Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Si invita a leggere il post 1 del febbraio 2009 in cui sono ribaditi i motivi che mi hanno spinto a creare questo blog pur nella consapevolezza dei miei limiti.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima e al Sacro Cuore di Gesù questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

lunedì 15 settembre 2014

Esaltazione Santa Croce (Angelus 210)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il 14 settembre la Chiesa celebra la festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Qualche persona non cristiana potrebbe domandarci: perché “esaltare” la croce? Possiamo rispondere che noi non esaltiamo una croce qualsiasi, o tutte le croci: esaltiamo la Croce di Gesù, perché in essa si è rivelato al massimo l’amore di Dio per l’umanità. È quello che ci ricorda il Vangelo di Giovanni nella liturgia odierna: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio Unigenito» (3,16). Il Padre ha “dato” il Figlio per salvarci, e questo ha comportato la morte di Gesù, e la morte in croce. Perché? Perché è stata necessaria la Croce? A causa della gravità del male che ci teneva schiavi. La Croce di Gesù esprime tutt’e due le cose: tutta la forza negativa del male, e tutta la mite onnipotenza della misericordia di Dio. La Croce sembra decretare il fallimento di Gesù, ma in realtà segna la sua vittoria. Sul Calvario, quelli che lo deridevano gli dicevano: “Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce” (cfr Mt 27,40). Ma era vero il contrario: proprio perché era il Figlio di Dio Gesù stava lì, sulla croce, fedele fino alla fine al disegno d’amore del Padre. E proprio per questo Dio ha «esaltato» Gesù (Fil2,9), conferendogli una regalità universale.
E quando volgiamo lo sguardo alla Croce dove Gesù è stato inchiodato, contempliamo il segno dell’amore, dell’amore infinito di Dio per ciascuno di noi e la radice della nostra salvezza. Da quella Croce scaturisce la misericordia del Padre che abbraccia il mondo intero. Per mezzo della Croce di Cristo è vinto il maligno, è sconfitta la morte, ci è donata la vita, restituita la speranza. Questo è importante: per mezzo della Croce di Cristo ci è restituita la speranza. La Croce di Gesù è la nostra unica vera speranza! Ecco perché la Chiesa “esalta” la santa Croce, ed ecco perché noi cristiani benediciamo con il segno della croce. Cioè, noi non esaltiamo le croci, ma la Croce gloriosa di Gesù, segno dell’amore immenso di Dio, segno della nostra salvezza e cammino verso la Risurrezione. E questa è la nostra speranza.
Mentre contempliamo e celebriamo la santa Croce, pensiamo con commozione a tanti nostri fratelli e sorelle che sono perseguitati e uccisi a causa della loro fedeltà a Cristo. Questo accade specialmente là dove la libertà religiosa non è ancora garantita o pienamente realizzata. Accade però anche in Paesi e ambienti che in linea di principio tutelano la libertà e i diritti umani, ma dove concretamente i credenti, e specialmente i cristiani, incontrano limitazioni e discriminazioni. Perciò oggi li ricordiamo e preghiamo in modo particolare per loro.
Sul Calvario, ai piedi della croce, c’era la Vergine Maria (cfr Gv 19,25-27). E’ la Vergine Addolorata, che domani celebreremo nella liturgia. A Lei affido il presente e il futuro della Chiesa, perché tutti sappiamo sempre scoprire ed accogliere il messaggio di amore e di salvezza della Croce di Gesù. Le affido in particolare le coppie di sposi che ho avuto la gioia di unire in matrimonio questa mattina, nella Basilica di San Pietro.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
domani, nella Repubblica Centroafricana, avrà inizio ufficialmente la Missione voluta dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per favorire la pacificazione del Paese e proteggere la popolazione civile, che sta gravemente soffrendo le conseguenze del conflitto in corso. Mentre assicuro l’impegno e la preghiera della Chiesa cattolica, incoraggio lo sforzo della Comunità internazionale, che viene in aiuto dei Centroafricani di buona volontà. Quanto prima la violenza ceda il passo al dialogo; gli opposti schieramenti lascino da parte gli interessi particolari e si adoperino perché ogni cittadino, a qualsiasi etnia e religione appartenga, possa collaborare per l’edificazione del bene comune. Che il Signore accompagni questo lavoro per la pace!
Ieri sono andato a Redipuglia, al Cimitero Austro-Ungarico e al Sacrario. Là ho pregato per i morti a causa della Grande Guerra. I numeri sono spaventosi: si parla di circa 8 milioni di giovani soldati caduti e di circa 7 milioni di persone civili. Questo ci fa capire quanto la guerra sia una pazzia! Una pazzia dalla quale l’umanità non ha ancora imparato la lezione, perché dopo di essa ce n’è stata una seconda mondiale e tante altre che ancora oggi sono in corso. Ma quando impareremo, noi, questa lezione? Invito tutti a guardare Gesù Crocifisso per capire che l’odio e il male vengono sconfitti con il perdono e il bene, per capire che la risposta della guerra fa solo aumentare il male e la morte!
Ed ora saluto cordialmente tutti voi, fedeli romani e pellegrini provenienti dall’Italia e da vari Paesi.
Saluto in particolare “Los Amigos de Santa Teresita y de Madre Elisabeth” de Colombia; i fedeli di Sotto il Monte Giovanni XXIII, Messina, Genova, Collegno e Spoleto, e il coro giovanile di Trebaseleghe (Padova). Saluto i rappresentanti dei lavoratori del Gruppo IDI e gli aderenti al Movimento Arcobaleno Santa Maria Addolorata.
Vi chiedo, per favore, di pregare per me. A tutti auguro buona domenica e buon pranzo. Arrivederci!
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mercoledì 10 settembre 2014

Il coraggio di Sako, patriarca dei cristiani perseguitati (Contributi 982)

Riporto da Tempi questo articolo 

Ritratto del patriarca di Babilonia dei caldei, che guida i cristiani iracheni perseguitati senza paura di criticare l’Occidente e l’islam, dando ragione della sua speranza: «Per noi la fede non è ideologia, ma un legame personale con Cristo»


«Noi cristiani d’Iraq, in quanto minoranza perennemente costretta alle difficoltà e al sacrificio, sappiamo bene cosa significhi essere perseguitati, sequestrati, uccisi. Sappiamo per certo cosa vuol dire sentirsi impotenti! Ho detto talvolta che coloro che vogliono vedere l’inferno devono venire in Iraq!». Così scriveva il patriarca della Chiesa caldea Louis Raphael I Sako nella prefazione al libro dell’inviato di Tempi Rodolfo Casadei dal titolo:Tribolati ma non schiacciati (Lindau).

SACERDOTE, VESCOVO, PATRIARCA. Era il 2012 e la comunità di cui non era ancora diventato patriarca (al tempo era arcivescovo di Kirkuk) non aveva già subito le umiliazioni e le immani sofferenze che in questi mesi i terroristi dello Stato islamico le stanno infliggendo. Conosceva già molto bene, però, per averlo vissuto sulla pelle, il significato delle parole “persecuzione”, “martirio”, “terrorismo”, “odium fidei”.

Nato il 4 luglio 1949 in un piccolo villaggio presso la città di Zakho, nel nord dell’Iraq, è stato ordinato sacerdote il 1 giugno 1974. Dopo aver studiato a Roma e a Parigi, specializzandosi in storia, studi cristiani orientali e studi islamici, è tornato a Mosul per prestare il proprio servizio sacerdotale dal 1986 al 1997. Fino al 2002 ha poi ricoperto la carica di rettore del seminario maggiore di Baghdad, nel 2003 è stato ordinato arcivescovo di Kirkuk e l’anno scorso nuovo patriarca di Babilonia dei caldei.

CRISTIANI, CITTADINI DI SERIE B. Questi dati, più che a informare sul curriculum ecclesiastico di Sako, servono a capire quanto il patriarca conosca bene il suo paese, insieme al significato e alle implicazioni che comportano essere un cristiano in Iraq: «Gli uomini di potere musulmani sunniti e sciiti hanno come unico punto di riferimento per la loro azione politica la loro religione, e pensano che i cristiani, che lo accettino oppure no, siano cittadini di seconda categoria che dovrebbero lasciare il paese se non sono contenti della tolleranza loro riservata», scriveva nella prefazione al libro di Casadei.
E ancora: «Le nostre Chiese in Oriente sono Chiese apostoliche perché sono martiri. La fede infatti non è né una questione ideologica, né un’utopia, quanto piuttosto un legame personale, a volte esistenziale con la persona di Cristo, che amiamo e al quale doniamo l’intera nostra vita. Per Lui, bisogna ogni giorno andare un po’ più lontano, fino al sacrificio. Tale è l’espressione assoluta della fedeltà a questo amore: oggi più che mai, in Iraq noi siamo consapevoli che credere significa amare e amare significa donarsi».

«L’OCCIDENTE FACILITA LA FUGA». Il sacrificio chiesto agli iracheni si è fatto sempre più grande negli anni. Sako ha visto dal 2003, dall’instabilità seguita all’invasione americana, una comunità di 1,5 milioni di cristiani ridursi anno dopo anno fino a circa 300 mila fedeli e non si è mai tirato indietro quando c’era da analizzare la situazione e da indicare all’Occidente la via per aiutare i cristiani iracheni: «A volte l’Occidente facilita la fuga dei cristiani», affermava in un’intervista a tempi.it già nel 2012. «Molti comprano un visto con migliaia e migliaia di dollari, vanno via ad abitare in terra straniera dimenticandosi della loro tradizione, della loro terra, perdendo gli amici, la famiglia e anche la fede. È molto brutto. La comunità internazionale invece di spendere soldi per fornire loro abitazioni all’estero, dovrebbe investirli qui per fare progetti educativi e migliorare la vita di chi vive nella miseria. Ci servono infrastrutture, alloggi, scuole. Noi non vogliamo andarcene dall’Iraq, non vogliamo restare in pochi per essere una presenza simbolica».

LEZIONI DI DIALOGO. A un anno dalla sua elezione a patriarca, pochi mesi prima che lo Stato islamico conquistasse Mosul aprendo una nuova stagione di persecuzione per i cristiani, ha dato all’Occidente una importante lezione di dialogo e non solo: «L’Occidente è cieco perché non ha religione, non se ne preoccupa più, anzi accoglie i musulmani, permette loro di costruire moschee e centri religiosi mentre i paesi arabi non permettono ai cristiani neanche di tenere in casa la Bibbia. Ci deve essere reciprocità ma l’Occidente non la richiede. I paesi occidentali devono aiutare i cristiani non in quanto cristiani, ma in quanto minoranze. Si parla dei diritti dell’uomo, ma dove sono questi diritti? L’Occidente cerca solo interessi, basta guardare che risultato hanno avuto le guerre in Medio Oriente. Dove sono la democrazia e la libertà in Libia? Dove sono in Siria?».


VICINO AI PERSEGUITATI. In questi mesi, anche per colpa dell’indifferenza della comunità internazionale, la comunità cristiana guidata da Sako si è trovata di fronte a un terribile aut aut imposto dai terroristi islamici: rinnegare la fede in Gesù e convertirsi all’islam, perdere tutto o essere uccisi. Migliaia di persone, impartendo una lezione a noi cristiani tiepidi d’Occidente, hanno scelto di farsi profughi e di lasciare la propria casa a Mosul o nella piana di Ninive per dormire per strada in Kurdistan. E ancora Sako è rimasto loro vicino chiedendo alle «superpotenze» di smettere di «sostenere a livello economico e militare» i terroristi per «tagliare alla radice le fonti di violenza e radicalizzazione».

DOTE DEL REALISMO. La schiettezza e il realismo sono sicuramente tra le più grandi qualità del patriarca caldeo. Anche in questi giorni, a margine dell’incontro per favorire la pace promosso dalla Comunità di Sant’Egidio ad Anversa, ha aiutato a leggere la difficile situazione in cui l’Iraq è piombato: «Quando parliamo della pace noi capiamo che cosa sono pace e dialogo. Ma anche l’altro deve sapere, deve essere cosciente di cosa significano dialogo e pace; deve impegnarsi non solo con le parole, ma nel concreto. (…) Penso che il mondo musulmano stia vivendo una crisi. Il mondo musulmano che qui chiede l’incontro e ripudia la violenza non è realista. Devono avere il coraggio di dire le cose come stanno e cercare soluzioni. Loro devono imparare dalla nostra esperienza: se l’Islam vuole essere accettato e avere un avvenire, deve essere aggiornato. Oggi, con questa mentalità, con questa ideologia che combatte la vita e la cultura, il realismo dov’è?».

L’ORIGINE DELLA SPERANZA. E ancora: per proteggere i cristiani «ci vuole un intervento militare internazionale, prima di tutto. Il governo centrale è incapace, perché adesso non controlla che la metà del Paese: controlla Baghdad e il sud; ma Mosul, Ramadi, il Kurdistan? C’è un esercito di professionisti, ci sono tante milizie… Tutto è settario. L’Is è uno Stato molto forte, ben preparato e hanno le armi… Non possiamo riuscire da soli».
In mezzo a questo dramma è quasi incredibile che Sako riesca a conservare la speranza, di cui spiega sempre l’origine ai cronisti di tutto il mondo: «Noi siamo forti, perché per noi la fede, il credere non è una ideologia, non è una speculazione. Credere è amare», è «un legame personale, a volte esistenziale con la persona di Cristo, che amiamo e al quale doniamo l’intera nostra vita».
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Lettera Padre Aldo Trento 6/9/2014 (Interventi 205)

Cari amici, 
ogni volta che faccio la processione con il Santissimo (due volte al giorno: alla mattina e alla sera), più la Santa Messa alle 12.30 mi trovo a chiedermi , che cosa è la libertà? La malattia cammina , impedendo alla mia volontà di muovermi come nel passato. Faccio un sacco di tentativi e mi trovo che non sono più libero come prima. La volontà un tempo molto decisa adesso non mi risponde più. Lo voglio ma il mio corpo non risponde. Mi sembra, soprattutto alla sera di essere prigioniero da un blocco di marmo. 
E allora qual'è la unica libertà che mi rimane? Quella di riconoscere la Presenza del Mistero : “Io sono Tu che mi fai”. Piano, piano il Santissimo cammina con i miei passi . Tengo l’ ostensorio appoggiato nella mia fronte. Così lo sforzo diventa più leggero ed io mi sento avvolto della Sua Presenza e non mi arrabbio e offro tutto guardando al mio dolore come una grazia. 
Non posso vivere senza Gesù Sacramentato. 
Che bello: la libertà non è scegliere ma riconoscere. Per di più questa posizione è fonte di grazia per tutti. Domenica ho celebrato il Sacramento del Matrimonio tra un paziente terminale e la sua compagna. (vedi foto) I medici dubitavano che lo sposo potesse alzarsi dal letto e con la sedia a rotelle raggiungere la cappella. Però riuscì e ci riuscì perché era così forte l'amore per la sua compagna che riuscì a portare a termine il suo desiderio. Non solo, ma nella sua festina realizzata nel salone della Clinica ballò per alcuni minuti . Vedere la felicità degli sposi novelli di cui uno “condannato” a morire se non interviene un miracolo, testimonia che neanche il cancro è più forte di Gesú. Non solo, ma pure è un richiamo a tanti matrimoni che si separano proprio perché il cuore della loro unione non è Cristo. 
Amici la vita è una lotta e se non facciamo esperienza di Gesù tutto crolla, anche gli amori appartenente più forti . Fernando ha 14 anni. Un cancro precoce ha obbligato i medici attagliargli la gamba destra, dall'inguine in giù . Immaginatevi la disperazione sua e di sua madre. Da un mese è con noi. A volte ha dei dolori forti che lo fanno piangere. Eppure quando faccio la processione con il Santissimo lui con la sedia a rotelle mi segue , saliamo assieme sull'ascensore e insieme entriamo nelle stanze . La processione a volte è un po' lunga perché dipende dalla mia gamba sinistra, ma lui è felice. Quando sono nell'ascensore mi dice: “Padre mi porti una pizzetta della pizzeria della fondazione?”. lo fa con una tenerezza che medici o non medici alle 19:30 arriva nelle sue mani . Oggi ha fatto un disegno di un cero e sopra ha scritto: “Gesù e la luce”. Oggi sono arrivati nella casetta di Betlem due bambini: uno di 1 anno e l'altro di un anno e mezzo . Ieri sera il nuovo Arcivescovo ha detto la Messa nella parrocchia e fatto l'incontro con gli “agenti pastorali” e ha detto: “Questa parrocchia e l'orgoglio della Diocesi” . 
Una cosa bella, per me una specie di regalo per i miei 25 anni che sono arrivato in Paraguay il 8 settembre 1989 - 2014. 
Amici vi chiedo di pregare perché possa portare questa croce - regalo che Dio mi ha messo sulle spalle . Il nuovo Arcivescovo di Asunción ha riconosciuto che c'è un popolo che cammina e ama questa opera che non solo nessuno e riuscito a distruggere, ma con l'aiuto della Madonna renderla sempre più stabile. 
Come è vero anche per noi quanto ha detto Gamaliele negli atti degli apostoli: “se quest'opera è di Dio nessuno riuscirà a distruggerla e se non lo è cadrà da sola”. 
Sono già 10 anni che resiste e esiste dentro tutte le normali difficoltà della vita. 
Padre Aldo
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Domenica 23^ t. ord. "A" 7-9-2014 (Angelus 209)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di questa domenica, tratto dal capitolo 18° di Matteo, presenta il tema della correzione fraterna nella comunità dei credenti: cioè come io devo correggere un altro cristiano quando fa una cosa non buona. Gesù ci insegna che se il mio fratello cristiano commette una colpa contro di me, mi offende, io devo usare carità verso di lui e, prima di tutto, parlargli personalmente, spiegandogli che ciò che ha detto o ha fatto non è buono. E se il fratello non mi ascolta? Gesù suggerisce un progressivo intervento: prima, ritorna a parlargli con altre due o tre persone, perché sia più consapevole dello sbaglio che ha fatto; se, nonostante questo, non accoglie l’esortazione, bisogna dirlo alla comunità; e se non ascolta neppure la comunità, occorre fargli percepire la frattura e il distacco che lui stesso ha provocato, facendo venir meno la comunione con i fratelli nella fede.
Le tappe di questo itinerario indicano lo sforzo che il Signore chiede alla sua comunità per accompagnare chi sbaglia, affinché non si perda. Occorre anzitutto evitare il clamore della cronaca e il pettegolezzo della comunità – questa è la prima cosa, evitare questo -. «Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo» (v. 15). L’atteggiamento è di delicatezza, prudenza, umiltà, attenzione nei confronti di chi ha commesso una colpa, evitando che le parole possano ferire e uccidere il fratello. Perché, voi sapete, anche le parole uccidono! Quando io sparlo, quando io faccio una critica ingiusta, quando io “spello” un fratello con la mia lingua, questo è uccidere la fama dell’altro! Anche le parole uccidono. Facciamo attenzione a questo. Nello stesso tempo questa discrezione di parlargli da solo ha lo scopo di non mortificare inutilmente il peccatore. Si parla fra i due, nessuno se ne accorge e tutto è finito. È alla luce di questa esigenza che si comprende anche la serie successiva di interventi, che prevede il coinvolgimento di alcuni testimoni e poi addirittura della comunità. Lo scopo è quello di aiutare la persona a rendersi conto di ciò che ha fatto, e che con la sua colpa ha offeso non solo uno, ma tutti. Ma anche di aiutare noi a liberarci dall’ira o dal risentimento, che fanno solo male: quell’amarezza del cuore che porta l’ira e il risentimento e che ci portano ad insultare e ad aggredire. E’ molto brutto vedere uscire dalla bocca di un cristiano un insulto o una aggressione. E’ brutto. Capito? Niente insulto! Insultare non è cristiano. Capito? Insultare non è cristiano.
In realtà, davanti a Dio siamo tutti peccatori e bisognosi di perdono. Tutti. Gesù infatti ci ha detto di non giudicare. La correzione fraterna è un aspetto dell’amore e della comunione che devono regnare nella comunità cristiana, è un servizio reciproco che possiamo e dobbiamo renderci gli uni gli altri. Correggere il fratello è un servizio, ed è possibile ed efficace solo se ciascuno si riconosce peccatore e bisognoso del perdono del Signore. La stessa coscienza che mi fa riconoscere lo sbaglio dell’altro, prima ancora mi ricorda che io stesso ho sbagliato e sbaglio tante volte.
Per questo, all’inizio della Messa, ogni volta siamo invitati a riconoscere davanti al Signore di essere peccatori, esprimendo con le parole e con i gesti il sincero pentimento del cuore. E diciamo: “Abbi pietà di me, Signore. Io sono peccatore!. Confesso, Dio Onnipotente, i miei peccati”. E non diciamo: “Signore, abbi pietà di questo che è accanto a me, o di questa, che sono peccatori”. No! “Abbi pietà di me!”. Tutti siamo peccatori e bisognosi del perdono del Signore. È lo Spirito Santo che parla al nostro spirito e ci fa riconoscere le nostre colpe alla luce della parola di Gesù. Ed è lo stesso Gesù che ci invita tutti, santi e peccatori, alla sua mensa raccogliendoci dai crocicchi delle strade, dalle diverse situazioni della vita (cfr Mt 22,9-10). E tra le condizioni che accomunano i partecipanti alla celebrazione eucaristica, due sono fondamentali, due condizioni per andare bene a Messa: tutti siamo peccatori e a tutti Dio dona la sua misericordia. Sono due condizioni che spalancano la porta per entrare a Messa bene. Dobbiamo sempre ricordare questo prima di andare dal fratello per la correzione fraterna.
Domandiamo tutto questo per l’intercessione della Beata Vergine Maria, che domani celebreremo nella ricorrenza liturgica della sua Natività.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
in questi ultimi giorni sono stati compiuti passi significativi nella ricerca di una tregua nelle regioni interessate dal conflitto in Ucraina orientale, pur avendo sentito oggi delle notizie poco confortanti. Tuttavia auspico che essi possano recare sollievo alla popolazione e contribuire agli sforzi per una pace duratura. Preghiamo affinché, nella logica dell’incontro, il dialogo iniziato possa proseguire e portare il frutto sperato. Maria, Regina della Pace, prega per noi.
Unisco inoltre la mia voce a quella dei Vescovi del Lesotho, che hanno rivolto un appello per la pace in quel Paese. Condanno ogni atto di violenza e prego il Signore perché nel Regno del Lesotho si ristabilisca la pace nella giustizia e nella fraternità.
Questa domenica un convoglio di circa 30 volontari della Croce Rossa Italiana parte alla volta dell’Iraq, nella zona di Dohuk, vicino a Erbil, dove si sono concentrate decine di migliaia di sfollati iracheni. Esprimendo un sentito apprezzamento per questa opera generosa e concreta, imparto la benedizione a tutti loro e a tutte le persone che cercano concretamente di aiutare i nostri fratelli perseguitati ed oppressi. Il Signore vi benedica.
Saluto tutti i pellegrini provenienti dall’Italia e da diversi Paesi, in particolare il gruppo dei brasiliani, gli studenti della scuola S. Basilio Magno di Presov, nella Slovacchia, i fedeli di Sulzano (Brescia), Gravina di Puglia, Castiglion Fiorentino, Poggio Rusco (Mantova), Albignasego (Padova), Molino di Altissimo (Vicenza), i ragazzi della Cresima di Matera, Valdagno e Vibo Valentia.
Rivolgo un cordiale saluto al Cardinale Arcivescovo di Lima e ai suoi diocesani, che oggi inaugurano il XX Sinodo dell’Arcidiocesi di Lima. Il Signore vi accompagni in questo cammino di fede, di comunità e di crescita.
E ricordatevi domani - come ho detto - la ricorrenza liturgica della Natività della Madonna. Sarebbe il suo compleanno. E cosa si fa quando la mamma fa la festa di compleanno? La si saluta, si fanno gli auguri… Domani ricordatevi, dal mattino presto, dal vostro cuore e dalle vostre labbra, di salutare la Madonna e dirle: “Tanti auguri!”. E dirle un’Ave Maria che venga dal cuore di figlio e di figlia. Ricordatevi bene!
A tutti voi chiedo, per favore, di pregare per me. Vi auguro buona domenica e buon pranzo.
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giovedì 4 settembre 2014

Tanta forza ma senza controllo (Interventi 204)

(Proverbi 16, 32) 
Una coppia di miei carissimi amici è stata benedetta con la loro prima figlia - e il papà non cessa di dire che è bellissima. Ovvio, i papà non fanno testo quando si tratta delle figlie! Maria Sole è piena di capelli neri - infatti, ne sono tremendamente invidioso... ha due occhioni curiosi e le guanciotte rosse. Ha poco più di un mese e, francamente, non fa ancora molto se non mangiare e dormire - tuttavia è affascinante guardarla. Puoi metterla dove ti pare - tenertela in braccio, farla sedere sulla ginocchia - Maria Sole cerca di alzare la testa e girarla attorno così da vedere cosa c'è intorno. Sfortunatamente, per quanto forte essa sia, non ha molto controllo su dove la testa stia andando. 
Insomma, la bambina ha un mucchio di forza, ma senza controllo. Sfortunatamente ci sono un mucchio di adulti con lo stesso problema. Solo che in loro questo non fa sorridere. 
Per questo motivo Dio vuole aiutarti a capire uno dei problemi legati all'essere veri uomini. Sta scritto in Proverbi 16, 32 ed è un vero specchio per ogni uomo che voglia guardarsi dentro. Dio dice: «Il paziente val più di un eroe, | chi domina se stesso val più di chi conquista una città». Questo è un esempio straordinario perché oggi si crescono i ragazzi facendo credere loro che essere uomini vuol dire conquistare - conquistare risultati sportivi, conquistare affari, conquistare donne. 
Dio invece dice che è più facile per un uomo conquistare una città che dominare sulle proprie passioni. Quindi un uomo prova di essere un vero uomo non quando domina un rivale o conquista una donna o raggiunge un traguardo - ma quando è capace di conquistare se stesso. Così molti di quelli che appartengono al mio sesso siamo come Maria Sole - siamo forti... facciamo andare le cose per il verso giusto, raggiungiamo gli obiettivi, spianiamo strade, raggiungiamo traguardi - ma abbiamo forze che non riusciamo a controllare. 
Nella lettera a Tito, capitolo 2, quando Paolo sta dando istruzioni su come gli uomini cristiani dovrebbero vivere la loro fede, dice: «Gli uomini siano... saldi nella pazienza» (Tito 2,2). E continua: «Esorta i più giovani a essere assennati» (Tito 2,6). Adulto o giovane, quello che Dio guarda in un uomo è la rara qualità della pazienza e dell'autocontrollo. 
Può darsi che tu sia un uomo forte - magari fisicamente, intellettualmente, economicamente. Hai una personalità forte, un curriculum brillante, una solida reputazione. Ma può benissimo darsi che tutta questa forza non sia sotto controllo - il tuo carattere... Sei forte ma ferisci le persone che ami... le asfalti passandoci sopra, schiacciandole, perché devi raggiungere i tuoi obiettivi. Forse spesso le tue parole sono pungenti e feriscono, il tuo temperamento è collerico e esplosivo, le tue passioni sono fuori controllo. 
Allora uno realizza che ha bisogno di qualcuno che gli dia la forza di controllare il suo lato oscuro. Potete andare da tutti i guru che volete, ma c'è un solo salvatore - Gesù Cristo. ConsegnaGli il volante e lasciaLo fare. Arrendersi di solito vuol dire perdere. Eccetto quando ti arrendi a Gesù. Quando ti abbandoni, Lui può finalmente vincere la battaglia contro la bestia che c'è dentro di te. 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto 
don Luciano
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Amare come ama Dio (Contributi 982)

Vi propongo un articolo di Don Francesco Ferrari dal sito della Fraternità San Carlo 

Il destino non ha lasciato solo l’uomo, perché ha condiviso la sua vita con lui. La caritativa è la strada attraverso cui Giussani ci ha educato ad amare gli uomini come li ama Dio.
 Il gesto semplice di andare a passare un po’ di tempo con gli anziani, o di far giocare dei bambini, ha la forza di farci entrare di schianto nel cuore della vita vera. Come ci ha insegnato Giussani: vivere è condividere. Mi apro veramente alla vita nella misura in cui la dono e la condivido con altri. È un gesto radicale che testimonia il valore infinito della persona che Cristo ci ha rivelato. Tu ci sei, e per questo vale la pena che io condivida la mia vita con te.
Questo amore alla persona è ciò che si afferma – e si impara – andando in caritativa. È l’esperienza che fanno i nostri seminaristi, andando negli ospedali, nelle cliniche per anziani o nel carcere minorile. È l’esperienza che mi ha accompagnato fin dalla mia prima caritativa, quando a quattordici anni andavo con gli amici di GS in un ospizio nella periferia di Reggio Emilia e l’anziano con cui parlavo, senza volerlo, mi sputava ripetutamente sulle scarpe.
La caritativa, in fondo, è imitazione di Dio. È un’esperienza che rispecchia la sua stessa vita. Don Giussani era sorpreso proprio da questa semplice constatazione: nell’Incarnazione Dio ha deciso, con una gratuità inimmaginabile, di condividere la sua vita con noi. È lì che ci è stata rivelata la verità dell’esistenza, che è la condivisione. Amatevi come io vi ho amato (cfr. Gv 15,12). È vertiginoso pensare che in un’azione così semplice, come condividere un po’ di tempo con un altro, possiamo imitare il modo con cui Dio entra in rapporto con me.
Mia nonna Maria ha ormai più di novant’anni, quando passo a salutarla non mi riconosce, devo ripetere le cose molte volte, e non è detto che alla fine capisca. Perché, io non ho forse bisogno che Dio mi ripeta le cose molte volte, prima di capirle? Io, che tante volte neanche lo riconosco…
La caritativa è un gesto. Cioè un’azione che, pur nella sua semplicità, esprime l’ideale della vita. Proprio per questo richiamo all’ideale ogni gesto cristiano è educativo. Condividere un po’ di tempo con un altro mi educa a concepire tutti i rapporti come condivisione, mi porta lentamente a vivere con tutti la stessa apertura originata dalla carità, genera in me l’esperienza vera della cattolicità. Come disse Giussani, in una delle prime riunioni di giudizio sull’esperienza della caritativa: La vera universalità è l’accettazione totale di tutti i tempi (A. Savorana, Vita di don Giussani, 243).
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lunedì 1 settembre 2014

Domenica 22^ t. ord. "A" 31-8-2014 (Angelus 208)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nell’itinerario domenicale con il Vangelo di Matteo, arriviamo oggi al punto cruciale in cui Gesù, dopo aver verificato che Pietro e gli altri undici avevano creduto in Lui come Messia e Figlio di Dio, «cominciò a spiegare [loro] che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto … , venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (16,21). E’ un momento critico in cui emerge il contrasto tra il modo di pensare di Gesù e quello dei discepoli. Pietro addirittura si sente in dovere di rimproverare il Maestro, perché non può attribuire al Messia una fine così ignobile. Allora Gesù, a sua volta, rimprovera duramente Pietro, lo rimette “in riga”, perché non pensa «secondo Dio, ma secondo gli uomini» (v. 23) e senza accorgersene fa la parte di satana, il tentatore.
Su questo punto insiste, nella liturgia di questa domenica, anche l’apostolo Paolo, il quale, scrivendo ai cristiani di Roma, dice loro: «Non conformatevi a questo mondo - non entrare negli schemi di questo mondo - ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio» (Rm 12,2).
In effetti, noi cristiani viviamo nel mondo, pienamente inseriti nella realtà sociale e culturale del nostro tempo, ed è giusto così; ma questo comporta il rischio che diventiamo “mondani”, il rischio che “il sale perda il sapore”, come direbbe Gesù (cfr Mt 5,13), cioè che il cristiano si “annacqui”, perda la carica di novità che gli viene dal Signore e dallo Spirito Santo. Invece dovrebbe essere il contrario: quando nei cristiani rimane viva la forza del Vangelo, essa può trasformare «i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita» (Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 19). E’ triste trovare cristiani “annacquati”, che sembrano il vino allungato, e non si sa se sono cristiani o mondani, come il vino allungato non si sa se è vino o acqua! E’ triste, questo. E’ triste trovare cristiani che non sono più il sale della terra, e sappiamo che quando il sale perde il suo sapore, non serve più a niente. Il loro sale ha perso il sapore perché si sono consegnati allo spirito del mondo, cioè sono diventati mondani.
Perciò è necessario rinnovarsi continuamente attingendo la linfa dal Vangelo. E come si può fare questo in pratica? Anzitutto proprio leggendo e meditando il Vangelo ogni giorno, così che la parola di Gesù sia sempre presente nella nostra vita. Ricordatevi: vi aiuterà portare sempre il Vangelo con voi: un piccolo Vangelo, in tasca, nella borsa, e leggerne durante il giorno un passo. Ma sempre con il Vangelo, perché è portare la Parola di Gesù, e poterla leggere. Inoltre partecipando alla Messa domenicale, dove incontriamo il Signore nella comunità, ascoltiamo la sua Parola e riceviamo l’Eucaristia che ci unisce a Lui e tra noi; e poi sono molto importanti per il rinnovamento spirituale le giornate di ritiro e di esercizi spirituali. Vangelo, Eucaristia e preghiera. Non dimenticare: Vangelo, Eucaristia, preghiera. Grazie a questi doni del Signore possiamo conformarci non al mondo, ma a Cristo, e seguirlo sulla sua via, la via del “perdere la propria vita” per ritrovarla (v. 25). “Perderla” nel senso di donarla, offrirla per amore e nell’amore – e questo comporta il sacrificio, anche la croce – per riceverla nuovamente purificata, liberata dall’egoismo e dall’ipoteca della morte, piena di eternità.
La Vergine Maria ci precede sempre in questo cammino; lasciamoci guidare e accompagnare da lei.

Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
domani, in Italia, si celebra la Giornata per la custodia del creato, promossa dalla Conferenza Episcopale. Il tema di quest’anno è molto importante: «Educare alla custodia del creato, per la salute dei nostri paesi e delle nostre città». Auspico che si rafforzi l’impegno di tutti, istituzioni, associazioni e cittadini, affinché sia salvaguardata la vita e la salute delle persone anche rispettando l’ambiente e la natura.
Saluto tutti i pellegrini provenienti dall’Italia e da diversi Paesi, in particolare i pellegrini di Santiago del Cile, Pistoia, San Giovanni Bianco e Albano Sant’Alessandro (Bergamo); i giovani di Modena, Bassano del Grappa e Ravenna; il folto gruppo dei Motociclisti della Polizia e la Banda della Polizia. Sarebbe bello, alla fine, sentirla suonare…
Un saluto speciale rivolgo ai parlamentari cattolici, riuniti per il loro 5° incontro internazionale, e li incoraggio a vivere il delicato ruolo di rappresentanti del popolo in conformità ai valori evangelici.
Ieri, ho ricevuto una famiglia numerosa da Mirabella Imbaccari, che mi ha portato il saluto di tutto il paese. Ringrazio tutti voi di questo paese per l’affetto. Saluto i partecipanti all’incontro di “Scholas”: continuate nel vostro impegno con i bambini e con i giovani, lavorando nell’educazione, nello sport e nella cultura; e vi auguro una buona partita, domani, allo Stadio Olimpico!
Vedo da qui i giovani che appartengono al sindacato dei plastici. Siate fedeli al vostro motto: è molto pericoloso camminare da soli nei campi e nella vita. Andate sempre insieme.
Vi auguro una buona domenica, vi chiedo di pregare per me, e buon pranzo. Arrivederci!
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mercoledì 27 agosto 2014

Anania, una famiglia con 16 figli (Contributi 981)

Riporto  da Tempi un'intervista che riporta l'esperienza di una famiglia MOLTO numerosa. Credo possa essere utile che venga conosciuta.


L’ultima volta che la cicogna è passata dalla famiglia Anania, per via Fleres a Catanzaro, è stata l’anno scorso, il 29 giugno, quando ha portato Paola: la sedicesima figlia della famiglia più numerosa d’Italia. Oltre a Paola, Rita e Aurelio sono genitori, nell’ordine, di Marta, 19 anni, Priscilla, 18, Luca, 17, Maria, 16, Giacomo 15, Lucia, 14, Felicita, 12, Giuditta, 11, Elia 10, Beatrice, 9, Benedetta 8, Giovanni 6, Salvatore, 5, Bruno, 4 e Domitilla, 3. Quasi un figlio all’anno, persino in tempi di recessione economica. Al rientro delle vacanze, Aurelio continua a ripetere, con la sua voce pacata e quasi divertita, dello stupore che suscitano gli Anania: «Non siamo anormali, né straordinari. Dico sempre che noi siamo una famiglia straordinariamente normale».

Scusi Aurelio, ma la domanda è quasi d’obbligo. Chi ve l’ha fatto fare? Sedici figli sono tantissimi.
Noi abbiamo solo risposto alla chiamata del Signore. Siamo cattolici e quando ci siamo sposati con mia moglie Rita non abbiamo fissato un numero. Non è che avessimo pensato di fare 16 figli o 20. Abbiamo deciso solo di fare la volontà di Dio, che poi si è tradotta in questa apertura alla vita. Ma non è che siamo straordinari. Io dico sempre che noi siamo una famiglia straordinariamente normale. Nel fare la volontà di Dio c’è anche la paura, il timore o la preoccupazione di non farcela. Ma c’è anche la fede che Dio provvede sempre. Guardi, prevengo le obiezioni: la nostra non è ignoranza, non siamo incoscienti. Siamo perfettamente consapevoli di quello che avviene e sappiamo che sempre Dio ci tiene per mano. Le posso anticipare una sua domanda?

Prego.
Sicuramente si chiederà com’è che non ci siamo fermati prima, o se abbiamo intenzione di farlo. No, non ci siamo mai fermati. È difficile spiegare come si fa ad arrivare a 16 figli. Qualcuno potrebbe pensare che siamo dei cattolici esaltati. Ma non è così. Siamo solo cattolici che vogliono fare la volontà di Dio, e questo può passare anche dall’avere una famiglia numerosa. Anzi, la più grande d’Italia. Ma non ci fermeremo. Il regista di questa storia è Dio, noi siamo solo degli attori e facciamo la nostra parte, seguendo le “direttive” che ci giungono tramite i fatti della vita quotidiana.

Chi di voi lavora in famiglia?
Solo io, lavoro all’accademia di Belle arti di Catanzaro, sono coaudiatore. Quello che una volta si chiamava “bidello”.

Quanto guadagna?
Lo stipendio che ho preso oggi per il mese di agosto, comprensivo degli assegni familiari che spettano a chi ha dei figli, è di 3.500 euro.

Che facendo un rapido calcolo fanno meno di duecento euro a testa per tutto il mese. Come fate a vivere? Vi aiuta qualcuno?
La Provvidenza. Ripeto che non si tratta di essere bravi. Certo, stiamo attenti ai conti, e cerchiamo di fare la spesa al supermercato seguendo tutte le offerte. Ma siamo contenti della vita che facciamo. Vivo di Provvidenza, e questo significa che ogni volta che ci sono state delle necessità, il Signore si è presentato e ci ha aiutato.

Per esempio?
Quando abbiamo dovuto comprare i libri scolastici per i ragazzi, abbiamo trovato tra i librai sempre persone che ci conoscevano e che sapendo che in quel momento non potevamo pagare, ci hanno fatto la cortesia di farci acquistare “a rate”, poco per volta. E noi puntualmente abbiamo sempre pagato. La Provvidenza non è trovare migliaia di euro ma solo il necessario a sopravvivere. Io non sono abituato a chiedere nulla agli altri, né a pretendere. Però quando abbiamo avuto bisogno, è sempre accaduto un fatto che ci rispondeva. Le racconto un altro episodio. Una sera non avevamo nulla da mangiare. All’improvviso ha chiamato un amico che era andato dal macellaio, dicendomi: “Senti non so perché, ma mi sei venuto in mente e ho preso della carne per te. Non è che ti offendi, se ti faccio questo regalo?”. Quando è arrivato in casa era stupito che proprio quel giorno avessimo bisogno, e gli ho risposto: “Vedi, non mi sono offeso. Tu sei stato la risposta del Signore che per stasera ha provveduto al nostro bisogno”. Il mio amico ci ha portato solo la carne per quel giorno, non per i successivi venti, ma non bisogna preoccuparsi. È come quando il Signore ha mandato la manna del cielo agli ebrei nel deserto: l’ha mandata poco per volta, giorno dopo giorno. Secondo me, noi cristiani dovremmo recitare ogni giorno il salmo 94. “Se oggi ascolti la mia voce non indurire il tuo cuore”. Ad ogni giorno basta la sua pena.

La maggior parte dei suoi figli è adolescente, quindi è lecito supporre che qualcuno di loro le avrà chiesto un vestito di marca, un motorino o il cellulare all’ultimo grido. Come fate?
Certo che mi chiedono queste cose. È semplice. Abbiamo educato i più grandi come i più piccoli a non pretendere nulla, e che la cosa più importante è la fede. Ciò non toglie che ci siano anche i capricci, è normale. La mia seconda figlia ha compiuto 18 anni e ha ricevuto un paio di scarpe costose in regalo. Così anche le altre figlie mi hanno chiesto delle scarpe di marca, e io ho fatto loro un discorso. “Qual è la differenza tra un paio di scarpe di 250 euro e un altro di buona qualità? Le scarpe servono a camminare senza farsi male, e a non bagnarsi. Perciò un paio vale l’altro”. Con mia moglie abbiamo sempre cercato di spiegare loro che la vanità non serve a nulla. A che serve acquistare il modello di cellulare più costoso, se tanto la funzione di tutti i cellulari è chiamare?

Lapalissiano.
Non è questione di povertà, ma di avere il senso dell’utilità delle cose. Detto questo, la Provvidenza ci accompagna anche nelle cose futili. Questo è il quindicesimo anno che andiamo in vacanza al mare e abbiamo trovato una casa adatta a tutti noi, grazie ad un nostro amico che ce l’ha affittata ad un prezzo ragionevole. L’anno prossimo vedremo.

Lei vive in una zona del meridione dove la disoccupazione raggiunge proporzioni impietose. Cosa le dicono i suoi amici, quando lei parla con loro di Provvidenza?
Qui si lamentano tutti. Ma la lamentela è normale. E io non è che mi lamento perché sono anormale. È che non ho nulla da lamentarmi. Io ho 46 anni, una che mi è stata data da Signore, anche con difficoltà. Ma su questo pianeta non sono solo, c’è Gesù Cristo. Una volta un mio amico è sbottato: “Con questa crisi, se tutti la pensassero come te, saremmo tutti felici”. Gli ho risposto che non è utopia. È una vita possibile. Il Papa in questi giorni ha vissuto un lutto e per me è stato d’esempio. Non ho visto una persona disperata, che si è lacerata le vesti per aver perso i propri cari in un tragico e improvviso incidente. Ha mantenuto la sua fede e ringraziato con la preghiera Dio. Chi è un uomo di fede sa che l’esperienza su questa terra finisce, ma c’è un salmo che dice “Signore, insegnami a contare i miei giorni e arriverò alla pienezza del cuore”. Chi si preoccupa o si lamenta non vive contando i suoi giorni o guardando alla pienezza del cuore. Se si pensa solo a fare i soldi, e si ama i soldi su tutto, è normale che poi non si abbia più rispetto per nessuno. Io non ho bisogno di una casa di 500 metri per essere felice. Preferisco il Paradiso.

Come è organizzata la vita quotidiana in casa?
Ci aiutiamo tutti, e fin da quando i bimbi sono piccoli. I figli più grandi pensano ai più piccoli, si occupano di lavarli e vestirli al mattino prima di uscire, o alla sera. Facciamo i turni per apparecchiare, sparecchiare, pulire. Per ora studiano tutti, la grande si è appena iscritta a giurisprudenza. Fanno il loro dovere, ma non sono gelosi degli altri fratelli.

Beato lei, verrebbe da dire.
Non siamo stati bravi noi. Si comportano così non perché sono anormali, ma perché sono stati educati a valori della vita che possiamo racchiudere nella parola “fede”, e che concretamente significa essere coraggiosi, fiduciosi, generosi. L’altro giorno ero in auto con mio figlio Bruno, 4 anni, fermi al semaforo. C’era un lavavetri che chiedeva l’elemosina, ma io ero assorto in altri pensieri e non ci avevo fatto caso. Mio figlio Bruno mi ha richiamato: “Papà, ma non vedi che c’è uno che ha più bisogno di noi? Dagli dei soldi!”. Avevo pochi euro ma glieli ho dati subito con gioia, e mi sono complimentato con lui: Bruno aveva dimostrato di aver recepito l’educazione che gli abbiamo dato.

lunedì 25 agosto 2014

Domenica 21^ t. ord. "A" 24-8-2014 (Angelus 207)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di questa domenica (Mt 16,13-20) è il celebre passo, centrale nel racconto di Matteo, in cui Simone, a nome dei Dodici, professa la sua fede in Gesù come «il Cristo, il Figlio del Dio vivente»; e Gesù chiama «beato» Simone per questa sua fede, riconoscendo in essa un dono speciale del Padre, e gli dice: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Fermiamoci un momento proprio su questo punto, sul fatto che Gesù attribuisce a Simone questo nuovo nome: “Pietro”, che nella lingua di Gesù suona “Kefa”, una parola che significa “roccia”. Nella Bibbia questo termine, “roccia”, è riferito a Dio. Gesù lo attribuisce a Simone non per le sue qualità o i suoi meriti umani, ma per la sua fede genuina e salda, che gli viene dall’alto. 
Gesù sente nel suo cuore una grande gioia, perché riconosce in Simone la mano del Padre, l’azione dello Spirito Santo. Riconosce che Dio Padre ha dato a Simone una fede “affidabile”, sulla quale Lui, Gesù, potrà costruire la sua Chiesa, cioè la sua comunità, cioè tutti noi. Gesù ha in animo di dare vita alla “sua” Chiesa, un popolo fondato non più sulla discendenza, ma sulla  fede, vale a dire sul rapporto con Lui stesso, un rapporto di amore e di fiducia. Il nostro rapporto con Gesù costruisce la Chiesa. E dunque per iniziare la sua Chiesa Gesù ha bisogno di trovare nei discepoli una fede solida, una fede “affidabile”. È questo che Lui deve verificare a questo punto del cammino. 
Il Signore ha in mente l’immagine del costruire, l’immagine della comunità come un edificio. Ecco perché, quando sente la professione di fede schietta di Simone, lo chiama “roccia”, e manifesta l’intenzione di costruire la sua Chiesa sopra questa fede.
Fratelli e sorelle, ciò che è avvenuto in modo unico in san Pietro, avviene anche in ogni cristiano che matura una sincera fede in Gesù il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Il Vangelo di oggi interpella anche ognuno di noi. Come va la tua fede? Ognuno dia la risposta nel proprio cuore. Come va la tua fede? Come trova il Signore i nostri cuori? Un cuore saldo come la pietra o un cuore sabbioso, cioè dubbioso, diffidente, incredulo? Ci farà bene nella giornata di oggi pensare a questo. Se il Signore trova nel nostro cuore una fede non dico perfetta, ma sincera, genuina, allora Lui vede anche in noi delle pietre vive con cui costruire la sua comunità. Di questa comunità, la pietra fondamentale è Cristo, pietra angolare e unica. Da parte sua, Pietro è pietra, in quanto fondamento visibile dell’unità della Chiesa; ma ogni battezzato è chiamato ad offrire a Gesù la propria fede, povera ma sincera, perché Lui possa continuare a costruire la sua Chiesa, oggi, in ogni parte del mondo.
Anche ai nostri giorni tanta gente pensa che Gesù sia un grande profeta, un maestro di sapienza, un modello di giustizia… E anche oggi Gesù domanda ai suoi discepoli, cioè a noi tutti: «Ma voi, chi dite che io sia?». Che cosa risponderemo? Pensiamoci. Ma soprattutto preghiamo Dio Padre, per intercessione della Vergine Maria; preghiamolo che ci doni la grazia di rispondere, con cuore sincero: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Questa è una confessione di fede, questo è proprio “il credo”. Ripetiamolo insieme per tre volte: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,
il mio pensiero oggi va in modo particolare all’amata terra d’Ucraina, di cui ricorre oggi la festa nazionale, a tutti i suoi figli e figlie, ai loro aneliti di pace e serenità, minacciati da una situazione di tensione e di conflitto che non accenna a placarsi, generando tanta sofferenza tra la popolazione civile. Affidiamo al Signore Gesù e alla Madonna l’intera Nazione e preghiamo uniti soprattutto per le vittime, le loro famiglie e quanti soffrono. Ho ricevuto una lettera di un Vescovo che racconta tutto questo dolore. Preghiamo insieme la Madonna per questa amata terra di Ucraina nel giorno della festa nazionale: Ave Maria… Maria, Regina della pace, prega per noi!
Saluto cordialmente tutti i pellegrini romani e quelli provenienti da vari Paesi, in particolare i fedeli di Santiago de Compostela (Spagna), i bambini di Maipù (Cile), i giovani di Chiry-Ourscamp (Francia) e quanti partecipano all’incontro internazionale promosso dalla diocesi di Palestrina. 
Saluto con affetto i nuovi seminaristi del Pontificio Collegio Nord Americano, giunti a Roma per intraprendere gli studi teologici.
Saluto i seicento giovani di Bergamo, che a piedi, insieme al loro Vescovo, sono giunti a Roma da Assisi, cioè “da Francesco a Francesco”, come è scritto lì. Ma siete bravi voi bergamaschi! Ieri sera il vostro Vescovo, assieme a uno dei sacerdoti che vi accompagna, mi ha raccontato come avete vissuto questi giorni di pellegrinaggio: complimenti! Cari giovani, tornate a casa con il desiderio di testimoniare a tutti la bellezza della fede cristiana. Saluto i ragazzi di Verona, Montegrotto Terme e della Valle Liona, come pure i fedeli di Giussano e Bassano del Grappa.
Vi chiedo, per favore, di non dimenticarvi di pregare per me. Vi auguro buona domenica e buon pranzo! Arrivederci.

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martedì 19 agosto 2014

Omelia Mons. Camisasca 15-ago-2014 (Interventi 203)

Ecco l'omelia pronunciata il 15 agosto 2014, solennità dell'Assunzione della B.V. Maria al cielo, da Mons. Massimo Camisasca, Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla


Cari fratelli e sorelle, durante questa celebrazione eucaristica, in unione con tutta la Chiesa diffusa nel mondo, e in particolare con le diocesi di tutt'Italia, preghiamo per i nostri fratelli, i cristiani dell’Iraq, costretti a lasciare le loro case e tutti i loro beni per fuggire di fronte a una volontà di morte che chiede loro di rinnegare la fede in cambio della vita. Allo stesso modo preghiamo per tutti coloro che, pur appartenendo ad altre fedi e religioni, stanno subendo la stessa ingiustizia.
La testimonianza dei nostri fratelli ci insegna che la fede è il bene più prezioso che abbiamo. Essa illumina la nostra vita e la riempie di significato. Ci rende anche capaci di portare il peso della sofferenza e del dolore. Nello stesso tempo le vicende terribili dell’Iraq, ricordandoci il numero impressionante di martiri di questo inizio di millennio, ci invitano a chiedere che la libertà religiosa sia il fondamento della convivenza civile in ogni Paese. Esprimiamo dunque nella preghiera la comunione profonda con i nostri fratelli perseguitati e chiediamo a Maria Assunta di proteggerli nel loro difficile cammino.
Cosa vuole insegnare alla nostra vita quotidiana la festa di oggi? Quale dono vuol fare la Chiesa a noi con la solennità dell’Assunzione di Maria? Qualcuno potrebbe pensare che una celebrazione dedicata a guardare Colei che sale in cielo in anima e corpo, sottraendosi allo sguardo dei presenti, ci inviti quasi ad uscire da questa vita per trasferirci spiritualmente nella vita futura. In tutto ciò è nascosta una grande tentazione che anche molte filosofie hanno vissuto. Ma Cristo non ci invita a uscire da questa vita prima del tempo. Egli stesso ha detto, poco prima di lasciarci, rivolgendosi al Padre: non voglio che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal male (cfr. Gv 17,15).
La vita cristiana non è un oppio che ci fa dimenticare le responsabilità e i problemi dell’esistenza. All’opposto, Gesù è venuto proprio per portarci una luce, per essere lui stesso la luce che illumina la vita degli uomini. Per aiutarci a distinguere il bene dal male. Per indicarci le strade onde operare delle scelte giuste e fruttuose. Egli è venuto per cambiare il nostro cuore e per donarci la forza di compiere il bene. Ci aiuta ad estirpare le radici di male e opera attraverso di noi, per quanto possibile alla nostra fragilità umana, azioni giuste e sante.
Nello stesso tempo l’invito a guardare in alto contiene una verità, che è espressa anche con la preghiera con cui abbiamo iniziato questa Messa: «Fa’ che viviamo in questo mondo costantemente rivolti ai beni eterni». Cosa sono questi beni eterni se non la persona stessa di Gesù? Come Maria, allora, dobbiamo imparare a vivere le responsabilità e le circostanze della vita quotidiana guardando a suo Figlio. Come Maria siamo chiamati a trattenere nel nostro cuore le parole che Dio ci rivolge perché esse ci aprano il senso di ciò che accade.
Nella sua parola Dio non soltanto rivela la sua sapienza, ma dona se stesso. Come per Maria la parola di Dio era quel bambino o quel ragazzo che viveva nella sua casa, così anche per noi la Parola si è fatta carne ed abita in mezzo a noi, si è resa presente nella nostra vita in mille modi e ci invita a diventare testimoni della carità presso gli uomini e le donne del nostro tempo come ha fatto Maria.
Il vangelo che abbiamo appena ascoltato ci parla della Madonna che non ha avuto paura, subito dopo il concepimento di Gesù, di iniziare un lungo viaggio per andare ad aiutare la parente Elisabetta, rimasta incinta in tarda età e con una gravidanza difficile. Maria ha percorso molti chilometri per portare Gesù. Tutte le preoccupazioni di quel momento, i discorsi della gente, la comprensibile ansia per quello che avrebbe pensato Giuseppe, tutto passa in secondo piano e diventa un inno di lode a Dio.
Ecco che cosa vuol dire avere lo sguardo rivolto verso l’alto: saper leggere in profondità ciò che accade. Restare umili. Imparare a vedere ciò che Dio opera. Imparare la lode e l’esultanza. Facciamoci tutti discepoli come Maria. Ella ha saputo custodire nel silenzio le verità più grandi e i momenti più drammatici della sua vita. Non ha preteso di capire subito tutto, ma ha accettato di percorrere fino in fondo l’itinerario che il Padre aveva scelto per suo Figlio e per lei. Ed è stata così ricolmata di gioia e di gloria.
Sosteniamoci a vicenda, aiutiamoci perché anche nel nostro cuore nascano gli stessi sentimenti, nella nostra mente gli stessi pensieri che hanno abitato nella mente e nel cuore di Maria. Il Signore ci aiuta nel cammino, spesso difficile, della vita. Portiamo questo aiuto ai fratelli (cfr. 2Cor 1,4)! Quando si accende dentro di noi il fuoco dell’incarnazione, quando conosciamo che Dio si è fatto uomo per raccoglierci dal nostro male, diventiamo desiderosi di essere noi stessi fuoco che illumina e riscalda la vita degli altri uomini, donando generosamente quello che abbiamo ricevuto. Amen.
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domenica 17 agosto 2014

Assunzione Maria Vergine 15-8-2014 (Angelus 206)

Cari fratelli e sorelle,
al termine della Santa Messa, ci rivolgiamo ancora una volta alla Madonna, Regina del Cielo. A Lei offriamo le nostre gioie, i nostri dolori e le nostre speranze. Affidiamo a Lei in modo particolare tutti coloro che hanno perso la vita nell’affondamento del traghetto “Se Wol”, come anche quanti tuttora soffrono le conseguenze di questo grande disastro nazionale. Il Signore accolga i defunti nella sua pace, consoli coloro che piangono, e continui a sostenere quanti così generosamente sono venuti in aiuto dei loro fratelli e sorelle. Questo tragico evento, che ha unito tutti i Coreani nel dolore, confermi il loro impegno a collaborare insieme, solidali, per il bene comune.
Chiediamo altresì alla Vergine Maria di posare il suo sguardo misericordioso su quanti tra noi si trovano nella sofferenza, particolarmente sui malati, sui poveri e su chi è privo di un lavoro dignitoso.
Infine, nel giorno in cui la Corea celebra la sua liberazione, chiediamo alla Madonna di vegliare su questa nobile nazione ed i suoi cittadini. Affidiamo alla sua protezione tutti i giovani che si sono radunati qui da tutta l’Asia. Possano essere araldi gioiosi dell’alba di un mondo di pace, secondo il disegno benedetto di Dio!
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Assunta, preghiera di conversione (Contributi 980)

Ecco un articolo di Sr Gloria Riva da La Bussola 

È così affollata la scena del Carracci in Santa Maria del Popolo che la vergine Assunta voluta dal Cerasi sembra faticosamente guadagnarsi l’ascesa vero il Cielo. I discepoli la vorrebbero trattenere: gli sguardi, le mani i volti tutto si protende verso di lei, mentre lei leva le mani al Padre. 
Sì, la Vergine lascia la terra, gli occhi sono già puntati verso la meta che l’attende, ma le braccia aperte come in croce, le braccia che disegnano il medesimo destino subito dal Figlio, indicano già il modo con il quale ella vorrà stare lassù, nei Cieli. Maria intercede. Sta in mezzo. Rimane fra noi e Dio. Forse per questo il Carracci non ci permette di vedere nulla se non la tomba e il cielo. Tutto il resto della tela è ingombro degli apostoli sgomenti, della Vergine e degli angeli. 
Viene alla mente la preghiera chiesta dai vescovi della CEI per il 15 agosto 2014. Potrebbe essere quest’opera l’icona per la straordinaria giornata di preghiera. La Madonna a braccia levate che tenta di legare in un abbraccio il dolore della tomba e la beatitudine del cielo. 
Qui gli apostoli sono sgomenti perché stanno per perdere una tra le più preziose reliquie del Cristo, anzi forse la reliquia per antonomasia: la sua vergine Madre. Eppure Pietro e Paolo, in primo piano, mentre guardano alla Madre che ascende, sono come spinti all’esterno della tela, sono spinti fuori, in missione. La preghiera e la missione, la contemplazione e l’azione sono due poli irrinunciabili dell’essere cristiano: furono quelli di Cristo e di Maria, siano anche i nostri. La famosa frase: «Soltanto chi grida per gli Ebrei può cantare anche il gregoriano» di Dietrich Bonhoeffer sembra una profezia dei nostri giorni. Sì, guardiamo verso il cielo, gridiamo verso il cielo con i nostri canti, con le nostre preghiere, ma non dimentichiamo di gridare il nostro sdegno per quelli che non hanno voce. 
Ciò che colpisce della cappella Cerasi è che Michelangelo Merisi, peraltro in competizione con il Carracci proprio per le pitture della cappella, tenne in gran conto l’apertura della braccia di Maria. Proprio ai lati dell’opera di Annibale, Caravaggio dipinse gli apostoli Pietro e Paolo, in due momenti supremi della loro vita: il martirio per il primo e la conversione per il secondo. Entrambi, pur in situazioni diverse, stanno a braccia aperte come la Vergine e volgono i loro occhi a quel Cielo che accoglierà la loro preghiera e il loro sacrificio. 
Il martirio di Paolo incominciò proprio quel giorno sulla via di Damasco quando, incontrando Cristo, comprese che non poteva più tacere la verità scomoda di quell'incontro. Per lui gridare a favore dei cristiani fu come per Bonhoeffer, tanti secoli più tardi, gridare a favore degli ebrei. Gli costò la separazione dai suoi correligionari e successivamente il martirio. Così il primo degli apostoli, proprio per la sua predicazione e per quella parresia che imparò dalla vita e dalla sequela di Cristo, sperimentò la persecuzione e il martirio. 
Che questa giornata di preghiera sia per noi lo stare sotto questo Cielo, il Cielo di Maria che dipinge il Carracci. Come Maria imploriamo la grazia di una rinnovata presa di coscienza: molti ancora muoiono per il Signore Gesù mentre noi gettiamo via, senza imbarazzo né rimorso, verità e radici per i quali molti dei nostri padri diedero la vita. Come Pietro e come Paolo. Sì, cessi il martirio cruento per i nostri fratelli, ma cessi anche per noi il martirio bianco dell’indifferenza e della codardia. 
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Zona pericolosa (Interventi 202)

(1 Tessalonicesi 5, 9)


Non è mai piacevole sentire suonare un allarme ma, ammettiamolo, molti campanelli di allarme ci sono amici. La suoneria della sveglia al mattino - se non ci fosse perderesti il lavoro. L'allarme anti-incendio quando c'è del fumo o del gas in una stanza. Nessuno
di noi di solito va in giro con suonerie di allarme addosso. Ma in alcune case di riposo hanno escogitato un sistema. A volte ospitano anziani afflitti da una grave perdita di memoria e totale disorientamento. Così se per caso trovano una porta aperta escono dall'edificio e girovagano per la città, non sapendo né chi sono né dove stanno andando - comprese le strade trafficate! A queste persone la casa di riposo fa loro indossare uno speciale braccialetto che fa scattare un allarme quando stanno varcando la porta di uscita dell'edificio - in questo modo il personale li blocca prima che possano cadere nei
pericoli. Quell'allarme può salvare le loro vite.
Quando ti muovi in un'area pericolosa di solito non te ne accorgi, allora è bene avere con se qualche allarme che scatta. Ed è importante prestare ascolto agli allarmi. Il Signore ti ha dotato di un sistema di allarme che si chiama Spirito Santo. Ti è stato donato - e chi te l'ha pagato è stato il sangue di Gesù. Gesù dice che lo Spirito Santo «convincerà il mondo quanto al peccato» (Gv 16, 8). Allora, una delle attività dello Spirito è quella di far scattare l'allarme quando entri in un'area spiritualmente a rischio. Un pericolo che magari neanche avverti, ma che ti può danneggiare gravemente.
Dio ti dice una cosa molto importante in 1 Tessalonicesi 5, 19. Quattro parole: «Non spegnete lo Spirito». E continua dicendo: «Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono». Quando lo Spirito Santo parla alla tua coscienza, non ignorarlo. Non spegnere la sua
fiamma dentro di te. Non ignorare il suo campanello di allarme che ti avvisa che stai oltrepassando la porta.
Lo Spirito Santo è in azione dentro il tuo cuore, la tua mente e la tua coscienza lungo tutto l'arco della tua giornata, facendoti percepire cosa Dio pensa a riguardo delle cose che stai dicendo, di quelle che stai guardando, di ciò che stai ascoltando, su come stai trattando il Suo tempio (il tuo corpo), di quello che stai pensando, su quanto stai fantasticando, sulle ragioni che stanno alla base delle tue azioni. E quando stai oltrepassando i limiti, Lui mette in azione l'allarme - ti fa aprire gli occhi su quanto stai facendo, o magari ti fa sentire il rimorso per quanto hai fatto. Il quieto allarme di Dio che ti dice: "Stai oltrepassando la porta. Non te ne rendi conto, ma stai entrando in un'area pericolosa".
Vedi, lo Spirito Santo sa molto bene dove ti porteranno le scelte che stai facendo. Come gli anziani disorientati, il posto dove vuoi andare sembra bello e senza pericoli. Ma Dio sa bene che ti porterà invece su una strada molto trafficata e pericolosa - ma quando finisci per accorgertene, probabilmente non sei più capace di uscirne. Nessun peccato rimane isolato. Il primo compromesso magari è difficile, ma raramente ci si ferma lì. Il prossimo peccato sarà sempre un po' più facile, fino al giorno in cui ti troverai a fare quello che non
avresti mai pensato di poter fare, di essere diventato quello che non avresti immaginato di diventare.
Forse recentemente hai smesso di sentire il campanello di allarme di Dio, che ti mette in guardia dal vivere nella menzogna. O che ti fa sentire pieno di vergogna e a disagio su ciò che stai guardando o ascoltando. Forse ti sta mettendo in guardia su certi comportamenti
che recentemente stai avendo in famiglia. Magari il campanello di allarme dello Spirito Santo sta cercando di farti uscire da quella relazione sbagliata, quel rapporto pericoloso, da quella rabbia e amarezza che sta crescendo in te.
L'allarme di Dio è chiaro - non spegnere lo Spirito. Ascolta il Suo campanello di allarme. Tu non sai i pericoli che ci sono davanti a te. Lui sì. Non oltrepassare quella porta e torna indietro. Ti porterà dove non vorresti mai trovarti. Stai entrando in una zona pericolosa.
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto
don Luciano

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martedì 12 agosto 2014

Chiudere i varchi (Interventi 201)

(Neemia 4, 6-7) 
Agli inizi dell'attività coi ragazzi di strada al Boys Ranch, in Kenya, avevamo le pecore e le mucche che pascolavano nel campo sportivo, a pochi metri dai campi di verdure. Bastava una piccola distrazione e subito trovavamo gli animali tra gli ortaggi. Allora abbiamo messo una rete di recinzione tra il campo sportivo e il grande orto, ma i ragazzi per recuperare il pallone finito in mezzo all'orto, per evitare di fare il giro della lunga recinzione, avevano aperto un varco nella rete. Col risultato che ogni minima distrazione era fatale - gli animali avevano scovato quel varco e finivano sempre per trovarsi dove non dovevano assolutamente esserci. Fino a quando non abbiamo chiuso anche quel varco.
Non sono soltanto le mucche e le pecore ad approfittare dei passaggi che apriamo nella recinzione. Lo usa anche il leone - quello che la Bibbia descrive così: «Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (1 Pietro 5, 8). Il diavolo, purtroppo. E puoi essere certo che il distruttore sta andando in giro ruggendo intorno alla tua vita, alla tua famiglia, al gruppo o alla comunità a cui appartieni, cercando un buco nella recinzione - un passaggio che gli permetta di andare dove non gli dovrebbe mai essere concesso di andare. 
La Bibbia ti da un breve ed efficace insegnamento su come cacciarlo via. Sta scritto in Neemia 4, 1 e seguenti, soprattutto i versetti 6-7. Quel libro della Bibbia è il racconto affascinante di Neemia su come un piccolo gruppo di Ebrei riuscì a ricostruire in 52 giorni le mura e le porte di una Gerusalemme distrutta - nonostante fossero per tutto il tempo circondati da avversari che cercavano di ostacolarli. E viene narrata una delle decisioni fondamentali che presero per stroncare gli attacchi del nemico - una decisione che forse devi prendere anche tu per tagliar fuori il nemico della tua anima. 
La Bibbia in Neemia 4, 1-2 dice: «Ma quando Sanballàt, Tobia, gli Arabi, gli Ammoniti e gli Asdoditi [guarda un po' quanta gente contro di te!] seppero che la riparazione delle mura di Gerusalemme progrediva e che le brecce cominciavano a chiudersi, si adirarono molto e tutti assieme congiurarono di venire ad attaccare Gerusalemme e crearvi confusione». Lo credo bene! Quei varchi nelle mura erano i punti deboli che essi potevano usare per andare dove non avrebbero mai dovuto. 
Cosa fece Neemia? - «Allora noi pregammo il nostro Dio e contro di loro mettemmo sentinelle di giorno e di notte per difenderci dai loro attacchi... Io, nelle parti sottostanti a ciascun posto oltre le mura, in luoghi scoperti, disposi il popolo per famiglie, con le loro spade, le loro lance, i loro archi». Vuoi mandare via frustrato il nemico della tua anima? Chiudi quei varchi che hai aperto nella tua vita... nel tuo matrimonio... nella tua famiglia... nel tuo lavoro. Presidiali fortemente, schieraci le tue forze migliori. Perché il nemico farà di tutto per entrare attraverso quelle brecce e distruggere le cose importanti della tua vita. Non puoi continuare a trascurare quei passaggi aperti - ci sono cose troppo importanti che non puoi assolutamente perdere. «Contro di te avanza un distruttore: montare la guardia alla fortezza, sorvegliare le vie, cingerti i fianchi | raccogliere tutte le forze» (Nahum 2, 3). 
Il varco attraverso il quale il nemico sta entrando forse è la relazione col tuo coniuge o con tuo figlio che magari stai trascurando - e le erbe cattive, lo sai, crescono nei giardini trascurati. O forse è il tuo rapporto deteriorato con una persona che permette al nemico di seminare risentimento e rabbia. Il cuore indurito verso l'altro è una breccia che il nemico non trascurerà di sfruttare. O forse è l'abbassamento che ti sei concesso nei tuoi standard morali - nella tua onestà, nella tua sessualità, in quello che guardi o ascolti. Forse è un peccato che non hai mai voluto confessare... un vizio che sottovaluti... dei pensieri poco puliti che ritornano in continuazione. O semplicemente la tentazione di mollare - nelle tue relazioni, nell'impegno che ti sei preso, nel servizio che Dio ti ha chiamato a fare. 
Qualunque siano le tue brecce, sappi che il tuo nemico le ha identificate e sa dove tu sei vulnerabile, e sta programmando di usare quei varchi per entrare nel cuore della tua vita. Quando c'è un varco nella recinzione, una breccia nel muro - le porte che danno accesso alla città fortificata - quello è il tuo punto debole. Non aspettare un altro giorno a chiudere quelle porte o a presidiarle attentamente. Hai troppo da perdere. 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto 
don Luciano
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