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Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

giovedì 12 dicembre 2013

Le parole magiche (Interventi 181)

Don Luciano dal Kenia 

Eravamo ragazzi, ai tempi dei campeggi estivi. Era quanti anni fa? Si giocava a pallone in uno stretto prato, l'unico che non fosse in pendenza in quella vallata. Solo che alla fine del prato c'era una casa con tanto di muretto e cancello - e qualche volta il pallone finiva nel giardino della signora. Le prime volte lei usciva e ce lo restituiva, poi probabilmente per liberarsi di noi, ci faceva penare. Ci faceva aspettare, brontolava che le rovinavamo i fiori, che le facevamo perdere tempo... Fino a quando capimmo la strada giusta, ossia le tre parole magiche - "Le chiediamo scusa". L'istante dopo ci restituiva il pallone. 
L'episodio del pallone non è l'unico caso in cui una situazione si rasserena grazie a quelle tre preziose parole. E mi domando quanti matrimoni, quante relazioni tra genitori e figli, quante situazioni avrebbero potuto essere salvate se ci fosse stato qualcuno disponibile a dire quella parola - "Scusa". O nella versione un po' più lunga - "Ho sbagliato". Forse sono le parole che in questo periodo qualcuno aspetta di sentirsi dire da te. 
C'è una Parola di Dio che, se messa in pratica, può avere effetti sorprendenti in una relazione difficile o in un rapporto rovinato. Giacomo 5, 16 dice: «Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti». La guarigione comincia quando siamo disposti a ingoiare il nostro orgoglio e ad ammettere i nostri sbagli. E più ritardiamo il chiedere scusa, più alto si innalza il muro tra noi e gli altri. 
Noi siamo specialisti nello scovare le colpe degli altri, i loro sbagli. Ma Dio dice: «Ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso. Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non esser causa di inciampo o di scandalo al fratello» (Romani 14, 12-13). Dobbiamo confessare i nostri peccati, non i loro - e invece siamo prontissimi a scovarli. La Scrittura ci incoraggia chiaramente a chiedere scusa per primi - fino al punto di dirci - «lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» (Matteo 5, 23-24). È parte di quell'invito che ci ha dato il Signore in Romani 12,18: «Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti»
Papa Francesco ci ha indicato le tre parole chiave che fanno stare in piedi le famiglie: «permesso, grazie, scusa» (1). Perché dipende da me dire "Scusa, ti chiedo perdono" per ciò che abbiamo fatto e che ha causato ferite o incomprensioni. Persino se io ho sbagliato appena il 10% e loro ben il 90% (è quasi sempre così, no?). Io sono responsabile del mio 10%. E non nasconderti dietro a una stiracchiata e forzata domanda di perdono del tipo, "Se ho sbagliato qualcosa ti chiedo scusa". La nostra richiesta di perdono - quella che guarisce davvero - deve essere il più specifica possibile.
Forse sei cresciuto in un ambiente dove le persone non hanno mai ammesso di aver commesso degli errori. Magari sei in una situazione dove il tuo cuore si è indurito e i muri sono alti - e dove la ferita che ti hanno fatto è profonda. Ma nessuna di queste cose ti toglie dalla responsabilità che hai come discepolo di Gesù di dire: "Ho sbagliato" o "Ti chiedo perdono", se hai commesso un errore. 
Chiedi a Dio di trasformare in benedizione quelle tue due piccole parole "Ho sbagliato". Qualche volta, due piccole parole sono l'inizio di un muro massiccio che crolla. 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto 
don Luciano 
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(1) "Per portare avanti la famiglia è necessario usare tre parole: permesso, grazie, scusa. Tre parole chiave! Chiediamo permesso per non essere invadenti in famiglia. 'Posso fare questo? Ti piace che faccia questo?'. Col linguaggio del chiedere permesso. Diciamo grazie, grazie per l'amore! Ma dimmi, quante volte tu dici grazie a tua moglie, e tu a tuo marito? Quanti giorni passano senza dire questa parola, grazie! 
E l'ultima: scusa. Tutti sbagliamo e alle volte qualcuno si offende nella famiglia e nel matrimonio, alcune volte - io dico - volano i piatti, si dicono parole forti, ma sentite questo consiglio: non finire la giornata senza la pace. La pace si rifà ogni giorno in famiglia! 'Scusatemi', ecco, e si ricomincia di nuovo. 
Permesso, grazie, scusa! Lo diciamo assieme? (rispondono: 'Sì') Permesso, grazie, scusa! Facciamo queste tre parole in famiglia! Perdonarsi ogni giorno!" 
(dal Discorso di Papa Francesco alle famiglie in Pellegrinaggio a Roma nell'Anno della Fede, Piazza San Pietro, sabato 26 ottobre 2013) 

Cito da "Repubblica": "E lei non ha portato nessun palloncino?", ha chiesto Bergoglio al reggente della Casa Pontificia, padre Leonardo Sapienza, arrivando sul sagrato della Basilica di San Pietro dove insieme al prelato e al presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia c'erano ad attenderlo una decina di bambini ognuno con un palloncino su cui era scritto "Ti vogliamo bene". Una di queste - la piccola Federica - ha rivolto un breve saluto al Papa raccontando di sua nonna Angela e delle cotolette che sa cucinare, ma anche delle preghiere che le insegna. E il Papa ha colto l'assist per chiedere ai piccoli se sanno farsi il segno della Croce." 
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