Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Si invita a leggere il post 1 del febbraio 2009 in cui sono ribaditi i motivi che mi hanno spinto a creare questo blog pur nella consapevolezza dei miei limiti.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima e al Sacro Cuore di Gesù questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

mercoledì 19 giugno 2013

Perdonare i nostri nemici è seme di fecondità (Contributi 856)

Da sito di Tempi questo articolo

Possiamo amare i nostri nemici? Papa Francesco, nell'omelia alla Messa alla Casa Santa Marta, ha parlato del perdono. Il pontefice ha fatto alcuni esempi concreti: come si può amare chi «bombarda e ammazza le persone»? Chi, attaccato ai soldi, non lascia che le medicine arrivino agli anziani e li lascia morire»? Chi, per il proprio interesse e potere «fa il male»? Amare il nemico «sembra una cosa difficile da fare», ha detto il Papa, eppure è proprio ciò che Cristo ci chiede, con il discorso delle Beatitudini. «Anche noi – ha osservato il Santo Padre – tante volte diventiamo nemici di altri: non vogliamo loro bene. E Gesù ci dice che noi dobbiamo amare i nemici! E questo non è facile! Pensiamo che Gesù ci chieda troppo! Lasciamo questo per le suore di clausura, che sono sante; lasciamo questo per qualche anima santa, ma per la vita comune questo non va. E questo deve andare! Gesù dice: “No, dobbiamo fare questo! Perché al contrario voi siete come i pubblicani, come i pagani. Non siete cristiani”». 

MA QUESTO ME NE HA FATTA UNA GROSSA. L’esempio ci arriva da Dio stesso, che ama tutti allo stesso modo («fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni», «fa piovere sui giusti e gli ingiusti»), e da Cristo che, per primo, ha «perdonato i suoi nemici». Come possiamo imitarlo e amare i nostri nemici? Innanzitutto pregando. «È quello che Gesù ci consiglia: “Pregate per i vostri nemici! Pregate per quelli che vi perseguitano! Pregate!”. E dire a Dio: “Cambiagli il cuore. Ha un cuore di pietra, ma cambialo, dagli un cuore di carne, che senta bene e che ami”. Soltanto lascio questa domanda e ciascuno di noi risponde nel suo cuore: “Io prego per i mie nemici? Io prego per quelli che non mi vogliono bene?”. Pregare perché il Signore cambi il cuore di quelli. Anche possiamo dire: “Ma questo me ne ha fatta una grossa”, o questi hanno fatto cose cattive e questo impoverisce le persone, impoverisce l’umanità. E con questo argomento vogliamo portare avanti la vendetta o quell'occhio per occhio, dente per dente». 

SEME DI FECONDITA’. Come Gesù si è «abbassato» e fatto povero», umiliandosi e perdonando i suoi nemici, così tocca al cristiano «in quell'abbassamento di Gesù – ha spiegato papa Francesco – c’è la grazia che ci ha giustificati tutti, ci ha fatto ricchi». È il «mistero di salvezza»: «Col perdono, con l’amore al nemico, noi diventiamo più poveri: l’amore ci impoverisce, ma quella povertà è seme di fecondità e di amore per gli altri. Noi che siamo oggi alla Messa, pensiamo ai nostri nemici a quelli che non ci vogliono bene: sarebbe bello che offrissimo la Messa per loro: Gesù, il sacrificio di Gesù, per loro, per loro che non ci amano. E anche per noi, perché il Signore ci insegni questa saggezza tanto difficile, ma tanto bella perché ci fa assomigliare al Padre, al nostro Padre e fa uscire il sole per tutti, buoni e cattivi. E ci fa assomigliare al Figlio, a Gesù, che nel suo abbassamento si è fatto povero per arricchirci, a noi, con la sua povertà». 
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martedì 18 giugno 2013

Abrogare le leggi (Contributi 855)

Da Cultura Cattolica una riflessione di Don Mangiarotti

«Il vostro compito è certamente tecnico e giuridico, e consiste nel proporre leggi, nell'emendarle o anche nell'abrogarle». Questo ha detto Papa Francesco alla Delegazione di Parlamentari francesi del gruppo di amicizia Francia-Santa Sede. E chissà perché sembrano parole cadute nel vuoto, almeno qui da noi in Italia. Perché pare che invece, in Francia, abbiano destato interesse e preoccupazione. Questo mi pare oggi il problema di fronte all'insegnamento della Chiesa: si cita solo ciò che è secondo la propria idea, la propria concezione, i propri interessi, e così quanto viene affermato viene edulcorato (o cancellato) a seconda dell’interprete. 
Nella situazione concreta mi pare che due siano i punti da evidenziare, a proposito di quanto Papa Francesco va dicendo con chiarezza: 

1. Innanzitutto siamo di fronte a un magistero che non si concepisce come isolato, senza una storia. Il fatto stesso di volere pubblicare una enciclica (quella sulla fede) che è frutto di lavoro comune col predecessore sta ad indicare che Papa Francesco ha fatto sua la posizione «cattolica»: ermeneutica della continuità. In questo senso – per quanto riguarda l’impegno dei cristiani nella vita politica – la continuità implica l’assunzione della Dottrina sociale cristiana come riferimento ultimo e normativo. 
2. Il Papa Francesco da un lato conosce la situazione sociale culturale e politica degli interlocutori (in questo caso la Francia di Hollande e Taubira) e dall’altro sa che la responsabilità della presenza politica è dei laici, a cui si rivolge. Ora non credo che le leggi a cui si riferisce siano leggi marginali, sul gioco della lippa, per esempio, o sulle dimensioni dei cartelli stradali. Sappiamo tutti quanti milioni di francesi hanno manifestato contro l’introduzione del cosiddetto «matrimonio per tutti». È così impensabile che il Papa potesse avere in mente, tra le altre, anche questo “mostro” di legge? 

Credo che sia compito dei cattolici, in particolare di chi opera nel campo magnifico della informazione, contribuire a che l’insegnamento integrale del Papa sia conosciuto. Ci pensa già il mondo laico/laicista a stravolgere o censurare quanto il Papa, con la sua dolcezza e insieme chiarezza, ci vuole comunicare. Diamoci una mossa, e scuotiamoci dal torpore della accondiscendenza all'ovvio! Ancora una volta è evidente che il compito che ci è affidato dal Signore, così coinvolgente in questi nostri tempi drammatici, non ha bisogno di disertori, ma di uomini appassionati e creativi. E qui un’ultima recentissima citazione: «Il fine dell’economia e della politica, è proprio il servizio agli uomini, a cominciare dai più poveri e i più deboli, ovunque essi si trovino, fosse anche il grembo della loro madre»
Non è chiaro? 
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Senza Padri nè Madri (Contributi 854)

Leggo e riporto l'ultimo editoriale di Samizdat On Line: 

“Nel nome del Genitore, del Figlio e dello Spirito Santo”, oppure “Genitore nostro, che sei nei cieli”, o ancora “Santa Maria, Genitore di Dio, prega per noi peccatori”. Quanto tempo dovremo aspettare prima di sentirci dire che dovremmo pregare così? Che non si dica che è solo una provocazione. Chi l’avrebbe mai detto, quarant'anni fa, quando andavamo a dormire dopo Carosello e la parola “preservativo” era proibita in TV, che un giorno il matrimonio omosessuale sarebbe stato definito un “diritto civile”, e che l’amore gay ricordato e celebrato per ogni dove, dalle pubblicità ai film, che rappresentanti istituzionali avrebbero partecipato alle parate dell’orgoglio gay, e che insomma l’omosessualità sarebbe stata vissuta come fatto pubblico e politico, celebrata e omaggiata – come vediamo in questi giorni - fino alla noia? Chi avrebbe mai pensato che piazze immense si sarebbero dovute riempire per chiedere, almeno, di non cancellare “mamma” e “papà” da leggi e vocabolario? 
E’ legittimo aspettarsi quindi, un giorno, di ritrovarsi a discutere se è il caso di cambiare anche le preghiere cristiane. Perché no? E non sarà una “costrizione”, un obbligo, ma un adeguarsi del linguaggio a una situazione in cui il cristianesimo, e il cattolicesimo in particolare, conoscerà un problema nuovo, del quale ancora non c’è consapevolezza: la nuova evangelizzazione in un’era post-cristiana, post-rivoluzione antropologica. 
Già, perché nel mondo in cui sono “famiglie” anche quelle con due mamme o due papà, in cui si finge che bambini possano nascere anche da persone dello stesso sesso, grazie a mix di gameti in provetta e uteri in affitto, l’evangelizzazione sarà più complicata.  
L’annuncio cristiano, infatti, è tutto basato su un’antropologia naturale, a partire dall'annuncio centrale: Dio si è fatto uomo, ci ha dato Suo figlio, partorito da una donna. Il mistero dell’incarnazione è totalmente intrecciato con la dinamica della generazione umana, e tutto il cristianesimo si legge, si racconta e si vive in analogia all'amore fecondo fra un uomo e una donna. Le figure del padre e della madre, dello sposo e della sposa ricorrono continuamente nelle scritture, così come quella del Figlio e del fratello. Parole che iniziano a non avere più quel significato universale, conosciuto in ogni angolo della terra, che permetteva di raccontare a tutti, in modo comprensibile, la buona notizia: il Padre nostro che è nei cieli nel suo immenso amore ci ha dato suo Figlio, partorito da una donna. Ma quale Padre? Non tutti ce l’hanno. Maria, Madre di Dio: quale Madre? Non è necessaria. E i figli: di chi? E che dire dei fratelli? Amatevi come fratelli? Quali sarebbero?
Proviamo a sfogliare Vangelo e Bibbia, e a rileggerne i passi e i racconti cancellando le parole e le figure di padre e madre, sfumando figli e fratelli: se i legami della carne e la differenza sessuale non contano più, ma importa solamente dei desideri e dei sentimenti reciproci, madre e padre e figlio e fratello e sorella sono solo parole per rapporti e preferenze personali, che mutano di significato a seconda delle situazioni. Dopo una simile operazione, che cosa rimane delle Sacre Scritture, e del catechismo? Racconti antichi e poco comprensibili non solo lessicalmente, ma nel loro significato più profondo. 
I bambini con due mamme, cresciuti come figli di due donne, come potranno pregare il padre comune “Padre nostro che sei nei cieli”? E quelli con due papà, come potranno rivolgersi a Maria, Madre di Dio e di tutti noi? Sarebbe poi così assurdo in un mondo così pensare di rivolgersi al “genitore” indifferenziato anche nelle preghiere? 
Non so quanto ci si sia riflettuto su. Ma ritenere che la “rivoluzione antropologica” possa arrivare senza travolgere tutto, compresa la quotidianità dell’annuncio cristiano, è pura illusione. Pensiamo alla nuova evangelizzazione - quella rivolta ai Paesi che cristiani sono stati, ma adesso non lo sono più, che vivono una dimenticanza che li fa, se possibile, ancor più pagani di quello che erano quando hanno incontrato i primi cristiani. Ecco, quella nuova evangelizzazione potrà essere tale e parlare davvero a tutti con parole e testimonianze di vita autentiche solo se consapevolmente sfiderà la rivoluzione antropologica, costruendo presìdi di verità, nei quali preservare e difendere e riconoscere pubblicamente e instancabilmente le fondamenta della natura umana. 
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domenica 16 giugno 2013

Domenica XI t.ord. 16-giu-2013 (Angelus 139)

Cari fratelli e sorelle! 
Beato Odoardo Focherini
Al termine di questa Eucaristia dedicata al Vangelo della Vita, sono lieto di ricordare che ieri, a Carpi, è stato proclamato Beato Odoardo Focherini, sposo e padre di sette figli, giornalista. Catturato e incarcerato in odio alla sua fede cattolica, morì nel campo di concentramento di Hersbruck nel 1944, a 37 anni. Salvò numerosi ebrei dalla persecuzione nazista. Insieme con la Chiesa che è in Carpi, rendiamo grazie a Dio per questo testimone del Vangelo della Vita! 
Ringrazio di cuore tutti voi che siete venuti da Roma e da tante parti d’Italia e del mondo, in particolare le famiglie e quanti operano più direttamente per la promozione e la tutela della vita. 
Saluto cordialmente i 150 membri dell’Associazione “Grávida” – Argentina, riuniti nella città di Pilar. Grazie tante per quello che fate! Coraggio, e andate avanti! Infine, saluto i numerosi partecipanti al raduno motociclistico Harley-Davidson e anche a quello del Motoclub Polizia di Stato. 
Ci rivolgiamo ora alla Madonna, affidando ogni vita umana, specialmente quella più fragile, indifesa e minacciata, alla sua materna protezione.
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venerdì 14 giugno 2013

Non dobbiamo nascondere i nostri peccati, perché Cristo ci salva nella carne (Contributi 853)

Da un articolo su Tempi: 

Papa Francesco, nella consueta Messa alla Casa Santa Marta, questa mattina ha dedicato la sua omelia al peccato e alla salvezza. L’unico modo per ricevere realmente il dono della salvezza di Cristo, ha detto il Santo Padre, è riconoscerci con sincerità deboli e peccatori, evitando ogni forma di auto-giustificazione. 

NESSUNA AUTOGIUSTIFICAZIONE. Papa Francesco ha preso spunto dalla Lettera di san Paolo ai cristiani di Corinto in cui l’apostolo scrive che la «straordinaria potenza» della fede è stata riversata in «vasi di creta», cioè negli uomini con tutta la loro fragilità, proprio perché sia chiaro che la salvezza è opera di Dio. «Il dialogo della salvezza», ha osservato il Papa, scaturisce «tra la grazia e la potenza di Gesù Cristo» e l’uomo peccatore. Ma questo non rappresenta un tentativo di «autogiustificazione» per Papa Francesco: «Deve essere come noi siamo». 
SAN PAOLO PERSECUTORE. Ha detto il Santo Padre: «Paolo, tante volte ha parlato – è come un ritornello, no? – dei suoi peccati. “Ma, io vi dico questo: io che sono stato un inseguitore della Chiesa, ho perseguito…”. Torna sempre alla sua memoria di peccato. Si sente peccatore. Ma anche in quel momento non dice: “Sono stato, ma adesso sono santo”, no. Anche adesso, una spina di Satana nella mia carne. Ci fa vedere la propria debolezza. Il proprio peccato. È un peccatore che accoglie Gesù Cristo. Dialoga con Gesù Cristo». 
IL «PRONTUARIO» DELLE COLPE. San Paolo, ha insistito Papa Francesco, squaderna davanti a tutti «il suo curriculum di servizio», tutto ciò che ha compiuto come inviato di Gesù. Ma con grande umiltà non nasconde neanche il «suo prontuario», ovvero le sue colpe nei confronti del Signore: «Anche, questo è il modello dell’umiltà di noi preti, di noi sacerdoti», ha detto il Pontefice. «Se noi ci vantiamo soltanto del nostro curriculum e niente più, finiremo sbagliati. Non possiamo annunziare Gesù Cristo Salvatore perché nel fondo non lo sentiamo. Ma dobbiamo essere umili, ma con un’umiltà reale, con nome e cognome: “Io sono peccatore per questo, per questo, per questo”. Come fa Paolo: “Ho perseguitato la Chiesa”, come fa lui, peccatori concreti. Non peccatori con quella umiltà che sembra più faccia da immaginetta, no? Eh no, l’umiltà forte”». 
GESÙ NON AVEVA UN PROGRAMMA INTELLETTUALE. «L’umiltà del sacerdote, l’umiltà del cristiano è concreta», ha continuato Papa Francesco. Se dunque il credente non riesce «a fare a se stesso e neanche alla Chiesa questa confessione, qualcosa non va». E soprattutto egli non potrà «capire la bellezza della salvezza che ci porta Gesù». Secondo il Santo Padre, «noi abbiamo un tesoro: questo di Gesù Cristo Salvatore. La Croce di Gesù Cristo, questo tesoro del quale noi ci vantiamo. Ma lo abbiamo in un vaso di creta. Vantiamoci anche del nostro prontuario, dei nostri peccati. E così il dialogo è cristiano e cattolico: concreto, perché la salvezza di Gesù Cristo è concreta. Gesù Cristo non ci ha salvati con un’idea, con un programma intellettuale, no. Ci ha salvato con la carne, con la concretezza della carne. Si è abbassato, fatto uomo, fatto carne fino alla fine. Ma solo si può capire, solo si può ricevere, in vasi di creta». 
LA SAMARITANA E MANZONI. Come san Paolo, anche la Samaritana, ha aggiunto il Pontefice in conclusione, confessò ai conterranei i propri peccati mentre raccontava loro l’incontro con Gesù al pozzo. «Io credo che questa donna sia in cielo, sicuro», ha detto Papa Francesco. «Perché, come dice il Manzoni, “mai ho trovato che il Signore abbia incominciato un miracolo senza finirlo bene” e questo miracolo che Lui ha incominciato sicuramente lo ha finito bene in Cielo». Alla Samaritana il Santo Padre si è rivolto infine perché «ci aiuti a essere vasi di creta per poter portare e capire il mistero glorioso di Gesù Cristo». 
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giovedì 13 giugno 2013

Pensa, ti prego

S. Giovanni Eudes
Pensa, ti prego, che Nostro Signore Gesù Cristo è il tuo vero capo, e che fai parte delle sue membra. Egli ti appartiene come il capo al corpo. 
Tutto ciò che è suo, è tuo: il suo Spirito, il suo cuore, il suo corpo, la sua anima, e tutte le sue facoltà. 
Non solamente Egli ti appartiene, ma vuole essere in te, vivendo e dominando in te come il capo vive e regna nelle sue membra. 
Egli vuole che tutto ciò che é in lui viva e domini in te: il suo spirito nel tuo spirito, il suo cuore nel tuo cuore, tutte le facoltà della sua anima nelle facoltà della tua anima, perché anche in te si adempiano queste divine parole: 
«Glorificate Dio nel vostro corpo» (1 Cor 6, 20) e perché la vita di Gesù si manifesti in te. 
(San Giovanni Eudes)
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martedì 11 giugno 2013

«Io sono il Signore, colui che ti guarisce!» (Interventi 172)

Qualche giorno fa, entrando nell'ambulatorio di un ospedale, ho visto una mamma che teneva in braccio la sua bambina. Il volto della ragazzina era coperto da una specie di maschera che le proteggeva la faccia, permettendole di vedere. Bastava un'occhiata per capire che il volto della bambina doveva essere stato sfigurato dalle bruciature. Indossava una maglietta con le maniche lunghe, e un camicione - probabilmente anche altre parti del corpo avevano subito delle scottature. Ho sentito veramente pena per quella bambina e per la mamma. Entrambe facevano tutto quanto era alla loro portata per guarire. 
E' tragico essere vittima delle bruciature - comprese quelle spirituali. In un certo senso, quelle spirituali sono ancora più tragiche. Le bruciature fisiche ti intaccano l'esterno, e spesso possono essere curate dalla medicina. Ma quando sei spiritualmente bruciato, le cicatrici sono interiori - e sono difficili da raggiungere e curare. 
Ci si può bruciare interiormente in molti modi. Spesso sei ferito da persone che si dicono cristiane e vanno sempre in chiesa... o hai avuto una brutta esperienza con un prete o qualcuno della parrocchia. E che sia vero o no quanto successo, sta di fatto che molte persone interrompono il rapporto con Gesù perché si sentono scottate. Forse anche tu sei stato ferito o deluso... forse ti sei allontanato da Gesù e dalla Chiesa... o sei riluttante a impegnarti più a fondo nelle cose di Dio... o stai solo cercando di proteggerti indurendo il tuo cuore... o forse stai usando l'ipocrisia di altre persone come giustificazione dell'atteggiamento sbagliato che hai. In ogni caso, sei un cristiano "bruciato". 
E' ora di finirla di parlare delle tue scottature - bisogna parlare piuttosto di come puoi guarire. Dio, nel libro del profeta Isaia, al capitolo 61, dal versetto 1 in poi - ha prescritto la cura per una guarigione completa. 
In questo passo di Isaia che descrive la missione del Messia, il Signore dice: «Lo spirito del Signore Dio è su di me | ... mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, | a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, | a proclamare la libertà degli schiavi, | la scarcerazione dei prigionieri, | a promulgare l'anno di misericordia del Signore, | ... per consolare tutti gli afflitti | per allietare gli afflitti di Sion, | per dare loro una corona invece della cenere, | olio di letizia invece dell'abito da lutto, | canto di lode invece di un cuore mesto». Questo è quello che Dio vuole fare con te - se tu glieLo permetti. 
Il programma di Dio per le tue bruciature e per la chirurgia plastica della tua anima prevede diverse azioni che tu devi compiere. Non sono cose facili da fare, ma sono la strada per la guarigione. Tutto comincia quando TI CONCENTRI SU CRISTO E NON SUI CRISTIANI. Gesù non ti ha bruciato - e il cuore della fede è un semplice comando di Gesù - «Seguimi!» Poi segue l'altro passo - devi APRIRTI ALLA GUARIGIONE. Hai coltivato e rimuginato le tue ferite già da troppo tempo - adesso è arrivato il momento di smetterla di pensare alle ferite e a chi le ha causate, e di concentrarti invece sulla cosa più importante - la guarigione. Chi continua a brontolare sulle vecchie ferite è come dice il libro del Siracide - «la pianta del male si è radicata in lui» (Siracide 3,27); la lamentela è una copertura per non voler cambiare. Hai bisogno dunque di RICONOSCERE LE TUE COLPE. Tutti siamo stati feriti - ma tutti siamo anche feritori. Tu e io abbiamo le nostre bruciature causate da altri - ma siamo altrettanto colpevoli di aver ferito altre persone. Non sarebbe allora il caso di fare una bella confessione? «Egli perdona tutte le tue colpe, | guarisce tutte le tue malattie» (Salmo 102,3). 
Il sacramento della riconciliazione rende più leggero il prossimo passo - FARLA FINITA COL RISENTIMENTO. La rabbia che ti porti dentro è un cancro spirituale che avvelena la tua vita. Chiedi lungamente a Dio, in preghiera, di farti guarire dal tuo risentimento - «Io sono il Signore, colui che ti guarisce!» (Esodo 15,26). Poi, PERDONA CHI TI HA FATTO DEL MALE - come sta scritto in Colossesi 3,13: «Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi». E come ultima cosa - RITORNA A FREQUENTARE LA COMUNITA' CRISTIANA, perché adesso sei diventato un guaritore, uno che capisce l'intensità del male e sa come curarlo. Tu sai quello che ferisce le persone - usa quella conoscenza e quell'esperienza per fare della Chiesa il luogo che dovrebbe essere. 
Passi difficili da fare... passi importanti... gradini verso la guarigione. La Parola di Dio dice che il Padre «risana i cuori affranti | e fascia le loro ferite» (Salmo 146,3). Non solo, ma sostituisce i nostri lamenti con la gioia, le nostre ceneri con tanta bellezza, la nostra disperazione con la lode. LasciaLo compiere questo miracolo di guarigione in te! 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto 
don Luciano 
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domenica 9 giugno 2013

Domenica X t.ord. 9-giu-2013 (Angelus 138)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! 
Il mese di giugno è tradizionalmente dedicato al Sacro Cuore di Gesù, massima espressione umana dell’amore divino. Proprio venerdì scorso, infatti, abbiamo celebrato la solennità del Cuore di Cristo, e questa festa dà l’intonazione a tutto il mese. La pietà popolare valorizza molto i simboli, e il Cuore di Gesù è il simbolo per eccellenza della misericordia di Dio; ma non è un simbolo immaginario, è un simbolo reale, che rappresenta il centro, la fonte da cui è sgorgata la salvezza per l’umanità intera. 
Nei Vangeli troviamo diversi riferimenti al Cuore di Gesù, ad esempio nel passo in cui Cristo stesso dice: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,28-29). Fondamentale poi è il racconto della morte di Cristo secondo Giovanni. Questo evangelista infatti testimonia ciò che ha veduto sul Calvario, cioè che un soldato, quando Gesù era già morto, gli colpì il fianco con la lancia e da quella ferita uscirono sangue ed acqua (cfr Gv 19,33-34). Giovanni riconobbe in quel segno, apparentemente casuale, il compimento delle profezie: dal cuore di Gesù, Agnello immolato sulla croce, scaturisce per tutti gli uomini il perdono e la vita. 
Ma la misericordia di Gesù non è solo un sentimento, è una forza che dà vita, che risuscita l’uomo! Ce lo dice anche il Vangelo di oggi, nell'episodio della vedova di Nain (Lc 7,11-17). Gesù, con i suoi discepoli, sta arrivando appunto a Nain, un villaggio della Galilea, proprio nel momento in cui si svolge un funerale: si porta alla sepoltura un ragazzo, figlio unico di una donna vedova. Lo sguardo di Gesù si fissa subito sulla madre in pianto. Dice l’evangelista Luca: «Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei» (v. 13). Questa «compassione» è l’amore di Dio per l’uomo, è la misericordia, cioè l’atteggiamento di Dio a contatto con la miseria umana, con la nostra indigenza, la nostra sofferenza, la nostra angoscia. Il termine biblico «compassione» richiama le viscere materne: la madre, infatti, prova una reazione tutta sua di fronte al dolore dei figli. Così ci ama Dio, dice la Scrittura. 
E qual è il frutto di questo amore, di questa misericordia? E’ la vita! Gesù disse alla vedova di Nain: «Non piangere!», e poi chiamò il ragazzo morto e lo risvegliò come da un sonno (cfr vv. 13-15). Pensiamo questo, è bello: la misericordia di Dio dà vita all'uomo, lo risuscita dalla morte. Il Signore ci guarda sempre con misericordia; non dimentichiamolo, ci guarda sempre con misericordia, ci attende con misericordia. Non abbiamo timore di avvicinarci a Lui! Ha un cuore misericordioso! Se gli mostriamo le nostre ferite interiori, i nostri peccati, Egli sempre ci perdona. E’ pura misericordia! Andiamo da Gesù! 
Rivolgiamoci alla Vergine Maria: il suo cuore immacolato, cuore di madre, ha condiviso al massimo la «compassione» di Dio, specialmente nell'ora della passione e della morte di Gesù. Ci aiuti Maria ad essere miti, umili e misericordiosi con i nostri fratelli. 

Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle, 
oggi a Cracovia vengono proclamate Beate due Religiose polacche: Sofia Czeska Maciejowska che nella prima metà del secolo 17° fondò la Congregazione delle Vergini della Presentazione della Beata Vergine Maria; e Margherita Lucia Szewczyk, che nel secolo 19° ha fondato la Congregazione delle Figlie della Beata Vergine Maria Addolorata. Con la Chiesa che è in Cracovia rendiamo grazie al Signore! 
Saluto con affetto tutti i pellegrini presenti oggi: gruppi parrocchiali, famiglie, scolaresche, associazioni, movimenti. Saluto tutti! 
Saluto i fedeli venuti da Mumbay, in India. 
Saluto il Movimento dell’Amore Familiare di Roma; le confraternite e i volontari del Santuario di Mongiovino, presso Perugia; la Gioventù Francescana dell’Umbria; la “Casa della Carità” di Lecce; i fedeli della provincia di Modena, che incoraggio per la ricostruzione; e quelli di Ceprano. Saluto i pellegrini di Ortona, dove si venerano le spoglie dell’Apostolo Tommaso, i quali hanno realizzato un cammino “da Tommaso a Pietro”: grazie! 
Oggi non dimentichiamo l’amore di Dio, l’amore di Gesù: Lui ci guarda, ci ama e ci aspetta. E’ tutto cuore e tutta misericordia. Andiamo con fiducia a Gesù, Lui ci perdona sempre. Buona domenica e buon pranzo!
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sabato 8 giugno 2013

Nel tuo Cuore Immacolato

Oh, Cuore Immacolato di Maria ! 
Aiutaci a vincere la minaccia del male, che così facilmente si radica nei cuori degli uomini d’oggi e che nei suoi effetti incommensurabili già grava sulla vita presente e sembra chiudere le vie verso il futuro! 
Dalla fame e dalla guerra, liberaci! 
Dalla guerra nucleare, da un’'autodistruzione incalcolabile, da ogni genere di guerra, liberaci! 
Dai peccati contro la vita dell’uomo sin dai suoi albori, liberaci! 
Dall'’odio e dall'’avvilimento della dignità dei figli di Dio, liberaci! 
Da ogni genere di ingiustizia nella vita sociale, nazionale e internazionale, liberaci! 
Dalla facilità di calpestare i comandamenti di Dio, liberaci! 
Dal tentativo di offuscare nei cuori umani la verità stessa di Dio, liberaci! 
Dallo smarrimento della coscienza del bene e del male, liberaci! 
Dai peccati contro lo Spirito Santo, liberaci! liberaci! 
Accogli, o Madre di Cristo, questo grido carico della sofferenza di tutti gli uomini! 
Carico della sofferenza di intere società! 
Aiutaci con la potenza dello Spirito Santo a vincere ogni peccato: il peccato dell’'uomo e il “peccato del mondo”, il peccato in ogni sua manifestazione. 
Si riveli, ancora una volta, nella storia del mondo l’infinita potenza salvifica della Redenzione: potenza dell’'Amore misericordioso! Che esso arresti il male! 
Trasformi le coscienze! Nel Tuo Cuore Immacolato si sveli per tutti la luce della Speranza!
(Giovanni Paolo II )
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venerdì 7 giugno 2013

Il carrierismo vi rende ridicoli (Contributi 852)

Un articolo di Massimo Introvigne da La Bussola


Il 6 giugno Papa Francesco ha ricevuto in udienza gli allievi della Pontificia Accademia Ecclesiastica, che prepara i futuri diplomatici. Riprendendo puntualmente – il collegamento con interventi del suo predecessore sta diventando consueto – il discorso che Benedetto XVI aveva rivolto il 10 giugno 2011 agli allievi della stessa Accademia, il Pontefice regnante è voluto tornare sul tema a lui caro della «mondanità spirituale», cioè del rischio che corre chi fa il bene – anche un bene oggettivo – non per amore di Dio ma per mero umanitarismo, dietro a cui emerge sempre, presto o tardi, la ricerca dell’applauso del mondo. 
Con accenti molto forti, Francesco ha denunciato questo rischio, particolarmente presente tra i diplomatici, come qualche cosa che abbassa i nunzi alla caricatura «ridicola» che spesso di loro offre la stampa laica e li espone alla «lebbra del carrierismo». O siete santi, ha detto il Pontefice ai futuri diplomatici, o è meglio che torniate in diocesi a fare i parroci. 
I diplomatici pontifici, ha ricordato il Papa, sono «a servizio diretto del Successore di Pietro, del suo carisma di unità e comunione, e della sua sollecitudine per tutte le Chiese». La caratteristica che «deve davvero prendere forma» nel diplomatico della Santa Sede è «una grande libertà interiore». Ma che cosa significa questa espressione del Pontefice, «libertà interiore»? 
In primo luogo significa «essere liberi da progetti personali, da alcune delle modalità concrete con le quali forse, un giorno, avevate pensato di vivere il vostro sacerdozio, dalla possibilità di programmare il futuro; dalla prospettiva di permanere a lungo in un “vostro” luogo di azione pastorale». Il diplomatico si sposta spesso: dunque dovete, ha detto il Papa, «rendervi liberi, in qualche modo, anche rispetto alla cultura e alla mentalità dalla quale provenite, non per dimenticarla e tanto meno per rinnegarla, ma per aprirvi, nella carità, alla comprensione di culture diverse e all'incontro con uomini appartenenti a mondi anche molto lontani dal vostro». 
Ma il nunzio apostolico non è un diplomatico comune. Dovete – ha aggiunto Francesco – «vigilare per essere liberi da ambizioni o mire personali, che tanto male possono procurare alla Chiesa, avendo cura di mettere sempre al primo posto non la vostra realizzazione, o il riconoscimento che potreste ricevere dentro e fuori la comunità ecclesiale, ma il bene superiore della causa del Vangelo e il compimento della missione che vi sarà affidata». Non vale solo, ma vale certo «anche» per i diplomatici «Il carrierismo è una lebbra, una lebbra. Per favore: niente carrierismo». 
Cade nel carrierismo chi si lega a gruppi che annunciano teorie o idee proprie, mentre il diplomatico lavora per comunicare le posizioni della Chiesa e del Papa. «Per questo motivo, dovrete essere disposti ad integrare ogni vostra visione di Chiesa, pure legittima, ogni personale idea o giudizio, nell'orizzonte dello sguardo di Pietro e della sua peculiare missione». Le nunziature sono «Rappresentanze Pontificie» e il loro scopo è far sapere agli Stati e alle Chiese locali che cosa pensa e che cosa vuole il Papa. Vivere sempre nel servizio di Pietro «potrà apparire esigente, ma vi permetterà, per così dire, di essere e di respirare nel cuore della Chiesa, della sua cattolicità». Ricollegandosi ancora al discorso del 2011 di Benedetto XVI, Francesco ha citato un’espressione di Papa Ratzinger: «laddove c’è apertura all'oggettività della cattolicità, lì c’è anche il principio di autentica personalizzazione». 
I diplomatici della Santa Sede devono prepararsi «non a una professione, a un ministero», E come gli altri ministeri nella Chiesa, anche quello diplomatico «vi chiede un uscire da voi stessi, un distacco da sé che può essere raggiunto unicamente attraverso un intenso cammino spirituale e una seria unificazione della vita attorno al mistero dell’amore di Dio e all’imperscrutabile disegno della sua chiamata». La libertà interiore è allora «la libertà dai nostri progetti e dalla nostra volontà non come motivo di frustrazione o di svuotamento, ma come apertura al dono sovrabbondante di Dio». 
La vita spirituale è «la sorgente della libertà interiore. Senza preghiera non c’è libertà interiore». La Chiesa universale ha appena celebrato il cinquantenario della morte del beato Giovanni XXIII (1881-1963), che prima di diventare il «Papa buono» fu un grande diplomatico. Papa Francesco ha affermato che «il suo servizio come Rappresentante Pontificio è stato uno degli ambiti, e non il meno significativo, nei quali la sua santità ha preso forma. Rileggendo i suoi scritti, impressiona la cura che egli sempre pose nel custodire la propria anima, in mezzo alle più svariate occupazioni in campo ecclesiale e politico. Da qui nascevano la sua libertà interiore, la letizia che trasmetteva esternamente, e la stessa efficacia della sua azione pastorale e diplomatica». 
Francesco cita quanto il futuro Papa Giovanni scrisse nel suo «Giornale dell’Anima», durante gli Esercizi spirituali del 1948, mentre era nunzio apostolico a Parigi: «Più mi faccio maturo d’anni e di esperienze, e più riconosco che la via più sicura per la mia santificazione personale e per il miglior successo del mio servizio della Santa Sede, resta lo sforzo vigilante di ridurre tutto, principi, indirizzi, posizioni, affari, al massimo di semplicità e di calma; con attenzione a potare sempre la mia vigna di ciò che è solo fogliame inutile… ed andare diritto a ciò che è verità, giustizia, carità, soprattutto carità. Ogni altro sistema di fare, non è che posa e ricerca di affermazione personale, che presto si tradisce e diventa ingombrante e ridicolo». 
E il Papa ha aggiunto una seconda citazione del suo predecessore Giovanni XXIII, quando – lasciato il servizio diplomatico – era diventato Patriarca di Venezia: «Ora io mi trovo in pieno ministero diretto delle anime. In verità ho sempre ritenuto che per un ecclesiastico la diplomazia “così detta” deve sempre essere permeata di spirito pastorale; diversamente non conta nulla, e volge al ridicolo una missione santa». «Sentite bene – ha commentato Francesco –: quando in Nunziatura c’è un Segretario o un Nunzio che non va per la via della santità e si lascia coinvolgere nelle tante forme, nelle tante maniere di mondanità spirituale si rende ridicolo e tutti ridono di lui. Per favore, non rendetevi ridicoli: o santi o tornate in diocesi a fare il parroco; ma non siate ridicoli nella vita diplomatica, dove per un sacerdote vi sono tanti pericoli per la vita spirituale».
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Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto

Questo cuore è il Cuore di Cristo, 
il capolavoro dello Spirito Santo, 
che incominciò a battere nel grembo verginale di Maria e fu trafitto dalla lancia sulla Croce, 
diventando in tal modo e per tutti sorgente inesauribile di vita eterna. 
Quel Cuore è ora pegno di speranza per ogni uomo. 
(Giovanni Paolo II)
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mercoledì 5 giugno 2013

L’elogio dell’amore che «non teme di “sporcarsi le mani”» (Contributi 851)

Riporto da Tempi (che a sua volta riporta dall'Osservatore Romano) un articolo che riporta ampi brani di un'omelia di Mons.Angelo Scola 


 «Il cuore dell’evangelizzazione è l’annuncio, proposto con coraggio a tutti gli uomini, della morte e resurrezione del Signore Gesù». La memoria liturgia di san Bonifacio, vescovo e martire, ha offerto al cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, l’occasione per richiamare l’attenzione sul valore dell’annuncio evangelico e sul suo nucleo fondamentale: Gesù Cristo stesso, come sottolinea il brano degli Atti degli Apostoli (26, 19-23) della liturgia di mercoledì 5 giugno. Il porporato ha riproposto la figura del grande apostolo dei popoli germanici ai fedeli riuniti nella cattedrale di San Michele a Cluj-Napoca, nell’eparchia di Cluj-Gherla, in Romania, dove si è recato per ricevere la laurea honoris causa dell’università Babes-Bolyai.
Ricordando che l’annuncio del Vangelo «fa di tutte le etnie della terra l’unico popolo di Dio», il cardinale ha riproposto la testimonianza del santo che fu «mandato dal Papa Gregorio II a evangelizzare i popoli della Germania». Egli svolse il suo compito «con instancabile dedizione e grande coraggio», convinto della necessità che i vescovi fossero sempre «pastori solerti che vegliano sul gregge di Cristo, che annunciano alle persone importanti e a quelle comuni, ai ricchi e ai poveri la volontà di Dio… nei tempi opportuni e non opportuni», come scrive in una lettera, citata non a caso da Benedetto XVI «in una delle sue memorabili catechesi sui santi». Da dove veniva a Bonifacio la forza «per una confessione di fede così netta e decisa?» si è chiesto il porporato. «È la stessa domanda suscitata in noi — ha detto — dalla coraggiosa testimonianza di fedeli e pastori, romano-cattolici e greco-cattolici, che hanno offerto lungo il ventesimo secolo in questa terra benedetta». Per rispondere, ha aggiunto, «non possiamo che fissare il nostro sguardo sul buon Pastore», il quale ha «consegnato la sua vita al Padre per noi». Egli, infatti, «ha mostrato come vivere sia appartenere, come sa bene ogni padre e ogni madre, ogni sposo e ogni sposa».
«All'origine di ogni cosa e della nostra esistenza si trova la vita stessa della Trinità, lo scambio libero ed eterno di amore tra il Padre e il Figlio nello Spirito» ha sottolineato l’arcivescovo di Milano. L’amore del pastore per le sue pecore, «che giunge fino al dono supremo di sé», passa dunque — ha ribadito — «attraverso la condivisione che non teme di “sporcarsi le mani” per loro, come ci ha più volte ricordato Papa Francesco». Facendo poi riferimento all'anelito per l’unità dei cristiani, il porporato ha fatto notare che la strada «che conduce all'unità è la testimonianza, fino all'effusione del sangue», come dimostra l’esempio di Bonifacio. Infatti «la storia di fede del vostro popolo — ha aggiunto rivolgendosi ai presenti — mostra che le strade del martirio non sono così lontane da noi, né nel tempo né nello spazio». Ma il martirio, ha aggiunto, «come non cessa di ricordare la liturgia, è una grazia che Dio concede ad alcuni per sostenere la fede di tutti. A noi tutti tocca la strada della testimonianza quotidiana». Quella testimonianza, ha concluso, «di cui tanto bisogno ha oggi l’Europa che ci appare affaticata e delusa, perplessa e sconcertata. I popoli europei attendono, più o meno consapevolmente, la testimonianza del popolo cristiano. Una testimonianza che permetta di riconoscere che la forma propria dell’unità è la comunione».
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lunedì 3 giugno 2013

Tutta questa pioggia sarà un bene! (Interventi 171)

(Romani 8, 28-29) 28 Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29 Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 

Un nuovo intervento di Don Luciano dal Kenia: 


Ultimamente sembra che il sole abbia deciso di prendersi una vacanza. Recentemente, c'è stato uno di quei periodi nei quali per parecchi giorni di fila non lo abbiamo quasi mai visto. Pioggia e basta. Pioggia a intisichire le giornate e a inzuppare terra e uomini. Con un confratello più avanti negli anni commentavo queste interminabili giornate di pioggia e nuvole scure, ma lui vedeva il quadro nella sua interezza - mentre io mi ero perso nel dettaglio. Ricordando la siccità dell'anno scorso, mi ha detto: "Più avanti, tutta questa pioggia sarà un bene per noi!" 
Forse stai attraversando una stagione della tua vita dove la "pioggia" sembra non finire mai. La pioggia dello stress, delle cattive notizie, della lotta stancante - forse delle delusioni, del lutto, della confusione. Prima o poi tutti affrontiamo quelle stagioni in cui ci svegliamo immersi in un altro giorno di pioggia. 
C'è una Parola di Dio che, da 2.000 anni, è un raggio di sole che squarcia i giorni cupi. E' quel versetto ben conosciuto (come... non lo hai ancora imparato a memoria?) di Romani 8,28 - che ha aiutato milioni di credenti a vedere il quadro nella sua interezza quando sembra che la pioggia non finisca mai. Leggi con attenzione cosa Dio ti dice - «Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno»
Qualcuno ha definito Romani 8,28 come "un soffice cuscino per le lunghe notti". Spero lo sia anche per te. Perché ti da l'assicurazione di Dio che c'è un senso a tutto quello che stai attraversando... c'è un santo disegno di Dio che ha permesso che succedessero queste cose. Quasi mai capiamo la ragione del negativo ci sta capitando, ma Dio sa ricavare il bene anche da questo. No, il versetto di Romani 8,28 non dice che tutto quello che ci capita è bene - dice invece che Dio saprà ricavarne un bene più grande del male che stiamo vivendo. Un bene per te, per la tua vita - se sei tra «coloro che amano Dio».  
Scriveva san Giovanni Calabria - "Ricordiamoci che la divina Provvidenza è una tenera Madre che tutto ordina per il nostro bene, anzi per il nostro maggior bene; dobbiamo sentirci portati dalle sue materne mani; è vero, molte volte dobbiamo soffrire, e la natura può provarne talvolta quasi sgomento; non meravigliamoci; anche Gesù conobbe la tristezza, il tedio e la paura, giungendo a pregare il Padre di allontanare da Lui l'amaro calice, soggiungendo però che si rimetteva alla sua paterna Volontà. Adesso noi vediamo solo l'orditura del lavoro e il rovescio del ricamo, potrà sembrare che tutto sia confusione, ma quando potremo vedere il lavoro finito e il diritto del ricamo, allora essi ci appariranno in tutta la loro magnifica e meravigliosa fattura". 
Così non importa da quanti giorni stia piovendo - anche tu puoi dire: "Più avanti, tutta questa pioggia sarà un bene per noi!" Dio non avrebbe mai permesso che queste cose ti succedessero se Egli non sapesse usarle per il tuo bene. Il versetto successivo, Romani 8,29, dice che il bene che Dio vuole ricavare da quella situazione negativa è di renderti «conforme all'immagine del Figlio suo» - ossia renderti più simile a Gesù. Dio permette nella tua vita solo quegli eventi che meglio sviluppano in te l'immagine di Suo Figlio Gesù. Non c'è niente di più grande che Dio possa fare nella tua vita che sviluppare in te il modo che Gesù ha di amare... la maniera con cui Gesù tratta le persone... la pazienza che ha Gesù con le persone... la capacità di comprensione e di empatia che ha Gesù con chi ha una ferita dolorosa... il legame che Gesù ha con il Padre. 
E magari a Dio servono parecchi giorni di pioggia prima che tu diventi quell'uomo o quella donna che Lui vuole che tu sia. Probabilmente ti sta rendendo più forte... o più dolce... purificando il tuo modo di fare le cose... dirigendoti verso nuove e migliori priorità... rendendoti più sensibile verso persone che hai ferito o stai trascurando... spingendoti a bruciare ponti che non devi mai più attraversare... o a curare vecchie ferite. Quello che ti deve far vivere con serenità queste giornate di pioggia è la certezza che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio»... che tutto questo, alla fine, mi renderà migliore. 
Allora vuol dire che sarai contento delle giornate di pioggia? Non necessariamente. Ma di sicuro le vivrai meglio se hai in mente il quadro completo e non il dettaglio. Dio sta usando questa pioggia per renderti migliore. Così se questa mattina ti sei svegliato e hai trovato che anche oggi piove, ripassati Romani 8,28 - e dì a te stesso con tutta la fiducia che viene dal sapere che sei nelle mani di Dio - "Più avanti, tutta questa pioggia sarà un bene per noi!" 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto
Don Luciano
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domenica 2 giugno 2013

Corpus Domini, 2-giu-2013 (Angelus 137)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! 
Giovedì scorso abbiamo celebrato la festa del Corpus Domini, che in Italia e in altri Paesi è spostata a questa domenica. E’ la festa dell’Eucaristia, Sacramento del Corpo e Sangue di Cristo. 
Il Vangelo ci propone il racconto del miracolo dei pani (Lc 9,11-17); vorrei soffermarmi su un aspetto che sempre mi colpisce e mi fa riflettere. Siamo sulla riva del lago di Galilea, la sera si avvicina; Gesù si preoccupa per la gente che da tante ore sta con Lui: sono migliaia, e hanno fame. Che fare? Anche i discepoli si pongono il problema, e dicono a Gesù: «Congeda la folla» perché vada nei villaggi vicini per trovare da mangiare. Gesù invece dice: «Voi stessi date loro da mangiare» (v. 13). I discepoli rimangono sconcertati, e rispondono: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci», come dire: appena il necessario per noi. 
Gesù sa bene che cosa fare, ma vuole coinvolgere i suoi discepoli, vuole educarli. Quello dei discepoli è l’atteggiamento umano, che cerca la soluzione più realistica, che non crei troppi problemi: Congeda la folla - dicono -, ciascuno si arrangi come può, del resto hai fatto già tanto per loro: hai predicato, hai guarito i malati… Congeda la folla! 
L’atteggiamento di Gesù è nettamente diverso, ed è dettato dalla sua unione con il Padre e dalla compassione per la gente, quella pietà di Gesù verso tutti noi: Gesù sente i nostri problemi, sente le nostre debolezze, sente i nostri bisogni. Di fronte a quei cinque pani, Gesù pensa: ecco la provvidenza! Da questo poco, Dio può tirar fuori il necessario per tutti. Gesù si fida totalmente del Padre celeste, sa che a Lui tutto è possibile. Perciò dice ai discepoli di far sedere la gente a gruppi di cinquanta – non è casuale questo, perché questo significa che non sono più una folla, ma diventano comunità, nutrite dal pane di Dio. Poi prende quei pani e i pesci, alza gli occhi al cielo, recita la benedizione – è chiaro il riferimento all'Eucaristia –, poi li spezza e comincia a darli ai discepoli, e i discepoli li distribuiscono… e i pani e i pesci non finiscono, non finiscono! Ecco il miracolo: più che una moltiplicazione è una condivisione, animata dalla fede e dalla preghiera. Mangiarono tutti e ne avanzò: è il segno di Gesù, pane di Dio per l’umanità. 
I discepoli videro, ma non colsero bene il messaggio. Furono presi, come la folla, dall'entusiasmo del successo. Ancora una volta seguirono la logica umana e non quella di Dio, che è quella del servizio, dell’amore, della fede. La festa del Corpus Domini ci chiede di convertirci alla fede nella Provvidenza, di saper condividere il poco che siamo e che abbiamo, e non chiuderci mai in noi stessi. Chiediamo alla nostra Madre Maria di aiutarci in questa conversione, per seguire veramente di più quel Gesù che adoriamo nell'Eucaristia. Così sia. 


Dopo l'Angelus 
Cari fratelli e sorelle, sempre viva e sofferta è la mia preoccupazione per il persistere del conflitto che ormai da più di due anni infiamma la Siria e colpisce specialmente la popolazione inerme, che aspira ad una pace nella giustizia e nella comprensione. Questa tormentata situazione di guerra porta con sé tragiche conseguenze: morte, distruzione, ingenti danni economici e ambientali, come anche la piaga dei sequestri di persona. Nel deplorare questi fatti, desidero assicurare la mia preghiera e la mia solidarietà per le persone rapite e per i loro familiari, e faccio appello all'umanità dei sequestratori affinché liberino le vittime. Preghiamo sempre per la nostra amata Siria. 
Nel mondo ci sono tante situazioni di conflitto, ma ci sono anche tanti segni di speranza. Vorrei incoraggiare i recenti passi compiuti in vari Paesi dell’America Latina verso la riconciliazione e la pace. Accompagniamoli con la nostra preghiera. 
Questa mattina, ho celebrato la Santa Messa con alcuni militari e con i parenti di alcuni caduti nelle missioni di pace, che cercano di promuovere la riconciliazione e la pace in Paesi in cui si sparge ancora tanto sangue fraterno in guerre che sono sempre una follia. “Tutto si perde con la guerra. Tutto si guadagna con la pace”. Chiedo una preghiera per i caduti, i feriti e i loro familiari. 
Facciamo insieme, adesso, in silenzio, nel nostro cuore - tutti insieme - una preghiera per i caduti, i feriti e i loro familiari. In silenzio. 
Saluto con affetto tutti i pellegrini presenti oggi: le famiglie, i fedeli di tante parrocchie italiane e di altri Paesi, le associazioni, i movimenti. 
Saluto i fedeli provenienti dal Canada e quelli di Croazia e Bosnia ed Erzegovina, come pure il gruppo del Piccolo Cottolengo di Genova, dell’Opera di Don Orione. 
Saluto tutti. A tutti buona domenica e buon pranzo!
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venerdì 31 maggio 2013

L’assassinio di Fabiana Luzzi frutto dell’apostasia da Cristo (Contributi 850)

Un articolo che riporta un giudizio/commento di Mons.Negri tratto da Tempi:


L’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, monsignor Luigi Negri, ha espresso, durante una recente celebrazione liturgica, tutto il proprio sgomento per l’assassinio di Fabiana Luzzi, la quindicenne di Corigliano Calabro, accoltellata e bruciata dal fidanzato. 
Negri ha rivolto la sua attenzione al problema educativo e si è chiesto se il mondo degli adulti sia consapevole di quale baratro si sia aperto ormai nel mondo giovanile: «È ancora possibile lasciare migliaia e migliaia di giovani in una situazione di sostanziale ineducazione che li abbandona a vite e a divertimenti senza nessuna misura, e che rende queste vite sostanzialmente già perdute in partenza? Dominate dall'alcool, dalla droga, dalle reazioni istintive, dalle violenze incontrollate e incontrollabili». 

SOCIETA’ EMPIA. Per il vescovo «è necessaria una ripresa fondamentale di coscienza da parte dei genitori, delle istituzioni educative, e certamente da parte della Chiesa, perché questa enorme possibilità positiva che è la gioventù, per il presente e per il futuro della società, non diventi una tragica perdita di intelligenza, di volontà, di affezioni, di capacità di sacrificio e di capacità di dedizione». «Questo – ha aggiunto – è certamente il risultato di quell'empietà di fondo che caratterizza l’ideologia dominante di questa società. 
Madonna delle Grazie-Ferrara
È il frutto amaro di quell'apostasia da Cristo che, come ha più volte ricordato Benedetto XVI, finisce per diventare l’apostasia dell’uomo da se stesso. Quando le cose arrivano a questi livelli è necessario riprendere con umiltà un atteggiamento di fede di fronte a Gesù Cristo e chiedergli il coraggio di una testimonianza vera davanti al mondo, e una capacità di carità che sappia accogliere gli uomini, come ci insegna quotidianamente papa Francesco, anche nella tragicità della loro condizione, per coinvolgerli nel grande e pacificante annunzio che il Signore rende nuove tutte le cose, e quindi può incominciare a cambiare fin d’ora il nostro cuore, e farci camminare con Lui e dietro di Lui verso la pienezza della nostra umanità. 
La Vergine delle Grazie, che veneriamo nella nostra bellissima Cattedrale, ci aiuti a vivere il nostro sacrificio quotidiano e la compassione che ci stringe ad ogni uomo che ci vive accanto».
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mercoledì 29 maggio 2013

L'insegnamento di Papa Francesco sul demonio (Contributi 849)

Da La Bussola un articolo di Piero Gheddo riporta una testimonianza: 

Il missionario padre Dionisio Ferraro del Pime è nato a Casoni (Vicenza) nel 1944, è sacerdote dal 1970 e in Guinea Bissau dal 1972. È stato superiore regionale del Pime in Guinea (1981-1985). Oggi è parroco a Bambadinca, in ambiente totalmente pagano nella diocesi di Bafatà, la seconda in Guinea nata nel 2001. L’ho intervistato a Milano il 21 maggio 2013 e ha approvato questa intervista. 

Papa Francesco parla spesso del demonio, ma forse alcuni non credono nella sua esistenza. Chiedo a padre Dionisio di raccontarmi la sua drammatica esperienza: 
“Nel 2011 ero venuto in Italia, rimanendo colpito dalla mancanza di fede in molti e Benedetto XVI aveva indetto l’Anno della Fede (11 ottobre 2012 - 24 novembre 2013). Tornando in Guinea a marzo, mi ero proposto di scrivere un opuscolo in criolo (lingua nazionale col portoghese) intitolato: “Signore, rafforzaci nella fede”. Mi serviva per la preparazione degli adulti al battesimo, ma andava bene anche per altri, fino all'ultimo capitoletto sulla Madonna nostra Madre nella fede. Circa 50 paginette. L’ho preparato e poi mi sono proposto di portarlo a Bissau in tipografia, ma non trovavo la giornata libera: 120 km all'andata, con quelle strade ci vogliono circa tre ore o anche più (e altrettante al ritorno) 
A Bambadinca io vado a letto presto. Non abbiamo luce elettrica e nemmeno televisione, all'aperto ci sono le zanzare, così alle 21 vado a letto. Dormo bene e subito. All'una di notte mi sveglio, accendo la lampada e mi alzo: prego e scrivo fino a circa le 3, poi mi viene ancora sonno e dormo fino alle 5,30-6, senza mettere la sveglia. “All'una di notte del 23 marzo 2011 mi alzo, rileggo l’opuscolo, mi piace e decido che il giorno dopo vado a Bissau dal tipografo per la sveglia. Mi metto a letto piegato verso sinistra e quando sento che viene il sonno mi giro sulla destra e dormo. Da noi in Guinea, in stanze ben chiuse e senza luce, dormiamo senza nessun vestito o copertura per il caldo. 
Sto addormentandomi e sento delle frustate tremende sulla spalla sinistra, sul braccio, sul lato sinistro del corpo e sulla gamba. Grido dal dolore e dallo stupore e mentre qualcuno nel buio continua a frustarmi, cerco di proteggermi la testa con le mani e penso che dormo nella stanza di una casa in muratura, la porta è ben chiusa e le due finestre hanno le inferriate. Nessuno può entrare in stanza, mi viene in mente il demonio e grido: “Vade retro, Satana! Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo!”. E, magicamente, le frustate cessano. Grido ancora ma è inutile in casa non c’è nessuno. Sento sulla spalla sinistra e sul ginocchio che c’è del sangue, mi spavento e prego Gesù e Maria, accendo la lampada, mi guardo allo specchio e vedo il sangue. Mi lavo, mi asciugo, metto polvere di penicillina e una pomata antibiotica, la cura poi è andata avanti una quindicina di giorni. Sento molto dolore, ma questo non mi impedisce di pensare: vado alla porta, è chiusa a chiave dall'interno, le inferriate solide e intatte, guardo sotto il letto e nell'armadio, non c’è nessuno, nello stanzino del bagno nemmeno. 
Grido a me stesso e al Signore: “È il demonio, non vuole che pubblichi questo libretto”. Mi inginocchio e prego ancora. “Mi rimetto a letto e il Signore mi manda di nuovo il sonno, quando squilla la sveglia mi alzo. Penso che debbo far vedere le ferite e il sangue al vescovo. Vado a Bafatà da mons. Pedro Zilli, italo-brasiliano del Pime, vede le ferite e sente il mio racconto, mi dice di pregare prima di andare a letto e dare la benedizione alla stanza; poi vado a Bissau e faccio vedere le ferite al superiore regionale del Pime in Guinea, padre Davide Sciocco, e anche lui mi dice di pregare. Più tardi l’ho poi raccontato al vicario generale della diocesi di Bafatà che è un prete “fidei donum” diocesano di Verona, don Luca Pedretti: “Tieni sempre l’acqua benedetta in camera e dai la benedizione”. 
“Dopo questo fatto, ho pensato: “Il mio libretto è incompleto”. Così, dopo l’ultimo capitolo sulla Madonna nostra Madre nella fede, ne aggiungoun altro sul demonio. Ho citato alcuni testi biblici dell’Antico Testamento e poi Marco 1,13, Gesù va nel deserto 40 giorni poi è tentato dal diavolo; e ancora Marco 4, 15, Satana porta via la Parola di Dio seminata e altre citazioni con brevi commenti. Aggiungo: questi sono fatti biblici, che possono sembrare lontani da noi e non più attuali oggi. Invece sono confermati dalla mia esperienza. E racconto quel che mi è capitato: nella notte del 23 marzo 2011, Satana mi ha frustato perché non voleva che pubblicassi questo libretto”. 
Dico a padre Dionisio che il suo racconto susciterà in Italia stupore, ma forse anche incredulità. 
Risponde: “Vi capisco perché voi in Italia non avete un’esperienza diretta e personale del demonio, ma tornando nella mia patria per un mese o due, mi accorgo di quanto il demonio è presente della società italiana, nelle famiglie, ma se ne parla troppo poco. Da noi in Guinea, un paese ancora pagano, la presenza di Satana non stupisce nessuno. Ci credono molto e lo vedono dove c’è il male, l’odio, la violenza, la divisione; e lo temono molto. Parlare di Satana alla nostra gente è utile e infatti, da quando è uscito questo mio libro, molti vengono a chiedermi altre notizie sul demonio ed entrano sempre più in una visione evangelica della vita, cioè scoprono, toccano con mano, che Gesù Cristo è l’unico che possa liberarli dal demonio, che è nemico di Dio e dell’uomo”.
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martedì 28 maggio 2013

Lo spreco dei confetti (Interventi 170)

Ecco una nuova riflessione di don Luciano: 

Gli sposalizi erano una delle cose che mi facevano sempre felice da bambino piccolo - avevo quattro... cinque anni. Nel nostro paesello era usanza che sposi, mentre andavano al pranzo di nozze, buttassero dei sacchettini di confetti alla gente lungo la strada. Le spose lo facevano di preferenza ai bambini piccoli, probabilmente come augurio per una loro prossima maternità. Così quando sentivo che si avvicinava il corteo strombazzante delle automobili, mi piazzavo ai bordi della strada, e regolarmente dalla macchina degli sposi qualcuno mi faceva piovere un sacchettino di confetti. A me sembrava che ne avessero sempre tanti... che ne buttassero a tutti quelli che incontravano... così che tutti i ragazzi quel giorno potessero succhiare felici dei confetti! 
Quegli sposi che buttavano confetti lungo le strade rendono bene l'immagine di quello che dovrei essere io come discepolo di Gesù Cristo - sono chiamato a distribuire "confetti" spirituali e emozionali dovunque vado, con chiunque mi trovi. Per dirla con le parole di Gesù mentre sta preparando i Suoi discepoli per la missione di rappresentarLo: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Matteo 10,8). 
Nella Parola di Dio, l'apostolo Paolo descrive noi discepoli come coloro che dovrebbero donare in abbondanza a chiunque ci sta vicino. In 2 Corinzi 9,6 Paolo enuncia questo principio: «Tenete a mente che chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà». Quindi se non stai ricevendo troppo incoraggiamento, forse è perché non ne hai dato abbastanza. Se non stai avendo economicamente, forse è perché non sei stato troppo generoso. Se non sei abbastanza aiutato, magari è perché sei stato avaro di aiuto. 
Paolo poi continua dicendo che «Dio ama chi dona con gioia». Dio ama la gente che da via (e si da via) con gioia. Mi ricordo bene della felicità degli sposi nel buttare via generosamente i loro confetti. Però com'è che riesci a dare in continuazione? Non si esauriscono le risorse? 2 Corinzi 9,8: «Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene». Puoi continuare a dare agli altri perché Dio ti restituisce più di quello che hai donato. Tu spali buttando fuori... e Dio spala buttando dentro... ma Dio ha il badile più grande del tuo. 
Di fatto, cos'è quello che dai via? E' grazia. Qualcosa che uno non si merita, che non è dovuto - proprio come tutto ciò che riceviamo da Dio. Chi ha ricevuto grazia è sottinteso che distribuisca grazia! Il che significa che non tratti le persone come loro hanno trattato te o come meriterebbero di essere trattate - è forse così che Dio sta facendo con te? Tu tratti loro nella stessa maniera con cui Gesù ti sta trattando! Spreco di grazia. Come gli sposi di quand'ero bambino, tu stai felicemente, indiscriminatamente sprecando grazia - perdonando... passando sopra alle offese... incoraggiando... pazientando con le persone... cercando di essere dolce con loro. 
Chi sperimenta quotidianamente di andare avanti solo per grazia di Dio, sparge quella grazia a chiunque gli sta intorno - sei generoso con il tuo tempo, con i tuoi soldi, con il tuo ascolto, con la tua pazienza, con il tuo perdono. E magari c'è qualcuno - proprio tra quelli che ti stanno vicino - che ha disperatamente bisogno di un po' della tua grazia... forse qualcuno a cui gliela stai negando da tempo. Ma come fai a non dargliela - proprio tu che Dio ti ricolma di grazie ogni giorno? 
Ogni giorno fai il pieno di grazie di Dio. E allora sperimenta anche la gioia di far piovere sulla gente che incontri i "confetti" che Dio generosamente ti lancia. 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto don Luciano
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domenica 26 maggio 2013

Ss Trinità, 26-mag-2013 (Angelus 136)

Cari fratelli e sorelle! Buongiorno! 
Questa mattina ho fatto la mia prima visita in una parrocchia della diocesi di Roma. Ringrazio il Signore e vi chiedo di pregare per il mio servizio pastorale a questa Chiesa di Roma, che ha la missione di presiedere alla carità universale. 
Oggi è la Domenica della Santissima Trinità. La luce del tempo pasquale e della Pentecoste rinnova ogni anno in noi la gioia e lo stupore della fede: riconosciamo che Dio non è qualcosa di vago, il nostro Dio non è un Dio “spray”, è concreto, non è un astratto, ma ha un nome: «Dio è amore». Non è un amore sentimentale, emotivo, ma l’amore del Padre che è all'origine di ogni vita, l’amore del Figlio che muore sulla croce e risorge, l’amore dello Spirito che rinnova l’uomo e il mondo. Pensare che Dio è amore ci fa tanto bene, perché ci insegna ad amare, a donarci agli altri come Gesù si è donato a noi, e cammina con noi. Gesù cammina con noi nella strada della vita. 
La Santissima Trinità non è il prodotto di ragionamenti umani; è il volto con cui Dio stesso si è rivelato, non dall'alto di una cattedra, ma camminando con l’umanità. E’ proprio Gesù che ci ha rivelato il Padre e che ci ha promesso lo Spirito Santo. Dio ha camminato con il suo popolo nella storia del popolo d’Israele e Gesù ha camminato sempre con noi e ci ha promesso lo Spirito Santo che è fuoco, che ci insegna tutto quello che noi non sappiamo, che dentro di noi ci guida, ci dà delle buone idee e delle buone ispirazioni. 
Oggi lodiamo Dio non per un particolare mistero, ma per Lui stesso, «per la sua gloria immensa», come dice l’inno liturgico. Lo lodiamo e lo ringraziamo perché è Amore, e perché ci chiama ad entrare nell'abbraccio della sua comunione, che è la vita eterna. 
Affidiamo la nostra lode alle mani della Vergine Maria. Lei, la più umile tra le creature, grazie a Cristo è già arrivata alla meta del pellegrinaggio terreno: è già nella gloria della Trinità. Per questo Maria nostra Madre, la Madonna, risplende per noi come segno di sicura speranza. E’ la Madre della speranza; nel nostro cammino, nella nostra strada, Lei è la Madre della speranza. E’ la Madre anche che ci consola, la Madre della consolazione e la Madre che ci accompagna nel cammino. 
Adesso preghiamo la Madonna tutti insieme, a nostra Madre che ci accompagna nel cammino. 

Dopo l'Angelus 
Cari fratelli e sorelle,
ieri, a Palermo, è stato proclamato Beato Don Giuseppe Puglisi, sacerdote e martire, ucciso dalla mafia nel 1993. Don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il Vangelo li sottraeva alla malavita, e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà, però, è lui che ha vinto, con Cristo Risorto. Io penso a tanti dolori di uomini e donne, anche di bambini, che sono sfruttati da tante mafie, che li sfruttano facendo fare loro un lavoro che li rende schiavi, con la prostituzione, con tante pressioni sociali. Dietro a questi sfruttamenti, dietro a queste schiavitù, ci sono mafie. Preghiamo il Signore perché converta il cuore di queste persone. Non possono fare questo! Non possono fare di noi, fratelli, schiavi! Dobbiamo pregare il Signore! Preghiamo perché questi mafiosi e queste mafiose si convertano a Dio e lodiamo Dio per la luminosa testimonianza di don Giuseppe Puglisi, e facciamo tesoro del suo esempio! 
Saluto con affetto tutti i pellegrini presenti, le famiglie, i gruppi parrocchiali venuti da Italia, Spagna, Francia e da tanti altri Paesi. Saluto in particolare l’Associazione Nazionale San Paolo degli Oratori e dei Circoli Giovanili, nata 50 anni fa al servizio dei giovani. Cari amici, San Filippo Neri, che oggi ricordiamo, e il Beato Giuseppe Puglisi sostengano il vostro impegno. Saluto il gruppo di cattolici cinesi qui presenti, che si sono riuniti a Roma per pregare per la Chiesa in Cina, invocando l’intercessione di Maria Ausiliatrice. 
Rivolgo un pensiero a quanti promuovono la “Giornata del Sollievo”, in favore dei malati che vivono il tratto finale del loro cammino terreno; come pure l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla. Grazie per il vostro impegno! Saluto l’Associazione Nazionale Arma di Cavalleria, e i fedeli di Fiumicello, presso Padova. 
Buona domenica a tutti e buon pranzo!
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sabato 25 maggio 2013

Don Giuseppe Puglisi è beato (Contributi 848)

Vi propongo un articolo da Tempi: 

Don Giuseppe Puglisi, è beato. L’elevazione agli onori degli altari del parroco di Brancaccio, ucciso dalla mafia nel 1993, è stata comunicata ad una folla di oltre 80 mila persone in preghiera al Foro Italico di Palermo dal cardinale Salvatore De Giorgi, delegato da papa Francesco, nell'ambito di una celebrazione presieduta dal cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo.

“AMEN AMEN AMEN”. 
La lettura dell’atto in latino con cui don Puglisi è stato proclamato beato è stata salutata da un triplice “amen” delle migliaia di persone assiepate in preghiera davanti al palco allestito proprio sul mare, con le spalle al golfo di Palermo. Accanto al palco, una gigantografia del sacerdote assassinato da cosa nostra. Numerose le autorità presenti – Grasso, Alfano, Cancellieri, D’Alia – e la rappresentanza di magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine, ma davvero imponente è la presenza di pellegrini, giunti a Palermo da tutta Italia per ricordare il parroco di Brancaccio.

«MAFIOSI RIFIUTANO DIO». 
«I mafiosi, che spesso pure si dicono e si mostrano credenti, muovono meccanismi di sopraffazione ed ingiustizia, di rancore, di odio, di violenza, di morte» ha detto durante l’omelia l’arcivescovo di Palermo. «L’azione assassina dei mafiosi ne rivela la vera essenza. Essi rifiutano il Dio della vita e dell’amore. Il Beato Puglisi servì e amò i fratelli da padre. Fu soprattutto a Brancaccio che trovò bambini e giovani quotidianamente esposti ad una paternità falsa e meschina, quella della mafia del quartiere, che rubava dignità e dava morte in cambio di protezione e sostegno. La sua azione mirò a rendere presente un altro padre, il Padre Nostro. Secondo lui di “nostro” non può esserci cosa che si impone a tutti attraverso un padrino onnipresente. Di “nostro” c’è solo Dio che ama tutti dentro e fuori la Chiesa».

SANGUE CHE FECONDA LA CHIESA. 
Il cardinale Romeo ha poi dichiarato: «Beato martire Giuseppe, il tuo sangue continuerà a fecondare questa Chiesa». E rivolto a tutti: «La chiesa riconosce nella vita del Beato Puglisi sigillata dal suo martirio un modello da imitare. La mano mafiosa che lo ha barbaramente assassinato ha liberato la vita vera di questo “chicco di grano” che nella sua opera di evangelizzazione moriva ogni giorno per portare frutto. Quella mano assassina ha amplificato oltre lo spazio e il tempo la sua delicata voce sacerdotale, e lo ha donato martire non solo a Brancaccio ma al mondo intero. Il martirio di don Pino ci interpella tutti a vivere ogni forma di male nel mondo professando una fede saldamente fondata sulla Parola e compiuta nella carità. La nostra fede vincerà solo se verrà testimoniata, come Puglisi diceva, sintetizzando insieme evangelizzazione e promozione umana».
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venerdì 24 maggio 2013

José (Interventi 169)

Padre Aldo Trento dal Paraguay ci offre una nuova, toccante testimonianza:

Cari amici, 
desidero condividere con voi una lettera che José (Giuseppe) ci ha inviato per festeggiare un anno di ricovero nella clinica. Ha 43 anni, da tempo è totalmente paralizzato con gli arti rattrappiti ed è cieco. Pur avendo famiglia è solo. Noi siamo la sua famiglia. È stupendo vedere l’affetto delle infermiere e del personale verso di lui. Ogni volta che mi avvicino e gli chiedo come sta, mi risponde: “molto bene, Padre. Qui ho tutto ciò che è necessario per vivere”. Per me è una provocazione continua per riconoscere la positività e la bellezza della vita, qualunque siano le condizioni in cui si svolge. In queste condizioni lui ha incontrato Gesù, unico motivo della sua vita. Decisivo in questo incontro è stato l’amore vissuto momento per momento. È un incontro concreto con volti che ti vogliono bene concretamente, nel quale Gesù si fa presente rendendo l’impossibile (vivere in quelle condizioni) possibile. Guardando José penso agli amici ammalati di SLA e insieme preghiamo per loro. Vi chiedo di cuore di stare tanto vicino a chi ha la SLA perché solo l’amore dà loro l’energia per riconoscere la predilezione di Gesù.
Con affetto, P. Aldo

Caro Padre Aldo scrivo questa lettera con l'intenzione di ringraziare tutte le persone che sono in questo clinica. Con tutto il cuore ringrazio le prime infermiere che mi hanno accudito quando sono arrivato in questa casa. Per avermi ripulito, rasato, fatto il bagno, le prime cure. Per avermi ripulito per bene.
Oggi è il mio primo anniversario in questa casa, sono molto contento e felice. Ringrazio Dio per avermi dato la possibilità di venire qui.
Qui ho fatto la mia Cresima e da allora la mia vita è cambiata;  da quel momento ho vissuto più intensamente la mia fede.
Ho trascorso qui tanti bei momenti di felicità, tra i quali la festa per i miei 43 anni e, senza dubbio, mi sono avvicinato di più a Dio attraverso la preghiera quotidiana, la comunione e la confessione frequente. Ora sento più pace, felicità e tranquillità,  accettando e  sopportando con dignità la mia malattia fino a quando Dio lo vorrà.
Prima della mia malattia facevo una vita molto disordinata, lontana da Dio. Ho avuto molti problemi e l'odio dei miei familiari, ma attraverso la mia malattia e con l’arrivare qui ho potuto superare il rancore, l’odio verso di loro. Forse loro sono ancora arrabbiati e per questo non mi chiamano spesso, ma io ogni giorno li amo di più, prego ogni giorno per tutti loro chiedendo al Signore di farli riavvicinare a me e che, sia loro che le loro famiglie, abbiano la salute e siano felici come lo sono io, malgrado sia a letto.
Ringrazio ancora tutti i medici, le infermiere, le cuoche, le addette alle pulizie, le segretarie, i volontari e le volontarie, gli amici, la suora e specialmente te e tutti coloro che mi hanno aiutato in ogni modo.
Un caro saluto. 
JOSE D. O.
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