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Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

sabato 29 novembre 2014

I figli: dono e responsabilità (Contributi 987)

Ecco il discorso di mons. Massimo Camisasca alla Città di Reggio Emilia nella Solennità di san Prospero (patrono della città - 24 novembre 2014) 

Cari Amici, cari Fratelli e Sorelle, illustri Autorità, 
papa Francesco, con il Sinodo straordinario dei Vescovi che si è da poco concluso, ha posto all’attenzione della Chiesa e del mondo la realtà della famiglia. Egli ritiene, come tutti noi, che la famiglia sia il cuore della Chiesa e della società. È nella famiglia, infatti, che si imparano e si vivono le dimensioni fondamentali della vita. Si impara che l’amore ci precede, entra a trasformare la nostra esistenza creando dei legami che diventano fondamentali. Nella famiglia si impara l’apertura agli altri, alla nuova vita dei figli, si impara l’importanza dell’educazione, il rispetto delle altre persone, soprattutto attraverso la scoperta che i figli non ci appartengono e che, in definitiva, noi non apparteniamo a noi stessi. In occasione della festa di san Prospero, nostro patrono, intendo dunque parlare, quest’anno, della famiglia, affrontando di essa un aspetto particolare: i figli, come dono e responsabilità. 

Il discorso del Vescovo in occasione della festa di san Prospero vuole parlare a tutta la Città, non per imporre una visione ideologica della vita, ma per proporre alcune osservazioni ed esperienze che possono aiutare a leggere ciò che di profondamente umano vi è nella nostra esistenza e anche ciò che va recuperato e riscoperto. Parlare della famiglia e sostenere la realtà familiare non vuol dire, da parte mia, difendere un passato, semplicemente una tradizione, qualcosa di arcaico che si vuole salvare a tutti i costi. Sostenere la famiglia vuol dire, invece, riscoprire un bene che può costituire un grande punto di costruzione per il nostro futuro. 

Tutti quanti siamo chiamati, perciò, a riscoprire la realtà della famiglia, a riscoprire ciò che in essa vi è di fondamentale per la vita degli uomini e ciò che può costituire un bagaglio di speranza per la nostra vita presente. 
Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes, ha messo in luce in modo originale il valore personale dell’amore nella famiglia[1]. Accanto al suo scopo generativo, ha messo in rilievo il bene del rapporto fra le persone, marito e moglie, genitori e figli, come una caratteristica propria della vita familiare. 

 In questo mio discorso alla Città, desidero parlare della famiglia come luogo naturale della vita, come luogo capace di mettere al mondo un nuovo essere umano e di assicurare ad esso una stabilità di accoglienza, che solo la famiglia può dare. Sono consapevole di tutte le fragilità che sono presenti nella realtà familiare. Essa ha però dentro di sé, proprio per il patto di stabilità che la costituisce, la grande promessa di assicurare al figlio un luogo che lo aiuti a crescere adeguatamente. 

Parlo di tutto ciò nella consapevolezza che l’Italia è uno dei Paesi più colpiti dal fenomeno della denatalità. In meno di dieci anni, dagli anni Settanta agli anni Ottanta, siamo scesi da 900mila nascite a 300mila, per poi attestarci intorno a 550mila unità. 
Il progressivo cambiamento dei modelli di fecondità della popolazione italiana ha portato il livello di ricambio generazionale sotto la soglia dei due figli per donna da più di trent'anni e ciò, unitamente al progressivo invecchiamento della popolazione, ha condotto alle conseguenze drammatiche che oggi affrontiamo. Se verranno confermati i parametri di questi anni avremo una popolazione di ultra sessantacinquenni, i nonni, che se adesso supera di mezzo milione quella dei nipoti, nel 2030 potrebbe superarla di 6 milioni. 
Ci sono poi le ragioni economiche e sociali di questa denatalità, che sono, tra l’altro, il costo dei figli, la difficile conciliazione soprattutto tra lavoro e impegni familiari, il costo delle abitazioni e la disoccupazione giovanile. 

La famiglia, luogo della generazione 

Vorrei riflettere con voi, allora, su che cosa significa generare dei figli, un bene prezioso che è diventato sempre più raro nel nostro Paese. 
Mentre nel mondo animale esiste la riproduzione, cioè la produzione di nuovi esseri per la salvaguardia della specie, nel mondo degli uomini si parla piuttosto di generazione o di procreazione. 
La parola generare contiene il riferimento a un’origine, génos. La stessa parola ci collega con il genere maschile e femminile e con la genealogia, cioè con un filo che unisce generati e generandi. 
Il generare ha quindi a che fare con la differenza originaria, con l’uomo creato come maschio e come femmina. Nello stesso tempo nell'umano il generare non è solo un’azione in avanti — pro-creare — ma ci fa anche guardare all'indietro, al fatto che i generanti, i genitori, sono essi stessi generati, essi stessi dei figli. 
Noi oggi, figli del nostro tempo, viviamo in un presente dilatato, ci concepiamo spesso come se fossimo noi l’inizio assoluto della storia e dimentichiamo la inscindibilità del generare e dell’essere generati. Ogni figlio ha un nome proprio, ma ha anche un cognome, vale a dire fa parte di una storia familiare, ha una genealogia, porta su di sé i geni di molte generazioni, sia da parte della madre che da parte del padre, e ha un rapporto diretto con i nonni che spesso se ne prendono cura, soprattutto nel nostro Paese nel quale i nonni rappresentano una grande risorsa per la famiglia. 
L’esperienza positiva e bella delle famiglie con bambini adottati o in affido, ci aiuta a non assolutizzare tutto ciò, ma le particolari fatiche e difficoltà che deve attraversare la famiglia adottiva, anziché contraddire quanto finora affermato, ne mettono in luce l’importanza. 
Quando abbiamo detto che solo la famiglia genera, abbiamo voluto dire che in essa l’uomo e la donna si uniscono mettendo in comune dei patrimoni genetici e simbolici che vengono da lontano e che danno origine a un nuovo essere umano. Nel far questo capiscono che la vita che hanno donata è essa stessa un dono che hanno ricevuto. 
La novità che introduce nel mondo il nuovo nato è una novità assoluta, non una trasformazione di ciò che già esiste. Generare persone, dunque, è una novità universale che esiste in tutti i tempi e in tutti i luoghi della terra. Come ha scritto Hannah Arendt, «in ogni nascita un nuovo inizio appare all'interno del mondo, un mondo nuovo è virtualmente giunto all’esistenza»[2]. Questo mondo nuovo è la persona. 
Dire persona non è la stessa cosa che dire individuo. Noi non siamo degli esseri solitari, ma degli esseri in relazione. Come ha scritto papa Francesco nella Lumen Fidei, «la persona vive sempre in relazione. Viene da altri, appartiene ad altri, la sua vita si fa più grande nell’incontro con altri. E anche la propria conoscenza, la stessa coscienza di sé, è di tipo relazionale, ed è legata ad altri che ci hanno preceduto: in primo luogo i nostri genitori, che ci hanno dato la vita e il nome. Il linguaggio stesso, le parole con cui interpretiamo la nostra vita e la nostra realtà, ci arriva attraverso altri, preservato nella memoria viva di altri. La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande»[3] 

Il figlio: dono o diritto? 
Oggi c’è poca consapevolezza della novità e del bene insito nella nuova vita che viene alla luce, lo sentiamo come un diritto più che come un dono. Un diritto degli adulti, della coppia e, a volte, addirittura del singolo, che non vuole privarsi di questa significativa esperienza. La novità della nascita, la novità della presenza di un nuovo essere umano — che viene sì dalle nostre viscere, ma è fin da subito altro da noi, è subito persona con una sua dignità — cede il passo di fronte al “bisogno” realizzativo dell’adulto. Il figlio tende a diventare il prolungamento del genitore che facilmente si rispecchia in lui e affida a lui il senso della sua vita. Diventa la sua “pre-occupazione”. La maggiore sensibilità che abbiamo oggi nei confronti dei bambini — che è sicuramente un fatto positivo — si traduce troppo spesso in forme di possesso sottile che impediscono al padre e alla madre di svolgere il loro compito educativo. Tutto ciò costituisce un’ipoteca per uno sviluppo libero del bambino. 
Questo aggrapparsi degli adulti ai pochi bambini che mettono al mondo è anche il segno della fragilità della coppia che cerca la sua consistenza prevalentemente nell'intesa emotiva e poco nella responsabilità nei confronti del partner e dei figli. La famiglia ha perso così il suo ancoraggio nella coppia stabile. Oggi poi, con la messa in discussione della differenza sessuale come prerequisito della unione coniugale, la famiglia rischia non solo di perdere qualche pezzo, ma di perdere la sua stessa identità. Essa infatti si fonda sull'unione stabile tra un uomo e una donna che mettono in comune i loro corpi, i loro affetti, i significati delle loro vite che hanno ereditato dalle loro famiglie e li trasformano, secondo la loro sensibilità, coinvolgendosi in un progetto generativo.

Ripartire dalla coscienza di essere figli 
Come possiamo allora riprendere questo aspetto elementare della famiglia (cioè il figlio come dono) senza smarrirci nella falsa strada del diritto degli adulti? Dobbiamo ripartire dalla condizione di figli, da questo vincolo di dipendenza che è una delle radici più profonde della condizione umana. 
Tutti noi siamo figli, tutti i bambini sono figli. Il figlio rimanda, esige i suoi genitori e la sua genealogia. Questo è il suo diritto fondamentale: che venga riconosciuto come figlio, che venga riconosciuto il suo luogo generativo, che gli sia garantita una vita famigliare, come sta scritto nella Convenzione sui diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite del 1989. 
Il figlio più difficilmente costruirà la propria identità quando non può vivere, attraverso la sua condizione di figlio, in stretta relazione con chi l’ha generato. Il diritto del bambino-figlio ad avere una famiglia è un diritto, dunque, di identità. Tale diritto, purtroppo, a volte è “tradito” dalla pretesa dei genitori di avere “un figlio a tutti i costi”, ed è ricercato anche attraverso strade, come la fecondazione eterologa o l’utero in affitto, che rendono problematico per il figlio conoscere le sue origini. Nascere con un vuoto di origine alle spalle, non sapendo chi è il padre o la madre o sapendo che il padre ha il volto anonimo di chi ha dato il seme e la madre l’utero, è una verità drammatica per il figlio[4]. I vuoti relativamente alle origini si traducono in lacune gravi dell’identità perché rendono impossibile la narrazione della propria storia personale. 
Ma anche gli adulti che si mettono su questa pericolosa china fatta di diritto, possesso e controllo del figlio perdono un aspetto fondamentale dell’esperienza: il fatto che il figlio è un dono, un inatteso, una sorpresa. È la vita stessa dei figli, nei suoi caratteri di novità e imprevedibilità, che smentisce l’illusione del controllo e che richiama i genitori ad un atteggiamento di servizio umile e gratuito nei confronti della vita. Come dice san Giovanni Paolo II nella Lettera alle Famiglie: «Il bambino fa di sé un dono ai fratelli, alle sorelle, ai genitori, all'intera famiglia. La sua vita diventa dono per gli stessi donatori della vita, i quali non potranno non sentire la presenza del figlio, la sua partecipazione alla loro esistenza, il suo apporto al bene comune loro e della comunità familiare»[5]. 

Il figlio come “compito” 
Il dono del figlio è contemporaneamente un compito per i genitori. Si apre qui il grande tema dell’educazione. Il figlio deve essere condotto responsabilmente e amorevolmente lungo l’itinerario che dall'infanzia porta alle soglie della maturità. 
L’educazione è il proseguimento della generazione. Il compito educativo della famiglia deve accompagnare il figlio a incontrare le cose e l’intera esistenza. Dice Papa Benedetto XVI: «Educare — dal latino educere — significa condurre fuori da se stessi per introdurre alla realtà, verso una pienezza che fa crescere la persona»[6], perché realizzi qualche cosa di bello e di buono, perché realizzi la propria vocazione. 
Occorrerà mettere in conto anche gli insuccessi e i sacrifici. Il sacrificio è una cosa di cui noi post-moderni facciamo fatica a comprendere il valore. Eppure è molto faticoso educare ed è anche molto faticoso per i genitori di oggi chiedere rinunce, porre limiti alle richieste dei figli: temono di perdere il loro affetto. Le insicurezze e le fragilità dei genitori impediscono loro di stabilire un rapporto libero con i figli. Rendono più debole e ambigua la loro autorevolezza. Sono ricattati dal loro bisogno di ricevere affetto e riconoscimento da parte dei figli. 
È giusto che i figli occupino un posto importante nella vita. Sono un bene insostituibile, ma non possono essere il senso della vita. Non sono fatti per riempire il vuoto delle nostre esistenze, per consolarci delle nostre ferite, ma perché insieme, attingendo al comune Mistero del dono della vita, realizziamo la nostra vocazione. È particolarmente luminosa a questo proposito l’esperienza di Chiara Corbella ed Enrico Petrillo che hanno accolto i loro bambini “malati” come un dono che Dio faceva loro, certi che quei bambini avevano una missione misteriosa da svolgere e loro, come genitori, erano chiamati ad accompagnarli per il tempo che Dio aveva stabilito. Accompagnarli nella loro vocazione per riconsegnarli a Lui[7]. 
Oggi i genitori sono in difficoltà nel condurre i figli a realizzare la loro vocazione, sono incerti sui criteri da adottare nelle difficili e complicate scelte dell’esistenza, non sanno che cosa ultimamente desiderare per sé e di conseguenza per i figli. Per questo l’attaccamento dei genitori è più di tipo narcisistico che progettuale. I figli non sono visti come nuova generazione che si affaccia alla vita, ma piuttosto come coloro che riempiono il vuoto esistenziale del genitore. Per questo si tende a trattenerli in casa. Invece una genuina posizione educativa fa sì che il genitore, attraverso un rapporto affidabile, sia un testimone che la vita ha un senso e accompagni il figlio a cercarlo e a trovarlo. E lui stesso, in questo viaggio, sa riproporsi gli eterni “perché”, sa rilanciare la speranza. «È compito di coloro che si sono assunti la responsabilità di genitori — scriveva significativamente il mio predecessore, mons. Adriano Caprioli, nella sua ultima Lettera pastorale — di rendere ragione al figlio della promessa che essi hanno fatto mettendolo al mondo: la promessa per cui “c’è una speranza nella tua vita”»[8]. 
Da questo punto di vista, è altamente educativo per un figlio vedere una madre e un padre che pregano assieme, che hanno un punto di riferimento più grande di loro, a cui chiedono forza e sapienza. I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti, che non esistono, ma di adulti che come loro e prima di loro siano affamati di verità e bellezza, di significato e di felicità. Genitori che, pur con tanti limiti e in mezzo a tanti errori, desiderano dare la vita per qualcosa di grande. 
In questo senso, l’esperienza della paternità e della maternità è un grande dono innanzitutto per i genitori stessi, anche sul piano spirituale. Proprio perché è un compito che quasi supera le loro risorse, può diventare la strada per trarre fuori da se stessi la parte migliore: pensiamo alla capacità di donarsi, di uscire da sé, di sperare, di avere pazienza…; è una nuova vita non solo per il bambino, ma anche per i genitori stessi. Diventare genitori è un’esperienza che li “costringerà” ad affidarsi, a mettersi in mani più grandi. 
La grandezza, la complessità e la fragilità della vita familiare possono diventare l’occasione per scoprirsi sempre più figli, per riconoscersi piccoli, per imparare ad abbandonarsi, a chiedere e a sperimentare la provvidenza del Padre. Diventare papà e mamme significa assomigliare di più a Dio, che ama come padre e madre, ma significa anche diventare più figli: figli insieme come coppia e figli insieme ai propri figli. 

La missione della famiglia: umanizzare l’umano 
L’educazione aiuta la vita dei figli a fiorire, affinché, a loro volta, producano nuovi frutti vitali. In questo modo la famiglia “umanizza l’umano”. Che cosa significa? 
Per diventare pienamente umani occorre imparare innanzitutto cosa voglia dire voler bene, occorre fare esperienza di legami affidabili, del gusto e della fatica di lavorare per un progetto di vita buona. Tutto questo una famiglia lo può dare indipendentemente dal grado di istruzione. Sono spesso le famiglie più semplici, più povere a testimoniare questi “legami affidabili”. Talvolta quanto più si è studiato, tanto più si è portati a pensare che educare sia dare competenze. Lo scopo della famiglia non è dare competenze, ma rendere umani, cioè aiutare l’altro a diventare persona compiuta: la famiglia insegna la fiducia, la speranza, la capacità di perdono, insegna a vedere con realismo anche quella quota di male che segna inesorabilmente la vita di ognuno. 
L’uomo può amare se prima ha riconosciuto un amore gratuito su di sé. La famiglia è il luogo dove il soggetto umano fa l’esperienza affettiva e morale elementare, basilare, sperimenta di essere voluto e amato e impara, così, a prendersi cura dell’altro. 
Essere figli è cronologicamente la prima e decisiva esperienza che ciascuno di noi ha fatto in seno alla propria famiglia, ed è anche quell'esperienza dalla quale dipenderà in buona parte la capacità di vivere da fratelli, di essere sposi, padri e madri. 
Come nella vita relazionale, anche per quanto riguarda la vita spirituale i genitori sono i primi mediatori e testimoni della fiducia, della speranza e dell’amore che Dio ha per noi, creando così nella famiglia un contesto in cui la fede può più facilmente nascere e fiorire. 
I genitori educano innanzitutto attraverso la cura del loro legame e rimanendo aperti alla vita. Infatti, l’arrivo di un figlio o di un fratello in una famiglia è il segno che c’è una “sorgente” ancora viva, e non solo biologicamente; significa che c’è stato un atto d’amore. Proprio il prolungamento di quest’atto d’amore è il primo regalo che i genitori sono chiamati a dare ai figli e che essi cercano: tenere vivo nella coppia il volersi bene. I bambini e i ragazzi non hanno solo bisogno di essere amati, ma hanno bisogno di vedere che è possibile e vale la pena amarsi. Da questo nascerà la loro fiducia e la capacità di creare dei legami stabili. 

Una comunione educativa 
Tutto quanto ho detto finora può far sorgere in noi la domanda: ma è possibile vivere questo compito così complesso? Sì, perché i genitori non sono soli, non sono chiamati ad essere autosufficienti. Anzi, proprio la gravità del loro compito fa avvertire loro, in modo quasi naturale, il bisogno di una comunione con altre famiglie, con cui condividere gioie, preoccupazioni, scelte educative. Il cuore della vocazione dei genitori è proprio questa apertura che sono chiamati a vivere di fronte alla propria inadeguatezza. Dio sempre assegna un compito all’uomo perché questi, attraverso la missione che gli è affidata, abbia a comprendere che da solo non può far nulla (cfr. Gv 15,5). Il compito che Dio affida ad ognuno è sempre anche un espediente per farci entrare nella comunione, per farci capire che siamo fatti per la comunione. Una famiglia che si concepisse da sola, che si ripiegasse su sé stessa, contraddirebbe la sua essenza più profonda. 
Oltre che sull'amicizia con altre famiglie, sul sostegno materiale e spirituale di tante persone e sulla comunità cristiana, i genitori possono contare su molte istituzioni che collaborano alla loro opera educativa. Spetta ad essi la responsabilità di scegliere i luoghi più adeguati per la formazione dei loro figli, ma devono poter contare su altre istituzioni e su altri adulti che, nel rispetto dei diversi ruoli, si assumano anch’essi il loro compito educativo. Si comprende, da questo punto di vista, che la possibilità di un’effettiva scelta della scuola, uno tra i più importanti di questi luoghi, è una questione decisiva. Occorrono però anche politiche familiari serie, che sostengano le famiglie valorizzando i soggetti sociali che possano rigenerare quella rete comunitaria che rende più facile l’impresa educativa. Come ha ricordato papa Francesco con un proverbio africano, parlando al mondo della scuola italiana, «c’è bisogno di un villaggio per far crescere un bambino»[9].

[1] Cfr. Gaudium et Spes, 47-52; in particolare n. 49: «Proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona con un sentimento che nasce dalla volontà, quell’amore abbraccia il bene di tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità le espressioni del corpo e della vita psichica e di nobilitarle come elementi e segni speciali dell’amicizia coniugale». 
[2] H. Arendt, La nature du totalitarisme, Payot, Paris 1990, 342. 
[3] Francesco, Lumen Fidei 38. 
[4] Ho già accennato a questa drammatica realtà nella mia nota sul Gender citando, tra l’altro, le ricerche di E. Scabini e S. Agacinski: «vuoto di origine: […] l’itinerario a ritroso che l’umanità oggi rischia di percorrere trascina al ribasso la persona dal riconoscimento al misconoscimento, all’indifferenza, all’incuria»: E. Scabini, La crisi dei fondamentali dell’umano. Riscoprire l’attrattiva dei fondamentali, in «Tempi», 17 maro 2014. «Non ci si è per nulla preoccupati degli effetti che [l’impossibilità di risalire ai genitori biologici] potrebbe produrre nei figli stessi. […] Adesso li conosciamo meglio, poiché molti di questi figli rifiutano, più tardi, di essere prodotti fabbricati con l’aiuto di provette congelate e vorrebbero sapere a quale uomo o a quale donna, in altre parole a quali persone, debbano la vita, per potersi iscrivere in una storia umana. […] Il problema dei bambini a venire, cioè delle future generazioni, è che nessuno li rappresenta sulla scena politica democratica: non possono manifestare, né essere ricevuti, né essere ascoltati. Non costituiscono alcuna forza. Il legislatore deve però preoccuparsi delle condizioni della loro venuta»: S. Agacinski, La metamorfosi della differenza sessuale, in Vita e Pensiero, n. 2, 2013. 
[5] San Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie 11. 
[6] Benedetto XVI, Messaggio per la XLV Giornata mondiale della pace, 1 gennaio 2012, 2. Parlando del compito educativo della scuola papa Francesco utilizza espressioni simili: «Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà. Almeno così dovrebbe essere!» (Francesco, Discorso al mondo della scuola italiana, 10 maggio 2014). 
[7] Cfr. S. Troisi – C. Paccini, Siamo nati e non moriremo mai più. Storia di Chiara Corbella Petrillo, Porziuncola, 2013. 
[8] Adriano Caprioli, Vigilate: ecco sto alla porta e busso. Lettera Pastorale per il biennio 2010-2012 [2010], 23. 
[9] Francesco, Discorso al mondo della scuola italiana, 10 maggio 2014.
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