Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Si invita a leggere il post 1 del febbraio 2009 in cui sono ribaditi i motivi che mi hanno spinto a creare questo blog pur nella consapevolezza dei miei limiti.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima e al Sacro Cuore di Gesù questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

domenica 26 aprile 2015

Le croci nel cuore (Contributi 998)

Traggo dal sito della Fraternità Sacerdotale San Carlo questa lettera da Novosibirsk del seminarista Michele Baggi

Pochi giorni prima dello scorso Natale, i sacerdoti con cui vivo nella casa della Fraternità a Novosibirsk chiedono la mia disponibilità ad accompagnare don Francesco Bertolina durante le sue visite ai villaggi della diocesi. Io dico di sì. Durante il viaggio in direzione di Polovinnoe, 300 chilometri a ovest del capoluogo, ad un certo punto don Francesco accosta a lato della strada deserta. È già buio, sopra la steppa il cielo è limpido. Alzo lo sguardo e trovo davanti a me una stellata incredibile: difficile riconoscere le costellazioni, tante sono le stelle che si vedono. Il cielo è così vicino che sembra di poterlo toccare con le mani. Gli occhi fissi allo zenit, riconosciamo chiaramente la lettera “M”, corrispondente alla W della costellazione di Cassiopea. Don Francesco sussurra: «Per me quella è la firma di Maria, Regina del cielo e della terra, iscritta nel firmamento, Lei che dall’alto del cielo ci guida e ci protegge». Diciamo assieme l’Angelus e ripartiamo. L’inizio è sempre un dono.
Per la solennità del Natale, desideriamo che le celebrazioni siano ordinate e belle. Tuttavia, le condizioni che troviamo spesso non corrispondono a ciò che abbiamo immaginato. La chiesa di Krasnozërskoe, per esempio, è finita all’esterno ma dentro mancano molte “rifiniture”: le porte interne, un crocifisso nell’abside e persino le luci alle pareti e sul soffitto. Per illuminare l’intera chiesa durante la messa di Natale, programmata per le 18, non bastano le luci dell’altare. Cinque minuti prima di iniziare, don Francesco rimedia un faretto da 500 watt: lo montiamo alla buona perché le persone riescano almeno a leggere e a distinguere le parole dei canti. Davanti all’altare, sistemiamo un tavolino con sopra un cuscino e una statuetta di Gesù Bambino. Finalmente la celebrazione può iniziare. Finita la messa, però, ci rendiamo conto che non c’è più nessuno che possa intonare i canti durante le altre celebrazioni. Francesco mi chiede se mi sento di farlo. Io, cantare in russo? Inizialmente sono raggelato, poi scopro in me un’inaspettata libertà dall’esito: mi preparo leggendo più volte i testi, in modo che la mia pronuncia non sia pessima, e lo faccio. Canto in russo.
Anche grazie a questa esperienza, capisco che il Signore non mi chiede la perfezione ma semplicemente la disponibilità a dire il mio «sì», ad offrire quel poco che posso dare. Il resto ce lo mette Lui. Sono stato contento della possibilità di vedere con quale dedizione don Francesco doni la vita per queste persone. Entrando nelle case per portare la comunione ai malati, ho visto le condizioni molto semplici e povere in cui vive la maggior parte della gente. Spesso, da queste parti, le situazioni familiari sono drammatiche, a causa soprattutto della mancanza di una figura paterna. A Karasuk abbiamo celebrato la messa in casa di una giovane madre il cui marito è morto per l’abuso di alcol. La figlia di undici anni, Elisa, ci ha accolto regalandoci dei piccoli oggetti che aveva fatto a mano con la pasta di sale. Così, una volta tornati a Novosibirsk, abbiamo pensato di prendere qualche libretto per ragazzi sulla vita dei santi, per regalarli ad Elisa alla nostra prossima visita.
Mi commuove lo sguardo di don Francesco verso queste persone: ben sapendo di non poter risolvere i loro problemi e i loro drammi, offre una compagnia, un’amicizia che renda loro presente la misericordia di Dio. Nonostante questo, vedendo un giorno le pochissime anziane che partecipavano alla messa, mi sono chiesto: dopo ventiquattro anni di missione qui, dove si può vedere il centuplo promesso? Come per rispondere alla mia domanda inespressa, una mattina, mentre prima dell’alba ci prepariamo per andare a Karasuk, don Francesco esordisce con questa riflessione: «Com’è possibile che dopo tanti anni io ami questa gente di più e non di meno?». Le sue parole mi scuotono. Penso che solo Cristo può donare al cuore questa letizia. Ne ho trovato conferma durante i lunghi viaggi in cui, mentre guida, don Francesco condivide con me ciò che vive, la bellezza e le fatiche dei suoi rapporti con le persone. Di ciascuno, mi racconta come si sono incontrati, la storia. E mi parla anche dei tanti che, dopo anni di amicizia, sono spariti. Ama la poesia, don Francesco, e, parafrasando San Martino del Carso di Ungaretti, mi dice: «Nel mio cuore nessuna croce manca, è il mio cuore il paese più popolato». Lui porta nel suo cuore tutti i volti incontrati, anche se lo hanno abbandonato: li custodisce dentro il suo rapporto con Cristo.



Domenica 3^ di Pasqua 19/4/2015 (Angelus 243)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nelle Letture bibliche della liturgia di oggi risuona per due volte la parola “testimoni”. La prima volta è sulle labbra di Pietro: egli, dopo la guarigione del paralitico presso la porta del tempio di Gerusalemme, esclama: «Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni» (At 3,15). La seconda volta è sulle labbra di Gesù risorto: Egli, la sera di Pasqua, apre la mente dei discepoli al mistero della sua morte e risurrezione e dice loro: «Di questo voi siete testimoni» (Lc 24,48). Gli Apostoli, che videro con i propri occhi il Cristo risorto, non potevano tacere la loro straordinaria esperienza. Egli si era mostrato ad essi affinché la verità della sua risurrezione giungesse a tutti mediante la loro testimonianza. E la Chiesa ha il compito di prolungare nel tempo questa missione; ogni battezzato è chiamato a testimoniare, con le parole e con la vita, che Gesù è risorto, che Gesù è vivo e presente in mezzo a noi. Tutti noi siamo chiamati a dare testimonianza che Gesù è vivo.
Possiamo domandarci: ma chi è il testimone? Il testimone è uno che ha visto, che ricorda e racconta. Vedere, ricordare e raccontare sono i tre verbi che ne descrivono l’identità e la missione. Il testimone è uno che ha visto, con occhio oggettivo, ha visto una realtà, ma non con occhio indifferente; ha visto e si è lasciato coinvolgere dall’evento. Per questo ricorda, non solo perché sa ricostruire in modo preciso i fatti accaduti, ma anche perché quei fatti gli hanno parlato e lui ne ha colto il senso profondo. Allora il testimone racconta, non in maniera fredda e distaccata, ma come uno che si è lasciato mettere in questione, e da quel giorno ha cambiato vita. Il testimone è uno che ha cambiato vita.
Il contenuto della testimonianza cristiana non è una teoria, non è un’ideologia o un complesso sistema di precetti e divieti oppure un moralismo, ma è un messaggio di salvezza, un evento concreto, anzi una Persona: è Cristo risorto, vivente e unico Salvatore di tutti. Egli può essere testimoniato da quanti hanno fatto esperienza personale di Lui, nella preghiera e nella Chiesa, attraverso un cammino che ha il suo fondamento nel Battesimo, il suo nutrimento nell’Eucaristia, il suo sigillo nella Confermazione, la sua continua conversione nella Penitenza. Grazie a questo cammino, sempre guidato dalla Parola di Dio, ogni cristiano può diventare testimone di Gesù risorto. E la sua testimonianza è tanto più credibile quanto più traspare da un modo di vivere evangelico, gioioso, coraggioso, mite, pacifico, misericordioso. Se invece il cristiano si lascia prendere dalle comodità, dalla vanità, dall’egoismo, se diventa sordo e cieco alla domanda di “risurrezione” di tanti fratelli, come potrà comunicare Gesù vivo, come potrà comunicare la potenza liberatrice di Gesù vivo e la sua tenerezza infinita?
Maria nostra Madre ci sostenga con la sua intercessione, affinché possiamo diventare, con i nostri limiti, ma con la grazia della fede, testimoni del Signore risorto, portando alle persone che incontriamo i doni pasquali della gioia e della pace.

Dopo il Regina Coeli:
Cari fratelli e sorelle,
stanno giungendo in queste ore notizie relative ad una nuova tragedia nelle acque del Mediterraneo. Un barcone carico di migranti si è capovolto la scorsa notte a circa 60 miglia dalla costa libica e si teme vi siano centinaia di vittime. Esprimo il mio più sentito dolore di fronte a una tale tragedia ed assicuro per gli scomparsi e le loro famiglie il mio ricordo e la mia preghiera. Rivolgo un accorato appello affinché la comunità internazionale agisca con decisione e prontezza, onde evitare che simili tragedie abbiano a ripetersi. Sono uomini e donne come noi, fratelli nostri che cercano una vita migliore, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerre; cercano una vita migliore. Cercavano la felicità... Vi invito a pregare in silenzio, prima, e poi tutti insieme per questi fratelli e sorelle.
Ave Maria…
Rivolgo un cordiale saluto a tutti voi, venuti dall’Italia e da tante parti del mondo: ai pellegrini della Diocesi de Santo André, in Brasile; a quelli di Berlino, Monaco e Colonia; agli studenti di Grafton (Australia), e di Sant Feliu de Llobregat (Spagna). Saluto i polacchi della diocesi di Rzeszów e sono vicino ai partecipanti alla “Marcia per la santità della vita” che si svolge a Varsavia, incoraggiando a difendere e promuovere sempre la vita umana.
Saluto l’Azione Cattolica di Formia; i fedeli di Milano, Lodi, Limbiate e Torre Boldone (Bergamo); i ragazzi di Torino, Senigallia, Almenno San Salvatore, Villafontana e Gràssina; i giovani di Noventa Vicentina e Catania; il Coro di Trecate e i soci del Lions Club.
Un saluto speciale al gruppo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, in occasione dell’odierna Giornata Nazionale di sostegno a questo grande Ateneo. È importante che esso possa continuare a formare i giovani ad una cultura che coniughi fede e scienza, etica e professionalità.
Oggi inizia a Torino la solenne ostensione della sacra Sindone. Anch’io, a Dio piacendo, mi recherò a venerarla il prossimo 21 giugno. Auspico che questo atto di venerazione ci aiuti tutti a trovare in Gesù Cristo il Volto misericordioso di Dio, e a riconoscerlo nei volti dei fratelli, specialmente i più sofferenti.
Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Auguro a tutti una buona domenica e un buon pranzo.
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Domenica 2^ di Pasqua (Divina Misericordia) 12/4/2015 (Angelus 243)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Oggi è l’ottavo giorno dopo la Pasqua, e il Vangelo di Giovanni ci documenta le due apparizioni di Gesù Risorto agli Apostoli riuniti nel Cenacolo: quella della sera di Pasqua, assente Tommaso, e quella dopo otto giorni, presente Tommaso. La prima volta, il Signore mostrò le ferite del suo corpo ai discepoli, fece il segno di soffiare su di loro e disse: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). Trasmette ad essi la sua stessa missione, con la forza dello Spirito Santo.
Ma quella sera mancava Tommaso, il quale non volle credere alla testimonianza degli altri. “Se non vedo e non tocco le sue piaghe – disse –, io non credo” (cfr Gv 20,25). Otto giorni dopo – cioè proprio come oggi – Gesù ritorna a presentarsi in mezzo ai suoi e si rivolge subito a Tommaso, invitandolo a toccare le ferite delle sue mani e del suo fianco. Viene incontro alla sua incredulità, perché, attraverso i segni della passione, possa raggiungere la pienezza della fede pasquale, cioè la fede nella risurrezione di Gesù.
Tommaso è uno che non si accontenta e cerca, intende verificare di persona, compiere una propria esperienza personale. Dopo le iniziali resistenze e inquietudini, alla fine arriva anche lui a credere, pur avanzando con fatica, ma arriva alla fede. Gesù lo attende pazientemente e si offre alle difficoltà e alle insicurezze dell’ultimo arrivato. Il Signore proclama “beati” quelli che credono senza vedere (cfr v. 29) – e la prima di questi è Maria sua Madre –, però viene incontro anche all’esigenza del discepolo incredulo: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani…» (v. 27). Al contatto salvifico con le piaghe del Risorto, Tommaso manifesta le proprie ferite, le proprie piaghe, le proprie lacerazioni, la propria umiliazione; nel segno dei chiodi trova la prova decisiva che era amato, che era atteso, che era capito. Si trova di fronte un Messia pieno di dolcezza, di misericordia, di tenerezza. Era quello il Signore che cercava, lui, nelle profondità segrete del proprio essere, perché aveva sempre saputo che era così. E quanti di noi cerchiamo nel profondo del cuore di incontrare Gesù, così come è: dolce, misericordioso, tenero! Perché noi sappiamo, nel profondo, che Lui è così. Ritrovato il contatto personale con l’amabilità e la misericordiosa pazienza del Cristo, Tommaso comprende il significato profondo della sua Risurrezione e, intimamente trasformato, dichiara la sua fede piena e totale in Lui esclamando: «Mio Signore e mio Dio!» (v. 28). Bella, bella espressione, questa di Tommaso!
Egli ha potuto “toccare” il Mistero pasquale che manifesta pienamente l’amore salvifico di Dio, ricco di misericordia (cfr Ef 2,4). E come Tommaso anche tutti noi: in questa seconda Domenica di Pasqua siamo invitati a contemplare nelle piaghe del Risorto la Divina Misericordia, che supera ogni umano limite e risplende sull’oscurità del male e del peccato. Un tempo intenso e prolungato per accogliere le immense ricchezze dell’amore misericordioso di Dio sarà il prossimo Giubileo Straordinario della Misericordia, la cui Bolla di indizione ho promulgato ieri sera qui, nella Basilica di San Pietro. Quella Bolla incomincia con le parole Misericordiae Vultus: il Volto della Misericordia è Gesù Cristo. Teniamo lo sguardo rivolto a Lui, che sempre ci cerca, ci aspetta, ci perdona; tanto misericordioso, non si spaventa delle nostre miserie. Nelle sue piaghe ci guarisce e perdona tutti i nostri peccati. E la Vergine Madre ci aiuti ad essere misericordiosi con gli altri come Gesù lo è con noi.

Dopo il Regina Coeli:
Cari fratelli e sorelle,
rivolgo un cordiale saluto a voi fedeli di Roma e a voi venuti da tante parti del mondo. Saluto i pellegrini della diocesi di Metuchen (Stati Uniti d’America), le Ancelle del Bambino Gesù provenienti dalla Croazia, le Figlie della Divina Carità, i gruppi parrocchiali di Forlì e Gravina di Puglia, e tutti i ragazzi e giovani presenti, in particolare gli alunni della scuola “Figlie di Gesù” di Modena, quelli del “Liceo Verga” di Adriano e i cresimandi di Palestrina. Saluto i pellegrini che hanno partecipato alla Santa Messa presieduta dal Cardinale Vicario di Roma nella chiesa di Santo Spirito in Sassia, centro di devozione alla Divina Misericordia.
Saluto le comunità neocatecumenali di Roma, che iniziano oggi una speciale missione nelle piazze della Città per pregare e dare testimonianza della fede.
Rivolgo un cordiale augurio ai fedeli delle Chiese d’Oriente che, secondo il loro calendario, celebrano oggi la Santa Pasqua. Mi unisco alla gioia del loro annuncio del Cristo Risorto: Christós anésti! Salutiamo i nostri fratelli di Oriente in questo giorno della loro Pasqua, con un applauso, tutti!
Rivolgo anche un sentito saluto ai fedeli armeni, che sono venuti a Roma e hanno partecipato alla Santa Messa con la presenza dei miei fratelli, i tre Patriarchi, e numerosi Vescovi.
Nelle settimane scorse mi sono arrivati da ogni parte del mondo tanti messaggi di auguri pasquali. Con gratitudine li ricambio a tutti. Desidero ringraziare di cuore i bambini, gli anziani, le famiglie, le diocesi, le comunità parrocchiali e religiose, gli enti e le diverse associazioni, che hanno voluto manifestarmi affetto e vicinanza. E continuate a pregare per me, per favore!
A tutti voi auguro una buona domenica. Buon pranzo e arrivederci!
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martedì 7 aprile 2015

Lunedì dell'Angelo 6/4/2015 (Angelus 242)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e ancora buona Pasqua!
In questo Lunedì dopo Pasqua il Vangelo (cfr Mt 28,8-15) ci presenta il racconto delle donne che, recatesi al sepolcro di Gesù, lo trovano vuoto e vedono un Angelo che annuncia loro che Egli è risorto. E mentre esse corrono per portare la notizia ai discepoli, incontrano Gesù stesso che dice loro: «Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno» (v. 10). La Galilea è la “periferia” dove Gesù aveva iniziato la sua predicazione; e di là ripartirà il Vangelo della Risurrezione, perché sia annunciato a tutti, e ognuno possa incontrare Lui, il Risorto, presente e operante nella storia. Anche oggi Lui è con noi, qui in piazza.
Questo dunque è l’annuncio che la Chiesa ripete fin dal primo giorno: “Cristo è risorto!”. E, in Lui, per il Battesimo, anche noi siamo risorti, siamo passati dalla morte alla vita, dalla schiavitù del peccato alla libertà dell’amore. Ecco la buona notizia che siamo chiamati a portare agli altri e in ogni ambiente, animati dallo Spirito Santo. La fede nella risurrezione di Gesù e la speranza che Egli ci ha portato è il dono più bello che il cristiano può e deve offrire ai fratelli. A tutti e a ciascuno, dunque, non stanchiamoci di ripetere: Cristo è risorto! Ripetiamolo tutti insieme, oggi qui in piazza: Cristo è risorto! Ripetiamolo con le parole, ma soprattutto con la testimonianza della nostra vita. La lieta notizia della Risurrezione dovrebbe trasparire sul nostro volto, nei nostri sentimenti e atteggiamenti, nel modo in cui trattiamo gli altri.
Noi annunciamo la risurrezione di Cristo quando la sua luce rischiara i momenti bui della nostra esistenza e possiamo condividerla con gli altri; quando sappiamo sorridere con chi sorride e piangere con chi piange; quando camminiamo accanto a chi è triste e rischia di perdere la speranza; quando raccontiamo la nostra esperienza di fede a chi è alla ricerca di senso e di felicità. Con il nostro atteggiamento, con la nostra testimonianza, con la nostra vita, diciamo: Gesù è risorto! Lo diciamo con tutta l’anima.
Siamo nei giorni dell’Ottava di Pasqua, durante i quali ci accompagna il clima gioioso della Risurrezione. È curioso: la Liturgia considera l’intera Ottava come un unico giorno, per aiutarci ad entrare nel mistero, perché la sua grazia si imprima nel nostro cuore e nella nostra vita. La Pasqua è l’evento che ha portato la novità radicale per ogni essere umano, per la storia e per il mondo: è trionfo della vita sulla morte; è festa di risveglio e di rigenerazione. Lasciamo che la nostra esistenza sia conquistata e trasformata dalla Risurrezione!
Domandiamo alla Vergine Madre, silenziosa testimone della morte e risurrezione del suo Figlio, di accrescere in noi la gioia pasquale. Lo faremo ora con la recita del Regina Caeli, che nel tempo pasquale sostituisce la preghiera dell’Angelus. In questa preghiera, scandita dall’alleluia, ci rivolgiamo a Maria invitandola a rallegrarsi, perché Colui che ha portato in grembo è risorto come aveva promesso, e ci affidiamo alla sua intercessione. In realtà, la nostra gioia è un riflesso della gioia di Maria, perché è Lei che ha custodito e custodisce con fede gli eventi di Gesù. Recitiamo dunque questa preghiera con la commozione dei figli che sono felici perché la loro Madre è felice.

Dopo il Regina Coeli:
In questo bel clima pasquale, saluto cordialmente tutti voi, cari pellegrini venuti dall’Italia e da varie parti del mondo per partecipare a questo momento di preghiera. In particolare, sono lieto di accogliere la delegazione del Movimento Shalom, che è arrivata all’ultima tappa della staffetta solidale per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle persecuzioni dei cristiani nel mondo. Il vostro itinerario sulle strade è finito, ma deve continuare da parte di tutti il cammino spirituale di preghiera intensa, di partecipazione concreta e di aiuto tangibile in difesa e protezione dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, perseguitati, esiliati, uccisi, decapitati per il solo fatto di essere cristiani. Loro sono i nostri martiri di oggi, e sono tanti, possiamo dire che sono più numerosi che nei primi secoli. Auspico che la Comunità Internazionale non assista muta e inerte di fronte a tale inaccettabile crimine, che costituisce una preoccupante deriva dei diritti umani più elementari. Auspico veramente che la Comunità Internazionale non volga lo sguardo dall’altra parte.
A ciascuno di voi, auguro di trascorrere nella gioia e nella serenità questa Settimana in cui si prolunga la gioia della Risurrezione di Cristo. Per vivere più intensamente questo periodo - e torno sempre sullo stesso argomento - ci farà bene leggere ogni giorno un brano del Vangelo in cui si parla dell’evento della Risurrezione. Ogni giorno un piccolo passo.
Buona e Santa Pasqua a tutti! Per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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lunedì 6 aprile 2015

Urbi et Orbi Pasqua 2015

Cari fratelli e sorelle, buona Pasqua.
Gesù Cristo è risorto!
L’amore ha sconfitto l’odio, la vita ha vinto la morte, la luce ha scacciato le tenebre!
Gesù Cristo, per amore nostro, si è spogliato della sua gloria divina; ha svuotato sé stesso, ha assunto la forma di servo e si è umiliato fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e lo ha fatto Signore dell’universo. Gesù è Signore!
Con la sua morte e risurrezione Gesù indica a tutti la via della vita e della felicità: questa via è l’umiltà, che comporta l’umiliazione. Questa è la strada che conduce alla gloria. Solo chi si umilia può andare verso le “cose di lassù”, verso Dio (cfr Col 3,1-4). L’orgoglioso guarda “dall’alto in basso”, l’umile guarda “dal basso in alto”.
Al mattino di Pasqua, avvertiti dalle donne, Pietro e Giovanni corsero al sepolcro e lo trovarono aperto e vuoto. Allora si avvicinarono e si “chinarono” per entrare nel sepolcro. Per entrare nel mistero bisogna “chinarsi”, abbassarsi. Solo chi si abbassa comprende la glorificazione di Gesù e può seguirlo sulla sua strada.
Il mondo propone di imporsi a tutti costi, di competere, di farsi valere… Ma i cristiani, per la grazia di Cristo morto e risorto, sono i germogli di un’altra umanità, nella quale cerchiamo di vivere al servizio gli uni degli altri, di non essere arroganti ma disponibili e rispettosi.
Questa non è debolezza, ma vera forza! Chi porta dentro di sé la forza di Dio, il suo amore e la sua giustizia, non ha bisogno di usare violenza, ma parla e agisce con la forza della verità, della bellezza e dell’amore.
Dal Signore risorto oggi imploriamo la grazia di non cedere all’orgoglio che alimenta la violenza e le guerre, ma di avere il coraggio umile del perdono e della pace. A Gesù vittorioso domandiamo di alleviare le sofferenze dei tanti nostri fratelli perseguitati a causa del Suo nome, come pure di tutti coloro che patiscono ingiustamente le conseguenze dei conflitti e delle violenze in corso. Ce ne sono tante!
Pace chiediamo anzitutto per l’amata Siria e per l’Iraq, perché cessi il fragore delle armi e si ristabilisca la buona convivenza tra i diversi gruppi che compongono questi amati Paesi. La comunità internazionale non rimanga inerte di fronte alla immensa tragedia umanitaria all’interno di questi Paesi e al dramma dei numerosi rifugiati.
Pace imploriamo per tutti gli abitanti della Terra Santa. Possa crescere tra Israeliani e Palestinesi la cultura dell’incontro e riprendere il processo di pace così da porre fine ad anni di sofferenze e divisioni.
Pace domandiamo per la Libia, affinché si fermi l’assurdo spargimento di sangue in corso e ogni barbara violenza, e quanti hanno a cuore la sorte del Paese si adoperino per favorire la riconciliazione e per edificare una società fraterna che rispetti la dignità della persona. Anche in Yemen auspichiamo che prevalga una comune volontà di pacificazione per il bene di tutta la popolazione.
Nello stesso tempo con speranza affidiamo al Signore che è tanto misericordioso l’intesa raggiunta in questi giorni a Losanna, affinché sia un passo definitivo verso un mondo più sicuro e fraterno.
Dal Signore Risorto imploriamo il dono della pace per la Nigeria, per il Sud-Sudan e per varie regioni del Sudan e della Repubblica Democratica del Congo. Una preghiera incessante salga da tutti gli uomini di buona volontà per coloro che hanno perso la vita – uccisi giovedì scorso nell’Università di Garissa, in Kenia –, per quanti sono stati rapiti, per chi ha dovuto abbandonare la propria casa ed i propri affetti.
La Risurrezione del Signore porti luce all’amata Ucraina, soprattutto a quanti hanno subito le violenze del conflitto degli ultimi mesi. Possa il Paese ritrovare pace e speranza grazie all’impegno di tutte le parti interessate.
Pace e libertà chiediamo per tanti uomini e donne soggetti a nuove e vecchie forme di schiavitù da parte di persone e organizzazioni criminali. Pace e libertà per le vittime dei trafficanti di droga, tante volte alleati con i poteri che dovrebbero difendere la pace e l’armonia nella famiglia umana. E pace chiediamo per questo mondo sottomesso ai trafficanti di armi, che guadagnano con il sangue degli uomini e delle donne.
Agli emarginati, ai carcerati, ai poveri e ai migranti che tanto spesso sono rifiutati, maltrattati e scartati; ai malati e ai sofferenti; ai bambini, specialmente a quelli che subiscono violenza; a quanti oggi sono nel lutto; a tutti gli uomini e le donne di buona volontà giunga la consolante e sanante voce del Signore Gesù: «Pace a voi!» (Lc 24,36) «Non temete, sono risorto e sarò sempre con voi!» (cfr Messale Romano, Antifona d’ingresso del giorno di Pasqua).
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Cari fratelli e sorelle,
desidero rivolgere i miei auguri di Buona Pasqua a tutti voi che siete venuti in questa Piazza da diversi Paesi, come pure a quanti sono collegati attraverso i mezzi di comunicazione sociale. Portate nelle vostre case e a quanti incontrate il gioioso annuncio che è risorto il Signore della vita, recando con sé amore, giustizia, rispetto e perdono!
Grazie per la vostra presenza, per la vostra preghiera e per l’entusiasmo della vostra fede in una giornata tanto bella ma anche tanto brutta per la pioggia. Un pensiero speciale e riconoscente per il dono dei fiori, che anche quest’anno provengono dai Paesi Bassi. Vi auguro una Buona Pasqua a tutti! Pregate per me, buon pranzo e arrivederci.
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lunedì 30 marzo 2015

Domenica delle Palme "B" 29/3/2015 (Angelus 241)

Al termine di questa celebrazione, saluto con affetto tutti voi qui presenti, in particolare i giovani. Cari giovani, vi esorto a proseguire il vostro cammino sia nelle diocesi, sia nel pellegrinaggio attraverso i continenti, che vi porterà l’anno prossimo a Cracovia, patria di san Giovanni Paolo II, iniziatore delle Giornate Mondiali della Gioventù. Il tema di quel grande Incontro: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7), si intona bene con l’Anno Santo della Misericordia. Lasciatevi riempire dalla tenerezza del Padre, per diffonderla intorno a voi!
E ora ci rivolgiamo in preghiera a Maria la nostra Madre, perché ci aiuti a vivere con fede la Settimana Santa. Anche Lei era presente quando Gesù entrò in Gerusalemme acclamato dalla folla; ma il suo cuore, come quello del Figlio, era pronto al sacrificio. Impariamo da Lei, Vergine fedele, a seguire il Signore anche quando la sua via porta alla croce.
Affido alla sua intercessione le vittime della sciagura aerea di martedì scorso, tra le quali vi era anche un gruppo di studenti tedeschi.
Angelus Domini…

Dopo l'Angelus:
Vi auguro una Santa Settimana in contemplazione del Mistero di Gesù Cristo.
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domenica 22 marzo 2015

Domenica 5^ Quaresima "B" 22/3/2015 (Angelus 240)

Cari fratelli e sorelle,
in questa Quinta Domenica di Quaresima, l’evangelista Giovanni attira la nostra attenzione con un particolare curioso: alcuni “greci”, di religione ebraica, venuti a Gerusalemme per la festa di Pasqua, si rivolgono all'apostolo Filippo e gli dicono: «Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,21). Nella città santa, dove Gesù si è recato per l’ultima volta, c’è molta gente. Ci sono i piccoli e i semplici, che hanno accolto festosamente il profeta di Nazareth riconoscendo in Lui l’Inviato del Signore. Ci sono i sommi sacerdoti e i capi del popolo, che lo vogliono eliminare perché lo considerano eretico e pericoloso. Ci sono anche persone, come quei “greci”, che sono curiose di vederlo e saperne di più sulla sua persona e sulle opere da Lui compiute, l’ultima delle quali – la risurrezione di Lazzaro – ha fatto molto scalpore.
«Vogliamo vedere Gesù»: queste parole, come tante altre nei Vangeli, vanno al di là dell’episodio particolare ed esprimono qualcosa di universale; rivelano un desiderio che attraversa le epoche e le culture, un desiderio presente nel cuore di tante persone che hanno sentito parlare di Cristo, ma non lo hanno ancora incontrato. “Io desidero vedere Gesù”, così sente il cuore di questa Gente.
Rispondendo indirettamente, in modo profetico, a quella richiesta di poterlo vedere, Gesù pronuncia una profezia che svela la sua identità e indica il cammino per conoscerlo veramente: «E’ giunta l’ora che il figlio dell’uomo sia glorificato» (Gv 12,23). È l’ora della Croce! È l’ora della sconfitta di Satana, principe del male, e del trionfo definitivo dell’amore misericordioso di Dio. Cristo dichiara che sarà «innalzato da terra» (v. 32), un’espressione dal doppio significato: “innalzato” perché crocifisso, e “innalzato” perché esaltato dal Padre nella Risurrezione, per attirare tutti a sé e riconciliare gli uomini con Dio e tra di loro. L’ora della Croce, la più buia della storia, è anche la sorgente della salvezza per quanti credono in Lui.
Proseguendo nella profezia sulla sua Pasqua ormai imminente, Gesù usa un’immagine semplice e suggestiva, quella del “chicco di grano” che, caduto in terra, muore per portare frutto (cfr v. 24). In questa immagine troviamo un altro aspetto della Croce di Cristo: quello della fecondità. La croce di Cristo è feconda. La morte di Gesù, infatti, è una fonte inesauribile di vita nuova, perché porta in sé la forza rigeneratrice dell’amore di Dio. Immersi in questo amore per il Battesimo, i cristiani possono diventare “chicchi di grano” e portare molto frutto se, come Gesù, “perdono la propria vita” per amore di Dio e dei fratelli (cfr v. 25).
Per questo, a coloro che anche oggi “vogliono vedere Gesù”, a quanti sono alla ricerca del volto di Dio; a chi ha ricevuto una catechesi da piccolo e poi non l’ha più approfondita e forse ha perso la fede; a tanti che non hanno ancora incontrato Gesù personalmente…; a tutte queste persone possiamo offrire tre cose: il Vangeloil crocifisso e la testimonianza della nostra fede, povera, ma sincera. Il Vangelo: lì possiamo incontrare Gesù, ascoltarlo, conoscerlo. Il crocifisso: segno dell’amore di Gesù che ha dato sé stesso per noi. E poi una fede che si traduce in gesti semplici di carità fraterna. Ma principalmente nella coerenza di vita tra quello che diciamo e quello che viviamo, coerenza tra la nostra fede e la nostra vita, tra le nostre parole e le nostre azioni. Vangelo, crocifisso, testimonianza. Che la Madonna ci aiuti a portare queste tre cose.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
nonostante il brutto tempo siete venuti in tanti, complimenti. Siete stati molto coraggiosi, anche i maratoneti sono coraggiosi, li saluto con affetto. Ieri sono stato a Napoli in visita pastorale, voglio ringraziare per la calorosa accoglienza tutti i napoletani, tanto bravi. Grazie tante!
Oggi ricorre la Giornata Mondiale dell’Acqua, promossa dalle Nazioni Unite. L’acqua è l’elemento più essenziale per la vita, e dalla nostra capacità di custodirlo e di condividerlo dipende il futuro dell’umanità. Incoraggio pertanto la Comunità internazionale a vigilare affinché le acque del pianeta siano adeguatamente protette e nessuno sia escluso o discriminato nell’uso di questo bene, che è un bene comune per eccellenza. Con san Francesco d’Assisi diciamo: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora aqua,/la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta» (Cantico di frate Sole).
Saluto tutti i pellegrini presenti, in particolare il Coro del “Conservatorio Profesional de Música” di Orihuela (Spagna), i giovani del Collège Saint-Jean de Passy di Parigi, i fedeli dell’Ungheria, e i gruppi musicali del Canton Ticino (Svizzera). Saluto l’Ordine Francescano Secolare di Cremona, l’UNITALSI della Lombardia, il gruppo intitolato al Vescovo martire Oscar Romero, che sarà presto proclamato Beato; come pure i fedeli di Fiumicino, i Bambini della Prima Comunione di Sambuceto, i ragazzi di Ravenna, di Milano e di Firenze che hanno ricevuto da poco la Cresima o stanno per riceverla.
Ed ora ripeteremo un gesto già compiuto l’anno scorso: secondo l’antica tradizione della Chiesa, durante la Quaresima si consegna il Vangelo a coloro che si preparano al Battesimo; così io oggi offro a voi che siete in Piazza un regalo, un Vangelo tascabile. Vi sarà distribuito gratuitamente da alcune persone senza fissa dimora che vivono a Roma. Anche in questo vediamo un gesto molto bello, che piace a Gesù: i più bisognosi sono coloro che ci regalano la parola di Dio. Prendetelo e portatelo con voi, per leggerlo spesso, ogni giorno portarlo nella borsa, in tasca e leggerne spesso un passo ogni giorno. La Parola di Dio è luce per il nostro cammino! Vi farà bene fatelo!
Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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Quaresima, battaglia di liberazione (Contributi 997)

Vi propongo la riflessione di Mons. Camisasca, Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla in occasione del Mercoledì delle Ceneri, tratta dal sito della Fraternità Sacerdotale S.Carlo


Cari fratelli e sorelle,
entriamo nella Quaresima, cioè nella preparazione alla Pasqua. Gesù, accettando di morire per noi, si è caricato di tutte le nostre divisioni, di tutte le nostre colpe. Ha vinto così la morte e ci ha aperto la strada – come nuovo Mosè – verso la Terra promessa, verso una vita vera ed immortale.
Non c’è un evento più importante nella nostra storia personale e nella storia del mondo. Per questo occorre prepararsi, sgomberare il nostro cuore da tutto ciò che ci impedisce di vedere Dio e la sua luce, il suo dono, la sua comunione. La Quaresima può essere descritta come una grande battaglia contro gli idoli, una battaglia di liberazione che ci renderà migliori, uomini più veri, più lieti e più capaci di amare la vita e di godere delle cose semplici e vere di cui essa è ricca.
Quali sono gli idoli più diffusi che dobbiamo chiedere a Dio di estirpare dal nostro cuore? Il primo è il denaro. La liturgia di questa sera ci parla dell’elemosina. Disporre di una parte dei nostri beni per i poveri ci aiuta a comprendere che tutto appartiene a Dio e ci libera dall'attaccamento smodato a ciò che possediamo. Quando il nostro cuore è avido di denaro, non c’è più posto per gli altri e per Dio, non riusciamo più a vedere i volti che ci circondano, le cose belle di cui sono fatte la natura e la vita. Attaccati al denaro non si sa più godere di nulla. Per questo il vangelo ci parla prima dell’elemosina e poi della preghiera: senza distacco dai beni non si può parlare a Dio.
Da questa cattedra vorrei che le mie parole arrivassero non soltanto a voi che mi ascoltate, ma a tutti coloro che abitano nel territorio della nostra diocesi. Dall'attaccamento al denaro nascono le industrie di guerra, le industrie di morte. Dall'attaccamento al denaro nasce la corruzione che impedisce la costruzione libera di una società civile. La passione per il denaro divide gli uomini in collaboratori e nemici. Per il denaro si diffonde la droga che uccide i cervelli e le vite, si diffonde l’usura che strangola le esistenze, nascono le aziende farmaceutiche per manipolare l’esistenza delle persone. Per denaro si vendono i corpi, si gettano sulla strada le donne della tratta, vengono venduti gli uteri, si mandano i bambini a combattere in guerre che li segneranno per tutta la vita. Per denaro si inquina la vita delle imprese, la si sottopone a condizionamenti mortali o si comprano dai politici diritti che non si avrebbero. Ma soprattutto, l’eccessivo attaccamento al denaro rende infelici. Non c’è felicità in chi uccide, in chi condiziona la vita degli altri, in chi vuole scappare dalla giustizia e finisce per avere paura della propria ombra. Solo Dio può cambiare il cuore degli uomini. Chiedo questa sera per noi e per tutti la conversione della nostra mente e delle nostre speranze. Poniamo la speranza in ciò che è vero e non delude. Liberiamoci dall'idolatria che diventa causa di morte.
Il secondo idolo di cui dobbiamo chiedere a Dio la liberazione è l’idolo del potere. Il potere dei popoli sui popoli, che scatena le guerre, ma anche il potere all'interno della società e delle famiglie, che ci fa vedere negli altri non degli esseri liberi a immagine di Dio, ma delle prede che possono riempire il vuoto che alberga dentro di noi. Dove l’infinito di Dio è stato cancellato, l’uomo diventa un buco infinito di insaziabile voracità. Nascono così le perversioni degli affetti. Non sappiamo più riconoscere che l’altro è un mistero da rispettare. Le persone diventano così oggetti da prendere e lasciare. Non ci libereremo mai dagli idoli del potere se non impareremo cosa vuol dire veramente amare. Penso alle persone che soffrono ingiustamente, incarcerate per le loro idee e soprattutto per la loro fede. Penso ai fratelli cristiani perseguitati. Penso a popoli interi costretti a migrare da una terra ad un’altra, braccati dai vari poteri dispotici che si susseguono e che non permettono loro di avere una terra. Penso alle vite uccise nel seno della madre, ai malati di cui non sappiamo prenderci cura, agli anziani che vorremmo eliminare dalla nostra vista. Gli idoli del potere hanno volti concreti e quotidiani e devono essere smascherati. Anche qui la medicina può essere soltanto la conversione dei cuori. La preghiera può molto e molto possono il digiuno e la penitenza.
Tanti sono gli idoli dell’uomo che possono distruggere la sua vita! Da ultimo vorrei ricordare soltanto l’idolo della menzogna. Il demonio è il grande bugiardo, che ci fa credere essenziale ciò che è provvisorio, e fondamentale ciò che è passeggero. Come appare chiaro nel vangelo delle tentazioni di Gesù nel deserto, il diavolo è colui che stravolge le parole e stravolge persino la parola di Dio. Dobbiamo imparare di nuovo l’amore alla verità che rende belli i rapporti umani. Anche quando costa grandi sacrifici, e perfino il sacrificio della vita, l’amore alla verità rende lieto il cuore.
Coloro che hanno peso e potere nei giornali e nelle televisioni, in Internet e più in generale nelle comunicazioni sociali, sappiano che grande è la loro responsabilità e che verranno giudicati da Dio. Distogliendo i piccoli e i giovani dalla verità si uccide in loro l’amore alla vita e la forza per combattere contro le avversità. Se non esistono più il bene e il male non esiste più il bello e ciò per cui vale la pena vivere.
All'inizio della nostra Quaresima ci illumina la presenza di Gesù povero e perciò libero, casto, rispettoso e amante di ogni persona, verità che illumina e guida le nostre esistenze verso la gioia della Pasqua.
Amen.
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venerdì 20 marzo 2015

San Giuseppe, chiave per interpretare la crisi attuale (Contributi 996)

Riporto un articolo di Riccardo Cascioli tratto da La Bussola Quotidiano. Ultimamente ho avuto molto poco tempo per curare il blog e me ne scuso con tutti. E a tutti chiedo, umilmente, una preghiera.

Potrà sembrare un caso ma la crisi della famiglia – almeno nel nostro Paese – è andata di pari passo con il venir progressivamente meno della devozione a san Giuseppe. Per certi versi è paradossale che questo sia accaduto dopo un Concilio Vaticano II che Giovanni XXIII aveva posto proprio sotto la protezione di san Giuseppe con la Lettera apostolica Le Voci (1961). Ma probabilmente l’ondata progressista seguita al Concilio fece sì che la devozione a san Giuseppe fosse considerata una di quelle superstizioni preconciliari che erano superate da una Chiesa ormai protesa nell'abbraccio al mondo.
Ad ogni modo la stretta relazione tra crisi della famiglia e oscuramento della figura di San Giuseppe risulta più chiara se pensiamo che tanti psicologi sono concordi nel sostenere che uno dei principali problemi della nostra società è l’eclissi o l’assenza del padre. Mancano i padri e manca un modello di paternità, come invece san Giuseppe è stato per tante generazioni. 
«San Giuseppe è la più bella figura d'uomo concepibile e che il Cristianesimo ha realizzato», diceva don Luigi Giussani, sottolineando che il padre putativo di Gesù era «un uomo come tutti gli altri, aveva il peccato originale come me».
Alcuni anni fa Vittorio Messori si era interrogato sui motivi per cui San Giuseppe è stato volutamente messo da parte da molti nella Chiesa, ed è interessante rileggere la sua riflessione: «Secondo alcuni avrebbe operato qui quella “rivolta contro i padri” che ha portato la cultura moderna a rifiutare lo stesso Padre Eterno; e ha portato, forse, certo mondo cattolico a rimuovere questa figura cui più che a ogni altra è legata l’idea della paternità umana. La contestazione della famiglia avrebbe poi reso poco simpatica ad alcuni quella notazione di Luca («Gesù tornò a Nazareth e stava loro sottomesso», 2,51) che dà avallo evangelico all'autorità, in senso forte, dei genitori. Anche i problemi legati a castità e verginità devono aver contribuito alla rimozione di questo sposo «al di là dell’eros». Difficile, sotto il bombardamento sessualista, capire la comunità di vita di Nazareth, implicante un amore pieno e profondo e al contempo non orientato al sesso. Una coniugalità nuova, anticipatrice della condizione escatologica (Lc 20,35), ma incompresa oggi da molti» (da La sfida della fede, SugarCo 2008).
Oggi, in tempi di martellamento della propaganda gender, queste parole appaiono ancora più drammaticamente vere. L’eliminazione di San Giuseppe è stata la premessa di un’opera di distruzione della società e dell’identità umana. Tutti i problemi più gravi che oggi ci troviamo di fronte hanno la loro origine diretta o indiretta nella distruzione della famiglia e del modello di paternità e maternità: dall’economia alla corruzione, dalla criminalità alle dipendenze.
E come non pensare anche alle difficoltà emerse nel Sinodo straordinario sulla famiglia dello scorso ottobre e nel dibattito attualmente in corso, nel comprendere la profondità e le implicazioni della strada indicata dalla famiglia di Nazareth. Non sono stati pochi i vescovi e i cardinali che hanno mostrato una evidente incapacità a concepire e ritenere possibile il valore della castità nell'amore, e della vera responsabilità paterna. Il declino della devozione a san Giuseppe, che è anche protettore della Chiesa, ha chiaramente portato confusione tra i cattolici e anche tra i pastori.
La festa di san Giuseppe che celebriamo oggi è allora cruciale per comprendere le radici della crisi attuale della società e della confusione che regna nella Chiesa. Ma è anche il punto da cui ripartire per invertire la tendenza. Recuperare San Giuseppe, affidarsi a lui, contemplare la sua paternità e promuoverne la devozione è già l’inizio di una società più umana. 
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domenica 15 marzo 2015

Domenica 4^ Quaresima "B" 15/3/2015 (Angelus 239)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno
il Vangelo di oggi ci ripropone le parole rivolte da Gesù a Nicodemo: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16). Ascoltando questa parola, rivolgiamo lo sguardo del nostro cuore a Gesù Crocifisso e sentiamo dentro di noi che Dio ci ama, ci ama davvero, e ci ama così tanto! Ecco l’espressione più semplice che riassume tutto il Vangelo, tutta la fede, tutta la teologia: Dio ci ama di amore gratuito e sconfinato.
Così ci ama Dio e questo amore Dio lo dimostra anzitutto nella creazione, come proclama la liturgia, nella Preghiera eucaristica IV: «Hai dato origine all'universo per effondere il tuo amore su tutte le tue creature e allietarle con gli splendori della tua luce». All'origine del mondo c’è solo l’amore libero e gratuito del Padre. Sant'Ireneo un santo dei primi secoli scrive: «Dio non creò Adamo perché aveva bisogno dell’uomo, ma per avere qualcuno a cui donare i suoi benefici» (Adversus haereses, IV, 14, 1). È così, l'amore di Dio è così.
Così prosegue la Preghiera eucaristica IV: «E quando, per la sua disobbedienza, l’uomo perse la tua amicizia, tu non l’hai abbandonato in potere della morte, ma nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro». È venuto con la sua misericordia. Come nella creazione, anche nelle tappe successive della storia della salvezza risalta la gratuità dell’amore di Dio: il Signore sceglie il suo popolo non perché se lo meriti, ma perché è il più piccolo tra tutti i popoli, come egli dice. E quando venne “la pienezza del tempo”, nonostante gli uomini avessero più volte infranto l’alleanza, Dio, anziché abbandonarli, ha stretto con loro un vincolo nuovo, nel sangue di Gesù – il vincolo della nuova ed eterna alleanza – un vincolo che nulla potrà mai spezzare.
San Paolo ci ricorda: «Dio, ricco di misericordia, – mai dimenticarlo è ricco di misericordia – per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo» (Ef 2,4). La Croce di Cristo è la prova suprema della misericordia e dell’amore di Dio per noi: Gesù ci ha amati «sino alla fine» (Gv 13,1), cioè non solo fino all'ultimo istante della sua vita terrena, ma fino all'estremo limite dell’amore. Se nella creazione il Padre ci ha dato la prova del suo immenso amore donandoci la vita, nella passione e nella morte del suo Figlio ci ha dato la prova delle prove: è venuto a soffrire e morire per noi. Così grande è la misericordia di Dio: Egli ci ama, ci perdona; Dio perdona tutto e Dio perdona sempre.
Maria, che è Madre di misericordia, ci ponga nel cuore la certezza che siamo amati da Dio. Ci stia vicino nei momenti di difficoltà e ci doni i sentimenti del suo Figlio, perché il nostro itinerario quaresimale sia esperienza di perdono, di accoglienza e di carità.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
Con dolore, con molto dolore, ho appreso degli attentati terroristici di oggi contro due chiese nella città Lahore in Pakistan, che hanno provocato numerosi morti e feriti. Sono chiese cristiane. I cristiani sono perseguitati. I nostri fratelli versano il sangue soltanto perché sono cristiani. Mentre assicuro la mia preghiera per le vittime e per le loro famiglie, chiedo al Signore, imploro dal Signore, fonte di ogni bene, il dono della pace e della concordia per quel Paese. Che questa persecuzione contro i cristiani, che il mondo cerca di nascondere, finisca e ci sia la pace.
Rivolgo un cordiale saluto a voi fedeli di Roma e a voi venuti da tante parti del mondo.
Saluto i pellegrini di Granada e di Málaga, España; come pure quelli di Mannheim, Germania.
Saluto i gruppi parrocchiali provenienti da Perugia, Pordenone, Pavia, da San Giuseppe all’Aurelio in Roma e dalla diocesi di Piacenza-Bobbio.
Un pensiero speciale va ai ragazzi di Serravalle Scrivia, di Rosolina e di Verdellino-Zingonia che si preparano a ricevere la Cresima; a quelli della diocesi di Lodi e del decanato Romana-Vittoria di Milano che fanno a Roma la “promessa” di seguire Gesù. Saluto anche i ministranti di Besana in Brianza. Ecco, vi si vede lì con il cartello, tanti saluti!
Saluto i diversi gruppi di volontariato che, uniti nell'impegno di solidarietà, partecipano alla manifestazione “Insieme per il bene comune”.
Sono vicino alla popolazione di Vanuatu, nell'Oceano Pacifico, colpita da un forte ciclone. Prego per i defunti, per i feriti e i senza tetto. Ringrazio quanti si sono subito attivati per portare soccorsi e aiuti.
A tutti voi auguro una buona domenica. Per favore non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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lunedì 9 marzo 2015

Domenica 3^ Quaresima "B" 8/3/2015 (Angelus 238)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di oggi (Gv 2,13-25) ci presenta l’episodio della cacciata dei venditori dal tempio, Gesù «fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi» (v. 15), il denaro, tutto. Tale gesto suscitò forte impressione, nella gente e nei discepoli. Chiaramente apparve come un gesto profetico, tanto che alcuni dei presenti domandarono a Gesù: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?» (v. 18), chi sei tu per fare queste cose? Mostraci un segno che tu hai autorità per farle. Cercavano un segno divino, prodigioso che accreditasse Gesù come inviato da Dio. Ed Egli rispose: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (v. 19). Gli replicarono: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?» (v. 20). Non avevano compreso che il Signore si riferiva al tempio vivo del suo corpo, che sarebbe stato distrutto nella morte in croce, ma sarebbe risorto il terzo giorno. Per questo “in tre giorni”. «Quando poi fu risuscitato dai morti – annota l’Evangelista – i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù» (v. 22).
In effetti, questo gesto di Gesù e il suo messaggio profetico si capiscono pienamente alla luce della sua Pasqua. Abbiamo qui, secondo l’evangelista Giovanni, il primo annuncio della morte e risurrezione di Cristo: il suo corpo, distrutto sulla croce dalla violenza del peccato, diventerà nella Risurrezione il luogo dell’appuntamento universale tra Dio e gli uomini. E Cristo Risorto è proprio il luogo dell’appuntamento universale - di tutti! - fra Dio e gli uomini. Per questo la sua umanità è il vero tempio, dove Dio si rivela, parla, si fa incontrare; e i veri adoratori, i veri adoratori di Dio non sono i custodi del tempio materiale, i detentori del potere o del sapere religioso, sono coloro che adorano Dio «in spirito e verità» (Gv 4,23).
In questo tempo di Quaresima ci stiamo preparando alla celebrazione della Pasqua, quando rinnoveremo le promesse del nostroBattesimo. Camminiamo nel mondo come Gesù e facciamo di tutta la nostra esistenza un segno del suo amore per i nostri fratelli, specialmente i più deboli e i più poveri, noi costruiamo a Dio un tempio nella nostra vita. E così lo rendiamo “incontrabile” per tante persone che troviamo sul nostro cammino. Se noi siamo testimoni di questo Cristo vivo, tante gente incontrerà Gesù in noi, nella nostra testimonianza. Ma - ci domandiamo, e ognuno di noi si può domandare –: il Signore si sente veramente a casa nella mia vita? Gli permettiamo di fare “pulizia” nel nostro cuore e di scacciare gli idoli, cioè quegli atteggiamenti di cupidigia, gelosia, mondanità, invidia, odio, quell’abitudine di chiacchierare e “spellare” gli altri? Gli permetto di fare pulizia di tutti i comportamenti contro Dio, contro il prossimo e contro noi stessi, come oggi abbiamo sentito nella prima Lettura? Ognuno può rispondere a sé stesso, in silenzio, nel suo cuore. “Io permetto che Gesù faccia un po’ di pulizia nel mio cuore?”. “Oh, padre, io ho paura che mi bastoni!”. Ma Gesù non bastona mai. Gesù farà pulizia con tenerezza, con misericordia, con amore. La misericordia è il suo modo di fare pulizia. Lasciamo - ognuno di noi - lasciamo che il Signore entri con la sua misericordia - non con la frusta, no, con la sua misericordia - a fare pulizia nei nostri cuori. La frusta di Gesù con noi è la sua misericordia. Apriamogli la porta perché faccia un po’ di pulizia.
Ogni Eucaristia che celebriamo con fede ci fa crescere come tempio vivo del Signore, grazie alla comunione con il suo Corpo crocifisso e risorto. Gesù conosce quello che c’è in ognuno di noi, e conosce pure il nostro più ardente desiderio: quello di essere abitati da Lui, solo da Lui. Lasciamolo entrare nella nostra vita, nella nostra famiglia, nei nostri cuori. Maria Santissima, dimora privilegiata del Figlio di Dio, ci accompagni e ci sostenga nell’itinerario quaresimale, affinché possiamo riscoprire la bellezza dell’incontro con Cristo, che ci libera e ci salva.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di Roma e a tutti i pellegrini provenienti da varie parti del mondo. Saluto i fedeli di Curitiba (Brasile); i gruppi parrocchiali di Treviso, Genova, Crotone, e L’Aquila e della zona di Domodossola. Un pensiero speciale va ai ragazzi di Garda, che hanno ricevuto la Cresima.
Durante questa Quaresima, cerchiamo di stare più vicini alle persone che stanno vivendo momenti di difficoltà: vicini con l’affetto, con la preghiera con la solidarietà.
Oggi, 8 marzo, un saluto a tutte le donne! Tutte le donne che ogni giorno cercano di costruire una società più umana e accogliente. E un grazie fraterno anche a quelle che in mille modi testimoniano il Vangelo e lavorano nella Chiesa. E questa è per noi una occasione per ribadire l’importanza e la necessità della loro presenza nella vita. Un mondo dove le donne sono emarginate è un mondo sterile, perché le donne non solo portano la vita ma ci trasmettono la capacità di vedere oltre – vedono oltre loro –, ci trasmettono la capacità di capire il mondo con occhi diversi, di sentire le cose con cuore più creativo, più paziente, più tenero. Una preghiera e una benedizione particolare per tutte le donne qui presenti in piazza e per tutte le donne! Un saluto!
A tutti auguro una buona domenica. Per favore non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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domenica 8 marzo 2015

Incontro di Papa Francesco con il Movimento di Comunione e Liberazione 7-mar-2015

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Do il benvenuto a tutti voi e vi ringrazio per il vostro affetto caloroso! Rivolgo il mio cordiale saluto ai Cardinali e ai Vescovi. Saluto Don Julián Carrón, Presidente della vostra Fraternità, e lo ringrazio per le parole che mi ha indirizzato a nome di tutti; e La ringrazio anche, Don Julián, per quella bella lettera che Lei ha scritto a tutti, invitandoli a venire. Grazie tante!
Il mio primo pensiero va al vostro Fondatore, Mons. Luigi Giussani, ricordando il decimo anniversario della sua nascita al Cielo. Sono riconoscente a Don Giussani per varie ragioni. La prima, più personale, è il bene che quest’uomo ha fatto a me e alla mia vita sacerdotale, attraverso la lettura dei suoi libri e dei suoi articoli. L’altra ragione è che il suo pensiero è profondamente umano e giunge fino al più intimo dell’anelito dell’uomo. Voi sapete quanto importante fosse per Don Giussani l’esperienza dell’incontro: incontro non con un’idea, ma con una Persona, con Gesù Cristo. Così lui ha educato alla libertà, guidando all’incontro con Cristo, perché Cristo ci dà la vera libertà. Parlando dell’incontro mi viene in mente “La vocazione di Matteo”, quel Caravaggio davanti al quale mi fermavo a lungo in San Luigi dei Francesi, ogni volta che venivo a Roma. Nessuno di quelli che stavano lì, compreso Matteo avido di denaro, poteva credere al messaggio di quel dito che lo indicava, al messaggio di quegli occhi che lo guardavano con misericordia e lo sceglievano per la sequela. Sentiva quello stupore dell’incontro. E’ così l’incontro con Cristo che viene e ci invita.
Tutto, nella nostra vita, oggi come al tempo di Gesù, incomincia con un incontro. Un incontro con quest’Uomo, il falegname di Nazaret, un uomo come tutti e allo stesso tempo diverso. Pensiamo al Vangelo di Giovanni, là dove racconta del primo incontro dei discepoli con Gesù (cfr 1,35-42). Andrea, Giovanni, Simone: si sentirono guardati fin nel profondo, conosciuti intimamente, e questo generò in loro una sorpresa, uno stupore che, immediatamente, li fece sentire legati a Lui... O quando, dopo la Risurrezione, Gesù chiede a Pietro: «Mi ami?» (Gv 21,15), e Pietro risponde: «Sì»; quel sì non era l’esito di una forza di volontà, non veniva solo dalla decisione dell’uomo Simone: veniva prima ancora dalla Grazia, era quel “primerear”, quel precedere della Grazia. Questa fu la scoperta decisiva per san Paolo, per sant’Agostino, e tanti altri santi: Gesù Cristo sempre è primo, ci primerea, ci aspetta, Gesù Cristo ci precede sempre; e quando noi arriviamo, Lui stava già aspettando. Lui è come il fiore del mandorlo: è quello che fiorisce per primo, e annuncia la primavera.
E non si può capire questa dinamica dell’incontro che suscita lo stupore e l’adesione senza la misericordia. Solo chi è stato accarezzato dalla tenerezza della misericordia, conosce veramente il Signore. Il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Gesù Cristo verso il mio peccato. E per questo, alcune volte, voi mi avete sentito dire che il posto, il luogo privilegiato dell’incontro con Gesù Cristo è il mio peccato. È grazie a questo abbraccio di misericordia che viene voglia di rispondere e di cambiare, e che può scaturire una vita diversa. La morale cristiana non è lo sforzo titanico, volontaristico, di chi decide di essere coerente e ci riesce, una sorta di sfida solitaria di fronte al mondo. No. Questa non è la morale cristiana, è un’altra cosa. La morale cristiana è risposta, è la risposta commossa di fronte a una misericordia sorprendente, imprevedibile, addirittura “ingiusta” secondo i criteri umani, di Uno che mi conosce, conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso, mi stima, mi abbraccia, mi chiama di nuovo, spera in me, attende da me. La morale cristiana non è non cadere mai, ma alzarsi sempre, grazie alla sua mano che ci prende. E la strada della Chiesa è anche questa: lasciare che si manifesti la grande misericordia di Dio. Dicevo, nei giorni scorsi, ai nuovi Cardinali: «La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio», che è quella della misericordia (Omelia, 15 febbraio 2015). Anche la Chiesa deve sentire l’impulso gioioso di diventare fiore di mandorlo, cioè primavera come Gesù, per tutta l’umanità.
Oggi voi ricordate anche i sessant’anni dell’inizio del vostro Movimento, «nato nella Chiesa – come vi disse Benedetto XVI –non da una volontà organizzativa della Gerarchia, ma originato da un incontro rinnovato con Cristo e così, possiamo dire, da un impulso derivante ultimamente dallo Spirito Santo» (Discorso al pellegrinaggio di Comunione e Liberazione, 24 marzo 2007: Insegnamenti III, 1 [2007], 557).
Dopo sessant’anni, il carisma originario non ha perso la sua freschezza e vitalità. Però, ricordate che il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù, Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale, il mio cammino spirituale, il mio modo di attuarlo, io esco di strada. Tutta la spiritualità, tutti i carismi nella Chiesa devono essere “decentrati”: al centro c’è solo il Signore! Per questo, quando Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi parla dei carismi, di questa realtà così bella della Chiesa, del Corpo Mistico, termina parlando dell’amore, cioè di quello che viene da Dio, ciò che è proprio di Dio, e che ci permette di imitarlo. Non dimenticatevi mai di questo, di essere decentrati!
E poi il carisma non si conserva in una bottiglia di acqua distillata! Fedeltà al carisma non vuol dire “pietrificarlo” – è il diavolo quello che “pietrifica”, non dimenticare! Fedeltà al carisma non vuol dire scriverlo su una pergamena e metterlo in un quadro. Il riferimento all’eredità che vi ha lasciato Don Giussani non può ridursi a un museo di ricordi, di decisioni prese, di norme di condotta. Comporta certamente fedeltà alla tradizione, ma fedeltà alla tradizione – diceva Mahler – “significa tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”. Don Giussani non vi perdonerebbe mai che perdeste la libertà e vi trasformaste in guide da museo o adoratori di ceneri. Tenete vivo il fuoco della memoria di quel primo incontro e siate liberi!
Così, centrati in Cristo e nel Vangelo, voi potete essere braccia, mani, piedi, mente e cuore di una Chiesa “in uscita”. La strada della Chiesa è uscire per andare a cercare i lontani nelle periferie, a servire Gesù in ogni persona emarginata, abbandonata, senza fede, delusa dalla Chiesa, prigioniera del proprio egoismo.
“Uscire” significa anche respingere l’autoreferenzialità, in tutte le sue forme, significa saper ascoltare chi non è come noi, imparando da tutti, con umiltà sincera. Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una “spiritualità di etichetta”: “Io sono CL”. Questa è l’etichetta. E poi cadiamo nelle mille trappole che ci offre il compiacimento autoreferenziale, quel guardarci allo specchio che ci porta a disorientarci e a trasformarci in meri impresari di una ONG.
Cari amici, vorrei finire con due citazioni molto significative di Don Giussani, una degli inizi e una della fine della sua vita.
La prima: «Il cristianesimo non si realizza mai nella storia come fissità di posizioni da difendere, che si rapportino al nuovo come pura antitesi; il cristianesimo è principio di redenzione, che assume il nuovo, salvandolo» (Porta la speranza. Primi scritti, Genova 1967, 119). Questa sarà intorno al 1967.
La seconda del 2004: «Non solo non ho mai inteso “fondare” niente, ma ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta» (Lettera a Giovanni Paolo II, 26 gennaio 2004, in occasione dei 50 anni di Comunione e Liberazione).
Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me! Grazie.
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martedì 3 marzo 2015

La vita e la preghiera (Contributi 995)

Vi propongo una testimonianza di don Emmanuele Silanos, vicario generale della Fraternità san Carlo, che ricorda il lontano 30 maggio 1998 tratto dal sito di tale Fraternità Sacerdotale:


Raggiungo il mio amico Michele, seduto per terra in mezzo a Piazza San Pietro, stracolma di gente che, sotto il sole di un’estate anticipata, canta, prega, attende l’arrivo di Sua Santità, Giovanni Paolo II. Michele è assieme ai suoi amici seminaristi della Fraternità San Carlo. Io proprio in quelle settimane, devo decidermi se chiedere al loro superiore di poter entrare anch’io in seminario. Ci salutiamo, mi racconta come va. Poi ecco che arriva il Papa. Il saluto della folla, i canti, l’entusiasmo. Poi il silenzio. Cominciano i saluti e i discorsi ufficiali, fino a quando la voce roca, inconfondibile e familiare di don Luigi Giussani inizia a parlare. Quando finisce, di quelle parole una rimane da subito nella mia memoria: mendicanza. «Il protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo». Mendicare vuole dire chiedere, domandare. Vuole dire attendere senza pretesa e senza sosta. Mendicare vuole dire pregare.
Da quel giorno, per me la preghiera è legata all’istantanea di don Giussani inginocchiato davanti a san Giovanni Paolo II e all’immagine di un uomo che mendica. E da quel giorno è difficile guardare i mendicanti che popolano le strade delle città dove siamo in missione, da Roma a Taipei, da Nairobi a Santiago del Cile, senza pensare che nel loro gesto, in quella mano aperta e tesa, consiste la vera posizione dell’uomo che prega. E che nel medesimo gesto si rivela Dio stesso che in Cristo mendica il mio cuore. Così che la preghiera è l’incontro tra due mendicanti, tra due povertà.
Accanto a questa, c’è un’altra immagine molto cara a don Giussani e che descrive l’uomo che prega. È un’immagine tratta dai salmi, la modalità più semplice di rivolgersi a Dio che la Scrittura ci ha lasciato (anche Gesù pregava recitando i salmi) e che è oggi il modo di pregare nella Chiesa e con la Chiesa. L’immagine è quella del bambino «svezzato tra le braccia di sua madre» del Salmo 131 che, «nella sua realtà ontologica, non è nient’altro che domanda». Il bambino attende sempre, chiede, domanda. Assomiglia al protagonista dei Racconti di un pellegrino russo che desidera che la propria preghiera coincida col suo stesso respiro. Questa è l’esistenza di ogni uomo: una continua mendicanza, un’attesa senza sosta. E la stessa cosa è chiamata ad essere la nostra preghiera.
Questo è forse il guadagno più grande che ho tratto dal suo insegnamento: per Giussani la fede e la vita non sono due realtà distinte, ma strettamente unite al punto che la preghiera esprime il contenuto stesso di quello che vivo. In ogni istante della propria esistenza ciascun uomo afferma la ragione per cui vive, ragione che per il cristiano è quel Tu a cui chiede continuamente di rivelarsi. La preghiera è questa domanda incessante che si nasconde e al tempo stesso si rivela in ogni desiderio che abbiamo, in ogni scelta che facciamo, in ogni gesto con cui affermiamo il senso della nostra vita.
Così ha vissuto la Madonna. «Maria è tutta domanda» diceva don Giussani. In Lei si compie quella perfetta corrispondenza tra vita e preghiera di cui il mendicante, il bambino, il pellegrino sono immagini profetiche. Maria è continuamente presente nel pensiero e nelle parole di don Giussani negli ultimi anni della sua vita, durante i quali ce l’ha indicata come la strada attraverso cui pregare mendicando che Dio si faccia presente a noi in ogni istante: Veni Sancte Spiritus, Veni per Mariam. Vieni, rivelati, renditi presente in questa fatica che faccio, in questa pagina che leggo, in questo lavoro che mi è chiesto, in questa persona che mi viene incontro, dentro questo pezzo di realtà attraverso cui, ancora una volta, misteriosamente si ripete il miracolo dell’Incarnazione.
La Madonna è l’esempio a noi più prossimo di un’esistenza umana che vive in totale pienezza e perfetta letizia, perché attende, certa e completamente affidata. Ogni volta che recito il rosario imparo da Lei ad affidarmi e a consegnare ad una ad una le persone che il Padre mi fa incontrare, così come lei ha consegnato suo Figlio. È questa l’altra, altissima espressione della preghiera che don Giussani ci ha insegnato: quella dell’offerta. «Signore, riconosco che tutto da te viene, tutto è grazia (…) e te lo offro, e tutte le mattine, e cento volte al giorno, se tu hai la bontà di farmelo ricordare, te lo offro».

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Domenica 2^ Quaresima "B" 1/3/2015 (Angelus 237)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.
Domenica scorsa a liturgia ci ha presentato Gesù tentato da satana nel deserto, ma vittorioso sulla tentazione. Alla luce di questo Vangelo, abbiamo preso nuovamente coscienza della nostra condizione di peccatori, ma anche della vittoria sul male offerta a quanti intraprendono il cammino di conversione e, come Gesù, vogliono fare la volontà del Padre. In questa seconda domenica di Quaresima, la Chiesa ci indica la meta di questo itinerario di conversione, ossia la partecipazione alla gloria di Cristo, quale risplende sul suo volto di Servo obbediente, morto e risorto per noi.
La pagina evangelica racconta l’evento della Trasfigurazione, che si colloca al culmine del ministero pubblico di Gesù. Egli è in cammino verso Gerusalemme, dove si compiranno le profezie del “Servo di Dio” e si consumerà il suo sacrificio redentore. Le folle, non capivano questo: di fronte alla prospettiva di un Messia che contrasta con le loro aspettative terrene, lo hanno abbandonato. Ma loro pensavano che il Messia sarebbe stato un liberatore dal dominio dei romani, un liberatore della patria e questa prospettiva di Gesù non piace loro e lo lasciano. Anche gli Apostoli non capiscono le parole con cui Gesù annuncia l’esito della sua missione nella passione gloriosa, non capiscono! Gesù allora prende la decisione di mostrare a Pietro, Giacomo e Giovanni un anticipo della sua gloria, quella che avrà dopo la resurrezione, per confermarli nella fede e incoraggiarli a seguirlo sulla via della prova, sulla via della Croce. E così, su un alto monte, immerso in preghiera, si trasfigura davanti a loro: il suo volto e tutta la sua persona irradiano una luce sfolgorante. I tre discepoli sono spaventati, mentre una nube li avvolge e risuona dall’alto – come nel Battesimo al Giordano – la voce del Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!» (Mc 9,7). Gesù è il Figlio fattosi Servo, inviato nel mondo per realizzare attraverso la Croce il progetto della salvezza, per salvare tutti noi. La sua piena adesione alla volontà del Padre rende la sua umanità trasparente alla gloria di Dio, che è l’Amore.
Gesù si rivela così come l’icona perfetta del Padre, l’irradiazione della sua gloria. E’ il compimento della rivelazione; per questo accanto a Lui trasfigurato appaiono Mosè ed Elia, che rappresentano la Legge e i Profeti, come per significare che tutto finisce e incomincia in Gesù, nella sua passione e nella sua gloria.
La consegna per i discepoli e per noi è questa: “Ascoltatelo!”. Ascoltate Gesù. E’ Lui il Salvatore: seguitelo. Ascoltare Cristo, infatti, comporta assumere la logica del suo mistero pasquale, mettersi in cammino con Lui per fare della propria esistenza un dono di amore agli altri, in docile obbedienza alla volontà di Dio, con un atteggiamento di distacco dalle cose mondane e di interiore libertà. Occorre, in altre parole, essere pronti a “perdere la propria vita” (cfr Mc 8,35), donandola affinché tutti gli uomini siano salvati: così ci incontreremo nella felicità eterna. Il cammino di Gesù sempre ci porta alla felicità, non dimenticatelo! Il cammino di Gesù ci porta sempre alla felicità. Ci sarà in mezzo sempre una croce, delle prove ma alla fine sempre ci porta alla felicità. Gesù non ci inganna, ci ha promesso la felicità e ce la darà se andiamo sulle sue strade.
Con Pietro, Giacomo e Giovanni saliamo anche noi oggi sul monte della Trasfigurazione e sostiamo in contemplazione del volto di Gesù, per raccoglierne il messaggio e tradurlo nella nostra vita; perché anche noi possiamo essere trasfigurati dall’Amore. In realtà l’amore è capace di trasfigurare tutto. L’amore trasfigura tutto! Credete voi in questo? Ci sostenga in questo cammino la Vergine Maria, che ora invochiamo con la preghiera dell’Angelus.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
non cessano, purtroppo, di giungere notizie drammatiche dalla Siria e dall’Iraq, relative a violenze, sequestri di persona e soprusi a danno di cristiani e di altri gruppi. Vogliamo assicurare a quanti sono coinvolti in queste situazioni che non li dimentichiamo, ma siamo loro vicini e preghiamo insistentemente perché al più presto si ponga fine all’intollerabile brutalità di cui sono vittime. Insieme ai membri della Curia Romana ho offerto secondo questa intenzione l’ultima Santa Messa degli Esercizi Spirituali, venerdì scorso. Nello stesso tempo chiedo a tutti, secondo le loro possibilità, di adoperarsi per alleviare le sofferenze di quanti sono nella prova, spesso solo a causa della fede che professano. Preghiamo per questi fratelli e queste sorelle che soffrono per la fede in Siria e in Iraq…. Preghiamo in silenzio…..
Desidero ricordare pure il Venezuela, che sta vivendo nuovamente momenti di acuta tensione. Prego per le vittime e, in particolare, per il ragazzo ucciso pochi giorni fa a San Cristobal. Esorto tutti al rifiuto della violenza e al rispetto della dignità di ogni persona e della sacralità della vita umana e incoraggio a riprendere un cammino comune per il bene del Paese, riaprendo spazi di incontro e di dialogo sinceri e costruttivi. Affido quella cara Nazione alla materna intercessione di Nostra Signora di Coromoto.
Rivolgo un cordiale saluto a tutti voi – famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni – pellegrini di Roma, dell’Italia e di diversi Paesi.
Saluto i fedeli provenienti da San Francisco, California, e i giovani delle parrocchie dell’Isola di Formentera.
Saluto i gruppi di Fontaneto d’Agogna e Montello; i Vigili del Fuoco di Tassullo; e i ragazzi di Zambana.
Saluto cordialmente i seminaristi di Pavia insieme al loro rettore e al padre spirituale. Hanno appena terminato gli esercizi spirituali e oggi tornano in diocesi. Chiediamo per loro e per tutti i seminaristi la grazia di diventare buoni preti.
A tutti auguro una buona domenica. Non dimenticate, per favore, di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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