Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Si invita a leggere il post 1 del febbraio 2009 in cui sono ribaditi i motivi che mi hanno spinto a creare questo blog pur nella consapevolezza dei miei limiti.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima e al Sacro Cuore di Gesù questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

domenica 17 maggio 2015

Ascensione del Signore 17/5/2015 (Angelus 247)

Al termine di questa celebrazione, desidero salutare tutti voi che siete venuti a rendere omaggio alle nuove Sante, in modo particolare le Delegazioni ufficiali di Palestina, Francia, Italia, Israele e Giordania. Saluto con affetto i Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, come pure le figlie spirituali delle quattro Sante. Per loro intercessione, il Signore conceda un nuovo impulso missionario ai rispettivi Paesi di origine. Ispirandosi al loro esempio di misericordia, di carità e di riconciliazione, i cristiani di queste terre guardino con speranza al futuro, proseguendo nel cammino della solidarietà e della convivenza fraterna.
Estendo il mio saluto alle famiglie, ai gruppi parrocchiali, alle associazioni e alle scuole presenti, in particolare ai cresimandi dell’Arcidiocesi di Genova. Un pensiero speciale rivolgo ai fedeli della Repubblica Ceca, riuniti nel santuario di Svaty Kopećek, presso Olomuc, che oggi ricordano il ventennale della visita di san Giovanni Paolo II.
Ieri, a Venezia è stato proclamato Beato il sacerdote Luigi Caburlotto, parroco, educatore e fondatore delle Figlie di San Giuseppe. Rendiamo grazie a Dio per questo esemplare Pastore, che condusse un’intensa vita spirituale e apostolica, tutto dedito al bene delle anime.
Vorrei anche invitare a pregare per il caro popolo del Burundi, che sta vivendo un momento delicato: il Signore aiuti tutti a fuggire la violenza e ad agire responsabilmente per il bene del Paese.
Con amore filiale ci rivolgiamo ora alla Vergine Maria, Madre della Chiesa, Regina dei Santi e modello di tutti i cristiani.
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domenica 10 maggio 2015

Domenica 6^ di Pasqua 10/5/2015 (Angelus 246)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di oggi – Giovanni, capitolo 15 – ci riporta nel Cenacolo, dove ascoltiamo il comandamento nuovo di Gesù. Dice così: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi» (v. 12). E, pensando al sacrificio della croce ormai imminente, aggiunge: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando» (vv.13-14). Queste parole, pronunciate durante l’Ultima Cena, riassumono tutto il messaggio di Gesù; anzi, riassumono tutto ciò che Lui ha fatto: Gesù ha dato la vita per i suoi amici. Amici che non lo avevano capito, che nel momento cruciale lo hanno abbandonato, tradito e rinnegato. Questo ci dice che Egli ci ama pur non essendo noi meritevoli del suo amore: così ci ama Gesù!
In questo modo, Gesù ci mostra la strada per seguirlo, la strada dell’amore. Il suo comandamento non è un semplice precetto, che rimane sempre qualcosa di astratto o di esteriore rispetto alla vita. Il comandamento di Cristo è nuovo perché Lui per primo lo ha realizzato, gli ha dato carne, e così la legge dell’amore è scritta una volta per sempre nel cuore dell’uomo (cfr Ger 31,33). E come è scritta? E’ scritta con il fuoco dello Spirito Santo. E con questo stesso Spirito, che Gesù ci dona, possiamo camminare anche noi su questa strada!
E’ una strada concreta, una strada che ci porta ad uscire da noi stessi per andare verso gli altri. Gesù ci ha mostrato che l’amore di Dio si attua nell’amore del prossimo. Tutti e due vanno insieme. Le pagine del Vangelo sono piene di questo amore: adulti e bambini, colti e ignoranti, ricchi e poveri, giusti e peccatori hanno avuto accoglienza nel cuore di Cristo.
Dunque, questa Parola del Signore ci chiama ad amarci gli uni gli altri, anche se non sempre ci capiamo, non sempre andiamo d’accordo… ma è proprio lì che si vede l’amore cristiano. Un amore che si manifesta anche se ci sono differenze di opinione o di carattere, ma l’amore è più grande di queste differenze! E’ questo l’amore che ci ha insegnato Gesù. E’ un amore nuovo perché rinnovato da Gesù e dal suo Spirito. E’ un amore redento, liberato dall’egoismo. Un amore che dona al nostro cuore la gioia, come dice Gesù stesso: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (v.11).
È proprio l’amore di Cristo, che lo Spirito Santo riversa nei nostri cuori, a compiere ogni giorno prodigi nella Chiesa e nel mondo. Sono tanti piccoli e grandi gesti che obbediscono al comandamento del Signore: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (cfrGv 15,12). Gesti piccoli, di tutti i giorni, gesti di vicinanza a un anziano, a un bambino, a un ammalato, a una persona sola e in difficoltà, senza casa, senza lavoro, immigrata, rifugiata… Grazie alla forza di questa Parola di Cristo, ognuno di noi può farsi prossimo verso il fratello e la sorella che incontra. Gesti di vicinanza, di prossimità. In questi gesti si manifesta l’amore che Cristo ci ha insegnato.
Ci aiuti in questo la nostra Madre Santissima, perché nella vita quotidiana di ognuno di noi l’amore di Dio e l’amore del prossimo siano sempre uniti.

Dopo il Regina Coeli:
Cari fratelli e sorelle!
Saluto tutti voi, famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e pellegrini provenienti dall’Italia e da tante parti del mondo, in particolare da Madrid, da Portorico e dalla Croazia. Saluto i fedeli di Guidonia e di Portici; le scolaresche da Carrara, Bitonto e Lecco. Un pensiero speciale ai giovani della diocesi di Orvieto-Todi, accompagnati dal loro Pastore Mons. Tuzia: siate cristiani coraggiosi e testimoni di speranza!
Saluto il Corpo Forestale dello Stato, che organizza la festa nazionale delle Riserve Naturali per la riscoperta e il rispetto delle bellezze del creato; i partecipanti al convegno promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana a sostegno di una scuola di qualità e aperta alle famiglie; la delegazione di donne della “Komen Italia”, associazione per la lotta ai tumori del seno; e quanti hanno preso parte all’iniziativa per la vita svoltasi questa mattina a Roma: è importante collaborare insieme per difendere e promuovere la vita.
E, parlando di vita, oggi in tanti Paesi si celebra la festa della mamma: ricordiamo con gratitudine e affetto tutte le mamme. Ora mi rivolgo alle mamme che stanno qui in Piazza: ce ne sono? Sì? Ce ne sono, mamme? Un applauso per loro, per le mamme che sono in Piazza … E questo applauso abbracci tutte le mamme, tutte le nostre care mamme: quelle che vivono con noi fisicamente, ma anche quelle che vivono con noi spiritualmente. Il Signore le benedica tutte, e la Madonna, alla quale questo mese è dedicato, le custodisca.
A tutti auguro una buona domenica – un po’ calda… -. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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Domenica 5^ di Pasqua 3/5/2015 (Angelus 245)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di oggi ci presenta Gesù durante l’Ultima Cena, nel momento in cui sa che la morte è ormai vicina. E’ giunta la sua “ora”. Per l’ultima volta Egli sta con i suoi discepoli, e allora vuole imprimere bene nella loro mente una verità fondamentale: anche quando Lui non sarà più fisicamente in mezzo a loro, essi potranno restare ancora uniti a Lui in un modo nuovo, e così portare molto frutto. Tutti possiamo essere uniti a Gesù in un modo nuovo. Se al contrario uno perdesse questa unione con Lui, questa comunione con Lui, diventerebbe sterile, anzi, dannoso per la comunità. E per esprimere questa realtà, questo modo nuovo di essere uniti a Lui, Gesù usa l’immagine della vite e dei tralci e dice così: «Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci» (Gv 15, 4-5). Con questa figura ci insegna come rimanere in Lui, essere uniti a Lui, benché Lui non sia fisicamente presente.
Gesù è la vite, e attraverso di Lui – come la linfa nell’albero – passa ai tralci l’amore stesso di Dio, lo Spirito Santo. Ecco: noi siamo i tralci, e attraverso questa parabola Gesù vuole farci capire l’importanza di rimanere uniti a Lui. I tralci non sono autosufficienti, ma dipendono totalmente dalla vite, in cui si trova la sorgente della loro vita. Così è per noi cristiani. Innestati con il Battesimo in Cristo, abbiamo ricevuto da Lui gratuitamente il dono della vita nuova; e possiamo restare in comunione vitale con Cristo. Occorre mantenersi fedeli al Battesimo, e crescere nell’amicizia con il Signore mediante la preghiera, la preghiera di tutti i giorni, l’ascolto e la docilità alla sua Parola - leggere il Vangelo -, la partecipazione ai Sacramenti, specialmente all’Eucaristia e alla Riconciliazione.
Se uno è intimamente unito a Gesù, gode dei doni dello Spirito Santo, che – come ci dice san Paolo – sono «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Questi sono i doni che ci vengono se noi rimaniamo uniti a Gesù; e di conseguenza una persona che è così unita a Lui fa tanto bene al prossimo e alla società, è una persona cristiana. Da questi atteggiamenti, infatti, si riconosce se uno è un vero cristiano, come dai frutti si riconosce l’albero. I frutti di questa unione profonda con Gesù sono meravigliosi: tutta la nostra persona viene trasformata dalla grazia dello Spirito: anima, intelligenza, volontà, affetti, e anche il corpo, perché noi siamo unità di spirito e corpo. Riceviamo un nuovo modo di essere, la vita di Cristo diventa nostra: possiamo pensare come Lui, agire come Lui, vedere il mondo e le cose con gli occhi di Gesù. Di conseguenza, possiamo amare i nostri fratelli, a partire dai più poveri e sofferenti, come ha fatto Lui, e amarli con il suo cuore e portare così nel mondo frutti di bontà, di carità e di pace.
Ciascuno di noi è un tralcio dell’unica vite; e tutti insieme siamo chiamati a portare i frutti di questa comune appartenenza a Cristo e alla Chiesa. Affidiamoci all’intercessione della Vergine Maria, affinché possiamo essere tralci vivi nella Chiesa e testimoniare in modo coerente la nostra fede - coerenza proprio di vita e di pensiero, di vita e di fede -, consapevoli che tutti, a seconda delle nostre vocazioni particolari, partecipiamo all’unica missione salvifica di Cristo.

Dopo il Regina Coeli:
Cari fratelli e sorelle,
provenienti dall'Italia e da tante parti del mondo, a tutti e a ciascuno rivolgo un cordiale saluto!
Ieri a Torino è stato proclamato Beato Luigi Bordino, laico consacrato della Congregazione dei Fratelli di San Giuseppe Benedetto Cottolengo. Egli ha dedicato la sua vita alle persone malate e sofferenti, e si è speso senza sosta in favore dei più poveri, medicando e lavando le loro piaghe. Ringraziamo il Signore per questo suo umile e generoso discepolo.
Un saluto speciale va oggi all’Associazione Méter, nella Giornata dei bambini vittime della violenza. Vi ringrazio per l’impegno con cui cercate di prevenire questi crimini. Tutti dobbiamo impegnarci affinché ogni persona umana, e specialmente i bambini, sia sempre difesa e protetta.
Saluto con affetto tutti i pellegrini oggi presenti, davvero troppi per nominare ogni gruppo! Ma almeno spero che il Coro San Biagio canti un po’. Saluto quelli provenienti da Amsterdam, Zagabria, Litija (in Slovenia), Madrid, e Lugo, pure in Spagna. Accolgo con gioia i tantissimi italiani: le parrocchie, le associazioni e le scuole. Un pensiero particolare per i ragazzi e le ragazze che hanno ricevuto o riceveranno la Cresima.
A tutti auguro una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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martedì 28 aprile 2015

La gloria di Dio è l’uomo realizzato (Contributi 999)

Con ritardo,ma per fortuna le cose belle non scadono, vi propongo l'omelia tenuta da Mons. Camisasca (vescovo di Reggio Emilia/Guastalla) lo scorso 20 febbraio in occasione del X anniversario della scomparsa di Mons. Luigi Giussani:

Cari fratelli e sorelle,
Cari amici,
nel X anniversario dalla morte di don Giussani desidero ricordarlo assieme a voi per il grande contributo, oggi più che mai attuale, che egli ha dato al rinnovamento della Chiesa. Don Giussani fu certamente un grande riformatore. Anche se egli non usò quasi mai questa parola, in realtà tutto l’intento della sua vita fu di rivelare la freschezza e il fascino originario della vita cristiana. Egli scoprì che il cristianesimo è un avvenimento, cioè l’incontro con una persona presente carica di un’attrattiva misteriosa capace di mutare completamente l’orientamento della vita. Chi incontra Gesù diventa uomo. Riceve un’esistenza cento volte più intensa e più vera: nel campo delle conoscenze, degli affetti, della realizzazione di sé.
Il fondatore di Comunione e Liberazione ha avuto il grande merito di mostrare – in un tempo in cui si moltiplicavano i dibattiti teologici infra ed extra ecclesiali, e intanto si ponevano le premesse della contestazione del ’68 – che il cristianesimo non è innanzitutto una dottrina o una serie di norme da seguire per meritare un premio nell’aldilà. Il cristianesimo è una vita nuova, realizzata, che comincia quaggiù, sulla terra.
La convenienza umana e la pienezza di vita che è possibile sperimentare seguendo Gesù erano continuamente al centro del suo insegnamento e della sua testimonianza. In questo senso possiamo affermare che un primo grande contributo di Giussani alla riforma nella Chiesa sia stata la sua battaglia contro l’intellettualismo, lo spiritualismo e il legalismo allora, come oggi, molto diffusi. Una lotta che egli ha combattuto attraverso l’educazione dei giovani, creando luoghi di comunione vera, dove era possibile sperimentare la stessa vita che gli apostoli avevano vissuto con Gesù, mostrando quindi la bellezza e l’umanità di Cristo e della Chiesa, suo Corpo.
Ascoltandolo commentare il Vangelo, si veniva trasportati in Palestina, sulle rive del Giordano, a Gerusalemme, nell’animo e nella mente di Gesù e degli apostoli, senza peraltro venire mai alienati dalla realtà presente. Anzi: stando accanto a don Giussani si percepiva, in modo quasi naturale, un filo diretto che legava quegli avvenimenti e la realtà presente. Il giudizio sull’attualità o sulle scelte personali o comunitarie da compiere era sempre determinato dall’immedesimazione con l’esperienza originaria del cristianesimo.
«Io non voglio vivere inutilmente: è la mia ossessione. E poi tra due amici profondi cosa si desidera? L’aspirazione dell’amicizia è l’unione, è quella di immedesimarsi, impastarsi, diventare la stessa persona, la stessa fisionomia dell’Amico: …ma Gesù è in croce… la gioia più grande della nostra vita è quella che ad ogni piccola o grande sofferenza ci fa scoprire: “ecco, ora sei più simile”, più “impastato con Lui”. La vita per la felicità degli uomini, per l’amicizia di Gesù»[1]. Sono parole che don Giussani scrive nel 1945 in una lettera ad un suo compagno di seminario. Era stato ordinato sacerdote tre mesi prima e aveva 23 anni. In questa lettera, che egli scrive mentre è costretto a letto da una malattia, si concentra tutto il suo cuore di uomo, di cristiano, di giovane sacerdote. Il desiderio di essere come Gesù, l’ardore missionario perché Egli sia conosciuto e amato, la percezione della comunione come ragione che vale qualsiasi sacrificio. Si può dire che tutta l’opera successiva di don Giussani, lo stesso movimento che da lui è nato, abbia nell’esperienza qui descritta il suo centro propulsore. “Tutto è nato dalla mia devozione al Sacro Cuore di Gesù”, ebbe a confidarmi un giorno.
Fin dagli anni di seminario il futuro sacerdote ambrosiano era stato folgorato dal mistero dell’Incarnazione, centro della storia del mondo, avvenimento che l’uomo, con tutti i suoi sforzi, non avrebbe potuto neppure immaginare. Ad esso tende ogni espressione autentica dello spirito umano, l’arte, la letteratura, la poesia, la musica, le religioni. Ad essa anelano il cuore e la ragione, l’affettività e la laboriosità umane. «Per farsi riconoscere Dio è entrato nella vita dell’uomo come uomo, secondo una forma umana […] che penetra i nostri occhi, che tocca il nostro cuore, che si può afferrare con le nostre braccia»[2]. È Gesù, la sua divino-umanità, che l’uomo cerca quando è acceso da un desiderio di bellezza, di verità, di giustizia, di bene, di libertà.
L’avvenimento del Dio incarnato, morto, risorto e presente oggi nella comunione di coloro che egli sceglie e mette assieme, illumina tutta la vita e conferisce ad essa la sua direzione. Soprattutto Gesù svela all’uomo il suo vero volto, il suo essere fatto ad immagine della Trinità e per questo destinato a compiersi solo in una comunione vissuta.
«Ciò di cui tutto è fatto è diventato uno di noi. Allora uno che lo incontra dovrebbe girare il mondo e gridarlo a tutti. Ma uno può girare il mondo gridandolo a tutti stando nel luogo in cui Cristo lo ha collocato»[3], aderendo cioè con tutto se stesso alla vocazione che Dio gli ha dato. Se dovessimo individuare un’espressione sintetica di tutta l’esperienza umana, cristiana ed ecclesiale di don Giussani, una parola attorno a cui tutto il suo insegnamento si può riassumere, dovremmo scegliere certamente la parola vocazione, vita come vocazione. Questa espressione sulle sue labbra si liberava da ogni incrostazione clericale e tornava ad essere il cuore dell’esperienza umana tout-court. «Dio mi ha chiamato dal nulla, fra miliardi di esseri possibili, Egli ha scelto, e ha chiamato me. La mia vita è costituita da quella chiamata. […] La mia vita è risposta obbligatoria a quella Voce che chiama. […] La vita è vocazione. E il senso delle cose e delle circostanze è quello di essere come parole in cui si articola il suono di quella voce ineffabile»[4]. Vocazione è dunque, innanzitutto, la vita. Ma «perché la gloria di Cristo appaia come la forma e il contenuto di tutte le cose […] c’è, operata da Dio, […] una scelta o elezione»[5].
L’adesione alla vocazione, la scoperta del proprio posto nel mondo, coincide con la propria realizzazione ed è, nello stesso tempo, la testimonianza più grande resa a Dio: gloria Dei vivens homo, la gloria di Dio è l’uomo realizzato[6].
Don Giussani è stato un grande suscitatore di vocazioni laicali, sacerdotali e religiose. Guardando a lui migliaia di giovani hanno scoperto la propria strada e molti di essi hanno letteralmente rifondato o rinvigorito ordini religiosi arrivati ormai al lumicino.
Anche in questo senso don Giussani rimane uno dei più grandi riformatori del Novecento.
Ringraziamo il Signore per il grande dono che ha fatto alla nostra vita e alla Chiesa intera con don Giussani e, soprattutto durante questa Quaresima, chiediamo la grazia di recuperare continuamente, nella conversione del cuore e nella preghiera, la comunione che il Servo di Dio ci ha insegnato a vivere.
[1] L. Giussani, Lettere di fede e di amicizia. Ad Angelo Majo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, 33.
[2] L. Giussani – S. Alberto – J. Prades, Generare tracce nella storia del mondo. Nuove tracce d’esperienza cristiana, Rizzoli, Milano 1998, 24.
[3] L. Giussani, citato in A. Savorana, Vita di don Giussani, 39.
[4] L. Giussani, Vita come vocazione, in «Ora et labora», 14 (1959), 2, 2-4. Ora in L. Giussani, Porta la speranza, Marietti, Genova 1997, 164.
[5] L. Giussani, Il tempo e il tempio, BUR, Milano 1995, 14.
[6] Ireneo di Lione, Adversus Haereses, IV, 20, 7: Sch 100/2, 648-649.
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lunedì 27 aprile 2015

Domenica 4^ di Pasqua 26/4/2015 (Angelus 244)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
La Quarta Domenica di Pasqua – questa -, detta “Domenica del Buon Pastore”, ogni anno ci invita a riscoprire, con stupore sempre nuovo, questa definizione che Gesù ha dato di sé stesso, rileggendola alla luce della sua passione, morte e risurrezione. «Il buon pastore offre la vita per le pecore» (Gv 10,11): queste parole si sono realizzate pienamente quando Cristo, obbedendo liberamente alla volontà del Padre, si è immolato sulla Croce. Allora diventa completamente chiaro che cosa significa che Egli è “il buon pastore”: dà la vita, ha offerto la sua vita in sacrificio per tutti noi: per te, per te, per te, per me, per tutti! E per questo è il buon pastore!
Cristo è il pastore vero, che realizza il modello più alto di amore per il gregge: Egli dispone liberamente della propria vita, nessuno gliela toglie (cfr v. 18), ma la dona a favore delle pecore (v. 17). In aperta opposizione ai falsi pastori, Gesù si presenta come il vero e unico pastore del popolo: il cattivo pastore pensa a sé stesso e sfrutta le pecore; il pastore buono pensa alle pecore e dona sé stesso. A differenza del mercenario, Cristo pastore è una guida premurosa che partecipa alla vita del suo gregge, non ricerca altro interesse, non ha altra ambizione che quella di guidare, nutrire e proteggere le sue pecore. E tutto questo al prezzo più alto, quello del sacrificio della propria vita.
Nella figura di Gesù, pastore buono, noi contempliamo la Provvidenza di Dio, la sua sollecitudine paterna per ciascuno di noi. Non ci lascia da soli! La conseguenza di questa contemplazione di Gesù Pastore vero e buono, è l’esclamazione di commosso stupore che troviamo nella seconda Lettura dell’odierna liturgia: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre…» (1 Gv 3,1). È davvero un amore sorprendente e misterioso, perché donandoci Gesù come Pastore che dà la vita per noi, il Padre ci ha dato tutto ciò che di più grande e prezioso poteva darci! È l’amore più alto e più puro, perché non è motivato da alcuna necessità, non è condizionato da alcun calcolo, non è attratto da alcun interessato desiderio di scambio. Di fronte a questo amore di Dio, noi sperimentiamo una gioia immensa e ci apriamo alla riconoscenza per quanto abbiamo ricevuto gratuitamente.
Ma contemplare e ringraziare non basta. Occorre anche seguire il Buon Pastore. In particolare, quanti hanno la missione di guide nella Chiesa – sacerdoti, Vescovi, Papi – sono chiamati ad assumere non la mentalità del manager ma quella del servo, a imitazione di Gesù che, spogliando sé stesso, ci ha salvati con la sua misericordia. A questo stile di vita pastorale, di buon pastore, sono chiamati anche i nuovi sacerdoti della diocesi di Roma, che ho avuto la gioia di ordinare questa mattina nella Basilica di San Pietro.
E due di loro si affacceranno per ringraziarvi per le vostre preghiere e per salutarvi… [due sacerdoti neo-ordinati si affacciano accanto al Santo Padre]
Maria Santissima ottenga per me, per i Vescovi e per i sacerdoti di tutto il mondo la grazia di servire il popolo santo di Dio mediante la gioiosa predicazione del Vangelo, la sentita celebrazione dei Sacramenti e la paziente e mite guida pastorale.

Dopo il Regina Coeli:
Cari fratelli e sorelle,
desidero assicurare la mia vicinanza alle popolazioni colpite da un forte terremoto in Nepal e nei Paesi confinanti. Prego per le vittime, per i feriti e per tutti coloro che soffrono a causa di questa calamità. Abbiano il sostegno della solidarietà fraterna. E preghiamo la Madonna perché sia loro vicino. “Ave Maria…”.
Oggi, in Canada, viene proclamata Beata Maria Elisa Turgeon, fondatrice della Suore di Nostra Signora del Santo Rosario di San Germano: una religiosa esemplare, dedita alla preghiera, all’insegnamento nei piccoli centri della sua diocesi e alle opere di carità. Rendiamo grazie al Signore per questa donna, modello di vita consacrata a Dio e di generoso impegno al servizio del prossimo.
Saluto con affetto tutti i pellegrini provenienti da Roma, dall’Italia e da vari Paesi, in particolare quelli venuti numerosi dalla Polonia in occasione del primo anniversario della canonizzazione di Giovanni Paolo II. Carissimi, risuoni sempre nei vostri cuori il suo richiamo: “Aprite le porte a Cristo!”, che diceva con quella voce forte e santa che lui aveva. Il Signore benedica voi e le vostre famiglie e la Madonna vi protegga.
Saluto i fedeli di Budapest, Madrid, Burgos, Bratislava e Il Cairo; come pure quelli di Trieste, Giovinazzo, Gorga, Gorlago, Pesaro, Lamezia Terme. Saluto i giovani di Niscemi e Trezzano Rosa, e i ragazzi dei vicariati di Casalpusterlengo e Codogno, che stanno per rinnovare la professione di fede.
A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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domenica 26 aprile 2015

Le croci nel cuore (Contributi 998)

Traggo dal sito della Fraternità Sacerdotale San Carlo questa lettera da Novosibirsk del seminarista Michele Baggi

Pochi giorni prima dello scorso Natale, i sacerdoti con cui vivo nella casa della Fraternità a Novosibirsk chiedono la mia disponibilità ad accompagnare don Francesco Bertolina durante le sue visite ai villaggi della diocesi. Io dico di sì. Durante il viaggio in direzione di Polovinnoe, 300 chilometri a ovest del capoluogo, ad un certo punto don Francesco accosta a lato della strada deserta. È già buio, sopra la steppa il cielo è limpido. Alzo lo sguardo e trovo davanti a me una stellata incredibile: difficile riconoscere le costellazioni, tante sono le stelle che si vedono. Il cielo è così vicino che sembra di poterlo toccare con le mani. Gli occhi fissi allo zenit, riconosciamo chiaramente la lettera “M”, corrispondente alla W della costellazione di Cassiopea. Don Francesco sussurra: «Per me quella è la firma di Maria, Regina del cielo e della terra, iscritta nel firmamento, Lei che dall’alto del cielo ci guida e ci protegge». Diciamo assieme l’Angelus e ripartiamo. L’inizio è sempre un dono.
Per la solennità del Natale, desideriamo che le celebrazioni siano ordinate e belle. Tuttavia, le condizioni che troviamo spesso non corrispondono a ciò che abbiamo immaginato. La chiesa di Krasnozërskoe, per esempio, è finita all’esterno ma dentro mancano molte “rifiniture”: le porte interne, un crocifisso nell’abside e persino le luci alle pareti e sul soffitto. Per illuminare l’intera chiesa durante la messa di Natale, programmata per le 18, non bastano le luci dell’altare. Cinque minuti prima di iniziare, don Francesco rimedia un faretto da 500 watt: lo montiamo alla buona perché le persone riescano almeno a leggere e a distinguere le parole dei canti. Davanti all’altare, sistemiamo un tavolino con sopra un cuscino e una statuetta di Gesù Bambino. Finalmente la celebrazione può iniziare. Finita la messa, però, ci rendiamo conto che non c’è più nessuno che possa intonare i canti durante le altre celebrazioni. Francesco mi chiede se mi sento di farlo. Io, cantare in russo? Inizialmente sono raggelato, poi scopro in me un’inaspettata libertà dall’esito: mi preparo leggendo più volte i testi, in modo che la mia pronuncia non sia pessima, e lo faccio. Canto in russo.
Anche grazie a questa esperienza, capisco che il Signore non mi chiede la perfezione ma semplicemente la disponibilità a dire il mio «sì», ad offrire quel poco che posso dare. Il resto ce lo mette Lui. Sono stato contento della possibilità di vedere con quale dedizione don Francesco doni la vita per queste persone. Entrando nelle case per portare la comunione ai malati, ho visto le condizioni molto semplici e povere in cui vive la maggior parte della gente. Spesso, da queste parti, le situazioni familiari sono drammatiche, a causa soprattutto della mancanza di una figura paterna. A Karasuk abbiamo celebrato la messa in casa di una giovane madre il cui marito è morto per l’abuso di alcol. La figlia di undici anni, Elisa, ci ha accolto regalandoci dei piccoli oggetti che aveva fatto a mano con la pasta di sale. Così, una volta tornati a Novosibirsk, abbiamo pensato di prendere qualche libretto per ragazzi sulla vita dei santi, per regalarli ad Elisa alla nostra prossima visita.
Mi commuove lo sguardo di don Francesco verso queste persone: ben sapendo di non poter risolvere i loro problemi e i loro drammi, offre una compagnia, un’amicizia che renda loro presente la misericordia di Dio. Nonostante questo, vedendo un giorno le pochissime anziane che partecipavano alla messa, mi sono chiesto: dopo ventiquattro anni di missione qui, dove si può vedere il centuplo promesso? Come per rispondere alla mia domanda inespressa, una mattina, mentre prima dell’alba ci prepariamo per andare a Karasuk, don Francesco esordisce con questa riflessione: «Com’è possibile che dopo tanti anni io ami questa gente di più e non di meno?». Le sue parole mi scuotono. Penso che solo Cristo può donare al cuore questa letizia. Ne ho trovato conferma durante i lunghi viaggi in cui, mentre guida, don Francesco condivide con me ciò che vive, la bellezza e le fatiche dei suoi rapporti con le persone. Di ciascuno, mi racconta come si sono incontrati, la storia. E mi parla anche dei tanti che, dopo anni di amicizia, sono spariti. Ama la poesia, don Francesco, e, parafrasando San Martino del Carso di Ungaretti, mi dice: «Nel mio cuore nessuna croce manca, è il mio cuore il paese più popolato». Lui porta nel suo cuore tutti i volti incontrati, anche se lo hanno abbandonato: li custodisce dentro il suo rapporto con Cristo.



Domenica 3^ di Pasqua 19/4/2015 (Angelus 243)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nelle Letture bibliche della liturgia di oggi risuona per due volte la parola “testimoni”. La prima volta è sulle labbra di Pietro: egli, dopo la guarigione del paralitico presso la porta del tempio di Gerusalemme, esclama: «Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni» (At 3,15). La seconda volta è sulle labbra di Gesù risorto: Egli, la sera di Pasqua, apre la mente dei discepoli al mistero della sua morte e risurrezione e dice loro: «Di questo voi siete testimoni» (Lc 24,48). Gli Apostoli, che videro con i propri occhi il Cristo risorto, non potevano tacere la loro straordinaria esperienza. Egli si era mostrato ad essi affinché la verità della sua risurrezione giungesse a tutti mediante la loro testimonianza. E la Chiesa ha il compito di prolungare nel tempo questa missione; ogni battezzato è chiamato a testimoniare, con le parole e con la vita, che Gesù è risorto, che Gesù è vivo e presente in mezzo a noi. Tutti noi siamo chiamati a dare testimonianza che Gesù è vivo.
Possiamo domandarci: ma chi è il testimone? Il testimone è uno che ha visto, che ricorda e racconta. Vedere, ricordare e raccontare sono i tre verbi che ne descrivono l’identità e la missione. Il testimone è uno che ha visto, con occhio oggettivo, ha visto una realtà, ma non con occhio indifferente; ha visto e si è lasciato coinvolgere dall’evento. Per questo ricorda, non solo perché sa ricostruire in modo preciso i fatti accaduti, ma anche perché quei fatti gli hanno parlato e lui ne ha colto il senso profondo. Allora il testimone racconta, non in maniera fredda e distaccata, ma come uno che si è lasciato mettere in questione, e da quel giorno ha cambiato vita. Il testimone è uno che ha cambiato vita.
Il contenuto della testimonianza cristiana non è una teoria, non è un’ideologia o un complesso sistema di precetti e divieti oppure un moralismo, ma è un messaggio di salvezza, un evento concreto, anzi una Persona: è Cristo risorto, vivente e unico Salvatore di tutti. Egli può essere testimoniato da quanti hanno fatto esperienza personale di Lui, nella preghiera e nella Chiesa, attraverso un cammino che ha il suo fondamento nel Battesimo, il suo nutrimento nell’Eucaristia, il suo sigillo nella Confermazione, la sua continua conversione nella Penitenza. Grazie a questo cammino, sempre guidato dalla Parola di Dio, ogni cristiano può diventare testimone di Gesù risorto. E la sua testimonianza è tanto più credibile quanto più traspare da un modo di vivere evangelico, gioioso, coraggioso, mite, pacifico, misericordioso. Se invece il cristiano si lascia prendere dalle comodità, dalla vanità, dall’egoismo, se diventa sordo e cieco alla domanda di “risurrezione” di tanti fratelli, come potrà comunicare Gesù vivo, come potrà comunicare la potenza liberatrice di Gesù vivo e la sua tenerezza infinita?
Maria nostra Madre ci sostenga con la sua intercessione, affinché possiamo diventare, con i nostri limiti, ma con la grazia della fede, testimoni del Signore risorto, portando alle persone che incontriamo i doni pasquali della gioia e della pace.

Dopo il Regina Coeli:
Cari fratelli e sorelle,
stanno giungendo in queste ore notizie relative ad una nuova tragedia nelle acque del Mediterraneo. Un barcone carico di migranti si è capovolto la scorsa notte a circa 60 miglia dalla costa libica e si teme vi siano centinaia di vittime. Esprimo il mio più sentito dolore di fronte a una tale tragedia ed assicuro per gli scomparsi e le loro famiglie il mio ricordo e la mia preghiera. Rivolgo un accorato appello affinché la comunità internazionale agisca con decisione e prontezza, onde evitare che simili tragedie abbiano a ripetersi. Sono uomini e donne come noi, fratelli nostri che cercano una vita migliore, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerre; cercano una vita migliore. Cercavano la felicità... Vi invito a pregare in silenzio, prima, e poi tutti insieme per questi fratelli e sorelle.
Ave Maria…
Rivolgo un cordiale saluto a tutti voi, venuti dall’Italia e da tante parti del mondo: ai pellegrini della Diocesi de Santo André, in Brasile; a quelli di Berlino, Monaco e Colonia; agli studenti di Grafton (Australia), e di Sant Feliu de Llobregat (Spagna). Saluto i polacchi della diocesi di Rzeszów e sono vicino ai partecipanti alla “Marcia per la santità della vita” che si svolge a Varsavia, incoraggiando a difendere e promuovere sempre la vita umana.
Saluto l’Azione Cattolica di Formia; i fedeli di Milano, Lodi, Limbiate e Torre Boldone (Bergamo); i ragazzi di Torino, Senigallia, Almenno San Salvatore, Villafontana e Gràssina; i giovani di Noventa Vicentina e Catania; il Coro di Trecate e i soci del Lions Club.
Un saluto speciale al gruppo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, in occasione dell’odierna Giornata Nazionale di sostegno a questo grande Ateneo. È importante che esso possa continuare a formare i giovani ad una cultura che coniughi fede e scienza, etica e professionalità.
Oggi inizia a Torino la solenne ostensione della sacra Sindone. Anch’io, a Dio piacendo, mi recherò a venerarla il prossimo 21 giugno. Auspico che questo atto di venerazione ci aiuti tutti a trovare in Gesù Cristo il Volto misericordioso di Dio, e a riconoscerlo nei volti dei fratelli, specialmente i più sofferenti.
Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Auguro a tutti una buona domenica e un buon pranzo.
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Domenica 2^ di Pasqua (Divina Misericordia) 12/4/2015 (Angelus 243)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Oggi è l’ottavo giorno dopo la Pasqua, e il Vangelo di Giovanni ci documenta le due apparizioni di Gesù Risorto agli Apostoli riuniti nel Cenacolo: quella della sera di Pasqua, assente Tommaso, e quella dopo otto giorni, presente Tommaso. La prima volta, il Signore mostrò le ferite del suo corpo ai discepoli, fece il segno di soffiare su di loro e disse: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). Trasmette ad essi la sua stessa missione, con la forza dello Spirito Santo.
Ma quella sera mancava Tommaso, il quale non volle credere alla testimonianza degli altri. “Se non vedo e non tocco le sue piaghe – disse –, io non credo” (cfr Gv 20,25). Otto giorni dopo – cioè proprio come oggi – Gesù ritorna a presentarsi in mezzo ai suoi e si rivolge subito a Tommaso, invitandolo a toccare le ferite delle sue mani e del suo fianco. Viene incontro alla sua incredulità, perché, attraverso i segni della passione, possa raggiungere la pienezza della fede pasquale, cioè la fede nella risurrezione di Gesù.
Tommaso è uno che non si accontenta e cerca, intende verificare di persona, compiere una propria esperienza personale. Dopo le iniziali resistenze e inquietudini, alla fine arriva anche lui a credere, pur avanzando con fatica, ma arriva alla fede. Gesù lo attende pazientemente e si offre alle difficoltà e alle insicurezze dell’ultimo arrivato. Il Signore proclama “beati” quelli che credono senza vedere (cfr v. 29) – e la prima di questi è Maria sua Madre –, però viene incontro anche all’esigenza del discepolo incredulo: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani…» (v. 27). Al contatto salvifico con le piaghe del Risorto, Tommaso manifesta le proprie ferite, le proprie piaghe, le proprie lacerazioni, la propria umiliazione; nel segno dei chiodi trova la prova decisiva che era amato, che era atteso, che era capito. Si trova di fronte un Messia pieno di dolcezza, di misericordia, di tenerezza. Era quello il Signore che cercava, lui, nelle profondità segrete del proprio essere, perché aveva sempre saputo che era così. E quanti di noi cerchiamo nel profondo del cuore di incontrare Gesù, così come è: dolce, misericordioso, tenero! Perché noi sappiamo, nel profondo, che Lui è così. Ritrovato il contatto personale con l’amabilità e la misericordiosa pazienza del Cristo, Tommaso comprende il significato profondo della sua Risurrezione e, intimamente trasformato, dichiara la sua fede piena e totale in Lui esclamando: «Mio Signore e mio Dio!» (v. 28). Bella, bella espressione, questa di Tommaso!
Egli ha potuto “toccare” il Mistero pasquale che manifesta pienamente l’amore salvifico di Dio, ricco di misericordia (cfr Ef 2,4). E come Tommaso anche tutti noi: in questa seconda Domenica di Pasqua siamo invitati a contemplare nelle piaghe del Risorto la Divina Misericordia, che supera ogni umano limite e risplende sull’oscurità del male e del peccato. Un tempo intenso e prolungato per accogliere le immense ricchezze dell’amore misericordioso di Dio sarà il prossimo Giubileo Straordinario della Misericordia, la cui Bolla di indizione ho promulgato ieri sera qui, nella Basilica di San Pietro. Quella Bolla incomincia con le parole Misericordiae Vultus: il Volto della Misericordia è Gesù Cristo. Teniamo lo sguardo rivolto a Lui, che sempre ci cerca, ci aspetta, ci perdona; tanto misericordioso, non si spaventa delle nostre miserie. Nelle sue piaghe ci guarisce e perdona tutti i nostri peccati. E la Vergine Madre ci aiuti ad essere misericordiosi con gli altri come Gesù lo è con noi.

Dopo il Regina Coeli:
Cari fratelli e sorelle,
rivolgo un cordiale saluto a voi fedeli di Roma e a voi venuti da tante parti del mondo. Saluto i pellegrini della diocesi di Metuchen (Stati Uniti d’America), le Ancelle del Bambino Gesù provenienti dalla Croazia, le Figlie della Divina Carità, i gruppi parrocchiali di Forlì e Gravina di Puglia, e tutti i ragazzi e giovani presenti, in particolare gli alunni della scuola “Figlie di Gesù” di Modena, quelli del “Liceo Verga” di Adriano e i cresimandi di Palestrina. Saluto i pellegrini che hanno partecipato alla Santa Messa presieduta dal Cardinale Vicario di Roma nella chiesa di Santo Spirito in Sassia, centro di devozione alla Divina Misericordia.
Saluto le comunità neocatecumenali di Roma, che iniziano oggi una speciale missione nelle piazze della Città per pregare e dare testimonianza della fede.
Rivolgo un cordiale augurio ai fedeli delle Chiese d’Oriente che, secondo il loro calendario, celebrano oggi la Santa Pasqua. Mi unisco alla gioia del loro annuncio del Cristo Risorto: Christós anésti! Salutiamo i nostri fratelli di Oriente in questo giorno della loro Pasqua, con un applauso, tutti!
Rivolgo anche un sentito saluto ai fedeli armeni, che sono venuti a Roma e hanno partecipato alla Santa Messa con la presenza dei miei fratelli, i tre Patriarchi, e numerosi Vescovi.
Nelle settimane scorse mi sono arrivati da ogni parte del mondo tanti messaggi di auguri pasquali. Con gratitudine li ricambio a tutti. Desidero ringraziare di cuore i bambini, gli anziani, le famiglie, le diocesi, le comunità parrocchiali e religiose, gli enti e le diverse associazioni, che hanno voluto manifestarmi affetto e vicinanza. E continuate a pregare per me, per favore!
A tutti voi auguro una buona domenica. Buon pranzo e arrivederci!
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martedì 7 aprile 2015

Lunedì dell'Angelo 6/4/2015 (Angelus 242)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e ancora buona Pasqua!
In questo Lunedì dopo Pasqua il Vangelo (cfr Mt 28,8-15) ci presenta il racconto delle donne che, recatesi al sepolcro di Gesù, lo trovano vuoto e vedono un Angelo che annuncia loro che Egli è risorto. E mentre esse corrono per portare la notizia ai discepoli, incontrano Gesù stesso che dice loro: «Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno» (v. 10). La Galilea è la “periferia” dove Gesù aveva iniziato la sua predicazione; e di là ripartirà il Vangelo della Risurrezione, perché sia annunciato a tutti, e ognuno possa incontrare Lui, il Risorto, presente e operante nella storia. Anche oggi Lui è con noi, qui in piazza.
Questo dunque è l’annuncio che la Chiesa ripete fin dal primo giorno: “Cristo è risorto!”. E, in Lui, per il Battesimo, anche noi siamo risorti, siamo passati dalla morte alla vita, dalla schiavitù del peccato alla libertà dell’amore. Ecco la buona notizia che siamo chiamati a portare agli altri e in ogni ambiente, animati dallo Spirito Santo. La fede nella risurrezione di Gesù e la speranza che Egli ci ha portato è il dono più bello che il cristiano può e deve offrire ai fratelli. A tutti e a ciascuno, dunque, non stanchiamoci di ripetere: Cristo è risorto! Ripetiamolo tutti insieme, oggi qui in piazza: Cristo è risorto! Ripetiamolo con le parole, ma soprattutto con la testimonianza della nostra vita. La lieta notizia della Risurrezione dovrebbe trasparire sul nostro volto, nei nostri sentimenti e atteggiamenti, nel modo in cui trattiamo gli altri.
Noi annunciamo la risurrezione di Cristo quando la sua luce rischiara i momenti bui della nostra esistenza e possiamo condividerla con gli altri; quando sappiamo sorridere con chi sorride e piangere con chi piange; quando camminiamo accanto a chi è triste e rischia di perdere la speranza; quando raccontiamo la nostra esperienza di fede a chi è alla ricerca di senso e di felicità. Con il nostro atteggiamento, con la nostra testimonianza, con la nostra vita, diciamo: Gesù è risorto! Lo diciamo con tutta l’anima.
Siamo nei giorni dell’Ottava di Pasqua, durante i quali ci accompagna il clima gioioso della Risurrezione. È curioso: la Liturgia considera l’intera Ottava come un unico giorno, per aiutarci ad entrare nel mistero, perché la sua grazia si imprima nel nostro cuore e nella nostra vita. La Pasqua è l’evento che ha portato la novità radicale per ogni essere umano, per la storia e per il mondo: è trionfo della vita sulla morte; è festa di risveglio e di rigenerazione. Lasciamo che la nostra esistenza sia conquistata e trasformata dalla Risurrezione!
Domandiamo alla Vergine Madre, silenziosa testimone della morte e risurrezione del suo Figlio, di accrescere in noi la gioia pasquale. Lo faremo ora con la recita del Regina Caeli, che nel tempo pasquale sostituisce la preghiera dell’Angelus. In questa preghiera, scandita dall’alleluia, ci rivolgiamo a Maria invitandola a rallegrarsi, perché Colui che ha portato in grembo è risorto come aveva promesso, e ci affidiamo alla sua intercessione. In realtà, la nostra gioia è un riflesso della gioia di Maria, perché è Lei che ha custodito e custodisce con fede gli eventi di Gesù. Recitiamo dunque questa preghiera con la commozione dei figli che sono felici perché la loro Madre è felice.

Dopo il Regina Coeli:
In questo bel clima pasquale, saluto cordialmente tutti voi, cari pellegrini venuti dall’Italia e da varie parti del mondo per partecipare a questo momento di preghiera. In particolare, sono lieto di accogliere la delegazione del Movimento Shalom, che è arrivata all’ultima tappa della staffetta solidale per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle persecuzioni dei cristiani nel mondo. Il vostro itinerario sulle strade è finito, ma deve continuare da parte di tutti il cammino spirituale di preghiera intensa, di partecipazione concreta e di aiuto tangibile in difesa e protezione dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, perseguitati, esiliati, uccisi, decapitati per il solo fatto di essere cristiani. Loro sono i nostri martiri di oggi, e sono tanti, possiamo dire che sono più numerosi che nei primi secoli. Auspico che la Comunità Internazionale non assista muta e inerte di fronte a tale inaccettabile crimine, che costituisce una preoccupante deriva dei diritti umani più elementari. Auspico veramente che la Comunità Internazionale non volga lo sguardo dall’altra parte.
A ciascuno di voi, auguro di trascorrere nella gioia e nella serenità questa Settimana in cui si prolunga la gioia della Risurrezione di Cristo. Per vivere più intensamente questo periodo - e torno sempre sullo stesso argomento - ci farà bene leggere ogni giorno un brano del Vangelo in cui si parla dell’evento della Risurrezione. Ogni giorno un piccolo passo.
Buona e Santa Pasqua a tutti! Per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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lunedì 6 aprile 2015

Urbi et Orbi Pasqua 2015

Cari fratelli e sorelle, buona Pasqua.
Gesù Cristo è risorto!
L’amore ha sconfitto l’odio, la vita ha vinto la morte, la luce ha scacciato le tenebre!
Gesù Cristo, per amore nostro, si è spogliato della sua gloria divina; ha svuotato sé stesso, ha assunto la forma di servo e si è umiliato fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e lo ha fatto Signore dell’universo. Gesù è Signore!
Con la sua morte e risurrezione Gesù indica a tutti la via della vita e della felicità: questa via è l’umiltà, che comporta l’umiliazione. Questa è la strada che conduce alla gloria. Solo chi si umilia può andare verso le “cose di lassù”, verso Dio (cfr Col 3,1-4). L’orgoglioso guarda “dall’alto in basso”, l’umile guarda “dal basso in alto”.
Al mattino di Pasqua, avvertiti dalle donne, Pietro e Giovanni corsero al sepolcro e lo trovarono aperto e vuoto. Allora si avvicinarono e si “chinarono” per entrare nel sepolcro. Per entrare nel mistero bisogna “chinarsi”, abbassarsi. Solo chi si abbassa comprende la glorificazione di Gesù e può seguirlo sulla sua strada.
Il mondo propone di imporsi a tutti costi, di competere, di farsi valere… Ma i cristiani, per la grazia di Cristo morto e risorto, sono i germogli di un’altra umanità, nella quale cerchiamo di vivere al servizio gli uni degli altri, di non essere arroganti ma disponibili e rispettosi.
Questa non è debolezza, ma vera forza! Chi porta dentro di sé la forza di Dio, il suo amore e la sua giustizia, non ha bisogno di usare violenza, ma parla e agisce con la forza della verità, della bellezza e dell’amore.
Dal Signore risorto oggi imploriamo la grazia di non cedere all’orgoglio che alimenta la violenza e le guerre, ma di avere il coraggio umile del perdono e della pace. A Gesù vittorioso domandiamo di alleviare le sofferenze dei tanti nostri fratelli perseguitati a causa del Suo nome, come pure di tutti coloro che patiscono ingiustamente le conseguenze dei conflitti e delle violenze in corso. Ce ne sono tante!
Pace chiediamo anzitutto per l’amata Siria e per l’Iraq, perché cessi il fragore delle armi e si ristabilisca la buona convivenza tra i diversi gruppi che compongono questi amati Paesi. La comunità internazionale non rimanga inerte di fronte alla immensa tragedia umanitaria all’interno di questi Paesi e al dramma dei numerosi rifugiati.
Pace imploriamo per tutti gli abitanti della Terra Santa. Possa crescere tra Israeliani e Palestinesi la cultura dell’incontro e riprendere il processo di pace così da porre fine ad anni di sofferenze e divisioni.
Pace domandiamo per la Libia, affinché si fermi l’assurdo spargimento di sangue in corso e ogni barbara violenza, e quanti hanno a cuore la sorte del Paese si adoperino per favorire la riconciliazione e per edificare una società fraterna che rispetti la dignità della persona. Anche in Yemen auspichiamo che prevalga una comune volontà di pacificazione per il bene di tutta la popolazione.
Nello stesso tempo con speranza affidiamo al Signore che è tanto misericordioso l’intesa raggiunta in questi giorni a Losanna, affinché sia un passo definitivo verso un mondo più sicuro e fraterno.
Dal Signore Risorto imploriamo il dono della pace per la Nigeria, per il Sud-Sudan e per varie regioni del Sudan e della Repubblica Democratica del Congo. Una preghiera incessante salga da tutti gli uomini di buona volontà per coloro che hanno perso la vita – uccisi giovedì scorso nell’Università di Garissa, in Kenia –, per quanti sono stati rapiti, per chi ha dovuto abbandonare la propria casa ed i propri affetti.
La Risurrezione del Signore porti luce all’amata Ucraina, soprattutto a quanti hanno subito le violenze del conflitto degli ultimi mesi. Possa il Paese ritrovare pace e speranza grazie all’impegno di tutte le parti interessate.
Pace e libertà chiediamo per tanti uomini e donne soggetti a nuove e vecchie forme di schiavitù da parte di persone e organizzazioni criminali. Pace e libertà per le vittime dei trafficanti di droga, tante volte alleati con i poteri che dovrebbero difendere la pace e l’armonia nella famiglia umana. E pace chiediamo per questo mondo sottomesso ai trafficanti di armi, che guadagnano con il sangue degli uomini e delle donne.
Agli emarginati, ai carcerati, ai poveri e ai migranti che tanto spesso sono rifiutati, maltrattati e scartati; ai malati e ai sofferenti; ai bambini, specialmente a quelli che subiscono violenza; a quanti oggi sono nel lutto; a tutti gli uomini e le donne di buona volontà giunga la consolante e sanante voce del Signore Gesù: «Pace a voi!» (Lc 24,36) «Non temete, sono risorto e sarò sempre con voi!» (cfr Messale Romano, Antifona d’ingresso del giorno di Pasqua).
* * *
Cari fratelli e sorelle,
desidero rivolgere i miei auguri di Buona Pasqua a tutti voi che siete venuti in questa Piazza da diversi Paesi, come pure a quanti sono collegati attraverso i mezzi di comunicazione sociale. Portate nelle vostre case e a quanti incontrate il gioioso annuncio che è risorto il Signore della vita, recando con sé amore, giustizia, rispetto e perdono!
Grazie per la vostra presenza, per la vostra preghiera e per l’entusiasmo della vostra fede in una giornata tanto bella ma anche tanto brutta per la pioggia. Un pensiero speciale e riconoscente per il dono dei fiori, che anche quest’anno provengono dai Paesi Bassi. Vi auguro una Buona Pasqua a tutti! Pregate per me, buon pranzo e arrivederci.
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lunedì 30 marzo 2015

Domenica delle Palme "B" 29/3/2015 (Angelus 241)

Al termine di questa celebrazione, saluto con affetto tutti voi qui presenti, in particolare i giovani. Cari giovani, vi esorto a proseguire il vostro cammino sia nelle diocesi, sia nel pellegrinaggio attraverso i continenti, che vi porterà l’anno prossimo a Cracovia, patria di san Giovanni Paolo II, iniziatore delle Giornate Mondiali della Gioventù. Il tema di quel grande Incontro: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7), si intona bene con l’Anno Santo della Misericordia. Lasciatevi riempire dalla tenerezza del Padre, per diffonderla intorno a voi!
E ora ci rivolgiamo in preghiera a Maria la nostra Madre, perché ci aiuti a vivere con fede la Settimana Santa. Anche Lei era presente quando Gesù entrò in Gerusalemme acclamato dalla folla; ma il suo cuore, come quello del Figlio, era pronto al sacrificio. Impariamo da Lei, Vergine fedele, a seguire il Signore anche quando la sua via porta alla croce.
Affido alla sua intercessione le vittime della sciagura aerea di martedì scorso, tra le quali vi era anche un gruppo di studenti tedeschi.
Angelus Domini…

Dopo l'Angelus:
Vi auguro una Santa Settimana in contemplazione del Mistero di Gesù Cristo.
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domenica 22 marzo 2015

Domenica 5^ Quaresima "B" 22/3/2015 (Angelus 240)

Cari fratelli e sorelle,
in questa Quinta Domenica di Quaresima, l’evangelista Giovanni attira la nostra attenzione con un particolare curioso: alcuni “greci”, di religione ebraica, venuti a Gerusalemme per la festa di Pasqua, si rivolgono all'apostolo Filippo e gli dicono: «Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,21). Nella città santa, dove Gesù si è recato per l’ultima volta, c’è molta gente. Ci sono i piccoli e i semplici, che hanno accolto festosamente il profeta di Nazareth riconoscendo in Lui l’Inviato del Signore. Ci sono i sommi sacerdoti e i capi del popolo, che lo vogliono eliminare perché lo considerano eretico e pericoloso. Ci sono anche persone, come quei “greci”, che sono curiose di vederlo e saperne di più sulla sua persona e sulle opere da Lui compiute, l’ultima delle quali – la risurrezione di Lazzaro – ha fatto molto scalpore.
«Vogliamo vedere Gesù»: queste parole, come tante altre nei Vangeli, vanno al di là dell’episodio particolare ed esprimono qualcosa di universale; rivelano un desiderio che attraversa le epoche e le culture, un desiderio presente nel cuore di tante persone che hanno sentito parlare di Cristo, ma non lo hanno ancora incontrato. “Io desidero vedere Gesù”, così sente il cuore di questa Gente.
Rispondendo indirettamente, in modo profetico, a quella richiesta di poterlo vedere, Gesù pronuncia una profezia che svela la sua identità e indica il cammino per conoscerlo veramente: «E’ giunta l’ora che il figlio dell’uomo sia glorificato» (Gv 12,23). È l’ora della Croce! È l’ora della sconfitta di Satana, principe del male, e del trionfo definitivo dell’amore misericordioso di Dio. Cristo dichiara che sarà «innalzato da terra» (v. 32), un’espressione dal doppio significato: “innalzato” perché crocifisso, e “innalzato” perché esaltato dal Padre nella Risurrezione, per attirare tutti a sé e riconciliare gli uomini con Dio e tra di loro. L’ora della Croce, la più buia della storia, è anche la sorgente della salvezza per quanti credono in Lui.
Proseguendo nella profezia sulla sua Pasqua ormai imminente, Gesù usa un’immagine semplice e suggestiva, quella del “chicco di grano” che, caduto in terra, muore per portare frutto (cfr v. 24). In questa immagine troviamo un altro aspetto della Croce di Cristo: quello della fecondità. La croce di Cristo è feconda. La morte di Gesù, infatti, è una fonte inesauribile di vita nuova, perché porta in sé la forza rigeneratrice dell’amore di Dio. Immersi in questo amore per il Battesimo, i cristiani possono diventare “chicchi di grano” e portare molto frutto se, come Gesù, “perdono la propria vita” per amore di Dio e dei fratelli (cfr v. 25).
Per questo, a coloro che anche oggi “vogliono vedere Gesù”, a quanti sono alla ricerca del volto di Dio; a chi ha ricevuto una catechesi da piccolo e poi non l’ha più approfondita e forse ha perso la fede; a tanti che non hanno ancora incontrato Gesù personalmente…; a tutte queste persone possiamo offrire tre cose: il Vangeloil crocifisso e la testimonianza della nostra fede, povera, ma sincera. Il Vangelo: lì possiamo incontrare Gesù, ascoltarlo, conoscerlo. Il crocifisso: segno dell’amore di Gesù che ha dato sé stesso per noi. E poi una fede che si traduce in gesti semplici di carità fraterna. Ma principalmente nella coerenza di vita tra quello che diciamo e quello che viviamo, coerenza tra la nostra fede e la nostra vita, tra le nostre parole e le nostre azioni. Vangelo, crocifisso, testimonianza. Che la Madonna ci aiuti a portare queste tre cose.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
nonostante il brutto tempo siete venuti in tanti, complimenti. Siete stati molto coraggiosi, anche i maratoneti sono coraggiosi, li saluto con affetto. Ieri sono stato a Napoli in visita pastorale, voglio ringraziare per la calorosa accoglienza tutti i napoletani, tanto bravi. Grazie tante!
Oggi ricorre la Giornata Mondiale dell’Acqua, promossa dalle Nazioni Unite. L’acqua è l’elemento più essenziale per la vita, e dalla nostra capacità di custodirlo e di condividerlo dipende il futuro dell’umanità. Incoraggio pertanto la Comunità internazionale a vigilare affinché le acque del pianeta siano adeguatamente protette e nessuno sia escluso o discriminato nell’uso di questo bene, che è un bene comune per eccellenza. Con san Francesco d’Assisi diciamo: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora aqua,/la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta» (Cantico di frate Sole).
Saluto tutti i pellegrini presenti, in particolare il Coro del “Conservatorio Profesional de Música” di Orihuela (Spagna), i giovani del Collège Saint-Jean de Passy di Parigi, i fedeli dell’Ungheria, e i gruppi musicali del Canton Ticino (Svizzera). Saluto l’Ordine Francescano Secolare di Cremona, l’UNITALSI della Lombardia, il gruppo intitolato al Vescovo martire Oscar Romero, che sarà presto proclamato Beato; come pure i fedeli di Fiumicino, i Bambini della Prima Comunione di Sambuceto, i ragazzi di Ravenna, di Milano e di Firenze che hanno ricevuto da poco la Cresima o stanno per riceverla.
Ed ora ripeteremo un gesto già compiuto l’anno scorso: secondo l’antica tradizione della Chiesa, durante la Quaresima si consegna il Vangelo a coloro che si preparano al Battesimo; così io oggi offro a voi che siete in Piazza un regalo, un Vangelo tascabile. Vi sarà distribuito gratuitamente da alcune persone senza fissa dimora che vivono a Roma. Anche in questo vediamo un gesto molto bello, che piace a Gesù: i più bisognosi sono coloro che ci regalano la parola di Dio. Prendetelo e portatelo con voi, per leggerlo spesso, ogni giorno portarlo nella borsa, in tasca e leggerne spesso un passo ogni giorno. La Parola di Dio è luce per il nostro cammino! Vi farà bene fatelo!
Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
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Quaresima, battaglia di liberazione (Contributi 997)

Vi propongo la riflessione di Mons. Camisasca, Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla in occasione del Mercoledì delle Ceneri, tratta dal sito della Fraternità Sacerdotale S.Carlo


Cari fratelli e sorelle,
entriamo nella Quaresima, cioè nella preparazione alla Pasqua. Gesù, accettando di morire per noi, si è caricato di tutte le nostre divisioni, di tutte le nostre colpe. Ha vinto così la morte e ci ha aperto la strada – come nuovo Mosè – verso la Terra promessa, verso una vita vera ed immortale.
Non c’è un evento più importante nella nostra storia personale e nella storia del mondo. Per questo occorre prepararsi, sgomberare il nostro cuore da tutto ciò che ci impedisce di vedere Dio e la sua luce, il suo dono, la sua comunione. La Quaresima può essere descritta come una grande battaglia contro gli idoli, una battaglia di liberazione che ci renderà migliori, uomini più veri, più lieti e più capaci di amare la vita e di godere delle cose semplici e vere di cui essa è ricca.
Quali sono gli idoli più diffusi che dobbiamo chiedere a Dio di estirpare dal nostro cuore? Il primo è il denaro. La liturgia di questa sera ci parla dell’elemosina. Disporre di una parte dei nostri beni per i poveri ci aiuta a comprendere che tutto appartiene a Dio e ci libera dall'attaccamento smodato a ciò che possediamo. Quando il nostro cuore è avido di denaro, non c’è più posto per gli altri e per Dio, non riusciamo più a vedere i volti che ci circondano, le cose belle di cui sono fatte la natura e la vita. Attaccati al denaro non si sa più godere di nulla. Per questo il vangelo ci parla prima dell’elemosina e poi della preghiera: senza distacco dai beni non si può parlare a Dio.
Da questa cattedra vorrei che le mie parole arrivassero non soltanto a voi che mi ascoltate, ma a tutti coloro che abitano nel territorio della nostra diocesi. Dall'attaccamento al denaro nascono le industrie di guerra, le industrie di morte. Dall'attaccamento al denaro nasce la corruzione che impedisce la costruzione libera di una società civile. La passione per il denaro divide gli uomini in collaboratori e nemici. Per il denaro si diffonde la droga che uccide i cervelli e le vite, si diffonde l’usura che strangola le esistenze, nascono le aziende farmaceutiche per manipolare l’esistenza delle persone. Per denaro si vendono i corpi, si gettano sulla strada le donne della tratta, vengono venduti gli uteri, si mandano i bambini a combattere in guerre che li segneranno per tutta la vita. Per denaro si inquina la vita delle imprese, la si sottopone a condizionamenti mortali o si comprano dai politici diritti che non si avrebbero. Ma soprattutto, l’eccessivo attaccamento al denaro rende infelici. Non c’è felicità in chi uccide, in chi condiziona la vita degli altri, in chi vuole scappare dalla giustizia e finisce per avere paura della propria ombra. Solo Dio può cambiare il cuore degli uomini. Chiedo questa sera per noi e per tutti la conversione della nostra mente e delle nostre speranze. Poniamo la speranza in ciò che è vero e non delude. Liberiamoci dall'idolatria che diventa causa di morte.
Il secondo idolo di cui dobbiamo chiedere a Dio la liberazione è l’idolo del potere. Il potere dei popoli sui popoli, che scatena le guerre, ma anche il potere all'interno della società e delle famiglie, che ci fa vedere negli altri non degli esseri liberi a immagine di Dio, ma delle prede che possono riempire il vuoto che alberga dentro di noi. Dove l’infinito di Dio è stato cancellato, l’uomo diventa un buco infinito di insaziabile voracità. Nascono così le perversioni degli affetti. Non sappiamo più riconoscere che l’altro è un mistero da rispettare. Le persone diventano così oggetti da prendere e lasciare. Non ci libereremo mai dagli idoli del potere se non impareremo cosa vuol dire veramente amare. Penso alle persone che soffrono ingiustamente, incarcerate per le loro idee e soprattutto per la loro fede. Penso ai fratelli cristiani perseguitati. Penso a popoli interi costretti a migrare da una terra ad un’altra, braccati dai vari poteri dispotici che si susseguono e che non permettono loro di avere una terra. Penso alle vite uccise nel seno della madre, ai malati di cui non sappiamo prenderci cura, agli anziani che vorremmo eliminare dalla nostra vista. Gli idoli del potere hanno volti concreti e quotidiani e devono essere smascherati. Anche qui la medicina può essere soltanto la conversione dei cuori. La preghiera può molto e molto possono il digiuno e la penitenza.
Tanti sono gli idoli dell’uomo che possono distruggere la sua vita! Da ultimo vorrei ricordare soltanto l’idolo della menzogna. Il demonio è il grande bugiardo, che ci fa credere essenziale ciò che è provvisorio, e fondamentale ciò che è passeggero. Come appare chiaro nel vangelo delle tentazioni di Gesù nel deserto, il diavolo è colui che stravolge le parole e stravolge persino la parola di Dio. Dobbiamo imparare di nuovo l’amore alla verità che rende belli i rapporti umani. Anche quando costa grandi sacrifici, e perfino il sacrificio della vita, l’amore alla verità rende lieto il cuore.
Coloro che hanno peso e potere nei giornali e nelle televisioni, in Internet e più in generale nelle comunicazioni sociali, sappiano che grande è la loro responsabilità e che verranno giudicati da Dio. Distogliendo i piccoli e i giovani dalla verità si uccide in loro l’amore alla vita e la forza per combattere contro le avversità. Se non esistono più il bene e il male non esiste più il bello e ciò per cui vale la pena vivere.
All'inizio della nostra Quaresima ci illumina la presenza di Gesù povero e perciò libero, casto, rispettoso e amante di ogni persona, verità che illumina e guida le nostre esistenze verso la gioia della Pasqua.
Amen.
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venerdì 20 marzo 2015

San Giuseppe, chiave per interpretare la crisi attuale (Contributi 996)

Riporto un articolo di Riccardo Cascioli tratto da La Bussola Quotidiano. Ultimamente ho avuto molto poco tempo per curare il blog e me ne scuso con tutti. E a tutti chiedo, umilmente, una preghiera.

Potrà sembrare un caso ma la crisi della famiglia – almeno nel nostro Paese – è andata di pari passo con il venir progressivamente meno della devozione a san Giuseppe. Per certi versi è paradossale che questo sia accaduto dopo un Concilio Vaticano II che Giovanni XXIII aveva posto proprio sotto la protezione di san Giuseppe con la Lettera apostolica Le Voci (1961). Ma probabilmente l’ondata progressista seguita al Concilio fece sì che la devozione a san Giuseppe fosse considerata una di quelle superstizioni preconciliari che erano superate da una Chiesa ormai protesa nell'abbraccio al mondo.
Ad ogni modo la stretta relazione tra crisi della famiglia e oscuramento della figura di San Giuseppe risulta più chiara se pensiamo che tanti psicologi sono concordi nel sostenere che uno dei principali problemi della nostra società è l’eclissi o l’assenza del padre. Mancano i padri e manca un modello di paternità, come invece san Giuseppe è stato per tante generazioni. 
«San Giuseppe è la più bella figura d'uomo concepibile e che il Cristianesimo ha realizzato», diceva don Luigi Giussani, sottolineando che il padre putativo di Gesù era «un uomo come tutti gli altri, aveva il peccato originale come me».
Alcuni anni fa Vittorio Messori si era interrogato sui motivi per cui San Giuseppe è stato volutamente messo da parte da molti nella Chiesa, ed è interessante rileggere la sua riflessione: «Secondo alcuni avrebbe operato qui quella “rivolta contro i padri” che ha portato la cultura moderna a rifiutare lo stesso Padre Eterno; e ha portato, forse, certo mondo cattolico a rimuovere questa figura cui più che a ogni altra è legata l’idea della paternità umana. La contestazione della famiglia avrebbe poi reso poco simpatica ad alcuni quella notazione di Luca («Gesù tornò a Nazareth e stava loro sottomesso», 2,51) che dà avallo evangelico all'autorità, in senso forte, dei genitori. Anche i problemi legati a castità e verginità devono aver contribuito alla rimozione di questo sposo «al di là dell’eros». Difficile, sotto il bombardamento sessualista, capire la comunità di vita di Nazareth, implicante un amore pieno e profondo e al contempo non orientato al sesso. Una coniugalità nuova, anticipatrice della condizione escatologica (Lc 20,35), ma incompresa oggi da molti» (da La sfida della fede, SugarCo 2008).
Oggi, in tempi di martellamento della propaganda gender, queste parole appaiono ancora più drammaticamente vere. L’eliminazione di San Giuseppe è stata la premessa di un’opera di distruzione della società e dell’identità umana. Tutti i problemi più gravi che oggi ci troviamo di fronte hanno la loro origine diretta o indiretta nella distruzione della famiglia e del modello di paternità e maternità: dall’economia alla corruzione, dalla criminalità alle dipendenze.
E come non pensare anche alle difficoltà emerse nel Sinodo straordinario sulla famiglia dello scorso ottobre e nel dibattito attualmente in corso, nel comprendere la profondità e le implicazioni della strada indicata dalla famiglia di Nazareth. Non sono stati pochi i vescovi e i cardinali che hanno mostrato una evidente incapacità a concepire e ritenere possibile il valore della castità nell'amore, e della vera responsabilità paterna. Il declino della devozione a san Giuseppe, che è anche protettore della Chiesa, ha chiaramente portato confusione tra i cattolici e anche tra i pastori.
La festa di san Giuseppe che celebriamo oggi è allora cruciale per comprendere le radici della crisi attuale della società e della confusione che regna nella Chiesa. Ma è anche il punto da cui ripartire per invertire la tendenza. Recuperare San Giuseppe, affidarsi a lui, contemplare la sua paternità e promuoverne la devozione è già l’inizio di una società più umana. 
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