Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Si invita a leggere il post 1 del febbraio 2009 in cui sono ribaditi i motivi che mi hanno spinto a creare questo blog pur nella consapevolezza dei miei limiti.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima e al Sacro Cuore di Gesù questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

giovedì 11 giugno 2015

Corpus Domini 7/6/2015 (Angelus 250)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Si celebra oggi in molti Paesi, tra i quali l’Italia, la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, o, secondo la più nota espressione latina, la solennità del Corpus Domini.
Il Vangelo presenta il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia, compiuta da Gesù durante l’Ultima Cena, nel cenacolo di Gerusalemme. La vigilia della sua morte redentrice sulla croce, Egli ha realizzato ciò che aveva predetto: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo…Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» (Gv 6,51.56). Gesù prende tra le mani il pane e dice «Prendete, questo è il mio corpo» (Mc 14,22). Con questo gesto e con queste parole, Egli assegna al pane una funzione che non è più quella di semplice nutrimento fisico, ma quella di rendere presente la sua Persona in mezzo alla comunità dei credenti.
L’Ultima Cena rappresenta il punto di arrivo di tutta la vita di Cristo. Non è soltanto anticipazione del suo sacrificio che si compirà sulla croce, ma anche sintesi di un’esistenza offerta per la salvezza dell’intera umanità. Pertanto, non basta affermare che nell’Eucaristia è presente Gesù, ma occorre vedere in essa la presenza di una vita donata e prendervi parte. Quando prendiamo e mangiamo quel Pane, noi veniamo associati alla vita di Gesù, entriamo in comunione con Lui, ci impegniamo a realizzare la comunione tra di noi, a trasformare la nostra vita in dono, soprattutto ai più poveri.
L’odierna festa evoca questo messaggio solidale e ci spinge ad accoglierne l’intimo invito alla conversione e al servizio, all’amore e al perdono. Ci stimola a diventare, con la vita, imitatori di ciò che celebriamo nella liturgia. Il Cristo, che ci nutre sotto le specie consacrate del pane e del vino, è lo stesso che ci viene incontro negli avvenimenti quotidiani; è nel povero che tende la mano, è nel sofferente che implora aiuto, è nel fratello che domanda la nostra disponibilità e aspetta la nostra accoglienza. È nel bambino che non sa niente di Gesù, della salvezza, che non ha la fede. È in ogni essere umano, anche il più piccolo e indifeso.
L’Eucaristia, sorgente di amore per la vita della Chiesa, è scuola di carità e di solidarietà. Chi si nutre del Pane di Cristo non può restare indifferente dinanzi a quanti non hanno pane quotidiano. E oggi, sappiamo, è un problema sempre più grave.
La festa del Corpus Domini ispiri ed alimenti sempre più in ciascuno di noi il desiderio e l’impegno per una società accogliente e solidale. Deponiamo questi auspici nel cuore della Vergine Maria, Donna eucaristica. Ella susciti in tutti la gioia di partecipare alla Santa Messa, specialmente nel giorno di domenica, e il coraggio gioioso di testimoniare l’infinita carità di Cristo.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
leggo lì: Bentornato! Grazie, perché ieri mi sono recato a Sarajevo, in Bosnia ed Erzegovina, come pellegrino di pace e di speranza. Sarajevo è una città-simbolo. Per secoli è stata luogo di convivenza tra popoli e religioni, tanto da essere chiamata “Gerusalemme d’occidente”. Nel recente passato è diventata simbolo delle distruzioni della guerra. Adesso è in corso un bel processo di riconciliazione, e soprattutto per questo sono andato: per incoraggiare questo cammino di convivenza pacifica tra popolazioni diverse; un cammino faticoso, difficile, ma possibile! E lo stanno facendo bene. Rinnovo la mia riconoscenza alle Autorità e all’intera cittadinanza per l’accoglienza calorosa. Ringrazio la cara comunità cattolica, alla quale ho voluto portare l’affetto della Chiesa universale e ringrazio in particolare anche tutti i fedeli: ortodossi, mussulmani, ebrei e quelli di altre minoranze religiose. Ho apprezzato l’impegno di collaborazione e di solidarietà tra queste persone che appartengono a religioni diverse, spronando tutti a portare avanti l’opera di ricostruzione spirituale e morale della società. Lavorano insieme come veri fratelli. Il Signore benedica Sarajevo e la Bosnia ed Erzegovina.
Venerdì prossimo nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù pensiamo all’amore  di Gesù, a come ci ha amato; nel suo cuore è tutto questo amore. Venerdì prossimo si celebra anche la Giornata Mondiale contro il lavoro minorile. Tanti bambini nel mondo non hanno la libertà di giocare, di andare a scuola, e finiscono per essere sfruttati come manodopera. Auspico l’impegno sollecito e costante della Comunità internazionale per la promozione del riconoscimento fattivo dei diritti dell’infanzia.
E ora saluto tutti voi, cari pellegrini provenienti dall’Italia e da diversi Paesi. Vedo bandiere di diversi Paesi. In particolare saluto i fedeli di Madrid, Brasilia e Curitiba; e quelli di Chiavari, Catania e Gottolengo (Brescia). A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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venerdì 5 giugno 2015

Dedicato a quei cattolici che disertano (Contributi 1001)

Dedico l'inizio del "secondo millennio" di post a quest'articolo di Antonio Socci (che cui confesso ultimamente non condivido le argomentazioni) che sottoscrivo in toto. Possano le nostre coscienze risvegliarsi e il nostro amore a Cristo maturare...
Ecco nel mio blog (www.antoniosocci.com) la foto indimenticabile dello studente cinese che, col suo stesso corpo, per qualche minuto riuscì a fermare i carri armati che andavano a schiacciare nel sangue la grande manifestazione per la libertà a Piazza Tien an men, nel giugno 1989, a Pechino (e quelle riportate sull'immagine sono le sue parole).

...la verità è più importante del pane...
Noi ci siamo dimenticati l’oceano di vittime fatto dal comunismo. Ma soprattutto ci siamo dimenticati che la verità è la nostra dignità di esseri umani. La Verità è più importante del pane e – come ci mostrano i martiri cristiani – è perfino più importante della vita stessa.
Noi, sotto i baffi, magari senza nemmeno rendercene conto, ci facciamo beffe dei martiri (che fanatici!). A parole talora li omaggiamo, ma dentro di noi c’è il nostro risolino di scherno quando diciamo che rifiutiamo “lo scontro”, “la battaglia”, “le crociate” ec ec… e assumiamo l’espressione dei saggi (come se costoro avessero cercato le persecuzioni).
La verità è che noi non siamo disposti a rischiare niente per Colui che ha dato la vita per noi e per il bene dell’umanità…
A noi basta stare comodi, a pancia piena, rinchiusi nelle nostre sacrestie mentali, senza esporci, per carità, senza scomodare il Potere… E crediamo perfino di essere cristiani e di poter impartire lezioni…

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martedì 2 giugno 2015

Santissima Trinità 31/5/2015 (Angelus 249)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e buona domenica!
Oggi celebriamo la festa della Santissima Trinità, che ci ricorda il mistero dell’unico Dio in tre Persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. La Trinità è comunione di Persone divine le quali sono una con l’altra, una per l’altra, una nell’altra: questa comunione è la vita di Dio, il mistero d’amore del Dio Vivente. E Gesù ci ha rivelato questo mistero. Lui ci ha parlato di Dio come Padre; ci ha parlato dello Spirito; e ci ha parlato di Sé stesso come Figlio di Dio. E così ci ha rivelato questo mistero. E quando, risorto, ha inviato i discepoli ad evangelizzare le genti, disse loro di battezzarle «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt28,19). Questo comando, Cristo lo affida in ogni tempo alla Chiesa, che ha ereditato dagli Apostoli il mandato missionario. Lo rivolge anche a ciascuno di noi che, in forza del Battesimo, facciamo parte della sua Comunità.
Dunque, la solennità liturgica di oggi, mentre ci fa contemplare il mistero stupendo da cui proveniamo e verso il quale andiamo, ci rinnova la missione di vivere la comunione con Dio e vivere la comunione tra noi sul modello della comunione divina. Siamo chiamati a vivere non gli uni senza gli altri, sopra o contro gli altri, ma gli uni con gli altri, per gli altri, e negli altri. Questo significa accogliere e testimoniare concordi la bellezza del Vangelo; vivere l’amore reciproco e verso tutti, condividendo gioie e sofferenze, imparando a chiedere e concedere perdono, valorizzando i diversi carismi sotto la guida dei Pastori. In una parola, ci è affidato il compito di edificare comunità ecclesiali che siano sempre più famiglia, capaci di riflettere lo splendore della Trinità e di evangelizzare non solo con le parole, ma con la forza dell’amore di Dio che abita in noi.
La Trinità, come accennavo, è anche il fine ultimo verso cui è orientato il nostro pellegrinaggio terreno. Il cammino della vita cristiana è infatti un cammino essenzialmente “trinitario”: lo Spirito Santo ci guida alla piena conoscenza degli insegnamenti di Cristo, e ci ricorda anche quello che Gesù ci ha insegnato; e Gesù, a sua volta, è venuto nel mondo per farci conoscere il Padre, per guidarci a Lui, per riconciliarci con Lui. Tutto, nella vita cristiana, ruota attorno al mistero trinitario e viene compiuto in ordine a questo infinito mistero. Cerchiamo, pertanto, di tenere sempre alto il “tono” della nostra vita, ricordandoci per quale fineper quale gloria noi esistiamo, lavoriamo, lottiamo, soffriamo; e a quale immenso premio siamo chiamati. Questo mistero abbraccia tutta la nostra vita e tutto il nostre essere cristiano. Ce lo ricordiamo, ad esempio, ogni volta che facciamo il segno della croce: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E adesso vi invito a fare tutti insieme, e con voce forte, questo segno della croce: “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo!”
In questo ultimo giorno del mese di maggio, il mese mariano, ci affidiamo alla Vergine Maria. Lei, che più di ogni altra creatura ha conosciuto, adorato, amato il mistero della Santissima Trinità, ci guidi per mano; ci aiuti a cogliere negli eventi del mondo i segni della presenza di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo; ci ottenga di amare il Signore Gesù con tutto il cuore, per camminare verso la visione della Trinità, traguardo meraviglioso a cui tende la nostra vita. Le chiediamo anche di aiutare la Chiesa ad essere mistero di comunione e comunità ospitale, dove ogni persona, specialmente povera ed emarginata, possa trovare accoglienza e sentirsi figlia da Dio, voluta e amata.

Dopo l'Angelus:
Oggi a Bayonne, in Francia, viene proclamato Beato il sacerdote Louis-Edouard Cestac, fondatore delle Suore Serve di Maria; la sua testimonianza di amore a Dio e al prossimo è per la Chiesa un nuovo stimolo a vivere con gioia il Vangelo della carità.
Saluto tutti voi, cari romani e pellegrini: le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni, le scuole. In particolare, saluto i fedeli di La Valletta (Malta), Cáceres (Spagna) Michoacán (Messico); quelli provenienti da Caltanissetta, Soave, Como, Malonno e Persico Dosimo; il gruppo di Bovino, con i “Cavalieri di Valleverde”. Saluto i ragazzi che hanno ricevuto o si preparano a ricevere la Cresima, incoraggiandoli ad essere gioiosi testimoni di Gesù.
Al termine del mese di maggio, mi unisco spiritualmente alle tante espressioni di devozione a Maria Santissima; in particolare menziono il grande pellegrinaggio degli uomini al Santuario di Piekary, in Polonia, che ha per tema: “La famiglia: casa accogliente”. Ci sono tanti polacchi in Piazza oggi: fatevi vedere! La Madonna aiuti ogni famiglia ad essere “casa accogliente”.
Giovedì prossimo a Roma vivremo la tradizionale processione del Corpus Domini. Alle 19 in Piazza San Giovanni in Laterano celebrerò la Santa Messa, e quindi adoreremo il Santissimo Sacramento camminando fino alla piazza di Santa Maria Maggiore. Vi invito fin d’ora a partecipare a questo solenne atto pubblico di fede e di amore a Gesù Eucaristia, presente in mezzo al suo popolo. Prima di finire, facciamo ancora una volta il segno della croce, a voce alta, tutti! “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, ricordando il mistero della Santa Trinità.
A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.
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La sofferenza unisce cielo e terra (Contributi 1000)

Una bella testimonianza di Gerard McCarthy datata 27 maggio 2015 dal sito della Fraternità Sacerdotale San Carlo


Alcune settimane fa, ad un matrimonio, una bambina molto vivace mi prende per mano e mi dice: «Hai una bella pancia, don Gerry!». La mamma stava già pensando a come scusarsi ma la bimba, tenendomi la mano, continua: «Perché tremi?». Le rispondo: «Perché non sto tanto bene». «Perché?». «Perché Gesù vuole così». E lei: «Allora va bene».
Allora va bene. Questa è la verità: accettare la malattia diventa una liberazione, e la scelta è nostra. La prima volta che mi è stato diagnosticato un tumore maligno è stata una cosa strana. Avevo appena visto Giovanni Paolo II. Con lui c’era un’amicizia. Ogni volta che lo incontravo, mi chiamava per nome: «Don Gerry!». Si ricordava sempre di me. Quella volta era venuto in parrocchia ed era molto sofferente a causa del Parkinson. Era davvero giù e sembrava che non potesse respirare. Durante l’incontro ho pensato: «Come potrei essere vicino al Papa?». Mi si spezzava il cuore a vederlo così e mi sono detto che l’unico modo era quello di mandargli il mio angelo custode perché lo aiutasse. Ho detto, dentro di me, al mio angelo: «Ti mando da Sua Santità. Aiutalo, dagli un bacio e fallo stare bene». Finito l’incontro, siamo passati a baciargli la mano, e quando sono arrivato io si è alzato, mi ha messo la mano destra sulla testa e mi ha detto: «Eccoti!». Poi mi ha fatto un segno di croce. Ero davvero commosso.
L’aiuto più grande
Dopo pochi giorni vado a fare una visita medica perché stavo ingrassando troppo. Sapevo che certamente il problema era, come dicono i romani, che mi piace magnà. Però era veramente troppo. In ospedale mi hanno detto: «Facciamo un esame e vediamo cos’è». Quando sono tornato per ritirare l’esito, mi hanno dato un foglio: «Portalo al tuo medico». Al semaforo, come avrebbero fatto tutti, l’ho aperto: «Carcinoma maligno. Da operare subito». Quando il dottore l’ha visto si è alzato, mi ha abbracciato e mi ha detto: «Ma tu sei forte, e ce la fai». In quel momento sono entrato un po’ in crisi.
La cosa più difficile della malattia non è accettarla, ma è dirlo alle persone che ami, perché sai che il tuo male farà soffrire anche loro. Per questo, l’aiuto più grande che possiamo offrire ad una persona cara, nel momento in cui si ammala, è farle capire che la sofferenza ha la stessa origine dell’amore: soffriamo per quella persona perché la amiamo, come lei soffre perché ci ama. Non dobbiamo mai perdere di vista questa grande positività.
Il giorno della Domenica delle Palme, ho detto a tutta la mia parrocchia durante la messa: «Ho un tumore maligno, ma per favore non crediate mai, mai, che Dio punisce. Dio non punisce attraverso la malattia. Non è una punizione, è una benedizione». Volevo che tutti vivessero con me questo momento. All’uscita, un ragazzo giovane mi è venuto incontro e mi ha detto: «Anch’io ho un tumore e pensavo che Dio mi odiasse. Oggi ho capito che mi vuole bene».
Un’offerta che porta frutto
Dopo l’operazione sono tornato dai dottori e mi hanno detto che dovevo fare le radiazioni, in una stanza chiusa, perché non potevo stare vicino alle persone. Sono entrati coperti, hanno aperto una scatola con il segno delle radiazioni sopra e mi hanno detto di prendere in mano la pasticca e mandarla giù. Era una cosa enorme e io ho chiesto: «Posso masticarla?». «Assolutamente no!». Guardando la scatola, ho detto: «Io ho paura, io ho paura». Non ho mai avuto problemi a dire che ho paura. Quando uno dice che ha paura lo dice a qualcuno e facendo così dà la possibilità a Dio di entrare nella sua vita. Se Gesù nel Getsemani lo ha detto, perché noi non possiamo dirlo? In quel momento mi è venuta un’intuizione e ho pensato: «Questa non è la medicina, questo è l’amore di Dio per me. Accetto questo Tuo amore». Sono rimasto lì per più di sette giorni, ho vissuto tutto con tranquillità, pur avendo tante domande: «Peggiorerò? Morirò? Che cosa dovrò fare?».
Tornato in parrocchia, incontro di nuovo quel ragazzo che mi aveva parlato. Mi dice: «Don Gerry, sono peggiorato, non mi lasciare solo». Da quel giorno, quando aveva momenti di panico io partivo di notte, a qualsiasi ora: avevo detto ai suoi genitori di chiamarmi. Non devi mai trattare una persona malata come se fosse vittima di una maledizione, come una cosa difficile: devi amarla. La persona non è la malattia, la persona è sempre la stessa persona, c’è qualcosa di diverso e avrà bisogno di qualcosa di diverso. Quando andavo da lui e mi diceva di avere paura, io gli rispondevo: «Ci sono io, e se ci sono io c’è Gesù. Non avere paura, ti tengo per mano». Lo tenevo per mano, e ho fatto il cammino con lui, tutte le ore, tutti i giorni, finché ci ha lasciato. Aveva ventidue anni. Io sono crollato perché non sono solo un prete, sono un uomo, un uomo di Dio – questo vuol dire essere prete. Suo padre, che non era credente, mi ha detto: «Vedo che sei un uomo. Hai voluto bene a mio figlio». E io: «Tuo figlio è stato un dono di Dio per la mia vita e per quella di tante altre persone». Dopo quel fatto, il gruppo giovanile in parrocchia ha iniziato a guardare alla malattia con una nuova positività. Era l’anno 2001.
Una nuova prova
Gli anni passano, finché arriva il giorno in cui scopro di avere il morbo di Parkinson. Durante la messa la mano tremava, ballava troppo, poi avevo dei momenti in cui pensavo ad una parola e stavo per dirla, ma passava un certo tempo prima di poter fare il collegamento con il cervello. Sono andato dal dottore, che mi ha sottoposto ad una Tac e ad altri esami, fino alla diagnosi del morbo.
Quasi due anni fa, ho cominciato a camminare con difficoltà. Allora ho avuto una crisi fortissima. Sono andato dal mio superiore, don Massimo Camisasca, e gli ho detto: «Ormai per il Parkinson non riesco quasi più a camminare, non riesco a ragionare bene, ho bisogno di un aiuto».
Mi ha commosso in quel momento che don Massimo mi ha preso la mano, l’ha baciata e mi ha detto: «Gerry, in questo momento la tua sofferenza collega il cielo con la terra: soffri per tanti tuoi fratelli, offri tutto». Poi ha chiamato un medico che poteva aiutarmi e ha aggiunto: «Vai a Milano, al Niguarda, ti curiamo là per un periodo».
La prima sera in ospedale è stata tremenda, ho cominciato a piangere pensando che non ce l’avrei fatta a so-stenere questa nuova prova. Percorrendo il corridoio della Fondazione Moscati, dove ero ospite, sulla parete ho visto un quadro con la foto di don Giussani in ginocchio davanti a san Giovanni Paolo II. Davanti a loro ho pregato: «Don Giussani, tu hai avuto il Parkinson; papa Giovanni Paolo II, tu hai avuto il Parkinson; io ho il Parkinson: non chiedo di guarirmi, ma fatemi vivere come voi avete vissuto la malattia». Guardando a loro, mi sono sentito in pace e ho capito che il Signore mi è sempre vicino, sta facendo Lui il cammino.
Non mi abbandona mai
A Milano dovevo prendere la metropolitana, la linea gial­la dalla clinica Moscati fino a Niguarda, dovevo andare da solo e non camminavo bene, sembravo ubriaco e avevo tanta paura. Ho detto: «Signore, non farmi mai stare solo. Io credo che tu sia sempre vicino». E Lui mi ha risposto. Durante tutto l’anno che ho trascorso a Milano, ogni giorno, quando andavo a prendere la metropolitana, incontravo sempre qualcuno che mi conosceva. Una mattina una signora mi ha chiesto dove si trovava la stazione e io le stavo dando indicazioni, quando sento: «Don Gerry! Io sono stato tuo studente in Irlanda venti anni fa. Cosa fai qui?». Ecco, tutti incontri di questo genere. Un giorno non ho incontrato nessuno, ma c’era un posto libero vicino a me. Entra una mamma con un bambino il quale subito corre a sedersi vicino a me. Mi guarda e mi fa un sorriso. Per fede, ho detto: «Questo è Dio».
Io credo fermamente, infatti, che Dio è presente in tutto: Cristo è venuto a salvarci, a farci compagnia. Se non crediamo alla sua presenza nelle cose piccole della vita, allora non crediamo più in niente. Sono arrivato a dire e a credere che non sia don Gerry ad avere il Parkinson; Gesù ha il Parkinson e lo porta nel mio corpo. La malattia non è mai una condanna, ma è l’inizio di una novità. Ho pianto tanto, ho avuto momenti di grande desolazione. Se a un certo punto, però, non ti sei spogliato di tutto, non puoi riconoscere che tutto quello che hai è dato dal Signore. Quando sei ammalato e non ti alzi più, qualunque gesto semplice tu voglia fare, deve compierlo un altro per te. Allora capisci che cosa significhi quel «Io sono Tu che mi fai» che ci ha insegnato don Giussani. Quel “Tu” è la persona che nel cammino ti è vicina e ti fa andare avanti.
Il segreto della grazia è che Cristo stesso soffre in noi perché è venuto a redimere il mondo. Questa è la storia della nostra vita ed io come sacerdote lo comprendo ancora di più quando alzo il Santissimo, guardo Gesù che ha sofferto e capisco che tutto ciò che sto portando è pochissimo rispetto a quanto Lui mi ha dato.
Dio parla con i silenzi, con le parole e con i fatti. A volte, il silenzio è più efficace. Nel film Francesco di Liliana Cavani, verso la fine, il poverello di Assisi entra in una crisi profonda e grida: «Chi sono io? Chi sei Tu?». Nella malattia facciamo lo stesso cammino: chi sono io? Chi sei Tu, Cristo? Imparo che io sono più della malattia, più del mio corpo, e riconosco Colui che viene, l’Amore, Colui che mi ama, che mi crea in ogni momento. Colui che mi crea nell'Infinito.


lunedì 25 maggio 2015

Pentecoste 24/5/2015 (Angelus 248)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.
La festa della Pentecoste ci fa rivivere gli inizi della Chiesa. Il libro degli Atti degli Apostoli narra che, cinquanta giorni dopo la Pasqua, nella casa dove si trovavano i discepoli di Gesù, «venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso …e tutti furono colmati di Spirito Santo» (2,1-2). Da questa effusione i discepoli vengono completamente trasformati: alla paura subentra il coraggio, la chiusura cede il posto all’annuncio e ogni dubbio viene scacciato dalla fede piena d’amore. E’ il “battesimo” della Chiesa, che iniziava così il suo cammino nella storia, guidata dalla forza dello Spirito Santo.
Quell’evento, che cambia il cuore e la vita degli Apostoli e degli altri discepoli, si ripercuote subito al di fuori del Cenacolo. Infatti, quella porta tenuta chiusa per cinquanta giorni finalmente viene spalancata e la prima Comunità cristiana, non più ripiegata su sé stessa, inizia a parlare alle folle di diversa provenienza delle grandi cose che Dio ha fatto (cfr v. 11), cioè della Risurrezione di Gesù, che era stato crocifisso. E ognuno dei presenti sente parlare i discepoli nella propria lingua. Il dono dello Spirito ristabilisce l’armonia delle lingue che era andata perduta a Babele e prefigura la dimensione universale della missione degli Apostoli. La Chiesa non nasce isolata, nasce universale, una, cattolica, con una identità precisa ma aperta a tutti, non chiusa, un’identità che abbraccia il mondo intero, senza escludere nessuno. A nessuno la madre Chiesa chiude la porta in faccia, a nessuno! Neppure al più peccatore, a nessuno! E questo per la forza, per la grazia dello Spirito Santo. La madre Chiesa apre, spalanca le sue porte a tutti perché è madre.
Lo Spirito Santo effuso a Pentecoste nel cuore dei discepoli è l’inizio di una nuova stagione: la stagione della testimonianza e della fraternità. È una stagione che viene dall’alto, viene da Dio, come le fiamme di fuoco che si posarono sul capo di ogni discepolo. Era la fiamma dell’amore che brucia ogni asprezza; era la lingua del Vangelo che varca i confini posti dagli uomini e tocca i cuori della moltitudine, senza distinzione di lingua, razza o nazionalità. Come quel giorno di Pentecoste, lo Spirito Santo è effuso continuamente anche oggi sulla Chiesa e su ciascuno di noi perché usciamo dalle nostre mediocrità e dalle nostre chiusure e comunichiamo al mondo intero l’amore misericordioso del Signore. Comunicare l’amore misericordioso del Signore: questa è la nostra missione! Anche a noi sono dati in dono la “lingua” del Vangelo e il “fuoco” dello Spirito Santo, perché mentre annunciamo Gesù risorto, vivo e presente in mezzo a noi, scaldiamo il nostro cuore e anche il cuore dei popoli avvicinandoli a Lui, via, verità e vita.
Ci affidiamo alla materna intercessione di Maria Santissima, che era presente come Madre in mezzo ai discepoli nel Cenacolo: è la madre della Chiesa, la madre di Gesù diventata madre della Chiesa. Ci affidiamo a Lei affinché lo Spirito Santo scenda in abbondanza sulla Chiesa del nostro tempo, riempia i cuori di tutti i fedeli e accenda in essi il fuoco del suo amore.

Dopo il Regina Coeli:
Cari fratelli e sorelle,
continuo a seguire con viva preoccupazione e dolore nel cuore le vicende dei numerosi profughi nel Golfo del Bengala e nel mare di Andamane. Esprimo apprezzamento per gli sforzi compiuti da quei Paesi che hanno dato la loro disponibilità ad accogliere queste persone che stanno affrontando gravi sofferenze e pericoli. Incoraggio la Comunità internazionale a fornire loro l’assistenza umanitaria.
Cento anni fa come oggi l’Italia è entrata nella Grande Guerra, quella “strage inutile”: preghiamo per le vittime, chiedendo allo Spirito Santo il dono della pace.
Ieri, nel Salvador e in Kenia, sono stati proclamati Beati un Vescovo e una Suora. Il primo è Mons. Oscar Romero, Arcivescovo di San Salvador, ucciso in odio alla fede mentre stava celebrando l’Eucaristia. Questo zelante pastore, sull’esempio di Gesù, ha scelto di essere in mezzo al suo popolo, specialmente ai poveri e agli oppressi, anche a costo della vita. La Suora è suor Irene Stefani, italiana, delle Missionarie della Consolata, che ha servito la popolazione keniota con gioia, misericordia e tenera compassione. L’esempio eroico di questi Beati susciti in ciascuno di noi il vivo desiderio di testimoniare il Vangelo con coraggio e abnegazione.
Saluto tutti voi, cari romani e pellegrini: le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni. In particolare, i fedeli provenienti dalla Bretagna, da Barcellona, e da Freiburg, e il coro dei ragazzi di Herxheim. Saluto la comunità Dominicana di Roma, i fedeli di Cervaro (Frosinone), i militari dell’Aeronautica di stanza a Napoli, la Sacra Corale Jonica e i cresimandi di Pievidizzio (Brescia).
Oggi, nel giorno della festa di Maria Ausiliatrice, saluto la comunità salesiana: che il Signore gli dia la forza per portare avanti lo Spirito di San Giovanni Bosco.
E a tutti voi auguro una buona domenica di Pentecoste. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.
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Lettera di P. Aldo Trento 20.05.2015 (Interventi 209)

Cari amici se non guardiamo a Cristo come potremmo dire che la vita e´bella?
La foto che vi mando e´di uno dei miei bambini. Era il giorno del mio compleanno e stavo celebrando la messa. Arrivati all'offertorio due bambini portano all'altare il pane e il vino e una educatrice mi porta il piccolo Cesare di due anni ammalato. Lo metto sull'altare dove sto celebrando il sacrificio eucaristico e lo offro al Padre con il pane e il vino. In quel momento sentivo vibrare in me il sacrificio di Gesù. Offrivo Cesare al Padre che lo invio al mondo come suo figlio Gesù per redimerci dei nostri peccati. 
In questi giorni Cesare e´tornato al Padre. Il suo sacrificio in espiazione dei miei e tuoi peccati si è compiuto, quel volto cosi tenero d´improvviso si è fatto freddo quei due occhi bellissimi si sono spenti. La sua povera mamma: "Ero tutto quello che avevo...". 
Perche? Una domanda dura come il granito alla quale ognuno deve rispondere e non girare pagina continuando a vivere borghesemente la nostra vita. Cesare se ne è andato e dietro di Lui ci sono ancora tre bambini che aspettano.
E´un grande dolore e vi giuro che non avessi incontrato Gesù non permetterei a nessuno dire che la vita è bella.
Ogni giorno sono immerso nel dolore.
Oggi abbiamo portato urgentemente in ospedale Gustavo, nove anni solo, ammalato di leucemia e di Aids. E' venuto al mondo con questi due terribili regali.
Perche  "Se non fossi tuo O Gesù sarei una creatura finita". 
Pregate per me perché la croce pesa e i miei occhi hanno bisogno di stare sempre fissi in Gesù Crucifisso e Risorto.
Vi affido i miei bambini spesso vittime dei peggiori abusi.
La nostra preghiera per i bambini del medio oriente e´continua.
P.Aldo
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domenica 17 maggio 2015

Ascensione del Signore 17/5/2015 (Angelus 247)

Al termine di questa celebrazione, desidero salutare tutti voi che siete venuti a rendere omaggio alle nuove Sante, in modo particolare le Delegazioni ufficiali di Palestina, Francia, Italia, Israele e Giordania. Saluto con affetto i Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, come pure le figlie spirituali delle quattro Sante. Per loro intercessione, il Signore conceda un nuovo impulso missionario ai rispettivi Paesi di origine. Ispirandosi al loro esempio di misericordia, di carità e di riconciliazione, i cristiani di queste terre guardino con speranza al futuro, proseguendo nel cammino della solidarietà e della convivenza fraterna.
Estendo il mio saluto alle famiglie, ai gruppi parrocchiali, alle associazioni e alle scuole presenti, in particolare ai cresimandi dell’Arcidiocesi di Genova. Un pensiero speciale rivolgo ai fedeli della Repubblica Ceca, riuniti nel santuario di Svaty Kopećek, presso Olomuc, che oggi ricordano il ventennale della visita di san Giovanni Paolo II.
Ieri, a Venezia è stato proclamato Beato il sacerdote Luigi Caburlotto, parroco, educatore e fondatore delle Figlie di San Giuseppe. Rendiamo grazie a Dio per questo esemplare Pastore, che condusse un’intensa vita spirituale e apostolica, tutto dedito al bene delle anime.
Vorrei anche invitare a pregare per il caro popolo del Burundi, che sta vivendo un momento delicato: il Signore aiuti tutti a fuggire la violenza e ad agire responsabilmente per il bene del Paese.
Con amore filiale ci rivolgiamo ora alla Vergine Maria, Madre della Chiesa, Regina dei Santi e modello di tutti i cristiani.
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domenica 10 maggio 2015

Domenica 6^ di Pasqua 10/5/2015 (Angelus 246)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di oggi – Giovanni, capitolo 15 – ci riporta nel Cenacolo, dove ascoltiamo il comandamento nuovo di Gesù. Dice così: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi» (v. 12). E, pensando al sacrificio della croce ormai imminente, aggiunge: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando» (vv.13-14). Queste parole, pronunciate durante l’Ultima Cena, riassumono tutto il messaggio di Gesù; anzi, riassumono tutto ciò che Lui ha fatto: Gesù ha dato la vita per i suoi amici. Amici che non lo avevano capito, che nel momento cruciale lo hanno abbandonato, tradito e rinnegato. Questo ci dice che Egli ci ama pur non essendo noi meritevoli del suo amore: così ci ama Gesù!
In questo modo, Gesù ci mostra la strada per seguirlo, la strada dell’amore. Il suo comandamento non è un semplice precetto, che rimane sempre qualcosa di astratto o di esteriore rispetto alla vita. Il comandamento di Cristo è nuovo perché Lui per primo lo ha realizzato, gli ha dato carne, e così la legge dell’amore è scritta una volta per sempre nel cuore dell’uomo (cfr Ger 31,33). E come è scritta? E’ scritta con il fuoco dello Spirito Santo. E con questo stesso Spirito, che Gesù ci dona, possiamo camminare anche noi su questa strada!
E’ una strada concreta, una strada che ci porta ad uscire da noi stessi per andare verso gli altri. Gesù ci ha mostrato che l’amore di Dio si attua nell’amore del prossimo. Tutti e due vanno insieme. Le pagine del Vangelo sono piene di questo amore: adulti e bambini, colti e ignoranti, ricchi e poveri, giusti e peccatori hanno avuto accoglienza nel cuore di Cristo.
Dunque, questa Parola del Signore ci chiama ad amarci gli uni gli altri, anche se non sempre ci capiamo, non sempre andiamo d’accordo… ma è proprio lì che si vede l’amore cristiano. Un amore che si manifesta anche se ci sono differenze di opinione o di carattere, ma l’amore è più grande di queste differenze! E’ questo l’amore che ci ha insegnato Gesù. E’ un amore nuovo perché rinnovato da Gesù e dal suo Spirito. E’ un amore redento, liberato dall’egoismo. Un amore che dona al nostro cuore la gioia, come dice Gesù stesso: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (v.11).
È proprio l’amore di Cristo, che lo Spirito Santo riversa nei nostri cuori, a compiere ogni giorno prodigi nella Chiesa e nel mondo. Sono tanti piccoli e grandi gesti che obbediscono al comandamento del Signore: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (cfrGv 15,12). Gesti piccoli, di tutti i giorni, gesti di vicinanza a un anziano, a un bambino, a un ammalato, a una persona sola e in difficoltà, senza casa, senza lavoro, immigrata, rifugiata… Grazie alla forza di questa Parola di Cristo, ognuno di noi può farsi prossimo verso il fratello e la sorella che incontra. Gesti di vicinanza, di prossimità. In questi gesti si manifesta l’amore che Cristo ci ha insegnato.
Ci aiuti in questo la nostra Madre Santissima, perché nella vita quotidiana di ognuno di noi l’amore di Dio e l’amore del prossimo siano sempre uniti.

Dopo il Regina Coeli:
Cari fratelli e sorelle!
Saluto tutti voi, famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e pellegrini provenienti dall’Italia e da tante parti del mondo, in particolare da Madrid, da Portorico e dalla Croazia. Saluto i fedeli di Guidonia e di Portici; le scolaresche da Carrara, Bitonto e Lecco. Un pensiero speciale ai giovani della diocesi di Orvieto-Todi, accompagnati dal loro Pastore Mons. Tuzia: siate cristiani coraggiosi e testimoni di speranza!
Saluto il Corpo Forestale dello Stato, che organizza la festa nazionale delle Riserve Naturali per la riscoperta e il rispetto delle bellezze del creato; i partecipanti al convegno promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana a sostegno di una scuola di qualità e aperta alle famiglie; la delegazione di donne della “Komen Italia”, associazione per la lotta ai tumori del seno; e quanti hanno preso parte all’iniziativa per la vita svoltasi questa mattina a Roma: è importante collaborare insieme per difendere e promuovere la vita.
E, parlando di vita, oggi in tanti Paesi si celebra la festa della mamma: ricordiamo con gratitudine e affetto tutte le mamme. Ora mi rivolgo alle mamme che stanno qui in Piazza: ce ne sono? Sì? Ce ne sono, mamme? Un applauso per loro, per le mamme che sono in Piazza … E questo applauso abbracci tutte le mamme, tutte le nostre care mamme: quelle che vivono con noi fisicamente, ma anche quelle che vivono con noi spiritualmente. Il Signore le benedica tutte, e la Madonna, alla quale questo mese è dedicato, le custodisca.
A tutti auguro una buona domenica – un po’ calda… -. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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Domenica 5^ di Pasqua 3/5/2015 (Angelus 245)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di oggi ci presenta Gesù durante l’Ultima Cena, nel momento in cui sa che la morte è ormai vicina. E’ giunta la sua “ora”. Per l’ultima volta Egli sta con i suoi discepoli, e allora vuole imprimere bene nella loro mente una verità fondamentale: anche quando Lui non sarà più fisicamente in mezzo a loro, essi potranno restare ancora uniti a Lui in un modo nuovo, e così portare molto frutto. Tutti possiamo essere uniti a Gesù in un modo nuovo. Se al contrario uno perdesse questa unione con Lui, questa comunione con Lui, diventerebbe sterile, anzi, dannoso per la comunità. E per esprimere questa realtà, questo modo nuovo di essere uniti a Lui, Gesù usa l’immagine della vite e dei tralci e dice così: «Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci» (Gv 15, 4-5). Con questa figura ci insegna come rimanere in Lui, essere uniti a Lui, benché Lui non sia fisicamente presente.
Gesù è la vite, e attraverso di Lui – come la linfa nell’albero – passa ai tralci l’amore stesso di Dio, lo Spirito Santo. Ecco: noi siamo i tralci, e attraverso questa parabola Gesù vuole farci capire l’importanza di rimanere uniti a Lui. I tralci non sono autosufficienti, ma dipendono totalmente dalla vite, in cui si trova la sorgente della loro vita. Così è per noi cristiani. Innestati con il Battesimo in Cristo, abbiamo ricevuto da Lui gratuitamente il dono della vita nuova; e possiamo restare in comunione vitale con Cristo. Occorre mantenersi fedeli al Battesimo, e crescere nell’amicizia con il Signore mediante la preghiera, la preghiera di tutti i giorni, l’ascolto e la docilità alla sua Parola - leggere il Vangelo -, la partecipazione ai Sacramenti, specialmente all’Eucaristia e alla Riconciliazione.
Se uno è intimamente unito a Gesù, gode dei doni dello Spirito Santo, che – come ci dice san Paolo – sono «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Questi sono i doni che ci vengono se noi rimaniamo uniti a Gesù; e di conseguenza una persona che è così unita a Lui fa tanto bene al prossimo e alla società, è una persona cristiana. Da questi atteggiamenti, infatti, si riconosce se uno è un vero cristiano, come dai frutti si riconosce l’albero. I frutti di questa unione profonda con Gesù sono meravigliosi: tutta la nostra persona viene trasformata dalla grazia dello Spirito: anima, intelligenza, volontà, affetti, e anche il corpo, perché noi siamo unità di spirito e corpo. Riceviamo un nuovo modo di essere, la vita di Cristo diventa nostra: possiamo pensare come Lui, agire come Lui, vedere il mondo e le cose con gli occhi di Gesù. Di conseguenza, possiamo amare i nostri fratelli, a partire dai più poveri e sofferenti, come ha fatto Lui, e amarli con il suo cuore e portare così nel mondo frutti di bontà, di carità e di pace.
Ciascuno di noi è un tralcio dell’unica vite; e tutti insieme siamo chiamati a portare i frutti di questa comune appartenenza a Cristo e alla Chiesa. Affidiamoci all’intercessione della Vergine Maria, affinché possiamo essere tralci vivi nella Chiesa e testimoniare in modo coerente la nostra fede - coerenza proprio di vita e di pensiero, di vita e di fede -, consapevoli che tutti, a seconda delle nostre vocazioni particolari, partecipiamo all’unica missione salvifica di Cristo.

Dopo il Regina Coeli:
Cari fratelli e sorelle,
provenienti dall'Italia e da tante parti del mondo, a tutti e a ciascuno rivolgo un cordiale saluto!
Ieri a Torino è stato proclamato Beato Luigi Bordino, laico consacrato della Congregazione dei Fratelli di San Giuseppe Benedetto Cottolengo. Egli ha dedicato la sua vita alle persone malate e sofferenti, e si è speso senza sosta in favore dei più poveri, medicando e lavando le loro piaghe. Ringraziamo il Signore per questo suo umile e generoso discepolo.
Un saluto speciale va oggi all’Associazione Méter, nella Giornata dei bambini vittime della violenza. Vi ringrazio per l’impegno con cui cercate di prevenire questi crimini. Tutti dobbiamo impegnarci affinché ogni persona umana, e specialmente i bambini, sia sempre difesa e protetta.
Saluto con affetto tutti i pellegrini oggi presenti, davvero troppi per nominare ogni gruppo! Ma almeno spero che il Coro San Biagio canti un po’. Saluto quelli provenienti da Amsterdam, Zagabria, Litija (in Slovenia), Madrid, e Lugo, pure in Spagna. Accolgo con gioia i tantissimi italiani: le parrocchie, le associazioni e le scuole. Un pensiero particolare per i ragazzi e le ragazze che hanno ricevuto o riceveranno la Cresima.
A tutti auguro una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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martedì 28 aprile 2015

La gloria di Dio è l’uomo realizzato (Contributi 999)

Con ritardo,ma per fortuna le cose belle non scadono, vi propongo l'omelia tenuta da Mons. Camisasca (vescovo di Reggio Emilia/Guastalla) lo scorso 20 febbraio in occasione del X anniversario della scomparsa di Mons. Luigi Giussani:

Cari fratelli e sorelle,
Cari amici,
nel X anniversario dalla morte di don Giussani desidero ricordarlo assieme a voi per il grande contributo, oggi più che mai attuale, che egli ha dato al rinnovamento della Chiesa. Don Giussani fu certamente un grande riformatore. Anche se egli non usò quasi mai questa parola, in realtà tutto l’intento della sua vita fu di rivelare la freschezza e il fascino originario della vita cristiana. Egli scoprì che il cristianesimo è un avvenimento, cioè l’incontro con una persona presente carica di un’attrattiva misteriosa capace di mutare completamente l’orientamento della vita. Chi incontra Gesù diventa uomo. Riceve un’esistenza cento volte più intensa e più vera: nel campo delle conoscenze, degli affetti, della realizzazione di sé.
Il fondatore di Comunione e Liberazione ha avuto il grande merito di mostrare – in un tempo in cui si moltiplicavano i dibattiti teologici infra ed extra ecclesiali, e intanto si ponevano le premesse della contestazione del ’68 – che il cristianesimo non è innanzitutto una dottrina o una serie di norme da seguire per meritare un premio nell’aldilà. Il cristianesimo è una vita nuova, realizzata, che comincia quaggiù, sulla terra.
La convenienza umana e la pienezza di vita che è possibile sperimentare seguendo Gesù erano continuamente al centro del suo insegnamento e della sua testimonianza. In questo senso possiamo affermare che un primo grande contributo di Giussani alla riforma nella Chiesa sia stata la sua battaglia contro l’intellettualismo, lo spiritualismo e il legalismo allora, come oggi, molto diffusi. Una lotta che egli ha combattuto attraverso l’educazione dei giovani, creando luoghi di comunione vera, dove era possibile sperimentare la stessa vita che gli apostoli avevano vissuto con Gesù, mostrando quindi la bellezza e l’umanità di Cristo e della Chiesa, suo Corpo.
Ascoltandolo commentare il Vangelo, si veniva trasportati in Palestina, sulle rive del Giordano, a Gerusalemme, nell’animo e nella mente di Gesù e degli apostoli, senza peraltro venire mai alienati dalla realtà presente. Anzi: stando accanto a don Giussani si percepiva, in modo quasi naturale, un filo diretto che legava quegli avvenimenti e la realtà presente. Il giudizio sull’attualità o sulle scelte personali o comunitarie da compiere era sempre determinato dall’immedesimazione con l’esperienza originaria del cristianesimo.
«Io non voglio vivere inutilmente: è la mia ossessione. E poi tra due amici profondi cosa si desidera? L’aspirazione dell’amicizia è l’unione, è quella di immedesimarsi, impastarsi, diventare la stessa persona, la stessa fisionomia dell’Amico: …ma Gesù è in croce… la gioia più grande della nostra vita è quella che ad ogni piccola o grande sofferenza ci fa scoprire: “ecco, ora sei più simile”, più “impastato con Lui”. La vita per la felicità degli uomini, per l’amicizia di Gesù»[1]. Sono parole che don Giussani scrive nel 1945 in una lettera ad un suo compagno di seminario. Era stato ordinato sacerdote tre mesi prima e aveva 23 anni. In questa lettera, che egli scrive mentre è costretto a letto da una malattia, si concentra tutto il suo cuore di uomo, di cristiano, di giovane sacerdote. Il desiderio di essere come Gesù, l’ardore missionario perché Egli sia conosciuto e amato, la percezione della comunione come ragione che vale qualsiasi sacrificio. Si può dire che tutta l’opera successiva di don Giussani, lo stesso movimento che da lui è nato, abbia nell’esperienza qui descritta il suo centro propulsore. “Tutto è nato dalla mia devozione al Sacro Cuore di Gesù”, ebbe a confidarmi un giorno.
Fin dagli anni di seminario il futuro sacerdote ambrosiano era stato folgorato dal mistero dell’Incarnazione, centro della storia del mondo, avvenimento che l’uomo, con tutti i suoi sforzi, non avrebbe potuto neppure immaginare. Ad esso tende ogni espressione autentica dello spirito umano, l’arte, la letteratura, la poesia, la musica, le religioni. Ad essa anelano il cuore e la ragione, l’affettività e la laboriosità umane. «Per farsi riconoscere Dio è entrato nella vita dell’uomo come uomo, secondo una forma umana […] che penetra i nostri occhi, che tocca il nostro cuore, che si può afferrare con le nostre braccia»[2]. È Gesù, la sua divino-umanità, che l’uomo cerca quando è acceso da un desiderio di bellezza, di verità, di giustizia, di bene, di libertà.
L’avvenimento del Dio incarnato, morto, risorto e presente oggi nella comunione di coloro che egli sceglie e mette assieme, illumina tutta la vita e conferisce ad essa la sua direzione. Soprattutto Gesù svela all’uomo il suo vero volto, il suo essere fatto ad immagine della Trinità e per questo destinato a compiersi solo in una comunione vissuta.
«Ciò di cui tutto è fatto è diventato uno di noi. Allora uno che lo incontra dovrebbe girare il mondo e gridarlo a tutti. Ma uno può girare il mondo gridandolo a tutti stando nel luogo in cui Cristo lo ha collocato»[3], aderendo cioè con tutto se stesso alla vocazione che Dio gli ha dato. Se dovessimo individuare un’espressione sintetica di tutta l’esperienza umana, cristiana ed ecclesiale di don Giussani, una parola attorno a cui tutto il suo insegnamento si può riassumere, dovremmo scegliere certamente la parola vocazione, vita come vocazione. Questa espressione sulle sue labbra si liberava da ogni incrostazione clericale e tornava ad essere il cuore dell’esperienza umana tout-court. «Dio mi ha chiamato dal nulla, fra miliardi di esseri possibili, Egli ha scelto, e ha chiamato me. La mia vita è costituita da quella chiamata. […] La mia vita è risposta obbligatoria a quella Voce che chiama. […] La vita è vocazione. E il senso delle cose e delle circostanze è quello di essere come parole in cui si articola il suono di quella voce ineffabile»[4]. Vocazione è dunque, innanzitutto, la vita. Ma «perché la gloria di Cristo appaia come la forma e il contenuto di tutte le cose […] c’è, operata da Dio, […] una scelta o elezione»[5].
L’adesione alla vocazione, la scoperta del proprio posto nel mondo, coincide con la propria realizzazione ed è, nello stesso tempo, la testimonianza più grande resa a Dio: gloria Dei vivens homo, la gloria di Dio è l’uomo realizzato[6].
Don Giussani è stato un grande suscitatore di vocazioni laicali, sacerdotali e religiose. Guardando a lui migliaia di giovani hanno scoperto la propria strada e molti di essi hanno letteralmente rifondato o rinvigorito ordini religiosi arrivati ormai al lumicino.
Anche in questo senso don Giussani rimane uno dei più grandi riformatori del Novecento.
Ringraziamo il Signore per il grande dono che ha fatto alla nostra vita e alla Chiesa intera con don Giussani e, soprattutto durante questa Quaresima, chiediamo la grazia di recuperare continuamente, nella conversione del cuore e nella preghiera, la comunione che il Servo di Dio ci ha insegnato a vivere.
[1] L. Giussani, Lettere di fede e di amicizia. Ad Angelo Majo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, 33.
[2] L. Giussani – S. Alberto – J. Prades, Generare tracce nella storia del mondo. Nuove tracce d’esperienza cristiana, Rizzoli, Milano 1998, 24.
[3] L. Giussani, citato in A. Savorana, Vita di don Giussani, 39.
[4] L. Giussani, Vita come vocazione, in «Ora et labora», 14 (1959), 2, 2-4. Ora in L. Giussani, Porta la speranza, Marietti, Genova 1997, 164.
[5] L. Giussani, Il tempo e il tempio, BUR, Milano 1995, 14.
[6] Ireneo di Lione, Adversus Haereses, IV, 20, 7: Sch 100/2, 648-649.
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lunedì 27 aprile 2015

Domenica 4^ di Pasqua 26/4/2015 (Angelus 244)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
La Quarta Domenica di Pasqua – questa -, detta “Domenica del Buon Pastore”, ogni anno ci invita a riscoprire, con stupore sempre nuovo, questa definizione che Gesù ha dato di sé stesso, rileggendola alla luce della sua passione, morte e risurrezione. «Il buon pastore offre la vita per le pecore» (Gv 10,11): queste parole si sono realizzate pienamente quando Cristo, obbedendo liberamente alla volontà del Padre, si è immolato sulla Croce. Allora diventa completamente chiaro che cosa significa che Egli è “il buon pastore”: dà la vita, ha offerto la sua vita in sacrificio per tutti noi: per te, per te, per te, per me, per tutti! E per questo è il buon pastore!
Cristo è il pastore vero, che realizza il modello più alto di amore per il gregge: Egli dispone liberamente della propria vita, nessuno gliela toglie (cfr v. 18), ma la dona a favore delle pecore (v. 17). In aperta opposizione ai falsi pastori, Gesù si presenta come il vero e unico pastore del popolo: il cattivo pastore pensa a sé stesso e sfrutta le pecore; il pastore buono pensa alle pecore e dona sé stesso. A differenza del mercenario, Cristo pastore è una guida premurosa che partecipa alla vita del suo gregge, non ricerca altro interesse, non ha altra ambizione che quella di guidare, nutrire e proteggere le sue pecore. E tutto questo al prezzo più alto, quello del sacrificio della propria vita.
Nella figura di Gesù, pastore buono, noi contempliamo la Provvidenza di Dio, la sua sollecitudine paterna per ciascuno di noi. Non ci lascia da soli! La conseguenza di questa contemplazione di Gesù Pastore vero e buono, è l’esclamazione di commosso stupore che troviamo nella seconda Lettura dell’odierna liturgia: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre…» (1 Gv 3,1). È davvero un amore sorprendente e misterioso, perché donandoci Gesù come Pastore che dà la vita per noi, il Padre ci ha dato tutto ciò che di più grande e prezioso poteva darci! È l’amore più alto e più puro, perché non è motivato da alcuna necessità, non è condizionato da alcun calcolo, non è attratto da alcun interessato desiderio di scambio. Di fronte a questo amore di Dio, noi sperimentiamo una gioia immensa e ci apriamo alla riconoscenza per quanto abbiamo ricevuto gratuitamente.
Ma contemplare e ringraziare non basta. Occorre anche seguire il Buon Pastore. In particolare, quanti hanno la missione di guide nella Chiesa – sacerdoti, Vescovi, Papi – sono chiamati ad assumere non la mentalità del manager ma quella del servo, a imitazione di Gesù che, spogliando sé stesso, ci ha salvati con la sua misericordia. A questo stile di vita pastorale, di buon pastore, sono chiamati anche i nuovi sacerdoti della diocesi di Roma, che ho avuto la gioia di ordinare questa mattina nella Basilica di San Pietro.
E due di loro si affacceranno per ringraziarvi per le vostre preghiere e per salutarvi… [due sacerdoti neo-ordinati si affacciano accanto al Santo Padre]
Maria Santissima ottenga per me, per i Vescovi e per i sacerdoti di tutto il mondo la grazia di servire il popolo santo di Dio mediante la gioiosa predicazione del Vangelo, la sentita celebrazione dei Sacramenti e la paziente e mite guida pastorale.

Dopo il Regina Coeli:
Cari fratelli e sorelle,
desidero assicurare la mia vicinanza alle popolazioni colpite da un forte terremoto in Nepal e nei Paesi confinanti. Prego per le vittime, per i feriti e per tutti coloro che soffrono a causa di questa calamità. Abbiano il sostegno della solidarietà fraterna. E preghiamo la Madonna perché sia loro vicino. “Ave Maria…”.
Oggi, in Canada, viene proclamata Beata Maria Elisa Turgeon, fondatrice della Suore di Nostra Signora del Santo Rosario di San Germano: una religiosa esemplare, dedita alla preghiera, all’insegnamento nei piccoli centri della sua diocesi e alle opere di carità. Rendiamo grazie al Signore per questa donna, modello di vita consacrata a Dio e di generoso impegno al servizio del prossimo.
Saluto con affetto tutti i pellegrini provenienti da Roma, dall’Italia e da vari Paesi, in particolare quelli venuti numerosi dalla Polonia in occasione del primo anniversario della canonizzazione di Giovanni Paolo II. Carissimi, risuoni sempre nei vostri cuori il suo richiamo: “Aprite le porte a Cristo!”, che diceva con quella voce forte e santa che lui aveva. Il Signore benedica voi e le vostre famiglie e la Madonna vi protegga.
Saluto i fedeli di Budapest, Madrid, Burgos, Bratislava e Il Cairo; come pure quelli di Trieste, Giovinazzo, Gorga, Gorlago, Pesaro, Lamezia Terme. Saluto i giovani di Niscemi e Trezzano Rosa, e i ragazzi dei vicariati di Casalpusterlengo e Codogno, che stanno per rinnovare la professione di fede.
A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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domenica 26 aprile 2015

Le croci nel cuore (Contributi 998)

Traggo dal sito della Fraternità Sacerdotale San Carlo questa lettera da Novosibirsk del seminarista Michele Baggi


Pochi giorni prima dello scorso Natale, i sacerdoti con cui vivo nella casa della Fraternità a Novosibirsk chiedono la mia disponibilità ad accompagnare don Francesco Bertolina durante le sue visite ai villaggi della diocesi. Io dico di sì. Durante il viaggio in direzione di Polovinnoe, 300 chilometri a ovest del capoluogo, ad un certo punto don Francesco accosta a lato della strada deserta. È già buio, sopra la steppa il cielo è limpido. Alzo lo sguardo e trovo davanti a me una stellata incredibile: difficile riconoscere le costellazioni, tante sono le stelle che si vedono. Il cielo è così vicino che sembra di poterlo toccare con le mani. Gli occhi fissi allo zenit, riconosciamo chiaramente la lettera “M”, corrispondente alla W della costellazione di Cassiopea. Don Francesco sussurra: «Per me quella è la firma di Maria, Regina del cielo e della terra, iscritta nel firmamento, Lei che dall’alto del cielo ci guida e ci protegge». Diciamo assieme l’Angelus e ripartiamo. L’inizio è sempre un dono.
Per la solennità del Natale, desideriamo che le celebrazioni siano ordinate e belle. Tuttavia, le condizioni che troviamo spesso non corrispondono a ciò che abbiamo immaginato. La chiesa di Krasnozërskoe, per esempio, è finita all’esterno ma dentro mancano molte “rifiniture”: le porte interne, un crocifisso nell’abside e persino le luci alle pareti e sul soffitto. Per illuminare l’intera chiesa durante la messa di Natale, programmata per le 18, non bastano le luci dell’altare. Cinque minuti prima di iniziare, don Francesco rimedia un faretto da 500 watt: lo montiamo alla buona perché le persone riescano almeno a leggere e a distinguere le parole dei canti. Davanti all’altare, sistemiamo un tavolino con sopra un cuscino e una statuetta di Gesù Bambino. Finalmente la celebrazione può iniziare. Finita la messa, però, ci rendiamo conto che non c’è più nessuno che possa intonare i canti durante le altre celebrazioni. Francesco mi chiede se mi sento di farlo. Io, cantare in russo? Inizialmente sono raggelato, poi scopro in me un’inaspettata libertà dall’esito: mi preparo leggendo più volte i testi, in modo che la mia pronuncia non sia pessima, e lo faccio. Canto in russo.
Anche grazie a questa esperienza, capisco che il Signore non mi chiede la perfezione ma semplicemente la disponibilità a dire il mio «sì», ad offrire quel poco che posso dare. Il resto ce lo mette Lui. Sono stato contento della possibilità di vedere con quale dedizione don Francesco doni la vita per queste persone. Entrando nelle case per portare la comunione ai malati, ho visto le condizioni molto semplici e povere in cui vive la maggior parte della gente. Spesso, da queste parti, le situazioni familiari sono drammatiche, a causa soprattutto della mancanza di una figura paterna. A Karasuk abbiamo celebrato la messa in casa di una giovane madre il cui marito è morto per l’abuso di alcol. La figlia di undici anni, Elisa, ci ha accolto regalandoci dei piccoli oggetti che aveva fatto a mano con la pasta di sale. Così, una volta tornati a Novosibirsk, abbiamo pensato di prendere qualche libretto per ragazzi sulla vita dei santi, per regalarli ad Elisa alla nostra prossima visita.
Mi commuove lo sguardo di don Francesco verso queste persone: ben sapendo di non poter risolvere i loro problemi e i loro drammi, offre una compagnia, un’amicizia che renda loro presente la misericordia di Dio. Nonostante questo, vedendo un giorno le pochissime anziane che partecipavano alla messa, mi sono chiesto: dopo ventiquattro anni di missione qui, dove si può vedere il centuplo promesso? Come per rispondere alla mia domanda inespressa, una mattina, mentre prima dell’alba ci prepariamo per andare a Karasuk, don Francesco esordisce con questa riflessione: «Com’è possibile che dopo tanti anni io ami questa gente di più e non di meno?». Le sue parole mi scuotono. Penso che solo Cristo può donare al cuore questa letizia. Ne ho trovato conferma durante i lunghi viaggi in cui, mentre guida, don Francesco condivide con me ciò che vive, la bellezza e le fatiche dei suoi rapporti con le persone. Di ciascuno, mi racconta come si sono incontrati, la storia. E mi parla anche dei tanti che, dopo anni di amicizia, sono spariti. Ama la poesia, don Francesco, e, parafrasando San Martino del Carso di Ungaretti, mi dice: «Nel mio cuore nessuna croce manca, è il mio cuore il paese più popolato». Lui porta nel suo cuore tutti i volti incontrati, anche se lo hanno abbandonato: li custodisce dentro il suo rapporto con Cristo.



Domenica 3^ di Pasqua 19/4/2015 (Angelus 243)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nelle Letture bibliche della liturgia di oggi risuona per due volte la parola “testimoni”. La prima volta è sulle labbra di Pietro: egli, dopo la guarigione del paralitico presso la porta del tempio di Gerusalemme, esclama: «Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni» (At 3,15). La seconda volta è sulle labbra di Gesù risorto: Egli, la sera di Pasqua, apre la mente dei discepoli al mistero della sua morte e risurrezione e dice loro: «Di questo voi siete testimoni» (Lc 24,48). Gli Apostoli, che videro con i propri occhi il Cristo risorto, non potevano tacere la loro straordinaria esperienza. Egli si era mostrato ad essi affinché la verità della sua risurrezione giungesse a tutti mediante la loro testimonianza. E la Chiesa ha il compito di prolungare nel tempo questa missione; ogni battezzato è chiamato a testimoniare, con le parole e con la vita, che Gesù è risorto, che Gesù è vivo e presente in mezzo a noi. Tutti noi siamo chiamati a dare testimonianza che Gesù è vivo.
Possiamo domandarci: ma chi è il testimone? Il testimone è uno che ha visto, che ricorda e racconta. Vedere, ricordare e raccontare sono i tre verbi che ne descrivono l’identità e la missione. Il testimone è uno che ha visto, con occhio oggettivo, ha visto una realtà, ma non con occhio indifferente; ha visto e si è lasciato coinvolgere dall’evento. Per questo ricorda, non solo perché sa ricostruire in modo preciso i fatti accaduti, ma anche perché quei fatti gli hanno parlato e lui ne ha colto il senso profondo. Allora il testimone racconta, non in maniera fredda e distaccata, ma come uno che si è lasciato mettere in questione, e da quel giorno ha cambiato vita. Il testimone è uno che ha cambiato vita.
Il contenuto della testimonianza cristiana non è una teoria, non è un’ideologia o un complesso sistema di precetti e divieti oppure un moralismo, ma è un messaggio di salvezza, un evento concreto, anzi una Persona: è Cristo risorto, vivente e unico Salvatore di tutti. Egli può essere testimoniato da quanti hanno fatto esperienza personale di Lui, nella preghiera e nella Chiesa, attraverso un cammino che ha il suo fondamento nel Battesimo, il suo nutrimento nell’Eucaristia, il suo sigillo nella Confermazione, la sua continua conversione nella Penitenza. Grazie a questo cammino, sempre guidato dalla Parola di Dio, ogni cristiano può diventare testimone di Gesù risorto. E la sua testimonianza è tanto più credibile quanto più traspare da un modo di vivere evangelico, gioioso, coraggioso, mite, pacifico, misericordioso. Se invece il cristiano si lascia prendere dalle comodità, dalla vanità, dall’egoismo, se diventa sordo e cieco alla domanda di “risurrezione” di tanti fratelli, come potrà comunicare Gesù vivo, come potrà comunicare la potenza liberatrice di Gesù vivo e la sua tenerezza infinita?
Maria nostra Madre ci sostenga con la sua intercessione, affinché possiamo diventare, con i nostri limiti, ma con la grazia della fede, testimoni del Signore risorto, portando alle persone che incontriamo i doni pasquali della gioia e della pace.

Dopo il Regina Coeli:
Cari fratelli e sorelle,
stanno giungendo in queste ore notizie relative ad una nuova tragedia nelle acque del Mediterraneo. Un barcone carico di migranti si è capovolto la scorsa notte a circa 60 miglia dalla costa libica e si teme vi siano centinaia di vittime. Esprimo il mio più sentito dolore di fronte a una tale tragedia ed assicuro per gli scomparsi e le loro famiglie il mio ricordo e la mia preghiera. Rivolgo un accorato appello affinché la comunità internazionale agisca con decisione e prontezza, onde evitare che simili tragedie abbiano a ripetersi. Sono uomini e donne come noi, fratelli nostri che cercano una vita migliore, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerre; cercano una vita migliore. Cercavano la felicità... Vi invito a pregare in silenzio, prima, e poi tutti insieme per questi fratelli e sorelle.
Ave Maria…
Rivolgo un cordiale saluto a tutti voi, venuti dall’Italia e da tante parti del mondo: ai pellegrini della Diocesi de Santo André, in Brasile; a quelli di Berlino, Monaco e Colonia; agli studenti di Grafton (Australia), e di Sant Feliu de Llobregat (Spagna). Saluto i polacchi della diocesi di Rzeszów e sono vicino ai partecipanti alla “Marcia per la santità della vita” che si svolge a Varsavia, incoraggiando a difendere e promuovere sempre la vita umana.
Saluto l’Azione Cattolica di Formia; i fedeli di Milano, Lodi, Limbiate e Torre Boldone (Bergamo); i ragazzi di Torino, Senigallia, Almenno San Salvatore, Villafontana e Gràssina; i giovani di Noventa Vicentina e Catania; il Coro di Trecate e i soci del Lions Club.
Un saluto speciale al gruppo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, in occasione dell’odierna Giornata Nazionale di sostegno a questo grande Ateneo. È importante che esso possa continuare a formare i giovani ad una cultura che coniughi fede e scienza, etica e professionalità.
Oggi inizia a Torino la solenne ostensione della sacra Sindone. Anch’io, a Dio piacendo, mi recherò a venerarla il prossimo 21 giugno. Auspico che questo atto di venerazione ci aiuti tutti a trovare in Gesù Cristo il Volto misericordioso di Dio, e a riconoscerlo nei volti dei fratelli, specialmente i più sofferenti.
Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Auguro a tutti una buona domenica e un buon pranzo.
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Domenica 2^ di Pasqua (Divina Misericordia) 12/4/2015 (Angelus 243)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Oggi è l’ottavo giorno dopo la Pasqua, e il Vangelo di Giovanni ci documenta le due apparizioni di Gesù Risorto agli Apostoli riuniti nel Cenacolo: quella della sera di Pasqua, assente Tommaso, e quella dopo otto giorni, presente Tommaso. La prima volta, il Signore mostrò le ferite del suo corpo ai discepoli, fece il segno di soffiare su di loro e disse: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). Trasmette ad essi la sua stessa missione, con la forza dello Spirito Santo.
Ma quella sera mancava Tommaso, il quale non volle credere alla testimonianza degli altri. “Se non vedo e non tocco le sue piaghe – disse –, io non credo” (cfr Gv 20,25). Otto giorni dopo – cioè proprio come oggi – Gesù ritorna a presentarsi in mezzo ai suoi e si rivolge subito a Tommaso, invitandolo a toccare le ferite delle sue mani e del suo fianco. Viene incontro alla sua incredulità, perché, attraverso i segni della passione, possa raggiungere la pienezza della fede pasquale, cioè la fede nella risurrezione di Gesù.
Tommaso è uno che non si accontenta e cerca, intende verificare di persona, compiere una propria esperienza personale. Dopo le iniziali resistenze e inquietudini, alla fine arriva anche lui a credere, pur avanzando con fatica, ma arriva alla fede. Gesù lo attende pazientemente e si offre alle difficoltà e alle insicurezze dell’ultimo arrivato. Il Signore proclama “beati” quelli che credono senza vedere (cfr v. 29) – e la prima di questi è Maria sua Madre –, però viene incontro anche all’esigenza del discepolo incredulo: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani…» (v. 27). Al contatto salvifico con le piaghe del Risorto, Tommaso manifesta le proprie ferite, le proprie piaghe, le proprie lacerazioni, la propria umiliazione; nel segno dei chiodi trova la prova decisiva che era amato, che era atteso, che era capito. Si trova di fronte un Messia pieno di dolcezza, di misericordia, di tenerezza. Era quello il Signore che cercava, lui, nelle profondità segrete del proprio essere, perché aveva sempre saputo che era così. E quanti di noi cerchiamo nel profondo del cuore di incontrare Gesù, così come è: dolce, misericordioso, tenero! Perché noi sappiamo, nel profondo, che Lui è così. Ritrovato il contatto personale con l’amabilità e la misericordiosa pazienza del Cristo, Tommaso comprende il significato profondo della sua Risurrezione e, intimamente trasformato, dichiara la sua fede piena e totale in Lui esclamando: «Mio Signore e mio Dio!» (v. 28). Bella, bella espressione, questa di Tommaso!
Egli ha potuto “toccare” il Mistero pasquale che manifesta pienamente l’amore salvifico di Dio, ricco di misericordia (cfr Ef 2,4). E come Tommaso anche tutti noi: in questa seconda Domenica di Pasqua siamo invitati a contemplare nelle piaghe del Risorto la Divina Misericordia, che supera ogni umano limite e risplende sull’oscurità del male e del peccato. Un tempo intenso e prolungato per accogliere le immense ricchezze dell’amore misericordioso di Dio sarà il prossimo Giubileo Straordinario della Misericordia, la cui Bolla di indizione ho promulgato ieri sera qui, nella Basilica di San Pietro. Quella Bolla incomincia con le parole Misericordiae Vultus: il Volto della Misericordia è Gesù Cristo. Teniamo lo sguardo rivolto a Lui, che sempre ci cerca, ci aspetta, ci perdona; tanto misericordioso, non si spaventa delle nostre miserie. Nelle sue piaghe ci guarisce e perdona tutti i nostri peccati. E la Vergine Madre ci aiuti ad essere misericordiosi con gli altri come Gesù lo è con noi.

Dopo il Regina Coeli:
Cari fratelli e sorelle,
rivolgo un cordiale saluto a voi fedeli di Roma e a voi venuti da tante parti del mondo. Saluto i pellegrini della diocesi di Metuchen (Stati Uniti d’America), le Ancelle del Bambino Gesù provenienti dalla Croazia, le Figlie della Divina Carità, i gruppi parrocchiali di Forlì e Gravina di Puglia, e tutti i ragazzi e giovani presenti, in particolare gli alunni della scuola “Figlie di Gesù” di Modena, quelli del “Liceo Verga” di Adriano e i cresimandi di Palestrina. Saluto i pellegrini che hanno partecipato alla Santa Messa presieduta dal Cardinale Vicario di Roma nella chiesa di Santo Spirito in Sassia, centro di devozione alla Divina Misericordia.
Saluto le comunità neocatecumenali di Roma, che iniziano oggi una speciale missione nelle piazze della Città per pregare e dare testimonianza della fede.
Rivolgo un cordiale augurio ai fedeli delle Chiese d’Oriente che, secondo il loro calendario, celebrano oggi la Santa Pasqua. Mi unisco alla gioia del loro annuncio del Cristo Risorto: Christós anésti! Salutiamo i nostri fratelli di Oriente in questo giorno della loro Pasqua, con un applauso, tutti!
Rivolgo anche un sentito saluto ai fedeli armeni, che sono venuti a Roma e hanno partecipato alla Santa Messa con la presenza dei miei fratelli, i tre Patriarchi, e numerosi Vescovi.
Nelle settimane scorse mi sono arrivati da ogni parte del mondo tanti messaggi di auguri pasquali. Con gratitudine li ricambio a tutti. Desidero ringraziare di cuore i bambini, gli anziani, le famiglie, le diocesi, le comunità parrocchiali e religiose, gli enti e le diverse associazioni, che hanno voluto manifestarmi affetto e vicinanza. E continuate a pregare per me, per favore!
A tutti voi auguro una buona domenica. Buon pranzo e arrivederci!
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