Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

sabato 11 gennaio 2014

L'amore non è una telenovela

Il vero amore non è quello delle telenovele. Non è fatto di illusioni. Il vero amore è concreto, punta sui fatti e non sulle parole; sul dare e non sulla ricerca di vantaggi. La ricetta spirituale per vivere l’amore fino in fondo è nel verbo «rimanere», un «doppio rimanere: noi in Dio e Dio in noi». Papa Francesco, nella messa celebrata nella cappella della Casa Santa Marta giovedì mattina, 9 gennaio, ha indicato nella persona di Gesù Cristo, Verbo di Dio fatto uomo, il fondamento unico del vero amore. È questa verità, ha detto, «la chiave per la vita cristiana», «il criterio» dell’amore.
Come di consueto il Pontefice ha preso le mosse per la sua meditazione dalla liturgia del giorno, in particolare dalla prima lettura (1 Giovanni 4, 11-18) dove si trova più volte una parola decisiva: «rimanere». L’apostolo Giovanni, ha detto il Papa, «ci dice tante volte che dobbiamo rimanere nel Signore. E ci dice anche che il Signore rimane in noi». In sostanza afferma «che la vita cristiana è proprio “rimanere”, questo doppio rimanere: noi in Dio e Dio in noi». Ma «non rimanere nello spirito del mondo, non rimanere nella superficialità, non rimanere nella idolatria, non rimanere nella vanità. No, rimanere nel Signore!». E il Signore, ha spiegato il Papa, «contraccambia questo» nostro atteggiamento e così «Lui rimane in noi». Anzi è «prima Lui a rimanere in noi» che, invece, «tante volte lo cacciamo via» e così «non possiamo rimanere in Lui».
«Chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» scrive ancora Giovanni che, ha affermato il Papa, ci dice in pratica come «questo rimanere è lo stesso di rimanere nell’amore». Ed è una «cosa bella sentire questo dell’amore!» ha aggiunto, mettendo però in guardia: «Guardate che l’amore di cui parla Giovanni non è l’amore delle telenovele! No, è un’altra cosa!». Infatti, ha spiegato il Pontefice, «l’amore cristiano ha sempre una qualità: la concretezza. L’amore cristiano è concreto. Lo stesso Gesù, quando parla dell’amore, ci parla di cose concrete: dare da mangiare agli affamati, visitare gli ammalati». Sono tutte «cose concrete» perché, appunto «l’amore è concreto». È «la concretezza cristiana».
Papa Francesco ha quindi avvertito: «quando non c’è questa concretezza» si finisce per «vivere un cristianesimo di illusioni, perché non si capisce bene dove è il centro del messaggio di Gesù». L’amore «non arriva a essere concreto» e diventa «un amore di illusioni». È una «illusione» anche quella che «avevano i discepoli quando, guardando Gesù, credevano che fosse un fantasma» come racconta il passo evangelico di Marco (6, 45-52). Ma, ha commentato il Papa, «un amore di illusioni, non concreto, non ci fa bene».
«Ma quando succede questo?» è la domanda posta dal Papa per comprendere come si cada nell’illusione e non nella concretezza. E la risposta, ha detto, si trova chiarissima nel Vangelo. Quando i discepoli pensano di vedere un fantasma, ha spiegato il Pontefice citando il testo, «dentro di sé erano fortemente meravigliati perché non avevano compreso il fatto dei pani, la moltiplicazione dei pani: il loro cuore era indurito». E «se tu hai il cuore indurito, non puoi amare. E pensi che l’amore è figurarsi cose. No, l’amore è concreto!».
C’è un criterio fondamentale per vivere davvero l’amore. «Il criterio del rimanere nel Signore e il Signore in noi — ha affermato il Papa — e il criterio della concretezza cristiana è lo stesso, sempre: il Verbo è venuto in carne». Il criterio è la fede nell’«incarnazione del Verbo, Dio fatto uomo». E «non c’è un cristianesimo vero senza questo fondamento. La chiave della vita cristiana è la fede in Gesù Cristo Verbo di Dio fatto uomo».
Papa Francesco ha anche suggerito il modo di «conoscere» lo stile dell’amore concreto, spiegando che «ci sono alcune conseguenze di questo criterio». Ne ha proposte due. La prima è che «l’amore è più nelle opere che nelle parole. Lo stesso Gesù l’ha detto: non quelli che mi dicono “Signore Signore”, che parlano tanto, entreranno nel Regno dei cieli; ma quelli che fanno la volontà di Dio». L’invito è dunque a essere «concreti» facendo «le opere di Dio».
C’è una domanda che ciascuno deve porre a se stesso: «Se io rimango in Gesù, rimango nel Signore, rimango nell’amore, cosa faccio — non cosa penso o cosa dico — per Dio o cosa faccio per gli altri?». Dunque «il primo criterio è amare con le opere, non con le parole». Le parole, del resto, «le porta via il vento: oggi ci sono, domani non ci sono».
Il «secondo criterio di concretezza» proposto dal Papa «è: nell’amore è più importante dare che ricevere». La persona «che ama dà, dà cose, dà vita, dà se stesso a Dio e agli altri». Invece la persona «che non ama e che è egoista cerca sempre di ricevere. Cerca sempre di avere cose, avere vantaggi. Ecco, allora, il consiglio spirituale di «rimanere col cuore aperto, non come era quello dei discepoli che era chiuso» e li portava a non capire. Si tratta, ha affermato ancora il Papa, di «rimanere in Dio» così «Dio rimane in noi. E rimanere nell’amore».
L’unico «criterio per rimanere è nella nostra fede in Gesù Cristo Verbo di Dio fatto carne: proprio il mistero che celebriamo in questo tempo». E ha poi riaffermato che «le due conseguenze pratiche di questa concretezza cristiana, di questo criterio, sono che l’amore è più nelle opere che nelle parole; e che l’amore è più nel dare che nel ricevere».
Proprio «guardando il Bambino, in questi tre ultimi giorni del tempo di Natale», guardando il Verbo che si è fatto carne», Papa Francesco ha concluso l’omelia invitando a rinnovare «la nostra fede in Gesù Cristo vero Dio e vero uomo. E chiediamo la grazia — ha auspicato — che ci dia questa concretezza di amore cristiano per rimanere sempre nell’amore» e dunque facendo in modo «che Lui rimanga in noi».
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venerdì 10 gennaio 2014

Richiesta

Rendo nota una richiesta di Padre Aldo Trento del 8 gennaio 2014 qualora ci fossero persone che potessero fare qualcosa in tal senso. 
Vi invito quindi a leggere con attenzione il breve testo che segue.... 

Cari amici, 
Vi scrivo per chiedervi un aiuto. 
Abbiamo raccolto nelle rive del Rio Paraguay un povero uomo di Verona che viveva solo e senza casa, abbandonato alle intemperie. Il suo corpo é pieno di lesioni. 
L’abbiamo accolto come Giussani ha accolto me. Aveva con sé solo il passaporto, la patente italiana. 
Vi chiedo di contattare la famiglia.
Lui ha ancora vivo il papá, la moglie e due figli. 
Si chiama MALFATTO MARCO, nato a Verona il 30 Settembre 1957 con passaporto numero E927540. 
Lo stiamo abbracciando come Gesú. Encomiabili le infermiere che lo puliscono ogni giorno e gli hanno messo una sonda per orinare. 
Oggi ha voluto confessarsi. Che bella confessione. Una confessione di carne in cui si tocca il Mistero della Incarnazione. Niente a che vedere con le confessioni di certi amici cattolici Apostolici Romani, come si dice in Paraguay, o a quelle di certi ciellini che dicono sempre “Non vivo la Comunione, non faccio scuola di comunitá, non mi riferisco alla autoritá etc…” 
Mi ha detto di fare sapere a suo papá, a sua moglie e ai suoi figli che per favore lo perdonino. 
Da parte mia sappiano che é piú che un fratello e quindi stiano in pace. 
P.Aldo
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Lettera Aldo Trento 9-1-2014

Cari amici, 
Data la mia crescente incapacità a muovermi ho affidato a Suor Sonia la responsabilità ultima della clinica. Sarà accompagnata dal direttore medico e mio medico personale, la dottoressa Leda Ruiz Diaz, madre di 6 figli abbandonata dal marito. 
Quindi dalla responsabile delle pulizie e lavanderia, una ragazza che viene dalla campagna, senza nessun titolo di studio, sposatasi nella clinica perché guardava alla bellezza degli ammalati che prima di morire hanno chiesto di sposarsi per morire in pace. 
Viene poi Larissa, una mia giessina di 24 anni fa, mamma di 4 bambini, il cui primo gliel'ho regalato io quando non riusciva ad avere figli con suo marito. Si chiama Aldo Antonio e me l’aveva regalato una ragazza di 17 anni che l’aveva partorito tre giorni prima. Ne aveva giá altri due e me l’ha donato perché non morisse di fame. Larissa dopo questa sorpresa ha avuto altre tre bambine. É ammalata di fibromialgia, ma la responsabilitá la sta aiutando. La regola che le ho dato é: “A me basta che tu ci sia… e per questo mi permetto di pagarti e bene perché devi vivere”. Larissa é la responsabile di infermeria nell’ospedale. 
Infine la signora Inocencia che per lavorare con noi si é pensionata proprio quando questo governo l’aveva scelta come Direttrive del CONAVI, l’azienza che costruisce le case popolari per i poveri. Una carica economicamente importante, ma lei ha scelto di servire i miei poveri. 
Uno si domanderá: “Ma Padre Aldo, sei matto nel formare il direttivo di una clínica con queste persone?” Amici, sí sono matto, e credo che tutti lo pensino, ma se Dio ha scelto me, un asino peccatore fuori di testa, per realizzare ció che esiste qui, come potrei non seguire il suo esempio? Il criterio in tutto per me lo dá San Paolo: “Dio ha scelto gli stupidi per confondere i savi, e i deboli per resistere ai forti”. Mentre della parte amministrativa (piú di un milione di euro all’anno) si occupa come amministratore delegato della Provvidenza, l’amico Sergio Franco; non solo per la clinica ma per tutte e due le Fondazioni. 
Venerdì è venuto a trovarci il dottor Spalding, un uomo biondo alto due metri. É il nuovo direttore Paraguayo della centrale idroelettrica di Itaipú. Era accompagnato dai suoi quattro collaboratori principali. La idroelettrica é la piú grande miniera di dollari del Sudamerica e appartiene per metá al Brasile e per metá al Paraguay. Dopo aver visitato tutte le opere, commosso mi ha detto: “Padre Aldo, perché voi non chiedete, o ci chiedete sempre pochi soldi?” “Dottore, chiediamo solo ció che la Provvidenza ci ordina. Non dobbiamo mai avere piú dello stretto necesario.” E lui: “Questa volta peró voglio darvi di piú. Inviece degli 800.000.000 guaranies per finire la scuola professionale e per i ritocchi alla clinica, ve ne dó 50.000.000 in piú perché possiate comprare il terreno (é una striscia) che unisce la scuola elementare e media con la scuola professionale. E poi faremo un convegno di due anni per aiutarvi, in particolare per formare tecnici per la idroelettrica di Itaipú.” 
Amici, chi sono io? Un niente. E tu Signore chi sei? Tutto. 
Dio voglia che percepiamo la verità di Gesù. Nel dolore fisico, nell’impotenza fisica Dio fa tutto. Oggi mi ha telefonato la nipote del Presidente dicendomi: “Mia mamma e suo fratello il Presidente ti vogliono un sacco di bene e devi chiedergli tutto ciò di cui hai bisogno”. 
Gli avevo chiesto che permettesse all'attuale direttrice medica di spostarla da un ospedale importante del ministero della Sanità al nostro, conservandole lo stipendio dello Stato (noi abbiamo un convegno con il Ministero per cui è fattibile) e mi ha detto che se non è proprio imprescindibile la sposterà già in questi giorni. 
Sono aneddoti di ogni giorno che mi fanno piangere di allegria, perché Gesù mi vuole così bene che ci pensa a tutto Lui. Chiaro, mi tiene sulla croce, ma mi dà finalmente la grazia di dormire tanto di giorno recuperando tutto il sonno perso in tantissimi anni. 
Il problema è che dormo di giorno, mentre di notte veglio così posso stare davanti all’Eucarestia finalmente esposta nella bellissima cappella tutta intarsiata in legno e coperta con lamiere d’oro, come ai tempi delle reducciones o nelle chiese di Lima, Quito etc… 
La cappella é bellissima e Cristo nella notte del mondo, in compagnia di questo suo prete ignorante, illumina il mondo. 
Che bella questa intimitá con Gesú. Di giorno dormo e di notte veglio. Ed é giusto, perché chi lavora di giorno deve dormire di notte. Mentre per me é il rovescio. 
Nella piú completa inefficienza la massima efficienza. 
Con affetto P.Aldo
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giovedì 9 gennaio 2014

Storia di Mark (Contributi 931)

Una storia (vera) raccontata da Benedetta Frigerio in questo articolo su Tempi:

«Non ci si può lamentare e poi stare fermi». Per questo Mark Byerly, 49 anni, attraverserà gli Stati Uniti a piedi: «Non potevo più stare a guardare quello che sta succedendo. Una nazione che degrada moralmente e spiritualmente in modo così rapido». Il suo sarà un pellegrinaggio di penitenza, durante il quale visiterà 150 santuari, come il numero delle Ave Maria del Rosario tradizionale.

PELLEGRINO CON L’IPAD. Partito dalla sua città, Newark (Delaware), il 25 luglio scorso, Mark ha richiamato l’attenzione del movimento pro life e di chi l’ha visto camminare sul ciglio di una strada con uno zaino sulle spalle e una croce al collo. L’uomo lavorava come direttore di un ristorante di Newark ma prima di partire ha lasciato tutto e venduto i suoi averi per vivere di provvidenza. L’unica cosa che lo contraddistingue dai pellegrini medievali è l’iPad, che usa per orientarsi. Ma lo scopo è lo stesso: «Conoscere Dio, pregare per la Chiesa e per la salvezza del mondo che si è allontanato da Lui».

LA CHIAMATA E LA PARTENZA. Il pellegrino ha raccontato come il messaggio della Madonna comunicato dalla veggente di Fatima lo abbia influenzato: «Disse di pregare per salvare le anime e riparare i peccati del mondo». Già cinque anni fa Mark aveva sentito la chiamata a lasciare tutto, «ma non avevo la fede per farlo. Trovai ogni possibile scusa per non partire». Poi le notizie di aborti e di famiglie divise si sono moltiplicate e Mark si è convinto a lasciare tutto.
A ogni tappa ha sempre trovato qualcuno che gli facesse la carità o che lo ospitasse in casa sua, dovunque si recasse ha chiesto alla polizia il permesso di accamparsi con la sua tenda: «Prima di entrare in ogni città prego il patrono e non è mi è mai successo nulla, mi hanno sempre lasciato fare». Sul suo cammino Mark ha già incontrato centinaia di persone per le quali sta pregando, «per tutte le buone anime che mi hanno aiutato, ma anche per la conversione dei vescovi, delle diocesi, della Chiesa e per il Papa».

SERVONO I SANTI. Il primo scopo di un simile pellegrinaggio, ha dichiarato Mark, è «pregare Dio perché susciti uomini e donne di una santità tale che il mondo non ha mai conosciuto». «Mi sono accorto che vivo in un mondo che disprezza i puri, gli innocenti e i bambini, che c’è in gioco una battaglia enorme fra bene e male, per la salvezza di ogni anima e di ogni bambino».
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Te Deum laudamus/4 (Contributi 930)

Questo il Te Deum 2013 di Aldo Trento tratto da Tempi

Caro padre, ho 35 anni e soffro da anni di depressione a causa dei sentimenti. Sono in cura da una psicologa e ho terminato una terapia farmacologica mesi fa. Ho ferite grandi e pesanti come macigni e nonostante la mia fede vacillo… Ho paura di farmi del male, di morire e di fare un torto a Dio e ai miei cari. Cosa posso fare? Più soffro e più vedo amiche felici che si sposano. Solo la mia vita non cambia mai. Mi sono arresa.
Lettera firmata


Cara amica, 
uno si arrende soltanto quando non ha trovato Gesù. Se una persona ha davvero sperimentato l’amore di Gesù, non esiste ferita, sofferenza, malattia che impedisca il cammino bello della vita.
Siamo arrivati alla fine del 2013. Il mio cuore batte di gratitudine per la malattia che mi è stata regalata: spondilopatia iperostosante dismetabolica. Dopo ventidue anni di depressione (ossessivo-compulsiva, per usare il linguaggio dei maghi della psichiatria), un giorno di fine novembre 2011 il dottor Federico Franco, presidente della Repubblica in carica, mi aveva invitato a camminare insieme a lui verso il santuario della Madonna di Caacupé, la grande Patrona del Paraguay. Un gesto semplice di penitenza e di ringraziamento per i doni ricevuti. Si trattava di camminare per 6 chilometri. Eravamo un gruppo molto piccolo, scortati da alcune guardie del corpo. Per i primi chilometri tutto è andato bene, poi ho incominciato a sentire una difficoltà che mi paralizzava ambedue i piedi. Volevo camminare in fretta come facevo pochi minuti prima, ma non riuscivo a farlo. Mi prese una terribile rabbia per quest’improvvisa impotenza. Il presidente, accortosi della mia difficoltà, chiese al capo della scorta che mi portasse in macchina fino al santuario dove ho aspettato l’arrivo del gruppo per celebrare la Santa Messa di ringraziamento.
È stato l’inizio di un lungo calvario, tanto in Paraguay come in Brasile e in Italia, passando da un medico all’altro, ognuno mi dava una propria ipotesi diagnostica con i relativi farmaci. Parlavano di Parkinson, di Sla, di Alzheimer, eccetera. Molte pastiglie e nessun risultato. Ho avuto un consulto con due psichiatri, uno a Buenos Aires e un altro al Policlinico Gemelli di Roma. Nessuno riusciva a definire la mia situazione che intanto continuava a peggiorare, finché un giorno un amico medico mi ha consigliato di farmi visitare dall’unico specialista a cui non mi ero ancora rivolto: un reumatologo.
Finalmente mi accompagna all’ospedale Sacco di Milano dove la diagnosi è stata immediata: spondilopatia iperostosante dismetabolica. Non avendo capito niente, mi veniva da ridere, ma quando mi ha spiegato di che cosa si trattava ho detto: «Grazie Signore, perché veramente d’ora in avanti la mia impotenza fisica aumenterà, e darà spazio alla tua Onnipotenza Divina». Era il giugno del 2013.
Che fatica visitare i miei malati
Sono trascorsi sei mesi e ogni giorno diventa più difficile camminare. Per questo negli aeroporti mi portano su una sedia a rotelle. I miei giorni hanno un orario di attività molto breve e molto lento. Ho bisogno di molto tempo per visitare (che grazia gli ascensori!) i pazienti e i miei bambini. Però ci riesco!
Ventidue anni di esaurimento psichico e ora fisico, veramente Gesù mi ama molto. Per questo, in questo fine anno, con tutto il mio cuore canto con gioia il mio Te Deum. Come potrei non ringraziare il Signore e la vergine Maria per questi doni che mi immedesimano in Gesù morto e resuscitato?
Inoltre è uno spettacolo vedere come persino le opere funzionano meglio, ora che sono ogni giorno più impotente. Soltanto lo stolto non riconosce che quello che qui esiste è unicamente un’opera del Signore. Quando padre Paolino è andato via, per me è stato un colpo mortale, ma mi sono consegnato totalmente a Dio, nella certezza che Lui si sarebbe incaricato di portare avanti la Sua opera e si sarebbe preso cura delle 177 persone che lavorano qui. Vedendo l’amore che il popolo paraguaiano, il presidente della Repubblica e migliaia di altre persone hanno nei miei confronti, non posso non rendere grazie al Signore per la malattia, perché la gente vede il Mistero fatto carne in Gesù operante.
«Non a me Signore, ma al Tuo nome dà gloria», «il Signore è stato grande con noi e per questo siamo gioiosi». Una gioia che è pace del cuore. Una pace che, come afferma Manzoni: «… il mondo irride ma che rapir non può». Mai arrendersi nella vita perché, come dice ancora Manzoni: «Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande». Davvero: «Te Deum laudamus, Te Dominum confitemur».
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martedì 7 gennaio 2014

Don Fabrizio De Michino (Contributi 929)

Riporto da La Bussola questa lettera che don Fabrizio De Michino scomparso a 31 anni il 1° gennaio 2014 ha scritto a Papa Francesco poco prima di morire:


A sua santità Francesco
Santo Padre Nelle mie quotidiane preghiere che rivolgo a Dio, non smetto di pregare per Lei e per il ministero che il Signore stesso Le ha affidato, affinchè possa darle sempre forza e gioia per continuare ad annunciare la bella notizia del Vangelo. Mi chiamo Fabrizio De Michino e sono un giovane sacerdote della Diocesi di Napoli. Ho 31 anni e da cinque sacerdote. Svolgo il mio servizio sia presso il Seminario Arcivescovile di Napoli come educatore del gruppo dei diaconi, che in una parrocchia a Ponticelli, che si trova alla periferia est di Napoli.
La Parrocchia, ricordando il miracolo avvenuto sul colle Esquilino, è intitolata alla Madonna della Neve e nel 2014 celebrerà il primo centenario dell’Incoronazione della statua lignea del 1500, molto cara a tutti gli abitanti. Ponticelli è un quartiere degradato con molta criminalità e povertà, ma ogni giorno scopro davvero la bellezza di vedere quello che il Signore opera in queste persone che si fidano di Dio e della Madonna. Anch’io da quando sono in questa parrocchia ho potuto ampliare sempre più il mio amore fiducioso verso la Madre Celeste, sperimentando anche nelle difficoltà la sua vicinanza e protezione.
Purtroppo sono tre anni che mi trovo a lottare contro una malattia rara: un tumore proprio all’interno del cuore e da qualche mese anche nove metastasi al fegato e alla milza. In questi anni non facili, però, non ho mai perso la gioia di essere annunciatore del Vangelo. Anche nella stanchezza percepisco davvero questa forza che non viene da me ma da Dio che mi permette di svolgere con semplicità il mio ministero.
C’è un versetto biblico che mi sta accompagnando e che mi infonde fiducia nella forza del Signore, ed è quello di Ezechiele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno Spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.” (Ez 36, 26) In questo tempo molto vicina è la presenza del mio Vescovo, il Card. Crescenzio Sepe, che mi sostiene costantemente, anche se a volte mi dice di riposarmi un po’ per non affaticarmi troppo. Ringraziando Dio anche i miei familiari e i miei amici sacerdoti mi aiutano e sostengono soprattutto quando faccio le varie terapie, condividendo con me i vari momenti d’inevitabile sofferenza. Anche i medici mi assistono tantissimo e fanno di tutto per trovare le giuste terapie da somministrarmi.
Santo Padre, sarò stato un po’ lungo in questo mio scritto, ma volevo solamente dirLe che offro al Signore tutto questo per il bene della Chiesa e per Lei in modo particolare, perché il Signore La benedica sempre e La accompagni in questo ministero di servizio e amore. Le chiedo, nelle Sue preghiere di aggiungere anche me: quello che chiedo ogni giorno al Signore è di fare la Sua volontà, sempre e comunque. Spesso, è vero, non chiedo a Dio la mia guarigione, ma chiedo la forza e la gioia di continuare ad essere vero testimone del suo amore e sacerdote secondo il suo cuore. Certo delle Sue paterne preghiere, La saluto devotamente.
Don Fabrizio De Michino
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Te Deum laudamus/3 (Contributi 928)

Riporto di Tempi il Te Deum di fine 2013 di di don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, presidente della onlus Comunità Nuova (opera di aiuto nata intorno ai ragazzi che uscivano dal carcere e non avevano né una casa né una famiglia)


Ho raccolto Ervin al semaforo. Lo vedevo continuamente sulla via di casa sorridente, implorante di “qualche monetina” con in mano una specie di spugna per i vetri che secondo lui serviva per pulire. Me lo sono portato a casa, dove il posto si trova sempre e comunque è meglio che dormire nei cespugli al margine della strada .
Pressoché nessuna cultura, pochissima scuola, semplicità e stupefacente incompetenza sul come vestire, il come mangiare, nei rapporti con gli altri ragazzi e con i responsabili. Ervin era la testimonianza di cosa succede ad essere così poveri, così senza cultura, così sottoposti anche alle prepotenze e alle ingiustizie. Tuttavia, dopo poco più di un anno, con un po’ di italiano meglio capito e parlato, con una grande voglia di lavorare, di mettere a profitto l’iniziale apprendimento da idraulico, Ervin è partito per la Toscana e ha cominciato a lavorare e duramente come idraulico in un porto marittimo. È tornato dopo che l’azienda nella quale aveva lavorato per due anni ha chiuso e dopo sei mesi di tentativi di ritrovare un lavoro, praticamente per fame.
Meno di quindici giorni fa arriva dall’Albania una telefonata: «Mamma è in ospedale e sta morendo, arriva a salutarla!». Risposta semplice e concreta di Ervin: «Io so come curano i poveri in Albania, vado a salvare mia madre». E qui incomincia il miracolo.
Ervin va in ospedale in Albania dove il medico di turno si ferma se gli fai vedere il colore degli euri e trova la madre ormai senza conoscenza. Breve e inutile consulto con il padre, messo ancora peggio di lui quanto a capacità di gestire una difficoltà. Si mette in spalla la mamma incosciente e si avvia verso l’aeroporto, l’Italia e un ospedale italiano.
Come sia stato possibile superare la frontiera albanese con in spalla una donna incosciente non mi è spiegabile. Inspiegabile allo stesso modo la salita su di un aereo verso l’Italia. Lui dice di aver detto agli agenti di frontiera e agli steward dell’aereo che voleva salvare la sua mamma e l’hanno lasciato passare.
Anche a Malpensa è capitato lo stesso miracolo con l’aeroporto e le autorità di frontiera. Ora la mamma è in un ospedale vicino a Milano e forse si salverà. Forse le taglieranno due dita di un piede, cureranno il dissesto dello stomaco e di non so quanti altri organi. Ervin è orgoglioso e felice perché la mamma incomincia a riconoscerlo e sta meglio.
Mi sto chiedendo quale altro miracolo dovrà accadere quando questa signora uscirà dall’ospedale, ma diamo tempo al Padre di tutti e agli uomini di buona volontà. Chi avrà chiesto al cuore e dentro il cuore delle persone incontrate di lasciar passare questo pazzo figlio che voleva salvare sua madre?
Ho visto i miracoli dell’amore. Non è neanche la prima volta ma è proprio vero che il bene è come un seme che porta frutto, si moltiplica, fa miracoli appunto, anche i miracoli che si toccano, diventano eventi anche solo di cuore ma quanto mai concreti e teneri.
Quando dico a qualcuno che Dio, Gesù si vede mi dicono che sono matto, ma a saper guardare, Dio, Gesù si vede proprio.
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lunedì 6 gennaio 2014

Epifania del Signore 6-gen-2014 (Angelus 174)

Cari fratelli e sorelle buongiorno!
Oggi celebriamo l’Epifania, cioè la “manifestazione” del Signore. Questa solennità è legata al racconto biblico della venuta dei magi dall'Oriente a Betlemme per rendere omaggio al Re dei Giudei: un episodio che il Papa Benedetto ha commentato magnificamente nel suo libro sull'infanzia di Gesù. Quella fu appunto la prima “manifestazione” di Cristo alle genti. Perciò l’Epifania mette in risalto l’apertura universale della salvezza portata da Gesù. La Liturgia di questo giorno acclama: «Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra», perché Gesù è venuto per tutti noi, per tutti i popoli, per tutti!
In effetti, questa festa ci fa vedere un duplice movimento: da una parte il movimento di Dio verso il mondo, verso l’umanità - tutta la storia della salvezza, che culmina in Gesù -; e dall'altra parte il movimento degli uomini verso Dio - pensiamo alle religioni, alla ricerca della verità, al cammino dei popoli verso la pace, la pace interiore, la giustizia, la libertà -. E questo duplice movimento è mosso da una reciproca attrazione. Da parte di Dio, che cosa lo attrae? E’ l’amore per noi: siamo suoi figli, ci ama, e vuole liberarci dal male, dalle malattie, dalla morte, e portarci nella sua casa, nel suo Regno. «Dio, per pura grazia, ci attrae per unirci a Sé» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 112). E anche da parte nostra c’è un amore, un desiderio: il bene sempre ci attrae, la verità ci attrae, la vita, la felicità, la bellezza ci attrae… Gesù è il punto d’incontro di questa attrazione reciproca, di questo duplice movimento. E’ Dio e uomo: Gesù. Dio e uomo. Ma chi prende l’iniziativa? Sempre Dio! L’amore di Dio viene sempre prima del nostro! Lui sempre prende l’iniziativa. Lui ci aspetta, Lui ci invita, l’iniziativa è sempre sua. Gesù è Dio che si è fatto uomo, si è incarnato, è nato per noi. La nuova stella che apparve ai magi era il segno della nascita di Cristo. Se non avessero visto la stella, quegli uomini non sarebbero partiti. La luce ci precede, la verità ci precede, la bellezza ci precede. Dio ci precede. Il profeta Isaia diceva che Dio è come il fiore del mandorlo. Perché? Perché in quella terra il mandorlo è il primo che fiorisce. E Dio sempre precede, sempre per primo ci cerca, Lui fa il primo passo. Dio ci precede sempre. La sua grazia ci precede e questa grazia è apparsa in Gesù. Lui è l’epifania. Lui, Gesù Cristo, è la manifestazione dell’amore di Dio. E’ con noi.
La Chiesa sta tutta dentro questo movimento di Dio verso il mondo: la sua gioia è il Vangelo, è riflettere la luce di Cristo. La Chiesa è il popolo di coloro, che hanno sperimentato questa attrazione e la portano dentro, nel cuore nella vita. «Mi piacerebbe – sinceramente - mi piacerebbe dire a quelli che si sentono lontani da Dio e dalla Chiesa - dirlo rispettosamente - dire a quelli che sono timorosi e indifferenti: il Signore chiama anche te, ti chiama ad essere parte del suo popolo e lo fa con grande rispetto e amore!» (ibid., 113). Il Signore ti chiama. Il Signore ti cerca. Il Signore ti aspetta. Il Signore non fa proselitismo, dà amore, e questo amore ti cerca, ti aspetta, te che in questo momento non credi o sei lontano. E questo è l’amore di Dio.
Chiediamo a Dio, per tutta la Chiesa, chiediamo la gioia di evangelizzare, perché «da Cristo è stata inviata a rivelare e a comunicare la carità di Dio a tutti i popoli» (Ad gentes, 10). La Vergine Maria ci aiuti ad essere tutti discepoli-missionari, piccole stelle che riflettono la sua luce. E preghiamo perché i cuori si aprano ad accogliere l’annuncio, e tutti gli uomini giungano «ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo» (Ef 3,6).

Dopo l'Angelus:
Fratelli e sorelle,
rivolgo i miei cordiali auguri ai fratelli e alle sorelle delle Chiese Orientali che domani celebreranno il Santo Natale. La pace che Dio ha donato all’umanità con la nascita di Gesù, Verbo incarnato, rafforzi in tutti la fede, la speranza e la carità, e dia conforto alle comunità cristiane, alle Chiese che sono nella prova.
L’Epifania è la Giornata missionaria dei bambini, proposta dalla Pontificia Opera della Santa Infanzia. Tanti ragazzi, nelle parrocchie, sono protagonisti di gesti di solidarietà verso i loro coetanei, e così allargano gli orizzonti della loro fraternità. Cari bambini e ragazzi, con la vostra preghiera e il vostro impegno voi collaborate alla missione della Chiesa. Vi ringrazio per questo e vi benedico!
Saluto tutti voi qui presenti: famiglie, gruppi parrocchiali e associazioni. In particolare saluto i giovani del Movimento Tra Noi e quelli dell’Oratorio San Vittore di Verbania; gli scout di Minori e di Castelforte; il coro Sant’Antonio di Lamezia Terme; il coro di Gozo “Laudate Pueri”, che ha animato assieme alla Cappella Sistina i canti della liturgia di oggi; la scuola cattolica “Giacomo Sichirollo” di Rovigo; e i partecipanti al corteo storico-folcloristico, che quest’anno è animato dalle famiglie della città di Leonessa e di altre località in Provincia di Rieti. A tutti auguro una buona festa dell’Epifania e buon pranzo e arrivederci!
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Lumen requirunt lumine

Omelia di Papa Francesco 6 gennaio 2014, Epifania del Signore


«Lumen requirunt lumine». Questa suggestiva espressione di un inno liturgico dell’Epifania si riferisce all’esperienza dei Magi: seguendo una luce essi ricercano la Luce. La stella apparsa in cielo accende nella loro mente e nel loro cuore una luce che li muove alla ricerca della grande Luce di Cristo. I Magi seguono fedelmente quella luce che li pervade interiormente, e incontrano il Signore.
In questo percorso dei Magi d’Oriente è simboleggiato il destino di ogni uomo: la nostra vita è un camminare, illuminati dalle luci che rischiarano la strada, per trovare la pienezza della verità e dell’amore, che noi cristiani riconosciamo in Gesù, Luce del mondo. E ogni uomo, come i Magi, ha a disposizione due grandi “libri” da cui trarre i segni per orientarsi nel pellegrinaggio: il libro della creazione e il libro delle Sacre Scritture. L’importante è essere attenti, vigilare, ascoltare Dio che ci parla, sempre ci parla. Come dice il Salmo, riferendosi alla Legge del Signore: «Lampada per i miei passi la tua parola, / luce sul mio cammino» (Sal 119,105). Specialmente ascoltare il Vangelo, leggerlo, meditarlo e farlo nostro nutrimento spirituale ci consente di incontrare Gesù vivo, di fare esperienza di Lui e del suo amore.
La prima Lettura fa risuonare, per bocca del profeta Isaia, l’appello di Dio a Gerusalemme: «Alzati, rivestiti di luce!» (60,1). Gerusalemme è chiamata ad essere la città della luce, che riflette sul mondo la luce di Dio e aiuta gli uomini a camminare nelle sue vie. Questa è la vocazione e la missione del Popolo di Dio nel mondo. Ma Gerusalemme può venire meno a questa chiamata del Signore. Ci dice il Vangelo che i Magi, quando giunsero a Gerusalemme, persero per un po’ la vista della stella. Non la vedevano più. In particolare, la sua luce è assente nel palazzo del re Erode: quella dimora è tenebrosa, vi regnano il buio, la diffidenza, la paura, l’invidia. Erode, infatti, si mostra sospettoso e preoccupato per la nascita di un fragile Bambino che egli sente come un rivale. In realtà Gesù non è venuto ad abbattere lui, misero fantoccio, ma il Principe di questo mondo! Tuttavia il re e i suoi consiglieri sentono scricchiolare le impalcature del loro potere, temono che vengano capovolte le regole del gioco, smascherate le apparenze. Tutto un mondo edificato sul dominio, sul successo sull’avere, sulla corruzione è messo in crisi da un Bambino! Ed Erode arriva fino a uccidere i bambini. «Tu uccidi i bambini nella carne perché la paura ti uccide nel cuore» - scrive san Quodvultdeus (Disc. 2 sul SimboloPL 40, 655). E’ così: aveva paura, e per questa paura è impazzito.
I Magi seppero superare quel pericoloso momento di oscurità presso Erode, perché credettero alle Scritture, alla parola dei profeti che indicava in Betlemme il luogo della nascita del Messia. Così sfuggirono al torpore della notte del mondo, ripresero la strada verso Betlemme e là videro nuovamente la stella, e il Vangelo dice che provarono «una gioia grandissima» (Mt 2,10). Quella stella che non si vedeva nel buio della mondanità di quel palazzo.
Un aspetto della luce che ci guida nel cammino della fede è anche la santa “furbizia”. E’ una anche virtù questa, la santa “furbizia”. Si tratta di quella scaltrezza spirituale che ci consente di riconoscere i pericoli ed evitarli. I Magi seppero usare questa luce di “furbizia” quando, sulla via del ritorno, decisero di non passare dal palazzo tenebroso di Erode, ma di percorrere un’altra strada. Questi saggi venuti da Oriente ci insegnano come non cadere nelle insidie delle tenebre e come difenderci dall’oscurità che cerca di avvolgere la nostra vita. Loro, con questa santa “furbizia” hanno custodito la fede. E anche noi dobbiamo custodire la fede. Custodirla da quel buio. Ma, anche, tante volte, un buio travestito di luce! Perché il demonio, dice san Paolo, si veste da angelo di luce, alcune volte. E qui è necessaria la santa “furbizia”, per custodire la fede, custodirla dai canti delle Sirene, che ti dicono: “Guarda, oggi dobbiamo fare questo, quello...” Ma la fede è una grazia, è un dono. A noi tocca custodirla con questa santa “furbizia”, con la preghiera, con l’amore, con la carità. Occorre accogliere nel nostro cuore la luce di Dio e, nello stesso tempo, coltivare quella furbizia spirituale che sa coniugare semplicità ed astuzia, come chiede Gesù ai discepoli: «Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16).
Nella festa dell’Epifania, in cui ricordiamo la manifestazione di Gesù all’umanità nel volto di un Bambino, sentiamo accanto a noi i Magi, come saggi compagni di strada. Il loro esempio ci aiuta ad alzare lo sguardo verso la stella e a seguire i grandi desideri del nostro cuore. Ci insegnano a non accontentarci di una vita mediocre, del “piccolo cabotaggio”, ma a lasciarci sempre affascinare da ciò che è buono, vero, bello… da Dio, che tutto questo lo è in modo sempre più grande! E ci insegnano a non lasciarci ingannare dalle apparenze, da ciò che per il mondo è grande, sapiente, potente. Non bisogna fermarsi lì. E’ necessario custodire la fede. In questo tempo è tanto importante questo: custodire la fede. Bisogna andare oltre, oltre il buio, oltre il fascino delle Sirene, oltre la mondanità, oltre tante modernità che oggi ci sono, andare verso Betlemme, là dove, nella semplicità di una casa di periferia, tra una mamma e un papà pieni d’amore e di fede, risplende il Sole sorto dall’alto, il Re dell’universo. Sull’esempio dei Magi, con le nostre piccole luci, cerchiamo la Luce e custodiamo la fede. Così sia!
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domenica 5 gennaio 2014

Te Deum laudamus/2 (Contributi 927)

Riporto di Tempi il Te Deum di fine 2013 di Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna:

«Benedici il Signore, anima mia; non dimenticare i tanti suoi benefici». Così ci raccomanda un Salmo. Il ricordo dei benefici ricevuti è un’esigenza della nostra fede, consapevoli che Dio opera all’interno della nostra vicenda umana. Il male può apparirci così invadente da farci pensare che abbia eliminato il bene. Poiché Dio opera fra noi, il bene è sempre presente. Anche l’anno che sta terminando ne è la prova.

Abbiamo vissuto il grande dono dell’Anno della Fede. Nella mia città è stata fatta una grande Missione per i giovani. Più di cento missionari sono andati per le strade, nelle piazze, nelle discoteche, lungo i viali della prostituzione, solamente per notificare loro un fatto: Dio ti ama! La forza di questo semplice annunzio è stata straordinaria. A Dio, infatti, piace salvare il mondo attraverso la stoltezza del kerigma. È questa la principale forza del bene di cui ringraziare il Signore: la predicazione del Vangelo. Pensiamo all’annuncio fatto quotidianamente da padre Aldo; da tutti coloro che aiutano poveri, discriminati, oppressi poiché vedono in essi il volto di Cristo. Uniscono la miseria umana a Cristo, e Cristo alla miseria umana.
Ma la bontà del Signore durante l’anno che sta per chiudersi si è manifestata soprattutto in ciò che è accaduto nella successione petrina. Il grande gesto della rinuncia fatta da Benedetto XVI è stato il suo ultimo insegnamento. Egli ha insegnato alla Chiesa pellegrina in terra che è Cristo che la guida; i Papi passano, ma Lui resta: ieri, oggi, sempre. Ma dobbiamo essere grati al Signore per il Magistero lasciatoci da Benedetto XVI. Durante una Visita Pastorale, visitai un’anziana contadina che non poteva uscire di casa. Ella mi disse: «Non avrei mai pensato che mi succedesse ciò che mi accade. Io, una povera contadina quasi analfabeta, capisco ciò che dice il Papa. Ma pensi: io, l’ultima figlia della Chiesa». Sono state queste le meraviglie del Magistero di Benedetto XVI. Una cristallina limpidezza congiunta ad una affascinante profondità; una sapiente semplicità congiunta ad una rara penetrazione dei misteri della fede. «Non dimenticare i tanti suoi benefici»: non dimentichiamo il dono fattoci dal Signore in Benedetto XVI.
A una Chiesa ancora turbata e scossa lo Sposo Gesù dona papa Francesco. È l’amore, la misericordia del Signore fattasi carne ed ossa davanti ai nostri cuori, spesso desolati dalle quotidiane tribolazioni. I suoi gesti di carità verso i poveri, sofferenti, abbandonati e colpiti da sventure sono la ripresentazione delle pagine evangeliche che narrano di folle di zoppi, ciechi, sordi, ammalati di ogni genere che accorrono a Gesù. Ma dobbiamo ringraziare il Signore perché non solo papa Francesco ci riporta continuamente al nucleo incandescente del Vangelo, colla parola e la vita. Ma anche perché egli, da vero figlio di sant’Ignazio, ci insegna quotidianamente, colle omelie di Santa Marta, a crescere nella carità; a discernere le mozioni dello Spirito Santo da quelle del Nemico; a respingere ogni forma di mondanità spirituale, specialmente noi pastori. «Non dimenticare i tanti suoi benefici». Ora la Chiesa ha il dittico della vita: la charitas veritatis di Benedetto XVI e la veritas charitatis di Francesco.
L’unità delle famiglie, l’eroismo dei sacerdoti
Ma ciò che è accaduto sulla Cattedra di Pietro non è l’unica ragione della riconoscenza al Signore. È ciò che accade nel popolo cristiano che costituisce ragione non meno forte per benedire il Signore. Anzi, al riguardo il primo motivo della nostra riconoscenza a fine anno è il perdurare della presenza del popolo cristiano fra noi. Quando penso a questo fatto, a questa realtà non posso non commuovermi. Penso soprattutto in questo momento a coloro i cui nomi sono scritti nei cieli, e giammai sui cosiddetti grandi quotidiani d’informazione: i poveri, i semplici, i piccoli. Lo stupore dei bambini di fronte al Mistero, che ho incontrato nelle Visite Pastorali. Lo stupore di quella bambina che, piena di meraviglia, esclamò: «Ma allora la Madonna è la mamma di Gesù, come la mia mamma è la mamma di me e del mio fratellino». Come può lasciarci indifferenti il fatto che Dio riveli il suo segreto più grande, l’Incarnazione del Verbo, ad una bambina! Ha commosso anche Gesù questo fatto. Penso ai giovani i cui occhi si illuminano quando si parla della bellezza della nostra fede. Penso soprattutto al dono di quelle famiglie che restano unite, che donano generosamente la vita, nella fatica di un lavoro che a mala pena oggi consente di arrivare alla fine del mese. Famiglie in cui gli sposi scoprono ogni giorno di più la bellezza del Sacramento e dell’amore coniugale. Ma infine e soprattutto, benedico il Signore per essere testimone oculare dell’eroismo, ripeto eroismo, quotidiano dei nostri sacerdoti nelle nostre parrocchie. Un servizio fedele, faticoso, spesso senza alcuna ricompensa umana: guardano solo a Gesù e al bene della Santa Chiesa.
«Benedici il Signore, anima mia; non dimenticare i tanti suoi benefici».
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Domenica 2^ dopo Natale Anno "A" 5-gen-2014 (Angelus 173)

Cari fratelli e sorelle buongiorno!
La liturgia di questa domenica ci ripropone, nel Prologo del Vangelo di san Giovanni, il significato più profondo del Natale di Gesù. Egli è la Parola di Dio che si è fatta uomo e ha posto la sua “tenda”, la sua dimora tra gli uomini. Scrive l’Evangelista: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). In queste parole, che non finiscono mai di meravigliarci, c’è tutto il Cristianesimo! Dio si è fatto mortale, fragile come noi, ha condiviso la nostra condizione umana, eccetto il peccato, ma ha preso su di sé i nostri, come se fossero propri. E’ entrato nella nostra storia, è diventato pienamente Dio-con-noi! La nascita di Gesù, allora, ci mostra che Dio ha voluto unirsi ad ogni uomo e ogni donna, ad ognuno di noi, per comunicarci la sua vita e la sua gioia.
Così Dio è Dio con noi, Dio che ci ama, Dio che cammina con noi. Questo è il messaggio di Natale: il Verbo si è fatto carne. Così il Natale ci rivela l’amore immenso di Dio per l’umanità. Da qui deriva anche l’entusiasmo, la speranza di noi cristiani, che nella nostra povertà sappiamo di essere amati, di essere visitati, di essere accompagnati da Dio; e guardiamo al mondo e alla storia come il luogo in cui camminare insieme con Lui e tra di noi, verso i cieli nuovi e la terra nuova. Con la nascita di Gesù è nata una promessa nuova, è nato un mondo nuovo, ma anche un mondo che può essere sempre rinnovato. Dio è sempre presente a suscitare uomini nuovi, a purificare il mondo dal peccato che lo invecchia, dal peccato che lo corrompe. Per quanto la storia umana e quella personale di ciascuno di noi possa essere segnata dalle difficoltà e dalle debolezze, la fede nell’Incarnazione ci dice che Dio è solidale con l’uomo e con la sua storia. Questa prossimità di Dio all’uomo, ad ogni uomo, ad ognuno di noi, è un dono che non tramonta mai! Lui è con noi! Lui è Dio con noi! E questa prossimità non tramonta mai. Ecco il lieto annuncio del Natale: la luce divina, che inondò i cuori della Vergine Maria e di san Giuseppe, e guidò i passi dei pastori e dei magi, brilla anche oggi per noi.
Nel mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio c’è anche un aspetto legato alla libertà umana, alla libertà di ciascuno di noi. Infatti, il Verbo di Dio pianta la sua tenda tra noi, peccatori e bisognosi di misericordia. E tutti noi dovremmo affrettarci a ricevere la grazia che Egli ci offre. Invece, continua il Vangelo di san Giovanni, «i suoi non lo hanno accolto» (v. 11). Anche noi tante volte lo rifiutiamo, preferiamo rimanere nella chiusura dei nostri errori e nell’angoscia dei nostri peccati. Ma Gesù non desiste e non smette di offrire se stesso e la sua grazia che ci salva! Gesù è paziente, Gesù sa aspettare, ci aspetta sempre. Questo è un messaggio di speranza, un messaggio di salvezza, antico e sempre nuovo. E noi siamo chiamati a testimoniare con gioia questo messaggio del Vangelo della vita, del Vangelo della luce, della speranza e dell’amore. Perché il messaggio di Gesù è questo: vita, luce, speranza, amore.
Maria, Madre di Dio e nostra tenera Madre, ci sostenga sempre, perché rimaniamo fedeli alla vocazione cristiana e possiamo realizzare i desideri di giustizia e di pace che portiamo in noi all'inizio di questo nuovo anno.

Dopo l'Angelus:
Fratelli e sorelle,
nel clima di gioia, tipico di questo tempo natalizio, desidero annunciare che dal 24 al 26 maggio prossimo, a Dio piacendo, compirò un pellegrinaggio in Terra Santa. Scopo principale è commemorare lo storico incontro tra il Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora, che avvenne esattamente il 5 gennaio, come oggi, di 50 anni fa. Le tappe saranno tre: Amman, Betlemme e Gerusalemme. Tre giorni. Presso il Santo Sepolcro celebreremo un Incontro Ecumenico con tutti i rappresentanti delle Chiese cristiane di Gerusalemme, insieme al Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli. Fin da ora vi domando di pregare per questo pellegrinaggio, che sarà un pellegrinaggio di preghiera.
Nelle scorse settimane mi sono arrivati da ogni parte del mondo tanti messaggi di auguri per il Santo Natale e per l’Anno Nuovo. Mi piacerebbe, ma purtroppo è impossibile rispondere a tutti! Perciò desidero ringraziare di cuore i bambini, per i loro bei disegni. Sono belli davvero! I bambini fanno bei disegni! Belli, belli, belli! Ringrazio i bambini, per primi. Ringrazio i giovani, gli anziani, le famiglie, le comunità parrocchiali e religiose, le associazioni, i movimenti e i diversi gruppi che hanno voluto manifestarmi affetto e vicinanza. Chiedo a tutti di continuare a pregare per me, ne ho bisogno, e pregare per questo servizio alla Chiesa.
E ora saluto con affetto voi, cari pellegrini presenti oggi, in particolare l’Associazione Italiana Maestri Cattolici: vi incoraggio nel vostro lavoro educativo, è molto importante! Saluto i fedeli di Arco di Trento e Bellona, i giovani di Induno Olona e i gruppi di Crema e di Mantova che operano con persone disabili. Saluto anche il folto gruppo di marinai brasiliani.
A tutti voi auguro buona domenica e buon pranzo. Arrivederci!
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venerdì 3 gennaio 2014

Te Deum laudamus (Contributi 926)

Riporto da Tempi il Te Deum di fine 2013 di Pippo Corigliano: 

Non c’è alcun dubbio. Il Te Deum è per ringraziare di aver avuto papa Francesco; e non penso di essere il solo. Il ringraziamento si estende anche al gran regalo di Dio che è Benedetto XVI, il Papa teologo e umile che ha indetto l’Anno della Fede, degno coronamento della sua attività di teologo tutta orientata a far comprendere all’uomo contemporaneo la verità dell’Amore di Dio. Grazie anche per la sua sapienza e umiltà nel farsi da parte quando è stato il momento. 
I mesi di papa Francesco sono stati un susseguirsi di sorprese che sarebbe lungo elencare. Io che mi occupo di comunicazione posso sottolineare (e ringraziare per questo) lo spostamento dell’asse della comunicazione della Santa Sede. Siamo passati dall’assedio dei media di tutto il mondo sui temi della pedofilia, Ior e Vatileaks, al superamento delle questioni sull’aborto, matrimonio, educazione cattolica, eutanasia, matrimoni omosessuali, e così via, per dare la priorità al messaggio evangelico allo stato puro. Il Papa ha ripreso alla lettera lo stile di Gesù. Parlando il linguaggio comune e prendendo spunto dalle circostanze ordinarie della vita quotidiana (il pranzo, la vecchietta, la pecora, Mammona, il lavoro), il Papa ci ha restituito la limpidezza e la concretezza del Vangelo. Ci ha fatto rivedere Dio sotto forma di Gesù incarnato nella nostra realtà di vita di ogni giorno, tanto soprannaturale quanto naturale. È una strategia che nasce dalla sua preghiera che lo rende capace di interessarsi alla sorte di ognuno e di tutti. Diceva Frossard che Dio sa contare fino a uno e il Papa fa così. È capace di telefonare personalmente a chi ha subìto un torto e interessarsi delle grandi tragedie mondiali: dalla sorte dei migranti disperati fino all’egoismo dei pochi ricchi che affamano il pianeta. Non è un condottiero di masse, è un padre di persone. Rivoluzionario e tenero a un tempo. Francesco invita a riscoprire Dio e il rapporto vivo con lui. Le grandi questioni morali della nostra civiltà non vengono trascurate: si sa bene come la pensa, ma lui sa che la buona condotta è conseguenza dell’amore. Occorre risvegliare nelle coscienze l’amore a Gesù che ci ha amati per primo. Occorre conoscerlo per amarlo, occorre pregare per avere confidenza con lui. Il resto viene dopo. I primi cristiani non erano apostolici perché avevano ascoltato discorsi sulla decenza o sui valori, erano vibranti perché credevano in Gesù risorto.
Come già accadde con Giovanni Paolo II, c’è stata una corsa per considerarlo progressista in certi momenti o conservatore in certi altri, senza ricordare che gli uomini di Dio sono sempre a un tempo rivoluzionari e tradizionalisti. Tutta la nostra civiltà è come un mosaico in cui ogni tessera è un contributo lasciato da un santo, o reso possibile da un santo. Francesco sta mutando le categorie su cui il mondo si regge: contro l’aggressività militare propone una veglia mondiale di preghiera e digiuno, contro l’egoismo della speculazione finanziaria fa aprire gli occhi su chi ha fame ed è senza lavoro, denunciando l’idolatria di Mammona. Non dispone di divisioni militari né di strumenti economici, ma agisce sui cuori, come san Paolo che nella lettera a Filemone spiega che non si può considerare schiavo un fratello in Cristo. Il Vangelo per tutti San Paolo non è Spartaco che organizza il sollevamento armato ma mette il seme di quella cultura che abolirà la schiavitù. Così Francesco mette le basi di una nuova civiltà in cui la persona è al primo posto e il lavoro, la famiglia, la casa, la solidarietà e la libertà sono punti imprescindibili. Francesco parla al mondo intero perché rende vivo il Vangelo in modo che lo capisca anche il pescatore delle Filippine e il minatore africano. Per comprenderlo non occorre aver studiato al liceo. Provvidenzialmente Joseph Ratzinger aveva prima parlato agli intellettuali europei demolendo gli ostacoli che la cultura europea aveva costruito per separarci da Dio. Una continuità ammirevole fra i due Papi, perché l’Europa ha diffuso il Vangelo nel mondo, ora lo sta rinnegando e ha urgente bisogno di rievangelizzazione. Malgrado tutto, il mondo intero guarda alla cultura occidentale e rimane sbigottito quando vede che la stiamo buttando dalla finestra, come mi ha detto un amico cinese. Ecco che il tandem fra i due Papi davvero illumina il mondo con il “lumen fidei”. Grazie Signore, il Te Deum è per averci dato due guide così.
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giovedì 2 gennaio 2014

Cleuza e Marco (Interventi 183)

Cari amici,
Cleuza e Marco finalmente recuperati sono tornati con la passione e l'amicizia di sempre. Dal 2009 una fedeltà impressionante. Vivono e dormono da noi. Nella mia difficoltà a muovermi ci pensano loro a risolvermi il problema di incontrarli, perché abbiamo bisogno l'uno dell'altro.
Mi permetto sintetizzare alcune battute dei nostri dialoghi, ma che dicono lo spessore esistenziale, non teorico, che ha il movimento per noi. Sia per loro, dopo il terribile incidente subito (solo grazie a un grande miracolo si sono salvati) che per noi, con la mia malattia, il movimento è la pelle, il DNA della nostra vita e amicizia.
1.     Dice Cleuza: "Ho fatto quaranta giorni chiusa tra ospedale e casa con la proibizione medica di uscire. Le ore del giorno da 24 erano diventate 72. Eppure il mondo, così come l'Associazione, è andato avanti lo stesso e anche meglio”.
2.     “Dal 2009 veniamo in Paraguay. È una questione esclusivamente affettiva. Dopo quaranta giorni di riposo sono tornata all'Associazione, dove il lavoro è triplicato. Marco è impegnato in questi giorni in Parlamento, dove si sta discutendo la legge finanziaria. É  sempre presente, a volte anche la notte”.
3.     “Sentivamo il bisogno di venire da voi e abbiamo preso le uniche ore libere della domenica e del lunedì. Domenica ci hanno avvisati che era morto un colonnello della polizia, su cui avevano fatto anche un film, nostro grandissimo amico. Abbiamo mandato le nostre figlie e una corona di fiori, perché noi non potevamo non venire qui. Mi sono detto: "quante balle ci diciamo fra amici".
4.     Siamo dei grandi peccatori, ma non abbiamo mai barato con il nostro cuore e per questo siamo entusiasti della vita, anche quando eravamo avvolti dalle fiamme e poi durante le diciotto ore aspettando ad Angra che arrivasse l'aereo della polizia, perché essendo l'incidente accaduto alle 15, l'aereo non sarebbe riuscito ad atterrare di sera nel piccolo porto della cittadina.
5.     Se dovessimo rivivere ciò che ci è accaduto, lo faremo senza paura perché ci ha avvicinato di più a Cristo.
6.     Nell'ospedale il direttore, loro amico, li ha fatti seguire da una famosa psicologa che li ha intervistati separati, chiedendo di tutto, come fanno questi poveretti con tutta la buona volontà e intelligenza. Alla fine è andata dal direttore a dirgli: “Ma.. questi due, anche se separati, dicono le stesse cose. Ma pazienza questo, il fatto è che mi parlano di quanto è successo come di una grazia e non un trauma, per amare di più Gesù… Io, direttore, non ci capisco niente."
7.     L'entusiasmo per la verità di Cristo è così grande, che il Presidente dell'Assemblea Legislativa ora fa scuola di comunità con loro.
8.     Il distacco da tutto. Il governatore ha offerto a Marco di essere Presidente della Corte dei Conti dello Stato di San Paolo, grande quasi quanto l'Italia. Una carica a vita con unaremunerazione enorme. Marco ha rinunciato dicendo che il suo cuore è da un'altra parte e che lui fa quello che fa per sostenere l'Associazione.
9.     "Padre noi riduciamo Cristo quando diciamo di amare Cristo più che la verità che è Cristo". Io le ho risposto: "Quanti delitti abbiamo commesso dicendo «questa circostanza non ti impedisce di amare Cristo». Mentre la questione è che nessuna circostanza mi impedisce di amare la verità che è Cristo”. Altrimenti é impossibile capire l’assurda ipotesi di pedofilia fatta al mio piú caro e grande amico, che é stato poi cacciato come un animale dal luogo in cui viveva. Il problema non è mai stato quello di difendere quest’amico, ma la verità. Ieri gli dicevo per telefono che devo confessarmi per gravi peccati di omissione, perché ho sempre detto "tutto questo non ci impedisce di amare Cristo”. Mentre l'atteggiamento vero è che quello che ci è successo non ci impedisca di amare la verità, che coincide con Cristo. Dentro questo atteggiamento, uno non può allora non fare tutto il possibile affinché risplenda la verità di Cristo. Il martire Giovanni il Battista non é morto direttamente per Cristo, ma per la veritá, che era la unica cosa che gli interessava quando ha mandato due dei suoi discepoli a chiedere: “ma sei Tu il Messia o dobbiamo aspettare un altro?” e Lui ha risposto:” Andate e dite a Giovanni ció che avete visto.” E cosa hanno visto? San Tommaso d’Aquino risponderebbe “adaequatio rei et intellectus”.
Amici io voglio solo la veritá e per questo sono disposto con l’aiuto di Dio a morire. Peró basta dividere la veritá da Cristo. E se uno é davvero colpevole, fosse anche mio padre, é giusto, santo e doveroso che sia condannato, perché trionfi la veritá, e quindi l’amore. E quando uno é colpevole, come coloro che hanno violentato le mie bambine, se é veramente pentito riceve dalla Chiesa, sacramento di salvezza, l’assoluzione. Che Mistero é nostra Chiesa che, dietro alle malefatte dei suoi funzionari, nasconde la perla preziosa che é Cristo.
Giussani ha fatto quello che ha fatto con me, conoscendo bene la mia vita disordinata, perché vedeva in me la verità di Cristo. E ho la certezza che lo avrebbe fatto anche con qualsiasi prete accusato di pedofilia. Giussani avrebbe lottato fino alla morte per la verità di qualsiasi persona. E se poi avesse riconosciuto la verità dell'accusa, avrebbe comunque abbracciato la "bestia" di tanta perversione. È quello che mi succede ogni giorno con chi violenta le mie bambine. Solo la passione per la verità ci permette di riconoscere Cristo, perché Lui è la verità.
Marco e Cleuza sono ora tornati in Brasile dopo aver condiviso con noi lebbrosi, un giorno e mezzo di amicizia. Dico lebbrosi perché dopo ciò che è accaduto al mio amico, perfino la nostra casa è diventata inospitale per i grandi funzionari della Curia. Ma Gesù, cammino, verità e vita, ci conforta e ci dá la gioia dentro la sofferenza, di volere a tutti i costi la verità in quello che ci accade.
Padre Aldo.
26/12/2013
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La pace viene dal guardare la Madre Di Dio (Contributi 925)

Ecco un articolo di Gloria Riva da La Bussola:


Benché colorato di fuochi d’artificio, i botti tra petardi e bottiglie di spumante stappate, raggiungere l’ultimo giorno di ogni anno è un po’ come raggiungere la cima solitaria di un monte: siamo costretti a guardare sotto e a dare uno sguardo panoramico al cammino percorso. Così se la Chiesa nell'ultimo giorno dell’anno ci invita a rendere grazie cantando il Te Deum, nel primo giorno dell’anno seguente ci fa cantare il Veni creator, sicuri del bisogno che abbiamo di esser guidati e protetti nel cammino della vita.
C’è un piccolo oratorio dedicato alla Madonna, nelle vicinanze del nostro Monastero in Pietrarubbia, che ci è molto caro: lo si raggiunge inerpicandosi per la ripida salita che porta al Cippo del Monte Carpegna, una salita divenuta famosa per il campione italiano di ciclismo Marco Pantani. Nei mesi invernali quando la neve tutto copre d’immacolato splendore, raggiungere la piccola chiesetta di Santa Maria é come percorrere il cammino dei pastori verso Betlemme. 
Giunti alla meta, lo spettacolo che il piccolissimo oratorio offre é degno coronamento alla fatica. Sulla parete orientale della celletta campeggia una piccola tela di una bellezza indicibile. L'opera reca la firma, per gli studiosi, di Nicolò Berrettoni (1637-1682), pittore di Macerata Feltria, formatosi a Pesaro sulla scia dei pittori emiliani e attivo anche a Roma accanto al Maratta. Reca la sua firma, ma la mano che ha condotto l'artista è di Qualcun Altro. 
Gli ardori della salita si placano di fronte alla vista di questa dolcissima Madre con il suo Bambino. Sembra davvero di ripercorre l'esperienza degli antichi adoratori del Verbo Incarnato: dei pastori, ma anche dei Magi i quali, giunti a Betlemme, videro il Bambino e sua Madre. Sì, il bambino e sua madre e nulla più: questo é ciò che l'opera del Berrettoni ci consente di vedere. Ed è anche tutto ciò che ci basta.
Le piccole dimensioni della tela (72 x 59) non diminuiscono l'impatto visivo, anzi. Il dipinto ritrae la Vergine nel gesto, spontaneo e materno, di riporre il Figlio ormai addormentato nella culla. Il movimento solleva il velo della Madre lasciando intravedere un Bimbo bellissimo e dolce, totalmente abbandonato al sonno e alla braccia materne. Il bambino é tanto vivo e reale da stimolare in chi lo osserva il desiderio di accostarglisi e prenderlo in braccio.
La culla, allora si comprende, è il nostro cuore. A questo mirano le infinite natività, le belle e varie rappresentazioni della Vergine Madre con il divino Infante: aprire il credente alla venuta del Verbo nel suo cuore e alla conversione cui, questo Verbo, continuamente spinge. 
Forse per questo la Madre del Berrettoni è pensosa e rivolge lo sguardo verso di noi, uno sguardo non diretto, ma quasi perso e lontano. Uno sguardo pensoso appunto, che rivela il triste presentimento che nessun cuore umano sia veramente in grado di accogliere e comprendere la Parola e la Vita di questo Bambino. Così l'artista ha escluso qualunque presenza umana dalla sua piccola opera. Gli unici spettatori dell'evento sono gli angeli che sembrano provenire dal cono di luce che si fa strada sulla tela dall'angolo alto a destra.
La Madre veste il bianco, il rosso e il blu, i colori classici destinati a Cristo e alla sua Vergine Madre, i colori dei Trinitari che vedevano nel blu il Mistero del Padre, nel bianco lo splendore dello Spirito, nel rosso la Carne del Verbo. 
La carne luminosa di questo bimbo, infatti, apre all'uomo la via verso la Trinità. Quel paradiso chiuso all'uomo per la presenza di un angelo dalla spada infuocata, si riapre grazie al canto del “Gloria” da parte degli angeli che nella loro purezza spirituale eccelsa si abbassano ad adorare un uomo. Essi, più di noi, vedendo la carne di un neonato riconoscono e adorano il loro Dio.
Berrettoni ci invita a guardare al Mistero della Madre di Dio dal punto di vista, elevato, dello sguardo degli angeli. Di fronte a quest'opera e allo sguardo mesto e sereno di Maria, siamo chiamati ad interrogarci sulla qualità della nostra fede, su quanto siamo pronti a riconoscere nella nostra vita la Presenza di Dio nelle umili pieghe del quotidiano.
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E tu chi sei? (Interventi 182)

Che chiarezza ci mostra Giovanni Battista nel definire se stesso! Siamo alla ricerca del senso della nostra vita e della nostra identità e ci troviamo spesso insoddisfatti e confusi. La pagina odierna ci insegna a riconoscere il nostro volto autentico in ciò che Dio ci chiama a compiere. La nostra identità è descritta dalla missione che Dio ci ha affidato personalmente. Non sono gli altri a dirci chi siamo, né dobbiamo rispondere a ciò che gli altri si aspettano da noi: solo Dio custodisce il nostro nome autentico, e lo lega a sé nel farci partecipi della sua missione nella storia. 

Nel Vangelo di oggi incontriamo la figura di Giovanni il Battista. A coloro che erano stati inviati dai farisei, per interrogarlo sulla sua identità, egli dice chi “non è”. Questi uomini continuano ad interrogare il Battista perché vogliono intrappolare la figura di Giovanni in un cliché, in qualcosa di predefinito, di già noto. Invece, Giovanni si definisce come “voce di uno che grida nel deserto”: uno che non pretende di essere qualcosa di più o qualcosa di diverso del semplice strumento ma dimostra una grande disponibilità ad essere testimone del piano di salvezza pensato dal Signore. Giovanni reputa “colui che viene dopo” molto più importante di se stesso. Con il Battista e Gesù, assistiamo a un ribaltamento della scala di valori: quello che viene dopo conta più di quello che viene prima. Non contano le tue cariche, o i tuoi titoli, ma ciò che fai, anzi, quello che il Signore ha deciso tu faccia. Il progetto di Dio rivelato ed accolto, diventa il senso dell’agire e dell’essere. Ecco perché, in Gesù, essendo Dio, si raggiunge la pienezza di senso dell’essere e dell’agire. Quale contrasto tra la morbosità dei farisei, che cercano un’identità definita, perché il diverso e il nuovo spaventano, e il completo disinteresse di Giovanni nel farsi un nome! 
Al contrario, la nostra umanità ci fa fare esperienza di una continua necessità di avere una qualifica, di occupare un ruolo ben stabilito, del bisogno spasmodico di arrivare primi anche a scapito degli altri. Spesso dimentichiamo che con il Battesimo riceviamo da Dio gratuitamente il nome di figli e un compito importante e unico: accogliere il proprio nome e la propria missione, come Dio l’ha pensata proprio per ciascuno, significa vivere in pienezza.
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mercoledì 1 gennaio 2014

2014 (Post 155)

Dopo molto tempo torno a scrivere qualcosa di mio in questo blog. 
L'anno appena concluso è stato per me abbastanza faticoso ma comunque non sono mancati segnali della Misericordia di Dio. 
Desidero soltanto augurare a tutti i lettori o frequentatori di questo piccolo lavoro (che ha come unico scopo il desiderio di tener vivo e, se possibile, incrementare uno sguardo cattolico alla realtà) un 2014 ricco di ogni benedizione e nel quale sia possibile andare ancora più decisamente con il cuore e con la mente incontro a Gesù, unico salvatore e redentore dell'uomo. 
Lo auguro a tutti e a ciascuno.
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Solennità di Maria SS.ma Madre di Dio 1-gen-2014 (Angelus 172)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e buon anno!
All’inizio del nuovo anno rivolgo a tutti voi gli auguri di pace e di ogni bene. Il mio augurio è quello della Chiesa, è quello cristiano! Non è legato al senso un po’ magico e un po’ fatalistico di un nuovo ciclo che inizia. Noi sappiamo che la storia ha un centro: Gesù Cristo, incarnato, morto e risorto, che è vivo tra noi; ha un fine: il Regno di Dio, Regno di pace, di giustizia, di libertà nell’amore; e ha una forza che la muove verso quel fine: la forza è lo Spirito Santo. Tutti noi abbiamo lo Spirito Santo che abbiamo ricevuto nel Battesimo, e Lui ci spinge ad andare avanti nella strada della vita cristiana, nella strada della storia, verso il Regno di Dio.
Questo Spirito è la potenza d’amore che ha fecondato il grembo della Vergine Maria; ed è lo stesso che anima i progetti e le opere di tutti i costruttori di pace. Dove è un uomo o una donna costruttore di pace, è proprio lo Spirito Santo che li aiuta, li spinge a fare la pace. Due strade si incrociano oggi: festa di Maria Santissima Madre di Dio e Giornata Mondiale della Pace. Otto giorni fa è risuonato l’annuncio angelico: “Gloria a Dio e pace agli uomini”; oggi lo accogliamo nuovamente dalla Madre di Gesù, che «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc2,19), per farne il nostro impegno nel corso dell’anno che si apre.
Il tema di questa Giornata Mondiale della Pace è «Fraternità, fondamento e via per la pace». Fraternità: sulla scia dei miei Predecessori, a partire da Paolo VI, ho sviluppato il tema in un Messaggio, già diffuso e che oggi idealmente consegno a tutti. Alla base c’è la convinzione che siamo tutti figli dell’unico Padre celeste, facciamo parte della stessa famiglia umana e condividiamo un comune destino. Da qui deriva per ciascuno la responsabilità di operare affinché il mondo diventi una comunità di fratelli che si rispettano, si accettano nelle loro diversità e si prendono cura gli uni degli altri. Siamo anche chiamati a renderci conto delle violenze e delle ingiustizie presenti in tante parti del mondo e che non possono lasciarci indifferenti e immobili: c’è bisogno dell’impegno di tutti per costruire una società veramente più giusta e solidale. Ieri ho ricevuto una lettera di un signore, forse uno di voi, che mettendomi a conoscenza di una tragedia familiare, successivamente elencava tante tragedie e guerre oggi, nel mondo, e mi domandava: cosa succede nel cuore dell’uomo, che è portato a fare tutto questo? E diceva, alla fine: “E’ ora di fermarsi”. Anche io credo che ci farà bene fermarci in questa strada di violenza, e cercare la pace. Fratelli e sorelle, faccio mie le parole di quest’uomo: cosa succede nel cuore dell’uomo? Cosa succede nel cuore dell’umanità? E’ ora di fermarsi!
Da ogni angolo della terra, oggi i credenti elevano la preghiera per chiedere al Signore il dono della pace e la capacità di portarla in ogni ambiente. In questo primo giorno dell’anno, il Signore ci aiuti ad incamminarci tutti con più decisione sulle vie della giustizia e della pace. E incominciamo a casa! Giustizia e pace a casa, tra noi. Si incomincia a casa e poi si va avanti, a tutta l’umanità. Ma dobbiamo incominciare a casa. Lo Spirito Santo agisca nei cuori, sciolga le chiusure e le durezze e ci conceda di intenerirci davanti alla debolezza del Bambino Gesù. La pace, infatti, richiede la forza della mitezza, la forza nonviolenta della verità e dell’amore.
Nelle mani di Maria, Madre del Redentore, poniamo con fiducia filiale le nostre speranze. A lei, che estende la sua maternità a tutti gli uomini, affidiamo il grido di pace delle popolazioni oppresse dalla guerra e dalla violenza, perché il coraggio del dialogo e della riconciliazione prevalga sulle tentazioni di vendetta, di prepotenza, di corruzione. A lei chiediamo che il Vangelo della fraternità, annunciato e testimoniato dalla Chiesa, possa parlare ad ogni coscienza e abbattere i muri che impediscono ai nemici di riconoscersi fratelli


Dopo l'Angelus:
Fratelli e sorelle,
desidero ringraziare il Presidente della Repubblica Italiana per le espressioni augurali che mi ha rivolto ieri sera, durante il suo Messaggio alla Nazione. Ricambio di cuore, invocando la benedizione del Signore sul popolo italiano, affinché, con il contributo responsabile e solidale di tutti, possa guardare al futuro con fiducia e speranza.
Saluto con gratitudine le tante iniziative di preghiera e impegno per la pace che si svolgono in ogni parte del mondo in occasione della Giornata Mondiale della Pace. Ricordo, in particolare, la Marcia nazionale che ha avuto luogo ieri sera a Campobasso, organizzata da CEI, Caritas e Pax Christi. Saluto i partecipanti alla manifestazione “Pace in tutte le terre”, promossa a Roma e in molti Paesi dalla Comunità di Sant’Egidio. Come pure le famiglie del Movimento dell’Amore Familiare, che hanno vegliato stanotte in Piazza San Pietro. Grazie! Grazie per questa preghiera.
Rivolgo un saluto cordiale a tutti i pellegrini presenti, alle famiglie, ai gruppi di giovani. Un pensiero speciale va ai “Cantori della Stella” – Sternsinger –, cioè bambini e ragazzi che in Germania e Austria portano nelle case la benedizione di Gesù e raccolgono offerte per i bambini che mancano del necessario. Grazie del vostro impegno! E saluto anche gli amici e i volontari della Fraterna Domus.
A tutti auguro un anno di pace nella grazia del Signore e con la protezione materna di Maria, che oggi invochiamo con il titolo “Madre di Dio”. Cosa vi sembra se tutti insieme la salutiamo, adesso, dicendo tre volte “Santa Madre di Dio”? Tutti insieme: Santa Madre di Dio! Santa Madre di Dio! Santa Madre di Dio! Buon inizio dell’anno, buon pranzo e arrivederci!
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