Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

lunedì 12 maggio 2014

Domenica 4^ di Pasqua 11-mag-2014 (Angelus 192)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
L’evangelista Giovanni ci presenta, in questa IV domenica del tempo pasquale, l’immagine di Gesù Buon Pastore. Contemplando questa pagina del Vangelo, possiamo comprendere il tipo di rapporto che Gesù aveva con i suoi discepoli: un rapporto basato sulla tenerezza, sull’amore, sulla reciproca conoscenza e sulla promessa di un dono incommensurabile: «Io sono venuto – dice Gesù – perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Tale rapporto è il modello delle relazioni tra i cristiani e delle relazioni umane.
Molti anche oggi, come ai tempi di Gesù, si propongono come “pastori” delle nostre esistenze; ma solo il Risorto è il vero Pastore, che ci dà la vita in abbondanza. Invito tutti ad avere fiducia nel Signore che ci guida. Ma non solo ci guida: egli ci accompagna, cammina con noi. Ascoltiamo con mente e cuore aperti la sua Parola, per alimentare la nostra fede, illuminare la nostra coscienza e seguire gli insegnamenti del Vangelo.
In questa domenica preghiamo per i Pastori della Chiesa, per tutti i Vescovi, compreso il Vescovo di Roma, per tutti i sacerdoti, per tutti! In particolare preghiamo per i nuovi sacerdoti della Diocesi di Roma, che ho ordinato poco fa, nella Basilica di San Pietro. Un saluto a questi 13 sacerdoti!  Il Signore aiuti noi pastori ad essere sempre fedeli al Maestro e guide sagge e illuminate del popolo di Dio a noi affidato. Anche a voi, per favore, chiedo di aiutarci: aiutarci ad essere buoni pastori. Una volta ho letto una cosa bellissima di come il popolo di Dio aiuta i vescovi e i sacerdoti ad essere buoni pastori. E’ uno scritto di San Cesario di Arles, un padre dei primi secoli della Chiesa. Lui spiegava come il popolo di Dio deve aiutare il pastore, e faceva questo esempio: quando il vitellino ha fame va dalla mucca, dalla madre, a prendere il latte. La mucca, però, non lo dà subito: sembra che se lo trattenga per sé. E cosa fa il vitellino? Bussa col suo naso alla mammella della mucca, perché venga il latte. E’ bella l’immagine! “Così voi – dice questo santo – dovete essere con i pastori: bussare sempre alla loro porta, al loro cuore, perché vi diano il latte della dottrina, il latte della grazia e il latte della guida”. E vi chiedo, per favore, di importunare i pastori, di disturbare i pastori, tutti noi pastori, perché possiamo dare a voi il latte della grazia, della dottrina e della guida. Importunare! Pensate a quella bella immagine del vitellino, come importuna la mamma perché gli dia da mangiare.
Ad imitazione di Gesù, ogni Pastore «a volte si porrà davanti per indicare la strada e sostenere la speranza del popolo – il pastore deve essere avanti a volte – altre volte starà semplicemente in mezzo a tutti con la sua vicinanza semplice e misericordiosa, e in alcune circostanze dovrà camminare dietro al popolo, per aiutare coloro che sono rimasti indietro» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 31). Che tutti i Pastori siano così! Ma voi importunate i pastori, perché diano la guida della dottrina e della grazia.
In questa domenica ricorre la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. Nel Messaggio di quest’anno ho ricordato che «ogni vocazione richiede in ogni caso un esodo da sé stessi per centrare la propria esistenza su Cristo e sul suo Vangelo» (n. 2). Per questo la chiamata a seguire Gesù è nello stesso tempo entusiasmante e impegnativa. Perché si realizzi, è necessario sempre entrare in profonda amicizia con il Signore per poter vivere di Lui e per Lui.
Preghiamo perché anche in questo tempo, tanti giovani sentano la voce del Signore, che ha sempre il rischio di venire come soffocata da tante altre voci. Preghiamo per i giovani: forse qui in Piazza c’è qualcuno che sente questa voce del Signore che lo chiama al sacerdozio; preghiamo per lui, se è qui, e per tutti i giovani che sono chiamati.

Dopo il Regina Coeli:
Cari fratelli e sorelle,
saluto tutti voi, famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e singoli fedeli provenienti dall’Italia e da tanti Paesi, in particolare quelli delle diocesi di Campo Grande e Dourados (Brasile), di New York, di Las Palmas (Canarie), e gli studenti di Miranda Do Corvo in Portogallo e i ragazzi della scuola “Cuore di Maria”, nel quartiere Alta Cordoba, Argentina.
Saluto le Comunità Neocatecumenali che in queste domeniche del tempo di Pasqua portano l’annuncio di Gesù risorto in 100 piazze di Roma e in tante città del mondo. Il Signore vi doni la gioia del Vangelo! E andate avanti, voi, che siete bravi!
Una benedizione speciale per i bambini e i ragazzi che hanno ricevuto o stanno per ricevere la Prima Comunione e la Cresima. E anche per i familiari e gli amici dei nuovi sacerdoti della diocesi di Roma che ho ordinato questa mattina.
Saluto il Corpo Forestale dello Stato, che organizza la festa nazionale delle Riserve Naturali; e i soci della “Giovane Montagna”, giunti a Roma lungo la Via Francigena; il Network Italiano di Cure di Supporto in Oncologia, incoraggiando il loro impegno con gli ammalati e i familiari; la Protezione Civile Viggiù-Clivio; i motociclisti di San Marino e dell’Abruzzo.
E oggi vi invito a dedicare un bel ricordo e una preghiera a tutte le mamme. Salutiamo le mamme! Affidandole alla mamma di Gesù, preghiamo la Madonna per le nostre mamme e per tutte le mamme: “Ave Maria….”.
Un grande saluto alle mamme: un grande saluto!
Buona domenica a tutti! Buon pranzo e arrivederci!
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venerdì 9 maggio 2014

La promessa che abbiamo ricevuto (Contributi 960)

Vi propongo un articolo/testimonianza di Francesco Ferrari dal sito della Fraternità Sacerdotale S.Carlo


Quel che so sul Paradiso mi è stato mostrato da chi si è preparato ad andarci.
Il Paradiso è un posto dove incontreremo i nostri santi.
Penso a Marisa, una simpatica vecchina che ho conosciuto in Canada, dove alla nostra casa era affidata una parrocchia italiana. Marisa era emigrata tanti anni prima e ormai era sola e ammalata. Non faceva altro che parlare della «sua Madonnina», la sua stabile compagna. A volte, alla fine della messa, si cantava Andrò a vederla un dì, un bellissimo canto mariano che parla del cielo e dell’incontro che là avverrà con Maria. A Marisa piaceva molto, anzi, lei proprio lo viveva. Ogni volta che veniva intonato, alle parole «andrò a vederla…» si sentiva, dal fondo della chiesa, un forte e spontaneo «Magari!». Era sempre Marisa che non tratteneva la gioia al pensiero che un giorno sarebbe andata a stare con la «sua Madonnina».
Il Paradiso è un posto dove potremo veramente aiutare chi amiamo.
Me lo diceva sempre il signor Pedro. Quando ero in Cile lo andavo a trovare ogni sabato, nella sua casetta povera di Puente Alto, in periferia di Santiago. Lui era sempre là, bloccato nel suo letto dalla malattia. Pedro era stato un gran lavoratore e ora soffriva soprattutto per la sua inattività. Vedeva che sua moglie, sua figlia e i suoi nipoti vivevano nella povertà e non c’era un uomo a guidare la casa. Avrebbe voluto fare tante cose e invece doveva stare lì, allettato, a chiedere aiuto per ogni cosa. Aveva però una grande certezza. «Il Signore mi sta chiamando – mi diceva – e presto potrò davvero aiutare la mia famiglia, perché io li conosco bene e dirò a Dio ciò di cui hanno bisogno». Da allora penso ai miei nonni e ai miei amici che sono in cielo come coloro che mi conoscono bene e sanno cosa chiedere a Dio. È vero ciò che diceva santa Teresina di Lisieux: «Esiste un cielo, e questo cielo è popolato di anime che mi amano, che mi guardano come loro figlia».
Il Paradiso è un grido del nostro cuore.
In noi c’è qualcosa del cielo, un seme della vita eterna. Me lo disse una volta la mia amica Marta. Era ammalata di un tumore che la avrebbe portata alla morte pochi mesi dopo, a 27 anni. Un giorno al telefono mi raccontò stupita di come, dentro a tutti i dolori e le fatiche della malattia, viveva una profonda certezza: «Il mio è un cammino verso la vita, ne sono sicura». È vero. Il nostro è un cammino verso la vita vera. Ogni azione chiede il Paradiso, chiede che tutto sia eterno e pieno di senso. Che tutto sia unito. In noi c’è una sorta di nostalgia del Paradiso, perché tutto in noi grida una vita senza fine.
Il Paradiso è una promessa ricevuta.
Tempo fa parlavo con un caro amico ateo. Mi diceva in modo provocatorio: «Ma cos’è il Paradiso in fondo, se non una convinzione per consolarsi? Come ti sei convinto tu?». Mi ha raggelato. Il Paradiso non è una convinzione. Una convinzione non sostiene nelle ultime ore, svanisce davanti alla morte. Il signor Pedro, la signora Marisa e Marta non erano convinti, erano certi. Il Paradiso non è una convinzione, è una promessa che abbiamo ricevuto. Allora la vera domanda non è come convincersi del Paradiso, ma chi è Colui che ce lo promette.

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domenica 4 maggio 2014

Domenica 3^ di Pasqua 4-mag-2014 (Angelus 191)

Cari fratelli e sorelle buongiorno!
il Vangelo di questa domenica, che è la terza domenica di Pasqua, è quello dei discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35). Questi erano due discepoli di Gesù, i quali, dopo la sua morte e passato il sabato, lasciano Gerusalemme e ritornano, tristi e abbattuti, verso il loro villaggio, chiamato appunto Emmaus. Lungo la strada Gesù risorto si affiancò ad essi, ma loro non lo riconobbero. Vedendoli così tristi, Egli dapprima li aiutò a capire che la passione e la morte del Messia erano previste nel disegno di Dio e preannunciate nelle Sacre Scritture; e così riaccese un fuoco di speranza nei loro cuori.
A quel punto, i due discepoli avvertirono una straordinaria attrazione verso quell’uomo misterioso, e lo invitarono a restare con loro quella sera. Gesù accettò ed entrò con loro in casa. E quando, stando a mensa, benedisse il pane e lo spezzò, essi lo riconobbero, ma Lui sparì dalla loro vista, lasciandoli pieni di stupore. Dopo essere stati illuminati dalla Parola, avevano riconosciuto Gesù risorto nello spezzare il pane, nuovo segno della sua presenza. E subito sentirono il bisogno di ritornare a Gerusalemme, per riferire agli altri discepoli questa loro esperienza, che avevano incontrato Gesù vivo e lo avevano riconosciuto in quel gesto della frazione del pane.
La strada di Emmaus diventa così simbolo del nostro cammino di fede: le Scritture e l’Eucaristia sono gli elementi indispensabili per l’incontro con il Signore. Anche noi arriviamo spesso alla Messa domenicale con le nostre preoccupazioni, le nostre difficoltà e delusioni… La vita a volte ci ferisce e noi ce ne andiamo tristi, verso la nostra “Emmaus”, voltando le spalle al disegno di Dio. Ci allontaniamo da Dio. Ma ci accoglie la Liturgia della Parola: Gesù ci spiega le Scritture e riaccende nei nostri cuori il calore della fede e della speranza, e nella Comunione ci dà forza. Parola di Dio, Eucaristia. Leggere ogni giorno un brano del Vangelo. Ricordatelo bene: leggere ogni giorno un brano del Vangelo, e le domeniche andare a fare la Comunione, a ricevere Gesù. Così è accaduto con i discepoli di Emmaus: hanno accolto la Parola; hanno condiviso la frazione del pane e da tristi e sconfitti che si sentivano, sono diventati gioiosi. Sempre, cari fratelli e sorelle, la Parola di Dio e l’Eucaristia ci riempiono di gioia. Ricordatelo bene! Quando tu sei triste, prendi la Parola di Dio. Quando tu sei giù, prendi la Parola di Dio e va’ alla Messa della domenica a fare la Comunione, a partecipare del mistero di Gesù. Parola di Dio, Eucaristia: ci riempiono di gioia.
Per intercessione di Maria Santissima, preghiamo affinché ogni cristiano, rivivendo l’esperienza dei discepoli di Emmaus, specialmente nella Messa domenicale, riscopra la grazia dell’incontro trasformante con il Signore, con il Signore risorto, che è con noi sempre. C’è sempre una Parola di Dio che ci dà l’orientamento dopo i nostri sbandamenti; e attraverso le nostre stanchezze e delusioni c’è sempre un Pane spezzato che ci fa andare avanti nel cammino.

Dopo il Regina Coeli:
APPELLO
Cari fratelli e sorelle,
desidero invitarvi ad affidare alla Madonna la situazione in Ucraina, dove non cessano le tensioni. La situazione è grave. Prego con voi per le vittime di questi giorni, chiedendo che il Signore infonda nei cuori di tutti sentimenti di pacificazione e di fratellanza.
Preghiamo anche per i defunti a causa dell’enorme frana che si è abbattuta due giorni fa su un villaggio dell’Afghanistan. Dio Onnipotente, che conosce il nome di ognuno di loro, accolga tutti nella sua pace; e dia ai superstiti la forza di andare avanti, con il sostegno di quanti si adopereranno per alleviare le loro sofferenze.
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Cari fratelli e sorelle,
oggi è la Giornata Nazionale per l’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ha per tema “Con i giovani, protagonisti del futuro”. Bel tema! Quanti giovani ci sono qui oggi? Quanti? Voi siete protagonisti del futuro! Voi siete entrati nel futuro, nella storia. E’ questo il tema di oggi. Prego per questa grande Università, perché sia fedele alla sua missione originaria e aggiornata al mondo attuale. A Dio piacendo mi recherò presto a visitare qui a Roma la Facoltà di Medicina e Chirurgia e il Policlinico “Gemelli”, che compie 50 anni di vita e appartiene all’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Saluto tutti voi, fedeli romani e pellegrini! In particolare i fedeli della diocesi di Parma, guidati dal Vescovo Enrico Solmi, con numerosi giovani che fanno un cammino chiamato “Concilio dei giovani”. Bel nome! Avanti! Buon cammino a tutti!
Saluto l’Associazione “Meter”, che da quasi vent’anni lotta contro ogni forma di abuso sui minori. Grazie per il vostro impegno! Come pure i partecipanti alla Marcia per la Vita, che quest’anno ha un carattere internazionale ed ecumenico.A “Meter” e ai partecipanti alla Marcia della Vita tanti auguri e avanti, e lavorare su questo!
Saluto le associazioni “Relais Sourds” di Lione, “Il portico” di Padova e “Jardin de los niños” dall’Argentina; le Suore Maestre di Santa Dorotea; i fedeli Melchiti dall’Australia e quelli di Alcorcón, Spagna; i ragazzi polacchi di Rybnik, seguaci del beato Piergiorgio Frassati; il Coro e la Banda di Lenola, i Cori della Diocesi di Udine e le associazioni dei Camperisti italiani.
Ringrazio per la loro presenza i tanti gruppi parrocchiali e giovanili!
A tutti voi auguro una buona domenica. Buon pranzo e arrivederci!
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venerdì 2 maggio 2014

In questa moderna società (Post 156)

In questa nostra moderna società è ormai permesso tutto e tutto è consentito. Tranne che essere cristiani e vivere la propria fede. Come dimostra 
e questo video (se siete sensibili non guardate).
Ogni commento è superfluo.
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La lettera di un malato contro l'eutanasia (Contributi 959)

Lorenzo Moscon ha 20 anni ed è malato di triplegia spastica che lo costringe su una sedia a rotelle. Ha scritto una lettera a Napolitano e Renzi che gli stessi hanno totalmente ignorato in quanto contraria all'eutanasia. La riporto di seguito:

Illustrissimi Signori 
Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano 
Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi
Sono Lorenzo Moscon, ho 20 anni e desidero scrivervi in merito a un tema d'attualità che ritengo fondamentale e di cui già da alcuni anni si sta occupando il Parlamento, ovvero l'Eutanasia. Mi sono deciso a scrivervi a seguito delle parole del Presidente della Repubblica che ha dichiarato: «Indispensabile che il Parlamento si occupi dell'eutanasia».
Mi sento molto chiamato in causa da un argomento di bioetica così importante e decisivo in ragione della mia esperienza personale: sono affetto da triplegia spastica che mi costringe fin dalla nascita su una sedia a rotelle e ho subìto sei interventi chirurgici, dai quali ho ricavato un'esperienza che mi permette di testimoniare quale sia lo stato fisico ed emotivo di un paziente che si trovi costretto in un letto di ospedale.
Posso assicurare grazie a tale esperienza che nella condizione di malattia ho sempre avvertito il bisogno manifesto e oggettivo di essere voluto bene ed amato. La sofferenza, che è uno stato psicologico in questo caso determinata da un dolore fisico, può essere eliminata, anziché intraprendendo un sentiero definitivo come quello dell'eutanasia, mediante una relazione interpersonale che rammenti al malato il valore incommensurabile della propria dignità; dignità che può essere dimostrata grazie alla capacità universale dell'uomo per esempio: di amare, di apprezzare le arti, (ad es. letteratura, pittura, scultura, musica), di ragionare, di dialogare, interrogarsi sul senso delle cose, sulla loro origine, il loro scopo, il loro modo di essere, a prescindere dalla loro utilità. La sofferenza fisica e quella spirituale possono essere lenite dalla vista di una persona cara e grazie alla costanza di un rapporto affettivo interpersonale disinteressato, come ho avuto modo di sperimentare in modo costante. 
Ogni uomo ha un'inclinazione costitutiva all'autoconservazione: infatti l'uomo è un essere vivente e in quanto essere vivente è costituzionalmente orientato alla vita: un essere vivente orientato alla non vita è in contraddizione con la sua caratteristica costitutiva rappresentata dal fatto che, come dice il nome stesso, è vivente. Pertanto suicidio ed eutanasia sono malvagi perché contraddicono direttamente uno dei fini-beni dell'uomo. 
Pur nel condizionamento innegabile della sofferenza e della malattia, si può voler vivere per riconciliarsi con una persona, per assolvere a degli obblighi morali, per fare testamento.
Sperimento quotidianamente che, in ragione della mia patologia, senza l'aiuto di qualcun altro non mi sarebbe possibile neanche scendere dal letto. Di conseguenza, se mancasse questo aiuto io mi troverei in una condizione analoga a quella di un paziente in stato non responsivo transitorio, nonostante io sia in grado di intendere e di volere. Questa condizione di dipendenza giunge a tal punto che se qualcuno volesse potrebbe prevaricare sul mio corpo nonostante il mio dissenso. Ma la dipendenza è costitutiva per qualsiasi essere umano perché (come ha sottolineato a più riprese la filosofia dell’intersoggettività), ognuno di noi ha strutturalmente bisogno, come minimo, del riconoscimento altrui: ha bisogno dell’apprezzamento dell’altro.  E la dipendenza è una condizione oggettiva che prima o poi l'uomo si vede costretto ad affrontare a causa dell'oggettiva deteriorabilità del proprio corpo. L'eutanasia è il tentativo di occultare o di eliminare questo dato incontrovertibile che è la condizione di dipendenza e di finitezza della vita biologica dell'uomo. 
Desidererei sottoporre alla vostra cortese attenzione alcune disposizioni giuridiche.
La Raccomandazione n. 1418 del 1999 del Consiglio d'Europa incoraggia gli Stati membri a rispettare e proteggere in ogni modo la dignità dei malati terminali o delle persone morenti accogliendo il divieto di sopprimere malati terminali o persone che stanno per morire. Altresì i parlamentari hanno rammentato anche la Risoluzione n. 1859 del 2012 del Parlamento europeo in cui si esplicita che «l'eutanasia , intesa come uccisione intenzionale per atto positivo o per omissione di un essere umano che dipende da altri e perpetrata a motivo di un suo presunto beneficio, deve essere sempre proibita».
Facendo eco a questa iniziativa politica anche trentotto medici pediatri belgi hanno pubblicato una lettera-appello su La Libre Belgique con il titolo Fine-vita dei bambini: una legge inutile e precipitosa. In essa si fa presente che questa legge non risponde ad alcuna reale esigenza e che la maggior parte delle équipe mediche che hanno in cura bambini in fase terminale, a domicilio o in ospedale, devono ammettere che non si sono mai trovati nella loro pratica davanti a una domanda di eutanasia spontanea e volontaria espressa da un minore. Allo stato attuale della medicina continuano i pediatri - i mezzi per attenuare il dolore sono largamente disponibili nel nostro Paese, più che in altri Paesi. È evidente che oggi nessun paziente, e dunque bambino, debba soffrire e a ciò provvedono appunto le cosiddette cure palliative.
Laddove si pone come unico criterio quello della qualità della vita e non quello dell'intrinseca preziosità della persona umana allora, per logica, il criterio dell'età dei soggetti da uccidere diventa meramente accessorio.
Quasi nessuno ha condiviso o ripreso o anche solo citato la lettera aperta firmata da 161 medici e pediatri belgi che si chiedono come può il Parlamento approvare «l'eutanasia per i bambini». I medici, come gli animalisti per la giraffa Marius, hanno ricordato che ci sono «altri mezzi per alleviare il dolore. Nessun bambino ha bisogno di soffrire oggi perché siamo perfettamente capaci di controllare il dolore con le cure palliative sia in ospedale che a casa». Inoltre, «non esiste un modo oggettivo per determinare se un bambino sia capace di discernere» le conseguenze dell’eutanasia, e quindi di richiederla in piena coscienza non è un problema religioso.
L'eutanasia, prima ancora che una questione di credo personale, è un «problema di natura filosofica», ha spiegato Léonard, «minaccia nel lungo termine la società riguardo ai temi della vita, della morte e della libertà umana». Assistiamo a tentativi di uccidere la solidarietà, banalizzare e rendere vano qualsiasi fenomeno di aiuto tra chi è forte e sano verso chi è debole. Siamo esseri in relazione, che necessitano solidarietà.
Ci sono altresì articoli dell'ordinamento giuridico italiano: l'art. 2 della Costituzione il quale stabilisce che vi sono diritti inalienabili della persona che la Repubblica riconosce e garantisce, tra cui ovviamente e prima degli altri il diritto alla vita. Oppure l'art. 579 del Codice Penale che sanziona l'omicidio del consenziente e l'art. 580 che punisce invece l'aiuto al suicidio, sanzionando così l'eutanasia. Oppure l'art. 5 del Codice Civile che vieta gli atti di disposizione permanente del proprio corpo: se è vietato disporre di parti del corpo a maggior ragione lo è disporre della vita. Per le cure palliative cfr. legge n. 38\2010.
Si sente spesso parlare di eutanasia come atto di libertà, intesa come assoluta auto-determinazione dell'agire umano e totale sovranità dell'uomo su se stesso, ma a ben vedere, questo atto è in contraddizione lampante con il concetto stesso di libertà: infatti la libertà di vivere è presupposto fondamentale che permette di esercitare ogni altra forma di libertà e l’eutanasia la distrugge.
Io Lorenzo, non posso fare a meno di fidami di Lei, la mia libertà mi porta a fidarmi di Lei Presidente, per questo mi sono permesso di sottoporre alla Sua attenzione ciò che a me realmente sta a cuore e in cui io credo fermamente.
La ringrazio sin d'ora.
Distinti saluti.
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mercoledì 30 aprile 2014

La vita cristiana (Interventi 191)

Ecco una catechesi di Don Vincenzo Carone 

Se non hai ancora puntualizzato bene i principi fondamentali della vita spirituale, pensa che sei inesperto. Un giorno o l’altro prenderai delle decisioni che ti porteranno fuori strada. Il demonio sa bene come deve ingannarti. È capace di farti cadere facilmente negli errori che potrebbero risultare fatali per il tuo destino eterno. Leggi molto la vita e soprattutto le opere scritte dai Santi. Loro, mediante l’ubbidienza fedele alla parola di Dio, hanno interpretato le Scritture nel suo significato autentico. Fai bene la meditazione e trova un padre spirituale. La confessione non è il posto per “sfogare” i disagi psichici che opprimono la tua esistenza. Il confessore deve soltanto chiarire tutti gli aspetti della tua vita spirituale. Impara ad essere umile col confessore e riconosci le tue fragilità, se sei orgoglioso non accetterai mai i suoi consigli. Con una inspiegabile abilità, alcuni penitenti si studiano di portare il confessore a dire quello che essi vogliono che dica loro. La vita spirituale, come la vita umana, appartiene a te, tu devi trovare la soluzione di tutto quello che deve essere in qualche modo risolto. Il confessore se gli fai perdere tempo con argomenti che non sono attinenti alla vita spirituale, non si presenta mai in confessionale. Un sacerdote disse a una signora molto devota della Madonna: lei mi ha detto tutti i peccati di suo marito, mi ha detto i peccati sua suocera, mi ha detto i peccati della sua più cara amica, adesso per favore mi dica i suoi peccati. Se un’anima vuole essere veramente guidata, qualunque sacerdote accetta volentieri l’impegno della paternità spirituale. Devi assolutamente evitare qualsiasi forma di affetto verso il sacerdote, se è un sacerdote vero, appena se ne accorge, ti caccia via. Vai dal confessore come quando vai dal medico: attieniti ai consigli di cui hai bisogno. Non devi pretendere da lui l’affetto che non ti viene ricambiato dalla persona che ami. 
Dopo tanti discorsi che il Papa ha fatto al mondo, non è poi tanto difficile trovare sacerdoti disposti a sedere in confessionale. È difficile invece trovare penitenti che vanno esclusivamente per riconciliarsi con Dio, ed essere guidati sulla via della fede. Evita di ripetere l’esperienza di Adamo ed Eva: non ascoltarono Dio che li aveva avvertiti. È un segno di grande insensibilità rifiutare la lezione impartita dalla esperienza propria e degli altri. “in Paradiso non ci sarà matrimonio tra un uomo e una donna, disse Gesù, tutti saranno come gli Angeli del Cielo” Gesù Risorto ti ha redento da ogni forma di male e intende uguagliarti agli Angeli. Forse non ci pensi mai, eppure è vero che Colui il quale ha fatto il Cielo e la terra, ha creato te a sua immagine e somiglianza. Quando tu hai incominciato a camminare sulla strada sbagliata, Gesù Risorto ti è venuto incontro con la promessa della salvezza. 
La tua volontà di cambiare vita, gli ha dato la possibilità di restaurare tutti i guasti che tu hai fatto nel corso di tanti anni. Gesù ti vuole portare a realizzare quel progetto di perfezione che il Padre suo vuole per te. La tua collaborazione libera e generosa, gli è assolutamente necessaria. 
La tua volontà quindi deve diventare la strada per la quale devi camminare guidato dalla parola di Dio. 
Gesù Risorto ti guarisce volentieri, ma è necessario che voglia essere guarito. Gesù guarisce qualsiasi peccatore che non rifiuta la guarigione. Tu hai a portata di mano la salvezza eterna, perché dipende soltanto dalla tua volontà. Gesù Risorto si è fatto pane affinché dal Cielo possa venire dentro di te. Vai a prendere la Comunione per chiedergli perdono delle infedeltà, ingratitudini e oltraggi commessi da te e dagli altri. Non restare mai solo davanti a Lui, devi pregare sempre per te e per gli altri. Se esci fuori da questo schema, il Sacrificio della Croce che sull’altare si rende presente ed efficace per la nostra salvezza, diventa per te l’occasione affascinante per saldare l’amicizia con i partecipanti alla Messa, con canti e preghiere che suscitano forti emozioni. In quelle circostante vengono dette parole che fanno tremare il cuore dalla commozione, espressioni che incantano e creano la sensazione di aver sperimentato l’Amore e i doni dello Spirito Santo. Gesù non ha istituito il Sacramento della Eucarestia per dare a noi le sensazioni forti. La Messa va ascoltata nel silenzio del cuore, e nella meditazione della Passione, Morte e Risurrezione del Signore. Non è quello il posto della chitarra e delle danze attorno all’altare. L’Eucarestia infatti dona quella vita divina che ci consente di restaurare tutti i guasti che abbiamo provocato con i nostri peccati. È vero che Gesù è il Dio della gioia. È anche vero però che la gioia di cui la Chiesa parla, è una gioia profondamente spirituale che viene dal dono della salvezza, frutto del dolore della Morte e Risurrezione di Cristo e delle lacrime di Maria. Quel dolore e quelle lacrime si rendono presenti sull’altare. 
Durante la Messa noi tutti, mediante la fede, siamo presenti sul Calvario. La gioia nasce dalla preghiera fiduciosa, dai buoni propositi e da una profonda meditazione del Mistero della passione, Morte e Risurrezione del Signore. La musica, i canti, i balli e le emozioni forti suscitate da parole abilmente studiate per l’occasione, danno una gioia umana che viene dal sentirsi felici di stare insieme. 
La gioia che viene dall’Eucaristia nasce dalla volontà di cambiare vita, perché Gesù Risorto ci ha perdonato e vuole camminare con noi. Durante la Messa devi pensare a tutta la fatica che devi affrontare per liberarti dalle conseguenze dei peccati che hai commesso. A volte devi ricominciare daccapo, perché devi sempre fare i conti con le tue fragilità. Quando pensi che sei fragile e incapace a compiere la ricostruzione di tutto quello che è crollato nella tua vita cristiana, ti assicuro che non avrai la voglia di ballare e battere le mani davanti all’altare. 
Il Sacrificio del Figlio di Dio che si rinnova sull’altare è la sola riparazione possibile dei peccati del mondo e dei peccati di ciascuno che assiste alla Messa. Gesù ti propone una relazione di amore che per te è possibile soltanto quando la tua vita diventerà quella che Lui vuole da te. 
Don Vincenzo Carone
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martedì 29 aprile 2014

La santità è la chiave della continuità (Contributi 958)

Un articolo di Riccardo Cascioli da La Bussola 

«Sono proprio i santi che mandano avanti e fanno crescere la Chiesa». Questo passaggio di papa Francesco nell'omelia della messa di canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, può apparire scontato e perfino banale, ma in realtà è la chiave per capire ciò che unisce personalità tanto diverse e in che senso si parla di continuità, concetto su cui si dilunga giustamente Massimo Introvigne nell'articolo odierno
La continuità di cui parliamo a proposito della Chiesa non ha infatti niente a che vedere con la “linea” di un partito o con le “tradizioni” di una tribù, ma è la fedeltà all'origine, cioè a Cristo. Il santo è definito proprio dall’adesione a Cristo, dall’immedesimazione con Lui, dal conformarsi a Lui: «Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me», dice San Paolo (Gal 2,20). Non è dunque un modello di perfezione, fosse pure morale, né una sorta di superuomo che fa tutte le cose giuste, ma un uomo vero la cui vita è dominata dal desiderio di Cristo. «Il santo è un uomo vero – diceva don Luigi Giussani – perché aderisce a Dio e quindi all'ideale per cui è stato costruito il suo cuore, e di cui è costituito il suo destino». 
Per questo si può fare una festa unica e parlare di continuità per due personalità così diverse, che hanno anche avuto storie personali ed ecclesiali molto diverse e con approcci pastorali altrettanto diversi. E il discorso dei due Papi può allargarsi a tutta la storia della Chiesa. La continuità di duemila anni di storia sta in questo incessante ritorno all'origine scandito dal fiorire della santità. 
Anche nell'Antico Testamento tutto il dramma del popolo ebraico è in questo allontanarsi e ritornare a Dio, all'origine. Così la storia della Chiesa: nei periodi di crisi sono i santi che “riformano” Chiesa e ordini religiosi. E la riforma consiste sempre in questo ritorno a Cristo, nell'adesione totale a Lui, anche se questa poi si manifesta in forme diverse, attraverso temperamenti diversi, con valutazioni storiche anche diverse. 
E’ anche ciò che rende affascinante la santità, e lo si vedeva dal milione e più di persone che ieri erano in piazza San Pietro e dintorni e che già dai giorni precedenti aveva invaso Roma e soprattutto le sue chiese. Non si era a celebrare delle star lontane dalla nostra vita quotidiana, ma uomini che avevano portato a compimento nella loro vita ciò per cui ognuno di noi è fatto, ciò a cui ognuno di noi si sente chiamato. Peraltro, proprio quella folla sta a dirci che la santità smuove il mondo, non è un fatto che si consuma al chiuso, ma esplode e genera un grande movimento. 
La santità è per tutti, e i santi come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II non sono anzitutto dei modelli ma dei compagni di strada, delle guide che ci sostengono nel cammino comune verso il compimento del destino. Amici che possiamo pregare perché il nostro cuore non si perda. 
Se nella società intorno a noi vediamo lo sfacelo, e anche nella Chiesa vediamo spesso trionfare la confusione quando non il tradimento, a maggior ragione non è il momento di perdersi in inutili intellettualismi o in guerre ideologiche, ma è il momento di chiedere con più forza la nostra conversione e il desiderio profondo di appartenere a Cristo.
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Il mio ricordo di san Giovanni Paolo II (Contributi 957)

Ecco un articolo/testimonianza di Massimo Camisasca, Arcivescovo di Reggio Emilia-Guastalla, tratto dal sito della Fraternità San Carlo:

Dopo il breve e provvidenziale mese in cui Giovanni Paolo I aprì la strada al passaggio, l’elezione di Giovanni Paolo II rappresentò subito un’aria nuova che entrava nella Chiesa. Egli non pensò di affrontare uno per uno i problemi che la Chiesa si trovava davanti per risolverli, ma partì da un punto sintetico: offrì attraverso la sua persona e le sue parole una fede che esaltava e non deprimeva l’umano. Ecco, la fede proposta come esaltazione dell’umano: questo è il cuore della riforma di Giovanni Paolo II. «Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!», fu una delle espressioni più ripetute all’inizio del suo pontificato.
Le sue doti umane
La caratteristica che ha colpito innanzitutto, anche se non la più profonda, era la poliedricità di quest’uomo. In lui si raccoglievano un insieme di doti umane straordinarie. Egli era tante cose in uno: era un poeta, usava un linguaggio poetico. Era un attore, e come un attore coglieva i drammi e il significato profondo delle vicende, si immedesimava facilmente con l’altro. Era un lavoratore, un uomo che aveva un forte senso della sacralità del tempo, che si preparava da lontano agli appuntamenti e non sprecava un attimo della sua giornata. Era un grande amante della vita: amava sciare, la natura, le montagne.
La sua realtà di poeta, di sportivo, di attore, di sacerdote che aveva attraversato il nazismo e il comunismo, venne a poco a poco conosciuta dalla gente. Egli non ostentava nessuna di queste sue doti, ma il tono della sua voce, i suoi gesti, la sicurezza della sua parola, trasmettevano una positività che sembrava essersi smarrita nella Chiesa. Ai dubbi, alle depressioni, alle incertezze, alle sudditanze al mondo, Wojtyła d’un colpo sostituiva ideali, traguardi, compiti, orizzonti nuovi e creativi. Nessuna tracotanza, nessuna apologia smodata. Ma l’esperienza viva di un’umanità realizzata nella sequela di Cristo. Niente di clericale in lui: il centro era posto sulla bellezza della vita familiare, sulla perennità e la giovinezza della fede, sull’apertura dei sistemi politici ed economici alle verità vivificanti del cristianesimo. Anche la riaffermazione del celibato ecclesiastico, della virtù dell’obbedienza, della necessità di vivere in modo autentico la liturgia, non era mai sottolineata come adesione chiusa a delle regole, ma come strada per una realizzazione della vita personale.
Come tutti i profeti, aveva un’alta considerazione del proprio compito, ma senza mai cadere in un’autoesaltazione, senza un briciolo di superbia. Amava la crescita di coloro che erano con lui, talvolta anche correndo il rischio di non vederne i difetti e i limiti.
La drammaticità della storia
Si vedeva come uno strumento nelle mani di Dio. Uno strumento chiamato a realizzare qualcosa di decisivo sul quadrante della storia del mondo. Nel suo dialogo interiore con Dio scopriva il suo compito storico, ma ne era sempre completamente libero. Alla sua missione era stato introdotto da molti eventi. Era un uomo che sapeva benissimo quali guerre si combattessero intorno a lui, ma non era mai piegato su di sé. Non teneva diari. Non sentiva il bisogno di parlare con sé stesso: parlava con Dio e con gli uomini. Non era portato dall’abito, ma lui portava quell’abito. Aveva un profondo rispetto degli altri, della curia, ma non era assolutamente determinato da essa. Da qui viene anche la sua considerazione della drammaticità positiva della storia. Egli avvertiva la storia come un campo di battaglia tra Dio e il demonio. Questo è il tema più frequente anche nei miei appunti dopo gli incontri con lui. Nell’attentato egli ha visto un atto di guerra del diavolo contro Dio. Aveva uno sguardo apocalittico, drammatico e insieme positivo, pacificato, anche nei tempi più terribili, come lo stato d’assedio in Polonia. Sapeva che la caduta del socialismo in Polonia avrebbe significato la caduta dell’Unione sovietica. La sua visione della storia era di amplissimo respiro. Lui si sentiva attore di questa storia, ma il protagonista era Dio.
Un rapporto diretto con la gente
La realtà dei suoi numerosi viaggi va compresa all’interno di questa logica apocalittica, di un compito urgente, improcrastinabile: annunciare Cristo a tutti i popoli. Essere dovunque per essere veramente a Roma.
Nella giovinezza aveva vissuto molto poveramente, aveva sempre dato i suoi abiti nuovi a chi ne mancava. Diventato papa conobbe le tavole dei grandi del mondo. Non fu per nulla strano per lui mettersi a viaggiare. Non ritenne troppo costosi quei viaggi, come gli veniva rimproverato da alcuni. Rispondeva: «Siamo stati comperati a caro prezzo» (Cfr. 1Cor 6, 20), ripetendo le parole di san Paolo. Scelse la strada del rapporto diretto con la gente, per comunicare a milioni di persone quel sentimento di sé come persona voluta e amata da Cristo, scelta per un’opera grande. In essa voleva fare entrare ogni uomo della terra.
Proprio perché preoccupato di mostrare la positività della sintesi cristiana, dedicò molte delle sue energie al laicato. Giovanni Paolo II fece dei movimenti laicali l’asse portante del suo pontificato. Questo spostamento di accento, forse, è il segno più profondo della riforma operata dal santo papa Wojtyła.
La malattia
La vera riforma che egli operò fu nella sintesi della vita cristiana che egli offrì a tutti gli uomini, nell’ideale alto e umano che egli presentò con la sua stessa persona. Tutto ciò apparve ancor più chiaramente nell’ultimo decennio della sua vita, segnato profondamente dalla malattia. Può essere quasi scontato affermare che il cristianesimo sia la realizzazione dell’uomo quando si è forti, felici, in salute. Giovanni Paolo II affermò questa positività anche negli anni del dolore e della solitudine. E le folle lo capirono e lo cercarono anche quando non aveva più la presenza scenica o la parola dei primi anni. Accorsero sempre più numerose, come apparve chiaramente durante i suoi funerali.
In Giovanni Paolo II appaiono così i diversi volti dell’unica vita cristiana: egli ci ha insegnato a riferirci a Dio e a ringraziarlo nei giorni della vigoria, nei tempi in cui le forze fisiche e spirituali sono nella loro pienezza. Ma ci è stato maestro anche nel portare i pesi delle molte malattie con umorismo e leggerezza. Senza gli ultimi anni la sua testimonianza sarebbe apparsa nel tempo quasi incompleta. Egli invece ha condiviso tutti i diversi aspetti dell’esistenza e ci ha mostrato come il Vangelo sia una luce per i tempi favorevoli e per quelli avversi. La prima parte del suo pontificato lo ha fatto ammirare, l’ultima lo ha fatto amare. Egli è stato certamente, insieme a san Giovanni XXIII, il papa più amato del Novecento.
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lunedì 28 aprile 2014

Domenica 2^ di Pasqua o della Divina Misericordia (Angelus 190)

Cari fratelli e sorelle,
prima di concludere questa festa della fede, desidero salutare e ringraziare tutti voi!
Ringrazio i fratelli Cardinali e i numerosissimi Vescovi e sacerdoti di ogni parte del mondo.
La mia riconoscenza va alle Delegazioni ufficiali di tanti Paesi, venute per rendere omaggio a due Pontefici che hanno contribuito in maniera indelebile alla causa dello sviluppo dei popoli e della pace. Uno speciale ringraziamento va alle Autorità italiane per la preziosa collaborazione.
Con grande affetto saluto i pellegrini delle Diocesi di Bergamo e di Cracovia! Carissimi, onorate la memoria dei due santi Papi seguendo fedelmente i loro insegnamenti.
Sono grato a tutti coloro che con grande generosità hanno preparato queste giornate memorabili: la Diocesi di Roma con il Cardinale Vallini, il Comune di Roma con il Sindaco Ignazio Marino, le forze dell’ordine e le varie Organizzazioni, le Associazioni e i numerosi volontari. Grazie a tutti!
Il mio saluto va a tutti i pellegrini - qui in Piazza San Pietro, nelle strade adiacenti e in altri luoghi di Roma -; come pure a quanti sono uniti a noi mediante la radio e la televisione; e grazie ai dirigenti e agli operatori dei media, che hanno dato a tante persone la possibilità di partecipare. Ai malati e agli anziani, verso i quali i nuovi Santi erano particolarmente vicini, giunga uno speciale saluto.
Ed ora ci rivolgiamo in preghiera alla Vergine Maria, che san Giovanni XXIII e san Giovanni Paolo II hanno amato come suoi veri figli.
Regina caeli…
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Omelia di Papa Francesco alla S.Messa di canonizzazione di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII

Al centro di questa domenica che conclude l’Ottava di Pasqua, e che san Giovanni Paolo II ha voluto intitolare alla Divina Misericordia, ci sono le piaghe gloriose di Gesù risorto.
Egli le mostrò già la prima volta in cui apparve agli Apostoli, la sera stessa del giorno dopo il sabato, il giorno della Risurrezione. Ma quella sera, come abbiamo sentito, non c’era Tommaso; e quando gli altri gli dissero che avevano visto il Signore, lui rispose che se non avesse visto e toccato quelle ferite, non avrebbe creduto. Otto giorni dopo, Gesù apparve di nuovo nel cenacolo, in mezzo ai discepoli: c’era anche Tommaso; si rivolse a lui e lo invitò a toccare le sue piaghe. E allora quell’uomo sincero, quell’uomo abituato a verificare di persona, si inginocchiò davanti a Gesù e disse: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).
Le piaghe di Gesù sono scandalo per la fede, ma sono anche la verifica della fede. Per questo nel corpo di Cristo risorto le piaghe non scompaiono, rimangono, perché quelle piaghe sono il segno permanente dell’amore di Dio per noi, e sono indispensabili per credere in Dio. Non per credere che Dio esiste, ma per credere che Dio è amore, misericordia, fedeltà. San Pietro, riprendendo Isaia, scrive ai cristiani: «Dalle sue piaghe siete stati guariti» (1 Pt 2,24; cfr Is 53,5).
San Giovanni XXIII e san Giovanni Paolo II hanno avuto il coraggio di guardare le ferite di Gesù, di toccare le sue mani piagate e il suo costato trafitto. Non hanno avuto vergogna della carne di Cristo, non si sono scandalizzati di Lui, della sua croce; non hanno avuto vergogna della carne del fratello (cfr Is 58,7), perché in ogni persona sofferente vedevano Gesù. Sono stati due uomini coraggiosi, pieni della parresia dello Spirito Santo, e hanno dato testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio, della sua misericordia.
Sono stati sacerdoti, e vescovi e papi del XX secolo. Ne hanno conosciuto le tragedie, ma non ne sono stati sopraffatti. Più forte, in loro, era Dio; più forte era la fede in Gesù Cristo Redentore dell’uomo e Signore della storia; più forte in loro era la misericordia di Dio che si manifesta in queste cinque piaghe; più forte era la vicinanza materna di Maria.
In questi due uomini contemplativi delle piaghe di Cristo e testimoni della sua misericordia dimorava «una speranza viva», insieme con una «gioia indicibile e gloriosa» (1 Pt 1,3.8). La speranza e la gioia che Cristo risorto dà ai suoi discepoli, e delle quali nulla e nessuno può privarli. La speranza e la gioia pasquali, passate attraverso il crogiolo della spogliazione, dello svuotamento, della vicinanza ai peccatori fino all’estremo, fino alla nausea per l’amarezza di quel calice. Queste sono la speranza e la gioia che i due santi Papi hanno ricevuto in dono dal Signore risorto e a loro volta hanno donato in abbondanza al Popolo di Dio, ricevendone eterna riconoscenza.
Questa speranza e questa gioia si respiravano nella prima comunità dei credenti, a Gerusalemme, di cui parlano gli Atti degli Apostoli (cfr 2,42-47), che abbiamo ascoltato nella seconda Lettura. E’ una comunità in cui si vive l’essenziale del Vangelo, vale a dire l’amore, la misericordia, in semplicità e fraternità.
E questa è l’immagine di Chiesa che il Concilio Vaticano II ha tenuto davanti a sé.Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno collaborato con lo Spirito Santo per ripristinare e aggiornare la Chiesa secondo la sua fisionomia originaria, la fisionomia che le hanno dato i santi nel corso dei secoli. Non dimentichiamo che sono proprio i santi che mandano avanti e fanno crescere la Chiesa. Nella convocazione del Concilio san Giovanni XXIII ha dimostrato una delicata docilità allo Spirito Santo, si è lasciato condurre ed è stato per la Chiesa un pastore, una guida-guidata, guidata dallo Spirito. Questo è stato il suo grande servizio alla Chiesa; per questo a me piace pensarlo come il Papa della docilità allo Spirito Santo.
In questo servizio al Popolo di Dio, san Giovanni Paolo II è stato il Papa della famiglia. Così lui stesso, una volta, disse che avrebbe voluto essere ricordato, come il Papa della famiglia. Mi piace sottolinearlo mentre stiamo vivendo un cammino sinodale sulla famiglia e con le famiglie, un cammino che sicuramente dal Cielo lui accompagna e sostiene.
Che entrambi questi nuovi santi Pastori del Popolo di Dio intercedano per la Chiesa affinché, durante questi due anni di cammino sinodale, sia docile allo Spirito Santo nel servizio pastorale alla famiglia. Che entrambi ci insegnino a non scandalizzarci delle piaghe di Cristo, ad addentrarci nel mistero della misericordia divina che sempre spera, sempre perdona, perché sempre ama.
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venerdì 25 aprile 2014

Giovanni Paolo II, un ponte tra Cristo e il cuore dell'uomo (Contributi 956)

Ecco un articolo di Mons. Luigi Negri (Arcivescovo di Ferrara-Comacchio) da La Bussola:


E’ con profonda commozione e con grande gratitudine a Dio che riviviamo la grande testimonianza cristiana di magistero, di affezione agli uomini e al loro destino che si sintetizza nell'immagine dei 27 anni di pontificato del beato Giovanni Paolo II.
Si è presentato sulla scena del mondo con un amore incondizionato a Cristo presente nella Chiesa, un mistero di umiliazione che è diventato l’unica e reale possibilità di recupero dell’uomo e della sua dignità. Ma allo stesso tempo ha avuto una acutissima compassione dell’esperienza dell’umanità in quel triste passaggio dal secondo al terzo millennio che per la sua presenza e per il suo insegnamento sono stati un kairòs: una situazione eccezionale offerta da Dio alla fede dei cristiani, e offerta agli uomini nella temperie di una crisi della modernità che si era andata compiendo in modo inesorabile.

Giovanni Paolo II si è trovato di fronte al compito di dare una formulazione dell’incontro tra Cristo e il cuore dell’uomo. Questa fu la sua intuizione: la presenza della fede nel mondo non ha ragioni esclusivamente teologiche, ha ragioni profondamente antropologiche. L’affermazione della presenza di Dio in Cristo è la strada lungo la quale l'uomo Cristo rivela profondamente la sua verità e insieme insegna la verità di ogni uomo che vive in questo mondo.

A riaprire il dialogo fra Cristo e il cuore dell’uomo è il cuore annichilito ma non distrutto dalle grandi tragedie del totalitarismo moderno contemporaneo. Giovanni Paolo II ebbe la capacità di scoprire questo livello profondo della vita umana nella storia, quella tensione inesorabile dell’uomo verso il compimento della sua esperienza umana. Egli condivideva con Pascal la certezza che l’uomo supera infinitamente l’uomo.
A quest’uomo cominciò a parlare. E cominciò a parlare nella concretezza della sua esistenzialità quotidiana, andando oltre ogni formulazione ideologica, ogni tentazione umanistica, ogni tentazione di ridurre la vita umana a un problema di giustizia sociale, economica e politica. Ha parlato all’uomo scendendo con lui nelle profondità di quel cuore umano su cui l’insegnamento conciliare ha scritto pagine di straordinaria profondità che hanno trovato il loro radicale compimento teorico e pratico nelle grandi pagine della Redemptor Hominis, il grande manifesto programmatico del cristianesimo del Terzo millennio.
In Cristo l’uomo ritorna ad essere di Dio e per Dio. E mentre torna ad essere di Dio e per Dio si rivela in maniera adeguata quell’impegno antropologico che fa grande l’esperienza umana sulla terra. Solo nel mistero di Cristo e della Chiesa l’uomo è introdotto a comprendere e sperimentare quella antropologia adeguata che si è definitivamente compiuta nella Passione, nella Morte e nella Resurrezione di Gesù di Nazaret.
Quest’uomo, le cui radici sono nel mistero di Cristo, realizza la propria vocazione umana sulla Terra, nella concretezza, addirittura nella lacerazione, di una esperienza umana che senza Cristo rimane incomprensibile a se stessa. Come afferma il numero 10 della Redemptor Hominis: «L'uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l'amore, se non s'incontra con l'amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente». 
Da qui la preoccupazione di rilanciare in maniera adeguata il mistero del matrimonio e il suo compimento nel matrimonio cristiano. La preoccupazione di insegnare agli uomini e ai cristiani una corretta grammatica dell’affezione, della sessualità, una corretta grammatica di quella paternità e maternità consapevoli e responsabili nella quale l’uomo esercita sulla terra il compito di reale e fondamentale collaborazione al mistero di Dio che genera ogni giorno figli all’umanità e alla Chiesa.
Il magistero di Giovanni Paolo II era sull’uomo, sul matrimonio, sulla sacralità della vita, sulla responsabilità della paternità e della maternità, sulla vocazione a realizzare nel mondo quel matrimonio cristiano che - come ricordava don Luigi Giussani in una delle sue ultime interviste - è la cosa più alta cui l’uomo possa accedere sulla terra, reale immagine ed esperienza della Trinità nel cuore dell’uomo e nei rapporti che caratterizzano la sua vita, personale e sociale.
La Chiesa riscoprì la grandezza dell’essere famiglia, famiglia di Dio per l’uomo, e la famiglia riscoprì la grandezza di essere Chiesa, di essere esperienza viva di quella comunione con Cristo e fra i fratelli che costituisce la novità della vita cristiana, cioè della vita umana redenta.
L’insegnamento sull’uomo, sulla sua vocazione matrimoniale si è articolato poi nella grande lezione della dottrina sociale, in cui l’identità dell’uomo e la sua dignità vennero insegnati nel concreto esercizio di quei fondamentali diritti umani che solo la fede cristiana rivela adeguatamente e solo l’educazione ecclesiale rende esperienza di vita nuova nel mondo.
La Veritatis Splendor, l’Evangelium Vitae, la Fides et Ratio, la Laborem Exercens, la Centesimus Annus, tutto il corpo delle encicliche sociali del Papa Giovanni Paolo II hanno ampiamente insegnato la responsabilità del cristiano e della Chiesa a calarsi dentro la storia e a costruire dentro la storia la novità umana e cristiana che il papa definì «la Civiltà della verità e dell’amore».
Rispondendo alle mie condoglianze il giorno della morte del beato Giovanni Paolo II, l’allora segretario del Papa e oggi cardinale Stanislao Dziwisz mi disse: «Giovanni Paolo II ha insegnato ai cristiani ad essere autenticamente cristiani, agli uomini ad essere uomini di buona volontà, aperti al Mistero che non escludono più dall’ambito della loro vita ma verso il quale anche misteriosamente muovono i passi in attesa dell’incontro gratificante e pacificante con il mistero di Dio che in Cristo si è fatto presenza umana, storica».
I 27 anni del pontificato di Giovanni Paolo II hanno chiuso in maniera irreversibile ogni tentazione di dualismo, estrema conseguenza del grande sbandamento del modernismo all’inizio del secolo XX. La fede genera nel cuore dell’uomo una cultura adeguata, consente la conoscenza profonda del mistero di Dio, del mistero dell’uomo nella realtà della storia, del loro reciproco connettersi ed articolarsi. Il cristiano di Giovanni Paolo II è un cristiano che è consapevole della grazia che gli è stata fatta, e che vive la fede non solo per se stesso ma per il mondo. Ecco la grande intuizione per cui la missione costituisce – come ebbe a definirla nei primi anni ’80 – l’identità e il movimento della Chiesa. La Chiesa non fa la missione come una delle possibili azioni, la Chiesa è missione, la Chiesa si autorealizza nella missione, perché nella missione la Chiesa diventa sempre più se stessa, «la fede si irrobustisce donandola», scrisse nella Redemptoris Missio.
La canonizzazione di Giovanni Paolo II è l’acquisizione definitiva nella Chiesa, di fronte a Dio e di fronte all’umanità, di un cammino cristiano e umano del quale tutto ciò che era stato operato contro Dio è stato inesorabilmente giudicato. Tutto ciò che era tensione al mistero di Dio è stato valorizzato, ma soprattutto è stata testimoniata la pienezza della fede, le condizioni della pienezza di libertà e di umanità per cui la redenzione è l’unica autentica possibilità di una antropologia adeguata, di una storia compiutamente vissuta, di una attesa piena di sacrificio e di letizia per l’instaurarsi di quel regno di Dio che nel mistero della Chiesa viene continuamente riproposto e autenticamente iniziato, portato di generazione in generazione verso il suo compimento. «Quel regno celesto – come diceva Iacopone da Todi – che compie omne festo che il cuore ha  bramato».
I cristiani che hanno seguito il Magistero e la testimonianza del Papa, hanno recuperato il senso del proprio essere uomini nuovi nel mondo, destinati proprio da questa novità a praticarla autenticamente e a comunicarla irresistibilmente, perché ogni uomo che incontra la testimonianza della Chiesa di Cristo, la testimonianza che ogni cristiano è chiamato a dare, possa se vuole accettare di inserire anche lui la sua vita e la sua libertà nel grande mistero della Chiesa in cui Cristo è continuamente presente, incontra l’uomo, riempie la sua vita di una proposta irresistibile. Soprattutto lo accompagna in quella azione educativa per cui le parole, le grandi parole della Chiesa, diventano carne e sangue, diventano esperienza reale, diventano una irresistibile fede in Dio e passione per ogni uomo che viene a questo mondo.
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lunedì 21 aprile 2014

La lettera d'amore per te scritta col sangue (Contributi 955)

Vi propongo questo articolo di Antonio Socci dal suo sito Lo Straniero per poter meglio comprendere l'immane sacrificio di Gesù e la prova certa della Sua Resurrezione

Il 9 aprile scorso, durante l’Udienza generale in Piazza San Pietro, una persona dalla folla ha gridato verso il Pontefice: “Papa Francesco, sei unico!”. Il Santo Padre gli ha risposto: “Anche tu, anche tu sei unico. Non ci sono due come te”. 
Con quella semplice battuta ha espresso una verità immensa, che caratterizza il cristianesimo. Infatti per il mondo il singolo è solo un numero, sostituibile con tanti altri, cioè sacrificabile al potere. 
Le ideologie moderne poi considerano come protagonisti della storia dei soggetti collettivi (la Razza, la Classe, la Nazione, l’Umanità) o entità astratte come il Mercato, il Capitale, il Partito e lo Stato. 

RIVOLUZIONE 
Invece con l’avvenimento cristiano accade qualcosa di rivoluzionario: l’unico Dio che scende sulla terra e ha pietà di ogni singola persona, specie del miserabile, del peccatore incallito, del malato, di ciascun uomo. 
Per compassione il Figlio di Dio lo abbraccia, lo risana, lo perdona, addirittura si inginocchia davanti a lui e gli lava i piedi (ovvero fa quello che facevano gli schiavi agli ospiti). Fino a morire per lui, per quel singolo essere (insignificante per il mondo). 
Davvero una rivoluzione, un totale capovolgimento dell’ordine costituito da millenni, da sempre basato sui sacrifici umani, in molte forme (a partire dallo schiavismo, fondamento delle economie antiche). 
Lo colse bene il più fiero avversario moderno del Nazareno, ovvero Friedrich Nietzsche che scrisse: “L’individuo fu tenuto dal cristianesimo così importante, posto in modo così assoluto, che non lo si poté più sacrificare, ma la specie sussiste solo grazie a sacrifici umani… La vera filantropia vuole il sacrificio per il bene della specie – è dura, è piena di autosuperamento, perché abbisogna del sacrificio dell’uomo. E questo pseudoumanesimo che si chiama cristianesimo, vuole giungere appunto a far sì che nessuno venga sacrificato”. 
Noi neanche più ce ne rendiamo conto. Ma il cristianesimo è entrato nel mondo proclamando la fine di tutti i sacrifici umani. In quale modo lo ha fatto? Col sacrificio del Figlio di Dio. L’editto di liberazione è scritto sulla sua stessa carne. 
Lo ha spiegato il filosofo René Girard: Gesù è letteralmente “l’Agnello di Dio” (il capro espiatorio) che si offre in olocausto affinché tutti vengano liberati dalla schiavitù del male e nessun essere umano venga più sacrificato agli dèi della menzogna e della morte. 
Ma – attenzione – ancora una volta Gesù non si offre a quella morte orrenda per un’astratta Umanità, bensì per ogni singolo, per me che scrivo questo articolo, per te che leggi. 
La dottrina cattolica è arrivata ad affermare che, agli occhi di Dio, la salvezza di un singolo essere umano vale più dell’intero creato. 
E la mistica ci ha fatto scoprire che – in un modo misterioso – in quelle ore di atroci sofferenze Gesù pensò proprio a ognuno di noi, nome per nome, ai nostri volti. Uno per uno. Fa impressione accostare questa rivelazione dei mistici alle fasi del supplizio di Gesù.
La Sindone ci dà la perfetta immagine fisica di quelle atroci torture che il Vangelo elenca in modo scarno, quasi freddo. Vediamole. 

LETTERA DI SANGUE 
Le tante tumefazioni sul volto sono i segni dei pugni sopportati (con gli sputi e gli insulti) nelle fasi concitate dell’arresto. Però il naso rotto, l’occhio gonfio e i sopraccigli feriti (evidenti sulla Sindone) sono anche la traccia della bastonata in faccia subita da Gesù durante l’interrogatorio del Sinedrio (Gv 18, 22-23). 
Poi c’è quell’inedita macellazione dei 120 colpi di flagello romano (a tre punte) che gli hanno devastato tutto il corpo strappandogli la carne in più di trecento punti (un supplizio del tutto anomalo anche per i crocifissi). 
Ma una delle cose più dolorose per Gesù è il peso ruvido della traversa della croce che, lungo il tragitto del Calvario, letteralmente gli scopre le ossa delle spalle provocando sofferenze indicibili. 
Poi Gesù avrà la testa trafitta da circa 50 lunghe spine (la corona beffarda dei soldati romani), qualcosa che non è umanamente sopportabile. 
Ma la Sindone mostra anche ferite al volto e alle ginocchia dovute alle cadute mentre andava al Calvario (avendo le braccia legate alla traversa della Croce, non poteva ripararsi la faccia). 
Infine le ferite dei chiodi, per la crocifissione, e le ore trascorse a respirare dovendosi appoggiare proprio sugli arti inchiodati. 
Bisognerebbe fissare una per una queste atroci sofferenze ricordando che in quel momento Gesù pensava a me e a te, sopportava tutto per me e te, al posto mio e tuo, perché non fossimo sacrificati alle crudeli divinità delle tenebre. 

SCOPERTE RECENTI  
In questi giorni si è saputo che un'équipe di studiosi veneti, lavorando sulla Sindone, ha scoperto altri particolari impressionanti. 
I ricercatori Matteo Bevilacqua, direttore del reparto di Fisiopatologia Respiratoria dell’Ospedale di Padova e Raffaele De Caro, direttore dell’Istituto di Anatomia Normale dell’Università di Padova, hanno lavorato insieme con Giulio Fanti, professore del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Ateneo padovano che già in passato ha pubblicato studi sulla Sindone che ne accreditano l’antichità. 
Dunque questi specialisti hanno provato a riprodurre ciò che fu inflitto all'uomo della Sindone: la simulazione ha comportato due anni di lavoro.  
Hanno concluso che le mani del crocifisso probabilmente furono bucate dai chiodi due volte, evidentemente perché non si riusciva a fissarle ai solchi già prefissati sulla croce. 
“Per i piedi invece la situazione cambia”, spiega Bevilacqua (le sue dichiarazioni sono riportate dal Mattino di Padova). “Il piede di destra aveva sia due chiodi che due inchiodature: era stato infilato un chiodo a metà piede per assicurare l’arto sulla trave, poi è stato infilato un altro chiodo lungo due centimetri per riuscire ad accavallare il calcagno del piede sinistro sulla caviglia del piede destro”. 
Atrocità che si aggiungono a quelle già note, riferite dai Vangeli. Del resto la crocifissione, nel caso di Gesù, “è stata particolarmente brutale” affermano questi specialisti “perché fatta su un soggetto paralizzato che aveva perso molto sangue e che era stato abbondantemente flagellato”. 
Ma perché l’uomo della Sindone era in parte “paralizzato”? 
Questi specialisti spiegano che la traversa della croce, di una cinquantina di chili, in una delle cadute avrebbe provocato un grave trauma al collo, con una lesione dell’innervazione e una conseguenze paralisi del braccio destro. 
Per questo i soldati romani costrinsero Simone di Cirene a portare la croce che Gesù non poteva più sostenere. I ricercatori padovani – i quali aggiungono che l’uomo della Sindone aveva pure una lussazione della spalla – spiegano anche le cause cardiache della morte. 

PROVA DELLA RESURREZIONE 
Tutti dati reperibili sulla Sindone che però porta anche le tracce della resurrezione. Per la connessione di questi tre dati. 
Primo: i medici legali che hanno lavorato in passato su quel lenzuolo hanno appurato che esso ha sicuramente avvolto il cadavere di un uomo morto per crocifissione. 
Secondo: gli scienziati americani dello Sturp che analizzò la Sindone, con strumenti assai sofisticati, conclusero che quel corpo morto non rimase dentro al lenzuolo più di 40 ore perché non vi è alcuna traccia di putrefazione. 
Terzo: Costoro accertarono che i contorni della macchie di sangue provano che non vi fu alcun movimento fra il corpo e il lenzuolo. Il mancato strappo dei coaguli ematici rivela che il corpo non si spostò, né fu spostato, ma uscì dal lenzuolo come passandovi attraverso. 
E con il misterioso sprigionarsi, dal corpo stesso, di una energia sconosciuta che ha fissato quell'immagine (tuttora senza spiegazione scientifica). 
Arnaud-Aaron Upinsky osservò che “la Sindone porta la prova di un fatto metafisico”. In effetti è la resurrezione di Gesù. Che ha sconfitto il male e la morte per ciascuno di noi. Uno per uno. E ci regala l’immortalità.
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Lunedì dell'Angelo 21-apr-2014 (Angelus 189)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Buona Pasqua! “Cristòs anèsti! – Alethòs anèsti!”, “Cristo è risorto! – E’ veramente risorto!”. E’ fra noi, qui, in piazza! In questa settimana possiamo continuare a scambiarci l’augurio pasquale, come se fosse un unico giorno. È il grande giorno che ha fatto il Signore.
Il sentimento dominante che traspare dai racconti evangelici della Risurrezione è la gioia piena di stupore, ma uno stupore grande! La gioia che viene da dentro! E nella Liturgia noi riviviamo lo stato d’animo dei discepoli per la notizia che le donne avevano portato: Gesù è risorto! Noi lo abbiamo visto! 
Lasciamo che questa esperienza, impressa nel Vangelo, si imprima anche nei nostri cuori e traspaia nella nostra vita. Lasciamo che lo stupore gioioso della Domenica di Pasqua si irradi nei pensieri, negli sguardi, negli atteggiamenti, nei gesti e nelle parole… Magari fossimo così luminosi! Ma questo non è un maquillage! Viene da dentro, da un cuore immerso nella fonte di questa gioia, come quello di Maria Maddalena, che pianse per la perdita del suo Signore e non credeva ai suoi occhi vedendolo risorto. Chi fa questa esperienza diventa testimone della Risurrezione, perché in un certo senso è risorto lui stesso, è risorta lei stessa. Allora è capace di portare un “raggio” della luce del Risorto nelle diverse situazioni: in quelle felici, rendendole più belle e preservandole dall’egoismo; in quelle dolorose, portando serenità e speranza.
In questa settimana, ci farà bene prendere il Libro del Vangelo e leggere quei capitoli che parlano della Risurrezione di Gesù. Ci farà tanto bene! Prendere il Libro, cercare i capitoli e leggere quello. Ci farà bene, in questa settimana, anche pensare alla gioia di Maria, la Madre di Gesù. Come il suo dolore è stato intimo, tanto da trafiggere la sua anima, così la sua gioia è stata intima e profonda, e ad essa i discepoli potevano attingere. Passato attraverso l’esperienza di morte e risurrezione del suo Figlio, viste, nella fede, come l’espressione suprema dell’amore di Dio, il cuore di Maria è diventato una sorgente di pace, di consolazione, di speranza, di misericordia. Tutte le prerogative della nostra Madre derivano da qui, dalla sua partecipazione alla Pasqua di Gesù. Dal venerdì al mattino di domenica, Lei non ha perso la speranza: l’abbiamo contemplata Madre addolorata ma, al tempo stesso, Madre piena di speranza. Lei, la Madre di tutti i discepoli, la Madre della Chiesa, è Madre di speranza.
A Lei, silenziosa testimone della morte e della risurrezione di Gesù, chiediamo di introdurci nella gioia pasquale. Lo faremo con la recita del Regina Caeli, che nel tempo pasquale sostituisce la preghiera dell’Angelus.
Dopo il Regina Coeli:
Rivolgo un cordiale saluto a tutti voi, cari pellegrini venuti dall’Italia e da vari Paesi per prendere parte a questo incontro di preghiera.
Ricordatevi questa settimana di prendere il Vangelo, cercare i capitoli dove si parla della Risurrezione e leggere, ogni giorno, un brano di quei capitoli. Ci farà bene, in questa settimana della Risurrezione di Gesù.
A ciascuno formulo l’augurio di trascorrere nella gioia e nella serenità questo Lunedì dell’Angelo, in cui si prolunga la gioia della Risurrezione di Cristo.
Buona e santa Pasqua a tutti! Buon pranzo e arrivederci!
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