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lunedì 23 giugno 2014

Quando l’odio uccide

Per praticare la giustizia fino in fondo, vivendo il comandamento dell’amore, bisogna essere realisti, coerenti e riconoscersi figli dello stesso Padre, quindi fratelli. Sono i tre criteri pratici suggeriti da Papa Francesco nella messa celebrata il 12 giugno, nella cappella della Casa Santa Marta.
Nel passo evangelico di Matteo (5, 20-26) proposto dalla liturgia, Gesù — ha spiegato il Pontefice — ci parla di «come dev’essere l’amore fra noi». Egli comincia il suo discorso «dicendo una cosa per capire bene come noi dobbiamo andare sulla strada dell’amore fraterno». Ecco le sue parole: «Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli».
Dunque, afferma Gesù, «dobbiamo essere giusti, dobbiamo amare il prossimo, che è il problema di oggi; ma non come questi dottori della legge che avevano una filosofia speciale», cioè dire bene «tutto quello che si deve fare» — ritenendosi «intelligenti» e «bravi» — ma «poi non farlo». Ed è per questo che, riguardo a loro, «Gesù dice: fate quello che dicono ma non quello che fanno». E lo dice «perché non erano coerenti».
Erano infatti persone che «sapevano che il primo comandamento era amare Dio; sapevano che il secondo è amare il prossimo». Però «avevano tante sfumature di idee, perché erano ideologi». E operavano tutta una serie di distinguo su ciò che significa «amare il prossimo». Finendo, quindi, per assumere «un atteggiamento che non era amore», ma piuttosto «indifferenza verso il prossimo». Ecco allora che Gesù raccomanda di superare questo modo di fare, che «non è giustizia ma è equilibrio sociale».
E per farlo, ha affermato il Papa, Gesù ci suggerisce «tre criteri». Il primo è proprio «un criterio di sano realismo». Dice infatti Gesù che «se tu hai qualcosa contro l’altro, e voi non potete sistemare» la questione e «cercare una soluzione», è opportuno trovare il modo «almeno di mettervi d’accordo». Soprattutto, raccomanda il Signore, «mettiti d’accordo col tuo avversario mentre sei in cammino». Forse «non sarà l’ideale, ma l’accordo è una cosa buona: è realismo!».
E a quanti obiettano che «gli accordi non durano» tanto che, come si suol dire, «si fanno per romperli», la risposta è che «lo sforzo di fare accordi» serve a «salvare tante cose: uno fa un passo, l’altro fa un altro passo» e «così almeno c’è la pace». Anche se, ha riconosciuto il Papa, forse è «una pace molto provvisoria» perché nasce da un accordo.
In sintesi, «Gesù è realista» quando afferma che «questa capacità di fare accordi tra noi significa anche superare la giustizia dei farisei e dei dottori della legge». È «il realismo della vita». Tanto che Gesù raccomanda espressamente di raggiungere «un accordo mentre siamo in cammino, proprio per fermare la lotta e l’odio tra noi. Invece noi tante volte vogliamo finire le cose, portarle al limite».
«Un secondo criterio che ci dà Gesù è il criterio della verità» ha spiegato il Pontefice. C’è, infatti, il comandamento di non uccidere; ma «anche sparlare dell’altro è uccidere, perché la radice è lo stesso odio: non hai il coraggio di ucciderlo o pensi che è troppo, ma lo uccidi in un’altra maniera, con le chiacchiere, con le calunnie, con la diffamazione».
Nel Vangelo di Matteo, le parole di Gesù a riguardo sono nette: «Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna». Perciò, ha spiegato il Papa, «quando sentiamo persone che si dicono tante cose brutte», bisogna sempre ricordare che dando dello «stupido» o del «pazzo» si uccide il fratello, perché l’insulto «ha una radice di odio». Esso infatti «nasce dalla stessa radice del crimine: è la stessa, l’odio!». Invece, ha proseguito, «cercare insulti è una abitudine molto comune fra noi». C’è «gente — ha notato — che per esprimere il suo odio contro un’altra persona ha una capacità impressionante». E non pensa quanto faccia male «sgridare e insultare».
Il terzo criterio che ci dà Gesù «è un criterio di filiazione». Noi, ha affermato il Pontefice, «non dobbiamo uccidere il fratello» proprio in quanto egli è nostro fratello: «abbiamo lo stesso padre». E, si legge nel Vangelo, «non posso andare dal padre se non sono in pace con il mio fratello». Dice infatti Gesù: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono». Dunque, raccomanda il Signore, «non parlare con il padre se non sei in pace con tuo fratello» o «almeno con un accordo».
Ecco, ha riepilogato il Papa, «i tre criteri: un criterio di realismo; un criterio di coerenza, cioè non ammazzare ma non insultare pure perché chi insulta ammazza, uccide; e un criterio di filiazione: non si può parlare col padre se non posso parlare col mio fratello». Sono i tre criteri per «superare la giustizia degli scribi e dei farisei».
Un «programma non facile», ha riconosciuto il vescovo di Roma, «ma è la via che Gesù ci indica per andare avanti». E in conclusione Papa Francesco ha chiesto al Signore proprio «la grazia di poter andare avanti in pace fra noi», magari anche «con gli accordi ma sempre con coerenza e con spirito di filiazione».
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