Benvenuti
Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Vi propongo questa catechesi di Don Vincenzo Carone:
Nella Sacra Scrittura leggiamo: la Parola di Dio è viva, efficace, penetrante e tagliente.
Cercherò per quanto è possibile di farti comprendere il significato profondo di queste parole che per molti sono misteriose.
Tu sai che Gesù è la Parola di Dio che si è fatta uomo, nel rapporto con noi, quando tu accogli la Parola, cioè la consideri la guida del tuo essere e delle tue azioni, accogli il Signore. Lo senti prima vicino, col tempo e l’esperienza lo senti dentro di te e infine tu ti senti in Lui, io vivo, diceva San Paolo, ma è Cristo che vive in me, il mio vivere è Cristo.
Prova a perseverare nell'ubbidienza alla fede, nella partecipazione alla Eucarestia e nella preghiera e vedrai che l’esercizio costante delle virtù cristiane ti porteranno a vivere quello che ti sto dicendo.
Cristo vive in me, la Parola contiene la stessa vita divina e per questo è efficace, penetra la profondità del tuo essere, ti cambia radicalmente non nel tuo temperamento, non elimina le tue miserie e fragilità, edifica in te una mentalità nuova, le convinzioni diventano diverse dalle tue, ti apre la prospettiva di una vita vissuta e sacrificata unicamente per l’amore a Dio e al prossimo.
Realizzi cosi la raccomandazione del Signore: rinneghi te stesso, prendi la tua croce quotidiana e lo segui sulla via della preghiera e delle opere buone. Infine la Parola di Dio è tagliente, cioè divide in due il tuo essere uomo e il tuo essere figlio di Dio, mentre lo divide lo riunisce in una unità sostanziale diversa da quella di prima.
Prima tu eri un uomo che viveva la sua vita sulla terra per realizzare un progetto che ti eri posto fin dall'inizio. Tutto dipendeva da te, tu tendevi a concretizzare i tuoi desideri e i tuoi sogni.
Adesso invece tu sei un uomo che vive intensamente la sua vita terrena non più come uomo, ma come figlio di Dio.
L’adempimento dei tuoi doveri, il tuo operare nella società, il successo, l’insuccesso, le persone con cui dividi la tua esistenza terrena, tutto diventa il luogo dove tu vuoi sviluppare e realizzare le virtù cristiane.
Il prossimo, sia quello vicino e sia quello lontano, non è più visto nella prospettiva di una convivenza pacifica, è visto invece come il destinatario delle tue opere buone e dei tuoi sacrifici, queste opere fanno nascere e vivere la tua esistenza in un amore intimo e profondo con Cristo.
Spero di essere riuscito a farti capire che il cristianesimo non ti distrugge la vita umana, ma la trasforma in vita divina che si sviluppa e realizza nella vita umana, se ci tieni a sapere come vanno veramente le cose, devi rivolgerti allo Spirito Santo.
Il compito dello Spirito del Signore non è quello di dispensare doni straordinari che fanno di te un uomo superiore agli altri. lo Spirito Santo taglia dal male e unisce a Cristo la tua esistenza terrena e ti dona “i doni straordinari” unicamente affinché tu trasformi la tua esistenza di uomo in un uomo che diventa figlio di Dio.
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Cari amici,
la Regina della pace sta chiamando e formando i "suoi apostoli".
I suoi ultimi messaggi esprimono la sua sollecitudine di avere persone preparate ad affrontare il tempo della prova della fede, durante il quale le anime saranno passate al setaccio.
Vuole che i suoi apostoli siano pieni di sapienza e di forza divine. La sapienza per insegnare e per giudicare secondo la verità di Dio.
La forza per andare controcorrente e per resistere all'impero del male.
La battaglia va combattuta con la testimonianza quotidiana dell'amore di Dio, che si è rivelato in Gesù Cristo.
Ci chiede il digiuno e la preghiera perché Lei possa ottenere da suo Figlio le grazie necessarie.
Ci ammonisce a non prendere alla leggera la responsabilità che ci ha affidato e di non affliggere il suo Cuore materno.
Vuole fidarsi di noi, ma sembra in apprensione perché ci vede deboli.
Per questo apre il messaggio esortandoci alla perseveranza.
Cari amici, diciamo "Sì, Sì" alla Madre.
Non ci pentiremo di esserci messi al suo servizio.
Ricominciamo ogni giorno.
Vostro P. Livio
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Leggo e riporto questa intervista dal sito della Fraternità Sacerdotale San Carlo:
L’11 ottobre 2012 è iniziato l’anno della fede, indetto da papa Benedetto a cinquant’anni dall’apertura del Concilio Vaticano II. Fede è parola misteriosa, spesso sepolta sotto un cumulo di pregiudizi, pensieri, dibattiti. Abbiamo chiesto a don Paolo Sottopietra, vicario generale della Fraternità san Carlo, di aiutarci a capirla meglio.
E a entrare nella sua profondità.
Che cos’è la fede?
Nel XXIV canto del Paradiso, Dante mette in bocca a san Pietro una domanda: «Questa cara gioia sulla quale ogni virtù si fonda, onde ti venne?» E con «cara gioia» intende la fede: pietra preziosa e vera letizia insieme. Questo ci ricorda che credere, vivere la fede, è innanzitutto qualcosa che ci spalanca l’animo. È un’esperienza che ci libera, non un’esperienza opprimente. È come trovare una gemma lungo il proprio cammino. Così, parlare della fede è parlare della possibilità della gioia. E scoprire cosa può davvero darcela.
Da dove viene la gioia?
La gioia viene dall'esperienza del dono, da qualcosa che ci viene donato senza che ce lo meritiamo, senza che neppure ce lo aspettiamo. La gioia non deriva da qualcosa che noi facciamo. Pensiamo alla grande battaglia del Papa contro la tentazione di porre la speranza in ciò che l’uomo produce, fa da se stesso. Contro una concezione del sapere come potere. La gioia non consiste in ciò che noi facciamo. Quando siamo noi i protagonisti proviamo magari soddisfazione, spesso orgoglio, oppure compiacimento di noi stessi; ma queste sono soltanto parodie della gioia.
La gioia viene da un dono.
Ma cosa ci viene donato? Cosa desideriamo di più nella vita? Desideriamo saperci e sentirci amati. Voluti. Così, l’anno della fede vuole innanzitutto ricordarci che Dio è una presenza buona, positiva, amante. Non è un pericolo e neppure un traditore. È qualcuno che ci ama. E noi possiamo partecipare al suo amore, possiamo ricambiarlo.
Che cosa vuol dire scoprire che Dio è una presenza buona?
Vuol dire innanzitutto riscoprire la preghiera. Nella vita di tutti i giorni, vivere la fede vuol dire cercare un rapporto con Dio. E il rapporto quotidiano con Dio è la preghiera. La fede diventa così desiderio di conoscere meglio Gesù e i santi. In questo modo, possiamo anche conoscere meglio noi stessi: più il dialogo con Dio entra nella nostra vita, più il nostro essere fiorisce. Se la nostra anima si apre a Dio, il nostro spirito, il nostro io più profondo, diventa più forte, più vivo.
Come vivrà la Fraternità san Carlo questo anno della fede?
Innanzitutto vuole prestare attenzione a quello che il Papa ha detto e dirà. Vogliamo seguire l’ideale che Benedetto ci indica con quella sua capacità magistrale di essere semplice quando parla. Il Papa lotta contro l’idea di un cielo “chiuso”, di un orizzonte soffocante, in cui non ci può essere rapporto con Dio. Se il cielo è chiuso, le esperienze più profonde dell’uomo non hanno senso: non ha senso l’amore, non ha senso la giustizia, non ha senso la libertà, non ha senso la bellezza. C’è solo la morte, la violenza, l’assurdità del destino. E rimane soltanto il disperato tentativo dell’uomo di rimanere sulla cresta dell’onda della storia. Ma il cielo non è chiuso, e il Papa ci invita a riscoprire il Padre esigente e misericordioso che lo abita e che desidera che gli uomini lo amino.
Qual è il cuore del messaggio del Papa? Dove vuole portarci?
A percepire la fede come una chiamata. Questa è l’esperienza decisiva, senza la quale la fede rimane qualcosa di astratto. Se non percepiamo l’esistenza di Dio Padre come un appello alla nostra vita, che ci chiama in causa personalmente, nella circostanza quotidiana, la fede sarà una questione marginale. Non ci coinvolgerà. Tutto si gioca nella profondità con cui l’appello del Mistero è colto da ciascuno di noi e nella decisione con cui rispondiamo ad esso. La fede è una chiamata, ecco cosa significa che la fede è un dono.
Come possiamo capire se la nostra fede è viva?
C’è un modo semplice: la nostra fede è viva quando la nostra speranza è determinata dai contenuti del Credo e non dalle nostre capacità o dai nostri successi. I contenuti del Credo, quelli che recitiamo la domenica, quelli a cui aderiamo nella preghiera: Dio padre onnipotente, Gesù disceso dal cielo, crocifisso e risorto, lo Spirito Santo, la Chiesa… se queste cose sono il vero orizzonte in cui ci muoviamo tutti i giorni, se sono il motore della nostra speranza quotidiana, allora la fede è in dialogo vivo. E genera testimonianze commoventi, anche di fronte al mistero del dolore e della morte.
Se la fede è dono, dobbiamo soltanto aspettare che accada?
Tutto è dono. E proprio il fatto che dipendiamo, che non possiamo aggiungere neppure un giorno alla nostra vita, e comunque non possiamo renderla eterna, ci porta a Colui da cui tutto viene. Ci porta a cercare Dio e, cercandolo, a conoscerlo.
Più lo conosciamo, però, ecco il punto, più l’esperienza della fede diventa esigenza di cambiamento: veniamo infatti attirati dalla bellezza di Dio e capiamo anche che a Dio dobbiamo rispondere. Questo non ci deve spaventare: al contrario, è una possibilità di pace. Pace nei rapporti, a cominciare da quello con noi stessi e con le persone che amiamo di più. Parlo di una pace realistica, non magica; una pace che non dimentica le ferite, che non censura il male; fondata sul perdono, sulla possibilità di riaccogliere e di ricominciare. Queste esperienze così intime e così personali sono già in realtà il cambiamento del mondo, a partire dalla famiglia, per allargarsi poi alla società.
Se uno desidera una fede così, gioiosa, buona, laboriosa, che cosa deve fare?
Stare vicino a quelli che hanno risvegliato in lui questo desiderio. E mettersi in ascolto di ciò che dicono, di ciò che vivono. Questo lo aprirà ad un mondo nuovo.
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Un intervento di Mons. Luigi Negri a conclusione del Sinodo
Che cosa mai si saranno dette le schiere di porporati e vescovi che per quasi tutto il mese di ottobre si sono riuniti a Roma con il Papa durante i lavori del sinodo? Bastava essere ieri sera a Monza, all’Urban Center di via Turati 6, a due passi dalla stazione del treno, per scoprirlo. In una sala gremita da almeno duecento persone, molte delle quali in piedi, i presenti hanno avuto l’opportunità di ascoltare la testimonianza diretta di monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino e Montefeltro, invitato dal Centro Culturale Talamoni, insieme all’arciprete di Monza, monsignor Silvano Provasi, a dialogare sul tema “Il mistero della Chiesa tra peccato e redenzione”. Negri è stato uno dei pochi prelati a essere stato invitato personalmente da Benedetto XVI al sinodo romano. Ecco di seguito i principali passaggi, liberamente appuntati da chi scrive, enucleati nel suo intervento di ieri dal vescovo di origini milanesi e da sette anni trapiantato nella diocesi sammarinese.
PERCHE’ LA CHIESA.

«Se si vuole parlare della Chiesa oggi – ha esordito Negri – non si può che partire dalla nostra esperienza di uomini». Ma proprio la sua esperienza di uomo, prima che di prete e di vescovo, gli ha insegnato che oggi ad essere in crisi non è tanto la nozione di Chiesa, quanto piuttosto l’idea di “mistero”; e «quando si parla di Chiesa, in primo piano c’è sempre la parola “mistero”», perché «è il mistero di Cristo che si dà nella sua Chiesa». Gesù Cristo, infatti, «non è finito in un libro o in un’impostazione morale; è finito nel Suo popolo». Per questo, «per capire Cristo e la Chiesa oggi bisogna capire prima il mistero». Altrimenti è inevitabile scadere in una «riduzione intimistica» del fenomeno religioso. Del resto, anche Reinhold Neibuhr già aveva compreso che «non esiste risposta più assurda di quella a una domanda che non si pone». E questo vale anche per l’uomo contemporaneo che «crede solo nella sua istintività» e «per risolvere i suoi problemi, non sa fare altro che affidarsi alla tecnica e alla tecnologia che è l’ultima delle tecniche» in una società ormai in preda a un «individualismo teso solo al raggiungimento del benessere».
MISTERO E MODERNITA’.
È «la modernità che ha provato a eliminare il mistero», ha provato a ricacciare l’uomo nella totale «separazione tra ragione e mistero», respingendo l’idea stessa di “mistero”. «Nulla di misterioso ci sarebbe dunque nell’esperienza umana». Peccato che questo «filo conduttore imponente della modernità, che con i totalitarismi del Novecento è divenuto ideologia dominante, fino a portare gravi conseguenze nella vita della società», non è riuscito a «cancellare dal cuore stesso dell’uomo il bisogno di altro, del mistero». Nemmeno ora che è rimasto vittima degli innumerevoli “ismi” della storia. Nel cuore di questo uomo che, come diceva Giovanni Paolo II al Meeting di Rimini nel 1982, ricordato da Negri, «è annichilito ma non distrutto», il mistero, infatti, «anche se in negativo, è ancora presente». L’uomo, diceva Pascal, supera infinitamente l’uomo. E l’uomo, anche oggi, «vuole veder Dio, anche quando non gli sembra più possibile».
LA SAMARITANA E UN FATTO.
È a questo punto che Negri entra nel vivo dei contenuti del sinodo di Roma. Perché non c’è uomo o donna che non abbia provato a sentirsi, almeno una volta nella vita, come la donna di Samaria che, «come genialmente l’ha descritta il Papa ai padri sinodali, si trova accanto a un pozzo con un’anfora vuota, nella speranza di trovare l’esaudimento del desiderio più profondo del cuore, quello che solo può dare significato pieno all’esistenza, ma senza risorse reali per colmare la sete della vita. È una donna – continua Negri – che si trova nella stasi di una vita puramente reattiva». Ebbene, è a questa donna, che è ciascuno di noi, che «si presenta un uomo che si propone di camminare con lei». Una «proposta incredibile».
UN UOMO, NON UN’IDEA.
«Il cristianesimo – spiega Negri – è questo fatto: il Mistero che si fa presente, si dice in una presenza: quello che voi non potete conoscere, io ve l’annuncio». Una presenza carnale, irriducibile, che «accetta la sfida della storia, dicendo: “io sono Dio”». È sorprendente per la sua concretezza il passaggio del Catechismo della Chiesa Cattolica che monsignor Negri cita per rendere evidente la storicità di questo fatto: «Noi crediamo e professiamo che Gesù di Nazareth, nato ebreo da una figlia d’Israele, a Betlemme, al tempo del re Erode il Grande e dell’imperatore Cesare Augusto, di mestiere carpentiere, morto crocifisso a Gerusalemme, sotto il procuratore Ponzio Pilato, mentre regnava l’imperatore Tiberio, è il Figlio eterno di Dio fatto uomo, il quale è “venuto da Dio” (Gv 13,3), “disceso dal cielo” (Gv 3,13; 6,33), venuto nella carne; infatti “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. [...] Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia”».
E OGGI?
«Il Cristo nella Sua totalità, spiegava già Sant’Agostino, è il Cristo nella Chiesa – incalza il vescovo di San Marino – è qui che permane la Sua potenza di Crocifisso e Risorto». La Sua presenza, infatti, continua nella «struttura sacramentale della Chiesa». La potenza di Dio viene così «racchiusa nella materialità del pane e del vino», di una carnalità. Per questo anche noi oggi «Cristo lo incontriamo nel Suo popolo, nelle circostanze obiettive e concrete della vita», attraverso «l’assunzione critica delle questioni in cui ci imbattiamo». Ed è proprio «il mistero di Cristo alla base del mistero della Chiesa». Qui sta anche il compito dei cristiani oggi, spiega Negri, approfondendo il contenuto del sinodo sulla Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana: «Indirizzare lo sguardo degli uomini al mistero di Cristo».
LA BATTAGLIA DELL’EDUCAZIONE.
Il tema dell’educazione è stato al centro dell’intervento di monsignor Negri nell’aula sinodale. «È soltanto nell’educazione che la fede diviene esperienza reale» e offre quella «forza morale che serve per camminare dietro al Signore». Infatti, solo verificando la pertinenza della fede alle esigenze della vita, proprio quelle che attanagliano la Samaritana seduta con l’animo vuoto sopra il pozzo, la fede «diviene esperienza di una presenza che ci cambia e dilata il cuore e la ragione». Se così non fosse la fede non diventerà mai «la novità della vita». Anzi, nel tempo, diventerà «opinabile». Ma c’è un test per verificare la fede per un cristiano? Sì. È «il primo richiamo che Gesù fa nel Vangelo: “metanoeite”, letteralmente “convertitevi”, convertite l’intelligenza, cambiate mentalità». È questo il «punto sintomatico di un modo nuovo di ragionare». Perché «la Chiesa ti educa nella misura in cui ti fa capire che la fede diventa cultura». Se no «rimane astratta». Qui «si gioca la maturità cristiana: in noi e nel mondo che desidera vedere questa mentalità nuova in noi». La fede che, come diceva anche San Carlo Borromeo, è «forma del cuore, della nostra umanità»; la fede che «abilita i credenti a comprendere meglio l’uomo», la fede di don Carlo Gnocchi che «formava un carattere nuovo e diverso». E questa è la «proposta che noi portiamo alla libertà di ciascuno». Ma ciò «non sarà possibile senza la certezza» sul mistero di Cristo.
E SE SBAGLIAMO? «Il tradimento – conclude Negri rispondendo alle domande del pubblico – non è altro che la conseguenza della miseria degli uomini. Certo, l’incoerenza svuota la vita della persona che fa esperienza dell’umiliazione. Ma il tradimento, prima di essere un tradimento morale è ideale. Noi dobbiamo essere responsabili, e chiedere di essere aiutati, in questa coerenza ideale. Allora uno matura. E diventa puro, cammina verso la purezza, come Egli è puro». Questo ha ricordato monsignor Luigi Negri, arcivescovo di San Marino e Montefeltro, ieri sera a Monza in un’aula gremita e attenta. Proseguendo con certezza sulla strada di quel pellegrinaggio che la Chiesa, come dice il De Civitate Dei di Sant’Agostino, conduce «tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio».
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Che oggi ci possa essere la pace dentro te.
Che tu possa credere nel tuo più alto potere: che tu ora ti trovi esattamente nel posto in cui il tuo destino voleva tu fossi.
Che tu possa sempre tenere a mente le infinite possibilità che nascono dalla fede.
Che tu possa usare i doni che hai ricevuto,e trasmettere l'amore che ti è stato dato...
Possa tu essere sempre contento di sapere di essere figlio di Dio...
Lascia che questa presenza si radichi nelle tue ossa, e consenti alla tua anima
di cantare la libertà, di danzare, di glorificare, e amare.
È là per ciascuno di voi!
( MADRE TERESA DI CALCUTTA )
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Nuova testimonianza di Aldo Trento dal Paraguay:
Cari amici,
le circostanze, come ci ricorda continuamente don Julián Carrón, sono fattori costitutivi della propria vocazione.
Se non riconosciamo esperienzialmente questa verità, la nostra autocoscienza sarà sempre vittima delle nostre emozioni, delle nostre reazioni. Per cui la vita sarà sempre un lamento, uno scaricare sulla realtà o sulle persone la propria rabbia.
In questi mesi non c’è stato un giorno in cui il Mistero non abbia risparmiato nè me, nè quanti mi sono più vicini. E non sempre mettendoci davanti circostanze molto difficili, ma anche banali.
L’altra sera, erano le 22, sono, come ogni notte, andato nella clinica per verificare come stavano i pazienti, se dormivano, se chi era grave stava per morire e per parlare un po’ con le infermiere, che sono quelle che portano il “peso” più duro.
Avevano appena terminato di pulire Gesù.
Per cui ho chiesto loro con che sguardo siano state davanti a Lui. Betty, un’infermiera bella e magra, mi consegna un foglio dove scrive: “Caro padre Aldo, questa notte mi sono resa conto di cosa sia la verifica della fede. Ero di turno nel blocco N° 2 della Clinica, dove Gesù è particolarmente triturato dal cancro. Non avevo mai provato nei 7 anni di lavoro nella clinica, tanto ribrezzo nel pulire Maria. Le secrezioni che uscivano da questo corpo, ormai consumato dal cancro, riempivano la stanza con un odore ripugnante. A un certo punto mi ha preso un senso di vomito. Per cui sono andata in bagno, vomitando quello che avevo mangiato. Non sapevo se ritornare da Maria (Gesù) e continuare l’igiene. Dopo un attimo mi son ricordata che quella povera donna è Gesù che soffre, per cui sono andata da lei per terminare la sua pulizia. E l’ho fatto con tanto amore, vedendo Gesù che soffriva, non tanto per il cancro, ma per la puzza che neanche lei sopportava. Ho chiesto perdono per la mia prima reazione di nausea e vomito. E questa situazione la vivono anche le mie compagne di turno. Se non ci fosse il Santissimo esposto nell’Eucaristia, sarebbe per noi impossibile avere cura di questo Gesù, con il corpo in cui sono già visibili i segni della putrefazione. Per di più viviamo un grande dolore quando i malati stessi ci dicono di non sopportare l’odore che emana il proprio corpo. Guardando Maria (Gesù) mi chiedo: “come può un essere umano, così perfetto fisicamente, giungere alla decomposizione essendo ancora vivo? Non mi è facile questo compito e se Cristo non fosse la ragione della mia vita, me ne andrei. Però offro tutto sapendo che il paziente è Gesù, per cui continuo a lottare”.
Poi ci sono anche situazioni più semplici, come il mettere ogni mattino i fiori freschi sul comodino di ogni ammalato o lo stare seduto al fianco del moribondo accompagnandolo a morire.
Spesso vedo arrivare già a notte fonda la direttrice medica o l’infettivologa.
Chiedo loro il perché. E la risposta è molto semplice; “vengo a vedere come stanno i miei figli”. L’amore della specialista in AIDS, Cristina, è per me una provocazione continua a guardare in faccia Gesù.
Amici, realmente Gesù mi ha fatto un dono grande nel creare questa clinica, in cui la morte è vinta dalla vita, cioè da Gesù.
Il dolore è grande ma Gesù lo è infinitamente di più.
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Spingi gli uomini a deporre le armi e a stringersi in un universale abbraccio di pace!
Invita i popoli, misericordioso Gesù, ad abbattere i muri creati dalla miseria e dalla disoccupazione dall'ignoranza e dall'indifferenza, dalla discriminazione e dall'intolleranza.
Sei Tu, Divino Bambino di Betlemme, che ci salvi, liberandoci dal peccato.
Sei Tu il vero ed unico Salvatore, che l'umanità spesso cerca a tentoni.
Dio della pace, dono di pace per l'intera umanità, vieni a vivere nel cuore di ogni uomo e di ogni famiglia.
Sii Tu la nostra pace e la nostra gioia!
Amen!
( MADRE TERESA DI CALCUTTA )
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Una nuova toccante testimonianza di Padre Aldo Trento dal Paraguay:
«Tutto il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi/ non lascerai che il tuo fedele veda la fossa/ mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra». Con queste parole del Salmo 15, possiamo riassumere il miracolo del costante sorriso di Hipólito, morto nella Clinica da poco tempo.
Veronica, una delle volontarie, durante la veglia funebre di questo grande e semplice uomo cantava per l’amico appena scomparso e per i suoi familiari e ci chiedeva di osservare e soffermarci sul sorriso di Hipólito. Così facendo, chi fino a quel momento si era soffermato solamente al dolore per la perdita del compagno, è stato costretto a guardare un segno evidente, perenne, eterno con il quale Hipólito era morto: un sorriso.
Grato perfino nel dolore, diceva: «Sono pieno di dolori, ma oltre a questo che cosa ho? Assolutamente niente, sono felice, sono grato». Sorella Sonia alcuni giorni prima che morisse continuava a ripetergli: «Un uomo muore come ha vissuto». È stato immediato verificare come il sorriso pacifico e indolore di Hipólito, che sorella Sonia continuava a farmi notare, fosse una testimonianza efficace di quanto sia necessario donarsi in ogni istante, esattamente come il nostro amico ha fatto.
I suoi familiari ci hanno raccontato che Hipólito amava tutto quello che gli era intorno, perfino gli animali, accettava tutto nonostante il suo dolore: con amore, affetto, sorriso e grande spirito di accoglienza. L’ultima volta che l’ho visto, stavo passando per il corridoio della Clinica e lui mi ha chiamato chiedendomi dell’acqua. Mentre gliela servivo ci siamo salutati e mi ha chiesto se fosse possibile non ricevere più molte visite, a causa dei forti dolori che lo facevano soffrire. Me lo ha domandato con un grande gesto di pazienza e allo stesso tempo di gratitudine, scusandosi per non riuscire più a intrattenere e prendersi cura delle persone che volevano venire a trovarlo.
Veronica, la sera prima della sua morte, raccontava di come Hipólito condividesse il poco che possedeva con tutti gli altri, lo donava. Come quando regalava i biscotti a Norma, un’altra paziente della Clinica, anche lei sorridente e grata e molto ammirata da Hipólito.
Io, intanto, cosa potevo dire? Non potevo vedere Cristo risuscitato, ma il sorriso di questo amico rendeva evidente al mio cuore che tutta questa sofferenza e tutta questa gratitudine sarebbero incomprensibili se non provenissero da Cristo stesso. Nessuno nel suo dolore potrebbe, senza offrirlo come ha fatto Hipólito, consegnarsi durante l’ultimo respiro con un sorriso di pace, come se stesse dormendo, come se il suo corpo non avesse smesso di esistere! Quel sorriso è qualcosa dell’altro mondo in questo mondo!
Quando abbiamo ricevuto la notizia della morte di Hipólito avevamo appena celebrato due battesimi e un matrimonio nella cappella della nuova Clinica che tra poco verrà inaugurata: un luogo ricco di particolari identici a quelli delle chiese missionarie gesuite. Una cappella in cui la prima cosa che viene in mente è quella di inginocchiarsi davanti a rara bellezza, gloria celeste e terrena del passato gesuita evocato in questo luogo. Dopo aver celebrato le sacre funzioni siamo andati a festeggiare, sempre nella “multifunzionale” Clinica. Durante il momento del valzer, improvvisamente, Andrea, una grande amica che lavora qui, mi ha detto: «Hipólito è morto, vado a trovarlo». Colpito, mi sono fermato a pensare e le ho risposto che realmente in questo luogo dolore e gioia convivono. Tutto si coniuga in una sola cosa nella vita: una sola cosa, non una dualità.
Abbiamo ballato il valzer, abbiamo tagliato la torta, abbiamo cantato, gli sposi erano grati e poi è arrivata la notizia della morte di Hipólito. La sposa è una delle infermiere della Clinica e suo marito uno dei muratori che ci hanno aiutato a costruire il pavimento della cappella e varie parti della nuova Clinica. Vivevano con i loro figli e invece ora sono marito e moglie, sono un “di più”, uno spettacolo definito dal fatto che appartengono a un luogo in cui sono educati, in parole e opere, a vivere la vita, la fede.
Per questo hanno deciso di celebrare il sacramento del matrimonio, superando la paura che prima o poi la relazione sarebbe potuta finire. Una paura che era diventata obiezione allo sposarsi, un timore vinto quando è stato chiaro per loro che affidare a un Altro la propria relazione (vale per tutti i tipi di relazione) può far sì che lo stare insieme duri e sia per sempre! Dopo la festa abbiamo sistemato tutto e siamo saliti a salutare Hipólito all’obitorio. Uno potrebbe pensare alla sfortuna, alla disgrazia, a uno scherzo. Invece no, per noi è stato chiaro ed evidente di come Dio volesse indicare che la realtà è sua, è positiva ed eterna e che non dobbiamo censurare niente di quello che esiste. Dio ci vuole educare in tutto. Ha voluto ricordarci che è giusto festeggiare la vita ma anche festeggiare la morte perché essa non è altro che l’incontro definitivo con colui che ci ha pensati prima che fossimo concepiti nel ventre materno.
Davanti a questi fatti, resta solo la gratitudine e la domanda al Signore affinché aumenti la mia fede, perché possa morire felice, in pace, lasciando nel mio corpo senza vita il sorriso, come ricordo dei giorni terreni e nell’attesa della risurrezione, che siamo già educati ad attendere e guardare nei fatti quotidiani.
Ritorna con questa bella meditazione Don Luciano:

Credo che tutti abbiate visto in TV almeno una volta una partita di pallavolo... quelle belle, della nazionale - e allora conoscete la scena. La tua squadra perde un punto dopo l'altro, il muro non riesce, gli schiacciatori sbagliano, e il set sta per essere compromesso. L'allenatore si alza in piedi, con il gesto della mano chiede il time-out - e immediatamente comincia a lavorare sulla squadra. Qualcuno beve un sorso d'acqua, qualcuno si asciuga il sudore - ma tutti ascoltano attenti le parole dell'allenatore. Adesso, con i microfoni a bordo campo, è persino possibile sentire quello che dice. Poche volte corregge i giocatori – sono professionisti e sanno stare in campo. Il più delle volte li incoraggia, dice che la partita è ancora tutta da giocare. Sta di fatto che quelle semplici parole fanno effetto - quando tornano in campo la squadra si è trasformata!
Viviamo in un mondo dove tutti prima o dopo affondiamo sotto i colpi di qualche avversario - la salute, i soldi, un evento, una persona. E anche tu conosci un mucchio di gente che si sente sconfitta, battuta, pronta ad abbandonare la partita. Quello che li può tenere ancora in gioco è che trovino qualcuno che gli faccia fare un time-out e li rincuori per un altro set.
Spero che quel qualcuno sia tu.
Abbiamo a questo proposito uno straordinario esempio nella Parola di Dio. In Atti degli Apostoli 4, 36 ci viene presentato «Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa "figlio dell'incoraggiamento"». C'era qualcosa in lui, nel suo modo di fare, che aveva fatto sì che gli apostoli appena lo vedevano pensavano all'esortazione positiva, all'incoraggiamento. Alla ricarica. Mi domando se è la stessa cosa che la gente pensa di te quando ti vede.
Ogni volta che compare negli Atti degli Apostoli, Barnaba ci mostra come agisce il figlio dell'incoraggiamento. In Atti 9, per esempio, quando nessuno dei discepoli voleva persino sentire nominare Saulo di Tarso, anche se si era convertito - avevano paura che fosse un trucco per dare la caccia ai cristiani - Barnaba è stato l'unico che ha creduto in lui, è andato a cercarselo, lo ha presentato alla comunità, e ha fatto in modo che vi fosse accolto. Chi fa come Barnaba crede nelle persone quando nessun altro ci crede più.
Spero che anche tu sia così.
In Atti 11,22-24 ci viene detto che Dio aveva cominciato a lavorare tra i pagani e a convertirli. «La notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, la quale mandò Barnaba ad Antiochia. Quando questi giunse e vide la grazia del Signore, si rallegrò e, da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede, esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore. E una folla considerevole fu condotta al Signore». Ecco un'altro aspetto del figlio dell'incoraggiamento - è capace di vedere quello che Dio sta facendo nella vita degli altri e soffia sulla brace perché si infiammi.
Ora, se pensi che questa missione di figlio dell'incoraggiamento sia riservata solo a un gruppo scelto di persone come Barnaba, non dimenticarti quello che Dio dice a ciascuno di noi: «Incoraggiatevi a vicenda ogni giorno» (Ebrei 3,13). Allora, che aspetti? Stai guardando le cose giuste e belle che qualcuno sta facendo e lo stai ringraziando per questo? Stai davvero facendo sentire importante una persona quando sta insieme a te - o la senti piuttosto un ostacolo alle tue cose importanti che in quel momento avevi in mente di fare? Sai ascoltare il loro cuore - e non solo le loro parole? Sai guardare a quello che Dio sembra realizzare nelle loro vite e incoraggiarli a continuare?
Guardi alle loro cose positive e glielo dici? In ogni caso, questo ministero dell'incoraggiamento è alla portata di tutti - e magari è proprio quello che ti serve per uscire dalla fossa del tuo vittimismo e del guardare sempre a te stesso. Questo ministero dell'incoraggiamento inizia in primo luogo con le persone della tua famiglia. Sono loro quelli che ne hanno più bisogno.
Mi piace la parola "incoraggiare" - quando lo fai, metti letteralmente il coraggio dentro a quella persona. Qualcuno che forse è più bersagliato di te, più vicino a crollare di te, sull'orlo di perdere la partita più di quanto tu possa immaginare. Non saprai mai quanto il tuo incoraggiamento possa davvero fare la differenza nella vita di una persona. Quando sei a un passo dalla sconfitta, è solo quell'allenatore a bordo campo che può chiedere il time-out e farti tornare in campo trasformato.
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto
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Ama la vita così com'è.
Amala pienamente, senza pretese;
amala quando ti amano o quando ti odiano,
amala quando nessuno ti capisce,
o quando tutti ti comprendono.
Amala quando tutti ti abbandonano,
o quando ti esaltano come un re.
Amala quando ti rubano tutto,
o quando te lo regalano.
Amala quando ha senso
o quando sembra non averlo nemmeno un po'.
Amala nella piena felicità,
o nella solitudine assoluta.
Amala quando sei forte,
o quando ti senti debole.
Amala quando hai paura,
o quando hai una montagna di coraggio.
Amala non soltanto per i grandi piaceri
e le enormi soddisfazioni;
amala anche per le piccolissime gioie.
Amala seppure non ti dà ciò che potrebbe,
amala anche se non è come la vorresti.
Amala ogni volta che nasci
ed ogni volta che stai per morire.
Ma non amare mai senza amore.
Non vivere mai senza vita!
( MADRE TERESA DI CALCUTTA )
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Quando dai, dai con generosità, col viso rischiarato dalla gioia.
Non cercare di distinguere colui che è degno da colui che non lo è, che tutti gli uomini siano uguali ai tuoi occhi per amarli e per servirli, così tu potrai condurli al bene.
Il Signore non ha forse condiviso la tavola con i pubblicani e le meretrici senza allontanare da sè gli indegni? Così tu accorderai gli stessi benefici, gli stessi onori all'infedele e all'assassino, tanto più che lui è anche un fratello per te, partecipe dell'unica natura umana.
Ecco, figlio mio, un comandamento che io ti dono: che la misericordia prevalga sempre sulla tua bilancia, fino al momento in cui sentirai in te la misericordia che Dio prova verso il mondo. Quando l'uomo può riconoscere che il suo cuore ha raggiunto in sé la purezza? Quando considera tutti gli uomini come buoni, senza che qualcuno gli appaia impuro e sporco. Allora in verità, egli è puro di cuore. Che cosa è la purezza? In poche parole è la misericordia del cuore a riguardo dell'universo intero. E che cos'é la misericordia del cuore? E' l'amore bruciante per la creazione tutta, per gli uomini , per gli uccelli, per gli animali, per i demoni e per ogni essere del creato.
Quando pensa a loro e quando li guarda, l'uomo sente i suoi occhi riempirsi di lacrime, di una profonda intensa pietà che gli stringe il cuore e lo rende incapace di accettare anche il più piccolo torto, la più piccola afflizione che gravi su una creatura.
Per questo la preghiera accompagnata da lacrime si estende in ogni ora, sia sugli esseri sprovvisti di parola che sui nemici della verità, o su quelli che fanno del male, perchè siano custoditi e purificati.
Una compassione immensa e senza misura nasce nel cuore dell'uomo e lo consimila a Dio.
(Isacco Il Siro)
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Cari fratelli e sorelle!

Il Vangelo di questa domenica (Mc 12,28-34) ci ripropone l’insegnamento di Gesù sul più grande comandamento: il comandamento dell’amore, che è duplice: amare Dio e amare il prossimo. I Santi, che abbiamo da poco celebrato tutti insieme in un’unica festa solenne, sono proprio coloro che, confidando nella grazia di Dio, cercano di vivere secondo questa legge fondamentale. In effetti, il comandamento dell’amore lo può mettere in pratica pienamente chi vive in una relazione profonda con Dio, proprio come il bambino diventa capace di amare a partire da una buona relazione con la madre e il padre. San Giovanni d’Avila, che ho da poco proclamato Dottore della Chiesa, così scrive all'inizio del suo Trattato dell’amore di Dio: «La causa - dice - che maggiormente spinge il nostro cuore all'amore di Dio è considerare profondamente l’amore che Egli ha avuto per noi… Questo, più dei benefici, spinge il cuore ad amare; perché colui che rende ad un altro un beneficio, gli dà qualcosa che possiede; ma colui che ama, dà se stesso con tutto ciò che ha, senza che gli resti altro da dare» (n. 1). Prima di essere un comando - l’amore non è un comando - è un dono, una realtà che Dio ci fa conoscere e sperimentare, così che, come un seme, possa germogliare anche dentro di noi e svilupparsi nella nostra vita.
Se l’amore di Dio ha messo radici profonde in una persona, questa è in grado di amare anche chi non lo merita, come appunto fa Dio verso di noi. Il padre e la madre non amano i figli solo quando lo meritano: li amano sempre, anche se naturalmente fanno loro capire quando sbagliano. Da Dio noi impariamo a volere sempre e solo il bene e mai il male. Impariamo a guardare l’altro non solamente con i nostri occhi, ma con lo sguardo di Dio, che è lo sguardo di Gesù Cristo. Uno sguardo che parte dal cuore e non si ferma alla superficie, va al di là delle apparenze e riesce a cogliere le attese profonde dell’altro: attese di essere ascoltato, di un’attenzione gratuita; in una parola: di amore. Ma si verifica anche il percorso inverso: che aprendomi all’altro così com’è, andandogli incontro, rendendomi disponibile, io mi apro anche a conoscere Dio, a sentire che Egli c’è ed è buono. Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili e stanno in rapporto reciproco. Gesù non ha inventato né l’uno né l’altro, ma ha rivelato che essi sono, in fondo, un unico comandamento, e lo ha fatto non solo con la parola, ma soprattutto con la sua testimonianza: la Persona stessa di Gesù e tutto il suo mistero incarnano l’unità dell’amore di Dio e del prossimo, come i due bracci della Croce, verticale e orizzontale. Nell’Eucaristia Egli ci dona questo duplice amore, donandoci Se stesso, perché, nutriti di questo Pane, ci amiamo gli uni gli altri come Lui ci ha amato.
Cari amici, per intercessione della Vergine Maria, preghiamo affinché ogni cristiano sappia mostrare la sua fede nell'unico vero Dio con una limpida testimonianza di amore verso il prossimo.
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Un articolo di Tempi riprende l'omelia di Benedetto XVI alla Messa in suffragio dei Cardinali e Vescovi deceduti:
Per il cristiano con la morte non finisce tutto: si apre «la vita eterna, che non è un infinito doppione del tempo presente, ma qualcosa di completamente nuovo. La fede ci dice che la vera immortalità alla quale aspiriamo non è un’idea, un concetto, ma una relazione di comunione piena con il Dio vivente: è lo stare nelle sue mani, nel suo amore, e diventare in Lui una cosa sola con tutti i fratelli e le sorelle che Egli ha creato e redento, con l’intera creazione».
IL VALORE DELLE VISITE AL CIMITERO.
Ha detto così oggi Benedetto XVI durante l’omelia per la messa celebrata, come ogni anno, in suffragio dei cardinali e dei vescovi morti durante l’anno. In una San Pietro affilatissima, il Papa ha detto che le visite ai cimiteri «inducono a riannodare un dialogo che la morte ha messo in crisi. Così, i luoghi della sepoltura costituiscono come una sorta di assemblea, nella quale i vivi incontrano i propri defunti e con loro rinsaldano i vincoli di una comunione che la morte non ha potuto interrompere». La morte infatti, «paradossalmente, conserva ciò che la vita non può trattenere. Come i nostri defunti hanno vissuto, che cosa hanno amato, temuto e sperato, che cosa hanno rifiutato, lo scopriamo, infatti, in modo singolare proprio dalle tombe, che sono rimaste quasi come uno specchio della loro esistenza, del loro mondo. E qui a Roma, in quei cimiteri peculiari che sono le catacombe, avvertiamo, come in nessun altro luogo, i legami profondi con la cristianità antica, che sentiamo così vicina».
«È LA FEDE CHE DÀ SPERANZA».
Davanti alla morte, continua il Papa, «l’essere umano di ogni epoca cerca uno spiraglio di luce che faccia sperare, che parli ancora di vita, e anche la visita alle tombe esprime questo desiderio». Questa luce è per il cristiano la fede, che dà la «solida speranza che si fonda sulla Morte e Risurrezione di Gesù Cristo».
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Ogni giorno c'è una specie di miracolo. Non passa giorno senza che ci arrivi una delicata attenzione di Dio, un segno della sua sollecitudine.
Il miracolo più grande è che Dio si serve di piccole cose come noi. Ci usa per fare il suo lavoro… Lascia che Dio ti usi, senza consultarti!
Ciò che colpisce la gente ed induce alcune anime ad abbracciare la vita religiosa è la testimonianza della nostra vita, lo spirito con il quale rispondiamo alla divina chiamata, la totalità della nostra dedizione, la generosità, la letizia che dimostriamo nel servire Dio, l’amore reciproco, lo zelo apostolico con il quale testimoniamo l’amore di Dio per i più piccoli e i più poveri.
Quando sorridete, mie care novizie, posso ascoltare la musica del vostro sorriso. Non cercate azioni spettacolari. Quel che importa è il dono di voi stesse. Quel che importa è il grado di amore che mettere in ogni vostro gesto.
Siate fedeli nelle piccole cose, perché è in esse che sta la vostra forza… Per Dio niente è piccolo!
(Madre Teresa)
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Cari fratelli e sorelle!

Oggi abbiamo la gioia di incontrarci nella solennità di Tutti i Santi. Questa festa ci fa riflettere sul duplice orizzonte dell’umanità, che esprimiamo simbolicamente con le parole “terra” e “cielo”: la terra rappresenta il cammino storico, il cielo l’eternità, la pienezza della vita in Dio. E così questa festa ci fa pensare alla Chiesa nella sua duplice dimensione: la Chiesa in cammino nel tempo e quella che celebra la festa senza fine, la Gerusalemme celeste. Queste due dimensioni sono unite dalla realtà della «comunione dei santi»: una realtà che comincia quaggiù sulla terra e raggiunge il suo compimento in Cielo. Nel mondo terreno, la Chiesa è l’inizio di questo mistero di comunione che unisce l’umanità, un mistero totalmente incentrato su Gesù Cristo: è Lui che ha introdotto nel genere umano questa dinamica nuova, un movimento che la conduce verso Dio e al tempo stesso verso l’unità, verso la pace in senso profondo. Gesù Cristo - dice il Vangelo di Giovanni (11,52) - è morto «per riunire insieme i figli di Dio dispersi», e questa sua opera continua nella Chiesa che è inseparabilmente «una», «santa» e «cattolica». Essere cristiani, far parte della Chiesa significa aprirsi a questa comunione, come un seme che si schiude nella terra, morendo, e germoglia verso l’alto, verso il cielo.
I Santi - quelli che la Chiesa proclama tali, ma anche tutti i santi e le sante che solo Dio conosce, e che oggi pure celebriamo - hanno vissuto intensamente questa dinamica. In ciascuno di loro, in modo molto personale, si è reso presente Cristo, grazie al suo Spirito che opera mediante la Parola e i Sacramenti. Infatti, l’essere uniti a Cristo, nella Chiesa, non annulla la personalità, ma la apre, la trasforma con la forza dell’amore, e le conferisce, già qui sulla terra, una dimensione eterna. In sostanza, significa diventare conformi all’immagine del Figlio di Dio (cfr Rm 8,29), realizzando il progetto di Dio che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ma questo inserimento in Cristo ci apre - come avevo detto - anche alla comunione con tutti gli altri membri del suo Corpo mistico che è la Chiesa, una comunione che è perfetta nel «Cielo», dove non c’è alcun isolamento, alcuna concorrenza o separazione. Nella festa di oggi, noi pregustiamo la bellezza di questa vita di totale apertura allo sguardo d’amore di Dio e dei fratelli, in cui siamo certi di raggiungere Dio nell’altro e l’altro in Dio. Con questa fede piena di speranza noi veneriamo tutti i santi, e ci prepariamo a commemorare domani i fedeli defunti. Nei santi vediamo la vittoria dell’amore sull’egoismo e sulla morte: vediamo che seguire Cristo porta alla vita, alla vita eterna, e dà senso al presente, ad ogni attimo che passa, perché lo riempie d’amore, di speranza. Solo la fede nella vita eterna ci fa amare veramente la storia e il presente, ma senza attaccamenti, nella libertà del pellegrino, che ama la terra perché ha il cuore in Cielo.
La Vergine Maria ci ottenga la grazia di credere fortemente nella vita eterna e di sentirci in vera comunione con i nostri cari defunti.
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Chi vuol trovare Dio E' CHIAMATO A CONTINUA CONVERSIONE
Gesù chiama alla conversione. Questo appello e' una componente essenziale dell'annuncio del Regno: "Il tempo e' compiuto e il Regno di Dio e' ormai vicino; convertitevi e credete al vangelo" (Mc 1,15).
Fermiamoci a considerare anzitutto Giovanni Battista! Esigente ed operante, egli sta dinanzi a noi, simbolo del dovere umano. Egli chiama severamente a cambiare opinione. Chi vuol diventare cristiano deve continuamente «cambiare opinione». Chi vuol trovare Dio, deve continuamente convertirsi interiormente, andare in direzione opposta. Ogni giorno ci imbattiamo nel mondo del visibile. Irrompe in noi sui manifesti, alla TV, nel traffico, in tutte le circostanze della vita quotidiana, con una potenza tale che siamo tentati di pensare che non ci sia altro che questo. Ma in realtà l'invisibile è più grande e vale di più di tutto il visi bile. Una sola anima - ci dice una meravigliosa espressione di Pascal - vale più di tutto l'universo visibile. Ma, per sperimentare nella vita questa verità, è necessario convertirsi, rigirarsi per cosi' dire interiormente, superare l'illusione del visibile e divenire sensibili e delicati nei confronti dell'invisibile. L'uomo deve liberarsi di se stesso, liberandosi degli dei opposti: la caccia alla concupiscenza, al piacere, al possesso, al guadagno.
Si può vedere Dio solo cambiando vita!
Tuttavia, questa "vita nuova" non ha soppresso la fragilità e la debolezza della natura umana, né l'inclinazione al peccato, del quale l'uomo facilmente rimane vittima.
Si tratta quindi di un cammino di conversione, che impegna il cristiano durante tutta la sua vita. (cfr. CCC 1426-1428).
Joseph Ratzinger, Dogma e Predicazione, Queriniana, Brescia 1974, pp. 305-307
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Signore, insegnami a non parlare come un bronzo risonante o un cembalo squillante, ma con Amore.
Rendimi capace di comprendere e dammi la fede che muove le montagne, ma con l’Amore.
Insegnami quell’amore che è sempre paziente e sempre gentile; mai geloso, presuntuoso, egoista o permaloso; l’amore che prova gioia nella verità, sempre pronto a perdonare,
a credere, a sperare e a sopportare.
Infine, quando tutte le cose finite si dissolveranno e tutto sarà chiaro, che io possa essere stato il debole ma costante riflesso del tuo amore perfetto.
(Madre Teresa)
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Vergine Santa, in questo mondo in cui è presente ancora l'eredità del peccato del primo Adamo, che spinge l'uomo a nascondersi davanti al Volto di Dio e a rifiutare persino di guardarlo, noi preghiamo perché si aprano le vie al Verbo Incarnato, al Vangelo del Figlio dell'uomo, tuo dilettissimo Figlio.
Per gli uomini di questo nostro tempo, così progredito e così travagliato, per gli uomini di ogni civiltà e lingua, di ogni cultura e razza, ti chiediamo, o Maria, la grazia di una sincera apertura di spirito e di un attento ascolto della Parola di Dio.
Ti chiediamo, o Madre degli uomini, la grazia per ogni essere umano di saper accogliere con riconoscenza il dono della figliolanza che il Padre offre gratuitamente a tutti nel suo e tuo Figlio diletto.
Ti chiediamo, o Madre della speranza, la grazia dell'ubbidienza della fede, unica vera ancora di salvezza.
Ti preghiamo, Vergine fedele, perché tu, che precedi i credenti nell'itinerario della fede qui in terra, protegga il cammino di quanti si sforzano di accogliere e seguire Cristo, Colui che è, che era e che viene, Colui che è la via, la verità e la vita. Aiutaci, o clemente, o pia e dolce Madre di Dio, o Maria!
(Giovanni Paolo II)
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L'editoriale odierno di SamizdatOnLine (a firma Gianluca Zappa) ci fa considerare il vero senso delle celebrazioni di inizio novembre..
Per molti, moltissimi, ormai, inizia la settimana del lungo ponte di Halloween. In realtà sarà la settimana della festa dei Santi e della commemorazione dei defunti, ma la festa neo pagana e consumistica del carnevale della morte e l’opportunità di un lungo week end di vacanza è in cima al pensiero di tutti, ben oltre la tradizione cattolica del nostro paese. C’è da giurare che il primo di novembre saranno in pochi a recarsi in chiesa per onorare i Santi, mentre moltissimi staranno a letto a smaltire la sbronza di una notte passata con streghe e demoni.
Se riusciremo ad estraniarci da questo mix di sabba neo pagano e consumismo, forse ci sarà spazio per una timida riflessione su due argomenti che invece dovrebbero essere sempre in cima ai nostri pensieri: la morte e la vita eterna. Alla prima si pensa il meno possibile, in un goffo e patetico tentativo di esorcizzarla. Alla seconda non si crede più: è stata relegata nella soffitta delle pie consolazioni, di quelle “inventate dagli uomini”, come sostiene la critica razionalista, per consolarsi del lutto della vita. La morte e la vita eterna (le due realtà cui la tradizione cattolica del nostro paese dedica i giorni dell’1 e del 2 novembre) sono un tabù da cui stare alla larga, semplicemente perché non si hanno più ragioni valide di fronte ad esse.
Se scaviamo a fondo, e facciamo un po’ di sana autocritica, scopriamo che la nostra situazione non è poi così diversa da quella del mondo pagano, specie quello della decadenza, ad esempio quello messo in scena da Petronio nel suo Satyricon. In quel romanzo (la cui trama procede a ritmo di disordini sessuali, di rapporti etero-omo, addirittura pedofili, di allusioni e riti osceni, di volgarità, di dissolutezze, di cattivo gusto, di carpe diem di bassa lega, di mangiate colossali e colossali vomiti, di discorsi frivoli e superficiali), in quel romanzo, dicevo, aleggia continuo un senso di disfacimento, di putrefazione, un freddo e lugubre presagio di morte.
Come nella famosa scena in cui, durante il banchetto, viene portato a tavola del “Falerno Opimiamo di anni cento” e Trimalcione, il celebre padrone di casa, commenta: “Ahimè, dunque il vino ha vita più lunga dell’omuncolo!”, per poi aggiungere, immediatamente, “E allora facciamo le spugne: Il vino è vita!”. Dove, appunto, la vita è ridotta a dipendere dal vino, e la menzogna prende il sopravvento immediato su una sensata riflessione della ragione. La scena successiva ribadisce il concetto: Trimalcione si fa portare da uno schiavo uno scheletro d’argento, poi lo butta un paio di volte sulla tavola, ci gioca, gli fa assumere posizioni diverse, poi canta: “Ahinoi miseri, com’è nulla l’intero omuncolo! Così saremo tutti, dopo che l’Orco ci avrà rapiti. Dunque viviamo, finchè possiamo ancora spassarcela”. E’ una scena che in qualche modo ricorda il macabro scherzare con la morte che ci riproporrà il prossimo Halloween. Si scherza, ma, a scavare, la morte è l’unica presenza che domina il mondo.
Vorrei contrapporre a tutto questo, una delle immagini che più mi ha colpito, in assoluto. Ricordo ancora lo stupore che mi invase nell’entrare nella Sala del Consiglio del palazzo pubblico di Siena, di fronte all’imponente affresco trecentesco di Simone Martini, quello della Maestà della Madonna in mezzo ai santi. Ma non era un’età buia il Medioevo? Andate e guardate quell’affresco: sarete travolti dalla luce, dallo splendore, dall’oro delle aureole. Nel cuore stesso della vita cittadina, nel luogo in cui si faceva politica, in cui si decidevano gli affari più importanti (dalle tasse alle guerre, dalla costruzione di mercati ai trattati commerciali), c’era questo solenne richiamo alla vita eterna, al Paradiso. Non le “congreghe di streghe” immaginate da Carducci (che come tanti altri aveva una visione del tutto parziale e infondata del Medioevo), ma una famiglia di Santi che ti guardano in faccia, con gli occhi bene aperti, con dignità e vigore: quell’affresco (andate a vederlo durante il lungo ponte) dal suo mistico silenzio proclama in modo assordante: la morte è stata vinta, la morte non è l’ultima parola. Noi abbiamo vinto la morte! Noi, un’umanità nuova, non la triviale, degenerata e disperata umanità dello stanco mondo pagano.
Adesso noi, uomini d’oggi, siamo come di fronte ad un bivio: o tornare indietro (e lo stiamo facendo sempre di più), ricadendo in braccio ad una cultura che non sa come vivere perché non sa dare un senso alla morte; o progredire appoggiandoci a dei giganti che ci hanno testimoniato (spesso con sacrificio, spesso con il supremo sacrificio della vita) un destino di luce, di eterna felicità.
Se riusciremo ad estraniarci dall’allegro e gaio sabba infernale, non ci sarà di certo difficile scegliere la strada giusta.
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Un nuovo articolo di Aldo Trento dal Paraguay, le lettere di cui si parla le potete trovare nel link :

Quando sono arrivato in Paraguay mi sono messo le mani nei capelli, tanto era il disordine e la sporcizia che mi circondavano. Subito mi sono domandato: a cosa servono in questa situazione tutta la teologia e la filosofia studiata durante gli anni del seminario? Leggendo un libro di uno dei gesuiti che hanno vissuto le Riduzioni mi sono reso conto di quanto predicare, educare solamente a parole non sarebbe servito a niente, se non fosse stata la mia vita a parlare. Padre Paramas, l’autore del libro La Repubblica di Platone e i Guaranì affermava: «Gli indios non hanno la capacità di astrazione ma di imitazione e quindi è necessario educarli a guardare, a vedere, a fare esperienza della realtà». Ed è stato così che, spinto da questa verità, ho deciso che la mia unica pastorale sarebbe stata quella dell’istante, cioè mostrare a questi figli perché e come ogni particolare avesse a che fare con il Mistero. La divisione tra la fede ereditata e la vita era abissale. Approfittando della catechesi e delle omelie mi sono preoccupato, a partire dal 1989 fino a oggi, di mostrare che l’Avvenimento cristiano ha a che fare con la vita quotidiana, ovvero di testimoniare loro che il cristianesimo rende umane e belle tutte le cose.
Il libro Cristo e il lavandino (Lindau-Tempi) è una piccola sintesi delle tante catechesi fatte per educare questo popolo, il mio, a una fede viva che cambia la qualità della vita. Per questo in parrocchia non solo non c’è disordine né sporcizia, ma tutto rimanda al Mistero e alla sua bellezza. Un giorno è venuta la superiora generale di una congregazione e osservando la bellezza di ciascun dettaglio ha detto: «Qui si sente viva la presenza del Mistero, perché la bellezza che si tocca con mano parla solo di Lui. Dio è bellezza e dove questa esiste lì è più semplice riconoscere la Sua infinita presenza». Il più grande giornalista del Paraguay, gnostico ed ebreo, ha testimoniato lo stesso dopo aver visitato la clinica San Riccardo Pampuri: «Se quello che ho visto con i miei occhi e ascoltato con le mie orecchie è Dio, allora anche io posso credere nella sua esistenza».
La catechesi non solo parrocchiale, ma rivolta anche agli operai che lavorano nelle varie opere e a quelli di una multinazionale che ci hanno chiesto aiuto perché affascinati dall’ambiente nel quale viviamo, ha come unico fine quello di mostrare come la bellezza sia il segno più potente della Sua presenza. All’inizio non è stato facile perché nessuno poteva credere che la fede e la vita camminassero unite. Esisteva un disordine terribile, che era il modo normale di vivere. Quando siamo arrivati, nella parrocchia dominavano la convivenza o il concubinato ed era normale vivere in questo modo. Ma con il passare del tempo e facendo esperienza di Cristo, molti hanno chiesto di sposarsi con il sacramento del matrimonio.
Non solo, ma hanno cominciato a chiedere: «Padre, aiutaci nella costruzione della casa, nella scelta dei mobili, nella preparazione della cena». C’è stato un momento in cui durante la Messa domenicale, quella dei bambini, portavo in chiesa il letto o un altro oggetto importante della casa, per mostrare a cosa servisse il letto o il perché del materasso, delle lenzuola e come dovesse essere tenuta in ordine la casa e i bambini, imparando con facilità, tornavano a casa e spiegavano ciò che avevano imparato ai propri genitori. Nell’evangelizzazione di questi 22 anni di missione mi ha aiutato molto più mostrare ciò che ho imparato dai miei genitori che i tanti libri di teologia. E la cosa interessante è stata che la gente educata a vivere intensamente il reale nel tempo si rendeva conto dell’urgenza di conoscere Cristo e di chiedere i sacramenti. È stato un cammino lungo, e continua a esserlo, ma dopo 22 anni è nato un popolo che è il grande protagonista delle opere della carità. Un soggetto responsabile e appassionato alle opere che la Misericordia Divina ha fatto e continua a fare tra di noi. I protagonisti della clinica, del collegio, dei ricoveri per anziani… sono loro il popolo umile che si lascia educare. Sono passati 22 lunghi anni, ma adesso è uno spettacolo vederli protagonisti di tutto ciò che esiste a San Rafael. Sono diventati un richiamo continuo a livello educativo per tutti, pazienti e operai. Sono loro che adesso reclamano la pulizia, l’ordine, l’armonia, sia nelle opere sia nelle loro case. Avevano cominciato a chiedere il sacramento del matrimonio senza che nessuno gliene avesse mai parlato. Lo stesso vale per battesimo, cresima, confessione e comunione.
Non esiste particolare che non sia oggetto di attenzione, come testimoniano queste due lettere che alcune persone adulte preparano all’inizio di ogni settimana e che vengono distribuite come testo di catechesi settimanale a coloro che lavorano nelle opere. È un modo di catechizzare molto semplice, ma efficace, perché ognuno nel suo ambito è chiamato a paragonarsi con queste provocazioni, sia a casa sia nel lavoro con noi. Per me è una gioia verificare come dopo 22 anni di missione quello che era un luogo disordinato adesso viene definito da loro «l’ingresso del Paradiso». Propongo la lettura di queste lettere perché credo che sia una possibilità positiva anche per il “primo mondo”. «L’amore è una cosa grande, ma è fatto di dettagli», ripeto spesso. È il lavoro che le madri e i padri sono chiamati a vivere con i loro figli. Si educa solamente partendo dalla realtà che, come afferma san Paolo, «È il corpo di Cristo».
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Cari fratelli e sorelle!
Con la Santa Messa celebrata stamani nella Basilica di San Pietro, si è conclusa la XIII Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Per tre settimane ci siamo confrontati sulla realtà della nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana: tutta la Chiesa era rappresentata e, dunque, coinvolta in questo impegno, che non mancherà di dare i suoi frutti, con la grazia del Signore. Prima di tutto però il Sinodo è sempre un momento di forte comunione ecclesiale, e per questo desidero insieme con tutti voi ringraziare Dio, che ancora una volta ci ha fatto sperimentare la bellezza di essere Chiesa, e di esserlo proprio oggi, in questo mondo così com’è, in mezzo a questa umanità con le sue fatiche e le sue speranze.
Molto significativa è stata la coincidenza di questa Assemblea sinodale con il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e quindi con l’inizio dell’Anno della fede. Ripensare al Beato Giovanni XXIII, al Servo di Dio Paolo VI, alla stagione conciliare, è stato quanto mai favorevole, perché ci ha aiutato a riconoscere che la nuova evangelizzazione non è una nostra invenzione, ma è un dinamismo che si è sviluppato nella Chiesa in modo particolare dagli anni ‘50 del secolo scorso, quando apparve evidente che anche i Paesi di antica tradizione cristiana erano diventati, come si suol dire, «terra di missione». Così è emersa l’esigenza di un annuncio rinnovato del Vangelo nelle società secolarizzate, nella duplice certezza che, da una parte, è solo Lui, Gesù Cristo, la vera novità che risponde alle attese dell’uomo di ogni epoca, e dall’altra, che il suo messaggio chiede di essere trasmesso in modo adeguato nei mutati contesti sociali e culturali.
Che cosa possiamo dire al termine di queste intense giornate di lavoro? Da parte mia, ho ascoltato e raccolto molti spunti di riflessione e molte proposte, che, con l’aiuto della Segreteria del Sinodo e dei miei Collaboratori, cercherò di ordinare ed elaborare, per offrire a tutta la Chiesa una sintesi organica e indicazioni coerenti. Fin da ora possiamo dire che da questo Sinodo esce rafforzato l’impegno per il rinnovamento spirituale della Chiesa stessa, per poter rinnovare spiritualmente il mondo secolarizzato; e questo rinnovamento verrà dalla riscoperta di Gesù Cristo, della sua verità e della sua grazia, del suo «volto», così umano e insieme così divino, sul quale risplende il mistero trascendente di Dio.
Affidiamo alla Vergine Maria i frutti del lavoro dell’Assise sinodale appena conclusa. Lei, Stella della nuova evangelizzazione, ci insegni e ci aiuti a portare a tutti Cristo, con coraggio e con gioia.
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Una nuova, toccante testimonianza di Padre Aldo Trento dal Paraguay che ci ri-dice cos'è un sacerdote:

«Sacerdos alter Christus», mi hanno sempre insegnato fin da piccolo. Che grazia il dono del Sacerdozio, che grazia poter trovare un sacerdote! Che tristezza dove non c’è la possibilità di trovare un sacerdote, l’unico uomo al mondo che può perdonare i tuoi peccati e donarti il corpo e il sangue di Gesù! Mia madre era solita dirmi: «Figlio mio, preghiamo sempre per i sacerdoti perché, se venissero a mancare il mondo si trasformerebbe in una giungla piena di lupi. Quando mi sposai con tuo padre chiesi al Signore che se il primo figlio fosse stato maschio, Egli lo chiamasse a essere un sacerdote, se femmina, che seguisse la vocazione di consacrarsi a Lui. Per questo abbiamo promesso alla Vergine, appena tu fossi nato, che ogni notte tra il 24 e il 25 marzo ci saremmo alzati a recitare il Santo Rosario. E la Vergine ci ascoltò. E continueremo questo piccolo gesto fino alla morte, affinché tu sia fedele alla tua vocazione». Mia madre soffriva molto quando una persona parlava male di un prete. Per lei il sacerdote era Cristo stesso in mezzo a noi. Amava così tanto i consacrati che nel paese dove vivevamo costituì un gruppo formato da donne che aveva come scopo quello di lavare i vestiti dei novanta seminaristi di una congregazione religiosa che gestiva il seminario estivo. Per questo motivo, nella clinica San Riccardo Pampuri in Paraguay, tutti i giorni preghiamo per i sacerdoti. Non solo, ma in ogni letto, sulla testata, c’è un foglietto nel quale sono scritti il nome del Santo Padre, di monsignore Massimo Camisasca, di don Julián Carrón e di ogni casa dei missionari della Fraternità San Carlo. Un modo semplice attraverso cui il malato offre la sua vita, il suo dolore, la sua morte per la santità dei sacerdoti. Nella clinica poi, c’è una stanza riservata ai sacerdoti con malattie terminali che sono rimasti da soli.
In questi giorni trascorsi in Italia, sono stato a trovare un prete molto malato che quando era piccolo faceva parte del gruppo dell’oratorio dove esercitavo il mio ministero sacerdotale. È stato un incontro indescrivibile, che mi ha spinto a chiedere a un amico che mi accompagnava di aiutarmi a esprimere l’esperienza unica e commovente di quello che ho vissuto incontrandolo e che mi ha segnato profondamente. Dio voglia che tutti i giorni abbiamo a offrire le nostre preghiere per i sacerdoti.
Il sacerdote è un uomo chiamato da Cristo a dare la sua vita affinché tutti gli uomini conoscano il cammino della salvezza.
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Cari amici,
La Regina della pace, in prossimità della festa di tutti i santi, ci invita alla santità, che è il fine della vita.
Il passo fondamentale sulla via della santità è quello di vivere in grazia, in intima unione con Gesù Cristo.
Satana però cerca di sviarci e di portarci alla rovina con l'inganno, seducendo i cuori e attirandoli sulla via del peccato. "Satana vi distrugge con quello che vi offre".
Per riuscire vincitori, rinunciando al peccato, è necessario rinnovare il digiuno e la preghiera, che infondono la luce e la forza di Dio.
La Madonna ci invita ancora a pregare per le sue intenzioni e per la realizzazione dei suoi piani.
Lei conosce già le nostre necessità personali ed è ben felice di provvedere.
Vostro Padre Livio
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