Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Si invita a leggere il post 1 del febbraio 2009 in cui sono ribaditi i motivi che mi hanno spinto a creare questo blog pur nella consapevolezza dei miei limiti.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima e al Sacro Cuore di Gesù questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

domenica 14 dicembre 2014

Domenica III Avvento "B" 14/12/2014 (Angelus 224)

Cari fratelli e sorelle, cari bambini, cari ragazzi, buongiorno!
Già da due settimane il Tempo di Avvento ci ha invitato alla vigilanza spirituale per preparare la strada al Signore che viene. In questa terza domenica la liturgia ci propone un altro atteggiamento interiore con cui vivere questa attesa del Signore, cioè la gioia. La gioia di Gesù, come dice quel cartello: “Con Gesù la gioia è di casa”. Ecco, ci propone la gioia di Gesù!
Il cuore dell’uomo desidera la gioia. Tutti desideriamo la gioia, ogni famiglia, ogni popolo aspira alla felicità. Ma qual è la gioia che il cristiano è chiamato a vivere e a testimoniare? E’ quella che viene dalla vicinanza di Dio, dalla sua presenza nella nostra vita. Da quando Gesù è entrato nella storia, con la sua nascita a Betlemme, l’umanità ha ricevuto il germe del Regno di Dio, come un terreno che riceve il seme, promessa del futuro raccolto. Non occorre più cercare altrove! Gesù è venuto a portare la gioia a tutti e per sempre. Non si tratta di una gioia soltanto sperata o rinviata al paradiso: qui sulla terra siamo tristi ma in paradiso saremo gioiosi. No! Non è questa ma una gioia già reale e sperimentabile ora, perché Gesù stesso è la nostra gioia, e con Gesù la gioia di casa, come dice quel vostro cartello: con Gesù la gioia è di casa. Tutti, diciamolo: “Con Gesù la gioia è di casa”. Un’altra volta: “Con Gesù la gioia è di casa”. E senza Gesù c’è la gioia? No! Bravi! Lui è vivo, è il Risorto, e opera in noi e tra noi specialmente con la Parola e i Sacramenti.
Tutti noi battezzati, figli della Chiesa, siamo chiamati ad accogliere sempre nuovamente la presenza di Dio in mezzo a noi e ad aiutare gli altri a scoprirla, o a riscoprirla qualora l’avessero dimenticata. Si tratta di una missione bellissima, simile a quella di Giovanni Battista: orientare la gente a Cristo – non a noi stessi! – perché è Lui la meta a cui tende il cuore dell’uomo quando cerca la gioia e la felicità.
Ancora san Paolo, nella liturgia di oggi, indica le condizioni per essere “missionari della gioia”: pregare con perseveranza, rendere sempre grazie a Dio, assecondare il suo Spirito, cercare il bene ed evitare il male (cfr 1 Ts 5,17-22). Se questo sarà il nostro stile di vita, allora la Buona Novella potrà entrare in tante case e aiutare le persone e le famiglie a riscoprire che in Gesù c’è la salvezza. In Lui è possibile trovare la pace interiore e la forza per affrontare ogni giorno le diverse situazioni della vita, anche quelle più pesanti e difficili. Non si è mai sentito di un santo triste o di una santa con la faccia funebre. Mai si è sentito questo! Sarebbe un controsenso. Il cristiano è una persona che ha il cuore ricolmo di pace perché sa porre la sua gioia nel Signore anche quando attraversa i momenti difficili della vita. Avere fede non significa non avere momenti difficili ma avere la forza di affrontarli sapendo che non siamo soli. E questa è la pace che Dio dona ai suoi figli.
Con lo sguardo rivolto al Natale ormai vicino, la Chiesa ci invita a testimoniare che Gesù non è un personaggio del passato; Egli è la Parola di Dio che oggi continua ad illuminare il cammino dell’uomo; i suoi gesti – i Sacramenti – sono la manifestazione della tenerezza, della consolazione e dell’amore del Padre verso ogni essere umano. La Vergine Maria, “Causa della nostra gioia”, ci renda sempre lieti nel Signore, che viene a liberarci da tante schiavitù interiori ed esteriori.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle, io ho dimenticato com’era quella frase. Ecco, vediamo: “Con Gesù la gioia è di casa”. Tutti insieme: “Con Gesù la gioia è di casa”.
Saluto tutti voi, famiglie, gruppi parrocchiali e associazioni, che siete venuti da Roma, dall’Italia e da tante parti del mondo. In particolare, saluto i pellegrini di Civitella Casanova, Catania, Gela, Altamura, e i giovani di Frosinone.
Nel salutare i fedeli polacchi, mi unisco spiritualmente ai loro connazionali e a tutta la Polonia, che oggi accendono la “candela di Natale” e riaffermano l’impegno di solidarietà, specialmente in questo Anno della Caritas che si celebra in Polonia.
E ora saluto con affetto i bambini venuti per la benedizione dei “Bambinelli”, organizzata dal Centro Oratori Romani. Complimenti! Voi siete stati bravi, siete stati gioiosi qui in piazza, complimenti! E adesso portate il presepio benedetto. Cari bambini, vi ringrazio della vostra presenza e vi auguro buon Natale! Quando pregherete a casa, davanti al vostro presepe, ricordatevi anche di pregare per me, come io mi ricordo di voi. La preghiera è il respiro dell’anima: è importante trovare dei momenti nella giornata per aprire il cuore a Dio, anche con le semplici e brevi preghiere del popolo cristiano. Per questo, oggi ho pensato di fare un regalo a tutti voi che siete qui in piazza, una sorpresa, un regalo: vi darò un piccolo libretto tascabile che raccoglie alcune preghiere, per i vari momenti della giornata e per le diverse situazioni della vita. E’ questo. Alcuni volontari lo distribuiranno. Prendetene uno ciascuno e portatelo sempre con voi, come aiuto a vivere tutta la giornata con Dio. E perché non dimentichiamo quel messaggio tanto bello che voi avete fatto qui con il cartello: “Con Gesù la gioia è di casa”. Un’altra volta: “Con Gesù la gioia è di casa”. Bravi!
A tutti voi un cordiale augurio di buona domenica e di buon pranzo. Non dimenticate, per favore, di pregare per me. Arrivederci! E tanta gioia!
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giovedì 11 dicembre 2014

L’attesa dell’uomo, la risposta di Dio. Vegliate (Contributi 990)

Ecco l'omelia pronunciata da Mons.Camisasca (Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla) per la prima domenica d'Avvento 


Vincent van Gogh, «La veglia», 1889
Cari fratelli e sorelle, 
ritorna il tempo annuale di preparazione al Natale di Cristo. Ritorna innanzitutto per noi, per noi che siamo radunati questa sera nella nostra Cattedrale per questa celebrazione. Non possiamo né dobbiamo mai eliminare questa strada essenziale con cui Dio raggiunge gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo della terra. Egli lo fa attraverso altre persone, attraverso la conversione del cuore e della mente di uomini e donne che Egli chiama per nome. 
Tutta la storia di Israele, la storia di Cristo e della Chiesa è percorsa da questo metodo di comunicazione: Dio parla a te, parla alla nostra comunità, alla nostra Chiesa e dice: “Vuoi prepararti alla nascita di Cristo, alla venuta di Cristo?”. Se non fosse così potremmo forse essere schiacciati dalla constatazione che il mistero dell’Incarnazione di Dio è un grande sconosciuto sulla terra, quasi piccola, infinitesimale notizia in mezzo a un mare di immagini, comunicazioni, eventi virtuali, presentati a noi come reali e decisivi. 
Ma non fu così anche a Betlemme? Quanti nel grande Impero Romano si accorsero di ciò che era accaduto, del suo peso decisivo per la storia dell’uomo e del mondo? Eppure quel bambino, adorato da Maria, da Giuseppe e dagli angeli, venerato dai pastori, cercato dai Magi, avrebbe attratto a sé e cambiato le vite di milioni di uomini che hanno riconosciuto di vivere da Lui (cfr. Gv 1,3.13), che hanno voluto vivere per Lui e che hanno in molte occasioni accettato di morire per Lui, salvando così anche se stessi e la propria statura umana nella storia del mondo. 
Non perdiamoci d’animo dunque e chiediamoci invece: che cosa significa e che cosa chiede a noi questo tempo di Avvento? Così da poter gustare in modo nuovo, più profondo e vero il Natale che viene. Risponderemo a questa domanda nelle quattro domeniche che precedono il 25 dicembre con una piccola catechesi che si incentrerà su quattro parole, di cui oggi approfondiremo la prima: vigilate, vegliate. 
Vegliare per noi significa innanzitutto uscire dalla distrazione che ogni giorno ci fa perdere di vista ciò che è essenziale per seguire ciò che è illusorio. Vegliare è sostare, per rispondere alla domanda: chi è per me Cristo? Quali sono le persone, quale è la comunità che, nel momento attuale della mia vita, lo rendono presente? 
Chi è per me Cristo? La risposta non può ridursi ad un’intellettuale formula di catechismo, anche se essa potrebbe essere di aiuto. Chiediamoci: quando ho incontrato Cristo vitalmente, quando Lui ha cominciato a cambiare la mia vita? Come è avvenuto? E come continua ora? «Il Signore viene anche adesso, ogni giorno; ogni giorno egli chiama i suoi servi e coloro che trova vigilanti e perseveranti nella buone opere e li conduce con sé presso le realtà celesti» (san Bruno di Segni). Cristo viene continuamente verso di noi, ci chiama, ci interpella, ci invita. Lo fa attraverso i sacramenti della Chiesa, che sono la sua presenza operante nei diversi momenti della nostra vita. Lo fa in particolare nella celebrazione domenicale della sua Pasqua, a cui tutti siamo pressantemente invitati, dove Egli, Verbo eterno del Padre, si dona a noi nella Sacra Scrittura e nell’Eucarestia. 
Lo fa nelle piccole e grandi comunità della nostra Chiesa, ove la nostra esistenza è quotidianamente accompagnata nell’incontro con Lui. Ma perché tante volte l’incontro con Lui è “inefficace”? Lui non vuole salvarci senza di noi, senza la nostra libera e consapevole ricerca e adesione. Talvolta Cristo è una risposta che non trova in noi nessuna domanda. Ecco allora l’invito della Chiesa: non perdete la bussola della vita! Vegliate! L’invito pressante di Gesù, ci porta, ci obbliga quasi, a una domanda ancora più profonda e radicale: chi sono io? Di cosa ho bisogno per essere uomo e diventare sempre di più me stesso? Proprio in questo tempo di preparazione al Natale siamo così ricondotti a domandarci: che cosa rende felice l’uomo, di una felicità non superficiale e passeggera? Tutti gli uomini cercano la felicità. Alcuni si illudono di trovarla nello stordimento della musica ad alto volume, dell’alcol, del gioco d’azzardo, della droga, dell’incontro sessuale vissuto come pura ricerca del piacere sganciato da ogni affetto duraturo… Io dove penso di trovarla? Gesù si pone sulla strada della nostra ricerca e dice: “venite a me, io sono venuto per donarvi in abbondanza la vita e la gioia” (cfr. Gv 10,10). Gesù non censura il nostro desiderio, ma ci mostra se stesso come il vero uomo che ha saputo, nell'obbedienza al Padre, vivere la strada verso la luce, che attraversa e illumina anche la croce. 
Auguro a ciascuno di noi di vivere questo tempo di Avvento come strada luminosa di rinnovata confidenza in Dio per poter fare esperienza delle parole che abbiamo ascoltato questa sera dal profeta Isaia: Signore, tu sei nostro padre;
noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma,
tutti noi siamo opera delle tue mani (Is 64,7). 
Amen.
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martedì 9 dicembre 2014

Solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (Angelus 223)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Buona festa!
Il messaggio dell’odierna festa dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria si può riassumere con queste parole: tutto è dono gratuito di Dio, tutto è grazia, tutto è dono del suo amore per noi. L’Angelo Gabriele chiama Maria «piena di grazia» (Lc 1,28): in lei non c’è spazio per il peccato, perché Dio l’ha prescelta da sempre quale madre di Gesù e l’ha preservata dalla colpa originale. E Maria corrisponde alla grazia e vi si abbandona dicendo all’Angelo: «Avvenga per me secondo la tua parola» (v. 38). Non dice: “Io farò secondo la tua parola”: no! Ma: «Avvenga per me…». E il Verbo si è fatto carne nel suo grembo. Anche a noi è chiesto di ascoltare Dio che ci parla e di accogliere la sua volontà; secondo la logica evangelica niente è più operoso e fecondo che ascoltare e accogliere la Parola del Signore, che viene dal Vangelo, dalla Bibbia. Il Signore ci parla sempre!
L’atteggiamento di Maria di Nazareth ci mostra che l’essere viene prima del fare, e che occorre lasciar fare a Dio per essereveramente come Lui ci vuole. E’ Lui che fa in noi tante meraviglie. Maria è ricettiva, ma non passiva. Come, a livello fisico, riceve la potenza dello Spirito Santo ma poi dona carne e sangue al Figlio di Dio che si forma in Lei, così, sul piano spirituale, accoglie la grazia e corrisponde ad essa con la fede. Per questo sant’Agostino afferma che la Vergine «ha concepito prima nel cuore che nel grembo» (Discorsi, 215, 4). Ha concepito prima la fede e poi il Signore. Questo mistero dell’accoglienza della grazia, che in Maria, per un privilegio unico, era senza l’ostacolo del peccato, è una possibilità per tutti. San Paolo, infatti, apre la sua Lettera agli Efesini con queste parole di lode: «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo» (1,3). Come Maria viene salutata da santa Elisabetta quale «benedetta fra le donne» (Lc 1,42), così anche noi siamo stati da sempre “benedetti”, cioè amati, e perciò «scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati» (Ef 1,4). Maria è stata pre-servata, mentre noi siamo stati salvati grazie al Battesimo e alla fede. Tutti però, sia lei che noi, per mezzo di Cristo, «a lode dello splendore della sua grazia» (v. 6), quella grazia di cui l’Immacolata è stata ricolmata in pienezza.
Di fronte all’amore, di fronte alla misericordia, alla grazia divina riversata nei nostri cuori, la conseguenza che s’impone è una sola: la gratuità. Nessuno di noi può comperare la salvezza! La salvezza è un dono gratuito del Signore, un dono gratuito di Dio che viene in noi e abita in noi. Come abbiamo ricevuto gratuitamente, così gratuitamente siamo chiamati a dare (cfr Mt 10,8); ad imitazione di Maria, che, subito dopo aver accolto l’annuncio dell’Angelo, va a condividere il dono della fecondità con la parente Elisabetta. Perché, se tutto ci è stato donato, tutto dev’essere ridonato. In che modo? Lasciando che lo Spirito Santo faccia di noi un dono per gli altri. Lo Spirito è dono per noi e noi, con la forza dello Spirito, dobbiamo essere dono per gli altri e lasciare che lo Spirito Santo ci faccia diventare strumenti di accoglienza, strumenti di riconciliazione, strumenti di perdono. Se la nostra esistenza si lascia trasformare dalla grazia del Signore, perché la grazia del Signore ci trasforma, non potremo trattenere per noi la luce che viene dal suo volto, ma la lasceremo passare perché illumini gli altri. Impariamo da Maria, che ha tenuto costantemente lo sguardo fisso sul Figlio e il suo volto è diventato «la faccia che a Cristo più si somiglia» (Dante, Paradiso, XXXII, 87). E a lei ci rivolgiamo ora con la preghiera che richiama l’annuncio dell’Angelo.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
vi saluto tutti con affetto, specialmente le famiglie e i gruppi parrocchiali. Saluto i fedeli di Rocca di Papa, il parroco, i maratoneti, i ciclisti, e benedico la loro fiaccola. Saluto il gruppo di Felline (Lecce), l’associazione “Completamente tuoi” e i ragazzi di Carugate.
In questa festa dell’Immacolata Concezione l’Azione Cattolica Italiana vive il rinnovo dell’adesione. Rivolgo un pensiero speciale a tutte le sue associazioni diocesane e parrocchiali. La Vergine Immacolata benedica l’Azione Cattolica e la renda sempre più scuola di santità e di generoso servizio alla Chiesa e al mondo.
Oggi pomeriggio mi recherò a Santa Maria Maggiore per salutare la Salus Populi Romani e poi in Piazza di Spagna per rinnovare il tradizionale atto di omaggio e di preghiera ai piedi del monumento all’Immacolata. Sarà un pomeriggio tutto dedicato alla Madonna. Vi chiedo di unirvi spiritualmente a me in questo pellegrinaggio, che esprime la devozione filialealla nostra Madre celeste. E non dimenticatevi: la salvezza è gratuita. Noi abbiamo ricevuto questa gratuità, questa grazia di Dio e dobbiamo darla; abbiamo ricevuto il dono e dobbiamo ridonarlo agli altri. Non dimenticare questo!
A tutti auguro buona festa e buon cammino di Avvento con la guida della Vergine Maria. Per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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domenica 7 dicembre 2014

Domenica II Avvento "B" 7/12/2014 (Angelus 222)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!  
Questa domenica segna la seconda tappa del Tempo di Avvento, un tempo stupendo che risveglia in noi l’attesa del ritorno di Cristo e la memoria della sua venuta storica. La liturgia di oggi ci presenta un messaggio pieno di speranza. È l’invito del Signore espresso per bocca del profeta Isaia: «Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio» (40,1). Con queste parole si apre il Libro della consolazione, nel quale il profeta rivolge al popolo in esilio l’annuncio gioioso della liberazione. Il tempo della tribolazione è terminato; il popolo di Israele può guardare con fiducia verso il futuro: lo attende finalmente il ritorno in patria. Per questo l’invito è a lasciarsi consolare dal Signore.
Isaia si rivolge a gente che ha attraversato un periodo oscuro, che ha subito una prova molto dura; ma ora è venuto il tempo della consolazione. La tristezza e la paura possono fare posto alla gioia, perché il Signore stesso guiderà il suo popolo sulla via della liberazione e della salvezza. In che modo farà tutto questo? Con la sollecitudine e la tenerezza di un pastore che si prende cura del suo gregge. Egli infatti darà unità e sicurezza al gregge, lo farà pascolare, radunerà nel suo sicuro ovile le pecore disperse, riserverà particolare attenzione a quelle più fragili e deboli (v. 11). Questo è l’atteggiamento di Dio verso di noi sue creature. Perciò il profeta invita chi lo ascolta – compresi noi, oggi – a diffondere tra il popolo questo messaggio di speranza: che il Signore ci consola. E fare posto alla consolazione che viene dal Signore.
Ma non possiamo essere messaggeri della consolazione di Dio se noi non sperimentiamo per primi la gioia di essere consolati e amati da Lui. Questo avviene specialmente quando ascoltiamo la sua Parola, il Vangelo, che dobbiamo portare in tasca: non dimenticare questo! Il Vangelo in tasca o nella borsa, per leggerlo continuamente. E questo ci dà consolazione: quando rimaniamo in preghiera silenziosa alla sua presenza, quando lo incontriamo nell’Eucaristia o nel sacramento del Perdono. Tutto questo ci consola.
Lasciamo allora che l’invito di Isaia - «Consolate, consolate il mio popolo» - risuoni nel nostro cuore in questo tempo di Avvento. Oggi c’è bisogno di persone che siano testimoni della misericordia e della tenerezza del Signore, che scuote i rassegnati, rianima gli sfiduciati, accende il fuoco della speranza. Lui accende il fuoco della speranza! Non noi. Tante situazioni richiedono la nostra testimonianza consolatrice. Essere persone gioiose, consolate. Penso a quanti sono oppressi da sofferenze, ingiustizie e soprusi; a quanti sono schiavi del denaro, del potere, del successo, della mondanità. Poveretti! Hanno consolazioni truccate, non la vera consolazione del Signore! Tutti siamo chiamati a consolare i nostri fratelli, testimoniando che solo Dio può eliminare le cause dei drammi esistenziali e spirituali. Lui può farlo! E’ potente!
Il messaggio di Isaia, che risuona in questa seconda domenica di Avvento, è un balsamo sulle nostre ferite e uno stimolo a preparare con impegno la via del Signore. Il profeta, infatti, parla oggi al nostro cuore per dirci che Dio dimentica i nostri peccati e ci consola. Se noi ci affidiamo a Lui con cuore umile e pentito, Egli abbatterà i muri del male, riempirà le buche delle nostre omissioni, spianerà i dossi della superbia e della vanità e aprirà la strada dell’incontro con Lui. E’ curioso, ma tante volte abbiamo paura della consolazione, di essere consolati. Anzi, ci sentiamo più sicuri nella tristezza e nella desolazione. Sapete perché? Perché nella tristezza ci sentiamo quasi protagonisti. Invece nella consolazione è lo Spirito Santo il protagonista! E’ Lui che ci consola, è Lui che ci dà il coraggio di uscire da noi stessi. E’ Lui è che ci porta alla fonte di ogni vera consolazione, cioè il Padre. E questa è la conversione. Per favore, lasciatevi consolare dal Signore! Lasciatevi consolare dal Signore!
La Vergine Maria è la “via” che Dio stesso si è preparato per venire nel mondo. Affidiamo a Lei l’attesa di salvezza e di pace di tutti gli uomini e le donne del nostro tempo.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle, 
saluto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini venuti dall’Italia e da diversi Paesi: le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni. In particolare, saluto i missionari e le missionarie Identes, tanto bravi, che fanno tanto bene; i fedeli di Bianzè, Dalmine, Sassuolo, Arpaìse e Oliveri; la comunità dei Rumeni di Cordenons - Pordenone; l’associazione “Porta Aperta” di Modena, le famiglie di Fratta Polesine, i ragazzi di Petosino.
A tutti voi auguro una buona domenica. Per favore, lasciatevi consolare dal Signore! Capito? Lasciatevi consolare dal Signore! E non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci! E domani buona giornata dell’Immacolata. Che il Signore vi benedica.
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venerdì 5 dicembre 2014

Il Vescovo di Reggio Emilia a favore delle sentinelle in piedi (Contributi 989)

Riporto da La Bussola Quotidiana quest'articolo 

Con una forte presa di posizione a favore delle Sentinelle in piedi il vescovo di Reggio Massimo Camisasca è intervenuto sulla polemica nata a seguito della cancellazione di un incontro sul gender nella parrocchia di Regina Pacis . 
Camisasca è intervenuto per sedare una situazione diventata ormai esplosiva dopo che il vice parroco don Paolo Cugini aveva annullato l'incontro di presentazione dell'attività delle Sentinelle nella battaglia contro l'ideologia gender. Questo anche a seguito delle proteste di un consigliere comunale del Pd, Dario de Lucia che aveva dichiarato che non si potevano concedere spazi della parrocchia agli “omofobi”. Una presa di posizione chiara nel corso della quale il vescovo di Reggio ha espresso la sua vicinanza come uomo e come vescovo alla battaglia delle Sentinelle in piedi che hanno il diritto inalienabile di manifestare le proprie opinioni. 
Secondo Camisasca «la decisione presa da don Paolo Cugini è stata frutto di una valutazione coscienziosa della situazione in ordine al bene dei fedeli». Ma il vescovo ricorda poi che «certamente egli, in futuro, saprà esprimere al popolo cui è mandato la voce della Chiesa e della ragione relativamente ai temi in questione». Un avvertimento dunque, rispetto alle ultime dichiarazioni di don Cugini che aveva detto come le Sentinelle a suo modo di vedere non fossero in sintonia con la Chiesa. 
Subito dopo però il pastore reggiano ha detto che «molte delle convinzioni che le Sentinelle in piedi, con umile forza e in modo pacifico, vogliono portare all'attenzione pubblica sono le stesse che anche io, come uomo e come vescovo di questa diocesi, ho più volte sottolineato e che ho riassunto nella nota sul gender (pubblicata nello scorso aprile) e nell’ultimo Discorso alla città, in occasione della festa di san Prospero: la famiglia nasce dall’incontro tra un uomo e una donna; i figli non sono un diritto, né di singoli, né di coppie, ma un dono da accogliere e rispettare; i bambini hanno il diritto ad una madre e ad un padre e i genitori, - con il sostegno degli amici, dei parenti e delle istituzioni pubbliche – devono essere messi nelle condizioni di poter educare liberamente i propri figli». 
Camisasca ha chiarito che «questi convincimenti non nascono da una posizione confessionale, ma sono patrimonio comune dell’esperienza umana, fondata sulla ragione. È per questo che anche la Chiesa, da sempre avvocata dell’uomo, si impegna a difenderli. Sono convinzioni che papa Francesco ha espresso più volte dall'inizio del suo pontificato». 
Infine un pensiero di «gratitudine e di sostegno della Chiesa per la testimonianza di tanti uomini e tante donne, soprattutto di tanti giovani, appartenenti a fedi e storie diverse – facenti capo ad associazioni laiche o religiose, circoli culturali, ecc… – che si espongono in prima persona a difesa del bene dell’umanità». 
«Accolgo con rispetto e attenzione - ha concluso -, perché portatore di una dignità umana uguale alla mia, chi ha posizioni differenti, qualunque sia la sua cultura, il suo credo, il suo orientamento sessuale: ognuno deve avere la possibilità di esprimere, nel rispetto degli altri, ciò di cui è convinto. Proprio in virtù di questo principio di libertà, occorre che da parte di tutti sia riconosciuto anche alle Sentinelle in piedi il diritto inalienabile a far sentire la loro voce». 
Con l'intervento di Camisasca, uno dei primi vescovi in Italia a prendere posizione favorevole pubblica sulle istanze delle Sentinelle la vicenda sembra segnare dunque un punto di non ritorno. Le Sentinelle entrano nel consesso dei giusti e non dei paria a cui si può addirittura affibbiare la patente degli omofobi. Ma in parrocchia a Regina Pacis, il vice parroco adesso dovrà digerire il Magistero del suo vescovo e correggere il tiro rispetto a quanto scritto proprio ieri sul sito della parrocchia (clicca qui) dove ha annunciato che l'incontro si farà con le Sentinelle ma anche con «esponenti di gruppi che si riconoscono nel gender». L'Arcigay in parrocchia: ecco la nuova frontiera che ci mancava.
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mercoledì 3 dicembre 2014

Giudizio e libertà (Contributi 988)

Vi propongo un articolo di Don Paolo Sottopietra dal sito della Fraternità Sacerdotale San Carlo: 

Durante il primo anno di università sentii pronunciare per la prima volta da don Giussani una delle sue frasi più proverbiali: «Imparate a giudicare, sarà l’inizio della liberazione». Era l’eco di una parola di Gesù: La verità vi farà liberi. Per me fu veramente così. Molti degli educatori che avevo incontrato prima di allora guardavano con un certo sospetto alla parola «giudicare». Non giudicare sembrava essere un imperativo del vero cristiano, un atteggiamento inseparabile dalla virtù dell’umiltà. In effetti esiste un giudizio cattivo, espressione di malizia e di superiorità, che tende a mettere in cattiva luce l’altro o lo tratta con cinismo e distacco. Papa Francesco ha parlato molto di questo tipo di giudizio, fonte di chiacchiera e di pettegolezzo, contrario alla carità. Ad esso si riferisce Gesù, quando appunto raccomanda: Non giudicate e non sarete giudicati. La misura con cui misurate sarà la stessa che verrà usata con voi. 
Esiste però anche un giudizio buono e necessario, a cui Cristo spinge con insistenza i suoi discepoli. Quante volte nel vangelo lo sentiamo ripetere: Ma non capite? Non comprendete ancora? Oppure: Sapete giudicare dal cielo se la giornata di domani sarà buona o cattiva; ma i segni di questo tempo, come mai non li sapete giudicare? O ancora: Voi non giudicate secondo Dio, siete ancora tutti immersi nel modo in cui giudicano gli uomini. Gesù fa appello alla ragione dei suoi discepoli, una ragione liberata dall'esperienza della appartenenza a Lui. Ci sono tante cose inventate dagli uomini, dice loro, che impediscono di guardare alla realtà per quello che è. Io sono venuto a spazzarle via. Non a caso papa Benedetto parlava spesso di un illuminismo cristiano, iniziato ben prima del Rinascimento e della Rivoluzione Francese. San Paolo riprende l’insegnamento di Gesù, affermando che il cristiano giudica tutto e non può essere giudicato da nulla. La mentalità del mondo infatti non comprende l’uomo che vive in base alla fede, quest’ultimo invece vede con chiarezza anche nelle dinamiche del mondo, le sa giudicare. Che cosa significa allora giudicare? Significa distinguere ciò che è da ciò che non è, il vero dal falso, la sostanza dall’apparenza, ciò che è autentico da ciò che è simulato. Significa distinguere il bene dal male, ciò che eleva l’uomo e ciò che invece lo umilia, ciò che piace a Dio da ciò che lo offende. Giudicate tutto e trattenete ciò che vale, sintetizza san Paolo. 
Coltivare questa chiarezza è una vera opera di liberazione. Ogni cosa ha il suo nome. Il successo, per esempio, non coincide con il compimento di sé, la fama non è sempre sinonimo di grandezza, il risultato della propria azione non va confuso con il proprio valore. A volte, tuttavia, perfino distinguere l’amore dalla violenza, il desiderio dal capriccio, la libertà dalla schiavitù o dall'individualismo non è ovvio come sembra. Si tratta di esperienze di cui abbiamo bisogno per vivere come dell’aria che respiriamo, eppure noi scambiamo spesso una cosa per un’altra, e questa confusione ci fa soffrire. Dite di sì quando è sì e no quando è no, dice Gesù, il resto risponde a una logica che non è quella che vi ho insegnato io. Ecco dove sta la nostra libertà. 
Come possiamo crescere in questa capacità di distinguere e di riconoscere? C’è una condizione: dobbiamo cercare in ogni modo di accordare la nostra vita personale al giudizio sulle cose che ci viene dalla nostra appartenenza. La verità, dice san Paolo, è qualcosa che dobbiamo fare, se vogliamo che diventi nostra. Se farai così, nel tempo acquisirai una grande sicurezza nel giudizio di fede, scrive l’apostolo ad un suo giovane amico. Ma è più bello ancora il modo in cui lo dice Gesù: I vostri occhi rimarranno chiari, solo se la vostra vita sarà vissuta nella luce. 
La pressione della mentalità del mondo rende tutto questo non scontato. Affermare le cose nella loro obiettività richiede impegno. Più le situazioni che incontriamo sono complesse o inedite, più è necessario lavorare per conoscere, prima di poter giudicare. Nessun cristiano conosce a priori ogni conseguenza del suo essere di Cristo: crescere in questa coscienza è un itinerario appassionante e mai finito. Ma chi vuole percorrerlo deve essere disposto anche a soffrire. 
Subito infatti sale in noi un’obiezione. A che cosa serve continuare a giudicare, a dire cosa è vero e cosa è falso, a riportare l’attenzione sulla natura delle cose, se il mondo non ci vuole sentire, se la direzione che la società vuol prendere è sempre più decisamente contraria a ciò che il cristianesimo ci ha insegnato per secoli a stimare, se sempre più spesso siamo messi in minoranza negli organismi che decidono? 
La risposta può apparire semplice, ma viverla richiede l’impegno di tutta la nostra persona in una scelta che può essere molto costosa: giudicare è già di per sé una testimonianza, è anzi la condizione di ogni testimonianza. Non ci possiamo ritrarre dal lavoro del giudizio, perché siamo testimoni di Cristo. A volte questo lavoro rimarrà segreto. La nostra approvazione o presa di distanza saranno solo un momento del nostro dialogo con Dio. Altre volte invece saremo chiamati a esprimerci nell'ambiente in cui viviamo, davanti a tutti. 
Potrà accadere che il nostro intervento non cambi le cose nell'immediato. Non tutti i frutti della nostra testimonianza sono infatti visibili da subito. Per questo la Chiesa parla del sangue dei martiri come seme di nuovi cristiani. I martiri, testimoni per eccellenza, sono persone che non hanno rinunciato a giudicare in cuor loro, e a dire di fronte al mondo, quando è stato loro richiesto, che Dio è Dio e gli dei sono nulla. Per questo la nostra fede si può ancora alimentare guardando a loro. Non importa se dovranno passare una o più generazioni finché il seme germogli. Il cuore degli uomini prima o poi è sempre risvegliato da quell'inconfondibile accento che la verità possiede, perché è fatto per questo.
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lunedì 1 dicembre 2014

Da dove arriva la luce?

Nella vedova che getta le sue due monetine nel tesoro nel tempio possiamo vedere l’«immagine della Chiesa» che deve essere povera, umile e fedele. Parte dal vangelo del giorno, tratto dal capitolo 21 di Luca (1-4), la riflessione di Papa Francesco durante la Messa a Santa Marta lunedì 24 novembre. Nell’omelia viene richiamato il passo in cui Gesù, «dopo lunghe discussioni» con i sadducei e con i discepoli riguardo ai farisei e agli scribi che «si compiacciono di avere i primi posti, i primi seggi nelle sinagoghe, nei banchetti, di essere salutati», alzato lo sguardo «vede la vedova». Il «contrasto» è immediato e «forte» rispetto ai «ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio». Ed è proprio la vedova «la persona più forte qui, in questo brano».
Della vedova, ha spiegato il Pontefice, «si dice due volte che è povera: due volte. E che è nella miseria». È come se il Signore avesse voluto sottolineare ai dottori della legge: «Avete tante ricchezze di vanità, di apparenza o anche di superbia. Questa è povera. Voi, che mangiate le case delle vedove...». Ma «nella Bibbia l’orfano e la vedova sono le figure dei più emarginati» così come anche i lebbrosi, e «per questo ci sono tanti comandamenti per aiutare, per prendersi cura delle vedove, degli orfani». E Gesù «guarda questa donna sola, semplicemente vestita» e «che getta tutto quello che ha per vivere: due monetine». Il pensiero corre anche a un’altra vedova, quella di Sarepta, «che aveva ricevuto il profeta Elia e ha dato tutto quello che aveva prima di morire: un po’ di farina con l’olio...».
Il Pontefice ha ricomposto la scena narrata dal Vangelo: «Una povera donna in mezzo ai potenti, in mezzo ai dottori, ai sacerdoti, agli scribi... anche in mezzo a quei ricchi che gettavano le loro offerte, e anche alcuni per farsi vedere». A loro Gesù dice: «Questo è il cammino, questo è l’esempio. Questa è la strada per la quale voi dovete andare». Emerge forte il «gesto di questa donna che era tutta per Dio, come la vedova Anna che ha ricevuto Gesù nel Tempio: tutta per Dio. La sua speranza era solo nel Signore».
«Il Signore sottolinea la persona della vedova», ha detto Francesco, e ha continuato: «Mi piace vedere qui, in questa donna una immagine della Chiesa». Innanzitutto la «Chiesa povera, perché la Chiesa non deve avere altre ricchezze che il suo Sposo»; poi la «Chiesa umile, come lo erano le vedove di quel tempo, perché in quel tempo non c’era la pensione, non c’erano gli aiuti sociali, niente». In un certo senso la Chiesa «è un po’ vedova, perché aspetta il suo Sposo che tornerà». Certo, «ha il suo Sposo nell’Eucaristia, nella parola di Dio, nei poveri: ma aspetta che torni».
E cosa spinge il Papa a «vedere in questa donna la figura della Chiesa»? Il fatto che «non era importante: il nome di questa vedova non appariva nei giornali, nessuno la conosceva, non aveva lauree... niente. Niente. Non brillava di luce propria». E la «grande virtù della Chiesa» dev’essere appunto quella «di non brillare di luce propria», ma di riflettere «la luce che viene dal suo Sposo». Tanto più che «nei secoli, quando la Chiesa ha voluto avere luce propria, ha sbagliato». Lo dicevano anche «i primi Padri», la Chiesa è «un mistero come quello della luna. La chiamavano mysterium lunae: la luna non ha luce propria; sempre la riceve dal sole».
Certo, ha specificato il Papa, «è vero che alcune volte il Signore può chiedere alla sua Chiesa di avere, di prendersi un po’ di luce propria», come quando chiese «alla vedova Giuditta di deporre le vesti di vedova e indossare le vesti di festa per fare una missione». Ma, ha ribadito, «sempre rimane l’atteggiamento della Chiesa verso il suo Sposo, verso il Signore». La Chiesa «riceve la luce da là, dal Signore» e «tutti i servizi che noi facciamo» in essa servono a «ricevere quella luce». Quando un servizio manca di questa luce «non va bene», perché «fa che la Chiesa diventi o ricca, o potente, o che cerchi il potere, o che sbagli strada, come è accaduto tante volte, nella storia, e come accade nelle nostre vite quando noi vogliamo avere un’altra luce, che non è proprio quella del Signore: una luce propria».
Il Vangelo, ha notato il Papa, presenta l’immagine della vedova proprio nel momento in cui «Gesù incomincia a sentire le resistenze della classe dirigente del suo popolo: i sadducei, i farisei, gli scribi, i dottori della legge». Ed è come se egli dicesse: «Succede tutto questo, ma guardate lì!», verso quella vedova. Il confronto è fondamentale per riconoscere la vera realtà della Chiesa che «quando è fedele alla speranza e al suo Sposo, è gioiosa di ricevere la luce da lui, di essere — in questo senso — vedova: aspettando quel sole che verrà».
Del resto, «non a caso il primo confronto forte, dopo quello che ha avuto con Satana, che Gesù ha avuto a Nazareth, è stato per aver nominato una vedova e per aver nominato un lebbroso: due emarginati». C’erano «tante vedove, in Israele, a quel tempo, ma soltanto Elia è stato inviato da quella vedova di Sarepta. E loro si arrabbiarono e volevano ucciderlo».
Quando la Chiesa, ha concluso Francesco, è «umile» e «povera», e anche quando «confessa le sue miserie — poi tutti ne abbiamo — la Chiesa è fedele». È come se essa dicesse: «Io sono oscura, ma la luce mi viene da lì!». E questo, ha aggiunto il Pontefice, «ci fa tanto bene». Allora «preghiamo questa vedova che è in cielo, sicuro», affinché «ci insegni a essere Chiesa così», rinunciando a «tutto quello che abbiamo» e non tenendo «niente per noi» ma «tutto per il Signore e per il prossimo». Sempre «umili» e «senza vantarci di avere luce propria», ma «cercando sempre la luce che viene dal Signore».
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Ma io sono vivo dentro?

«La Parola di Dio è capace di cambiare tutto» ma noi «non sempre abbiamo il coraggio di credere» in essa. Nell’omelia pronunciata durante la Messa a Santa Marta martedì 18 novembre, Papa Francesco ha affrontato il tema della conversione e, commentando la liturgia del giorno, è entrato nel merito di tre categorie, cioè di «tre chiamate alla conversione». Perché, ha spiegato, «Convertirsi non è un atto della volontà»; non si pensa: «Io adesso mi converto, mi conviene...», oppure: «devo farlo...». No, la conversione «è una grazia», è «una visita di Dio: è il Figlio dell’Uomo che è venuto a cercare e a salvare», è Gesù «che bussa alla nostra porta, al cuore, e dice: “Ma, vieni”».
Quali sono dunque queste tre chiamate? La prima si incontra nel libro dell’Apocalisse (3, 1-6, 14-22), dove il Signore chiede la conversione ai cristiani perché sono divenuti «tiepidi». È, ha spiegato il Pontefice, «il cristianesimo, la spiritualità della comodità: né troppo troppo, né meno meno», l’atteggiamento di chi dice: «Tranquillo... faccio le cose come posso, ma sono in pace, che nessuno venga a disturbarmi con cose strane». È il caso di colui che si sente comodo e afferma: «Non mi manca niente. Vado a messa le domeniche, prego alcune volte, mi sento bene, sono “in grazia di Dio”, sono ricco, mi sono arricchito con la grazia, non ho bisogno di nulla, sto bene».
Questo stato d’animo, ha sottolineato Francesco, «è uno stato di peccato: la comodità spirituale è uno stato di peccato». E infatti nell’Apocalisse si legge: «Tu dici: “sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla”, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo». Il Signore non risparmia parole «a questi cristiani comodi», «le dice tutte, e in faccia». Tanto che nella Scrittura si legge ancora: «perché sei tiepido sto per vomitarti dalla mia bocca». Un’espressione, ha fatto notare il Papa, «molto forte». Allo stesso tempo il Signore, per aiutare la conversione del cristiano, «si permette un consiglio», gli consiglia di vestirsi, perché «i cristiani comodi sono nudi». Poi, dopo la parola dura, il Signore «si avvicina un po’ e parla con tenerezza: “Sii dunque zelante, convertiti”»: è questa, ha detto il Pontefice, «la chiamata alla conversione: “Io sto alla porta e busso”». Così il Signore si rivolge al «partito dei comodi, dei tiepidi» e invita a «convertirsi dal tepore spirituale, da questo stato di mediocrità».
Poi, c’è una seconda chiamata: ed è quella per quanti «vivono delle apparenze». È sempre l’Apocalisse a nominarli: «Ti si crede vivo, ma sei morto». A chi pensa di essere vivo solo grazie all’apparire, il Signore dice: «“Sii vigilante”, per favore, “rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire”: ancora c’è qualcosa di vivo, rinvigorisci quello». E aggiunge un consiglio di tenerezza: «Ricorda come hai ricevuto e ascoltato la parola: custodiscila e convertiti, perché se non sarai vigilante verrò come un ladro». Tre, in questo caso le parole — «memoria», «custodia» e «vigilanza» — sottolineate dal Papa, che immagina che questo tipo di uomo pensi: «Io appaio cristiano, ma dentro sono morto». Le apparenze, ha detto, «sono il sudario di questi cristiani: sono morti». E il Signore «li chiama alla conversione: “Ma ricordati, sii vigilante e vai avanti. Ancora c’è qualcosa di vivo in te: rinvigoriscilo”».
Ognuno di noi è allora chiamato a chiedersi: «Io sono di questi cristiani delle apparenze? Sono vivo dentro, ho una vita spirituale? Sento lo Spirito Santo», lo ascolto? Al contrario occorre fare attenzione alla tentazione di ripetersi: «se tutto appare bene, non ho niente da rimproverarmi: ho una buona famiglia, la gente non sparla di me, ho tutto il necessario, sono sposato in chiesa... sono “in grazia di Dio”, sono tranquillo». Attenzione, perché «i cristiani di apparenza... sono morti». Occorre invece «cercare qualcosa di vivo dentro e, con la memoria e la vigilanza, rinvigorire questo perché vada avanti». Occorre «convertirsi: dalle apparenze alla realtà. Dal tepore al fervore».
C’è infine la terza chiamata alla conversione, quella di Zaccheo. Chi era? «Era capo dei pubblicani e ricco»; un «corrotto» che «lavorava per gli stranieri, per i romani, tradiva la sua patria. Cercava i soldi nella dogana» e ne dava «una parte al nemico della patria». Era, cioè, «uno come tanti dirigenti che noi conosciamo: corrotti»; persone che, «invece di servire il popolo», lo sfruttano «per servire se stessi». Zaccheo, ha commentato Francesco, «non era tiepido; non era morto. Era in stato di putrefazione. Corrotto, proprio». Eppure davanti a Cristo «sentì qualcosa dentro: ma, questo guaritore, questo profeta che dicono che parli tanto bene, io vorrei vederlo, per curiosità». Qui si vede l’azione dello Spirito: «lo Spirito Santo è furbo e ha seminato il seme della curiosità»; e quell’uomo per vedere Gesù ha fatto anche «un po’ il ridicolo»: un dirigente, un «capo dei dirigenti» è addirittura salito «su un albero per guardare una processione». Che ridicolo «comportarsi così». Eppure lui ha fatto proprio questo, «non ha avuto vergogna. “Io voglio vederlo”».
Dentro di lui — ha spiegato il Papa — che era un tipo sicuro di sé, «lavorava lo Spirito Santo. E poi è successo quello che è successo: la Parola di Dio è entrata in quel cuore e con la Parola, la gioia». Anzi, gli uomini che vivevano nella «comodità» e quelli «dell’apparenza avevano dimenticato cosa fosse la gioia»; mentre «questo corrotto la riceve subito».
Il Vangelo di Luca racconta che egli «scese in fretta e lo accolse pieno di gioia»: accolse cioè «la Parola di Dio, che era Gesù». E in lui avvenne «subito» ciò che capitò a Matteo (facevano «lo stesso mestiere»): «il cuore cambia, si converte, e dice la sua parola autentica: “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri, e se ho rubato a qualcuno” — tanto — “restituisco quattro volte tanto”». Un passaggio illuminante secondo Francesco: «questa è una regola d’oro. Quando la conversione arriva alle tasche, è sicura», e ha spiegato: «Cristiani di cuore? Tutti. Cristiani di anima? Tutti. Ma, cristiani di tasche? Pochi». Eppure, davanti alla «parola autentica» la conversione «è arrivata subito». A confronto c’è «l’altra parola» quella di quanti non volevano convertirsi: «Vedendo ciò, mormoravano: “È entrato in casa di un peccatore”. Si è sporcato, ha perso la purezza. Deve purificarsi perché è entrato in casa di un peccatore».
In conclusione, tre chiamate alla conversione fatte «dallo stesso Gesù»: «ai tiepidi, a quelli della comodità», poi «a quelli dell’apparenza, a quelli che si credono ricchi ma sono poveri» anzi, «non hanno niente, sono morti» e infine a chi è «oltre la morte: nella corruzione». Di fronte a costoro «la Parola di Dio è capace di cambiare tutto. Ma la verità — ha detto il Pontefice — è che non sempre abbiamo il coraggio di credere nella Parola di Dio», di ricevere quella Parola che ci guarisce dentro» e per la quale «il Signore bussa alla porta del nostro cuore».
Questa, ha concluso il Papa, «è la conversione». Conversione alla quale «la Chiesa vuole che in queste ultime settimane dell’anno liturgico pensiamo molto seriamente» affinché «possiamo andare avanti nel cammino della nostra vita cristiana». Perciò dobbiamo «ricordare la Parola di Dio», «fare appello alla memoria», «custodirla», «obbedirle» e «vigilare», per incominciare «una vita nuova, convertita».
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sabato 29 novembre 2014

Solennità di Cristo Re 23-11-2014 (Angelus 221)

Cari fratelli e sorelle,
al termine di questa celebrazione, desidero salutare tutti voi che siete venuti a rendere omaggio ai nuovi Santi, in modo particolare le Delegazioni ufficiali dell’Italia e dell’India.
L’esempio dei quattro Santi italiani, nati nelle Provincie di Vicenza, Napoli, Cosenza e Rimini, aiuti il caro popolo italiano a ravvivare lo spirito di collaborazione e di concordia per il bene comune e a guardare con speranza al futuro, in unità, confidando nella vicinanza di Dio che mai abbandona, anche nei momenti difficili.
Per l’intercessione dei due Santi indiani, provenienti dal Kerala, grande terra di fede e di vocazioni sacerdotali e religiose, il Signore conceda un nuovo impulso missionario alla Chiesa che è in India - che è tanto brava! – affinché, ispirandosi al loro esempio di concordia e di riconciliazione, i cristiani dell’India proseguano nel cammino della solidarietà e della convivenza fraterna.
Saluto con affetto i Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, come pure le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni e le scuole presenti. Con amore filiale ci rivolgiamo ora alla Vergine Maria, madre della Chiesa, regina dei Santi e modello di tutti i cristiani.
Vi auguro una buona domenica, in pace, con la gioia di questi nuovi Santi. Vi prego, per favore, di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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16-11-2014 (Angelus 220)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.
Il Vangelo di questa domenica è la parabola dei talenti, tratta da san Matteo (25,14-30). Racconta di un uomo che, prima di partire per un viaggio, convoca i servitori e affida loro il suo patrimonio in talenti, monete antiche di grandissimo valore. Quel padrone affida al primo servitore cinque talenti, al secondo due, al terzo uno. Durante l’assenza del padrone, i tre servitori devono far fruttare questo patrimonio. Il primo e il secondo servitore raddoppiano ciascuno il capitale di partenza; il terzo, invece, per paura di perdere tutto, seppellisce il talento ricevuto in una buca. Al ritorno del padrone, i primi due ricevono la lode e la ricompensa, mentre il terzo, che restituisce soltanto la moneta ricevuta, viene rimproverato e punito.
E’ chiaro il significato di questo. L’uomo della parabola rappresenta Gesù, i servitori siamo noi e i talenti sono il patrimonio che il Signore affida a noi. Qual è il patrimonio? La sua Parola, l’Eucaristia, la fede nel Padre celeste, il suo perdono… insomma, tante cose, i suoi beni più preziosi. Questo è il patrimonio che Lui ci affida. Non solo da custodire, ma da far crescere! Mentre nell’uso comune il termine “talento” indica una spiccata qualità individuale – ad esempio talento nella musica, nello sport, eccetera –, nella parabola i talenti rappresentano i beni del Signore, che Lui ci affida perché li facciamo fruttare. La buca scavata nel terreno dal «servo malvagio e pigro» (v. 26) indica la paura del rischio che blocca la creatività e la fecondità dell’amore. Perché la paura dei rischi dell’amore ci blocca. Gesù non ci chiede di  conservare la sua grazia in cassaforte! Non ci chiede questo Gesù, ma vuole che la usiamo a vantaggio degli altri. Tutti i beni che noi abbiamo ricevuto sono per darli agli altri, e così crescono. È come se ci dicesse: “Eccoti la mia misericordia, la mia tenerezza, il mio perdono: prendili e fanne largo uso”. E noi che cosa ne abbiamo fatto? Chi abbiamo “contagiato” con la nostra fede? Quante persone abbiamo incoraggiato con la nostra speranza? Quanto amore abbiamo condiviso col nostro prossimo? Sono domande che ci farà bene farci. Qualunque ambiente, anche il più lontano e impraticabile, può diventare luogo dove far fruttificare i talenti. Non ci sono situazioni o luoghi preclusi alla presenza e alla testimonianza cristiana. La testimonianza che Gesù ci chiede non è chiusa, è aperta, dipende da noi.
Questa parabola ci sprona a non nascondere la nostra fede e la nostra appartenenza a Cristo, a non seppellire la Parola del Vangelo, ma a farla circolare nella nostra vita, nelle relazioni, nelle situazioni concrete, come forza che mette in crisi, che purifica, che rinnova. Così pure il perdono, che il Signore ci dona specialmente nel Sacramento della Riconciliazione: non teniamolo chiuso in noi stessi, ma lasciamo che sprigioni la sua forza, che faccia cadere muri che il nostro egoismo ha innalzato, che ci faccia fare il primo passo nei rapporti bloccati, riprendere il dialogo dove non c’è più comunicazione… E così via. Fare che questi talenti, questi regali, questi doni che il Signore ci ha dato, vengano per gli altri, crescano, diano frutto, con la nostra testimonianza.
Credo che oggi sarebbe un bel gesto che ognuno di voi prendesse il Vangelo a casa, il Vangelo di San Matteo, capitolo 25, versetti dal 14 al 30, Matteo 25, 14-30, e leggere questo, e meditare un po’: “I talenti, le ricchezze, tutto quello che Dio mi ha dato di spirituale, di bontà, la Parola di Dio, come faccio che crescano negli altri? O soltanto li custodisco in cassaforte?”.
E inoltre Il Signore non dà a tutti le stesse cose e nello stesso modo: ci conosce personalmente e ci affida quello che è giusto per noi; ma in tutti, in tutti c’è qualcosa di uguale: la stessa, immensa fiducia. Dio si fida di noi, Dio ha speranza in noi! E questo è lo stesso per tutti. Non deludiamolo! Non lasciamoci ingannare dalla paura, ma ricambiamo fiducia con fiducia! La Vergine Maria incarna questo atteggiamento nel modo più bello e più pieno. Ella ha ricevuto e accolto il dono più sublime, Gesù in persona, e a sua volta lo ha offerto all’umanità con cuore generoso. A Lei chiediamo di aiutarci ad essere “servi buoni e fedeli”, per partecipare “alla gioia del nostro Signore”.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
in questi giorni a Roma ci sono state tensioni piuttosto forti tra residenti e immigrati. Sono fatti che accadono in diverse città europee, specialmente in quartieri periferici segnati da altri disagi. Invito le Istituzioni, di tutti i livelli, ad assumere come priorità quella che ormai costituisce un’emergenza sociale e che, se non affrontata al più presto e in modo adeguato, rischia di degenerare sempre di più. La comunità cristiana si impegna in modo concreto perché non ci sia scontro, ma incontro. Cittadini e immigrati, con i rappresentanti delle istituzioni, possono incontrarsi, anche in una sala della parrocchia, e parlare insieme della situazione. L’importante è non cedere alla tentazione dello scontro, respingere ogni violenza. E’ possibile dialogare, ascoltarsi, progettare insieme, e in questo modo superare il sospetto e il pregiudizio e costruire una convivenza sempre più sicura, pacifica ed inclusiva.
Oggi ricorre la “Giornata mondiale delle vittime della strada”. Ricordiamo nella preghiera quanti hanno perso la vita, auspicando l’impegno costante nella prevenzione degli incidenti stradali, come pure un comportamento prudente e rispettoso delle norme da parte degli automobilisti.
Saluto tutti voi, famiglie, parrocchie, associazioni e singoli fedeli, che siete venuti dall’Italia e da tante parti del mondo. In particolare, saluto i pellegrini provenienti da Murcia (Spagna), Cagliari, Teramo, Gubbio e Lissone; il coro Amadeus di Villafranca, l’associazione “Accompagnatori Santuari Mariani nel Mondo” e i ragazzi della cresima di Monte San Savino e di Torano Nuovo. Saluto i dipendenti dell’Ospedale Fatebenefratelli di Roma e il gruppo di musicisti del Teatro dell’Opera di Roma.
E non dimenticare oggi, a casa, di prendere il Vangelo di Matteo, capitolo 25, versetto 14, e leggerlo, e farsi le domande che vengono.
A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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9-11-2014 (Angelus 219)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Oggi la liturgia ricorda la Dedicazione della Basilica Lateranense, che è la cattedrale di Roma e che la tradizione definisce "madre di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe". Con il termine "madre" ci si riferisce non tanto all’edificio sacro della Basilica, quanto all’opera dello Spirito Santo che in questo edificio si manifesta, fruttificando mediante il ministero del Vescovo di Roma, in tutte le comunità che permangono nell’unità con la Chiesa cui egli presiede.
Ogni volta che celebriamo la dedicazione di una chiesa, ci viene richiamata una verità essenziale: il tempio materiale fatto di mattoni è segno della Chiesa viva e operante nella storia, cioè di quel "tempio spirituale", come dice l’apostolo Pietro, di cui Cristo stesso è "pietra viva, rigettata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio" (1 Pt 2,4-8). Gesù, nel Vangelo della liturgia d’oggi, parlando del tempio, ha rivelato una verità sconvolgente: che cioè il tempio di Dio non è soltanto l’edificio fatto di mattoni, ma è il suo corpo, fatto di pietre vive. In forza del Battesimo, ogni cristiano fa parte dell’"edificio di Dio" (1 Cor 3,9), anzi diventa la Chiesa di Dio. L’edificio spirituale, la Chiesa comunità degli uomini santificati dal sangue di Cristo e dallo Spirito del Signore risorto, chiede a ciascuno di noi di essere coerente con il dono della fede e di compiere un cammino di testimonianza cristiana. E non è facile, lo sappiamo tutti, la coerenza nella vita fra la fede e la testimonianza; ma noi dobbiamo andare avanti e fare nella nostra vita, questa coerenza quotidiana. "Questo è un cristiano!", non tanto per quello che dice, ma per quello che fa, per il modo in cui si comporta. Questa coerenza, che ci dà vita, è una grazia dello Spirito Santo che dobbiamo chiedere. La Chiesa, all’origine della sua vita e della sua missione nel mondo, non è stata altro che una comunità costituita per confessare la fede in Gesù Cristo Figlio di Dio e Redentore dell’uomo, una fede che opera per mezzo della carità. Vanno insieme! Anche oggi la Chiesa è chiamata ad essere nel mondo la comunità che, radicata in Cristo per mezzo del Battesimo, professa con umiltà e coraggio la fede in Lui, testimoniandola nella carità. A questa finalità essenziale devono essere ordinati anche gli elementi istituzionali, le strutture e gli organismi pastorali; a questa finalità essenziale: testimoniare la fede nella carità. La carità è proprio l’espressione della fede e anche la fede è la spiegazione e il fondamento della carità.
La festa d’oggi ci invita a meditare sulla comunione di tutte le Chiese, cioè di questa comunità cristiana, per analogia ci stimola a impegnarci perché l’umanità possa superare le frontiere dell’inimicizia e dell’indifferenza, a costruire ponti di comprensione e di dialogo, per fare del mondo intero una famiglia di popoli riconciliati tra di loro, fraterni e solidali. Di questa nuova umanità la Chiesa stessa è segno ed anticipazione, quando vive e diffonde con la sua testimonianza il Vangelo, messaggio di speranza e di riconciliazione per tutti gli uomini.
Invochiamo l’intercessione di Maria Santissima, affinché ci aiuti a diventare, come lei, "casa di Dio", tempio vivo del suo amore.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
25 anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il Muro di Berlino, che per tanto tempo ha tagliato in due la città ed è stato simbolo della divisione ideologica dell’Europa e del mondo intero. La caduta avvenne all’improvviso, ma fu resa possibile dal lungo e faticoso impegno di tante persone che per questo hanno lottato, pregato e sofferto, alcuni fino al sacrificio della vita. Tra questi, un ruolo di protagonista ha avuto il santo Papa Giovanni Paolo II. Preghiamo perché, con l’aiuto del Signore e la collaborazione di tutti gli uomini di buona volontà, si diffonda sempre più una cultura dell’incontro, capace di far cadere tutti i muri che ancora dividono il mondo, e non accada più che persone innocenti siano perseguitate e perfino uccise a causa del loro credo e della loro religione. Dove c’è un muro, c’è chiusura di cuore. Servono ponti, non muri!
Oggi, in Italia, si celebra la Giornata del Ringraziamento, che quest’anno ha per tema "Nutrire il pianeta. Energia per la vita", con riferimento all’ormai prossimo Expo Milano 2015. Mi unisco ai Vescovi nell’auspicare un impegno rinnovato perché a nessuno manchi il cibo quotidiano, che Dio dona per tutti. Sono vicino al mondo dell’agricoltura, e incoraggio a coltivare la terra in modo sostenibile e solidale.
In tale contesto si svolge a Roma la Giornata diocesana per la custodia del creato, un evento che intende promuovere stili di vita basati sul rispetto dell’ambiente, riaffermando l’alleanza tra l’uomo, custode del creato, e il suo Creatore.
Saluto tutti i pellegrini, venuti da diversi Paesi, le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni, in questa bella giornata che il Signore oggi ci dà.
In particolare saluto i rappresentanti della comunità venezuelana in Italia - vedo la bandiera lì -, i ragazzi di Thiene (Vicenza) che hanno ricevuto la Cresima; le universitarie di Urbino; i fedeli di Pontecagnano, Sant’Angelo in Formis, Borgonuovo e Pontecchio.
In questa bella giornata, a tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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I figli: dono e responsabilità (Contributi 987)

Ecco il discorso di mons. Massimo Camisasca alla Città di Reggio Emilia nella Solennità di san Prospero (patrono della città - 24 novembre 2014) 

Cari Amici, cari Fratelli e Sorelle, illustri Autorità, 
papa Francesco, con il Sinodo straordinario dei Vescovi che si è da poco concluso, ha posto all’attenzione della Chiesa e del mondo la realtà della famiglia. Egli ritiene, come tutti noi, che la famiglia sia il cuore della Chiesa e della società. È nella famiglia, infatti, che si imparano e si vivono le dimensioni fondamentali della vita. Si impara che l’amore ci precede, entra a trasformare la nostra esistenza creando dei legami che diventano fondamentali. Nella famiglia si impara l’apertura agli altri, alla nuova vita dei figli, si impara l’importanza dell’educazione, il rispetto delle altre persone, soprattutto attraverso la scoperta che i figli non ci appartengono e che, in definitiva, noi non apparteniamo a noi stessi. In occasione della festa di san Prospero, nostro patrono, intendo dunque parlare, quest’anno, della famiglia, affrontando di essa un aspetto particolare: i figli, come dono e responsabilità. 

Il discorso del Vescovo in occasione della festa di san Prospero vuole parlare a tutta la Città, non per imporre una visione ideologica della vita, ma per proporre alcune osservazioni ed esperienze che possono aiutare a leggere ciò che di profondamente umano vi è nella nostra esistenza e anche ciò che va recuperato e riscoperto. Parlare della famiglia e sostenere la realtà familiare non vuol dire, da parte mia, difendere un passato, semplicemente una tradizione, qualcosa di arcaico che si vuole salvare a tutti i costi. Sostenere la famiglia vuol dire, invece, riscoprire un bene che può costituire un grande punto di costruzione per il nostro futuro. 

Tutti quanti siamo chiamati, perciò, a riscoprire la realtà della famiglia, a riscoprire ciò che in essa vi è di fondamentale per la vita degli uomini e ciò che può costituire un bagaglio di speranza per la nostra vita presente. 
Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes, ha messo in luce in modo originale il valore personale dell’amore nella famiglia[1]. Accanto al suo scopo generativo, ha messo in rilievo il bene del rapporto fra le persone, marito e moglie, genitori e figli, come una caratteristica propria della vita familiare. 

 In questo mio discorso alla Città, desidero parlare della famiglia come luogo naturale della vita, come luogo capace di mettere al mondo un nuovo essere umano e di assicurare ad esso una stabilità di accoglienza, che solo la famiglia può dare. Sono consapevole di tutte le fragilità che sono presenti nella realtà familiare. Essa ha però dentro di sé, proprio per il patto di stabilità che la costituisce, la grande promessa di assicurare al figlio un luogo che lo aiuti a crescere adeguatamente. 

Parlo di tutto ciò nella consapevolezza che l’Italia è uno dei Paesi più colpiti dal fenomeno della denatalità. In meno di dieci anni, dagli anni Settanta agli anni Ottanta, siamo scesi da 900mila nascite a 300mila, per poi attestarci intorno a 550mila unità. 
Il progressivo cambiamento dei modelli di fecondità della popolazione italiana ha portato il livello di ricambio generazionale sotto la soglia dei due figli per donna da più di trent'anni e ciò, unitamente al progressivo invecchiamento della popolazione, ha condotto alle conseguenze drammatiche che oggi affrontiamo. Se verranno confermati i parametri di questi anni avremo una popolazione di ultra sessantacinquenni, i nonni, che se adesso supera di mezzo milione quella dei nipoti, nel 2030 potrebbe superarla di 6 milioni. 
Ci sono poi le ragioni economiche e sociali di questa denatalità, che sono, tra l’altro, il costo dei figli, la difficile conciliazione soprattutto tra lavoro e impegni familiari, il costo delle abitazioni e la disoccupazione giovanile. 

La famiglia, luogo della generazione 

Vorrei riflettere con voi, allora, su che cosa significa generare dei figli, un bene prezioso che è diventato sempre più raro nel nostro Paese. 
Mentre nel mondo animale esiste la riproduzione, cioè la produzione di nuovi esseri per la salvaguardia della specie, nel mondo degli uomini si parla piuttosto di generazione o di procreazione. 
La parola generare contiene il riferimento a un’origine, génos. La stessa parola ci collega con il genere maschile e femminile e con la genealogia, cioè con un filo che unisce generati e generandi. 
Il generare ha quindi a che fare con la differenza originaria, con l’uomo creato come maschio e come femmina. Nello stesso tempo nell'umano il generare non è solo un’azione in avanti — pro-creare — ma ci fa anche guardare all'indietro, al fatto che i generanti, i genitori, sono essi stessi generati, essi stessi dei figli. 
Noi oggi, figli del nostro tempo, viviamo in un presente dilatato, ci concepiamo spesso come se fossimo noi l’inizio assoluto della storia e dimentichiamo la inscindibilità del generare e dell’essere generati. Ogni figlio ha un nome proprio, ma ha anche un cognome, vale a dire fa parte di una storia familiare, ha una genealogia, porta su di sé i geni di molte generazioni, sia da parte della madre che da parte del padre, e ha un rapporto diretto con i nonni che spesso se ne prendono cura, soprattutto nel nostro Paese nel quale i nonni rappresentano una grande risorsa per la famiglia. 
L’esperienza positiva e bella delle famiglie con bambini adottati o in affido, ci aiuta a non assolutizzare tutto ciò, ma le particolari fatiche e difficoltà che deve attraversare la famiglia adottiva, anziché contraddire quanto finora affermato, ne mettono in luce l’importanza. 
Quando abbiamo detto che solo la famiglia genera, abbiamo voluto dire che in essa l’uomo e la donna si uniscono mettendo in comune dei patrimoni genetici e simbolici che vengono da lontano e che danno origine a un nuovo essere umano. Nel far questo capiscono che la vita che hanno donata è essa stessa un dono che hanno ricevuto. 
La novità che introduce nel mondo il nuovo nato è una novità assoluta, non una trasformazione di ciò che già esiste. Generare persone, dunque, è una novità universale che esiste in tutti i tempi e in tutti i luoghi della terra. Come ha scritto Hannah Arendt, «in ogni nascita un nuovo inizio appare all'interno del mondo, un mondo nuovo è virtualmente giunto all’esistenza»[2]. Questo mondo nuovo è la persona. 
Dire persona non è la stessa cosa che dire individuo. Noi non siamo degli esseri solitari, ma degli esseri in relazione. Come ha scritto papa Francesco nella Lumen Fidei, «la persona vive sempre in relazione. Viene da altri, appartiene ad altri, la sua vita si fa più grande nell’incontro con altri. E anche la propria conoscenza, la stessa coscienza di sé, è di tipo relazionale, ed è legata ad altri che ci hanno preceduto: in primo luogo i nostri genitori, che ci hanno dato la vita e il nome. Il linguaggio stesso, le parole con cui interpretiamo la nostra vita e la nostra realtà, ci arriva attraverso altri, preservato nella memoria viva di altri. La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande»[3] 

Il figlio: dono o diritto? 
Oggi c’è poca consapevolezza della novità e del bene insito nella nuova vita che viene alla luce, lo sentiamo come un diritto più che come un dono. Un diritto degli adulti, della coppia e, a volte, addirittura del singolo, che non vuole privarsi di questa significativa esperienza. La novità della nascita, la novità della presenza di un nuovo essere umano — che viene sì dalle nostre viscere, ma è fin da subito altro da noi, è subito persona con una sua dignità — cede il passo di fronte al “bisogno” realizzativo dell’adulto. Il figlio tende a diventare il prolungamento del genitore che facilmente si rispecchia in lui e affida a lui il senso della sua vita. Diventa la sua “pre-occupazione”. La maggiore sensibilità che abbiamo oggi nei confronti dei bambini — che è sicuramente un fatto positivo — si traduce troppo spesso in forme di possesso sottile che impediscono al padre e alla madre di svolgere il loro compito educativo. Tutto ciò costituisce un’ipoteca per uno sviluppo libero del bambino. 
Questo aggrapparsi degli adulti ai pochi bambini che mettono al mondo è anche il segno della fragilità della coppia che cerca la sua consistenza prevalentemente nell'intesa emotiva e poco nella responsabilità nei confronti del partner e dei figli. La famiglia ha perso così il suo ancoraggio nella coppia stabile. Oggi poi, con la messa in discussione della differenza sessuale come prerequisito della unione coniugale, la famiglia rischia non solo di perdere qualche pezzo, ma di perdere la sua stessa identità. Essa infatti si fonda sull'unione stabile tra un uomo e una donna che mettono in comune i loro corpi, i loro affetti, i significati delle loro vite che hanno ereditato dalle loro famiglie e li trasformano, secondo la loro sensibilità, coinvolgendosi in un progetto generativo.

Ripartire dalla coscienza di essere figli 
Come possiamo allora riprendere questo aspetto elementare della famiglia (cioè il figlio come dono) senza smarrirci nella falsa strada del diritto degli adulti? Dobbiamo ripartire dalla condizione di figli, da questo vincolo di dipendenza che è una delle radici più profonde della condizione umana. 
Tutti noi siamo figli, tutti i bambini sono figli. Il figlio rimanda, esige i suoi genitori e la sua genealogia. Questo è il suo diritto fondamentale: che venga riconosciuto come figlio, che venga riconosciuto il suo luogo generativo, che gli sia garantita una vita famigliare, come sta scritto nella Convenzione sui diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite del 1989. 
Il figlio più difficilmente costruirà la propria identità quando non può vivere, attraverso la sua condizione di figlio, in stretta relazione con chi l’ha generato. Il diritto del bambino-figlio ad avere una famiglia è un diritto, dunque, di identità. Tale diritto, purtroppo, a volte è “tradito” dalla pretesa dei genitori di avere “un figlio a tutti i costi”, ed è ricercato anche attraverso strade, come la fecondazione eterologa o l’utero in affitto, che rendono problematico per il figlio conoscere le sue origini. Nascere con un vuoto di origine alle spalle, non sapendo chi è il padre o la madre o sapendo che il padre ha il volto anonimo di chi ha dato il seme e la madre l’utero, è una verità drammatica per il figlio[4]. I vuoti relativamente alle origini si traducono in lacune gravi dell’identità perché rendono impossibile la narrazione della propria storia personale. 
Ma anche gli adulti che si mettono su questa pericolosa china fatta di diritto, possesso e controllo del figlio perdono un aspetto fondamentale dell’esperienza: il fatto che il figlio è un dono, un inatteso, una sorpresa. È la vita stessa dei figli, nei suoi caratteri di novità e imprevedibilità, che smentisce l’illusione del controllo e che richiama i genitori ad un atteggiamento di servizio umile e gratuito nei confronti della vita. Come dice san Giovanni Paolo II nella Lettera alle Famiglie: «Il bambino fa di sé un dono ai fratelli, alle sorelle, ai genitori, all'intera famiglia. La sua vita diventa dono per gli stessi donatori della vita, i quali non potranno non sentire la presenza del figlio, la sua partecipazione alla loro esistenza, il suo apporto al bene comune loro e della comunità familiare»[5]. 

Il figlio come “compito” 
Il dono del figlio è contemporaneamente un compito per i genitori. Si apre qui il grande tema dell’educazione. Il figlio deve essere condotto responsabilmente e amorevolmente lungo l’itinerario che dall'infanzia porta alle soglie della maturità. 
L’educazione è il proseguimento della generazione. Il compito educativo della famiglia deve accompagnare il figlio a incontrare le cose e l’intera esistenza. Dice Papa Benedetto XVI: «Educare — dal latino educere — significa condurre fuori da se stessi per introdurre alla realtà, verso una pienezza che fa crescere la persona»[6], perché realizzi qualche cosa di bello e di buono, perché realizzi la propria vocazione. 
Occorrerà mettere in conto anche gli insuccessi e i sacrifici. Il sacrificio è una cosa di cui noi post-moderni facciamo fatica a comprendere il valore. Eppure è molto faticoso educare ed è anche molto faticoso per i genitori di oggi chiedere rinunce, porre limiti alle richieste dei figli: temono di perdere il loro affetto. Le insicurezze e le fragilità dei genitori impediscono loro di stabilire un rapporto libero con i figli. Rendono più debole e ambigua la loro autorevolezza. Sono ricattati dal loro bisogno di ricevere affetto e riconoscimento da parte dei figli. 
È giusto che i figli occupino un posto importante nella vita. Sono un bene insostituibile, ma non possono essere il senso della vita. Non sono fatti per riempire il vuoto delle nostre esistenze, per consolarci delle nostre ferite, ma perché insieme, attingendo al comune Mistero del dono della vita, realizziamo la nostra vocazione. È particolarmente luminosa a questo proposito l’esperienza di Chiara Corbella ed Enrico Petrillo che hanno accolto i loro bambini “malati” come un dono che Dio faceva loro, certi che quei bambini avevano una missione misteriosa da svolgere e loro, come genitori, erano chiamati ad accompagnarli per il tempo che Dio aveva stabilito. Accompagnarli nella loro vocazione per riconsegnarli a Lui[7]. 
Oggi i genitori sono in difficoltà nel condurre i figli a realizzare la loro vocazione, sono incerti sui criteri da adottare nelle difficili e complicate scelte dell’esistenza, non sanno che cosa ultimamente desiderare per sé e di conseguenza per i figli. Per questo l’attaccamento dei genitori è più di tipo narcisistico che progettuale. I figli non sono visti come nuova generazione che si affaccia alla vita, ma piuttosto come coloro che riempiono il vuoto esistenziale del genitore. Per questo si tende a trattenerli in casa. Invece una genuina posizione educativa fa sì che il genitore, attraverso un rapporto affidabile, sia un testimone che la vita ha un senso e accompagni il figlio a cercarlo e a trovarlo. E lui stesso, in questo viaggio, sa riproporsi gli eterni “perché”, sa rilanciare la speranza. «È compito di coloro che si sono assunti la responsabilità di genitori — scriveva significativamente il mio predecessore, mons. Adriano Caprioli, nella sua ultima Lettera pastorale — di rendere ragione al figlio della promessa che essi hanno fatto mettendolo al mondo: la promessa per cui “c’è una speranza nella tua vita”»[8]. 
Da questo punto di vista, è altamente educativo per un figlio vedere una madre e un padre che pregano assieme, che hanno un punto di riferimento più grande di loro, a cui chiedono forza e sapienza. I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti, che non esistono, ma di adulti che come loro e prima di loro siano affamati di verità e bellezza, di significato e di felicità. Genitori che, pur con tanti limiti e in mezzo a tanti errori, desiderano dare la vita per qualcosa di grande. 
In questo senso, l’esperienza della paternità e della maternità è un grande dono innanzitutto per i genitori stessi, anche sul piano spirituale. Proprio perché è un compito che quasi supera le loro risorse, può diventare la strada per trarre fuori da se stessi la parte migliore: pensiamo alla capacità di donarsi, di uscire da sé, di sperare, di avere pazienza…; è una nuova vita non solo per il bambino, ma anche per i genitori stessi. Diventare genitori è un’esperienza che li “costringerà” ad affidarsi, a mettersi in mani più grandi. 
La grandezza, la complessità e la fragilità della vita familiare possono diventare l’occasione per scoprirsi sempre più figli, per riconoscersi piccoli, per imparare ad abbandonarsi, a chiedere e a sperimentare la provvidenza del Padre. Diventare papà e mamme significa assomigliare di più a Dio, che ama come padre e madre, ma significa anche diventare più figli: figli insieme come coppia e figli insieme ai propri figli. 

La missione della famiglia: umanizzare l’umano 
L’educazione aiuta la vita dei figli a fiorire, affinché, a loro volta, producano nuovi frutti vitali. In questo modo la famiglia “umanizza l’umano”. Che cosa significa? 
Per diventare pienamente umani occorre imparare innanzitutto cosa voglia dire voler bene, occorre fare esperienza di legami affidabili, del gusto e della fatica di lavorare per un progetto di vita buona. Tutto questo una famiglia lo può dare indipendentemente dal grado di istruzione. Sono spesso le famiglie più semplici, più povere a testimoniare questi “legami affidabili”. Talvolta quanto più si è studiato, tanto più si è portati a pensare che educare sia dare competenze. Lo scopo della famiglia non è dare competenze, ma rendere umani, cioè aiutare l’altro a diventare persona compiuta: la famiglia insegna la fiducia, la speranza, la capacità di perdono, insegna a vedere con realismo anche quella quota di male che segna inesorabilmente la vita di ognuno. 
L’uomo può amare se prima ha riconosciuto un amore gratuito su di sé. La famiglia è il luogo dove il soggetto umano fa l’esperienza affettiva e morale elementare, basilare, sperimenta di essere voluto e amato e impara, così, a prendersi cura dell’altro. 
Essere figli è cronologicamente la prima e decisiva esperienza che ciascuno di noi ha fatto in seno alla propria famiglia, ed è anche quell'esperienza dalla quale dipenderà in buona parte la capacità di vivere da fratelli, di essere sposi, padri e madri. 
Come nella vita relazionale, anche per quanto riguarda la vita spirituale i genitori sono i primi mediatori e testimoni della fiducia, della speranza e dell’amore che Dio ha per noi, creando così nella famiglia un contesto in cui la fede può più facilmente nascere e fiorire. 
I genitori educano innanzitutto attraverso la cura del loro legame e rimanendo aperti alla vita. Infatti, l’arrivo di un figlio o di un fratello in una famiglia è il segno che c’è una “sorgente” ancora viva, e non solo biologicamente; significa che c’è stato un atto d’amore. Proprio il prolungamento di quest’atto d’amore è il primo regalo che i genitori sono chiamati a dare ai figli e che essi cercano: tenere vivo nella coppia il volersi bene. I bambini e i ragazzi non hanno solo bisogno di essere amati, ma hanno bisogno di vedere che è possibile e vale la pena amarsi. Da questo nascerà la loro fiducia e la capacità di creare dei legami stabili. 

Una comunione educativa 
Tutto quanto ho detto finora può far sorgere in noi la domanda: ma è possibile vivere questo compito così complesso? Sì, perché i genitori non sono soli, non sono chiamati ad essere autosufficienti. Anzi, proprio la gravità del loro compito fa avvertire loro, in modo quasi naturale, il bisogno di una comunione con altre famiglie, con cui condividere gioie, preoccupazioni, scelte educative. Il cuore della vocazione dei genitori è proprio questa apertura che sono chiamati a vivere di fronte alla propria inadeguatezza. Dio sempre assegna un compito all’uomo perché questi, attraverso la missione che gli è affidata, abbia a comprendere che da solo non può far nulla (cfr. Gv 15,5). Il compito che Dio affida ad ognuno è sempre anche un espediente per farci entrare nella comunione, per farci capire che siamo fatti per la comunione. Una famiglia che si concepisse da sola, che si ripiegasse su sé stessa, contraddirebbe la sua essenza più profonda. 
Oltre che sull'amicizia con altre famiglie, sul sostegno materiale e spirituale di tante persone e sulla comunità cristiana, i genitori possono contare su molte istituzioni che collaborano alla loro opera educativa. Spetta ad essi la responsabilità di scegliere i luoghi più adeguati per la formazione dei loro figli, ma devono poter contare su altre istituzioni e su altri adulti che, nel rispetto dei diversi ruoli, si assumano anch’essi il loro compito educativo. Si comprende, da questo punto di vista, che la possibilità di un’effettiva scelta della scuola, uno tra i più importanti di questi luoghi, è una questione decisiva. Occorrono però anche politiche familiari serie, che sostengano le famiglie valorizzando i soggetti sociali che possano rigenerare quella rete comunitaria che rende più facile l’impresa educativa. Come ha ricordato papa Francesco con un proverbio africano, parlando al mondo della scuola italiana, «c’è bisogno di un villaggio per far crescere un bambino»[9].

[1] Cfr. Gaudium et Spes, 47-52; in particolare n. 49: «Proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona con un sentimento che nasce dalla volontà, quell’amore abbraccia il bene di tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità le espressioni del corpo e della vita psichica e di nobilitarle come elementi e segni speciali dell’amicizia coniugale». 
[2] H. Arendt, La nature du totalitarisme, Payot, Paris 1990, 342. 
[3] Francesco, Lumen Fidei 38. 
[4] Ho già accennato a questa drammatica realtà nella mia nota sul Gender citando, tra l’altro, le ricerche di E. Scabini e S. Agacinski: «vuoto di origine: […] l’itinerario a ritroso che l’umanità oggi rischia di percorrere trascina al ribasso la persona dal riconoscimento al misconoscimento, all’indifferenza, all’incuria»: E. Scabini, La crisi dei fondamentali dell’umano. Riscoprire l’attrattiva dei fondamentali, in «Tempi», 17 maro 2014. «Non ci si è per nulla preoccupati degli effetti che [l’impossibilità di risalire ai genitori biologici] potrebbe produrre nei figli stessi. […] Adesso li conosciamo meglio, poiché molti di questi figli rifiutano, più tardi, di essere prodotti fabbricati con l’aiuto di provette congelate e vorrebbero sapere a quale uomo o a quale donna, in altre parole a quali persone, debbano la vita, per potersi iscrivere in una storia umana. […] Il problema dei bambini a venire, cioè delle future generazioni, è che nessuno li rappresenta sulla scena politica democratica: non possono manifestare, né essere ricevuti, né essere ascoltati. Non costituiscono alcuna forza. Il legislatore deve però preoccuparsi delle condizioni della loro venuta»: S. Agacinski, La metamorfosi della differenza sessuale, in Vita e Pensiero, n. 2, 2013. 
[5] San Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie 11. 
[6] Benedetto XVI, Messaggio per la XLV Giornata mondiale della pace, 1 gennaio 2012, 2. Parlando del compito educativo della scuola papa Francesco utilizza espressioni simili: «Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà. Almeno così dovrebbe essere!» (Francesco, Discorso al mondo della scuola italiana, 10 maggio 2014). 
[7] Cfr. S. Troisi – C. Paccini, Siamo nati e non moriremo mai più. Storia di Chiara Corbella Petrillo, Porziuncola, 2013. 
[8] Adriano Caprioli, Vigilate: ecco sto alla porta e busso. Lettera Pastorale per il biennio 2010-2012 [2010], 23. 
[9] Francesco, Discorso al mondo della scuola italiana, 10 maggio 2014.
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