Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Si invita a leggere il post 1 del febbraio 2009 in cui sono ribaditi i motivi che mi hanno spinto a creare questo blog pur nella consapevolezza dei miei limiti.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima e al Sacro Cuore di Gesù questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

venerdì 18 aprile 2014

Unti con l’olio della gioia (Contributi 954)

Omelia Papa Francesco Santa Messa del Crisma 2014:
Cari fratelli nel sacerdozio! Nell’Oggi del Giovedì Santo, in cui Cristo ci amò fino all’estremo (cfr Gv 13,1), facciamo memoria del giorno felice dell’Istituzione del sacerdozio e di quello della nostra Ordinazione sacerdotale. Il Signore ci ha unto in Cristo con olio di gioia e questa unzione ci invita a ricevere e a farci carico di questo grande dono: la gioia, la letizia sacerdotale. La gioia del sacerdote è un bene prezioso non solo per lui ma anche per tutto il popolo fedele di Dio: quel popolo fedele in mezzo al quale è chiamato il sacerdote per essere unto e al quale è inviato per ungere.
Unti con olio di gioia per ungere con olio di gioia. La gioia sacerdotale ha la sua fonte nell’Amore del Padre, e il Signore desidera che la gioia di questo Amore «sia in noi» e «sia piena» (Gv 15,11). A me piace pensare la gioia contemplando la Madonna: Maria, la «madre del Vangelo vivente, è sorgente di gioia per i piccoli» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 288), e credo che non esageriamo se diciamo che il sacerdote è una persona molto piccola: l’incommensurabile grandezza del dono che ci è dato per il ministero ci relega tra i più piccoli degli uomini. Il sacerdote è il più povero degli uomini se Gesù non lo arricchisce con la sua povertà, è il più inutile servo se Gesù non lo chiama amico, il più stolto degli uomini se Gesù non lo istruisce pazientemente come Pietro, il più indifeso dei cristiani se il Buon Pastore non lo fortifica in mezzo al gregge. Nessuno è più piccolo di un sacerdote lasciato alle sue sole forze; perciò la nostra preghiera di difesa contro ogni insidia del Maligno è la preghiera di nostra Madre: sono sacerdote perché Lui ha guardato con bontà la mia piccolezza (cfr Lc 1,48). E a partire da tale piccolezza accogliamo la nostra gioia. Gioia nella nostra piccolezza!
Trovo tre caratteristiche significative nella nostra gioia sacerdotale: è una gioia che ci unge (non che ci rende untuosi, sontuosi e presuntuosi), è una gioia incorruttibile ed è una gioia missionaria che si irradia a tutti e attira tutti, cominciando alla rovescia: dai più lontani.
Una gioia che ci unge. Vale a dire: è penetrata nell’intimo del nostro cuore, lo ha configurato e fortificato sacramentalmente. I segni della liturgia dell’ordinazione ci parlano del desiderio materno che ha la Chiesa di trasmettere e comunicare tutto ciò che il Signore ci ha dato: l’imposizione delle mani, l’unzione con il santo Crisma, il rivestire con i paramenti sacri, la partecipazione immediata alla prima Consacrazione… La grazia ci colma e si effonde integra, abbondante e piena in ciascun sacerdote. Unti fino alle ossa… e la nostra gioia, che sgorga da dentro, è l’eco di questa unzione.
Una gioia incorruttibile. L’integrità del Dono, alla quale nessuno può togliere né aggiungere nulla, è fonte incessante di gioia: una gioia incorruttibile, che il Signore ha promesso che nessuno potrà togliercela (cfr Gv 16,22). Può essere addormentata o soffocata dal peccato o dalle preoccupazioni della vita ma, nel profondo, rimane intatta come la brace di un ceppo bruciato sotto le ceneri, e sempre può essere rinnovata. La raccomandazione di Paolo a Timoteo rimane sempre attuale: Ti ricordo di ravvivare il fuoco del dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani (cfr 2 Tm 1,6).
Una gioia missionaria. Questa terza caratteristica la voglio condividere e sottolineare in modo speciale: la gioia del sacerdote è posta in intima relazione con il santo popolo fedele di Dio perché si tratta di una gioia eminentemente missionaria. L’unzione è in ordine a ungere il santo popolo fedele di Dio: per battezzare e confermare, per curare e consacrare, per benedire, per consolare ed evangelizzare.
E poiché è una gioia che fluisce solo quando il pastore sta in mezzo al suo gregge (anche nel silenzio della preghiera, il pastore che adora il Padre è in mezzo alle sue pecorelle) e per questo è una “gioia custodita” da questo stesso gregge. Anche nei momenti di tristezza, in cui tutto sembra oscurarsi e la vertigine dell’isolamento ci seduce, quei momenti apatici e noiosi che a volte ci colgono nella vita sacerdotale (e attraverso i quali anch’io sono passato), persino in questi momenti il popolo di Dio è capace di custodire la gioia, è capace di proteggerti, di abbracciarti, di aiutarti ad aprire il cuore e ritrovare una gioia rinnovata.
“Gioia custodita” dal gregge e custodita anche da tre sorelle che la circondano, la proteggono, la difendono: sorella povertà, sorella fedeltà e sorella obbedienza.
La gioia del sacerdote è una gioia che ha come sorella la povertà. Il sacerdote è povero di gioia meramente umana: ha rinunciato a tanto! E poiché è povero, lui, che dà tante cose agli altri, la sua gioia deve chiederla al Signore e al popolo fedele di Dio. Non deve procurarsela da sé. Sappiamo che il nostro popolo è generosissimo nel ringraziare i sacerdoti per i minimi gesti di benedizione e in modo speciale per i Sacramenti. Molti, parlando della crisi di identità sacerdotale, non tengono conto che l’identità presuppone appartenenza. Non c’è identità – e pertanto gioia di vivere – senza appartenenza attiva e impegnata al popolo fedele di Dio (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 268). Il sacerdote che pretende di trovare l’identità sacerdotale indagando introspettivamente nella propria interiorità forse non trova altro che segnali che dicono “uscita”: esci da te stesso, esci in cerca di Dio nell’adorazione, esci e dai al tuo popolo ciò che ti è stato affidato, e il tuo popolo avrà cura di farti sentire e gustare chi sei, come ti chiami, qual è la tua identità e ti farà gioire con il cento per uno che il Signore ha promesso ai suoi servi. Se non esci da te stesso, l’olio diventa rancido e l’unzione non può essere feconda. Uscire da sé stessi richiede spogliarsi di sé, comporta povertà.
La gioia sacerdotale è una gioia che ha come sorella la fedeltà. Non tanto nel senso che saremmo tutti “immacolati” (magari con la grazia di Dio lo fossimo!) perché siamo peccatori, ma piuttosto nel senso di una sempre nuova fedeltà all’unica Sposa, la Chiesa. Qui è la chiave della fecondità. I figli spirituali che il Signore dà ad ogni sacerdote, quelli che ha battezzato, le famiglie che ha benedetto e aiutato a camminare, i malati che sostiene, i giovani con cui condivide la catechesi e la formazione, i poveri che soccorre… sono questa “Sposa” che egli è felice di trattare come prediletta e unica amata e di esserle sempre nuovamente fedele. E’ la Chiesa viva, con nome e cognome, di cui il sacerdote si prende cura nella sua parrocchia o nella missione affidatagli, è essa che gli dà gioia quando le è fedele, quando fa tutto ciò che deve fare e lascia tutto ciò che deve lasciare pur di rimanere in mezzo alle pecore che il Signore gli ha affidato: «Pasci le mie pecore» (Gv 21,16.17).
La gioia sacerdotale è una gioia che ha come sorella l’obbedienza. Obbedienza alla Chiesa nella Gerarchia che ci dà, per così dire, non solo l’ambito più esterno dell’obbedienza: la parrocchia alla quale sono inviato, le facoltà del ministero, quell’incarico particolare… bensì anche l’unione con Dio Padre, dal quale deriva ogni paternità. Ma anche l’obbedienza alla Chiesa nel servizio: disponibilità e prontezza per servire tutti, sempre e nel modo migliore, a immagine di “Nostra Signora della prontezza” (cfr Lc 1,39: meta spoudes), che accorre a servire sua cugina e sta attenta alla cucina di Cana, dove manca il vino. La disponibilità del sacerdote fa della Chiesa la Casa dalle porte aperte, rifugio per i peccatori, focolare per quanti vivono per strada, casa di cura per i malati, campeggio per i giovani, aula di catechesi per i piccoli della prima Comunione… Dove il popolo di Dio ha un desiderio o una necessità, là c’è il sacerdote che sa ascoltare (ob-audire) e sente un mandato amoroso di Cristo che lo manda a soccorrere con misericordia quella necessità o a sostenere quei buoni desideri con carità creativa.
Colui che è chiamato sappia che esiste in questo mondo una gioia genuina e piena: quella di essere preso dal popolo che uno ama per essere inviato ad esso come dispensatore dei doni e delle consolazioni di Gesù, l’unico Buon Pastore che, pieno di profonda compassione per tutti i piccoli e gli esclusi di questa terra, affaticati e oppressi come pecore senza pastore, ha voluto associare molti al suo ministero per rimanere e operare Lui stesso, nella persona dei suoi sacerdoti, per il bene del suo popolo.
In questo Giovedì Santo chiedo al Signore Gesù che faccia scoprire a molti giovani quell’ardore del cuore che fa ardere la gioia appena uno ha la felice audacia di rispondere con prontezza alla sua chiamata.
In questo Giovedì Santo chiedo al Signore Gesù che conservi il brillare gioioso negli occhi dei nuovi ordinati, che partono per “mangiarsi” il mondo, per consumarsi in mezzo al popolo fedele di Dio, che gioiscono preparando la prima omelia, la prima Messa, il primo Battesimo, la prima Confessione… E’ la gioia di poter condividere – meravigliati – per la prima volta come unti, il tesoro del Vangelo e sentire che il popolo fedele ti torna ad ungere in un’altra maniera: con le loro richieste, porgendoti il capo perché tu li benedica, stringendoti le mani, avvicinandoti ai loro figli, chiedendo per i loro malati… Conserva Signore nei tuoi giovani sacerdoti la gioia della partenza, di fare ogni cosa come nuova, la gioia di consumare la vita per te.
In questo Giovedì sacerdotale chiedo al Signore Gesù di confermare la gioia sacerdotale di quelli che hanno parecchi anni di ministero. Quella gioia che, senza scomparire dagli occhi, si posa sulle spalle di quanti sopportano il peso del ministero, quei preti che già hanno tastato il polso al lavoro, raccolgono le loro forze e si riarmano: “cambiano aria”, come dicono gli sportivi. Conserva Signore la profondità e la saggia maturità della gioia dei preti adulti. Sappiano pregare come Neemia: la gioia del Signore è la mia forza (cfr Ne 8,10).
Infine, in questo Giovedì sacerdotale, chiedo al Signore Gesù che risplenda la gioia dei sacerdoti anziani, sani o malati. E’ la gioia della Croce, che promana dalla consapevolezza di avere un tesoro incorruttibile in un vaso di creta che si va disfacendo. Sappiano stare bene in qualunque posto, sentendo nella fugacità del tempo il gusto dell’eterno (Guardini). Sentano, Signore, la gioia di passare la fiaccola, la gioia di veder crescere i figli dei figli e di salutare, sorridendo e con mitezza, le promesse, in quella speranza che non delude.
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martedì 15 aprile 2014

È in gioco l'uomo (Contributi 953)

Un articolo da La Bussola 

A volte basta poco per cambiare le cose. All'ospedale S. Orsola di Bologna sono state fondamentali 19 ore, 4 minuti e 19 secondi. Quelli che ha vissuto su questa terra Giacomo, attimi di vita che hanno cambiato le cose. 
Ora al S. Orsola si parla di “Percorso Giacomo”, un protocollo che vuole essere messo in pratica dal reparto di neonatologia per prendersi cura di quei bambini speciali che, come Giacomo, nascono e sono condannati a vivere pochi minuti. Il piccolo Giacomo, su cui pendeva una spietata diagnosi di anancefalia, è nato ed è stato accolto tra le braccia di mamma e papà, e dai suoi due fratelli. È stato con loro un tempo che può apparire insignificante e che, invece, è tempo pieno e denso. Questa esperienza ha messo d'accordo tutti al reparto sul fatto che bisognava fare qualcosa per affrontare queste situazioni. 
Il ginecologo aveva detto a mamma Natascia, che aveva già affrontato la stessa situazione undici anni fa: “Non faccia la pazzia dell'altra volta.” In prima battuta Natascia aveva anche pensato di mollare, poi con l'appoggio del marito ha deciso di fare come undici anni fa con Michela. In mezzo un dialogo con il Cardinale Caffarra. 
In un'intervista rilasciata a Massimo Pandolfi del Resto del Carlino, Natascia ha detto che è andata dal Cardinale per fargli tre domande: 1) il bimbo non ha il cervello. E' vita?; 2) è la seconda volta che capita. Non sarà un disegno del diavolo?; 3) dov'è adesso Michela? E dove andrà Giacomo? 
Il Cardinale non si è tirato indietro e non ha preso scorciatoie. E ha dato rispote. La prima: è un bambino vero, e soprattutto è tuo figlio. Seconda: è un dono di Dio, perché il Diavolo non può dare e togliere la vita. Può solo allontanarti dalla verità ed è quello che sta cercando di fare. Terza: Michela è tra le braccia di Dio, ci andrà anche Giacomo. 
Ma – dice Natascia – il Cardinale è andato oltre «mi ha preso le mani, me le ha strette forte e mi ha detto: io sarò sempre con te. Vai ogni giorno a San Luca, chiedi alla Madonna di aiutarti a correre come ti viene chiesto, ora non ce la fai perchè sei troppo lacerata. Ma chiedi aiuto! Chiedi, chiedi». 
E così si è arrivati fino a quelle 19 ore, 4 minuti e 19 secondi, tutta la vita di Giacomo che su mamma Natascia “hanno inciso di più di 40 anni della mia vita”. 
Di fronte alla recente sentenza della Consulta, che di fatto ha cancellato la Legge 40 aprendo il far west dei bambini in provetta, Caffarra non poteva che intervenire. Lo ha fatto con un comunicato dal titolo inequivocabile, “Perchè non posso tacere”. 
Per chi conosce l'Arcivescovo di Bologna sa che la sua sofferenza, e anche la sua insofferenza, sono autentiche e ben fondate. Per quanto i detrattori si ostinino, le sue non sono considerazioni di carattere confessionale. Lo aveva già detto l'estate scorso rivolgendosi al sindaco di Bologna: si stanno mettendo in discussione delle evidenze che “a doverle spiegare vien da piangere”. 
Nel comunicato pubblicato nell'inserto di Avvenire Bologna 7 Caffarra si riferisce non solo alla sentenza sulla fecondazione eterologa, ma anche a quella del tribunale di Grosseto che ha imposto l'iscrizione all'anagrafe di un matrimonio fra due uomini, e la decisione di un giudice di assolvere una coppia che era ricorsa alla pratica del cosiddetto “utero in affitto” in India per avere un figlio. 
"Non è di condotte ciò di cui stiamo discutendo. - ha scritto l'Arcivescovo di Bologna - È la persona umana come tale che è in pericolo, poiché si stanno ridefinendo artificialmente i vissuti umani fondamentali: il rapporto uomo- donna; la maternità e la paternità; la dignità e i diritti del bambino. Sono in questione le relazioni fondamentali che strutturano la persona umana". 
Sono temi da lui ben conosciuti, non a caso il Beato Giovanni Paolo II lo volle come primo preside dell'Istituto di studi su matrimonio e famiglia. E il caso di Giacomo dimostra concretamente come il Cardinale si metta in gioco fino in fondo, nel concreto. 
"Non mi interessa l'aspetto etico della cosa, e non è di temi etici che parlo - avverte Caffarra. Purtroppo la questione è molto più profonda. E' una questione antropologica". Il suo è anche il grido di un apostolo: "Perchè Dio si è fatto uomo? Perché è morto crocefisso?" si chiede l’arcivescovo. "Non c’è che una risposta: perché ha amato perdutamente l’uomo". Dunque "ogni volta che ferisci l’uomo, che lo depredi della sua umanità, tu ferisci il Dio-uomo. Ecco perché non ho potuto tacere. Perché non sia resa vana la Croce di Cristo".
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lunedì 14 aprile 2014

Un amico con cui pregare

Pregare è come parlare con un amico: per questo «la preghiera deve essere libera, coraggiosa, insistente», anche a costo di arrivare a “rimproverare” il Signore. Con la consapevolezza che lo Spirito Santo c’è sempre e ci insegna come fare. È lo stile della preghiera di Mosè quello che Papa Francesco ha riproposto nella messa celebrata giovedì 3 aprile, nella cappella della Casa Santa Marta.
Questo piccolo “manuale” della preghiera è stato suggerito al Pontefice dalla lettura del passo del libro dell’Esodo (32, 7-14), che racconta «la preghiera di Mosè per il suo popolo che era caduto nel peccato gravissimo dell’idolatria». Il Signore — ha spiegato il Papa — «rimprovera proprio Mosè» e gli dice: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito».
È come se in questo dialogo Dio volesse prendere le distanze, dicendo a Mosè: «Io non ho niente a che fare con questo popolo; è il tuo, non è più il mio». Ma Mosè risponde: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente?». E così, ha affermato il Santo Padre, «il popolo è come in mezzo a due padroni, a due padri: il popolo di Dio e il popolo di Mosè».
Ecco allora che Mosè inizia la sua preghiera, «una vera lotta con Dio». È «la lotta del capo del popolo per salvare il suo popolo, che è il popolo di Dio». Mosè «parla liberamente davanti al Signore». E così facendo «ci insegna come pregare: senza paura, liberamente, anche con insistenza». Mosè «insiste, è coraggioso: la preghiera deve essere così!».
Dire parole e niente più non vuol dire infatti pregare. Si deve anche saper «“negoziare” con Dio». Proprio «come fa Mosè, ricordando a Dio, con argomentazioni, il rapporto che ha con il popolo». Dunque «cerca di “convincere” Dio» che se scagliasse la sua ira contro il popolo farebbe «una brutta figura davanti a tutti gli egiziani». Nel libro dell’Esodo si leggono infatti queste parole di Mosè a Dio: «Perché dovranno dire gli Egiziani: “Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra”? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo».
In buona sostanza Mosè «cercava di “convincere” Dio a cambiare atteggiamenti con tante argomentazioni. E queste argomentazioni va a cercarle nella memoria». Così «dice a Dio: tu hai fatto questo, questo e questo per il tuo popolo, ma se adesso lo lasci morire nel deserto cosa diranno i nostri nemici?». Diranno — prosegue — «che tu sei cattivo, che tu non sei fedele». In questo modo Mosè «cerca di “convincere” il Signore», ingaggiando una «lotta» nella quale pone al centro due elementi: «il tuo popolo e il mio popolo».
La preghiera ha successo, perché «alla fine Mosè riesce a “convincere” il Signore». Il Papa ha rimarcato che «è bello come finisce questo brano» della Scrittura: «Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo». Certo, ha spiegato, «il Signore era un po’ stanco per questo popolo infedele». Ma «quando uno legge, nell’ultima parola del brano, che il Signore si pente» e «ha cambiato atteggiamento» deve porsi una domanda: Chi è cambiato davvero qui? È cambiato il Signore? «Io credo di no» è stata la risposta del vescovo di Roma: a cambiare è stato Mosè. Perché egli — ha affermato il Pontefice — credeva che il Signore avrebbe distrutto il popolo. E «cerca nella sua memoria com’era stato buono il Signore con il suo popolo, come lo aveva tolto dalla schiavitù dell’Egitto per portarlo avanti con una promessa».
È appunto «con queste argomentazioni che cerca di “convincere” Dio. In questo processo ritrova la memoria del suo popolo e trova la misericordia di Dio». Davvero, ha proseguito il Papa, «Mosè aveva paura che Dio facesse questa cosa» terribile. Ma «alla fine scende dal monte» con una grande consapevolezza nel cuore: «il nostro Dio è misericordioso, sa perdonare, torna indietro nelle sue decisioni, è un padre!».
Sono tutte cose che Mosè già «sapeva, ma le sapeva più o meno oscuramente. È nella preghiera che le ritrova». Ed è anche «questo che fa la preghiera in noi: ci cambia il cuore, ci fa capire meglio com’è il nostro Dio». Ma per questo, ha aggiunto il Pontefice, «è importante parlare al Signore non con parole vuote come fanno i pagani». Bisogna invece «parlare con la realtà: ma, guarda, Signore, ho questo problema nella famiglia, con mio figlio, con questo o quell’altro... Cosa si può fare? Ma guarda che tu non mi puoi lasciare così!».
La preghiera prende e richiede tempo. Infatti «pregare è anche “negoziare” con Dio per ottenere quello che chiedo al Signore» ma soprattutto per conoscerlo meglio. Ne viene fuori una preghiera «come da un amico a un altro amico». Del resto «la Bibbia dice che Mosè parlava al Signore faccia a faccia, come un amico». E «così deve essere la preghiera: libera, insistente, con argomentazioni». Persino «“rimproverando” un po’ il Signore: ma tu mi hai promesso questo e non l’hai fatto!». È come quando «si parla con un amico: aprire il cuore a questa preghiera».
Papa Francesco ha anche ricordato che, dopo il faccia a faccia con Dio, «Mosè è sceso dal monte rinvigorito. Ho conosciuto di più il Signore. E con quella forza che gli aveva dato riprende il suo lavoro di condurre il popolo verso la terra promessa». Dunque «la preghiera rinvigorisce».
Il Pontefice ha concluso chiedendo al Signore che «dia a tutti noi la grazia, perché pregare è una grazia». E ha invitato a ricordare sempre che «quando preghiamo Dio, non è un dialogo a due», perché «sempre in ogni preghiera c’è lo Spirito Santo». Dunque «non si può pregare senza lo Spirito Santo: è lui che prega in noi, è lui che ci cambia il cuore, è lui che ci insegna a dire a Dio “padre”».
È allo Spirito Santo, ha aggiunto il Papa, che dobbiamo chiedere di insegnarci a pregare «come ha pregato Mosè, a “negoziare” con Dio con libertà di spirito, con coraggio». E «lo Spirito Santo, che è sempre presente nella nostra preghiera, ci conduca per questa strada».
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Il perdono in una carezza

«Dio perdona non con un decreto ma con una carezza». E con la misericordia «Gesù va anche oltre la legge e perdona accarezzando le ferite dei nostri peccati». A questa grande tenerezza divina Papa Francesco ha dedicato l’omelia della messa celebrata lunedì 7 aprile nella cappella della Casa Santa Marta.
«Le letture di oggi — ha spiegato il Pontefice — ci parlano dell’adulterio», che insieme alla bestemmia e all'idolatria era considerato «un peccato gravissimo nella legge di Mosè», punito «con la pena di morte» per lapidazione. L’adulterio, infatti, «va contro l’immagine di Dio, la fedeltà di Dio», perché «il matrimonio è il simbolo, e anche una realtà umana, del rapporto fedele di Dio col suo popolo». Così «quando si rovina il matrimonio con un adulterio, si sporca questo rapporto tra Dio e il popolo». All’epoca era considerato «un peccato grave» perché «si sporcava proprio il simbolo della relazione tra Dio e il popolo, della fedeltà di Dio».
Nel passo evangelico proposto nella liturgia (Giovanni, 8, 1-11), che racconta la storia della donna adultera, «incontriamo Gesù, era seduto lì, tra tanta gente, e faceva il catechista, insegnava». Poi «si avvicinarono gli scribi e i farisei con una donna che portavano avanti, forse con le mani legate, possiamo immaginare». E così «la posero in mezzo e l’accusarono: ecco un’adultera!». La loro è una «accusa pubblica». E, racconta il Vangelo, fecero a Gesù la domanda: «Cosa dobbiamo fare con questa donna? Tu ci parli di bontà ma Mosè ci ha detto che dobbiamo ucciderla!». Essi «dicevano questo — ha notato il Pontefice — per metterlo alla prova, per avere il motivo di accusarlo». Infatti «se Gesù diceva: sì, avanti alla lapidazione», avevano l’opportunità di dire alla gente: «Ma questo è il vostro maestro tanto buono, guarda cosa ha fatto a questa povera donna!». Se invece «Gesù diceva: no, poveretta, perdonarla!», ecco che potevano accusarlo «di non compiere la legge».
Il loro unico obiettivo era «mettere proprio alla prova e tendere una trappola» a Gesù. «A loro non importava la donna; non importavano gli adulteri». Anzi, «forse alcuni di loro erano adulteri».
Da parte sua, nonostante ci fosse tanta gente intorno, «Gesù voleva rimanere solo con la donna, voleva parlare al cuore della donna: è la cosa più importante per Gesù». E «il popolo se n’era andato lentamente» dopo aver sentito le sue parole: «Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei».
«Il Vangelo con una certa ironia — ha commentato il vescovo di Roma — dice che tutti se ne andarono, uno per uno, cominciando dai più anziani: si vede che nella banca del cielo avevano un bel conto corrente contro di loro!». Ecco allora «il momento di Gesù confessore». Resta «solo con la donna», che rimane «là in mezzo». Intanto «Gesù era chinato e scriveva col dito sulla polvere della terra. Alcuni esegeti dicono che Gesù scriveva i peccati di questi scribi e farisei. Forse è una immaginazione». Poi «si alzò e guardò» la donna, che era «piena di vergogna, e le disse: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Siamo soli, tu e io. Tu davanti a Dio. Senza accuse, senza chiacchiere: tu e Dio».
La donna non si proclama vittima di «una falsa accusa», non si difende affermando: «Io non ho commesso adulterio». No, «lei riconosce il suo peccato» e a Gesù risponde: «Nessuno, Signore, mi ha condannata». A sua volta Gesù le dice: «Neanche io ti condanno, va e d’ora in poi non peccare più, per non passare un brutto momento, per non passare tanta vergogna, per non offendere Dio, per non sporcare il bel rapporto tra Dio e il suo popolo».
Dunque «Gesù perdona. Ma qui c’è qualcosa di più del perdono. Perché come confessore Gesù va oltre la legge». Infatti «la legge diceva che lei doveva essere punita». Oltretutto Gesù «era puro e poteva gettare per primo la pietra». Ma egli «va oltre. Non le dice: non è peccato l’adulterio. Ma non la condanna con la legge». Proprio «questo è il mistero della misericordia di Gesù».
Così «Gesù per fare misericordia» va oltre «la legge che comandava la lapidazione». Tanto che dice alla donna di andare in pace. «La misericordia — ha spiegato il Papa — è qualcosa di difficile da capire: non cancella i peccati», perché a cancellare i peccati «è il perdono di Dio». Ma «la misericordia è il modo come perdona Dio». Perché «Gesù poteva dire: ma io ti perdono, vai! Come ha detto a quel paralitico: i tuoi peccati sono perdonati!». In questa situazione «Gesù va oltre» e consiglia alla donna «di non peccare più». E «qui si vede l’atteggiamento misericordioso di Gesù: difende il peccatore dai nemici, difende il peccatore da una condanna giusta».
Questo, ha aggiunto il Pontefice, «vale anche per noi». E ha affermato: «Quanti di noi forse meriterebbero una condanna! E sarebbe anche giusta. Ma lui perdona!». Come? «Con questa misericordia» che «non cancella il peccato: è il perdono di Dio che lo cancella», mentre «la misericordia va oltre». È «come il cielo: noi guardiamo il cielo, tante stelle, ma quando viene il sole al mattino, con tanta luce, le stelle non si vedono». E «così è la misericordia di Dio: una grande luce di amore, di tenerezza». Perché «Dio perdona non con un decreto, ma con una carezza». Lo fa «carezzando le nostre ferite di peccato perché lui è coinvolto nel perdono, è coinvolto nella nostra salvezza».
Con questo stile, ha concluso Papa Francesco, «Gesù fa il confessore». Non umilia la donna adultera, «non le dice: cosa hai fatto, quando l’hai fatto, come l’hai fatto e con chi l’hai fatto!». Le dice invece «di andare e di non peccare più: è grande la misericordia di Dio, è grande la misericordia di Gesù: perdonarci accarezzandoci».
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domenica 13 aprile 2014

Cristo e satana (Interventi 190)

Catechesi di Don Vincenzo Carone 

La Grazia dello Spirito Santo opera nella fragilità della nostra umanità e ci fa amare e cercare i valori autentici del cristianesimo. San Paolo diceva: io castigo il mio corpo e lo riduco in schiavitù. Nessuno di noi è portato a questo, neanche San Paolo lo era. Quanto più riduceva le sue passioni all’ubbidienza alla Legge di Dio, tanto più realizzava l’esperienza dell’amore di Cristo. Se hai fiducia in Dio, anche tu puoi mettere ordine negli impulsi delle tue passioni. La presenza di Gesù Risorto in te, ti rende capace di affrontare le avversità e i patimenti della vita di ogni giorno. Pensa che Gesù ha predicato il suo Vangelo anche per te, te l’ha dato perché tu lo metta in pratica, impegnati seriamente, e vedrai le meraviglie di una vita santa. “chi non pecca è giusto, come Lui è Giusto, chi commette peccato viene dal diavolo, poiché il diavolo pecca fin dall’inizio” (1Gv 3,8). Gesù diceva a coloro che rifiutavano la parola di Dio: il vostro padre è satana. Padre è colui che genera il figlio, satana genera i peccatori, dona loro la malizia negli uomini e nelle donne e li guida a realizzare tutti i peccati che i suoi figli sono disposti a commettere. Se confessi di essere un peccatore, manifesti la volontà di cambiare vita. Nel momento in cui cominci a camminare sulla strada della fede, tu ti accorgi che sei nato da Dio quando hai deciso di essere un buon cristiano. “se ti dichiari giusto, inganni te stesso e la verità non è in te”. Anche quando avrai raggiunto il dominio perfetto sulle tue passioni, sentirai le tentazioni. È vero che lotti con successo, però è anche vero che nella tentazione senti la fragilità della tua natura umana e il pericolo di cedere a quello che la tua carne vuole. Sempre quindi devi sentirti un peccatore, sia quando trasgredisci la Legge di Dio e sia quando “come San Paolo, castighi il tuo corpo e lo riduci in schiavitù”. Il tuo pensiero costante deve essere questo: ero peccatore, Dio mi ha perdonato, ora non lo sono più. Dirai con San Paolo: per la Grazia di Dio oggi sono quello che sono. Ringrazierai il Signore, non loderai mai più te stesso. Certamente pensi che tu devi combattere contro le forze del male e chiedi per questo l’aiuto dal Cielo, invece non è cosi. Sappiamo dalla Sacra Scrittura che Gesù risorto e satana dannato, si combattono nell’uomo. Se tu ti lasci coinvolgere da quello che Gesù fa contro il demonio, Gesù vince in te e tu vinci in Lui. Se tu decisi il contrario, il demonio sconfigge Gesù perché ha sconfitto te. Tu sei conteso tra Gesù e il diavolo, devi scegliere da quale parte stare. Sant’Agostino dice: Colui che ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te. Possiamo considerare vera questa affermazione perché Dio disse al demonio: porro inimicizia tra te e il Seme di Lei. Inimicizia vuol dire che satana e Cristo sono in lotta continua tra di loro e si contendono gli uomini e le donne che Dio ha creato.. Dio disse anche che il demonio sarebbe stato vinto: “ti schiaccerà il capo”. Abbiamo anche la conferma da parte di Gesù quando disse a Pietro: le porte dell’inferno non prevarranno contro la Chiesa (Mt 16,18) che tu devi fondare. Prevarranno vuol dire che questa lotta durerà finché ci saranno uomini, donne e bambini da salvare. Bisogna salvare anche i bambini. Gli adulti devono difendere i bambini inserendo nel loro animo i principi fondamentali della fede. Se manca la formazione e le esperienze pratiche della vita cristiana, il demonio se li prende facilmente. Una volta che Cristo è stato allontanato dal loro cuore, satana impartisce loro la formazione al peccato. Il mondo dove i bambini e i giovani prendono le abitudini a peccare, si compone di tre elementi: sesso, musica e droga. Adamo ed Eva furono cacciati dal paradiso che Dio aveva creato perché vivessero felici. Quando il demonio prese il possesso degli uomini, delle donne e del mondo, il peccato, il dolore e la morte devastarono la vita sulla terra. Il mondo materialista ed edonista è la bocca di satana, attraverso la quale il demonio suggerisce agli uomini e alle donne cosa devono fare per estorcere dal proprio corpo un piacere sempre più sofisticato e sempre più depravato. Inoltre satana non nasconde loro la necessità di rifiutare la morale e l’insegnamento del Vangelo. Praticamente convince gli uomini e le donne che il benessere materiale che viene goduto in tutte le sue dimensioni depravate dal vizio, è la sola realtà sulla quale essi possono contare. Il rifiuto della parola di Dio non è una sciocchezza. Per Adamo ed Eva e la discendenza della quale erano responsabili, la disubbidienza alla legge di Dio non fu una cosa da nulla. Quando tu trasgredisci la Legge di Dio, tu elimini Cristo e il suo insegnamento dalla tua vita. In quel preciso momento satana prende in mano il timone della tua storia e ti porta sempre più lontano dalla Terra che Dio ha creato per coloro che vogliono essere amati da Lui.
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Domenica delle Palme "A" 13-apr-2014 (Angelus 188)

Al termine di questa Celebrazione, rivolgo un saluto speciale ai 250 delegati – vescovi, sacerdoti, religiosi e laici – che hanno partecipato all'incontro sulle Giornate Mondiali della Gioventù organizzato dal Pontificio Consiglio per i Laici. Comincia così il cammino di preparazione del prossimo raduno mondiale, che si svolgerà nel luglio 2016 a Cracovia e che avrà per tema «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7).
Tra poco i giovani brasiliani consegneranno ai giovani polacchi la Croce delle Giornate Mondiali della Gioventù. L’affidamento della croce ai giovani fu compiuto trent’anni fa dal beato Giovanni Paolo II: egli chiese loro di portarla in tutto il mondo come segno dell’amore di Cristo per l’umanità.
Il prossimo 27 aprile avremo tutti la gioia di celebrare la canonizzazione di questo Papa, insieme con Giovanni XXIII.
Giovanni Paolo II, che è stato l’iniziatore delle Giornate Mondiali della Gioventù, ne diventerà il grande patrono; nella comunione dei santi continuerà ad essere per i giovani del mondo un padre e un amico.
Chiediamo al Signore che la Croce, insieme all’icona di Maria Salus Populi Romani, sia segno di speranza per tutti rivelando al mondo l’amore invincibile di Cristo.
[Passaggio della Croce]
Saluto tutti i romani e i pellegrini! Saluto in particolare le delegazioni di Rio de Janeiro e di Cracovia, guidate dai loro Arcivescovi, i  Cardinali Orani João Tempesta e Stanisław Dziwisz.
In questo contesto ho la gioia di annunciare che, a Dio piacendo, il 15 agosto prossimo, a Daejeon, nella Repubblica di Corea, incontrerò i giovani dell’Asia nel loro grande raduno continentale.
Ed ora ci rivolgiamo alla Vergine Madre, perché ci aiuti a seguire sempre con fede l’esempio di Gesù.
Angelus Domini…
[Benedizione]
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sabato 12 aprile 2014

Quando il lavoro è amare Cristo (Contributi 952)

Una nuova testimonianza di Padre Aldo Trento dal sito di Tempi:


Ogni giorno il Signore mi dà la grazia di convivere con persone per cui il rapporto con Cristo è l’unica ragion di vita. Persone semplici, a volte analfabete, che testimoniano come sia possibile, e allo stesso tempo bello, vivere il cristianesimo dentro tutte le circostanze della vita. Vi propongo la storia quotidiana di due donne sposate che lavorano con i miei malati e mostrano a tutti che quando Cristo diventa il criterio di tutto, la vita diventa intensa e umana.
Saturnina vive in uno dei piccoli villaggi che formano il comune della città di Itá. Villaggi o “compagnie” che in questo posto si chiamano Fraternità. È un’espressione di origine francescana il cui significato indica l’essenza del cristianesimo. «Siate uno affinché il mondo creda», disse Gesù. Fra Luis de Balaños e gli evangelizzatori francescani solitamente chiamavano così le piccole comunità che nascevano grazie all’incontro con Gesù.
Così come alcune decadi più tardi i gesuiti, creando le Riduzioni, hanno voluto proporre il carisma di Sant’Ignazio che chiamò i suoi amici “La compagnia di Gesù”. Tornare a scoprire le nostre origini significa riconoscere chi siamo. Evangelizzare significa rivivere oggi, con una coscienza ancora maggiore, la nostra appartenenza a Cristo.
Saturnina è figlia di una di queste Fraternità e vive nell’insediamento chiamato 30 de Agosto-km 34. Madre di sette figli, suo marito è morto di cancro nella nostra clinica. La povertà, la semplicità di cuore e la passione per il lavoro sono le sue caratteristiche. L’attenzione e la compagnia che abbiamo offerto a suo marito nella clinica sono state per lei motivo di grande gratitudine al Signore. Rimasta vedova, ci ha chiesto di rimanere a lavorare con noi come responsabile della lavanderia. Si alza ogni giorno alle tre del mattino. Prepara tutto per i suoi sette figli in modo che possano affrontare il duro lavoro di ogni giorno.
Alle quattro e mezza, dopo aver camminato per 30 minuti, raggiunge la fermata dell’autobus che la porta ad Asunción in due ore. Comincia la sua giornata con noi accompagnando la processione Eucaristica che si sviluppa tra un letto e l’altro dei pazienti. Poi fa colazione e, con le sue amiche, scende nel seminterrato della clinica dove rimane al lavoro fino alle 15, manovrando le grandi macchine per lavare e asciugare l’enorme mole di lenzuola, federe, asciugamani che i pazienti usano ogni giorno.
Qualche settimana fa ho voluto mostrare alle infermiere il lavoro che Saturnina e le sue colleghe fanno nella lavanderia, perché l’unico metodo per imparare è quello di vedere. Saturnina era sola nella lavanderia, mentre le sue compagne erano già andate via. Le ho domandato come mai alle 17 era ancora lì. E lei: «Padre, io non vado mai via sino a che non finisco di lavare tutto, perché non voglio che manchi ai pazienti la biancheria necessaria. A volte, quando non riesco a finire rimango qui anche a dormire. E lo faccio con tanto amore e passione. Ma solitamente vado a casa, dove arrivo intorno alle 20, quando già l’oscurità avvolge la realtà. Una volta a casa, però, mi rimangono ancora da fare i lavori domestici che mi obbligano a stare in piedi fino a mezzanotte. Dormo non più di tre ore al giorno».
Tutti noi rimaniamo muti, perché di solito le infermiere, che lavorano trenta ore la settimana, arrivata l’ora mettono il loro dito sul marcatore di presenza e vanno via. Quelli che fanno il turno di notte, lavorano solo tre notti alla settimana. Che abisso con Saturnina e le altre donne che lavorano in lavanderia.
Il pane quotidiano
Non ho mai visto nella mia vita una simile testimonianza di passione e amore per gli altri, per il lavoro. San Paolo in una sua lettera afferma: «Chi non vuole lavorare neppure mangi». Nel nostro paese coloro che avrebbero l’esclusivo diritto di mangiare sarebbero Saturnina e le altre donne che vengono dalla campagna e che lavorano così tanto assumendosi la responsabilità della famiglia a 360 gradi. Inoltre Saturnina, con tutto il suo sacrificio, guadagna solo il minimo sindacale che, secondo me, è niente di niente paragonato ai sacrifici che affronta ogni giorno.
Come vorrei dare a queste donne molto di più! Per questo prego la Divina Provvidenza che ci ama, di darci la possibilità di offrire uno stipendio dignitoso a quanti si guadagnano il pane di ogni giorno con molto sacrificio e sudore della fronte.
Nilda vive a Itá con la sua famiglia. Ha 42 anni, sposata in chiesa, sei figli. Si alza alle quattro del mattino, prepara il mate, la colazione per la sua famiglia e poi prende l’autobus e va a lavorare alla fattoria San Padre. Due anni fa è riuscita a comprarsi una motocicletta che le permette di utilizzare al meglio il suo prezioso tempo. Non solo lavora a casa sua e nella fattoria, dove la fondazione San Rafael ospita i suoi malati di Aids, ma si occupa anche della cappella dove è catechista e segretaria della Legione di Maria.
Da lunedì a sabato, fa anche da mamma a un gruppo di adulti che l’Aids non si è portato al cimitero grazie alle cure che hanno ricevuto e che ricevono ogni giorno. Alla mattina, quando arriva, riunisce i ragazzi nella cappella per la liturgia della Parola. Con la sua intelligenza di fede, la spiega ai ragazzi e poi distribuisce la comunione ai malati. Le sue ore lavorative sono molte, ma l’amore che la muove è così grande che nemmeno se ne rende conto. Parla con sano orgoglio della sua famiglia di sangue e di quella spirituale, fatta di volti concreti che si chiamano Thomas, Robert, Alcides, Vicente, José, Julio. Persone che arrivano da tutto il mondo perché abbandonati, a causa della loro malattia, persino dai propri parenti.
Nilda cura ognuno di loro con un amore commovente, fatto di cose molto concrete come cucinare, lavare, stirare, tenere in ordine il giardino e molte altre cose. Grazie a lei e a questi ragazzi la fattoria ha un orto che è un paradiso di bellezza. Le piace raccontarmi spesso che lei ha frequentato soltanto il secondo grado della scuola elementare e malgrado ciò, la Legione di Maria l’ha scelta per redigere i “verbali” di ogni riunione.
«Non sapevo né leggere né scrivere ma la Vergine Maria è stata la maestra che mi ha insegnato non solo a scrivere, ma anche a leggere. E a leggere bene». Vi garantisco che la maggior parte dei professori non saprebbero proclamare la Parola di Dio come la signora Nilda.
La visita del superiore
È venuto a trovarci il superiore generale della Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo, padre Paolo Sottopietra, e noi sacerdoti siamo andati con lui alla fattoria per condividere con gli ammalati il pranzo e mostrargli tutte le novità successe negli ultimi anni. La signora Nilda ha preparato un pranzo di prim’ordine con galline allevate in fattoria, verdure dell’orto e molte altre cose. Finito il pranzo ho chiesto chi volesse raccontare la propria avventura. Hanno parlato diversi ragazzi lasciandoci a bocca aperta. L’ultima a intervenire è stata la signora Nilda. Ha raccontato la sua storia con molti particolari, uno più bello dell’altro.
Tuttavia, quello che ha commosso tutti, è stato quando lei, piangendo dalla commozione, ci ha parlato dell’Eucaristia, della sua relazione con Cristo Eucaristia. Ha ricordato il giorno in cui le ho chiesto di distribuire quotidianamente la comunione ai malati. Per lei questa richiesta era troppo grande e sono stati necessari diversi giorni per convincerla. Si sentiva indegna di toccare l’ostia consacrata. Mentre raccontava questo avvenimento, il più grande della sua vita, piangeva, tanto era il suo amore a Gesù.
Non ho mai visto piangere una persona parlando del dono di toccare l’Eucaristia! Nemmeno noi preti, che quando celebriamo Messa spesso osiamo sostituirci a Gesù. Guardando il superiore diceva: «Padre, non puoi immaginare quello che significa per me distribuire ogni giorno la santa Eucaristia ai malati, a questi miei figli malati».

La cappella, benedetta dall’ex nunzio apostolico, quel sant’uomo di Dio, monsignor Antonini, è per noi il cuore della fattoria nella quale possiamo rifugiarci in ogni momento difficile o bello, per chiedere aiuto o lodare il Signore. È proprio vero che Gesù si fa presente mediante la luce dei semplici di cuore, semplici come lo sono queste persone.
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Il diavolo c’è! Il diavolo c’è. Anche nel secolo XXI!

Papa Francesco nell’omelia di venerdì 11 aprile alla Messa alla casa Santa Marta, ha parlato del diavolo. «La vita di Gesù è stata una lotta», ha esordito. «Lui è venuto a vincere il male, a vincere il principe di questo mondo, a vincere il demonio che ha tentato Gesù tante volte, e Gesù ha sentito nella sua vita le tentazioni» come «anche le persecuzioni». Quindi ha avvertito i fedeli: i cristiani «che vogliono seguire Gesù, devono conoscere bene questa verità».

IL DEMONIO CI ATTACCA. «Anche noi siamo tentati, anche noi siamo oggetto dell’attacco del demonio – ha detto il Pontefice -, perché lo spirito del Male non vuole la nostra santità, non vuole la testimonianza cristiana, non vuole che noi siamo discepoli di Gesù. E come fa lo spirito del Male per allontanarci dalla strada di Gesù con la sua tentazione? La tentazione del demonio ha tre caratteristiche e noi dobbiamo conoscerle per non cadere nelle trappole. Come fa il demonio per allontanarci dalla strada di Gesù? La tentazione incomincia lievemente, ma cresce: sempre cresce. Secondo, cresce e contagia un altro, si trasmette ad un altro, cerca di essere comunitaria. E alla fine, per tranquillizzare l’anima, si giustifica. Cresce, contagia e si giustifica».

LE TRE TENTAZIONI. La prima tentazione di Gesù, ha osservato, «quasi sembra una seduzione»: il diavolo dice a Gesù di buttarsi dal Tempio e così, sostiene il tentatore, «tutti diranno: “Ecco il Messia!”. È lo stesso che ha fatto con Adamo ed Eva: «È la seduzione». Il demonio, ha detto il Papa, «quasi parla come se fosse un maestro spirituale». E «quando viene respinta», allora «cresce: cresce e torna più forte». Gesù, ha rammentato il Papa, «lo dice nel Vangelo di Luca: quando il demonio è respinto, gira e cerca alcuni compagni e con questa banda, torna». Dunque «cresce anche coinvolgendo altri». Così è «successo con Gesù», «il demonio coinvolge» i suoi nemici. E quello che «sembrava un filo d’acqua, un piccolo filo d’acqua tranquillo diviene una marea». La tentazione «cresce, e contagia. E alla fine, si giustifica». Francesco ha ricordato che quando Gesù predica nella Sinagoga, subito i suoi nemici lo sminuiscono, dicendo: «Ma, questo è il figlio di Giuseppe, il falegname, il figlio di Maria! Mai andato all’università! Ma con che autorità parla? Non ha studiato!». La tentazione, ha detto, «ha coinvolto tutti, contro Gesù». E il punto più alto, «più forte della giustificazione – ha rilevato il Papa – è quello del sacerdote», quando dice: «Non sapete che è meglio che un uomo muoia» per salvare «il popolo?».

IL DIAVOLO C’E’. «Tutti siamo tentati, perché la legge della vita spirituale, la nostra vita cristiana, è una lotta: una lotta. Perché il principe di questo mondo – il diavolo – non vuole la nostra santità, non vuole che noi seguiamo Cristo. Qualcuno di voi, forse, non so, può dire: “Ma, Padre, che antico è lei: parlare del diavolo nel secolo XXI!”. Ma, guardate che il diavolo c’è! Il diavolo c’è. Anche nel secolo XXI! E non dobbiamo essere ingenui, eh? Dobbiamo imparare dal Vangelo come si fa la lotta contro di lui».
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venerdì 11 aprile 2014

Certe fantasie sono fastidiose (Contributi 951)

Pongo all'attenzione dei lettori questo articolo di Padre Aldo Trento tratto da Tempi


Ero stanco e ho deciso di mettere la testa sul cuscino per un quarto d’ora, approfittando dell’occasione per recitare il santo Rosario. Riposare è per me pregare, e pregare è riposare. Stavo meditando i Misteri gioiosi ma, come spesso mi succede, non riuscivo a rimanere con lo sguardo fisso sui fatti che caratterizzavano la vita della Vergine nella sua gioventù, perché una zanzara continuava a tormentarmi appoggiandosi sul mio viso.
Con la mano destra mi sono preso a schiaffi cercando di ammazzarla, ma non c’è stato verso. Alla fine ha vinto lei la battaglia. Perciò mi sono seduto sul bordo del letto e ho pensato: ora posso utilizzare entrambe le mani per ucciderla prima che torni a toccarmi, perché in questa posizione la vedrò ben bene quando arriverà. Un pensiero inutile perché le mie grandi mani che soffrono di artrite non riuscivano ad acchiapparla. Alla fine mi sono alzato e sono uscito dalla stanza scegliendo un altro posto per finire la recita del Rosario.
L’episodio ha fatto emergere una considerazione. Ho fatto un paragone tra la zanzara e la fantasia; quest’ultima infatti è la pazza della casa (così la definiva santa Teresa d’Avila) e per questo motivo è difficile da controllare. Fa quello che vuole, sorprendendoti e distraendoti da quello che sei impegnato a fare in qualunque momento del giorno. Un vero fastidio per me.
Le fantasie sono state il tormento della mia vita, perché ostacolavano la mia attenzione. Spesso infatti mentre pregavo, senza rendermene conto, invece di fissarmi sui salmi e sui loro contenuti, mi trovavo “dall’altra parte del mondo”. Ricordo quanto mi disturbavano perché non riuscivo a frenarle né con la confessione né con la mia volontà.
A volte diventavano un tormento persino durante lo studio, tanto che dovevo riprendere continuamente la materia che stavo studiando. Per grazia del Signore avevo una memoria eccellente che mi permetteva di trattenere i contenuti. Avevo, tuttavia, un problema che i professori sottolineavano così: «Trento, non puoi essere come un pappagallo. Non basta imparare a memoria una poesia, è necessario capirne il significato, perché altrimenti nel tempo questa svanirà dalla tua mente». È come quando copi un problema di matematica dal tuo compagno di banco: pensi di ingannare il professore, ma quando questo ti chiede la spiegazione non sai ripetere niente.
Da dove nasce la mancanza di concentrazione, di attenzione? Dove ha la sua origine?
Sempre partendo della mia esperienza personale, il germoglio del progressivo dominio della fantasia rispetto alla ragione sta nella mancanza di osservazione e attenzione alla realtà. Le idee non sono innate nell’essere umano, bensì sono frutti (come lo afferma la stessa parola “idea”, dal verbo greco: oráo) del vedere, del guardare la realtà. Per questo mi è sempre piaciuta l’affermazione del giovane premio Nobel per la medicina, Alexis Carrel: «Molta osservazione e poco ragionamento portano alla verità, molto ragionamento e poca osservazione portano all’errore».
Per Carrel era evidente che la parola ragionamento aveva un significato negativo, frutto del razionalismo dell’epoca. Era uno scienziato ateo che si convertì grazie all’onestà e alla lealtà con la sua ragione, col suo cuore. Un giorno è voluto andare con una paziente malata al Santuario della Vergine di Lourdes, in Francia, per dimostrare che in quel posto dove la Madonna era apparsa a santa Bernadette e dove aveva fatto molti miracoli, si celebrava una grande “bugia”, una colossale menzogna. Grande è stata la sua sorpresa quando, mentre era a Lourdes, la sua paziente è guarita per grazia della Vergine. È stata la scintilla della sua conversione alla fede cattolica.
Occorre uscire dal proprio mondo
Solo chi è stato educato a guardare la realtà impara a non essere nel tempo vittima delle fantasie, cioè del razionalismo, e di quelle forme di nevrosi sintetizzate nella “famosa” diagnosi: soffre di una depressione ossessivo-compulsiva.
Ho imparato, pagando di persona, che l’origine del dominio delle fantasie nella vita umana dipende fondamentalmente dalla mancanza di nesso con la realtà. La fantasia, quando non è educata a incarnarsi nella realtà, si trasforma progressivamente in fantasie che sono fastidiose come le zanzare. Per questo, la strada per vincere questi disturbi è uscire dalla propria “stanza”, dal proprio mondo, per incontrare la realtà, unica grande amica dell’uomo, a costo di sbatterci la testa contro. È uscire da quell’immagine narcisistica che abbiamo di noi e che è come quelle pozzanghere nelle quali si riproduce il famoso aedes aegypti, origine del Dengue, una malattia tropicale che ogni anno fa moltissime vittime.
Viviamo in una cultura dove esiste una forma di razionalismo differente da quello dell’età moderna; ci troviamo nell’era della “virtualità”, dell’assenza delle relazioni non solo interpersonali, ma con la realtà intera. Per questo motivo i nostri ragazzi non vivono più con i piedi per terra e sono vittime delle peggiori fantasie.
Alcuni giorni fa David, un bambino che vive nell’opera San Rafael, mi ha detto: «Padre, il diavolo mi parla e mi dice: comportati male. Ma io gli ho risposto che non voglio, perché sono di Gesù». Gli ho chiesto quando sogna quelle stupidate. E lui: «Padre, mentre dormo ascolto la voce del diavolo che mi obbliga a comportarmi male». Gli ho dato il santo Rosario invitandolo ad andare a letto e ho chiesto a Fortunato, di 78 anni, di fargli compagnia. Piu tardi, mentre stavo cenando con gli altri che vivono in casa con me, sento il ragazzo parlare per conto suo e colpire il materasso piangendo. Quando sono entrato era nel pieno di una crisi isterica. L’ho accarezzato, parlandogli con affetto. Si è calmato. Era tranquillo, quand’ecco arrivare il vecchio Fortunato, fischiettando. Il ragazzo sentendolo si è spaventato, pensando che fosse uno dei miti delle leggende guaraní presenti nella stanza: l’Ao Ao, una bestia che assomiglia a una pecora con la testa di cinghiale. Si dice che l’unico modo di salvarsi è arrampicarsi su una palma pindó, l’albero sacro che ha alimentato Gesù. Il bambino aveva gli occhi spalancati dallo spavento. Mi sono arrabbiato con l’anziano: «Per favore Fortunato, basta con queste stupidate del Pombero» (altro personaggio della mitologia guaraní, che si presenta fischiettando e pretende dei doni per scongiurare la sua vendetta). Poco dopo il ragazzo si è finalmente addormentato.
Il giorno dopo avevo un importante incontro con i dirigenti di un’impresa. Il ragazzo è venuto con me e, prendendo il microfono, ha detto ai presenti: «Per favore, non guardate in tv i film dell’orrore, perché dopo vi appariranno i mostri, il diavolo. Io non voglio più vedere questi film perché non voglio stare male». Gabriele, l’altro ragazzo ribelle che vive con me, un giorno mi ha detto: «Padre, io guardo la tv per distrarmi dalla realtà che è brutta». In quel momento ho pensato che se don Giussani non ha mai voluto che il Gruppo Adulto avesse in casa la televisione avrà avuto le sue buone ragioni.
Adesso David è molto più tranquillo, sia perché ha una compagnia adulta che lo accompagna la sera, sia perché finalmente gli abbiamo tolto gli psicofarmaci che uno psichiatra, a mia insaputa, gli aveva dato. Le controindicazioni parlavano di allucinazioni. Così finalmente il diavolo è tornato all’inferno e noi con il Rosario in mano ci aggrappiamo alla realtà, il cui cuore è il battesimo che David ha ricevuto domenica 17 novembre.
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mercoledì 9 aprile 2014

In Maria la perfezione cristiana (Interventi 189)

Una catechesi di Don Vincenzo Carone 

Tutti coloro che si sono impegnati a seguire Cristo, possono raggiungere in Maria la perfezione della vita cristiana. Maria dona la forza per perseverare nonostante le immancabili difficoltà che ci impediscono di conservare la fede, ti aiuta a vincere il peccato, non ti libera dalle tentazioni, ma ti libera dalla schiavitù delle passioni, cioè dallo scoraggiamento per cui ti viene da pensare che non ce la fai, che non ne puoi più, perché certe tentazioni purtroppo non se ne vanno mai. 
Anche se vive con Cristo nella gloria, Ella rimane la Stella Maris, la stella che ci indica la strada giusta, specialmente quando le tempeste si abbattono sulla nostra vita. Alza sempre lo sguardo fiducioso verso Maria perché Lei ha dato al mondo un Figlio che Dio ha posto come Primogenito tra molti fratelli. (Rm 8). 
Maria opera insieme con Gesù alla formazione dei figli di Dio, ci assiste sempre con l'amore e la preghiera.
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Maria, punto di riferimento (Interventi 188)

Catechesi di Don Vincenzo Carone 

Maria che cammina nella fede rappresenta il punto di riferimento fondamentale per la Chiesa, per tutte le comunità cristiane e per tutti i popoli della terra. 
La fede in Gesù Cristo è la sola via per la quale gli uomini possono arrivare fino a Dio. Quelli che non sono cristiani non conoscono Cristo, hanno la fede quando hanno la buona volontà, cioè la volontà di fare soltanto il bene, la coscienza del bene e del male è chiarissima in tutti gli uomini. 
Padre Pio disse un giorno a Gesù: io non trovo giusto che uomini e donne che non ti conoscono devono andare all'inferno. Gesù rispose: nessuno va all'inferno se io non l´ho avvertito prima. 
Gesù guida personalmente sulla via della salvezza tutti quelli che non sono cristiani, guida noi nella Chiesa e mediante la Chiesa. 
Se tu rifiuti la Chiesa rifiuti la volontà di Cristo. Alla Chiesa ha dato tutti i mezzi spirituali: lo Spirito Santo, la Parola di Dio e i sacramenti. Questi mezzi sono efficaci anche se un sacerdote non è buono.
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lunedì 7 aprile 2014

Il mistero della sofferenza (Interventi 187)

Catechesi di Don Vincenzo Carone:

Per te non è una novità, man mano che passano i giorni, vivere su questa terra è sempre più difficile. Quando ti sembra di aver superato un periodo difficile e doloroso, se ne presenta un altro ancora peggiore. Adesso poi che l’umanità sta facendo i conti con le conseguenze di aver rifiutato Dio e le sue Leggi, l’angoscia è diventata profonda. È una pena che ti umilia fino a stritolate qualsiasi speranza per te, ma soprattutto per i tuoi cari. La cosa che ti fa rabbia è vedere l’irresponsabilità, l’incompetenza e soprattutto la presunzione delle varie istituzioni che danno per scontata la soluzione di tutti i problemi. Fratello mio,vengo da te come un umile sacerdote che vuole parlare al tuo cuore: non hai altra scelta, o precipitare nell’abisso della disperazione, oppure accettare l’insegnamento della croce che Gesù ci ha dato con la parola e con l’esempio. La disperazione ti trascinerà verso l’inferno, dove certamente non risolverai nessuno dei tuoi problemi. La croce di tutte le pene fisiche e morali, ti farà seguire Gesù, e insieme con Lui camminerai verso la vita eterna. 
Gesù ti ha preceduto portando la croce del mondo, anche la tua, ha voluto rendere facile il cammino del dolore. (Gv 19,17). È morto in Croce per te affinché tu portassi la tua croce e desiderassi di essere crocifisso con Lui. Si tratta della morte a tutti i desideri e a tutte le inclinazioni cattive. La sofferenza della croce  è una purificazione necessaria per essere in grado di stare alla presenza di Dio. Ti piace o non ti piace, la croce c’è, non la puoi evitare, n’è puoi cambiare la testa di tutti quelli che hanno fatto del peccato la conquista più importante della loro vita. La croce c’è, non la puoi evitare, approfittane come fanno tanti. Il consiglio che ti sto dando viene dalla Sacra Scrittura: Immolate il sacrificio di giustizia e sperate nel Signore  (Sal 4,4). “il sacrificio gradito a Dio è un cuore contrito e umiliato”. Il sacrificio che fa giustizia di tutti i peccati commessi, è quello che si compie con la penitenza in tutti i settori della vita umana. La penitenza che coinvolge tutta l’esistenza sulla terra, si chiama croce. La croce non è altro che la sintesi di tutte le sofferenze. 
Grazie alla penitenza, l’uomo vecchio che si nutriva del peccato, viene soppresso. Avviene cosi il passaggio dalla vita secondo il materialismo e l’edonismo, a una vita nuova, quella che Gesù dona a tutti quelli che hanno compreso il valore della sua Redenzione. “immolate il sacrificio di giustizia e sperate nel Signore” l’anima, purificata dalla sofferenza, si pone sull’altare della fede per essere purificata dal fuoco dello Spirito Santo. Il cammino della vita spirituale deve superare tre tappe. I discepoli furono mandati nel mondo pagano e materialista. Il tuo “mandato” incomincia dopo la conversione. Il mandato di fare il bene al prossimo, viene quando tu hai compiuto il mandato su te stesso che è quello detto dal Signore: convertitevi e credete al Vangelo. Dopo aver convertito te stesso, tu devi assolvere il compito di aiutare altri a trovare la via della conversione da percorrere insieme co te. 
Come puoi portare agli altri quello che tu non hai? Con la conversione tu ami Dio, questo amore ti fa amare il prossimo nello spirito del Vangelo. Dopo aver detto ai discepoli: predicate il Vangelo a tutti quelli che vogliono ascoltarvi, Gesù disse cacciate i demoni. Cacciate i demoni non significa fate l’esorcismo, significa invece che devi cacciare dal tuo cuore e dal cuore di coloro che stanno con te ogni malizia che c’è nel vostro cuore. Quando colui che ti ascolta comincia a cacciare i demoni dal suo cuore, tu lo devi aiutare. Se tu sei convinto veramente, sarai convincente con gli altri. Convincerai gli altri a togliere dal loro cuore quello che tu hai tolto. Dopo aver cacciato i demoni da te, sarai capace anche di cacciare i demoni degli altri, cioè li aiuterai a camminare sulla via della conversione. Metterai in pratica quello che dici ogni giorno nel Padre Nostro: liberaci dal male, liberaci dal maligno. La terza tappa, è stata annunziata dal Signore Gesù quando esultò nel suo Spirito perché gli umili avevano accolto la parola di Dio. Molti anni prima Gesù: “ho visto satana precipitare come folgore dal Cielo sulla terra”. La Tradizione della Chiesa dice che satana si è alzato furibondo, si è trasformato in un angelo della luce e insieme con tutti i suoi angeli ha invaso la terra dove cerca di cancellare il nome di Dio e di Cristo. 
Dopo la conversione, dopo aver deciso di lasciare per sempre ogni malizia, sentirai nel tuo cuore precipitare giù tutto il male che c’è in te. La libertà dello spirito ti consentirà di camminare sulla via della conversione, la libertà però è solo il punto di partenza. Man mano che avanzerai nella vita spirituale, andrai facendo l’esperienza della presenza di Gesù Risorto dentro di te. Questa esperienza ti porterà alla confidenza, la confidenza all’intimità, e l’intimità diventerà presto quella che Paolo chiama assimilazione: io vivo, però non sono più io che vive, ma è Cristo che vive in me.
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Domenica 5^ Quaresima "A" 6-mar-2014 (Angelus 187)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di questa quinta domenica di Quaresima ci narra la risurrezione di Lazzaro. E’ il culmine dei “segni” prodigiosi compiuti da Gesù: è un gesto troppo grande, troppo chiaramente divino per essere tollerato dai sommi sacerdoti, i quali, saputo il fatto, presero la decisione di uccidere Gesù (cfr Gv 11,53).
Lazzaro era morto già da tre giorni, quando giunse Gesù; e alle sorelle Marta e Maria Egli disse parole che si sono impresse per sempre nella memoria della comunità cristiana. Dice così Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv 11,25). Su questa Parola del Signore noi crediamo che la vita di chi crede in Gesù e segue il suo comandamento, dopo la morte sarà trasformata in una vita nuova, piena e immortale. Come Gesù è risorto con il proprio corpo, ma non è ritornato ad una vita terrena, così noi risorgeremo con i nostri corpi che saranno trasfigurati in corpi gloriosi. Lui ci aspetta presso il Padre, e la forza dello Spirito Santo, che ha risuscitato Lui, risusciterà anche chi è unito a Lui.
Dinanzi alla tomba sigillata dell’amico Lazzaro, Gesù «gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. E il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario» (vv. 43-44). Questo grido perentorio è rivolto ad ogni uomo, perché tutti siamo segnati dalla morte, tutti noi; è la voce di Colui che è il padrone della vita e vuole che tutti «l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Cristo non si rassegna ai sepolcri che ci siamo costruiti con le nostre scelte di male e di morte, con i nostri sbagli, con i nostri peccati. Lui non si rassegna a questo! Lui ci invita, quasi ci ordina, di uscire dalla tomba in cui i nostri peccati ci hanno sprofondato. Ci chiama insistentemente ad uscire dal buio della prigione in cui ci siamo rinchiusi, accontentandoci di una vita falsa, egoistica, mediocre. «Vieni fuori!», ci dice, «Vieni fuori!». E’ un bell’invito alla vera libertà, a lasciarci afferrare da queste parole di Gesù che oggi ripete a ciascuno di noi. Un invito a lasciarci liberare dalle “bende”, dalle bende dell’orgoglio. Perché l’orgoglio ci fa schiavi, schiavi di noi stessi, schiavi di tanti idoli, di tante cose. La nostra risurrezione incomincia da qui: quando decidiamo di obbedire a questo comando di Gesù uscendo alla luce, alla vita; quando dalla nostra faccia cadono le maschere - tante volte noi siamo mascherati dal peccato, le maschere devono cadere! - e noi ritroviamo il coraggio del nostro volto originale, creato a immagine e somiglianza di Dio.
Il gesto di Gesù che risuscita Lazzaro mostra fin dove può arrivare la forza della Grazia di Dio, e dunque fin dove può arrivare la nostra conversione, il nostro cambiamento. Ma sentite bene: non c’è alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti! Non c’è alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti! ricordatevi bene questa frase. E possiamo dirla insieme tutti: “Non c’è alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti”. Diciamolo insieme: “Non c’è alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti”. Il Signore è sempre pronto a sollevare la pietra tombale dei nostri peccati, che ci separa da Lui, la luce dei viventi.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
si terrà domani in Ruanda la commemorazione del XX anniversario dell’inizio del genocidio perpetrato contro i Tutsi nel 1994. In questa circostanza desidero esprimere la mia paterna vicinanza al popolo ruandese, incoraggiandolo a continuare, con determinazione e speranza, il processo di riconciliazione che ha già manifestato i suoi frutti, e l’impegno di ricostruzione umana e spirituale del Paese. A tutti dico: Non abbiate paura! Sulla roccia del Vangelo costruite la vostra società, nell’amore e nella concordia, perché solo così si genera una pace duratura! Invoco su tutta la cara Nazione ruandese la materna protezione di Nostra Signora di Kibeho. Ricordo con affetto i Vescovi ruandesi che sono stati qui, in Vaticano, la settimana scorsa. E tutti voi invito, adesso, a pregare la Madonna, Nostra Signora di Kibeho.
(Recita Ave Maria)
Saluto tutti i pellegrini presenti, in particolare i partecipanti al Congresso del Movimento di Impegno Educativo dell’Azione Cattolica Italiana. Investire sull’educazione significa investire in speranza!  
Saluto i fedeli di Madrid e di Menorca; quelli della Diocesi di Concordia-Pordenone; il gruppo brasiliano “Fraternidade e tráfico humano”; gli studenti del Canada, dell’Australia, del Belgio e quelli di Cartagena-Murcia; gli alpini di Como e di Roma.
Saluto i gruppi di ragazzi che hanno ricevuto o si preparano alla Cresima, i giovani di varie parrocchie e i numerosi studenti.
Sono passati esattamente cinque anni dal terremoto che ha colpito L’Aquila e il suo territorio. In questo momento vogliamo unirci a quella comunità che ha tanto sofferto, che ancora soffre, lotta e spera, con tanta fiducia in Dio e nella Madonna. Preghiamo per tutte le vittime: che vivano per sempre nella pace del Signore. E preghiamo per il cammino di risurrezione del popolo aquilano: la solidarietà e la rinascita spirituale siano la forza della ricostruzione materiale.
Preghiamo anche per le vittime del virus Ebola che si è sviluppato in Guinea e nei Paesi confinanti. Il Signore sostenga gli sforzi per combattere questo inizio di epidemia e per assicurare cura e assistenza a tutti i bisognosi.
Ed ora vorrei fare un gesto semplice per voi. Nelle scorse domeniche ho suggerito a tutti voi di procurarsi un piccolo Vangelo, da portare con sé durante la giornata, per poterlo leggere spesso. Poi ho ripensato all’antica tradizione della Chiesa, durante la Quaresima, di consegnare il Vangelo ai catecumeni, a coloro che si preparano al Battesimo. Allora oggi voglio offrire a voi che siete in Piazza – ma come segno per tutti – un Vangelo tascabile [mostra il libretto]. Vi sarà distribuito gratuitamente. Ci sono i posti in piazza per questa distribuzione. Io li vedo lì, lì, lì,… Avvicinatevi ai posti e prendete il Vangelo. Prendetelo, portatelo con voi, e leggetelo ogni giorno: è proprio Gesù che vi parla lì! E’ la Parola di Gesù: questa è la Parola di Gesù!
E come Lui vi dico: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date, date il messaggio del Vangelo! Ma forse qualcuno di voi non crede che questo sia gratuito. “Ma quanto costa? Quanto devo pagare, Padre?”. Facciamo una cosa: in cambio di questo dono, fate un atto di carità, un gesto di amore gratuito, una preghiera per i nemici, una riconciliazione, qualcosa…
Oggi si può leggere il Vangelo anche con tanti strumenti tecnologici. Si può portare con sé la Bibbia intera in un telefonino, in un tablet. L’importante è leggere la Parola di Dio, con tutti i mezzi, ma leggere la Parola di Dio: è Gesù che ci parli lì! E accoglierla con cuore aperto. Allora il buon seme porta frutto!
Vi auguro buona domenica e buon pranzo! Arrivederci!
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venerdì 4 aprile 2014

Come tu vivi nel tempo, cosi sarà la tua eternità (Interventi 186)

Catechesi di Don Vincenzo Carone 

La meta ultima della vita conforme alla parola di Dio è la perfezione dell’amore a Dio e al prossimo, senza attendere una ricompensa. Se tu ami veramente tuo figlio, non vuoi nulla in cambio dei sacrifici che fai per lui. La perfezione dell’amore a Dio e al prossimo è possibile, a condizione che l’amore sia sincero e disposto a fare grandi sacrifici. I sacrifici che si fanno per chi si ama perfezionano l’amore, essi infatti sono la privazione di tutto per donarlo a chi si ama. I sacrifici che il Comandamento dell’amore esige, sono quelli richiesti per diventare umili e disponibili a fare sempre e solo la volontà di Dio. 
Dobbiamo fare anche la volontà di quelle persone che esplicitamente o implicitamente hanno bisogno del nostro aiuto per ritrovare la strada della fede che hanno perduto. La definizione di questo amore l’ha data Gesù stesso: Ama Dio con tutto il cuore, con tutto te stesso e con tutte le tue forze, ama il prossimo come Io ho amato voi. L’amore divino si ottiene quando tu non fai affidamento sulle tue forze, ma sulla parola di Dio che ti guida in tutto quello che il Signore vuole da te. 
Quando il Signore vede la buona volontà e la decisione di arrivare fino in fondo, dona tutte le Grazie che sono necessarie. La Grazia dello Spirito Santo rende possibile anche quello che non è possibile, anche la vittoria contro le tentazioni più forti. Il diavolo infatti ti combatte da solo, tu invece lo vinci facilmente perché rimani vicino a Dio. Se pretendi di opporti a satana da solo, sarai sconfitto e farai tutti i peccati che lui vuole che tu faccia. Il diavolo infatti, è un avversario avveduto ed esperto. 
Ricordati che il Signore ha stabilito per te un tempo perché tu possa far nascere in te l’amore. Cristo è uscito dall’eternità di Dio ed è entrato nel nostro tempo. Cos’è il tempo? È la durata delle cose, delle persone e dell’umanità. Ma, andando più in fondo: nel tempo sono state messe tutte le creature, per cercare e trovare gli uomini e le donne che hanno smarrito la via della salvezza eterna. Gesù è uscito dall’eternità ed è entrato nel tempo. “Eccomi, o Padre, io vado per fare la tua volontà”. 
Gesù ha portato la volontà del Padre Celeste nel tempo della nostra storia. La volontà di Dio è entrata nel tempo per portare agli uomini e alle donne non soltanto l’esistenza, ma anche la strada per uscire dal tempo di questo mondo ed entrare nell’eternità. Cristo è entrato nel tempo e si è incontrato con tutti gli uomini e con tutte le donne che hanno perduto la speranza di entrare nell’eternità. I loro peccati li ha portati a rifiutare Cristo e il suo Vangelo. Egli cerca anche uomini e donne disposti a soffrire sulla Croce insieme con la Mamma sua per rendere la conversione dei peccatori meno gravosa. 
Con la remissione dei peccati Gesù Risorto ha dato inizio a una nuova creazione che Egli stesso chiama il Regno di Dio: tu lo dici, disse a Pilato, Io sono Re, il mio Regno però, non è di questo mondo. Cristo Crocifisso e Risorto ha portato il tempo nella direzione della fine della storia sulla terra. Tutti gli uomini e tutte le donne camminano verso la fine del tempo, quella sarà la fine dell’umanità sulla terra. Dobbiamo utilizzare il tempo mediante le opere che ci qualificheranno per il Regno di Dio. Il tempo è il prezzo con cui noi compriamo l’eternità, quello che facciamo nel tempo ci qualificherà per l’eternità: il Regno di Dio oppure il regno di satana. Come tu vivi nel tempo, cosi sarà la tua eternità. Renditi conto che il tempo passa e rimarrà l’eternità o quella felice, o quella infelice. Gesù è venuto nel tempo per salvare gli uomini e le donne di buona volontà dal naufragio del peccato e quindi della dannazione. Apprezza il tempo che Dio ti dà per santificarti, non perdere tempo, perché non torna mai indietro, Gesù Risorto ti dona la possibilità. di ricuperare il tempo perduto. 
Come? Se facciamo un cammino di conversione, noi facciamo sempre la volontà di Dio, in questo modo noi entriamo in Dio, entriamo nell’eternità. Tu ricuperi il tempo perduto quando vivi come ha vissuto Gesù: ha fatto tutto quello che il Padre gli ha detto di fare. Padre Pio diceva: il passato lascialo alla misericordia di Dio, il futuro alla sua Provvidenza, quello che tu puoi ancora avere al presente, vivilo bene. Metti in regola il tuo tempo mediante la presenza della parola di Dio che viene da te praticata, fai sempre e solo la sua volontà e vedrai che Gesù Risorto entrerà nel tuo tempo.
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