al peccato grave dell’aborto o dell’eutanasia, quando la formale cooperazione di una persona diventa manifesta (da intendersi, nel caso di un politico cattolico, il suo far sistematica campagna e il votare per leggi permissive sull’aborto e l’eutanasia), il suo pastore dovrebbe incontrarlo, istruirlo sull’insegnamento della Chiesa, informarlo che non si deve presentare per la Santa Comunione fino a che non avrà posto termine all’oggettiva situazione di peccato, e avvertirlo che altrimenti gli sarà negata l’Eucaristia.
6. Qualora "queste misure preventive non avessero avuto il loro effetto o non fossero state possibili", e la persona in questione, con persistenza ostinata, si presentasse comunque a ricevere la Santa Eucaristia, "il ministro della Santa Comunione deve rifiutare di distribuirla" (cfr. la dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, "Santa comunione e cattolici divorziati e risposati civilmente", 2000, nn. 3-4). Questa decisione, propriamente parlando, non è una sanzione o una pena. Né il ministro della Santa Comunione formula un giudizio sulla colpa soggettiva della persona; piuttosto egli reagisce alla pubblica indegnità di quella persona a ricevere la Santa Comunione, dovuta a un’oggettiva situazione di peccato.
[N.B. Un cattolico sarebbe colpevole di formale cooperazione al male, e quindi indegno di presentarsi per la Santa Comunione, se egli deliberatamente votasse per un candidato precisamente a motivo delle posizioni permissive del candidato sull’aborto e/o sull’eutanasia. Quando un cattolico non condivide la posizione di un candidato a favore dell’aborto e/o dell’eutanasia, ma vota per quel candidato per altre ragioni, questa è considerata una cooperazione materiale remota, che può essere permessa in presenza di ragioni proporzionate.]
-
sabato 25 luglio 2009
Contributi 141 - La noia non é per i Santi

In realtà, come sappiamo bene tutti noi che viviamo, è il peccato ad essere insopportabilmente tedioso. Mangiare, bere, sostanze strane, donne, uomini, ad un certo momento il cervello smette di rispondere agli stimoli, e occorre andare sempre più in là, sempre più giù per trovare un guizzo di novità, qualcosa che risvegli per un attimo i sensi assuefatti. Ci si condanna ai piaceri forzati, e non è una bella pena.
Post 47 - Ancora sulla scala di Santa Fè
Peccato che in altre foto si veda benissimo come la scala sia attaccata anche nella zona superiore al pavimento del balcone, quindi il peso non poggia per niente tutto sul primo gradino.Certo, ha una forma particolare ed è in buono stata di conservazione (in altre foto cmq si vedono chiaramente i gradini con normale usura da legno)... ma da qui a gridare al miracolo...
Cominciamo a rispondere con ordine: l'osservazione andrebbe girata all'autore del testo e non ad un trascrittore amanuense come il sottoscritto (se copia Augias lo posso fare anch'io) ma a parte questo se il nostro commentatore è in possesso di foto che possano sovvertire il giudizio che viene dato nel testo non si attardi a renderle pubbliche. Ma procediamo ancora mi pare ovvio che la scala debba essere attaccata anche in alto, se non altro per evitare a chi, avventuratosi sui gradini fino a giungere all'ultimo, un salto nel vuoto per arrivare a destinazione.
Quello che il nostro amico chiama forma particolare è un vero capolavoro composto da due spirali complete (2 x 360°), su sé stesse; inoltre, a differenza della maggior parte delle scale a chiocciola, essa non ha nessun pilastro centrale per sostenerla, il che vuol dire che è sospesa senza nessun supporto (non potendosi considerare l'attacco in alto un supporto), quindi tutto il suo peso grava sul primo scalino.
Ricapitolando, nessuno sa chi sia stato l'ignoto carpentiere che ha edificato la scala, nessuno ha capito come la scala si possa reggere e infine il tipo di legno utilizzato (solo legno non ci sono chiodi o supporti metallici).
Ma ecco di seguito tre link per approfondire (il secondo è un filmato in spagnolo)
link 1 link 2 link3
venerdì 24 luglio 2009
Contributi 140 - Il male che non voglio
da Il SussidiarioGià ieri su queste stesse pagine sono stati lucidamente evidenziati limiti e forzature di una simile impostazione e delle conclusioni cui giunge. A me interessa riportare la questione ad un livello ancora più elementare: il paragone di quella tesi con quello che mi succede.
È vero che in me c’è la propensione a fare il bene e non c’è dubbio che io trovi in esso soddisfazione. Ma non posso non constatare che in me c’è anche una strana ombra che sceglie il male o per lo meno si disinteressa del bene che pure riconosce. Senza stare a scomodare delitti o tragedie, chi di noi non ha sperimentato il prevalere di un’invidia, l’aspro gusto di ferire un altro, la codardia davanti a una cosa buona che si reputa giusto fare, ma da cui si fugge?
Più realistica della presunta “predestinazione alla bontà” dovuta ai nostri geni è la constatazione che a fianco del desiderio del bene c’è - accovacciata alla porta dell’io come un cane rabbioso dice la Bibbia - l’oscura suggestione del male. La Chiesa cattolica la chiama “peccato originale”. Esso non distrugge completamente la nostra bontà originaria, ma la rende esistenzialmente impraticabile.
Si genera così quel dramma che, pur giocandosi nelle scelte più minute e quotidiane, non è però meno grandioso e avvincente. Il dramma che san Paolo ha raccontato nella lettera i Romani con queste parole: «Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio». Non c’è dubbio: una frase così spiega molto di più ciò che mi capita ogni giorno di quanto facciano le pretese giustificazioni genetiche della mia esclusiva propensione alla bontà.
San Paolo conclude: «Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?». Forse si evita di guardare in faccia al male che è in noi perché saremmo costretti a chiedere un liberatore? Forse le discussioni sui geni che ci predestinerebbero alla bontà non sono che l’ennesima forma di un’autosufficienza immotivata e insostenibile? Che ha gravi esiti anche in campo sociale, come ha ricordato Benedetto XVI nella Caritas in veritate: «Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa presunzione che discende dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società».
-
giovedì 23 luglio 2009
Post 46 - Sull'abbandono
Nicola dice che:
Come afferma Giacomo Samek Lodovici ne "L'esistenza di Dio".. "Forse quello che manca all'uomo contemporaneo, disicantato e scettico, è la capacità di stupirsi, che è il contrassegno della sapienza dei semplici". I ragazzi d'oggi sono ricchi di cose inutili, ma poveri di essenziale e di necessario; solo la riscoperta del Sacro può invertire il processo di degrado della gioventù e della società in genere
andrea ha scritto:
Davvero suggestivo questo post! Se noi ci allontaniamo da Dio,siamo lasciati all'abbandono di noi stessi. Non è Dio che ci abbandona,ma siamo noi che ci abbandoniamo a noi stessi. E tutto questo provoca dei vuoti vorticosi,dei buchi neri nel nostro io profondo. Ecco perchè Benedetto XVI qualche settimana fa,considerava i giovani del nostro tempo come "confusi". Il problema è "qual'è il senso della vita?". Nei nostri cuori gira sempre questa domanda,anche se a volte non ne siamo consapevoli e ce ne accorgiamo solo quando proviamo "la diferenza"(nella conversione). La risposta poi è molto semplice,alla portata di tutti i cuori che sono stati creati "per amare e per essere amati". La risposta è l'"Amore!" secondo l'esempio di Gesù! Rimanendo in tema di giovani,per dirla un pò semplicemente con il cantante Nek(tra l'altro convertitosi recentemente) in una canzone "...se non ami tutto diventa inutile..."
Marina afferma:
il problema di tanti giovani del nostro tempo è l'essere senza punti di riferimento forti che li aiutano a trovare il giusto senso della vita. Per questo cercano come impazziti emozioni forti, da sballo, che li portano fuori dalla triste e cruda realtà in cui sono inseriti ogni giorno. Se noi adulti non torniamo ad educare seriamente i nostri giovani saranno persi. Ci vuole un cambiamento di rotta da parte di tutti, Sacerdoti compresi, perchè, in modo coerente, si possa essere veri testimoni del vangelo di Gesù Cristo. Grazie per questo post.
Ha ragione Nicola che la mancanza di stupore uno dei problemi di oggi, come ricordava un altro recente post Antonio Socci. I giovani di oggi hanno tutto il superfluo mancando dell'essenziale e di consegenza, ricorda Marina, "cercano come impazziti emozioni forti" le cui parole mi ricordano Eliot che dice "tutti corrono su e giù con le automobili, familiari con le vie ma senza un luogo dove risiedere".
Togliere Cristo dall'orizzonte umano rende l'uomo estraneo a se stesso e ai suoi simili. Unica soluzione, individuata da tutti e tre è ritornare a Cristo, porsi, come ci ricorda Andrea, la domanda sul senso della vita e scoprire un Dio che ci ama al punto di farsi uomo come noi che per noi muore ma che risorge per aprirci la via al Cielo.
Il cammino di avvicinamento dell'uomo a questo Dio fatto uomo è il percorso di tutta la vita.
Contributi 139 - Consigli per le vacanze
Prima di tutto metti le tue vacanze sotto il manto della Madonna, perchè ti protegga da tutti i pericoli dell'anima e del corpo.
Il riposo della mente è il presupposto per il riposo del corpo. La mente si riposa sperimentando Dio nella preghiera, lasciandosi inondare dalla sua luce, dal suo amore e dalla sua pace.
Avendone la possibilità, la S. Messa quotidiana è un aiuto straordinario col quale nutrirti della Parola di Dio e dell'Eucarestia.
Dedica un po' di tempo al giorno alla lettura di un libro di spiritualità.
Vai nella natura e ammira l'opera di Dio nei monti, nel mare, nel cielo e persino in un minuscolo fiore.
Nella natura brilla la potenza, la bellezza, l'ordine e l'amore di Dio.
Visita qualche santuario, specialmente dove è apparsa la Madonna. Ti renderai conto di come la nostra cara Madre celeste ci segue e veglia su di noi.Il tempo delle vacanze deve servire a farti ritrovare Dio e te stesso, in modo tale da riprendere la vita quotidiana con entusismo e con gioia.
-
martedì 21 luglio 2009
Contributi 138 - L'abbandono
editoriale di Samizdat On Linelunedì 20 luglio 2009
Contributi 137 - La rivoluzione di Benedetto XVI: dalla carità una nuova società
da Il SussidiarioJosé Luis Restan
lunedì 20 luglio 2009
Leggendo l’enciclica Caritas in veritate, mi è subito venuto in mente un passaggio di un testo di Don Luigi Giussani, in cui diceva che la civiltà non è il risultato clamoroso dell’agire, ma il frutto della coscienza che genera l’azione.
Tutta l’enciclica di Benedetto XVI è attraversata da questa certezza; per questo non è una lettera sulla questione sociale in senso stretto, ma una riflessione integrale sull’uomo e la sua cultura, sul suo protagonismo nella storia. E la cosa più rivoluzionaria è che il Papa osa dire che la carità (ossia l’amore di Cristo accolto e vissuto) è la matrice di una cultura nuova, da cui nascono le opere che rendono possibile il vero sviluppo.
Don Giussani diceva anche che senza la carità, la civiltà nel suo progredire oltrepassa il limite e decade, fino a trasformarsi in violenza. È qualcosa che si avverte particolarmente in quello che, nella Caritas in veritate, il Papa chiama “l’assolutismo della tecnica”. Il grande problema della modernità che ha abbandonato la sua radice cristiana è proprio la sostituzione della carità (la cui nozione è stata sistematicamente sminuita, svuotata di virtù e caricaturizzata) con la pretesa della politica e della scienza di poter assicurare il bene e la felicità dell’uomo.
Va da sé che tutto il magistero di Benedetto XVI riconosce il valore della politica e della tecnica, ma segnala implacabilmente il loro limite intrinseco. Quando vogliono saltare la libertà dell’uomo, quando vogliono sostituire il concorso drammatico della sua ragione e della sua libertà nella ricerca del bene, allora generano mostri che si rivoltano contro lo stesso uomo.
Nella Caritas in veritate, il Papa avverte che, dopo l’insuccesso delle grandi ideologie del XX secolo, ora il rischio è che la tecnica si trasformi in un potere assoluto, cioè in una nuova ideologia che si presenta come liberazione da ogni dipendenza e garanzia della libertà. Ma come diceva saggiamente Don Giussani, se manca la carità, il progresso (l’accumulazione di ricchezza e potere) diventa violenza contro l’uomo. L’abbiamo visto nei sistemi totalitari e lo vediamo ora nelle diverse forme della cultura della morte, con la differenza che queste possono incrostarsi in maniera apparentemente blanda e indolore nella nostra vita quotidiana, assopendo l’umano.
Al contrario la carità richiama sempre la centralità della persona, della sua ragione e della sua libertà. È il movimento della risposta di chi si è commosso per il dono della vita, per l’amore gratuito che ha incontrato. Lontano dal sentimentalismo e dalla irrilevanza storica, la carità nasce dal giudizio della ragione (da qui il vincolo indissolubile tra carità e verità che il Papa mette in evidenza) sul bene radicale che è l’esistenza, quella propria e degli altri, e si trasforma in un impeto di costruzione e di servizio.
Inoltre la carità genera unità, sostiene un lavoro comune al di là dei gusti e delle sensibilità, e pertanto è il tessuto di una comunità armonica. Come documenta e dettaglia ampiamente la Caritas in veritate, dalla carità nascono le opere e così collabora in modo decisivo al progresso e genera una civiltà a misura d’uomo.
Come dice con straordinaria bellezza Benedetto XVI, « la consapevolezza dell'Amore indistruttibile di Dio è ciò che ci sostiene nel faticoso ed esaltante impegno per la giustizia, per lo sviluppo dei popoli tra successi ed insuccessi, nell'incessante perseguimento di retti ordinamenti per le cose umane. […] anche se non si realizza immediatamente, anche se quello che riusciamo ad attuare, noi e le autorità politiche e gli operatori economici, è sempre meno di ciò a cui aneliamo»
.
venerdì 17 luglio 2009
Contributi 136 - “Caritas in veritate”: una guida da approfondire
un commento alla nuova enciclica di Benedetto XVI (auguri di pronta guarigione Santità) di Don Gino Oliosi tratto da Cultura CattolicaContributi 135 - Lo stupore, vero antidoto al “male di vivere” di tanti giovani
intervita ad Antonio Socci
venerdì 17 luglio 2009
In Spagna l’hanno chiamata “generación ni-ni”, una ricerca pubblicata di recente su El País dice che vi fanno parte il 54 per cento dei giovani spagnoli tra i 18 e i 35 anni. E il nostro paese, ma la cosa dopo tutto non può stupire, non ne è immune. I dati, resi noti dal Corriere, del Rapporto giovani 2008 confermano che il male è anche nostro: un milione e 900mila giovani tra i 25 e i 35 anni non studia e non lavora. Non lo ritengono necessario, semplicemente. Basta loro vivere nel limbo tra studio e occupazione, senza impegnarsi seriamente con alcuna ipotesi di vita. Ma è sufficiente la sociologia a dirci perché? Ilsussidiario.net lo ha chiesto ad Antonio Socci.
Quali sono le origini storiche che hanno portato al deludente risultato di una generazione “né né”?
In primo luogo ci tengo a precisare che personalmente sono un po’ diffidente verso le “scoperte del giorno”. La stampa vive spesso di queste invenzioni. I fenomeni sociali veri, profondi e importanti di questo genere non nascono come funghi dall’oggi al domani. Questo tipo di situazione descritta dal El País mi sembra un fenomeno noto e stranoto, conosciuto da anni e che riguarda la condizione giovanile tout court, anche se nei diversi decenni magari si è tradotta e declinata in differenti maniere. Sono convinto che dagli anni ’70 in poi si abbia sempre più avuto a che fare da una parte con la questione della disoccupazione o dell’impatto con il mondo del lavoro, e, dall’altra, con il fatto che le famiglie italiane sono un ammortizzatore sociale molto importante che permette una permanenza abbastanza (forse troppo) prolungata in un luogo stabile.
Però i numeri di questo fenomeno ci sono e parlano chiaro.
Io non credo che il fenomeno sia delle dimensioni denunciate. Con quale criterio si può verificare lo stato delle singole motivazioni? Però certamente la tendenza denunciata c’è. Non è una tendenza che riguarda soltanto i giovani, ma è una posizione dilagante. È quel modo di concepire l’esistenza che Teilhard de Chardin definiva «il venire meno del gusto del vivere», una posizione che ha connotati diversi ma non è che sia meno presente o meno drammatica nei ceti sociali cosiddetti “rampanti”, così desiderosi di mordere la vita che tirano di cocaina in continuazione per lavorare ancora di più. Sono due facce della stessa medaglia che hanno alla loro radice la fine della paternità, la delegittimazione di tutti coloro che propongono un senso della vita e un motivo per vivere.
Sintomi di questo modo di concepire l’impegno con la vita erano presenti anche nelle generazioni passate o quest’ultime erano affette da altre “malattie sociali”?
Trovo che tutta la generazione degli anni ’70, divenuta oggi classe dirigente, fosse minata da un tarlo, da un veleno pericoloso che ha prodotto devastazioni: il veleno dell’ideologia. Un’intossicazione che ha in qualche modo continuato a mietere vittime anche fra le fila delle generazioni successive, come ha scritto benissimo in un libro molto bello Stefano Borselli, Addio a Lotta Continua. Borselli fa un bilancio drammatico in cui usa parole che la generazione sessantottina non ama sentire e che ha addirittura “cancellato” dalla cultura. Parla di pentimento, di perdono e di quella generazione che ha prodotto tutto e il contrario di tutto.
I giornali legano il fenomeno anche alla crisi economica in atto, secondo lei questa sta davvero esercitando un ruolo rilevante nello scoraggiare le ultime generazioni?
Su questa analisi non sono assolutamente d’accordo, e anche qui mi sorge il sospetto che sia funzionale a coprire il vuoto lasciato da un’assenza di spiegazioni profonde. Il primo a tirar fuori il problema di questa generazione è stato, con un’uscita alquanto infelice, il ministro Padoa Schioppa quando apostrofò i giovani in difficoltà economiche con il termine “bamboccioni”. Tra l’altro era un momento in cui da un punto di vista statistico la disoccupazione italiana era ai minimi storici. Già allora si ricorse, da parte di chi difese l’attuale generazione, a motivi economici per giustificare il fenomeno. Giusto ma non esauriente. Perché perfino un marziano riuscirebbe ad accorgersi che i sintomi di questo atteggiamento sfiduciato nei confronti della realtà affondano nella storia sociale. Dai presupposti ideologici di cui ho parlato non si poteva che sfociare in simili reazioni.
I giornali parlano anche di una carenza di motivazioni. Secondo lei è questione più di accidia o di ignavia?
Quando si va a toccare la sfera personale, delle delusioni, delle solitudini o anche solo delle domande, è sempre molto difficile generalizzare. Ognuno fa storia a sé. Certo anche se il non fare nulla fosse una via di fuga, occorre ricordare che la delusione e la sconfitta fanno parte anche della vita di chi non ha problemi sul lavoro, rientrano nella dimensione esistenziale di tutti. L’unica vera emergenza è l’enorme difficoltà che queste generazioni hanno ad incontrare persone che comunichino un senso per la vita e un gusto per la vita. È come se la cultura contemporanea e dominante fosse strutturata in qualche modo proprio per impedire che queste presenze siano incontrabili o per delegittimarle, renderle, se si vuole, invisibili.
Qual è stato l’errore educativo, se c’è stato, che ha causato questa reazione sociale?
C’è al giorno d’oggi un prolungamento della vita in famiglia senza che questo implichi una qualche adesione a una serie di regole, a un codice. Ormai è da tempo che le famiglie sono molto deboli dal punto di vista educativo. In tutta questa vicenda ci sono anche fenomeni positivi, come la tenuta sociale della famiglia, che di fatto è il fattore fondamentale del welfare state gestito sul privato, una specie di sussidiarietà non riconosciuta.
All’esterno, oltre ai retaggi ideologici che ho sopra descritto, c’è una carenza di proposte. Tutti parlano di emergenza educativa, ma la differenza fra chi ne parla e quello che ha insegnato Luigi Giussani consiste nel fatto che a fianco della preoccupazione educativa di questi stava una proposta che affascina e non un una teoria pedagogica o un piano pastorale.
Una studentessa intervistata dal Corriere ha ammesso di essere una nullafacente aggiungendo la frase “io sto bene così”. Le sembra possibile essere soddisfatti di una simile posizione umana?
Se non sbaglio quella ragazza ha un figlio. Secondo me molto spesso la coscienza che una persona ha di sé non rende giustizia a quello che concretamente è. Quella ragazza vive l’esperienza di un amore e questo non significa essere una nullafacente. La vita inevitabilmente richiama all’urgenza di sé, alla propria umanità e alle proprie domande.
Direi che questa categoria di nullafacenti denunciata dai media rientra a pieno titolo sotto l’accezione di una parola che oggi comprende tutta l’umanità: siamo “anestetizzati”. Per fortuna la vita per com’è continua a risvegliarci in diverse maniere, a volte drammatiche, a volte belle, ma sempre cariche di stupore. Partire dallo stupore, ossia dal domandarsi perché si è al mondo, è il primo passo per uscire dall’anestesia.
mercoledì 15 luglio 2009
SUPPLICA ALLA MADONNA DEL CARMINE
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.martedì 14 luglio 2009
Contributi 134 - Sulla morte svizzera
Volevo solo sottoporre alla vostra attenzione due articoli per evidenziare come la cultura della morte sta prendendo piede e come sia necessario che ciascuno di noi inizi a pregare seriamente perchè la cultura della vita si faccia spazio in noi e nella società.
Come al solito libero spazio a tutti i commenti costruttivi e intelligenti.
Eutanasia per Downes , celebre direttore d'orchestra, e per sua moglie
Varato un protocollo che regola l'attività degli ospedali. C'è persino un "tetto" di morti
Post 45 - Ancora sui gatti, commenti
Vandeano dice
Incredibile, ma vero, il sito online di Repubblica cerca anche di difendere Balducci:
"Il vaticanista fa riferimento nel servizio ai due gattini, uno grigio e uno bianco e nero, che abitano lo chalet di Les Combes dove il Pontefice trascorrerà le vacanze. Probabilmente il cronista vuol dire il contrario, e cioè che questo Papa avrebbe bisogno di maggiore attenzione. Ma il messaggio non è facile da cogliere."
Quindi, saremmo noi che "non abbiamo colto il messaggio". Oltre al danno, anche la beffa. Che dire di Balducci? Un altro "utile idiota" asservito alla causa anticattolica.
Quindi dopo gli insulti alla religione cattolica e al Santo Padre di Balducci, ci si mette anche Repubblica a considerare tutti i credenti persone incapaci di intendere e di volere e non in grado di capire quello che un Balducci qualunque dice, come se la frase "i proverbiali quattro gatti, forse un pò di più, che hanno ancora il coraggio e la pazienza di ascoltare ancora le sue parole" possa essere interpretata come un atto di amore verso il Santo Padre. Per quanto riguarda Balducci concordo sul giudizio che ne da Vandeano.
Il secondo commento è di Marina che dice:
Non mi meraviglia che Tg3 diffonda messaggi del genere. E' risaputo che il terzo canale della Rai sia prettamente di sinistra e quindi contrario a tutto ciò che viene dalla Chiesa e dal Santo Padre.
Mi trovo daccordo con Nicola quando dice che forse ad essere quattro gatti sono solo coloro che seguono la Rai ed in particolare Tg3 (errore è Gianandrea che lo dice, ma non è importante). Comunque anche Il secondo canale della Rai non scherza, nel progranmma "Mezz'ora" Lucia Annunziata invita sempre persone che mettono in cattiva luce la Chiesa. Ad esempio, Il teologo Hans Kung che, essendosi allontanato dal mondo cattolico, non ha visto di buon occhio la revoca della scomunica ai Lefbreviani.....Chi è in mala fede, riesce sempre a trovare qualcosa da contestare. La Chiesa non è esente da errori, e neanche il Papa come persona, ma il cristiano autentico guarda a questi limiti con tutta la misericordia che Gesù stesso usa nei confronti di tutti.
Quindi non attacca, ma cerca di dare il suo contributo, soprattutto con uno stile di vita in linea con il Vangelo , per far sì che la Chiesa di Cristo cresca e produca quei frutti propri della sua missione.Come dice Bruno Forte, la Chiesa non è un commerciante che deve soddisfare i gusti dei propri clienti, bensì un'istituzione santa che deve guidare i fedeli verso la verità nella carità. Tutto ciò per molti, è scomodo. Io credo che questo Papa riesce comunque a far parlare molto di sé e ad attirare, nel bene e nel male, l'attenzione di molte persone.
E penso anche che se lo Spirito Santo ha ispirato la scelta di Papa Benedetto, lo ha fatto con uno scopo preciso: quello di risvegliare le coscienze e riafffermare quei principi propri della nostra fede che il relativismo cerca di distruggere.
Cari amici, teniamo alto il nome della nostra amata Chiesa e quello del Santo Padre, certi del fatto che ascoltando il loro insegnamento, ascoltiamo Gesù.
Un caro saluto!
Personalmente considero molto positivamente la persona di Benedetto XVI, realmente un lavoratore nella vigna del Signore e che sicuramente lo Spirito Santo influenza la scelta dei Pontefici e il compito di questo Pontefice è quello che Marina ha individuato e non c'è modo migliore di chiudere questo post con la frase che lei stessa usa per chiudere il suo intervento:
teniamo alto il nome della nostra amata Chiesa e quello del Santo Padre, certi del fatto che ascoltando il loro insegnamento, ascoltiamo Gesù
-
Post 44 - Gatti
Secondo il TG3 e il suo "vaticanista" Roberto Balducci ad ascoltare il Papa sono rimasti circa 4 gatti, sempre più comunque, continua il nostro, dei due gatti, di cui uno anche malandato, che accompagnano il Santo Padre nella sua vacanza.Le parole precise sono state "i proverbiali quattro gatti, forse un pò di più, che hanno ancora il coraggio e la pazienza di ascoltare ancora le sue parole".
Quindi la televisione di stato offende e irride tutti i credenti e anche se, dopo l'intervento dell'onorevole Giorgio Merlo (PD), vicepresidente della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai che ha accusato il notiziario (ex Tele Kabul) di scivolare in una anacronistica e volgare, deriva anticlericale, il direttore del TG3 Antonio di Bella, ha prontamente dichiarato di aver richiamato formalmente il vaticanista e la polemica con la Santa Sede è rientrata, personalmente continuo a sentirmi offeso come credente da quelle parole così altamente irriverenti.
Ma forse i 4 gatti che cita Balducci sono quelli che seguono il TG3....
domenica 12 luglio 2009
Contributi 133 - Gesù, veramente presente nell'Eucarestia
Non si può giungere alla santità senza un amore speciale per l'Eucarestia. San Domenico per esempio, tutte le volte che celebrava la Santa Messa veniva preso da una commozione così intensa che i suoi occhi e le sue guance si rigavano di lacrime. La sua parteicpazione al mistero eucaristico era così coinvolgente che tutti i presenti ne erano come rapiti. giovedì 9 luglio 2009
Beatitudini della famiglia
Beata la famiglia fondata sull'amore e che dall'amore fa scaturire atteggiamenti, parole, gesti e decisioni.
Beata la famiglia aperta alla vita, che accoglie i figli come un dono, valorizza la presenza degli anziani ed è sensibile ai poveri e ai sofferenti.
Beata la famiglia che prega insieme per lodare il Signore, per affidargli preoccupazioni e speranze.
Beata la famiglia che vive i propri legami nella libertà, lasciando a tutti autonomia di crescita.
Beata la famiglia che trova il tempo per dialogare, svagarsi e fare festa insieme.
Beata la famiglia che non è schiava della televisione e sa scegliere programmi costruttivi.
Beata la famiglia in cui i contrasti non sono un dramma, ma palestra per crescere nel rispetto, nella benevolenza e nel perdono vicendevole.
Beata la famiglia dove regna la pace al suo interno e con tutti: in lei mette radici la pace del mondo.
Beata la famiglia che vive in sintonia con l'universo, e si impegna per la costruzione di un mondo più umano.
Beata la famiglia che, pur non ritrovandosi in queste beatitudini, decide che è possibile percorrerne qualcuna.
Beata la famiglia in cui vivere è gioia, allontanarsi è nostalgia, tornare è festa.
da Facebook, gruppo San Giuseppe...Custode di Maria e di Gesù Bambino, da parte di S.Porfiri
-
Contributi 132 - Scola: la testimonianza di Cristo, al cuore dello sviluppo
giovedì 9 luglio 2009
Molti commentatori, a due giorni dall'uscita dalla Caritas in veritate ne hanno sottolineato gli aspetti più innovativi da un punto di vista filosofico, economico ed etico di fronte alla grande crisi economica. Ilsussidiario.net ha raggiunto il Patriarca di Venezia, Cardinal Angelo Scola per entrare con lui nel merito dell’ultima enciclica sociale.
Eminenza, qual è la portata della sfida che con la Caritas in veritate il Papa lancia al mondo contemporaneo?
Dopo una prima attenta lettura, non esito a dire che ha una portata veramente storica. Per la prima volta in termini così espliciti e diretti, quasi tecnici, il magistero pontificio fa una proposta, sottolineo proposta, di innovazione radicale in ambito economico.
In che cosa consiste l’originalità di questa enciclica, nell’ambito della tradizione costituita dalle altre encicliche sociali?
La sua originalità emerge in due punti che, a mio giudizio, rappresentano i cardini del documento. Il Papa parte dalla “ragione economica” (per due volte nel testo ricorre questa espressione) e mostra come la sua proposta si innesti in domande che sorgono dall’interno dell’economia. La Caritas in veritate non è una sorta di verniciatura che si sovrappone ad un sistema economico già in sé compiuto, ma raccoglie le domande inevase che vengono dall’economia e da suggerimenti per una nuova “civilizzazione dell’economia”. In secondo luogo il contenuto fondamentale di tali suggerimenti è dato dal “principio di gratuità” e dalla “logica del dono tesa alla costruzione di una fraternità”. Solo da qui può venire lo sviluppo integrale dell’uomo. Sono molti gli esempi e le descrizioni proposte dal Santo Padre in chiave direi “tecnica”, di come questo principio di gratuità sia intrinseco all’economia. In tutto questo io riscontro una radicale novità.
Perché un uomo del nostro tempo impegnato con la realtà (economica ma non solo) dovrebbe accettare di confrontarsi con quanto scritto e suggerito dal Papa?
Perché, se è un osservatore appassionato ed attento di tutta la realtà, non può non avere nel cuore - soprattutto in quest’epoca - una serie di domande irrisolte. Domande assai concrete, relative alla vita personale e sociale, a problemi materiali e spirituali che trovano in questa enciclica delle piste nuove e convincenti per essere affrontate. Basta sfogliare l’indice per rendersene conto.
Il Papa è molto chiaro e netto nella Caritas in veritate sulla natura del cristianesimo. Questo è anche un giudizio sulla Chiesa e sul cristianesimo nel mondo contemporaneo?
Sì, questo è un insegnamento che deve far riflettere tutti noi cristiani. Non mi piace il generico riferimento alla Chiesa, perché essa è un soggetto di comunione che, in ultima analisi, riposa nella persona di ciascuno di noi. Tocca al magistero della Chiesa, soprattutto al magistero di Pietro - perché Gesù questo ha ordinato -, proporre un insegnamento. La Caritas in veritate implica sicuramente da parte di tutti noi cristiani una precisa autocritica circa il nostro modo di stare dentro la realtà contemporanea.
Cosa chiede il Papa ai cristiani impegnati nella società?
Il Papa chiede il coraggio umile di mostrare le ragioni adeguate per incontrare la bellezza dell’avvenimento di Gesù Cristo dall’interno della propria vita quotidiana fatta di affetti, di lavoro e di riposo. Occuparsi di economia, di impresa, di diritti e di doveri, di vita, di tecnica, di fraternità, significa prendersi cura di tutto l’umano. Ai cristiani è chiesto di assumere questo insegnamento papale domandando con umiltà al Signore l’energia di rinnovare la propria esperienza e la propria testimonianza.
«L’annuncio di Cristo è il primo fattore di sviluppo». Cosa vuol dire?
Vuol dire che al cuore dello sviluppo non ci possono essere delle strutture, che sono solo delle condizioni per lo sviluppo, ma ci deve essere l’uomo. Come ha insegnato la Gaudium et Spes, in Cristo l’uomo può scoprire il suo vero volto. Cristo vive oggi attraverso i cristiani, Dio ha bisogno degli uomini. Quindi annunciare Cristo attraverso la propria vita, dentro tutti gli ambiti della propria esistenza, è la prima condizione dello sviluppo.
-
Enciclica: nota di Comunione e Liberazione
Ci sembra decisivo che all’inizio di un’enciclica dedicata al fare dell’uomo il Papa richiami tutti con grande realismo a una evidenza elementare, negando la quale ogni tentativo dell’uomo diventa ingiusto fino alla violenza: «Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società.
È questa presunzione che discende dal peccato delle origini.
La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società».
L’esperienza anche recente, infatti, insegna che la pretesa di autosufficienza e di «eliminare il male presente nella storia solo con la propria azione ha indotto l’uomo a far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere e di azione sociale».
Al contrario, la verità di noi stessi ci è prima di tutto “data”: «La verità non è prodotta da noi, ma sempre trovata o, meglio, ricevuta».
Per questo il Papa afferma che «la carità nella verità è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità.
In Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua Persona».
mercoledì 8 luglio 2009
Post 43 - E Giuda l'Iscariota, che poi lo tradì (ovvero nulla è a caso)
«Cristo chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici» (Lc 6,13), per mandarli, seminatori della fede, a diffondere il soccorso e la salvezza degli uomini nel mondo intero. Notate questo piano divino: non scelse né dei sapienti, né dei ricchi, né dei nobili, bensì dei peccatori e dei pubblicani per mandarli, affinché non appaia che essi siano stati trascinati dall'abilità, riscattati dalle ricchezze, attirati alla sua grazia dal prestigio del potere e della notorietà. Ha fatto così affinché la vittoria venisse dalla fondatezza della verità, e non dal prestigio del discorso.
Anche Giuda viene scelto, non per sbaglio bensì con cognizione di causa. Com'é grande questa verità che non può essere indebolita nemmeno da un servo nemico! Quale espressione del carattere del Signore, che preferisce compromettere ai nostri occhi il suo giudizio che il suo amore! Ha assunto la debolezza umana e non ha rifiutato nemmeno questo aspetto della debolezza umana. Ha voluto l'abbandono, ha voluto il tradimento, ha voluto essere consegnato dal suo apostolo, perché tu, se un tuo compagno ti abbandona, se un tuo compagno ti tradisce, accetti con calma questo errore di giudizio e lo sperpero della tua bontà.
mi ha colpito una sorta di profezia nella scelta di Giuda cui non avevo mai riflettutto sufficentemente: il traditore viene dal gruppo degli amici di Gesù, era uno dei suoi e anche oggi molto spesso il tradimento a Cristo e alla Chiesa viene compiuto dal di dentro, da parte di chi appartiene al numero degli amici. Ci sono un numero significativo di sacerdoti e importanti prelati che sono nella pratica nemici di Cristo.
Ma, oggi come allora, Cristo non scelse né dei sapienti, né dei ricchi, né dei nobili, bensì dei peccatori e dei pubblicani per mandarli, affinché non appaia che essi siano stati trascinati dall'abilità, riscattati dalle ricchezze, attirati alla sua grazia dal prestigio del potere e della notorietà. Ha fatto così affinché la vittoria venisse dalla fondatezza della verità, e non dal prestigio del discorso. Ciò che salva noi e ogni altro uomo, è l'adesione semplice, umile e stupita a Cristo e non alla nostra limitata visione della realtà.
A noi è chiesto di seminare la parola, non di costringere che ci ascolta a crederla perchè, come ci ricorda il Vangelo di Matteo, se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città
-
Preghiamo quindi lo Spirito che ci aiuti e guidi a restare fedeli a Gesù e alla Chiesa, discepoli del servo di Dio il Papa e come lui umili lavoratori nella vigna del Signore.
martedì 7 luglio 2009
Miracoli - La scala di Santa Fè

riporto direttamente da Rino Camilleri:Sull’ultimo numero (giugno 2009) del «Timone» (rivista solo in abbonamento; fatevene mandare copia gratis: info@iltimone.org) Matteo Salvatti ricorda l’incredibile scala della Chiesa di Our Lady of Loretto a Santa Fè nel New Mexico.
Costruita nel 1873, è visitata da almeno 250mila persone all’anno. E’ di legno, a chiocciola, ma non si sa chi l’abbia fatta e come: non ci sono chiodi e il legno, dicono gli esperti, è di natura sconosciuta.
Salita da centinaia di persone ogni giorno dal 1873, non ha alcun segno di usura e chi ci sale avverte una piacevole sensazione di leggerezza.
Trentatré gradini con balaustra, è priva di pilone centrale e si regge tutta -cosa fisicamente impossibile- solo sul primo gradino.
Quando le suore fecero fare la cappella in stile neogotico l’architetto Mouly semplicemente dimenticò l’accesso al coro. Era già morto quando se ne accorsero.
Tutti gli ingegneri consultati dissero che non c’era nulla da fare: non c’era spazio per scale, occorreva abbattere e rifare.
Le suore, che avevano esaurito il denaro, ricorsero a s. Giuseppe, cui la cappella era dedicata. Una novena continua, giorno e notte, al patrono dei carpentieri.
Il nono giorno bussò alla porta uno sconosciuto che si disse in grado di eseguire l’opera.
Lavorò tre mesi. Poi sparì, senza chiedere compenso.
Le suore lo cercarono dappertutto ma nessuno lo aveva visto né ne aveva sentito parlare. Rimase il mistero.
Che divenne miracolo quando gli esperti poterono esaminare la SCALA.
Se andate in vacanza negli Usa, è sempre lì.
lunedì 6 luglio 2009
Post 42 - Camilla e le altre
Noi che dedichiamo un po' del nostro tempo alla cura di un blog abbiamo, a mio avviso, il compito di testimoniare il bello (come nella storia di Camilla) come di evidenziare il brutto (come nella storia di Eluana) nella certezza che sia in un caso che nell'altro Dio saprà trarre frutti di bene da ogni avvenimento.
Io ho poi anche la fortuna (e la Grazia) di avere amici che avendo a cuore il mio Destino attirano il mio sguardo verso frammenti di bene e di bello.
In particolare mi hanno fatto conoscere altre due "Camille":
Gianna Jessen anche lei sopravvissuta ad un aborto
Giulia Ribera che doveva essere un vegetale e adesso scia
Vi invito a leggere le loro storie e a lasciare, se volete, un commento, e se qualcuno è a conoscenza di casi analoghi, me lo può comunicare che io passerò parola..
domenica 5 luglio 2009
Contributi 131 - Il Papa all'Angelus: no a spargimenti di sangue per violenza e ingiustizie
“Al grido per il sangue versato, Dio risponde con il sangue del suo Figlio”CITTA' DEL VATICANO, domenica, 5 luglio 2009 (ZENIT.org).
Quest'oggi, il Pontefice ha ricordato che la prima domenica di luglio in passato era dedicata alla devozione del Preziosissimo Sangue di Cristo e per questo ha incentrato la sua riflessione prima della preghiera mariana sulla violenza e sulla risposta non violenta di Cristo.In particolare, riflettendo sul significato del sangue nella Sacra Scrittura, il Papa ha spiegato che l’aspersione con il sangue degli animali rappresentava e stabiliva nell’Antico Testamento l’alleanza tra Dio e il popolo, come si legge nel libro dell’Esodo.
Richiamando poi come nella Genesi il sangue di Abele, ucciso dal fratello Caino, rappresenti un grido a Dio dalla terra, il Papa ha quindi constatato che “purtroppo, oggi come ieri, questo grido non cessa, perché continua a scorrere sangue umano a causa della violenza, dell’ingiustizia e dell’odio”.
“Quando impareranno gli uomini che la vita è sacra e appartiene a Dio solo? Quando comprenderanno che siamo tutti fratelli?”, si è domandato.Tuttavia, ha affermato, “al grido per il sangue versato, che si eleva da tante parti della terra, Dio risponde con il sangue del suo Figlio, che ha donato la vita per noi. Cristo non ha risposto al male con il male, ma con il bene, con il suo amore infinito. Il sangue di Cristo è il pegno dell’amore fedele di Dio per l’umanità”. A partire dalla flagellazione fino alla morte in Croce – ha ricordato – Cristo ha versato tutto il suo sangue, quale “vero Agnello immolato per la redenzione universale”. “Fissando le piaghe del Crocifisso, ogni uomo, anche in condizioni di estrema miseria morale, può dire: Dio non mi ha abbandonato, mi ama, ha dato la vita per me; e così ritrovare speranza”, ha concluso il Papa.
In passato la prima domenica di luglio si caratterizzava per la devozione al Preziosissimo Sangue di Cristo. Alcuni miei venerati Predecessori nel secolo scorso la confermarono, e il beato Giovanni XXIII, con la Lettera Apostolica Inde a primis (30 giugno 1960), ne spiegò il significato e ne approvò le Litanie. Il t ema del sangue, legato a quello dell’Agnello pasquale, è di primaria importanza nella Sacra Scrittura. L’aspersione col sangue degli animali sacrificati rappresentava e stabiliva, nell’Antico Testamento, l’alleanza tra Dio e il popolo, come si legge nel libro dell’Esodo: "Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo dicendo: Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!" (Es 24,8).
A questa formula si rifà esplicitamente Gesù nell’Ultima Cena, quando, offrendo il calice ai discepoli, dice: "Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati" (Mt 26,28). Ed effettivamente, a partire dalla flagellazione, fino alla trafittura del costato dopo la morte di croce, Cristo ha versato tutto il suo sangue, quale vero Agnello immolato per la redenzione universale. Il valore salvifico del suo sangue è affermato espressamente in molti passi del Nuovo Testamento. Basti citare, in questo Anno Sacerdotale, la bella espressione della Lettera agli Ebrei: "Cristo… entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalla opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?" (9,11-14).
Cari fratelli, sta scritto nella Genesi che il sangue di Abele, ucciso dal fratello Caino, grida a Dio dalla terra (cfr 4,10). E purtroppo, oggi come ieri, questo grido n on cessa, perché continua a scorrere sangue umano a causa della violenza, dell’ingiustizia e dell’odio. Quando impareranno gli uomini che la vita è sacra e appartiene a Dio solo? Quando comprenderanno che siamo tutti fratelli? Al grido per il sangue versato, che si eleva da tante parti della terra, Dio risponde con il sangue del suo Figlio, che ha donato la vita per noi. Cristo non ha risposto al male con il male, ma con il bene, con il suo amore infinito. Il sangue di Cristo è il pegno dell’amore fedele di Dio per l’umanità. Fissando le piaghe del Crocifisso, ogni uomo, anche in condizioni di estrema miseria morale, può dire: Dio non mi ha abbandonato, mi ama, ha dato la vita per me; e così ritrovare speranza. La Vergine Maria, che sotto la croce, insieme con l’apostolo Giovanni, raccolse il testamento del sangue di Gesù, ci aiuti a riscoprire l’inestimabile ricchezza di questa grazia, e a sent irne intima e perenne gratitudine.
[DOPO L'ANGELUS]
In questi giorni siamo stati toccati dalla tragedia di Viareggio. Mi unisco al dolore di quanti hanno perduto persone care, sono rimasti feriti o hanno subìto danni materiali anche gravi. Mentre elevo la mia accorata preghiera a Dio per tutte le persone coinvolte nella tragedia, auspico che simili incidenti non abbiano a ripetersi e sia garantita a tutti la sicurezza sul lavoro e nello svolgimento della vita quotidiana. Voglia Dio accogliere nella sua pace i defunti, concedere pronta guarigione ai feriti e infondere interiore conforto in quanti sono stati toccati nei loro affetti più cari.
Esprimo inoltre la mia profonda deplorazione per l’attentato compiuto stamani a Cotabato nelle Filippine, dove l’esplosione di una bomba davanti alla Cattedrale, durante la celebrazione della Messa domenicale, ha causato alcuni morti e numerosi feriti, tra cui vi sono d onne e bambini. Mentre prego Dio per le vittime dell’ ignobile gesto, elevo la mia voce per condannare ancora una volta il ricorso alla violenza, che non costituisce mai una via degna alla soluzione dei problemi esistenti.
Il Vescovo di Bolzano-Bressanone mi ha informato che dall’8 al 12 luglio si svolgerà a Bressanone il Campionato Mondiale under 18 di Atletica Leggera. Sono lieto di rivolgere il mio saluto agli organizzatori e a tutti i giovani atleti e di augurare una serena e sana competizione, all’insegna del genuino spirito sportivo.
sabato 4 luglio 2009
Piccole storie - Camilla che voleva comunque vivere
Alessandro Zamboni racconta:Preghiera per la santificazione dei sacerdoti
Siano come Te instancabili annunciatori della Parola, divorati e consumati dallo zelo per la salvezza delle anime, fedeli dispensatori dei frutti della Redenzione.
Come il Padre ha mandato Te nel mondo vittima di espiazione, Tu hai mandato loro. Per perpetuare la tua presenza e la tua missione hai comandato loro di "ridire e rifare" - in persona tua e in nome tuo - "ciò che Tu hai detto e fatto" per unirsi a Te nella perenne espiazione, quando offrono incruento " l'unico" sacrificio della Croce sull' "Altare del Mondo".
Ora, Gesù buono, nostro Redentore, con una perenne Pentecoste, ogni giorno fino al Giorno Ultimo e fino agli estremi confini della terra, a tutti i sacerdoti della tua Chiesa "ravviva" il dono ricevuto per l'imposizione delle mani e per il "potere sacro" delle parole consacratorie, Spirito che scende operante.
E tu, o Maria, Madre dell'Eterno Sacerdote, sostieni la nostra preghiera durante questo speciale "Anno Sacerdotale" e fà anche di noi, piccolo gregge che ti preghiamo, un sacrificio perenne a Dio gradito per la santificazione dei sacerdoti e sostegno della loro fatica apostolica e ministeriale, in una oblativa "maternità spirituale".
Amen
-
venerdì 3 luglio 2009
Contributi 130 - Cosa vogliono dire i valori etici e morali per un politico?
Renato Farina
giovedì 2 luglio 2009
Ieri il Papa ha detto cose importantissime sulla fede, la grazia, la concretezza del sostegno ai poveri e ai perseguitati. Soprattutto ha spiegato chi è il sacerdote cattolico, il prete di Cristo e della Chiesa. Inizia infatti, dopo l’anno dedicato a San paolo, quello dedicato ai presbiteri (che sono appunto coloro che hanno ricevuto il sacramento dell’ordine). Lo so, c’ero. Ero in piazza mentre il sole batteva, sul sagrato di piazza San Pietro.
A un certo punto, nei saluti finali, il Papa ha ricordato la presenza di un Gruppo interparlamentare e ho scommesso: le notizie giornalistiche punteranno a questo, anche se è una perfetta banalità. Infatti Benedetto XVI testualmente ha pronunciato queste parole: «Saluto poi gli esponenti dell’Associazione interparlamentare "Cultori dell’etica", la cui presenza mi offre l’opportunità di sottolineare l’importanza dei valori etici e morali nella politica». Sarebbe stata una notizia se avesse detto: i valori etici e morali non vanno rispettati dai politici. Ma tant’è, è passata questa frase.
Che cosa vuol dire rispettare i valori etici e morali per un politico? Il Papa in passato ha elencato con precisione i tre principi non negoziabili: la difesa della vita dal concepimento fino alla morte naturale; la famiglia così come è stata voluta da Dio, senza cedimenti alle mode psicosessuali; la libertà di educazione, sia in via di teoria che di sostegno pratico della parità scolastica. Ma questo non è ancora la morale in politica, se non nei punti di sbarramento decisivi.
Da cardinale, ha mostrato come la moralità in politica sia la rinuncia all’utopia. Ha scritto: «Essere sobri e attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l'impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose», spiega Ratzinger, «ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell'umanità dell'uomo e delle sue possibilità. Non è morale il moralismo dell'avventura, che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell'uomo e compie, entro queste misure, l'opera dell'uomo. Non l'assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell'attività politica». Strano, vero? La moralità è un comportamento adeguato alla verità dell’oggetto di azione. In politica è quanto appena citato: il compromesso per il bene comune.
Ma a me come politico non basta questo. Non basta l’etica a farmi essere un uomo, non è quella la strada della pienezza. Anche se mi interessa- essendo deputato - essere il massimo come deputato. Perché la pienezza del mio essere uomo non può che esprimersi dentro la circostanza in cui mi tocca essere, dando testimonianza lì. E allora dico che la moralità in sommo grado è riconoscere che non è la morale il centro della questione. Mettere al centro la morale è la cosa più immorale, perché falsa, che ci sia. Sostituisce all’utopia sociale, l’utopia della perfetta coerenza.
Mi colpisce molto quanto detto nella splendida lezione di Benedetto XVI su chi sia il sacerdote. Parlava del prete ma anche di tutti noi. Ha detto: «Anche per i presbiteri vale quanto ho scritto nell’Enciclica Deus caritas est: "All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva"». L’essere cristiano, che è poi il modo per il compimento delle domande del cuore, è quel che abbiamo appena letto. E non lo ripeto o sintetizzo onde evitare di stravolgere o banalizzare il Papa.
Un’altra piccola frase ha pronunciato il Papa. Eccola: «…È urgente il recupero di un giudizio chiaro e inequivocabile sul primato assoluto della grazia divina, ricordando quanto scrive san Tommaso d’Aquino: "Il più piccolo dono della grazia supera il bene naturale di tutto l’universo" (Summa Theologiae, I-II, q. 113, a. 9, ad 2)». Il primato è della grazia. Il resto segue.
..
giovedì 2 luglio 2009
PRIMO GIOVEDI' DEL MESE GIORNO DI PREGHIERA PER I SACERDOTI
è concessa
INDULGENZA PLENARIA:
QUANDO?
• 19 Giugno 2009 (giorno in cui si apre l’Anno Sacerdotale)
• 04 Agosto 2009 (giorno del 150° anniversario del transito al Cielo di San Giovanni M. Vianney)
• Nel Primo Giovedì di ogni mese
• 19 Giugno 2010 (giorno in cui si chiude l’Anno Sacerdotale)
A QUALI CONDIZIONI?
• Essere veramente pentiti ed avere espiato i propri peccati con il Sacramento della Penitenza;
• Assistere devotamente al divino sacrificio della Messa, in chiesa o in oratorio;
• Offrire preghiere e qualsiasi buona azione compiuta quel giorno a Gesù Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, per i sacerdoti della Chiesa "affinché li santifichi e li plasmi secondo il Suo Cuore";
• Innalzare preghiere secondo l’intenzione del Sommo Pontefice (Padre nostro, Ave Maria, Gloria).
Agli anziani, ai malati e a tutti quelli che per legittimi motivi non possano uscire di casa nei giorni sopra indicati. A quali condizioni?
• Avere l’animo distaccato da qualsiasi peccato;
• Avere l’intenzione di adempiere, non appena possibile (anche dove l’impedimento li trattiene), le tre condizioni solite (ricevere il Sacramento della Penitenza; Assistere devotamente alla Messa; Recitare preghiere secondo l’intenzione del Sommo Pontefice);
• Recitare preghiere "per la santificazione dei sacerdoti";
• Offrire con fiducia a Dio per mezzo di Maria, Regina degli Apostoli, le malattie e i disagi della loro vita.
INDULGENZA PARZIALE:
OGNI VOLTA in cui i fedeli reciteranno devotamente cinque Padre nostro, Ave Maria e Gloria (o altra preghiera appositamente approvata) in onore del Sacratissimo Cuore di Gesù, con l’intenzione di ottenere che "i sacerdoti si conservino in purezza e santità di vita".
"Un buon pastore, secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che Dio possa accordare ad una parrocchia, è uno dei doni più preziosi della misericordia divina"
(San Giovanni M. Vianney)
PREGHIERA PER L’ANNO SACERDOTALE
Signore Gesù, che in san Giovanni Maria Vianney hai voluto donare alla Chiesa una toccante immagine della tua carità pastorale, fa' che, in sua compagnia e sorretti dal suo esempio, viviamo in pienezza quest'Anno Sacerdotale. Fa' che, sostando come lui davanti all'Eucaristia, possiamo imparare quanto sia semplice e quotidiana la tua parola che ci ammaestra; tenero l'amore con cui accogli i peccatori pentiti; consolante l'abbandono confidente alla tua Madre Immacolata. Fa', o Signore Gesù, che, per intercessione del Santo Curato d'Ars, le famiglie cristiane divengano « piccole chiese », in cui tutte le vocazioni e tutti i carismi, donati dal tuo Santo Spirito, possano essere accolti e valorizzati. Concedici, Signore Gesù, di poter ripetere con lo stesso ardore del Santo Curato le parole con cui egli soleva rivolgersi a Te:
« Ti amo, o mio Dio, e il mio solo desiderio è di amarti fino all'ultimo respiro della mia vita. Ti amo, o Dio infinitamente amabile, e preferisco morire amandoti piuttosto che vivere un solo istante senza amarti. Ti amo, Signore, e l'unica grazia che ti chiedo è di amarti eternamente. Mio Dio, se la mia lingua non può dirti ad ogni istante che ti amo, voglio che il mio cuore te lo ripeta tante volte quante volte respiro. Ti amo, o mio Divino Salvatore, perché sei stato crocifisso per me, e mi tieni quaggiù crocifisso con Te. Mio Dio, fammi la grazia di morire amandoti e sapendo che ti amo». Amen.
-
Contributi 129 - Don Giussani contro il “gulag” della modernità
Julián Carrón Infatti, scommette tutto sulla capacità della sua proposta educativa di generare un tipo di soggetto cristiano per cui «anche se andassero via tutti - tutti! -, chi ha questa dimensione di coscienza personale (che la fede genera) non può fare altro che ricominciare le cose da solo». E la stessa, identica, scommessa che lo stesso Gesù non ebbe paura di correre coi suoi. Che cosa avrebbe fatto Gesù nell`ipotetico caso che, davanti alla sfida: «Anche voi volete andarvene?», tutti i discepoli l`avessero abbandonato? Nessuno ha alcun dubbio: avrebbe ricominciato da solo.
Che cosa può consentire una tale capacità di ripresa, nelle attuali circostanze storiche? Possiamo incominciare a intravedere la risposta, se cerchiamo di immedesimarci con Gesù: che cosa l`avrebbe potuto fare ripartire da capo? È evidente che Lui non si sarebbe potuto appoggiare su una logica di gruppo, dal momento che, nella nostra ipotesi, era rimasto da solo. Per potere affrontare questa sfida occorre passare «da una logica di gruppo a una dimensione di coscienza personale».
Gesù sarebbe stato costretto a poggiare tutto sul contenuto della sua autocoscienza, della sua appartenenza al Padre. «Qual è il contenuto di questa dimensione di coscienza personale? La definizione dell`io è "appartenenza". L’appartenenza definisce ciò che sono; come l`essere figli è definito dall’appartenenza al padre e alla madre; e non è schiavitù, perché tale appartenenza non è estrinseca. Dire che l’io è rapporto con l’Infinito vuole dire che l’essenza dell’io, nel senso stretto della parola, è appartenenza a un Altro».
Così don Giussani indica che quello che potrebbe far ripartire da capo ciascuno è la stessa cosa per cui Gesù ha cominciato: la coscienza della sua appartenenza al Padre. Non è, dunque, una capacità nostra, una energia propria, una nostra bravura, ma è l’esito di una appartenenza.
In questo modo don Giussani non fa altro che identificare lo scopo ultimo dell’opera salvifica di Cristo. Infatti Lui è diventato uomo, è morto e risorto, perché mediante il dono dello Spirito potessimo vivere con la coscienza di figli, come “figli nel Figlio”. Prendere consapevolezza del nostro essere figli, cioè della nostra appartenenza al Padre, è il compito di ogni educazione cristiana, che ha la verifica della sua verità nella capacità dell’io - così educato - di ricominciare da capo, se tutti se ne andassero. Questo chiarisce la strada che ognuno di noi deve cercare di percorrere: che la vita diventi un cammino che ci renda sempre più certi e consapevoli della nostra appartenenza.
Ma acquistare questa consapevolezza è possibile soltanto se essa è verificata nelle circostanze della vita: «L’impatto con le circostanze, il rapporto con la realtà, non è nient’altro che l’avvenimento della vita come vocazione, in cui il “soggetto” è l’appartenenza a ciò che è accaduto - Cristo dentro la fragilità effimera della comunità - mentre il contenuto “oggettivo”, su cui questo soggetto è chiamato ad agire, è l’incontro con quel complesso di circostanze finalizzate che si chiamano appunto “vocazione” perché Dio non fa nulla per caso. Il complesso di circostanze sollecita il soggetto e questo agisce secondo l’origine totalizzante che ha dentro, secondo quel principio formale, quel principio determinante, che è stato l’incontro».
Raggiungere questa coscienza è una lotta che chiede a ciascuno di noi la disponibilità alla conversione, vale a dire a vivere secondo un`altra mentalità. La ragione è evidente. Questa posizione entra in contrasto con l`atteggiamento diffuso in questo preciso momento storico, in cui siamo chiamati a vivere la fede, e ci penetra molto più di quanto pensiamo: «L’uomo moderno ha creduto di evitare tutto dicendo: "L’uomo appartiene a se stesso", che è la più grande menzogna, perché prima non c`era, perciò va contro l`evidenza più chiara. “L’uomo appartiene a se stesso” vuole dire: l’uomo diventa possesso del potere, appartiene al potere, cioè appartiene agli uomini che lo determinano».
Le conseguenze di questa scelta adesso sono più documentabili di quando furono dette queste parole, a metà degli anni Ottanta: «Amici miei, siamo in un`epoca di una pericolosità sterminata. Siamo in un`epoca in cui le catene non sono portate ai piedi, ma alla motilità delle prime origini del nostro io e della nostra vita. L’Occidente sta, non lentamente, ma violentemente spingendo tutta la realtà umana, anche nostra, verso il "gulag" di un asservimento mentale e psicologico inaudito: la perdita dell`umano, di cui Teilhard de Chardin segnalava già il sintomo più impressionante, che è la perdita del gusto del vivere».
(Pubblicato su Avvenire 1 luglio 2009)
Lista blog cattolici
-
il segretario personale9 mesi fa
-
Lazzaro4 mesi fa
-
OMELIA FUNERALE DOTT ALIVERTI8 anni fa
-
-
-
-
Un altro giorno è andato6 giorni fa
-
-
-
-
Apeirokalia*8 anni fa
-
-
-
-
SEGNALAZIONE7 mesi fa
-
AVVISO5 anni fa
-
Indubbiamente Casa Oz7 anni fa
-
-
-
slider pictures10 anni fa
-
-
-
Chi ha orecchie, intenda.9 anni fa
-
-
-
PER SALUTARE GLI STUDENTI2 mesi fa
-
Circo Kafka6 anni fa
-
-
-
Good night and good luck11 anni fa
-
-
-
ANNUNCIO DI QUARESIMA 2026 - 35 mesi fa
-
-
-
San Giovanni Battista1 settimana fa
-
-
Esercizi spirituali adulti CL9 anni fa
-
-
Asino d’oro, addio!2 anni fa
-
-
-
-
-
-
La gatta1 anno fa
-
Tu sei quel sogno2 anni fa
-
-
-
DIO PARLA CON TE….. ASCOLTALO13 anni fa
-
-
The Boy and The Beast9 anni fa
-
-
-
-
-
-
Il Paradiso davanti all'altare3 settimane fa
-
ME LO IMMAGINO COSI'...11 anni fa
-
-
Tu dove sei ?8 anni fa
-
LOGO DEL BLOG
inserisci il logo del blog sul tuo blog (anche ridimensionandolo)