Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Si invita a leggere il post 1 del febbraio 2009 in cui sono ribaditi i motivi che mi hanno spinto a creare questo blog pur nella consapevolezza dei miei limiti.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima e al Sacro Cuore di Gesù questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

lunedì 21 aprile 2014

La lettera d'amore per te scritta col sangue (Contributi 955)

Vi propongo questo articolo di Antonio Socci dal suo sito Lo Straniero per poter meglio comprendere l'immane sacrificio di Gesù e la prova certa della Sua Resurrezione

Il 9 aprile scorso, durante l’Udienza generale in Piazza San Pietro, una persona dalla folla ha gridato verso il Pontefice: “Papa Francesco, sei unico!”. Il Santo Padre gli ha risposto: “Anche tu, anche tu sei unico. Non ci sono due come te”. 
Con quella semplice battuta ha espresso una verità immensa, che caratterizza il cristianesimo. Infatti per il mondo il singolo è solo un numero, sostituibile con tanti altri, cioè sacrificabile al potere. 
Le ideologie moderne poi considerano come protagonisti della storia dei soggetti collettivi (la Razza, la Classe, la Nazione, l’Umanità) o entità astratte come il Mercato, il Capitale, il Partito e lo Stato. 

RIVOLUZIONE 
Invece con l’avvenimento cristiano accade qualcosa di rivoluzionario: l’unico Dio che scende sulla terra e ha pietà di ogni singola persona, specie del miserabile, del peccatore incallito, del malato, di ciascun uomo. 
Per compassione il Figlio di Dio lo abbraccia, lo risana, lo perdona, addirittura si inginocchia davanti a lui e gli lava i piedi (ovvero fa quello che facevano gli schiavi agli ospiti). Fino a morire per lui, per quel singolo essere (insignificante per il mondo). 
Davvero una rivoluzione, un totale capovolgimento dell’ordine costituito da millenni, da sempre basato sui sacrifici umani, in molte forme (a partire dallo schiavismo, fondamento delle economie antiche). 
Lo colse bene il più fiero avversario moderno del Nazareno, ovvero Friedrich Nietzsche che scrisse: “L’individuo fu tenuto dal cristianesimo così importante, posto in modo così assoluto, che non lo si poté più sacrificare, ma la specie sussiste solo grazie a sacrifici umani… La vera filantropia vuole il sacrificio per il bene della specie – è dura, è piena di autosuperamento, perché abbisogna del sacrificio dell’uomo. E questo pseudoumanesimo che si chiama cristianesimo, vuole giungere appunto a far sì che nessuno venga sacrificato”. 
Noi neanche più ce ne rendiamo conto. Ma il cristianesimo è entrato nel mondo proclamando la fine di tutti i sacrifici umani. In quale modo lo ha fatto? Col sacrificio del Figlio di Dio. L’editto di liberazione è scritto sulla sua stessa carne. 
Lo ha spiegato il filosofo René Girard: Gesù è letteralmente “l’Agnello di Dio” (il capro espiatorio) che si offre in olocausto affinché tutti vengano liberati dalla schiavitù del male e nessun essere umano venga più sacrificato agli dèi della menzogna e della morte. 
Ma – attenzione – ancora una volta Gesù non si offre a quella morte orrenda per un’astratta Umanità, bensì per ogni singolo, per me che scrivo questo articolo, per te che leggi. 
La dottrina cattolica è arrivata ad affermare che, agli occhi di Dio, la salvezza di un singolo essere umano vale più dell’intero creato. 
E la mistica ci ha fatto scoprire che – in un modo misterioso – in quelle ore di atroci sofferenze Gesù pensò proprio a ognuno di noi, nome per nome, ai nostri volti. Uno per uno. Fa impressione accostare questa rivelazione dei mistici alle fasi del supplizio di Gesù.
La Sindone ci dà la perfetta immagine fisica di quelle atroci torture che il Vangelo elenca in modo scarno, quasi freddo. Vediamole. 

LETTERA DI SANGUE 
Le tante tumefazioni sul volto sono i segni dei pugni sopportati (con gli sputi e gli insulti) nelle fasi concitate dell’arresto. Però il naso rotto, l’occhio gonfio e i sopraccigli feriti (evidenti sulla Sindone) sono anche la traccia della bastonata in faccia subita da Gesù durante l’interrogatorio del Sinedrio (Gv 18, 22-23). 
Poi c’è quell’inedita macellazione dei 120 colpi di flagello romano (a tre punte) che gli hanno devastato tutto il corpo strappandogli la carne in più di trecento punti (un supplizio del tutto anomalo anche per i crocifissi). 
Ma una delle cose più dolorose per Gesù è il peso ruvido della traversa della croce che, lungo il tragitto del Calvario, letteralmente gli scopre le ossa delle spalle provocando sofferenze indicibili. 
Poi Gesù avrà la testa trafitta da circa 50 lunghe spine (la corona beffarda dei soldati romani), qualcosa che non è umanamente sopportabile. 
Ma la Sindone mostra anche ferite al volto e alle ginocchia dovute alle cadute mentre andava al Calvario (avendo le braccia legate alla traversa della Croce, non poteva ripararsi la faccia). 
Infine le ferite dei chiodi, per la crocifissione, e le ore trascorse a respirare dovendosi appoggiare proprio sugli arti inchiodati. 
Bisognerebbe fissare una per una queste atroci sofferenze ricordando che in quel momento Gesù pensava a me e a te, sopportava tutto per me e te, al posto mio e tuo, perché non fossimo sacrificati alle crudeli divinità delle tenebre. 

SCOPERTE RECENTI  
In questi giorni si è saputo che un'équipe di studiosi veneti, lavorando sulla Sindone, ha scoperto altri particolari impressionanti. 
I ricercatori Matteo Bevilacqua, direttore del reparto di Fisiopatologia Respiratoria dell’Ospedale di Padova e Raffaele De Caro, direttore dell’Istituto di Anatomia Normale dell’Università di Padova, hanno lavorato insieme con Giulio Fanti, professore del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Ateneo padovano che già in passato ha pubblicato studi sulla Sindone che ne accreditano l’antichità. 
Dunque questi specialisti hanno provato a riprodurre ciò che fu inflitto all'uomo della Sindone: la simulazione ha comportato due anni di lavoro.  
Hanno concluso che le mani del crocifisso probabilmente furono bucate dai chiodi due volte, evidentemente perché non si riusciva a fissarle ai solchi già prefissati sulla croce. 
“Per i piedi invece la situazione cambia”, spiega Bevilacqua (le sue dichiarazioni sono riportate dal Mattino di Padova). “Il piede di destra aveva sia due chiodi che due inchiodature: era stato infilato un chiodo a metà piede per assicurare l’arto sulla trave, poi è stato infilato un altro chiodo lungo due centimetri per riuscire ad accavallare il calcagno del piede sinistro sulla caviglia del piede destro”. 
Atrocità che si aggiungono a quelle già note, riferite dai Vangeli. Del resto la crocifissione, nel caso di Gesù, “è stata particolarmente brutale” affermano questi specialisti “perché fatta su un soggetto paralizzato che aveva perso molto sangue e che era stato abbondantemente flagellato”. 
Ma perché l’uomo della Sindone era in parte “paralizzato”? 
Questi specialisti spiegano che la traversa della croce, di una cinquantina di chili, in una delle cadute avrebbe provocato un grave trauma al collo, con una lesione dell’innervazione e una conseguenze paralisi del braccio destro. 
Per questo i soldati romani costrinsero Simone di Cirene a portare la croce che Gesù non poteva più sostenere. I ricercatori padovani – i quali aggiungono che l’uomo della Sindone aveva pure una lussazione della spalla – spiegano anche le cause cardiache della morte. 

PROVA DELLA RESURREZIONE 
Tutti dati reperibili sulla Sindone che però porta anche le tracce della resurrezione. Per la connessione di questi tre dati. 
Primo: i medici legali che hanno lavorato in passato su quel lenzuolo hanno appurato che esso ha sicuramente avvolto il cadavere di un uomo morto per crocifissione. 
Secondo: gli scienziati americani dello Sturp che analizzò la Sindone, con strumenti assai sofisticati, conclusero che quel corpo morto non rimase dentro al lenzuolo più di 40 ore perché non vi è alcuna traccia di putrefazione. 
Terzo: Costoro accertarono che i contorni della macchie di sangue provano che non vi fu alcun movimento fra il corpo e il lenzuolo. Il mancato strappo dei coaguli ematici rivela che il corpo non si spostò, né fu spostato, ma uscì dal lenzuolo come passandovi attraverso. 
E con il misterioso sprigionarsi, dal corpo stesso, di una energia sconosciuta che ha fissato quell'immagine (tuttora senza spiegazione scientifica). 
Arnaud-Aaron Upinsky osservò che “la Sindone porta la prova di un fatto metafisico”. In effetti è la resurrezione di Gesù. Che ha sconfitto il male e la morte per ciascuno di noi. Uno per uno. E ci regala l’immortalità.
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Lunedì dell'Angelo 21-apr-2014 (Angelus 189)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Buona Pasqua! “Cristòs anèsti! – Alethòs anèsti!”, “Cristo è risorto! – E’ veramente risorto!”. E’ fra noi, qui, in piazza! In questa settimana possiamo continuare a scambiarci l’augurio pasquale, come se fosse un unico giorno. È il grande giorno che ha fatto il Signore.
Il sentimento dominante che traspare dai racconti evangelici della Risurrezione è la gioia piena di stupore, ma uno stupore grande! La gioia che viene da dentro! E nella Liturgia noi riviviamo lo stato d’animo dei discepoli per la notizia che le donne avevano portato: Gesù è risorto! Noi lo abbiamo visto! 
Lasciamo che questa esperienza, impressa nel Vangelo, si imprima anche nei nostri cuori e traspaia nella nostra vita. Lasciamo che lo stupore gioioso della Domenica di Pasqua si irradi nei pensieri, negli sguardi, negli atteggiamenti, nei gesti e nelle parole… Magari fossimo così luminosi! Ma questo non è un maquillage! Viene da dentro, da un cuore immerso nella fonte di questa gioia, come quello di Maria Maddalena, che pianse per la perdita del suo Signore e non credeva ai suoi occhi vedendolo risorto. Chi fa questa esperienza diventa testimone della Risurrezione, perché in un certo senso è risorto lui stesso, è risorta lei stessa. Allora è capace di portare un “raggio” della luce del Risorto nelle diverse situazioni: in quelle felici, rendendole più belle e preservandole dall’egoismo; in quelle dolorose, portando serenità e speranza.
In questa settimana, ci farà bene prendere il Libro del Vangelo e leggere quei capitoli che parlano della Risurrezione di Gesù. Ci farà tanto bene! Prendere il Libro, cercare i capitoli e leggere quello. Ci farà bene, in questa settimana, anche pensare alla gioia di Maria, la Madre di Gesù. Come il suo dolore è stato intimo, tanto da trafiggere la sua anima, così la sua gioia è stata intima e profonda, e ad essa i discepoli potevano attingere. Passato attraverso l’esperienza di morte e risurrezione del suo Figlio, viste, nella fede, come l’espressione suprema dell’amore di Dio, il cuore di Maria è diventato una sorgente di pace, di consolazione, di speranza, di misericordia. Tutte le prerogative della nostra Madre derivano da qui, dalla sua partecipazione alla Pasqua di Gesù. Dal venerdì al mattino di domenica, Lei non ha perso la speranza: l’abbiamo contemplata Madre addolorata ma, al tempo stesso, Madre piena di speranza. Lei, la Madre di tutti i discepoli, la Madre della Chiesa, è Madre di speranza.
A Lei, silenziosa testimone della morte e della risurrezione di Gesù, chiediamo di introdurci nella gioia pasquale. Lo faremo con la recita del Regina Caeli, che nel tempo pasquale sostituisce la preghiera dell’Angelus.
Dopo il Regina Coeli:
Rivolgo un cordiale saluto a tutti voi, cari pellegrini venuti dall’Italia e da vari Paesi per prendere parte a questo incontro di preghiera.
Ricordatevi questa settimana di prendere il Vangelo, cercare i capitoli dove si parla della Risurrezione e leggere, ogni giorno, un brano di quei capitoli. Ci farà bene, in questa settimana della Risurrezione di Gesù.
A ciascuno formulo l’augurio di trascorrere nella gioia e nella serenità questo Lunedì dell’Angelo, in cui si prolunga la gioia della Risurrezione di Cristo.
Buona e santa Pasqua a tutti! Buon pranzo e arrivederci!
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domenica 20 aprile 2014

Messaggio Urbi et Orbi di Papa Francesco - Pasqua 2014

Cari fratelli e sorelle, buona e santa Pasqua!
Risuona nella Chiesa sparsa in tutto il mondo l’annuncio dell’angelo alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. E’ risorto … venite, guardate il luogo dove era stato deposto» (Mt 28,5-6).
Questo è il culmine del Vangelo, è la Buona Notizia per eccellenza: Gesù, il crocifisso, è risorto! Questo avvenimento è alla base della nostra fede e della nostra speranza: se Cristo non fosse risorto, il Cristianesimo perderebbe il suo valore; tutta la missione della Chiesa esaurirebbe la sua spinta, perché è da lì che è partita e che sempre riparte. Il messaggio che i cristiani portano al mondo è questo: Gesù, l’Amore incarnato, è morto sulla croce per i nostri peccati, ma Dio Padre lo ha risuscitato e lo ha fatto Signore della vita e della morte. In Gesù, l’Amore ha vinto sull’odio, la misericordia sul peccato, il bene sul male, la verità sulla menzogna, la vita sulla morte.
Per questo noi diciamo a tutti: «Venite e vedete!». In ogni situazione umana, segnata dalla fragilità, dal peccato e dalla morte, la Buona Notizia non è soltanto una parola, ma è una testimonianza di amore gratuito e fedele: è uscire da sé per andare incontro all’altro, è stare vicino a chi è ferito dalla vita, è condividere con chi manca del necessario, è rimanere accanto a chi è malato o vecchio o escluso… “Venite e vedete!”: l’Amore è più forte, l’Amore dona vita, l’Amore fa fiorire la speranza nel deserto.
Con questa gioiosa certezza nel cuore, noi oggi ci rivolgiamo a te, Signore Risorto!
Aiutaci a cercarti affinché tutti possiamo incontrarti, sapere che abbiamo un Padre e non ci sentiamo orfani; che possiamo amarti e adorarti.
Aiutaci a sconfiggere la piaga della fame, aggravata dai conflitti e dagli immensi sprechi di cui spesso siamo complici.
Rendici capaci di proteggere gli indifesi, soprattutto i bambini, le donne e gli anziani, a volte fatti oggetto di sfruttamento e di abbandono.
Fa’ che possiamo curare i fratelli colpiti dall’epidemia di ebola in Guinea Conakry, Sierra Leone e Liberia, e quelli affetti da tante altre malattie, che si diffondono anche per l’incuria e la povertà estrema.
Consola quanti oggi non possono celebrare la Pasqua con i propri cari perché strappati ingiustamente ai loro affetti, come le numerose persone, sacerdoti e laici, che in diverse parti del mondo sono state sequestrate.
Conforta coloro che hanno lasciato le proprie terre per migrare in luoghi dove poter sperare in un futuro migliore, vivere la propria vita con dignità e, non di rado, professare liberamente la propria fede.
Ti preghiamo, Gesù glorioso, fa’ cessare ogni guerra, ogni ostilità grande o piccola, antica o recente!
Ti supplichiamo, in particolare, per la Siria, l’amata Siria, perché quanti soffrono le conseguenze del conflitto possano ricevere i necessari aiuti umanitari e le parti in causa non usino più la forza per seminare morte, soprattutto contro la popolazione inerme, ma abbiano l’audacia di negoziare la pace, ormai da troppo tempo attesa!
Gesù glorioso, ti domandiamo di confortare le vittime delle violenze fratricide in Iraq e di sostenere le speranze suscitate dalla ripresa dei negoziati tra Israeliani e Palestinesi.
Ti imploriamo che venga posta fine agli scontri nella Repubblica Centroafricana e che si fermino gli efferati attentati terroristici in alcune zone della Nigeria e le violenze in Sud Sudan.
Ti chiediamo che gli animi si volgano alla riconciliazione e alla concordia fraterna in Venezuela.
Per la tua Risurrezione, che quest’anno celebriamo insieme con le Chiese che seguono il calendario giuliano, ti preghiamo di illuminare e ispirare iniziative di pacificazione in Ucraina, perché tutte le parti interessate, sostenute dalla Comunità internazionale, intraprendano ogni sforzo  per impedire la violenza e costruire, in uno spirito di unità e di dialogo, il futuro del Paese. Che loro come fratelli possano oggi cantare Хрhctос Воскрес.
Per tutti i popoli della Terra ti preghiamo, Signore: tu che hai vinto la morte, donaci la tua vita, donaci la tua pace! Cari fratelli e sorelle, buona Pasqua!
SALUTO
Cari fratelli e sorelle,
rinnovo il mio augurio di Buona Pasqua a tutti voi giunti in questa Piazza da ogni parte del mondo. Estendo gli auguri pasquali a quanti, da vari Paesi, sono collegati attraverso i mezzi di comunicazione sociale. Portate nelle vostre famiglie e nelle vostre comunità il lieto annuncio che Cristo nostra pace e nostra speranza è risorto!
Grazie per la vostra presenza, per la vostra preghiera e per la vostra testimonianza di fede. Un pensiero particolare e riconoscente per il dono dei bellissimi fiori, che provengono dai Paesi Bassi. Buona Pasqua a tutti!
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venerdì 18 aprile 2014

Unti con l’olio della gioia (Contributi 954)

Omelia Papa Francesco Santa Messa del Crisma 2014:
Cari fratelli nel sacerdozio! Nell’Oggi del Giovedì Santo, in cui Cristo ci amò fino all’estremo (cfr Gv 13,1), facciamo memoria del giorno felice dell’Istituzione del sacerdozio e di quello della nostra Ordinazione sacerdotale. Il Signore ci ha unto in Cristo con olio di gioia e questa unzione ci invita a ricevere e a farci carico di questo grande dono: la gioia, la letizia sacerdotale. La gioia del sacerdote è un bene prezioso non solo per lui ma anche per tutto il popolo fedele di Dio: quel popolo fedele in mezzo al quale è chiamato il sacerdote per essere unto e al quale è inviato per ungere.
Unti con olio di gioia per ungere con olio di gioia. La gioia sacerdotale ha la sua fonte nell’Amore del Padre, e il Signore desidera che la gioia di questo Amore «sia in noi» e «sia piena» (Gv 15,11). A me piace pensare la gioia contemplando la Madonna: Maria, la «madre del Vangelo vivente, è sorgente di gioia per i piccoli» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 288), e credo che non esageriamo se diciamo che il sacerdote è una persona molto piccola: l’incommensurabile grandezza del dono che ci è dato per il ministero ci relega tra i più piccoli degli uomini. Il sacerdote è il più povero degli uomini se Gesù non lo arricchisce con la sua povertà, è il più inutile servo se Gesù non lo chiama amico, il più stolto degli uomini se Gesù non lo istruisce pazientemente come Pietro, il più indifeso dei cristiani se il Buon Pastore non lo fortifica in mezzo al gregge. Nessuno è più piccolo di un sacerdote lasciato alle sue sole forze; perciò la nostra preghiera di difesa contro ogni insidia del Maligno è la preghiera di nostra Madre: sono sacerdote perché Lui ha guardato con bontà la mia piccolezza (cfr Lc 1,48). E a partire da tale piccolezza accogliamo la nostra gioia. Gioia nella nostra piccolezza!
Trovo tre caratteristiche significative nella nostra gioia sacerdotale: è una gioia che ci unge (non che ci rende untuosi, sontuosi e presuntuosi), è una gioia incorruttibile ed è una gioia missionaria che si irradia a tutti e attira tutti, cominciando alla rovescia: dai più lontani.
Una gioia che ci unge. Vale a dire: è penetrata nell’intimo del nostro cuore, lo ha configurato e fortificato sacramentalmente. I segni della liturgia dell’ordinazione ci parlano del desiderio materno che ha la Chiesa di trasmettere e comunicare tutto ciò che il Signore ci ha dato: l’imposizione delle mani, l’unzione con il santo Crisma, il rivestire con i paramenti sacri, la partecipazione immediata alla prima Consacrazione… La grazia ci colma e si effonde integra, abbondante e piena in ciascun sacerdote. Unti fino alle ossa… e la nostra gioia, che sgorga da dentro, è l’eco di questa unzione.
Una gioia incorruttibile. L’integrità del Dono, alla quale nessuno può togliere né aggiungere nulla, è fonte incessante di gioia: una gioia incorruttibile, che il Signore ha promesso che nessuno potrà togliercela (cfr Gv 16,22). Può essere addormentata o soffocata dal peccato o dalle preoccupazioni della vita ma, nel profondo, rimane intatta come la brace di un ceppo bruciato sotto le ceneri, e sempre può essere rinnovata. La raccomandazione di Paolo a Timoteo rimane sempre attuale: Ti ricordo di ravvivare il fuoco del dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani (cfr 2 Tm 1,6).
Una gioia missionaria. Questa terza caratteristica la voglio condividere e sottolineare in modo speciale: la gioia del sacerdote è posta in intima relazione con il santo popolo fedele di Dio perché si tratta di una gioia eminentemente missionaria. L’unzione è in ordine a ungere il santo popolo fedele di Dio: per battezzare e confermare, per curare e consacrare, per benedire, per consolare ed evangelizzare.
E poiché è una gioia che fluisce solo quando il pastore sta in mezzo al suo gregge (anche nel silenzio della preghiera, il pastore che adora il Padre è in mezzo alle sue pecorelle) e per questo è una “gioia custodita” da questo stesso gregge. Anche nei momenti di tristezza, in cui tutto sembra oscurarsi e la vertigine dell’isolamento ci seduce, quei momenti apatici e noiosi che a volte ci colgono nella vita sacerdotale (e attraverso i quali anch’io sono passato), persino in questi momenti il popolo di Dio è capace di custodire la gioia, è capace di proteggerti, di abbracciarti, di aiutarti ad aprire il cuore e ritrovare una gioia rinnovata.
“Gioia custodita” dal gregge e custodita anche da tre sorelle che la circondano, la proteggono, la difendono: sorella povertà, sorella fedeltà e sorella obbedienza.
La gioia del sacerdote è una gioia che ha come sorella la povertà. Il sacerdote è povero di gioia meramente umana: ha rinunciato a tanto! E poiché è povero, lui, che dà tante cose agli altri, la sua gioia deve chiederla al Signore e al popolo fedele di Dio. Non deve procurarsela da sé. Sappiamo che il nostro popolo è generosissimo nel ringraziare i sacerdoti per i minimi gesti di benedizione e in modo speciale per i Sacramenti. Molti, parlando della crisi di identità sacerdotale, non tengono conto che l’identità presuppone appartenenza. Non c’è identità – e pertanto gioia di vivere – senza appartenenza attiva e impegnata al popolo fedele di Dio (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 268). Il sacerdote che pretende di trovare l’identità sacerdotale indagando introspettivamente nella propria interiorità forse non trova altro che segnali che dicono “uscita”: esci da te stesso, esci in cerca di Dio nell’adorazione, esci e dai al tuo popolo ciò che ti è stato affidato, e il tuo popolo avrà cura di farti sentire e gustare chi sei, come ti chiami, qual è la tua identità e ti farà gioire con il cento per uno che il Signore ha promesso ai suoi servi. Se non esci da te stesso, l’olio diventa rancido e l’unzione non può essere feconda. Uscire da sé stessi richiede spogliarsi di sé, comporta povertà.
La gioia sacerdotale è una gioia che ha come sorella la fedeltà. Non tanto nel senso che saremmo tutti “immacolati” (magari con la grazia di Dio lo fossimo!) perché siamo peccatori, ma piuttosto nel senso di una sempre nuova fedeltà all’unica Sposa, la Chiesa. Qui è la chiave della fecondità. I figli spirituali che il Signore dà ad ogni sacerdote, quelli che ha battezzato, le famiglie che ha benedetto e aiutato a camminare, i malati che sostiene, i giovani con cui condivide la catechesi e la formazione, i poveri che soccorre… sono questa “Sposa” che egli è felice di trattare come prediletta e unica amata e di esserle sempre nuovamente fedele. E’ la Chiesa viva, con nome e cognome, di cui il sacerdote si prende cura nella sua parrocchia o nella missione affidatagli, è essa che gli dà gioia quando le è fedele, quando fa tutto ciò che deve fare e lascia tutto ciò che deve lasciare pur di rimanere in mezzo alle pecore che il Signore gli ha affidato: «Pasci le mie pecore» (Gv 21,16.17).
La gioia sacerdotale è una gioia che ha come sorella l’obbedienza. Obbedienza alla Chiesa nella Gerarchia che ci dà, per così dire, non solo l’ambito più esterno dell’obbedienza: la parrocchia alla quale sono inviato, le facoltà del ministero, quell’incarico particolare… bensì anche l’unione con Dio Padre, dal quale deriva ogni paternità. Ma anche l’obbedienza alla Chiesa nel servizio: disponibilità e prontezza per servire tutti, sempre e nel modo migliore, a immagine di “Nostra Signora della prontezza” (cfr Lc 1,39: meta spoudes), che accorre a servire sua cugina e sta attenta alla cucina di Cana, dove manca il vino. La disponibilità del sacerdote fa della Chiesa la Casa dalle porte aperte, rifugio per i peccatori, focolare per quanti vivono per strada, casa di cura per i malati, campeggio per i giovani, aula di catechesi per i piccoli della prima Comunione… Dove il popolo di Dio ha un desiderio o una necessità, là c’è il sacerdote che sa ascoltare (ob-audire) e sente un mandato amoroso di Cristo che lo manda a soccorrere con misericordia quella necessità o a sostenere quei buoni desideri con carità creativa.
Colui che è chiamato sappia che esiste in questo mondo una gioia genuina e piena: quella di essere preso dal popolo che uno ama per essere inviato ad esso come dispensatore dei doni e delle consolazioni di Gesù, l’unico Buon Pastore che, pieno di profonda compassione per tutti i piccoli e gli esclusi di questa terra, affaticati e oppressi come pecore senza pastore, ha voluto associare molti al suo ministero per rimanere e operare Lui stesso, nella persona dei suoi sacerdoti, per il bene del suo popolo.
In questo Giovedì Santo chiedo al Signore Gesù che faccia scoprire a molti giovani quell’ardore del cuore che fa ardere la gioia appena uno ha la felice audacia di rispondere con prontezza alla sua chiamata.
In questo Giovedì Santo chiedo al Signore Gesù che conservi il brillare gioioso negli occhi dei nuovi ordinati, che partono per “mangiarsi” il mondo, per consumarsi in mezzo al popolo fedele di Dio, che gioiscono preparando la prima omelia, la prima Messa, il primo Battesimo, la prima Confessione… E’ la gioia di poter condividere – meravigliati – per la prima volta come unti, il tesoro del Vangelo e sentire che il popolo fedele ti torna ad ungere in un’altra maniera: con le loro richieste, porgendoti il capo perché tu li benedica, stringendoti le mani, avvicinandoti ai loro figli, chiedendo per i loro malati… Conserva Signore nei tuoi giovani sacerdoti la gioia della partenza, di fare ogni cosa come nuova, la gioia di consumare la vita per te.
In questo Giovedì sacerdotale chiedo al Signore Gesù di confermare la gioia sacerdotale di quelli che hanno parecchi anni di ministero. Quella gioia che, senza scomparire dagli occhi, si posa sulle spalle di quanti sopportano il peso del ministero, quei preti che già hanno tastato il polso al lavoro, raccolgono le loro forze e si riarmano: “cambiano aria”, come dicono gli sportivi. Conserva Signore la profondità e la saggia maturità della gioia dei preti adulti. Sappiano pregare come Neemia: la gioia del Signore è la mia forza (cfr Ne 8,10).
Infine, in questo Giovedì sacerdotale, chiedo al Signore Gesù che risplenda la gioia dei sacerdoti anziani, sani o malati. E’ la gioia della Croce, che promana dalla consapevolezza di avere un tesoro incorruttibile in un vaso di creta che si va disfacendo. Sappiano stare bene in qualunque posto, sentendo nella fugacità del tempo il gusto dell’eterno (Guardini). Sentano, Signore, la gioia di passare la fiaccola, la gioia di veder crescere i figli dei figli e di salutare, sorridendo e con mitezza, le promesse, in quella speranza che non delude.
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martedì 15 aprile 2014

È in gioco l'uomo (Contributi 953)

Un articolo da La Bussola 

A volte basta poco per cambiare le cose. All'ospedale S. Orsola di Bologna sono state fondamentali 19 ore, 4 minuti e 19 secondi. Quelli che ha vissuto su questa terra Giacomo, attimi di vita che hanno cambiato le cose. 
Ora al S. Orsola si parla di “Percorso Giacomo”, un protocollo che vuole essere messo in pratica dal reparto di neonatologia per prendersi cura di quei bambini speciali che, come Giacomo, nascono e sono condannati a vivere pochi minuti. Il piccolo Giacomo, su cui pendeva una spietata diagnosi di anancefalia, è nato ed è stato accolto tra le braccia di mamma e papà, e dai suoi due fratelli. È stato con loro un tempo che può apparire insignificante e che, invece, è tempo pieno e denso. Questa esperienza ha messo d'accordo tutti al reparto sul fatto che bisognava fare qualcosa per affrontare queste situazioni. 
Il ginecologo aveva detto a mamma Natascia, che aveva già affrontato la stessa situazione undici anni fa: “Non faccia la pazzia dell'altra volta.” In prima battuta Natascia aveva anche pensato di mollare, poi con l'appoggio del marito ha deciso di fare come undici anni fa con Michela. In mezzo un dialogo con il Cardinale Caffarra. 
In un'intervista rilasciata a Massimo Pandolfi del Resto del Carlino, Natascia ha detto che è andata dal Cardinale per fargli tre domande: 1) il bimbo non ha il cervello. E' vita?; 2) è la seconda volta che capita. Non sarà un disegno del diavolo?; 3) dov'è adesso Michela? E dove andrà Giacomo? 
Il Cardinale non si è tirato indietro e non ha preso scorciatoie. E ha dato rispote. La prima: è un bambino vero, e soprattutto è tuo figlio. Seconda: è un dono di Dio, perché il Diavolo non può dare e togliere la vita. Può solo allontanarti dalla verità ed è quello che sta cercando di fare. Terza: Michela è tra le braccia di Dio, ci andrà anche Giacomo. 
Ma – dice Natascia – il Cardinale è andato oltre «mi ha preso le mani, me le ha strette forte e mi ha detto: io sarò sempre con te. Vai ogni giorno a San Luca, chiedi alla Madonna di aiutarti a correre come ti viene chiesto, ora non ce la fai perchè sei troppo lacerata. Ma chiedi aiuto! Chiedi, chiedi». 
E così si è arrivati fino a quelle 19 ore, 4 minuti e 19 secondi, tutta la vita di Giacomo che su mamma Natascia “hanno inciso di più di 40 anni della mia vita”. 
Di fronte alla recente sentenza della Consulta, che di fatto ha cancellato la Legge 40 aprendo il far west dei bambini in provetta, Caffarra non poteva che intervenire. Lo ha fatto con un comunicato dal titolo inequivocabile, “Perchè non posso tacere”. 
Per chi conosce l'Arcivescovo di Bologna sa che la sua sofferenza, e anche la sua insofferenza, sono autentiche e ben fondate. Per quanto i detrattori si ostinino, le sue non sono considerazioni di carattere confessionale. Lo aveva già detto l'estate scorso rivolgendosi al sindaco di Bologna: si stanno mettendo in discussione delle evidenze che “a doverle spiegare vien da piangere”. 
Nel comunicato pubblicato nell'inserto di Avvenire Bologna 7 Caffarra si riferisce non solo alla sentenza sulla fecondazione eterologa, ma anche a quella del tribunale di Grosseto che ha imposto l'iscrizione all'anagrafe di un matrimonio fra due uomini, e la decisione di un giudice di assolvere una coppia che era ricorsa alla pratica del cosiddetto “utero in affitto” in India per avere un figlio. 
"Non è di condotte ciò di cui stiamo discutendo. - ha scritto l'Arcivescovo di Bologna - È la persona umana come tale che è in pericolo, poiché si stanno ridefinendo artificialmente i vissuti umani fondamentali: il rapporto uomo- donna; la maternità e la paternità; la dignità e i diritti del bambino. Sono in questione le relazioni fondamentali che strutturano la persona umana". 
Sono temi da lui ben conosciuti, non a caso il Beato Giovanni Paolo II lo volle come primo preside dell'Istituto di studi su matrimonio e famiglia. E il caso di Giacomo dimostra concretamente come il Cardinale si metta in gioco fino in fondo, nel concreto. 
"Non mi interessa l'aspetto etico della cosa, e non è di temi etici che parlo - avverte Caffarra. Purtroppo la questione è molto più profonda. E' una questione antropologica". Il suo è anche il grido di un apostolo: "Perchè Dio si è fatto uomo? Perché è morto crocefisso?" si chiede l’arcivescovo. "Non c’è che una risposta: perché ha amato perdutamente l’uomo". Dunque "ogni volta che ferisci l’uomo, che lo depredi della sua umanità, tu ferisci il Dio-uomo. Ecco perché non ho potuto tacere. Perché non sia resa vana la Croce di Cristo".
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lunedì 14 aprile 2014

Un amico con cui pregare

Pregare è come parlare con un amico: per questo «la preghiera deve essere libera, coraggiosa, insistente», anche a costo di arrivare a “rimproverare” il Signore. Con la consapevolezza che lo Spirito Santo c’è sempre e ci insegna come fare. È lo stile della preghiera di Mosè quello che Papa Francesco ha riproposto nella messa celebrata giovedì 3 aprile, nella cappella della Casa Santa Marta.
Questo piccolo “manuale” della preghiera è stato suggerito al Pontefice dalla lettura del passo del libro dell’Esodo (32, 7-14), che racconta «la preghiera di Mosè per il suo popolo che era caduto nel peccato gravissimo dell’idolatria». Il Signore — ha spiegato il Papa — «rimprovera proprio Mosè» e gli dice: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito».
È come se in questo dialogo Dio volesse prendere le distanze, dicendo a Mosè: «Io non ho niente a che fare con questo popolo; è il tuo, non è più il mio». Ma Mosè risponde: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente?». E così, ha affermato il Santo Padre, «il popolo è come in mezzo a due padroni, a due padri: il popolo di Dio e il popolo di Mosè».
Ecco allora che Mosè inizia la sua preghiera, «una vera lotta con Dio». È «la lotta del capo del popolo per salvare il suo popolo, che è il popolo di Dio». Mosè «parla liberamente davanti al Signore». E così facendo «ci insegna come pregare: senza paura, liberamente, anche con insistenza». Mosè «insiste, è coraggioso: la preghiera deve essere così!».
Dire parole e niente più non vuol dire infatti pregare. Si deve anche saper «“negoziare” con Dio». Proprio «come fa Mosè, ricordando a Dio, con argomentazioni, il rapporto che ha con il popolo». Dunque «cerca di “convincere” Dio» che se scagliasse la sua ira contro il popolo farebbe «una brutta figura davanti a tutti gli egiziani». Nel libro dell’Esodo si leggono infatti queste parole di Mosè a Dio: «Perché dovranno dire gli Egiziani: “Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra”? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo».
In buona sostanza Mosè «cercava di “convincere” Dio a cambiare atteggiamenti con tante argomentazioni. E queste argomentazioni va a cercarle nella memoria». Così «dice a Dio: tu hai fatto questo, questo e questo per il tuo popolo, ma se adesso lo lasci morire nel deserto cosa diranno i nostri nemici?». Diranno — prosegue — «che tu sei cattivo, che tu non sei fedele». In questo modo Mosè «cerca di “convincere” il Signore», ingaggiando una «lotta» nella quale pone al centro due elementi: «il tuo popolo e il mio popolo».
La preghiera ha successo, perché «alla fine Mosè riesce a “convincere” il Signore». Il Papa ha rimarcato che «è bello come finisce questo brano» della Scrittura: «Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo». Certo, ha spiegato, «il Signore era un po’ stanco per questo popolo infedele». Ma «quando uno legge, nell’ultima parola del brano, che il Signore si pente» e «ha cambiato atteggiamento» deve porsi una domanda: Chi è cambiato davvero qui? È cambiato il Signore? «Io credo di no» è stata la risposta del vescovo di Roma: a cambiare è stato Mosè. Perché egli — ha affermato il Pontefice — credeva che il Signore avrebbe distrutto il popolo. E «cerca nella sua memoria com’era stato buono il Signore con il suo popolo, come lo aveva tolto dalla schiavitù dell’Egitto per portarlo avanti con una promessa».
È appunto «con queste argomentazioni che cerca di “convincere” Dio. In questo processo ritrova la memoria del suo popolo e trova la misericordia di Dio». Davvero, ha proseguito il Papa, «Mosè aveva paura che Dio facesse questa cosa» terribile. Ma «alla fine scende dal monte» con una grande consapevolezza nel cuore: «il nostro Dio è misericordioso, sa perdonare, torna indietro nelle sue decisioni, è un padre!».
Sono tutte cose che Mosè già «sapeva, ma le sapeva più o meno oscuramente. È nella preghiera che le ritrova». Ed è anche «questo che fa la preghiera in noi: ci cambia il cuore, ci fa capire meglio com’è il nostro Dio». Ma per questo, ha aggiunto il Pontefice, «è importante parlare al Signore non con parole vuote come fanno i pagani». Bisogna invece «parlare con la realtà: ma, guarda, Signore, ho questo problema nella famiglia, con mio figlio, con questo o quell’altro... Cosa si può fare? Ma guarda che tu non mi puoi lasciare così!».
La preghiera prende e richiede tempo. Infatti «pregare è anche “negoziare” con Dio per ottenere quello che chiedo al Signore» ma soprattutto per conoscerlo meglio. Ne viene fuori una preghiera «come da un amico a un altro amico». Del resto «la Bibbia dice che Mosè parlava al Signore faccia a faccia, come un amico». E «così deve essere la preghiera: libera, insistente, con argomentazioni». Persino «“rimproverando” un po’ il Signore: ma tu mi hai promesso questo e non l’hai fatto!». È come quando «si parla con un amico: aprire il cuore a questa preghiera».
Papa Francesco ha anche ricordato che, dopo il faccia a faccia con Dio, «Mosè è sceso dal monte rinvigorito. Ho conosciuto di più il Signore. E con quella forza che gli aveva dato riprende il suo lavoro di condurre il popolo verso la terra promessa». Dunque «la preghiera rinvigorisce».
Il Pontefice ha concluso chiedendo al Signore che «dia a tutti noi la grazia, perché pregare è una grazia». E ha invitato a ricordare sempre che «quando preghiamo Dio, non è un dialogo a due», perché «sempre in ogni preghiera c’è lo Spirito Santo». Dunque «non si può pregare senza lo Spirito Santo: è lui che prega in noi, è lui che ci cambia il cuore, è lui che ci insegna a dire a Dio “padre”».
È allo Spirito Santo, ha aggiunto il Papa, che dobbiamo chiedere di insegnarci a pregare «come ha pregato Mosè, a “negoziare” con Dio con libertà di spirito, con coraggio». E «lo Spirito Santo, che è sempre presente nella nostra preghiera, ci conduca per questa strada».
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Il perdono in una carezza

«Dio perdona non con un decreto ma con una carezza». E con la misericordia «Gesù va anche oltre la legge e perdona accarezzando le ferite dei nostri peccati». A questa grande tenerezza divina Papa Francesco ha dedicato l’omelia della messa celebrata lunedì 7 aprile nella cappella della Casa Santa Marta.
«Le letture di oggi — ha spiegato il Pontefice — ci parlano dell’adulterio», che insieme alla bestemmia e all'idolatria era considerato «un peccato gravissimo nella legge di Mosè», punito «con la pena di morte» per lapidazione. L’adulterio, infatti, «va contro l’immagine di Dio, la fedeltà di Dio», perché «il matrimonio è il simbolo, e anche una realtà umana, del rapporto fedele di Dio col suo popolo». Così «quando si rovina il matrimonio con un adulterio, si sporca questo rapporto tra Dio e il popolo». All’epoca era considerato «un peccato grave» perché «si sporcava proprio il simbolo della relazione tra Dio e il popolo, della fedeltà di Dio».
Nel passo evangelico proposto nella liturgia (Giovanni, 8, 1-11), che racconta la storia della donna adultera, «incontriamo Gesù, era seduto lì, tra tanta gente, e faceva il catechista, insegnava». Poi «si avvicinarono gli scribi e i farisei con una donna che portavano avanti, forse con le mani legate, possiamo immaginare». E così «la posero in mezzo e l’accusarono: ecco un’adultera!». La loro è una «accusa pubblica». E, racconta il Vangelo, fecero a Gesù la domanda: «Cosa dobbiamo fare con questa donna? Tu ci parli di bontà ma Mosè ci ha detto che dobbiamo ucciderla!». Essi «dicevano questo — ha notato il Pontefice — per metterlo alla prova, per avere il motivo di accusarlo». Infatti «se Gesù diceva: sì, avanti alla lapidazione», avevano l’opportunità di dire alla gente: «Ma questo è il vostro maestro tanto buono, guarda cosa ha fatto a questa povera donna!». Se invece «Gesù diceva: no, poveretta, perdonarla!», ecco che potevano accusarlo «di non compiere la legge».
Il loro unico obiettivo era «mettere proprio alla prova e tendere una trappola» a Gesù. «A loro non importava la donna; non importavano gli adulteri». Anzi, «forse alcuni di loro erano adulteri».
Da parte sua, nonostante ci fosse tanta gente intorno, «Gesù voleva rimanere solo con la donna, voleva parlare al cuore della donna: è la cosa più importante per Gesù». E «il popolo se n’era andato lentamente» dopo aver sentito le sue parole: «Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei».
«Il Vangelo con una certa ironia — ha commentato il vescovo di Roma — dice che tutti se ne andarono, uno per uno, cominciando dai più anziani: si vede che nella banca del cielo avevano un bel conto corrente contro di loro!». Ecco allora «il momento di Gesù confessore». Resta «solo con la donna», che rimane «là in mezzo». Intanto «Gesù era chinato e scriveva col dito sulla polvere della terra. Alcuni esegeti dicono che Gesù scriveva i peccati di questi scribi e farisei. Forse è una immaginazione». Poi «si alzò e guardò» la donna, che era «piena di vergogna, e le disse: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Siamo soli, tu e io. Tu davanti a Dio. Senza accuse, senza chiacchiere: tu e Dio».
La donna non si proclama vittima di «una falsa accusa», non si difende affermando: «Io non ho commesso adulterio». No, «lei riconosce il suo peccato» e a Gesù risponde: «Nessuno, Signore, mi ha condannata». A sua volta Gesù le dice: «Neanche io ti condanno, va e d’ora in poi non peccare più, per non passare un brutto momento, per non passare tanta vergogna, per non offendere Dio, per non sporcare il bel rapporto tra Dio e il suo popolo».
Dunque «Gesù perdona. Ma qui c’è qualcosa di più del perdono. Perché come confessore Gesù va oltre la legge». Infatti «la legge diceva che lei doveva essere punita». Oltretutto Gesù «era puro e poteva gettare per primo la pietra». Ma egli «va oltre. Non le dice: non è peccato l’adulterio. Ma non la condanna con la legge». Proprio «questo è il mistero della misericordia di Gesù».
Così «Gesù per fare misericordia» va oltre «la legge che comandava la lapidazione». Tanto che dice alla donna di andare in pace. «La misericordia — ha spiegato il Papa — è qualcosa di difficile da capire: non cancella i peccati», perché a cancellare i peccati «è il perdono di Dio». Ma «la misericordia è il modo come perdona Dio». Perché «Gesù poteva dire: ma io ti perdono, vai! Come ha detto a quel paralitico: i tuoi peccati sono perdonati!». In questa situazione «Gesù va oltre» e consiglia alla donna «di non peccare più». E «qui si vede l’atteggiamento misericordioso di Gesù: difende il peccatore dai nemici, difende il peccatore da una condanna giusta».
Questo, ha aggiunto il Pontefice, «vale anche per noi». E ha affermato: «Quanti di noi forse meriterebbero una condanna! E sarebbe anche giusta. Ma lui perdona!». Come? «Con questa misericordia» che «non cancella il peccato: è il perdono di Dio che lo cancella», mentre «la misericordia va oltre». È «come il cielo: noi guardiamo il cielo, tante stelle, ma quando viene il sole al mattino, con tanta luce, le stelle non si vedono». E «così è la misericordia di Dio: una grande luce di amore, di tenerezza». Perché «Dio perdona non con un decreto, ma con una carezza». Lo fa «carezzando le nostre ferite di peccato perché lui è coinvolto nel perdono, è coinvolto nella nostra salvezza».
Con questo stile, ha concluso Papa Francesco, «Gesù fa il confessore». Non umilia la donna adultera, «non le dice: cosa hai fatto, quando l’hai fatto, come l’hai fatto e con chi l’hai fatto!». Le dice invece «di andare e di non peccare più: è grande la misericordia di Dio, è grande la misericordia di Gesù: perdonarci accarezzandoci».
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domenica 13 aprile 2014

Cristo e satana (Interventi 190)

Catechesi di Don Vincenzo Carone 

La Grazia dello Spirito Santo opera nella fragilità della nostra umanità e ci fa amare e cercare i valori autentici del cristianesimo. San Paolo diceva: io castigo il mio corpo e lo riduco in schiavitù. Nessuno di noi è portato a questo, neanche San Paolo lo era. Quanto più riduceva le sue passioni all’ubbidienza alla Legge di Dio, tanto più realizzava l’esperienza dell’amore di Cristo. Se hai fiducia in Dio, anche tu puoi mettere ordine negli impulsi delle tue passioni. La presenza di Gesù Risorto in te, ti rende capace di affrontare le avversità e i patimenti della vita di ogni giorno. Pensa che Gesù ha predicato il suo Vangelo anche per te, te l’ha dato perché tu lo metta in pratica, impegnati seriamente, e vedrai le meraviglie di una vita santa. “chi non pecca è giusto, come Lui è Giusto, chi commette peccato viene dal diavolo, poiché il diavolo pecca fin dall’inizio” (1Gv 3,8). Gesù diceva a coloro che rifiutavano la parola di Dio: il vostro padre è satana. Padre è colui che genera il figlio, satana genera i peccatori, dona loro la malizia negli uomini e nelle donne e li guida a realizzare tutti i peccati che i suoi figli sono disposti a commettere. Se confessi di essere un peccatore, manifesti la volontà di cambiare vita. Nel momento in cui cominci a camminare sulla strada della fede, tu ti accorgi che sei nato da Dio quando hai deciso di essere un buon cristiano. “se ti dichiari giusto, inganni te stesso e la verità non è in te”. Anche quando avrai raggiunto il dominio perfetto sulle tue passioni, sentirai le tentazioni. È vero che lotti con successo, però è anche vero che nella tentazione senti la fragilità della tua natura umana e il pericolo di cedere a quello che la tua carne vuole. Sempre quindi devi sentirti un peccatore, sia quando trasgredisci la Legge di Dio e sia quando “come San Paolo, castighi il tuo corpo e lo riduci in schiavitù”. Il tuo pensiero costante deve essere questo: ero peccatore, Dio mi ha perdonato, ora non lo sono più. Dirai con San Paolo: per la Grazia di Dio oggi sono quello che sono. Ringrazierai il Signore, non loderai mai più te stesso. Certamente pensi che tu devi combattere contro le forze del male e chiedi per questo l’aiuto dal Cielo, invece non è cosi. Sappiamo dalla Sacra Scrittura che Gesù risorto e satana dannato, si combattono nell’uomo. Se tu ti lasci coinvolgere da quello che Gesù fa contro il demonio, Gesù vince in te e tu vinci in Lui. Se tu decisi il contrario, il demonio sconfigge Gesù perché ha sconfitto te. Tu sei conteso tra Gesù e il diavolo, devi scegliere da quale parte stare. Sant’Agostino dice: Colui che ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te. Possiamo considerare vera questa affermazione perché Dio disse al demonio: porro inimicizia tra te e il Seme di Lei. Inimicizia vuol dire che satana e Cristo sono in lotta continua tra di loro e si contendono gli uomini e le donne che Dio ha creato.. Dio disse anche che il demonio sarebbe stato vinto: “ti schiaccerà il capo”. Abbiamo anche la conferma da parte di Gesù quando disse a Pietro: le porte dell’inferno non prevarranno contro la Chiesa (Mt 16,18) che tu devi fondare. Prevarranno vuol dire che questa lotta durerà finché ci saranno uomini, donne e bambini da salvare. Bisogna salvare anche i bambini. Gli adulti devono difendere i bambini inserendo nel loro animo i principi fondamentali della fede. Se manca la formazione e le esperienze pratiche della vita cristiana, il demonio se li prende facilmente. Una volta che Cristo è stato allontanato dal loro cuore, satana impartisce loro la formazione al peccato. Il mondo dove i bambini e i giovani prendono le abitudini a peccare, si compone di tre elementi: sesso, musica e droga. Adamo ed Eva furono cacciati dal paradiso che Dio aveva creato perché vivessero felici. Quando il demonio prese il possesso degli uomini, delle donne e del mondo, il peccato, il dolore e la morte devastarono la vita sulla terra. Il mondo materialista ed edonista è la bocca di satana, attraverso la quale il demonio suggerisce agli uomini e alle donne cosa devono fare per estorcere dal proprio corpo un piacere sempre più sofisticato e sempre più depravato. Inoltre satana non nasconde loro la necessità di rifiutare la morale e l’insegnamento del Vangelo. Praticamente convince gli uomini e le donne che il benessere materiale che viene goduto in tutte le sue dimensioni depravate dal vizio, è la sola realtà sulla quale essi possono contare. Il rifiuto della parola di Dio non è una sciocchezza. Per Adamo ed Eva e la discendenza della quale erano responsabili, la disubbidienza alla legge di Dio non fu una cosa da nulla. Quando tu trasgredisci la Legge di Dio, tu elimini Cristo e il suo insegnamento dalla tua vita. In quel preciso momento satana prende in mano il timone della tua storia e ti porta sempre più lontano dalla Terra che Dio ha creato per coloro che vogliono essere amati da Lui.
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Domenica delle Palme "A" 13-apr-2014 (Angelus 188)

Al termine di questa Celebrazione, rivolgo un saluto speciale ai 250 delegati – vescovi, sacerdoti, religiosi e laici – che hanno partecipato all'incontro sulle Giornate Mondiali della Gioventù organizzato dal Pontificio Consiglio per i Laici. Comincia così il cammino di preparazione del prossimo raduno mondiale, che si svolgerà nel luglio 2016 a Cracovia e che avrà per tema «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7).
Tra poco i giovani brasiliani consegneranno ai giovani polacchi la Croce delle Giornate Mondiali della Gioventù. L’affidamento della croce ai giovani fu compiuto trent’anni fa dal beato Giovanni Paolo II: egli chiese loro di portarla in tutto il mondo come segno dell’amore di Cristo per l’umanità.
Il prossimo 27 aprile avremo tutti la gioia di celebrare la canonizzazione di questo Papa, insieme con Giovanni XXIII.
Giovanni Paolo II, che è stato l’iniziatore delle Giornate Mondiali della Gioventù, ne diventerà il grande patrono; nella comunione dei santi continuerà ad essere per i giovani del mondo un padre e un amico.
Chiediamo al Signore che la Croce, insieme all’icona di Maria Salus Populi Romani, sia segno di speranza per tutti rivelando al mondo l’amore invincibile di Cristo.
[Passaggio della Croce]
Saluto tutti i romani e i pellegrini! Saluto in particolare le delegazioni di Rio de Janeiro e di Cracovia, guidate dai loro Arcivescovi, i  Cardinali Orani João Tempesta e Stanisław Dziwisz.
In questo contesto ho la gioia di annunciare che, a Dio piacendo, il 15 agosto prossimo, a Daejeon, nella Repubblica di Corea, incontrerò i giovani dell’Asia nel loro grande raduno continentale.
Ed ora ci rivolgiamo alla Vergine Madre, perché ci aiuti a seguire sempre con fede l’esempio di Gesù.
Angelus Domini…
[Benedizione]
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sabato 12 aprile 2014

Quando il lavoro è amare Cristo (Contributi 952)

Una nuova testimonianza di Padre Aldo Trento dal sito di Tempi:


Ogni giorno il Signore mi dà la grazia di convivere con persone per cui il rapporto con Cristo è l’unica ragion di vita. Persone semplici, a volte analfabete, che testimoniano come sia possibile, e allo stesso tempo bello, vivere il cristianesimo dentro tutte le circostanze della vita. Vi propongo la storia quotidiana di due donne sposate che lavorano con i miei malati e mostrano a tutti che quando Cristo diventa il criterio di tutto, la vita diventa intensa e umana.
Saturnina vive in uno dei piccoli villaggi che formano il comune della città di Itá. Villaggi o “compagnie” che in questo posto si chiamano Fraternità. È un’espressione di origine francescana il cui significato indica l’essenza del cristianesimo. «Siate uno affinché il mondo creda», disse Gesù. Fra Luis de Balaños e gli evangelizzatori francescani solitamente chiamavano così le piccole comunità che nascevano grazie all’incontro con Gesù.
Così come alcune decadi più tardi i gesuiti, creando le Riduzioni, hanno voluto proporre il carisma di Sant’Ignazio che chiamò i suoi amici “La compagnia di Gesù”. Tornare a scoprire le nostre origini significa riconoscere chi siamo. Evangelizzare significa rivivere oggi, con una coscienza ancora maggiore, la nostra appartenenza a Cristo.
Saturnina è figlia di una di queste Fraternità e vive nell’insediamento chiamato 30 de Agosto-km 34. Madre di sette figli, suo marito è morto di cancro nella nostra clinica. La povertà, la semplicità di cuore e la passione per il lavoro sono le sue caratteristiche. L’attenzione e la compagnia che abbiamo offerto a suo marito nella clinica sono state per lei motivo di grande gratitudine al Signore. Rimasta vedova, ci ha chiesto di rimanere a lavorare con noi come responsabile della lavanderia. Si alza ogni giorno alle tre del mattino. Prepara tutto per i suoi sette figli in modo che possano affrontare il duro lavoro di ogni giorno.
Alle quattro e mezza, dopo aver camminato per 30 minuti, raggiunge la fermata dell’autobus che la porta ad Asunción in due ore. Comincia la sua giornata con noi accompagnando la processione Eucaristica che si sviluppa tra un letto e l’altro dei pazienti. Poi fa colazione e, con le sue amiche, scende nel seminterrato della clinica dove rimane al lavoro fino alle 15, manovrando le grandi macchine per lavare e asciugare l’enorme mole di lenzuola, federe, asciugamani che i pazienti usano ogni giorno.
Qualche settimana fa ho voluto mostrare alle infermiere il lavoro che Saturnina e le sue colleghe fanno nella lavanderia, perché l’unico metodo per imparare è quello di vedere. Saturnina era sola nella lavanderia, mentre le sue compagne erano già andate via. Le ho domandato come mai alle 17 era ancora lì. E lei: «Padre, io non vado mai via sino a che non finisco di lavare tutto, perché non voglio che manchi ai pazienti la biancheria necessaria. A volte, quando non riesco a finire rimango qui anche a dormire. E lo faccio con tanto amore e passione. Ma solitamente vado a casa, dove arrivo intorno alle 20, quando già l’oscurità avvolge la realtà. Una volta a casa, però, mi rimangono ancora da fare i lavori domestici che mi obbligano a stare in piedi fino a mezzanotte. Dormo non più di tre ore al giorno».
Tutti noi rimaniamo muti, perché di solito le infermiere, che lavorano trenta ore la settimana, arrivata l’ora mettono il loro dito sul marcatore di presenza e vanno via. Quelli che fanno il turno di notte, lavorano solo tre notti alla settimana. Che abisso con Saturnina e le altre donne che lavorano in lavanderia.
Il pane quotidiano
Non ho mai visto nella mia vita una simile testimonianza di passione e amore per gli altri, per il lavoro. San Paolo in una sua lettera afferma: «Chi non vuole lavorare neppure mangi». Nel nostro paese coloro che avrebbero l’esclusivo diritto di mangiare sarebbero Saturnina e le altre donne che vengono dalla campagna e che lavorano così tanto assumendosi la responsabilità della famiglia a 360 gradi. Inoltre Saturnina, con tutto il suo sacrificio, guadagna solo il minimo sindacale che, secondo me, è niente di niente paragonato ai sacrifici che affronta ogni giorno.
Come vorrei dare a queste donne molto di più! Per questo prego la Divina Provvidenza che ci ama, di darci la possibilità di offrire uno stipendio dignitoso a quanti si guadagnano il pane di ogni giorno con molto sacrificio e sudore della fronte.
Nilda vive a Itá con la sua famiglia. Ha 42 anni, sposata in chiesa, sei figli. Si alza alle quattro del mattino, prepara il mate, la colazione per la sua famiglia e poi prende l’autobus e va a lavorare alla fattoria San Padre. Due anni fa è riuscita a comprarsi una motocicletta che le permette di utilizzare al meglio il suo prezioso tempo. Non solo lavora a casa sua e nella fattoria, dove la fondazione San Rafael ospita i suoi malati di Aids, ma si occupa anche della cappella dove è catechista e segretaria della Legione di Maria.
Da lunedì a sabato, fa anche da mamma a un gruppo di adulti che l’Aids non si è portato al cimitero grazie alle cure che hanno ricevuto e che ricevono ogni giorno. Alla mattina, quando arriva, riunisce i ragazzi nella cappella per la liturgia della Parola. Con la sua intelligenza di fede, la spiega ai ragazzi e poi distribuisce la comunione ai malati. Le sue ore lavorative sono molte, ma l’amore che la muove è così grande che nemmeno se ne rende conto. Parla con sano orgoglio della sua famiglia di sangue e di quella spirituale, fatta di volti concreti che si chiamano Thomas, Robert, Alcides, Vicente, José, Julio. Persone che arrivano da tutto il mondo perché abbandonati, a causa della loro malattia, persino dai propri parenti.
Nilda cura ognuno di loro con un amore commovente, fatto di cose molto concrete come cucinare, lavare, stirare, tenere in ordine il giardino e molte altre cose. Grazie a lei e a questi ragazzi la fattoria ha un orto che è un paradiso di bellezza. Le piace raccontarmi spesso che lei ha frequentato soltanto il secondo grado della scuola elementare e malgrado ciò, la Legione di Maria l’ha scelta per redigere i “verbali” di ogni riunione.
«Non sapevo né leggere né scrivere ma la Vergine Maria è stata la maestra che mi ha insegnato non solo a scrivere, ma anche a leggere. E a leggere bene». Vi garantisco che la maggior parte dei professori non saprebbero proclamare la Parola di Dio come la signora Nilda.
La visita del superiore
È venuto a trovarci il superiore generale della Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo, padre Paolo Sottopietra, e noi sacerdoti siamo andati con lui alla fattoria per condividere con gli ammalati il pranzo e mostrargli tutte le novità successe negli ultimi anni. La signora Nilda ha preparato un pranzo di prim’ordine con galline allevate in fattoria, verdure dell’orto e molte altre cose. Finito il pranzo ho chiesto chi volesse raccontare la propria avventura. Hanno parlato diversi ragazzi lasciandoci a bocca aperta. L’ultima a intervenire è stata la signora Nilda. Ha raccontato la sua storia con molti particolari, uno più bello dell’altro.
Tuttavia, quello che ha commosso tutti, è stato quando lei, piangendo dalla commozione, ci ha parlato dell’Eucaristia, della sua relazione con Cristo Eucaristia. Ha ricordato il giorno in cui le ho chiesto di distribuire quotidianamente la comunione ai malati. Per lei questa richiesta era troppo grande e sono stati necessari diversi giorni per convincerla. Si sentiva indegna di toccare l’ostia consacrata. Mentre raccontava questo avvenimento, il più grande della sua vita, piangeva, tanto era il suo amore a Gesù.
Non ho mai visto piangere una persona parlando del dono di toccare l’Eucaristia! Nemmeno noi preti, che quando celebriamo Messa spesso osiamo sostituirci a Gesù. Guardando il superiore diceva: «Padre, non puoi immaginare quello che significa per me distribuire ogni giorno la santa Eucaristia ai malati, a questi miei figli malati».

La cappella, benedetta dall’ex nunzio apostolico, quel sant’uomo di Dio, monsignor Antonini, è per noi il cuore della fattoria nella quale possiamo rifugiarci in ogni momento difficile o bello, per chiedere aiuto o lodare il Signore. È proprio vero che Gesù si fa presente mediante la luce dei semplici di cuore, semplici come lo sono queste persone.
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Il diavolo c’è! Il diavolo c’è. Anche nel secolo XXI!

Papa Francesco nell’omelia di venerdì 11 aprile alla Messa alla casa Santa Marta, ha parlato del diavolo. «La vita di Gesù è stata una lotta», ha esordito. «Lui è venuto a vincere il male, a vincere il principe di questo mondo, a vincere il demonio che ha tentato Gesù tante volte, e Gesù ha sentito nella sua vita le tentazioni» come «anche le persecuzioni». Quindi ha avvertito i fedeli: i cristiani «che vogliono seguire Gesù, devono conoscere bene questa verità».

IL DEMONIO CI ATTACCA. «Anche noi siamo tentati, anche noi siamo oggetto dell’attacco del demonio – ha detto il Pontefice -, perché lo spirito del Male non vuole la nostra santità, non vuole la testimonianza cristiana, non vuole che noi siamo discepoli di Gesù. E come fa lo spirito del Male per allontanarci dalla strada di Gesù con la sua tentazione? La tentazione del demonio ha tre caratteristiche e noi dobbiamo conoscerle per non cadere nelle trappole. Come fa il demonio per allontanarci dalla strada di Gesù? La tentazione incomincia lievemente, ma cresce: sempre cresce. Secondo, cresce e contagia un altro, si trasmette ad un altro, cerca di essere comunitaria. E alla fine, per tranquillizzare l’anima, si giustifica. Cresce, contagia e si giustifica».

LE TRE TENTAZIONI. La prima tentazione di Gesù, ha osservato, «quasi sembra una seduzione»: il diavolo dice a Gesù di buttarsi dal Tempio e così, sostiene il tentatore, «tutti diranno: “Ecco il Messia!”. È lo stesso che ha fatto con Adamo ed Eva: «È la seduzione». Il demonio, ha detto il Papa, «quasi parla come se fosse un maestro spirituale». E «quando viene respinta», allora «cresce: cresce e torna più forte». Gesù, ha rammentato il Papa, «lo dice nel Vangelo di Luca: quando il demonio è respinto, gira e cerca alcuni compagni e con questa banda, torna». Dunque «cresce anche coinvolgendo altri». Così è «successo con Gesù», «il demonio coinvolge» i suoi nemici. E quello che «sembrava un filo d’acqua, un piccolo filo d’acqua tranquillo diviene una marea». La tentazione «cresce, e contagia. E alla fine, si giustifica». Francesco ha ricordato che quando Gesù predica nella Sinagoga, subito i suoi nemici lo sminuiscono, dicendo: «Ma, questo è il figlio di Giuseppe, il falegname, il figlio di Maria! Mai andato all’università! Ma con che autorità parla? Non ha studiato!». La tentazione, ha detto, «ha coinvolto tutti, contro Gesù». E il punto più alto, «più forte della giustificazione – ha rilevato il Papa – è quello del sacerdote», quando dice: «Non sapete che è meglio che un uomo muoia» per salvare «il popolo?».

IL DIAVOLO C’E’. «Tutti siamo tentati, perché la legge della vita spirituale, la nostra vita cristiana, è una lotta: una lotta. Perché il principe di questo mondo – il diavolo – non vuole la nostra santità, non vuole che noi seguiamo Cristo. Qualcuno di voi, forse, non so, può dire: “Ma, Padre, che antico è lei: parlare del diavolo nel secolo XXI!”. Ma, guardate che il diavolo c’è! Il diavolo c’è. Anche nel secolo XXI! E non dobbiamo essere ingenui, eh? Dobbiamo imparare dal Vangelo come si fa la lotta contro di lui».
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venerdì 11 aprile 2014

Certe fantasie sono fastidiose (Contributi 951)

Pongo all'attenzione dei lettori questo articolo di Padre Aldo Trento tratto da Tempi


Ero stanco e ho deciso di mettere la testa sul cuscino per un quarto d’ora, approfittando dell’occasione per recitare il santo Rosario. Riposare è per me pregare, e pregare è riposare. Stavo meditando i Misteri gioiosi ma, come spesso mi succede, non riuscivo a rimanere con lo sguardo fisso sui fatti che caratterizzavano la vita della Vergine nella sua gioventù, perché una zanzara continuava a tormentarmi appoggiandosi sul mio viso.
Con la mano destra mi sono preso a schiaffi cercando di ammazzarla, ma non c’è stato verso. Alla fine ha vinto lei la battaglia. Perciò mi sono seduto sul bordo del letto e ho pensato: ora posso utilizzare entrambe le mani per ucciderla prima che torni a toccarmi, perché in questa posizione la vedrò ben bene quando arriverà. Un pensiero inutile perché le mie grandi mani che soffrono di artrite non riuscivano ad acchiapparla. Alla fine mi sono alzato e sono uscito dalla stanza scegliendo un altro posto per finire la recita del Rosario.
L’episodio ha fatto emergere una considerazione. Ho fatto un paragone tra la zanzara e la fantasia; quest’ultima infatti è la pazza della casa (così la definiva santa Teresa d’Avila) e per questo motivo è difficile da controllare. Fa quello che vuole, sorprendendoti e distraendoti da quello che sei impegnato a fare in qualunque momento del giorno. Un vero fastidio per me.
Le fantasie sono state il tormento della mia vita, perché ostacolavano la mia attenzione. Spesso infatti mentre pregavo, senza rendermene conto, invece di fissarmi sui salmi e sui loro contenuti, mi trovavo “dall’altra parte del mondo”. Ricordo quanto mi disturbavano perché non riuscivo a frenarle né con la confessione né con la mia volontà.
A volte diventavano un tormento persino durante lo studio, tanto che dovevo riprendere continuamente la materia che stavo studiando. Per grazia del Signore avevo una memoria eccellente che mi permetteva di trattenere i contenuti. Avevo, tuttavia, un problema che i professori sottolineavano così: «Trento, non puoi essere come un pappagallo. Non basta imparare a memoria una poesia, è necessario capirne il significato, perché altrimenti nel tempo questa svanirà dalla tua mente». È come quando copi un problema di matematica dal tuo compagno di banco: pensi di ingannare il professore, ma quando questo ti chiede la spiegazione non sai ripetere niente.
Da dove nasce la mancanza di concentrazione, di attenzione? Dove ha la sua origine?
Sempre partendo della mia esperienza personale, il germoglio del progressivo dominio della fantasia rispetto alla ragione sta nella mancanza di osservazione e attenzione alla realtà. Le idee non sono innate nell’essere umano, bensì sono frutti (come lo afferma la stessa parola “idea”, dal verbo greco: oráo) del vedere, del guardare la realtà. Per questo mi è sempre piaciuta l’affermazione del giovane premio Nobel per la medicina, Alexis Carrel: «Molta osservazione e poco ragionamento portano alla verità, molto ragionamento e poca osservazione portano all’errore».
Per Carrel era evidente che la parola ragionamento aveva un significato negativo, frutto del razionalismo dell’epoca. Era uno scienziato ateo che si convertì grazie all’onestà e alla lealtà con la sua ragione, col suo cuore. Un giorno è voluto andare con una paziente malata al Santuario della Vergine di Lourdes, in Francia, per dimostrare che in quel posto dove la Madonna era apparsa a santa Bernadette e dove aveva fatto molti miracoli, si celebrava una grande “bugia”, una colossale menzogna. Grande è stata la sua sorpresa quando, mentre era a Lourdes, la sua paziente è guarita per grazia della Vergine. È stata la scintilla della sua conversione alla fede cattolica.
Occorre uscire dal proprio mondo
Solo chi è stato educato a guardare la realtà impara a non essere nel tempo vittima delle fantasie, cioè del razionalismo, e di quelle forme di nevrosi sintetizzate nella “famosa” diagnosi: soffre di una depressione ossessivo-compulsiva.
Ho imparato, pagando di persona, che l’origine del dominio delle fantasie nella vita umana dipende fondamentalmente dalla mancanza di nesso con la realtà. La fantasia, quando non è educata a incarnarsi nella realtà, si trasforma progressivamente in fantasie che sono fastidiose come le zanzare. Per questo, la strada per vincere questi disturbi è uscire dalla propria “stanza”, dal proprio mondo, per incontrare la realtà, unica grande amica dell’uomo, a costo di sbatterci la testa contro. È uscire da quell’immagine narcisistica che abbiamo di noi e che è come quelle pozzanghere nelle quali si riproduce il famoso aedes aegypti, origine del Dengue, una malattia tropicale che ogni anno fa moltissime vittime.
Viviamo in una cultura dove esiste una forma di razionalismo differente da quello dell’età moderna; ci troviamo nell’era della “virtualità”, dell’assenza delle relazioni non solo interpersonali, ma con la realtà intera. Per questo motivo i nostri ragazzi non vivono più con i piedi per terra e sono vittime delle peggiori fantasie.
Alcuni giorni fa David, un bambino che vive nell’opera San Rafael, mi ha detto: «Padre, il diavolo mi parla e mi dice: comportati male. Ma io gli ho risposto che non voglio, perché sono di Gesù». Gli ho chiesto quando sogna quelle stupidate. E lui: «Padre, mentre dormo ascolto la voce del diavolo che mi obbliga a comportarmi male». Gli ho dato il santo Rosario invitandolo ad andare a letto e ho chiesto a Fortunato, di 78 anni, di fargli compagnia. Piu tardi, mentre stavo cenando con gli altri che vivono in casa con me, sento il ragazzo parlare per conto suo e colpire il materasso piangendo. Quando sono entrato era nel pieno di una crisi isterica. L’ho accarezzato, parlandogli con affetto. Si è calmato. Era tranquillo, quand’ecco arrivare il vecchio Fortunato, fischiettando. Il ragazzo sentendolo si è spaventato, pensando che fosse uno dei miti delle leggende guaraní presenti nella stanza: l’Ao Ao, una bestia che assomiglia a una pecora con la testa di cinghiale. Si dice che l’unico modo di salvarsi è arrampicarsi su una palma pindó, l’albero sacro che ha alimentato Gesù. Il bambino aveva gli occhi spalancati dallo spavento. Mi sono arrabbiato con l’anziano: «Per favore Fortunato, basta con queste stupidate del Pombero» (altro personaggio della mitologia guaraní, che si presenta fischiettando e pretende dei doni per scongiurare la sua vendetta). Poco dopo il ragazzo si è finalmente addormentato.
Il giorno dopo avevo un importante incontro con i dirigenti di un’impresa. Il ragazzo è venuto con me e, prendendo il microfono, ha detto ai presenti: «Per favore, non guardate in tv i film dell’orrore, perché dopo vi appariranno i mostri, il diavolo. Io non voglio più vedere questi film perché non voglio stare male». Gabriele, l’altro ragazzo ribelle che vive con me, un giorno mi ha detto: «Padre, io guardo la tv per distrarmi dalla realtà che è brutta». In quel momento ho pensato che se don Giussani non ha mai voluto che il Gruppo Adulto avesse in casa la televisione avrà avuto le sue buone ragioni.
Adesso David è molto più tranquillo, sia perché ha una compagnia adulta che lo accompagna la sera, sia perché finalmente gli abbiamo tolto gli psicofarmaci che uno psichiatra, a mia insaputa, gli aveva dato. Le controindicazioni parlavano di allucinazioni. Così finalmente il diavolo è tornato all’inferno e noi con il Rosario in mano ci aggrappiamo alla realtà, il cui cuore è il battesimo che David ha ricevuto domenica 17 novembre.
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