Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Si invita a leggere il post 1 del febbraio 2009 in cui sono ribaditi i motivi che mi hanno spinto a creare questo blog pur nella consapevolezza dei miei limiti.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima e al Sacro Cuore di Gesù questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

lunedì 3 novembre 2014

Commemorazione Fedeli Defunti 2-11-2014 (Angelus 218)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Ieri abbiamo celebrato la Solennità di tutti i Santi, e oggi la liturgia ci invita a commemorare i fedeli defunti. Queste due ricorrenze sono intimamente legate fra di loro, così come la gioia e le lacrime trovano in Gesù Cristo una sintesi che è fondamento della nostra fede e della nostra speranza. Da una parte, infatti, la Chiesa, pellegrina nella storia, si rallegra per l’intercessione dei Santi e dei Beati che la sostengono nella missione di annunciare il Vangelo; dall’altra, essa, come Gesù, condivide il pianto di chi soffre il distacco dalle persone care, e come Lui e grazie a Lui fa risuonare il ringraziamento al Padre che ci ha liberato dal dominio del peccato e della morte.
Tra ieri e oggi tanti fanno una visita al cimitero, che, come dice questa stessa parola, è il “luogo del riposo”, in attesa del risveglio finale. È bello pensare che sarà Gesù stesso a risvegliarci. Gesù stesso ha rivelato che la morte del corpo è come un sonno dal quale Lui ci risveglia. Con questa fede sostiamo – anche spiritualmente – presso le tombe dei nostri cari, di quanti ci hanno voluto bene e ci hanno fatto del bene. Ma oggi siamo chiamati a ricordare tutti, anche quelli che nessuno ricorda. Ricordiamo le vittime delle guerre e delle violenze; tanti “piccoli” del mondo schiacciati dalla fame e della miseria; ricordiamo gli anonimi che riposano nell’ossario comune. Ricordiamo i fratelli e le sorelle uccisi perché cristiani; e quanti hanno sacrificato la vita per servire gli altri. Affidiamo al Signore specialmente quanti ci hanno lasciato nel corso di quest’ultimo anno.
La tradizione della Chiesa ha sempre esortato a pregare per i defunti, in particolare offrendo per essi la Celebrazione eucaristica: essa è il miglior aiuto spirituale che noi possiamo dare alle loro anime, particolarmente a quelle più abbandonate. Il fondamento della preghiera di suffragio si trova nella comunione del Corpo Mistico. Come ribadisce il Concilio Vaticano II, «la Chiesa pellegrinante sulla terra, ben consapevole di questa comunione di tutto il Corpo Mistico di Gesù Cristo, fino dai primi tempi della religione cristiana ha coltivato con grande pietà la memoria dei defunti» (Lumen gentium, 50).
Il ricordo dei defunti, la cura dei sepolcri e i suffragi sono testimonianza di fiduciosa speranza, radicata nella certezza che la morte non è l’ultima parola sulla sorte umana, poiché l’uomo è destinato ad una vita senza limiti, che ha la sua radice e il suo compimento in Dio. A Dio rivolgiamo questa preghiera: «Dio di infinita misericordia, affidiamo alla tua immensa bontà quanti hanno lasciato questo mondo per l’eternità, dove tu attendi l'intera umanità, redenta dal sangue prezioso di Cristo, tuo Figlio, morto in riscatto per i nostri peccati. Non guardare, Signore, alle tante povertà, miserie e debolezze umane, quando ci presenteremo davanti al tuo tribunale, per essere giudicati per la felicità o la condanna. Volgi su di noi il tuo sguardo pietoso, che nasce dalla tenerezza del tuo cuore, e aiutaci a camminare sulla strada di una completa purificazione. Nessuno dei tuoi figli vada perduto nel fuoco eterno dell’inferno, dove non ci può essere più pentimento. Ti affidiamo Signore le anime dei nostri cari, delle persone che sono morte senza il conforto sacramentale, o non hanno avuto modo di pentirsi nemmeno al temine della loro vita. Nessun abbia da temere di incontrare Te, dopo il pellegrinaggio terreno, nella speranza di essere accolto nelle braccia della tua infinita misericordia. Sorella morte corporale ci trovi vigilanti nella preghiera e carichi di ogni bene fatto nel corso della nostra breve o lunga esistenza. Signore, niente ci allontani da Te su questa terra, ma tutto e tutti ci sostengano nell'ardente desiderio di riposare serenamente ed eternamente in Te. Amen» (P. Antonio Rungi, passionista, Preghiera dei defunti).
Con questa fede nel destino supremo dell’uomo, ci rivolgiamo ora alla Madonna, che ha patito sotto la Croce il dramma della morte di Cristo ed ha partecipato poi alla gioia della sua risurrezione. Ci aiuti Lei, Porta del cielo, a comprendere sempre più il valore della preghiera di suffragio per i defunti. Loro ci sono vicini! Ci sostenga nel quotidiano pellegrinaggio sulla terra e ci aiuti a non perdere mai di vista la meta ultima della vita che è il Paradiso. E noi con questa speranza che non delude mai, andiamo avanti!

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
saluto le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni e tutti i pellegrini venuti da Roma, dall’Italia e da tante parti del mondo. In particolare, saluto i fedeli della diocesi di Sevilla (Spagna), quelli di Case Finali in Cesena e i volontari di Oppeano e Granzette che fanno clown-terapia negli ospedali. Li vedo lì: continuate a fare questo che fa tanto bene agli ammalati. Salutiamo queste brave persone!
A tutti auguro una buona domenica, nel ricordo cristiano dei nostri cari defunti. Per favore, non dimenticate di pregare per me.
Buon pranzo e arrivederci!
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Solennità di Tutti i Santi 1-11-2014 (Angelus 217)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
I primi due giorni del mese di Novembre costituiscono per tutti noi un momento intenso di fede, di preghiera e di riflessione sulle “cose ultime” della vita. Celebrando, infatti, tutti i Santi e commemorando tutti i fedeli defunti, la Chiesa pellegrina sulla terra vive ed esprime nella Liturgia il vincolo spirituale che la unisce alla Chiesa del cielo. Oggi diamo lode a Dio per la schiera innumerevole dei santi e delle sante di tutti i tempi: uomini e donne comuni, semplici, a volte “ultimi” per il mondo, ma “primi” per Dio. Al tempo stesso già ricordiamo i nostri cari defunti visitando i cimiteri: è motivo di grande consolazione pensare che essi sono in compagnia della Vergine Maria, degli apostoli, dei martiri e di tutti i santi e le sante del Paradiso!
La solennità odierna ci aiuta così a considerare una verità fondamentale della fede cristiana, che noi professiamo nel “Credo”: lacomunione dei santi. Che cosa significa questo: la comunione dei santi? È la comunione che nasce dalla fede e unisce tutti coloro che appartengono a Cristo in forza del Battesimo. Si tratta di una unione spirituale - tutti siamo uniti! - che non viene spezzata dalla morte, ma prosegue nell’altra vita. In effetti sussiste un legame indistruttibile tra noi viventi in questo mondo e quanti hanno varcato la soglia della morte. Noi quaggiù sulla terra, insieme a coloro che sono entrati nell’eternità, formiamo una sola e grande famiglia. Si mantiene questa familiarità.
Questa meravigliosa comunione, questa meravigliosa unione comune tra terra e cielo si attua nel modo più alto ed intenso nella Liturgia, e soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia, che esprime e realizza la più profonda unione tra i membri della Chiesa. Nell’Eucaristia, infatti, noi incontriamo Gesù vivo e la sua forza, e attraverso di Lui entriamo in comunione con i nostri fratelli nella fede: quelli che vivono con noi qui in terra e quelli che ci hanno preceduto nell’altra vita, la vita senza fine. Questa realtà ci colma di gioia: è bello avere tanti fratelli nella fede che camminano al nostro fianco, ci sostengono con il loro aiuto e insieme a noi percorrono la stessa strada verso il cielo. Ed è consolante sapere che ci sono altri fratelli che hanno già raggiunto il cielo, ci attendono e pregano per noi, affinché insieme possiamo contemplare in eterno il volto glorioso e misericordioso del Padre.
Nella grande assemblea dei Santi, Dio ha voluto riservare il primo posto alla Madre di Gesù. Maria è al centro della comunione dei santi, quale singolare custode del vincolo della Chiesa universale con Cristo, del vincolo della famiglia. Lei è la Madre, Lei è la Madre nostra, nostra Madre. Per chi vuole seguire Gesù sulla via del Vangelo, lei è la guida sicura, perché è la prima discepola. Lei è la Madre premurosa ed attenta, a cui confidare ogni desiderio e difficoltà.
Preghiamo insieme la Regina di tutti i Santi, perché ci aiuti a rispondere con generosità e fedeltà a Dio, che ci chiama ad essere santi come Egli è Santo (cfr Lv 19,2; Mt 5,48).

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
la liturgia di oggi parla della gloria della Gerusalemme del cielo, la Gerusalemme celeste. Vi invito a pregare perché la Città Santa, cara a ebrei, cristiani e musulmani, che in questi giorni è stata testimone di diverse tensioni, possa essere sempre più segno e anticipo della pace che Dio desidera per tutta la famiglia umana.
Oggi a Vitoria (Spagna), viene proclamato Beato il martire Pietro Asúa Mendía. Sacerdote umile, e austero, predicò il Vangelo con la santità di vita, la catechesi e la dedizione verso i poveri e i bisognosi. Arrestato, torturato e ucciso per aver manifestato la sua volontà a rimanere fedele al Signore e alla Chiesa, rappresenta per tutti noi un mirabile esempio di fortezza nella fede e di testimonianza della carità.
Saluto tutti i pellegrini provenienti dall’Italia e da tanti Paesi. In particolare, saluto i partecipanti alla “Corsa dei Santi” e alla “Marcia dei Santi”, promosse rispettivamente dalla Fondazione Don Bosco nel mondo e dall’Associazione Famiglia Piccola Chiesa. Mi compiaccio per queste iniziative che uniscono lo sport, la testimonianza cristiana e l'impegno umanitario. Saluto inoltre i ragazzi di Modena che hanno ricevuto la Cresima, con i genitori e i catechisti, come pure i volontari della città di Sciacca e il gruppo sportivo della parrocchia di Castegnato (Brescia).
Oggi pomeriggio mi recherò al cimitero del Verano e celebrerò la Santa Messa in suffragio dei defunti. Visitando il principale cimitero di Roma, mi unisco spiritualmente a quanti si recano in questi giorni presso le tombe dei loro morti nei cimiteri del mondo intero.
A tutti auguro una buona festa dei Santi, nella gioia di far parte della grande famiglia dei Santi. Non dimenticate, per favore, di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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mercoledì 29 ottobre 2014

Sono contento che tu ci sia (Contributi 986)

Vi propongo un articolo di don Emanuele Angiola, parroco di San Francesco Saverio, a Taipei (Taiwan) della Fraternità Sacerdotale S.Carlo 

Taipei, Università Cattolica Fu Jen. Ogni martedì pomeriggio alle cinque e mezza nella stanza dell’Assistenza spirituale della Facoltà di Lingue, un gruppetto di studenti si trova con noi preti per un incontro in cui parliamo della nostra vita, a cui segue immancabilmente la cena in uno dei tanti locali vicino all'Università. È grazie a questi incontri che circa tre anni fa abbiamo conosciuto Rosalia. Taiwanese, di famiglia taoista, Rosalia ha preso questo nome studiando spagnolo all'Università Cattolica. 
In realtà lei non ha mai partecipato direttamente ai nostri incontri. Lavorava, infatti, nell'Assistenza spirituale, così che, mentre noi cantavamo o parlavamo, lei, seduta al computer, sentiva tutto. Era sempre contenta di vederci. Così una volta, dopo l’incontro, l’ho invitata a cena con noi. Si è illuminata: «Oggi non posso, ma la prossima volta vengo di sicuro». 
Così è stato. 
Non solo, è venuta con Patricia, una collega battezzata da pochi anni, laureata in francese. Poco tempo dopo, Rosalia ha manifestato il desiderio di battezzarsi. Dopo un periodo di catechesi, durante il quale la accompagnava con fedeltà anche Patricia, nella notte di Natale del 2012 ha ricevuto il battesimo nella nostra parrocchia di San Francesco Saverio a Taishan. La madrina naturalmente era Patricia. Qualche mese prima del battesimo erano venute entrambe a cena a casa nostra, e verso la fine della serata Rosalia ci ha confidato: «Voglio condividere con voi qualcosa che sanno in pochissimi: ho una grave malattia psichica. Per questo presto dovrò lasciare il lavoro all'Università che mi mette troppa pressione, adesso devo riposare e curarmi». 
Passata l’estate, l’ho incontrata all'Università, dove era venuta a trovare Patricia. Subito questa mi dice: «Shen fu [padre], Rosalia vuole sposarsi tra un anno, ma non vuole farlo in chiesa, dille qualcosa!» Ho chiesto a Rosalia se il suo ragazzo non cattolico non volesse. Mi ha risposto che la ragione era legata alla loro situazione economica. Pensavano di andare a vivere in Australia, dove Mike, il futuro marito, stava concludendo un dottorato. «Vorremmo sposarci civilmente e rimandare tra qualche anno le feste». Replico: «Sposarsi in chiesa è sposarsi davanti a Dio, non c’entra niente con i soldi e le feste. Se volete vi posso sposare anche nel mio ufficio di parroco. La cosa importante è che vogliate affidare il vostro amore a Dio». «Se è così, allora va benissimo», mi ha risposto. Così l’ho invitata al corso matrimoniale. Rosalia è molto intelligente, al corso capisce tutto al volo (nonostante il mio cinese) e pone domande molto pertinenti. 
Una volta, parlando dell’apertura alla vita, lei mi dice: «Shen fu, io non so se vogliamo avere figli, perché c’è la possibilità che prendano la mia stessa malattia». Io rimango per un po’ senza parole, poi la guardo e le chiedo: «Ma tu sei felice di vivere, di essere al mondo, nonostante la malattia?». Alla sua risposta affermativa, un po’ commosso proseguo: «Anch'io sono contento che tu ci sia, e sarò contento di conoscere i tuoi figli». 
Il 28 marzo di quest’anno, primo sabato dopo Pasqua, Rosalia e Mike si sono sposati a Taishan e la festa l’abbiamo fatta comunque: c’erano le orchidee bianche di Pasqua, i canti della nostra band. Il rinfresco l’ha offerto la parrocchia. 
A inizio maggio i neo-sposi si sono trasferiti in Australia, il 22 Rosalia mi scrive: «Caro An shen fu, qui in Australia è inverno, fa molto freddo, ogni giorno devo fare la spesa e cucinare, a Taiwan facevano tutto mamma e papà. Mio marito sta aspettando il voto della tesi e il permesso di soggiorno per poter iniziare a lavorare. Non so come sarà il futuro, ma voglio consegnare tutto a Dio».
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lunedì 27 ottobre 2014

Domenica 30^ t. ord. "A" 26-10-2014 (Angelus 216)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di oggi ci ricorda che tutta la Legge divina si riassume nell’amore per Dio e per il prossimo. L’Evangelista Matteo racconta che alcuni farisei si accordarono per mettere alla prova Gesù (cfr 22,34-35). Uno di questi, un dottore della legge, gli rivolge questa domanda: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?» (v. 36). Gesù, citando il Libro del Deuteronomio, risponde: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento» (vv. 37-38). E avrebbe potuto fermarsi qui. Invece Gesù aggiunge qualcosa che non era stato richiesto dal dottore della legge. Dice infatti: «Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (v. 39). Anche questo secondo comandamento Gesù non lo inventa, ma lo riprende dal Libro del Levitico. La sua novità consiste proprio nel mettere insieme questi due comandamenti – l’amore per Dio e l’amore per il prossimo – rivelando che essi sono inseparabili e complementari, sono le due facce di una stessa medaglia. Non si può amare Dio senza amare il prossimo e non si può amare il prossimo senza amare Dio. Papa Benedetto ci ha lasciato un bellissimo commento a questo proposito nella sua prima Enciclica Deus caritas est, (nn. 16-18).
In effetti, il segno visibile che il cristiano può mostrare per testimoniare al mondo e agli altri, alla sua famiglia l’amore di Dio è l’amore dei fratelli. Il comandamento dell’amore a Dio e al prossimo è il primo non perché sta in cima all’elenco dei comandamenti. Gesù non lo mette al vertice, ma al centro, perché è il cuore da cui tutto deve partire e a cui tutto deve ritornare e fare riferimento.
Già nell’Antico Testamento l’esigenza di essere santi, ad immagine di Dio che è santo, comprendeva anche il dovere di prendersi cura delle persone più deboli come lo straniero, l’orfano, la vedova (cfr Es 22,20-26). Gesù porta a compimento questa legge di alleanza, Lui che unisce in sé stesso, nella sua carne, la divinità e l’umanità, in un unico mistero d’amore.
Ormai, alla luce di questa parola di Gesù, l’amore è la misura della fede, e la fede è l’anima dell’amore. Non possiamo più separare la vita religiosa, la vita di pietà dal servizio ai fratelli, a quei fratelli concreti che incontriamo. Non possiamo più dividere la preghiera, l’incontro con Dio nei Sacramenti, dall’ascolto dell’altro, dalla prossimità alla sua vita, specialmente alle sue ferite. Ricordatevi questo: l’amore è la misura della fede. Quanto ami, tu? E ognuno si dà la risposta. Com’è la tua fede? La mia fede è come io amo. E la fede è l’anima dell’amore.
In mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni – ai legalismi di ieri e di oggi – Gesù opera uno squarcio che permette di scorgere due volti: il volto del Padre e quello del fratello. Non ci consegna due formule o due precetti: non sono precetti e formule; ci consegna due volti, anzi un solo volto, quello di Dio che si riflette in tanti volti, perché nel volto di ogni fratello, specialmente il più piccolo, fragile, indifeso e bisognoso, è presente l’immagine stessa di Dio. E dovremmo domandarci, quando incontriamo uno di questi fratelli, se siamo in grado di riconoscere in lui il volto di Dio: siamo capaci di questo?
In questo modo Gesù offre ad ogni uomo il criterio fondamentale su cui impostare la propria vita. Ma soprattutto Egli ci ha donato lo Spirito Santo, che ci permette di amare Dio e il prossimo come Lui, con cuore libero e generoso. Per intercessione di Maria, nostra Madre, apriamoci ad accogliere questo dono dell’amore, per camminare sempre in questa legge dei due volti, che sono un volto solo: la legge dell’amore.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
ieri, a San Paolo del Brasile, è stata proclamata Beata madre Assunta Marchetti, nata in Italia, cofondatrice della Suore Missionarie di S. Carlo Borromeo – Scalabriniane. Era una suora esemplare nel servizio agli orfani degli emigranti italiani; lei vedeva Gesù presente nei poveri, negli orfani, negli ammalati, nei migranti. Rendiamo grazie al Signore per questa donna, modello di instancabile missionarietà e di coraggiosa dedizione nel servizio della carità. E questo è un richiamo e soprattutto una conferma di ciò che abbiamo detto prima, riguardo al cercare il volto di Dio nel fratello e nella sorella bisognosi.
Saluto con affetto tutti i pellegrini provenienti dall’Italia e da vari Paesi, incominciando dai devoti della Madonna del Mare, di Bova Marina. Accolgo con gioia i fedeli di Lugana in Sirmione, Usini, Portobuffolé, Arteselle, Latina e Guidonia; come pure quelli di Losanna (Svizzera), e Marsiglia (Francia). Un pensiero speciale rivolgo alla comunità peruviana di Roma, qui presente con la sacra Immagine – che vedo – del Señor de los Milagros.
Saluto anche i pellegrini di Schönstatt: sto guardando da qui l’icona della Madre.
Tutti ringrazio e saluto con affetto.
Per favore, pregate per me, non dimenticatevi. Vi auguro buona domenica e buon pranzo. Arrivederci!
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martedì 21 ottobre 2014

Domenica 29^ t. ord. "A" 19-10-2014 (Angelus 215)

Cari fratelli e sorelle,
al termine di questa solenne celebrazione, desidero salutare i pellegrini provenienti dall'Italia e da vari Paesi, con un deferente pensiero per le Delegazioni ufficiali. In particolare, saluto i fedeli delle diocesi di Brescia, Milano e Roma, legate in modo significativo alla vita e al ministero di Papa Montini. Tutti ringrazio per la presenza ed esorto a seguire fedelmente gli insegnamenti e l’esempio del nuovo Beato.
Egli è stato uno strenuo sostenitore della missione ad gentes; ne è testimonianza soprattutto l’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi con la quale ha inteso risvegliare lo slancio e l’impegno per la missione della Chiesa. Questa Esortazione è ancora attuale, conserva tutta la sua attualità! È significativo considerare questo aspetto del Pontificato di Paolo VI, proprio oggi che si celebra la Giornata Missionaria Mondiale.
Prima di invocare tutti insieme la Madonna con la preghiera dell’Angelus, mi piace sottolineare la profonda devozione mariana del Beato Paolo VI. A questo Pontefice il popolo cristiano sarà sempre grato per l’Esortazione apostolica Marialis cultus e per aver proclamato Maria “Madre della Chiesa”, in occasione della chiusura della terza sessione del Concilio Vaticano II.
Maria, Regina dei Santi e Madre della Chiesa, ci aiuti a realizzare fedelmente nella nostra vita la volontà del Signore, così come ha fatto il nuovo Beato.
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mercoledì 15 ottobre 2014

Il nostro «sì» passa attraverso le piccole cose (Contributi 985)

Vi propongo una testimonianza di Don Tommaso Pedroli, parroco a Fuenlabrada (Madrid), della Fraternità Sacerdotale San Carlo 

Una delle esperienze più misteriose e affascinanti del sacerdozio è accettare la volontà di Dio. Si tratta di un graduale «depossessamento» che trova il suo apice nella cerimonia di ordinazione e che si dipana, da quel momento, in ogni istante della vita. L’esempio più emblematico è senz’altro la celebrazione dei sacramenti, nella quale risalta la sproporzione fra la limitatezza della persona e la grandezza di Cristo che prende possesso di parole e di gesti umani. Ma ogni istante della mia vita è in realtà una realizzazione di questa misteriosa donazione, attraverso la quale si sperimenta una pienezza inimmaginabile. 
Durante il seminario ho rimpianto tante volte quel primo e ormai lontano istante in cui dissi di getto il primo «sì» alla possibilità di incominciare il cammino verso il sacerdozio. In un certo senso, avevo bisogno di quella purezza, di quella consegna totale che avevo vissuto all’età di diciott’anni. Poi, il giorno dell’ordinazione sacerdotale l’ho richiesto con insistenza al Signore: «Fammi tornare puro e semplice come quella volta». Sul momento sembrò non succedere niente… ma Dio, essendo un buon Padre, prende molto sul serio e aspetta con pazienza fino al momento in cui decide cosa e come chiederti di cambiare. È stato così per la separazione fisica dalle persone care, poi per una serie di cambi di programma sulla mia attività pastorale, quindi per la partenza verso una destinazione che non avevo osato immaginare ma per la quale ho provato fin da subito un’enorme gratitudine. E poi ancora, nella vita di missione, entrare in una storia di rapporti e di opere nelle quali sono solo l’ultimo tassello, e servire quello che era stato costruito da altri. Imparare a fare la volontà di Dio è perciò un cammino graduale. Quando andiamo in montagna non possiamo pensare di giungere alla vetta senza un’adeguata preparazione e una lunga marcia di avvicinamento. Anche nella mia vita accettare la volontà di Dio passa sempre attraverso piccole cose, magari banali, che educano il cuore ad accettare le grandi sfide della vocazione. Tutto è occasione di crescita e conversione: vivere in un paese straniero, accettare un modo di cucinare lontano dalla tua sensibilità o trovarsi a cantare fra amici durante una serata che avresti progettato in modo completamente diverso. Allo stesso tempo, ho dovuto imparare e sto imparando che per crescere è necessario anche obbedire a chi ama la mia vita. Solo seguendo la volontà di un altro più avanti nel cammino posso essere sorretto e aiutato a scoprire la positività dell’esistenza e il disegno nascosto in ogni piccolo passo che Dio mi chiede di compiere. 
Questa esperienza del depossessamento, che san Paolo aveva descritto così intensamente con la frase «non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20), non è certo una prerogativa del sacerdozio, ma una conseguenza del battesimo. Siamo tutti chiamati a vivere questa realtà misteriosa, che non esclude il dramma della libertà, ma la cui bellezza vince abbondantemente ogni iniziale resistenza. Fare la volontà di Dio è perciò un cammino costituito da passi che vanno compiuti ogni giorno, verso la grande meta della felicità che un altro ci ha preparato e la cui bellezza non possiamo neanche immaginare.
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martedì 14 ottobre 2014

Domenica 28^ t. ord. "A" 12-10-2014 (Angelus 214)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno
nel Vangelo di questa domenica, Gesù ci parla della risposta che viene data all’invito di Dio - rappresentato da un re - a partecipare ad un banchetto di nozze (cfr Mt 22,1-14). L’invito ha tre caratteristiche: la gratuità, la larghezza, l’universalità. Gli invitati sono tanti, ma avviene qualcosa di sorprendente: nessuno dei prescelti accetta di prendere parte alla festa, dicono che hanno altro da fare; anzi alcuni mostrano indifferenza, estraneità, perfino fastidio. Dio è buono verso di noi, ci offre gratuitamente la sua amicizia, ci offre gratuitamente la sua gioia, la salvezza, ma tante volte non accogliamo i suoi doni, mettiamo al primo posto le nostre preoccupazioni materiali, i nostri interessi e anche quando il Signore ci chiama, tante volte sembra che ci dia fastidio.
Alcuni invitati addirittura maltrattano e uccidono i servi che recapitano l’invito. Ma, nonostante le mancate adesioni dei chiamati, il progetto di Dio non si interrompe. Di fronte al rifiuto dei primi invitati Egli non si scoraggia, non sospende la festa, ma ripropone l’invito allargandolo oltre ogni ragionevole limite e manda i suoi servi nelle piazze e ai crocicchi delle strade a radunare tutti quelli che trovano. Si tratta di gente qualunque, poveri, abbandonati e diseredati, addirittura buoni e cattivi – anche i cattivi sono invitati – senza distinzione. E la sala si riempie di “esclusi”. Il Vangelo, respinto da qualcuno, trova un’accoglienza inaspettata in tanti altri cuori.
La bontà di Dio non ha confini e non discrimina nessuno: per questo il banchetto dei doni del Signore è universale, per tutti. A tutti è data la possibilità di rispondere al suo invito, alla sua chiamata; nessuno ha il diritto di sentirsi privilegiato o di rivendicare un’esclusiva. Tutto questo ci induce a vincere l’abitudine di collocarci comodamente al centro, come facevano i capi dei sacerdoti e i farisei. Questo non si deve fare; noi dobbiamo aprirci alle periferie, riconoscendo che anche chi sta ai margini, addirittura colui che è rigettato e disprezzato dalla società è oggetto della generosità di Dio. Tutti siamo chiamati a non ridurre il Regno di Dio nei confini della “chiesetta” – la nostra “chiesetta piccoletta” – ma a dilatare la Chiesa alle dimensioni del Regno di Dio. Soltanto, c’è una condizione: indossare l’abito nuziale cioè testimoniare la carità verso Dio e verso il prossimo.
Affidiamo all’intercessione di Maria Santissima i drammi e le speranze di tanti nostri fratelli e sorelle, esclusi, deboli, rigettati, disprezzati, anche quelli che sono perseguitati a motivo della fede, e invochiamo la sua protezione anche sui lavori del Sinodo dei Vescovi riunito in questi giorni in Vaticano.
Angelus……

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
questa mattina, a Sassari, è stato proclamato Beato padre Francesco Zirano, dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali: egli preferì essere ucciso piuttosto che rinnegare la fede. Rendiamo grazie a Dio per questo sacerdote e martire, eroico testimone del Vangelo. La sua coraggiosa fedeltà a Cristo è un atto di grande eloquenza, specialmente nell’attuale contesto di spietate persecuzioni contro i cristiani.
In questo momento, il nostro pensiero va alla città di Genova un’altra volta duramente colpita dall’alluvione. Assicuro la mia preghiera per la vittima e per quanti hanno subito gravi danni. La Madonna della Guardia sostenga la cara popolazione genovese nell’impegno solidale per superare la dura prova. Preghiamo tutti insieme la Madonna della Guardia: Ave Maria… La Madonna della Guardia protegga Genova!
Saluto tutti i pellegrini, soprattutto le famiglie e i gruppi parrocchiali. In particolare vorrei salutare cordialmente il gruppo dei pellegrini canadesi arrivati a Roma per la Santa Messa di ringraziamento della canonizzazione di François de Laval e Marie de l’Incarnation: che i due santi suscitino nel cuore dei giovani canadesi fervore apostolico.
Saluto il gruppo dell’«Office Chrétien des personnes handicapées» venuto dalla Francia, le famiglie del Collegio Reinado Corazón de Jesus, di Madrid, e i fedeli di Segovia, i polacchi qui presenti e quelli che hanno promosso speciali opere di carità in occasione della “Giornata del Papa”. Saluto il folto gruppo dell’Associazione Amici di San Colombano per l’Europa, venuti in occasione dell’apertura del XIV centenario della morte di San Colombano, grande evangelizzatore del Continente europeo. Saluto le Figlie di Maria Ausiliatrice partecipanti al capitolo generale, i fedeli della parrocchia Santa Maria Immacolata di Carenno, e i rappresentanti della diocesi di Lodi convenuti a Roma per l’Ordinazione episcopale del loro Pastore, unitamente ai fedeli di Bergamo e Marne.
A tutti auguro una buona domenica. Per favore vi chiedo di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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giovedì 9 ottobre 2014

Dobbiamo riscoprire la preghiera (Interventi 208)

L’uomo, la donna, che vive soltanto per soddisfare i propri desideri, non farà mai quello che interessa a Cristo Risorto, il quale vuole salvare gli uomini dalla esclusione dalla vita eterna. 
Colui che vive di fede sopporta con pazienza le traversie della vita, e attende con fiducia la promesse del Signore. Il suo cuore è saldo, non si sgomenta per alcuna tentazione, non perde mai la speranza. Egli non vede i suoi beni nelle riforme che i governanti non sono capaci di fare. Quest’uomo, questa donna, viene sorretto dalla fede, e spera di vedere i beni del Signore “nella terra dei viventi”. 
Dobbiamo sempre pregare affinché lo Spirito Santo ci dia un cuore saldo, che non si lascia turbare di fronte agli sconvolgimenti della crisi che sta distruggendo il mondo. Chi ha il cuore saldo non considera le beffe che fanno contro di lui coloro che credono di ricuperare il benessere, che sembra scomparso per sempre. Dobbiamo essere forti nella fede che un giorno vedremo quello che Dio ha preparato per coloro che lo amano. Saranno cose che “occhio non vide mai, né orecchio mai udì, né mai penetrarono nel cuore dell’uomo e della donna”. Noi vedremo dall’alto verso il basso i nemici di Cristo e della Chiesa. 
La povertà che Gesù raccomanda sempre è quella che ci fa usare le cose del mondo, soltanto per quello che basta per una vita semplice e modesta. La Provvidenza di Dio garantisce soltanto questo benessere: “ha sparso e distribuito i suoi beni ai poveri”. Il Profeta dice che “il peccatore vedrà e si adirerà”. Si pentirà di aver rifiutato la fede. Si arrabbierà contro se stesso. Vedrà che quello che dice il Papa e la Chiesa è completamente diverso da quello che dicono coloro che si adoperano per ricuperare il benessere, che non hanno saputo conservare. Cosa è giovata la superbia? Quale vantaggio porta l’arroganza con cui si rifiuta Cristo e il suo Vangelo? Molti, dopo aver goduto i piaceri della carne nella più assoluta libertà di trasgredire i comandamenti di Dio, precipiteranno laggiù “dove sarà pianto e stridore di denti”. Sant’Agostino dice: Il peccatore non sarà adorno di foglie verdeggianti come lo sarebbe se a tempo debito si fosse pentito; egli si pentirà quando il desiderio dei peccatori perirà, non essendoci sollievo che succeda alle pene. Il desiderio dei peccatori perirà quando ogni cosa sarà passata come ombra , e il fiore si chinerà a terra per l'inaridirsi dello stelo. La parola del Signore, che rimane in eterno , sì befferà allora della rovina di quei miseri, veri miseri, che nella loro vanità, credendosi stupidamente beati, l'avevano un tempo derisa. (dal Commento sui Salmi). 
Anziché continuare a rincorrere il miraggio del benessere che non tornerà più, impariamo a pregare per ritrovare nel Signore il coraggio di sperare nella bontà di Dio. La giornata ce la dà Dio, quella luminosa e quella oscura, il giorno e la notte. È un dono vivere e avere la luce. Il modo di vivere è un modo di santificazione. Occorre santificare i momenti del giorno intero per conservarsi in santità, tenere presente al cuore Dio e la sua bontà, e tenere lontano il demonio. Come gli uccelli, dobbiamo benedire la luce che è un dono di Dio e benedire Dio che è luce. 
Aver desiderio di Lui fino alla prima luce del mattino, è come mettere una nota di luce in tutto il giorno che viene, che sia tutto luminoso e santo. E unirsi a tutto il creato per osannare il Creatore. 
Col passare delle ore cresce la constatazione di quanto dolore e ignoranza vi è nel mondo, allora pregare perché il dolore sia sollevato e l’ignoranza cada, e Dio sia conosciuto e amato da tutti, se conoscessero Dio sarebbero consolati nel loro soffrire. 
Nell’ora di sesta pregare per la famiglia, per essere uniti con chi ci ama, e pregare che il cibo non si muti da utilità in peccato. 
Al tramonto pregare pensando al tramonto della vita che ci aspetta tutti. Pregare che questo tramonto sia compiuto con l’anima in grazia. 
Quando in casa si accende la luce, pregare per ringraziare del giorno finito, chiedere perdono e protezione senza paure di un giudizio improvviso o di assalti demoniaci. Pregare nella notte per riparare dai peccati della notte, allontanare satana dai deboli, perché i colpevoli si pentano e si convertano, e i buoni propositi diventino realtà al primo sole. 
Pregare durante la giornata e verso il tramonto perché in quell’ora Colui di cui hanno parlato i Profeti ha consumato il suo sacrificio, dopo aver mangiato il pane del tradimento e aver dato il Pane della vita. 
Il Sangue delle sue piaghe divenne il suo vestito di porpora, Egli è piombato nelle tenebre per dare la luce, nella morte per dare la vita. È morto all’ora nona quando il mondo è stato redento. Gesù è morto contento perché sapeva che tanti lo amano, l’amore dei buoni gli ha fatto compagnia nel sepolcro. Dopo non ha più sofferto, si è ricordato solo dell’amore per gli uomini. 
L’unione con Dio è averlo presente in ogni momento per lodarlo e invocarlo. Il Padre Celeste ha dato a Gesù Risorto “ogni potere”, li ha dati per distribuirli a noi. A noi ha dato in modo particolare il potere di vincere le tentazioni e di rinunziare a tutto quello che ci impedisce di amarlo. 
Per vincere bisogna lottare. La lotta è anzitutto interiore, sia a noi in persona che alla famiglia e alla società. La lotta dentro di noi: tra il corpo e lo spirito, tra la mente nostra e la verità, la nostra volontà e il bene, il nostro cuore e gli affetti, i nostri sensi e ciò che è santo. Questa lotta che noi dobbiamo affrontare ci faccia davvero cogliere l'occasione per dimostrare, testimoniare la convinzione nella vittoria. È un conflitto interiore che noi dobbiamo, indubbiamente tutti quanti, affrontare, vincere per arrivare a un traguardo. 
La vittoria consiste nella comunione intima con Cristo, di cui dobbiamo essere davvero convinti fin da essere una cosa sola con Lui. Come lo sposo e la sposa sono due in una sola carne, l’anima con Cristo sono uno in un solo Spirito, come dice S. Paolo. E poi, il terzo conflitto che dobbiamo superare e vincere è quello col mondo: una testimonianza davvero nuova; il nostro vestito deve essere Cristo: Cristo verità, Cristo bontà, Cristo vita semplice, Cristo fedeltà matrimoniale, Cristo sottomissione a Dio, all'autorità costituita. Dobbiamo davvero, con la vita, testimoniare di essere cristiani, che apparteniamo senz'altro a Dio e far capire a tutti che a noi basta soltanto Iddio, e che del mondo non abbiamo bisogno. 
Non abbiamo bisogno né dei mass media, quelli che allontanano da Dio, né della moda, mi riferisco ovviamente a quella che è contro Iddio, quella moda nella quale viene seminata dal Maligno la malizia che seduce, e che allontana da Dio. Affrontare il mondo con grande gioia, con grande entusiasmo, senza aver paura dell'odio che il mondo porta contro di noi. Non dimentichiamo che Gesù ha detto: «Io sono con voi sino alla fine del mondo». Egli ha mandato lo Spirito Santo, il quale cambierà ogni tristezza in gioia e, addirittura, ci sarà sempre nel cuore perché possa suggerirci il bene da fare, il male da evitare volta per volta, con quella discreta prudenza che è garanzia dell' amore a Dio e dell' amore al prossimo. 
Don Vincenzo
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lunedì 6 ottobre 2014

Domenica 27^ t. ord. "A" 5-10-2014 (Angelus 213)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Questa mattina, con la concelebrazione eucaristica nella Basilica di San Pietro, abbiamo inaugurato l’Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi. I Padri sinodali, provenienti da ogni parte del mondo, insieme con me vivranno due intense settimane di ascolto e di confronto, fecondate dalla preghiera, sul tema “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”.
Oggi la Parola di Dio presenta l’immagine della vigna come simbolo del popolo che il Signore si è scelto. Come una vigna, il popolo richiede tanta cura, richiede un amore paziente e fedele. Così fa Dio con noi, e così siamo chiamati a fare noi Pastori. Anche prendersi cura della famiglia è un modo di lavorare nella vigna del Signore, perché produca i frutti del Regno di Dio (cfr Mt 21,33-43).
Ma perché la famiglia possa camminare bene, con fiducia e speranza, bisogna che sia nutrita dalla Parola di Dio. Per questo è una felice coincidenza che proprio oggi i nostri fratelli Paolini abbiano voluto fare una grande distribuzione della Bibbia, qui in Piazza e in tanti altri luoghi. Ringraziamo i nostri fratelli Paolini! Lo fanno in occasione del Centenario della loro fondazione, da parte del beato Giacomo Alberione, grande apostolo della comunicazione. Allora oggi, mentre si apre il Sinodo per la famiglia, con l’aiuto dei Paolini possiamo dire: una Bibbia in ogni famiglia! “Ma Padre, noi ne abbiamo due, tre…..”. Ma dove le avete nascoste?... La Bibbia non per metterla in uno scaffale, ma per tenerla a portata di mano, per leggerla spesso, ogni giorno, sia individualmente che insieme, marito e moglie, genitori e figli, magari la sera, specialmente la domenica. Così la famiglia cresce, cammina, con la luce e la forza della Parola di Dio!
Invito tutti a sostenere i lavori del Sinodo con la preghiera, invocando la materna intercessione della Vergine Maria. In questo momento, ci associamo spiritualmente a quanti, nel Santuario di Pompei, elevano la tradizionale «Supplica» alla Madonna del Rosario. Che ottenga la pace, alle famiglie e al mondo intero!
Angelus Domini…

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
ieri negli Stati Uniti è stata proclamata beata Suor Maria Teresa Demjanovich, delle Suore della carità di Santa Elisabetta. Rendiamo grazie a Dio per questa fedele discepola di Cristo, che condusse un’intensa vita spirituale.
Oggi in Italia si celebra la Giornata per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Incoraggio quanti si adoperano per garantire pari opportunità di vita per tutti, indipendentemente dalla condizione fisica di ogni individuo. Auspico che le Istituzioni e i singoli cittadini siano sempre più attenti a questo importante obiettivo sociale.
E ora saluto cordialmente tutti voi, fedeli romani e pellegrini provenienti dall’Italia e da vari Paesi. Saluto in particolare gli studenti giunti dall’Australia e quelli del San Bonaventura Gymnasium Dillingen (Germania), i giovani della Giordania, l’Associazione San Giovanni de Matha e i fedeli della parrocchia di San Paolo in Bergamo.
Saluto i pellegrini giunti in bicicletta dal milanese nel ricordo di Santa Gianna Beretta Molla, santa madre di famiglia, testimone del Vangelo della vita, e li incoraggio a proseguire le loro iniziative di solidarietà in favore delle persone più fragili.
Per favore non dimenticatevi: pregate per il Sinodo, pregate la Madonna affinché custodisca questa Assemblea sinodale. A tutti auguro buona domenica. Pregate per me. Buon pranzo e arrivederci!
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giovedì 2 ottobre 2014

Lettera di Padre Aldo Trento del 2/10/2014 (Interventi 207)

Cari amici,
quanto dolore nel mondo! 
Provo una grande sofferenza non solo per il dolore quotidiano che vivo ma per quello di tanti uomini in ogni parte del globo. 
Il Signore in queste ultime settimane si fa sentire vicinissimo grazie alla spondilite che mi rende sempre più libero di guardare a Gesù e di pregarlo continuamente. 
Ogni passo è una giaculatoria, un grido, una domanda. 
Perfino la fisioterapia è uno stare con tutto me stesso con Gesù e la Madonna. Ho una sola libertà: riconoscerlo. 
L’ospedale è pieno di dolore, le tre case di Betlemme sono strapiene. Oggi abbiamo accolto l’ultima bimba di 11 anni che la “madre” aveva avviato alla prostituzione. Che dolore la casa numero 3, zeppa di bambine violentate. Ogni caso mi fa rabbrividire ed anche arrabbiare con Dio: Perché? Valeria è la più grave perché sta lottando con la morte. Ha 7 anni, violentata, AIDS, Papilloma Umano, varicella. Vi chiedo di pregare per lei. 
Oggi sono arrivate tre fratellini, uno di 6 anni, uno di due ed uno di 6 mesi. Denutriti, pieni di un insetto che penetra nella pelle, fa le uova e si moltiplica. Domani li porteremo qui in ospedale perché per toglierli c’è bisogno di un po’ di anestesia. 
Vi chiedo di sostenermi con la vostra preghiera affinché vivendo le 24 ore in una valle di lacrime cresca il mio amore a Gesù e a questi miei figli, vittime della peggior violenza. 
P. Aldo
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domenica 28 settembre 2014

Zafar Bhatti, ennesima vittima (Contributi 984)

Ecco un articolo da La Bussola


Il reverendo Zafar Bhatti, presidente della Jesus World Mission in Pakistan, era in carcere dal 2012 con l’accusa di blasfemia. Nella notte fra il 24 e il 25 settembre è stato freddato a colpi di pistola nella sua cella. Secondo fonti anonime di Asia News, sarebbe stato assassinato dalle guardie carcerarie. La stessa vittima diceva, da tempo, di subire continue minacce dagli altri compagni di carcere e dalle stesse guardie preposte alla sua sicurezza e incolumità. Alla fine è stato condannato a morte, pur essendo ancora sotto processo e mai dichiarato colpevole. La sua è l’ennesima esecuzione extra-giudiziaria in un Paese in cui basta un semplice sospetto per essere accusati di blasfemia.
Il caso di Zafar Bhatti è incredibile, se letto con i criteri giudiziari a cui siamo abituati. È stato arrestato solo in base ad un’unica testimonianza, quella del leader islamico Ahmed Khan vice-segretario del movimento Jamat Ehl-e-Sunnat. È stato accusato senza alcuna prova. L’origine del suo caso sarebbe un messaggio lasciato nella segreteria telefonica di Khan, ricevuto da un numero visibile ma non in rubrica. Il numero, secondo le successive indagini, apparteneva Ghazala Khan, cugina dell’accusatore. La donna, arrestata anch’ella per blasfemia, è stata poi rilasciata a dicembre. Zafar Bhatti, invece, pur proclamandosi innocente e non avendo prove a suo carico, è rimasto in galera. Perché secondo Ahmed Khan era lui l’autore delle frasi ingiuriose lasciate sulla segreteria telefonica. E soprattutto perché lo stesso Ahmed Khan ha minacciato di scatenare l’ala oltranzista del suo movimento, in un pogrom anti-cristiano, se il reverendo cristiano non fosse stato arrestato e posto sotto processo. Questo avveniva nel luglio del 2012. A più di due anni di distanza, Bhatti era ancora innocente e in attesa di giudizio quando è stato assassinato. A nulla sono servite le proteste della comunità cristiana e le pressioni sulle autorità: Bhatti non è mai tornato in libertà. In carcere ha subito abusi, torture e pestaggi, ma si è sempre dichiarato innocente.
Zafar Bhatti, insomma, è l’ennesimo capro espiatorio, l’ennesima vittima dell’articolo 295 del codice penale pakistano, la “legge nera” sulla blasfemia. In teoria questa norma esiste da più di un secolo e mezzo, parte del codice penale locale fin dal 1860, ancora ai tempi dell’Impero Britannico. Ma ha assunto una rilevanza costituzionale solo nel 1986, quando l’allora dittatore Zia ul Haq iniziò a implementarla sul serio e in chiave fortemente discriminatoria contro la minoranza non musulmana del Paese. Prima del 1986, i casi di processi per blasfemia furono solo 14. Dopo quella data, fino ad oggi, si contano 1274 persone incarcerate. Più della metà di questi appartengono alla minoranza cristiana e ad altre religioni non musulmane. Il 50% dei casi su minoranze che, tutte assieme, non superano il 4% della popolazione.
Fra i casi più famosi, conosciamo bene quelli di Asia Bibi, tuttora in carcere dal 2010 e in attesa di sentenza capitale per aver chiesto alle sue compagne di lavoro, nella sua fattoria, “Gesù è morto in croce per la nostra salvezza, cosa ha fatto per voi il vostro Maometto?”. Così dicono le sue compagne di lavoro, senza uno straccio di prova: basta questo per vedersi condannare a morte. Il governatore del Punjab, Salman Taseer, promise che Asia Bibi sarebbe tornata presto libera, perché lui stesso si sarebbe interessato al caso, dopo la forte emozione suscitata in tutto il mondo: venne assassinato nel gennaio del 2011. Il marzo successivo toccò a Sahbaz Bhatti, ministro delle Minoranze, anch’egli convinto difensore degli innocenti in carcere e impegnato a risolvere il caso Asia Bibi: venne freddato da una sua guardia del corpo, un estremista islamico che gli era stato assegnato come scorta. Il caso Asia Bibi, dunque, vede tuttora una innocente in carcere e due politici di alto profilo condannati a una morte extra-giudiziale.
Un’altra cristiana il cui caso è finito sotto i riflettori del mondo, è Rimsha Masih, incarcerata dal 2012, con l’accusa di aver strappato pagina dalla sua copia del Corano. In questo caso la giustizia pakistana è riuscita a dimostrare che la “blasfema” era innocente, poiché le prove erano state fabbricate dal leader religioso islamico Hafiz Mohammad Chishti. Rimsha ha dovuto abbandonare il Pakistan, esule in Canada. È una fuggitiva che potrebbe ancora rischiare la morte, nel caso dovesse incontrare qualche altro espatriato estremista islamico con voglia di vendicare un delitto religioso mai commesso.
Le condanne capitali non sono mai state eseguite, ma le esecuzioni extra-giudiziali sono almeno 61, dal 1986 ad oggi. Cristiani uccisi nei pogrom, ammazzati dalle loro guardie, avvelenati in casa loro. Come nel caso di Tahir Iqbal, un musulmano convertito al cristianesimo, avvelenato nel 1992 dopo essere stato assolto dall’accusa di blasfemia. Oppure Bantu e Mukhtar Masih, pugnalati a morte all’interno di una stazione di polizia a Lahore, sotto gli occhi delle forze dell’ordine. Prima di morire, portati in ospedale, la polizia li aveva costretti a non spiccare denuncia contro gli assalitori. Manzoor Masih, assassinato fuori dal tribunale, dove era stato assolto dall’accusa di aver lasciato scritte blasfeme sul muro di una moschea di Lahore: era analfabeta, non avrebbe neppure fisicamente potuto scrivere quei graffiti. Minacciati di morte e feriti nello stesso attentato, i suoi familiari sono riusciti a fuggire dal Pakistan. Non il giudice che li aveva assolti, Arif Iqbal Bhatti, ucciso nel 1997 da estremisti islamici. Se la “folla” decide che un cristiano deve morire, lo uccide, indipendentemente dalle sentenze. Questo principio è stato ben compreso dagli altri magistrati che, dopo il 1997, hanno iniziato ad applicare la legge in modo molto più severo, senza controllare troppo la veridicità delle prove e rendendo un’eccezione rara la scarcerazione di un imputato.
Talvolta non si passa neppure per le complicazioni di un processo. La folla lincia direttamente il “blasfemo”, oppure la polizia lo ammazza quando è in custodia, senza neppure accertarsi che lo sia. È il caso di Hafiz Farooq Sajjad, musulmano, lapidato dalla folla perché la sua copia del Corano avrebbe preso fuoco a casa sua, nel 2000. O di Muhammad Yousuf Ali, un imam che predicava la tolleranza, assassinato in carcere dalle guardie, nel 2002. O Samuel Masih, accusato da passanti di aver sputato su una moschea: arrestato, ha contratto la tubercolosi in carcere ed è stato assassinato da una guardia carceraria mentre era in ospedale, nel 2003. E ancora nel 2012, la polizia, che teneva in custodia un uomo mentalmente instabile, lo ha abbandonato al linciaggio della folla. Accusato di aver bruciato il Corano, è stato lui stesso bruciato vivo in piazza, sotto gli occhi della polizia.
Attualmente ci sono 17 persone in attesa della sentenza capitale per blasfemia, fra cui Asia Bibi. Probabilmente si tratta di condanne che non verranno mai eseguite. Non da un boia di Stato, per lo meno. Ma per loro, essere in carcere o liberi equivale a un rischio quotidiano di morte. Per un cristiano, così come per un musulmano sospettato di blasfemia, l’unica via di salvezza è la fuga dal Pakistan.
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Domenica 26^ t. ord. "A" 28-9-2014 (Angelus 212)

Prima di concludere questa celebrazione, desidero salutare tutti i pellegrini, specialmente voi anziani, venuti da tanti Paesi. Grazie di cuore!
Rivolgo un cordiale saluto ai partecipanti al convegno-pellegrinaggio “Cantare la fede”, promosso in occasione del trentesimo anniversario del coro della diocesi di Roma. Grazie per la vostra presenza, e grazie per avere animato con il canto questa celebrazione,  affiancandovi alla Cappella Sistina. Continuate a svolgere con gioia e generosità il servizio liturgico nelle vostre comunità!
Ieri, a Madrid, è stato proclamato Beato il Vescovo Álvaro del Portillo; la sua esemplare testimonianza cristiana e sacerdotale, possa suscitare in molti il desiderio di aderire sempre più a Cristo e al Vangelo.
Domenica prossima inizierà l’Assemblea Sinodale sul tema della famiglia. È qui presente il responsabile principale, il Cardinale Baldisseri: pregate per lui. Invito tutti, singoli e comunità, a pregare per questo importante evento e affido questa intenzione all’intercessione di Maria Salus Populi Romani.
Adesso preghiamo insieme l’Angelus. Con questa preghiera invochiamo la protezione di Maria per gli anziani del mondo intero, in modo particolare per quelli che vivono situazioni di maggiore difficoltà.
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venerdì 26 settembre 2014

Aperti alla volontà del Padre (Contributi 983)

Ecco un articolo di Don Domenico Mongiello dal sito della Fraternità Sacerdotale San Carlo

«Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4,34).
Gesù fa la volontà del Padre in ogni momento della sua esistenza terrena. Ascolta la sua voce quando prega nel deserto e quando seda la tempesta, quando si trasfigura sul monte e quando viene flagellato.
L’ascolto profondo del Padre è il nutrimento che rende la sua vita unica e luminosa. Rappresenta allo stesso tempo un nuovo inizio nella storia dell’umanità, perché mostra la volontà di Dio non come volontà di potenza, ma come amore che vuole essere desiderato ed accettato liberamente.
La vita di Gesù è l’accettazione di una volontà non sua, di cui è certo perché certo dell’amore da cui proviene. In ogni istante è il «mandato», sempre disponibile ad accogliere la novità che viene dal Padre, aperto alla manifestazione del suo amore, quasi in sospeso fra cielo e terra.
Chi vuole seguirlo deve accettare questo dislocamento, l’affidamento a una sapienza più grande che sfugge alle logiche mondane e rifiuta di accontentarsi di piccole certezze. «Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”» (Lc 9,57-58).
Così Gesù svela che, per mezzo della sua persona, il Padre parla sempre anche a coloro che desiderano che sia fatta la sua volontà «in cielo ed in terra». Possiamo intraprendere anche noi la via che ha indicato ai suoi discepoli, se accettiamo di aprire il nostro animo all’ascolto e ci rendiamo disponibili a seguirlo senza condizioni e preconcetti.
Questa posizione del cuore porta frutti di salvezza nel mondo perché permette al Padre di continuare ad intervenire nella storia.
Nelle nostre missioni si possono vedere tanti segni della volontà di Dio in atto, che continua ad operare il bene nel mondo. In Cile, dove molti ragazzi che incontriamo nelle nostre parrocchie desiderano conoscere e seguire la persona di Cristo. A Nairobi, dove risplende la bellezza dell’incontro con il popolo keniota, così giovane e aperto al rapporto con Dio. A Taipei, dove si gioisce per l’incontro con una singola persona, come un avvenimento che ricorda i racconti delle prime comunità cristiane.
Non si può fare a meno di pensare che tutti questi frutti sono stati possibili per la disponibilità di alcuni che hanno accettato di partire seguendo la volontà di Dio, facendo quasi «una pazzia», per permettere un nuovo inizio della vita di Cristo in quei posti.
Questa pazzia non è irragionevole perché suscitata da Cristo stesso come eco del suo affidamento al Padre. Così l’inizio che visibilmente sorge nel mondo con Cristo, e quello che egli crea nell’uomo, formano una sola cosa. Dove questa unità accade, là si trova la nostra maggiore soddisfazione.

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martedì 23 settembre 2014

Decontaminazione indispensabile (Interventi 206)


(Esodo 3, 5)

Ho percorso innumerevoli volte la strada che da Cagayan de Oro porta a Malaybalay - la città più importante della provincia di Bukidnon, nelle Filippine. Quando l'autobus entrava nella provincia di Bukidnon, si fermava a un centro di disinfestazione e tutti i passeggeri
dovevano scendere. In quella regione ci sono i maggiori allevamenti di bestiame delle Filippine, e come misura di prevenzione dovevamo passare su dei tappetini imbevuti di una sostanza disinfettante che inumidiva la suola delle scarpe ed era efficace contro il virus dell'afta epizootica. Era necessario disinfettarsi dai virus prima di entrare in un territorio che doveva rimanere sempre "pulito".
Mentre i miei piedi calpestavano il tappetino disinfettante, la mia mente riandava alla scena di decontaminazione che sta scritta nella Parola di Dio. Tutti ricordiamo molto bene l'ordine che Dio ha dato ha Mosè quando gli ha parlato dal roveto ardente. Sta scritto in Esodo 3,5:
«Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!».
A Giosuè fu dato un ordine simile quando incontrò il Signore a Gerico: «Rispose il capo dell'esercito del Signore a Giosuè: "Togliti i sandali dai tuoi piedi, perché il luogo sul quale tu stai è santo"» (Giosuè 5,15). C'è un importante simbolismo in questo comando del Signore a due dei Suoi più grandi servitori. Le tue scarpe sono probabilmente la parte più sporca e contaminata della tua persona, e portano in giro tutto lo sporco che hai raccolto da una parte o dall'altra. E Dio ti dice: "Non arrivare alla Mia Presenza con materiale infetto. Tira via tutto lo sporco che hai prima di venirmi vicino!"
Il che è qualcosa che troppo spesso ci dimentichiamo di fare. In un certo senso, pretendiamo di avvicinarci tranquillamente al Dio che è
purezza assoluta con le nostre scarpe sporche - piene di immondizia. A Bukidnon non volevano che entrassi con le scarpe infette - e nemmeno Dio vuole che tu vada da Lui con tutta la sporcizia che hai accumulato. Andresti mai a trovare qualcuno che ti sta a cuore carico di sporcizia?
Questa potrebbe essere stata - o potrebbe ancora essere una ragione per cui le tue preghiere non sono ascoltate. Il Salmo 65,18 dice: «Se nel mio cuore avessi cercato il male, | il Signore non mi avrebbe ascoltato». Per questo è importante che tu ti confronti regolarmente col tuo peccato, chiedendo perdono a Dio e lavando ancora una volta le
tue colpe col sangue di Gesù. Se sei sporco non aspetti una settimana prima di farti la doccia - e ti lavi regolarmente per togliere lo sporco dal tuo corpo. Cosa aspetti allora a incontrare la misericordia di Dio attraverso una confessione ben fatta?
Forse sei contaminato dalla durezza di cuore verso qualche persona, da risentimenti, dalla lussuria, dalla rabbia, da cose che non avresti mai dovuto permetterti di sentire o vedere. Ascolta che cosa Dio ti dice in 2 Corinzi 7,1: «Purifichiamoci da ogni macchia della carne e
dello spirito, portando a compimento la nostra santificazione, nel timore di Dio»
.
Non portare lo sporco dove non bisogna - davanti al tuo Signore che è morto perché tu non abbia più da vivere come prima. Lascia le tue infezioni sul tappetino disinfettante cosparso col sangue di Gesù - e lascia che Lui ti purifichi di nuovo.
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto
don Luciano

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Domenica 25^ t. ord. "A" 21-9-2014 (Angelus 211)

Tirana - Viaggio Apostolico


Cari fratelli e sorelle,
prima di concludere questa Celebrazione, desidero salutare tutti voi, venuti dall’Albania e dai Paesi vicini. Vi ringrazio per la vostra presenza e per la testimonianza della vostra fede.
In modo particolare mi rivolgo a voi giovani! Dicono che l’Albania è il Paese più giovane dell’Europa e mi rivolgo a voi. Vi invito a costruire la vostra esistenza su Gesù Cristo, su Dio: chi costruisce su Dio costruisce sulla roccia, perché Lui è sempre fedele, anche se noi manchiamo di fedeltà (cfr 2 Tm 2,13). Gesù ci conosce meglio di chiunque altro; quando sbagliamo, non ci condanna ma ci dice: «Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). Cari giovani, voi siete la nuova generazione, la nuova generazione dell’Albania, il futuro della Patria. Con la forza del Vangelo e l’esempio dei vostri antenati e l’esempio dei vostri martiri, sappiate dire no all’idolatria del denaro - no all’idolatria del denaro! - no alla falsa libertà individualista, no alle dipendenze e alla violenza; e dire invece sì alla cultura dell’incontro e della solidarietà, sì alla bellezza inseparabile dal bene e dal vero; sì alla vita spesa con animo grande ma fedele nelle piccole cose. Così costruirete un’Albania migliore e un mondo migliore, sulle tracce dei vostri antenati.
Ci rivolgiamo ora alla Vergine Madre, che venerate soprattutto col titolo di «Nostra Signora del Buon Consiglio». Mi reco spiritualmente al suo Santuario di Scutari, a voi tanto caro, e le affido tutta la Chiesa in Albania e l’intero popolo albanese, in particolare le famiglie, i bambini e gli anziani, che sono la memoria viva del popolo. La Madonna vi guidi a camminare “insieme con Dio, verso la speranza che non delude mai”.
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lunedì 15 settembre 2014

Esaltazione Santa Croce (Angelus 210)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il 14 settembre la Chiesa celebra la festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Qualche persona non cristiana potrebbe domandarci: perché “esaltare” la croce? Possiamo rispondere che noi non esaltiamo una croce qualsiasi, o tutte le croci: esaltiamo la Croce di Gesù, perché in essa si è rivelato al massimo l’amore di Dio per l’umanità. È quello che ci ricorda il Vangelo di Giovanni nella liturgia odierna: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio Unigenito» (3,16). Il Padre ha “dato” il Figlio per salvarci, e questo ha comportato la morte di Gesù, e la morte in croce. Perché? Perché è stata necessaria la Croce? A causa della gravità del male che ci teneva schiavi. La Croce di Gesù esprime tutt’e due le cose: tutta la forza negativa del male, e tutta la mite onnipotenza della misericordia di Dio. La Croce sembra decretare il fallimento di Gesù, ma in realtà segna la sua vittoria. Sul Calvario, quelli che lo deridevano gli dicevano: “Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce” (cfr Mt 27,40). Ma era vero il contrario: proprio perché era il Figlio di Dio Gesù stava lì, sulla croce, fedele fino alla fine al disegno d’amore del Padre. E proprio per questo Dio ha «esaltato» Gesù (Fil2,9), conferendogli una regalità universale.
E quando volgiamo lo sguardo alla Croce dove Gesù è stato inchiodato, contempliamo il segno dell’amore, dell’amore infinito di Dio per ciascuno di noi e la radice della nostra salvezza. Da quella Croce scaturisce la misericordia del Padre che abbraccia il mondo intero. Per mezzo della Croce di Cristo è vinto il maligno, è sconfitta la morte, ci è donata la vita, restituita la speranza. Questo è importante: per mezzo della Croce di Cristo ci è restituita la speranza. La Croce di Gesù è la nostra unica vera speranza! Ecco perché la Chiesa “esalta” la santa Croce, ed ecco perché noi cristiani benediciamo con il segno della croce. Cioè, noi non esaltiamo le croci, ma la Croce gloriosa di Gesù, segno dell’amore immenso di Dio, segno della nostra salvezza e cammino verso la Risurrezione. E questa è la nostra speranza.
Mentre contempliamo e celebriamo la santa Croce, pensiamo con commozione a tanti nostri fratelli e sorelle che sono perseguitati e uccisi a causa della loro fedeltà a Cristo. Questo accade specialmente là dove la libertà religiosa non è ancora garantita o pienamente realizzata. Accade però anche in Paesi e ambienti che in linea di principio tutelano la libertà e i diritti umani, ma dove concretamente i credenti, e specialmente i cristiani, incontrano limitazioni e discriminazioni. Perciò oggi li ricordiamo e preghiamo in modo particolare per loro.
Sul Calvario, ai piedi della croce, c’era la Vergine Maria (cfr Gv 19,25-27). E’ la Vergine Addolorata, che domani celebreremo nella liturgia. A Lei affido il presente e il futuro della Chiesa, perché tutti sappiamo sempre scoprire ed accogliere il messaggio di amore e di salvezza della Croce di Gesù. Le affido in particolare le coppie di sposi che ho avuto la gioia di unire in matrimonio questa mattina, nella Basilica di San Pietro.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
domani, nella Repubblica Centroafricana, avrà inizio ufficialmente la Missione voluta dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per favorire la pacificazione del Paese e proteggere la popolazione civile, che sta gravemente soffrendo le conseguenze del conflitto in corso. Mentre assicuro l’impegno e la preghiera della Chiesa cattolica, incoraggio lo sforzo della Comunità internazionale, che viene in aiuto dei Centroafricani di buona volontà. Quanto prima la violenza ceda il passo al dialogo; gli opposti schieramenti lascino da parte gli interessi particolari e si adoperino perché ogni cittadino, a qualsiasi etnia e religione appartenga, possa collaborare per l’edificazione del bene comune. Che il Signore accompagni questo lavoro per la pace!
Ieri sono andato a Redipuglia, al Cimitero Austro-Ungarico e al Sacrario. Là ho pregato per i morti a causa della Grande Guerra. I numeri sono spaventosi: si parla di circa 8 milioni di giovani soldati caduti e di circa 7 milioni di persone civili. Questo ci fa capire quanto la guerra sia una pazzia! Una pazzia dalla quale l’umanità non ha ancora imparato la lezione, perché dopo di essa ce n’è stata una seconda mondiale e tante altre che ancora oggi sono in corso. Ma quando impareremo, noi, questa lezione? Invito tutti a guardare Gesù Crocifisso per capire che l’odio e il male vengono sconfitti con il perdono e il bene, per capire che la risposta della guerra fa solo aumentare il male e la morte!
Ed ora saluto cordialmente tutti voi, fedeli romani e pellegrini provenienti dall’Italia e da vari Paesi.
Saluto in particolare “Los Amigos de Santa Teresita y de Madre Elisabeth” de Colombia; i fedeli di Sotto il Monte Giovanni XXIII, Messina, Genova, Collegno e Spoleto, e il coro giovanile di Trebaseleghe (Padova). Saluto i rappresentanti dei lavoratori del Gruppo IDI e gli aderenti al Movimento Arcobaleno Santa Maria Addolorata.
Vi chiedo, per favore, di pregare per me. A tutti auguro buona domenica e buon pranzo. Arrivederci!
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mercoledì 10 settembre 2014

Il coraggio di Sako, patriarca dei cristiani perseguitati (Contributi 982)

Riporto da Tempi questo articolo 

Ritratto del patriarca di Babilonia dei caldei, che guida i cristiani iracheni perseguitati senza paura di criticare l’Occidente e l’islam, dando ragione della sua speranza: «Per noi la fede non è ideologia, ma un legame personale con Cristo»


«Noi cristiani d’Iraq, in quanto minoranza perennemente costretta alle difficoltà e al sacrificio, sappiamo bene cosa significhi essere perseguitati, sequestrati, uccisi. Sappiamo per certo cosa vuol dire sentirsi impotenti! Ho detto talvolta che coloro che vogliono vedere l’inferno devono venire in Iraq!». Così scriveva il patriarca della Chiesa caldea Louis Raphael I Sako nella prefazione al libro dell’inviato di Tempi Rodolfo Casadei dal titolo:Tribolati ma non schiacciati (Lindau).

SACERDOTE, VESCOVO, PATRIARCA. Era il 2012 e la comunità di cui non era ancora diventato patriarca (al tempo era arcivescovo di Kirkuk) non aveva già subito le umiliazioni e le immani sofferenze che in questi mesi i terroristi dello Stato islamico le stanno infliggendo. Conosceva già molto bene, però, per averlo vissuto sulla pelle, il significato delle parole “persecuzione”, “martirio”, “terrorismo”, “odium fidei”.

Nato il 4 luglio 1949 in un piccolo villaggio presso la città di Zakho, nel nord dell’Iraq, è stato ordinato sacerdote il 1 giugno 1974. Dopo aver studiato a Roma e a Parigi, specializzandosi in storia, studi cristiani orientali e studi islamici, è tornato a Mosul per prestare il proprio servizio sacerdotale dal 1986 al 1997. Fino al 2002 ha poi ricoperto la carica di rettore del seminario maggiore di Baghdad, nel 2003 è stato ordinato arcivescovo di Kirkuk e l’anno scorso nuovo patriarca di Babilonia dei caldei.

CRISTIANI, CITTADINI DI SERIE B. Questi dati, più che a informare sul curriculum ecclesiastico di Sako, servono a capire quanto il patriarca conosca bene il suo paese, insieme al significato e alle implicazioni che comportano essere un cristiano in Iraq: «Gli uomini di potere musulmani sunniti e sciiti hanno come unico punto di riferimento per la loro azione politica la loro religione, e pensano che i cristiani, che lo accettino oppure no, siano cittadini di seconda categoria che dovrebbero lasciare il paese se non sono contenti della tolleranza loro riservata», scriveva nella prefazione al libro di Casadei.
E ancora: «Le nostre Chiese in Oriente sono Chiese apostoliche perché sono martiri. La fede infatti non è né una questione ideologica, né un’utopia, quanto piuttosto un legame personale, a volte esistenziale con la persona di Cristo, che amiamo e al quale doniamo l’intera nostra vita. Per Lui, bisogna ogni giorno andare un po’ più lontano, fino al sacrificio. Tale è l’espressione assoluta della fedeltà a questo amore: oggi più che mai, in Iraq noi siamo consapevoli che credere significa amare e amare significa donarsi».

«L’OCCIDENTE FACILITA LA FUGA». Il sacrificio chiesto agli iracheni si è fatto sempre più grande negli anni. Sako ha visto dal 2003, dall’instabilità seguita all’invasione americana, una comunità di 1,5 milioni di cristiani ridursi anno dopo anno fino a circa 300 mila fedeli e non si è mai tirato indietro quando c’era da analizzare la situazione e da indicare all’Occidente la via per aiutare i cristiani iracheni: «A volte l’Occidente facilita la fuga dei cristiani», affermava in un’intervista a tempi.it già nel 2012. «Molti comprano un visto con migliaia e migliaia di dollari, vanno via ad abitare in terra straniera dimenticandosi della loro tradizione, della loro terra, perdendo gli amici, la famiglia e anche la fede. È molto brutto. La comunità internazionale invece di spendere soldi per fornire loro abitazioni all’estero, dovrebbe investirli qui per fare progetti educativi e migliorare la vita di chi vive nella miseria. Ci servono infrastrutture, alloggi, scuole. Noi non vogliamo andarcene dall’Iraq, non vogliamo restare in pochi per essere una presenza simbolica».

LEZIONI DI DIALOGO. A un anno dalla sua elezione a patriarca, pochi mesi prima che lo Stato islamico conquistasse Mosul aprendo una nuova stagione di persecuzione per i cristiani, ha dato all’Occidente una importante lezione di dialogo e non solo: «L’Occidente è cieco perché non ha religione, non se ne preoccupa più, anzi accoglie i musulmani, permette loro di costruire moschee e centri religiosi mentre i paesi arabi non permettono ai cristiani neanche di tenere in casa la Bibbia. Ci deve essere reciprocità ma l’Occidente non la richiede. I paesi occidentali devono aiutare i cristiani non in quanto cristiani, ma in quanto minoranze. Si parla dei diritti dell’uomo, ma dove sono questi diritti? L’Occidente cerca solo interessi, basta guardare che risultato hanno avuto le guerre in Medio Oriente. Dove sono la democrazia e la libertà in Libia? Dove sono in Siria?».


VICINO AI PERSEGUITATI. In questi mesi, anche per colpa dell’indifferenza della comunità internazionale, la comunità cristiana guidata da Sako si è trovata di fronte a un terribile aut aut imposto dai terroristi islamici: rinnegare la fede in Gesù e convertirsi all’islam, perdere tutto o essere uccisi. Migliaia di persone, impartendo una lezione a noi cristiani tiepidi d’Occidente, hanno scelto di farsi profughi e di lasciare la propria casa a Mosul o nella piana di Ninive per dormire per strada in Kurdistan. E ancora Sako è rimasto loro vicino chiedendo alle «superpotenze» di smettere di «sostenere a livello economico e militare» i terroristi per «tagliare alla radice le fonti di violenza e radicalizzazione».

DOTE DEL REALISMO. La schiettezza e il realismo sono sicuramente tra le più grandi qualità del patriarca caldeo. Anche in questi giorni, a margine dell’incontro per favorire la pace promosso dalla Comunità di Sant’Egidio ad Anversa, ha aiutato a leggere la difficile situazione in cui l’Iraq è piombato: «Quando parliamo della pace noi capiamo che cosa sono pace e dialogo. Ma anche l’altro deve sapere, deve essere cosciente di cosa significano dialogo e pace; deve impegnarsi non solo con le parole, ma nel concreto. (…) Penso che il mondo musulmano stia vivendo una crisi. Il mondo musulmano che qui chiede l’incontro e ripudia la violenza non è realista. Devono avere il coraggio di dire le cose come stanno e cercare soluzioni. Loro devono imparare dalla nostra esperienza: se l’Islam vuole essere accettato e avere un avvenire, deve essere aggiornato. Oggi, con questa mentalità, con questa ideologia che combatte la vita e la cultura, il realismo dov’è?».

L’ORIGINE DELLA SPERANZA. E ancora: per proteggere i cristiani «ci vuole un intervento militare internazionale, prima di tutto. Il governo centrale è incapace, perché adesso non controlla che la metà del Paese: controlla Baghdad e il sud; ma Mosul, Ramadi, il Kurdistan? C’è un esercito di professionisti, ci sono tante milizie… Tutto è settario. L’Is è uno Stato molto forte, ben preparato e hanno le armi… Non possiamo riuscire da soli».
In mezzo a questo dramma è quasi incredibile che Sako riesca a conservare la speranza, di cui spiega sempre l’origine ai cronisti di tutto il mondo: «Noi siamo forti, perché per noi la fede, il credere non è una ideologia, non è una speculazione. Credere è amare», è «un legame personale, a volte esistenziale con la persona di Cristo, che amiamo e al quale doniamo l’intera nostra vita».
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