Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Si invita a leggere il post 1 del febbraio 2009 in cui sono ribaditi i motivi che mi hanno spinto a creare questo blog pur nella consapevolezza dei miei limiti.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima e al Sacro Cuore di Gesù questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

domenica 22 marzo 2015

Domenica 5^ Quaresima "B" 22/3/2015 (Angelus 240)

Cari fratelli e sorelle,
in questa Quinta Domenica di Quaresima, l’evangelista Giovanni attira la nostra attenzione con un particolare curioso: alcuni “greci”, di religione ebraica, venuti a Gerusalemme per la festa di Pasqua, si rivolgono all'apostolo Filippo e gli dicono: «Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,21). Nella città santa, dove Gesù si è recato per l’ultima volta, c’è molta gente. Ci sono i piccoli e i semplici, che hanno accolto festosamente il profeta di Nazareth riconoscendo in Lui l’Inviato del Signore. Ci sono i sommi sacerdoti e i capi del popolo, che lo vogliono eliminare perché lo considerano eretico e pericoloso. Ci sono anche persone, come quei “greci”, che sono curiose di vederlo e saperne di più sulla sua persona e sulle opere da Lui compiute, l’ultima delle quali – la risurrezione di Lazzaro – ha fatto molto scalpore.
«Vogliamo vedere Gesù»: queste parole, come tante altre nei Vangeli, vanno al di là dell’episodio particolare ed esprimono qualcosa di universale; rivelano un desiderio che attraversa le epoche e le culture, un desiderio presente nel cuore di tante persone che hanno sentito parlare di Cristo, ma non lo hanno ancora incontrato. “Io desidero vedere Gesù”, così sente il cuore di questa Gente.
Rispondendo indirettamente, in modo profetico, a quella richiesta di poterlo vedere, Gesù pronuncia una profezia che svela la sua identità e indica il cammino per conoscerlo veramente: «E’ giunta l’ora che il figlio dell’uomo sia glorificato» (Gv 12,23). È l’ora della Croce! È l’ora della sconfitta di Satana, principe del male, e del trionfo definitivo dell’amore misericordioso di Dio. Cristo dichiara che sarà «innalzato da terra» (v. 32), un’espressione dal doppio significato: “innalzato” perché crocifisso, e “innalzato” perché esaltato dal Padre nella Risurrezione, per attirare tutti a sé e riconciliare gli uomini con Dio e tra di loro. L’ora della Croce, la più buia della storia, è anche la sorgente della salvezza per quanti credono in Lui.
Proseguendo nella profezia sulla sua Pasqua ormai imminente, Gesù usa un’immagine semplice e suggestiva, quella del “chicco di grano” che, caduto in terra, muore per portare frutto (cfr v. 24). In questa immagine troviamo un altro aspetto della Croce di Cristo: quello della fecondità. La croce di Cristo è feconda. La morte di Gesù, infatti, è una fonte inesauribile di vita nuova, perché porta in sé la forza rigeneratrice dell’amore di Dio. Immersi in questo amore per il Battesimo, i cristiani possono diventare “chicchi di grano” e portare molto frutto se, come Gesù, “perdono la propria vita” per amore di Dio e dei fratelli (cfr v. 25).
Per questo, a coloro che anche oggi “vogliono vedere Gesù”, a quanti sono alla ricerca del volto di Dio; a chi ha ricevuto una catechesi da piccolo e poi non l’ha più approfondita e forse ha perso la fede; a tanti che non hanno ancora incontrato Gesù personalmente…; a tutte queste persone possiamo offrire tre cose: il Vangeloil crocifisso e la testimonianza della nostra fede, povera, ma sincera. Il Vangelo: lì possiamo incontrare Gesù, ascoltarlo, conoscerlo. Il crocifisso: segno dell’amore di Gesù che ha dato sé stesso per noi. E poi una fede che si traduce in gesti semplici di carità fraterna. Ma principalmente nella coerenza di vita tra quello che diciamo e quello che viviamo, coerenza tra la nostra fede e la nostra vita, tra le nostre parole e le nostre azioni. Vangelo, crocifisso, testimonianza. Che la Madonna ci aiuti a portare queste tre cose.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
nonostante il brutto tempo siete venuti in tanti, complimenti. Siete stati molto coraggiosi, anche i maratoneti sono coraggiosi, li saluto con affetto. Ieri sono stato a Napoli in visita pastorale, voglio ringraziare per la calorosa accoglienza tutti i napoletani, tanto bravi. Grazie tante!
Oggi ricorre la Giornata Mondiale dell’Acqua, promossa dalle Nazioni Unite. L’acqua è l’elemento più essenziale per la vita, e dalla nostra capacità di custodirlo e di condividerlo dipende il futuro dell’umanità. Incoraggio pertanto la Comunità internazionale a vigilare affinché le acque del pianeta siano adeguatamente protette e nessuno sia escluso o discriminato nell’uso di questo bene, che è un bene comune per eccellenza. Con san Francesco d’Assisi diciamo: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora aqua,/la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta» (Cantico di frate Sole).
Saluto tutti i pellegrini presenti, in particolare il Coro del “Conservatorio Profesional de Música” di Orihuela (Spagna), i giovani del Collège Saint-Jean de Passy di Parigi, i fedeli dell’Ungheria, e i gruppi musicali del Canton Ticino (Svizzera). Saluto l’Ordine Francescano Secolare di Cremona, l’UNITALSI della Lombardia, il gruppo intitolato al Vescovo martire Oscar Romero, che sarà presto proclamato Beato; come pure i fedeli di Fiumicino, i Bambini della Prima Comunione di Sambuceto, i ragazzi di Ravenna, di Milano e di Firenze che hanno ricevuto da poco la Cresima o stanno per riceverla.
Ed ora ripeteremo un gesto già compiuto l’anno scorso: secondo l’antica tradizione della Chiesa, durante la Quaresima si consegna il Vangelo a coloro che si preparano al Battesimo; così io oggi offro a voi che siete in Piazza un regalo, un Vangelo tascabile. Vi sarà distribuito gratuitamente da alcune persone senza fissa dimora che vivono a Roma. Anche in questo vediamo un gesto molto bello, che piace a Gesù: i più bisognosi sono coloro che ci regalano la parola di Dio. Prendetelo e portatelo con voi, per leggerlo spesso, ogni giorno portarlo nella borsa, in tasca e leggerne spesso un passo ogni giorno. La Parola di Dio è luce per il nostro cammino! Vi farà bene fatelo!
Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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Quaresima, battaglia di liberazione (Contributi 997)

Vi propongo la riflessione di Mons. Camisasca, Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla in occasione del Mercoledì delle Ceneri, tratta dal sito della Fraternità Sacerdotale S.Carlo


Cari fratelli e sorelle,
entriamo nella Quaresima, cioè nella preparazione alla Pasqua. Gesù, accettando di morire per noi, si è caricato di tutte le nostre divisioni, di tutte le nostre colpe. Ha vinto così la morte e ci ha aperto la strada – come nuovo Mosè – verso la Terra promessa, verso una vita vera ed immortale.
Non c’è un evento più importante nella nostra storia personale e nella storia del mondo. Per questo occorre prepararsi, sgomberare il nostro cuore da tutto ciò che ci impedisce di vedere Dio e la sua luce, il suo dono, la sua comunione. La Quaresima può essere descritta come una grande battaglia contro gli idoli, una battaglia di liberazione che ci renderà migliori, uomini più veri, più lieti e più capaci di amare la vita e di godere delle cose semplici e vere di cui essa è ricca.
Quali sono gli idoli più diffusi che dobbiamo chiedere a Dio di estirpare dal nostro cuore? Il primo è il denaro. La liturgia di questa sera ci parla dell’elemosina. Disporre di una parte dei nostri beni per i poveri ci aiuta a comprendere che tutto appartiene a Dio e ci libera dall'attaccamento smodato a ciò che possediamo. Quando il nostro cuore è avido di denaro, non c’è più posto per gli altri e per Dio, non riusciamo più a vedere i volti che ci circondano, le cose belle di cui sono fatte la natura e la vita. Attaccati al denaro non si sa più godere di nulla. Per questo il vangelo ci parla prima dell’elemosina e poi della preghiera: senza distacco dai beni non si può parlare a Dio.
Da questa cattedra vorrei che le mie parole arrivassero non soltanto a voi che mi ascoltate, ma a tutti coloro che abitano nel territorio della nostra diocesi. Dall'attaccamento al denaro nascono le industrie di guerra, le industrie di morte. Dall'attaccamento al denaro nasce la corruzione che impedisce la costruzione libera di una società civile. La passione per il denaro divide gli uomini in collaboratori e nemici. Per il denaro si diffonde la droga che uccide i cervelli e le vite, si diffonde l’usura che strangola le esistenze, nascono le aziende farmaceutiche per manipolare l’esistenza delle persone. Per denaro si vendono i corpi, si gettano sulla strada le donne della tratta, vengono venduti gli uteri, si mandano i bambini a combattere in guerre che li segneranno per tutta la vita. Per denaro si inquina la vita delle imprese, la si sottopone a condizionamenti mortali o si comprano dai politici diritti che non si avrebbero. Ma soprattutto, l’eccessivo attaccamento al denaro rende infelici. Non c’è felicità in chi uccide, in chi condiziona la vita degli altri, in chi vuole scappare dalla giustizia e finisce per avere paura della propria ombra. Solo Dio può cambiare il cuore degli uomini. Chiedo questa sera per noi e per tutti la conversione della nostra mente e delle nostre speranze. Poniamo la speranza in ciò che è vero e non delude. Liberiamoci dall'idolatria che diventa causa di morte.
Il secondo idolo di cui dobbiamo chiedere a Dio la liberazione è l’idolo del potere. Il potere dei popoli sui popoli, che scatena le guerre, ma anche il potere all'interno della società e delle famiglie, che ci fa vedere negli altri non degli esseri liberi a immagine di Dio, ma delle prede che possono riempire il vuoto che alberga dentro di noi. Dove l’infinito di Dio è stato cancellato, l’uomo diventa un buco infinito di insaziabile voracità. Nascono così le perversioni degli affetti. Non sappiamo più riconoscere che l’altro è un mistero da rispettare. Le persone diventano così oggetti da prendere e lasciare. Non ci libereremo mai dagli idoli del potere se non impareremo cosa vuol dire veramente amare. Penso alle persone che soffrono ingiustamente, incarcerate per le loro idee e soprattutto per la loro fede. Penso ai fratelli cristiani perseguitati. Penso a popoli interi costretti a migrare da una terra ad un’altra, braccati dai vari poteri dispotici che si susseguono e che non permettono loro di avere una terra. Penso alle vite uccise nel seno della madre, ai malati di cui non sappiamo prenderci cura, agli anziani che vorremmo eliminare dalla nostra vista. Gli idoli del potere hanno volti concreti e quotidiani e devono essere smascherati. Anche qui la medicina può essere soltanto la conversione dei cuori. La preghiera può molto e molto possono il digiuno e la penitenza.
Tanti sono gli idoli dell’uomo che possono distruggere la sua vita! Da ultimo vorrei ricordare soltanto l’idolo della menzogna. Il demonio è il grande bugiardo, che ci fa credere essenziale ciò che è provvisorio, e fondamentale ciò che è passeggero. Come appare chiaro nel vangelo delle tentazioni di Gesù nel deserto, il diavolo è colui che stravolge le parole e stravolge persino la parola di Dio. Dobbiamo imparare di nuovo l’amore alla verità che rende belli i rapporti umani. Anche quando costa grandi sacrifici, e perfino il sacrificio della vita, l’amore alla verità rende lieto il cuore.
Coloro che hanno peso e potere nei giornali e nelle televisioni, in Internet e più in generale nelle comunicazioni sociali, sappiano che grande è la loro responsabilità e che verranno giudicati da Dio. Distogliendo i piccoli e i giovani dalla verità si uccide in loro l’amore alla vita e la forza per combattere contro le avversità. Se non esistono più il bene e il male non esiste più il bello e ciò per cui vale la pena vivere.
All'inizio della nostra Quaresima ci illumina la presenza di Gesù povero e perciò libero, casto, rispettoso e amante di ogni persona, verità che illumina e guida le nostre esistenze verso la gioia della Pasqua.
Amen.
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venerdì 20 marzo 2015

San Giuseppe, chiave per interpretare la crisi attuale (Contributi 996)

Riporto un articolo di Riccardo Cascioli tratto da La Bussola Quotidiano. Ultimamente ho avuto molto poco tempo per curare il blog e me ne scuso con tutti. E a tutti chiedo, umilmente, una preghiera.

Potrà sembrare un caso ma la crisi della famiglia – almeno nel nostro Paese – è andata di pari passo con il venir progressivamente meno della devozione a san Giuseppe. Per certi versi è paradossale che questo sia accaduto dopo un Concilio Vaticano II che Giovanni XXIII aveva posto proprio sotto la protezione di san Giuseppe con la Lettera apostolica Le Voci (1961). Ma probabilmente l’ondata progressista seguita al Concilio fece sì che la devozione a san Giuseppe fosse considerata una di quelle superstizioni preconciliari che erano superate da una Chiesa ormai protesa nell'abbraccio al mondo.
Ad ogni modo la stretta relazione tra crisi della famiglia e oscuramento della figura di San Giuseppe risulta più chiara se pensiamo che tanti psicologi sono concordi nel sostenere che uno dei principali problemi della nostra società è l’eclissi o l’assenza del padre. Mancano i padri e manca un modello di paternità, come invece san Giuseppe è stato per tante generazioni. 
«San Giuseppe è la più bella figura d'uomo concepibile e che il Cristianesimo ha realizzato», diceva don Luigi Giussani, sottolineando che il padre putativo di Gesù era «un uomo come tutti gli altri, aveva il peccato originale come me».
Alcuni anni fa Vittorio Messori si era interrogato sui motivi per cui San Giuseppe è stato volutamente messo da parte da molti nella Chiesa, ed è interessante rileggere la sua riflessione: «Secondo alcuni avrebbe operato qui quella “rivolta contro i padri” che ha portato la cultura moderna a rifiutare lo stesso Padre Eterno; e ha portato, forse, certo mondo cattolico a rimuovere questa figura cui più che a ogni altra è legata l’idea della paternità umana. La contestazione della famiglia avrebbe poi reso poco simpatica ad alcuni quella notazione di Luca («Gesù tornò a Nazareth e stava loro sottomesso», 2,51) che dà avallo evangelico all'autorità, in senso forte, dei genitori. Anche i problemi legati a castità e verginità devono aver contribuito alla rimozione di questo sposo «al di là dell’eros». Difficile, sotto il bombardamento sessualista, capire la comunità di vita di Nazareth, implicante un amore pieno e profondo e al contempo non orientato al sesso. Una coniugalità nuova, anticipatrice della condizione escatologica (Lc 20,35), ma incompresa oggi da molti» (da La sfida della fede, SugarCo 2008).
Oggi, in tempi di martellamento della propaganda gender, queste parole appaiono ancora più drammaticamente vere. L’eliminazione di San Giuseppe è stata la premessa di un’opera di distruzione della società e dell’identità umana. Tutti i problemi più gravi che oggi ci troviamo di fronte hanno la loro origine diretta o indiretta nella distruzione della famiglia e del modello di paternità e maternità: dall’economia alla corruzione, dalla criminalità alle dipendenze.
E come non pensare anche alle difficoltà emerse nel Sinodo straordinario sulla famiglia dello scorso ottobre e nel dibattito attualmente in corso, nel comprendere la profondità e le implicazioni della strada indicata dalla famiglia di Nazareth. Non sono stati pochi i vescovi e i cardinali che hanno mostrato una evidente incapacità a concepire e ritenere possibile il valore della castità nell'amore, e della vera responsabilità paterna. Il declino della devozione a san Giuseppe, che è anche protettore della Chiesa, ha chiaramente portato confusione tra i cattolici e anche tra i pastori.
La festa di san Giuseppe che celebriamo oggi è allora cruciale per comprendere le radici della crisi attuale della società e della confusione che regna nella Chiesa. Ma è anche il punto da cui ripartire per invertire la tendenza. Recuperare San Giuseppe, affidarsi a lui, contemplare la sua paternità e promuoverne la devozione è già l’inizio di una società più umana. 
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domenica 15 marzo 2015

Domenica 4^ Quaresima "B" 15/3/2015 (Angelus 239)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno
il Vangelo di oggi ci ripropone le parole rivolte da Gesù a Nicodemo: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16). Ascoltando questa parola, rivolgiamo lo sguardo del nostro cuore a Gesù Crocifisso e sentiamo dentro di noi che Dio ci ama, ci ama davvero, e ci ama così tanto! Ecco l’espressione più semplice che riassume tutto il Vangelo, tutta la fede, tutta la teologia: Dio ci ama di amore gratuito e sconfinato.
Così ci ama Dio e questo amore Dio lo dimostra anzitutto nella creazione, come proclama la liturgia, nella Preghiera eucaristica IV: «Hai dato origine all'universo per effondere il tuo amore su tutte le tue creature e allietarle con gli splendori della tua luce». All'origine del mondo c’è solo l’amore libero e gratuito del Padre. Sant'Ireneo un santo dei primi secoli scrive: «Dio non creò Adamo perché aveva bisogno dell’uomo, ma per avere qualcuno a cui donare i suoi benefici» (Adversus haereses, IV, 14, 1). È così, l'amore di Dio è così.
Così prosegue la Preghiera eucaristica IV: «E quando, per la sua disobbedienza, l’uomo perse la tua amicizia, tu non l’hai abbandonato in potere della morte, ma nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro». È venuto con la sua misericordia. Come nella creazione, anche nelle tappe successive della storia della salvezza risalta la gratuità dell’amore di Dio: il Signore sceglie il suo popolo non perché se lo meriti, ma perché è il più piccolo tra tutti i popoli, come egli dice. E quando venne “la pienezza del tempo”, nonostante gli uomini avessero più volte infranto l’alleanza, Dio, anziché abbandonarli, ha stretto con loro un vincolo nuovo, nel sangue di Gesù – il vincolo della nuova ed eterna alleanza – un vincolo che nulla potrà mai spezzare.
San Paolo ci ricorda: «Dio, ricco di misericordia, – mai dimenticarlo è ricco di misericordia – per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo» (Ef 2,4). La Croce di Cristo è la prova suprema della misericordia e dell’amore di Dio per noi: Gesù ci ha amati «sino alla fine» (Gv 13,1), cioè non solo fino all'ultimo istante della sua vita terrena, ma fino all'estremo limite dell’amore. Se nella creazione il Padre ci ha dato la prova del suo immenso amore donandoci la vita, nella passione e nella morte del suo Figlio ci ha dato la prova delle prove: è venuto a soffrire e morire per noi. Così grande è la misericordia di Dio: Egli ci ama, ci perdona; Dio perdona tutto e Dio perdona sempre.
Maria, che è Madre di misericordia, ci ponga nel cuore la certezza che siamo amati da Dio. Ci stia vicino nei momenti di difficoltà e ci doni i sentimenti del suo Figlio, perché il nostro itinerario quaresimale sia esperienza di perdono, di accoglienza e di carità.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
Con dolore, con molto dolore, ho appreso degli attentati terroristici di oggi contro due chiese nella città Lahore in Pakistan, che hanno provocato numerosi morti e feriti. Sono chiese cristiane. I cristiani sono perseguitati. I nostri fratelli versano il sangue soltanto perché sono cristiani. Mentre assicuro la mia preghiera per le vittime e per le loro famiglie, chiedo al Signore, imploro dal Signore, fonte di ogni bene, il dono della pace e della concordia per quel Paese. Che questa persecuzione contro i cristiani, che il mondo cerca di nascondere, finisca e ci sia la pace.
Rivolgo un cordiale saluto a voi fedeli di Roma e a voi venuti da tante parti del mondo.
Saluto i pellegrini di Granada e di Málaga, España; come pure quelli di Mannheim, Germania.
Saluto i gruppi parrocchiali provenienti da Perugia, Pordenone, Pavia, da San Giuseppe all’Aurelio in Roma e dalla diocesi di Piacenza-Bobbio.
Un pensiero speciale va ai ragazzi di Serravalle Scrivia, di Rosolina e di Verdellino-Zingonia che si preparano a ricevere la Cresima; a quelli della diocesi di Lodi e del decanato Romana-Vittoria di Milano che fanno a Roma la “promessa” di seguire Gesù. Saluto anche i ministranti di Besana in Brianza. Ecco, vi si vede lì con il cartello, tanti saluti!
Saluto i diversi gruppi di volontariato che, uniti nell'impegno di solidarietà, partecipano alla manifestazione “Insieme per il bene comune”.
Sono vicino alla popolazione di Vanuatu, nell'Oceano Pacifico, colpita da un forte ciclone. Prego per i defunti, per i feriti e i senza tetto. Ringrazio quanti si sono subito attivati per portare soccorsi e aiuti.
A tutti voi auguro una buona domenica. Per favore non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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lunedì 9 marzo 2015

Domenica 3^ Quaresima "B" 8/3/2015 (Angelus 238)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di oggi (Gv 2,13-25) ci presenta l’episodio della cacciata dei venditori dal tempio, Gesù «fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi» (v. 15), il denaro, tutto. Tale gesto suscitò forte impressione, nella gente e nei discepoli. Chiaramente apparve come un gesto profetico, tanto che alcuni dei presenti domandarono a Gesù: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?» (v. 18), chi sei tu per fare queste cose? Mostraci un segno che tu hai autorità per farle. Cercavano un segno divino, prodigioso che accreditasse Gesù come inviato da Dio. Ed Egli rispose: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (v. 19). Gli replicarono: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?» (v. 20). Non avevano compreso che il Signore si riferiva al tempio vivo del suo corpo, che sarebbe stato distrutto nella morte in croce, ma sarebbe risorto il terzo giorno. Per questo “in tre giorni”. «Quando poi fu risuscitato dai morti – annota l’Evangelista – i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù» (v. 22).
In effetti, questo gesto di Gesù e il suo messaggio profetico si capiscono pienamente alla luce della sua Pasqua. Abbiamo qui, secondo l’evangelista Giovanni, il primo annuncio della morte e risurrezione di Cristo: il suo corpo, distrutto sulla croce dalla violenza del peccato, diventerà nella Risurrezione il luogo dell’appuntamento universale tra Dio e gli uomini. E Cristo Risorto è proprio il luogo dell’appuntamento universale - di tutti! - fra Dio e gli uomini. Per questo la sua umanità è il vero tempio, dove Dio si rivela, parla, si fa incontrare; e i veri adoratori, i veri adoratori di Dio non sono i custodi del tempio materiale, i detentori del potere o del sapere religioso, sono coloro che adorano Dio «in spirito e verità» (Gv 4,23).
In questo tempo di Quaresima ci stiamo preparando alla celebrazione della Pasqua, quando rinnoveremo le promesse del nostroBattesimo. Camminiamo nel mondo come Gesù e facciamo di tutta la nostra esistenza un segno del suo amore per i nostri fratelli, specialmente i più deboli e i più poveri, noi costruiamo a Dio un tempio nella nostra vita. E così lo rendiamo “incontrabile” per tante persone che troviamo sul nostro cammino. Se noi siamo testimoni di questo Cristo vivo, tante gente incontrerà Gesù in noi, nella nostra testimonianza. Ma - ci domandiamo, e ognuno di noi si può domandare –: il Signore si sente veramente a casa nella mia vita? Gli permettiamo di fare “pulizia” nel nostro cuore e di scacciare gli idoli, cioè quegli atteggiamenti di cupidigia, gelosia, mondanità, invidia, odio, quell’abitudine di chiacchierare e “spellare” gli altri? Gli permetto di fare pulizia di tutti i comportamenti contro Dio, contro il prossimo e contro noi stessi, come oggi abbiamo sentito nella prima Lettura? Ognuno può rispondere a sé stesso, in silenzio, nel suo cuore. “Io permetto che Gesù faccia un po’ di pulizia nel mio cuore?”. “Oh, padre, io ho paura che mi bastoni!”. Ma Gesù non bastona mai. Gesù farà pulizia con tenerezza, con misericordia, con amore. La misericordia è il suo modo di fare pulizia. Lasciamo - ognuno di noi - lasciamo che il Signore entri con la sua misericordia - non con la frusta, no, con la sua misericordia - a fare pulizia nei nostri cuori. La frusta di Gesù con noi è la sua misericordia. Apriamogli la porta perché faccia un po’ di pulizia.
Ogni Eucaristia che celebriamo con fede ci fa crescere come tempio vivo del Signore, grazie alla comunione con il suo Corpo crocifisso e risorto. Gesù conosce quello che c’è in ognuno di noi, e conosce pure il nostro più ardente desiderio: quello di essere abitati da Lui, solo da Lui. Lasciamolo entrare nella nostra vita, nella nostra famiglia, nei nostri cuori. Maria Santissima, dimora privilegiata del Figlio di Dio, ci accompagni e ci sostenga nell’itinerario quaresimale, affinché possiamo riscoprire la bellezza dell’incontro con Cristo, che ci libera e ci salva.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di Roma e a tutti i pellegrini provenienti da varie parti del mondo. Saluto i fedeli di Curitiba (Brasile); i gruppi parrocchiali di Treviso, Genova, Crotone, e L’Aquila e della zona di Domodossola. Un pensiero speciale va ai ragazzi di Garda, che hanno ricevuto la Cresima.
Durante questa Quaresima, cerchiamo di stare più vicini alle persone che stanno vivendo momenti di difficoltà: vicini con l’affetto, con la preghiera con la solidarietà.
Oggi, 8 marzo, un saluto a tutte le donne! Tutte le donne che ogni giorno cercano di costruire una società più umana e accogliente. E un grazie fraterno anche a quelle che in mille modi testimoniano il Vangelo e lavorano nella Chiesa. E questa è per noi una occasione per ribadire l’importanza e la necessità della loro presenza nella vita. Un mondo dove le donne sono emarginate è un mondo sterile, perché le donne non solo portano la vita ma ci trasmettono la capacità di vedere oltre – vedono oltre loro –, ci trasmettono la capacità di capire il mondo con occhi diversi, di sentire le cose con cuore più creativo, più paziente, più tenero. Una preghiera e una benedizione particolare per tutte le donne qui presenti in piazza e per tutte le donne! Un saluto!
A tutti auguro una buona domenica. Per favore non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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domenica 8 marzo 2015

Incontro di Papa Francesco con il Movimento di Comunione e Liberazione 7-mar-2015

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Do il benvenuto a tutti voi e vi ringrazio per il vostro affetto caloroso! Rivolgo il mio cordiale saluto ai Cardinali e ai Vescovi. Saluto Don Julián Carrón, Presidente della vostra Fraternità, e lo ringrazio per le parole che mi ha indirizzato a nome di tutti; e La ringrazio anche, Don Julián, per quella bella lettera che Lei ha scritto a tutti, invitandoli a venire. Grazie tante!
Il mio primo pensiero va al vostro Fondatore, Mons. Luigi Giussani, ricordando il decimo anniversario della sua nascita al Cielo. Sono riconoscente a Don Giussani per varie ragioni. La prima, più personale, è il bene che quest’uomo ha fatto a me e alla mia vita sacerdotale, attraverso la lettura dei suoi libri e dei suoi articoli. L’altra ragione è che il suo pensiero è profondamente umano e giunge fino al più intimo dell’anelito dell’uomo. Voi sapete quanto importante fosse per Don Giussani l’esperienza dell’incontro: incontro non con un’idea, ma con una Persona, con Gesù Cristo. Così lui ha educato alla libertà, guidando all’incontro con Cristo, perché Cristo ci dà la vera libertà. Parlando dell’incontro mi viene in mente “La vocazione di Matteo”, quel Caravaggio davanti al quale mi fermavo a lungo in San Luigi dei Francesi, ogni volta che venivo a Roma. Nessuno di quelli che stavano lì, compreso Matteo avido di denaro, poteva credere al messaggio di quel dito che lo indicava, al messaggio di quegli occhi che lo guardavano con misericordia e lo sceglievano per la sequela. Sentiva quello stupore dell’incontro. E’ così l’incontro con Cristo che viene e ci invita.
Tutto, nella nostra vita, oggi come al tempo di Gesù, incomincia con un incontro. Un incontro con quest’Uomo, il falegname di Nazaret, un uomo come tutti e allo stesso tempo diverso. Pensiamo al Vangelo di Giovanni, là dove racconta del primo incontro dei discepoli con Gesù (cfr 1,35-42). Andrea, Giovanni, Simone: si sentirono guardati fin nel profondo, conosciuti intimamente, e questo generò in loro una sorpresa, uno stupore che, immediatamente, li fece sentire legati a Lui... O quando, dopo la Risurrezione, Gesù chiede a Pietro: «Mi ami?» (Gv 21,15), e Pietro risponde: «Sì»; quel sì non era l’esito di una forza di volontà, non veniva solo dalla decisione dell’uomo Simone: veniva prima ancora dalla Grazia, era quel “primerear”, quel precedere della Grazia. Questa fu la scoperta decisiva per san Paolo, per sant’Agostino, e tanti altri santi: Gesù Cristo sempre è primo, ci primerea, ci aspetta, Gesù Cristo ci precede sempre; e quando noi arriviamo, Lui stava già aspettando. Lui è come il fiore del mandorlo: è quello che fiorisce per primo, e annuncia la primavera.
E non si può capire questa dinamica dell’incontro che suscita lo stupore e l’adesione senza la misericordia. Solo chi è stato accarezzato dalla tenerezza della misericordia, conosce veramente il Signore. Il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Gesù Cristo verso il mio peccato. E per questo, alcune volte, voi mi avete sentito dire che il posto, il luogo privilegiato dell’incontro con Gesù Cristo è il mio peccato. È grazie a questo abbraccio di misericordia che viene voglia di rispondere e di cambiare, e che può scaturire una vita diversa. La morale cristiana non è lo sforzo titanico, volontaristico, di chi decide di essere coerente e ci riesce, una sorta di sfida solitaria di fronte al mondo. No. Questa non è la morale cristiana, è un’altra cosa. La morale cristiana è risposta, è la risposta commossa di fronte a una misericordia sorprendente, imprevedibile, addirittura “ingiusta” secondo i criteri umani, di Uno che mi conosce, conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso, mi stima, mi abbraccia, mi chiama di nuovo, spera in me, attende da me. La morale cristiana non è non cadere mai, ma alzarsi sempre, grazie alla sua mano che ci prende. E la strada della Chiesa è anche questa: lasciare che si manifesti la grande misericordia di Dio. Dicevo, nei giorni scorsi, ai nuovi Cardinali: «La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio», che è quella della misericordia (Omelia, 15 febbraio 2015). Anche la Chiesa deve sentire l’impulso gioioso di diventare fiore di mandorlo, cioè primavera come Gesù, per tutta l’umanità.
Oggi voi ricordate anche i sessant’anni dell’inizio del vostro Movimento, «nato nella Chiesa – come vi disse Benedetto XVI –non da una volontà organizzativa della Gerarchia, ma originato da un incontro rinnovato con Cristo e così, possiamo dire, da un impulso derivante ultimamente dallo Spirito Santo» (Discorso al pellegrinaggio di Comunione e Liberazione, 24 marzo 2007: Insegnamenti III, 1 [2007], 557).
Dopo sessant’anni, il carisma originario non ha perso la sua freschezza e vitalità. Però, ricordate che il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù, Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale, il mio cammino spirituale, il mio modo di attuarlo, io esco di strada. Tutta la spiritualità, tutti i carismi nella Chiesa devono essere “decentrati”: al centro c’è solo il Signore! Per questo, quando Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi parla dei carismi, di questa realtà così bella della Chiesa, del Corpo Mistico, termina parlando dell’amore, cioè di quello che viene da Dio, ciò che è proprio di Dio, e che ci permette di imitarlo. Non dimenticatevi mai di questo, di essere decentrati!
E poi il carisma non si conserva in una bottiglia di acqua distillata! Fedeltà al carisma non vuol dire “pietrificarlo” – è il diavolo quello che “pietrifica”, non dimenticare! Fedeltà al carisma non vuol dire scriverlo su una pergamena e metterlo in un quadro. Il riferimento all’eredità che vi ha lasciato Don Giussani non può ridursi a un museo di ricordi, di decisioni prese, di norme di condotta. Comporta certamente fedeltà alla tradizione, ma fedeltà alla tradizione – diceva Mahler – “significa tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”. Don Giussani non vi perdonerebbe mai che perdeste la libertà e vi trasformaste in guide da museo o adoratori di ceneri. Tenete vivo il fuoco della memoria di quel primo incontro e siate liberi!
Così, centrati in Cristo e nel Vangelo, voi potete essere braccia, mani, piedi, mente e cuore di una Chiesa “in uscita”. La strada della Chiesa è uscire per andare a cercare i lontani nelle periferie, a servire Gesù in ogni persona emarginata, abbandonata, senza fede, delusa dalla Chiesa, prigioniera del proprio egoismo.
“Uscire” significa anche respingere l’autoreferenzialità, in tutte le sue forme, significa saper ascoltare chi non è come noi, imparando da tutti, con umiltà sincera. Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una “spiritualità di etichetta”: “Io sono CL”. Questa è l’etichetta. E poi cadiamo nelle mille trappole che ci offre il compiacimento autoreferenziale, quel guardarci allo specchio che ci porta a disorientarci e a trasformarci in meri impresari di una ONG.
Cari amici, vorrei finire con due citazioni molto significative di Don Giussani, una degli inizi e una della fine della sua vita.
La prima: «Il cristianesimo non si realizza mai nella storia come fissità di posizioni da difendere, che si rapportino al nuovo come pura antitesi; il cristianesimo è principio di redenzione, che assume il nuovo, salvandolo» (Porta la speranza. Primi scritti, Genova 1967, 119). Questa sarà intorno al 1967.
La seconda del 2004: «Non solo non ho mai inteso “fondare” niente, ma ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta» (Lettera a Giovanni Paolo II, 26 gennaio 2004, in occasione dei 50 anni di Comunione e Liberazione).
Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me! Grazie.
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martedì 3 marzo 2015

La vita e la preghiera (Contributi 995)

Vi propongo una testimonianza di don Emmanuele Silanos, vicario generale della Fraternità san Carlo, che ricorda il lontano 30 maggio 1998 tratto dal sito di tale Fraternità Sacerdotale:


Raggiungo il mio amico Michele, seduto per terra in mezzo a Piazza San Pietro, stracolma di gente che, sotto il sole di un’estate anticipata, canta, prega, attende l’arrivo di Sua Santità, Giovanni Paolo II. Michele è assieme ai suoi amici seminaristi della Fraternità San Carlo. Io proprio in quelle settimane, devo decidermi se chiedere al loro superiore di poter entrare anch’io in seminario. Ci salutiamo, mi racconta come va. Poi ecco che arriva il Papa. Il saluto della folla, i canti, l’entusiasmo. Poi il silenzio. Cominciano i saluti e i discorsi ufficiali, fino a quando la voce roca, inconfondibile e familiare di don Luigi Giussani inizia a parlare. Quando finisce, di quelle parole una rimane da subito nella mia memoria: mendicanza. «Il protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo». Mendicare vuole dire chiedere, domandare. Vuole dire attendere senza pretesa e senza sosta. Mendicare vuole dire pregare.
Da quel giorno, per me la preghiera è legata all’istantanea di don Giussani inginocchiato davanti a san Giovanni Paolo II e all’immagine di un uomo che mendica. E da quel giorno è difficile guardare i mendicanti che popolano le strade delle città dove siamo in missione, da Roma a Taipei, da Nairobi a Santiago del Cile, senza pensare che nel loro gesto, in quella mano aperta e tesa, consiste la vera posizione dell’uomo che prega. E che nel medesimo gesto si rivela Dio stesso che in Cristo mendica il mio cuore. Così che la preghiera è l’incontro tra due mendicanti, tra due povertà.
Accanto a questa, c’è un’altra immagine molto cara a don Giussani e che descrive l’uomo che prega. È un’immagine tratta dai salmi, la modalità più semplice di rivolgersi a Dio che la Scrittura ci ha lasciato (anche Gesù pregava recitando i salmi) e che è oggi il modo di pregare nella Chiesa e con la Chiesa. L’immagine è quella del bambino «svezzato tra le braccia di sua madre» del Salmo 131 che, «nella sua realtà ontologica, non è nient’altro che domanda». Il bambino attende sempre, chiede, domanda. Assomiglia al protagonista dei Racconti di un pellegrino russo che desidera che la propria preghiera coincida col suo stesso respiro. Questa è l’esistenza di ogni uomo: una continua mendicanza, un’attesa senza sosta. E la stessa cosa è chiamata ad essere la nostra preghiera.
Questo è forse il guadagno più grande che ho tratto dal suo insegnamento: per Giussani la fede e la vita non sono due realtà distinte, ma strettamente unite al punto che la preghiera esprime il contenuto stesso di quello che vivo. In ogni istante della propria esistenza ciascun uomo afferma la ragione per cui vive, ragione che per il cristiano è quel Tu a cui chiede continuamente di rivelarsi. La preghiera è questa domanda incessante che si nasconde e al tempo stesso si rivela in ogni desiderio che abbiamo, in ogni scelta che facciamo, in ogni gesto con cui affermiamo il senso della nostra vita.
Così ha vissuto la Madonna. «Maria è tutta domanda» diceva don Giussani. In Lei si compie quella perfetta corrispondenza tra vita e preghiera di cui il mendicante, il bambino, il pellegrino sono immagini profetiche. Maria è continuamente presente nel pensiero e nelle parole di don Giussani negli ultimi anni della sua vita, durante i quali ce l’ha indicata come la strada attraverso cui pregare mendicando che Dio si faccia presente a noi in ogni istante: Veni Sancte Spiritus, Veni per Mariam. Vieni, rivelati, renditi presente in questa fatica che faccio, in questa pagina che leggo, in questo lavoro che mi è chiesto, in questa persona che mi viene incontro, dentro questo pezzo di realtà attraverso cui, ancora una volta, misteriosamente si ripete il miracolo dell’Incarnazione.
La Madonna è l’esempio a noi più prossimo di un’esistenza umana che vive in totale pienezza e perfetta letizia, perché attende, certa e completamente affidata. Ogni volta che recito il rosario imparo da Lei ad affidarmi e a consegnare ad una ad una le persone che il Padre mi fa incontrare, così come lei ha consegnato suo Figlio. È questa l’altra, altissima espressione della preghiera che don Giussani ci ha insegnato: quella dell’offerta. «Signore, riconosco che tutto da te viene, tutto è grazia (…) e te lo offro, e tutte le mattine, e cento volte al giorno, se tu hai la bontà di farmelo ricordare, te lo offro».

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Domenica 2^ Quaresima "B" 1/3/2015 (Angelus 237)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.
Domenica scorsa a liturgia ci ha presentato Gesù tentato da satana nel deserto, ma vittorioso sulla tentazione. Alla luce di questo Vangelo, abbiamo preso nuovamente coscienza della nostra condizione di peccatori, ma anche della vittoria sul male offerta a quanti intraprendono il cammino di conversione e, come Gesù, vogliono fare la volontà del Padre. In questa seconda domenica di Quaresima, la Chiesa ci indica la meta di questo itinerario di conversione, ossia la partecipazione alla gloria di Cristo, quale risplende sul suo volto di Servo obbediente, morto e risorto per noi.
La pagina evangelica racconta l’evento della Trasfigurazione, che si colloca al culmine del ministero pubblico di Gesù. Egli è in cammino verso Gerusalemme, dove si compiranno le profezie del “Servo di Dio” e si consumerà il suo sacrificio redentore. Le folle, non capivano questo: di fronte alla prospettiva di un Messia che contrasta con le loro aspettative terrene, lo hanno abbandonato. Ma loro pensavano che il Messia sarebbe stato un liberatore dal dominio dei romani, un liberatore della patria e questa prospettiva di Gesù non piace loro e lo lasciano. Anche gli Apostoli non capiscono le parole con cui Gesù annuncia l’esito della sua missione nella passione gloriosa, non capiscono! Gesù allora prende la decisione di mostrare a Pietro, Giacomo e Giovanni un anticipo della sua gloria, quella che avrà dopo la resurrezione, per confermarli nella fede e incoraggiarli a seguirlo sulla via della prova, sulla via della Croce. E così, su un alto monte, immerso in preghiera, si trasfigura davanti a loro: il suo volto e tutta la sua persona irradiano una luce sfolgorante. I tre discepoli sono spaventati, mentre una nube li avvolge e risuona dall’alto – come nel Battesimo al Giordano – la voce del Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!» (Mc 9,7). Gesù è il Figlio fattosi Servo, inviato nel mondo per realizzare attraverso la Croce il progetto della salvezza, per salvare tutti noi. La sua piena adesione alla volontà del Padre rende la sua umanità trasparente alla gloria di Dio, che è l’Amore.
Gesù si rivela così come l’icona perfetta del Padre, l’irradiazione della sua gloria. E’ il compimento della rivelazione; per questo accanto a Lui trasfigurato appaiono Mosè ed Elia, che rappresentano la Legge e i Profeti, come per significare che tutto finisce e incomincia in Gesù, nella sua passione e nella sua gloria.
La consegna per i discepoli e per noi è questa: “Ascoltatelo!”. Ascoltate Gesù. E’ Lui il Salvatore: seguitelo. Ascoltare Cristo, infatti, comporta assumere la logica del suo mistero pasquale, mettersi in cammino con Lui per fare della propria esistenza un dono di amore agli altri, in docile obbedienza alla volontà di Dio, con un atteggiamento di distacco dalle cose mondane e di interiore libertà. Occorre, in altre parole, essere pronti a “perdere la propria vita” (cfr Mc 8,35), donandola affinché tutti gli uomini siano salvati: così ci incontreremo nella felicità eterna. Il cammino di Gesù sempre ci porta alla felicità, non dimenticatelo! Il cammino di Gesù ci porta sempre alla felicità. Ci sarà in mezzo sempre una croce, delle prove ma alla fine sempre ci porta alla felicità. Gesù non ci inganna, ci ha promesso la felicità e ce la darà se andiamo sulle sue strade.
Con Pietro, Giacomo e Giovanni saliamo anche noi oggi sul monte della Trasfigurazione e sostiamo in contemplazione del volto di Gesù, per raccoglierne il messaggio e tradurlo nella nostra vita; perché anche noi possiamo essere trasfigurati dall’Amore. In realtà l’amore è capace di trasfigurare tutto. L’amore trasfigura tutto! Credete voi in questo? Ci sostenga in questo cammino la Vergine Maria, che ora invochiamo con la preghiera dell’Angelus.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
non cessano, purtroppo, di giungere notizie drammatiche dalla Siria e dall’Iraq, relative a violenze, sequestri di persona e soprusi a danno di cristiani e di altri gruppi. Vogliamo assicurare a quanti sono coinvolti in queste situazioni che non li dimentichiamo, ma siamo loro vicini e preghiamo insistentemente perché al più presto si ponga fine all’intollerabile brutalità di cui sono vittime. Insieme ai membri della Curia Romana ho offerto secondo questa intenzione l’ultima Santa Messa degli Esercizi Spirituali, venerdì scorso. Nello stesso tempo chiedo a tutti, secondo le loro possibilità, di adoperarsi per alleviare le sofferenze di quanti sono nella prova, spesso solo a causa della fede che professano. Preghiamo per questi fratelli e queste sorelle che soffrono per la fede in Siria e in Iraq…. Preghiamo in silenzio…..
Desidero ricordare pure il Venezuela, che sta vivendo nuovamente momenti di acuta tensione. Prego per le vittime e, in particolare, per il ragazzo ucciso pochi giorni fa a San Cristobal. Esorto tutti al rifiuto della violenza e al rispetto della dignità di ogni persona e della sacralità della vita umana e incoraggio a riprendere un cammino comune per il bene del Paese, riaprendo spazi di incontro e di dialogo sinceri e costruttivi. Affido quella cara Nazione alla materna intercessione di Nostra Signora di Coromoto.
Rivolgo un cordiale saluto a tutti voi – famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni – pellegrini di Roma, dell’Italia e di diversi Paesi.
Saluto i fedeli provenienti da San Francisco, California, e i giovani delle parrocchie dell’Isola di Formentera.
Saluto i gruppi di Fontaneto d’Agogna e Montello; i Vigili del Fuoco di Tassullo; e i ragazzi di Zambana.
Saluto cordialmente i seminaristi di Pavia insieme al loro rettore e al padre spirituale. Hanno appena terminato gli esercizi spirituali e oggi tornano in diocesi. Chiediamo per loro e per tutti i seminaristi la grazia di diventare buoni preti.
A tutti auguro una buona domenica. Non dimenticate, per favore, di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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domenica 22 febbraio 2015

Giussani, uomo di Dio (Contributi 994)

Ricorrendo il decimo anniversario della scomparsa di Mons. Luigi Giussani, vi segnalo un articolo di Mons. Camisasca dal sito della Fraternità Sacerdotale San Carlo:

Don Giussani è stato un genio dell’umano. A questa conoscenza dell’uomo egli è arrivato attraverso molte strade. Certamente attraverso una sua capacità di osservazione e penetrazione, attraverso l’ascolto, ma anche attraverso tanti maestri: i suoi insegnanti di seminario; i grandi della letteratura, della musica, dell’arte; e anche noi stessi, perché egli ha accettato di imparare (quasi di rubare) qualcosa da chiunque. La sua conoscenza dell’uomo, che ha descritto ne Il senso religioso attraverso un’apologia della ragione e del cuore, lo ha reso capace di dire cose che possono interessare persone di ogni cultura, etnia, tradizione. È stato un uomo che cercava se stesso in ogni uomo, curioso dell’umanità di tutti e assieme un uomo che mendicava Cristo in ogni cosa. Così ne è diventato testimone. In lui ogni istante era avvenimento. Lo animava profondamente la tensione a non vivere mai nulla come scontato, come abitudine, ma come domanda a una Presenza.
L’opera dello Spirito suscita il dono di ciascuno. Don Giussani ha contribuito a suscitare il dono personale in migliaia e migliaia di uomini e donne. Non ha creato una realtà massificata, in cui tutti erano uguali, come sotto un coperchio, ma ha generato una realtà variegata, ricca delle personalità diverse che lui ha evocato e che ha condotto all’unità. Questa è veramente l’opera divina. I grandi uomini della terra sono capaci di chiamare al proprio fianco persone valide, ma non sono capaci di condurre a unità le differenze. Invece il segno profondo che ciò che è nato intorno a don Giussani è opera dello Spirito, è proprio l’unità. Egli ha creato un popolo. Questo è profondamente divino.
La potenza culturale di don Giussani era enorme. Descriveva fin dall’inizio la sua idea di cultura commentando la frase di san Paolo ai Tessalonicesi: Vagliate ogni cosa, trattenete ciò che è buono (1Ts 5, 21). Ci ha educati a fare della fede un incontro con la realtà.
Dall’incontro con Cristo per Giussani nasce una cultura nuova, chiamata ad incidere negli ambienti in cui vivono gli uomini. Essa divenne una delle tre dimensioni che, insieme alla carità e alla missione, costituì l’anima della nuova GS nata intorno a lui.
Ci ha sempre educati alla carità. Tutto infatti nasce dalla carità, dal nostro cuore che accetta di condividere la vita con quella degli altri, come Dio ha condiviso la nostra. Le opere di carità nate da don Giussani sono tantissime: scuole, centri di accoglienza, associazioni di famiglie, iniziative missionarie. Già dalla fine degli anni Sessanta aveva pensato a una missione in Brasile. Fu sicuramente un’apertura importante perché egli era convinto della necessità della missione come vero ecumenismo: condividere con altri fratelli che vivono in orizzonti lontani e diversi quello che viviamo noi.
Tutta l’esistenza di Giussani è stata dedicata a documentare il metodo della trasmissione del cristianesimo. Una sintonia impressionante con quello che fu il tentativo del Concilio Vaticano II, un concilio pastorale voluto per indicare la strada attraverso cui vivere il cristianesimo. Desiderava lanciare i giovani verso il futuro, voleva portare un cambiamento, non una rivoluzione, una novità nella continuità. Tema centrale di questo passaggio verso una tradizione rinnovata è stato l’esperienza dell’autorità. Egli ne fu un estremo sostenitore, soprattutto dopo il Sessantotto, quando essa fu duramente contestata. Era fermamente convinto che senza autorità non c’è educazione, perché educare è trasmettere qualcosa che si è ricevuto. Combatté tuttavia anche ogni forma di autoritarismo e di clericalismo, mettendo in luce il valore affettivo dell’autorità.
Don Giussani resta presente in mezzo a noi in molti modi. Attraverso il suo insegnamento, che è ben lungi dall’essere stato scoperto in modo esauriente. Attraverso l’opera di conversione di intere esistenze umane. Un insegnamento vero, autentico, mira infatti al cambiamento dell’esistenza. Resta presente, dunque, attraverso il popolo che da lui è nato. Attraverso tutto ciò che il fiume dello Spirito, incontrandosi con la storia, farà sorgere ancora dal suo dono.
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Domenica 1^ Quaresima "B" 22/2/2015 (Angelus 236)

Cari fratelli e sorelle buongiorno!
Mercoledì scorso, con il rito delle Ceneri, è iniziata la Quaresima, e oggi è la prima domenica di questo tempo liturgico che fa riferimento ai quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto, dopo il battesimo nel fiume Giordano. Scrive san Marco nel Vangelo odierno: «Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano» (1,12-13). Con queste scarne parole l’evangelista descrive la prova affrontata volontariamente da Gesù, prima di iniziare la sua missione messianica. È una prova da cui il Signore esce vittorioso e che lo prepara ad annunciare il Vangelo del Regno di Dio. Egli, in quei quaranta giorni di solitudine, affrontò Satana “corpo a corpo”, smascherò le sue tentazioni e lo vinse. E in Lui abbiamo vinto tutti, ma a noi tocca proteggere nel nostro quotidiano questa vittoria.
La Chiesa ci fa ricordare tale mistero all’inizio della Quaresima, perché esso ci dà la prospettiva e il senso di questo tempo, che èun tempo di combattimento - nella Quaresima si deve combattere - un tempo di combattimento spirituale contro lo spirito del male(cfr Orazione colletta del Mercoledì delle Ceneri). E mentre attraversiamo il “deserto” quaresimale, noi teniamo lo sguardo rivolto alla Pasqua, che è la vittoria definitiva di Gesù contro il Maligno, contro il peccato e contro la morte. Ecco allora il significato di questa prima domenica di Quaresima: rimetterci decisamente sulla strada di Gesù, la strada che conduce alla vita. Guardare Gesù, cosa ha fatto Gesù, e andare con Lui.
E questa strada di Gesù passa attraverso il deserto. Il deserto è il luogo dove si può ascoltare la voce di Dio e la voce del tentatore. Nel rumore, nella confusione questo non si può fare; si sentono solo le voci superficiali. Invece nel deserto possiamo scendere in profondità, dove si gioca veramente il nostro destino, la vita o la morte. E come sentiamo la voce di Dio? La sentiamo nella sua Parola. Per questo è importante conoscere le Scritture, perché altrimenti non sappiamo rispondere alle insidie del maligno. E qui vorrei ritornare sul mio consiglio di leggere ogni giorno il Vangelo: ogni giorno leggere il Vangelo, meditarlo, un pochettino, dieci minuti; e portarlo anche sempre con noi: in tasca, nella borsa… Ma tenere il Vangelo a portata di mano. Il deserto quaresimale ci aiuta a dire no alla mondanità, agli “idoli”, ci aiuta a fare scelte coraggiose conformi al Vangelo e a rafforzare la solidarietà con i fratelli.
Allora entriamo nel deserto senza paura, perché non siamo soli: siamo con Gesù, con il Padre e con lo Spirito Santo. Anzi, come fu per Gesù, è proprio lo Spirito Santo che ci guida nel cammino quaresimale, quello stesso Spirito sceso su Gesù e che ci è stato donato nel Battesimo. La Quaresima, perciò, è un tempo propizio che deve condurci a prendere sempre più coscienza di quanto lo Spirito Santo, ricevuto nel Battesimo, ha operato e può operare in noi. E alla fine dell’itinerario quaresimale, nella Veglia Pasquale, potremo rinnovare con maggiore consapevolezza l’alleanza battesimale e gli impegni che da essa derivano.
La Vergine Santa, modello di docilità allo Spirito, ci aiuti a lasciarci condurre da Lui, che vuole fare di ciascuno di noi una “nuova creatura”.
A Lei affido, in particolare, questa settimana di Esercizi Spirituali, che avrà inizio oggi pomeriggio, e alla quale prenderò parte insieme con i miei collaboratori della Curia Romana. Pregate perché in questo “deserto” che sono gli Esercizi possiamo ascoltare la voce di Gesù e anche correggere tanti difetti che tutti noi abbiamo, e fare anche fronte alle tentazioni che ogni giorno ci attaccano. Vi chiedo pertanto di accompagnarci con la vostra preghiera.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
rivolgo un cordiale saluto alle famiglie, ai gruppi parrocchiali, alle associazioni e a tutti i pellegrini di Roma, dell’Italia e di diversi Paesi.
Saluto i fedeli di Napoli, Cosenza e Verona, e i ragazzi di Seregno venuti per la professione di fede.
La Quaresima è un cammino di conversione che ha come centro il cuore. Il nostro cuore deve convertirsi al Signore. Perciò, in questa prima domenica, ho pensato di regalare a voi che siete qui in piazza un piccolo libretto tascabile dal titolo “Custodisci il cuore”. E’ questo [lo mostra]. Questo libretto raccoglie alcuni insegnamenti di Gesù e i contenuti essenziali della nostra fede, come ad esempio i sette Sacramenti, i doni dello Spirito Santo, i dieci comandamenti, le virtù, le opere di misericordia, eccetera. Ora lo distribuiranno i volontari, tra i quali ci sono numerose persone senzatetto, che sono venute in pellegrinaggio. E come sempre anche oggi qui in piazza coloro che sono nel bisogno sono loro stessi a portarci una grande ricchezza: la ricchezza della nostra dottrina, per custodire il cuore. Prendete un libretto per ciascuno e portatelo con voi, come aiuto per la conversione e la crescita spirituale, che parte sempre dal cuore: lì dove si gioca la partita delle scelte quotidiane tra bene e male, tra mondanità e Vangelo, tra indifferenza e condivisione. L’umanità ha bisogno di giustizia, di pace, di amore e potrà averle solo ritornando con tutto il cuore a Dio, che è la fonte di tutto questo. Prendete il libretto, e leggetelo tutti.
Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, specialmente in questa settimana degli Esercizi, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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Domenica 6^ t.ord. "B" 15/2/2015 (Angelus 235)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
In queste domeniche l’evangelista Marco ci sta raccontando l’azione di Gesù contro ogni specie di male, a beneficio dei sofferenti nel corpo e nello spirito: indemoniati, ammalati, peccatori… Egli si presenta come colui che combatte e vince il male ovunque lo incontri. Nel Vangelo di oggi (cfr Mc 1,40-45) questa sua lotta affronta un caso emblematico, perché il malato è un lebbroso. La lebbra è una malattia contagiosa e impietosa, che sfigura la persona, e che era simbolo di impurità: il lebbroso doveva stare fuori dai centri abitati e segnalare la sua presenza ai passanti. Era emarginato dalla comunità civile e religiosa. Era come un morto ambulante.
L’episodio della guarigione del lebbroso si svolge in tre brevi passaggi: l’invocazione del malato, la risposta di Gesù, le conseguenze della guarigione prodigiosa. Il lebbroso supplica Gesù «in ginocchio» e gli dice: «Se vuoi, puoi purificarmi» (v. 40). A questa preghiera umile e fiduciosa, Gesù reagisce con un atteggiamento profondo del suo animo: la compassione. E “compassione” è una parola molto profonda: compassione che significa “patire-con-l’altro”. Il cuore di Cristo manifesta la compassione paterna di Dio per quell’uomo, avvicinandosi a lui e toccandolo. E questo particolare è molto importante. Gesù «tese la mano, lo toccò … e subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato» (v. 41). La misericordia di Dio supera ogni barriera e la mano di Gesù tocca il lebbroso. Egli non si pone a distanza di sicurezza e non agisce per delega, ma si espone direttamente al contagio del nostro male; e così proprio il nostro male diventa il luogo del contatto: Lui, Gesù, prende da noi la nostra umanità malata e noi prendiamo da Lui la sua umanità sana e risanante. Questo avviene ogni volta che riceviamo con fede un Sacramento: il Signore Gesù ci “tocca” e ci dona la sua grazia. In questo caso pensiamo specialmente al Sacramento della Riconciliazione, che ci guarisce dalla lebbra del peccato.
Ancora una volta il Vangelo ci mostra che cosa fa Dio di fronte al nostro male: Dio non viene a “tenere una lezione” sul dolore; non viene neanche ad eliminare dal mondo la sofferenza e la morte; viene piuttosto a prendere su di sé il peso della nostra condizione umana, a portarla fino in fondo, per liberarci in modo radicale e definitivo. Così Cristo combatte i mali e le sofferenze del mondo: facendosene carico e vincendoli con la forza della misericordia di Dio.
A noi, oggi, il Vangelo della guarigione del lebbroso dice che, se vogliamo essere veri discepoli di Gesù, siamo chiamati a diventare, uniti a Lui, strumenti del suo amore misericordioso, superando ogni tipo di emarginazione. Per essere “imitatori di Cristo” (cfr 1 Cor11,1) di fronte a un povero o a un malato, non dobbiamo avere paura di guardarlo negli occhi e di avvicinarci con tenerezza e compassione, e di toccarlo e di abbracciarlo. Ho chiesto spesso, alle persone che aiutano gli altri, di farlo guardandoli negli occhi, di non avere paura di toccarli; che il gesto di aiuto sia anche un gesto di comunicazione: anche noi abbiamo bisogno di essere da loro accolti. Un gesto di tenerezza, un gesto di compassione… Ma io vi domando: voi, quando aiutate gli altri, li guardate negli occhi? Li accogliete senza paura di toccarli? Li accogliete con tenerezza? Pensate a questo: come aiutate? A distanza o con tenerezza, con vicinanza? Se il male è contagioso, lo è anche il bene. Pertanto, bisogna che abbondi in noi, sempre più, il bene. Lasciamoci contagiare dal bene e contagiamo il bene!

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
rivolgo un augurio di serenità e di pace a tutti gli uomini e le donne che nell’Estremo Oriente e in varie parti del mondo si preparano a celebrare il capodanno lunare. Tali festività offrono loro la felice occasione di riscoprire e di vivere in modo intenso la fraternità, che è vincolo prezioso della vita familiare e basamento della vita sociale. Questo ritorno annuale alle radici della persona e della famiglia possa aiutare quei Popoli a costruire una società in cui si tessono relazioni interpersonali improntate a rispetto, giustizia e carità.
Saluto tutti voi, romani e pellegrini; in particolare, quanti siete venuti in occasione del Concistoro, per accompagnare i nuovi Cardinali; e ringrazio i Paesi che hanno voluto essere presenti a questo evento con Delegazioni ufficiali. Salutiamo con un applauso i nuovi Cardinali!
Saluto i pellegrini spagnoli provenienti da San Sebastián, Campo de Criptana, Orense, Pontevedra e Ferrol; gli studenti di Campo Valongo e Porto, in Portogallo, e quelli di Parigi; il “Foro delle Istituzioni Cristiane” della Slovacchia; i fedeli di Buren (Olanda), i militari statunitensi di stanza in Germania e la comunità dei venezuelani residenti in Italia.
Saluto i giovani di Busca, i fedeli di Leno, Mussoi, Monteolimpino, Rivalta sul Mincio e Forette di Vigasio. Sono presenti molti gruppi scolastici e di catechesi da tante parti d’Italia - vedo i cresimandi di Galzignano… -. Carissimi, vi incoraggio ad essere testimoni gioiosi e coraggiosi di Gesù nella vita di ogni giorno.
A tutti voi auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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giovedì 12 febbraio 2015

Madonna di Lourdes (Contributi 993)

Vi propongo un intervento (del 6/2/1965) di Plinio Corrêa de Oliveira su Maria di Lourdes.


Siamo nella novena alla Madonna di Lourdes. Qui gli eventi sono ricchi di importanti lezioni per noi. Una lezione riguarda la sofferenza.
A Lourdes si palesano due atteggiamenti della Provvidenza di fronte alla sofferenza umana. Anche se, in superficie, possono sembrare contraddittori, ognuno di essi ha una ragion d’essere che si armonizza ammirevolmente con l’altra nella perfezione dei piani divini.
Da un lato, l’atteggiamento più in vista della Madonna a Lourdes è la pietà per il dolore degli uomini. Ella ascolta le loro suppliche e fa miracoli per liberarli dalle pene che li affliggono. La Madonna ha pure pietà delle anime. Per dimostrare la veracità della Fede cattolica, Ella a volte opera il miracolo di convertire i peccatori.
D’altra parte, notiamo a Lourdes un atteggiamento apparentemente opposto. Innumerevoli malati si recano a Lourdes, e tornano a casa senza essere guariti. Anzi, sono essi la stragrande maggioranza. Perché la Madonna guarisce alcuni e non altri? Qual è il mistero? È facile capire perché alcune persone siano guarite. Ma, qual è il mistero per cui altri non sono guariti?
Anche in questo caso vi è una grande lezione per noi. Nel primo caso, la lezione è chiara: con la sua bontà, la Madonna vuole dimostrare che Ella è nostra madre, una mamma che ha pietà dei nostri dolori, una mamma che vuole operare meraviglie per noi. Qual è, invece, la lezione nei casi in cui i malati tornano a casa senza essere guariti? Qual è la ragione più profonda di questo? Secondo me, è qui che risiede uno dei miracoli più stupendi di Lourdes.
Se analizziamo con attenzione questo secondo caso, ci rendiamo conto come, per la stragrande maggioranza delle anime, la sofferenza sia necessaria per la santificazione. Le malattie sono spesso necessarie per la nostra santificazione. È per mezzo delle malattie, e delle prove spirituali che le accompagnano, che una persona si santifica. È ammirevole il ruolo della sofferenza e del dolore nell’operare il distacco delle anime dai beni terreni, indirizzandole verso l’amore di Dio. Chi non capisce il valore rigenerativo della sofferenza non capisce nulla. È così che le anime si santificano. San Francesco di Sales giunse ad affermare che la sofferenza è l’ottavo Sacramento. Cioè, la sofferenza è così importante nella vita spirituale di un cristiano che è come se fosse un ottavo Sacramento.
Il cardinale Pedro Segura, col quale mi sono incontrato nel 1950 in Spagna, mi riferì di una conversazione personale con Papa Pio XI. Uomo di una robustezza incredibile, Papa Ratti si vantava di non essere mai stato malato. Con un sorriso rispettoso, il cardinale Segura rispose: “Allora Sua Santità non ha il segno dei predestinati!”. Di fronte allo stupore del Pontefice egli continuò: “Non c’è predestinato che non sia stato gravemente malato, almeno in un periodo della sua vita. La sofferenza è necessaria per la salvezza”. Giorni dopo, Pio XI ebbe un serio problema cardiaco. Dal letto, egli scrisse un biglietto al cardinale spagnolo: “Eminenza, adesso ho il segno dei predestinati!”.
In questo senso, la Madonna agirebbe contro l’interesse spirituale delle persone se guarisse automaticamente tutti. In alcuni casi, conviene eliminare la sofferenza, anche come testimonianza per gli altri. Di solito, però, questo non è il cammino appropriato. È la prova che la Madonna, così misericordiosa, pensa prima di tutto alla salvezza delle anime.
C’è un altro aspetto bellissimo nel modo in cui la Madonna tratta le persone a Lourdes: è la forza spirituale che Ella dà per sopportare le sofferenze. Io non ho mai sentito raccontare il caso di una persona che, recatasi senza risultato a Lourdes, si sia ribellata contro la Madonna. Al contrario, le persone rientrano rassegnate, soddisfatte di essere state a Lourdes, felici per la guarigione altrui. Anche quelle provenienti da lontano, dall’India o dall’Australia, vedendo accanto a loro qualcuno che ne ha più bisogno e riceve più grazie, accetta con gioia tale situazione ed esclama: Madonna mia, non importa che io non sia guarito, ma ti prego di guarire quella persona.
Una persona, naturalmente, non si reca a Lourdes per un raffreddore, ma per una malattia molto seria. Non solo accetta la malattia e la sofferenza, ma si sente soddisfatta e contenta se altri guariscono. È un vero miracolo di amore del prossimo per amore di Dio: il miracolo di annullare l’egoismo umano. Secondo me, questo miracolo è più stupefacente di una guarigione.
Un’altra cosa bellissima, a Lourdes, è il convento delle Carmelitane. Sono monache di clausura, contemplative, che soffrono e pregano per ottenere grazie, spirituali e corporali, per coloro che visitano il santuario. Esse accettano tutte le malattie che la Provvidenza vorrà infliggere loro, senza mai chiedere la propria guarigione. Queste monache vivono sopportando sofferenze estreme. Spesso muoiono prematuramente. In questo modo ottengono le grazie per il bene delle anime.
Se vi guardate attorno, vedrete che una caratteristica della natura umana decaduta per il peccato originale è proprio il voler fuggire dalla sofferenza ad ogni costo. Comprenderete come l’eroismo sacrificale di queste monache sfidi in tal modo la natura umana, susciti un tale orrore verso l'egoismo umano, che io ritengo sia più grande di tutte le cure che avvengono a Lourdes.
Ecco cosa intende fare la Madonna a Lourdes: senz’altro guarire alcune persone, ma soprattutto operare questo tipo di miracoli spirituali che conducono le anime al cielo. Farebbe bene la Madonna se apparisse a Lourdes per guarire i corpi, che prima o poi periscono, e non guarisse le anime che non periscono? No. L’amore della Madonna per noi le fa desiderare prima di tutto di condurci all’amore di Dio. È la cosa migliore che una persona possa desiderare. Dall’amore di Dio scaturisce poi l’amore per il prossimo
Ecco la grande lezione di Lourdes: l’accettazione del dolore, l’accettazione della sofferenza, della sconfitta, se necessario del fallimento.
Qualcuno mi dirà: “Ma questo è molto difficile da accettare!”.
La risposta l’ha data lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo nell’orto degli Ulivi. Posto di fronte alle terribili sofferenze per cui doveva passare, esclamò: “Padre, se è possibile allontana da me questo calice. Ma sia fatta la tua volontà e non la mia!”.
È questo l’atteggiamento che dobbiamo assumere di fronte alle nostre sofferenze: se è possibile, chiediamo alla Madonna di allontanarle. Ma sia fatta la sua volontà, e non la nostra. Nostro Signore Gesù Cristo fu consolato da un angelo. Anche noi saremo consolati dalla grazia. Dunque: coraggio, risoluzione, energia! Dobbiamo capire il senso delle nostre sofferenze, e provarne gioia, perché il dolore è il segno dei predestinati.
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